Nuovo attacco ai dispositivi di Hezbollah uccide 14 persone in tutto il Libano

Nader Durgham, Josephine Deeb, Rayhan Uddin

18 settembre 2024-Middle East Eye

Secondo il ministero della Salute libanese almeno 450 persone sono state ferite dalle esplosioni delle loro radio portatili.

Almeno 14 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite mercoledì quando le radio portatili utilizzate da Hezbollah sono esplose in tutto il Libano nell’ultimo attacco israeliano al movimento libanese. Sono stati segnalate esplosioni di dispositivi da Tiro e Saida nel sud fino a Sohmor nell’est del Libano che secondo il ministero della Salute libanese hanno incendiato edifici e veicoli e ferito almeno 450 persone.

Nella periferia sud di Beirut, un’esplosione ha colpito mentre centinaia di persone in lutto si riunivano per un funerale organizzato da Hezbollah per le vittime di un attacco quasi identico il giorno prima in cui sono esplosi migliaia di cercapersone usati dal movimento. Nelle esplosioni di martedì dodici persone sono state uccise e quasi 3.000 ferite, un attentato che ha suscitato orrore e rabbia nei libanesi di tutte le fazioni politiche. Tra le persone uccise dai cercapersone vi sono due bambini e quattro operatori.

Mentre mercoledì sera il rumore dell’esplosione risuonava sul luogo del funerale, protetto da una stretta sorveglianza, la folla si è dispersa nel panico e le strade che escono dalla periferia sud di Beirut, nota come Dahiyeh, sono state intasate dalle auto che cercavano di allontanarsi.

Ambulanze e camion dei pompieri hanno attraversato la città per la seconda volta in due giorni.

“Ora vado solo a vedere se la mia famiglia sta bene”, ha detto a Middle East Eye un uomo fuggito dal funerale spiegando che i suoi parenti vivono in un edificio frequentato da membri di Hezbollah. Dahiyeh è una vasta area in cui vivono molti sostenitori e membri del partito.

“Amico, butta via quel tuo dispositivo”, MEE ha sentito un uomo dire a un altro.

Sebbene Israele non abbia commentato direttamente gli attacchi effettuati attraverso l’esplosione dei dispositivi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di aver promesso che le migliaia di israeliani sfollati a causa dei combattimenti transfrontalieri sarebbero tornati alle loro case.

Yoav Gallant, ministro della difesa israeliano, ha affermato: “Stiamo aprendo una nuova fase nella guerra”.

Israele e Hezbollah, un movimento nato dalla resistenza all’occupazione israeliana del Libano meridionale nel 1982-2000, combattono da quasi un anno.

Il loro ultimo conflitto è iniziato quando Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi contro Israele per aiutare ad alleviare la pressione su Hamas mentre l’esercito israeliano iniziava la sua guerra a Gaza nell’ottobre 2023. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani. Sebbene Israele minacci regolarmente di invadere il Libano come risposta, Hezbollah insiste sul fatto che non cerca un’escalation e porrà fine ai suoi attacchi una volta che gli israeliani accetteranno un cessate il fuoco con Hamas a Gaza. Russia ed Egitto hanno affermato che l’attacco di martedì è stato un tentativo di trascinare la regione in una guerra più ampia. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che gli oggetti di uso civile non dovrebbero essere trasformati in armi.

Come un incubo’

Sia i cercapersone esplosi martedì che le radio esplose il giorno dopo sarebbero stati importati in Libano da Hezbollah circa cinque mesi fa.

I cercapersone Gold Apollo sono stati ricondotti a un produttore di elettronica taiwanese, che ha affermato di aver concesso a un’azienda con sede a Budapest la licenza per produrre il cercapersone.

Diversi resoconti dei media hanno affermato che l’agenzia di intelligence israeliana Mossad ha piazzato esplosivi nei cercapersone.

Una fonte vicina a Hezbollah ha detto a MEE che l’attacco mediante i cercapersone è stato uno “shock” per “l’apparato di sicurezza” del movimento e che è stata immediatamente avviata un’indagine.

Chi ha ordinato i cercapersone è un uomo d’affari con legami con il partito. Gli è stato offerto un prezzo molto buono per i dispositivi”, ha detto la fonte. “È stata negligenza da parte di Hezbollah perché non hanno ispezionato o testato attentamente i cercapersone come avrebbero dovuto, dato che si fidavano della persona che li aveva procurati.”

Elias Jradeh, membro del parlamento e oculista, ha affermato che le ferite che ha visto martedì mentre operava in un ospedale dove venivano trasferiti casi gravi riguardavano soprattutto gli occhi, il viso e le mani.

“Molte persone tenevano il cercapersone vicino al viso per leggere il messaggio ricevuto quando il dispositivo è esploso”, ha detto Jradeh a MEE.

“Hanno subito danni a uno o entrambi gli occhi e in alcuni casi il danno era irreparabile. Altri hanno anche avuto il volto sfigurato”.

Secondo una fonte vicina a Hezbollah i cercapersone che sono esplosi non erano usati dai combattenti, ma piuttosto dall’ampia rete di membri civili del partito che lavorano in diverse istituzioni, tra cui medici, amministratori, operatori dei media e altri. La fonte ha detto che i cercapersone sono generalmente usati per direttive, convocazioni, emergenze o per indicare uno stato di allerta.

Descrivendo il momento in cui sono avvenute le detonazioni coordinate deil cercapersone, un residente di Dahiyeh ha detto a MEE: “Si sentivano scoppiettii in tutta la strada. Le persone venivano letteralmente colpite a una a una. Era surreale, come un incubo”. Persone da tutto il Libano si sono precipitate a donare il sangue in un’atmosfera di sostegno e solidarietà con le vittime dell’attacco che ha sconvolto il paese, e che molti hanno definito “indiscriminato” e “terroristico”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Libano: dodici morti e 2.750 feriti dopo le micidiali esplosioni dei cercapersone

Nader Durgham, Rayhan Uddin, Heba Nasser a Londra

17 settembre 2024-Middle East Eye

Il movimento libanese giura che punirà Israele dopo l’eccezionale attacco ai suoi membri

Almeno 12 persone sono state uccise e 2.750 ferite in Libano martedì dopo che i cercapersone comunemente usati da Hezbollah sono esplosi, in un eccezionale attacco che il movimento e il governo libanese hanno attribuito a Israele.

Hezbollah ha affermato che “esplosioni misteriose” hanno fatto saltare i cercapersone di “varie unità e istituzioni di Hezbollah” e che in risposta Israele avrebbe ricevuto “la giusta punizione”.

Tra i morti c’è una bambina di 10 anni che è stata uccisa nella valle della Bekaa nel Libano orientale quando il cercapersone di suo padre, che è un membro di Hezbollah, è esploso.

Tra le vittime vi sarebbe anche il figlio di un parlamentare di Hezbollah.

Un funzionario libanese, che ha fatto dichiarazioni in forma anonima perché non autorizzato a parlare con i media, ha detto a Middle East Eye di sospettare che le autorità israeliane abbiano manomesso i cercapersone per “provocare una guerra”.

Secondo i media siriani e iraniani dei membri di Hezbollah sono anche rimasti feriti e sono stati portati in ospedale in Siria dove sostengono il governo di Bashar al-Assad.

Mojtaba Amani, ambasciatore iraniano in Libano, è tra i feriti. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah è rimasto illeso, ha detto il suo gruppo.

Caos negli ospedali di Beirut

Subito dopo le esplosioni persone coperte di sangue sono state viste barcollare per le strade di Beirut assistite dai passanti.

Le ambulanze hanno trasportato di corsa le vittime negli ospedali della capitale, ma molti di questi hanno rapidamente raggiunto la capienza massima.

Nella periferia meridionale di Beirut, un’area comunemente nota come Dahiyeh dove vivono molti sostenitori e membri di Hezbollah, sono state erette tende mediche di emergenza per curare i pazienti.

Fuori dall’ospedale universitario Rafic Hariri, nel sud di Beirut, il personale medico ha messo letti di emergenza fuori all’ingresso per accogliere i feriti il ​​più rapidamente possibile.

Si sono raccolte preso gli ospedali anche molte persone per rispondere alle richieste di donazioni di sangue.

“Sto ancora cercando di capire cosa sia successo. Sto solo aspettando che mio marito esca dal pronto soccorso”, ha detto a MEE una donna che ha chiesto di rimanere anonima fuori dall’ospedale Hotel-Dieu de France.

Alcuni spettatori sono stati rimproverati per aver scattato fotografie dei membri feriti di Hezbollah.

Attacco di assoluta novità

I cercapersone interessati provenivano da una nuova spedizione che Hezbollah aveva ricevuto nei giorni scorsi, ha riferito il Wall Street Journal. Un funzionario di Hezbollah ha detto al WSJ che centinaia di combattenti avevano tali dispositivi e ha affermato che un malware potrebbe aver causato il surriscaldamento e l’esplosione dei cercapersone. Alcune persone hanno sentito i cercapersone riscaldarsi e li hanno gettati via prima che esplodessero, ha aggiunto il funzionario.

Non è ancora chiaro come i cercapersone siano stati fatti esplodere. Alcuni hanno ipotizzato che all’interno dei dispositivi siano stati in qualche modo piazzati degli esplosivi. Israele non ha commentato l’attacco o l’accusa di esserne responsabile

Dall’inizio dell’attacco guidato da Hamas contro Israele il 7 ottobre e della successiva guerra a Gaza, Hezbollah e l’esercito israeliano sono stati coinvolti in scambi a fuoco. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani.

Il movimento libanese, che è la più forte potenza militare non statale al mondo, afferma di attaccare Israele in solidarietà con i palestinesi di Gaza e che smetterà di combattere se il governo israeliano accetterà un cessate il fuoco con Hamas. Israele ha ripetutamente minacciato di invadere il Libano in risposta agli attacchi di Hezbollah. Martedì mattina, il servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet ha affermato di aver sventato un complotto di Hezbollah per uccidere un ex funzionario della difesa israeliana, utilizzando un esplosivo azionato a distanza.

L’analista militare Mustafa Asaad ha descritto l’attacco dei cercapersone come un “metodo rivoluzionario” che utilizza una tecnologia “all’avanguardia”. Ha detto a MEE che Israele sembra essersi introdotto nelle “reti di comando e comunicazione di Hezbollah, aver identificato i militanti uno per uno, analizzato i loro movimenti e poi diretto una forma di attacco cinetico sull’intera banda larga”.

Asaad è scettico sul fatto che i cercapersone contenessero trappole esplosive e sostiene che un simile schema sarebbe stato troppo semplice e facilmente individuabile al momento della consegna.

Temendo che i servizi segreti e militari di Israele, tecnologicamente molto avanzati, potessero infiltrarsi nelle sue comunicazioni Hezbollah ha fatto sempre più affidamento su dispositivi e metodi più rudimentali, come cercapersone e corrieri. A febbraio Nasrallah ha esortato i suoi seguaci a stare attenti agli smartphone e ai social media.

Secondo Asaad “quelli presi di mira finora sembrano essere agenti nel ramo della sicurezza e controspionaggio, operativi sul campo e i livelli di comando più alti”.

“Questo significa che l’intera piattaforma di comunicazione è stata hackerata e violata e si può solo immaginare da quanto tempo”, ha detto.

“Nel complesso questo è un duro colpo per Hezbollah e significa che l’intera struttura è stata compromessa. Non puoi sostituire intere unità di sicurezza da un giorno all’altro e non puoi trovare dei rimpiazzi così facilmente e addestrarli durante una guerra totale”.

Ragip Soylu ha contribuito a questo reportage da Ankara, Turchia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




In esclusiva per Haaretz | Israele sta reclutando richiedenti asilo africani per operazioni potenzialmente letali nella guerra a Gaza, promettendo permessi di soggiorno permanenti

Yaniv Kubovich e Bar Peleg

15 settembre 2024 – Haaretz

I funzionari degli apparati di sicurezza israeliani offrono come incentivo il permesso di soggiorno permanente ai richiedenti asilo che accettano di partecipare a operazioni talvolta potenzialmente letali a Gaza. Secondo alcune fonti le critiche dall’interno di questa forma di sfruttamento sono state messe a tacere: “Si tratta di una questione molto problematica”.

L’apparato di difesa israeliano sta offrendo la propria assistenza nell’ottenimento del permesso di soggiorno permanente ai richiedenti asilo africani che contribuiscano – rischiando le loro vite – allo sforzo bellico a Gaza. Questo secondo le testimonianze personali raccolte da Haaretz.

Funzionari della difesa sostengono in via confidenziale che il progetto è condotto in modo organizzato, sotto la guida di consulenti legali del sistema difensivo israeliano.

Le implicazioni etiche del reclutamento di richiedenti asilo invece non sono state affrontate. Fino a oggi nessuno dei richiedenti asilo che hanno contribuito allo sforzo bellico ha ottenuto il permesso di soggiorno.

Al momento sono circa 30.000 gli africani richiedenti asilo che vivono in Israele, la maggior parte dei quali giovani uomini. Circa 3.500 sono cittadini del Sudan con permessi temporanei rilasciati dal tribunale perché lo Stato non ha evaso le loro richieste di asilo.

Tre richiedenti asilo furono uccisi durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre. In seguito, molti si sono offerti volontari per lavori agricoli e centri di comando civili [centri che forniscono alcuni servizi essenziali in caso di conflitto, concepiti sulla falsariga dei centri di comando militari, quelli civili si attivano in situazioni di emergenza per provvedere ai più disparati bisogni che possono insorgere sul fronte interno, offrendo servizi come l’ospitalità agli sfollati o il babysitteraggio per i lavoratori essenziali, pasti caldi ed equipaggiamento per i soldati al fronte, ecc. n.d.t.], mentre alcuni si sono arruolati nell’esercito israeliano. I funzionari dell’esercito si sono resi conto che i richiedenti asilo potevano tornare utili e che il loro desiderio di ottenere un permesso di soggiorno permanente in Israele poteva essere sfruttato come incentivo.

Un uomo che chiede di pubblicare solo l’iniziale del suo nome, A., è arrivato in Israele all’età di 16 anni nel contesto di una grande ondata migratoria. Il permesso di soggiorno temporaneo che gli è stato rilasciato gli assicura la maggior parte dei diritti riconosciuti agli israeliani, ma deve essere periodicamente rinnovato presso l’Autorità per l’immigrazione e la popolazione del Ministero dell’Interno, e non gli garantisce il soggiorno permanente. In passato, come molti altri richiedenti asilo che trovano nell’esercito il modo migliore per integrarsi nella società israeliana, aveva cercato di arruolarsi.

In uno dei primi mesi di guerra, A. ha ricevuto una telefonata da qualcuno che sosteneva di essere un ufficiale di polizia e che gli intimava di recarsi immediatamente a una struttura di sicurezza, senza fornire ulteriori spiegazioni.

“Vieni qui e poi parliamo” gli è stato detto, secondo quanto A. riferisce. Quando è arrivato, si è reso conto che era andato a incontrare i “tipi della sicurezza”, come li chiama lui. “Mi hanno detto che stavano cercando persone speciali che si unissero all’esercito. Mi hanno detto che era una questione di vita o di morte per Israele”, ha riferito a Haaretz. Si trattava del primo di una serie di incontri con un uomo che si è presentato come un ufficiale di sicurezza che stava reclutando richiedenti asilo per l’esercito. Gli incontri hanno avuto luogo nell’arco di circa due settimane e sono terminati quando A. ha deciso di non arruolarsi.

A. ha incontrato nuovamente l’ufficiale, questa volta in un luogo pubblico. L’uomo gli ha dato 1.000 shekel (circa 240 euro) in contanti come rimborso per le giornate di lavoro perse a causa degli incontri. Gli ha anche assicurato che la paga che avrebbe ricevuto per il servizio militare sarebbe stata simile a quella che guadagna con il suo lavoro.

“Gli ho chiesto, cosa me ne viene? Anche se non voglio niente in particolare. Ma poi mi ha detto – Se fai così puoi ricevere documenti dallo Stato di Israele. Mi ha chiesto di mandargli una fotocopia della mia carta di identità e ha detto che si sarebbe occupato lui di queste cose”.

Dopo che è stato fissato un appuntamento per il suo arruolamento, A. ha cominciato ad avere dei ripensamenti. “Volevo andare, facevo sul serio, ma poi ho pensato – solo due settimane di addestramento e poi prendere parte alla guerra? Non ho mai toccato un’arma in vita mia”. Poco prima che il suo addestramento cominciasse, A. ha detto al suo contatto che aveva cambiato idea. L’uomo si è arrabbiato, dice A. “Ha detto che non se l’aspettava da me”, ma non ha rinunciato completamente. “Ha detto: continuiamo a parlarne e se vuoi puoi entrare in un secondo momento”.

A. non sa per quale motivo proprio lui sia stato contattato invece di altri, e dice: “Il tipo mi ha detto che stavano cercando persone speciali. Gli ho chiesto che cosa mi rendesse speciale, lui non mi conosce per niente”.

Fonti dell’esercito dicono che l’apparato di difesa ha fatto ricorso ai richiedenti asilo in diverse operazioni, alcune delle quali sono state riportate dai media. Haaretz ha appreso che alcune persone si sono opposte a questa pratica in quanto sfrutta persone che sono fuggite dai propri Paesi a causa della guerra. Tuttavia, secondo quelle fonti, queste voci sono state messe a tacere.

“Si tratta di una questione molto problematica” ha detto una fonte. “Il coinvolgimento di giuristi non assolve nessuno dall’obbligo di tenere conto dei valori secondo i quali aspiriamo a vivere in Israele”.

Alcune fonti che hanno parlato con Haaretz hanno rivelato che, anche se ci sono state alcune richieste di informazioni circa la concessione di permessi di soggiorno a richiedenti asilo che hanno preso parte ai combattimenti, nessuno in realtà ha ottenuto tali permessi.

Haaretz ha inoltre appreso che il Ministero dell’Interno ha preso in considerazione la possibilità di arruolare nell’esercito israeliano i figli di richiedenti asilo che abbiano completato gli studi nelle scuole israeliane. In passato, il governo ha permesso ai figli di lavoratori stranieri di prestare servizio nell’esercito israeliano in cambio della concessione di permessi di soggiorno ai componenti del nucleo famigliare.

L’organo competente della Difesa ha risposto ad Haaretz che tutte le sue azioni sono condotte secondo la legge. Il modo in cui l’esercito israeliano utilizza i richiedenti asilo sul campo è materia in merito alla quale è proibita la pubblicazione.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un rapporto: il 49% delle società israeliane ad alta tecnologia ha perso finanziamenti durante la guerra

Redazione di Middle East Monitor

13 settembre 2024 – Middle East Monitor

Ieri un rapporto redatto da Start-Up Nation Central [ong israeliana che fornisce servizi alle imprese innovative e ne agevola l’accesso a finanziamenti, ndt.] ha rivelato che il 49% delle società israeliane ad alta tecnologia ha riscontrato una perdita di investimenti dall’inizio della guerra contro Gaza del 7 ottobre, mente il 48% degli investitori si aspetta che le quotazioni delle azioni scendano il prossimo anno.

Il rapporto indica che la situazione è particolarmente critica nel nord del Paese, dove ha sede il 69% delle società ad alta tecnologia. Un’altra indagine su circa 60 imprese tecnologiche del nord ha evidenziato che solo il 45% è completamente operativo, il 41% ha spostato le proprie attività nella zona centrale di Israele e il 20% sa già che non tornerà al nord.

Il rapporto testimonia la bassa fiducia tra le aziende e gli investitori nella capacità del governo israeliano di sviluppare piani di recupero, con più dell’80% delle società e il 74% degli investitori che dubitano della capacità del governo di assistere il settore ad alta tecnologia.

Secondo il rapporto, le società ad alta tecnologia sono state in grado di raccogliere quest’anno 7,8 miliardi di dollari in investimenti, il 4% in meno rispetto agli investimenti raccolti lo scorso anno.

Sempre secondo il rapporto il valore di fusioni e acquisizioni quest’anno ammonta a 9,6 miliardi di dollari, un miliardo in meno rispetto allo scorso anno.

Più del 50% delle società crede che la situazione migliorerà il prossimo anno e il 72% degli investitori crede che le società ad alta tecnologia continueranno a crescere nonostante le difficoltà economiche provocate dalla guerra contro Gaza.

Nel rapporto si afferma che “a causa dell’incertezza causata dal conflitto in corso e della politica economica del governo israeliano, che è generalmente ritenuta dannosa, il settore della tecnologia non ne risulta affatto immune.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il fotografo palestinese Louay Ayoub vince un premio prestigioso in Francia

Redazione di Middle East Monitor

10 settembre 2024 – Middle East Monitor

Il fotografo palestinese Louay Ayoub ha vinto il prestigioso premio Visa Pour l’Image Festival per il suo video-documentario “The Gaza Tragedy”. Il festival, il più importante evento internazionale dedicato al fotogiornalismo, ha aperto la sua trentaseiesima edizione lo scorso fine settimana a Perpignan in Francia.

Il sindacato dei giornalisti palestinesi si è congratulato con Ayoub, definendo la sua vittoria un tributo a tutti i giornalisti che hanno rischiato la vita senza sosta per portare al mondo la verità su quanto sta accadendo a Gaza. Il sindacato ha sottolineato che il riconoscimento a Ayoub riflette in questo modo i suoi profondi impegno e professionalità nel documentare la sofferenza del popolo palestinese in mezzo all’aggressione israeliana in corso, che a Gaza ha già ucciso più di 41.000 persone e ferito altre 95.000, molte delle quali donne e minori.

Il documentario di Ayoub è stato selezionato come opera migliore da una commissione di foto redattori. Egli ha tenuto il discorso di accettazione attraverso un collegamento video e ha dedicato il suo premio a “tutti i giornalisti e i palestinesi che hanno perso la vita mentre facevano il loro lavoro a Gaza.”

Egli ha aggiunto che “è assolutamente essenziale per i giornalisti internazionali andare a Gaza, in primo luogo per documentare la guerra, ma anche perché ciò ci proteggerebbe un po’ di più dall’esercito [israeliano].”

L’agenzia Anadolu ha riferito che la sua citazione di Hamas come “il movimento di resistenza della Palestina” ha portato Louis Aliot, il sindaco di estrema destra di Perpignan, a chiedere che il premio gli fosse revocato.

Tuttavia gli organizzatori del festival hanno confermato la decisione dei giudici. Il direttore del festival, Jean-Francois Leroy, ha difeso la scelta della giuria in una intervista con l’agenzia spagnola di notizie EFE.

Non abbiamo mai avuto simili reazioni ostili eccetto riguardo alla guerra Israele-Hamas” ha affermato Leroy. “La nostra giuria è composta da foto redattori ed esperti internazionali. Che io sia personalmente d’accordo o meno, ho sempre rispettato le loro decisioni.”

Egli ha sottolineato le difficoltà incontrate dai giornalisti stranieri a Gaza, con le restrizioni imposte da Israele che rendono i giornalisti locali la fonte primaria di informazione dall’enclave.

Secondo la federazione internazionale dei giornalisti, dal 7 ottobre dello scorso anno Israele ha ucciso a Gaza almeno 170 giornalisti, inclusi professionisti di varie nazionalità. Tra le vittime famose ci sono stati il fotogiornalista Ali Jadallah di Anadolu, la cui famiglia è stata uccisa da un attacco israeliano alla sua casa, e il cameraman freelance Muntasir Al-Sawaf che è stato ucciso da un attacco aereo israeliano.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guerra a Gaza: un massiccio attacco israeliano sulle tende degli sfollati palestinesi uccide almeno 40 persone

Ahmed Abd el Aziz

Nader Durgham

10 settembre 2024Middle East Eye

Israele afferma di aver colpito un centro di comando di Hamas ad al-Mawasi, sebbene i sopravvissuti palestinesi abbiano detto a MEE che non c’erano combattenti nella zona

Martedì gli attacchi aerei israeliani su una cosiddetta “zona umanitaria” nella zona meridionale di al-Mawasi a Gaza hanno ucciso almeno 40 persone hanno affermato le autorità sanitarie locali. Gli attacchi hanno preso di mira almeno 20 tende che ospitavano i palestinesi sfollati nella zona costiera vicino alla città di Khan Younis.

Testimoni oculari hanno riferito all’AFP [Agenzia France Presse, n.d.t.] che almeno cinque razzi sono caduti nella zona e i servizi di emergenza hanno affermato che gli attacchi hanno creato crateri profondi fino a nove metri. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato un centro di comando di Hamas “camuffato nell’area umanitaria di Khan Younis” e che “sono state prese molte misure per ridurre le possibilità di danneggiare i civili, tra cui l’uso di armi di precisione, sorveglianza aerea e informazioni di intelligence aggiuntive”.

L’esercito [israeliano, n.d.t.] ha affermato che l’attacco aveva come obiettivo dei leader di Hamas, tra cui Samer Ismail Hader Abudaqa, identificato come il capo dell’unità aerea del movimento palestinese;,Osama Tabash, definito il capo della sorveglianza e degli obiettivi nella divisione di intelligence di Hamas e Ayman Mabhouh, un altro alto funzionario.

Non ha portato prove a sostegno di nessuna delle sue affermazioni.

Hamas ha negato le accuse sostenendo che “le affermazioni dell’esercito di occupazione fascista sulla presenza di elementi della resistenza nel sito preso di mira sono una palese menzogna”.

L’organizzazione di ricerca e soccorso della difesa civile di Gaza ha affermato che l’esercito israeliano ha utilizzato “missili con un’esplosione molto potente” e ha stimato che si è trattato di “uno dei massacri più orribili dall’inizio della guerra israeliana a Gaza”.

Non ha senso”

Um Mahmoud, un palestinese sfollato ad al-Mawasi, ha descritto di aver visto donne e bambini “fatti a pezzi” dopo gli attacchi.” Siamo qui da nove mesi, non abbiamo visto un solo membro della resistenza entrare nella zona”, ha detto Mahmoud a Middle East Eye.

Alaa al-Shaer, che è rimasto nel campo profughi con la sua famiglia, ha detto di avere un messaggio per gli israeliani “che stanno conducendo un genocidio contro di noi”. “Ho mia sorella, i miei figli, le mie figlie. Vi sembra possibile che permetta la presenza tra loro di qualcuno ricercato dagli israeliani? Non ha senso”. “Gli israeliani hanno detto, ‘andate nelle zone sicure’ ed è quello che la gente ha fatto”, ha aggiunto.

Le riprese video delle conseguenze immediate mostrano i palestinesi che scavano disperatamente nei profondi crateri per cercare i loro cari e la difesa civile che afferma che “intere famiglie” sono “scomparse” sepolte nella sabbia.

Mentre il sole sorgeva molte persone si sono dirette verso la zona per cercare di sostenere i soccorsi. Altri stavano guardando tra i resti delle loro tende, presumibilmente nel tentativo di recuperare qualcosa. Coloro che cercavano di andarsene hanno lottato per farsi strada attraverso i giganteschi crateri lasciati nel terreno.

In lacrime, in piedi fuori dall’ospedale Nasser di Khan Younis, una donna piangeva la morte della sorella uccisa nell’attacco.

“Mia sorella è stata martirizzata, aveva 35 anni”, ha raccontato a Middle East Eye. “Suo marito è scomparso quando gli israeliani lo hanno preso sei mesi fa”.

La donna, che si trovava a una sola strada di distanza dalla tenda della sorella, dice che quest’ultima ha lasciato sei figlie e due figli maschi.

“Come puoi vedere una ragazza rimanere orfana? Nessuna madre, nessun padre, nessun nonno, nessuno”, afferma.

Quasi tutti i 2,1 milioni di abitanti di Gaza sono stati ripetutamente sfollati a causa dei continui attacchi israeliani e molti di loro sono stati costretti a fuggire in quella che Israele descrive come una “zona umanitaria” nella parte meridionale dell’enclave. Israele riduce ripetutamente l’area designata come zona umanitaria sostenendo che alcuni luoghi sono stati utilizzati da Hamas e costringe i palestinesi a trasferirsi in un’area in continua contrazione che è stata anche in passato bombardata da Israele.

Organizzazioni per i diritti umani ed esperti delle Nazioni Unite hanno accusato Israele di punizioni collettive contro i palestinesi sin dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre, incluso l’uso della fame come arma di guerra. Da allora, le forze israeliane hanno ucciso nell’enclave più di 41.000 palestinesi

la maggior parte dei quali sono donne e bambini.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Festival del cinema di Venezia: la regista ebrea Sarah Friedland elogiata per il discorso di solidarietà alla Palestina

Mera Aladam

9 settembre 2024 – Middle East Eye

La regista americana ha detto che stava ricevendo il premio Luigi De Laurentiis per il miglior primo film nel ‘336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione’

Su internet molte persone hanno manifestato apprezzamento alla regista ebrea americana Sarah Friedland dopo che al festival del cinema di Venezia ha espresso solidarietà con i palestinesi nel bel mezzo dell’attuale guerra a Gaza.

Friedland, che sabato ha vinto il Leone del Futuro – Premio ‘Luigi de Laurentiis’ a Venezia per un film d’esordio e il premio Orizzonti per la miglior regia per il suo film Familiar Touch – ha detto che stava ricevendo il premio nel “336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione.”

Credo che come registi abbiamo la responsabilità di utilizzare le piattaforme istituzionali con cui lavoriamo per rimediare all’impunità di Israele a livello mondiale”, ha proseguito la regista, tra gli applausi e le acclamazioni del pubblico.

Di lì in poi vi è stata un’ondata di gradimenti online per Friedland, la cui affermazione è diventata virale sui social media.

Gran bel modo di utilizzare la tua piattaforma”, ha detto lo studioso americano islamico Omar Suleiman in un post su X, già conosciuto come Twitter.

Sarah Friedland merita un altro premio mondiale per il suo coraggio senza precedenti di schierarsi dalla parte dei palestinesi oppressi”, ha scritto un altro utente.

Diversi utenti si sono detti interessati a vedere il suo film, in particolare un post afferma: “Dobbiamo sostenere quei pochi coraggiosi che si esprimono apertamente in un’industria [quella dei social media, ndt] che vergognosamente ostracizza chi si oppone all’apartheid e al genocidio israeliani.”

Parecchi utenti hanno definito il discorso di Friedland “coraggioso”, riferendosi alle potenziali reazioni che avrebbe ricevuto. Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza artisti, attivisti per i diritti e altri personaggi pubblici hanno detto di essere stati messi a tacere e di aver subito censure per aver espresso sentimenti filo palestinesi.

Sapeva delle terribili e infamanti accuse che le avrebbero lanciato contro quando ha preso posizione e lo ha fatto ugualmente”, ha scritto su X un utente.

La scrittrice e giornalista pachistana Fatima Bhutto ha detto: “Sarah Friedland ha letteralmente più cuore e fegato di chiunque in tutta Hollywood”.

Le parole di Friedland giungono nel momento in cui la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza si avvicina a compiere un anno.

Secondo funzionari palestinesi dal 7 ottobre sono state uccise almeno 41.000 persone a Gaza, anche se questa è considerata una stima prudente.

A luglio esperti hanno dichiarato in una lettera alla rivista medica The Lancet che il reale numero di vittime palestinesi uccise a Gaza potrebbe essere superiore a 186.000.

Reazioni contro Friedland

Alcuni utenti di social media e scrittori hanno condannato le parole di Friedland, definendola una “ebrea che odia sé stessa”, una “ebrea assimilata privilegiata” e altri insulti razzisti.

In una lettera aperta a Friedland il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini la ha criticata “per essere diventata uno strumento di propaganda di Hamas”.

No, Sarah Friedland, non sei coraggiosa. Sei parte della mentalità del gregge, della sua moda”, ha scritto Yemeni in un pezzo pubblicato su Ynet. “Se ci sono sempre più voci come la tua, di odio per Israele, la Jihad nel mondo diventerà più forte – e poi verranno anche da te. Non c’è immunità per chi ha sostenuto Hamas, come non c’è immunità per i musulmani, che sono le principali vittime della Jihad.”

Molti utenti hanno risposto a queste critiche dicendo che “Sarah è dalla parte giusta della storia.”

Non è la prima volta che la regista vincitrice del premio si è schierata per la causa palestinese.

All’inizio di quest’anno, durante le festività della pasqua, Friedland ha pubblicato un post su X dicendo di aver “passato la seconda notte di pasqua in arresto insieme a centinaia di altri ebrei antisionisti ad un Seder (pasto rituale) improvvisato davanti alla porta di Schumer [leader maggioranza democratica al Senato, l’ebreo con la più alta carica istituzionale negli USA, n.d.r.] chiedendo l’interruzione dei finanziamenti USA al genocidio e il disinvestimento da Israele.”

Friedland si è anche unita alle proteste pro Palestina fin dall’inizio della guerra lo scorso anno. In un caso si è unita a 1.500 ebrei antisionisti che hanno bloccato il ponte di Manhattan a New York, chiedendo un cessate il fuoco permanente a Gaza e la fine dell’occupazione di Israele.

MEE ha contattato Friedland per un commento.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Per il New York Times non tutti gli americani uccisi in Palestina sono uguali

Lara-Nour Walton  

9 settembre 2024 – Mondoweiss

Quando un governo straniero e i suoi cittadini uccidono un americano ciò in genere suscita l’indignazione dei media statunitensi. Ma la recente ondata di violenza di Israele contro americani, compresa l’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, ha ricevuto pochissimo spazio.

La ventiseienne americana Ayşenur Ezgi Eygi è arrivata in Palestina solo tre giorni prima che le forze israeliane le sparassero in testa. Al momento della sua morte, il 6 settembre, stava protestando pacificamente contro le colonie illegali nel villaggio di Beita, nella Cisgiordania occupata. Questa uccisione è ordinaria amministrazione. Israele ha una storia di omicidi di cittadini americani a sangue freddo. All’inizio del nuovo secolo c’è stato uno stillicidio di uccisioni ogni anno. Nel 2003 un soldato dell’esercito israeliano che guidava un Caterpillar D9 passò ripetutamente sul corpo di Rachel Corrie, cittadina statunitense che stava cercando di fermare la demolizione di una casa palestinese. Morì schiacciata.

Poi, nel 2010, il diciannovenne Furkan Doğan cadde vittima del fuoco israeliano a bordo di una nave in acque internazionali. Il cittadino americano stava tentando di consegnare aiuti umanitari alla Striscia di Gaza assediata.

Era il 2016 quando Mahmoud Shaalan, che indossava una felpa North Face e jeans, uscì per andare a trovare sua zia. Non ci arrivò, un soldato israeliano sparò a morte all’adolescente della Florida a un checkpoint in Cisgiordania.

Il 2022 è stato un anno letale, inaugurato dal brutale arresto e conseguente morte dell’americano-palestinese Omar Abdulmajeed Asaad. Il ministero della Sanità palestinese ha affermato che l’ottantenne Asaad, che era stato preso durante una retata nella sua città natale, ha avuto un attacco di cuore “provocato molto probabilmente dal pestaggio e aggravato dalla lunga costrizione e poi dall’abbandono con le manette ai polsi per varie ore in un edificio… in una notte freddissima.”

Poi, ovviamente, nel 2022 c’è stata Shireen Abu Akleh. La giornalista americana di Al Jazeera indossava un giubbotto chiaramente contrassegnato dalla scritta “STAMPA” quando è stata assassinata da un cecchino dell’esercito israeliano.

Ma, mentre Israele continua a condurre la sua guerra a Gaza, che ormai è costata la vita ad almeno 40.000 palestinesi, quello stillicidio di uccisioni di cittadini USA è improvvisamente diventato una cascata. La morte di Eygi è stata preceduta dagli omicidi di due diciassettenni americani, Mohammad Khdour e Tawfic Abdel Jabbar, e del dipendente di World Central Kitchen [ong statunitense che si occupa di aiuti alimentari, ndt.] Jacob Flickinger. Ad agosto l’insegnante americano Amado Sison è stato colpito e ferito durante la stessa protesta settimanale contro le colonie in cui è stata uccisa Eygi.

Quando un governo straniero e i suoi cittadini uccidono un americano dietro l’altro è ragionevole supporre che questo comportamento susciti un minimo di indignazione nei media statunitensi. Ma la recente ondata di violenza di Israele contro americani, compresa l’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, ha ricevuto pochissimo spazio.

Fino al 6 settembre il presunto giornale di riferimento, The New York Times, non aveva pubblicato un solo articolo riguardante Khdour o Sison. I nomi di Jabbar e Flickinger insieme sono stati citati in otto articoli – quello di Jabbar in due, Flickinger in sei.

Di contro l’uccisione da parte di Hamas dell’ostaggio americano Hersh Goldberg-Polin ha attirato un’attenzione molto maggiore sui media. Dalla sua esecuzione, il primo settembre, il nome di Goldberg-Polin il 6 settembre era già apparso in 26 articoli e newsletters del New York Times.

Mentre la scarsa informazione sulla morte di palestinesi è una tendenza che ha segnato a lungo il New York Times e più in generale i grandi media, ora risulta che il solo fatto di schierarsi con la causa palestinese toglie rilevanza alla propria morte, anche se le vittime della violenza di stato di Israele sono americane.

Nella sua scarsa informazione sulle morti che hanno preceduto quella di Eygi, il New York Times ha dimenticato di evocare, anche solo una volta, la consolidata storia di uccisioni di cittadini americani da parte di Israele. Senza che venga incluso questo contesto fondamentale, come può un lettore cogliere eventualmente la portata di questo fenomeno?

Subito dopo la morte di Eygi, l’informazione del New York Times non è migliorata. Il 6 settembre il giornale ha intitolato “Donna americana colpita e uccisa durante una protesta in Cisgiordania.” Evidentemente il Times non pensa che ciò sia abbastanza degno di nota da includere nel titolo la responsabilità di Israele per l’omicidio. Di fatto un lettore avrebbe dovuto superare tre paragrafi prima di scoprire una frase esplicita che suggerisce la responsabilità dell’esercito israeliano. Avrebbe dovuto avventurarsi ancora più in basso, dopo le citazioni di Anthony Blinken sull’importanza di “raccogliere informazioni” prima di arrivare a delle conclusioni, per trovare il racconto di un testimone oculare che accusa [i soldati israeliani] dell’uccisione.

Più tardi quel giorno il Times ha pubblicato “Aysenur Eygi, l’attivista americana uccisa in Cisgiordania, è stata una organizzatrice delle proteste nei campus,” rifiutando ancora di incolpare nel titolo il fuoco israeliano.

L’approccio assolutorio del New York Times nel raccontare questa tragedia non è unico. Altri importanti mezzi d’informazione americani hanno evitato allo stesso modo di affrontare la questione del responsabile, tenendo la parola “Israele” lontano dai titoli:

  • Attivista americana colpita a morte alla testa in Cisgiordania (ABC, 9/6/24)

  • Cittadina americana uccisa durante una protesta contro i coloni in Cisgiordania (USA Today, 9/6/24)

  • Attivista americana colpita a morte nella Cisgiordania occupata (Politico, 9/6/24)

  • Donna americana, 26 anni, muore dopo essere stata colpita alla testa in Cisgiordania (New York Post, 9/6/24)

Tuttavia, data la sua diffusione e reputazione nazionale di affidabilitè, è più grave quando il New York Times non rispetta il suo dovere di utilizzare un linguaggio esplicito. Ciò è particolarmente vero quando, di fronte alla violenza israeliana verso americani, il governo USA continua a concedere carta bianca. Perché se il quarto potere, il presunto cane da guardia del governo americano, non può nemmeno chiedere a Israele di darne conto, allora chi lo farà?

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’inquirente dell’ONU accusa Israele di “strage per fame” a Gaza ma Netanyahu nega

Edith M. Lederer

7 settembre 2024, AssociatedPressNews

NAZIONI UNITE (AP) — L’inquirente indipendente delle Nazioni Unite sul diritto al cibo ha accusato Israele di star conducendo una “strage per fame” contro i palestinesi nel corso della guerra a Gaza, un’accusa che Israele nega con veemenza.

In un rapporto di questa settimana l’inquirente Michael Fakhri ha affermato che è iniziata due giorni dopo l’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele che ha ucciso circa 1.200 persone, quando in risposta l’offensiva militare di Israele ha bloccato del tutto il cibo, l’acqua, il carburante e altre forniture a Gaza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che le accuse a Israele di limitare gli aiuti umanitari sono “oltraggiosamente false”.

“Una deliberata politica di carestia? Si può dire qualsiasi cosa, ma non per questo è vera”, ha detto in una conferenza stampa mercoledì.

In seguito a un’intensa pressione internazionale in particolare da parte degli Stati Uniti, uno stretto alleato, il governo di Netanyahu ha gradualmente aperto diversi valichi di frontiera per consegne strettamente controllate. Fakhri ha affermato che inizialmente i pochi aiuti sono andati principalmente a Gaza meridionale e centrale e non al nord, dove Israele aveva ordinato ai palestinesi di spostarsi.

Professore presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università dell’Oregon, Fakhri è stato nominato dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra inquirente, o relatore speciale, sul diritto al cibo e ha assunto il ruolo nel 2020.

“A dicembre i palestinesi di Gaza rappresentavano l’80% delle persone al mondo che soffrono una carestia o una fame catastrofica”, ha affermato Fakhri. “Mai nella storia del dopoguerra una popolazione è stata costretta a soffrire la fame in tempi così brevi e così radicalmente come nel caso dei 2,3 milioni di palestinesi che vivono a Gaza”. Fakhri, che tiene corsi di diritto sui diritti umani, diritto alimentare e sviluppo, ha avanzato le accuse in un rapporto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite pubblicato giovedì. Afferma che tutto è iniziato 76 anni fa, con l’indipendenza di Israele e il suo continuo dislocamento dei palestinesi. Accusa Israele di aver utilizzato da allora “l’intera gamma di tecniche di fame e carestia contro i palestinesi, perfezionando il grado di controllo, sofferenza e morte che si può causare attraverso il sistema alimentare”.

Da quando è iniziata la guerra a Gaza Fakhri ha detto di aver ricevuto segnalazioni dirette della distruzione del sistema alimentare del territorio, compresi i terreni agricoli e la pesca, distruzione documentata e riconosciuta anche dalla Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite e da altri.

“Israele ha poi utilizzato gli aiuti umanitari come arma politica e militare per danneggiare e uccidere il popolo palestinese a Gaza”, ha affermato.

Israele insiste sul fatto che non pone più restrizioni al numero di camion di aiuti che entrano a Gaza, compresi quelli alimentari.

Alla conferenza stampa di mercoledì Netanyahu ha citato cifre del COGAT, l’organismo militare israeliano che supervisiona l’ingresso degli aiuti a Gaza, secondo cui 700.000 tonnellate di prodotti alimentari sono state autorizzate a entrare a Gaza dall’inizio della guerra 11 mesi fa.

Secondo i dati del COGAT quasi la metà degli aiuti alimentari degli ultimi mesi è stata importata dal settore privato per essere venduta nei mercati di Gaza. Tuttavia molti palestinesi a Gaza affermano di avere difficoltà a permettersi cibo a sufficienza per le loro famiglie. Israele consente ai camion di aiuti di attraversare due piccoli valichi a nord e un valico principale a sud, Kerem Shalom. Tuttavia, dall’invasione israeliana a maggio della città meridionale di Rafah, l’ONU e altre agenzie umanitarie affermano di avere difficoltà a raggiungere l’area di Kerem Shalom a Gaza per scaricare gli aiuti per la distribuzione gratuita perché le operazioni militari di Israele lo rendono troppo pericoloso.

Il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric ha definito la situazione umanitaria a Gaza “oltre la catastrofe”, con più di 1 milione di palestinesi che non hanno ricevuto alcuna distribuzione alimentare in agosto e un calo del 35% delle persone che hanno ricevuto pasti cucinati ogni giorno. Giovedì l’Ufficio Umanitario delle Nazioni Unite ha affermato che la forte riduzione dei pasti cucinati è dovuta in parte ai molteplici ordini di evacuazione delle forze di sicurezza israeliane che hanno costretto almeno 70 delle 130 cucine a sospendere o trasferire le loro operazioni. I partner umanitari delle Nazioni Unite non avevano peraltro scorte alimentari sufficienti per soddisfare i requisiti di due mesi di seguito nella parte centrale e meridionale di Gaza, ha aggiunto Dujarric. Ha affermato che le gravi carenze di rifornimenti a Gaza derivano da combattimenti, insicurezza, strade danneggiate e ostacoli e limitazioni di accesso da parte di Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Migliaia di coloni israeliani illegali prendono il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim

Redazione di Middle East Monitor

3 settembre 2024 – Middle East Monitor

Una delle moschee più sacre della Palestina è stata chiusa dai soldati dell’occupazione israeliana per una festa ebraica. Ogni anno la piccola comunità di coloni israeliani a Hebron prende il controllo della moschea di Abramo per molte settimane, facendola diventare di fatto una sinagoga.

Migliaia di coloni illegali hanno preso il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim ad Hebron e si sono preparati per un concerto e l’effettuazione di rituali ebraici, mentre le forze di occupazione hanno continuato a impedire ai musulmani l’accesso al sito.

Un video condiviso sui social media ha mostrato i soldati dell’occupazione israeliana che permettevano ai coloni di portare alcuni strumenti musicali dentro la moschea.

La ripresa, probabilmente effettuata da un colono o un soldato israeliano, ha anche mostrato soldati che aiutavano a portare alcuni materiali dentro il luogo di preghiera.

Il direttore della moschea, Moataz Abu Sneineh, ha affermato che i coloni israeliani hanno tenuto un concerto nei cortili della moschea “in palese violazione dei luoghi di preghiera e della riservatezza dei musulmani.”

Egli ha detto all’agenzia ufficiale di notizie Wafa che “queste pratiche e violazioni rientrano nel quadro di modificazione delle regole con i coloni, dato che le forze di occupazione hanno permesso loro di portare dentro strumenti musicali ed altoparlanti come parte dell’imposizione del controllo completo sulla moschea e sui luoghi vicini, in un momento in cui ai palestinesi non è permesso portare quanto necessario per la manutenzione e il restauro della moschea.”

Secondo la Wafa la moschea è stata aperta ai fedeli palestinesi questa mattina presto, dopo essere stata chiusa per loro sin dal fine settimana.

Con uno storico parere consultivo, il 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato “illegale” la pluridecennale occupazione israeliana del territorio palestinese e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie esistenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)