Attivisti pro-Palestina compaiono in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania. Le famiglie affermano che dal loro arresto, avvenuto lo scorso settembre, i “Cinque di Ulm” sono detenuti in condizioni carcerarie estreme.

Kate Connolly

Lunedì 27 aprile 2026 – The Guardian

Cinque attivisti pro-Palestina sono comparsi in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania, accusati di aver causato danni per circa 1 milione di euro.

I pubblici ministeri affermano che gli imputati, di età compresa tra i 25 e i 40 anni, si sono introdotti illegalmente nella proprietà e hanno gridato slogan pro-Palestina mentre distruggevano attrezzature per ufficio, delicati strumenti di misurazione e rompevano finestre in un sito collegato alla Elbit Systems nella città meridionale di Ulm.

Gli attivisti hanno pubblicato online dei video in cui rivendicavano la responsabilità dell’attacco, che a loro direintendeva attirare l’attenzione sul sostegno della Germania a Israele e sulle azioni militari di quest’ultimo a Gaza.

L’apertura del processo, lunedì, è stata descritta dai presenti come caotica. Gli avvocati della difesa hanno lasciato l’aula dopo che era stato negato loro il permesso di sedersi con gli imputati che erano separati dalle tribune del pubblico da uno spesso vetro blindato.

Dopo una sospensione di due ore presso il tribunale regionale di Stoccarda, gli avvocati hanno preso posto sulle sedie degli imputati e si sono rifiutati di obbedire all’ordine del giudice di spostarsi ai propri posti.

L’udienza è stata quindi aggiornata e dovrebbe riprendere tra una settimana.

In una dichiarazione rilasciata dopo la sospensione del processo gli avvocati degli imputati hanno affermato di aver presentato un’istanza di ricusazione contro il presidente della corte, accusando il tribunale di “un’inaccettabile violazione del diritto degli imputati a un giusto processo”.

Gli attivisti berlinesi, cittadini britannici, irlandesi, tedeschi e spagnoli, sono detenuti in custodia cautelare in carceri separate dall’8 settembre, giorno in cui sono accusati di aver compiuto l’attacco e chiamato la polizia.

Il gruppo, noto come i Cinque di Ulm, è stato accusato di violazione di proprietà privata, danneggiamenti e appartenenza a un’organizzazione criminale – Palestine Action Germany – ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco.

L’accusa ai sensi dell’articolo 129 implica che le autorità considerino gli imputati una minaccia per la società, che permette di negare la libertà su cauzione. Le famiglie degli imputati affermano che i loro cari sono stati rinchiusi fino a 23 ore al giorno in cella e che l’accesso a visite, libri, telefonate e posta è stato limitato. Se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a cinque anni di carcere.

Parlando a nome di tutti gli imputati in vista del processo, Benjamin Düsberg, avvocato di Daniel Tatlow-Devally, 32 anni, di Dublino, ha affermato di ritenere che lo Stato tedesco stia cercando di fare dei cinque, nessuno dei quali ha precedenti penali, un esempio nel tentativo di ostacolare il movimento contro il commercio di armi verso Israele.

Düsberg, uno degli otto avvocati della difesa, ha dichiarato: “Intendiamo usare il procedimento per ribaltare la situazione. Vogliamo dimostrare che non sono i nostri clienti a dover essere incolpati bensì i vertici di Elbit che hanno continuato a fornire armi anche durante il genocidio”.

Elbit Systems è il principale fornitore di armi terrestri per le Forze di Difesa Israeliane (IDF). L’azienda è stata contattata per un commento sul processo.

Facendo riferimento all’articolo 32 del codice penale tedesco, Düsberg ha affermato: “La nostra argomentazione principale sarà che le azioni dei nostri clienti in Germania – ovvero la distruzione di attrezzature di laboratorio e di uffici – erano giustificate in base al principio di assistenza d’emergenza”.

Secondo questa clausola un atto altrimenti illecito può essere giustificato se non vi è altro modo per scongiurare un danno o un attacco imminente, ha spiegato.

La Germania è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti. La difesa sosterrà che, dal momento in cui la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel 2024 che l’accusa di genocidio contro i palestinesi di Gaza era “plausibile”, Berlino avrebbe dovuto interrompere tutte le consegne. Israele ha respinto l’accusa della CIG definendola “oltraggiosa e falsa”.

Mimi Tatlow-Golden, madre di Tatlow-Devally, laureata in filosofia, ha affermato di temere che il caso abbia una dimensione politica e che i cinque saranno “sottoposti a un processo farsa” poiché lo Stato tedesco intende lanciare un messaggio sulle potenziali sanzioni per tali azioni.

Ha dichiarato: “I cinque amici hanno provocato solo danni materiali, in un luogo specifico e con l’obiettivo di porre fine a un genocidio. Non hanno nascosto la loro identità e si sono consegnati spontaneamente per essere arrestati. Non rappresentano alcun pericolo per la collettività. Utilizzare l’articolo 129 per tenerli in detenzione… prima del processo può, a mio avviso, essere visto solo come al servizio di fini politici”.

Matthias Schuster, un altro degli avvocati della difesa, ha dichiarato: “I nostri clienti non sono pericolosi, ma [le autorità] credono che debbano essere considerati tali per giustificare le rigide condizioni di custodia a cui sono stati sottoposti”.

Nicky Robertson, la madre di Zo Hailu, 25 anni, detenuta in una prigione di Bühl nel Baden-Württemberg, ha affermato che il “trattamento estremo” ricevuto dal gruppo è sembrato “una risposta sproporzionata per danni alla proprietà”.

Hailu, cittadina britannica, è stata denudata al momento dell’arresto e le è stato dato un pannolino per adulti da indossare per sei ore, ha detto Robertson. “Queste sono persone che amano l’ambiente e i bambini. Sono ragazzi premurosi, creativi, sportivi e bravi a lavorare in squadra. Non rappresentano un pericolo per la società. Anzi, tutt’altro”, ha aggiunto.

Rosie Tricks, il cui fratello venticinquenne, Crow Tricks, anch’egli cittadino britannico, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim, ha dichiarato che le visite sono state limitate a due ore al mese. “È bello vederli, ma conoscendo Crow come una persona socievole, vivace e divertente, la luce della nostra famiglia, è davvero penoso vederli in questa situazione”, ha detto Rosie a proposito di Crow. “La loro salute ne ha sicuramente risentito. Sembrano stare bene, ma dentro c’è molta ansia e preoccupazione.”

Gli altri imputati sono Vi Kovarbasic, un tedesco di 29 anni, e Leandra Rollo, una cittadina spagnola di 40 anni originaria dell’Argentina. A tutti e cinque è stata negata la libertà su cauzione, anche dopo la scadenza del termine di sei mesi per la detenzione preventiva.

Un portavoce del tribunale di Stoccarda-Stammheim ha dichiarato: “Il codice di procedura penale consente, a determinate condizioni, la proroga della detenzione preventiva”. In un’udienza speciale sulla detenzione tenutasi il mese scorso la Corte d’appello regionale di Stoccarda “ha esaminato tali condizioni… e ha disposto la proroga della detenzione preventiva per tutti gli imputati” basando la sua decisione “sull’esistenza di un rischio di fuga che non sarebbe sufficientemente mitigato nemmeno dal versamento di una cauzione”.

Il processo dovrebbe concludersi alla fine di luglio.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nuove prove che è la lobby israeliana a dettare le linee guida dell’UE

David Cronin 

23 aprile 2026 The Electronic Intifada

Questa settimana Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha offerto un mix di farsa e disonestà.

“L’Europa è la più grande sostenitrice del popolo palestinese”, ha dichiarato lunedì.

Il giorno successivo i governi dell’UE hanno dimostrato quanto sia grande il loro sostegno, rifiutandosi ancora una volta di imputare a Israele la sua violenza genocida contro il popolo palestinese.

Un milione di cittadini dell’UE ha firmato una petizione per la revoca dei privilegi commerciali a Israele. Invece di compiere questo passo fondamentale, i governi dell’UE hanno imposto ulteriori sanzioni all’Iran, bersaglio dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti.

I diplomatici che lavorano alle dipendenze di Kallas non possono certo essere considerati i maggiori sostenitori del popolo palestinese.

Un documento che ho ottenuto grazie a una richiesta di accesso agli atti dimostra che, a più di due anni dall’inizio del genocidio di Gaza, la lobby israeliana continua a dettare le regole a cui obbediscono i principali funzionari di Bruxelles.

Hélène Le Gal, capo della divisione Medio Oriente del servizio diplomatico dell’UE, sembra particolarmente disposta a farsi scrivere la sceneggiatura.

Il documento dimostra che Le Gal ha accettato di ospitare un “dialogo strategico” organizzato congiuntamente dal servizio diplomatico e dal gruppo filo-israeliano European Leadership Network (Elnet). L’evento, previsto per il 12 e 13 maggio, vedrà la partecipazione di “30 figure di spicco nel campo politico e dell’opinione pubblica – 15 provenienti dall’UE e 15 da Israele”, come si legge nell’invito.

Le Gal, secondo alcuni messaggi di posta elettronica scambiati tra Elnet e i suoi colleghi del servizio diplomatico, ha acconsentito che l’invito fosse emesso a suo nome, chiedendo solo “piccole modifiche”.

È significativo che Le Gal e il suo entourage abbiano richiesto solo “piccole modifiche” all’invito. La bozza originale afferma che il servizio diplomatico “espone le posizioni e gli interessi dell’UE al governo di Israele, con l’obiettivo generale di promuovere le relazioni tra l’UE e Israele”.

Sebbene tale formulazione non sembri aver incontrato obiezioni sostanziali, almeno un collega di Le Gal l’ha ritenuta troppo riduttiva. È stata proposta una modifica per chiarire che il servizio opera “in tutto il mondo”, anche per quanto riguarda le relazioni UE-Israele.

Nessuno sembrava preoccupato dall’obiettivo dichiarato di “promuovere le relazioni” con uno Stato che perpetra un genocidio.

Linea rossa?

Secondo l’invito le discussioni che si terranno durante l’evento di maggio saranno “completamente” riservate. Come di consueto, l’opinione pubblica dovrà rimanere all’oscuro su questioni di evidente interesse pubblico.

Tali questioni, stando all’ordine del giorno, includeranno il Board of Peace [“Consiglio per la Pace”] istituito dal presidente statunitense Donald Trump, le elezioni israeliane del 2026 e la “crescente influenza” di Turchia e Qatar. Anche l’Iran e il “futuro della normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani” saranno all’ordine del giorno.

Un altro tema in discussione sarà il finanziamento delle “tecnologie a doppio uso” nell’ambito di Horizon Europe, un importante programma di ricerca scientifica.

Dato che il termine “doppio uso” si riferisce ad applicazioni sia civili che militari, possiamo fare un’ipotesi plausibile sul contenuto di tali discussioni. Quasi certamente si sosterrà che l’UE dovrebbe finanziare lo sviluppo delle future armi israeliane [Dal 2021 Horizon Europe ha elargito a Israele 3 miliardi e 400 milioni di euro, ndt.]

Con ogni probabilità gli eleganti partecipanti non saranno così volgari da sottolineare che Israele brama più armi per poter sterminare le famiglie palestinesi e distruggere le loro case.

L’assenza di volgarità non dev’essere interpretata come ritegno da parte dei sostenitori di Israele.

L’European Leadership Network non si fa scrupoli a collaborare con personaggi che possono essere considerati “controversi” – per usare un eufemismo. All’inizio di quest’anno ha organizzato la visita di Eyal Hulata al quartier generale della NATO a Bruxelles, come dimostra il documento ottenuto in base alle norme sulla libertà d’informazione.

Hulata potrebbe non essere un nome noto in Europa, ma è ben conosciuto in certi ambienti: per 23 anni ha fatto parte del Mossad, l’agenzia responsabile dello spionaggio e degli omicidi mirati.

A causa di altri impegni Hélène Le Gal “purtroppo non può ricevere” Hulata, si legge in un messaggio di posta elettronica del suo ufficio. Non c’è alcun indizio che suggerisca che abbia espresso disappunto per le attività del Mossad quando i suoi amici di Elnet le hanno chiesto se potesse incontrare Hulata.

La nuova legge israeliana sulla pena di morte era stata descritta come una sorta di linea rossa per l’UE. Eppure il disegno di legge sulla pena di morte era già in discussione alla Knesset – il parlamento israeliano – da alcuni mesi prima di essere formalmente adottato alla fine di marzo. Il “dialogo strategico” UE-Israele previsto per maggio è stato preparato mentre la legge era prossima all’approvazione.

La conclusione inevitabile è che alcune delle figure più importanti della burocrazia di Bruxelles non hanno linee rosse. Hanno solo tappeti rossi, che stendono ogni volta che i sostenitori di Israele glielo chiedono.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Sofferenza silenziosa”: perché i bambini di Gaza stanno perdendo la capacità di parlare

Mariem Bah e Ibrahim al-Khalili

24 aprile 2026 – Aljazeera

Si stima che oggi 1,1 milioni di bambini a Gaza necessitino di supporto psicologico e psicosociale, poiché un numero crescente di loro sta perdendo la capacità di parlare a causa dei traumi e delle ferite riportate nel corso degli attacchi israeliani.

In seguito a un intenso bombardamento vicino alla sua casa il piccolo Jad Zohud, di cinque anni, ha improvvisamente perso la capacità di parlare.

Non è il solo. In tutta Gaza gli specialisti segnalano un numero crescente di bambini che non riescono più a parlare a causa di ferite legate alla guerra o a traumi psicologici.

Per alcuni la causa è fisica: traumi cranici, danni neurologici o traumi da esplosione. Per altri, non c’è alcuna ferita visibile. Il loro silenzio è la conseguenza di ripetute esposizioni alla violenza che sopraffanno la loro capacità di elaborare o comunicare.

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk, che ha lavorato a Gaza in due occasioni con Medici Senza Frontiere (MSF), la descrive come una “sofferenza silenziosa”, spesso celata sotto l’immensità della distruzione.

Come si manifesta il problema?

All’ospedale Hamad di Gaza City i medici affermano che i casi di perdita del linguaggio nei bambini sono in aumento.

Il dottor Musa al-Khorti, primario del dipartimento di logopedia dell’ospedale, ha dichiarato ad Al Jazeera che in alcuni casi “un bambino può perdere completamente la capacità di parlare”, riferendosi a condizioni come il mutismo selettivo o l’afonia isterica, una perdita funzionale della voce legata a un grave disagio psicologico.

I casi sono vari, ma molti seguono uno schema simile: una perdita improvvisa della parola in seguito a violenza o trauma.

Jad, di cinque anni, non aveva mai avuto problemi di linguaggio prima, ha raccontato la madre, ma dopo un bombardamento vicino alla sua casa al risveglio non riusciva più a parlare: era incapace di emettere suoni o parole.

Jad non è un caso isolato. Lucine Tamboura, di quattro anni, ha perso la voce dopo essere caduta dal terzo piano della sua casa a causa del crollo di una scala danneggiata da un attacco aereo israeliano.

«La caduta ha compromesso la sua capacità di parlare e le ha causato una paralisi parziale a un braccio e a una gamba», ha dichiarato la madre, Nehal Tamboura, ad Al Jazeera. «La gamba e il braccio sono guariti, ma ha ancora difficoltà a parlare. Stiamo continuando le terapie per questo problema».

I medici avvertono che, senza cure costanti, queste condizioni possono avere effetti a lungo termine sullo sviluppo, soprattutto se associate a traumi psicologici.

Perché succede questo?

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk afferma che i bambini perdono la parola in risposta a traumi estremi.

“Si tratta di bambini che sono stati esposti a traumi molto gravi e, senza alcuna causa patologica, smettono di parlare”, spiega. “All’origine c’è sempre un trauma estremo”.

Descrive bambini che hanno perso familiari, assistito a morti, subito lesioni o vissuto ripetute violenze, per i quali il silenzio diventa l’unico modo per affrontare la situazione.

“A un certo punto il mondo sembra completamente imprevedibile e il bambino si trova in grave pericolo”, afferma. “Non è una scelta. È una risposta fisica”.

Molti entrano in quella che lei definisce una “reazione di blocco”, in cui il corpo si disattiva di fronte alla minaccia.

“Il corpo dice: non posso combattere. Le persone possono morire. Posso morire anch’io. Quindi la cosa più sicura è rimanere immobile”, spiega. “È aspettare che il mondo torni a essere sicuro”.

Ma l’impatto va oltre la perdita della parola, spiega.

«Se i bambini smettono di giocare e interagire, smettono di imparare e di svilupparsi», afferma,«lo definisco trauma cognitivo da guerra».

Spiega che un trauma prolungato mantiene il cervello in modalità sopravvivenza: l’amigdala – il sistema di allarme del cervello – rimane in allerta, mentre i sistemi responsabili dell’apprendimento e della regolazione emotiva vengono bloccati.

«Perfino quando un bambino sembra chiuso in se stesso il sistema nervoso è ancora in stato di massima allerta», afferma. «Nel tempo, questo ha effetti molto gravi sullo sviluppo».

Gaza è diversa da altre zone di conflitto?

Brubakk afferma che in oltre dieci anni di lavoro la portata e la vastità del trauma a Gaza non hanno eguali.

“Lavoro sul campo da 12 anni e non c’è niente che si possa paragonare a Gaza. Niente”, dice. “Non c’è nessuno a Gaza che non sia stato colpito”.

Aggiunge che Gaza è caratterizzata da una totale mancanza di sicurezza.

“Bombe ovunque, tutti colpiti, tutti in pericolo: non c’è alcuna sicurezza”.

Questo problema, spiega, è ulteriormente aggravato dal collasso del sistema sanitario e dei servizi essenziali.

“Non si riesce a ottenere l’aiuto necessario, né fisico né psicologico, e non si può scappare”, dice. “Non c’è nessun posto dove andare. E questa combinazione rende l’impatto così devastante”.

Per Brubakk le conseguenze più trascurate non sono solo le lesioni visibili ma anche quelle che lei definisce «conseguenze silenziose a lungo termine» che si manifestano sotto la superficie.

«È semplice mostrare le amputazioni o le bende», dice. «Ma qui si tratta di una sofferenza silenziosa. Ed è ovunque»

A Gaza, aggiunge, non esiste più nemmeno la presunzione di sicurezza.

«Non possiamo dire a nessuno che è al sicuro perché non si può mai sapere», afferma. «Anche con il cosiddetto cessate il fuoco la gente continua a morire. Non si sa mai quando toccherà a te».

Come inizia il processo di guarigione nei bambini?

Per Brubakk la guarigione dal mutismo post-traumatico è lenta e instabile.

Ricorda Adam, un bambino di cinque anni che sviluppò un mutismo selettivo dopo aver assistito alla morte del padre in un bombardamento aereo israeliano. Smise di parlare con chiunque tranne che con la madre, comunicando solo con deboli sussurri, isolandosi quasi del tutto.

Inizialmente rifiutava qualsiasi interazione. Ma gradualmente comparvero piccoli segni di guarigione.

“Un giorno sussurrò alla madre: ‘Manda via quella donna, non mi piace'”, racconta. “E in realtà ne fui felice, perché significava che stava reagendo di nuovo”.

Da quel momento in poi il recupero avvenne per gradi: brevi sguardi, momenti di curiosità, piccoli passi verso un ritorno alla normalità, finché, poco a poco, ritrovò la voce.

Brubakk afferma che questo tipo di progresso dipende da cure strutturate e costanti, che sono sempre più difficili da fornire. All’ospedale Hamad, al-Khorti afferma che i bambini con patologie come il mutismo selettivo necessitano di strumenti specializzati e di una riabilitazione a lungo termine.

«Queste condizioni richiedono interventi terapeutici e strumenti di riabilitazione specializzati», dichiara ad Al Jazeera. «Molti di questi sono stati danneggiati o persi durante la guerra».

Nonostante ciò, Brubakk afferma che la guarigione può comunque iniziare nei modi più semplici.

Uno dei suoi strumenti è quello che lei chiama «bolle di speranza»: bolle di sapone utilizzate nella terapia con bambini introversi.

«Sono così belle e così rilassanti mentre cadono lentamente», dice. «E aiutano i bambini a distogliere l’attenzione dalla paura».

Il soffiare diventa anche un modo per regolare il respiro e calmare il sistema nervoso.

«Se vuoi bolle grandi, devi respirare lentamente», spiega. «Diventa un modo per calmare il corpo attraverso il gioco».

Dice che questo passaggio, dalla paura alla curiosità, può aiutare i bambini a ricominciare a interagire e a rilassarsi.

«Li aiuta a rilassarsi, a dormire meglio, a regolare il loro sistema nervoso», afferma. «Li rimette sul giusto percorso di sviluppo».

Ricorda di nuovo Adam, con lo sguardo perso nel vuoto. La ripresa, spiega, non avviene grazie a una singola svolta, ma attraverso molti piccoli, quasi impercettibili progressi.

“Bisogna avere pazienza”, afferma. “Ogni piccolo passo conta”.

A Gaza, continua, anche i più piccoli momenti di sicurezza hanno un peso enorme proprio perché sono così rari.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le vittime invisibili di Gaza: un’impennata di nati morti e malformazioni congenite

Ibrahim al-Khalili

22 aprile 2026 – AlJazeera

Mentre gli effetti della guerra persistono Gaza sta assistendo a un aumento senza precedenti di anomalie congenite e a un incremento del 140% dei nati morti.

GazaNel reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale Nasser, nel sud di Gaza, i neonati lottano per la vita contro gravi malformazioni congenite legate alle dure condizioni della guerra genocida israeliana.

Osama, di due mesi, è nato con un buco nel cuore [Forame Ovale Pervio, con comunicazione tra i due atri, ndt.] e dilatazione dei ventricoli cerebrali. La madre, Najia Zurub, non ha lasciato l’ospedale dalla sua nascita.

«Sono rimasta incinta durante la guerra e la gravidanza è stata estenuante a causa della mancanza di cibo», racconta Zurub, aggiungendo di aver vissuto in tende senza accesso all’acqua potabile. La forte tensione e lo stress l’hanno costretta a partorire prematuramente. I medici hanno confermato che la condizione di Osama non è genetica, sottolineando che è il suo primogenito e che non ci sono precedenti familiari di questo tipo di malattie.

Osama condivide il reparto con Ahmed, di due settimane, che presenta segni di idrocefalo un eccesso di liquido nei ventricoli cerebrali che causa pressione sui tessuti cerebrali e con Suheir, di due mesi, nata con malformazioni multiple a carico di bocca e orecchie. In precedenza il reparto ospitava cinque neonati con anomalie congenite, ma la piccola Fatama è stata trasferita d’urgenza in terapia intensiva, dove lotta per sopravvivere, mentre un altro neonato, Iyal, è deceduto.

Un’impennata senza precedenti

Sebbene sia spesso difficile individuare la causa esatta di specifiche anomalie congenite, i funzionari sanitari di Gaza affermano che l’enorme numero di casi che stanno attualmente riscontrando non ha precedenti.

Secondo il Ministero della Salute nel 2025 i casi di anomalie congenite sono raddoppiati rispetto al 2022. Nello stesso periodo anche il tasso di nati morti è aumentato del 140%. Solo l’anno scorso si sono registrati 457 decessi neonatali, con un incremento del 50% rispetto al periodo prebellico.

Zaher al-Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione Sanitaria del Ministero della Salute, ha attribuito queste cifre impressionanti a cinque fattori principali: fame diffusa, grave deterioramento dei servizi sanitari, sovraffollamento estremo, esposizione ad acqua potabile contaminata e altri effetti persistenti dei raid aerei israeliani.

Asaad al-Nawajha, pediatra e specialista in neonatologia presso l’Ospedale Nasser, ha espresso profonda preoccupazione per le anomalie interne che colpiscono gli organi vitali. Ha spiegato che queste condizioni si sviluppano tipicamente quando un feto è esposto a fattori ambientali avversi durante il primo trimestre di gestazione, un periodo critico per la formazione degli organi. Dato il grave impoverimento delle risorse mediche secondo i sanitari alcuni di questi bambini colpiti non possono essere curati.

Un collasso sistemico

La guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso almeno 20.000 minorenni. Il conflitto ha anche impedito fisicamente a molte donne palestinesi di portare a termine la gravidanza. Al culmine dei bombardamenti israeliani le nascite nella Striscia sono crollate di oltre il 30%. Sebbene i numeri si siano leggermente ripresi l’anno scorso, rimangono ben al di sotto dei livelli prebellici.

Nonostante il “cessate il fuoco” entrato in vigore lo scorso ottobre il bilancio delle vittime continua a salire e i palestinesi sottolineano che gli attacchi quotidiani di Israele su Gaza proseguono.

Per i neonati dell’ospedale Nasser la riduzione dei bombardamenti offre ben poco sollievo immediato. Questi bambini possono essere sopravvissuti agli attacchi aerei ma ora devono affrontare una diversa e prolungata lotta contro le conseguenze di una guerra che ha devastato i loro fragili corpi.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Eurovision 2026: Oltre 1000 artisti chiedono il boicottaggio contro la “normalizzazione” del genocidio israeliano

Dalia Anis

21 aprile 2026- Middle East Eye

Brian Eno, Macklemore e Sigur Rós tra gli artisti che accusano l’emittente di “reazioni ipocrite ai crimini di Russia e Israele”

Oltre 1100 musicisti e operatori culturali hanno chiesto il boicottaggio della 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest per via della partecipazione di Israele in un quadro di crescente pressione per escludere il paese a causa del genocidio a Gaza.

I gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (più comunemente noto come movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) hanno pubblicato martedì una lettera aperta per “rifiutare l’uso dell’Eurovision per insabbiare e normalizzare il genocidio, l’assedio e la brutale occupazione militare israeliana contro i palestinesi”.

«Visti i piani israelo-americani per la creazione di campi di concentramento iper-sorvegliati nella “Nuova Gaza” come può un artista o un fan dell’Eurovision partecipare in coscienza alla prossima edizione del concorso in Austria, “?» si legge nella lettera firmata anche da artisti come Macklemore, Paloma Faith, Kneecap, Massive Attack e da ex vincitori dell’Eurovision.

«Ci sono momenti in cui il silenzio passivo non è un’opzione. Ci rifiutiamo di tacere quando la violenza genocida di Israele fa da colonna sonora e mette a tacere le vite dei palestinesi». L’Eurovision, organizzato annualmente dall’Unione Europea di Radiodiffusione (UER), è stato accusato di doppi standard per aver escluso la Russia dalla competizione poco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, citando le preoccupazioni per una “crisi senza precedenti in Ucraina” che avrebbe potuto “screditare il concorso”.

Dopo oltre due anni e mezzo di genocidio perpetrato da Israele a Gaza, con un bilancio di oltre 72.000 morti secondo il Ministero della Salute di Gaza, l’Eurovision ha ripetutamente difeso la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana Kan al concorso.

“Le risposte ipocrite dell’EBU ai crimini di Russia e Israele hanno infranto ogni illusione di ‘neutralità’ dichiarata dall’Eurovision. Nel 2022, l’EBU affermò che la presenza della Russia avrebbe ‘screditato la competizione'”, continua la lettera.

“Eppure oltre 30 mesi di genocidio a Gaza, insieme alla pulizia etnica e all’espropriazione di terre nella Cisgiordania assediata, non sono considerati sufficienti per applicare la stessa politica a Israele”.

L’EBU ha rifiutato di sottoporre l’esclusione di Israele ad un voto durante la sua riunione di dicembre e in risposta cinque paesi – Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro dall’Eurovision 2026 a Vienna.

L’anno scorso il sito israeliano Ynet ha riportato che il presidente israeliano Isaac Herzog aveva formato una squadra per promuovere la partecipazione di Israele con alcune “attività di lobbying dirette ai membri dell’EBU con l’obiettivo di impedire all’assemblea di procedere a una votazione vincolante che Israele temeva di perdere”.

La lettera aggiunge: “Applaudiamo al ritiro etico delle emittenti spagnole, irlandesi, islandesi, slovene e olandesi, e dei numerosi finalisti della selezione nazionale che si sono impegnati a rifiutarsi di partecipare all’Eurovision”.

In una protesta simile contro la decisione dell’EBU il vincitore svizzero dell’Eurovision Song Contest 2024, Nemo, ha restituito il premio dopo che Israele ha ottenuto il via libera per partecipare all’evento di quest’anno.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’ONU afferma che dal cessate il fuoco gli attacchi a Gaza sono aumentati del 46% in una settimana

Redazione di MEMO

21 aprile 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che martedì l’ONU ha affermato che la violenza nella Striscia di Gaza ha raggiunto il suo punto più alto dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, con incidenti che sono aumentati del 50% circa rispetto alla settimana precedente.

“I nostri partner sul terreno riferiscono che tra il 12 e il 18 aprile incidenti come sparatorie, bombardamenti e attacchi sono cresciuti del 46% in confronto alla settimana precedente, segnando il più alto totale settimanale da quando l’accordo del cessate il fuoco di ottobre è entrato in vigore,” ha affermato il portavoce Stephane Dujarric ad una conferenza stampa.

Dujarric ha osservato che “i governatorati di Gaza Nord, Gaza e Deir al Balah hanno visto gli aumenti più elevati.”

Sul fronte umanitario, ha informato che le restrizioni stanno ostacolando gli sforzi per gestire la minaccia di ordigni inesplosi ovunque nel territorio.

Ha affermato che, mentre i partner addetti allo sminamento hanno condotto delle sessioni educative per decine di migliaia di civili, “affrontare questa minaccia più efficacemente richiede l’ingresso di attrezzatura specializzata, ampia libertà di intervento e delle attività di smaltimento.”

“Restrizioni, incluse limitazioni sull’ingresso di equipaggiamento necessario a smaltire ordigni esplosivi, continuano a ostacolare la risposta umanitaria complessiva,” ha aggiunto.

Gli attacchi avvengono come parte delle continue violazioni israeliane del cessate il fuoco.

L’ufficio stampa di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno commesso 2.400 violazioni dal cessate il fuoco, inclusi assassinii, arresti, blocchi e misure volte a causare la fame.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza, alla data di lunedì le violazioni hanno causato la morte di 777 palestinesi e il ferimento di altri 2.193.

Il cessate il fuoco è giunto dopo due anni di guerra genocidaria israeliana iniziata nell’ottobre 2023, che secondo le cifre ufficiali ha ucciso più di 72.000 palestinesi e ne ha feriti oltre 172.000, distruggendo il 90% delle infrastrutture civili di Gaza.

Citando l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs [Ufficio ONU per il Coordinamento degli affare umanitari] (OCHA), Dujarric ha sottolineato il carattere preoccupante della violenza israeliana nella Cisgiordania occupata.

Egli ha affermato che “durante il primo trimestre dell’anno, 33 palestinesi sono stati uccisi e 790 feriti dalle forze israeliane o dai coloni, mentre oltre 540 attacchi di questi ultimi hanno causato vittime o danneggiamenti delle proprietà.”

Ha enfatizzato il fatto che “attacchi che coinvolgono civili devono essere indagati e i civili devono essere protetti,” che Israele come potenza occupante “ha l’obbligo di proteggere la popolazione palestinese e che i responsabili devono essere chiamati a risponderne in linea con il diritto umanitario internazionale.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Coloni israeliani uccidono due palestinesi, tra cui uno studente, in un attacco ad una scuola di Ramallah

Mohammed Turkman e Fayha Shalash, Ramallah, Palestina occupata

21 aprile 2025 – Middle East Eye

Il Ministero della Sanità afferma che ci sono stati altri quattro feriti quando i coloni hanno sparato ai palestinesi

Martedì coloni israeliani hanno sparato uccidendo due palestinesi, tra cui uno studente adolescente, nel corso di un attacco ad una scuola nella Cisgiordania occupata.

Le vittime sono state identificate come Aws Hamdi al-Nassan e Jihad Marzouk Abu Naiem. Secondo il Ministero della Sanità palestinese avevano rispettivamente 14 e 32 anni.

L’attacco è avvenuto contro una scuola nel villaggio di al-Mughayyr, a nordest di Ramallah. I medici hanno detto che sono stati feriti dagli spari almeno altri quattro palestinesi, compresi tre studenti.

L’organizzazione per i diritti umani Al-Baidar ha detto che poco prima dell’attacco coloni vestiti in uniformi simili a quelle dell’esercito israeliano avevano tentato di espellere degli agricoltori dal terreno a sud di al-Mughayyr.

L’organizzazione ha affermato che i coloni sono entrati nel terreno agricolo e hanno cercato di impedire ai contadini di lavorarvi, facendo salire la tensione nell’area.

Il racconto di un testimone oculare che ha parlato con Middle East Eye ha specificato che i coloni erano protetti da soldati della fanteria israeliana che li hanno accompagnati in cima alla collina prima che attaccassero la scuola e i suoi studenti, cercando di farvi irruzione.

Quando gli abitanti del villaggio hanno provato a fermarli, i coloni hanno iniziato a sparare proiettili veri.

Bilal Abu Aliya, un abitante del villaggio e testimone oculare della scena, ha confermato a MEE che i coloni vestiti con uniformi militari hanno aperto il fuoco direttamente contro la scuola e i suoi studenti senza alcuna giustificazione.

Hamed Abu Naim, che abita vicino alla scuola, ha detto che la situazione si è aggravata rapidamente. Lui e Jihad, una delle vittime, stavano lavorando in un villaggio vicino quando è iniziato l’attacco.

Quando sono tornato la situazione era terribile. Ho trovato il ragazzo Aws coperto di sangue nel cortile della scuola, insieme ad altre persone ferite”, ha detto.

Mentre cercavano di raggiungere gli altri membri della famiglia bloccati in casa, uno dei coloni ha sparato in testa a Jihad.

Si sono poi verificate scene di panico quando gli abitanti hanno provato a portare via i feriti sotto una grandine di colpi di arma da fuoco.

La scena era tragica. Più di 500 studenti erano terrificati dall’intensa sparatoria e i loro genitori cercavano di salvarli e portarli fuori dalla scuola”, ha detto a MEE Hamed.

Gli spari non si sono interrotti neanche un momento. Era una guerra nel vero senso della parola.”

Secondo lo zio di Nassan, Faraj, l’attacco è durato solo pochi minuti ma è stato “estremamente violento”.

Ha detto che l’assalto sembrava premeditato, con l’obbiettivo di “provocare quante più vittime possibile.”

Adesso Aws si riunisce a suo padre”, ha detto, riferendosi all’uccisione del padre di Nassan in un attacco simile nel 2019.

Era un bambino a quel tempo e ha detto addio a suo padre con molto dolore, senza che lui avesse alcuna colpa, e oggi viene ucciso nello stesso modo.”

Si intensifica la violenza dei coloni

Haniya Nazzal, direttrice dell’educazione per i distretti settentrionale e orientale di Ramallah, ha affermato che l’area ha assistito ad un aumento della violenza dei coloni.

Ha detto che gli studenti non avevano che “quaderni e penne” quando sono stati attaccati.

L’occupazione israeliana ha ucciso l’innocenza di Nassan e il cortile della scuola si è intriso del suo sangue”, ha detto a MEE.

L’attacco avviene nel contesto di un forte aumento della quotidiana violenza dei coloni in tutta la Cisgiordania occupata.

Martedì in un altro luogo i coloni, sotto la protezione dell’esercito israeliano, hanno bloccato un camion nella zona di Khirbet Samra nel nord della Valle del Giordano.

Il veicolo è stato fermato mentre attraversava la zona e gli è stato impedito di proseguire, interrompendo il trasporto.

Martedì le forze israeliane hanno anche demolito la scuola primaria di al-Maleh nel nord della Valle del Giordano.

Questo attacco non è nuovo nel nostro villaggio”, ha detto Abu Aliya, aggiungendo che i coloni cercano di prendere di mira gli abitanti e mandarli via dalle loro case.

Ma noi non abbandoneremo il nostro villaggio e lo difenderemo sempre.”

La violenza dei coloni, pur ricorrente, si è molto intensificata da ottobre 2023, includendo un maggiore impiego di proiettili veri e il sistematico sfollamento forzato delle comunità nomadi palestinesi.

La Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti ha affermato che i coloni a marzo hanno condotto 497 attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà nella Cisgiordania occupata, che hanno provocato nove morti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un rapporto afferma che Meta “favorisce dal punto di vista finanziario” la violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi

Mera Aladam

14 aprile 2026 – Middle East Eye

I dati pubblicati da 7amleh rivelano la tendenziosità di Meta nel controllo dei contenuti di israeliani e palestinesi

Il nuovo rapporto di un osservatorio sulle reti sociali ha scoperto che Meta [ex-Facebook, ndt.] sta “favorendo dal punto di vista finanziario” contenuti di incitamento all’odio contro i palestinesi da parte di pagine israeliane favorevoli alle colonie.

Secondo 7amleh, l’ Arab Center for the Advancement of Social Media [Centro Arabo per il Miglioramento delle Reti Sociali], Meta ha consentito ad account affiliati ai coloni e a mezzi di comunicazione estremisti di generare introiti sulle proprie piattaforme nonostante i loro contenuti violino le sue stesse linee di politica aziendale, comprendendo materiale violento, razzista e che incita all’odio contro i palestinesi.

I risultati sono stati pubblicati domenica in un rapporto intitolato Monetising Occupation: Meta’s Financial Enablement of Settlement Activity and Violent Rhetoric Against Palestinians [Monetizzare l’occupazione: il favoreggiamento finanziario di Meta a favore delle attività di colonizzazione e dei discorsi violenti contro i palestinesi].

L’organizzazione ha affermato che il gigante tecnologico statunitense “non solo tollera discorsi violenti che incitano all’odio, ma incentiva attivamente la loro produzione e diffusione,” violando le sue stesse politiche aziendali riguardo allo sfruttamento economico e ai contenuti.

7amleh aggiunge che consentire che tali contenuti si sviluppino mina le responsabilità di Meta in base ai principi dell’ONU e delle leggi internazionali umanitarie e sui diritti umani.

I contenuti che in base alla politica aziendale di Meta dovrebbero essere esclusi dalla monetizzazione includono la promozione di avamposti illegali, la giustificazione della violenza dei coloni, lo scherno nei confronti dei palestinesi, gli appelli all’espulsione forzata, i discorsi genocidi e l’esaltazione delle distruzioni a Gaza.

Il rapporto ha scoperto che di contro le voci palestinesi “sulle piattaforme di Meta restano complessivamente escluse dalla possibilità di essere redditizie unicamente in base alla loro collocazione geografica” nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Ciò significa che ai giornalisti, agli autori di contenuti, ai mezzi di comunicazione e alle organizzazioni della società civile palestinesi viene strutturalmente negato l’accesso a strumenti economici disponibili ad altri persino quando i loro contenuti sono professionali e conformi alle regole.”

Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7amleh, ha detto a Middle East Eye che Meta ha mantenuto per un decennio quello che ha descritto come un comportamento discriminatorio e di eccessivo controllo su contenuti, giornalisti e media palestinesi.

Questa censura ha incluso rimozione di post, restrizioni, ridotta visibilità e sospensione di account che hanno preso di mira autori e pagine palestinesi.

Al contrario, durante tutto il decennio [Meta] ha consentito espliciti discorsi genocidi e violenti in ebraico contro i palestinesi,” ha detto Nashif, aggiungendo che il problema si è intensificato in seguito al genocidio di Israele contro Gaza.

Ha aggiunto che, nonostante “molti allarmi e avvertimenti” da parte di 7amleh e di altre organizzazioni di controllo, l’impresa ha fatto molto poco per contrastare l’incremento di contenuti di incitamento all’odio in ebraico.

Secondo Nashif ora non ci sono solo “pregiudizi nel sistema di controllo [dei contenuti]”, ma anche la diffusa circolazione e monetizzazione di tali contenuti che, afferma, incentivano la produzione di altro materiale violento.

Stiamo assistendo a un circolo vizioso,” ha affermato. “È qualcosa che Meta ha il dovere di bloccare.”

MEE ha contattato Meta per un commento ma al momento della pubblicazione di questo articolo non ha ricevuto alcuna risposta.

I palestinesi “vengono strutturalmente esclusi”

Questo rapporto giunge nel contesto di un incremento della violenza dei coloni e dell’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata insieme ai continui bombardamenti israeliani a Gaza.

Dall’inizio del genocidio, nell’ottobre 2023, Israele ha ucciso più di 72.336 palestinesi a Gaza. Nello stesso periodo le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.050 palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Lama Nazeeh, responsabile delle politiche di sostegno di 7amleh, ha affermato che Meta non solo sta consentendo che rimangano in rete discorsi antipalestinesi, ma sta anche “trasformando una parte di quel sistema integrato in una fonte di profitto.” Nel contempo i palestinesi “rimangono strutturalmente esclusi” da programmi di che originano introiti, ha detto a MEE.

Fra gli esempi citati nel rapporto, i post del rapper israeliano Yoav Eliasi, che si fa chiamare The Shadow [L’Ombra], contengono messaggi politici estremisti e violenti contro i palestinesi, tra cui esortazioni a festeggiare le distruzioni a Gaza e appoggio alle colonie.

Secondo il rapporto l’account è coinvolto in vari programmi che generano introiti. Al contrario in precedenza Human Rights Watch [una delle principali ong per i diritti umani al mondo, ndt.] ha scoperto che Meta è responsabile di “censurare sistematicamente contenuti palestinesi”, attribuendo ciò a “politiche scorrette di Meta e alla loro applicazione incoerente ed errata, all’uso eccessivo di strumenti elettronici per moderare i contenuti e indebite influenze governative per la rimozione di contenuti.”

L’impresa ha anche rimosso account di molti individui e associazioni palestinesi e filo-palestinesi.”

Non si tratta solo di una questione di censura, ma di discriminazione, oppressione ed esclusione economica: i palestinesi vengono silenziati e viene loro negato l’accesso, mentre a quanti promuovono la loro spoliazione e disumanizzazione è consentito trarre profitto,” ha detto Nazeeh.

Ha aggiunto che ciò che avviene ha conseguenze sia sul terreno che a livello internazionale.

Meta sta contribuendo a costruire un’economia digitale attorno all’apartheid, alla violenza dei coloni, agli attacchi, all’incitamento al razzismo e all’impunità, marginalizzando nel contempo il giornalismo, il sostegno e la testimonianza dei palestinesi,” ha spiegato.

Nazeeh ha chiesto che Meta “ponga immediatamente fine al suo sistema discriminatorio” e smetta di agevolare la narrazione israeliana di estrema destra, in particolare nel bel mezzo di quello che ha descritto come un contesto complessivo di “guerra, occupazione e violenza di colonialismo di insediamento.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un’organizzazione per i diritti umani afferma che da ottobre 2023 Israele ha arrestato in Cisgiordania 1.700 minori palestinesi

Redazione di MEMO

15 aprile 2026 – Middle East Monitor

Il Centro Palestinese per la Difesa dei Prigionieri ha riferito che Israele da ottobre 2023 ha arrestato 1.700 minori palestinesi nella Cisgiordania occupata illegalmente oltre ad altre decine a Gaza, con scarse informazioni disponibili riguardo alla sorte di alcuni detenuti.

In un rapporto intitolato “La realtà della detenzione dei minori palestinesi nelle prigioni israeliane”, il centro ha documentato più di 55.500 arresti di minori dal 1967, osservando che circa 350 sono tuttora in prigione, tra cui alcuni che scontano una condanna ed altri trattenuti in detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndt.].

Nel rapporto si afferma che gli arresti sono spesso effettuati mediante incursioni notturne e nelle case, e i minori verrebbero arrestati in manette e bendati.

[Il centro] cita testimonianze secondo cui durante il trasporto e la detenzione i minori sono sottoposti a pestaggi e abusi, così come a lunghi interrogatori senza la presenza di avvocati o familiari.

Secondo il centro i detenuti sono trattenuti in celle di isolamento, sottoposti a minacce, privazione del sonno e tentativi di intimidazione che, afferma, sono usati per esercitare pressione su di loro.

Nel rapporto si aggiunge che ai minori malati vengono negate adeguate cure mediche, con ritardi nell’assistenza chirurgica e nel ricorso a cure temporanee per alleviare il dolore.

Si evidenziano inoltre preoccupazioni riguardanti la malnutrizione e le pessime condizioni di vita, inclusa la diffusione di malattie della pelle dovute a mancanza di igiene e limitata assistenza medica dentro le strutture carcerarie.

L’organizzazione ha descritto queste condizioni come parte delle violazioni sistematiche riguardanti minori durante fasi critiche del loro sviluppo.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




A Gaza un’università improvvisata offre la possibilità di riprendere gli studi universitari

Ahmed Al-Najjar

11 aprile 2026 – Aljazeera

Aule alimentate a energia solare rappresentano un’ancora di salvezza per gli studenti di Gaza che lottano contro le conseguenze della guerra e la scarsità di risorse

Il nuovo semestre accademico è iniziato a Gaza alla fine di marzo. Ma le mattine non sono più animate dalla consueta vivacità degli studenti in attesa degli autobus che attraversano le città diretti verso università e college.

Quella sensazione è stata invece sostituita dalle difficoltà legate agli sfollamenti.

La devastante campagna israeliana ha ridotto in macerie le istituzioni accademiche di Gaza, molte delle quali ora riutilizzate come sovraffollati rifugi per famiglie sfollate. Con la distruzione dei campus l’istruzione in presenza è praticamente scomparsa, costringendo le università a passare all’apprendimento online. Ma per gli studenti che vivono in tende, lottando per procurarsi cibo, acqua, elettricità e internet, assistere a una lezione, anche online, è diventato un privilegio.

In mezzo a questo caos si è materializzato un barlume di speranza.

Nella zona densamente popolata di al-Mawasi, nel distretto di Khan Younis, nel sud di Gaza, sta prendendo forma una nuova iniziativa accademica. Scholars Without Borders [Studenti senza confini, ndt.], un’organizzazione non governativa statunitense, ha creato quella che chiama “University City”, uno spazio accademico provvisorio progettato per riportare gli studenti nelle aule universitarie.

Costruito con legno, lamiere e qualsiasi altro materiale reperibile localmente il sito rappresenta una piccola ricostruzione di come era un tempo la vita accademica a Gaza.

Nonostante le difficoltà la nostra missione è quella di avvicinare l’istruzione agli studenti in un ambiente migliore”, ha affermato Hamza Abu Daqqa, rappresentante dell’organizzazione a Gaza.

Abbiamo progettato questo spazio per servire più istituzioni accademiche e il maggior numero possibile di studenti”, aggiunge. Ci sono sei sale, in grado di ospitare fino a 600 studenti al giorno. Può sembrare dimesso ma ricrea un senso di vita accademica normale, qualcosa di cui gli studenti sono stati privati”.

Lo spazio include un accesso a internet alimentato da pannelli solari, aree verdi improvvisate e persino un piccolo incubatore d’impresa, pensato per aiutare gli studenti a sviluppare i propri progetti.

Come spiega l’organizzazione, University City opera con un programma settimanale a rotazione, che prevede che ogni giorno sia assegnato a una diversa istituzione accademica. Questo sistema permette a più istituzioni di condividere lo spazio limitato garantendo il più ampio accesso possibile agli studenti.

Date le limitazioni le università danno priorità ai corsi che richiedono maggiormente la presenza fisica, come le lezioni pratiche e quelle basate sulla discussione.

Alcune preminenti università di Gaza, come l’Università Islamica e l’Università di Al-Azhar, hanno iniziato a utilizzare il sito, insieme ad altri istituti come il Palestine College of Nursing [Scuola palestinese per infermieri, ndt.].

Ma dietro questa modesta struttura si cela una realtà ben più complessa.

Uno sguardo a ciò che è andato perduto

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, nell’ottobre 2023, in tutta Gaza le università sono state sistematicamente danneggiate o distrutte. Nel sud tutti gli istituti sono stati resi inutilizzabili. Nella zona settentrionale di Gaza un numero limitato di campus è stato parzialmente ricostruito, ma la potenzialità di un loro utilizzo rimane estremamente limitata.

Il Palestine College of Nursing, ad esempio, è circondato da rovine dopo essersi ritrovato all’interno della “linea gialla”, dove l’esercito israeliano continua a essere presente dal cessate il fuoco di ottobre, isolando completamente gli studenti dalle loro aule.

Per un’intera generazione di studenti la vita universitaria ha semplicemente smesso di esistere, poiché al suo posto hanno dovuto lottare per sopravvivere.

Ogni anno accademico è solitamente segnato da nuovi inizi, soprattutto per le matricole che entrano in una nuova fase di indipendenza e scoperta. Ma per due anni consecutivi a migliaia di studenti di Gaza è stata negata questa esperienza.

Ora all’interno di University City la stanno vivendo per la prima volta.

«Sembra una vera università»

Mariam Nasr, 20 anni, studentessa del primo anno di infermieristica sfollata da Rafah, è seduta in una delle aule improvvisate e riflette sul significato di quello spazio per lei.

«Prima del genocidio tutto ciò di cui avevamo bisogno per studiare era disponibile: le case, l’elettricità, i materiali e, soprattutto, la sicurezza», dice. «Ma da più di due anni le nostre vite sono state completamente sconvolte».

Mariam ha iniziato l’ultimo anno di liceo proprio all’inizio della guerra. Ci è voluto più di un anno per completare gli esami in condizioni difficili prima di potersi finalmente iscrivere all’università.

«Ho sempre sognato di studiare medicina», afferma. «Ma le circostanze hanno influenzato le mie scelte. Il mio defunto nonno mi diceva che curare le persone non si limita a un solo percorso, quindi ho scelto infermieristica».

Tuttavia il suo corso di laurea prevede lezioni in presenza, un’esperienza che non aveva mai vissuto prima.

«Quando ho visto questo posto sono rimasta a bocca aperta», ha detto. “È stata la prima volta che ho frequentato lezioni in un ambiente che sembra davvero un’università. Siamo tutti emozionati. È diverso, sembra vero.”

Per studenti come Mariam il primo anno è trascorso dietro a uno schermo, se erano fortunati ad averne uno nelle loro tende, disconnessi dall’ambiente accademico che avevano sperato.

Amr Muhammad, 20 anni, un altro studente del primo anno di infermieristica proveniente dal campo di al-Magahzi, nella Gaza centrale, ha espresso una reazione simile.

Mi aspettavo qualcosa di molto più semplice, solo tende e attrezzature di base”, dice. Ma questo è diverso. Essere qui con altri studenti, discutere e partecipare alle lezioni fa un’enorme differenza.”

Il mondo accademico sotto attacco e assedio

L’esperienza vissuta dagli studenti in questo piccolo spazio riflette una tragedia ben più ampia.

La distruzione del settore accademico di Gaza da parte di Israele è stata definita dagli esperti dell’ONU come scolasticidio: lo smantellamento sistematico dell’istruzione attraverso la presa di mira di istituzioni, studenti e della vita accademica stessa. Università sono state distrutte, professori e studenti uccisi e gli sforzi di ricostruzione ostacolati.

Secondo l’Euro-Med Human Rights Monitor [organizzazione no profit per la protezione dei diritti umani, ndt.] e le informazioni fornite da funzionari palestinesi, oltre 7.000 studenti universitari e accademici sono stati uccisi o feriti dagli attacchi israeliani, mentre più di 60 edifici universitari sono stati completamente demoliti da incursioni aeree o bombardamenti terrestri.

Di conseguenza centinaia di migliaia di studenti sono stati esclusi dall’istruzione formale, costretti a ricorrere ad alternative che non sono in grado di eguagliare le loro precedenti esperienze.

E tali soluzioni alternative, come University City, incontrano enormi difficoltà già solo nel mettere in moto la propria attività.

«Tutti i materiali che vedete qui provengono dalla Striscia di Gaza», dice Abu Daqqa, indicando il sito con un gesto. «Abbiamo dovuto lavorare con quello che avevamo a disposizione, con costi crescenti e scarsità di risorse. Ma eravamo determinati a creare qualcosa che desse agli studenti un senso di normalità».

In base al cessate il fuoco di ottobre Israele è obbligato a consentire l’ingresso di materiali da ricostruzione per aiutare a ripristinare alloggi e servizi essenziali per i palestinesi. Ma Israele non ha rispettato tale clausola e ha continuato a imporre restrizioni, conducendo nel frattempo attacchi mortali in tutta Gaza.

E per molti studenti raggiungere University City è di per sé una sfida.

«Sono sfollata ad al-Mawasi, quindi dovrei essere relativamente vicina, ma anche solo arrivare qui è difficile», afferma Mariam. «Le mie lezioni iniziano alle 9 e mi sveglio alle 5 solo per trovare un mezzo di trasporto».

Con le strade danneggiate e la carenza di carburante le opzioni per gli studenti si limitano a veicoli malandati e carri trainati da asini o cavalli.

Procurarsi contanti è frustrante. Taxi e carretti accettano solo monete. Oggi mio padre è riuscito a malapena a procurarmi otto shekel [2,24 euro] ma non sono riuscita a trovare un passaggio”, aggiunge. Così ho camminato per quasi quattro chilometri con i miei amici”.

Per Amr il viaggio è ancora più lungo.

Sono partito alle 6 del mattino e ho aspettato due ore prima di trovare un mezzo di trasporto superaffollato”, dice. Era l’unico modo per arrivare qui”.

E una volta terminata la giornata le difficoltà ricominciano.

Questo spazio è a nostra disposizione solo per poche ore”, aggiunge. Per il resto della settimana torniamo a lottare con l’elettricità internet e i bisogni primari. Non possiamo nemmeno stampare materiale o accedere correttamente alle lezioni online”.

Gli studenti si affidano a dispositivi condivisi o danneggiati, connessioni instabili e risorse limitate, il che rende difficile un apprendimento costante.

Tornata nella tenda mi affido al vecchio telefono di mio padre giusto per seguire le lezioni quando posso”, dice Mariam. “Nella maggior parte dei giorni non c’è una connessione internet stabile né un’alimentazione elettrica adeguata. Cerco di resistere e andare avanti ma spesso desidererei semplicemente una fonte di alimentazione fissa e un dispositivo migliore come un iPad per studiare correttamente e non rimanere indietro.”

L’istruzione va avanti

Nonostante tutto gli studenti procedono mostrando la loro resilienza.

Nei corridoi riprendono le discussioni, si prendono appunti e il senso della vita accademica riemerge lentamente, anche se solo temporaneamente.

“Per la formazione medica l’apprendimento in presenza è essenziale”, afferma il Dott. Essam Mughari, professore al Palestine College of Nursing. “È piuttosto difficile per la formazione online sostituire l’interazione pratica”.

Descrive il significato emotivo del rivedere gli studenti.

“Dopo tutto quello che hanno passato, potersi riunire, interagire e imparare insieme, restituisce qualcosa di vitale”, dice. “Abbiamo la responsabilità di sostenerli, nonostante le circostanze, perché domani saranno loro al nostro posto”.

Per Mariam questa determinazione è una questione profondamente personale.

“Alcuni potrebbero pensare che sia impossibile studiare in queste condizioni”, dice. «Ma io voglio continuare. Mia cugina era un’infermiera. Un raid aereo israeliano ha raso al suolo la casa di tre piani della sua famiglia a Gaza City, uccidendo lei e molte altre persone. La ricordo per non dimenticare perché continuo su questa strada, per curare gli altri e servire il mio popolo».

La University City ora accoglie centinaia di studenti ogni giorno. Ma migliaia di altri rimangono senza accesso a spazi simili.

Scholars Without Borders afferma che l’iniziativa è solo l’inizio di una missione ancora ostacolata dall’assedio israeliano.

«Il nostro lavoro va avanti», dice Abu Daqqa. «Abbiamo allestito decine di scuole provvisorie e creato questa città universitaria, ma i bisogni sono molto maggiori. Questo è ciò che siamo riusciti a costruire sotto il blocco», afferma. «Immaginate cosa si potrebbe fare se ci venissero fornite le risorse veramente necessarie».

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese residente a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa di reportage sul genocidio in corso perpetrato da Israele.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)