Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’Associazione dei Giornalisti Palestinesi documenta a marzo 53 violazioni israeliane contro i giornalisti

Redazione di MEMO

8 aprile 2026 – Middle East Monitor

Martedì l’Associazione dei Giornalisti Palestinesi ha affermato in una dichiarazione che durante il mese di marzo Israele ha commesso 53 violazioni contro i suoi membri, inclusi due assassinii.

Il Comitato Libertà dell’Associazione ha detto in una dichiarazione che “ha documentato un totale di 53 crimini e violazioni” contro giornalisti palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Questi includono due morti, 12 casi di detenzione o impedimento a coprire gli eventi, otto incidenti con obiettivi diretti di gas lacrimogeni e granate stordenti e otto casi di assalti fisici.

Il Comitato ha anche riportato sette casi di confisca o distruzione di equipaggiamenti giornalistici, sei arresti, quattro irruzioni nelle case di giornalisti, due casi di minacce verbali e due casi di interrogatori.

Ha affermato che mirare a giornalisti palestinesi, inclusi uccisioni, arresti e assalti fisici, riflette “un crescente modello di serie violazioni che diventano crimini gravi.”

Il comitato ha chiesto alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite, alla Federazione Internazionale dei Giornalisti, a tutte le organizzazioni per i diritti umani e dei mezzi di comunicazione di prendere “immediate e concrete iniziative” per assicurare la protezione dei giornalisti palestinesi, avviare inchieste indipendenti internazionali e ritenere i colpevoli responsabili, al fine di terminare ciò che viene descritta come una politica di impunità.

Secondo dati pubblicati sul sito web dell’Associazione, dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ ottobre 2023 sono stati uccisi 260 giornalisti e altri 550 sono stati feriti. Aggiunge che 39 giornalisti rimangono in carcere e 150 organizzazioni mediatiche sono state distrutte.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Alcuni coloni erigono il primo avamposto di sempre all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme e aggrediscono i palestinesi del posto.

Comments:

Nir Hasson

7 aprile 2026 – Haaretz

Due settimane fa alcuni israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme hanno piazzato una tenda nei pressi del villaggio palestinese di Nu’man. “La politica del governo è fare pressione su di noi” dice il mukhtar del vicino villaggio di Umm Tuba

Per la prima volta un avamposto di una colonia illegale è stato fondato all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme. Gli abitanti di due villaggi palestinesi nelle vicinanze hanno detto che i coloni li hanno aggrediti con pietre e lacrimogeni, impedendo loro di pascolare le pecore.

In seguito a scontri scoppiati domenica quattro palestinesi sono stati arrestati. Altri quattro sono rimasti feriti.

Il villaggio palestinese di Nu’man è unico all’interno di Gerusalemme est. Benché sulle mappe si trovi all’interno del territorio municipale della città, alla grande maggioranza dei suoi abitanti non è stata concessa la residenza permanente israeliana che hanno altri palestinesi di Gerusalemme est. Al contrario Israele li considera abitanti della Cisgiordania. Di conseguenza dal punto di vista israeliano sono presenti illegalmente in Israele, mentre si trovano a casa loro.

La situazione degli abitanti è ulteriormente peggiorata da quando è stata costruita la barriera di separazione ed è stata asfaltata una nuova strada che unisce alla capitale le colonie a est di Gerusalemme. La strada e la barriera hanno rinchiuso il villaggio, obbligando gli scolari a lasciare le scuole israeliane in cui si recavano a Gerusalemme est e ad andare in quelle della città cisgiordana di Beit Sahur.

Due settimane fa è comparso un gruppo di adolescenti ebrei. Alcuni di loro hanno detto di essere di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme est nei pressi della collina che separa Nu’man dal quartiere di Umm Tuba. Altri a quanto pare sono arrivati da avamposti coloniali in Cisgiordania.

Gli adolescenti hanno piazzato una grossa tenda a qualche decina di metri dalle case di Nu’man e hanno tracciato nuovi sentieri. Hanno scritto con lo spray sulla tenda la parola “vendetta” e il nome del loro avamposto: Homat Yehuda [Muraglia ebraica, ndt.].

Hanno anche disegnato una stella di Davide blu sulle pietre, su un pozzo e su alcune case di Nu’man.

Gli adolescenti sono rimasti tutto il giorno nel loro avamposto sulla collina e hanno ricevuto molte visite. I palestinesi dicono che hanno anche cercato di entrare in alcune case di Nu’man ed hanno aggredito i palestinesi che si sono avvicinati alla collina.

Domenica, raccontano i palestinesi, gli adolescenti hanno aggredito un gruppo di abitanti del villaggio che si erano avvicinati all’avamposto. Usando mazze, pietre e lacrimogeni hanno ferito quattro palestinesi, che hanno dovuto essere medicati. I palestinesi hanno risposto lanciando anche loro pietre.

Gli attivisti israeliani che erano presenti a Nu’man hanno chiamato ripetutamente la polizia, ma gli agenti si sono presentati solo dopo che la violenza era terminata. Quando lo hanno fatto, i poliziotti hanno arrestato tre abitanti. Poi sono tornati nel pomeriggio e ne hanno arrestato un quarto. Sono anche saliti fino all’avamposto e un attivista israeliano che era presente sul posto ha detto che hanno promesso che si sarebbero occupati di evacuarlo.

La polizia ha rilasciato uno dei quattro palestinesi arrestati, ma lunedì ha chiesto alla pretura di Gerusalemme di estendere di altri sei giorni la custodia cautelare degli altri tre, uno dei quali è minorenne. La polizia ha affermato che uno dei reati che sospetta sia stato commesso dai tre è la presenza illegale in Israele, benché ufficialmente, come già notato, Israele abbia reso illegale la loro presenza nelle loro stesse case quando li ha inclusi all’interno di Gerusalemme est senza concedere loro il diritto di residenza.

Anche gli abitanti di Umm Tuba si sono lamentati del fatto che i coloni dell’avamposto li hanno aggrediti quando si sono avvicinati alla collina. Gli abitanti di Umm Tuba, che hanno tutti la residenza permanente in Israele, per anni hanno pascolato le loro greggi nel wadi [letto del torrente, ndt.] sotto la collina. Ma da quando è stato fondato l’avamposto, affermano, i pastori hanno subito minacce e violenze da parte degli abitanti ebrei. Lunedì, quando i pastori sono arrivati al wadi con le loro pecore è comparso un gran numero di poliziotti e hanno detto loro di andarsene. Secondo gli abitanti uno ha persino minacciato il mukhtar [capo villaggio] di Umm Tuba, Aziz Abu Tir, insultandolo con parolacce.

“Siamo stati i vicini di Har Homa ormai da 30 anni e non ci sono mai stati problemi,” dice Sameh Abu Tir, un abitante di Umm Tuba. “Al contrario, i nostri figli scendevano a pascolare le pecore. Ma ora ogni volta che ci avviciniamo loro ci minacciano.”

Reut Maimon, dell’organizzazione [israeliana] di sinistra Ir Amim afferma che il violento attacco contro gli abitanti di Nu’man è stato il risultato diretto della continua indifferenza della polizia nei confronti delle loro ripetute richieste di intervento.

“Il Comune di Gerusalemme e il suo sindaco devono prendere immediatamente l’iniziativa di smantellare l’avamposto per impedire le gravissime conseguenze del fatto che un avamposto violento venga fondato all’interno del territorio delle città di Gerusalemme,” afferma. “Il Comune dovrebbe garantire la sicurezza e il benessere degli abitanti di Nu’man e Umm Tuba e mobilitare immediatamente tutte le istituzioni assistenziali della città per prendersi cura degli adolescenti coinvolti nelle violenze.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Sono fuggiti da Gaza: ora sono intrappolati altrove

Oroub El-Abed

31 marzo 2026 – Middle East Monitor

Mentre i titoli dei giornali di tutto il mondo si concentrano sull’escalation del conflitto tra Israele e Iran un’altra storia viene silenziosamente messa da parte. Non è solo la devastazione all’interno di Gaza a essere ignorata, ma anche il destino di coloro che sono riusciti a fuggire. Sono scampati alle bombe, ma non allo sradicamento.

In Egitto, Giordania, nel Golfo e oltre migliaia di gazawi vivono ora in una condizione che non è quella del rifugiato o di chi sia in procinto di ritornare. Non sono annoverati tra i morti, né pienamente riconosciuti tra i vivi. La loro presenza è temporanea, la loro legalità incerta, il loro futuro sospeso. Vivono in uno spazio che le politiche umanitarie raramente riconoscono: la sopravvivenza senza insediamento.

Si è parlato molto della distruzione di Gaza. Le immagini di edifici crollati, tende sovraffollate e famiglie affamate circolano ampiamente sui media internazionali. Si è parlato anche, seppur in misura limitata, delle evacuazioni mediche: bambini feriti trasportati allestero, pazienti che ricevono cure urgenti. Ma al di là di questi frammenti, regna un silenzio impressionante. Cosa sappiamo di coloro che se ne sono andati?

Dalla fine del 2023 migliaia di palestinesi hanno lasciato Gaza in circostanze eccezionali; alcuni per ricevere cure mediche, altri grazie a soluzioni disperate rese possibili da intermediari, conoscenze o per puro caso. Andarsene è stata raramente una scelta. Si è trattato di un atto dettato dallurgenza, spesso compiuto sotto il fuoco nemico, nella speranza di salvarsi la vita. Ma la partenza, che non ha coinvolto tutti i membri della famiglia, ha avuto un costo: economico, sociale, familiare ed esistenziale.

Per molti attraversare il confine con l’Egitto ha richiesto pagamenti che raggiungevano diverse migliaia di dollari a persona. Le famiglie hanno venduto oro, contratto ingenti debiti ed esaurito i risparmi accumulati nel corso di generazioni. Di fatto, la sopravvivenza è diventata una merce. La mobilità si è trasformata in un privilegio acquistato sull’orlo della catastrofe. Chi poteva pagare se n’è andato; chi non poteva è rimasto. Eppure, anche per coloro che sono riusciti a fuggire, l’arrivo non si è tradotto in sicurezza, bensì in incertezza.

La maggior parte è entrata nei Paesi ospitanti con permessi eccezionali o temporanei, a volte visti medici, permessi a breve termine o accordi informali che non erano mai stati pensati per garantire una stabilità a lungo termine. Con il passare dei mesi e degli anni molti si sono ritrovati in una situazione di irregolarità. I ​​loro documenti sono scaduti. La loro presenza è diventata amministrativamente invisibile. Non sono né residenti né ospiti!

Questo limbo giuridico ha conseguenze profonde. Senza un permesso di soggiorno riconosciuto l’accesso ai servizi di base è gravemente limitato. I bambini faticano a iscriversi a scuola. Le famiglie non possono accedere in modo affidabile all’assistenza sanitaria. Un impiego formale è in gran parte irraggiungibile, il che spinge molti verso lavori precari nel settore informale. Viaggiare diventa impossibile. Anche l’atto di affittare una casa o aprire un conto in banca può diventare un ostacolo burocratico.

Il sistema umanitario, strutturato attorno alla risposta alle emergenze, non è riuscito, in larga misura, ad adattarsi a questa condizione prolungata. Gli sfollati per motivi medici possono ricevere cure, ma i loro familiari accompagnatori spesso rimangono esclusi dall’assistenza. Un bambino può essere operato; un genitore può restare escluso da qualsiasi forma di sostegno formale. Il singolo caso viene affrontato, ma il nucleo familiare si frammenta. In termini politici l’evacuazione è stata considerata un punto di arrivo. In realtà, è solo l’inizio di un’altra forma di espulsione.

Per gli abitanti di Gaza questa rottura è particolarmente grave perché ciò che è andato perduto non è solo il territorio, ma un mondo sociale profondamente radicato, fatto di relazioni strette. Gaza, nonostante anni di assedio e privazioni, ha mantenuto fitte reti di parentela, mutuo soccorso e sostegno comunitario. Le distanze erano brevi; le relazioni immediate; la sopravvivenza era collettiva.

In tali contesti il capitale sociale, fondato sulla fiducia, sulla reciprocità e sulle norme condivise a livello locale, funge da sistema assistenziale informale. Ha contribuito a ridurre la vulnerabilità in modi che il solo reddito non può garantire. Quando le persone lasciano Gaza non perdono semplicemente una casa. Hanno perso linfrastruttura sociale che rendeva la vita, per quanto difficile, sopportabile.

Ciò che trovano invece “fuori dall’acquario di Gaza”, come descritto da un giornalista di Gaza recentemente scomparso a causa di un cancro, sono grandi ambienti urbani capitalisti e frammentati, governati da regole sconosciute. Città in cui l’anonimato sostituisce la familiarità e dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di destreggiarsi tra sistemi burocratici, mercati del lavoro e pressioni finanziarie per le quali non erano mai stati preparati. Questa transizione viene spesso descritta come “adattamento”. Ma è tutt’altro.

I gazawi all’estero devono imparare rapidamente a sopravvivere in un contesto economico che può sembrare spietato: devono fare i conti con affitti, costi di trasporto, regimi di visti, permessi di soggiorno non validi, sistemi scolastici e valute fluttuanti. Devono far quadrare i conti con risparmi che si esauriscono rapidamente, cercando al contempo un reddito in mercati del lavoro ristretti. Devono dimostrare resilienza pur portando con sé traumi, dolore e incertezza. Ci si aspetta che ricostruiscano le loro vite mentre sono ancora in crisi.

È qui che le narrazioni dominanti diventano fuorvianti. Il linguaggio della resilienza, spesso invocato nel discorso umanitario, rischia di scaricare la responsabilità sui singoli individui, oscurando al contempo i vincoli strutturali. Suggerisce che l’adattamento sia una questione di sforzo, piuttosto che di accesso ai diritti. Ma non c’è resilienza senza riconoscimento legale. Non c’è ricostruzione senza stabilità.

Il pericolo più profondo è che questa condizione di prolungata precarietà diventi la norma. I gazawi vengono tenuti in vita, ma non viene loro permesso di integrarsi. Vengono ospitati, ma non regolarizzati. Sono visibili come casi umanitari, ma non riconosciuti come individui titolari di diritti. E devono aspettare di tornare a casa, ma quale casa li accoglierà?

Questa non è una novità nell’esperienza palestinese. Riprende una lunga storia di sfollamento caratterizzata da un’inclusione parziale e da una perenne insicurezza: mobilità senza cittadinanza, rifugio senza protezione, presenza senza diritti. La novità risiede nella portata e nell’immediatezza con cui questa condizione si sta riproducendo oggi.

La comunità internazionale si è concentrata sul facilitare l’uscita da Gaza per chi ne ha bisogno, negoziando corridoi sanitari, coordinando le evacuazioni e mettendo in luce storie di successo individuali. Ma molta meno attenzione è stata dedicata a ciò che accade dopo che le persone attraversano il confine. O dopo la fine del loro ricovero ospedaliero.

C’è poca attenzione al monitoraggio sistematico del loro status giuridico. Poca coordinazione per garantire l’accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria al di là delle cure di emergenza. Poca consapevolezza del depauperamento finanziario che ha accompagnato la loro partenza. E pochi sforzi per creare percorsi verso la regolarizzazione, il ricongiungimento familiare o la mobilità futura. Al contrario, i gazawi residenti all’estero sono lasciati soli ad affrontare sistemi complessi, spesso senza informazioni, sostegno o protezione. Ciò si traduce in una popolazione dispersa, famiglie frammentate, difficoltà economiche, precarietà giuridica e isolamento sociale.

Nel frattempo il discorso pubblico spesso inquadra la partenza come una fuga, come se lasciare Gaza rappresentasse un’opportunità. Si tratta di un’interpretazione profondamente errata. Per la maggior parte andarsene non è stata una decisione strategica ma una risposta forzata a un pericolo imminente. Non ha aperto la strada a una nuova vita: “Mi sento menomato; anche se mi trovo in questo vasto spazio che ho sempre sognato di visitare preferisco stare a Gaza”, ha detto un fotografo di Gaza ferito, che ha trascorso tre mesi in un ospedale di uno dei Paesi ospitanti e oggi fatica a trovare un appartamento in affitto e a guadagnarsi da vivere. Il suo percorso clinico ha dato inizio a una nuova forma di espulsione. Quindi la domanda non è semplicemente quanti gazawi siano riusciti a partire. È in quali condizioni vivono ora e per quanto tempo.

I loro figli possono andare a scuola? Le famiglie possono accedere all’assistenza sanitaria oltre le cure di emergenza? Possono lavorare legalmente? Possono rinnovare il loro permesso di soggiorno, viaggiare o ricongiungersi con i parenti? O sono destinati a rimanere indefinitamente in un limbo amministrativo? Queste domande richiedono un’attenzione urgente, non solo da parte degli Stati ospitanti, ma anche degli attori internazionali che hanno presentato l’evacuazione come un successo umanitario. Perché senza percorsi legali e un sostegno costante l’evacuazione rischia di trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: l’esternalizzazione della crisi di Gaza. La sofferenza non si risolve, ma viene ridistribuita oltre i confini. E forse è per questo che si parla così poco di questi abitanti di Gaza. Non si adattano alla narrazione dominante. Non sono né dentro Gaza né completamente al di fuori delle sue conseguenze. Occupano uno spazio intermedio, politicamente scomodo e analiticamente problematico.

Per i palestinesi lo sfollamento non finisce al confine. Continua. Si adatta. Riappare in nuove forme giuridiche, nuove pressioni economiche, nuove fratture sociali. Chi ha lasciato Gaza non si è lasciato alle spalle la condizione di sfollato. L’ha portata con sé.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

L’autrice è professore associato nell’ambito del programma internazionale sulle migrazioni e i rifugiati presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La chiusura del Santo Sepolcro da parte di Israele dimostra che nessuna fede è al sicuro dall’occupazione.

Ismail Patel

31 marzo 2026 – Middle East Eye

Concedere al Patriarca latino l’accesso alla chiesa non risolve il problema fondamentale di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza cristiana palestinese.

A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro è al centro del culto cristiano. È il luogo in cui si commemora la crocifissione e la resurrezione.

Negare l’accesso a questo luogo non è un semplice atto amministrativo. È una violenta interruzione di legami religiosi ancestrali, un’imposizione coloniale che separa i cristiani palestinesi dal cuore della loro vita spirituale e comunitaria.

La perdita non è solo loro. Ogni atto di esclusione da uno spazio sacro è una lezione sull’occupazione israeliana in corso, un monito che la logica del dominio governa ancora Gerusalemme.

Israele ha chiuso la Chiesa del Santo Sepolcro il 28 febbraio, impedendo al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrarvi la Domenica delle Palme.

Questo ha avuto un impatto notevole. Si ritiene che sia la prima volta in secoli che a figure di spicco della Chiesa sia stato impedito di partecipare alla Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro. Il Patriarcato Latino ha definito la decisione “un grave precedente e una mancanza di rispetto per la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la decisione solo dopo aver ricevuto critiche da tutto il mondo, tra cui quelle di uno dei suoi più stretti alleati, Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, il quale ha affermato che negare l’accesso alla chiesa al cardinale era “difficile da comprendere o giustificare”.

Lunedì, la polizia israeliana ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con i leader cristiani per consentire “una preghiera limitata” all’interno della chiesa.

Architettura di controllo

Questa inversione di rotta non è una soluzione, ma una messinscena, una manovra per placare l’opinione pubblica internazionale mentre l’architettura coloniale di controllo rimane intatta.

La vera libertà di culto non può esistere sotto occupazione. La libertà esige lo smantellamento delle strutture che consentono a Israele di dettare l’accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. Le sole parole, senza la fine dell’occupazione, non fanno altro che perpetuare il danno, alimentando la violenza dell’esclusione e della cancellazione.

Il pretesto della “sicurezza” non giustifica la chiusura.

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che un missile è caduto a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, vicino alla Moschea di al-Aqsa e alla Chiesa del Santo Sepolcro.

I funzionari israeliani hanno indicato la guerra contro l’Iran come motivo della chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia.

Tuttavia, la sicurezza non dovrebbe significare che il culto possa essere interrotto a capriccio delle autorità di occupazione. Le norme già limitavano gli assembramenti a 50 o 100 persone con accesso ai rifugi antiaerei, dimostrando che erano possibili precauzioni più mirate.

La chiusura totale della chiesa con il pretesto della “sicurezza” e l’ostruzionismo nei confronti del Patriarca latino sono state quindi una scelta politica, mascherata da gestione dell’emergenza.

Non si tratta di episodi isolati. Sono manifestazioni di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza palestinese autoctona nascondendosi dietro al linguaggio della neutralità amministrativa.

Questa non è sicurezza. È l’esercizio del potere che mira a normalizzare l’esclusione.

Il Santo Sepolcro è da tempo governato dallo Status Quo, un assetto di epoca ottomana. Era concepito per mantenere l’equilibrio tra le comunità cristiane attraverso la custodia condivisa.

La sua sospensione sotto il dominio israeliano non rafforza la sicurezza; al contrario, afferma il potere statale sugli spazi sacri e trasforma i luoghi di culto in campi di battaglia per il dominio e l’espropriazione.

Un gesto temporaneo.

Per i cristiani palestinesi, e per tutti gli altri palestinesi, questo non è un affronto isolato, ma il sintomo di un più ampio regime coloniale che controlla la libertà di movimento, il culto, l’istruzione e il diritto stesso di esistere a Gerusalemme.

A gennaio i leader delle chiese palestinesi hanno avvertito che la violenza dei coloni israeliani minaccia la presenza cristiana in Terra Santa.

L’anno scorso Israele ha imposto ripetute restrizioni all’accesso dei cristiani alle celebrazioni della Settimana Santa, mentre un rapporto del Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilevato che l’aumento della violenza, le difficoltà economiche e le restrizioni al culto minacciano le comunità cristiane in tutta la Terra Santa.

Questa realtà quotidiana non comporta solo la perdita di terra, ma anche la regolamentazione del tempo, dei rituali e della dignità. Si tratta di un attacco al tessuto stesso della vita palestinese.

L’inversione di rotta di Netanyahu è un gesto temporaneo e non risolve il problema fondamentale dell’occupazione illegale.

Concedere al patriarca il diritto di accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro solo sotto pressione internazionale non è responsabilità. È gestione dell’immagine.

I cristiani palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate rimangono esclusi da Gerusalemme e i loro spostamenti limitati da checkpoint ed espulsioni.

Il Santo Sepolcro rimane sotto occupazione. Senza smantellare l’ordine coloniale, tali tregue servono solo a deviare le critiche e a consolidare il controllo.

Libero accesso a tutte le fedi

Questa logica di esclusione non si limita ai luoghi cristiani. I fedeli musulmani, a cui è ancora vietato l’accesso alla moschea di Al-Aqsa, sono stati costretti a trascorrere gran parte del Ramadan e dell’Eid separati da uno dei loro luoghi più sacri.

Coloro che hanno osato pregare fuori dalle mura di Al-Aqsa sono stati dispersi violentemente dalle forze israeliane.

Gerusalemme è governata da un regime di eccezione, dove l’accesso ai luoghi sacri dipende dai capricci della potenza occupante.

Questa non è neutralità. È la gestione coloniale della fede, dove la sicurezza diventa il linguaggio del controllo.

La comunità internazionale deve andare oltre le suppliche ai leader israeliani di aprire i luoghi sacri. Ciò che serve è la garanzia di un accesso libero ed equo ai luoghi sacri per tutte le fedi.

L’apertura del Santo Sepolcro e la richiesta di riapertura della Moschea di Al-Aqsa non sono un favore, ma un imperativo legale, un passo verso il ripristino della dignità e l’affermazione della sovranità palestinese sul proprio patrimonio spirituale e materiale.

Se Gerusalemme vuole rimanere una città di fedi i suoi luoghi sacri devono essere liberati dalla morsa amministrativa dell’occupazione israeliana. Solo allora la città potrà incarnare la promessa di appartenenza condivisa e di giustizia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il ministro della Difesa afferma che la Spagna chiude lo spazio aereo agli aerei USA coinvolti nella guerra contro l’Iran

Redazione di MEMO

31 marzo 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie britannica] Reuters riferisce che lunedì il ministro della Difesa [spagnola] Margarita Robles ha affermato che la Spagna ha chiuso il suo spazio aereo agli aerei USA coinvolti in attacchi contro l’Iran, un passo aggiuntivo rispetto al precedente divieto di uso delle basi militari gestite congiuntamente.

Non autorizziamo né l’uso delle basi militari né l’uso dello spazio aereo per azioni relative alla guerra contro l’Iran,” ha detto Robles ai giornalisti.

Il quotidiano spagnolo El Pais è stato il primo a riportare la notizia lunedì, citando fonti militari.

La chiusura dello spazio aereo obbliga gli aerei militari ad aggirare la Spagna, membro della NATO, lungo la rotta verso i loro obiettivi nel Medio Oriente, ma ciò non include situazioni di emergenza, ha aggiunto El Pais..

Questa decisione è parte della risoluzione già presa dal governo spagnolo di non partecipare o contribuire ad una guerra che è stata iniziata unilateralmente e contro il diritto internazionale,” ha affermato il ministro dell’Economia Carlos Cuerpo durante un intervista all emittente radio Cadena Ser quando gli è stato chiesto se la decisione di chiudere lo spazio aereo spagnolo non possa peggiorare le relazioni con gli Stati Uniti.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez è stato uno dei più espliciti oppositori agli attacchi di USA e Israele contro l’Iran, che ha definito irresponsabili e illegali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il capo di stato maggiore israeliano mette in guardia da un possibile collasso dell’esercito suscitando una tempesta politica riguardo alla carenza di truppe

Redazione di MEM

30 marzo 2026 – Middle East Monitor

Secondo quanto riportato da Anadolu [agenzia di stampa turca, ndt.] un avvertimento del capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir riguardo a un possibile “collasso” dell’esercito a causa della mancanza di soldati ha scatenato un’ondata di reazioni politiche in Israele, con figure dell’opposizione che hanno sostenuto la sua analisi mentre gli alleati del primo ministro Benjamin Netanyahu ne hanno messo in discussione le motivazioni. Attualmente l’esercito israeliano è impegnato in conflitti in Iran e Libano, mentre continua ad attaccare a Gaza. L’esercito ha anche schierato altre truppe nella Cisgiordania occupata nel mezzo di una crescente violenza da parte degli occupanti israeliani, che richiede l’invio di altri soldati, mentre gli ebrei ultra-ortodossi (haredi) rifiutano di prestare il servizio militare.

Mentre dal 28 febbraio l’esercito sta usando i suoi aerei per attaccare l’Iran, ha annunciato il dispiegamento di quattro divisioni nel sud del Libano e sta utilizzando un gran numero di forze in Cisgiordania, oltre a quelle presenti a Gaza.

Più di 100.000 riservisti sono schierati su tutti i fronti, ma l’esercito ha ancora bisogno di circa altri 15.000 militari, di cui da 7.000 a 8.000 combattenti,” ha detto giovedì durante un incontro con la stampa il portavoce militare Affie Defrin. Il giorno precedente in una riunione riservata del Gabinetto di Sicurezza Zamir aveva avvertito che l’esercito potrebbe dover affrontare un “collasso” se non verrà affrontato il problema della carenza di uomini, citando l’allargamento delle missioni nel sud del Libano e la prosecuzione del controllo su circa metà di Gaza.

Egli ha spiegato che l’ampiezza dei compiti è “in costante aumento”, con l’estensione delle operazioni militari nel sud del Libano e la prosecuzione del controllo di circa metà di Gaza.

Ma il numero di soldati è in diminuzione, soprattutto dopo la cancellazione del prolungamento del servizio militare dei soldati regolari, che ha accentuato la crisi,” ha aggiunto.

L’allarme di un professionista

Amir Yissacharoff, un analista del quotidiano Yedioth Ahronoth [il giornale israeliano più venduto, di centro, ndt.], ha detto ad Anadolu che l’avvertimento di Zamir è stato “di carattere professionale, anche se le fazioni filogovernative hanno cercato di attribuirgli un movente politico.”

Yissacharoff ha affermato che Zamir ha parlato dopo che il governo ha legalizzato decine di avamposti di colonie in Cisgiordania e mentre la violenza degli occupanti israeliani è in aumento, insieme a molteplici minacce per la sicurezza da Iran, Libano e Gaza. “Zamir ha suonato l’allarme riguardo a una criticità e il suo messaggio era diretto principalmente all’opinione pubblica interna israeliana, ha parlato prima di Netanyahu, del ministro della Difesa Israel Katz e di altri politici e militari,” ha detto, aggiungendo che il messaggio era chiaro: “Abbiamo di fronte a noi un problema e, dato l’allargamento delle missioni dell’esercito, tutti devono essere arruolati, compresi gli ultra-ortodossi.”

Attaccare Zamir ed etichettare le sue affermazioni come politiche “elude la questione,” ha sostenuto Yissacharoff . “Egli sta affrontando un problema professionale. Il problema non è Zamir, il problema è Netanyahu.”

Arruolamento degli haredi

Le considerazioni di Zamir sono arrivate mentre Netanyahu continua a temporeggiare riguardo a una legge sul servizio militare.

L’opposizione, insieme ad alcune fazioni all’interno della destra nazionalista, sostiene che chiunque, compresi gli ultra-ortodossi, devono farlo, mentre i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism stanno promuovendo una legge che esenti formalmente gli studenti dei seminari dal servizio militare.

I partiti di opposizione accusano Netanyahu di proteggere i partiti religiosi per salvare la sua coalizione di governo, definendo “legge per evitare l’arruolamento” la misura proposta.

Nel giugno 2024 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato che gli haredi devono essere arruolati e ha ordinato l’interruzione dei finanziamenti statali alle istituzioni religiose i cui studenti si rifiutano di fare il servizio militare.

Gli ebrei ultra-ortodossi rappresentano circa il 13% della popolazione israeliana di circa 9,7 milioni. Non fanno il servizio militare, invocando la devozione religiosa per lo studio della Torah.

Mentre la legge israeliana prevede che tutti i cittadini al di sopra dei 18 anni facciano il servizio militare, per decenni l’esenzione degli haredi ha provocato polemiche, un dibattito che si è notevolmente acuito durante le molteplici guerre di Israele e l’aumento dei militari caduti, con i partiti secolari che chiedono che gli ultra-ortodossi condividano quello che chiamano il “fardello della guerra”.

Il mandato dell’attuale Knesset [parlamento israeliano, ndt.] scade a ottobre, quando sono previste elezioni generali, a meno che vengano chieste elezioni anticipate. Domenica la Knesset ha approvato il bilancio statale 2026, consentendo al governo di scongiurare elezioni anticipate, un risultato attribuito in buona misura al fatto che Netanyahu ha garantito al partito degli haredi il suo appoggio, anche senza approvare la legge che garantisce loro l’esenzione rispetto al servizio militare.

Yissacharoff ha sottolineato che Netanyahu ha bisogno dei partiti religiosi ed è nel loro interesse che il governo rimanga al potere.

Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha cercato di trarre vantaggio dalle osservazioni di Zamir prima delle elezioni previste.

Voglio avvertire i cittadini israeliani che stiamo affrontando una catastrofe della sicurezza,” ha scritto Lapid giovedì sulla piattaforma statunitense X.

Per 13 anni ho ricoperto ruoli nei più importanti comitati e commissioni per la sicurezza di Israele, come primo ministro, ministro degli Esteri, delle Finanze e membro della Commissione Affari Esteri e Difesa,” ha affermato. “In tutti questi anni non riesco a ricordare un avvertimento così severo come quello espresso dal capo di stato maggiore.”

Secondo Lapid il capo dell’esercito ha detto al Gabinetto di Sicurezza di non avere più i mezzi per continuare a mobilitare riservisti e che ora alcuni soldati sono al sesto e settimo turno dall’ottobre 2023. “Sono completamente esausti,” ha detto Lapid, aggiungendo che Zamir ha anche informato il Gabinetto che le forze regolari sono in condizioni di totale collasso e che l’esercito non ha abbastanza soldati per svolgere le proprie missioni.

Il continuo incoraggiamento del governo perché gli ultra-ortodossi evitino l’arruolamento costituisce una minaccia per la sicurezza,” ha detto, aggiungendo che Zamir ha presentato una serie di minacce “la maggioranza delle quali non possono essere citate davanti alle telecamere, ma la conclusione è che il governo sta mandando l’esercito in una guerra su vari fronti senza una strategia, senza risorse e con troppo pochi soldati.

Questa volta il governo non potrà dire che non sapeva. É il capo di stato maggiore che hanno nominato loro e non potranno politicizzarlo o accusarlo. D’ora in poi Netanyahu non può sfuggire alle sue responsabilità,” ha detto Lapid, chiedendo al governo di smettere immediatamente di finanziare chi evita l’arruolamento e di schierare la polizia militare contro quanti evitano il servizio militare.

Ha chiesto anche al governo di “combattere il terrorismo ebraico con ogni mezzo” e di destituire il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir “che appoggia pubblicamente il terrorismo ebraico.”

Un grido di allarme

Yair Golan, ex-vice capo di stato maggiore dell’esercito e leader del partito Democratico [ex partito Laburista, ndt.], di opposizione, ha affermato che le affermazioni di Zamir non sono “semplicemente un avvertimento, sono una enorme bandiera nera sventolata sulla politica del governo.”

Quando la più alta carica dell’esercito dice al Gabinetto durante una guerra che l’esercito sta faticando a compiere le proprie missioni a causa della politica del governo non si tratta di una valutazione della situazione, è un grido di allarme,” ha scritto su X.

Un governo che continua questa politica ha abbandonato la sicurezza. È un governo pericoloso che promuove il terrorismo ebraico, la renitenza alla leva e associa anti-sionismo e antisemitismo,” ha affermato.

Nonostante tutti gli avvertimenti il governo continua a creare più avamposti, appoggia e arma i rivoltosi (gli occupanti) e il risultato è un danno diretto alla capacità dell’esercito di portare avanti le sue vere missioni. Chiunque continui questa politica durante un periodo di guerra si assume la responsabilità diretta di aver danneggiato la sicurezza dello Stato,” ha aggiunto Golan.

L’ex-ministro della Difesa e leader di Yisrael Beiteinu [partito della destra nazionalista laica che rappresenta soprattutto gli immigrati dall’ex-URSS, ndt.] Avigor Lieberman ha affermato su X che Zamir ha avvertito che la renitenza alla leva “sta danneggiando la sicurezza di Israele.” “Il governo, come sempre, sta ignorando gli avvertimenti prima che si verifichi il disastro. L’esercito sta affrontando la peggior carenza di uomini della sua storia e tutti devono essere arruolati,” ha aggiunto Lieberman.

Israele ha occupato i territori palestinesi e aree in Libano e in Siria per decenni e continua ad opporsi al ritiro o alla creazione di uno Stato palestinese indipendente.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ex primo ministro israeliano chiede alla Corte Penale Internazionale di fermare i “terroristi ebrei” in Cisgiordania dopo il blocco dei procedimenti giudiziari.

Emma Graham-Harrison – Gerusalemme

Mercoledì 25 marzo 2026 – The Guardian

Da un’analisi del Guardian sulla violenza dei coloni emerge che dal 2020 nessun israeliano è stato perseguito penalmente per l’uccisione di civili palestinesi, mentre ex capi dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti parlano di «terrorismo ebraico organizzato».

Secondo un’analisi condotta dal Guardian su dati giuridici e documenti pubblici, dall’inizio di questo decennio Israele non ha perseguito penalmente i propri cittadini per l’uccisione di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, favorendo così l’impunità nei confronti di una campagna di violenza.

Gli attacchi hanno spinto l’ex primo ministro Ehud Olmert a chiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale (CPI) per “salvare i palestinesi e noi [israeliani]” dalla violenza dei coloni appoggiata dallo Stato, perpetrata con la complicità e talvolta la partecipazione della polizia e dell’esercito.

“Ho deciso non solo di non rimanere in silenzio, ma di richiamare l’attenzione della CPI dell’Aia affinché adotti misure coercitive ed emetta mandati di arresto”, ha dichiarato Olmert in una dichiarazione scritta inviata al Guardian.

Decine di ex comandanti della sicurezza israeliana hanno chiesto un intervento urgente per fermare gli attacchi “quasi quotidiani” contro i palestinesi. In una lettera pubblica indirizzata all’attuale capo delle forze armate del Paese hanno avvertito che la mancata lotta al “terrorismo ebraico” rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo mese i coloni israeliani e la polizia hanno ucciso 10 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, tra cui due fratelli di cinque e sette anni e i loro genitori, tutti colpiti alla testa mentre la famiglia tornava a casa dopo aver fatto la spesa per il Ramadan.

“Non stiamo più parlando di una manciata di teppisti che infrangono la legge. Si tratta di attività organizzate, a volte col coinvolgimento di individui in uniforme, che sparano contro persone innocenti e incendiano proprietà e case di civili”, si legge nella lettera.

Tra i firmatari della lettera, che non è stata preventivamente annunciata, figurano due ex capi delle forze armate israeliane – uno dei quali ha anche ricoperto la carica di ministro della Difesa – cinque capi dei servizi segreti Mossad e Shin Bet e quattro ex commissari di polizia.

Nel loro appello a far rispettare la legge attribuiscono i successi militari del passato alla «forza morale» delle forze armate israeliane e affermano che essa è fondamentale per le vittorie future. «Senza di essa non abbiamo alcun diritto di esistere», affermano.

Secondo i dati dell’ONU dal 2020 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, almeno un quarto dei quali minorenni. Nessuno è stato incriminato per queste morti.

Secondo i dati ufficiali e quelli forniti dall’organizzazione [israeliana] per i diritti civili Yesh Din l’ultimo attacco mortale compiuto dalle forze di sicurezza israeliane nella Cisgiordania occupata che ha portato a un rinvio a giudizio risale al 2019. L’ultimo omicidio commesso da un civile israeliano che ha portato a un’incriminazione risale al 2018. Questa settimana un tribunale israeliano ha stabilito che l’imputato aveva lanciato il sasso che ha colpito Aisha Rabi [morta nel 2018 in seguito alla rottura del parabrezza della sua auto, ndt.].

Le forze di sicurezza israeliane sono responsabili della maggior parte delle vittime palestinesi nella Cisgiordania occupata, ma gli atti di violenza perpetrati da civili israeliani si sono intensificati dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, quando Israele ha scatenato una guerra a Gaza che, secondo una commissione delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e studiosi di genocidio, è da considerarsi tale.

Omicidi, incendi dolosi, furti e altri crimini commessi da coloni israeliani, inclusi episodi ripresi dalle telecamere e sospette aggressioni sessuali, sono rimasti quasi del tutto impuniti.

Secondo quanto riportato da Yesh Din tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata si è concluso senza un’incriminazione. Su 368 casi solo otto, ovvero il 2% del totale, si sono conclusi con condanne totali o parziali.

Olmert chiede procedimenti giudiziari internazionali contro i coloni violenti che sono “aiutati, sostenuti e ispirati dagli ambienti governativi” nella loro campagna di pulizia etnica. I pogrom nei villaggi palestinesi ricordano quelli “un tempo diretti contro gli ebrei in Europa”, afferma.

“Se le forze dell’ordine israeliane non adempiranno al loro dovere, forse le autorità legali internazionali faranno ciò che è necessario per salvare i palestinesi e noi dagli atti criminali commessi da terroristi ebrei proprio sotto i nostri occhi”.

La popolazione di coloni israeliani nella Cisgiordania occupata è aumentata costantemente per diversi decenni, anche quando Olmert e l’élite della sicurezza che ora si esprime contro la violenza ricoprivano posizioni di comando o erano al potere.

“I palestinesi potrebbero accogliere con favore queste critiche israeliane, ma non hanno dimenticato che molti di questi ex funzionari hanno facilitato l’espansione delle colonie e, con essa, la violenza dei coloni e dei militari”, ha dichiarato Amjad Iraqi, analista senior di Israele/Palestina presso l’International Crisis Group [ONG internazionale che conduce ricerche e analisi sulle crisi globali, ndt.].

«Questi critici israeliani danno spesso l’impressione che la violenza dei coloni possa essere contenuta semplicemente destituendo l’attuale governo di estrema destra. Ciò avrebbe certamente un effetto, ma non tiene conto del fatto che gli insediamenti coloniali sono un progetto dello Stato che è stato plasmato e guidato da tutte le forze politiche.»

Molti israeliani cercano inoltre di tracciare una distinzione tra gli attacchi dei coloni e luso della forza da parte della polizia e dellesercito israeliani. Olmert ha chiesto lintervento della Corte Penale Internazionale solo per quanto riguarda la violenza perpetrata da civili, pur ammettendo che vi sono stati «troppi» episodi in cui israeliani in divisa hanno ucciso civili palestinesi.

Dal 2020 al 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, le forze di sicurezza israeliane sono state meno soggette dei coloni a essere incriminate per aver causato danni ai palestinesi.

Secondo Yesh Din i palestinesi hanno presentato 1.746 denunce per danni causati in quel periodo dai soldati israeliani nella Cisgiordania occupata, di cui oltre 600 per omicidio. Meno dell’1% delle denunce ha dato adito ad un’incriminazione.

«I sistemi di applicazione della legge israeliani, sia civili che militari, funzionano meno come meccanismi di giustizia e più come scudi per i responsabili», ha affermato Ziv Stahl, direttore di Yesh Din. «Portano ripetutamente a indagini interrotte e casi archiviati, privilegiando di fatto limmunità rispetto all’applicazione delle leggi».

Per anni il sistema giudiziario ha considerato i casi giunti in tribunale come un’arma fondamentale a difesa di Israele dinanzi ai tribunali internazionali. Quando un solido sistema giuridico nazionale persegue i reati è meno probabile che i tribunali internazionali esercitino la propria giurisdizione.

«Il sistema è programmato per favorire l’impunità, non la responsabilità», ha affermato Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in diritti umani. «Ma era abbastanza intelligente da prevedere anche casi molto rari nei quali i responsabili venivano chiamati a rispondere delle proprie azioni, che potevano essere citati come esempi di come funzionasse l’applicazione della legge».

Tuttavia negli ultimi anni giudici e pubblici ministeri hanno subito forti pressioni attraverso false accuse secondo cui questi casi facevano parte di un sistema sfavorevole agli imputati israeliani, e i procedimenti penali per violenze contro i palestinesi si sono in gran parte interrotti.

«Ciò ha un costo troppo alto [per il sistema giudiziario israeliano]», afferma Sfard. «A livello internazionale non stiamo pagando alcun prezzo a causa dell’impunità, mentre a livello interno loro stanno pagando un prezzo per questa parvenza di responsabilità, comunque falsa»

A febbraio due ex ministri della Giustizia del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno firmato una lettera in cui accusavano l’attuale governo israeliano di consentire la «pulizia etnica attiva e orribile» dei palestinesi nella Cisgiordania occupata.

«La responsabilità giuridica e morale definitiva di porre fine a questa campagna di terrore ricade sul governo israeliano. Ebbene, esso non lo sta facendo», si legge nella lettera, di cui la stampa internazionale non ha ancora dato notizia.

È stata firmata da oltre 20 personalità di spicco del mondo giuridico, tra cui Dan Meridor e Meir Sheetrit, entrambi ex ministri della giustizia del Likud.

«Chiunque contribuisca a questi [attacchi dei coloni], con azioni o omissioni, ne è responsabile, compresi i soldati e soprattutto i comandanti delle forze regolari e della riserva. Gli ordini di eseguire o consentire questi attacchi sono chiaramente illegali».

Anche il capo delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, la scorsa settimana ha chiesto che si intervenga contro la violenza dei coloni, esortando «tutte le autorità del Paese ad agire contro questo fenomeno e a fermarlo prima che sia troppo tardi». Le forze armate israeliane esercitano il controllo sui territori occupati.

Al di fuori della Cisgiordania occupata, dal 2020 ci sono state due incriminazioni di membri delle forze di sicurezza israeliane per l’uccisione di civili palestinesi.

Un agente della polizia di frontiera israeliana che sparò a un uomo autistico a Gerusalemme Est nel 2021 è stato assolto due anni dopo dall’accusa di “omicidio colposo”. Nel 2023 un tenente è stato incriminato per la morte del contadino Hasan Sami Al-Borno, ucciso nel 2021 dal fuoco di un carro armato israeliano a Gaza. Non è stato processato.

La polizia israeliana non ha risposto alle richieste di commento sulle mancate indagini o il fatto di non aver impedito la violenza dei coloni.

Quique Kierszenbaum ha contribuito alla stesura dell’articolo

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)