Pacifisti israeliani usano i bulldozer per combattere l’occupazione

Oren Ziv e Haggai Matar

1 giugno 2022 – +972 Magazine

Una manifestazione contro un avamposto di coloni mostra come gli attivisti israeliani dopo le proteste contro Netanyahu adottino sempre di più interventi radicali.

“Veniamo a smantellare l’avamposto di Homesh!” afferma lo slogan diffuso sui social media due settimane fa da un gruppo di organizzazioni israeliane di sinistra, che annunciava l‘intenzione di presentarsi sabato scorso, 28 maggio, armato di un bulldozer, presso l’insediamento coloniale non autorizzato nella Cisgiordania settentrionale.

Come molti si aspettavano, l’esercito ha impedito al bulldozer di entrare in Cisgiordania e ha arrestato l’autista nel parcheggio della stazione ferroviaria di Rosh Ha’ayin, dove gli attivisti si erano radunati sabato mattina prima di proseguire verso Homesh. Ma i manifestanti non si sono arresi senza combattere: hanno circondato l’auto della polizia per cercare di impedire l’arresto del conducente del bulldozer, e si sono sdraiati sulla strada costringendo gli agenti di polizia a rimuoverli ripetutamente con la forza.

Alla fine gli attivisti hanno proseguito verso Homesh, ma l’esercito e la polizia hanno fermato i loro autobus fuori dall’insediamento di Kedumim, a diversi chilometri di distanza dal loro obiettivo. Così gli attivisti hanno deciso di tenere lì la manifestazione.

Sabato, al di là dell’evidente ostinazione degli attivisti, il concetto stesso di “prendere in mano la legge” ha rappresentato un notevole cambiamento tattico da parte di determinati gruppi che hanno avviato l’azione, suscitando grande scalpore sui media e online tra i commentatori di destra e di sinistra.

Prima dell’azione di protesta gli organizzatori hanno affermato che tale cambiamento tattico è il risultato dell’immissione nel campo contrario all’occupazione di attivisti provenienti dal movimento di protesta “Balfour” del 2020-21, che cercava di estromettere l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu dall’incarico (e così chiamato per la via in cui si trova la residenza del Primo Ministro a Gerusalemme). Infatti, coloro che per molti anni hanno partecipato alle proteste di sinistra a Sheikh Jarrah, nelle colline a sud di Hebron o a Lydd, o hanno accompagnato i pastori palestinesi nella Valle del Giordano rischiando interventi violenti di militari o coloni, hanno salutato l’arrivo di volti nuovi provenienti dalle proteste del Balfour dello scorso anno, pieni di energia e nuovi spunti di azione.

Ora, dopo aver assorbito i nuovi attivisti dalle proteste di Balfour, i gruppi contro l’occupazione coinvolti nella manifestazione di Homesh stanno iniziando ad adottare le tattiche di protesta che li avevano caratterizzati. Gli attivisti hanno rimarcato come la loro insoddisfazione verso il cosiddetto governo del cambiamento” – che ha sostituito Netanyahu un anno fa giustifichi la richiesta di un approccio diverso alla questione palestinese, il che costituirà una sfida più dura al sistema.

“Questa protesta [di sabato] è una continuazione delle tattiche e della mentalità che abbiamo visto con Balfour”, afferma Dana Mills, direttrice esecutiva ad interim di Peace Now [Pace adesso, movimento progressista pacifista non-governativo israeliano, ndtr.]. In quelle manifestazioni, continua, era presente una sfida nei confronti dei limiti imposti dalla legge, una testimonianza sul fatto che la nostra voce non viene ascoltata e che il sistema non funziona. Quello che sta succedendo nei territori occupati è illegale e immorale, e io voglio contestare la legge”.

Oltre a Peace Now, la protesta è stata sostenuta dalle organizzazioni per i diritti umani Breaking the Silence, Combatants for Peace e Machsom Watch, i gruppi di sinistra Mehazkim, Zazim, Harvest Coalition e Jordan Valley Activists e da tre gruppi che si sono formati all’interno o sulla scia delle proteste di Balfour: Ministro del crimine, Madri contro la violenza e Guardare negli occhi l’occupazione.

Una tradizione di azioni mirate

L’azione mirata degli attivisti israeliani in Cisgiordania non costituisce una novità: attivisti di gruppi di sinistra radicale come Anarchists Against the Wall [Anarchici contro il Muro, ndtr.] e Ta’ayush [Insieme in arabo, ndtr.] hanno iniziato a unirsi alle proteste dei palestinesi e ad accompagnare i pastori nelle aree rurali già all’inizio degli anni 2000. In questi giorni attivisti di molti dei gruppi che sabato hanno partecipato alla manifestazione di Homesh partecipano regolarmente alle proteste e alla raccolta delle olive con i palestinesi.

Tuttavia la sensazione ora è che questo genere di visione si sia spostato dalla sinistra radicale all’opinione corrente della sinistra sionista, motivo per cui questo evento ha attirato in anticipo un’attenzione e una copertura più ampie ed è apparso in primo piano nei principali siti di notizie sabato mentre si svolgevano gli eventi.

“Questo è per noi sicuramente un passo avanti”, aggiunge Mills. “È un cambio di tattica. Non vogliamo lavorare solo nell’ambito delle regole costituite. Peace Now era in passato un movimento i cui attivisti bloccavano le strade o si sdraiavano davanti ai bulldozer”.

Mills ritiene che il cambiamento di approccio rifletta la disillusione nei confronti del cosiddetto “governo del cambiamento”. “Questo governo è più a destra rispetto ai governi precedenti senza [i partiti di sinistra] Meretz e Labour, sta costruendo più unità abitative negli insediamenti coloniali rispetto ai suoi predecessori e, per sopravvivere, non mantiene nessuna delle sue promesse riguardo all’occupazione, prosegue. I partiti di sinistra non vogliono agitare le acque. Quindi la domanda è: qual è il nostro ruolo qui?”

La scelta di puntare su Homesh per questa azione non è stata casuale. Non solo l’avamposto non è autorizzato, ma si trova anche in un’area in cui la legge proibisce agli israeliani di insediarsi. Inoltre, nel 2013 l’Alta Corte ha stabilito che agli agricoltori palestinesi della zona dovrebbe essere consentito l’accesso alla loro terra, ma da allora si sono verificati numerosi attacchi violenti contro i palestinesi da parte dei coloni. Proprio la scorsa settimana il ministro della Difesa Benny Gantz e il ministro degli Esteri (e primo ministro supplente) Yair Lapid hanno ribadito che l’avamposto coloniale deve essere demolito.

Dopo che nel dicembre 2021 Yehuda Dimentman, studente ebreo della Yeshiva [istituzione educativa ebraica che si basa sullo studio dei testi religiosi tradizionali, ndtr.] di Homesh (che i coloni hanno edificato senza autorizzazione) è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da palestinesi, la presenza ebraica nell’area è aumentata. I coloni hanno tenuto diverse marce di protesta illegali con la partecipazione di membri della Knesset , che l’esercito non solo non ha impedito, ma ha presidiato e accompagnato. Il movimento dei palestinesi nell’area, nel frattempo, è stato fortemente interdetto.

É una necessaria evoluzione

“Sono contento che queste organizzazioni abbiano adottato un nuovo approccio: è importante”, ha affermato Yishai Hadas, che è stato uno degli attivisti più importanti del movimento di Balfour e tra i fondatori di Ministero del crimine. Sabato mattina Hadas è stato arrestato preventivamente dalla polizia mentre si recava in auto alla protesta per sospetto di disturbo della quiete.

“Siamo consapevoli che ripetere le stesse cose non porti dei risultati, quindi è tempo di fare qualcosa di leggermente diverso per raggiungere il generale dibattito pubblico”, continua Hadas. “Le cose potrebbero non cambiare immediatamente, ma è impossibile che una parte [la destra] sia iperattiva e una parte [la sinistra] sia calma e gentile e continui come se tutto fosse normale”.

Alec Yefremov, direttore degli interventi pubblici di Peace Now, è lui stesso un’incarnazione del passaggio dalle proteste di Balfour a quelle contro l’occupazione. “C’è una marea di persone che si sono ritrovate in questa lotta, e ha molto senso”, continua. “Le persone si sono riunite nell’emergenza di una battaglia contro la minaccia immediata di una dittatura [all’interno di Israele], e quando quella minaccia è stata dissolta sono passate alla successiva questione più scottante”.

Secondo Yefremov, questo afflusso non solo ha portato nuove persone, ma anche un modo diverso di lottare rispetto a quello che ha caratterizzato in precedenza il vecchio campo politico di una sinistra un po’ assopita. Con Balfour ci siamo resi conto che non basta stare accanto alla polizia e manifestare in piazza all’interno delle loro regole. Si deve lanciare una sfida, essere tenaci e forzare i limiti. Queste tattiche sono trasmigrate: c’è una balfourizzazione della lotta contro l’occupazione».

Hadas concorda sull’influenza delle proteste di Balfour. “È limpido come il sole”, dice. Ed è positivo: è un’evoluzione necessaria. La questione dell’occupazione è stata messa da parte per più di 20 anni e ora si parla di “ridurre il conflitto” invece di affrontare i problemi. Non abbiamo scelta, dobbiamo agire. È impossibile sedersi a bordocampo quando l’estremismo è diventato la norma”.

A differenza delle proteste di Balfour, dove le bandiere israeliane erano onnipresenti, gli attivisti dei gruppi che hanno organizzato la manifestazione di sabato si sono premurati di non portare bandiere. Tuttavia, un paio di manifestanti ha portato delle bandiere israeliane, il che deve aver creato confusione nei passanti palestinesi che hanno visto sventolare la stessa bandiera sia da parte dei partecipanti alla manifestazione della sinistra contro l’occupazione che dei coloni che avevano organizzato una contro-manifestazione spontanea nelle vicinanze.

Ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo anche adesso

Guy Hirschfeld, un veterano delle proteste nella Valle del Giordano, ha partecipato all’accampamento permanente durante le proteste di Balfour. È anche uno dei fondatori di Looking the Occupation in the Eye [Guardare negli occhi l’occupazione, organizzazione per i diritti umani attiva nelle aree rurali della Cisgiordania, ndtr.] e ha portato molti attivisti di Balfour in tournée in Cisgiordania. “C’è un nuovo vento di cambiamento, portato da attivisti che sono venuti da Balfour con un nuovo stile e una nuova energia, e questo è ottimo“, afferma.

Looking the Occupation in the Eye organizza campi di protesta settimanali davanti al complesso governativo di Tel Aviv, porta attivisti solidali per sostenere i palestinesi a rischio di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e organizza ogni sabato piccole proteste sui ponti delle principali autostrade. Quest’ultima idea è stata ispirata dalle proteste di Balfour continuate durante il lockdown per il coronavirus, quando gli attivisti manifestavano sui ponti vicino alle loro case perché non potevano riunirsi come al solito fuori dalla residenza del Primo Ministro a Gerusalemme.

Hirschfeld crede che la stessa partecipazione alle proteste di Balfour, dove ogni settimana era presente un gruppo che protestava contro l’occupazione e si organizzavano persino marce dal quartiere palestinese di Silwan a Balfour, ha fatto sì che più persone si convincessero della necessità di combattere l’occupazione. “Improvvisamente, le persone con una consapevolezza sociale e politica si sono svegliate”, sostiene. “La gente mi dice che fino ad oggi non era a conoscenza [della realtà nei territori occupati], perché nelle notizie pubbliche [i palestinesi, ndtr.] vengono chiamati tutti terroristi”.

Ora, secondo Hirschfeld, quegli attivisti stanno infondendo nuovo vigore alla lotta contro l’occupazione. La gente di Balfour è arrivata con la sensazione che ‘ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo anche adesso.’ Certo è diverso, ma hanno portato energia. Molti di loro sono pieni di determinazione e speriamo di continuare a crescere ancora”.

Rispondendo alle critiche contro il “prendere in mano le leggi” e all’affermazione che voler demolire un avamposto sia un’azione violenta, Yefremov ha detto prima della manifestazione:

Faremo qualcosa che metterà fine alla situazione illegale. È impossibile combatterla attraverso i post su Facebook; occorre agire sul campo. Arrivare con un bulldozer in una struttura illegale non è violento. Anche secondo Israele, l’occupante, loro [i coloni, ndtr.] sono lì illegalmente.

Nessuno alzerà una mano né contro un agente di polizia né contro un colono, continua, e non esiste una legge che vieti lo smantellamento di una struttura illegale. Per coloro che ci criticano dall’interno [del campo della sinistra], la scelta è tra fare questo e non fare nulla”.

Tuttavia, nonostante le proteste della sinistra radicale in Cisgiordania, solo gli israeliani vi hanno preso parte. “È chiaro che se i palestinesi tentassero di fare una cosa del genere, andrebbero incontro a proiettili veri”, dice Mills. “Stiamo qui approfittando dei nostri privilegi.”

Yefremov aggiunge che dietro le quinte gli attivisti stavano in stretta e continua collaborazione con i palestinesi. Seguivamo i consigli del villaggio di Burka e di Bazaria [due dei villaggi sulle cui terre è stato costruito l’avamposto dei coloni], e loro ci supportavano. Abbiamo chiesto loro se non avessero paura che la protesta potesse danneggiarli, e hanno risposto che vivono in uno condizione di costante pericolo e l’azione non avrebbe potuto peggiorare la loro situazione.

Oren Ziv è un fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [organizzazione di fotografi e fotoreporter arabi ed israeliani che utilizza le immagini fotografiche come strumento di lotta per i diritti umani e civili dei palestinesi, ndtr.].

Haggai Matar è un giornalista pluripremiato e attivista politico israeliano, oltre a ricoprire il ruolo di direttore generale di “972 – Advancement of Citizen Journalism” [Promozione di un giornalismo partecipativo, ndtr.], l’organizzazione no profit che pubblica la rivista +972.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I suprematisti ebrei cantano “Morte agli arabi” durante la Marcia della Bandiera

Oren Ziv

30 maggio 2022 – +972

Israeliani di estrema destra hanno attaccato negozianti, giornalisti e curiosi palestinesi inneggiando al genocidio per le strade di Gerusalemme.

Domenica 29 maggio decine di migliaia di israeliani di estrema destra sono scesi nelle strade di Gerusalemme per l’annuale Marcia della Bandiera in occasione della “Giornata di Gerusalemme”, che celebra la “riunificazione” della città da parte di Israele nel 1967, quando conquistò Gerusalemme est sconfiggendo la Giordania. Per i palestinesi residenti a Gerusalemme questo giorno è spesso uno dei più violenti dell’anno, con estremisti ebrei israeliani che marciano e attraversando la Porta di Damasco entrano nella Città Vecchia e aggrediscono verbalmente e fisicamente i palestinesi per le strade. La Marcia di quest’anno non è stata diversa.

Se dal punto di vista dell’opinione pubblica israeliana la Marcia della Bandiera si è svolta in modo relativamente tranquillo – non sono stati lanciati razzi da Gaza come aveva minacciato Hamas, non sono scoppiate né battaglie né violenze in tutto il paese come è avvenuto nel 2021 – per i palestinesi residenti in città, la Marcia di quest’anno è stata persino peggiore degli anni precedenti.

Verso mezzogiorno la polizia ha iniziato a sfollare i palestinesi non residenti dalla Città Vecchia e ha impedito alle persone di entrare attraverso molti dei cancelli della città. Successivamente, le autorità hanno chiuso completamente la Porta di Damasco a palestinesi e turisti. I giovani israeliani che erano entrati nella Città Vecchia prima della marcia ufficiale hanno aggredito e spruzzato spray al peperoncino ai palestinesi per strada.

Ad un certo punto è scoppiata una rivolta, durante la quale un colono ha estratto un’arma. La polizia non lo ha arrestato.

Sebbene la polizia avesse affermato che le bandiere palestinesi sarebbero state confiscate solo se avessero interferito con la Marcia, in pratica la polizia ha arrestato diversi uomini palestinesi che sventolavano bandiere alla Porta di Damasco e successivamente ha confiscato bandiere ad altri. Alcuni palestinesi hanno trovato un modo creativo per issare la bandiera durante la parata, con l’aiuto di un drone che ha sventolato la bandiera sopra le mura della Città Vecchia. Quando poco dopo il drone è atterrato, è stato sequestrato dalla polizia.

Quest’anno, i canti principali della Marcia sembrano essere stati slogan razzisti come “Morte agli arabi”, “Maometto è morto” e “Che il tuo villaggio bruci” – intonati da quasi tutti i gruppi che sono passati attraverso la Porta di Damasco, e non solo ai margini. Giovani estremisti ebrei hanno anche festeggiato la morte della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh e hanno augurato la morte ad Ahmad Tibi, membro palestinese della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]

Gli organizzatori della marcia non hanno fatto nulla per impedire i canti. Neanche la polizia, che disperde regolarmente e con la forza le proteste palestinesi a Gerusalemme in caso di canti politici ritenuti di “istigazione”, è intervenuta. Solo quando un gruppo di manifestanti ha cercato di prendere d’assalto il recinto della stampa, la polizia li ha fermati, ma senza effettuare alcun arresto, nemmeno di quelli che avevano lanciato oggetti contro i giornalisti sotto gli occhi della polizia.

Mentre la polizia faceva sgombrare i palestinesi entro un chilometro dalla Porta di Damasco, nella Città Vecchia i manifestanti aggredivano i team dei media palestinesi, israeliani e internazionali. Hanno imprecato contro i giornalisti, interrotto le trasmissioni in diretta e cercato di colpire alcuni giornalisti con le bandiere. Alcuni fra i manifestanti entrati in marcia attraverso la Porta di Damasco hanno cercato anche di danneggiare i negozi palestinesi e aggredire i residenti. Un manifestante palestinese è stato arrestato dopo aver sventolato una bandiera palestinese davanti ai dimostranti.

foto Oren Ziv.

Contemporaneamente, centinaia di manifestanti palestinesi si sono radunati con bandiere palestinesi in via Salah A-Din, a diverse centinaia di metri dalla Porta di Damasco, e hanno marciato verso i posti di blocco della polizia fino a che gli agenti li hanno dispersi con granate assordanti. Successivamente, le forze sotto copertura hanno arrestato un manifestante palestinese e hanno sparato proiettili veri che ne hanno ferito un altro.

Quando i coloni israeliani hanno rotto i finestrini di oltre una dozzina di auto nel quartiere e sono fuggiti senza essere arrestati, alcuni dei manifestanti palestinesi hanno proseguito verso Sheikh Jarrah; i coloni sono stati filmati anche mentre lanciavano pietre contro i palestinesi in piena vista della polizia, che non li ha arrestati. Gli estremisti ebrei hanno quindi aggredito, spruzzato con spray al peperoncino e rubato il cellulare a un giornalista palestinese. Alla fine della giornata più di 40 palestinesi erano comunque stati fermati e arrestati. Nella tarda notte di domenica, giovani ebrei estremisti hanno tentato di marciare ancora una volta nel quartiere ma sono stati fermati dalla polizia.

Inoltre, mentre il governo e la polizia hanno insistito nelle ultime settimane sul fatto che non c’è stato alcun cambiamento dello status quo di Al-Aqsa, gli eventi di domenica hanno presentato un quadro molto diverso. [Fino al 1967 la moschea Al Aqsa era sotto il controllo del Ministero dei Beni giordano. Con la guerra dei sei giorni Israele ha inglobato de facto la parte araba di Gerusalemme; il controllo della moschea è stato attribuito dagli occupanti alla Fondazione islamica Waqf cui è stata garantita la piena indipendenza dal governo israeliano, ndtr.]

Per mesi, gli ebrei sono saliti senza problemi sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif per pregare; domenica, molti di loro hanno sventolato bandiere israeliane e si sono prostrati a terra in preghiera mentre la polizia stava a guardare.

La leadership israeliana sostiene che le affermazioni di un’appropriazione da parte degli ebrei di Al-Aqsa sarebbero “istigazione” e “fake news”, ma chiunque abbia visto le immagini di oltre 1.000 ebrei che entrano nell’area sa che un cambiamento significativo sta avvenendo in concreto sotto i nostri occhi.

Oren Ziv è fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Armati di un ordine di espulsione dell’Alta Corte i bulldozer israeliani arrivano a Masafer Yatta

Yuval Abraham e Basil al-Adraa, 

12 maggio 2022 – +972

L’esercito israeliano ha portato a termine le prime demolizioni nell’area dopo la sentenza del tribunale della scorsa settimana, scatenando il timore di una deportazione di massa come non si vedeva da vent’anni.

La scorsa settimana l’Alta Corte di giustizia israeliana ha autorizzato, con un linguaggio legale preciso e raffinato, l’espulsione di oltre 1.000 residenti palestinesi da otto villaggi nella regione di Masafer Yatta della Cisgiordania occupata, a seguito di un procedimento legale durato 22 anni sul destino di coloro che vivono all’interno della “Zona di tiro 918.” Mercoledì l’esercito israeliano ha dato il via alla prima operazione di sgombero nell’area dopo la sentenza, distruggendo nove case in due di quei villaggi, e lasciando 45 palestinesi senza casa.

“Tredici di noi dovranno dormire qui in tenda”, ha detto Fares al-Najjar, una delle persone a cui è stata distrutta la casa. Seduto su una sedia di plastica, guardava dei video della casa in cui viveva con la sua famiglia che veniva distrutta. Intorno a lui, i suoi fratelli stendevano corde, appendevano teloni e cercavano di allestire un riparo vicino ai resti della casa. “Ci hanno rimandato indietro di 20 anni”, ha detto Ali, fratello di Fares, tirando una corda per fissare la tenda a delle sbarre di ferro.

La tenda che i membri della famiglia al-Najjar stavano allestendo come rifugio temporaneo era servita fino a poco tempo prima come recinto per le pecore. “Abbiamo lasciato il gregge fuori”, ha detto Fares, che poi si è rivolto al resto della famiglia esortandoli a sbrigarsi, “in modo da avere il tempo di lavarci e portare i letti nella tenda prima che faccia buio”.

I bulldozer erano arrivati nel villaggio di Al-Mirkez, sulle colline a sud di Hebron, la mattina presto. I soldati hanno permesso solo alle donne di rimuovere il contenuto delle case e un alto ufficiale dell’esercito dell’amministrazione civile – il braccio dell’esercito israeliano che governa i territori occupati – ha supervisionato il processo. Le donne hanno trascinato fuori gli effetti personali delle famiglie, ammucchiando in una pila materassi, zaini, specchi, vestiti, articoli da toeletta e attrezzature mediche.

Uno degli uomini ha cercato di entrare in casa sua, ma l’ufficiale gli ha detto: “Solo le donne possono entrare”. Un’ adolescente ha portato fuori dalla sua stanza un foglio di carta con dei disegni. «Ecco fatto» ha detto l’ufficiale. “Dio ti punirà”, ha risposto la ragazza, mentre il bulldozer si avvicinava per distruggere la sua casa. Poi un’altra casa è stata distrutta. E un’altra.

“Procediamo”, ha detto l’ufficiale dell’amministrazione civile e i bulldozer si sono diretti al vicino villaggio di Al-Fakheit. Lì, i bulldozer hanno preso di mira diverse case, in cui non c’era nessuno ma erano piene di cose e mobili. “Non sono in casa”, ha detto un uomo con la barba, Jaber, la cui casa è stata distrutta già cinque volte.

Alcuni giovani soldati con giubbotti verdi e mascherati sono scesi da una jeep bianca e hanno iniziato a svuotare le case. Alcuni dei soldati avevano il viso coperto; solo gli alti ufficiali camminavano con la schiena dritta e le facce visibili. “Ecco fatto, [la sentenza del]l’Alta Corte è a posto”, ha detto un ispettore anziano dell’amministrazione civile. “Ora possiamo iniziare il lavoro”.

“Non ho mai visto una simile distruzione “

All’improvviso abbiamo sentito delle grida; un gruppo di persone accorreva verso le ruspe. Uno di loro, Maher, insegnante in una scuola vicina, si era precipitato fuori nel bel mezzo di una lezione perché aveva sentito che la casa della sua famiglia stava per essere distrutta. I soldati hanno intimato ai famigliari di restare indietro. Poi il bulldozer cigolando si è avventato sulla casa iniziando a schiacciarla mentre la famiglia urlava inorridita.

Il bulldozer si è poi mosso in direzione di un asino legato alla cisterna dell’acqua usata dagli abitanti del villaggio, il quale sbatteva lentamente le palpebre accanto alla casa distrutta. Una soldatessa ha gridato: “Fermati! Qualcuno liberi l’asino.” L’ispettore ha slegato la corda dicendo: “Non preoccuparti, sta bene”. Poi un segnale con la mano e il bulldozer ha schiacciato la casa. Fatto questo ha demolito la cisterna d’acqua del villaggio.

“Non ho mai visto una simile distruzione”, ha detto Eid Hathaleen che da anni documenta demolizioni come queste. Il padre di Eid, Suleiman, è stato ucciso a gennaio dopo essere stato investito da un carro attrezzi agli ordini della polizia israeliana. Gli abitanti di altri villaggi hanno affermato che le demolizioni di ieri sono simili a quelle avvenute qui due mesi fa.

Mercoledì ad Al-Mirkez sono stati demolite in tutto cinque abitazioni e due stalle di pecore. Alla famiglia al-Najjar è rimasta solo la tenda e un’antica grotta scavata nella roccia, in cui vivevano i genitori di Fares. “Il padre di mio nonno, ‘Abd al-Rahman al-Najjar, è arrivato al villaggio alla fine del XIX secolo”, ha detto Fares. “Ci sono 10 grotte qui, che ospitavano 10 famiglie. La maggior parte delle persone se ne andò nel corso degli anni a causa dell’occupazione. Noi siamo rimasti.”

Lo Stato rifiuta di rilasciare permessi di costruzione nei villaggi di Masafer Yatta, e dunque i residenti sono prigionieri di un tortuoso gioco del gatto e del topo. “Hanno già demolito la nostra casa a dicembre”, ha detto Ali. “Avevamo vissuto lì per 10 anni.”

Ali ha spiegato che quando i residenti ricevono un ordine di demolizione, pagano un avvocato che presenterà ricorso ai tribunali. Questo fa guadagnare un po’ di tempo, ma alla fine il loro appello viene inevitabilmente rifiutato. “E allora vengono a distruggere”, ha detto.

Quando questo accade, se ricostruiscono sul loro terreno privato vicino allo stesso posto, l’Amministrazione Civile può immediatamente venire a demolire la casa senza bisogno di un ordine di demolizione. È quello che è successo mercoledì: l’esercito ha distrutto le case che erano state ricostruite dopo le demolizioni di dicembre.

Ci stanno perseguitando senza sosta”

Nel periodo di tregua, i membri della famiglia si sono riuniti per valutare le opzioni: o rimanere in una tenda o cercare di trovare abbastanza soldi per ricostruire. “Ora è estate”, ha detto uno di loro. “Possiamo restare nella tenda fino all’inverno.” Fares annuisce, e dice: “Non possono farci assolutamente nulla in una tenda. Aspetteremo fino all’inverno. A quel punto, forse qualcosa sarà cambiato, forse Dio li avrà portati via”.

A pochi metri di distanza c’era una donna di 70 anni, Safa al-Najjar, seduta accanto alle rovine della casa in cui viveva con la giovane figlia. Dietro la casa c’era una grotta scavata nella pietra, da cui si sentiva la voce di un bambino. “Per tutta la vita ho allevato le pecore”, ha detto Safa. La sua voce era un po’ roca e il suo sorriso quello di una donna giovane. Indossava un velo bianco con dei fiori e si rivolgeva a noi come ” figli miei “.

“All’inizio, mio marito ed io vivevamo in questa grotta”, ha detto. “Era camera da letto, soggiorno e cucina tutto insieme. Le pecore vivevano accanto a noi nell’altra grotta. Ma 20 anni fa, quando i bambini sono cresciuti, abbiamo costruito una stanza. Da allora ci perseguitano senza sosta”. La parola “loro”, che qui si sente molto spesso, si riferisce sempre a Israele, agli occupanti.

Safa ricorda bene le espulsioni avvenute qui alla fine del 1999, quando 700 residenti furono cacciati dalla zona. Successivamente è stata depositata una petizione presso la Corte Suprema, che ha emesso un’ingiunzione provvisoria che consentiva ai residenti di tornare alle loro case fino a quando non fosse stata presa una decisione legale definitiva. Più di 20 anni dopo, il tribunale ha deciso di respingere il ricorso dei residenti.

Stavamo facendo asiugare il formaggio fuori quando sono arrivati”, dice Safa di quella fatidica mattina del 1999. “I soldati sono arrivati con due grandi camion e ci hanno costretto a salire con tutti i nostri averi. Le pecore sono scappate. Ci hanno cacciato vicino a Susiya”, riferendosi al villaggio vicino a Masafer Yatta, anch’esso minacciato di demolizione. Abbiamo chiesto a Safa se avesse sentito parlare della sentenza della Corte Suprema la scorsa settimana e lei ha detto di no. “È la loro corte.”

Najati, il figlio più giovane di Safa, aveva in effetti sentito parlare della sentenza. “Quando ha distrutto la casa l’ufficiale mi ha detto: ‘Perché hai costruito? Il caso giudiziario è chiuso. Questo è territorio dell’esercito’ ”, riferisce Najati. “Penso che quello che è successo oggi non potrà che peggiorare, ci caricheranno di nuovo sui camion e ci deporteranno”.

È impossibile sapere se i militari ripeteranno l’atto di deportazione di massa avvenuta nel 1999, in particolare nell’era odierna dei social media e della pressione internazionale. Quello che sappiamo, tuttavia, è che una donna di 70 anni dormirà sul pavimento accanto alle rovine della sua casa.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è giornalista e attivista e vive a Gerusalemme.

Basil al-Adraa è attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani sulle colline a sud di Hebron.

(Traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Solo i palestinesi possono decidere se boicottare la Corte degli occupanti

Michael Sfard

10 maggio 2022 – +972 magazine

La Corte Suprema israeliana ha approvato l’espulsione forzata di Masafer Yatta, e si ripresenta la questione se “legittimare” i tribunali.

La sentenza della Corte Suprema israeliana della scorsa settimana, che consente al governo di trasferire con la forza la comunità palestinese della Zona di Tiro 918 nell’area di Masafer Yatta, nella Cisigordania occupata, ha riacceso l’annoso dibattito tra attivisti di sinistra e per i diritti umani in Israele: dobbiamo presentare ricorsi alla Corte Suprema sulle violazioni dei diritti dei palestinesi che vivono sotto occupazione?

Le considerazioni sulle reti sociali, anche da parte di avvocati che hanno rappresentato i palestinesi davanti alla Corte Suprema per molti anni, hanno suggerito che è giunto il momento (e forse avrebbe dovuto essere fatto prima) di boicottare i tribunali israeliani ed evitare di chiedere ai giudici di porre rimedio o tutelare dai danni ai palestinesi.

È un argomento ben noto, e la comunità di attivisti in Israele-Palestina non è la prima a sollevarlo. Questo dibattito ha avuto luogo per decenni tra i militanti per i diritti umani in tutto il mondo – nel Sudafrica dell’apartheid e negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, per esempio – e continua tuttora, dall’India alla Russia.

Gli attivisti che si oppongono allo status quo – soprattutto in regimi repressivi, occupanti, di apartheid, etnocratici o totalitari – quasi sempre devono lottare con una situazione di sistemi giudiziari accondiscendenti che collaborano, e a volte persino si identificano, con i crimini di quei regimi.

La questione politica se ricorrere al sistema giudiziario di un governo repressivo è pertanto importante e affascinante, benché emerga solo dove c’è una possibilità realistica che si possa ottenere qualcosa con un procedimento legale. Perché ci sia questo dubbio ci deve essere un sistema che ogni tanto conceda qualche forma di riparazione, e la domanda è quindi se sia opportuno continuare a impegnarvisi e pagare il prezzo di tale impegno o lasciar perdere del tutto.

Ad ogni modo ciò che si ottiene non è sempre una vittoria, cioè una vittoria totale in una causa. Un contenzioso può garantire quelli che si potrebbero definire “frutti secondari”: benefici collaterali che a lungo termine possono aiutare in maniera significativa la lotta contro una determinata politica, ma non sono il risarcimento diretto cercato avviando il procedimento giudiziario.

Ogni avvocato che abbia mai avuto a che fare con una causa le cui possibilità di successo sono esili conosce i benefici collaterali delle azioni giudiziarie per i diritti umani. Spesso la speranza, e persino la strategia, è che si ottengano proprio questi successi secondari. Per esempio: il tempo.

Il tempo è un vantaggio collaterale molto importante. Molte cause rimandano in modo significativo la messa in pratica di un’azione o una politica ingiuste. I processi contro l’espulsione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar, nella Cisgiordania occupata, è durato 11 anni, finché la Corte Suprema ha deliberato a favore dello Stato. A Susiya, sulle colline meridionali di Hebron, lo stesso procedimento è durato 17 anni. La causa riguardante la Zona di Tiro 918 ha portato a un’ingiunzione temporanea che ha consentito alle comunità di continuare a vivere sulle loro terre. L’ingiunzione è rimasta in vigore per 22 anni.

Questi lunghi periodi di tempo consentono di organizzarsi politicamente, l’attivazione di pressioni diplomatiche e la garanzia di una significativa copertura mediatica –niente di tutto ciò sarebbe stato possibile se i progetti dello Stato fossero attuati rapidamente. Susiya e Khan al-Ahmar sono esempi perfetti di come il tempo possa rendere possibili l’organizzazione e una opposizione efficace, rendendo particolarmente difficile portare a termine le espulsioni forzate previste persino ora che tutti i ricorsi sono stati rigettati.

Un altro esempio di prodotto collaterale delle cause è l’informazione. Un’azione legale può mettere in luce molti dettagli riguardo a una politica o una prassi, che possono invece essere utili in una lotta sociale o politica. A volte in queste lotte le informazioni possono valere quanto l’oro.

Le azioni giudiziarie possono portare altri risultati: un procedimento legale può spesso incrementare la consapevolezza pubblica e attirare l’attenzione dei media sull’argomento sottoposto a controllo giudiziario; è un processo che dà vita a dibattiti concreti contro lo status quo e le azioni progettate dal governo, formulando nel contempo l’alternativa che dovrebbe sostituirle, contribuendo a far conoscere la lotta; obbliga lo Stato a prendere una posizione chiara che spieghi e difenda le sue azioni, e a darne conto. Sono tutti strumenti importanti in una lotta e che di rado sono ottenuti fuori dalle aule dei tribunali.

Fare ricorso o non fare ricorso

Di fronte a tutto ciò quelli che si oppongono alle azioni legali sono per lo più preoccupati dell’effetto di legittimazione di sentenze negative;, dell’inganno di una parvenza di processo equo e non di parte a favore dell’uso della forza coercitiva da parte del governo; l’impegno in queste cause di energie e risorse che potrebbero essere investite altrove. Questi sono i costi politici dei procedimenti giudiziari.

Quindi, cosa si conclude se si soppesano costi e benefici? Qual è il bilancio finale? Ricorrere o meno ai tribunali? Forse il prezzo maggiore sempre citato in questo contesto è che i procedimenti giudiziari possono portare a sentenze che legittimano i crimini. Ciò evidenzia un paradosso: più il tribunale è progressista – cioè, più è disponibile ad opporsi alle autorità e interviene a favore delle vittime delle violazioni dei diritti umani – maggiore è il costo in termini della legittimazione nel caso in cui caso si perda.

D’altro canto, più il sistema giudiziario è sottomesso, più sentenzia regolarmente a favore delle autorità e adotta la loro posizione, più si riduce il prezzo in termini di legittimazione.

Questa è una conclusione importante: il pericolo di legittimare le politiche (e il regime) è particolarmente alto nei sistemi giudiziari in cui è alta la possibilità di garantirsi delle vittorie significative. Non mi pare che questa sia la situazione in Israele. Anche se la Corte è stata tenuta tradizionalmente in grande considerazione, quell’epoca è passata sia in Israele che all’estero, sicuramente in quei contesti sociali che costituiscono il bacino di potenziali reclute e sostenitori nella lotta per porre fine all’occupazione.

Riguardo al molto tempo e alle molte energie che le cause richiedono, è chiaro che, se ci fossero mezzi alternativi di resistenza che potrebbero portare a risultati e soluzioni positive migliori dei tribunali israeliani sarebbe giusto spostare risorse su quei mezzi. Mi pare che in molti casi non ci siano alternative più efficaci ai procedimenti giudiziari.

Dall’altra parte ci sono esseri umani che sono vittime delle azioni che queste istanze cercano di impedire. Dal loro punto di vista c’è poco da perdere nel ricorrere ai tribunali. Se un’istanza fallisce, quello che succede sarebbe successo comunque, solo molto prima. In questo modo c’è almeno la speranza di garantirsi il tempo necessario per organizzare una lotta, per sfruttare l’attenzione data ai procedimenti giudiziari e per utilizzare le informazioni – parte delle quali possono essere importanti – che i processi mettono in luce.

E a volte, solo a volte, i ricorrenti ottengono una vera e propria vittoria, parziale o – in rare occasioni – totale, che impedisce un’ingiustizia: annullando la proibizione di viaggiare all’estero; limitando il furto di terre; garantendo l’accesso a terreni agricoli; cancellando la “legge sulle regolarizzazioni” [degli avamposti israeliani illegali, ndt.]; cacciando coloni da terre di proprietari privati palestinesi, come nel caso degli avamposti di Amona e di Migron.

La lealtà ai diritti umani ci autorizza a sacrificare la possibilità per una persona di evitare l’espulsione, la perdita di reddito o lo smantellamento di una comunità sull’altare di un calcolo dell’eventuali scotto di legittimare un regime repressivo?

Dopo tutte le considerazioni e valutazioni, in definitiva non sta agli avvocati o alle Ong decidere. La decisione spetta ai palestinesi. Sono loro che devono scegliere se ricorrere ai tribunali dell’occupante o boicottarli. Nel frattempo ogni anno migliaia di palestinesi optano per correre il rischio. Che sia per mancanza di alternative o per le sofferenze, questa è la scelta che stanno facendo.

Michael Sfard è avvocato specializzato in leggi sui diritti umani e umanitarie internazionali ed autore di “The Wall and The Gate: Israel, Palestine and the Legal Battle for Human Rights [Il muro e la porta: Israele, Palestina e la battaglia giuridica per i diritti umani].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché una portavoce israeliana per la lotta all’antisemitismo diffonde la documentazione delle indagini contro un bambino palestinese?

Oren Ziv

26 aprile 2022 – +972 Magazine

La celebre attivista israeliana Noa Tishby ha diffuso foto inedite di un’indagine dell’esercito per giustificare l’arresto di un palestinese di 14 anni.

Le autorità responsabili della sicurezza israeliane stanno consegnando il materiale investigativo alle personalità di spicco online della hasbara [parola ebraica che indica la propaganda a favore dello Stato di Israele attraverso la diffusione di informazioni positive, ndtr.] per guadagnare consensi sui social media? Sembra proprio di sì.

Venerdì scorso l’attrice israeliana Noa Tishby, che questo mese è stata nominata prima portavoce speciale di Israele per la lotta all’antisemitismo e alla delegittimazione di Israele, ha pubblicato un video sulla sua pagina personale di Instagram in risposta a un post della top model palestinese-americana Bella Hadid. Hadid aveva condiviso una testimonianza su Athal al-Azzeh, un ragazzo palestinese di 14 anni arrestato due settimane fa dall’esercito israeliano con l’accusa di aver lanciato pietre, un’accusa che Athal ha categoricamente negato.

Nel suo video di risposta Tishby mostra due foto di un palestinese mascherato che fa rotolare un pneumatico, che sembra facciano parte del fascicolo investigativo dell’esercito israeliano su Athal – dato confermato da sua madre, Jinan, che afferma che le foto le sono state mostrate nel corso di un interrogatorio da agenti israeliani diversi giorni prima del post di Tishby. Il fascicolo dell’indagine, che non è pubblico, è stato molto probabilmente consegnato a Tishby dalle autorità.

Athal è stato arrestato il 15 aprile vicino al Checkpoint 300 a Betlemme, nella Cisgiordania occupata, mentre si dirigeva verso la casa di sua nonna nel campo profughi di Aida, vicino al muro di separazione. Sul luogo non erano in corso proteste ma nelle vicinanze, mentre lui passava, alcuni adolescenti stavano lanciando delle pietre contro la barriera di separazione.

Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”, ha detto a +972 il padre di Athal, Ahmad, che svolge la professione di avvocato. Ahmad fa presente che sono passate poche ore prima che la famiglia ricevesse finalmente la notizia dal distretto palestinese dell’Ufficio di Coordinamento e Collegamento (DCO) [Uffici di coordinamento militare israelo-palestinese istituiti nell’ambito dell’accordo Gaza-Gerico del 1994 tra Israele e l’Autorità palestinese, ndtr.] che il loro figlio era stato arrestato, dopodiché hanno ricevuto una telefonata da un investigatore militare israeliano.

“Eravamo felici che fosse vivo, che almeno non l’avessero ucciso, soprattutto in un momento in cui sentiamo costantemente parlare di uso di armi da fuoco contro adolescenti”, dice Ahmad.

L’arresto di Athal ha attirato l’attenzione internazionale dopo che Bella Hadid ha condiviso un commento sul caso da parte dell’attivista israeliano di sinistra Yahav Erez, che ha ricevuto oltre 16.000 ‘mi piace’. Il post di Erez, che mostrava una foto di al-Azzeh mentre suonava il violino e cercava di convincere le autorità israeliane a rilasciarlo, riportava che Athal era “tenuto in ostaggio dall’apartheid israeliana”.

In risposta al post di Erez, Tishby sostenitrice di Israele di vecchia data, la cui nuova posizione di portavoce ricade sotto la competenza del ministero degli Esteri ha sostenuto su Instagram che Hadid stesse “propagandando antisemitismo”.

“Non è vero”, ha detto Tishby ai suoi follower. Non è stato rapito né è tenuto in ostaggio. È stato processato il 16 [aprile], ha visto un giudice due volte e ne è previsto il rilascio il 24. Athal è stato arrestato per aver lanciato sassi e bruciato pneumatici, cosa per cui sarebbe stato arrestato negli Stati Uniti o in qualsiasi altro Paese del mondo rispettoso della legge”.

Nel condividere il post, continua Tishby, Hadid sta “diffondendo odio e disinformazione, che demonizza lo stato ebraico e fa divampare – sì, Bella – divampare l’antisemitismo”, aggiungendo che Athal dovrebbe “concentrarsi maggiormente sul suo violino piuttosto che sulla violenza contro gli ebrei.

Il video di Tishby includeva foto di palestinesi mascherati che sembrano essere state scattate dalle telecamere di sicurezza israeliane posizionate lungo la barriera di separazione, presumibilmente durante gli scontri con le forze israeliane. Jinan, la madre di Athal, ha detto che mercoledì scorso, diversi giorni prima che Tishby pubblicasse il suo video, dopo essere stata condotta alla stazione di polizia di Atarot, gli agenti israeliani che la interrogavano le hanno mostrato, tra l’altro, le due foto viste nel pezzo postato da Tishby.

“Ho visto le foto che sono apparse su Instagram”, ricorda. Sono esattamente le stesse foto [che mi hanno mostrato]. Mi hanno mostrato le due immagini e volevano che dicessi che era mio figlio, ma ho detto loro che non lo era. Mi hanno chiamata bugiarda”.

Dal momento del suo arresto Athal ha affrontato quattro udienze presso il tribunale militare di Ofer, una delle quali si è svolta martedì scorso. È stato accusato di lancio di pietre e di aver dato fuoco a pneumatici. “Mio figlio non ha fatto nulla e ha negato tutte le accuse contro di lui”, afferma Jinan. “Nel corso delle indagini hanno continuato a fare pressioni su di lui con l’uso di tattiche psicologiche per costringerlo a confessare”.

Ahmad ha detto che quando ha incontrato suo figlio a Ofer Athal gli ha riferito che gli agenti che conducevano l’interrogatorio lo hanno minacciato di tenerlo in prigione “per sempre”, ma Athal si è rifiutato di ammettere le accuse. “Ciò li disturba”, ha aggiunto Ahmad. Io stesso sono un avvocato e molto spesso in casa abbiamo parlato della legge. Lui lo sa”. Athal ha anche detto ai suoi genitori che se si fosse rifiutato di confessare, anche loro sarebbero stati sottoposti ad interrogatorio. Le autorità hanno mantenuto la loro promessa e la scorsa settimana hanno convocato Jinan.

Violazione del diritto ad un procedimento equo

Non sorprende che, nonostante le affermazioni di Tishby, Athal non sia stato rilasciato il 24 aprile, ma al contrario sia stato portato per un’udienza a Ofer, dove la sua custodia cautelare è stata prolungata.

Ho visto il post [di Tishby]. Speravo che riportasse la verità e che sarebbe stato rilasciato, ma sfortunatamente non è stato così”, dice Ahmad. Non ho alcuna speranza, ma chissà. Voglio continuare a credere che Dio lo aiuti e che il giudice ordini il rilascio di [Athal]”.

Lo stesso Ahmad ha pubblicato due commenti sul video di Tishby su Instagram prima e dopo l’indicazione da parte sua della data di rilascio. Tra le altre osservazioni ha scritto (riformulato per maggiore chiarezza): Ti permetti di essere poco professionale e di parlare a nome dell’intelligence israeliana. Stai diffondendo bugie su un ragazzo innocente di 14 anni”. Trascorso il 24 aprile, ha pubblicato un’ulteriore risposta: “Athal è stato torturato dal tuo esercito e la madre di Athal è stata sottoposta a un inferno di interrogatori che volevano costringerla a condannare suo figlio – hai qualche risposta in merito? Mentre ti godi l’abbronzatura sulla spiaggia noi palestinesi veniamo torturati dal tuo governo”.

In un’udienza tenutasi martedì presso il tribunale militare di Ofer il giudice Noam Breiman ha ordinato il rilascio di Athal su una cauzione di 4.000 NIS [nuovi shekel israeliani, 1147 euro, ndtr.], nonché una cauzione sulla responsabilità di terzi di 5.000 NIS [1433 euro, ndtr.]. I procedimenti legali continueranno e Athal rischia di essere giudicato alla fine di maggio.

Il giudice ha stabilito che il lancio di pietre avvenuto durante il passaggio di Athal non era diretto ai soldati israeliani ma piuttosto a una torre di guardia e che a causa della sua taglia fisica è dubbio che le pietre possano aver causato danni significativi.

L’arresto di minori palestinesi, compresi adolescenti, è una pratica israeliana comune nella Cisgiordania occupata. Secondo Addameer, un’organizzazione impegnata a favore dei diritti dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e palestinesi, Israele detiene attualmente in prigione 160 minori palestinesi.

Proprio questa settimana Haaretz ha riferito che, secondo i dati dell’esercito, tra il 2018 e l’aprile 2021, il 96% dei processi nei tribunali militari israeliani si è concluso con una condanna e il 99,6% di tali condanne è stato ottenuto tramite un patteggiamento. Questa tendenza dominante è evidente nel caso di Athal, poiché l’esercito e il sistema giudiziario militare cercano chiaramente di fare pressioni su di lui affinché confessi le accuse durante gli interrogatori, aprendo la strada a un patteggiamento.

Riham Nassra, un avvocato che rappresenta i detenuti palestinesi nei tribunali militari, ha affermato che la pubblicazione di materiale investigativo prima che venga emessa un’accusa, come ha fatto Tishby, è illegale e indica che il materiale è effettivamente trapelato. “Anche se quei materiali sono stati in qualche modo presentati all’udienza del tribunale, era illegale che venissero diffusi: ciò viola il diritto a un processo equo, soprattutto quando si tratta di un minore la cui udienza si tiene a porte chiuse e può anche interrompere o danneggiare l’indagine”.

Il ministero degli esteri israeliano, che sovrintende al ruolo di Tishby come portavoce speciale per la lotta all’antisemitismo, ha dichiarato: “Il video di Noa Tishby è stato pubblicato in risposta a un video ingannevole pubblicato sui social media con informazioni deliberatamente false sull’arresto di un giovane palestinese, al fine di offuscare l’immagine di Israele e delegittimare le sue azioni. In coordinamento con vari organismi abbiamo condotto un esame dei fatti che hanno costituito la base per la risposta di Noa Tishby. Le foto pubblicate non rivelano il volto del detenuto e quindi non vi è alcun impedimento alla loro pubblicazione. In particolare, il ministero degli Esteri non ha negato esplicitamente di aver consegnato i materiali per la pubblicazione da parte di Tishby.

Il portavoce dell’IDF [esercito israeliano, ndtr.] deve ancora rispondere alla nostra richiesta di commento.

Oren Ziv è un fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [organizzazione internazionale di fotografi e fotoreporter che utilizzano l’immagine fotografica come strumento contro ogni forma di oppressione, razzismo e discriminazione, in particolare nel territorio palestinese, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mansour Abbas non intende far cadere il governo israeliano, per il suo stesso bene

Sama Salaime

19 aprile 2022 – +972 magazine

Il leader di Ra’am ha congelato l’adesione del suo partito al governo in seguito alla violenta repressione ad Al-Aqsa. Ecco perché andarsene non è un’opzione.

La decisione dello scorso fine settimana del partito Ra’am [Lista Araba Unita, ndtr.] di congelare temporaneamente, ma non cancellare, la sua adesione al governo israeliano a seguito delle rinnovate violenze nel complesso di Al-Aqsa [la moschea al-Aqā fa parte del complesso di edifici religiosi di Gerusalemme noto sia come Monte Majid o al-aram al-Sharīf da parte dei musulmani, Har ha-Bayit dagli ebrei, ndtr.] è tanto singolare quanto necessaria. Non c’è nessun politico palestinese in Israele che vorrebbe trovarsi in questo momento nei panni di Abbas. Il suo partito è stato in grado di resistere per 10 mesi come membro di una coalizione debole e in bilico, e ha subito attacchi feroci sia dall’opposizione che dalle fazioni più a destra del governo, in primo luogo dalla ministra dell’Interno Ayelet Shaked [del partito di estrema destra Yamina, lo stesso del primo ministro Bennett, ndtr.].

Di volta in volta la Lista Araba Unita ha resistito, nonostante le critiche mossele, tra l’altro, durante la vicenda riguardante la legge sulla cittadinanza [il 10 marzo la Knesset ha ripristinato una legge che vieta ai palestinesi sposati con cittadini israelo-palestinesi di ottenere la cittadinanza israeliana e di riunire le loro famiglie in territorio israeliano, ndtr.], i tentativi di approvare un bilancio nazionale nonché le demolizioni di case, gli attacchi ai beduini nel Naqab/Negev, la sua posizione sui diritti LGBTQ. Ha perso il deputato Said al-Harumi, uno dei suoi parlamentari più popolari, morto per un attacco cardiaco, così come la fiducia dei suoi elettori dopo che non è stata in grado di affrontare efficacemente i crimini violenti che continuano ad affliggere la società palestinese in Israele.

Nonostante tutte queste crisi, Ra’am è stata in grado di resistere e di promettere ai suoi elettori – e alla comunità araba in generale – che tutto sarebbe andato bene. Ma poi è arrivato il Ramadan.

È difficile sostenere che i vertici del Movimento islamico siano rimasti sorpresi dalla tempistica del mese santo, durante il quale Israele avrebbe dovuto esibire agli occhi dei palestinesi e del resto del mondo gesti senza precedenti a favore dei fedeli musulmani del Paese, inclusi più permessi per lavoratori da Gaza in Israele e l’allentamento del controllo dei movimenti per coloro che desiderano viaggiare dalla Cisgiordania a Gerusalemme occupate.

Abbas e soci non potevano prevedere i quattro attacchi omicidi contro cittadini israeliani che hanno avuto luogo lo scorso mese. La Lista Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani laici, all’opposizione, ndtr.] ha condannato duramente le uccisioni. Mentre l’ondata di attacchi si è placata, almeno per ora, le operazioni militari israeliane nelle città della Cisgiordania sono diventate di giorno in giorno più letali. Tredici palestinesi sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, tra cui un ragazzo di 17 anni e una vedova di 47 anni madre di sei figli.

Ra’am ha fatto parte di un governo che ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi, e il suo imbarazzo è cresciuto sempre più davanti a ogni immagine di minorenni arrestati o di shaheed [“testimone” in arabo, spesso tradotta con il termine “martire”, ndtr.] sepolti a Hebron o a Betlemme. Ma durante questo Ramadan tutti gli occhi sono puntati [su quello che accade, ndtr.] alla moschea di Al-Aqsa, dalle percosse subite da giovani palestinesi e giornalisti da parte degli agenti presso la Porta di Damasco agli attacchi sfrontati e quotidiani presso il complesso di Al-Aqsa durante il fine settimana.

Impossibile nascondere alla vista queste immagini: donne picchiate da agenti di polizia armati di manganelli, anziani spinti e feriti dalle forze di sicurezza, soldati armati fino ai denti che fanno irruzione nella moschea e sparano gas lacrimogeni, attaccano tutto ciò che si muove e arrestano centinaia di persone. Come potrebbe lo stesso movimento che fa l’elemosina ai poveri di Gerusalemme e organizza campi estivi gratuiti per bambini nella moschea fornire il suo sostegno a un governo che un giorno dà ordine di irrompere nella moschea con il pugno di ferro e il giorno dopo di fornire protezione a decine di coloni e attivisti di estrema destra saliti a pregare sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif?

Nel frattempo i social media sono pieni di video satirici su Abbas che vende Al-Aqsa ai coloni. Per molti Abbas e Ra’am avranno le mani sporche del sangue di ogni palestinese che morirà a Gerusalemme.

La critica interna al movimento islamico, che ha proclamato Al-Aqsa una “linea rossa” che Israele non può oltrepassare, non ha fatto che crescere nell’ultimo mese, mettendo Ra’am in un angolo. Non può più rimanere in silenzio quando il presidente della Lista Unita Ayman Odeh, un socialista laico dichiarato, si piazza sui gradini della Porta di Damasco per difendere la santità di Gerusalemme, il presidente di Balad [partito israeliano che si oppone all’idea di uno Stato unicamente ebraico e sostiene la natura bi-nazionale di Israele, ndtr.] Sami Abu Shehadeh corre di studio in studio per spiegare le conseguenze dell’occupazione sui palestinesi, e come tutti questi vari episodi di violenza siano il risultato di questa occupazione, e il presidente di Ta’al [“Movimento arabo per il rinnovamento”, uno dei componenti della Lista Unita, ndtr.] Ahmad Tibi in diretta dal Russian Compound [quartiere di Gerusalemme in cui sorge la Cattedrale russo-ortodossa della Santissima Trinità, ndtr.] annuncia che starà al fianco dei detenuti palestinesi fino alla fine. Alla luce di tutto ciò, cosa restava da fare ad Abbas e al suo partito?

False promesse e sogni irrealizzabili

D’altra parte è chiaro che Abbas non vuole essere l’unico responsabile della caduta del primo governo israeliano che ha accolto cittadini palestinesi nelle sue fila, e non è certo interessato a essere accusato — sia dagli ebrei israeliani che dai palestinesi — del ritorno al potere di Netanyahu.

È proprio per questo che congelare l’adesione del suo partito è il trucco funambolico di cui andava alla ricerca: è un’esibizione di protesta contro un governo che sostiene, priva di qualsiasi minaccia reale di farlo cadere.

Non è ancora chiaro quanto questo patetico tentativo di protesta sia stato coordinato con il primo ministro Naftali Bennett – che ha consentito alla polizia di scatenarsi ad Al-Aqsa – e con colui che dovrebbe succedergli [in base ad un accordo tra i partiti della coalizione di governo, ndtr.], Yair Lapid.

Dal canto loro Bennett e Lapid sanno che devono aiutare il loro partner assediato, almeno fino a dopo il Ramadan. È probabile che nei prossimi giorni vedremo una serie di gesti umanitari rivolti ai palestinesi – in particolare in vista dell’Eid al-Fitr, che segna la fine della ricorrenza – che consentirà loro non solo di pregare a Gerusalemme, ma anche di bagnarsi i piedi nel Mediterraneo. La presenza della polizia nella Città Vecchia probabilmente diminuirà in modo significativo e le ultime preghiere del mese potrebbero trascorrere senza nuove aggressioni verso i palestinesi.

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: questo governo non cadrà a causa dei suoi parlamentari arabi. L’esperienza recente ci insegna che i membri del partito di Bennett rappresentano la più grande minaccia all’esistenza della coalizione. Non sarà Ra’am a rovesciarlo, non perché sia soddisfatta del governo, ma perché il futuro del partito dipende da ciò che l’elettore arabo avrà deciso, alla fine, in merito alla bontà della decisione di entrare nel governo Bennett-Lapid. La scommessa fatta da Abbas deve dare i suoi frutti il ​​prima possibile, finché è ancora al governo, altrimenti il ​​suo partito non avrà diritto di esistere.

Sarà accusato, ancora una volta, di aver smantellato la Lista Unita [di cui faceva parte prima delle ultime elezioni, ndtr.] in nome di false promesse e sogni irrealizzabili. Sarà un suicidio politico e la prova determinante che il nuovo e pragmatico corso del movimento islamico è destinato a fallire, e che Mansour Abbas non è ancora pronto ad ammetterlo.

Samah Salaime è un’attivista e giornalista femminista palestinese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele accusa dei giornalisti palestinesi di istigazione alla violenza per aver svolto il loro lavoro

Yuval Abraham

5 aprile 2022 – +972 magazine

Dei giornalisti palestinesi sono stati interrogati e imprigionati da Israele per aver documentato proteste, funerali e altri eventi politici, inducendo molti di loro all’autocensura.

Questo articolo è stato pubblicato in collaborazione con Local Call e The Intercept.

Durante la violenta escalation della primavera del 2021 in Israele-Palestina Hazem Nasser ha fatto ciò che gli era stato richiesto: ha iniziato a riprendere. A quel tempo Nasser lavorava come giornalista per la rete televisiva palestinese Falastin Al-Ghad [Palestina Domani, ndtr.], in cui i filmati di Nasser documentavano le crescenti tensioni tra le marce nazionaliste ebraiche, le manifestazioni palestinesi e la brutalità della polizia israeliana a Gerusalemme.

Il 10 maggio Nasser ha deciso di riprendere uno scontro tra manifestanti palestinesi e l’esercito israeliano nella Cisgiordania settentrionale occupata. La giornata è rimasta impressa nella memoria di Nasser, non per lo scontro in sé, né per gli attacchi militari iniziati più tardi quella sera tra Hamas e Israele, ma per quello che gli è successo in seguito.

Nasser stava tornando a casa quando è stato fermato dai soldati israeliani al checkpoint di Huwara [a sud di Nablus, ndtr.] e portato via per essere interrogato. Nasser ha languito in carcere per più di un mese mentre lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, lo interrogava ripetutamente.

“Tutte le domande riguardavano il mio lavoro di giornalista“, ha riferito Nasser. Mettevano sul tavolo le immagini delle mie riprese video, tra cui il funerale di un palestinese, la gente che si radunava per una protesta, una piazza che inneggiava a uno shaheed (martire), una manifestazione con le bandiere di Hamas. Chi mi interrogava mi diceva che non potevo fotografare quelle cose, perché costituivano delle istigazioni alla violenza. Gli rispondevo che sono un giornalista e questo è il mio lavoro: mostrare immagini di cose che accadono e che le testate israeliane fanno la stessa cosa. Lui mi urlava di tacere“.

A metà giugno Nasser, che ha 31 anni e viene dal villaggio di Shweikeh nella Cisgiordania occupata, è comparso davanti a un tribunale ed è stato accusato di istigazione alla violenza. Invece di concentrarsi sul suo lavoro giornalistico, come era stato fatto durante gli interrogatori, l’accusa ha elencato quattro vecchi post su Facebook che egli aveva scritto tra il 2018 e il 2020, periodo in cui ha pubblicato più di 1.000 post. Il capo d’imputazione affermava, tra l’altro, che egli aveva lodato l’assassinio nel 2001 di Rehavam Ze’evi [ex-generale e fondatore del partito di estrema destra Modelet, ndtr.], un ministro del turismo israeliano, e chiamato un “eroe” un militante palestinese accusato di aver ucciso due israeliani.

Una possibile ragione per cui il lavoro di Nasser non compariva nell’atto d’accusa – nonostante fosse stato al centro degli interrogatori – è che neppure nei tribunali militari dell’occupazione israeliana tra i criteri riguardanti l’istigazione vengono inclusi il giornalismo o la semplice documentazione degli eventi. Indipendentemente da ciò, Nasser crede che lo scopo degli interrogatori e delle accuse fossero gli stessi: dissuaderlo dal documentare gli abusi di Israele contro i palestinesi. Non è per niente lunico caso tra i giornalisti palestinesi.

Non fanno distinzione tra giornalista e chi ha un ruolo attivo

Dall’inizio del 2020 in Cisgiordania Israele ha imprigionato almeno 26 giornalisti palestinesi. Nella maggior parte dei casi essi sono stati posti in detenzione amministrativa – un metodo comune utilizzato da Israele per trattenere i palestinesi senza formalizzare le accuse – per un periodo compreso tra sei settimane e un anno e mezzo. Nove di questi giornalisti sono stati incriminati, quasi sempre per istigazione, e hanno trascorso in media circa otto mesi in stato di detenzione.

Secondo Saleh al-Masri, a capo del Journalist Support Committee in Palestine [Comitato di sostegno per i giornalisti in Palestina, ONG che protegge e promuove la libertà di espressione e i diritti dei giornalisti in Palestina, ndtr.], a marzo 2022 nelle carceri israeliane c’erano 10 giornalisti palestinesi con accuse riguardanti la pubblicazione di materiale online – sia come privati ​​​​che attraverso il loro lavoro professionale – considerata “istigazione”. Tre dei giornalisti incarcerati si trovano in detenzione amministrativa, tre sono stati incriminati e quattro sono detenuti e sottoposti ad interrogatori nell’ambito delle indagini (altri sette giornalisti sono stati incarcerati con l’accusa di aver preso parte ad attività violente non aventi nulla a che fare con il lavoro giornalistico) .

Utilizzando interviste, resoconti dei media e documenti legali, +972, Local Call [riviste on line, la seconda in lingua ebraica, fondate e prodotte da un unico gruppo editoriale, impegnate su tematiche di giustizia sociale, diritti e libertà di informazione, ndtr.] e The Intercept [rivista internazionale on line, con sede negli USA, impegnata, tra l’altro, sul tema degli abusi della giustizia e delle violazioni delle libertà civili, ndtr.] hanno esaminato i procedimenti giudiziari contro molti dei giornalisti trattenuti dalle forze di sicurezza israeliane in relazione alla loro pubblicazione di materiale. Nelle interviste con noi, così come con altri media, sette dei giornalisti hanno affermato che durante i loro interrogatori agenti della sicurezza israeliani hanno mostrato loro dei video di notizie che avevano girato, spesso riguardanti scontri tra palestinesi e forze israeliane, cortei politici o funerali. Gli inquirenti hanno detto ai giornalisti che le immagini costituivano “istigazione” e hanno ordinato loro di smettere di documentare quegli eventi.

In alcuni casi i giornalisti sono stati successivamente incriminati con accuse estranee alla loro attività professionale; in altri non è stata presentata alcuna accusa e il giornalista è stato incarcerato senza processo e infine liberato (lo Shin Bet non ha risposto a una richiesta di commento).

“Gli arresti di solito avvengono mentre i giornalisti sono sul campo”, ha affermato Shireen Al-Khatib, l’incaricata del monitoraggio e della documentazione del Palestine Center for Development and Media Freedoms (MADA) [Centro palestinese per lo sviluppo e la libertà dei media, ndtr.], che promuove e difende la libertà di espressione e dei media nei territori occupati.

“Durante l’interrogatorio”, continua, “al giornalista viene detto che le notizie che pubblica su Facebook sono considerate istigazione – e che, sebbene stia solo riportando delle notizie, il fatto che siano rese pubbliche equivale a istigazione. Spesso il giornalista viene accusato di aver partecipato a un evento politico come fotografo o giornalista. Ma [le autorità israeliane] non fanno distinzione tra un giornalista che è sul campo come parte del suo lavoro e un partecipante attivo”.

Al-Khatib, che ha intervistato decine di giornalisti palestinesi interrogati dallo Shin Bet, afferma che il risultato di questo trattamento è che i giornalisti palestinesi vivono in un costante stato di paura che spesso porta all’autocensura.

“Come se il problema fosse la videocamera, non la realtà

Altri giornalisti palestinesi hanno offerto resoconti che coincidono con l’esperienza di Nasser. Sameh Titi, un giornalista di 27 anni del campo profughi di al-Arroub in Cisgiordania, documenta quanto succede nella sua zona per Al Mayadeen, un canale di notizie arabo con sede in Libano che si dice sia allineato con il gruppo armato Hezbollah. Nel dicembre 2019 è stato arrestato dalle forze di sicurezza israeliane.

Titi riferisce che chi lo sottoponeva all’interrogatorio ha aperto il suo profilo Facebook per poi mostrargli le immagini del suo stesso lavoro. “Mi ha mostrato un servizio sulla chiusura dell’ingresso del campo di al-Arroub da parte dell’esercito”, dice Titi. “Chi mi interrogava mi ha detto: ‘Non ti è permesso di riprendere postazioni militari'”. L’inquirente ha anche sollevato il fatto della presenza di Titi a eventi legati al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP), un gruppo politico di sinistra che Israele considera un’organizzazione terroristica.

Come Titi e altri, Tareq Abu Zeid, un cine-operatore di Jenin, è stato arrestato nell’ottobre 2020 e interrogato dallo Shin Bet nella sua struttura di Petah Tikva. Chi lo interrogava, ha riferito Abu Zeid, gli ha detto che egli era stato arrestato perché le sue riprese diffondevano scontento sociale tra i palestinesi.

“L’intera indagine aveva a che fare con la documentazione da parte di un giornalista, come se il problema fosse la videocamera in sé, non la realtà che documenta”, ha affermato Abu Zeid in un’intervista per Al Jazeera. In tre settimane di interrogatori, gli investigatori hanno sollevato accuse sul lavoro di Abu Zeid con Al-Aqsa TV, una stazione associata al gruppo islamista palestinese Hamas, che Israele considera un’organizzazione terroristica. Al-Aqsa TV è stata bandita da Israele nel 2019.

Fadi Qawasmeh, un avvocato che rappresenta Abu Zeid, ha sostenuto in tribunale che le accuse contro il suo cliente equivalevano a un’applicazione selettiva, dal momento che nessuna azione legale era stata intrapresa contro nessun altro dipendente di Al-Aqsa TV, e l’esercito israeliano sapeva da anni che Abu Zeid lavorava per quella emittente, molto prima che fosse dichiarata illegale. Abu Zeid era già in prigione da quasi 10 mesi quando, nel giugno 2021, la procura militare gli ha offerto un patteggiamento pari al tempo di carcerazione già scontato e una multa di circa 2.300 euro. Abu Zeid ha accettato ed è stato rilasciato dalla prigione il mese successivo.

Lo scopo era di impedire il mio lavoro di giornalista – e ha funzionato”

Titi, il giornalista di Al Mayadeen, è stato infine accusato di tre reati, alcuni dei quali legati al suo lavoro giornalistico e altri no.

L’accusa contro di lui citava la sua “presenza a una riunione illegale” per aver partecipato a diversi funerali di giovani palestinesi uccisi. Nel 2019 Titi aveva seguito il funerale di Omar al-Badawi, un presunto membro del FPLP ucciso dall’esercito israeliano (secondo un’indagine interna dell’esercito, al-Badawi non rappresentava alcun pericolo per i soldati ed essi non avrebbero dovuto aprire il fuoco.)

L’accusa sosteneva che il funerale sarebbe stato organizzato dal FPLP e quindi Titi avrebbe infranto la legge trovandosi sul luogo. L’accusa non menzionava il fatto che Titi stesse seguendo il funerale come giornalista, che giornalisti israeliani e internazionali si occupiano regolarmente di tali funerali e che quel giorno lui si trovasse insieme a centinaia di altri [colleghi, ndtr.].

Oltre al suo lavoro di documentazione dei funerali, l’accusa gli ha addebitato il fatto che nel 2016, nel suo campus universitario presso l’Università di Hebron, Titi avesse partecipato ad attività organizzate da un gruppo studentesco affiliato ad Hamas.

L’accusa sosteneva anche che due post di Titi su Facebook costituissero istigazione. In uno del 2018 Titi aveva condiviso una foto di palestinesi che erano stati uccisi dall’esercito – l’accusa descriveva i morti come “terroristi” – scrivendo: “Guardati dalla morte naturale, non morire se non a causa di proiettili”. In un post del 2017 Titi aveva menzionato la partecipazione a un concorso letterario per il gruppo studentesco legato ad Hamas. Titi ha detto che durante i suoi interrogatori i post sui social media non gli erano stati affatto mostrati.

Nel 2020 Titi ha presentato appello; è stato imprigionato per sei mesi e multato per 5.000 shekel, circa 1.375 euro.

Ho smesso di occuparmi di persone uccise e/o funerali. Ho paura di riprendere scontri con l’esercito e non riprendo postazioni militari o soldati”, aggiunge. “Lo scopo è sempre stato quello di impedire il mio lavoro di giornalista – e ha funzionato”.

Documentare è istigare

Molte delle disavventure dei giornalisti finiscono in patteggiamenti con i pubblici ministeri militari israeliani. Nasser, il giornalista di Falastin Al-Ghad, ne ha accettato uno alla conclusione del processo, dopo che il giudice ha stabilito che i post di Nasser su Facebook raggiungono a malapena la “soglia minima” per [il reato di, ndtr.] istigazione. Nasser sarebbe stato condannato a tre mesi di reclusione, nell’attesa che gli venisse riconosciuto lo sconto per il periodo passato in carcere.

“Nasser ha scelto di confessare per essere rilasciato”, spiega Mazen Abu Aoun, il suo avvocato. I giudici stabiliscono quasi sempre che i giornalisti rimangano in custodia fino alla fine del procedimento. Li incarcerano per mesi, poi la procura militare offre loro un patteggiamento: confessi alcuni dei reati e la pena ammonterà al numero di giorni che hai già scontato. Dopodiché vieni rilasciato immediatamente. Così tutti accettano“.

Alla fine, tuttavia, il tempo scontato da Nasser non ha ridotto il suo periodo di detenzione. Sebbene abbia accettato il patteggiamento, una settimana prima della data di rilascio ha appreso che lo Shin Bet aveva emesso contro di lui un ordine di detenzione amministrativa che lo avrebbe tenuto dietro le sbarre.

Nasser ha languito in carcere senza un secondo processo – e neanche nuove accuse – per altri cinque mesi. “Non avevano nulla su cui incriminarmi”, ha detto. A maggio la Cisgiordania era in fiamme e come giornalista ho documentato tutto sul campo. Sono stato arrestato per impedirmi di documentare. L’atto stesso di documentare rappresenta ai loro occhi un’istigazione.

Da quando è stato rilasciato nel dicembre 2021, dopo otto mesi di prigione, Nasser non pubblica quasi nulla su Facebook. È preoccupato che altre accuse false possano allontanarlo di nuovo dalla sua famiglia, un’eventualità che non può accettare. “Sono sposato e ho un figlio”, ha spiegato Nasser. “Mi hanno arrestato quando lui aveva otto mesi e mi hanno rilasciato quando era già in grado di parlare”.

Yuval Abraham è un giornalista che lavora a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rifugiati dell’apartheid: perché Israele deve parlare del ritorno dei palestinesi

Yaara Benger Alaluf

17 marzo 2022 – +972 magazine

Il rapporto bomba di Amnesty e la crisi dei rifugiati ucraini sono un’opportunità perché gli israeliani ripensino il rifiuto al ritorno dei palestinesi nella loro patria.

In Israele il dibattito, se c’è stato, sul recente “rapporto sull’apartheid” è consistito nei soliti tre giudizi riguardo a ciò che esso significherebbe: qualcuno lo ha liquidato come un’accusa del sangue antisemita [secondo cui gli ebrei berrebbero sangue umano durante i loro riti, ndtr.]; alcuni lo hanno bollato come un’affermazione di ciò che è ovvio; altri ancora hanno riflettuto sull’eventualità che si tratti di una novità con concrete conseguenze giuridiche. Ciò che nel frattempo è mancato e continua a mancare è una discussione onesta sulle nostre responsabilità come ebrei israeliani, non solo riguardo al passato ma anche al futuro del nostro Paese.

Pubblicato all’inizio di febbraio, il rapporto di Amnesty International è sistematico e approfondito, ma non offre nuove informazioni significative e le sue raccomandazioni sono limitate. Le prove delle violazioni delle leggi internazionali da parte di Israele elencate nel rapporto risulteranno ben poco sorprendenti a qualunque israeliano abbia mai prestato attenzione alle notizie, per non parlare degli attivisti di sinistra. La sua importanza e rilevanza pratica risiede piuttosto nei suoi due meta-argomenti. Il primo è che la variante israeliana dell’apartheid non è limitata ai territori occupati o a una qualunque specifica componente della popolazione palestinese, ma è parte integrante della stessa frammentazione del territorio e della popolazione in unità con differenti status giuridici.

Il secondo meta-argomento è che la negazione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alle terre e case da cui furono espulsi nel 1948 è il meccanismo che sta al cuore di questo principio politico.

La decisione di fare riferimento ai rifugiati palestinesi in un rapporto sulle attuali responsabilità di Israele e sui passi necessari per un futuro di giustizia, uguaglianza e riconciliazione è senza precedenti, e irrompe negli angusti confini del dibattito politico tra gli ebrei israeliani. All’interno di questo discorso il diritto al ritorno è in genere affrontato in termini che hanno la loro origine nella macchina propagandistica israeliana: da “c’era una guerra e loro l’hanno persa” all’affermazione secondo cui il ritorno dei rifugiati palestinesi è sinonimo di fine dell’esistenza degli ebrei in Israele. Leggere il “rapporto sull’apartheid” offre l’opportunità di capire che è vero il contrario: è impedire il ritorno dei rifugiati che costituisce una continua minaccia esistenziale.

1948: mossa iniziale

Il rapporto afferma che la politica di apartheid di Israele è stata messa in atto esplicitamente e coerentemente fin dal primo giorno. Una delle sue principali argomentazioni è che prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948 erano state predisposte tutte le condizioni per una supremazia demografica ebraica e per massimizzare il controllo ebraico su terre e risorse naturali. I numeri precedenti alla guerra del 1948 chiariscono bene questo punto: fino a quell’anno i palestinesi rappresentavano il 70% degli abitanti del Paese, e possedevano circa il 90% della sua terra, mentre gli ebrei erano meno del 30% della popolazione e detenevano meno del 7% della terra. Due iniziative prese dal nuovo Stato gli consentirono di ribaltare completamente questa situazione: la decisione del 1948 di impedire ai rifugiati di tornare e la legge del 1950 sulle Proprietà degli Assenti [1].

Nel maggio 1948, mentre la guerra stava infuriando, venne creata una commissione speciale per esaminare il modo in cui trasformare la fuga dei palestinesi “in un fatto compiuto” [2]. La commissione raccomandò alla dirigenza israeliana di distruggere le località palestinesi, impedire la coltivazione della terra, insediare ebrei nei villaggi spopolati, approvare leggi per congelare la situazione di quel momento e investire nella propaganda [3]. Le raccomandazioni vennero religiosamente messe in pratica: già in un incontro del governo il 16 giugno venne annunciato che Israele non avrebbe consentito il ritorno di alcun rifugiato; unità militari furono inviate a far saltare in aria villaggi o incendiarli (601 villaggi vennero distrutti, in maggioranza nella prima metà del 1949); nuovi immigrati ebrei furono ospitati nelle case disabitate dei palestinesi (350 dei 370 nuovi insediamenti ebraici fondati nel 1948-53 vennero costruiti su terre dei rifugiati); i palestinesi che cercarono di tornare per recuperare alcuni dei loro beni, procurarsi del cibo o riunirsi con la famiglia rimasta indietro furono sommariamente fucilati [4].

Gli impedimenti al ritorno non terminarono con l’armistizio nel 1949. Continuano fino ad ora, in violazione delle leggi internazionali, senza nessuna giustificazione relativa alla sicurezza e spesso persino senza una giustificazione demografica [5]. Inoltre la legge sulle Proprietà degli Assenti autorizzò lo Stato a impossessarsi dei beni di chiunque fosse assente durante il primo censimento del Paese nel novembre 1948, che fosse o meno all’interno dei confini dello Stato. Ciò consentì a Israele di impossessarsi della maggior parte della terra coltivabile del Paese, di decine di migliaia di abitazioni ed edifici commerciali, di veicoli e macchinari agricoli e industriali, di conti bancari, di mobili e tappeti, di circa un milione di animali da allevamento, e via di seguito.

Benché la legge fosse pensata per essere provvisoria, e anche se al Custode delle Proprietà degli Assenti venne vietato di rivendere i beni espropriati, nel corso degli anni furono approvate leggi e norme aggiuntive per consentire a Israele di espropriare terreni palestinesi di proprietà di privati su entrambi i lati della Linea Verde [che separa Israele dalla Cisgiordania, ndtr.] e destinarli a uso militare, ai coloni ebrei o come parchi e strutture riservate, in quasi tutti i casi, a ai cittadini ebrei di Israele e a favorirne il benessere.

Rafforzare il controllo, annientare la resistenza

Da allora la supremazia spaziale e demografica della popolazione ebraica è stata rafforzata e mantenuta dividendo i palestinesi in status giuridici differenti: rifugiati in Paesi non arabi, in Paesi arabi, quelli rimasti all’interno dello Stato di Israele, compresi gli sfollati interni, gli abitanti di Gerusalemme est, gli abitanti dei villaggi beduini “non riconosciuti” nel Naqab/Negev e gli abitanti della Cisgiordania occupata e della Striscia di Gaza assediata. Come rileva Amnesty [6]:

L’esistenza stessa di questi regimi giuridici separati […] è uno dei principali strumenti attraverso i quali Israele frammenta i palestinesi e impone il suo sistema di oppressione e dominazione, e, come notato dalla Commissione Economica e Sociale dell’ONU per l’Asia Occidentale (ESCWA), ‘[…] per eliminare qualunque forma di dissenso contro il sistema che ha creato [7]’.”

Il rapporto enumera le forme di oppressione esercitate sotto ogni regime giuridico, come arresti di massa, torture, furto di terre, massacri, limitazioni negli spostamenti, negazione dell’accesso alle risorse, distruzione della vita familiare e via di seguito. Ciò è già stato fatto in precedenza. Ma la questione più importante è l’avvertimento del rapporto che l’opposizione alle caratteristiche specifiche dell’oppressione senza riferimento al fatto stesso della frammentazione in sé è funzionale al sistema di oppressione. Per esempio, concentrarsi unicamente sui crimini israeliani nei territori occupati nasconde le ulteriori violazioni delle leggi internazionali relative ai rifugiati, occultando nel contempo la discriminazione dei palestinesi che rimangono al di là della Linea Verde e a Gerusalemme est, o quanto meno li rappresenta erroneamente come parte del discorso sui diritti delle minoranze in una società liberale [8].

Gli autori del rapporto affermano che il contesto concettuale dell’apartheid consente una comprensione coerente della metalogica delle varie forme di oppressione: il tentativo di conservare un sistema di controllo, instaurando e conservando nel contempo l’egemonia ebraica. Questo è specificamente il senso di quanto i palestinesi hanno voluto definire “Nakba che continua”. Oltretutto apartheid è un termine radicato anche nelle leggi internazionali, e comporta quindi usualmente delle sanzioni. Il riferimento all’obiettivo del controllo, piuttosto che solo ai metodi, chiarisce anche che il problema non è, e non è mai stato, riducibile a un “gruppo di estremisti”. La responsabilità del problema risiede in tutte le istituzioni statali e parastatali, come l’Organizzazione Sionista Mondiale, in ogni governo dello Stato indipendentemente dall’affiliazione di partito, nel sistema giudiziario, nel Custode delle Proprietà degli Assenti, nel Fondo Nazionale Ebraico.

La chiave del problema

Impedire il ritorno dei rifugiati, dal 1948 al 1967 fino ai nostri giorni, è presentato nel rapporto come un meccanismo importantissimo della versione israeliana dell’apartheid. Il diritto al ritorno è citato più di 50 volte nel rapporto, e ne guida l’analisi giuridica, storica e spaziale. In termini giuridici una conseguenza della negazione del ritorno è che il controllo israeliano non è limitato ai confini israeliani, ma riguarda anche i palestinesi che sono stati sradicati nel corso degli anni, dato che la loro assenza è essenziale per conservare la maggioranza ebraica [9]. Non meno importante è l’implicazione che l’apartheid prevarrà necessariamente finché ai rifugiati verrà impedito di tornare [10].

Storicamente l’espulsione e l’impedimento al ritorno rappresentano la logica esplicita delle iniziative di Israele, persino dopo il 1948. Nell’immediato dopoguerra Israele impose un governo militare sull’85% dei palestinesi che restarono sul suo territorio, nonostante il loro status formale di cittadini. Per non meno di 18 anni Israele negò loro i diritti fondamentali, come quello di proprietà, di libertà di parola e di movimento, confiscando le loro terre e altre proprietà e stabilendo un intricato sistema di monitoraggio e supervisione che limitò la loro possibilità di organizzarsi politicamente e di plasmare il loro futuro. Il rapporto afferma, in base a documenti ufficiali, che il governo militare venne abolito nel 1966 solo dopo che ci fu la sicurezza sufficiente che i rifugiati non erano più in grado di tornare, soprattutto dopo che quasi tutti i villaggi palestinesi vennero distrutti e coperti da alberi [11].

Anche l’occupazione della Cisgiordania iniziò proprio l’anno dopo, la re-imposizione del governo militare sull’altro lato della Linea Verde non può essere compresa separatamente dalla politica israeliana di spopolamento. Nel corso della guerra del 1967 più di 350.000 palestinesi, metà dei quali rifugiati della guerra del 1948, furono cacciati [12]. Alcuni vennero obbligati ad andarsene in convogli diretti verso la Giordania, compresi migliaia provenienti dai villaggi di Imwas, Yalu e Beit Nuba [13]. Altri furono obbligati a fuggire in vario modo, con massicci bombardamenti e demolizioni, come nel campo profughi di Iqbat Jaber, a sud di Gerico, il più grande del Medio Oriente finché il 90% dei suoi abitanti fu deportato in Giordania [14]. Anche ai rifugiati del 1967 vennero negati i diritti garantiti dalle leggi internazionali.

Un’opportunità per la società ebraica

Sono tutti argomenti sostenuti dalla società palestinese per oltre settant’anni, ed è positivo che la comunità internazionale abbia iniziato a dare loro credito, sia in linea di principio che attraverso ricerche e diffusione di informazioni.

Ma cosa dire della società ebraica in Israele? Il rapporto di Amnesty International rappresenta un ulteriore opportunità perché questa società, o almeno quella parte che crede nei principi umanitari e nell’uguaglianza, riconosca la centralità della questione dei rifugiati palestinesi nella storia dell’esistenza sionista di Israele. Tuttavia farlo significherebbe dover abbandonare vari miti persistenti:

Fu una conseguenza non voluta.” Di fatto, fin dagli inizi, la colonizzazione sionista in Israele cercò di acquisire quanto più territorio possibile a unico vantaggio degli ebrei. Anche se non tutti i pensatori e dirigenti politici sionisti erano d’accordo con questa interpretazione del sionismo, questa era l’ideologia che venne effettivamente messa in atto. Ci sono prove che fino a 57 villaggi palestinesi vennero sradicati prima del 1948, così come spiegazioni che minano l’affermazione secondo cui la terra da cui vennero cacciati era stata comprata con mezzi legali.

Hanno cominciato loro”. Il 1948 non fu l’inizio ma il culmine di un processo di spopolamento sistematico. Anche la narrazione secondo cui la dirigenza sionista accettò il Piano di Partizione dell’ONU del 1947, migliaia di ebrei danzarono per le strade di Tel Aviv e gli arabi iniziarono la guerra è propaganda menzognera. Fonti storiche mostrano che la dirigenza sionista non aveva assolutamente alcuna intenzione di accontentarsi del territorio assegnato allo Stato ebraico in base a vari piani di partizione. Sia il primo ministro israeliano David Ben Gurion che altri dirigenti sionisti affermarono in termini inequivocabili che accettare il piano era una mossa diplomatica intesa ad accelerare il ritiro britannico e facilitare l’occupazione di quanto più territorio possibile [15].

Persino i rapporti di forza sul terreno non riflettevano una situazione in cui gli ebrei erano sulla difensiva contro un’offensiva araba, come cercò di dimostrare la narrazione dei “pochi contro molti” o “Davide contro Golia”. Alla fine del 1947 la comunità ebraica in Palestina aveva una forza militare organizzata di circa 40.000 miliziani per affrontare solo 10.000 combattenti palestinesi non addestrati e poco organizzati e volontari da Paesi arabi, la maggior parte dei quali senza esperienza militare. Persino nel maggio 1948, quando la guerra si estese includendo eserciti arabi, Israele aveva il doppio vantaggio di maggiori risorse e miglior armamento [16].

Cosa ci puoi fare? La guerra è una cosa terribile.” Anche solo per le sue dimensioni, la deportazione e la spoliazione dei palestinesi non può essere liquidata come una parte necessaria della lotta. In questa guerra circa 750.000 donne e uomini divennero rifugiati e i loro beni vennero espropriati. Circa metà di essi fu obbligata a fuggire o espulsa prima che gli eserciti arabi si unissero alla guerra [17]. Dal punto di vista giuridico anche la distinzione tra “fuga” e “deportazione” è falsa: i civili tendono a sfuggire alle guerre e ad altri disastri cercando un rifugio temporaneo con l’intenzione di tornare a casa dopo che le ostilità si sono placate, e il diritto internazionale riconosce loro questo diritto. In effetti ciò avvenne durante la guerra del 1948, insieme ad esempi documentati di sradicamento forzato [18]. In entrambi i casi impedire il ritorno è ingiustificabile e assolutamente non correlato alla questione della responsabilità per lo scoppio della guerra.

Le cose vanno così.” La condizione di rifugiati dei palestinesi è spesso associata ad altri casi storici di pulizia etnica che servono a giustificarla. Nessuna deportazione è mai giustificata e i crimini di altri non giustificheranno mai i propri. Anche gli ebrei vennero sradicati e deportati con grande crudeltà e questa è una delle ragioni per cui il mondo riconobbe il loro diritto a uno Stato sovrano. In molti casi (compresi gli attuali discendenti della Spagna medievale e della Germania nazista) gli eredi dei criminali hanno chiesto scusa dopo il fatto, pagato compensazioni, eretto monumenti, sviluppato programmi di studio e consentito a vittime di seconda e terza generazione di ottenere la cittadinanza e rivendicare proprietà. Nel contesto palestinese non è stato avviato nessuno di questi passi e oltretutto l’oppressione continua senza sosta.

Mettiamoci una pietra sopra.” La convinzione che le conseguenze della guerra del 1948 debbano essere separate da tutto quello che era avvenuto prima e avvenne dopo e che Israele può semplicemente “andare avanti” è basata sulla supremazia ebraico-sionista che non ha giustificazioni politiche, giuridiche né morali. Mentre dal 1948 la superiorità demografica ebraica è stata garantita, la politica israeliana di pulizia etnica non si è limitata al periodo bellico [19]. Secondo, un simile approccio cancella completamente i palestinesi: la catastrofe è tutt’altro che finita per i palestinesi, cui viene negato persino il diritto di visitare le rovine dei loro villaggi, alle famiglie separate non è possibile gioire e piangere insieme, a un abitante di Giaffa [in Israele, ndtr.] la cui sorella è assediata a Gaza o a un abitante di Hebron [in Cisigordania, ndtr.] è impedito di sposare la persona amata di Haifa [in Israele, ndtr.].

È giunto il momento di parlare del ritorno

Ciò che afferma il rapporto di Amnesty International, come hanno sempre fatto i palestinesi, è che ogni soluzione che conservi il sistema di diritti separati e non protegga le libertà di tutto il popolo palestinese – nella diaspora, in Israele, in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza – non fornirà una soluzione sostenibile alla continua ingiustizia. “Smantellare questo sistema crudele di apartheid è fondamentale per i milioni di palestinesi che continuano a vivere in Israele e nei territori occupati, così come il ritorno dei rifugiati palestinesi […] in modo che possano godere dei loro diritti umani liberi da discriminazioni” [20]. Lo smantellamento del regime di supremazia ebraica è essenziale anche per milioni di ebrei dentro e fuori Israele – non perché lo dica Amnesty, ma perché fare così porterà a un futuro migliore per tutti noi.

La storia dimostra che le società fondate su una ideologia suprematista ed esclusivista sono necessariamente razziste e militariste. In effetti questa è la direzione verso la quale sta andando la società israeliana. Riconoscere i diritti dei rifugiati, fondati sulle leggi internazionali, è un prerequisito per porre fine al regime di supremazia ebraica e quindi per la riconciliazione, la democrazia e l’uguaglianza. Tale riconoscimento consentirà di stabilire una politica migratoria equa che beneficerà la società, la cultura e l’economia e promuoverà anche la giustizia all’interno della società ebraica in Israele.

È vero, mettere in pratica il diritto al ritorno richiederà che gli ebrei rinuncino ai propri privilegi. Ma qual è il prezzo di conservare uno “Stato ebraico”? Finora, nonostante abbia giustificato la propria legittimazione attraverso le promesse di pluralismo e appelli ai diritti universali con il diritto all’autodeterminazione, questo Stato ha interpretato in modo ottuso e rigido la legge ebraica, creando diseguaglianze ed esclusioni (esemplificate in modo chiarissimo dalla legge sui matrimoni e dalla politica sull’immigrazione) che contraddicono qualunque nozione di liberalismo o universalismo. La definizione dello Stato di Israele come ebraico danneggia in primo luogo i non ebrei, ma estorce un costo considerevole anche a molti ebrei, soprattutto neri, LGBTQ e donne che non possono ottenere il divorzio (agunot). Danneggia la stessa vita degli ebrei, imbrigliandola sia nel progetto sionista che nella legge ortodossa ashkenazita, impedendo quindi uno sviluppo indipendente e spontaneo della tradizione come è avvenuto e ancora avviene nella diaspora. In contrasto con la vita sottoposta a istituzioni su base comunitaria, gli ebrei in Israele sono obbligati a finanziare e ad essere soggetti al monopolio del rabbinato sui servizi religiosi.

Inoltre il costante timore della “minaccia demografica” continua a giustificare la destinazione di risorse alle esigenze militari e alle colonie illegali nei territori occupati invece che alla sanità pubblica, all’edilizia e all’educazione. La necessità di giustificare la costante ansietà e la posizione di difesa impone a sua volta un sistema educativo profondamente razzista e militarista. Il futuro promesso da questo percorso non è quello che voglio io. Non c’è niente di coraggioso nel cercare la sicurezza totale fuori dal costante timore di una presunta minaccia esistenziale. Possiamo e dobbiamo liberarci della concezione secondo cui la liberazione degli ebrei deve avvenire a spese di altri. Dobbiamo iniziare a prenderci la responsabilità del nostro futuro.

Chiunque si impegni per la giustizia e l’uguaglianza, chiunque si opponga al razzismo, chiunque semplicemente non voglia partecipare a un crimine contro l’umanità e chiunque voglia anche solo che le cose vadano meglio qui deve osare riflettere e parlare seriamente del ritorno. Un primo passo positivo sarebbe dare ascolto agli stessi rifugiati e alle organizzazioni della società civile palestinese, e scoprire che il ritorno non significherebbe la deportazione degli ebrei fuori dal Paese [21]. Al-Awda, la Coalizione Palestinese per il Diritto al Ritorno, che è la più grande associazione globale non partitica che promuove la messa in pratica del diritto al ritorno, ha chiaramente evidenziato che “i rifugiati palestinesi nel loro complesso accettano che esercitare il loro diritto al ritorno non sarebbe fondato sulla cacciata dei cittadini ebrei ma sui principi di eguaglianza e sui diritti umani.” Allo stesso modo BADIL, Centro Risorse per la Permanenza dei Palestinesi e il Diritto al Ritorno, spiega:

Ciò che avvenne nel 1948 è storia. Non si torna indietro. Il diritto al ritorno, tuttavia, non significa tornare indietro nel tempo. Il ritorno riguarda molto di più il futuro. Riguarda iniziare realmente a vivere, rispondere al profondo senso di appartenenza alla terra da cui i rifugiati furono strappati decenni fa e riguarda la costruzione di rapporti tra palestinesi ed ebrei basati sulla giustizia e sull’uguaglianza.”

Questa posizione cambierà una volta che sia cambiato il rapporto di potere? Forse. Qualcuno definisce l’omofobia come “la paura che uomini gay ti trattino come tu tratti le donne.” La fobia del ritorno sarebbe la paura che i rifugiati palestinesi ti tratteranno come il sionismo ha trattato loro. Io scelgo di non vivere con la paura, ma ho invece fiducia nelle persone che credono nei diritti umani e nell’uguaglianza. Scelgo di fidarmi dei rifugiati come Isma’il Abu Hashash, cacciato da Iraq al-Manshiyah e che oggi vive in Cisgiordania e dice:

Non dobbiamo ripetere gli errori degli israeliani e condizionare la nostra presenza sulla nostra terra alla non-presenza del popolo che ora vi vive. Gli israeliani, o gli ebrei, pensavano che avrebbero potuto vivere in Palestina solo se non lo avessero potuto fare gli altri. Non è quello che crediamo noi. Vediamo il diritto al ritorno come la richiesta di un diritto individuale e collettivo sulla terra da cui siamo stati espulsi. Non vogliamo dire a loro di andarsene, né vogliamo dividere il loro Paese.”

Si può anche stare a sentire dagli ebrei che appoggiano il ritorno perché essi credono che ciò sarebbe positivo anche per gli ebrei di questo Paese. Si scoprirà che, per quanto la questione del ritorno sia estremamente controversa ed emotiva nella società israeliana, negli anni scorsi si è scritto molto sull’argomento [22]. In seguito possiamo continuare con una discussione più pragmatica. Salman Abu Sitta è un geografo palestinese che ha dedicato la propria vita ad analizzare gli aspetti concreti del ritorno. I suoi studi indicano che, tra le altre cose, la grande maggioranza della terra a cui i rifugiati intendono tornare attualmente è disabitata. Il Documento di Città del Capo, un progetto per il ritorno formulato insieme da Zochrot, un’associazione israeliana che promuove il diritto al ritorno, e Badil, un’organizzazione palestinese per i diritti dei rifugiati, offre un quadro giuridico per la realizzazione del ritorno. Ci sono anche molte informazioni sui rifugiati che nel resto del mondo tornano ai loro Paesi d’origine e sulle sfide e opportunità poste dal ritorno volontario, per esempio nel numero dell’ottobre 2019 di Forced Migration Review [Rivista delle Migrazioni Forzate].

Se c’è qualcosa che gli ebrei israeliani possono imparare dal rapporto di Amnesty è che il tentativo di slegare gli eventi del 1948 dall’esistenza dei palestinesi nel 2022 è artificioso e cinico, e che la richiesta di riconoscerlo non pretende empatia ma riparazione, in quanto la Nakba è un tentativo deliberato e continuo di cancellare il popolo palestinese dalla sua terra, a nome nostro e con la nostra partecipazione. È importante opporsi alla demolizione delle case e accompagnare i pastori palestinesi della Valle del Giordano. È importante chiedere acqua ed elettricità per chi è sottoposto all’occupazione, monitorare la costruzione delle colonie in Cisgiordania e parlare di pace. Tuttavia mettere in pratica il diritto al ritorno dei rifugiati è l’unica iniziativa che riconosca onestamente l’ingiustizia fondamentale che ha creato la relazione di oppressione tra ebrei e palestinesi che continua fino ad oggi. È l’unica iniziativa che risponda alla reale volontà delle vittime che comporti giustizia e riparazione. Spaventa, ma è anche esaltante. È complicato e ci vorrà tempo. È proprio per questo che dobbiamo iniziare a prenderlo sul serio.

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[1] Ogni riferimento al rapporto di Amnesty è ricavato dalla versione completa in inglese.

[2] Il divieto al ritorno è discusso, tra le altre, nelle pagine 14-15, 61, 64, 72, 75, 81 e 93-94; sull’appropriazione dei beni dei palestinesi attraverso la legge sulle proprietà degli assenti e sulla acquisizione delle terre del 1953 vedi tra le altre pp. 22-23, 114-116, 119-121, 124.

[3] Memorandum di Y. Weitz, E. Sasson e E. Danin a Ben-Gurion, “Retroactive Transfer: A Scheme for Resolving the Arab Question in the State of Israel,” June 5, 1948 [Trasferimento Retroattivo: uno schema per risolvere la questione araba nello Stato di Israele, 5 giugno 1948], citato in Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited (Cambridge: Cambridge University Press) [Esilio. Israele e l’esodo palestinese 1947-1949, Rizzoli, 2004], pp. 314-316.

[4] Noga Kadman, “Erased from Space and Consciousness: Israel and the Depopulated Palestinian Villages of 1948” [Cancellati dallo spazio e dalla coscienza: Israele e i villaggi palestinesi spopolati nel 1948] (Bloomington: Indiana University Press, 2015), Introduzione; Oren Yiftachel e Alexandre (Sandy) Kedar, “On Power and Land: The Israeli Land Regime,” [Su potere e terra: il regime territoriale israeliano] Theory and Criticism 16 (2000): p. 77 (in ebraico).

[5] Le considerazioni demografiche non spiegano i passi compiuti per impedire il ritorno di sfollati interni come gli abitanti di Saffuriyya or Kafr Bir’im, la maggioranza dei quali vive ancora sul territorio israeliano.

[6] Pp. 74-81.

[7] P. 17.

[8] Ad es. pp. 62, 75.

[9]  Pp. 62, 81.

[10] Pp. 33, 47, 93-94, 220, 259-260, 276.

[11] Pp. 105-106.

[12] Pp. 41, 76-77, 81.

[13] “Chiesero di tornare al villaggio e dissero che avremmo fatto meglio ad ucciderli […] Non abbiamo consentito loro di andare al villaggio a prendere i loro averi perché l’ordine era che non vedessero come era stato demolito il loro villaggio.” Testimonianza del defunto scrittore israeliano Amos Keinan, che combatté durante la guerra, in “Report on Village Demolition and Refugee Deportation, June 10, 1967,” [Rapporto sulla distruzione di villaggi e la deportazione di rifugiati, 10 giugno 1967] citato in Sedeq 2 (2007): 96-97 (in ebraico).

[14] Nur Masalha, The Politics of Denial: Israel and the Palestinian Refugee Problem [La politica della negazione: Israele e il problema dei rifugiati palestinesi] (London: Pluto Press, 2003), pp. 203-205.

[15] Fin dal marzo 1937 il dirigente sionista e futuro presidente di Israele Chaim Weizmann disse all’alto commissario britannico per la Palestina: “Anche se ogni tanto subiamo delle battute d’arresto, in ultima istanza siamo obbligati a impossessarci di tutto il paese, salvo che il paese sia diviso in due e venga tracciato un limite alla nostra espansione […] Anche se venisse approvato il piano di partizione, siamo obbligati in definitiva a espanderci su tutto il paese […]. Questo non è altro che un accordo per i prossimi 25-30 anni.” Moshe Sharett, Yoman Medini, Vol. 2, p. 67 (in ebraico), citato in Alexander B. Downes, “Targeting Civilians in War” [Prendere di mira i civili in guerra] (Ithaca: Cornell University Press, 2011), p. 187.

[16] Benny Morris, “1948: A History of the First Arab-Israeli War” (New Haven: Yale University Press, 2008) [1948: Israele e Palestina tra guerra e pace, Bur, 2014], pp.  81-93, pp. 197-207.

[17]  Documenti interni dell’intelligence confermano che “l’espulsione di circa il 70% degli arabi durante questo periodo dovrebbe essere attribuito a operazioni militari da parte delle forze ebraiche, mentre gli ordini da parte dei dirigenti arabi hanno influito sullo spostamento solo per il 5%.”

[18] Quelli che seguono sono solo alcuni dei molti esempi. Il soldato ebreo Amnon Neumann testimoniò: “Circondammo il villaggio da varie direzioni, iniziammo a sparare in aria, tutti si misero a urlare e li cacciammo.” Gli ordini operativi del piano D (marzo 1948) esigevano di “ripulire” e “distruggere” villaggi. Agli abitanti di Ramle e Lydda vennero distribuiti volantini che ordinavano loro di andarsene a piedi, e le truppe israeliane spararono sopra le loro teste finché i convogli di rifugiati arrivarono in territorio giordano. A Majdal il trasferimento venne effettuato utilizzando camion militari.

[19] Nel 1950 2.500 palestinesi che erano rimasti nella città di Majdal (oggi Ashkelon) vennero deportati; nel 1956 più di 20.000 beduini palestinesi che erano rimasti nel Negev [Naqab in arabo, ndtr.] furono cacciati, e nel solo 1956 circa 5.000 palestinesi furono espulsi da zone smilitarizzate nel nord di Israele. Come detto, anche la guerra del 1967 ebbe la sua parte di espulsioni, e il fenomeno continua fino ad oggi sia in Israele che in Cisgiordania. Continuano anche ad essere utilizzati vari metodi di emigrazione forzata.

[20] P. 33.

[21] È difficile fare una scelta tra le varie pubblicazioni di palestinesi sul ritorno. Ecco una selezione molto ridotta. Potete leggere alcune brevi citazioni di rifugiati che parlano del ritorno; leggete l’articolo di Abir Kopty “Without Return, Palestine Will Not Be Free” [Senza ritorno la Palestina non sarà libera], del 15.5.2013; vedete il corto di Firas Khouri “Three Returning Bouquets” [Tre mazzi di fiori di ritorno] e ascoltate come alcuni adolescenti descrivono il loro desiderio di tornare; vedete “Internally displaced Palestinians plan their return” [Palestinesi sfollati interni progettano il proprio ritorno]; immaginate, insieme a Umar al-Ghubari e altri, possibili futuri del ritorno e la vita in comune raccontata nel libro “Adwa”, passeggiate nei luoghi immaginati dalla coalizione per il ritorno Al-Awda e da BADIL, Centro Risorse per la Permanenza dei Palestinesi e i Diritti dei Rifugiati.

[22] In inglese: Peter Beinart, A Jewish case for Palestinian refugee return [Una causa ebraica per il ritorno dei rifugiati palestinesi], The Guardian, 18.5.2021; Alma Biblash, Who’s afraid of the right of return? [Chi ha paura del diritto al ritorno?], +972 Magazine, 15.5.2014; Tom Pessah, Yes, the right of return is feasible. Here’s how [Sì, il diritto al ritorno è praticabile. Ecco come], +972 Magazine, 7.11.2017; Moran Barir, I have a dream — to see the Palestinian refugees return, [Ho un sogno: vedere il ritorno dei rifugiati palestinesi], 2012; Henriette Chacar, The Jewish Israelis helping make Palestinian return a reality [Gli ebrei israeliani che contribuiscono a rendere possibile il ritorno dei palestinesi], +972 Magazine, 29.5.2020.

In ebraico: Alma Biblash, It’s Time to Talk about Return as a Practical Option [E’ tempo di parlare del ritorno come un’opzione praticabile], Local Call, 5 maggio 2014; Rachel Beit Arie, We Have Grown Used to Viewing the Return as a Threat Rather than a Hope [Siamo cresciuti abituati a vedere il ritorno dei profughi come una minaccia piuttosto che una speranza], Local Call, 2 dicembre, 2018; Tom Pessah, Time for a Serious Discussion on the Right of Return [E’ tempo di una discussione seria sul diritto al ritorno], Haokets, 5 novembre 2017; Tom Pessah, The Right of Return: Not What You Thought [Il diritto al ritorno: non è quello che pensi], Sicha Mekomit, 18 aprile 2018; Joint Meeting on the Ruins of the Village Mighar [Incontro insieme sulle rovine del villaggio Mighar], Israel Social TV, 7 novembre 2017; una serie di servizi della Israel Social TV sul diritto al ritorno, con interviste, tra gli altri, ad Avi-Ram Tzoreff, Jessica Nevo, Yossef(a) Mekyton e Moran Barir.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Eravamo come fratelli’: il campo profughi inorridito dopo che l’esercito spara ad un palestinese che stava passeggiando

Yuval Abraham

10 marzo 2022 – +972 Magazine

Amar Shafiq Abu Afifa stava facendo una passeggiata quando i soldati israeliani lo hanno inseguito e gli hanno sparato alla testa, aggiungendolo al triste bilancio di vittime subìto dal campo profughi di al-Arroub.

Una settimana dopo che i soldati israeliani hanno colpito a morte il diciottenne Amar Shafiq Abu Afifa, il suo amico d’infanzia Mohammed, di 17 anni, è ritornato nel luogo dove è stato ucciso. Mentre saliva sulla collina verso la boscaglia dove è morto Abu Afifa, Mohammed cercava qualcosa tra l’erba alta. Erano stati esattamente in quella zona il giorno prima della sparatoria, dice, ed avevano scritto i loro nomi sull’erba con delle pietre. “Io ho scritto la lettera inglese M per Mohammed e Amar ha scritto il suo nome in arabo.”

Poi siamo saliti sulle rocce, sdraiandoci lì come lapide per un’amicizia spezzata. Hanno fatto un selfie durante quella passeggiata, che adesso è lo sfondo dello schermo del cellulare di Mohammed. I due ragazzi si abbracciano sorridendo alla telecamera. “Eravamo come fratelli”, dice a +972 Mohammed, che era insieme al suo amico quando gli hanno sparato in testa. “Sono ancora sotto shock.”

Le truppe israeliane hanno sparato a Abu Afifa il primo marzo, mentre camminava in cima ad una collina isolata fuori dal campo profughi di al-Arroub nella Cisgiordania occupata, dove sono cresciuti sia lui che Mohammed. Abu Afifa è stato ucciso mentre scappava, come lo stesso esercito ha ammesso in una dichiarazione. Il certificato di morte di Abu Afifa, emesso dal Ministero dell’Interno israeliano, registra una ferita da proiettile alla testa ed un’altra ad una gamba.

La dichiarazione del portavoce dell’esercito israeliano sosteneva che Abu Afifa e Mohammed si erano avvicinati ad un posto di avvistamento vicino alla colonia israeliana di Migdal Oz e che i soldati “li hanno inseguiti…e hanno avviato una procedura di fermo che include sparare al sospettato”.

Ma quando gli inviati di +972 hanno visitato la zona è stato chiaro che la sparatoria è avvenuta a circa 100 metri dal posto di avvistamento – che è semplicemente un gazebo costruito illegalmente a circa 400 metri dalla colonia. Sulla collina c’è anche una piccola torre di comunicazione che sembra essere il posto in cui i soldati hanno teso l’imboscata.

Un soldato è sbucato dagli alberi”, dice Mohammed. “Pensavamo che là non ci fosse nessuno, per cui ci siamo spaventati. Ci ha urlato di fermarci e ha immediatamente sparato in aria. Eravamo così spaventati che ci siamo messi a correre. Allora lui ha aperto il fuoco pesantemente. Non c’era alcun senso. Ho sentito colpi di mitraglia. Tutto è accaduto in pochi secondi. A quel punto non sapevo ancora che Amar fosse morto.”

L’esercito ha detto a +972 che la polizia militare ha avviato un’inchiesta, ma non ha fornito ulteriori dettagli. Secondo l’Ong (israeliana) per i diritti umani Yesh Din, le probabilità che un’inchiesta della polizia militare porti ad un’incriminazione sono inferiori al 4%. Dei 785 casi indagati dalla polizia militare tra il 2013 e il 2018 solo 31 hanno portato ad incriminazioni.

Non riuscivo a smettere di piangere’

Abu Afifa era uno di 7 fratelli. I suoi genitori, Shafiq e Samiha, nel loro salotto hanno una fotografia del figlio morto, che hanno posto su un drappo al suo funerale. Shafiq dice che l’esercito israeliano ha trattenuto il corpo di suo figlio per 10 ore, prima di telefonargli alle 3 del mattino per andare a prendere il corpo di Amar al cancello di una colonia. “Non riuscivo a smettere di piangere”, dice. Quando gli altri hanno incominciato a ricordare Abu Afifa, sua madre Samiha si è scusata ed è uscita dalla stanza.

Il campo profughi di al-Arroub, dove vive la famiglia di Abu Afifa, si trova tra Betlemme e Hebron nel sud della Cisgiordania. Ospita circa 11.000 palestinesi le cui famiglie furono espulse nel 1948 da villaggi come al Faluja e Iraq al-Manshieh, in quella che ora è la parte meridionale di Israele vicino a Kiryat Gat.

Il campo è come una gabbia”, dice Mohammed. “Non c’è dove andare, dove fuggire.” Durante la loro passeggiata il giorno prima della sparatoria, ricorda, avevano discusso del futuro. “Amar frequentava già l’università con molto successo ed io stavo pensando di abbandonare la scuola. Lui mi esortava a rimanere per ottenere il diploma di scuola superiore. Ecco di che cosa parlavamo. Lui veniva a casa mia tutte le settimane per aiutarmi con i compiti.”

Abu Afifa si è diplomato alla scuola superiore l’anno scorso e si è immediatamente iscritto all’università a Ramallah per studiare medicina. “Il suo sogno era diventare medico o infermiere”, dice suo padre. Abu Afifa qualche mese fa ha lasciato gli studi, ritenendo che l’impegno economico fosse troppo pesante per i suoi genitori. Si è iscritto ad un college più piccolo e più economico molto vicino al campo.

Come ragazzo di un campo non hai opportunità di un futuro diverso”, dice il fratello maggiore di Abu Afifa, Issa. “Anche se studi, comunque finisci a fare un lavoro manuale”.

Shafiq, che lavora presso l’UNRWA come operatore ecologico, aggiunge: “Per questo volevo costruire qualcosa di diverso per i miei figli. Ho faticato ogni giorno nel mio disgustoso lavoro per mandare Amar all’università. Dicevo, almeno lui potrebbe avere qualcosa…adesso non so che fare.” Aggiunge: “Mi ammazzo di lavoro. Non ho mai smesso di raccogliere immondizia. Neanche dopo che Amar è morto. Non ho scelta. Devo procurarmi da vivere.”

Una minaccia durante il funerale

Durante il funerale di Abu Afifa un funzionario dello Shin Bet (servizi interni israeliani di intelligence, ndtr.), che si faceva chiamare “Capitano Nidal”, ha telefonato a Shafiq. “Ha detto di essere un investigatore in servizio nell’area di Hebron”, ricorda Shafiq. “Gli ho detto che ero al funerale e gli ho chiesto: ‘Che cosa volete?’. Lui ha risposto: ‘Ora state molto attenti ai vostri figli’. Suonava come una minaccia. Gli ho detto: ‘Viviamo in gabbia, voi avete sparato a mio figlio e adesso mi minacciate?’ Ho avuto l’impressione di non essere niente per lui. Ed ho riattaccato. Da allora non ho più sentito lo Shin Bet.”

Mohammed afferma che non c’è alcun giovane la cui vita non sia stata toccata dallo Shin Bet in un modo o nell’altro. “Ogni villaggio in Cisgiordania ha un capitano che tiene sotto controllo i giovani, soprattutto quelli coinvolti in disordini”, spiega. “Al mio villaggio è in servizio il Capitano Kerem. Telefona ai ragazzi della mia classe. Segue i nostri gruppi di chat su Telegram.”

Il timore di Mohammed riguardo allo Shin Bet è il motivo per cui ha chiesto di usare solo il suo nome di battesimo in questa intervista. “Può farti quel che vuole”, dice a proposito del Capitano Kerem. Lo Shin Bet non ha risposto alla nostra richiesta di un commento.

Oltre alla sorveglianza dello Shin Bet, nel campo profughi di al-Arroub ogni settimana ci sono scontri con l’esercito israeliano. La Route 60, una strada costruita a fianco del campo, è uno dei luoghi preferiti dai ragazzi per tirare pietre alle auto israeliane di passaggio.

Negli ultimi due anni è in costruzione una nuova strada che oltrepasserà il campo più lontano. Nel frattempo i soldati hanno creato dei posti di blocco “mobili” all’entrata del campo ed anche molto all’interno. Chi scrive guida attraverso il campo almeno una volta a settimana e l’anno scorso c’era sempre un posto di blocco con auto palestinesi in coda per passarlo. Lungo la strada proveniente dal campo è stata messa una postazione militare. Le incursioni notturne sono la routine e spesso scoppiano anche scontri.

Normalmente gli scontri vedono lanci di pietre e a volte di bottiglie molotov da parte dei giovani e spari con proiettili veri da parte dei soldati. Mentre io e Issa camminavamo per le tortuose strade del campo, lui indicava una casa dopo l’altra. “Qui non c’è una singola famiglia che non abbia perso un figlio”, dice. Da parte sua Abu Afifa aveva cominciato ad evitare le proteste per concentrarsi sui suoi studi.

Un lungo e triste elenco

Negli ultimi nove anni ad al-Arroub sono stati colpiti undici palestinesi, di cui tre minorenni. Lubna al-Hanash, di 21 anni, è stata colpita nel 2013 mentre camminava nel terreno del college di al-Arroub; l’esercito ha aperto il fuoco dopo che qualcuno ha lanciato una bottiglia molotov contro un’auto israeliana di passaggio, e invece ha ucciso lei.

Iyad Fadailat, di 28 anni, è stato ucciso nel 2014. Si è imbattuto in un posto di blocco mobile appena fuori da casa sua e ha avuto una rissa con i soldati. Gli hanno sparato mentre scappava; l’esercito ha sostenuto che aveva tentato di sottrarre un fucile. Mohammed Jawabra, di 19 anni, è stato colpito nella sua casa nel 2014; i soldati stavano facendo un’imboscata su un tetto lì accanto ed hanno aperto il fuoco quando avrebbero visto una figura sospetta che puntava un’arma improvvisata, ma una successiva indagine di B’Tselem ha smentito l’accusa.

Omar Madi, di 15 anni, è stato colpito nel febbraio 2016 da un soldato di guardia alla torre di controllo lungo la strada; l’esercito ha affermato che stava tirando pietre contro la torre. Omar al-Badawi, di 22 anni, è stato colpito nel 2019 mentre cercava di spegnere un fuoco innescato da una bottiglia molotov che qualche ragazzino aveva lanciato contro dei soldati lì accanto; in seguito l’esercito ha ammesso che non vi era motivo di sparare.

Risibili, sproporzionate, o altro, l’esercito ha fornito giustificazioni per ognuna delle ultime 10 uccisioni di abitanti di al-Arroub – tutte ovviamente eseguite nel contesto di un’occupazione militare lunga 50 anni. Non in questo caso. Il lungo e triste elenco del campo registra ora un’altra voce: Amar Shafiq Abu Afifa, di 18 anni. Causa della morte: colpito alla testa mentre passeggiava nel bosco con il suo migliore amico.

Yuval Abraham è un giornalista e attivista che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele mi ha arrestata per aver protestato contro l’assedio di Gaza. Ecco perché rifiuto di essere processata

Neta Golan 

8 marzo 2022 – +972 magazine

Essendo israeliana ci ho messo anni a disimparare il sionismo. Ora la mia solidarietà con i prigionieri palestinesi mi impone di respingere un ordine di comparizione davanti al tribunale

Il 21 febbraio sono andata a piedi da casa mia, nella Città Vecchia di Nablus nella Cisgiordania occupata, in un negozio in centro per faxare una lettera alla pretura di Ashdod [una città del sud di Israele, ndtr.]. Sono stata convocata là dopo il mio arresto nel gennaio 2020 durante una manifestazione contro l’assedio di Gaza. Nella mia lettera comunico di non aver intenzione di comparire all’udienza in solidarietà con i prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa che sono in sciopero dal primo gennaio e stanno boicottando il sistema dei tribunali militari in protesta contro questa ingiusta pratica.

Il proprietario del negozio che non aveva idea del contenuto della lettera si è rifiutato di farsi pagare. Essendo vissuta nelle comunità palestinesi per 22 anni mi sono praticamente abituata a questi gesti quotidiani di cortesia e generosità. Sono solo una delle manifestazioni di una invisibile rete di protezione che ho imparato a conoscere e da cui dipendo. Ogni società ha i suoi problemi, ma io mi sento incredibilmente fortunata ad avere l’onore di vivere con i palestinesi.

Ma non è sempre stato così. Crescendo a Tel Aviv in una famiglia di ebrei ashkenaziti [cioè di origine europea, ndtr.] sentivo storie su come noi israeliani fossimo moralmente superiori agli “arabi.” Ogni volta che entravamo in un’area palestinese mio padre ci diceva di stare attenti a borse e tasche. Mia nonna ci metteva in guardia perché “un arabo con una mano ti abbraccia e con l’altra ti pugnala alla schiena,” e mentre eravamo tutti a tavola per cena ci diceva che “l’unico arabo buono è l’arabo morto.”

Quando è scoppiata la Prima Intifada avevo 16 anni. Sapevo molto poco dell’occupazione e nulla della Nakba [l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case ad opera delle milizie sioniste e dell’esercito israeliano nella guerra del 1947-49, ndtr.], ma capivo che i palestinesi stavano lottando per la loro libertà e che noi, per tutta risposta, li stavamo uccidendo. Quando sono stati firmati gli accordi di Oslo speravo che le cose sarebbero cambiate in meglio e volevo far parte di quel cambiamento. Non potevo immaginare che li avrebbero trasformati in un altro meccanismo per la spoliazione dei palestinesi.

Ho cominciato ad andare in Cisgiordania negli anni ‘90. Il primo anno e mezzo ero terrorizzata ogni volta che salivo su un pulmino palestinese in partenza dalla Gerusalemme Est occupata: ero sicura che tutti quelli intorno a me volessero uccidermi. Ma ogni volta, passata l’ansia, vedevo che non era così. Anzi, non erano per niente interessati a me, avevano altre cose per la testa relative alle loro vite. Ero scioccata nello scoprire che “loro” erano persone come tutti gli altri.

Dopo un lungo processo di analisi della mia paura, mi sono resa conto che, nonostante il fatto che nessuno avesse menzionato la Nakba durante la mia infanzia, alla gente le cui case, tombe e alberi erano tutt’intorno a me era impedito di ritornarci, mentre a me era permesso di stare là al loro posto. Non sorprende che li temessi: è la stessa paura che tutti i colonialisti o beneficiari di sistemi razzisti sviluppano verso le persone che loro hanno cacciato od oppresso.

Da israeliani siamo nati dentro il progetto sionista, che è basato sulla continua espropriazione degli indigeni palestinesi. Ma esistono alternative a questo progetto di sottomissione: noi possiamo vivere accanto ai palestinesi invece che a loro spese. E da cittadini israeliani noi possiamo usare i privilegi a noi concessi dal regime di apartheid per smantellare il sistema di discriminazione e oppressione. Per il bene di tutti quelli che vivono qui, indipendentemente da nazionalità o religione, noi possiamo unirci alla lotta per la liberazione palestinese.

Le politiche di apartheid prosperano nell’oscurità, ma quando noi vi prestiamo la dovuta attenzione cominciano ad afflosciarsi. Ecco perché in tribunale ho parlato del caso di Amal Nakhleh, un diciottenne palestinese affetto da una grave malattia, che da oltre un anno è in detenzione amministrativa. I detenuti amministrativi sono imprigionati per un periodo di tempo indefinito sulla base di “prove segrete” secondo le quali in futuro potrebbero commette un reato. I prigionieri non sono mai processati e né loro né i loro avvocati hanno accesso alle prove.

A gennaio Amal, che partecipa allo sciopero dei detenuti amministrativi palestinesi, ha boicottato la sua convocazione da parte di un tribunale militare israeliano. In sua assenza il giudice ha approvato la richiesta dello Shin Bet [servizio di sicurezza interna di Israele, ndtr.] di rinnovare la sua custodia cautelare fino al 17 maggio, quando potrà essere di nuovo estesa. E così di seguito.

Io ho detto al tribunale che, a differenza di Amal, a me è stata data l’opportunità di andare ad Ashdod per difendermi dalle loro accuse. Ma i diritti che mi sono concessi perché i miei nonni sono immigrati in Palestina dall’Europa sono negati ai palestinesi che vivono nei territori occupati da Israele nel 1967 e ai palestinesi espulsi con la forza dalla loro patria nel 1948, come ai loro discendenti a cui Israele impedisce ancora di ritornare.

Data la mia cittadinanza israeliana se venissi incarcerata avrei il privilegio di essere rilasciata dopo aver scontato la mia pena. Non è così per i due milioni di persone imprigionate negli ultimi 15 anni nella Striscia di Gaza assediata, inclusi circa un milione di minori che sono nati e hanno vissuto tutta la loro vita con la costante minaccia di violenza mortale, il cui solo crimine è quello di non essere nati da madri ebree.

Oppressione e apartheid sono disumanizzanti per le vittime e i carnefici. Godere di privilegi a danno di altri non può essere disgiunto dalla paura, dal razzismo e dall’incessante violenza che li supporta. La giustizia, sotto forma di ritorno e risarcimenti per i rifugiati palestinesi, non libererà solo i palestinesi. Libererà anche noi.

Neta Golan è un’attivista israeliana anti-apartheid e una partecipante attiva di Israelis Against Apartheid (Israeliani contro l’Apartheid), Return Solidarity (Ritorno Solidarietà) e Boycott From Within (Boicottaggio dall’interno). Vive a Nablus con il compagno, le loro figlie e il gatto, il che, per le leggi israeliane di apartheid, è considerato un atto illegale.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)