L’inquirente dell’ONU accusa Israele di “strage per fame” a Gaza ma Netanyahu nega

Edith M. Lederer

7 settembre 2024, AssociatedPressNews

NAZIONI UNITE (AP) — L’inquirente indipendente delle Nazioni Unite sul diritto al cibo ha accusato Israele di star conducendo una “strage per fame” contro i palestinesi nel corso della guerra a Gaza, un’accusa che Israele nega con veemenza.

In un rapporto di questa settimana l’inquirente Michael Fakhri ha affermato che è iniziata due giorni dopo l’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele che ha ucciso circa 1.200 persone, quando in risposta l’offensiva militare di Israele ha bloccato del tutto il cibo, l’acqua, il carburante e altre forniture a Gaza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che le accuse a Israele di limitare gli aiuti umanitari sono “oltraggiosamente false”.

“Una deliberata politica di carestia? Si può dire qualsiasi cosa, ma non per questo è vera”, ha detto in una conferenza stampa mercoledì.

In seguito a un’intensa pressione internazionale in particolare da parte degli Stati Uniti, uno stretto alleato, il governo di Netanyahu ha gradualmente aperto diversi valichi di frontiera per consegne strettamente controllate. Fakhri ha affermato che inizialmente i pochi aiuti sono andati principalmente a Gaza meridionale e centrale e non al nord, dove Israele aveva ordinato ai palestinesi di spostarsi.

Professore presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università dell’Oregon, Fakhri è stato nominato dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra inquirente, o relatore speciale, sul diritto al cibo e ha assunto il ruolo nel 2020.

“A dicembre i palestinesi di Gaza rappresentavano l’80% delle persone al mondo che soffrono una carestia o una fame catastrofica”, ha affermato Fakhri. “Mai nella storia del dopoguerra una popolazione è stata costretta a soffrire la fame in tempi così brevi e così radicalmente come nel caso dei 2,3 milioni di palestinesi che vivono a Gaza”. Fakhri, che tiene corsi di diritto sui diritti umani, diritto alimentare e sviluppo, ha avanzato le accuse in un rapporto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite pubblicato giovedì. Afferma che tutto è iniziato 76 anni fa, con l’indipendenza di Israele e il suo continuo dislocamento dei palestinesi. Accusa Israele di aver utilizzato da allora “l’intera gamma di tecniche di fame e carestia contro i palestinesi, perfezionando il grado di controllo, sofferenza e morte che si può causare attraverso il sistema alimentare”.

Da quando è iniziata la guerra a Gaza Fakhri ha detto di aver ricevuto segnalazioni dirette della distruzione del sistema alimentare del territorio, compresi i terreni agricoli e la pesca, distruzione documentata e riconosciuta anche dalla Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite e da altri.

“Israele ha poi utilizzato gli aiuti umanitari come arma politica e militare per danneggiare e uccidere il popolo palestinese a Gaza”, ha affermato.

Israele insiste sul fatto che non pone più restrizioni al numero di camion di aiuti che entrano a Gaza, compresi quelli alimentari.

Alla conferenza stampa di mercoledì Netanyahu ha citato cifre del COGAT, l’organismo militare israeliano che supervisiona l’ingresso degli aiuti a Gaza, secondo cui 700.000 tonnellate di prodotti alimentari sono state autorizzate a entrare a Gaza dall’inizio della guerra 11 mesi fa.

Secondo i dati del COGAT quasi la metà degli aiuti alimentari degli ultimi mesi è stata importata dal settore privato per essere venduta nei mercati di Gaza. Tuttavia molti palestinesi a Gaza affermano di avere difficoltà a permettersi cibo a sufficienza per le loro famiglie. Israele consente ai camion di aiuti di attraversare due piccoli valichi a nord e un valico principale a sud, Kerem Shalom. Tuttavia, dall’invasione israeliana a maggio della città meridionale di Rafah, l’ONU e altre agenzie umanitarie affermano di avere difficoltà a raggiungere l’area di Kerem Shalom a Gaza per scaricare gli aiuti per la distribuzione gratuita perché le operazioni militari di Israele lo rendono troppo pericoloso.

Il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric ha definito la situazione umanitaria a Gaza “oltre la catastrofe”, con più di 1 milione di palestinesi che non hanno ricevuto alcuna distribuzione alimentare in agosto e un calo del 35% delle persone che hanno ricevuto pasti cucinati ogni giorno. Giovedì l’Ufficio Umanitario delle Nazioni Unite ha affermato che la forte riduzione dei pasti cucinati è dovuta in parte ai molteplici ordini di evacuazione delle forze di sicurezza israeliane che hanno costretto almeno 70 delle 130 cucine a sospendere o trasferire le loro operazioni. I partner umanitari delle Nazioni Unite non avevano peraltro scorte alimentari sufficienti per soddisfare i requisiti di due mesi di seguito nella parte centrale e meridionale di Gaza, ha aggiunto Dujarric. Ha affermato che le gravi carenze di rifornimenti a Gaza derivano da combattimenti, insicurezza, strade danneggiate e ostacoli e limitazioni di accesso da parte di Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Migliaia di coloni israeliani illegali prendono il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim

Redazione di Middle East Monitor

3 settembre 2024 – Middle East Monitor

Una delle moschee più sacre della Palestina è stata chiusa dai soldati dell’occupazione israeliana per una festa ebraica. Ogni anno la piccola comunità di coloni israeliani a Hebron prende il controllo della moschea di Abramo per molte settimane, facendola diventare di fatto una sinagoga.

Migliaia di coloni illegali hanno preso il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim ad Hebron e si sono preparati per un concerto e l’effettuazione di rituali ebraici, mentre le forze di occupazione hanno continuato a impedire ai musulmani l’accesso al sito.

Un video condiviso sui social media ha mostrato i soldati dell’occupazione israeliana che permettevano ai coloni di portare alcuni strumenti musicali dentro la moschea.

La ripresa, probabilmente effettuata da un colono o un soldato israeliano, ha anche mostrato soldati che aiutavano a portare alcuni materiali dentro il luogo di preghiera.

Il direttore della moschea, Moataz Abu Sneineh, ha affermato che i coloni israeliani hanno tenuto un concerto nei cortili della moschea “in palese violazione dei luoghi di preghiera e della riservatezza dei musulmani.”

Egli ha detto all’agenzia ufficiale di notizie Wafa che “queste pratiche e violazioni rientrano nel quadro di modificazione delle regole con i coloni, dato che le forze di occupazione hanno permesso loro di portare dentro strumenti musicali ed altoparlanti come parte dell’imposizione del controllo completo sulla moschea e sui luoghi vicini, in un momento in cui ai palestinesi non è permesso portare quanto necessario per la manutenzione e il restauro della moschea.”

Secondo la Wafa la moschea è stata aperta ai fedeli palestinesi questa mattina presto, dopo essere stata chiusa per loro sin dal fine settimana.

Con uno storico parere consultivo, il 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato “illegale” la pluridecennale occupazione israeliana del territorio palestinese e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie esistenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Per respirare un po’ d’aria la parlamentare palestinese si deve sdraiare accanto alla fessura sotto la porta della cella

Gideon Levy

30 agosto 2024 – Haaretz

Dopo lo scoppio della guerra la parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata nuovamente arrestata e da allora è rimasta incarcerata senza accuse, ora in totale isolamento, in condizioni disumane.

Dopo essere stata imprigionata pochi mesi dopo lo scoppio della guerra a Gaza in occasione degli arresti di massa di Israele nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, Khalida Jarrar è stata costretta a rimanere dietro le sbarre per altri sei mesi, sempre in detenzione amministrativa, senza accuse e senza processo.

La più nota prigioniera politica palestinese, accusata di essere una componente della leadership politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che Israele considera un’organizzazione terroristica, è stata rapita da casa sua otto mesi fa e da allora incarcerata. Fino a due settimane e mezzo fa era detenuta con altre prigioniere di sicurezza nella prigione di Damon, sul Monte Carmelo, fuori Haifa. Poi all’improvviso, senza alcuna spiegazione, è stata trasferita a Neve Tirza, una prigione femminile nel centro di Israele, rinchiusa in una minuscola cella di 2,5 x 1,5 metri e lasciata in totale isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

La sua cella non ha finestre. Non c’è aria, non c’è ventilatore, solo un letto di cemento e un materasso sottile, oltre a dei servizi igienici senz’acqua per la maggior parte del giorno. Questa settimana ha detto al suo avvocato che per respirare un po’ si sdraia sul pavimento alla ricerca di un po’ d’aria proveniente dalla fessura sotto la porta della cella. Non beve molto, per evitare di dover usare il water, che emana un odore orribile.

Ecco come Israele tiene i suoi prigionieri politici: senza accuse o processo, in condizioni disumane, illegali anche secondo le sentenze dell’Alta Corte di Giustizia (come quelle relative all’affollamento delle celle, sentenze ignorate dalle autorità carcerarie).

A volte la femminista e attivista politica di 61 anni invoca per ore l’assistenza di una guardia (Jarrar è malata e assume farmaci) senza ricevere risposta. Quando questa settimana ho chiesto a suo marito, Ghassan, cosa pensa che faccia durante tutte quelle ore di isolamento disumano, è rimasto in silenzio e i suoi occhi si sono inumiditi. Khalida e Ghassan hanno una grande esperienza del carcere: lui ha trascorso circa 10 anni della sua vita in prigione, lei circa sei. Ma l’attuale prigionia è senza dubbio la più dura e difficile di tutte, sotto il pugno di ferro del servizio carcerario israeliano di Itamar Ben-Gvir.

È immersa nella sofferenza: durante ciascuna delle sue precedenti incarcerazioni (tutte tranne una erano detenzioni amministrative) è morto un parente stretto e Israele le ha impedito di partecipare ai funerali o ai rituali del lutto. Nel 2015, quando morì suo padre, era in prigione; ed era in prigione anche nel 2018, in occasione della morte di sua madre; nel 2021 una delle sue due figlie, Suha, morì all’età di 31 anni, e anche allora Israele si ostinò duramente a rifiutare alla madre in lutto il permesso di partecipare al funerale. Jarrar fu rilasciata tre mesi dopo la morte della figlia e andò direttamente dalla prigione di Damon alla tomba di Suha. “Voi pensate che non abbiamo sentimenti”, mi disse allora. E ora, durante la sua attuale prigionia, suo nipote, Wadia, che era cresciuto in casa sua come un figlio, è morto di arresto cardiaco all’età di 29 anni.

I disastri che hanno colpito Khalida vanno oltre la comprensione: una tragedia si è susseguita all’altra e lei le affronta eroicamente tutte, almeno esteriormente; è dietro le sbarre per la quinta volta nella sua vita e la quarta volta dal 2015. Il fatto che, a parte un caso, non sia mai stata effettivamente condannata per nessun reato (e anche quell’unica condanna è avvenuta per un reato politico, “appartenenza a un’organizzazione illegale”, e non per aver commesso atti di terrorismo o violenza), senza che Israele abbia mai presentato la minima prova contro di lei a un processo, dovrebbe sconvolgere chiunque in Israele o all’estero creda nella democrazia. Cinque volte Haaretz ha pubblicato editoriali con la richiesta del suo rilascio, ma invano.

Jarrar, che si oppone al regime, il regime di occupazione, è una componente dell’Assemblea Legislativa Palestinese, attualmente non operativa, un fatto che dovrebbe garantirle l’immunità parlamentare. È una prigioniera di coscienza in Israele. Quando parliamo di prigionieri di coscienza in Myanmar, in Russia, in Iran o in Siria, non dobbiamo dimenticare Jarrar. Quando parliamo di Israele nei termini di una democrazia è nostro dovere ricordare Jarrar.

L’ultima volta che abbiamo fatto visita alla bella vecchia casa in pietra dei Jarrar nel centro di Ramallah è stata dopo il suo rilascio dalla precedente pena detentiva, proprio nel periodo di lutto per la morte di Suha. Quello è stato il suo più doloroso ritorno a casa dalla prigione. Parcheggiata sotto c’era la nuova Jeep rossa che suo marito le aveva comprato due anni prima, che era riuscita a malapena a guidare prima di essere arrestata. Questa settimana la Jeep rossa è di nuovo ferma, silenziosa, nel vialetto. Ma la casa è più vuota e triste che mai: Suha è morta, Khalida è in prigione e l’altra figlia, Yafa, la più grande della coppia, vive a Ottawa con il marito canadese e la loro figlia di 2 anni, che hanno chiamato Suha in memoria della zia. Solo Ajawi (dattero maturo) e Asal (miele), due gatti rossicci, vagano ancora qui.

Questa settimana un aquilone volava nei cieli di Ramallah, ben al di sopra dei grigi ingorghi intorno al checkpoint di Qalandiyah. Dall’esterno della finestra della casa dei Jarrar si è sentito improvvisamente il rumore degli elicotteri: a quanto pare il presidente palestinese Mahmoud Abbas stava tornando da un’altra missione diplomatica: la Giordania gli aveva fornito due elicotteri.

Due mesi fa Ghassan ha chiuso la sua fabbrica a Beit Furiq, a sud-est di Nablus, che produceva animali di peluche. Il calvario dei checkpoint all’andata e al ritorno (Beit Furiq è stata bloccata dalle autorità israeliane dall’inizio della guerra di Gaza) e la situazione economica, per cui i giocattoli accattivanti e colorati realizzati con una magnifica pelliccia sintetica non trovano acquirenti, lo hanno costretto a chiudere la sua attività. Molti palestinesi hanno subito una sorte simile in Cisgiordania, dove i redditi si sono prosciugati perché ai lavoratori non è più consentito entrare in Israele.

Ghassan, 65 anni, fa attualmente parte del consiglio comunale di Ramallah, a capo di una delle quattro fazioni indipendenti. Dopo l’ultimo rapimento di Khalida dalla loro casa ha intrapreso un intenso regime sportivo correndo 10 chilometri al giorno e nuotando.

I rapitori sono arrivati ​​il ​​26 dicembre 2023, alle 5 del mattino, forzando silenziosamente la porta d’ingresso in ferro e poi irrompendo nella camera da letto al secondo piano. Ghassan, che stava dormendo profondamente e inizialmente non aveva sentito nulla, è stato svegliato di soprassalto dai colpi dei calci dei fucili e dai pugni in faccia da parte dei soldati, alcuni dei quali mascherati. Ricorda di aver cercato istintivamente di proteggersi il viso, senza capire cosa stesse succedendo, finché non ha sentito uno dei soldati dire: “Ha cercato di afferrare l’arma”. Ghassan si è svegliato del tutto. Ha sentito armare i fucili e ha avvertito i raggi laser rossi dei loro mirini che gli sfioravano il viso. Quello è stato il momento più vicino alla morte in assoluto, dice. Ha immediatamente alzato le mani in segno di resa e si è salvato la vita.

I soldati non hanno fatto del male a Khalida. Le è stato ordinato di vestirsi, raccogliere alcuni indumenti e le medicine e andare con i soldati al piano di sotto. Lì, nel vialetto, è stata ammanettata e bendata. I rapitori non hanno detto nulla sul perché la stessero arrestando e dove la stessero portando.

È stata messa in detenzione amministrativa per sei mesi senza essere sottoposta ad alcun interrogatorio. Il 24 giugno la detenzione è stata estesa per altri sei mesi, come al solito senza accuse o spiegazioni. Le condizioni nella prigione di Damon sono peggiori rispetto alla prigione di Hasharon, vicino a Netanya, dove era stata incarcerata la volta precedente. Inoltre, dall’inizio della guerra la condizione dei prigionieri di sicurezza si è incommensurabilmente aggravata grazie al duo sadico, il ministro della sicurezza nazionale Ben-Gvir e il suo capo di gabinetto e lacchè, Chanamel Dorfman.

Durante la detenzione di Khalida a Damon c’erano tra le 73 e le 91 prigioniere e detenute palestinesi, riferisce Ghassan, aggiungendo che lì, diversamente dalle volte precedenti, ha mostrato maggiore cautela cercando di non comportarsi come leader nei confronti delle sue compagne di prigionia. Ovviamente da dicembre suo marito non l’ha incontrata o nemmeno parlato con lei: tutte le visite alle prigioniere palestinesi sono state interrotte da Ben-Gvir. Nel 2021 Khalida aveva saputo della morte di sua figlia tramite radio, ma ora non c’è più la radio, né un bollitore o una piastra elettrica, o altri dispositivi che potrebbero alleviare la sua situazione. E nell’era di Ben-Gvir non si può più acquistare nulla nelle mense delle prigioni.

Il 13 agosto un avvocato che aveva visitato un’altra detenuta ha riferito che Khalida non era più a Damon. Naturalmente, nessuno nel servizio carcerario ha pensato di informare la famiglia, che ha immediatamente avviato sforzi febbrili per scoprire dove si trovasse. L’avvocata della famiglia, Hiba Masalha, ha contattato il consulente legale del servizio carcerario, ma non ha ricevuto risposta. Alla fine, le è stato detto a Damon che Khalida era stata trasferita a Neve Tirza. Non sono state fornite altre informazioni.

Per quanto ne sappiamo, non ci sono altri prigionieri di sicurezza a Neve Tirza. I suoi detenuti criminali potrebbero rappresentare un pericolo per una prigioniera di sicurezza palestinese come Khalida, ma è stata immediatamente posta in isolamento. Nessuno ha spiegato alla sua avvocata perché fosse in isolamento o per quanto tempo sarebbe durato. Condizioni davvero disumane per una donna malata di oltre 60 anni.

Il 20 agosto una ONG palestinese, Addameer Prisoner Support, e Human Rights Association, hanno inviato una lettera urgente ai responsabili di tutte le missioni diplomatiche a Ramallah e Gerusalemme, descrivendo la difficile situazione della donna, conosciuta in tutto il mondo come prigioniera di coscienza.

La scorsa settimana il direttore della prigione ha informato Khalida che avrebbe avuto diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte per passeggiate ancora più brevi di quelle che farebbe un cane. Ma tale privilegio è stato revocato questa settimana. Masalha è andata a trovarla e Khalida le ha detto che non ha uno spazzolino da denti, un dentifricio o una spazzola per capelli, né alcun tipo di pantofole. Ghassan è preoccupato per cosa succederebbe se svenisse a causa del diabete e di altri disturbi di cui soffre, dal momento che le guardie non rispondono alle sue chiamate.

Questa settimana Haaretz ha inviato al servizio carcerario le seguenti domande: perché Jarrar è stata trasferita a Neve Tirza? Perché è stata posta in totale isolamento? Perché è stato revocato il permesso per le passeggiate giornaliere? Perché non le è stato assicurato il soddisfacimento delle necessità più basilari?

La risposta a tutte queste domande è stata: “L’IPS (Sistema Penitenziario Israeliano) opera secondo la legge, sotto la stretta verifica di molti funzionari addetti alla supervisione. Ogni prigioniero e detenuto ha il diritto di presentare reclami secondo regole stabilite e le loro denunce saranno esaminate”.

Nel frattempo, Ghassan Jarrar è molto preoccupato per il destino di sua moglie, come del resto dovrebbe essere ogni sostenitore dei diritti umani in Israele e altrove. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dall’inizio della guerra nelle prigioni israeliane sono già morti o sono stati uccisi circa 60 detenuti palestinesi, molto di più del totale di vittime in 20 anni nella famigerata prigione militare di Guantanamo.

Questa settimana Khalida ha avuto una sola richiesta per la sua avvocata: assicurarsi di poter respirare. “Non c’è aria, sto soffocando”, ha detto a Masalha con voce strozzata.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cimitero dei numeri – Israele trattiene 552 corpi, inclusi quelli di decine di minori

Redazione di Palestine Chronicle e WAFA

27 agosto 2024 – Palestine Chronicle

Le istituzioni hanno sottolineato che “è arrivato a 552 il numero dei corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e nelle celle frigorifere.”

Martedì le Istituzioni dei Prigionieri e la Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri hanno riferito che le autorità dell’occupazione israeliana continuano a trattenere 552 corpi, inclusi 256 nei cosiddetti cimiteri dei numeri [in cui sono sepolti in forma anonima palestinesi uccisi da Israele, ndt.], insieme a centinaia della Striscia di Gaza.

Questa informazione è stata rilasciata in una dichiarazione congiunta dalla Palestine Prisoners Society [Società dei Prigionieri Palestinesi] (PPS), dalla Commissione di Detenuti ed Ex-Detenuti, dalla Fondazione Damir per i Diritti Umani e dalla Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri, in coincidenza con il Giorno Nazionale per il Recupero dei Corpi che cade annualmente il 27 agosto.

Le istituzioni hanno sottolineato che “il numero di corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e celle frigorifere è arrivato a 552, inclusi 256 nei cimiteri dei numeri e 296 dal ritorno della politica di detenzione nel 2015.”

Le organizzazioni hanno anche osservato che i corpi trattenuti includono 9 donne, 32 prigionieri, 55 minori, 5 individui dai territori del 1948 [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] e sei palestinesi rifugiati dal Libano.

La dichiarazione riferisce inoltre che “dall’inizio dell’aggressione israeliana il 7 ottobre, l’occupazione ha aumentato la detenzione dei corpi, dal momento che sta trattenendo 149 corpi e questo numero costituisce più della metà di quanti sono stati sequestrati dal 2015, osservando che questo dato non include i [corpi dei] martiri detenuti nella Striscia di Gaza.”

In più la dichiarazione aggiunge che “il numero [di corpi] di persone detenuti a Gaza dall’occupazione è stimato intorno alle centinaia, ma non c’è alcuna dichiarazione ufficiale da parte dell’occupazione riguardo l’effettivo numero di corpi di martiri ad oggi a Gaza.”

Nel frattempo, decine di civili e di famiglie di coloro i cui corpi sono trattenuti dall’occupazione israeliana oggi hanno preso parte a proteste nei governatorati di Ramallah, Jenin e Nablus chiedendo che le autorità israeliane restituiscano i corpi trattenuti dei palestinesi uccisi dall’esercito israeliano.

Genocidio in corso

Facendosi beffe della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiede il cessate il fuoco immediato, Israele ha fronteggiato una condanna internazionale durante la sua brutale offensiva in corso contro Gaza.

Attualmente sotto accusa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, dal 7 ottobre Israele sta conducendo una devastante guerra contro Gaza.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza 40.476 palestinesi sono stati uccisi e 93.647 feriti durante il genocidio israeliano in corso a Gaza a partire dal 7 ottobre.

Inoltre almeno 11.000 persone, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case dappertutto nella Striscia, non sono conteggiate.

Israele afferma che il 7 ottobre, durante l’operazione Inondazione di Al-Aqsa, sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato rapporti secondo cui quel giorno molti israeliani sono stati uccisi dal “fuoco amico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il ministro israeliano Ben-Gvir dice che costruirebbe una sinagoga sul complesso di Al-Aqsa

Redazione Al Jazeera

26 agosto 2024  Al Jazeera

Molte critiche ai commenti “pericolosi” del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che sfidano lo status quo

Un ministro israeliano di estrema destra ha suscitato indignazione dicendo che, se potesse, costruirebbe una sinagoga ebraica nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata, rafforzando la narrazione secondo cui il luogo sacro musulmano e simbolo nazionale palestinese è in pericolo.

Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha più volte ignorato il divieto del governo israeliano che da tempo proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo, ha detto lunedì alla radio dell’esercito che se fosse possibile costruirebbe una sinagoga nel complesso di Al-Aqsa, noto agli ebrei come il Monte del Tempio.

Il complesso di Al-Aqsa è il terzo luogo più sacro dell’Islam e un simbolo dell’identità palestinese. Gli ebrei lo considerano anche il sito del Primo e del Secondo Tempio, quest’ultimo distrutto dai Romani nel 70 d.C.

“Se potessi fare tutto ciò che voglio metterei una bandiera israeliana sul sito”, ha detto Ben-Gvir nell’intervista.

Alla ripetuta domanda da parte del giornalista se, nel caso fosse di sua competenza, costruirebbe una sinagoga in quel luogo, Ben-Gvir alla fine ha risposto: “Sì”.

Secondo lo status quo pluridecennale garantito dalle autorità israeliane, agli ebrei e ad altri non musulmani è consentito visitare il complesso nella Gerusalemme est occupata durante orari specifici, ma non è loro consentito pregare lì o esporre simboli religiosi.

Ben-Gvir è stato criticato anche da alcuni ebrei ortodossi che considerano il sito un luogo troppo sacro perché gli ebrei possano entrarvi. Secondo i principali rabbini, è vietato a qualsiasi ebreo entrare in qualsiasi parte di Al-Aqsa a causa della sua santità.

Negli ultimi anni le restrizioni al complesso sono state violate sempre più spesso da nazionalisti religiosi radicali come Ben-Gvir, provocando talvolta scontri con i palestinesi.

Considerata un tempo un movimento marginale, la campagna per costruire un “Terzo Tempio” su Al-Aqsa sta crescendo in Israele, e molti palestinesi vedono parallelismi con quanto accaduto a Hebron, dove la Moschea Ibrahimi, conosciuta anche come la Grotta dei Patriarchi, è stata ripartita.

Da quando nel dicembre 2022 è entrato in carica come Ministro della Sicurezza Nazionale, Ben-Gvir ha visitato il luogo santo almeno sei volte, suscitando severe condanne.

Il complesso della moschea di Al-Aqsa è amministrato dalla Giordania, ma di fatto l’accesso al sito è controllato dalle forze di sicurezza israeliane.

Ben-Gvir ha detto alla radio dell’esercito che agli ebrei dovrebbe essere permesso di pregare nel complesso.

“Gli arabi possono pregare dove vogliono, quindi gli ebrei dovrebbero poter pregare dove vogliono”, ha detto, sostenendo che “la politica attuale consente agli ebrei di pregare in quel luogo”.

Diversi politici ebrei ultra-ortodossi hanno già denunciato i tentativi di Ben-Gvir di incoraggiare la preghiera ebraica ad Al-Aqsa.

Uno di loro, il Ministro degli Interni Moshe Arbel, ha precedentemente definito “blasfemia” i commenti di Ben-Gvir sull’argomento, aggiungendo che “il divieto della preghiera ebraica sul Monte del Tempio è la posizione di tutti i grandi uomini di Israele da generazioni”.

“Pericoloso”

La Giordania ha risposto alle ultime osservazioni di Ben-Gvir.

“Al-Aqsa e i luoghi santi sono un luogo di culto solo per i musulmani”, ha detto in una nota il portavoce del Ministero degli Esteri giordano Sufian Qudah.

“La Giordania prenderà tutte le misure necessarie per fermare gli attacchi ai luoghi santi” e “sta preparando i documenti legali necessari per agire nei tribunali internazionali contro gli attacchi ai luoghi santi”, ha detto Qudah.

Anche diversi funzionari israeliani hanno condannato Ben-Gvir, mentre una dichiarazione dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu afferma che “non vi è alcun cambiamento” nella politica attuale.

“Sfidare lo status quo del Monte del Tempio è un atto pericoloso, non necessario e irresponsabile”, ha detto il Ministro della Difesa Yoav Gallant su X.

“Le azioni di Ben-Gvir mettono in pericolo la sicurezza nazionale dello Stato di Israele”.

Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha detto su X che i ripetuti commenti di Ben-Gvir dimostrano che “Netanyahu ha perso il controllo del suo governo”.

Il portavoce della presidenza palestinese Nabil Abu Rudeineh ha avvertito che “Al-Aqsa e i luoghi santi sono una linea rossa che non permetteremo assolutamente venga toccata”.

Hamas, con cui Israele è impegnato in un’aspra guerra nella Striscia di Gaza, ha affermato che i commenti del Ministro sono “pericolosi” e ha invitato i paesi arabi e islamici “ad assumersi la responsabilità di proteggere i luoghi santi”.

Il Ministero degli Esteri egiziano ha invitato Israele a rispettare i suoi obblighi come potenza occupante e a fermare le dichiarazioni provocatorie volte ad aumentare le tensioni, ha riferito Egyptian Ahram Online.

“Queste dichiarazioni ostacolano gli sforzi per raggiungere una tregua e un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e rappresentano una seria minaccia per il futuro di una soluzione definitiva della questione palestinese, basata sulla soluzione dei due Stati e sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente lungo i confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale”, si legge nella nota.

I commenti di lunedì sono arrivati ​​meno di due settimane dopo che Ben-Gvir aveva suscitato indignazione – anche in influenti rabbini israeliani – visitando il complesso con centinaia di sostenitori, molti dei quali sembravano pregare apertamente in violazione alle norme dello status quo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Guerra contro Gaza: sei ostaggi israeliani ritrovati morti a Gaza, probabilmente uccisi da Israele

Redazione di MEE

20 agosto 2024 – Middle East Eye

L’esercito israeliano ha ritrovato i corpi di sei ostaggi a Gaza, di cui cinque probabilmente uccisi in un tunnel dopo un attacco israeliano.

Martedì a Gaza durante una operazione notturna l’esercito israeliano ha recuperato i corpi di sei ostaggi.

Gli ostaggi, che erano stati presi vivi il 7 ottobre, sono stati identificati come Avraham Munder, Chaim Peri, Yoram Metzger, Alex Dancyg, Nadav Popplewell e Yagev Buchshtab.

Hamas aveva precedentemente annunciato le morti di cinque prigionieri, affermando che essi sono stati uccisi in seguito ad attacchi israeliani.

L’operazione israeliana ha avuto luogo nell’area di Khan Younis, e l’esercito afferma che durante la missione non è avvenuto alcun combattimento.

Ufficiali della difesa israeliana credono che i prigionieri siano morti dove sono stati trovati i loro corpi. Resoconti suggeriscono che un incendio provocato da un precedente attacco possa aver esalato biossido di carbonio che ha invaso il tunnel provocando la morte dei cinque ostaggi. Tuttavia una autopsia israeliana indica che Yoram Metzger possa essere stato ucciso da un colpo di arma da fuoco.

I corpi sono stati riportati in Israele e 109 prigionieri rimangono in detenzione.

Il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha affermato che le circostanze delle morti sono ancora sotto inchiesta e che i risultati saranno condivisi con le famiglie e con l’opinione pubblica una volta che l’inchiesta sarà completata.

Crescenti pressionie su Netanyahu

Dal 7 ottobre, il governo e l’esercito israeliani sono stati irremovibili sul fatto che il metodo migliore per liberare gli israeliani presi come ostaggi fosse una intensa pressione militare.

Circa 240 persone furono portate a Gaza durante le incursioni nelle comunità israeliane del sud. In uno scambio con Hamas a novembre sono state liberate cento persone.

Ma nonostante un numero di pesanti incursioni israeliane per liberare gli ostaggi, molti di loro sono morti in seguito ai bombardamenti israeliani, e ogni morte confermata aggiunge pressione da parte dei familiari sul primo ministro Benjamin Netanyahu e aumenta le richieste per un accordo per un immediato cessate il fuoco.

Circa 56 ostaggi sono stati dati per morti in dieci mesi di guerra. Israele dichiara che la maggioranza è stata uccisa dai carcerieri.

Tuttavia molti sembrano essere stati uccisi dall’incessante attacco contro Gaza da parte di Israele, che ha ucciso ad oggi più di 40.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il funzionario britannico EyeMark Smith, che si è dimesso, afferma che Israele sta perpetrando crimini di guerra alla luce del sole

Redazione

19 agosto 2024-Middle East Eye

Ex diplomatico afferma di aver sollevato preoccupazioni, anche con David Lammy, sulla complicità del Regno Unito ma di aver ricevuto una risposta “insoddisfacente”.

Il funzionario britannico che si è dimesso perché preoccupato del fatto che il governo sia complice di crimini di guerra a causa delle continue vendite di armi a Israele ha affermato lunedì che l’esercito israeliano sta commettendo atrocità “in modo flagrante, palese e sistematico”.

“Ciò a cui assistiamo sono spaventosi atti di violenza perpetrati contro i civili e contro le loro proprietà”, ha affermato Mark Smith, già autore principale della valutazione più importante che regola la legalità delle vendite di armi nel Regno Unito presso la direzione Medio Oriente e Nord Africa del Foreign Office [il ministero degli Esteri britannico, ndt.], in un’intervista a BBC Radio 4.

Smith afferma che questo disinteresse “è profondamente preoccupante. È mio dovere, in quanto dipendente pubblico, sollevare la questione”, e ha invitato altri funzionari “ad unirsi ai numerosi colleghi che hanno sollevato preoccupazioni su questo problema”.

Smith è il primo funzionario britannico di cui si è venuti a conoscenza a essersi dimesso a causa della guerra di Israele a Gaza. Ma dal 7 ottobre tra i dipendenti pubblici è cresciuta l’inquietudine per le continue vendite di armi del Regno Unito a Israele.

A maggio un ex funzionario pubblico che lavorava sulla politica degli aiuti internazionali ha riferito su Declassified UK [principale sito di analisi della politica estera e militare britannica, ndt.] che circa 300 dipendenti del Foreign Office avevano formalmente sollevato preoccupazioni sulla complicità della Gran Bretagna nei crimini di guerra israeliani a Gaza.

A luglio, il sindacato dei servizi pubblici e commerciali (PCS), che rappresenta i dipendenti pubblici britannici, ha richiesto un incontro con l’Ufficio di Gabinetto [dipartimento esecutivo del governo britannico, ndt.] in merito alla guerra a Gaza e alle sue implicazioni per i dipendenti pubblici.

Nel suo primo giorno in carica il ministro degli Esteri David Lammy ha dichiarato di aver richiesto una revisione completa del rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele.

A luglio alcune fonti hanno riferito a MEE che il Regno Unito avrebbe probabilmente introdotto restrizioni sulle vendite di armi a Israele, ma successivi resoconti del Times e del Guardian hanno suggerito che la decisione è stata ritardata a causa di difficoltà legali nel definire le armi di fabbricazione britannica utilizzate da Israele nella sua guerra a Gaza e quelle utilizzate per la difesa.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La battaglia quotidiana per sopravvivere al genocidio di Gaza

Yousef Aljamal

14 Agosto 2024 – +972magazine

Ricavare tende dai paracadute degli aiuti umanitari, aspettare per giorni una lattina di fagioli, riaprire tombe per seppellire altri martiri: ecco cosa devono affrontare i palestinesi.

Dal 7 Ottobre la mia vita è divisa tra due universi paralleli. Nel primo porto avanti come al solito la mia vita di tutti i giorni qui in Turchia, dove lavoro, vado a trovare i miei amici, faccio le commissioni, mi prendo cura dei miei parenti più stretti. Nel secondo sono invece immerso nel flusso quotidiano di notizie sulla morte, la distruzione, lo sfollamento e la paura che la mia famiglia, i miei amici e i miei vicini a Gaza stanno subendo, e provo ad aiutarli per quanto mi è possibile.

La mia famiglia a Gaza si considera tra le più fortunate: hanno un tetto sopra la testa. Al momento trentacinque dei miei parenti condividono la casa sovraffollata dei miei genitori nel campo profughi di Nuseirat, al centro della Striscia di Gaza. A gennaio sono stati provvisoriamente sfollati quando Israele ha emanato ordini di evacuazione e mandato i carri armati nel campo, ma in seguito sono riusciti a tornare.

Considerato che circa il 90 % dei 2,3 milioni di residenti sono sfollati e vivono in tende di fortuna, rifugi male equipaggiati, o per strada, la mia famiglia se la cava meglio di molti altri. Anche loro devono però affrontare quotidianamente gravi difficoltà e umiliazioni, forzati come sono a bere acqua contaminata e vagare alla ricerca di cibo e del necessario per cucinare.

Giorni di coda per due lattine di fagioli

L’“assedio totale” di Gaza attuato da Israele a partire da ottobre ha portato a una vera e propria carestia nell’intera Striscia. Gli aiuti umanitari sono stati trattenuti ai punti d’accesso e il poco che è entrato è risultato del tutto inadeguato, mentre a maggio la distruzione e l’occupazione del valico di Rafah – attraverso il quale era passata fino a quel momento la maggior parte degli aiuti – ha reso la situazione ancora più catastrofica.

Anche il molo costruito dagli Stati Uniti al largo della costa di Gaza si è rivelato inefficace, poiché consentiva la consegna di una quantità modica in rapporto al trasporto via terra, ed è stato smantellato dopo 25 giorni. Gli aiuti paracadutati hanno arrecato più danni che altro, essendo spesso caduti su case e tende palestinesi e avendo addirittura ucciso diverse persone.

Per ricevere quel poco di aiuto che è disponibile i residenti [di Gaza ndt.] devono fare code molto lunghe; in certi casi, alcuni amici sono stati in coda per giorni per avere due lattine di fagioli e qualche biscotto. Quel che è peggio, avendo Israele regolarmente ostacolato l’ingresso degli aiuti, i residenti sono stati male dopo aver mangiato carni in scatola che erano scadute mentre venivano trattenute per settimane sul lato egiziano del valico di Rafah. “Nemmeno i gatti volevano mangiare quella carne”, mi ha riferito Abdullah Eid, mio vicino ventisettenne di Nuseirat.

Quando gli aiuti vengono distribuiti a Gaza, i residenti ricevono piccole quantità di farina – anch’essa in parte scaduta. Ma poiché la maggior parte delle panetterie non sono più in grado di lavorare, Eid ha raccontato, “dobbiamo comprare grano [che arriva nei pacchetti di aiuti], macinarlo a mano e cucinarlo a casa. Il gas da cucina è estremamente raro e costoso, quindi dobbiamo usare il legno recuperato dalle case bombardate e dagli alberi sradicati dagli attacchi aerei”. Alcune persone hanno anche costruito forni da pane realizzati con argilla, sterco di animali e paglia.

Poco dopo l’inizio della guerra Israele ha chiuso le condutture che rifornivano Gaza di acqua, e l’interruzione degli aiuti che passavano dal valico di Rafah da maggio ha reso l’acqua in bottiglia sempre più difficile da trovare. Le cisterne di acqua collegate alle abitazioni delle persone sono state in larga parte distrutte dagli attacchi aerei israeliani. L’acqua del rubinetto, proveniente dalla falda acquifera di Gaza, è contaminata da acque provenienti dalle fognature e dal mare, eppure le persone non hanno altra scelta se non quella di avvalersene per bere, lavarsi e cucinare, cosa che ha provocato molti casi di gastroenterite ed epatite. Le malattie della pelle sono in aumento ed è stata trovata la poliomelite nelle acque reflue.

Alcuni impianti di desalinizzazione di modeste dimensioni sono in funzione, mentre alcune moschee e altre istituzioni hanno i propri impianti di purificazione, quindi i residenti si mettono in coda anche per l’acqua. “Portiamo secchi d’acqua per lunghe distanze per poter andare in bagno, lavarci e fare il bucato”, ha detto Eid. “Ti assicuro, anche se sono uomo e giovane, la mia schiena è stremata”.

Nel caldo torrido dell’estate, amici e famiglia riescono a fare una doccia soltanto ogni 7-10 giorni, non c’è shampoo, e alcuni prodotti per l’igiene personale avariati hanno favorito il diffondersi di infezioni della pelle.

Affittare ciabatte per un’ora

Mentre la qualità della vita a Gaza si deteriorava, il costo della vita aumentava esponenzialmente. Al mercato il prezzo di beni di prima necessità come carne, farina, acqua e ortaggi è aumentato tra le 25 e le 50 volte rispetto a prima della guerra.

“Stiamo tutti morendo lentamente”, mi ha detto Eid. “Non siamo più in grado di procurarci il cibo [per le nostre famiglie]. Un sacco di farina che solitamente costava 30 NIS [8 dollari] adesso ne costa 500 [137 dollari], ed è molto difficile da ottenere. In una casa servono quattro sacchi di farina al mese a causa del gran numero di persone che vi si sono concentrate. Vediamo le conseguenze nei corpi dei nostri bambini”.

La maggior parte delle persone è rimasta senza lavoro per 10 mesi e stenta a permettersi questi prezzi. Mio fratello Ismail, di 32 anni, fumatore, lamenta “la vertiginosa crescita del prezzo delle sigarette”, e aggiunge: “Cose che prima avresti comprato senza esitare sono diventate troppo care o troppo rare”.

Persino trovare dei contanti è sempre più difficile. Quasi tutte le banche e gli sportelli bancomat di Gaza hanno smesso di funzionare. Nella regione centrale di Gaza la maggior parte delle persone paga generose commissioni per ottenere contanti sia presso le agenzie di cambio sia presso le filiali della Banca di Palestina – l’unica banca che rimane aperta nella città di Deir Al-Balah – dove si affrontano code di ore, se non giorni, per avere piccole somme. L’11 di agosto la filiale è stata presa d’assalto da uomini armati le cui identità e intenzioni sono ignote.

Israele ha bloccato l’importazione di contante nella Striscia ed effettuare un bonifico a favore di un conto di Gaza dall’estero è costoso, poiché le agenzie di cambio trattengono fino al 25% della somma trasferita come commissione. Le banconote sono talmente usate da perdere di valore – anche se si creano così nuovi posti di lavoro per le persone che tentano di guadagnare qualche soldo riparandole – e le bande criminali sfruttano la mancanza di contanti gestendo il mercato nero.

La maggior parte dei gazawi è stata inizialmente sfollata durante l’inverno, ma poiché l’ingresso di vestiti è stato proibito da Israele, scarpe e abbigliamento estivi sono scarsi e le persone fanno quello che possono per riutilizzare o convertire le poche cose che rimangono. Ismail, mio fratello, rideva mentre mi diceva che i palestinesi a Gaza “sono arrivati a prendere in affitto le ciabatte per un’ora o due per meno di un dollaro”. Per quanto comiche possano sembrare, queste storie la dicono lunga sulle condizioni in cui la gente di Gaza sta vivendo, privati delle più basilari necessità – e facendo qualunque cosa in loro potere per provvedere a se stessi e alle proprie famiglie.

Ricavare tende dai paracadute

Anche prima del 7 ottobre, sotto il blocco militare imposto da Israele, i palestinesi di Gaza non avevano più di qualche ora di elettricità al giorno e facevano affidamento su metodi alternativi di produzione dell’energia elettrica come generatori e pannelli solari.

Dopo che Israele ha imposto l’“assedio totale” il carburante necessario ad alimentare i generatori è presto diventato di difficile reperimento. Mentre le batterie delle automobili e altre batterie più piccole potevano essere fonti di energia all’inizio della guerra, ora sono ormai per la maggior parte esaurite. Di conseguenza la maggior parte dei gazawi, inclusa la mia famiglia, usa i pannelli solari per ricaricare i propri telefoni in modo da poter comunicare con i propri cari e leggere le notizie – per la maggior parte replay degli stessi orrori che stanno vivendo.

Molti residenti già possedevano pannelli solari, altri li hanno acquistati da coloro le cui case sono state bombardate o pagano i vicini per usare i loro. Attualmente però i pannelli solari scarseggiano e sono estremamente costosi – e sono stati presi di mira dagli attacchi aerei israeliani.

Con la penuria di carburante, la maggior parte delle persone non possono più permettersi il lusso di spostarsi in automobile. Alcuni usano carretti trainati da asini, mentre la maggior parte è costretta a camminare. Gli asini, scherzano i gazawi, si sono dimostrati più utili di molti governi e attori internazionali.

La mia famiglia si considera fortunata perché la loro casa è ancora in piedi, anche se sovraffollata di parenti. La maggior parte dei gazawi è stata sfollata più volte, e adesso centinaia di migliaia vivono in campi di tende, dove sono costretti a usare bagni e docce in comune e a costruirsi il proprio rifugio – una capacità che molti sviluppano per necessità.

Le tende sono fatte di qualunque materiale sia disponibile: legno, nylon, tessuti o anche i resti dei paracadute usati per i lanci di aiuti umanitari. Durante l’inverno le tende offrivano scarsa protezione dagli elementi; ora, nel pieno della calura estiva, sembrano dei forni.

Seppellire nuovi martiri in vecchie tombe

Uno dei momenti più difficili durante gli ultimi dieci mesi è stato a maggio, quando mio padre è mancato. Aveva problemi cronici relativi ai livelli di zucchero nel sangue e alla pressione, aveva avuto diversi ictus – cosa che più recentemente aveva portato a diagnosticargli la sindrome di Dejerine Roussy. Sono riuscito a fargli avere i farmaci necessari soltanto attraverso una delegazione internazionale che era entrata a Gaza.

Mio padre sentiva che il suo tempo stava per finire e non voleva lasciare Gaza, finché un ictus cerebrale gli ha tolto la vita. Ho passato lunghe ore al telefono cercando di aiutare a salvarlo, ma alla fine, con la mancanza di medicine nella Striscia, ne siamo usciti sconfitti.

Purtroppo il caso di mio padre è tutt’altro che unico tra le migliaia di palestinesi malati cronici o terminali a Gaza, i quali da tempo sotto il blocco israeliano stentano ad avere cure adeguate. In particolare molti pazienti oncologici negli anni hanno perso la vita nell’attesa che Israele permettesse loro di lasciare la Striscia. Alcuni pazienti ricevono il permesso per una seduta di chemioterapia, cui però non fanno seguito ulteriori permessi. L’esercito ha anche ricattato alcuni pazienti oncologici, offrendo permessi medici solo se in cambio avessero accettato di collaborare con i servizi israeliani.

L’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese nella città di Gaza, che era stato il principale centro per il trattamento del cancro nella Striscia da quando aveva aperto nel 2017, a novembre ha esaurito le scorte di carburante e ha smesso di funzionare. L’esercito israeliano ha in seguito occupato la struttura per utilizzarla come base.

“La guerra e l’assedio sono particolarmente difficili per pazienti come noi che non possono ricevere i trattamenti o la necessaria diagnostica per immagini, e non c’è nessuno che segua l’evolversi della nostra condizione” mi ha detto Najwa Abu Yousef, il mio vicino cinquattottenne, paziente oncologico. “Sopravviviamo mangiando il cibo in scatola inviato con gli aiuti, ma non è sano e le persone malate come me non dovrebbero mangiarlo. La mia salute si è gravemente deteriorata, e da ottobre ho perso conoscenza due volte – entrambe per circa 10, 15 minuti – a causa della malattia e del mio debole sistema immunitario”.

A Gaza non sono risparmiati neanche i morti, cui sono negati il rispetto e la dignità di un funerale adeguato. Gli attacchi israeliani hanno ucciso così tanti palestinesi – per il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime ammonta attualmente a circa 40.000, più altri 10.000 che si stimano sepolti sotto le macerie delle proprie case – che le loro famiglie hanno dovuto seppellirli in fosse comuni, o aprire di nuovo le tombe di membri della famiglia precedentemente deceduti per seppellirvi i nuovi martiri.

Nessuno dovrebbe vivere così. Abbiamo urgentemente bisogno che gli Stati Uniti e l’azione internazionale fermino il genocidio. Ogni giorno i palestinesi si svegliano e vanno a dormire tra notizie di morte. Il suono delle bombe e dei droni è diventato la colonna sonora delle loro vite. I gazawi passano ogni momento chiedendosi: quando finirà questo incubo?

Yousef Aljamal è originario del campo profughi di Al-Nuseirat a Gaza. È il Coordinatore per Gaza del Programma di Attivismo per la Palestina presso il Comitato di Servizio degli Amici Americani. Aljamal è dottore di ricerca in Studi Mediorientali, ricercatore senior non residente presso il Centro Hashim Sani per gli Studi sulla Palestina, Università della Malesia.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Con una storica inversione di tendenza la principale associazione di accademici statunitensi approva il boicottaggio di Israele

Redazione di MEMO

13 agosto 2024 – Middle East Monitor

Sull’onda della sentenza dello scorso mese della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che ha accusato Israele di praticare l’apartheid, con una radicale inversione di tendenza l’associazione americana dei professori universitari (AAUP) ha ribaltato la sua tradizionale opposizione ai boicottaggi academici. La decisione della CIG, insieme alla sua indagine in corso sulle accuse di genocidio da parte di Israele a Gaza e la possibilità per i leader israeliani di dover fronteggiare mandati d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI), sembra aver sollecitato l’AAUP a rivedere la sua posizione di lungo corso sui boicottaggi academici.

L’AAUP, un sindacato impegnato a salvaguardare la libertà accademica con 500 sedi in campus sparsi in tutti gli Stati Uniti, ha approvato una nuova dichiarazione che segna un allontanamento dalla precedente posizione articolata nel suo rapporto del 2006 “Sui boicottaggi accademici”. Dalla sua fondazione nel 1915, l’AAUP ha aiutato a modellare la formazione superiore americana sviluppando standard e procedure per mantenere la qualità della formazione e della libertà accademica nelle scuole superiori e nelle università americane. La nuova politica dell’AAUP riconosce che in determinate circostanze i boicottaggi accademici possano essere legittime risposte. Nella dichiarazione si afferma che “i boicottaggi accademici non sono di per sé violazioni della libertà accademica; piuttosto possono essere considerati legittime risposte tattiche a condizioni che sono fondamentalmente incompatibili con la missione dell’istruzione superiore.”

Fondamentalmente l’AAUP ora ritiene che “singoli membri delle facoltà e studenti dovrebbero essere liberi di soppesare, valutare e dibattere sulle specifiche circostanze che diano luogo a richieste di boicottaggi accademici sistematici e di fare le proprie scelte relative alla partecipazione ad essi.” L’organizzazione ritiene che agire diversamente contravverrebbe alla libertà accademica.

La dichiarazione è attenta a delineare i confini delle pratiche accettabili di boicottaggio. Afferma esplicitamente che i boicottaggi academici non dovrebbero includere delle verifiche di carattere politico o religioso né dovrebbero prendere di mira singoli accademici impegnati in pratiche universitarie ordinarie. Invece i boicottaggi dovrebbero “indirizzarsi solo contro istituzioni di istruzione superiore che violano la libertà accademica e i diritti fondamentali su cui tale libertà si fonda.

Mentre la dichiarazione dell’AAUP non cita specificatamente Israele, la tempistica di questo cambiamento di politica, che avviene dopo la sentenza della CIG e in mezzo a molteplici indagini sulla campagna militare israeliana a Gaza che ha ucciso circa 40.000 palestinesi, principalmente donne e minori, suggerisce fortemente che la situazione nell’enclave assediata abbia giocato un ruolo fondamentale nel provocare questa revisione. Questo cambiamento di politica da parte dell’AAUP si avvicina maggiormente alle azioni effettuate da altre associazioni accademiche negli ultimi anni. Per esempio una decina di anni fa l’American Studies Association [Associazione per gli Studi Americani] ha approvato misure per boicottare le università israeliane e l’American Anthropological Association [Associazione Antropologica Americana] lo scorso anno ha fatto altrettanto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Coloni israeliani puntano una pistola alla testa di una bambina palestinese di 3 anni in Cisgiordania

Redazione

11 agosto 2024-The New Arab

Quando una famiglia palestinese diretta a Nablus ha sbagliato strada ed è entrata in un insediamento i coloni si sono scatenati e li hanno attaccati bruciando la loro auto e prendendoli a sassate.

Venerdì quando una famiglia palestinese ha sbagliato strada entrando in un insediamento nella Cisgiordania occupata i coloni israeliani scatenati hanno puntato una pistola alla testa della bambina di tre anni, li hanno presi a sassate e hanno bruciato la loro auto.

Secondo i media israeliani, la famiglia Al-Jaar stava viaggiando verso la città di Nablus, nella Cisgiordania occupata, quando ha sbagliato strada entrando nell’insediamento  Giva’at Ronen.

Nofa, la madre, ha detto al sito di notizie israeliano Ynet che il sistema di navigazione che stavano usando in auto li ha tratti in inganno portandoli fuori dalla strada principale in una strada secondaria che conduce all’insediamento israeliano.

Ha raccontato: “Loro [i coloni] hanno iniziato a rincorrerci. Abbiamo girato [l’auto] perché volevamo scappare da, ma non c’era via d’uscita. Non potevamo tornare indietro, non potevamo andare avanti…”.

Ha proseguito: “Molte persone sono corse nella nostra direzione, due avevano le pistole. Dopo aver rotto tutti i finestrini uno ha puntato la pistola e la nostra bambina ha iniziato a urlare. Hanno chiesto, ‘siete dei territori? Venite da Gaza? Avete qualcuno di Gaza? ‘Vogliamo uccidervi’ ci hanno detto”.

Il rapporto afferma che i coloni hanno poi spruzzato la famiglia con gas lacrimogeni, allontanandoli e hanno preso a sassate la loro auto.

“Abbiamo chiamato la polizia, ma non abbiamo riscontrato alcun senso di urgenza”, ha detto la famiglia a Ynet.

Nofa ha aggiunto: “…Cosa abbiamo fatto? Abbiamo visto la morte davanti ai nostri occhi. Volevano ucciderci. Dopo di che hanno bruciato la nostra auto prima che arrivasse la polizia. Hanno puntato una pistola alla testa della mia bambina di tre anni”.

Il sito israeliano N12 News ha riferito che i membri della famiglia hanno riportato ustioni e contusioni dopo essere stati attaccati dai coloni e hanno dovuto essere trasferiti al Rabin Medical Centre-Beilinson Campus per le cure.

Le forze di sicurezza israeliane hanno dichiarato al sito israeliano Maariv News che l’attacco costituisce una “grave escalation nelle azioni degli attivisti di destra” e che è stata avviata un’indagine dall’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet.

I media israeliani hanno anche riferito che la polizia ha aperto un’indagine sull’attacco.

Dall’inizio della guerra di Israele a Gaza il 7 ottobre, c’è stato un aumento della violenza, dei raid e degli arresti contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata. Secondo Amnesty International da ottobre Israele ha compiuto “uccisioni illegali, anche usando la forza letale senza necessità o in modo sproporzionato durante le proteste e i raid per arrestare palestinesi, negando l’assistenza medica ai feriti”.

Gli israeliani hanno ucciso oltre 500 palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 7 ottobre e ne hanno arrestati almeno altri 10.000. Peace Now, un’organizzazione non-profit, ha affermato che Israele ha sequestrato 23,7 kmq di terra palestinese mentre infuria la guerra in corso a Gaza, rendendo quest’anno il più alto per numero di sequestri di terre da parte di Israele negli ultimi tre decenni.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)