Centinaia di accademici chiedono il boicottaggio della conferenza sui genocidi in Israele

23 maggio,2016

In una lettera alla Rete Internazionale degli Studiosi dei Genocidi (International Network of Genocide Scholars – INoGS), 270 accademici di 19 Paesi hanno chiesto la cancellazione della quinta “Conferenza Globale sul Genocidio”, prevista dal 26 al 29 giugno all’Università Ebraica di Gerusalemme.

La lettera, inviata agli organizzatori della conferenza il 3 maggio, punta il dito contro l’ipocrisia di tenere la conferenza in Israele nel momento in cui le azioni israeliane sono “sempre più viste alla luce della pulizia etnica e del genocidio legato al colonialismo di insediamento.” I firmatari chiedono agli studiosi ed ai professionisti di boicottare la conferenza se non dovesse essere annullata.

John Dugard, ex relatore ONU per i Diritti Umani nei TPO [Territori Palestinesi Occupati] e uno dei firmatari della lettera, ha commentato: “Ci sono serie accuse che Israele abbia commesso crimini contro l’umanità nel suo attacco del 2014 contro Gaza. In queste circostanze è assolutamente sbagliato tenere una conferenza sui genocidi in Israele.”

Citando il trattamento riservato da Israele ai palestinesi, la lettera esprime stupore per il fatto che “l’INoGS abbia programmato di tenere la sua conferenza globale del 2016 nel campus sul monte Scopus dell’Università Ebraica, costruita in parte sulla terra palestinese rubata a Gerusalemme est occupata.” Il sito web della conferenza dell’INoGS reclamizza Gerusalemme come parte di Israele, sfidando il consenso internazionale sulla questione e ignorando la continua e sistematica campagna israeliana di espulsione dei palestinesi dalla città.

Secondo il professor John Docker, che ha ampiamente scritto nel campo degli studi su genocidi e massacri: “Sembra ormai chiaro che lo studio sui genocidi stia ora attivamente cercando opportunità per essere complice delle violazioni israeliane delle leggi internazionali, non ultima la Quarta Convenzione di Ginevra.”

L’ INoGS non ha risposto alla lettera aperta ed ha ignorato un precedente appello della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACB)I [Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel].

Il professor Haidar Eid, membro del PACBI, ha affermato: “Sono un docente universitario che vive sotto assedio a Gaza. Ho assistito a tre massacri compiuti da Israele, ho quasi perso la vita e ho visto molti compagni, colleghi, familiari e studenti morire durante questi attacchi. Ho letto con angoscia i nomi di 44 dei nostri studenti e colleghi che hanno perso la vita e di 66 famiglie spazzate via dalle armi israeliane. L’ INoGS si sta prestando il proprio nome ai perpetratori dei questi crimini con una scelta che sarebbe come tenere una conferenza sul razzismo nel Sud Africa dell’apartheid.”

La conferenza é sponsorizzata da cinque istituzioni accademiche israeliane, compresa l’Università Ebraica, che è stata attivamente complice della pluridecennale oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Migliaia di accademici nel Regno Unito, in Irlanda, in Italia, in Sud Africa, negli USA e in Brasile hanno firmato impegni a livello nazionale per boicottare le istituzioni accademiche israeliane. Gli appelli sono parte del crescente movimento per rendere le università israeliane responsabili del loro ruolo nella sistematica violenza di Stato israeliana contro il popolo palestinese.

L’appello rimane aperto per le adesioni al seguente link.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

fonte PACBI

 




Israele sta ripristinando la politica di confisca di ampi territori

15 marzo, 2016

Maannews

Betlemme(Ma’an). Martedì un rapporto di Peace Now [associazione israeliana che monitorizza lo sviluppo delle colonie ndt] ha affermato che Israele ha ripristinato la politica di confisca di vasti appezzamenti di terra palestinese per [consentire] l’espansione delle colonie con una frequenza mai vista dagli anni ’80, prima degli accordi di Oslo.

L’osservatorio delle colonie israeliane ha individuato principalmente una vasta area di territorio palestinese a sud di Gerico che è stata dichiarata la scorsa settimana dall’amministrazione civile di Israele “terra statale” in uno dei più grossi furti di terra degli ultimi anni da parte degli israeliani.

L’associazione ha verificato che il 10 marzo sono stati incamerati come proprietà del governo israeliano 2.342 dunam [234.2 ha, ndt] di terra dell’area meridionale della Cisgiordania occupata.

Secondo l’osservatorio l’ampiezza [del furto] ha di gran lunga superato i 1.500 dunam [150 ha, ndt] inizialmente approvati a gennaio per essere espropriati da parte del ministero della difesa.

Ciò apre la strada alla costruzione di 350 unità abitative nella colonia illegale di Almog e, sebbene appartenga al territorio palestinese occupato, destinerà ampie porzioni di territorio al commercio di Israele e al settore del turismo.

Definendo la recente dichiarazione di terra dello Stato come “una confisca di fatto”della terra palestinese, l’associazione ha notato che un certo numero di siti turistici israeliani, negozi di souvenir e una stazione di servizio operano da lungo tempo nel territorio.

L’associazione afferma che “invece di provare a calmare la situazione, il governo getta benzina sul fuoco mandando un chiaro messaggio ai palestinesi, ed anche agli israeliani, che non ha la minima intenzione di lavorare per la pace e per i due Stati.”

Il primo ministro Netanyahu ancora una volta mostra che la pressione dei coloni è più importante per lui che il deteriorarsi della situazione della sicurezza”.

L’associazione afferma che Israele non aveva confiscato un così ampio appezzamento di terra per espandere le colonie fin dal periodo precedente agli accordi di Oslo, negli anni ’80, indicando con le recenti mosse un chiaro cambiamento di politica.

La crescita delle colonie in quel lontano periodo ha giocato un ruolo importante nel provocare le tensioni che hanno poi portato agli accordi di Oslo del 1993.

Peace Now afferma che la recente presa di possesso segue quella di circa 5.000 dunam [50 ha, ndt] di terra palestinese nel distretto di Betlemme, dichiarata terra dello Stato nell’aprile e nell’agosto del 2014.

L’area a sud di Gerico, ora dichiarata territorio dello Stato, si trova sul lato opposto della fine del corridoio E1, una striscia di territorio che da Gerusalemme attraversa la parte centrale della Cisgiordania occupata.

I palestinesi sono stati lentamente espulsi da E1con l’espansione delle colonie nel cuore della Cisgiordania, e i palestinesi pensano che una totale acquisizione del corridoio spaccherebbe in due la Cisgiordania occupata, rendendo impossibile [la realizzazione ] di uno Stato palestinese con continuità territoriale.

Martedì il segretario generale dell’OLP Saeb Erekat ha condannato la confisca della terra [vicino a] Gerico come una continuazione “del progetto coloniale israeliano mantenendo la sua aggressiva occupazione e annettendosi altre terre palestinesi all’interno della Cisgiordania occupata”.

Egli ha detto che “ la consapevolezza dell’impunità garantita dalla comunità internazionale” è stata il maggiore ostacolo alla fine dell’occupazione israeliana e alla realizzazione “dei diritti fondamentali del popolo palestinese sistematicamente negati”.

Con una rara critica alle politiche israeliane, l’ambasciatore USA in Israele Dan Shapiro a gennaio ha condannato l’acquisizione israeliana di vaste porzioni di terre palestinesi come terra dello Stato.

Egli ha detto che la formazione dei due Stati “ sarebbe diventata sempre più difficile se Israele pianificasse la continua espansione dell’area delle colonie”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Gli insegnanti danno lezione di democrazia e di cooperazione ai palestinesi

L’Autorità Nazionale Palestinese si rifiuta ancora di trattare con i rappresentanti eletti degli insegnanti mentre 700.000 studenti stanno perdendo le lezioni.

di Amira Hass

Haaretz

6 marzo , 2016

Hasib, di Ramallah, è stato insegnante per 27 anni. Il suo stipendio base è di 2.400 shekel [560.19 euro, ndt] che, insieme agli scatti di anzianità, arriva a 3.600 shekel al mese [837.35 euro, ndt].

Il suo fratello più giovane, che lavora nelle forze di sicurezza preventiva palestinesi, è pagato 4.700 shekel al mese [1.095 euro, ndt]. Diversamente da Hasib non possiede una laurea. Hasib, come altre migliaia di insegnanti, sfidando un divieto ufficiale, ha un secondo impiego, e lavora ogni pomeriggio in un ufficio. Altri insegnanti integrano il loro stipendio lavorando in panetterie, vendendo falafel o come tassisti.

La protesta dei docenti palestinesi la settimana scorsa ha raggiunto la quarta settimana [di lotta] e la domanda di una rappresentanza democratica sta diventando sempre più forte. L’Autorità Nazionale Palestinese si rifiuta di trattare con i delegati eletti dagli insegnanti. Circa 700.000 studenti, dei quali 87.000 si stanno preparando agli esami, sono le principali vittime dello sciopero.

Alla fine della settimana scorsa, il comitato che rappresenta gli insegnanti in sciopero ha accettato una soluzione proposta da una commissione unitaria dei vari gruppi parlamentari e da varie ONG. Secondo questa proposta, gli insegnanti dovrebbero riprendere immediatamente il lavoro, mentre il governo entro tre mesi pagherà gli arretrati e aumenterà lo stipendio base del 70% nell’arco di tre anni.

Finora l’ANP ha insistito che gli insegnanti riprendano il lavoro prima di discutere le loro rivendicazioni. Tuttavia gli insegnanti sono stanchi delle promesse del governo, delle dilazioni, delle scuse e non si sono fatti scoraggiare neppure dalle numerose morti palestinesi provocate dalle forze israeliane, dagli arresti e dalle incursioni militari nei paesi e nei villaggi.

Gli insegnanti chiedono un aumento del loro stipendio base, degli scatti di anzianità e una [possibilità di] carriera come per gli altri lavoratori del pubblico impiego, oltre che uguale trattamento per le donne ed elezioni democratiche nel sindacato degli insegnanti.

Alcuni dicono che l’annuncio di alcuni mesi fa secondo cui il governo aveva promosso 180 alti funzionari civili e aumentato gli stipendi delle scorte dei palestinesi importanti di 400-600 shekel [100-120 euro circa, ndt]] ha scatenato la nuova protesta.

A giudicare dalla reazione dell’ANP fino ad ora, sembra che lo sciopero minacci le regole del suo sistema di governo. L’assemblea legislativa è paralizzata dal 2007 e non esiste nessun controllo dell’operato dell’ esecutivo. Fatah domina in tutte le istituzioni governative (compresi i sindacati); nonostante lo sgretolamento del suo movimento, un solo uomo prende le decisioni e stabilisce la linea politica: il presidente Mahmoud Abbas.

Lo sciopero ha prodotto fermenti di democratizzazione e di collaborazione tra i gruppi politici e della società civile di opposizione e ha rinnovato la critica dell’opinione pubblica sul bilancio [dell’ANP] e sulle eccessive dimensioni delle forze di sicurezza.

Il ministro dell’Educazione Sabri Saidam ha detto questa settimana che circa il 70% degli insegnanti è tornato al lavoro. I rappresentanti degli insegnanti negano che sia vero, affermando che la maggior parte degli insegnanti sta ancora scioperando. Un sondaggio reso noto giovedì scorso evidenzia che la maggioranza dell’opinione pubblica (l’84%) pensa che lo sciopero sia giustificato.

La scorsa settimana circolavano molte voci sulle intenzioni delle forze di sicurezza di stroncare la protesta e le manifestazioni degli insegnanti. Finora la polizia palestinese non è riuscita a prevenire le manifestazioni degli insegnanti nelle varie città della Cisgiordania, neppure [quelle] non autorizzate. La gente è troppo favorevole agli insegnanti per provarci ed impedire la protesta. Tuttavia, nel campo profughi di Balata vicino a Nablus è stato recapitato un minaccioso messaggio agli insegnanti. Un gruppo di uomini mascherati che si sono autodefiniti “Shuhada al-Aqsa” e “i falchi di Fatah” hanno tenuto una conferenza stampa martedì. Hanno parlato “ di un complotto ordito dai nemici del popolo palestinese” e hanno avvertito che, come in passato hanno colpito i traditori e i collaborazionisti, attaccheranno chiunque voglia danneggiare Abbas e l’ANP. Il collegamento tra i “traditori” e gli scioperanti era evidente.

Si pensa che dietro questo minaccioso comunicato ci siano i funzionari del sistema di sicurezza, molti dei quali s’identificano con il dispotismo di Abbas

Tuttavia molti esponenti di Fatah appoggiano gli scioperanti. Due, che hanno osato manifestare apertamente il loro appoggio, sono stati convocati per essere interrogati dalla polizia. Bassam Zakarneh, membro del Consiglio rivoluzionario di Fatah, che è stato anche presidente del sindacato dei dipendenti pubblici fino al suo scioglimento, è entrato “in clandestinità” dopo che le forze di sicurezza lo hanno cercato a casa sua. E Najat Abu Baker, un’esponente di Fatah all’Assemblea legislativa, è stata convocata due settimane fa dall’ufficio del Procuratore Generale per essere interrogata dopo che in un’intervista televisiva ha affermato di avere delle prove di [episodi di] corruzione.

Ha sostenuto che un ministro ha preteso soldi dalle persone che attingevano l’acqua da un pozzo ristrutturato. “L’acqua è una risorsa nazionale” ha detto alla stampa. Il ministro ha detto che il pozzo è situato su un terreno privato della sua famiglia e l’ha accusata di diffamazione. Lei è convinta che la convocazione sia una violazione della sua immunità parlamentare. “Con la paralisi dell’assemblea legislativa non abbiamo altra scelta se non rivolgerci ai media” ha detto.

Invece di andare all’ufficio del Procuratore Generale, si è insediata nella sede dell’Assemblea Legislativa a Ramallah ed è rimasta [lì] per quasi due settimane. Una fiumana di persone è andata a solidarizzare con lei e tutte le fazioni, compresa Hamas, hanno manifestato nel cortile in sua difesa.

Abu Baker e altri sono convinti che l’ordinanza per interrogarla e arrestarla dipenda da due ragioni complementari, una il sostegno agli insegnanti l’altra il fatto di essere stata fotografata al Cairo alcuni mesi fa insieme a Mohammed Dahlan, l’ex leader di Fatah a Gaza caduto in disgrazia presso Abbas.

Lo scorso martedì, Hasib era tra le centinaia di insegnanti che protestavano vicino all’edificio dove Abu Baker è barricata. Ingenti forze anti sommossa sono state schierate su entrambi i lati di via Khalil al-Wazir, impedendo agli insegnanti di avvicinarsi al Ministero dell’Educazione o alla via degli uffici governativi. Così i dimostranti hanno marciato verso piazza Manara nel centro di Ramallah. Anziani e giovani, donne e uomini, religiosi e laici, esponenti di sinistra e conservatori, militanti di Fatah e di Hamas hanno marciato insieme rappresentando tutto lo spettro della società palestinese.

Gli studenti delle scuole superiori si sono uniti al corteo cantando il motivo di Piazza Tahrir, “Alzate la testa, siete insegnanti”.

Analoghe proteste, organizzate dal movimento Unitario degli Insegnanti, un comitato provvisorio di coordinamento degli insegnanti in sciopero, sono avvenute contemporaneamente in altre città della Cisgiordania.

Il comitato è stato eletto recentemente da tutti gli insegnanti dopo che la loro dirigenza ufficiale, affiliata all’OLP, cioé il sindacato generale degli insegnanti, si è dimessa in seguito alle critiche da parte degli insegnanti all’accordo firmato con il ministro dell’educazione.

Finora il governo si è rifiutato di incontrare i rappresentanti eletti, insistendo che il sindacato degli insegnanti è il loro legittimo rappresentante.

Sabato il ministro dell’educazione ha annunciato che gli aumenti di stipendio attesi da lungo tempo saranno gradualmente pagati agli insegnanti, ma solamente a quelli che ritorneranno al lavoro.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




L’ANP tratta il proprio popolo come se fosse il nemico

di Amira Hass,

Haaretz

La politica israeliana produce l’impoverimento e la disoccupazione in Cisgiordania, ma affrontarli ricade sulle spalle dell’ANP, cuscinetto tra il principale responsabile ed il popolo.

“Dove vivi? Non sai che cosa sta succedendo?”

“ Mi sto occupando delle demolizioni.”

“Lascia perdere le demolizioni; i checkpoints circondano tutte le città.”

“Vuoi dire che l’esercito pensa ancora che questo sia un deterrente?”

“ Non si tratta degli ebrei; stamattina tutti i servizi dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno installato dei checkpoints alle uscite dalle città e all’ingresso di Ramallah/El Bireh, per impedire agli insegnanti di partecipare ad una manifestazione contro il mancato rispetto degli accordi salariali firmati con loro nel 2013. Dove siamo arrivati? Dove siamo arrivati?”

Ieri i servizi di sicurezza dell’ANP hanno installato cordoni di posti di blocco nelle enclaves dell’area A, dove Israele consente alla polizia palestinese di portare armi. Hanno fatto scendere gli insegnanti dagli autobus e li hanno minacciati di confiscare le loro carte di identità. Gli autobus affittati per il trasporto degli insegnanti sono stati fatti tornare indietro. Ai tassisti è stato detto che avrebbero perso le loro licenze se avessero trasportato i dimostranti.

Chi è riuscito a raggiungere l’enclave di Ramallah e El Bireh è incappato in ulteriori checkpoints ed è rimasto bloccato in lunghe file di auto che non si muovevano. Nella stessa Ramallah il personale di sicurezza ha bloccato le vie tra il palazzo del Consiglio Legislativo Palestinese e l’ufficio del Primo Ministro.

Alle 11 di ieri mattina circa 1000 insegnanti si erano già radunati nella piazza Mahmoud Darwish, di fronte all’ufficio del Primo Ministro. Altre centinaia stavano arrivando a piedi dalle strade vicine in un flusso senza fine. Lentamente la piazza si è riempita.

“Noi, che riusciamo a superare i checkpoints israeliani, non possiamo superare quelli dell’ANP?” hanno detto gli insegnanti che arrivavano dalla zona di Hebron. “Non li abbiamo visti mettere dei checkpoints per impedire all’occupante (l’esercito israeliano) di invadere i nostri villaggi e le nostre case,” ha detto un ascoltatore irato ad una stazione radio locale.

Le proteste e gli scioperi parziali sono ricominciati circa due settimane fa. Fin dalla metà degli anni ’90 gli insegnanti del settore pubblico hanno cercato di spiegare all’ANP che i loro salari e sussidi umilianti offendono gli studenti ed il futuro dell’intera società palestinese. Martedì scorso circa 20.000 persone hanno preso parte ad una manifestazione di insegnanti a Ramallah. I servizi di sicurezza dell’ANP hanno arrestato circa 20 insegnanti e due dirigenti e li hanno rilasciati dopo due giorni. L’accusa dell’ANP che la manifestazione fosse organizzata da Hamas è stata accolta con sdegno dagli insegnanti.

Giovedì è stato raggiunto un accordo con i rappresentanti dei sindacati degli insegnanti, che è affiliato all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndt.) e dipende da Fatah, il partito principale dell’ANP [e di Abu Mazen,ndt]. Ma gli insegnanti hanno respinto l’accordo, che non era retroattivo. Sabato e domenica gli altoparlanti della moschea hanno diffuso ordini di rientrare a scuola, ma lo sciopero è continuato.

La protesta degli insegnanti ha portato in piazza più gente di qualunque protesta contro l’occupazione israeliana negli ultimi cinque mesi, da quando è iniziata la sollevazione dei singoli individui [la cosiddetta “Intifada dei coltelli”, ndt]. Nella situazione permanentemente provvisoria instaurata dagli Accordi di Oslo, Israele continua a determinare le condizioni di non sviluppo nel territorio palestinese, attraverso il controllo dei confini, della vasta area della Cisgiordania nota come Area C e della libertà di movimento dei palestinesi. Ma la responsabilità di affrontare l’impoverimento e la mancanza di lavoro ricade sulle spalle dell’ANP, il cuscinetto tra il principale colpevole ed il popolo.

I manifestanti lo sanno bene, ma conoscono anche l’iniqua distribuzione del reddito nazionale, indipendentemente da quanto ciò sia dovuto alle restrizioni israeliane. Vedono le eccessive risorse destinate ai servizi di sicurezza, gli sprechi e la corruzione, il clientelismo e gli esorbitanti stipendi dei principali dirigenti. Non si aspettano niente dall’occupante. Ma certo hanno qualcosa da chiedere al subappaltante che si autodefinisce governo, autorità nazionale e movimento di liberazione.

“L’ANP è impazzita,” ha detto al telefono un insegnante di Nablus che non è riuscito a superare i checkpoints. “Lei ed i suoi servizi di sicurezza si comportano come se il popolo fosse il nemico.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Un palestinese in sciopero della fame sta morendo in un ospedale israeliano

di Amira Hass – 17 febbraio 2016

Il detenuto palestinese Mohammad al-Qiq sta morendo nell’ospedale Haemek di Afula. Qiq, la cui detenzione amministrativa è stata sospesa la settimana scorsa quando le sue condizioni sono peggiorate, è cosciente ma non comunica.

Ha perso l’udito e la capacità di parlare. Sabato il suo sciopero della fame è arrivato all’ottantunesimo giorno.[oggi siamo al89° giorno ndr] Nel villaggio di Dura, nella West Bank, la sua famiglia attende notizie, compresa sua moglie Fayhaa e i loro due figli piccoli, Islam e Lur. Non lo vedono dal 20 novembre.

Nel frattempo gli anonimi funzionari della sicurezza dello Shin Bet che hanno raccomandato che Qiq fosse arrestato senza processo né prove continuano a vivere normalmente nelle loro case e uffici. Loro e i politici non faranno una piega di fronte alla foto d’ospedale che ricordano un “muselmann” (detenuto di campo di concentramento che sta lentamente morendo). Per quanto li riguarda Qiq può morire.

La vita a casa e al lavoro prosegue anche come al solito per i giudici Elyakim Rubinstein (vicepresidente della Corte Suprema), Zvi Zylbertal e Daphne Barak-Erez, i giudici della Corte Suprema che hanno approvato la sua detenzione senza processo, senza accuse né diritto alla difesa.

Hanno deciso la sospensione dell’ordine di detenzione il 4 febbraio, ma solo dopo il deterioramento della sua salute. Non è necessario tenerlo ammanettato al letto, hanno affermato, sentenziando contro lo stato. La sua famiglia può fargli visita, hanno decretato magnanimamente. Tuttavia egli resterà nell’unità di cura intensiva dell’ospedale Afula. Non sarà rilasciato né accusato, restando invece un detenuto sospeso. Una nuova invenzione legale.

Questo è quando hanno scritto nella loro contorta sentenza: “Dopo esserci consultati siamo arrivati alla conclusione che a causa delle condizioni mediche del ricorrente, come risultanti dal rapporto dettagliato e aggiornato, e come esseri umani gli auguriamo una rapida guarigione, che egli ha causato a sé stesso, compresa l’incapacità di comunicare e i gravi danni neurologici, un rischio che obbliga ora all’imposizione di un ordine di detenzione inteso a prevenire piuttosto che a punire. Abbiamo perciò deciso di sospendere l’ordine di detenzione amministrativa … in modo tale che quando le sue condizioni si stabilizzeranno ed egli chiederà di lasciare l’ospedale, potrà rivolgersi alle autorità e saranno rispettati i suoi diritti di appellarsi. Questa è una sospensione, con l’interpretazione implicita, e non un’espressione del nostro parere.”

Due attiviste sociali israeliane, Anat Lev e Anat Rimon-Or, sono arrivate giovedì di fronte alla residenza del presidente a Gerusalemme. Hanno tentato di incontrare il presidente Reuven Rivlin affinché egli potesse intervenire per prevenire la morte per fame di un essere umano. Quando il presidente non si è presentato e si avvicinava lo Shabbat, hanno deciso rimanere lì e di iniziare uno sciopero della fame, sedute su materassi sul marciapiede. Dietro di loro c’è un edificio che un tempo ospitò il tribunale militare del Mandato Britannico “in cui avevano luogo processi di combattenti clandestini ebrei che non accettavano la giurisdizione del tribunale” (come scritto su una targa presso il cancello).

Rimon-Or, che insegna filosofia e pedagogia al Beit Berl College, ha detto giovedì: “Vedo una persona che sta dicendo ‘non sto al vostro gioco’. L’oppressione esiste a così tanti livelli e noi … se non possiamo fare qualcosa la nostra battaglia è persa; lasciateci almeno mostrare un po’ di responsabilità personale pronunciando un enfatico”. In precedenza era rimasta fuori dall’ospedale di Afula per due settimane, reggendo un cartello che sollecitava il rilascio di Qiq. “Ero là perché mi sentivo impotente di fronte a tutto ciò che sta accadendo”, ha spiegato.

Dopo che i giudici hanno sospeso l’ordine di detenzione persone hanno cominciato a visitare Qiq, compresi attivisti palestinesi ed ebrei (tutti cittadini israeliani). Lev è entrata nella sua stanza  e ha visto “un uomo che urlava di dolore, senza voce”. Martedì scorso una dozzina di attivisti di destra è venuta all’ospedale “per esprimere sgomento per le espressioni di interesse per un arabo”, come dice Rimon-Or, e per dimostrare contro gli altri attivisti. Due donne hanno lanciato un’incredibile raffica di invettive che Rimon-Or ha trovato difficile ripetere, tra cui “puttane”, “terroriste” e “sequestratrici ebree”. Un israelo-palestinese ha risposto a tono e le donne hanno sporto una denuncia nei suoi confronti. Ora è sospettato di molestie sessuali.

Mercoledì scorso numerosi attivisti hanno chiamato un’ambulanza per portare Qiq in un ospedale di Ramallah. Hanno presunto che là avrebbe accettato di mangiare. L’ospedale si è rapidamente riempito di personale della sicurezza che ha impedito il trasferimento. Giovedì l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi ha presentato un’altra petizione presso l’Alta Corte, chiedendo sia ordinato il trasferimento di Qiq a Ramallah. “E’ la nostra ultima risorsa” ha detto l’avvocato Ashraf Abu Sneineh.

Alcuni degli attivisti hanno utilizzato i loro smartphone per mostrare a Qiq un video in cui la sua famiglia esprime il suo sostegno. Sua moglie Fayhaa ha dichiarato a Haaretz: “Ci opponiamo alla decisione dell’Alta Corte che ci consente di fargli visita. Non parteciperemo a questo gioco di ‘bacia i tuoi figli e resta un detenuto sospeso’. Lo vogliamo fuori. Non sappiamo su che cosa si basi lo stato se pensa di poter reggere alle conseguenze del suo sciopero. Noi, la famiglia, sappiamo di essere in grado di sopportare le conseguenze.” “Le sue condizioni sono molto gravi; i bambini sanno che il loro padre è detenuto dall’esercito e che sta male”, ha aggiunto. “Non capiscono bene il significato di uno sciopero della fame. Io dico loro che il loro padre è un eroe e cerco di dir loro che se, Dio non voglia, dovesse succedergli qualcosa egli sarà in paradiso”.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/a-palestinian-hunger-striker-is-dying-in-an-israeli-hospital/

Originale: Haaretz

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0




Il divieto del boicottaggio contro Israele

di Oliver Wright

The Independent

 

Evitare i prodotti israeliani potrebbe diventare un reato penale per enti pubblici e organizzazioni studentesche.

I critici sostengono che si tratterebbe di un “gravissimo attacco alle libertà democratiche”

A consigli comunali, enti pubblici e persino ad alcune organizzazioni studentesche sarà vietato dalla

legge boicottare imprese “non etiche”, come parte di un controverso giro di vite che sta per essere annunciato dal governo.

In base a questo progetto tutte le istituzioni pubbliche perderanno la libertà di rifiutarsi di comprare beni e servizi da imprese coinvolte nel commercio di armi, combustibili fossili, tabacco o nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.

Qualunque ente pubblico continui ad attuare boicottaggi incorrerà in “pene severe”, hanno affermato alcuni ministri.

Autorevoli fonti del governo hanno detto che prenderanno seri provvedimenti contro il boicottaggio da parte dei consigli locali perché esso “ha compromesso le buone relazioni nella comunità, ha avvelenato e polarizzato il dibattito ed ha alimentato l’antisemitismo.”

Ma i critici affermano che questo passo rappresenta un “gravissimo attacco contro le libertà democratiche.”

Un portavoce del leader laburista Jeremy Corbyn ha affermato: “La decisione del governo di impedire a consigli comunali ed altri enti pubblici di dissociarsi dal commercio o dagli investimenti che non considerano etici è un attacco alla democrazia a livello locale.

“Il popolo ha il diritto di eleggere rappresentanti locali che siano in grado di prendere decisioni libere dal controllo politico del governo centrale. Ciò include la revoca di investimenti o appalti sulla base di principi etici e dei diritti umani.”

Il conflitto israelo-palestinese si intensifica

“Questo divieto da parte del governo avrebbe messo fuori legge le azioni delle amministrazioni locali contro l’apartheid in Sudafrica. I ministri parlano di decentramento, ma in pratica stanno imponendo le politiche del partito Conservatore in generale ai consigli comunali eletti localmente.”

Significativamente, ed evidenziando il principale obbiettivo del divieto, l’annuncio formale sarà fatto questa settimana dal ministro di Gabinetto Matt Hancock durante la sua visita in Israele.

Nel passato imprese israeliane, insieme ad altre ditte che hanno fatto investimenti nella Cisgiordania occupata, sono state tra quelle prese di mira dal boicottaggio non ufficiale.

Nel 2014 il consiglio comunale di Leicester ha approvato una politica di boicottaggio di beni prodotti nelle colonie israeliane in Cisgiordania, mentre il governo scozzese ha pubblicato una nota sui bandi di gara per i comuni scozzesi nella quale “sconsiglia vivamente il commercio e gli investimenti con le colonie illegali.”

In base alle nuove norme tutti gli enti appaltanti, compresi i consigli comunali, gli enti parastatali e le università che ricevono la maggior parte dei propri fondi dal governo perderanno la libertà di prendere decisioni etiche riguardo a chi comprare beni e servizi. L’unica eccezione saranno le sanzioni decise dal governo centrale in tutto il Regno Unito. Fonti governative affermano che il divieto si potrebbe anche applicare al boicottaggio da parte delle organizzazioni studentesche, ma hanno aggiunto che si tratta di una “zona grigia”.

Una portavoce dell’Unione Nazionale degli Studenti ha affermato che sono “preoccupati di qualunque pressione esterna che potrebbe impedire alle organizzazioni studentesche di prendere decisioni su ogni questione che riguardi gli studenti che rappresentano.”

L’onorevole Hancock ha detto che l’attuale situazione, in base alla quale le autorità locali hanno l’autonomia di prendere decisioni etiche di acquisto, sta “ignorando” la sicurezza nazionale della Gran Bretagna.

“Dobbiamo sfidare e prevenire questi boicottaggi comunali che creano divisioni” ha detto.

“Le nuove linee guida sugli appalti, che si accompagnano a cambiamenti che stiamo facendo su come i fondi pensione possono essere investiti, aiuteranno a prevenire danni e inziative di politica estera in sede locale controproducenti che danneggiano la nostra sicurezza nazionale.”

Ma il responsabile del programma delle relazioni economiche in Gran Bretagna di Amnesty International ha condannato l’iniziativa, avvertendo che potrebbe incoraggiare le violazioni dei diritti umani. I conservatori sono stati accusati di aver chiuso gli occhi in passato sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele.

“Ogni ente pubblico dovrebbe verificare l’impatto sociale ed ambientale di ogni impresa con cui sceglie di entrare in rapporti commerciali,” ha affermato.

“Dov’è l’incentivo per le imprese a garantire che non ci siano violazioni dei diritti umani come rapporti di lavoro di tipo schiavistico nella propria catena di fornitori, quando gli enti pubblici non possono chiedere loro conto rifiutando di contrattarli?”

“Non avrà solo un pessimo effetto sugli enti locali contrattare imprese-canaglia, ma lo avrà anche sulle attività economiche responsabili, che rischiano di rimanere escluse a favore di quelle che hanno prassi scorrette.”

Hugh Lanning, presidente della Campagna di Solidarietà con la Palestina, ha condannato quest’iniziativa in quanto si tratta di “un gravissimo attacco alle nostre libertà democratiche e all’indipendenza degli enti pubblici dalle ingerenze del governo.” “Come se non fosse abbastanza grave che il governo della Gran Bretagna non abbia preso nessuna iniziativa quando il governo israeliano ha bombardato ed ucciso migliaia di civili palestinesi e ha rubato le loro case e la loro terra, il governo ora sta cercando di imporre la sua inazione a tutte le altre amministrazioni pubbliche,” ha detto.

“Ciò mette in chiaro da che parte sta il governo riguardo alle leggi internazionali ed ai diritti umani. Nonostante ammetta che l’occupazione israeliana e la negazione dei diritti dei palestinesi siano sbagliate e illegali, quando si tratta di agire il governo protegge Israele dalle conseguenze delle sue azioni. Pare che per questo governo britannico, qualunque siano i crimini commessi da Israele contro le leggi internazionali, avere un alleato militare sia più importante dei diritti dei suoi stessi cittadini e delle istituzioni di questo Paese a sostenere i diritti umani.”

Il contesto del boicottaggio: sanzioni non ufficiali

Lo scorso aprile la compagnia multinazionale francese Veolia, che si occupa di servizi idrici e dello smaltimento dei rifiuti – che si occupa della raccolta della spazzatura per un gran numero di Comuni britannici – ha annunciato che avrebbe interrotto la propria operatività in Israele.

La decisione ha fatto seguito ad una campagna organizzata per convincerla a porre fine alle sue attività nelle colonie della Cisgiordania, durante la quale l’amministrazione comunale di Birmingham, controllata dai laburisti, è stata almeno la terza ad avvertire Veolia che non avrebbe potuto rinnovare il suo contratto di 35 milioni di sterline [più di 45 milioni di euro. Ndtr.] all’anno per lo smaltimento dei rifiuti quando sarebbe scaduto nel 2019, se l’impresa avesse continuato ad operare nella Cisgiordania occupata.

Nel novembre 2014 il consiglio comunale di Leicester ha approvato una politica di boicottaggio dei beni prodotti nelle colonie israeliane della Cisgiordania. Gruppi ebraici hanno recentemente avviato un ricorso giudiziario contro la decisione del consiglio comunale, sostenendo che “ciò rappresenta un ordine di espulsione dalla città per gli ebrei di Leicester.”

Nell’agosto 2014 il governo scozzese ha reso pubblico un avviso relativo agli appalti, rivolto alle amministrazioni comunali scozzesi, che “sconsiglia vivamente commercio e investimenti dalle colonie illegali,” pur ammettendo che le decisioni debbano essere prese caso per caso. Quattro consigli locali scozzesi hanno deciso di boicottare i prodotti israeliani: Clackmannanshire, Midlothian, Stirling and West Dunbartonshire.

Lo scorso dicembre due amministrazioni gallesi sono tornate sui propri passi riguardo alla decisione di boicottare i prodotti israeliani, dopo che un procedimento giudiziario è stato avviato da Jewish Human Rights Watch [organizzazione che si oppone all’antisemitismo e al BDS. Ndtr.]. Il consiglio della contea di Gwynedd e quello comunale di Swansea hanno affermato che le mozioni non erano vincolanti, e comunque ora sono state abrogate.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




I suoni dell’occupazione

I sussurri, le grida ed i colpi di fucile “sentiti ma non necessariamente visti” sono parti integranti dei lavori artistico-documentaristici creati da Rehab Nazzal, che è stata ferita a una gamba dai soldati dell’esercito israeliano in dicembre.

di Amira Hass,

Haaretz 

Il soldato dell’esercito israeliano che ha ferito Rehab Nazzal a Betlemme venerdì 11 dicembre 2015, sparandole ad una gamba, non sapeva chi fosse. Non conosceva il suo nome; che è nata a Qabatiyah, vicino a Jenin; che ha 55 anni e che è anche cittadina canadese; che insegna arte in una scuola a Betlemme; che una delle sue esposizioni ha fatto arrabbiare l’ambasciatore israeliano in Canada; o che sta scrivendo una tesi di dottorato interdisciplinare che non si può sintetizzare in una frase, ma si occupa tra altre cose degli armamenti contemporanei, compresi i droni e il fatto che prendano di mira le capacità sensoriali degli esseri umani.

Ai fini della sua ricerca, Nazzal ha assistito alle manifestazioni settimanali a Betlemme in via Al-Khalil, che dall’inizio di ottobre è bloccata dal minaccioso muro di separazione e dalla torre di controllo. Filma come vengono disperse le manifestazioni, accompagna i feriti in ospedale, incontra le famiglie dei partecipanti arrestati e parla con i residenti delle case colpite dai gas lacrimogeni e dal liquido puzzolente, spruzzato da un veicolo militare noto come “La Puzzola”.

Come sempre, Nazzal quel venerdì aveva in mano una cinepresa. Stava camminando in direzione opposta rispetto ai manifestanti, che fuggivano verso sud poiché “La Puzzola” si stava avvicinando, minacciando di spargere in ogni direzione il suo liquido disgustoso, che Israele ha sviluppato come arma non letale. L’odore rivoltante impregna il corpo per parecchi giorni, e nessun lavaggio lo toglie dai vestiti. Ma per amore della sua ricerca, Nazzal ha deciso di dirigersi a nord, avvicinarsi il più possibile al veicolo “La Puzzola” e filmarlo mentre era in azione.

Non ha sentito lo sparo; era concentrata sul veicolo. Ma improvvisamente ha avvertito il dolore, come una bruciatura di sigaretta sulla gamba. I suoi pantaloni e le scarpe si sono intrisi di sangue.

La sensazione di bruciore ed il rumore dello sparo ci distoglie brevemente dal descrivere la ferita, anche solo per rispettare la massima di Nazzal, che nessun evento deve essere isolato dal suo contesto.

Poiché l’artista ha vissuto per molti anni all’estero, i suoi ricordi della conquista israeliana del 1967 sono ancora freschi. Uno di quei ricordi riguarda una visita alla prigione di Jenin, quando suo fratello tredicenne fu imprigionato dopo essere stato sorpreso a tagliare le linee telefoniche di una postazione dell’esercito a Qabatiyah [cittadina nei pressi di Jenin- Ndtr.].

“Mio fratello cominciò a gridare che voleva tornare a casa con noi.”, ha ricordato durante un’intervista ad Haaretz il mese scorso. “E ci mostrò che lo avevano torturato: quelli che lo avevano interrogato gli avevano bruciato i piedi con una sigaretta accesa.”

Ricorda i segni della bruciatura. Era una ragazzina nel 1967, e ricorda i soldati che entravano nelle case a Qabatiyah, puntando luci abbaglianti negli occhi dei residenti nel mezzo della notte. “Cerchi di vedere qualcosa, e vedi i fucili e gli scarponi.”

Ricorda i soldati che svuotavano sacchi di cibo. Riso e legumi più tardi potevano essere sistemati, ma l’incubo di sua madre era che mischiassero il sale con lo zucchero.

Nazzal dice che i soldati picchiarono suo padre di fronte a lei e ai suoi fratelli. Negli anni ’30 lui si era unito ai combattenti di Sheikh Azz A-Din al-Qassam (che lottò contro la colonizzazione britannica ed ebraica). “Immagina che cosa significò vederlo umiliato davanti a te. Tornò dalla prigione e non disse una parola sulle torture,” dice.

Ricorda che I soldati usarono i megafoni per ordinare a tutti gli uomini ed i ragazzi che avevano fucili o coltelli di portarli nella scuola, e poi irruppero nelle case in cerca di armi.

Ricorda lunghi periodi di coprifuoco. Una volta, sbirciò fuori da una fessura e vide dei prigionieri con i ferri ai piedi che buttavano giù un muro. Era un unico ricordo, di prigionieri reclutati per demolire una casa, o erano due diversi ricordi che erano affiorati? Lei non lo sa.

Nazzal aveva uno zio che insegnava inglese e ricorda l’umiliazione che gli inflissero: i soldati, che non sapevano l’arabo, lo misero sulla parte anteriore di una jeep che pattugliava la città. Gli diedero ordini in inglese e lui dovette fare il traduttore.

Il potere del suono

A Nazzal è sempre piaciuto dipingere e disegnare, ma negli ultimi 10 anni si è maggiormente concentrata su altri sensi, soprattutto sull’ascolto. Nel 2006 ha scoperto il potere del suono come strumento di arte politica, quando per la prima volta ha portato i suoi tre figli dal Canada ad incontrare la sua famiglia a Qabatiyah. Aveva vissuto all’estero dal 1980, prima in Giordania e in Siria, poi in Canada.

“Il volo da Toronto ad Amman è durato 12 ore”, ha detto. “Poi ci sono volute altre 12 ore per raggiungere Qabatiyah: checkpoints, attese, perquisizioni. Come siamo arrivati, siamo crollati a letto ed abbiamo dormito a lungo.

“Improvvisamente, sono stata svegliata da una granata stordente. Giuro che ho pensato fosse un terremoto. Ho stretto la mano di mia madre e lei mi ha detto di non preoccuparmi. Era normale. Lei ci era già abituata.

“Poi sono cominciati gli spari, e la casa al buio si è riempita di mormorii in inglese e in arabo. Ho immediatamente afferrato la mia cinepresa. Mia madre ha urlato ‘Ti uccideranno!’. Ma ciò che ho registrato erano solo i suoni e le poche luci che si potevano vedere.

“Da 30 ore di video ho estratto quattro minuti di registrazione audio (lo spettatore sente il suono, ma vede solo uno schermo nero) per il lavoro ‘Una notte a casa’. Mi ha sorpresa il modo in cui la gente lo ha recepito, perché quei suoni richiamavano rumori di violenza in altri luoghi, come il Sudamerica e la Bulgaria, in altri tempi.”

Ha scoperto che un’immagine è passibile di turbare le persone, di riempire lo spettatore di stereotipi. “Se sentono il suono di una donna che piange, si identificano con lei. Se vedono la donna in lacrime che indossa un foulard, il pregiudizio prevarrà sull’empatia.”

Ma Nazzal non ha sentito lo sparo che l’ha ferita l’11 dicembre. Un’ambulanza palestinese che si trovava nei pressi l’ha raggiunta e mentre i paramedici le prestavano i primi soccorsi, i soldati hanno tirato dalla jeep gas lacrimogeni contro di loro. “Eravamo tutti soffocati dal gas”, ha detto. Poi lei ha perso conoscenza per il dolore.

“E’ un crimine di guerra tirare gas lacrimogeni a persone che stanno curando un ferito”, ha aggiunto.

La pallottola è entrata ed uscita dal suo corpo, e fortunatamente non ha spezzato delle ossa. Lentamente è guarita dall’infezione, il dolore è passato ed ha smesso di zoppicare.

“Io sono solo una delle 600 persone ferite da armi da fuoco da ottobre”, ha detto a metà gennaio (oggi il numero è almeno di 2000). “Solo in quel giorno, ci sono stati 16 feriti a Betlemme.”

Quando è stata colpita, la sua videocamera si è spostata dall’immagine della”Puzzola” e della strada vuota. Più tardi si è accorta che aveva filmato una jeep della polizia di frontiera e due cecchini che stavano dietro ad una colonna all’entrata dell’albergo di fronte al quale lei si trovava. L’asfalto intorno alla jeep era coperto di pietre.

Haaretz ha chiesto all’esercito israeliano se ci fossero ordini di sparare ai fotografi. L’Ufficio del portavoce dell’esercito ha risposto che quel giorno c’era una dimostrazione violenta vicino alla tomba di Rachele, durante la quale due ufficiali dell’esercito sono stati feriti e che “i soldati hanno risposto con metodi per disperdere la folla.” Ha aggiunto che sono stati feriti diversi palestinesi, e che la procura militare sta predisponendo un’ indagine sulla vicenda.

Nazzal aveva un altro fratello, che studiava ad Amman quando scoppiò la guerra nel 1967; Israele non gli ha mai permesso di tornare. Non si ricorda di lui, e non lo ha mai incontrato prima che gli ufficiali della sicurezza israeliana lo assassinassero in Grecia nel 1986.

Ha mostrato il funerale in un video intitolato “Mourning [Lutto]” alla sua esposizione ad Ottawa nel 2014. Un altro video mostrava i volti di altri palestinesi uccisi durante gli attacchi contro israeliani o in operazioni omicide. Si è rifiutata di commentare i rapporti che mettevano in relazione suo fratello ad attacchi che hanno ucciso dei civili, compresi dei bambini, come quello alla scuola di Maalot nel 1974 [nell’attacco, avvenuto in occasione del 26° anniversario della nascita di Israele vennero uccise, oltre agli aggressori, 26 persone, tra cui molti bambini di una scuola, e 66 vennero ferite. Ndtr.].

“Se c’è qualcuno che può parlare di perdere dei figli, quelli siamo noi”, ha replicato Nazzal. “Circa 800.000 persone scacciate nel 1948 hanno perso la loro patria. Io lavoravo in Giordania aiutando le famiglie sopravvissute. Ero sconvolta dal numero dei nostri morti: 50.000.

Se c’è qualcuno che può parlare di umiliazione e tortura, siamo noi.”, ha proseguito. “Andate ad Hebron, guardate i soldati che controllano le mani degli scolari per scoprire i segni (che hanno tirato pietre). Andate a vedere gli alberi che Israele sradica ogni giorno. Non è possibile separare un evento o una persona dal complessivo contesto di questa martoriata terra.”

Traduzione di Cristiana Cavagna




La divisione di Gerusalemme perpetuerà l’occupazione?

Al-Monitor

Akiva Eldar,

Nei prossimi giorni un piccolo gruppo di uomini e donne si riunirà nell’ufficio del presidente israeliano Reuven Rivlin. Gli ospiti, fondatori di un nuovo movimento chiamato “Salvare la Gerusalemme ebraica”, consegnerà a Rivlin un manifesto che riassume il loro progetto per la città. Il presidente, che in genere inizia le interviste radiofoniche con il saluto “Buongiorno (o buonasera) da Gerusalemme,” ascolterà il loro progetto per la separazione unilaterale di una parte di Gerusalemme est.

I piani di separazione che intendono dividere Gerusalemme dai villaggi palestinesi circostanti non faranno che perpetuare l’annessione di Gerusalemme a Israele.

I principi di un simile progetto sono stati illustrati in un’intervista che Mazal Mualem [ex-giornalista di Maariv e Haaretz ed attuale collaboratrice di Al-Monitor. Ndtr.] ha fatto al presidente di “Campo sionista” [coalizione tra laburisti e Kadima che si è presentata alle ultime elezioni arrivando al secondo posto. Ndtr.] Isaac Herzog, pubblicata il 22 gennaio da Al-Monitor. L’interessante novità nel piano di “Salvare la Gerusalemme ebraica” risiede nella lista degli attivisti del nuovo movimento. La forza trainante e il nome più intrigante è quello dell’ex membro del governo Haim Ramon.

Ramon ha lasciato la politica ed ha tenuto un profilo basso dopo essere stato arrestato per molestie sessuali che nel 2007 hanno coinvolto una soldatessa. Il resto dei suoi amici in Kadima [partito politico israeliano “di centro” fondato da Sharon e Peres. Ndtr.], di cui è stato cofondatore nel 2005 e che in seguito si è sciolto, se ne andò per strade diverse. Molti di questi amici nel nuovo gruppo si chiedono se il movimento per “Salvare la Gerusalemme ebraica” è stato pensato anche per salvare la carriera politica di un uomo a suo tempo considerato la stella nascente nel cielo di Gerusalemme.

Il programma di “Salvare la Gerusalemme ebraica”, che sarà anche presentato all’opinione pubblica, chiede di cedere il controllo di 28 villaggi palestinesi di Gerusalemme est all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). I villaggi in questione erano stati parte integrante della Cisgiordania finché Israele li ha annessi nel 1967. Vi vivono circa 200.000 persone. Con l’annessione, ai palestinesi è stata concessa la residenza permanente ed hanno ottenuto i diritti dei cittadini israeliani, compresi, tra le altre cose, benefici della sicurezza sociale, libertà di movimento a ovest della Linea Verde [il confine tra Israele e Giordania precedente alla conquista israeliana nel ’67. Ndtr.], il diritto a studiare nelle istituzioni [educative] israeliane di istruzione superiore e l’accesso alla moschea di Al Aqsa.

Membri del movimento sostengono che i villaggi palestinesi danneggiano gravemente la prosperità della capitale israeliana in termini di sicurezza, equilibrio demografico [tra ebrei e palestinesi in città. Ndtr.], livello di vita e benessere economico. Considerano che i violenti incidenti a Gerusalemme, che si sono intensificati nel settembre 2015, evidenziano la necessità di revocare l’annessione (sbagliata) dei villaggi a Gerusalemme.

I promotori del manifesto spiegano che sottraendo circa 200.000 palestinesi dai confini municipali di Gerusalemme, gli ebrei in città costituirebbero più dell’80% dei residenti e la percentuale di palestinesi scenderebbe dall’attuale quasi 40% a meno del 20%. Non solo questo, sottolineano: revocare i permessi di residenza israeliana ai palestinesi ridurrebbe il peso economico che questi villaggi impongono ai contribuenti israeliani – circa 2-3 miliardi di shekel (438-665 milioni di euro) annuali di entrate e tasse municipali. I rimanenti residenti di Gerusalemme est, arabi ed ebrei, manterrebbero la loro attuale residenza e cittadinanza.

“Salvare la Gerusalemme ebraica” ha anche proposto l’immediata costruzione di una “barriera di sicurezza continua” tra i “villaggi stranieri” e Gerusalemme. La barriera sarebbe unita al muro di separazione che divide Israele e le colonie dal resto della Cisgiordania. Dopo la separazione dei villaggi da Gerusalemme, l’esercito israeliano (IDF) e altri organi della sicurezza opererebbero al loro interno come fanno normalmente nel resto della Cisgiordania. Secondo il manifesto, per mettere in pratica il piano per garantire la sicurezza di Gerusalemme e il suo carattere ebraico, la Knesset [il parlamento israeliano. Ndtr.] dovrebbe emendare la legge fondamentale “Gerusalemme, capitale di Israele”. Tutto il progetto sarebbe messo in atto in modo unilaterale, senza consultare i palestinesi o ottenere il loro consenso.

Uno dei fondatori del movimento, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto ad Al-Monitor che un sondaggio di opinione commissionato dal suo gruppo ha indicato che l’85% dell’opinione pubblica ebraica, così come una parte significativa degli arabi in Israele, appoggia la separazione dai villaggi palestinesi della periferia [di Gerusalemme]. Herzog, di “Campo sionista”, che ha analizzato i risultati del sondaggio, ha rapidamente adottato i principi del piano. “Per il momento non si può ottenere la pace, per cui garantiamo la sicurezza in modo da poter parlare della pace,” ha affermato Herzog nell’intervista ad Al-Monitor. “Mi sono incontrato con (il presidente palestinese Mahmoud) Abbas lo scorso agosto e, mi spiace dirlo, anche in quell’occasione non ho trovato il coraggio o le capacità di leadership necessarie per accettare dolorose concessioni.”

Tuttavia quando Herzog è tornato dal suo incontro con Abbas del 18 agosto aveva fatto un discorso ben diverso. Si è detto che il leader dell’opposizione avesse affermato all’epoca con sicurezza: “Se c’è buona volontà, possiamo raggiungere un accordo che garantisca la sicurezza di Israele; negli ultimi mesi si è emersa una inedita opportunità regionale.” Ha persino proposto un’accelerata tempistica: “entro due anni”. Secondo Herzog, le opportunità non avrebbero dovuto andare perse: “[La congiuntura regionale] consente un appoggio da parte dei Paesi vicini per una mossa diplomatica tra noi e i palestinesi,” ha detto. Herzog aveva anche riferito di aver promesso ad Abbas che avrebbe continuato a cercare di convincere l’opinione pubblica israeliana, che stava gradualmente perdendo fiducia nella pace, della necessità di un simile processo e di portarlo rapidamente avanti.

Ora, neppure sei mesi dopo, il capo dell’opposizione ha perso la fiducia in un dialogo con i palestinesi (sotto gli auspici della “Lega araba”) a favore di misure unilaterali. Davvero dirigenti politici con una lunga esperienza come Herzog pensano che una mossa così drastica possa essere promossa nella polveriera che è Gerusalemme, senza coordinamento e accordo con le controparti palestinesi, arabe e islamiche? Non capiscono che eliminare i 28 villaggi arabi da Gerusalemme est sarebbe interpretato dal mondo come la perpetuazione dell’annessione israeliana delle altre parti di Gerusalemme est, compresi i luoghi santi?

Cosa ne sarebbe delle migliaia di palestinesi che si trovano ancora dall’altra parte della barriera, con una riduzione delle entrate per la perdita dei loro diritti di residenza, di cui hanno goduto per quasi 50 anni? Dovrebbero andare a cercare un aiuto nei centri di reclutamento di Hamas e della Jihad Islamica? Dovrebbero importare le tecniche di scavo dei tunnel dalla Striscia di Gaza nel campo di rifugiati di Shuafat in direzione dei quartieri ebraici adiacenti?

Un altro degli ideatori del piano, che ha chiesto anch’egli l’anonimato, ha detto ad Al-Monitor: “Sappiamo che non c’è modo che (il primo ministro Benjamin) Netanyahu prenda anche lontanamente in considerazione l’adozione del progetto. Il nostro obiettivo principale è di mostrare all’opinione pubblica che c’è gente dalla nostra parte che ha cominciato a fare progetti piuttosto che rimanere legata allo status quo.” Ha anche affermato che il gruppo è pienamente cosciente che la sinistra farà a pezzi la proposta e i suoi promotori: “Questo è il nostro secondo obiettivo,” ha detto, con un mezzo sorriso, “avere uno spintone dalla sinistra che ci spingerà verso destra.”

Non è affatto certo se il movimento politico e i suoi progetti rallenteranno lievemente l’emorragia di voti degli elettori israeliani dal “Campo sionista”. E’ più probabile che accelereranno la fuga dell’elettorato palestinese dal campo di Abbas in costante calo.

Un articolo pubblicato nell’edizione del settembre 2011 della prestigiosa rivista Foreing Affairs [autorevole bimestrale nordamericano che si occupa di politica estera. Ndtr.] suggerisce che ci sono dirigenti politici israeliani che credono (o per lo meno credevano all’epoca) che ci sia un altro modo migliore di porre fine al conflitto con i palestinesi. In base al piano presentato nell’articolo, Israele avrebbe votato a favore del fatto che la Palestina diventasse un membro a pieno diritto delle Nazioni Unite. Immediatamente dopo, negoziati per un accordo permanente sarebbero stati ripresi con il sostegno della comunità internazionale. L’accordo sarebbe stato basato sui parametri delineati dal presidente Clinton nel 2000 ed ampliati dal presidente Barak Obama nel maggio 2011: la nascita di uno Stato palestinese in base ai confini del 1967, con uno scambio di territori e un accordo per la sicurezza. Non si potrebbe fare niente di meglio.

Quell’articolo – “Perché Israele dovrebbe votare per l’indipendenza palestinese”- è stato scritto dal parlamentare israeliano Isaac Herzog.

Akiva Eldar è un articolista della sezione di Al-Monitor dedicata alla situazione in Israele. E’ stato un importante opinionista ed editorialista di Haaretz e è stato anche il capo dell’ufficio USA del quotidiano in ebraico e corrispondente diplomatico. Il suo libro più recente (insieme a Idith Zertal), “Signori della Terra”, sulle colonie ebraiche, è stato tra i best seller in Israele ed è stato tradotto in inglese, francese, tedesco e arabo.

Traduzione di Amedeo Rossi




Il mito che gli ebrei sono sempre vittime di persecuzioni, che siano o no occupanti.

Le persone non devono essere giudicate [soprattutto] nel momento del dolore, ma i familiari delle vittime che chiedono l’espulsione dei parenti dei terroristi denotano la stessa cecità della maggior parte degli ebrei israeliani.

di Amira Hass |

Haaretz

Data l’assenza della pena di morte in Israele, 18 parenti di 17 israeliani uccisi da palestinesi in 13 diversi attacchi hanno chiesto che le famiglie degli assalitori vengano puniti con l’espulsione “permanente”. In una lettera spedita ai ministri del governo e pubblicata sui siti di notizie, i parenti spiegano “che la vera punizione che gli assassini si meritano è la morte. Ma la pietas ebraica impedisce di farvi ricorso”. La lettera e la richiesta è stata anche firmata dalle famiglie di cinque ebrei assassinati da altrettanti assalitori uccisi sul luogo dell’aggressione.

La lettera giustamente sottolinea un fatto importante: tutti i mezzi di punizione e di deterrenza adottati da Israele finora non hanno arrestato l’ondata di attacchi solitari. Non lo hanno ottenuto l’uccisione sul posto degli assalitori o sospetti tali [uccisioni extragiudiziali, ndt], nè le demolizioni delle case dei loro familiari, né le condanne a lunghe detenzioni, né le restrizioni alla libertà di movimento dei parenti[degli assalitori].

La lettera non dice nulla riguardo a dove i familiari dovrebbero essere espulsi, ma un servizio della radio Arutz Sheva colma la lacuna e chiarisce che l’obiettivo è di espellerli da Israele. I firmatari non spiegano se intendono che anche la famiglia allargata – zie e zii, cugini- debba essere espulsa, o soltanto il nucleo familiare, in altre parole i genitori e i loro figli. E nemmeno entrano nei dettagli sulle modalità dell’espulsione, se debbano andarsene a piedi o con un pulmino.

I firmatari sanno che “ la famiglia che ha cresciuto ed educato l’assassino e gli ha insegnato ad odiare gli ebrei e ad ammazzare devono pagare il prezzo, fosse solo per il potere di deterrenza determinato da una tale espulsione”. Uno dei firmatari è un rabbino (Yehuda Henkin) e tre sono mogli di rabbini uccisi ( Neta Lavi, Noa Litman e Sarah Don).

La lettera è scritta nel linguaggio stereotipato che prevale da queste parti , riguardo agli “ebrei ammazzati in quanto ebrei”. La gente non dovrebbe essere giudicata quando è colpita da un lutto, ma i firmatari dell’appello per un’espulsione di massa dei palestinesi abbracciano il mito accettato non solo da loro o dalle famiglie ebree delle vittime, il mito che l’ebreo è sempre vittima della persecuzione, sia occupante o no, sia il potere militare o no.

Il fatto che nella loro lettera vi è una totale incapacità di comprendere la realtà della superiorità militare, diplomatica ed economica che ha permesso per 70 anni di espellere i palestinesi, rubare la loro terra, demolire le loro case e ammazzarli in linea con la legge, con l’ordinamento e con la democrazia per gli ebrei, non è dovuto al loro dolore personale; come la maggior parte degli ebrei israeliani, che hanno scelto di negarla, ignorano volutamente questa realtà. Dopo tutto se ne approfittano.

Infatti Ruthie Hasno, abitante a Kiryat Arba, il cui marito Avraham è stato travolto e ammazzato [da un auto], è convinta che quelli che hanno spedito la lettera parlino in nome di tutti. Ha detto a Arutz Sheva: “La richiesta di espellere i terroristi e le loro famiglie non solo viene dalle famiglie delle vittime ma anche dall’intero popolo ebraico. Tutto il popolo ebraico sta chiedendo inequivocabilmente l’espulsione di tutti i terroristi e di quelli che si sono macchiati del sangue ebraico. Non hanno nessun diritto e nessun posto in questo Stato”.

Sin dalla sua costituzione Israele è caratterizzata, dalle espulsioni di massa dei palestinesi dalla loro terra e dai tentativi di altre massicce espulsioni. I gerosolimitani sono sempre a rischio di espulsione. Dalla loro città e dalla loro terra. Imprigionando 1.8 milioni di palestinesi in una stretta striscia , il che non è sostenibile, Israele sta alimentando in circa il 40% della popolazione il desiderio di emigrare. Ciò è un tentativo indiretto di espulsione. Il sovraffollamento dei palestinesi nelle enclave A e B della Cisgiordania è il [risultato] del compromesso dei governi

a Oslo tra l’antico desiderio di espellere i palestinesi e la situazione diplomatica che lo rende impossibile.

L’attuale governo in ogni momento supera ogni limite, avendo l’approvazione dalla gente. Questa è la ragione per cui la lettera non deve essere sottovalutata come un grido di dolore di [alcuni] individui. È una pericolosa indicazione da parte di famiglie che non si discostano dall’opinione maggioritaria in Israele. “Che Benjamin Netanyahu faccia [le espulsioni] senza paura”, dice Ruthie Hasno. “Per questo l’abbiamo votato”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Il Brasile rifiuta il colono della Cisgiordania come ambasciatore israeliano

Fonti ufficiali israeliane sostengono che le relazioni diplomatiche saranno compromesse se il Brasile non riconosce Dani Dayan come prossimo ambasciatore a Brasilia

Redazione di MEE

 

Il Brasile avrebbe respinto la nomina da parte di Israele di un colono come suo prossimo ambasciatore, con un’iniziativa che secondo Israele danneggerà le relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Dani Dayan, un 60enne che vive nella colonia di Ma’ale Shomron in Cisgiordania, è stato nominato in agosto come nuovo ambasciatore israeliano a Brasilia.

Tuttavia il Brasile deve ancora approvare la nomina del diplomatico, nato in Argentina, in seguito a pressioni in Brasile contro la sua nomina e proteste rivolte alla presidentessa Dilma Rousseff a proposito di Dayan.

La nomina ad ambasciatore deve essere approvata dalla nazione ospite – un procedimento noto come “gradimento”. Però, se nessuna approvazione viene espressa entro due mesi, si intende che la scelta non è stata accettata. .

Dayan è stato un membro autorevole del Yesha Council, un insieme di organizzazioni di coloni ebrei in Cisgiordania, e gli attivisti brasiliani temono che l’approvazione della sua scelta potrebbe essere vista come un appoggio alle colonie israeliane, che in base alle leggi internazionali sono illegali.

La scorsa settimana, quando il precedente ambasciatore israeliano Reda Mansour ha lasciato Brasilia, una fonte ufficiale brasiliana ha detto a “The Times of Israel” [giornale on line israeliano indipendente. Ndtr.] che il governo non avrebbe risposto alla nomina di Dayan e invece avrebbe aspettato che il governo israeliano capisse l’antifona.

Tuttavia la viceministro degli esteri Tzipi Hotovely ha detto ai media israeliani che i rapporti si sarebbero inaspriti se Dayan non fosse stato accettato da Brasilia.

“Lo Stato di Israele declasserà i rapporti diplomatici con il Brasile a un livello secondario se la nomina di Dani Dayan non sarà confermata,” ha detto Hotovely alla rete televisiva israeliana Channel 10.

In una recente intervista con Haaretz, Dayan ha accusato il governo israeliano di starsene con le mani in mano invece di fare pressione sul governo brasiliano perché accetti la sua nomina.

“Io non so se sarò ambasciatore in Brasile e personalmente non mi importa molto,” ha affermato Dayan. “Mi renderebbe le cose ancora più semplici, ma sto lottando per il prossimo ambasciatore che è un colono.”

“La risposta israeliana all’attuale situazione determinerà come verrà designato il Paese ospite del prossimo ambasciatore proveniente da Giudea e Samaria (la Cisgiordania) o, non sia mai, creerà una situazione per cui centinaia di migliaia di israeliani saranno esclusi dallo svolgere il ruolo di ambasciatori a causa del loro luogo di residenza e che Israele vi si adegui.”

I rapporti tra il Brasile ed Israele hanno conosciuto un costante declino negli ultimi anni. Nel 2010 il Brasile ha riconosciuto la Palestina come Stato sovrano entro i confini del 1967, facendo infuriare Israele.

Nello stesso anno l’ex-presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha stretto rapporti con l’Iran, nemico di Israele, andando in visita a Teheran nel maggio di quell’anno.

Durante l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza della scorsa estate [operazione “Margine Protettivo”. Ndtr.], durante la quale più di duemila palestinesi sono stati uccisi, il Brasile ha richiamato il proprio ambasciatore da Israele e ha condannato “l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele che ha provocato un grande numero di vittime civili, compresi donne e bambini.”

Il governo israeliano ha contrattaccato definendo il Brasile un “nano diplomatico” che crea “problemi” piuttosto che “contribuire alle soluzioni”.

(traduzione di Amedeo Rossi)