Da bambine sognavamo il nostro futuro. Poi un proiettile israeliano si è preso quello di Malak

Lujayn

23 marzo 2025 – Al Jazeera

La mia migliore amica arrossiva facilmente, amava il nostro quartiere di Gaza e sperava di diventare un’infermiera per assistere i bambini malati.

Malak era come una sorella per me.

Avevamo nove anni quando ci siamo incontrate alla scuola femminile Hamama nel quartiere di Sheikh Radwan di Gaza City. Era il 2019 e la famiglia di Malak si era appena trasferita in un appartamento a tre edifici di distanza dal mio. Quando lei è arrivata a scuola io mi sono presentata e da quel giorno in poi siamo andate e tornate da scuola insieme ogni giorno.

Allora Sheikh Radwan ci sembrava tutto il nostro mondo. C’erano begli edifici e negozi dove compravamo dolci. Le famiglie si conoscevano tra loro, i bambini giocavano insieme. Conoscevamo tutti i nostri vicini e chiamavamo gli adulti zie e zii.

All’inizio pensavo che Malak arrossisse facilmente perché era nuova nella scuola. Ma col passare del tempo ho capito che questo faceva parte del suo modo di essere. Malak era timida e tranquilla, gentile e affettuosa. Il suo nome significa “angelo”. Le si confaceva.

Si prendeva cura dei nostri compagni di classe e quando uno di loro era turbato Malak lo consolava. Spesso l’ho vista aiutare altri bambini con i compiti a casa.

Ero più vicina a Malak che alle altre ragazze della scuola perché ci piacevano le stesse cose: la matematica, la fisica e la musica. Io ho una passione per la fisica, mentre lei era molto brava in matematica. Entrambe suonavamo il piano. Io ero specializzata in musica classica, mentre lei amava la musica tradizionale palestinese.

A volte suonavamo in modo stonato. Ricordo che una volta abbiamo scherzato sul fatto che avrebbe dovuto seguire il suo sogno di diventare infermiera piuttosto che una musicista professionista. Lei ha riso e si è detta d’accordo con me. Spesso ci facevamo ridere a vicenda.

Ma dietro al sorriso di Malak c’era tristezza, come se stesse portando un peso, un dispiacere che teneva per sé.

Perché questa tristezza, Malak?’

Un giorno di settembre del 2023 eravamo sedute nel cortile della scuola come facevamo spesso negli intervalli tra le lezioni, parlando dei nostri sogni per il futuro. Avevamo appena finito una prova di matematica. La giornata a scuola non era finita, ma ho visto che Malak voleva andare a casa. Tratteneva le lacrime. “Perché sei triste, Malak?”, le ho chiesto.

Lei ha guardato il cielo e poi me e ha risposto: “Mio fratello Khaled è nato con un difetto cardiaco congenito. Ha solo un anno più di me ed è molto malato.”

Ero stata a casa di Malak molte volte e sapevo che suo fratello era debole e spesso malato. Ma non sapevo quanto fosse grave la sua malattia.

Quando mi ha detto che lui poteva morire le ho messo una mano sulla spalla. “Chi lo sa, Malak?”, ho detto. “Magari noi lasceremo questo mondo prima di lui. La morte non tiene conto dell’età o delle malattie.”

Non avrei mai immaginato che le mie fugaci parole sarebbero presto diventate una brutale realtà.

Quel giorno nel cortile della scuola abbiamo chiacchierato per ore. Malak ha parlato dell’idea di diventare infermiera e di tornare a Ramla [ora in Israele, ndt.], la sua zona di origine, da cui la sua famiglia era stata sfollata durante la Nakba [pulizia etnica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.]. Mi ha detto che voleva occuparsi dei malati, soprattutto bambini. Ho pensato che sarebbe stata un’infermiera perfetta per via della sua natura gentile.

Quando è iniziata la guerra ognuna di noi si è rifugiata nella sua famiglia e abbiamo perso i contatti. Io sono stata sfollata con la mia famiglia più di 12 volte. Siamo stati costretti a lasciare la nostra casa a Gaza City e siamo fuggiti in altri luoghi per due volte nella stessa città. E poi a Khan Younis, Deir el-Balah nel campo profughi di Bureij, ad al-Mawasi ed ora a Rafah, da cui sto scrivendo.

Durante questi spostamenti ho cercato di contattare Malak, ma non ci sono mai riuscita. Sia il suo telefono che quello di sua madre erano irraggiungibili.

La nostra scuola è stata trasformata in un rifugio per sfollati, prima di essere distrutta da attacchi aerei israeliani il 3 agosto 2024. Anche dopo questa terribile notizia non sono riuscita a sentire Malak.

Ritrovarci

Dopo più di un anno senza riuscire a contattare la mia amica, una mattina del gennaio 2025, mentre ero nel nostro rifugio a Rafah, ho ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto. Ero contentissima quando ho sentito la voce di Malak: era felice ed eccitata di parlarmi, ma l’ho sentita sfinita.

Le ho chiesto come stessero lei e la sua famiglia e di suo fratello Khaled, ricordando che lui aveva bisogno di medicine. Mi ha detto che vivevano in una tenda nella zona di al-Mawasi a Rafah, a pochi chilometri da dove era rifugiata la mia famiglia.

Malak aveva voglia di parlare. Mi ha raccontato che la sua famiglia era stata più volte sfollata in varie zone di Gaza. La nostra conversazione è anche tornata ai bei giorni a Sheikh Radwan – alle nostre case, alla nostra scuola e a tutto ciò che facevamo prima della guerra.

Prima di finire la telefonata ho promesso di andarla a trovare e portarla insieme alla sua famiglia nel nostro rifugio. Pensavo che sarebbe stato più sicuro per loro stare nel nostro stesso rifugio dato che il nostro edificio è di pietra, mentre Malak viveva in una tenda.

Due giorni dopo, l’8 gennaio, ho programmato con mia madre di andare da Malak. L’ho chiamata per confermare. Ha risposto la sorellina di Malak, Farah, in lacrime. “Malak se ne è andata”, ha singhiozzato. È stata uccisa all’alba da un proiettile mentre dormiva nella nostra tenda.”

Non potevo ascoltare. O forse non volevo credere a ciò che Farah stava dicendo. Mi si è stretto il cuore oltre ogni dire. Ho riattaccato, soffocata dalle lacrime. Mi sono rivolta a mia madre: “Malak se ne è andata”.

Insieme, nella morte

Il giorno dopo mia madre ed io siamo andate in visita dalla famiglia di Malak per porgere le nostre condoglianze. Abbiamo trovato la loro tenda fatta a pezzi dai buchi dei proiettili. Ma non c’era nessuno. I loro vicini, anch’essi nelle tende, ci hanno detto che Khaled era morto quella mattina. La sua malattia era peggiorata senza accesso alle medicine e il lutto per la morte di sua sorella aveva spezzato il suo spirito. La famiglia era andata a seppellirlo.

Ho ripensato alle mie parole durante la conversazione nel cortile della nostra scuola. Non avrei mai immaginato che Malak potesse morire e che Khaled l’avrebbe seguita dopo così poco tempo. Sono stati sepolti uno accanto all’altra. Anche nella morte Khaled non si sarebbe separato da lei.

Chi ha sparato quella pallottola mortale a Malak? Perché l’hanno uccisa? Era un pericolo per i soldati mentre dormiva? Avevano paura dei suoi sogni di tornare a Ramla?

Addio, mia cara amica. Non ti dimenticherò mai. Pianterò un ulivo in tuo onore e porterò quelli che restano della tua famiglia a stare da noi e mi prenderò cura di loro come avresti fatto tu.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Sono stato uno scudo umano”: cosa hanno fatto i soldati israeliani a un padre di Gaza

Maram Humaid

16 Mar 2025 – Aljazeera

Yousef al-Masri ha trascorso diversi terribili giorni costretto a ispezionare stanze per soldati israeliani pesantemente armati.

Gaza City – Il 19 ottobre centinaia di palestinesi sfollati nella scuola Hamad di Beit Lahiya, nel nord di Gaza, hanno sentito ciò di cui tutti nell’enclave palestinese hanno terrore.

“All’alba abbiamo sentito i carri armati [israeliani] circondare la scuola, e i droni sopra di noi hanno iniziato a ordinare a tutti di uscire”, ricorda Amal al-Masri, 30 anni, che quando sono arrivati i carri armati aveva partorito la sua figlia più piccola così di recente da non averle ancora dato un nome.

La gente era già tesa in seguito a bombardamenti ed esplosioni nel corso della notte: gli adulti erano troppo spaventati per dormire, i bambini piangevano per la paura e la confusione.

“Gli edifici intorno a noi venivano bombardati”, dice Amal, che viveva in un’aula scolastica al piano terra con suo marito Yousef, 36 anni, i loro cinque bambini piccoli Tala, Honda, Assad e Omar, tutti di età compresa tra i 4 e gli 11 anni, e il padre di Yousef, Jamil, 62 anni.

Amal stava cullando la neonata mentre Yousef teneva in braccio due dei loro figli più piccoli. Insieme, gli adulti si erano messi a pregare.

Ora era l’alba e una voce maschile registrata che parlava in arabo risuonava attraverso gli altoparlanti di un quadricottero che sorvolava la scuola ordinando a tutti di uscire con i documenti di identità e le mani alzate.

Il quadricottero ha sparato contro gli edifici e ha sganciato bombe sonore, mandando le persone nel panico mentre correvano a raccogliere tutto quello che potevano. Alcune fuggivano a mani vuote.

Yousef, Amal e i bambini sono stati tra i primi a raggiungere il cortile della scuola: Yousef e i quattro bambini tenevano in alto i documenti d’identità e le mani, mentre Amal aveva in braccio il piccolo.

Nel caos Yousef ha perso di vista suo padre.

“I quadricotteri hanno dato degli ordini: ‘Uomini al cancello della scuola, donne e bambini nel cortile’,” ricorda Amal.

La fossa

“Al cancello della scuola c’erano dei soldati con dei carri armati alle spalle mentre altri circondavano il posto”, dice Yousef.

Lui e altri maschi di età superiore ai 14 anni, tra cui alcuni conosciuti provenienti dalle scuole vicine, hanno ricevuto l’ordine dai soldati israeliani di radunarsi al cancello principale in gruppi, mettersi in fila e avvicinarsi a un passaggio per l’ispezione con una telecamera, noto come “al-Halaba” [termine arabo che significa “l’arena” o “il ring”, si riferisce a una modalità di controllo ndt.] 

Tutti erano costretti ad avvicinarsi a un tavolo con sopra una telecamera, uno alla volta”, spiega Yousef, che ritiene che la telecamera utilizzasse la tecnologia di riconoscimento facciale.

Racconta che dopo essere stati registrati dalla telecamera sono stati mandati in una fossa scavata dai bulldozer israeliani.

Nelle ore successive alcuni di loro sono stati rilasciati, altri sono stati mandati in un’altra fossa, mentre altri ancora sono stati sottoposti ad interrogatorio.

Quanto a Yousef, è rimasto per tutto il giorno inginocchiato con le mani dietro la schiena insieme a circa altri 100 uomini in una fossa vicino alla scuola.

“I soldati sparavano, lanciavano bombe sonore, picchiavano alcuni uomini, ne torturavano altri”, afferma. Per tutto il tempo ha temuto per la sua famiglia.

“Ero profondamente preoccupato per mia moglie e i miei figli. Non sapevo nulla di loro”, racconta Yousef. “Mia moglie aveva partorito una settimana prima e non sarebbe stata in grado di camminare con i bambini. Senza nessuno ad aiutarli, avevo paura di quello che sarebbe potuto accadere loro”.

Quando è scesa la sera nella fossa erano rimasti solo circa sette uomini.

Yousef era affamato, stanco e preoccupato, poi un soldato lo ha indicato. “Ha scelto a caso me e altri due uomini; non capivamo perché“, riferisce ad Al Jazeera.

“I soldati ci hanno portato in un appartamento all’interno di un edificio vicino”, dice, aggiungendo di ritenere che si trovassero nelle vicinanze della rotonda Sheikh Zayed.

Agli uomini era proibito parlare tra loro, ma Yousef li aveva riconosciuti: un 58enne e un ventenne rifugiati in scuole vicino a Hamad. Per tutto il tempo, dice, il rumore degli attacchi e dei bombardamenti risuonava intorno a loro.

“Un soldato ci ha detto che li avremmo aiutati in alcune missioni e che dopo saremmo stati rilasciati, ma avevo paura che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro”, racconta Yousef.

Usato come scudo”

Ad un certo punto della notte Yousef e i suoi compagni di prigionia, esausti, si sono appisolati, per poi essere svegliati di soprassalto dai soldati e spinti fuori dall’appartamento, in strada.

Si è presto reso conto che i soldati camminavano dietro di lui utilizzandolo come scudo.

“La consapevolezza di essere usato come scudo umano è stata terribile”.

Raggiunta una scuola che era stata svuotata dai soldati israeliani, gli è stato ordinato di aprire le porte e di entrare in ogni classe per controllare se ci fossero combattenti nascosti.

I soldati, armati pesantemente, sarebbero entrati solo dopo il suo “via libera”.

La giornata è continuata in questo modo, con l’impiego di Yousef per “ispezionareuna stanza dopo l’altra, dopodiché i soldati davano fuoco agli edifici.

Per tutto il tempo Yousef ha temuto che un quadrirotore gli sparasse o che un cecchino israeliano lo scambiasse per una minaccia e ucciso.

Una volta completate le perquisizioni della giornata è stato riportato all’appartamento con gli altri due uomini e gli è stato dato il secondo pasto della giornata, un pezzo di pane e un po’ d’acqua, proprio come la mattina.

Il quarto giorno Yousef e l’uomo di 58 anni hanno ricevuto l’ordine di recarsi in una scuola vicina e all’ospedale Kamal Adwan per consegnare alle persone lì rifugiate volantini con l’obbligo di evacuazione.

Gli è stata data un’ora di tempo con l’avvertimento che un quadricottero sarebbe volato sopra la loro testa. Mentre consegnavano i volantini alle persone, i quadricotteri intimavano l’evacuazione tramite altoparlanti.

La fuga

Yousef ha deciso che quel giorno avrebbe provato a scappare nascondendosi nel cortile dell’ospedale.

“Avevo paura di tornare indietro”, spiega. “Volevo scappare e scoprire se la mia famiglia era al sicuro, perché avevo sentito i soldati ordinare alle donne e ai bambini di dirigersi a sud, verso Khan Younis”.

Ha deciso di mettersi in fila insieme agli uomini costretti a evacuare, aspettando con ansia mentre il tempo scorreva. I soldati avevano detto loro che sarebbero dovuti stare via solo per un’ora, e ne erano passate parecchie.

La fila di uomini avanzava. “Pregavo che non mi riconoscessero”, dice Yousef.

Poi un soldato seduto in cima a un carro armato gli ha sparato alla gamba sinistra.

“Sono caduto a terra. Gli uomini intorno hanno cercato di aiutarmi ma i soldati hanno urlato loro di lasciarmi”, ricorda Yousef.

“Mi sono aggrappato a uno degli uomini, poi un soldato mi ha detto, rimproverandomi: ‘Dai, alzati, appoggiati a quest’uomo e dirigiti verso via Salah al-Din'”.

Nonostante il dolore mentre se ne andava zoppicando, Yousef non riusciva a credere che il soldato non lo avesse ucciso. “Mi aspettavo di essere ammazzato da un momento all’altro”, afferma.

Un po’ più avanti è stato portato da un’ambulanza palestinese all’ospedale arabo al-Ahli per le cure.

Il ricongiungimento

Amal, che aveva portato i bambini alla New Gaza School di al-Nasr, nella parte occidentale di Gaza City, un giorno ha saputo che Yousef si trovava all’ospedale di al-Ahli.

Si è precipitata lì, rincuorata dopo aver sofferto per giorni a causa di racconti contrastanti, poiché alcune persone dicevano di averlo visto prigioniero, mentre altre di averlo visto altrove.

Era appena arrivata ad al-Nasr, racconta ad Al Jazeera al telefono.

Dice che il giorno in cui la famiglia è stata divisa le donne e i bambini sono stati tenuti nel cortile della scuola per ore.

“I miei figli erano terrorizzati. Molti bambini piangevano. Alcuni chiedevano cibo e acqua. Le madri imploravano i soldati di darglieli ma loro ci urlavano contro e si rifiutavano”.

Nel pomeriggio i soldati israeliani hanno spostato le donne e i bambini verso un posto di blocco munito di una telecamera.

“Ci hanno detto di uscire cinque alla volta”, dice Amal, raccontando come la figlia undicenne Tala sia stata trattenuta e si sia riunita al gruppo dopo di lei.

“Ha iniziato a piangere e a chiamare, ‘Mamma, per favore non lasciarmi’,” racconta Amal con la voce tremante.

Alla fine è stato detto loro di camminare verso sud lungo via Salah al-Din.

“I carri armati che circondavano la scuola erano imponenti. Ho pensato tra me e me: ‘Dio! È arrivata un’intera brigata di carri armati per questi civili indifesi.’

“Il mio corpo era esausto: avevo partorito solo una settimana prima e riuscivo a malapena a portare in braccio la mia bambina, figuriamoci i pochi oggetti che avevamo“.

Mentre i carri armati rombavano intorno a loro sollevavano ondate di polvere e sabbia. “Con tutta quella polvere ho inciampato e la mia bambina è caduta a terra dalle mie braccia”, ricorda Amal, raccontando di come abbia urlato e di come i bambini più grandi abbiano pianto quando la piccola è caduta.

Alla fine ha lasciato tutte le sue cose sulla strada; era troppo stanca per continuare a trasportarle. Doveva condurre i suoi figli in un posto sicuro.

“Mio figlio di quattro anni non smetteva di piangere: ‘Sono stanco, non ce la faccio’. Non avevamo cibo né acqua, niente”.

All’inizio della serata ha raggiunto la New Gaza School con altri sfollati dal nord.

Amal, Yousef e i loro figli sono ora insieme in un’aula della scuola.

Yousef ha trascorso due giorni in ospedale e dopo 13 punti di sutura cammina con cautela zoppicando.

Il padre di Yousef, Jamil, è scomparso dal giorno in cui i soldati sono arrivati ​​alla Hamad School. Ha sentito da alcune persone che sarebbe stato fatto prigioniero, ma lui non lo sa.

La loro neonata, che non aveva ancora un nome quando sono stati costretti a lasciare la parte settentrionale di Gaza, è stata chiamata Sumoud, “fermezza”, un simbolo del loro rifiuto di andarsene.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)