Il mandato di arresto della CPI contro Netanyahu: cosa ci si può aspettare dopo

Sondos Asem

21 novembre 2024 – Middle East Eye

Tutti gli Stati membri ora hanno l’obbligo di arrestare il primo ministro israeliano se dovesse arrivare sul loro territorio

I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant hanno un importante peso giudiziario e politico.

Hanno immediate conseguenze relative agli obblighi legali degli Stati che fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte.

Tutti i 124 Stati membri dello Statuto di Roma ora hanno l’obbligo di arrestare Netanyahu e Gallant, così come il capo militare di Hamas Mohammed Deif, anch’egli destinatario di un mandato nonostante Israele sostenga che è stato ucciso a Gaza.

Un processo non può iniziare in assenza [degli imputati] e gli Stati membri devono consegnare l’accusato alla Corte dell’Aia.

Ma la Corte non ha poteri esecutivi. Si basa sulla collaborazione degli Stati membri perché arrestino e consegnino i sospettati.

È un passo incredibilmente importante nella lotta contro l’impunità,” dice a MEE Giulia Pinzauti, docente di diritto internazionale all’Università di Leida. “Gli Stati membri hanno l’obbligo di collaborare con la Corte e dovrebbero farlo. È un momento fondamentale per la cooperazione con la Corte.”

I firmatari dello statuto includono tutti gli Stati membri dell’UE, così come la Gran Bretagna, in Medio Oriente la Giordania, la Tunisia e la Palestina.

Tuttavia altri Stati, in particolare USA, Cina, India e Russia, non sono firmatari. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Turchia e Arabia Saudita, non riconoscono la CPI.

Giovedì, in seguito all’annuncio della Prima Camera preliminare, vari Stati che aderiscono allo Statuto, tra cui Olanda, Francia, Giordania, Belgio e Irlanda, hanno annunciato la loro intenzione di applicare la decisione della Corte. Contattato da MEE per un commento, il governo britannico ha rifiutato di dire se applicherà il mandato di arresto.

È probabile che Netanyahu e Gallant, che non è più ministro della Difesa, ridurranno i loro viaggi, come ha fatto il presidente russo Vladimir Putin in seguito al mandato di arresto della CPI contro di lui.

Anche un futuro governo israeliano potrebbe scegliere di consegnarli all’Aia.

Oltretutto Stati che non sono membri dello Statuto di Roma potrebbero scegliere di consegnare all’Aia i sospettati, vietare loro di entrare nel proprio territorio o perseguirli in base al proprio ordinamento giuridico.

Triestino Marinello, avvocato di diritto internazionale per la tutela dei diritti umani che rappresenta le vittime palestinesi presso la CPI, afferma che è improbabile che Netanyahu venga estradato da Israele finché è primo ministro. “Ma ciò avrà un notevole impatto sulla sua capacità di agire come primo ministro, perché non potrà viaggiare in 124 Stati, che hanno l’obbligo legale, non la discrezionalità politica, di arrestarlo ed estradarlo,” dice Marinello a Middle East Eye.

Secondo Marinello, che definisce “storici” i mandati di arresto, avrà un impatto che va oltre quelli relativi a Netanyahu e Gallant.

I mandati potrebbero avviare cause nazionali contro altri cittadini di Israele, soprattutto con doppia nazionalità in Paesi europei, perché la Corte ha stabilito che sono stati commessi crimini. “Chiunque sia coinvolto nella commissione dei crimini deve essere portato in giudizio a livello locale ma anche internazionale,” afferma Marinello.

Benché la CPI abbia giurisdizione sul crimine di genocidio, le accuse contro i dirigenti israeliani escludono questo reato, che attualmente viene esaminato dalla Corte Internazionale di Giustizia in una causa presentata a dicembre dal Sud Africa contro Israele.

Tuttavia il procuratore ha preventivamente riconosciuto che attualmente altri crimini e la campagna di bombardamenti israeliani in corso sono attivamente indagati dalla CPI.

Le due Corti con sede all’Aia hanno competenze diverse.

La CIG, il principale organo giudicante dell’ONU, si occupa di controversie legali tra Stati e fornisce pareri consultivi presentati da organizzazioni dell’ONU e agenzie collegate.

Invece la CPI persegue singoli individui per quattro crimini internazionali: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un ufficiale delle IDF scappa da Cipro temendo un arresto con accuse di crimini di guerra

Redazione di MEMO

20 novembre 2024 – Middle East Monitor

Un ufficiale riservista delle Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] è fuggito da Cipro per evitare di essere “perseguito legalmente” con accuse di crimini di guerra. Secondo il quotidiano Israel Hayom Elisha Livman era in vacanza a Cipro con sua moglie, ma ha lasciato l’isola dopo che la fondazione belga Hind Rajab ha pubblicato dei video di lui che combatteva nella Striscia di Gaza. In uno dei video dice: “Noi non ci fermeremo fino a quando non avremo bruciato tutta Gaza.”

Livman ha ricevuto una chiamata urgente dal ministro israeliano degli Esteri, che si è incontrato con il ministro della Giustizia, e ha deciso che l’ufficiale doveva lasciare Cipro immediatamente prima di venire accusato di commettere crimini di guerra e genocidio.

Il sito web della fondazione Hind Rajab spiega che l’organizzazione ha sporto una denuncia formale alle autorità cipriote nella quale la fondazione “fornisce ampie prove contro Livman, inclusi dei video che lo mostrano incendiare una casa ed una proprietà civili a Gaza.” La fondazione ha anche fatto riferimento ai post sui social media dell’ufficiale israeliano durante la sua visita a Cipro, nei quali ha incitato alla violenza contro un ristorante libanese.

La fondazione ha anche sporto denuncia contro 1.000 soldati israeliani presso la Corte Internazionale di Giustizia [organismo dell’ONU, ndt.] con accuse di genocidio nella Striscia di Gaza, oltre a crimini di guerra e contro l’umanità.

Il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha sottolineato che Livman ha condiviso il fatto che lui e sua moglie stavano viaggiando a Cipro per vacanza. “Questo annuncio è diventato il presupposto in base al quale le organizzazioni solidali con i palestinesi, incluso il gruppo belga 30 Marzo, hanno chiesto un mandato d’arresto. Il gruppo segue i soldati israeliani con l’intento di perseguirli in Europa per presunti crimini di guerra.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un reparto armato guidato da Hamas prende di mira le bande che saccheggiano i convogli di aiuti a Gaza

Redazione di MEMO

19 novembre 2024-Middle East Monitor

Dopo un forte aumento dei saccheggi delle scarse forniture, Reuters riporta che Combattenti di Hamas e di altre fazioni di Gaza hanno formato un reparto armato per impedire alle bande di saccheggiare i convogli di aiuti nel territorio assediato, come hanno affermato residenti e fonti vicine al gruppo.

Da quando è stato formato questo mese, in mezzo alla crescente rabbia pubblica per i sequestri di aiuti e l’aumento dei prezzi, il nuovo reparto ha organizzato ripetute operazioni tendendo imboscate ai saccheggiatori e uccidendone alcuni in scontri armati, hanno affermato le fonti.

Gli sforzi di Hamas per assumere un ruolo guida nell’assicurare le forniture di aiuti indicano le difficoltà che Israele affronterà in una Gaza postbellica viste le poche alternative fattibili a un’organizzazione che sta cercando di distruggere da oltre un anno e che afferma non potrà avere alcun ruolo di governo.

Israele accusa Hamas di dirottare gli aiuti. L’organizzazione lo nega e accusa Israele di cercare di fomentare l’anarchia a Gaza prendendo di mira la polizia che sorveglia i convogli di aiuti.

Un portavoce dell’esercito israeliano non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di Reuters sulle unità di Hamas che combattono i saccheggiatori. Nel caos della guerra le bande armate hanno intensificato e razzie dei convogli di rifornimenti dirottando camion e vendendo le scorte saccheggiate nei mercati di Gaza a prezzi esorbitanti.

Oltre a scatenare la rabbia nei confronti dell’esercito israeliano la penuria ha anche suscitato domande su Hamas per la sua apparente incapacità di fermare le bande. “Siamo tutti contro i banditi e i saccheggiatori, per poter vivere e mangiare […] ora sei obbligato a comprare da un ladro” ha affermato Diyaa Al-Nasara, parlando durante un funerale di un combattente di Hamas ucciso negli scontri con i saccheggiatori.

Il nuovo reparto anti-saccheggio, formato da combattenti ben equipaggiati di Hamas e gruppi alleati, è stato chiamato “Comitati popolari e rivoluzionari” ed è pronto ad aprire il fuoco sui dirottatori che non si arrendono, ha affermato una delle fonti, un funzionario del governo di Hamas. Il funzionario, che ha rifiutato di essere nominato perché Hamas non lo avrebbe autorizzato a parlarne, ha affermato che il gruppo ha operato nella parte centrale e meridionale di Gaza e ha svolto finora almeno 15 missioni durante le quali ha ucciso alcuni banditi armati.

Fame dilagante

A tredici mesi dall’inizio della devastante campagna militare di Israele a Gaza, lanciata in risposta ai mortali attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, gravi carenze di cibo, medicine e altri beni stanno causando fame e sofferenza dilaganti tra i civili.

Israele ha sospeso le importazioni di beni commerciali il mese scorso e da allora sono entrati a Gaza solo camion di aiuti trasportando una frazione di ciò che le organizzazioni umanitarie affermano sia necessario per un territorio in cui la maggior parte delle persone ha perso la casa e ha pochi soldi.

“Sta diventando sempre più difficile far arrivare gli aiuti”, ha affermato la portavoce dell’OMS, Margaret Harris, dopo una serie di saccheggi nel fine settimana. Prima della guerra, un sacco di farina veniva venduto a 10 o 15 dollari e un chilo di latte in polvere a 30 shekel (8 dollari). Ora la farina costa 100 $ e il latte in polvere 300 shekel (80 dollari), affermano i commercianti.

Alcune persone a Gaza dicono di volere che Hamas prenda di mira i saccheggiatori.

“C’è una campagna contro i ladri, lo vediamo. Se la campagna continua e gli aiuti fluiscono i prezzi scenderanno perché gli aiuti rubati appaiono sui mercati a prezzi elevati”, ha detto Shaban, un ingegnere sfollato di Gaza City, che ora vive a Deir Al-Balah nella Striscia di Gaza centrale.

Dopo che quasi 100 camion sono stati saccheggiati la scorsa settimana Hamas ha attaccato un gruppo armato che si stava radunando vicino a un valico dove di solito entrano i camion degli aiuti, ha aperto il fuoco anche con armi pesanti uccidendo almeno 20 membri di questo gruppo, secondo i residenti e la televisione di Hamas Aqsa.

I testimoni hanno descritto un altro scontro a fuoco sabato quando i combattenti di Hamas a bordo di due auto hanno inseguito uomini sospettati di saccheggio che erano su un altro veicolo con conseguente morte dei sospettati.

Il funzionario di Hamas ha detto che il reparto antisaccheggio ha dimostrato che continua ad essere in funzione il governo di Hamas a Gaza. “Hamas come movimento esiste, che piaccia o no. Hamas come governo esiste, anche se non è più forte come una volta, ma esiste e il suo personale cerca di aiutare la gente ovunque nelle aree di sfollamento”, ha affermato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il Watermelon Index individua e denuncia le imprese complici della guerra di Israele a Gaza

Oscar Rickett

19 novembre 2024 – Middle East Eye

Progressive International ha lanciato uno strumento che consente ai lavoratori di contestare l’appoggio delle aziende a Israele

Una nuova banca dati di oltre 400 imprese che operano in Gran Bretagna e che sono considerate complici della guerra di Israele contro Gaza è stata lanciata da un collettivo di sindacati e organizzazioni guidato da Progressive International [organizzazione internazionale fondata da famosi politici di sinistra di vari Paesi, ndt.].

Il Watermelon Index [Indicatore dell’anguria, simbolo della Palestina, ndt.], che l’organizzazione di sinistra descrive come “uno strumento per la resistenza guidata dai lavoratori contro l’occupazione e il genocidio in Palestina”, consentirà ai dipendenti di mettersi in comunicazione tra loro e con attivisti per contestare i loro datori di lavoro riguardo ai rapporti con Israele. Tra le imprese inserite nella lista ci sono Barclays, la società di navigazione Maersk, il gigante del commercio in rete Amazon, l’azienda informatica Microsoft e l’agenzia di affitti per le vacanze Airbnb.

Oltre a queste multinazionali c’è una schiera di altre attività in rapporto con Israele, in attività che includono la finanza, le assicurazioni, la tecnologia, la logistica e l’energia. Progressive International sta concentrando i suoi sforzi in questi settori.

Secondo Progressive International la complicità di una compagnia con la guerra di Israele contro Gaza va misurata in base “alle diverse caratteristiche dell’appoggio, anche finanziario, militare, diplomatico, culturale, commerciale e sociale” che fornisce.

Il Watermelon Index contiene anche dettagli sulle campagne guidate dai lavoratori che sono state organizzate contro la guerra e include strumenti che permettono ai lavoratori di organizzarsi e mettersi in contatto tra loro.

Da quando Israele ha iniziato la guerra contro Gaza in seguito agli attacchi del 7 ottobre guidati da Hamas, sindacati e altre organizzazioni palestinesi hanno chiesto un embargo delle armi e dell’energia e ai lavoratori di tutto il mondo di agire contro la complicità dei loro datori di lavoro con Israele.

Le forze israeliane hanno ucciso circa 44.000 palestinesi a Gaza, devastando nel contempo l’enclave costiera ed estendendo la guerra al Libano.

Proteste di massa hanno avuto luogo con frequenza quasi settimanale nelle città dell’Occidente, tra cui Londra, ma la Gran Bretagna, gli USA e altri governi occidentali continuano ad armare Israele e a fornirgli appoggio non solo diplomatico.

È in questo contesto che è stato lanciato il Watermelon Index.

James Schneider, direttore per la comunicazione di Progressive International, dice a Middle East Eye: “Il ceto politico-mediatico dell’Occidente non vuole contestare il genocidio che arma e sostiene. Dobbiamo prendere l’iniziativa noi, ovunque siamo, per contrastare i gravissimi crimini contro i palestinesi.”

Schneider ha affermato che molte persone che lavorano per imprese presenti nella banca dati possono non essere consapevoli dei rapporti di queste con Israele e quindi potranno utilizzare il Watermelon Index come un modo per mettersi in contatto con altri lavoratori filo-palestinesi.

Lavoratori contro la guerra di Israele

Questo tipo di azioni guidate dai lavoratori si sono viste durante tutta la guerra. Secondo il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) l’11 novembre i lavoratori del porto di Tangeri si sono rifiutati di caricare una nave della Maersk con “un carico contenente equipaggiamento militare”.

“Chiunque accolga le navi israeliane non è uno di noi” hanno scandito i manifestanti in Marocco, mentre Maersk ha affermato che il carico non includeva affatto “armi da guerra o munizioni”.

Altrove portuali di Spagna, Italia, Belgio, Namibia e India si sono rifiutati di movimentare materiale militare destinato a Israele. Pressioni di sindacati e manifestanti giapponesi hanno obbligato il gigante del commercio Itochu a interrompere la collaborazione con la principale impresa militare privata israeliana, Elbit Systems.

“La macchina da guerra israeliana è in grado di agire grazie all’appoggio finanziario, militare, diplomatico e culturale che riceve da imprese di tutto il mondo. Migliaia di aziende, in misura maggiore o minore, sono complici,” afferma Kimia Talebi, promotrice del Watermelon Index di Progressive International.

“I lavoratori di queste imprese hanno il potere di mettere i bastoni tra le ruote della macchina da guerra. E molte migliaia di loro, come i lavoratori indiani di 11 porti, si stanno rifiutando di caricare armamenti che potrebbero essere usati per uccidere palestinesi.”

Talebi sostiene che la gente dovrebbe “utilizzare l’Index per trovare le campagne in corso contro la complicità aziendale o contattarci per avere supporto nell’organizzarne altre,” con Progressive International e altre associazioni che intendono agevolare campagne guidate dai lavoratori contro la complicità con le azioni di Israele.

Altre organizzazioni e sindacati coinvolti nel Watermelon Index includono Palestinian Youth Movement, Workers for a Free Palestine, Campaign Against Arms Trade, United Tech and Allied Workers, No Tech for Apartheid, Energy Embargo for Palestine, Organise Now!, Disrupt Power e il Movement Research Unit [Movimento Giovani Palestinesi, Lavoratori per una Palestina Libera, Campagna contro il Commercio di Armi, Lavoratori Uniti della Tecnologia, Nessuna Tecnologia per l’Apartheid, Embargo Energetico per la Palestina, Organizzatevi Ora!, Disturbare il Potere e il Movimento Ricerca Unita].

Il Palestinian Youth Movement ha già ottenuto un certo successo con la sua campagna Smascherare Maersk. Ciò ha incluso la pubblicazione di una ricerca critica relativa all’uso del porto di Algeciras da parte del gigante delle spedizioni navali che ha trasportato un cargo di armamenti in Israele, nonostante l’embargo sulle armi deciso dalla Spagna. Gli attivisti sono riusciti in seguito a ottenere che il governo spagnolo bloccasse la partenza di due navi di Maersk che portavano un carico di armi verso Israele.

No Tech for Apartheid, un altro collaboratore del Watermelon Index, ha guidato una campagna organizzando sit-in di massa, petizioni e picchetti che chiedevano di porre fine al progetto Nimbus, un contratto tra Google, Amazon e Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Docente ebrea licenziata per post antisionisti

Nora Barrows-Friedman 

17 Novembre 2024 Electronic Intifada

Negli Stati Uniti gli studenti e i docenti continuano a resistere alle misure repressive delle amministrazioni universitarie volte a soffocare o addirittura criminalizzare ogni discorso a sostegno dei diritti dei palestinesi – mentre il genocidio a Gaza continua.

Accanto alle università statunitensi d’élite che chiamano la polizia antisommossa contro i propri studenti che fanno sit-in di protesta, o che tentano di impedire del tutto agli studenti di condurre proteste, alcune università hanno cercato di classificare l’ideologia politica del sionismo come un genere di identità protetta per definire il discorso antisionista come incitamento all’odio razzista.

“Da quando sono insegnante ho tenuto corsi sulla Palestina: è sempre stata centrale o costitutiva nel lavoro che svolgo”, ha detto Maura Finkelstein a The Electronic Intifada Podcast.

Finkelstein, studiosa di antropologia e scrittrice, ha insegnato al Muhlenberg College di Allentown, Pennsylvania, per nove anni.

Teneva un corso di Antropologia della Palestina, un corso che, dice, era stato approvato dal college. Ma nonostante fosse di ruolo è stata licenziata a maggio 2024 per i suoi post sui social media a sostegno dei diritti dei palestinesi e contro l’ideologia politica del sionismo, un provvedimento che è stato interpretato come avvertimento per gli altri professori anti-genocidio.

Il licenziamento è seguito a mesi di mirate persecuzioni da parte di gruppi di lobbisti e di singoli individui israeliani che hanno fatto pressione sull’università affinché licenziasse Finkelstein accusandola di “odio verso gli ebrei” per i suoi principi antisionisti. Finkelstein è ebrea.

The Intercept [organizzazione giornalistica americana di sinistra senza scopo di lucro, ndt.] ha riferito che Finkelstein “è stata oggetto di una campagna di migliaia di email anonime generate da bot, inviate ogni minuto per oltre 24 ore agli amministratori della scuola nonché a organi di informazione e politici locali per chiederne la rimozione”. L’amministrazione del college ha detto a Finkelstein che “numerose famiglie di studenti avevano chiamato per esprimere preoccupazione per le sue opinioni”, nota The Intercept. “Una petizione Change.org avviata a fine ottobre da anonimi ‘ex studenti e sostenitori del Muhlenberg College’ che chiedeva il licenziamento di Finkelstein per presunta retorica ‘pro-Hamas’ ha ottenuto oltre 8.000 firme”.

Finkelstein ha detto a The Electronic Intifada che uno dei suoi post sui social media, la ripubblicazione sul suo account personale della dichiarazione del poeta palestinese americano Remi Kanazi di rifiuto di normalizzare il sionismo, ha provocato la condanna di uno studente di Muhlenberg che non aveva mai frequentato le sue lezioni. “Poiché lo studente si identificava come sionista e poiché credeva che sionismo ed ebraismo fossero la stessa cosa, [lo studente ha affermato che] stavo violando la politica di non discriminazione sulle pari opportunità, il che sostanzialmente avrebbe negato allo studente l’accesso all’istruzione”, ha detto Finkelstein.

E ha spiegato che, nonostante lo studente non la conoscesse, “ha dato per scontato dai post sui social media che non sarebbe stato al sicuro nella mia classe. La cosa è passata attraverso un’indagine lunga tre mesi e mezzo, è passata attraverso vari comitati di docenti, personale e amministrativi, e mi è stato detto che ero stata licenziata per giusta causa, il che significa che non ho ricevuto il TFR”.

“Coincidenza perfetta”

Finkelstein afferma che secondo l’ Associazione Americana dei Professori Universitari (AAUP) è la prima professoressa di ruolo a essere licenziata dall’ottobre 2023 per il suo sostegno ai diritti dei palestinesi. “Certo, ci sono stati casi in passato”, nota, citando il licenziamento del professor Steven Salaita da parte dell’Università dell’Illinois nel 2014 [per tweet giudicati antisemiti di protesta contro il bombardamento di Gaza, ndt.] così come “innumerevoli professori associati, professori assistenti in visita, docenti, altri docenti a contratto che hanno perso i loro contratti, che hanno perso il lavoro senza lo stesso tipo di causa che avrebbe causato indignazione”.

La paura, dice, per gli accademici che adesso vengono sanzionati,è che se viene divulgata la vicenda non lavoreranno mai più nell’istruzione superiore. E penso che questa sia una minaccia reale”. Nel suo caso, spiega Finkelstein, si cristallizzano almeno due delle grandi criticità dell’istruzione superiore in questo momento. Una è la “costante erosione dei finanziamenti federali, del sostegno federale [che] ha fatto sì che queste istituzioni siano completamente, o quasi completamente, dipendenti dalle tasse universitarie e dal sostegno dei donatori”, il che crea un modello finanziario che “in realtà non riguarda l’istruzione ma la raccolta di fondi”, dice.

La seconda criticità è che gli amministratori sono nella condizione per cui “non sanno cosa sia l’ebraismo. Non sanno cosa sia il sionismo. Probabilmente non sanno molto delle decisioni che prendono. Ciò che sanno è [che] se si alienano la base finanziaria tracolleranno”. Finkelstein dice di capire perché alcuni professori abbiano paura di parlare in difesa della Palestina e potenzialmente perdere il lavoro. Ma, aggiunge, i suoi colleghi non dovrebbero autocensurarsi. “Dobbiamo tutti parlare della Palestina. Dobbiamo tutti fare lezioni sulla Palestina perché, teoricamente, non possono licenziarci tutti.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una e-mail interna rivela che il New York Times ha bloccato un’inchiesta sugli ultras israeliani

Asa Winstanley

18 novembre 2024 – The Electronic Intifada

Il New York Times ha bloccato un’inchiesta di uno dei suoi stessi reporter sulle violenze dei facinorosi israeliani ad Amsterdam all’inizio del mese.

In una e-mail interna del Times, inavvertitamente condivisa con The Electronic Intifada, il reporter olandese Christiaan Triebert ha spiegato a un manager di aver proposto “un’indagine visiva che stavo conducendo sugli eventi del [6-8 novembre] ad Amsterdam”.

“Purtroppo il servizio è stato bloccato”, ha scritto. “Mi dispiace che la prevista indagine visiva momento per momento non sia stata portata avanti”.

“È stato molto frustrante, a dir poco”, ha scritto Triebert.

L’e-mail era indirizzata al senior manager del Times Charlie Stadtlander, ex addetto stampa dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e dell’esercito americano.

Triebert sembrava interessato a realizzare un reportage che facesse chiarezza, rimediando alla falsa narrazione insistentemente avanzata dal suo stesso giornale secondo la quale i tifosi israeliani sarebbero stati vittime di violenze di gruppo dettate dall’odio per gli ebrei.
La corrispondenza intercorsa venerdì tra Triebert e Stadtlander è scaturita dalle richieste di commento di
The Electronic Intifada al Times in merito al resoconto altamente fuorviante che il giornale aveva fatto della violenza dei facinorosi israeliani ad Amsterdam.

Come il reporter ha spiegato mercoledì sul livestream di The Electronic Intifada, il giornale ha di fatto capovolto la realtà.

Le prove che anche un solo attacco antisemita abbia avuto luogo ad Amsterdam sono ancora esattamente zero, per non parlare del “pogrom” che i funzionari del governo israeliano hanno immediatamente evocato.

Il Times è finito sotto tiro per aver utilizzato un video di violenze di ultras israeliani ad Amsterdam la scorsa settimana per affermare l’esatto contrario di ciò che il video mostrava in realtà.

Il Times ha affermato che il filmato girato da un fotoreporter olandese mostrava “attacchi antisemiti” contro gli israeliani, anche se in realtà mostrava la violenza dei facinorosi israeliani contro un cittadino olandese.

Per diversi giorni il filmato è stato messo in cima al servizio dell’8 novembre sugli eventi di Amsterdam della sera precedente.

Ma martedì il giornale è stato costretto a rettificare dopo che la creatrice del video – la fotoreporter olandese Annet de Graaf – ha condannato pubblicamente i media internazionali per aver etichettato erroneamente il suo video come prova di “attacchi antisemiti” contro i tifosi di calcio israeliani.

In realtà, il video mostra un’orda di decine di ultras israeliani che attaccano una persona dopo che la loro squadra, il Maccabi Tel Aviv, ha perso una partita in trasferta per 5-0 contro la squadra olandese dell’Ajax il 7 novembre.

Il manager del NY Times Stadtlander ha dichiarato venerdì a The Electronic Intifada che, dopo la correzione, il giornale aveva “rimosso il video su richiesta dell’autrice”.

Ma de Graaf ribadisce che questo non è vero. “Non ho assolutamente detto questo”, ha dichiarato venerdì per telefono a The Electronic Intifada. “Non è vero quello che il capo redattore [Stadtlander] vi sta dicendo nell’e-mail. Non è vero”.

Alla richiesta di un commento Stadtlander ha rifiutato di rispondere, scrivendo solo che “la dichiarazione che vi ho rilasciato ieri sera costituisce il nostro commento sulla questione”.

Minimizzare la violenza genocida israeliana

Nessuno dei quattro autori dell’articolo – John Yoon, Christopher F. Schuetze, Jin Yu Young e Claire Moses – ha risposto alle richieste di commento di Electronic Intifada.

Stadtlander nega di aver avuto alcun ruolo nel commissionare o rivedere l’articolo.

Dopo che The Electronic Intifada ha ricevuto l’e-mail di Triebert, “inavvertitamente copiata”, Stadtlander ha inviato un’altra e-mail in quello che sembra essere un tentativo di limitare i danni.

Vi afferma che “il prezioso lavoro che Christiaan [Triebert] e altri del suo team stavano facendo non è diventato un pezzo a sé stante” perché “molto del materiale è stato incorporato” in un altro articolo che il Times aveva pubblicato.

Ma il pezzo che Stadtlander ha linkato è l’ennesimo insabbiamento della violenza israeliana ad Amsterdam – uno dei tanti pubblicati dal Times.

Offusca o inverte completamente causa ed effetto e minimizza gli attacchi israeliani contro i cittadini olandesi, basandosi quasi interamente sulle dichiarazioni degli ultras israeliani.

Inoltre sminuisce un video dei tifosi del Maccabi che tornano da Amsterdam all’aeroporto di Tel Aviv cantando uno slogan apertamente genocida, in cui esultano per il fatto che a Gaza “non ci sono più bambini”, minimizzandolo come semplici “canti provocatori contro arabi e gazawi”.

Agenda anti-palestinese

Che la redazione del Times avesse un’agenda pro-Israele fin dall’inizio della sua copertura dell’incidente è evidente dalla lettura della prima versione del pezzo, ancora disponibile negli archivi online.

Quella versione non includeva il video di Annet de Graaf e non conteneva alcuna prova – o anche solo un’accusa – di antisemitismo, a parte le affermazioni infondate di funzionari del governo israeliano.

Una delle fonti principali citate in quella versione era Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza Nazionale di estrema destra, che vuole espellere tutti i palestinesi. “I tifosi che sono andati a vedere una partita di calcio sono vittime di antisemitismo e sono stati attaccati con una crudeltà inimmaginabile solo perché ebrei”, ha dichiarato Ben-Gvir.

Tuttavia, tutti i riferimenti a Ben-Gvir sono stati rimossi dall’articolo in meno di due ore.

Ad oggi, il New York Times ha pubblicato più di una dozzina di articoli sostanzialmente incentrati sulla violenza ad Amsterdam.

Si tratta di un numero sorprendentemente alto se confrontato, ad esempio, con il modo in cui il giornale ha ignorato o costantemente minimizzato i gravi crimini perpetrati dagli israeliani in Palestina, tra cui le sistematiche e ben documentate aggressioni sessuali e gli stupri di prigionieri palestinesi da parte delle forze israeliane.

La copertura del Times non comprende solo numerosi articoli di cronaca che senza fondamento presentano le violenze di Amsterdam come “antisemite”, ma anche articoli di opinione con titoli incendiari come “Amsterdam odia gli ebrei – come Gaza”, “Una ‘caccia agli ebrei’ mondiale” e “L’era del pogrom ritorna”.

La volontà del Times di dipingere falsamente Israele e gli israeliani come vittime in questo caso ricorda il modo in cui il Times ha insistentemente avanzato la narrazione, ormai smentita, di “stupri di massa” da parte di combattenti palestinesi il 7 ottobre 2023, compreso il falso reportage del suo corrispondente di punta Jeffrey Gettleman.

Questa propaganda di atrocità mascherata da giornalismo è stata usata per giustificare il genocidio di Israele a Gaza.

Un nuovo fronte nella guerra genocida di Israele?

Nella mail interna del Times a Stadtlander, il giornalista Christiaan Triebert spiega che, dopo una conversazione con de Graaf, ha “contattato gli autori dell’articolo per affrontare le inesattezze fattuali che conteneva”.

Triebert ha scritto di non essere sicuro su “quale sia la motivazione che ha portato a cancellare il video piuttosto che includere i dettagli nell’articolo. Penso che sarebbe stato utile avere il video con il contesto che mostrava i tifosi israeliani che attaccavano un uomo”.

La stessa De Graaf ha più volte chiarito la questione, come ammette anche la rettifica del Times.

“Quello che ho spiegato a diversi canali mediatici è che i tifosi del Maccabi hanno deliberatamente scatenato la rivolta davanti alla stazione centrale al ritorno dalla partita”, ha scritto la de Graaf su X, noto anche come Twitter.

Un filmato degli stessi fatti, condiviso su un canale Telegram israeliano, mostra l’attacco degli ultras del Maccabi da un’angolazione diversa, apparentemente girato da uno di loro. Il canale ha falsamente affermato in ebraico che il video mostrava i tifosi del Maccabi Tel Aviv “violentemente attaccati nell’ultima ora da decine di rivoltosi palestinesi”.

C’è anche un video completo della furia degli ultras israeliani, realizzato dal popolare YouTuber olandese Bender, che riprende lo stesso episodio.

Il teppismo calcistico israeliano in Europa sembra essere diventato l’ultimo fronte globale di Israele nella sua guerra genocida a Gaza.

Giovedì sera, gli ultras israeliani hanno attaccato i tifosi della Francia durante una partita della Lega Europea delle Nazioni a Parigi tra le due squadre.

Il giornalista britannico Peter Allen ha riferito di essere stato testimone di “orrende violenze” da parte degli israeliani. Ha detto di aver “parlato con tre soldati fuori servizio provenienti da Tel Aviv, mentre uno indossava apertamente” una maglietta dell’esercito israeliano.

Residente a Parigi da molti anni, Allen collabora con molti media internazionali, e occasionalmente con The Electronic Intifada.

Nonostante la presenza del presidente francese Emmanuel Macron, la partita è stata pesantemente boicottata: la Reuters ha riferito che lo Stade de France era pieno per appena un quinto e che a Parigi si sono svolte proteste contro l’evento.

Si è trattato della più bassa affluenza di pubblico per una partita casalinga nella storia della nazionale francese.

Asa Winstanley è un giornalista investigativo che vive a Londra. È redattore associato di The Electronic Intifada e co-conduttore del nostro podcast.
È autore del bestseller Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn [Strumentalizzare l’antisemitismo. Come la lobby israeliana ha fatto cadere Jeremy Corbin, ndt.] (OR Books, 2023).

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




ONU: l’85% delle richieste di aiuti umanitari nel nord di Gaza bloccati o ritardati da Israele

  1. Redazione di MEMO

12 novembre 2024 – Middle East Monitor

Le Nazioni Unite hanno riferito che lo scorso mese l’85% delle sue richieste di concordare l’invio di convogli di aiuti ed ingressi umanitari nel nord di Gaza sono stati o bloccati o ritardati dalle autorità israeliane.

Secondo un portavoce dell’ONU, Stephane Dujarric, l’UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs [ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha inoltrato 98 richieste di accesso per il passaggio attraverso un posto di controllo nella Gaza Valley, ma solo 15 sono state approvate.

Egli ha annunciato che “negli ultimi tre giorni équipe dell’OCHA, di agenzie ONU che si occupano di diritti umani e di altre organizzazioni umanitarie hanno visitato nove luoghi a Gaza City per valutare i bisogni di centinaia di famiglie sfollate, molte delle quali stanno tornando nel nord di Gaza.”

Dujarric ha espresso serie preoccupazioni per i palestinesi ancora nel nord di Gaza a causa del blocco ancora in corso, sollecitando Israele a permettere operazioni umanitarie essenziali.

Inoltre, secondo un portavoce ONU un nuovo rapporto redatto da OCHA rivela inoltre che a ottobre organizzazioni umanitarie hanno presentato 50 richieste per entrare a Gaza nord, delle quali 33 sono state rigettate e 8 sono state accolte ma hanno subito ritardi che hanno inciso negativamente sulle loro missioni.

Il rapporto è stato pubblicato nel mezzo di una crescente crisi umanitaria, dato che la parte settentrionale di Gaza presenta gravi condizioni di carestia dopo 50 giorni durante i quali non è stato permesso l’ingresso di aiuti o approvvigionamenti. Le agenzie ONU avvertono che le centinaia di migliaia di abitanti dell’area stanno sperimentando estrema violenza, inclusi trasferimento forzato e carenze di cibo e risorse potenzialmente mortali.

Decine di migliaia di palestinesi, incluse decine di pazienti in tre ospedali nel nord della Striscia di Gaza, sono “in immediato pericolo di morte per fame o di conseguenze di lungo periodo sulla salute” ha avvertito domenica l’Euro-Med Human Rights Monitor.

Il Monitor ha aggiunto che “l’uso della denutrizione come arma di guerra da parte di Israele è parte del genocidio in corso nella Striscia, che include anche uccisioni di massa e trasferimenti forzati.”

Dall’attacco di Hamas dello scorso anno Israele ha continuato una devastante offensiva contro Gaza, nonostante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che chiede un immediato cessate il fuoco.

Da allora sono state uccise più di 43.600 persone, per la maggior parte donne e minori, e altre circa 103.000 ferite, secondo fonti della sanità locale.

Israele deve inoltre affrontare una accusa di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia per le sue azioni contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Oltre 300 casi”: le università e gli accademici israeliani affrontano un boicottaggio globale senza precedenti

Redazione di Palestine Chronicle

11 novembre 2024 – Palestine Chronicle

Secondo i dati il Belgio ha registrato il più alto numero di boicottaggi, raggiungendo il numero di oltre 40, seguito dagli Stati Uniti con più di 35.

Secondo Middle East Monitor (MEMO) la rete giornalistica israeliana Channel 12 ha informato che da quando Tel Aviv ha lanciato la sua guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata università e accademici israeliani stanno affrontando un boicottaggio globale senza precedenti.

Citando dati dell’Associazione dei Rettori Universitari Israeliani, secondo MEMO il canale ha affermato che dall’ottobre dello scorso anno sono stati riportati più di 300 casi di boicottaggio accademico di università e accademici israeliani.

In base a questi dati secondo il rapporto il Belgio ha registrato il più alto numero di boicottaggi, superando i 40, seguito dagli Stati Uniti con oltre 35, la Gran Bretagna con più di 20 e l’Olanda con più di 15. Invece l’Italia ha raggiunti più di 10 casi di boicottaggio in seguito a un’iniziativa lanciata dall’Unione dei Docenti Universitari.

Conferenze cancellate, rifiuti

Il boicottaggio globale delle università israeliane si è manifestato in varie forme, compresi 50 casi in cui articoli scientifici scritti da studiosi israeliani sono stati rifiutati, 30 conferenze di accademici israeliani cancellate e in altri 30 casi docenti stranieri si sono rifiutati di partecipare a conferenze scientifiche e giornate di studio organizzate da università israeliane.

I dati mostrano che in 30 casi collaborazioni scientifiche tra Israele e università straniere e programmi per lo scambio di studenti sono stati sospesi.

Il boicottaggio globale delle università israeliane ha incluso molte discipline, comprese storia, diritto, archeologia, studi ebraici, culture, scienze naturali e ingegneria.

I dati indicano che “la situazione è particolarmente grave” in Belgio, dove circa 15 borse di studio universitarie sono state annullate, oltre al rifiuto di rilasciare raccomandazioni e rapporti a ricercatori israeliani e ignorando messaggi scritti o verbali da parte loro.

Effetti a lungo termine

L’ex-portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nahshon, incaricato di combattere il boicottaggio accademico per conto dell’Associazione delle Università Israeliane, ha affermato che “il boicottaggio accademico è una delle principali sfide nel contesto internazionale che le università israeliane devono affrontare dal 7 ottobre.”

Nahson avrebbe aggiunto che il boicottaggio accademico è significativamente aumentato in seguito alla guerra che minaccia di prendere di mira lo status delle università israeliane.

Ha notato che l’associazione ha formato un gruppo di lavoro che utilizzerà mezzi legali, internazionali ed altri per “ridimensionare” il più possibile l’impatto della campagna di boicottaggio globale che le istituzioni e i ricercatori israeliani devono affrontare.

“Sfortunatamente stimiamo che questa lotta sarà a lungo termine e siamo pronti a questo attraverso un lavoro coordinato tra le università israeliane e con l’aiuto dei nostri amici in tutto il mondo,” ha aggiunto.

A livello internazionale, e soprattutto negli USA, le università hanno affrontato pressioni da iniziative degli studenti perché disinvestissero dalle istituzioni israeliane e boicottarle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un chirurgo palestinese sopravvive alle prigioni di Sde Teiman e Ofer

Fedaa al-Qedra

10 novembre 2024 The Electronic Intifada

Il dott. Khaled Al Serr, chirurgo del Nasser Medical Complex di Khan Younis, ha recentemente trascorso sei mesi come prigioniero nel sistema giudiziario militare israeliano. Prima del suo arresto si stava prodigando quanto possibile nell’impegno assistenziale durante una delle peggiori crisi umanitarie che Gaza abbia mai visto.

“Dal momento in cui è iniziata la guerra ho fatto tutto il possibile per aiutare la mia gente”, ha ricordato Al Serr durante un’intervista all’inizio di ottobre. “Non potevo pensare alla mia sicurezza quando così tanti miei connazionali avevano bisogno di aiuto”.

Ma alla fine di marzo le forze israeliane hanno preso d’assalto il Nasser Medical Complex per la seconda volta durante il genocidio in corso. I soldati hanno costretto il personale medico, tra cui Al Serr, a evacuare.

Ronzando sopra le loro teste i droni impartivano l’ordine di lasciare l’edificio. Nonostante indossasse il camice bianco da medico e uno stetoscopio al collo, che lo identificavano chiaramente come un medico, Al Serr è stato arrestato.

“Ci hanno fatto spogliare, ci hanno legato le mani e ci hanno bendato gli occhi”, racconta a The Electronic Intifada. “È stato umiliante, ma peggio ancora, ci hanno trattato come criminali. Eravamo solo medici che cercavano di salvare vite”.

Sopportare condizioni disumane

I soldati hanno poi portato Al Serr e gli altri in una casa vicina che era stata trasformata in un centro di comando militare. Lì, afferma, lui e i suoi colleghi hanno sopportato cinque giorni di detenzione in condizioni disumane.

“Per i primi quattro giorni non ci hanno dato cibo”, dice Al Serr, “e il quarto giorno (la sera), ci hanno portato un pezzettino di pane e del formaggio, appena sufficienti per sopravvivere”.

Durante tutto il calvario i medici sono rimasti con le mani legate e gli occhi bendati, mentre venivano sottoposti a interrogatori aggressivi e trattamenti violenti, ricorda.

Dopo cinque giorni di tormento, sono stati gettati dentro jeep militari, stipati insieme come sacchi di verdura.

“Ci hanno ammucchiati uno sopra l’altro”, dice Al Serr. “Siamo stati trattati peggio degli animali e i soldati, seduti su di noi, ci hanno deriso e picchiato durante tutto il tragitto fino al centro di detenzione di Sde Teiman” nel deserto del Negev.

Il centro di detenzione di Sde Teiman, noto per il trattamento disumano riservato ai detenuti, è diventato la nuova prigione di Al Serr. Racconta come i prigionieri non solo fossero disumanizzati, ma anche sottoposti a continui abusi fisici e psicologici.

“Ci hanno legato le mani e bendato gli occhi. Non ci era permesso muoverci, parlare o anche solo guardare di lato. Ogni piccolo movimento dava seguito a brutali percosse”, afferma Al Serr.

Uno degli aspetti più strazianti della prigionia è stato l’abuso sessuale e l’uso eccessivo della forza contro i prigionieri, dice.

“Ci picchiavano senza pietà, prendendo di mira le zone sensibili del nostro corpo con i manganelli”, racconta Al Serr. “Ci hanno persino aggrediti sessualmente, usando qualsiasi mezzo possibile per degradarci e umiliarci. Ci hanno spruzzato spray al peperoncino sulle parti intime. Era orribile.”

Il trattamento era un tentativo calcolato di distruggere i prigionieri, fisicamente e mentalmente.

Li ho visti torturare un uomo anziano solo perché muoveva le labbra nel recitare il Corano,dice Al Serr

La crudeltà andava oltre il dolore fisico, precisa.

Ai prigionieri era consentito lavarsi solo una volta alla settimana e, anche in quel caso, i vestiti che venivano dati loro erano stati cosparsi di sputi da parte dei soldati. “Avevamo due minuti per fare la doccia e, una volta finito, dovevamo indossare vestiti sporchi su cui [i soldati] si erano asciugati i piedi”, aggiunge Al Serr.

Le condizioni di vita a Sde Teiman erano squallide, con la struttura infestata da insetti e topi.

I detenuti erano costretti a dormire sopra sottili stuoie su pavimenti di cemento grezzo.

“Il freddo era insopportabile e non avevamo coperte per proteggerci”, dice Al Serr. “In quei pochi mesi ho perso 40 chili, sopravvivendo a malapena con un pezzo di pane tostato e una piccola porzione di marmellata o formaggio ogni giorno. Non era abbastanza per sostenere una persona”.

I prigionieri venivano spesso picchiati, soprattutto quelli che sfidavano le regole arbitrarie e oppressive delle guardie.

“Quando gli andava le guardie facevano irruzione nella cella e ci intimavano di sdraiarci a faccia in giù con la testa a terra. Chi disobbediva veniva picchiato con i manganelli”, dice Al Serr. “Alcuni prigionieri mi hanno detto che venivano picchiati sulle parti intime con i manganelli e colpiti con scariche elettriche. Usavano qualsiasi metodo possibile per tormentarci”.

Trasferiti nella prigione di Ofer

Nel corso delle proteste internazionali per gli abusi a Sde Teiman alcuni prigionieri, tra cui Al Serr, sono stati trasferiti nella prigione di Ofer nella Cisgiordania occupata. Al Serr è stato portato nella prigione di Ofer a giugno.

Sebbene le condizioni fossero leggermente migliori, gli abusi psicologici e fisici sono continuati. Amnesty International ha riferito che era trattenuto lì “senza accuse o processo ai sensi della legge abusiva sui combattenti illegali“.

“A Ofer i pestaggi erano meno frequenti, ma l’umiliazione non è mai cessata”, afferma Al Serr. “Non ci fornivano cure mediche adeguate. Ho avuto un’emorragia interna e non sono stato visitato da un medico per oltre un mese”.

Al Serr ha detto che quando finalmente gli è stato prescritto un farmaco è arrivato 10 giorni dopo la sua visita in ospedale. La mancanza di cibo e cure mediche nella prigione di Ofer rispecchiavano le terribili condizioni di Sde Teiman.

Dopo essere arrivati ​​alla prigione di Ofer Al Serr e i suoi colleghi sono stati condannati da un tribunale militare.

È stato un processo farsa condotto al telefono”, ha ricordato. “Non conoscevamo nemmeno le accuse contro di noi. Ci hanno etichettati come ‘combattenti illegali’ catturati durante la guerra e ci hanno imposto condanne arbitrarie fino alla fine del conflitto”.

Preoccupazioni per la famiglia e il rilascio

Ciò che ha pesato di più su Al Serr durante la sua prigionia è stata l’incertezza riguardo alla sua famiglia. “Ero costantemente preoccupato per loro, soprattutto perché durante la guerra erano stati sfollati. Ho sentito voci di operazioni militari vicino a Rafah, dove si trovavano, e ho temuto il peggio”, dice.

Dopo il suo inaspettato rilascio il 30 settembre, probabilmente perché non era considerato una minaccia, Al Serr è tornato al lavoro determinato a continuare a servire il suo popolo nonostante il trauma che aveva sopportato. Ma quando si è riunito alla sua famiglia loro vivevano tra le rovine della loro casa a Khan Younis.

“Siamo persone forti e resilienti”, dice, riflettendo sulla sua esperienza. “Questa non è la fine; è una testimonianza”.

Fedaa al-Qedra è una giornalista a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ultras israeliani provocano scontri ad Amsterdam dopo aver gridato slogan antipalestinesi

Huthifa Fayyad e Areeb Ullah

8- novembre 2024 – Middle East Eye

Tifosi in trasferta insultano gente del posto e strappano bandiere palestinesi prima dello scoppio di scontri con olandesi

Giovedì ultras israeliani hanno provocato scontri con giovani olandesi ad Amsterdam dopo aver scandito slogan contro gli arabi, strappato bandiere palestinesi e ignorato un minuto di silenzio per le vittime dell’inondazione in Spagna.

Mercoledì e giovedì tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno provocato disordini in diverse zone della capitale olandese prima della partita dell’Europa League dell’UEFA contro l’Ajax, squadra di Amsterdam.

Secondo il quotidiano AD si sono visti ultras strappare almeno due bandiere palestinesi da quella che sembrava essere la facciata di un edificio residenziale la notte prima della partita.

Anche un taxista arabo è stato aggredito dalla folla che sembrava essere stata insieme ai tifosi israeliani, benché la polizia affermi di non poter identificare la nazionalità degli aggressori in quanto non sono stati effettuati arresti.

Mercoledì un gruppo di tifosi israeliani che si è riunito in piazza Dam è stato filmato mentre provocava scontri con gente del posto gridando “Fottiti” ad alcuni di loro e “Fanculo Palestina”.

Prima della partita di giovedì tifosi diretti allo stadio Johan Cruyff Arena sono stati visti gridare “Lasciate che l’IDF (esercito israeliano) fotta gli arabi”.

Si sono anche rifiutati di partecipare a un minuto di silenzio prima del calcio d’inizio per le almeno 200 persone morte nelle inondazioni a Valenza.

A quanto si sa la polizia non ha effettuato alcun arresto di tifosi israeliani coinvolti in provocazioni prima della partita.

La sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, ha anche tenuto lontana dallo stadio una protesta filo-palestinese prevista da un gruppo di manifestanti che voleva esprimere il proprio dissenso per l’ospitalità alla squadra israeliana.

In un contesto di provocazioni contro gli arabi in città sono scoppiati scontri tra gli ultras israeliani e qualche giovane prima e dopo la partita e poi durante la notte.

Immagini condivise sulle reti sociali mostrano persone che si scontrano tra loro e la polizia che interviene. Altri video mostrano persone che aggrediscono e inseguono alcuni tifosi israeliani.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente le immagini.

Un portavoce della polizia ha affermato che cinque persone sono state ricoverate in ospedale e 62 sono state arrestate.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che 10 israeliani sono rimasti feriti e che si sono persi i contatti con altri due.

Venerdì Halsema ha affermato che non è ancora chiaro il numero esatto di quanti sono stati feriti e arrestati in totale. Ha detto che le autorità stanno ancora indagando per stabilire le dimensioni complessive dell’incidente.

Violenza dei tifosi israeliani 

Gli ultras israeliani di estrema destra sono noti per le violenze verbali e fisiche contro i palestinesi.

In marzo ad Atene prima della partita della squadra contro l’Olimpiakos tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno brutalmente picchiato un uomo che portava una bandiera palestinese.

All’inizio dell’anno l’associazione per i diritti FairSquare ha scritto al presidente dell’UEFA Aleksander Ceferin accusando l’ente calcistico europeo di “doppio standard” per aver escluso le squadre russe dalle sue competizioni dal febbraio 2022 ma aver rifiutato di fare altrettanto contro Israele.

Nicholas McGeehan, fondatore di FairSquare, ha evidenziato i precedenti di slogan razzisti da parte dei tifosi del Maccabi Tel Aviv e ha criticato il modo in cui le autorità olandesi li hanno dipinti come “vittime innocenti di antisemitismo”.

“I più importanti dirigenti israeliani, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno apertamente corteggiato i tifosi del calcio in Israele e in cambio hanno ottenuto il loro sostegno violento. Il razzismo ben documentato e la violenza esibita dai tifosi del Maccabi Tel Aviv ad Amsterdam riflettono le azioni criminali del governo israeliano a Gaza e in Libano,” ha detto McGeehan a MEE.

“Ciò non assolve la violenza inflitta ai tifosi del Maccabi Tel Aviv, ma presentarli come vittime innocenti è una grave distorsione dei fatti. Per liberare il calcio europeo dal tipo di slogan genocidi che abbiamo visto dai tifosi del Maccabi Tel Aviv l’Uefa dovrebbe ricordare all’Israel Football Association [Federazione Calcistica Israeliana] in base all’articolo 7(7) del suo statuto i suoi obblighi di sradicare comportamenti razzisti, e imporre le debite sanzioni se l’IFA non prende provvedimenti.”

I politici olandesi condannano i propri cittadini

Il primo ministro olandese Dick Schoof ha definito gli scontri “attacchi antisemiti inaccettabili”, ma non ha citato le aggressioni da parte degli ultras contro i cittadini olandesi.

In un post su X Schoof ha affermato di aver parlato con il suo omologo Benjamin Netanyahu e di avergli assicurato che “i responsabili saranno identificati e processati.”

Geert Wilders, leader anti-musulmano e filo-israeliano del più grande partito del governo olandese, ha definito gli scontri un “pogrom” e una “caccia all’ebreo”.

Anche lui ha evitato di citare gli attacchi da parte degli ultras israeliani e ha invece chiesto di arrestare ed espellere quella che ha definito la “feccia multiculturale” coinvolta negli scontri.

Anche Netanyahu e altri politici israeliani hanno etichettato i disordini come antisemiti, e qualcuno li ha paragonati all’attacco del 7 ottobre guidato da Hamas contro il sud di Israele.

Il primo ministro ha detto di aver ordinato di inviare due aerei di soccorso in Olanda per evacuare i tifosi.

L’esercito israeliano ha affermato di stare preparando l’invio di una missione di soccorso in coordinamento con le autorità olandesi.

Tuttavia in seguito il portavoce internazionale dell’esercito Nadav Shoshani ha detto su X che la missione non sarebbe stata inviata ad Amsterdam.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)