Accademici israeliani aprono la strada nell’invocare l’”azione di sterminio” dei palestinesi

Nadav Rapaport

14 ottobre 2024-Middle East Eye

Professori di studi del Medio Oriente nelle migliori università israeliane giustificano apertamente l’affamare i civili di Gaza per spianare la strada alla campagna militare dell’esercito

Uzy Raby, professore di Storia, è uno degli esperti di Medio Oriente più apprezzati dai media israeliani.

Il docente senior del dipartimento di Storia mediorientale e africana dell’Università di Tel Aviv ha sostenuto senza mezzi termini la necessità di affamare i civili nel nord di Gaza che non seguono l’ordine dell’esercito israeliano di evacuare a sud.

“Chiunque rimanga lì sarà giudicato dalla legge come terrorista e subirà un processo di morte per fame o sterminio”, ha affermato durante un’intervista televisiva il mese scorso.

Poi, parlando di un possibile attacco a Beirut, ha ribadito lo stesso ragionamento.

“Bisogna infliggerla [la guerra] alla popolazione”, ha affermato Raby.

Secondo Assaf David, co-fondatore del “Forum for Regional Thinking” e responsabile del gruppo “Israel in the Middle East” presso il “Van Leer Jerusalem Institute”, Raby e altri come lui “sono più militanti persino dell’establishment militare-di sicurezza che attualmente guida la guerra di Israele”.

La prova di ciò può essere trovata nel sostegno che alcuni di loro hanno dato al piano dell’ex alto ufficiale israeliano Giora Eiland.

Il piano prevedeva di sfollare con la forza tutti i civili dalla parte settentrionale dell’enclave, o di sottoporli alla fame e alla forza militare, il che, secondo i critici, potrebbe equivalere a pulizia etnica e genocidio.

Occupiamo subito Gaza’

Gli studiosi israeliani del Medio Oriente sono sempre stati piuttosto conservatori sulle questioni israelo-palestinesi e regionali, ha detto David.

Ma da quando è iniziata la guerra nell’ottobre 2023 alcuni di loro hanno sposato un discorso di estrema destra simile alle opinioni estremiste dei ministri più di estrema destra di Israele, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

Il dottor Harel Chorev è un altro docente di Medio Oriente presso l’Università di Tel Aviv che ha sostenuto il piano Eilan. Ha detto a Channel 13 che avrebbe “firmato a due mani” il piano poiché è coerente con il suo piano per Gaza.

A marzo, Chorev ha chiesto un’operazione militare a Rafah nonostante le obiezioni degli Stati Uniti. “Rafah deve essere conquistata”, ha detto al quotidiano Maariv.

Il professor Eyal Zisser, vicerettore dell’Università di Tel Aviv e membro del dipartimento di studi sul Medio Oriente, ha chiesto all’esercito israeliano di “occupare subito Gaza”. A giugno, il professor Benny Morris, uno dei principali studiosi del conflitto israelo-palestinese e membro del dipartimento del Medio Oriente presso l’Università Ben-Gurion, ha chiesto in modo sconcertante che Israele sganciasse una bomba nucleare sull’Iran.

Oltre a sollecitare altri potenziali crimini di guerra e l’occupazione della Striscia di Gaza questi accademici stanno anche portando avanti una campagna apertamente disumanizzante contro palestinesi, arabi e musulmani.

Secondo Yonatan Mendel, docente presso il dipartimento di studi sul Medio Oriente alla “Ben-Gurion University of the Negev”, gli accademici israeliani hanno cercato acriticamente di mobilitare il pubblico dietro la devastante campagna dell’esercito a Gaza.

“Le voci che abbiamo ascoltato dagli studiosi [israeliani, n.d.t.] del Medio Oriente non hanno quasi mai messo in discussione il pensiero del pubblico in generale in Israele”, ha detto a MEE.

“Da quando è iniziata la guerra il discorso nei media israeliani è stato molto limitato. Il discorso ruotava attorno a “insieme vinceremo” e vedeva la durissima risposta militare di Israele come l’unica cosa che poteva e doveva essere fatta”, ha detto Mendel.

Una settimana dopo l’inizio della guerra, Raby ha detto che le regole che si applicano all’Occidente non dovrebbero applicarsi al conflitto israelo-palestinese.

“Quando… provi a risolvere i problemi mediorientali in termini occidentali, fallirai”, ha detto.

Il mese scorso Raby ha suggerito che le azioni israeliane dovrebbero essere condite con una speciale “spezia mediorientale”. Come Raby, Chorev ha detto che le cose dovrebbero essere fatte diversamente in Medio Oriente.

Nessun civile innocente

“Alcuni di questi esperti credono che ‘Israele dovrebbe essere orgoglioso del fatto di non essere una democrazia liberale occidentale”, ha detto David. “Vogliono che Israele si unisca al Medio Oriente, ma sulla base di un ordinamento della regione in senso autoritario, poiché pensano che sia l’unico modo in cui Israele possa sopravvivere nell’area”, ha aggiunto.

Secondo Mendel, questa retorica è rappresentata dal famoso commentatore, Eliahu Yusian, un autoproclamato esperto di questioni mediorientali, che afferma che non ci sono “civili innocenti” a Gaza.

“L’establishment voleva sentire una voce [come quella di Yusian] che diceva: ‘Sono barbari. Dovremmo essere barbari come loro'”, ha detto Mendel.

Il professor Avi Bareli, docente di Israele e storia del sionismo alla Ben-Gurion University, ha scritto lo scorso ottobre che i palestinesi sono “una società che adora la morte e innalza la bandiera dell’omicidio”. Ci sono altre voci nel mondo accademico israeliano del Medio Oriente, ma secondo David “purtroppo sono marginali ed emarginate”.

David sostiene che almeno in parte “alcune di queste voci si autocensurano e scelgono di non criticare le mosse politiche e militari di Israele contro i palestinesi e le dichiarazioni dei loro colleghi”.

In effetti le voci non mainstream nelle università israeliane sono sottoposte a una severa sorveglianza.

Secondo un rapporto di “Academia for Equality”, un’organizzazione che lavora per promuovere la democratizzazione, l’uguaglianza e l’accesso al sistema di istruzione superiore, dall’inizio della guerra oltre 160 studenti palestinesi e diversi membri delle facoltà hanno affrontato azioni disciplinari da parte delle loro istituzioni per dichiarazioni sospettate di sostenere Hamas o la lotta palestinese.

Mendel sostiene che “Il mondo accademico israeliano in generale e gli studi mediorientali in particolare avrebbero dovuto fornire un contrappeso molto più forte alla visione ristretta del governo secondo la quale Israele non ha alcuna responsabilità per ciò che accade in Cisgiordania e a Gaza e che l’unico modo per risolvere i suoi problemi politici nella regione è usare l’esercito”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Bezalel Smotrich sollecita l’estensione dei confini di Israele fino a Damasco

  1. Redazione di MEE

11 ottobre 2024 – Middle East Eye

Il ministro della sicurezza [in realtà è delle Finanze, ndt.] di estrema destra cita l’ideologia della ‘grande Israele’ che prefigura l’espansione in tutto il Medio Oriente.

Il ministro israeliano delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha attirato critiche per aver chiesto in un recente documentario che Israele espanda i suoi confini fino a Damasco.

In una intervista per il documentario In Israele: ministri del caos, prodotto dal canale Arte di un servizio pubblico europeo [canale pubblico franco-tedesco, ndt.], Smotrich ha dichiarato che Israele si espanderà gradualmente e alla fine comprenderà tutti i territori palestinesi ed anche Giordania, Libano, Egitto, Siria, Iraq e Arabia Saudita.

“È scritto che il futuro di Gerusalemme sia di espandersi fino a Damasco” ha affermato, citando l’ideologia del “Grande Israele” che prefigura l’espansione dello Stato in tutto il Medio Oriente.

Il ministro degli Esteri giordano ha condannato le dichiarazioni incendiarie affermando che hanno reso evidente l’ideologia pericolosa e “razzista” di Smotrich.

Smotrich aveva precedentemente espresso lo stesso concetto al funerale di un attivista del Likud a Parigi. Quando ha parlato da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, ha dichiarato che non è mai esistita una cosa chiamata popolo palestinese.

Il ministro degli Esteri francese aveva di conseguenza annunciato che i rappresentanti del governo a Parigi non avevano intenzione di incontrare Smotrich durante la sua visita nel Paese.

Oltre ad essere il ministro delle Finanze, Smotrich adesso ha importanti competenze sulla Cisgiordania occupata.

Ad agosto Smotrich ha espresso supporto al blocco degli aiuti a Gaza affermando che “nessuno ci permetterà di causare la morte per fame di due milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché gli ostaggi non saranno restituiti.”

Alla fine di febbraio il ministro ha affermato che lo Stato di Israele dovrebbe “cancellare” il villaggio palestinese di Huwwara dopo che è stato sottoposto ad un violento attacco da parte dei coloni israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Inaccettabile”: Israele spara sulla missione di pace ONU in Libano, il mondo reagisce

Redazione

10 ottobre 2024 – Al Jazeera

La forza di interposizione in Libano dice che l’attacco contro i caschi blu è stato un atto “deliberato” dell’esercito israeliano.

Le forze armate israeliane hanno fatto fuoco contro il quartier generale UNIFIL nel Libano meridionale, ferendo due caschi blu indonesiani.

UNIFIL – la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite – ha dichiarato giovedì che due caschi blu sono rimasti feriti quando un carro armato israeliano ha aperto il fuoco contro una torre di osservazione del quartier generale della missione nella città di confine di Naqoura, provocandone la caduta.

Qualsiasi attacco contro le forze di pace è una “grave violazione del diritto umanitario internazionale”, ha dichiarato l’UNIFIL in un comunicato.

La missione di pace, che conta 10.000 unità da 50 paesi ed è stata fondata nel 1978, ha dichiarato che le forze israeliane hanno “deliberatamente” fatto fuoco contro le sue postazioni lungo il confine.

Ecco alcune reazioni all’attacco:

Nazioni Unite

Jean-Pierre Lacroix, sottosegretario generale dell’ONU per le missioni di pace, ha detto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che “la protezione e la sicurezza” delle forze di pace in Libano sono “sempre più a rischio”.

Ha detto che le attività operative sono pressoché ferme dal 23 settembre, data in cui Israele ha lanciato un’ondata di attacchi contro le roccaforti di Hezbollah in Libano.

“Le forze di pace sono rinchiuse all’interno delle loro basi, dove passano considerevoli periodi di tempo nei rifugi”, ha detto, aggiungendo che l’UNIFIL è pronto a collaborare a ogni sforzo per giungere a una soluzione diplomatica.

“L’UNIFIL ha il compito di sostenere l’attuazione della risoluzione 1701, ma dobbiamo sottolineare che spetta alle parti stesse provvedere all’attuazione delle disposizioni di questa risoluzione”, ha dichiarato durante una riunione di emergenza dei 15 membri del Consiglio.

La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite assegna all’UNIFIL il compito di aiutare l’esercito libanese a mantenere il confine meridionale con Israele libero da armi e personale armato all’infuori di quello dello Stato libanese.

Il portavoce UNIFIL Andrea Tenenti ha detto ad Al Jazeera che l’attacco costituisce un’evoluzione “molto grave”.

Tenenti ha spiegato che Israele aveva chiesto precedentemente che le forze di pace abbandonassero “certe posizioni” vicino al confine, ma “abbiamo deciso di rimanere perché è importante che la bandiera dell’ONU continui a sventolare nel sud del Libano”.

“Se la situazione diventa tale da rendere impossibili le operazioni della missione nel sud del Libano… spetterà al Consiglio di Sicurezza decidere come procedere”, ha detto.

“Per il momento restiamo, stiamo cercando di fare tutto quello che possiamo per monitorare e fornire assistenza”, ha aggiunto Tenenti.

Indonesia

Il ministro degli Affari Esteri Retno Marsudi ha confermato venerdì che due caschi blu indonesiani sono stati feriti nell’attacco e sono sotto osservazione in ospedale.

“L’Indonesia condanna fermamente l’attacco” ha dichiarato. “Attaccare personale e beni dell’ONU è una grave violazione del diritto umanitario internazionale”.

L’Indonesia, critico accanito di Israele e sostenitore della Palestina, al momento ha circa 1.232 unità dispiegate con UNIFIL in Libano.

Israele

L’esercito israeliano sostiene che le sue truppe hanno aperto il fuoco vicino a una base UNIFIL dopo aver dato istruzione alle forze di pace nella zona di rimanere in spazi protetti.

Ha affermato in un comunicato che i combattenti di Hezbollah operano dall’interno e nelle vicinanze di aree civili nel sud del Libano, incluse aree vicine alle postazioni UNIFIL.

L’esercito dice che “sta operando nel Libano meridionale e mantiene una comunicazione costante con UNIFIL”.

L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha detto che consiglia di spostare le forze di pace cinque chilometri a nord “finché la situazione lungo la Linea Blu rimane esplosiva a causa dell’aggressione da parte di Hezbollah”, facendo riferimento alla linea di demarcazione tra Libano e Israele [la Linea Blu è la linea di demarcazione provvisoria tra gli Stati di Israele e Libano tracciata dall’ONU nel 2000, dopo il ritiro dal Libano dell’esercito israeliano che lo aveva invaso nel 1982. n.d.t.].

United States

La Casa Bianca è “molto preoccupata” dai resoconti secondo i quali Israele ha fatto fuoco sul quartier generale della missione di pace ONU nel sud del Libano, ha detto un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale.

“A quanto ci risulta Israele sta conducendo operazioni mirate vicino alla Linea Blu per distruggere infrastrutture di Hezbollah che potrebbero essere usate per minacciare cittadini israeliani”, ha detto il portavoce. “Nel portare avanti queste operazioni è fondamentale che le forze di pace dell’ONU non siano minacciate”.

Italia

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito l’attacco alle basi UNIFIL “del tutto inaccettabile”.

“Questo non è stato uno sbaglio né un incidente”, ha detto Crosetto in conferenza stampa.

“Potrebbe costituire un crimine di guerra e rappresenta una gravissima violazione del diritto militare internazionale”, ha detto.

Ha aggiunto che ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiedergli spiegazione dell’attacco.

Francia

Il Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri ha condannato l’attacco e ha detto di attendere una spiegazione da Israele circa il perché l’attacco abbia avuto luogo.

“La Francia esprime la sua più profonda preoccupazione per gli attacchi di cui UNIFIL è stata fatta bersaglio e condanna ogni attacco alla sicurezza di UNIFIL”, recita un comunicato del Ministero.

“La protezione delle forze di pace è un dovere per tutte le parti coinvolte nel conflitto”, ha aggiunto il comunicato.

Spagna

Il Ministero degli Affari Esteri ha definito l’attacco una “grave violazione della legge internazionale”.

“Il governo spagnolo condanna fermamente l’attacco israeliano che ha colpito il quartier generale UNIFIL a Naqoura”, ha detto il Ministero in un comunicato, aggiungendo che la sicurezza delle forze di pace è “garantita”.

Irlanda

Il capo di governo irlandese Simon Harris ha condannato l’attacco e ha detto che “fare fuoco in prossimità di truppe o strutture UNIFIL è un atto sconsiderato e deve cessare”.

L’Irlanda contribuisce alla missione di pace con circa 370 soldati.

Turchia

“L’attacco israeliano alle forze dell’ONU, preceduto dai massacri di civili a Gaza, in Cisgiordania e in Libano esprime la percezione da parte di Israele che i suoi crimini resteranno impuniti”, ha detto il Ministero degli Affari Esteri.

“La comunità internazionale è tenuta ad assicurarsi che Israele rispetti le leggi internazionali”, ha detto il Ministero in un comunicato.

La Turchia conta cinque unità nel personale del quartier generale UNIFIL e contribuisce alla Task Force marittima UNIFIL con una “corvetta/fregata”.

Unione Europea

Il rappresentante per gli Affari Esteri Josep Borrell ha detto che l’attacco contro le forze di pace, le cui postazioni sono ben note, è un “atto inammissibile, per il quale non c’è giustificazione”.

“Due caschi blu sono stati feriti e questo è inaccettabile. Ogni attacco deliberato contro le forze di pace è una grave violazione della Legge Umanitaria Internazionale e della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Israele ha il dovere di rispettarle entrambe. È necessaria una piena assunzione di responsabilità”, ha scritto Borrell su X.

Ha inoltre ribadito il “pieno sostegno” dell’Unione Europea all’UNIFIL.

Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha detto: “Un attacco contro una missione di pace ONU è irresponsabile, non è accettabile e per questo facciamo appello a Israele e facciamo appello a tutte le parti affinché rispettino la legge umanitaria internazionale”.

Cina

Il portavoce del Ministero degli Esteri Mao Ning ha detto venerdì che la Cina esprime “seria preoccupazione e ferma condanna” per l’attacco dell’esercito israeliano “contro basi e postazioni di osservazione UNIFIL, che ha causato il ferimento di personale UNIFIL”.

Canada

“Il Canada chiede la protezione delle forze di pace e degli operatori umanitari, e chiede a tutte le parti di rispettare la legge umanitaria internazionale”, recita un comunicato del Ministero degli Affari Esteri.

Il Canada, che si è dimostrato ampiamente favorevole all’offensiva militare israeliana in Libano, ha detto che l’attacco contro le forze di pace ONU è “allarmante e inaccettabile”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




78 palestinesi uccisi e 340 demolizioni registrate a Gerusalemme dal 7 ottobre 2023

Redazione di MEMO

9 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Ieri la Palestinian Press Agency [agenzia di stampa palestinese, ndt.] (SAFA) ha riferito che il governatorato di Gerusalemme ha affermato che dal 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno ucciso 78 palestinesi, ne hanno arrestati 1.791 e hanno effettuato 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer nel governatorato.

In un rapporto che dettaglia la situazione a Gerusalemme durante l’ultimo anno, il governatorato ha evidenziato la crescita senza precedenti di incursioni nella moschea di Al-Aqsa. Ha registrato che 50.475 coloni hanno preso d’assalto la moschea, azione che è parte di un più ampio piano per imporre divisioni temporali e spaziali sul luogo santo.

In aggiunta il rapporto ha rivelato che Gerusalemme ha visto una campagna senza precedenti di sfollamenti forzati di palestinesi dai loro quartieri storici come Sheikh Jarrah e Silwan che l’occupazione cerca di svuotare dei loro abitanti per far posto ai coloni illegali.

Durante lo scorso anno la demolizione ed il sequestro di case palestinesi non sono cessati ma sono sistematicamente raddoppiati per creare una nuova situazione funzionale al progetto di colonizzazione, con 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer registrate nel governatorato.

Inoltre nel rapporto si afferma che l’occupazione ha imposto un soffocante assedio economico ai palestinesi di Gerusalemme, limitando il movimento di beni e persone, insieme a misure arbitrarie contro commercianti e investitori gerosolimitani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




‘Il senso di colpa del sopravvissuto è straziante’: il dolore di aver perso 21 familiari in un attacco aereo a Gaza

Kaamil Ahmed

9 ottobre 2024 – The Guardian

Il giornalista Ahmed Alnaouq, che vive a Londra, incanala il dolore dando voce a giovani scrittori palestinesi attraverso la sua piattaforma

Una raffica di messaggi in piena notte ha rivelato ad Ahmed Alnaouq che la casa della sua famiglia a Deir al-Balah non era il posto più sicuro a Gaza – come lui aveva creduto. E’ stato in quella notte di autunno circa un anno fa che ha saputo che quasi tutta la sua famiglia era stata sterminata in un attacco aereo israeliano.

A migliaia di chilometri di distanza, a Londra, si era svegliato improvvisamente provando una profonda inquietudine, dice. Pochi minuti prima suo padre, i suoi fratelli, i suoi figli ed un cugino erano stati uccisi – 21 familiari tutti insieme.

Quella bomba quel giorno ha cambiato la mia vita per sempre. Vivo qui (a Londra), ma loro sono tutto ciò a cui tengo”, dice Alnaouq.

Solo un cugino e suo figlio sono sopravvissuti all’attacco, che sarebbe stato ancora peggiore se fosse avvenuto pochi giorni prima. Più di 50 parenti erano ammassati nella casa a causa della sua presunta sicurezza, proprio nel centro di Deir al-Balah nella parte centrale della Striscia di Gaza – molto lontano da Gaza City, che fino allora era stata l’epicentro delle operazioni israeliane. Ma molti di quei parenti sono andati via appena prima dell’attacco del 22 ottobre.

Alnaouq aveva sperimentato la perdita di familiari uccisi in guerra già prima del conflitto dell’anno scorso. Nella guerra a Gaza del 2014 suo fratello fu ucciso in un altro attacco aereo israeliano. Il dolore che ha provato allora, dice, era diverso. Quella volta dovette piangere solo un fratello, ma questa volta ha perso la sua intera famiglia. Quando pensava ad una persona, sentiva che i suoi pensieri scivolavano verso un’altra.

Inoltre quando suo fratello venne ucciso lui viveva a Gaza sotto l’assedio imposto da Israele, che lo costrinse ad occuparsi della propria sopravvivenza anche durante il lutto. Questa volta, lontano da Gaza, ha provato un senso di colpa nuovo per lui.

Ha incanalato quel senso di colpa parlando senza sosta a favore dei palestinesi – soprattutto quelli di Gaza – anzitutto attraverso la sua piattaforma per giovani scrittori palestinesi, ‘Non siamo numeri’.

Sono più determinato. La motivazione è cento volte più forte di quanto sia mai stata. Non si tratta solo della mia famiglia, ma anche di tutto ciò che sta avvenendo in Palestina, perché adesso tutto è ingigantito”, dice. “Ora vedo la gente con cui vivevo, la mia famiglia, che viene bombardata e io sono qui a Londra, nel Regno Unito, in un Paese che è complice in un modo o nell’altro.”

Era scettico sullo scrivere per un pubblico internazionale, che secondo lui non capiva i palestinesi e li vedeva unicamente attraverso la lente della violenza, ma la piattaforma è decollata.

E’ stata utile per far crescere scrittori in lingua inglese fornendo sessioni di formazione e mettendoli in relazione con tutor all’estero. Molti di quegli scrittori adesso lavorano nel giornalismo, fonti cruciali per riferire dall’interno di Gaza, soprattutto dal momento che Israele non autorizza i giornalisti stranieri a entrare. Altri gestiscono blog o scrivono poesie che consentono una visione alternativa della vita quotidiana nella Striscia.

L’organizzazione ha subito delle perdite – l’ufficio che veniva usato dagli scrittori per riunirsi e fare formazione è stato bombardato e l’anno scorso quattro membri e il co-fondatore sono stati uccisi.

Ma il gruppo produce più contenuti che mai, pubblicando ogni giorno e cercando di pagare gli scrittori con l’aiuto di donazioni – cosa che prima non faceva, ma che è più propenso a fare ora che così tanti si trovano in gravi necessità.

Alnaouq dice che il gruppo ad un certo punto dovrà ripensare a come supportare i tanti scrittori che sono adesso dispersi in tutta Gaza, in Egitto o ancora più lontano. Al tempo stesso si stanno preparando a pubblicare due antologie del lavoro dell’organizzazione che usciranno il prossimo anno, che lui spera forniranno uno sguardo su ciò che è la vita a Gaza, soprattutto prima della guerra.

La gente in occidente pensa che tutti i nostri problemi siano iniziati il 7 ottobre, ma per capire Gaza non consideratela a partire dal 7 ottobre, leggete le nostre storie”, dice Alnaouq.

Crede che possano gettare un po’ di luce sul sentimento di disperazione che ha invaso il territorio palestinese.

Arrivano ancora ad Alnaouq notizie di morte da Gaza. A settembre gli hanno detto che una cugina e i suoi tre figli sono stati uccisi. Si chiede che cosa sia accaduto a molti altri con cui ha perso i contatti.

Alnaouq definisce Gaza una “cartina di tornasole” per la moralità del mondo, per vedere se si alzerà in piedi e porrà fine alla violenza.

L’eliminazione di Hamas non giustifica l’uccisione dell’intera popolazione di Gaza”, dice. “Ogni singolo giorno, per un anno, abbiamo visto cose che non si potranno mai cancellare. Abbiamo assistito a cose che non potremo mai dimenticare, sentito storie che non possiamo ignorare”, dice.

Da allora sono stato molto, molto impegnato a parlare della Palestina e della mia famiglia. Le persone dall’esterno potrebbero pensare che io sono più privilegiato degli altri palestinesi e forse lo sono, perché ho il mio lavoro qui, vivo bene”, dice.

Ma la vita non ha alcun significato – il senso di colpa del sopravvissuto è straziante. Anche quando faccio qualcosa di buono, vinco un premio, nulla ha significato, la vita non ha nessun significato.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Innegabile” – Indagine conferma la presenza dell’esercito israeliano quando Hind Rajab è stata uccisa a Gaza

Redazione

8 ottobre 2024 – Palestine Chronicle

Sky News ha analizzato immagini satellitari e comunicati stampa rilasciati dall’esercito israeliano e ha intervistato esperti di armi e di medicina legale.

Anche se l’esercito israeliano nega di essersi trovato nella zona il giorno in cui Hind Rajab, 6 anni, è stata uccisa a Gaza insieme a sei membri della sua famiglia, un’indagine di Sky News ha scoperto che la presenza dell’esercito nella zona è “innegabile”. Anche due paramedici che stavano cercando di salvarla sono stati uccisi.

L’emittente televisiva ha analizzato immagini satellitari e comunicati stampa dell’esercito israeliano e ha intervistato esperti di armi e di medicina legale.

I fatti risalgono al 29 di gennaio, quando Hind e i suoi parenti stavano cercando di scappare dal quartiere di Tel al Hawa, che – come ha riportato l’agenzia di stampa Anadolu – quel giorno era sotto attacco israeliano.

La famiglia si è divisa in due gruppi. Mentre i più si sono messi in marcia, Hind è salita su una piccola automobile nera con altre sei persone, segnatamente: lo zio della madre, Bashar Hamada; sua moglie, Ana’am; i loro quattro figli Layan, Raghad, Sarah e Mohammad.

Pochi minuti dopo la partenza, l’automobile è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco nelle vicinanze di un distributore di benzina, a soli 350 metri dal suo punto di partenza.

La madre di Hind, Wissam Hamada, che era a piedi, ha assistito all’attacco ma non si è subito resa conto che l’auto di sua figlia era presa di mira.

Urla disperate

Dopo ore di tentativi per mettersi in contatto con i passeggeri del veicolo, la quindicenne Layan è riuscita a rispondere a una telefonata. Ha raccontato che tutte le persone all’interno “dormivano” e che lei e Hind erano state ferite.

Infine Layan ha passato il telefono a Hind, le cui disperate urla di aiuto sono state presto zittite da nuovi colpi di arma da fuoco.

La Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha tentato di inviare un’ambulanza ma ha richiesto l’autorizzazione da parte dell’esercito, dovendo entrare in quella che era diventata un’area militare soggetta a restrizioni.

Nonostante dopo diverse ore avesse ricevuto il via libera, l’operazione di salvataggio è finita in tragedia. Un colpo di artiglieria ha distrutto l’ambulanza partita dall’ospedale Al-Ahli mentre si avvicinava alla scena, uccidendo entrambi i paramedici a bordo.

Presenza di veicoli militari

Gli analisti di Sky News hanno ottenuto immagini satellitari ed esaminato i comunicati stampa dell’esercito israeliano, giungendo alla conclusione che diversi veicoli militari erano in azione nelle immediate vicinanze al momento dei fatti, contrariamente alle dichiarazioni dell’esercito israeliano.

L’emittente ha preso in esame le immagini satellitari del 29 gennaio, il giorno dell’attacco in questione.

“Si vedono almeno 15 veicoli militari nel quartiere di Tel al Hawa – dove è stata trovata l’automobile della famiglia. Il veicolo militare più vicino è a soli 300 metri. Una di queste foto è stata scattata alle 16.31 ora locale – poco più di un’ora prima che la Croce Rossa Palestinese ricevesse l’autorizzazione a mandare un’ambulanza”, si legge nell’articolo.

“Le immagini satellitari scattate nei giorni successivi all’attacco mostrano quanto consistente sia rimasta la presenza dell’esercito, con almeno 13 veicoli militari il 7 febbraio. Un giorno dopo, l’8 di febbraio, almeno nove veicoli militari sono stati visti nelle vicinanze dell’Università Islamica di Gaza”, prosegue l’articolo.

Arma di grosso calibro”

L’esercito israeliano ha dapprima negato ogni coinvolgimento, per poi ritirare un comunicato stampa che invece ne tradiva la presenza nel quartiere di Tel al Hawa al momento dell’attacco.

I danni subiti dall’ambulanza, che giorni dopo è stata ritrovata carbonizzata e abbandonata, suggeriscono che sia stata colpita da un’arma di grosso calibro, mentre l’automobile della famiglia recava decine di fori di proiettile sul fianco destro.

Sky News ha analizzato riprese sia della macchina che dell’ambulanza allo scopo di accertare i danni ai veicoli. Citando Amael Kotlarski, un dirigente del settore armamenti di JANES, agenzia privata che si occupa di analisi di sicurezza e difesa [tra le più accreditate al mondo nel campo dell’OSINT, ovvero intelligence basata sulla raccolta e analisi di dati pubblicamente disponibili, n.d.t.], riferisce che i danni dimostrano che “l’ambulanza è stata colpita da ‘un’arma di grosso calibro’, il proiettile della quale ha lasciato un foro di uscita riconoscibile sul retro del veicolo”.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato che, a causa dei ripetuti episodi in cui i paramedici sono stati presi di mira dall’esercito israeliano, le sue ambulanze non entrano in zone militari in assenza di previa autorizzazione.

Secondo l’esercito israeliano tuttavia l’ambulanza non avrebbe fatto alcuna particolare richiesta autorizzazione, dato che al momento non c’erano forze dispiegate nell’area.

Voglio giustizia”

Sky News ha detto di aver “geolocalizzato i filmati divulgati dall’esercito israeliano il 10 febbraio, che mostrano tre unità – la 401ma brigata, Shayetet 13 e il 52mo battaglione – in azione a meno di 650 metri dall’automobile in cui Hind è stata trovata”.

“Mentre non è chiaro in quale data precisa siano stati realizzati i filmati divulgati, la presenza dell’esercito israeliano nella zona è innegabile”, afferma l’emittente.

La madre di Hind, Wissam Hamada, chiede che “coloro che hanno commesso questo crimine spietato” siano “chiamati a risponderne”.

“Voglio giustizia per mia figlia”, ha detto a Sky News.

Il 30 aprile, gli studenti in protesta della Columbia University hanno occupato Hamilton Hall e l’hanno ribattezzata Hind’s Hall, lasciando cadere un grande striscione dalle finestre sopra l’ingresso dell’edificio.

Macklemore, cantante e autore americano, ha intitolato in suo onore due canzoni, Hind’s Hall e Hind’s Hall 2.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele vede un aumento delle vendite di tranquillanti del 204% dallo scorso ottobre

Redazione di Middle East Monitor

2 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Un gruppo di ricerca ha rivelato che le vendite di tranquillanti in Israele sono cresciute in modo consistente dallo scorso ottobre. Secondo Kahn-Sagol-Maccabi (KSM), in confronto con la seconda guerra contro il Libano nel 2006, che aveva visto un incremento del 27% degli acquisti di ansiolitici, c’è stata una crescita senza precedenti del 204% delle vendite di tranquillanti dal 7 ottobre del 2023.

Laddove nel 2006 la crescita delle vendite di tranquillanti venne osservata prevalentemente nel nord della Palestina occupata, il centro di ricerca ha riferito che la crescita negli ultimi dodici mesi è stata riscontrata ovunque nello Stato occupante di Israele.

Il centro di ricerca ha spiegato che lo studio retrospettivo è stato condotto con l’approvazione del comitato di Helsinki con dati anonimi di più di un milione dei membri del Maccabi [associazione sportiva, ndt.] con una età superiore ai 21 anni, come caso di studio delle condizioni ambientali e del loro impatto sullo stress individuale. Lo studio ha preso in considerazione le caratteristiche socio-demografiche come età, genere, area di residenza e condizioni socio-economiche e si è rivolto a modelli di uso di medicinali negli ultimi 19 anni, incluso il 7 ottobre, esaminando il numero di acquisti di ansiolitici.

Lo studio mostra che il rischio di acquistare un tranquillante a breve termine durante una operazione di sicurezza è il 14% più alto che in tempi normali. Durante la seconda guerra contro il Libano, l’acquisto di tranquillanti tra gli abitanti del nord è stato il 39% più alto che tra quelli delle aree centrali. Durante le operazioni militari nel sud c’è stato un incremento del 18% nell’acquisto di ansiolitici rispetto agli acquisti degli abitanti delle aree centrali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Reporter Senza Frontiere organizza proteste in 10 Nazioni per onorare i giornalisti uccisi a Gaza

Redazione di Middle East Monitor

26 settembre 2024 – Middle East Monitor

L’Agenzia Anadolu riferisce che giovedì il garante dei media Reporter Senza Frontiere ha organizzato proteste in 10 Nazioni in tutto il mondo per fare un omaggio ai giornalisti uccisi a Gaza.

In un comunicato l’organizzazione no-profit ha affermato che dallo scorso ottobre l’esercito israeliano ha ucciso oltre 130 giornalisti nell’enclave palestinese.

Le proteste sono state organizzate in Germania, Brasile, Spagna, USA, Regno Unito, Francia, Senegal, Svizzera, Taiwan e Tunisia.

In un comunicato Reporter Senza Frontiere ha affermato: “Con questa campagna globale di sensibilizzazione Reporter Senza Frontiere vuole segnalare al pubblico internazionale la gravità di questa crisi: l’allarmante tasso a cui questi giornalisti vengono uccisi sta mettendo a rischio il diritto ad una libera ed indipendente informazione.

Il massacro dei giornalisti a Gaza deve finire. L’eliminazione da parte dell’esercito israeliano dei giornalisti di Gaza, più di 130 in meno di un anno, minaccia di imporre un completo blackout sull’enclave totalmente chiusa,” ha affermato Thibaut Bruttin, direttore generale di Reporter Senza Frontiere.

Questi attacchi hanno per obiettivo non solo i giornalisti in Palestina, ma il diritto del pubblico ovunque di ricevere una informazione affidabile – libera, indipendente e pluralistica – da una delle zone di conflitto più sotto osservazione del pianeta,” ha aggiunto.

Israele ha ucciso più di 41.000 palestinesi a Gaza dall’incursione di Hamas del 7 ottobre. Il conflitto si è anche diffuso in Libano, dove prosegue lo scontro a fuoco tra le forze israeliane e Hezbollah.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I coloni hanno attaccato il villaggio di Bana. Poi un soldato le ha sparato attraverso la finestra

Oren Ziv

23 settembre 2024 – +972 magazine

Dopo che coloni israeliani hanno assalito palestinesi con pietre e bottiglie molotov, i soldati hanno fatto irruzione a Qaryut e ucciso una tredicenne che si trovava nella sua camera da letto.

L’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, un’attivista turco-americana ventiseienne, nella città cisgiordana di Beita il 6 settembre ha attirato giustamente una vasta attenzione internazionale. Ma quel giorno solo due ore dopo l’uccisione di Eygi e a pochi chilometri di distanza c’è stata da parte dell’esercito israeliano un’altra sparatoria letale che non ha praticamente fatto notizia: quella di Bana Laboum, una tredicenne palestinese del villaggio di Qaryut, colpita a morte mentre stava guardando fuori dalla finestra della sua camera da letto.

Verso le 15 coloni israeliani, che secondo gli abitanti erano armati di pietre e bottiglie molotov, si sono avvicinati alle case nei pressi di Qaryut. I giovani del villaggio, che si trova nei pressi di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata, sono usciti per affrontare i coloni prima che le forze di sicurezza israeliane arrivassero e i coloni se ne andassero. Ma invece di lasciare Qaryut i soldati hanno allora iniziato a dare la caccia ai giovani palestinesi. “Sono entrati nel villaggio sparando lacrimogeni e granate stordenti e un solo proiettile vero, quello che ha ucciso mia figlia,” ha detto a +972 il padre di Bana, Amjad Laboum, durante una visita al villaggio la scorsa settimana.

Secondo Amjad e altri testimoni di Qaryut, e come confermato da un breve video ripreso da un abitante e che +972 ha visionato, le forze israeliane, che sembra abbiano incluso agenti della polizia di frontiera, si trovavano in fondo a una stradina a circa 100 metri dalla casa della famiglia Laboum quando uno di loro ha sparato. Dal punto di osservazione in cui erano schierati, nei pressi di un muro di cemento, è possibile vedere la piccola finestra della stanza che Bana condivideva con alcuni dei suoi fratelli.

In quel momento, verso le 16, Amjad si trovava nel patio mentre il resto della famiglia era di sopra. “Ho visto quattro o cinque soldati che si spostavano da un posto all’altro, ma poi uno si è inginocchiato e ha puntato la sua arma,” racconta. “Pensavamo che sparasse ai ragazzi in strada. Se avessi capito che voleva sparare alla casa non avrei lasciato i miei figli all’interno. Pensavamo che lì fossero al sicuro.”

Amjad non ha visto il soldato aprire il fuoco, ma quando ha sentito lo sparo e i vetri rotti è corso di sopra nella stanza dei figli. “Bana ha barcollato verso di me ed è caduta con il petto sanguinante,” dice. “L’ho presa e l’abbiamo portata in ambulanza in un centro medico nella vicina cittadina di Qabalan e da lì all’ospedale di Nablus. Ma era già spirata sulla strada fuori dalla nostra casa.

“La geografia della zona non consente errori: è stato intenzionale,” sostiene Amjad. “Il cecchino aveva un’angolazione difficile, ma ha sparato direttamente alla finestra. Era di giorno e non si trovava in uno spazio aperto. Voglio giustizia per mia figlia per proteggere altri bambini. Non voglio che altri genitori debbano affrontare una situazione del genere.”

Pensano che uccidendo i bambini spezzeranno gli adulti”

Pitturata di lilla, la stanza di Bana consiste in quattro letti singoli con lenzuola coordinate. Il suo era nell’angolo vicino alla finestra. Dalla sua uccisione il letto è diventato una specie di monumento in memoria di Bana, e la sua famiglia ha messo le sue foto vicino al suo grembiulino scolastico e gli animali di peluche che amava: “Era previsto che iniziasse la terza media,” dice Amjad. “Era sempre sorridente.”

Nel soggiorno Amjad indica lo schermo della televisione, sul quale Al Jazeera sta trasmettendo dal vivo da Gaza: “Stiamo vedendo quello che succede là da 11 mesi ormai,” afferma. “Mi scuso per le parole dure, ma Gaza ci ha infuso forza. Almeno io ho sepolto mia figlia intera, a Gaza i bambini sono sepolti a pezzi.”

La comunità di 3.000 abitanti di Qaryut ha a lungo sopportato il peso dell’occupazione israeliana. Rispettivamente nel 1978 e nel 1983 Israele ha espropriato terre del villaggio con un ordine militare per costruire le colonie di Shilo ed Eli. I palestinesi di Qaryut sono stati tagliati fuori dalla maggior parte dei loro terreni coltivabili e poi dalla strada che collega Nablus e Ramallah. “Oggi non ci è consentito l’accesso alle nostre terre,” lamenta Amjad. “Avevamo 27.000 dunam [2.700 ettari] e ora ce ne sono rimasti solo 3.500.”

Nel dicembre 2021 i coloni hanno fatto irruzione nella casa di una coppia di anziani nel villaggio, hanno distrutto le loro cose e li hanno duramente picchiati. Solo quattro mesi dopo un colono è stato ripreso mentre brandiva un fucile durante un attacco contro abitanti che stavano lavorando la propria terra. E negli ultimi due anni i coloni hanno ricevuto protezione armata per andare a visitare ogni venerdì a Qaryut una sorgente in una zona a cui dall’inizio della guerra a Gaza ai palestinesi viene vietato totalmente l’accesso.

E non sono solo le colonie, illegali in base al diritto internazionale, che stanno soffocando il villaggio. Qaryut e i vicini villaggi di Jalud e Qusra sono circondati anche da alcuni degli avamposti israeliani più violenti della Cisgiordania, che sono illegali persino per le leggi israeliane, benché essi siano spesso collegati alle infrastrutture statali.

Il giorno dell’uccisione di Bana Mohammed Musa, ventottenne di Qaryut padre di due figli, è stato gravemente ferito da coloni israeliani che hanno fatto irruzione nel villaggio provenendo da Shilo ed Eli. “Abbiamo saputo che c’era un attacco dei coloni, così sono sceso verso la casa di mia sorella nelle vicinanze del villaggio,” racconta a +972. “Ho visto i coloni, che avevano usato le magliette per coprirsi il volto. Alcuni portavano pietre, altri molotov.”

Mentre i coloni si stavano avvicinando a un’altra casa, Mohammed ha visto che uno di loro stava per accendere una molotov. “Ho immediatamente pensato che ci sarebbe stato un altro incidente come quello dei Dawabsheh (in riferimento all’incendio di una casa nel villaggio palestinese di Duma nel 2015, che uccise il bambino di 18 mesi Ali Dawabsheh e i suoi genitori). Sono andato lì per fermarlo e allora un altro colono dietro di lui mi ha lanciato una grossa pietra in testa, che mi ha steso a terra.”

Mohammed è stato portato all’ospedale di Nablus, dove è rimasto tre giorni ed ha subito una plastica facciale. Da allora non è stato in grado di lavorare. “Ho perso 10 denti e da quel momento posso solo bere un succo o una minestra,” dice a +972. “La sostituzione di ogni dente costa 1.600 shekel (circa 400 euro). Non so dove trovare i soldi.”

Nonostante la letale escalation della violenza dell’esercito e dei coloni, Amjad sottolinea che lui e gli altri abitanti del villaggio non si piegheranno ai loro oppressori. “Pensano che se uccidono i bambini spezzeranno gli adulti, ma non è così,” dice. “Siamo un villaggio molto tranquillo e non abbiamo mai problemi. Non ho mai aggredito nessuno. Cos’hanno ottenuto uccidendo mia figlia? Ho lasciato la mia casa, il mio villaggio? Al contrario.”

L’esercito israeliano non ha ancora aperto un’indagine sull’uccisione di Bana. Alcuni soldati hanno cercato di entrare nella casa dei Laboum mentre Amjad e la sua famiglia erano ancora all’ospedale di Nablus, ma i loro vicini li hanno bloccati. “Nessuno (dell’esercito) ha parlato con noi,” dice. “Non ho incaricato un avvocato. È inutile. Dopo aver perso mia figlia non mi importa di niente.”

In una dichiarazione a +972 un portavoce della polizia di frontiera ha affermato che “forze della polizia di frontiera si sono occupate dei disordini solo dopo che (Bana) è stata colpita,” e ci hanno indirizzati al portavoce dell’esercito, che ha semplicemente affermato che “dopo un esame delle circostanze dell’incidente da parte dell’ufficio della procura generale militare si attende che la polizia militare avvii un’indagine.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, lavora per Local Call [l’edizione in ebraico di +972 magazine, ndt] ed è membro fondatore del collettivo di fotografia ‘Activestills’.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli esperti delle Nazioni Unite avvertono che l’ordine internazionale è in bilico ed esortano gli Stati a conformarsi al parere consultivo della Corte internazionale di giustizia

18 settembre 2024 – Alto commissario dell’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite

GINEVRA (18 settembre 2024) – A più di 50 giorni dalla pronuncia dello storico parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (CIG) in cui si dichiara illegittima l’occupazione israeliana del territorio palestinese, gli esperti delle Nazioni Unite* avvertono che l’edificio del diritto internazionale è in bilico, con la maggior parte degli Stati che non adotta misure significative per rispettare i propri obblighi internazionali, ribaditi nella sentenza. Offrendo specifici punti di azione per gli Stati che garantirebbero il rispetto del parere della CIG e del diritto internazionale, un gruppo di esperti ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Sono trascorsi oltre 50 giorni da quando la Corte internazionale di giustizia ha emesso uno storico parere consultivo. La Corte internazionale di giustizia ha dichiarato l’occupazione israeliana del territorio palestinese, che comprende la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, e la Striscia di Gaza, come illegale ai sensi del diritto internazionale e ha sottolineato che le azioni di Israele equivalgono ad annessione. Il parere ha osservato che le azioni di Israele includono il trasferimento forzato, la discriminazione razziale e la segregazione o apartheid, e una violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Particolarmente allarmante è l’impatto di queste violazioni su generazioni di bambini palestinesi e gli effetti sproporzionati su donne, persone con disabilità e anziani. La Corte ha ribadito che la realizzazione dell’autodeterminazione non può essere lasciata a negoziati bilaterali tra due parti diseguali e asimmetriche: l’occupante e l’occupato. Ha chiesto a Israele di cessare immediatamente le sue attività di colonizzazione di insediamento illegali e di ritirarsi da queste aree il più rapidamente possibile. Ancora più importante, la Corte ha fornito indicazioni inequivocabili in merito alle responsabilità degli Stati e delle organizzazioni internazionali in relazione all’occupazione illegale di Israele.

Nonostante queste inequivocabili direttive, gli Stati rimangono paralizzati di fronte al cambiamento radicale rappresentato dalla sentenza della Corte e sembrano non voler o non essere in grado di adottare le misure necessarie per adempiere ai propri obblighi.

Gli attacchi devastanti contro i palestinesi in tutto il territorio palestinese occupato dimostrano che continuando a chiudere gli occhi sulla terribile situazione del popolo palestinese la comunità internazionale sta alimentando la violenza genocida. Gaza rimane sotto assedio e bombardamenti intensi, con case, scuole, ospedali e campi profughi densamente popolati che ospitano migliaia di persone regolarmente attaccati. L’entità della conseguente distruzione ambientale e contaminazione a Gaza deve ancora essere pienamente valutata. La portata della distruzione del paesaggio e del tessuto urbano palestinese, comprese scuole e università, ospedali, violazioni di alloggi, terreni e proprietà, inquinamento e degrado dell’ambiente e sfruttamento delle risorse naturali è estrema a Gaza e si sta diffondendo nel resto del territorio occupato, provocando accuse di distruzione totale di case, città, scuole, sistema sanitario, genocidio culturale e, più di recente, ecocidio. Sono in aumento la violenza estrema e le intimidazioni contro i palestinesi in Cisgiordania, nonché gli attacchi militari contro le città di Jenin, Nablus, Tulkarem Tubas e nelle aree rurali dove i palestinesi praticano la pastorizia.

Gli Stati devono agire ora. Devono ascoltare le voci che li invitano ad agire per fermare gli attacchi di Israele contro i palestinesi e porre fine alla sua occupazione illegale. Tutti gli Stati hanno l’obbligo legale di conformarsi alla sentenza della Corte internazionale di giustizia e devono promuovere l’adesione alle norme che proteggono i civili. Pertanto, gli Stati dovrebbero:

1. Rivedere immediatamente tutte le interazioni diplomatiche, politiche ed economiche con Israele per garantire che non sostengano o forniscano aiuti o assistenza alla sua presenza illegale nel territorio palestinese occupato.

2. Astenersi dal riconoscere o adottare misure per annullare qualsiasi riconoscimento di qualsiasi cambiamento nel carattere fisico o nella composizione demografica, nella struttura istituzionale o nello status del territorio palestinese occupato, comprese le relazioni con Israele previste dai trattati e mentre agiscono come membri di organizzazioni internazionali.

3. Adottare tutte le misure per garantire che il popolo palestinese nel territorio palestinese occupato possa esercitare e realizzare pienamente il proprio diritto all’autodeterminazione, anche tramite il riconoscimento dello Stato di Palestina.

4. Imporre un embargo totale sulle armi a Israele, bloccando tutti gli accordi sulle armi, le importazioni, le esportazioni e i trasferimenti, compresi gli apparati a duplice uso che potrebbero essere utilizzati contro la popolazione palestinese sotto occupazione.

5. Vietare l’ingresso nel loro territorio e nei loro mercati di beni e servizi derivanti sia dalla colonizzazione del territorio palestinese occupato sia da altre attività illecite che potrebbero essere dannose per i diritti dei palestinesi, e adottare misure per etichettare e consentire l’ingresso di beni e servizi provenienti da individui ed entità palestinesi nel territorio occupato.

6. Annullare o sospendere relazioni economiche, accordi commerciali e relazioni accademiche con Israele che potrebbero contribuire alla sua presenza illecita e al regime di apartheid nel territorio palestinese occupato.

7. Imporre sanzioni, tra cui il congelamento dei beni, a individui, entità tra cui aziende, società e istituzioni finanziarie israeliane, coinvolte nell’occupazione illecita e nel regime di apartheid, nonché a qualsiasi entità e individuo straniero o nazionale soggetto alla loro giurisdizione che fornisca beni e servizi che potrebbero aiutare, assistere o consentire l’occupazione e l’apartheid.

8. Impedire a tutti i loro cittadini che hanno la doppia cittadinanza con Israele di prestare servizio nell’esercito israeliano o in altri servizi che contribuiscono al regime di occupazione e apartheid o di acquistare o affittare proprietà ovunque nel territorio palestinese occupato.

9. Indagare e perseguire gli individui che ricadono nella loro giurisdizione che sono coinvolti in crimini nei territori palestinesi occupati, compresi i cittadini con doppia cittadinanza che prestano servizio nell’esercito israeliano, compresi i mercenari o coloro che sono coinvolti nella violenza dei coloni.

10. Abrogare la legislazione e le politiche che criminalizzano e penalizzano la difesa dei diritti dei palestinesi all’autodeterminazione e all’opposizione non violenta all’occupazione e all’apartheid di Israele, incluso il sostegno al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

11. Diffondere ampiamente le conclusioni della Corte, assicurando che lo status di occupazione della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est e la Striscia di Gaza, e l’illegalità della presenza di Israele trovino spazio nei documenti pubblici e nei sistemi educativi.

12. Presentare osservazioni alla CPI in modo che indaghi sui crimini internazionali inclusi nel parere della CIG.

13. Convocare Assemblee generali degli Stati parti ai sensi dello Statuto di Roma o della Quarta Convenzione di Ginevra, per garantire la piena conformità da parte di tutte le parti in Palestina e Israele al diritto internazionale umanitario e al diritto penale internazionale.

14. Garantire la piena protezione dei palestinesi, in particolare donne, bambini, persone con disabilità e anziani, istituendo una presenza protettiva e garantendo un accesso sicuro e completo a esperti e meccanismi indipendenti incaricati di monitorare e investigare sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini internazionali nei territori palestinesi occupati.

È necessaria un’azione decisa. Di fronte all’inazione irresponsabile della maggior parte dei governi, ora spetta alle organizzazioni della società civile e alle istituzioni nazionali per i diritti umani mobilitarsi e chiedere ai loro Stati di conformarsi al fondamentale parere consultivo della Corte internazionale di giustizia. È tempo di bussare alle porte di ogni leader politico e funzionario ministeriale responsabile in tutto il mondo per porre fine all’occupazione illegale, all’apartheid, all’oppressione e all’assalto di Israele contro il popolo palestinese e, in ultima analisi, garantire verità, giustizia e responsabilità. Lo dobbiamo soprattutto alle donne e ai bambini che sono stati colpiti in modo sproporzionato dall’attuale catastrofe.

Non agire ora mette a repentaglio l’intero edificio del diritto internazionale e della legalità negli affari mondiali. Il mondo è in bilico sul filo di un rasoio: o viaggiamo collettivamente verso un futuro di pace e legalità giuste, o precipitiamo verso l’anarchia e la distopia, e un mondo in cui è la forza a determinare il diritto”.

*Gli esperti: Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967; Balakrishnan Rajagopal, Relatrice speciale sul diritto a un alloggio adeguato; Tlaleng Mofokeng, Relatrice speciale sul diritto di ogni individuo al godimento del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale; Farida Shaheed, Relatrice speciale sul diritto all’istruzione; George Katrougalos, Esperto indipendente sulla promozione di un ordine internazionale democratico ed equo, Nicolas Levrat, Relatore speciale sulle questioni delle minoranze; Cecilia M Bailliet, Esperta indipendente sui diritti umani e la solidarietà internazionale; Irene Khan, Relatrice speciale sul diritto alla libertà di opinione ed espressione; Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione; Tomoya Obokata, Relatrice speciale sulle forme contemporanee di schiavitù, comprese le sue cause e conseguenze; Alexandra Xanthaki, Relatrice speciale nel campo dei diritti culturali, Heba Hagrass, Relatrice speciale sui diritti delle persone con disabilità; Ashwini K.P. Relatrice speciale sulle forme contemporanee di razzismo, xenofobia e intolleranza correlata; Olivier De Schutter, Relatore speciale sulla povertà estrema e i diritti umani; Pedro Arrojo Agudo, Relatore speciale sui diritti umani all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari; Paula Gaviria Betancur, Relatrice speciale sui diritti umani degli sfollati interni; Michael Fakhri, Relatore speciale sul diritto al cibo; Reem Alsalem, Relatrice speciale sulla violenza contro le donne e le ragazze, le sue cause e conseguenze; Marcos A. Orellana, Relatore speciale sulle implicazioni per i diritti umani della gestione e dello smaltimento ecologicamente corretti di sostanze e rifiuti pericolosi, Richard Bennett, Relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Barbara G. Reynolds (Presidente), Bina D’Costa, Dominique Day, Gruppo di lavoro di esperti sulle persone di discendenza africana; Mary Lawlor, Relatrice speciale sulla situazione dei difensori dei diritti umani; Sig.ra Fernanda Hopenhaym (Presidente), Sig.ra Pichamon Yeophantong, Sig. Damilola Olawuyi, Sig. Robert McCorquodale e Sig.ra Lyra Jakulevičienė, Gruppo di lavoro sulla questione dei diritti umani e delle società transnazionali e altre imprese commerciali; Laura Nyirinkindi (Presidente), Claudia Flores (Vicepresidente), Dorothy Estrada Tanck, Ivana Krstić e Haina Lu, Gruppo di lavoro sulla discriminazione contro le donne e le ragazze; Geneviève Savigny, presidente-relatrice, Carlos Duarte, Uche Ewelukwa, Shalmali Guttal, Davit Hakobyan, Gruppo di lavoro sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali.

Relatori speciali, esperti indipendenti e gruppi di lavoro fanno parte di ciò che è noto come Procedure speciali del Consiglio per i diritti umani. Procedure speciali, il più grande organismo di esperti indipendenti nel sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, è il nome generale dei meccanismi indipendenti di indagine e monitoraggio del Consiglio che affrontano situazioni specifiche di paesi o questioni tematiche in tutte le parti del mondo. Gli esperti delle Procedure speciali lavorano su base volontaria; non sono personale delle Nazioni Unite e non ricevono uno stipendio per il loro lavoro. Sono indipendenti da qualsiasi governo o organizzazione e prestano servizio a titolo individuale.

Per ulteriori informazioni e richieste dei media, contattare – HRC-SR sui diritti umani in oPT hrc-sr-opt@un.org

Per richieste dei media relative ad altri esperti indipendenti delle Nazioni Unite, contattare Dharisha Indraguptha (dharisha.indraguptha@un.org) o John Newland (john.newland@un.org)

Segui le notizie relative agli esperti indipendenti per i diritti umani delle Nazioni Unite su Twitter: @UN_SPExperts

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)