L’esercito israeliano giustifica l’uccisione del ragazzo palestinese. I testimoni respingono la sua versione

Oren Ziv

14 dicembre 2020 – +972 magazine

L’esercito israeliano ha giustificato l’uccisione Ali Abu Aliya, 15 anni, sostenendo che la dimostrazione costituisse un pericolo per gli automobilisti nella zona. Ma i testimoni dicono che, quando è stato colpito, il ragazzo si trovava molto lontano dalla strada in questione.

Venerdì 4 dicembre i soldati israeliani hanno sparato e ucciso il 15enne Ali Abu Aliya nel villaggio di al-Mughayyer, vicino a Ramallah, in Cisgiordania. Abu Aliya, che avrebbe dovuto festeggiare il suo compleanno quella sera, è stato colpito da un proiettile vero mentre osservava una manifestazione in corso nel villaggio.

Dopo l’omicidio il portavoce dell’unità delle IDF [l’esercito israeliano, ndtr.] ha sottolineato che i palestinesi “hanno cercato di lanciare grosse pietre e bruciare pneumatici … mettendo a rischio l’incolumità delle auto in transito sulla strada di Allon (la vicina strada principale che attraversa la Cisgiordania da nord a sud)”. Comunque i militari hanno anche affermato di aver aperto un’indagine sull’omicidio.

Tuttavia tre giovani palestinesi che venerdì si trovavano vicino ad Abu Aliya e hanno fatto delle dichiarazioni a +972 testimoniano che Abu Aliya, quando i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro di lui, non si trovava nei pressi della strada di Allon. Inoltre dal punto in cui è stato colpito Abu Aliya sarebbe stato impossibile lanciare pietre verso la strada di Allon o mettere in pericolo in qualunque altro modo chi la percorreva.

Due video pubblicati sui media palestinesi e israeliani in seguito all’incidente mostrano i palestinesi che lanciano grosse pietre, come dichiarato dall’esercito. Ma l’esercito non ha potuto confermare a +972 dove sia stato esattamente filmato il video pubblicato dalla Israeli Public Broadcasting Corporation [l’emittente radiofonica e televisiva pubblica dello Stato di Israele, ndtr.] e secondo l’organizzazione contraria all’occupazione B’Tselem, che ha condotto un’indagine indipendente non ancora pubblicata sulla sparatoria, il video dei palestinesi che lanciano i sassi non sarebbe stato affatto filmato ad al-Mughayyer. I manifestanti che hanno esaminato le riprese hanno dichiarato che sarebbe stato girato a Malik. La distanza tra il villaggio di Malik e al-Mughayyer, dove Abu Aliya è stato ucciso, è di oltre cinque chilometri.

Un mese di proteste

Nel corso dell’ultimo mese, manifestanti palestinesi e israeliani hanno protestato a Samiya, tra Malik e al-Mughayyer, contro un avamposto coloniale non autorizzato insediatosi a est della strada di Allon.

Il 20 novembre, durante una manifestazione, l’esercito israeliano ha bloccato l’uscita da Malik in direzione della strada di Allon, al fine di impedire ai manifestanti di avvicinarsi lungo la strada all’avamposto, distante circa 4 km dalla manifestazione in corso. A causa della decisione dell’esercito di bloccare l’uscita la manifestazione si è trasferita nell’area di una stazione di pompaggio nel villaggio di Ein Samia, a circa 100 metri dalla strada.

Nel frattempo l’esercito ha anche bloccato le vie di accesso tra al-Mughayyer e la strada di Allon per impedire agli abitanti del villaggio di unirsi alla protesta e ai manifestanti di altri villaggi di raggiungere l’avamposto.

Secondo le testimonianze di tre adolescenti che venerdì scorso hanno assistito agli eventi, intorno alle 9 del mattino un contingente militare è entrato a piedi ad al-Mughayyer  mentre i soldati bloccavano l’uscita dal villaggio. Gli scontri sono iniziati su due colline alla periferia del villaggio in seguito all’arrivo dell’esercito. I soldati hanno lanciato granate assordanti e hanno sparato lacrimogeni e proiettili di metallo rivestiti di gomma contro decine di ragazzi che lanciavano pietre.

“Otto soldati si trovavano sulla collina, poi si sono uniti a loro altri tre o quattro e sono avanzati verso il villaggio”, ha riferito Bassem, il fratello di Abu Aliya, una settimana dopo la morte di Ali. “Non erano agenti della polizia di frontiera. Anche la polizia di frontiera era stata inviata alla manifestazione, e tre di loro avevano fucili da cecchino” (molto probabilmente fucili che sparano proiettili calibro 22, lo stesso che ha ucciso Abu Aliya).

Più tardi quella mattina, tra le 10 e le 11, i soldati hanno raggiunto un sentiero sterrato che porta ad un quartiere della periferia del villaggio, a circa 200 metri di distanza. Dal sentiero non si vede la strada di Allon, e da quel punto non è certo possibile lanciare sassi sulla strada. “Un soldato era appostato a terra con il fucile da cecchino”, continua Bassem, “e in piedi accanto a lui c’era un ufficiale che gli dava istruzioni su dove sparare”.

Bassem e altri due testimoni presenti sulla scena raccontano che i soldati si sono radunati sul sentiero, mentre un piccolo gruppo di ragazzi era nascosto su entrambi i lati del sentiero dietro gli ulivi e un cumulo di terra. “Alcuni di loro scattavano foto e avevano un drone che scattava delle foto dall’alto”, ha detto Ahmad, 17 anni, un amico di Abu Aliya. Secondo le loro testimonianze, alcuni soldati hanno sparato dei lacrimogeni, mentre altri si sono nascosti nella speranza di fermare i lanciatori di pietre.

‘Era il suo compleanno’

Ci sono ancora bossoli sul terreno da dove il cecchino israeliano ha sparato ad Abu Aliya. Sulla base delle misurazioni effettuate dagli abitanti, circa 150 metri dividevano la postazione del cecchino e il luogo in cui Abu Aliya è stato colpito. Anche secondo B’Tselem la distanza tra il soldato e Abu Aliya era di circa 150 metri.

“Ali era in piedi accanto a me, molto lontano dai soldati, e improvvisamente ci siamo accorti che era ferito”, ricorda Ahmad. “Si teneva lo stomaco. Non stava sanguinando, quindi abbiamo pensato che fosse un proiettile di gomma o una ferita leggera. Abbiamo fermato un’auto che lo ha trasportato alla clinica di Turmusayya “.

Parlava ancora”, ha riferito suo fratello Bassem sui momenti successivi alla sparatoria. “Dopo di che ha perso conoscenza.”

Secondo Bassem i soldati hanno continuato a sparare lacrimogeni per un’altra mezz’ora prima di andarsene. Riferisce che molti dei ragazzi sono rimasti nascosti per un po’ di tempo dopo la sparatoria, per paura di essere feriti.

Othman, 17 anni, anche lui sulla scena dell’omicidio, ha detto che i ragazzi avevano sentito gli spari ma non avevano capito cosa fosse successo. “I ragazzi erano vicini ai soldati, ma si sono nascosti ai lati del sentiero perché hanno visto un cecchino. Hanno sbirciato, lanciato pietre e sono tornati indietro “.

Othman non esclude la possibilità che il cecchino abbia cercato di colpire un altro giovane che era più vicino ai soldati rispetto a Abu Aliya e i suoi amici, ma questi all’ultimo momento si sarebbe mosso. Gli altri due testimoni affermano che nessuno si sarebbe trovato tra loro e il cecchino. “Avendo visto che c’era un cecchino i ragazzi che erano vicini ai soldati avevano paura di stare sul sentiero”, ha detto Ahmad. Tutti e tre sottolineano che Abu Aliya non ha partecipato affatto agli scontri.

“Era il suo compleanno”, ha aggiunto Ahmed mentre si trovava dove il suo amico è stato colpito. “Non voleva stare lì a lungo, ha detto che voleva tornare dalla sua famiglia”. Ali è il secondo dei figli che la famiglia ha perso: Wissam, il fratello di Ali e Bassem, è morto di cancro 10 anni fa all’età di nove anni, anche lui il giorno del suo compleanno.

“Sparano per colpire qualcuno e per creare nei giovani la paura di uscire per manifestare”, ha concluso Bassem. “Ma non funziona.”

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi che usano le immagini fotografiche come strumento di lotta per i diritti sociali e contro tutte le forme di oppressione, ndtr.] e cronista di Local Call [organo di informazione online in lingua ebraica in co-edizione con Just Vision e +972 Magazine, ndtr.]. Dal 2003, ha documentato una serie di tematiche sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati con un’enfasi sulle comunità di attivisti e le loro lotte. Il suo lavoro di reporter si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e le colonie, a favore degli alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulla battaglia per la libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Eravamo armati, le abbiamo distrutto la cucina e ce ne siamo andati”

Nadav Weiman 

10 dicembre 2020 – +972mag

Agli israeliani piace pensare che le incursioni militari nelle case avvengano solo per motivi di sicurezza. Gli ex soldati – e le famiglie palestinesi – sanno che non è vero.

Quando parli con gli israeliani dell’occupazione, loro pensano ai posti di blocco. All’estero la gente pensa al muro di separazione. Ma come ex soldato israeliano che compiva regolarmente irruzioni nelle case, penso a un bambino palestinese che sono andato ad arrestare nel cuore della notte. A suo padre, che aggredì il più grosso dei soldati della nostra squadra. E a come avrei fatto esattamente lo stesso se fossi stato al suo posto.

Successe nella città di Nablus nel 2007. Ci era stato detto che dovevamo arrestare uno che era connesso su Internet con il partito politico libanese e organizzazione militare Hezbollah. All’epoca parlavamo di “arresti di masterizzatori CD” – un nome spregiativo in codice per il fondo del barile quando si trattava di palestinesi ricercati. Abbiamo fatto irruzione nel cuore della notte, l’intero plotone di ricognizione, per arrestare un adolescente di 16 o 17 anni – la cui stanza, guarda caso, era piena di masterizzatori di CD.

Gli abbiamo legato le mani dietro la schiena con delle fascette e lo abbiamo portato alla base con noi, ma suo padre aveva già perso le staffe. Ha individuato il soldato più grande nella nostra squadra e gli si è scagliato contro. Mentre arrestavamo questo ragazzo con i suoi CD di giochi elettronici piratati sparsi per la stanza, uno dei soldati picchiava suo padre, con la madre al fianco che urlava.

Non ricordo di aver mai immaginato, prima di arruolarmi nell’esercito, come potesse essere in pratica la mia attività. Sapevo che avrei dovuto entrare nelle case palestinesi. Sapevo che avrei dovuto fare arresti. Non pensavo a come sarebbe stato arrestarne uno così giovane, o vedere un padre impotente infuriarsi alla vista del figlio ammanettato. Queste non sono cose a cui pensi e non c’è nessuno che te ne parli. Ci sono cose che devi scoprire da solo e, una volta che è successo non c’è pericolo che te le dimentichi.

In Israele non si parla delle irruzioni nelle case palestinesi dei territori occupati. È un’operazione di routine che quasi tutti i soldati israeliani conoscono, ma non troverai esperti che ne parlano nei notiziari e di certo non ne troverai notizia sui giornali. I media coprono le incursioni al più con allarmanti notizie dell’ultima ora del tipo: “Cinque ricercati palestinesi arrestati stasera”. E agli israeliani piace pensare a queste cose esattamente così: raid chirurgici localizzati allo scopo di effettuare arresti legittimi. Ma il quadro non è questo.

In effetti, i soldati invadono continuamente le case palestinesi. Lo fanno per occupare nuove posizioni strategiche, per eseguire perquisizioni a caso e spesso semplicemente per “far sentire la loro presenza”. In alcune unità dell’esercito far sentire la propria presenza è definito “creare la sensazione di essere braccati”. Ciò significa instillare la paura nell’intera popolazione palestinese, una missione che per definizione non fa distinzione tra sospetti e civili innocenti, o tra “persone coinvolte” e “persone non coinvolte”, come ci si esprime nel gergo dell’esercito israeliano.

A volte i soldati fanno irruzione nelle case in piena notte semplicemente per addestramento. Ho fatto irruzione in case a Jenin o Nablus semplicemente per ottenere una posizione d’osservazione migliore. Secondo la testimonianza resa da un ex soldato a Breaking the Silence [organizzazione non governativa israeliana fondata nel 2004 da militari contrari all’occupazione, ndtr.], si potevano invadere le case per sperimentare un nuovo dispositivo per sfondare le porte. Un altro testimone ha raccontato che erano entrati in una casa palestinese per farsi filmare mentre mangiavano sufganiyot (ciambelle di Hanukkah) e avere una buona notizia da trasmettere quella notte alla televisione israeliana.

Ci sono un mucchio di israeliani che conoscono l’interno della casa di un palestinese e non dovrebbero. Hanno visto decine di stanze per bambini, cucine che appartengono a estranei, armadi di altre persone. Se oggi, che sono padre di due figli, penso ai bambini che ho svegliato nel cuore della notte o ai loro genitori terrorizzati, qualcosa mi si spezza dentro.

Non si parla mai di questa routine e ancor meno di cosa c’è dietro. Mormoriamo solo che le irruzioni in casa sono una “necessità operativa” e andiamo avanti. Ma la maggior parte di queste intrusioni sono una necessità solo se si accetta l’assunto che la “presenza dimostrativa” giustifichi tutto, anche invadere la casa di qualcuno su cui non c’è il minimo indizio. Questo è ciò che anima la “necessità operativa”, e non sono certo che la società israeliana l’accetterebbe se sapesse cosa si sta facendo in campo militare a suo nome.

La scorsa settimana, Breaking the Silence ha pubblicato A Life Exposed [Una vita in pericolo], il tanto atteso rapporto dell’organizzazione sulle irruzioni in casa, scritto in collaborazione con i gruppi per i diritti umani Yesh Din [ong femminile israeliana per i diritti umani, ndtr.] e Physicians for Human Rights-Israel [Medici per i Diritti Umani-Israele, ndtr.]. Il rapporto si basa su centinaia di testimonianze fornite da ex soldati che hanno preso parte a missioni di irruzioni in casa e dai palestinesi che le hanno subite. I resoconti palestinesi sono amari da leggere. Avendo preso parte ad irruzioni in casa, pensavo di sapere come vedono questa routine dall’altra parte. Mi sbagliavo. Ho visto con i miei occhi i palestinesi piangere nelle loro case, ma non ho mai pensato a coloro che trattenevano le lacrime finché ce ne fossimo andati. Non ho mai pensato a chi si è abituato a questa routine, a chi la considera parte della vita.

Prima di forzare la casa del masterizzatore di CD a Nablus siamo entrati per sbaglio in un’altra casa. C’erano due unità israeliane attive nella zona e noi abbiamo cercato di forzare la porta sbagliata. Abbiamo fracassato la porta di una donna nel cuore della notte finché non si è aperta. Siamo entrati, armati, pronti ad arrestare qualcuno, e abbiamo perquisito la casa.

Una delle porte era chiusa a chiave. Ho lanciato dall’alto una granata stordente nella stanza chiusa. Subito dopo si è sentito un vetro in frantumi; si è scoperto che la stanza chiusa era la cucina. Solo più tardi abbiamo scoperto di aver sbagliato casa. Abbiamo svegliato una donna nel cuore della notte, armati; le abbiamo distrutto la porta e la cucina e ce ne siamo andati. Non ci abbiamo nemmeno pensato. È ora che iniziamo a pensarci, tutti noi.

Nadav Weiman è un ex combattente del Nahal Reconnaissance Platoon [la Brigata Granito dell’esercito israeliano] e vicedirettore e responsabile del gruppo di pressione di Breaking the Silence.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Per lo Stato ebraico, l’Olocausto è uno strumento da manipolare

Orly Noy

20 novembre 2020 – +972 magazine

Se prima il sionismo ha giustificato i suoi crimini contro i palestinesi in nome dell’Olocausto, oggi lo usa come strumento per giustificare persino l’antisemitismo.

Nella stessa settimana in cui una commissione interna del governo israeliano ha approvato la nomina di Effi Eitam, ex-generale delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] e politico di estrema destra, a presidente dello Yad Vashem, il museo israeliano dell’Olocausto, è successo qualcosa di significativo. In un incontro con il primo ministro Benjamin Netanyahu, il segretario di Stato USA uscente Mike Pompeo ha annunciato che il presidente Donald Trump intende dichiarare antisemita il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

La contiguità tra i due annunci simbolizza la fase finale della metamorfosi manipolatoria che l’antisemitismo e l’Olocausto hanno subito per mano del sionismo.

Effi Eitam, un falco di destra e un razzista, nel 2006, durante la cerimonia in commemorazione del tenente Amichai Merhavia, ucciso nella Seconda Guerra del Libano, ha fatto le seguenti dichiarazioni:

“Noi dovremo fare tre cose: espellere la maggior parte degli arabi di Giudea e Samaria (la Cisgiordania) da qui. È impossibile con tutti quegli arabi ed è impossibile lasciare il territorio, perché abbiamo già visto quello che stanno facendo là. Alcuni potrebbero essere in grado di rimanere in base a certe condizioni, ma la maggior parte dovrà andarsene. Dovremo prendere un’altra decisione, e cioè buttar fuori gli arabi israeliani dal sistema politico. Anche qui le cose sono lampanti: abbiamo creato una quinta colonna, un gruppo di traditori di primo livello, per cui non possiamo continuare a consentire una così vasta presenza ostile nel sistema politico israeliano. Terzo, di fronte alla minaccia iraniana, dovremo agire in modo diverso da tutto quanto abbiamo fatto finora. Queste sono tre cose che richiederanno un cambiamento della nostra etica di guerra.”[corsivo ndtr]

L’espulsione dalla propria terra di una popolazione nativa occupata da parte della potenza occupante è un crimine di guerra. Impedire la partecipazione di cittadini al sistema politico in base all’appartenenza etnica o nazionale è simile al fascismo. Il futuro presidente dello Yad Vashem non si vergogna di aver espresso opinioni che rappresentano crimini di guerra per portare avanti le sue ambizioni politiche.

Come ha scritto su queste pagine Libby Lenkinski [vice presidentessa per l’impegno pubblico del gruppo contrario all’occupazione New Israel Fund, ndtr.], Trump è l’uomo che ha riportato alla moda negli Stati Uniti l’antisemitismo classico, essendo nel contempo calorosamente accolto dal primo ministro dello Stato ebraico.

La predilezione dello Yad Vashem per i fascisti e i criminali di guerra non è certo un segreto. Da quando nel 1976 lo visitò il primo ministro del Sudafrica dell’apartheid John Worster, membro di un’organizzazione filo-nazista durante la II guerra mondiale, il museo ha ospitato una delegazione della giunta militare del Myanmar responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità.

Ha aperto le sue porte al presidente brasiliano Jair Bolsonaro, l’uomo che ha lodato Hitler e appoggia apertamente lo sterminio fisico delle persone LGBTQ, della popolazione indigena brasiliana e una serie di altre atrocità, compresi lo stupro, la tortura e la dittatura militare. Ha ospitato persino il primo ministro ungherese Viktor Orban, che ha espresso appoggio per Miklós Horthy, il leader ungherese durante la II Guerra Mondiale, e Anthony Lino Makana del Sud Sudan, un importante esponente politico di un governo responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità.

Se prima il sionismo ha giustificato i suoi crimini contro il popolo palestinese in nome dell’Olocausto, oggi lo utilizza come strumento per giustificare persino l’antisemitismo in cambio di vantaggi politici. Ancor peggio: consente a un antisemita di definire cosa sia l’antisemitismo. Questa è la peggiore verità che oggi ci troviamo davanti: per lo Stato di Israele ufficiale, i concetti di Olocausto e antisemitismo sono semplicemente mezzi politici, e come tali possono essere manipolati, distorti e travisati, come qualunque altro strumento politico.

Dopo aver spogliato i palestinesi con il pretesto dell’Olocausto, ora i dirigenti israeliani stanno adottando un antisemita come Trump che perseguiterà i discendenti di quegli stessi palestinesi spossessati in nome della lotta contro l’antisemitismo. E non solo loro, ma anche gli innumerevoli ebrei che mostrano solidarietà con la lotta palestinese per la giustizia. Tuttavia, finché ci saranno persone con una coscienza, che rabbrividiscono di fronte a questo orribile sfruttamento della memoria dell’Olocausto, sarà difficile farlo.

È per questo che Effi Eitam, un razzista e un fautore di crimini di guerra, è stato nominato per custodire la memoria della tragedia ebrea, in modo che l’Olocausto rimanga per sempre soggetto alla manipolazione politica utilitaristica. È così che Israele onora i morti nel 2020.

Orly Noy è editorialista di Local Call [edizione in ebraico di +972, ndtr.], attivista politica e traduttrice di poesie e prose dal farsi [lingua ufficiale in Iran, ndtr.]. Fa parte del comitato esecutivo di B’Tselem ed è un’attivista del partito politico Balad [partito politico israeliano a maggioranza araba, ndtr.]. I suoi scritti riguardano i percorsi che incrociano e definiscono la sua identità come mizrahi [ebrei di origine orientale, ndtr.], donna di sinistra, donna, migrante temporanea, che vive all’interno di una continua immigrazione, e il costante dialogo tra di esse.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo Trump non basta ripristinare la “normale” politica statunitense sulla Palestina

Omar Baddar 

13 novembre 2020 – 972mag

Biden può essere un convinto filo-israeliano, ma gli attivisti e i rappresentanti progressisti possono spingere ad una politica estera che rispetti i diritti dei palestinesi.

La sconfitta di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi la scorsa settimana ha generato un collettivo sospiro di sollievo fra i progressisti e le comunità vulnerabili negli Stati Uniti e in tutto il mondo, compresi i palestinesi e coloro che lottano per i diritti dei palestinesi. Il motivo è ovvio: la politica di Trump su Palestina / Israele era guidata dalla sua simpatia per l’autoritarismo e dal desiderio di assecondare la base evangelica di estrema destra. Di conseguenza, era gestita da ideologi incompetenti come Jared Kushner e David Friedman, che hanno abbozzato un tentativo fallito di liquidare una volta per tutte la lotta palestinese per la libertà.

Tale fallimento, tuttavia, non ha lasciato indenni i palestinesi, che negli ultimi quattro anni hanno subito danni devastanti e senza precedenti, tra cui la chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, l’approvazione dei piani di annessione e la fine dei finanziamenti statunitensi all’UNRWA [agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ndtr.] e agli ospedali palestinesi. Ma al di là dell’innegabile riduzione del danno che ci sarà con questo cambiamento dell’amministrazione statunitense, quali sono le prospettive per la libertà dei palestinesi nell’era Biden?

Il presidente eletto Joe Biden fa parte di una problematica tendenza della politica degli Stati Uniti su Palestina / Israele, che a parole appoggia l’indipendenza palestinese ma in pratica sostiene Israele nella negazione di quella libertà attraverso finanziamenti militari illimitati e protezione diplomatica. Anche in questa ultima stagione elettorale, quando l’ala progressista del Partito Democratico chiedeva chiaramente di riconoscere le responsabilità di Israele, Biden si è distinto come il candidato che ha respinto con più veemenza qualsiasi discorso sul condizionare gli aiuti militari a Israele al rispetto dei diritti umani palestinesi.

In breve, la politica di Biden probabilmente promuoverà ancora una volta la vuota farsa dei “negoziati di pace”, semplicemente chiedendo a Israele di rispettare i diritti dei palestinesi ben sapendo che non lo farà, per poi fornirgli le armi con cui le forze israeliane brutalizzano i palestinesi. Se Biden si atterrà a questo approccio crudele e controproducente, per i palestinesi la transizione da Trump a Biden sarà come passare dalla padella alla brace.

Per decenni, il problema della politica statunitense in Palestina è stata la discrepanza – o l’ipocrisia, per dirla più chiaramente – tra il dire e il fare. Se la politica dichiarata è di promuovere l’indipendenza dei palestinesi, perché gli Stati Uniti stanno in realtà sostenendo l’occupazione e l’oppressione?

Donald Trump ha posto fine a questa ipocrisia, ma nella direzione sbagliata: la sua politica è stata di favorire l’oppressione. Ora che l’approccio degli Stati Uniti sta per tornare alla “normalità”, ciò di cui abbiamo bisogno è risolvere l’ipocrisia nella giusta direzione e cambiare radicalmente l’azione politica. Allora, come la mettiamo con Biden?

La sfida principale con Biden è che, come si suol dire, “non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane”. Come la vicepresidente eletta Kamala Harris, Biden ha trascorso la sua carriera politica flirtando con l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, la più potente lobby americana di sostegno a Israele, ndtr.] e assecondando i gruppi filo-israeliani, ribadendo l’idea che Israele sia al di sopra di ogni colpa.

Ci vorrà quindi un grosso sforzo per convincere Biden a riesaminare i suoi profondi pregiudizi sul tema, e per fargli riconoscere quanto l’opinione pubblica tra gli elettori del Partito Democratico si sia spostata in merito a Palestina / Israele. Dopo tutto, il 64% dei Democratici sostiene la riduzione degli aiuti militari a Israele a causa delle sue violazioni dei diritti umani. È vero che i gruppi di pressione israeliani continuano a esercitare un significativo potere finanziario su candidati e politici, ma affermare che Israele dovrebbe essere chiamato a rispondere di come utilizza la sbalorditiva cifra di 38 miliardi di dollari che riceve ogni dieci anni dagli Stati Uniti non è più impopolare.

Per fortuna, la narrazione progressista sulla Palestina, che giudica le ingiustizie dell’occupazione e dell’apartheid israeliani per quello che sono e chiede alla politica statunitense un approccio più etico sta guadagnando un’inedita forza negli Stati Uniti. Le cose stanno cambiando a Washington, dalla presentazione di progetti di legge da parte delle parlamentari Betty McCollum e Alexandria Ocasio-Cortez per limitare la complicità degli Stati Uniti nell’aggressione israeliana ai palestinesi, alla sconfitta di sostenitori filo-israeliani come Eliot Engel da parte di nuovi eletti progressisti come Jamaal Bowman [il preside di scuola media che ha sconfitto Engel, presidente della commissione Affari Esteri della Camera, nelle primarie democratiche di New York, ndtr.] Il 117° Congresso avrà anche un maggior numero di membri in carica che parlano apertamente dei diritti dei palestinesi.

Questa ondata di rappresentanti progressisti può spingere l’amministrazione Biden a cambiare la politica degli Stati Uniti su Palestina / Israele. Ma potrà farlo solo se continuiamo a costruire un variegato movimento di base che si allei con altre lotte progressiste nel paese e che renda socialmente e politicamente inaccettabile il fatto di essere “progressisti tranne che sulla Palestina” (PEP).

Vale anche la pena riflettere sul ruolo della leadership palestinese nella Cisgiordania occupata, che si è fatta in quattro per accogliere le richieste degli Stati Uniti negli ultimi 30 anni nella speranza di avvicinarsi gradualmente all’indipendenza palestinese. Dopo decenni di fallimento, questo approccio è insostenibile. La leadership palestinese deve cambiare, deve diventare più democratica e smettere di reprimere e soffocare il dissenso. Fondamentalmente, deve smetterla di stare a guardare in attesa che gli Stati Uniti procurino la libertà ai palestinesi. In qualità di leader, è loro compito cercare giustizia attraverso ogni possibile via, comprese le istituzioni internazionali e la Corte Penale Internazionale, indipendentemente dalle obiezioni degli Stati Uniti.

In definitiva, tuttavia, il compito di porre fine alla complicità degli Stati Uniti con l’oppressione israeliana dei palestinesi grava sulle spalle di coloro che vivono negli Stati Uniti, e dobbiamo continuare a impegnarci su questo compito. Facendo crescere una campagna multiforme di pressione progressista dal basso, che a sua volta influenzi il dibattito politico, la copertura mediatica e il comportamento dei responsabili politici, il consenso sul cieco sostegno degli Stati Uniti a Israele può davvero incrinarsi. Questa crepa renderà possibile una politica estera più giusta ed etica che sostenga – o almeno smetta di ostacolare – la ricerca della libertà da parte dei palestinesi.

Omar Baddar è un analista politico palestinese-americano che risiede a Washington, DC. È stato vicedirettore dell’Arab American Institute [organizzazione che si occupa di difendere gli interessi degli statunitensi di origine araba, ndtr.] (AAI) e direttore esecutivo dell’American Arab Anti-Discrimination Committee [associazione che lotta contro le discriminazioni a danno della comunità arabo-americana, ndtr.] del Massachusetts.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Documenti esclusivi rivelano decenni di stretta cooperazione fra il Fondo Nazionale Ebraico (FNE) ed Elad

Uri Blau 

19 ottobre 2020 – +972

Una relazione interna rivela che, fin dagli anni ’80, il Fondo Nazionale Ebraico ha permesso ai coloni di Elad di intentare azioni legali in loro nome. La collaborazione ha portato allo sfratto di palestinesi mentre si è rafforzata la presenza degli ebrei a Gerusalemme Est

Da tempo la famiglia Sumarin è un simbolo della lotta fra palestinesi e coloni israeliani a Silwan, quartiere di Gerusalemme Est. Sin dagli inizi degli anni ’90, la casa dei Sumarin, accanto alla moschea Al-Aqsa e che condivide un muro divisorio con la città di David, sito archeologico e attrazione turistica ebraica, è stata oggetto di una battaglia legale condotta dal Fondo Nazionale Ebraico (FNE) per ottenerne lo sfratto.

Recentemente però è emersa una vicenda molto più profonda. Ad agosto è stato rivelato che Elad, un’organizzazione che promuove colonie ebraiche a Gerusalemme Est, da dietro le quinte aveva avviato una causa presso tribunali israeliani. Con il crescere della pressione dell’opinione pubblica internazionale sul FNE per lo sfratto previsto, il rapporto fra Elad e JNF sembra essersi guastato. La scorsa settimana si è persino affermato che qualcuno all’interno dell’organizzazione stava cercando di porre termine alla cooperazione con Elad sul caso Sumarin, una decisione che probabilmente verrà presa lunedì.

Eppure questo caso è solo la punta dell’iceberg. Nel 1998, una relazione interna del FNE rivelata per la prima volta qui su +972 Magazine, insieme ad altri documenti storici e interviste condotte nelle ultime settimane, descrive una cooperazione deliberata, stretta e fruttuosa fra le due organizzazioni fin dai lontani anni ’80. Tale collaborazione, che include lettere personali scritte a mano e contratti, mostra che il FNE aveva concesso volentieri a Elad il diritto di perseguire il caso per conto proprio, ottenendo l’occupazione di varie proprietà a Silwan. “Niente è stato fatto in segreto,” ci ha detto l’altra settimana l’autore del rapporto.

È tutto organizzato’

ll Fondo Nazionale Ebraico è stato fondato nel 1901 per comprare e sviluppare terre per le colonie ebraiche in Palestina sotto controllo ottomano e britannico, e poi con lo Stato di Israele. Negli anni l’organizzazione è stata pesantemente criticata dai palestinesi e dai sostenitori dei loro diritti per le sue attività in Israele e oltre la Linea Verde [cioè nei territori palestinesi occupati, ndtr.]. Il FNE ha una forte presenza filantropica negli Stati Uniti, dove una sua sezione non-profit ha raccolto 72 milioni di dollari solo nel 2018.

La Fondazione Ir David, comunemente nota come Elad, è un’organizzazione non-profit fondata nel 1986 da David Be’eri, ex ufficiale dell’esercito delle unità di élite Sayeret Matkal e Duvdevan, insignito nel 2017 del Premio Israele, la più alta onorificenza civile del Paese. L’organizzazione persegue il consolidamento delle colonie ebraiche nella “Gerusalemme antica” e lo sviluppo di grandi siti turistici ebraici, inclusa la Città di David, nella parte orientale della città dove vivono circa 350.000 palestinesi. Elad ha lavorato per inserire centinaia di coloni nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, in particolare nell’area di Wadi Hilweh a Silwan, dove ha aiutato a insediarsi oltre 350 persone.

La capacità di Elad di promuovere le proprie attività a Silwan è sostenuta da ingenti risorse finanziarie. Stando ai suoi bilanci, Elad ha ricevuto donazioni per oltre 200 milioni di dollari fra il 2005 e il 2018, l’ultimo anno in cui i dati sono stati resi pubblici. Come rivelato il mese scorso in un documentario del canale in arabo della BBC, circa la metà della somma proviene da sole quattro compagnie con sede nelle isole Vergini britanniche, controllate da uno degli uomini più ricchi di Israele, Roman Abramovich, l’oligarca russo proprietario squadra di calcio del Chelsea. L’altra metà è arrivata da “Friends of Ir David” [Amici della Città di David], fondo newyorkese esentasse.

Dopo aver occupato Gerusalemme Est nel 1967, Israele ha cominciato un processo di occupazione delle proprietà che erano appartenute a ebrei prima del 1948. Ha anche usato la Legge sulla Proprietà degli Assenti (varata nel 1950 per espropriare terre e case appartenenti a palestinesi che erano fuggiti o erano stati espulsi durante la guerra del 1948) per confiscare proprietà palestinesi a Gerusalemme Est. Il FNE ha partecipato a questi procedimenti tramite Hemnutah, la sua filiale che ha acquistato varie proprietà dal Custode delle Proprietà degli Assenti a Silwan.

In seguito a queste transazioni, Hemnutah ha iniziato a lavorare per sfrattare le famiglie palestinesi da queste case. Per farlo l’organizzazione ha cooperato con Elad, come provano i documenti da noi pubblicati in ebraico.

Il 16 agosto 1998, Yehiel Leket, allora copresidente del FNE, riceve un documento di 12 pagine e alcuni allegati intitolato: “Un’analisi della Città di David (Silwan), Gerusalemme.” L’autore del rapporto, Avraham Haleli, direttore del dipartimento dei beni immobili del FNE, ha lasciato l’organizzazione circa 20 anni fa per fare l’avvocato in Israele. Haleli, che ha competenze ed esperienze uniche sulle proprietà in tali aree, dice che ancora oggi il FNE si avvale dei suoi servizi e lo consulta regolarmente.

Il rapporto di Haleli del 1998 descrive in dettaglio la stretta relazione fra il FNE ed Elad iniziata a metà degli anni ’80. “Era chiaro a tutte le parti coinvolte che l’organizzazione [Elad] avrebbe richiesto di usare le proprietà del FNE nella zona e di vivere là come residenti protetti,” scrive Haleli.

In proposito c’è un documento al dipartimento dei beni immobili del FNE,” ci ha detto durante una conversazione con lui la scorsa settimana. “Tutto è organizzato. Niente è stato fatto in segreto. Era stato tutto fatto in modo normale basandosi su decisioni.”

Secondo Hagit Ofran, che lavora al progetto “Settlement Watch” (Osservatorio sulle colonie) dell’ONG israeliana Peace Now (Pace ora), negli ultimi decenni la cooperazione fra le due organizzazioni ha permesso a Elad di insediare a Silwan ebrei israeliani in almeno 10 proprietà e anche in alcuni immobili nel quartiere di Abu Tur a Gerusalemme Est. Ofran, che ha analizzato il rapporto di Haleli, spiega che la maggior parte della terra di cui Elad ha preso possesso è stata usata per turismo e il resto come residenza da circa otto famiglie di coloni.

Uno degli allegati al rapporto, una lettera scritta a mano spedita da Be’eri, fondatore di Elad e suo direttore esecutivo nel 1985, rivela la profondità della relazione ai suoi inizi. “Buongiorno signor Haleli,” scrive Be’eri un anno prima della fondazione ufficiale di Elad. “Siamo venuti a sapere di proprietà ebraiche del FNE su appezzamenti nel villaggio di Shilo [Silwan].” Parecchi appezzamenti “sono stati presi da arabi”, spiega. Da una prospettiva sionista, etica e religiosa, scrive Be’eri, “noi consideriamo di grande importanza l’occupazione di quelle case, specialmente in questa zona.” Be’eri si offriva poi “come volontario” per ottenere queste proprietà.

L’anno dopo, nel 1986, Be’eri manda un’altra lettera a Shimon Ben Shemesh, amministratore di FNE, parlando del suo impegno per collaborare all’identificazione di proprietà da acquisire a Silwan. Quella lettera si riferiva a uno specifico lotto di terra i cui abitanti erano recentemente morti. “Noi crediamo che questo sia il momento di agire urgentemente, usando mezzi legali … per garantire che la terra venga data ai suoi proprietari legali (il FNE].” Be’eri concludeva la lettera dicendosi disposto a sostenere le spese legali, anche se non si sa se l’abbia poi fatto.

Il rapporto descrive il primo caso di cooperazione fra Elad e il FNE nel 1986: un’istanza presentata al tribunale da Hemnutah per sfrattare una famiglia palestinese in collaborazione con l’avvocato di Elad. Il rapporto nota che il padrone di casa era d’accordo con lo sfratto e che l’istanza era stata presentata solo perché così “i suoi vicini avrebbero pensato che era stato costretto ad andarsene.” Haleli aggiunge che Elad aveva anche compensato la famiglia palestinese. Inoltre descrive come in alcuni casi gli avvocati di Elad avessero fornito al FNE assistenza legale volontaria e gratuita.

Il rapporto si riferisce anche a un memorandum di intesa fra le due organizzazioni firmato prima delle cause legali. Nel memorandum, Hemnutah acconsentiva che Elad affittasse le proprietà dopo lo sfratto degli occupanti palestinesi. “Ovviamente non c’era conflitto di interessi fra le parti,” affermava Haleli nel rapporto. Aggiungeva che l’affitto pagato al FNE sarebbe stato dedotto dalla somma che Elad aveva già speso per le procedure di sfratto.

Haleli era chiaramente consapevole della delicatezza di questa cooperazione, e nel rapporto del 1998 scrive “abbiamo avvertito Elad di non provocare” gli abitanti della zona per “evitare le critiche di Hemnutah e del FNE.” Per questa ragione, continuava Haleli, il FNE “sosteneva l’idea che arabi provenienti dal Libano meridionale abitassero temporaneamente nelle proprietà oggetto dello sfratto … ma per varie ragioni abbiamo dovuto rinunciare a questo piano.”

Haleli aggiunge poi di essere al corrente delle opinioni divergenti sulle attività del JNF nella zona. Chi ci sostiene, scriveva, pensa che non facciamo abbastanza, mentre gli altri presentano il FNE come un gruppo che “strappa agli arabi le loro proprietà.” Secondo Haleli nessuno aveva ragione. “Il FNE opera come un’organizzazione ebraica sionista nazionale che mira a garantire la terra al popolo di Israele per l’eternità. È stato fatto secondo le leggi di Israele senza pregiudicare i diritti degli abitanti, arabi o ebrei … Sono convinto che il modo in cui abbiamo agito nella Città David meriti un plauso,” concludeva.

Il rapporto del 1998 non è l’ultimo a essere scritto dal FNE sulle sue relazioni con Elad. Da conversazioni avvenute la scorsa settimana con due membri del FNE, sappiamo che una sua versione aggiornata è stata redatta nel 2010. Il FNE non ha risposto alle domande poste da +972 a questo proposito né alla richiesta di ricevere una copia aggiornata del rapporto.

Nessun portavoce del FNE o di Elad ha risposto alle nostre richieste di un commento.

Differenze sul caso Sumarin

La casa Sumarin era stata dichiarata proprietà di assenti nel 1987 e venduta a Hemnutah dall’Autorità israeliana per lo Sviluppo nel 1990. In seguito Hemnutah presentò un’azione legale per sfrattare la famiglia Sumarin, che per trent’anni aveva lottato per restare nella propria casa. Alla fine di giugno di quest’anno il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha deliberato che i Sumarin non erano riusciti a dimostrare i propri diritti sulla proprietà e che dovevano lasciarla libera per metà agosto. La famiglia ha presentato appello e potrà rimanere nella casa fino alla decisione dell’Alta Corte il prossimo aprile.

La decisione del tribunale distrettuale di Gerusalemme ha suscitato massicce proteste e pressioni da parte dei sostenitori e donatori progressisti del FNE per annullare lo sfratto. Non tutti i dirigenti del fondo sono entusiasti di vedere la famiglia Sumarin cacciata di casa.

In agosto, come parte dell’ultima azione legale dei Sumarins, Hemnutah ha presentato alla Corte Suprema una lettera scritta nel 1991 da David Be’eri, fondatore di Elad, alla consociata del FNE. Nella lettera, svelata per la prima volta nel documentario della BBC su Elad (e al quale l’autore di questo articolo ha contribuito), Be’eri elencava vari lotti di terra a Silwan, inclusa la casa dei Sumarin, e scriveva che “ci occuperemo dello sfratto degli attuali proprietari dai loro immobili. Pagheremo tutte le spese legali per lo sfratto e gli indennizzi ai proprietari, con un accordo giudiziario o per ordine del tribunale.” Un bollo di Hemnutah conferma l’approvazione da parte dell’organizzazione dei contenuti della lettera.

Matityahu Sperber, presidente del consiglio di amministrazione di Hemnutah nominato dal progressista Movimento Riformista, in una conversazione telefonica con +972 ha detto che era stata sua la decisione di rivelare alla Corte Suprema l’accordo del 1991 per tentare di bloccare gli sfratti. La presentazione della lettera ha segnato un cambiamento nell’approccio del FNE al caso, che era iniziato poche settimane prima. Il 20 luglio, Sperber scrisse una lettera al presidente del FNE Danny Atar, in cui chiedeva che egli si impegnasse per bloccare i procedimenti contro la famiglia Sumarin perché era preoccupato che lo sfratto potesse danneggiare l’immagine del FNE.

Nella lettera, Sperber scrive che un parere legale preparato dall’avvocato del FNE non forniva risposte soddisfacenti a proposito di una “serie di aspetti sui rapporti fra Hemnutah ed Elad riguardo alla proprietà [Sumarin].” Questo include “l’impegno di Elad con Hemnutah riguardante la proprietà, […] l’autorità delle parti che si sono prese l’impegno a nome di Hemnutah,” e la “possibile invalidità di un giudizio indipendente di Hemnutah a proposito della proprietà in questione, a causa della partecipazione di Elad nel procedimento legale e nel suo finanziamento, insieme ad altre questioni.” Tutto ciò, scrive Sperber, crea un “conflitto di interessi strutturale.”

Il 12 ottobre il CDA di Hemnutah avrebbe dovuto votare una bozza presentata da Sperber per bloccare tutte le attività della causa contro i Sumarin e sostituire gli avvocati di Elad che se ne occupavano per conto di Hemnutah. 

+972 si è rivolto per un commento allo studio legale Ze’ev Scharf & Co. che rappresenta Hemnutah nel caso Sumarin. Lo studio deve ancora fornire una risposta.  

Comunque il giorno prima della data in cui si sarebbe dovuta tenere la riunione questa venne spostata dopo l’appello alla Corte Distrettuale di Gerusalemme presentato da Nachi Eyal, uno dei membri del CDA di Hemnutah, contro le bozze della risoluzione. Nella sua dichiarazione al tribunale, Eyal, il fondatore e direttore del Foro Legale per Israele e candidato del partito Nuova Destra [estrema destra dei coloni, ndtr.] nelle precedenti elezioni della Knesset, sostenne che la delibera era illegale ed era stata presentata di fretta e furia; Eyal obiettò che la riunione era stata fissata con poco preavviso e che Sperber l’aveva iniziata perché probabilmente avrebbe rischiato di perdere la presidenza nelle elezioni del CDA dell’Organizzazione Mondiale Sionista fissato per il martedì.

Il tribunale ha accolto la petizione di Eyal. Durante una conversazione con +972 Atar, il presidente del FNE, ha detto che il consiglio si sarebbe riunito lunedì 19 ottobre [2020] per votare sul blocco dello sfratto e la sostituzione degli avvocati.

Nel frattempo, la scorsa settimana, Elad’s Be’eri ha mandato una lettera esprimendo la sua ira a Sperber e Atar, criticando veementemente Hemnutah e il suo presidente. Noi abbiamo investito “una fortuna” nel caso Sumarin, scrive Be’eri e i diritti di occuparsi del caso erano stati affidati a Elad, non possono essere revocati. Be’eri aggiunge che ogni decisione sul caso presa da Hemnutah e dal FNE dovrà coinvolgere Elad. Ha anche dichiarato che Sperber è rapporto con gruppi di estrema sinistra, sostenitori del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni [contro Israele, ndtr.].

È uno scandalo. Non sarebbe dovuto succedere’

La fede politica di Sperber e Atar, che rappresentano l’ala progressista del FNE (Atar è un ex parlamentare laburista della Knesset che si è guadagnato il sostegno di Benny Gantz, leader del partito Blu e Bianco), verrà messa alla prova martedì 20 ottobre, quando il Congresso Mondiale Sionista si riunirà da remoto per scegliere i suoi nuovi rappresentanti.

Il CMS seleziona i leader di varie associazioni sioniste, inclusa l’Organizzazione Mondiale Sionista, l’Agenzia Ebraica per Israele e il FNE. Se Sperber e Atar resteranno al potere verrà deciso dal tipo di coalizione formata dalle varie parti del CMS su cui di solito ci si mette d’accordo in precedenza. Secondo il Jerusalem Post, Atar deve affrontare una grossa sfida alla sua posizione da parte della lista del Likud Mondiale, che si era diviso ma poi si è riconciliato alla vigilia delle elezioni grazie ad accordi di coalizione.

Negoziati per le alte cariche continueranno fino a poco prima dell’inizio del congresso. Ma la scorsa settimana, secondo il Jerusalem Post, sembrava che la presidenza del FNE sarebbe stata divista fra Avraham Duvdevani, della Lista religiosa Zionist World Mizrachi [movimento dei sionisti religiosi, ndtr.] e Haim Katz, parlamentare Likud, lascando Atar fuori dalla direzione dell’organizzazione. Secondo il giornale finanziario The Maker, probabilmente il nuovo direttore di Hemnutah sarà di Yisrael Beiteinu, il partito di [estrema] destra di Avigdor Liberman.

In una conversazione telefonica con Sperber, gli ho chiesto perché la sua decisione di bloccare lo sfratto dei Sumarin verrà presentata al consiglio solo alla vigilia delle elezioni. Sperber ha detto di aver saputo dell’accordo fra Elad e JNF solo agli inizi di quest’anno, e ha cercato di occuparsi del caso da allora. Ha aggiunto che ha il sostegno di Atar, ma ha ammesso che non è chiaro se Atar o Sperber manterranno i loro incarichi dopo le elezioni.

Sperber ha parlato della campgna dei Sumarin e ha espresso la speranza che influirà sulla decisione della Corte Suprema israeliana di esaminare l’appello della famiglia. Durante la nostra conversazione è apparso chiaro che Sperber conta sulla corte per risolvere il dilemma di Hemnutah che si è assunto il caso della famiglia.

Ma Sperber ha anche chiarito che il FNE non rinuncerà ai diritti sulla proprietà dei Sumarin. “Non abbiamo diritto a (rinunciarci),” ha detto, spiegando che la Corte Distrettuale di Gerusalemme ritiene che la casa sia di proprietà di Hemnutah. “Noi non possiamo farlo per il bene di un ebreo riformato, un ebreo ortodosso o un palestinese di Gerusalemme Est,” ha detto Sperber. L’unica possibilità per Hemnutah, ha continuato, è votare di congelare l’esecuzione del verdetto della corte. E se in un futuro il CDA decidesse di revocare il blocco? “È un rischio,” ha ammesso.

Hagit Ofran di Peace Now [Pace Adesso] dice che “il FNE deve immediatamente tagliare tutti i suoi rapporti con l’organizzazione di coloni Elad e permettere alla famiglia Sumarin di vivere in pace a casa propria.”

Atar, nel frattempo ha detto che lui ha scoperto dell’accordo fra il FNE e Elad solo due settimane fa. “Stiamo facendo di bloccarlo in qualche modo e di annullare l’accordo. C’è molta resistanza,” ha aggiunto. “Se non riusciamo a farlo ora, lo faremo subito dopo il congresso (dell’OSM)”. È molto complicato, ha detto, dato che Elad ha pagato 30 anni di battaglie legali contro i Sumarin.

Per me non ha senso che l’abbiate saputo solo due settimane fa.

È stato veramente così. L’abbiamo saputo per caso … durante una discussione di Sperber con gli avvocati … discutevano e noi ci siamo resi conto che non aveva senso che usassero il nostro nome ma non facessero quello che gli dicevamo.”

Eppure non era la prima udienza della corte sulla famiglia Sumarin avvenuta durante il suo ruolo come direttore del FNE.

Giusto, ma non eravamo entrati nei dettagli. Non sono cose di cui mi occupo giornalmente e non erano in programma fino a quando Matityahu [Sperber] non ha sollevato la questione.” 

Le relazioni fra le organizzazioni non sono cosa nuova. Haleli ne ha scritto nei suoi rapporti.

Vero. [Ma] Io l’ho saputo solo ora, nelle ultime due settimane.” 

Cosa pensa di quello che ha saputo nelle ultime settimane sui rapporti fra Elad e FNE?

Uno scandalo. Non sarebbe dovuto succedere … Stiamo studiando questi (rapporti) ora e il nostro ufficio legale li sta analizzando. Abbiamo imparato la lezione. Non è l’unica cosa su cui stiamo lavorando per migliorarla.”

Perché ha aspettato fino all’ultimo momento per occuparsene? È possibile che lei lo stia facendo ora in vista delle imminenti elezioni? 

Proprio l’opposto. È come un osso che mi si è incastrato in gola. Non ci guadagno nulla a occuparmene ora. Evitare questa ulteriore tensione in questo periodo sarebbe stato molto meglio per me.” 

Supponiamo che lei riesca a liberarsi degli avvocati di Elad. Cosa farà dopo?

Il nostro ufficio legale si occuperà dello status di ‘residenza protetta’(di Elad). Non è un caso semplice.”

La corte ha già deciso che la casa dei Sumarin appartiene al FNE. Se dipendesse da lei, ritirerebbe la petizione presentata alla corte per sfrattare la famiglia Sumarin?

La proprietà resterbbe (nostra), ma non sono sicuro che valga la pena sfrattarli. Dovremmo trovare un’altra soluzione… in base a quanto consentito dalla legge.”

Pubblicherete un rapporto sui rapporti con Elad? 

Naturalmente, come sempre. Quando finiremo la causa pubblicheremo tutto.”

Uri Blau è un giornalista investigativo nato in Israele con oltre 20 anni di esperienza nell’ indagare corruzione politica, sicurezza nazionale e problemi di trasparenza. Al momento vive a Washington.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Perché il mito di “Pallywood” persiste

Natasha Roth-Rowland

15 ottobre 2020 – +972

Un’eredità durevole della Seconda Intifada è la perfida idea che i palestinesi non siano affidabili quando raccontano le loro esperienze dell’oppressione israeliana.

Il 30 settembre 2000, all’inizio della Seconda Intifada, un cineoperatore palestinese che lavorava per una rete televisiva francese filmò quello che sarebbe diventato un famoso scontro a fuoco a Gaza. Durante una prolungata sparatoria al valico di Netzarim, il dodicenne Muhammad al-Durrah e suo padre Jamal si trovarono in mezzo dal tiro incrociato tra israeliani e palestinesi.

Il cineoperatore, Talal Abu Rahma, filmò la coppia mentre cercava un rifugio e, dopo qualche raffica di arma da fuoco durante le quali le riprese vennero interrotte, le immagini mostrarono Muhammad crollare in braccio al padre. Colpito da uno sparo letale all’addome, morì poco dopo in seguito alle ferite.

L’incidente, spesso citato come “la questione Al-Durrah”, divenne il punto d’inizio del termine dell’hasbara [propaganda israeliana] “Pallywood”. Parola composta di “palestinese” e “Hollywood”, suggerisce che, per scopi propagandistici contro Israele, i palestinesi recitano scene che mostrano gli spari dell’esercito israeliano contro civili. Il termine venne coniato da Richard Landes, un medievalista americano, che nel 2005 fece un breve documentario definendo la sua teoria di quella che chiamò “una fiorente industria di cinema all’aperto.”

L’accusa di “Pallywood” ora è una fiorente industria in sé, essendo stata ampiamente applicata ad episodi che vanno dagli attacchi aerei israeliani fino all’uccisione con armi da fuoco nel 2014 di due adolescenti palestinesi durante le proteste del giorno della Nakba. È diventata un luogo comune, il cui scopo è mettere in dubbio a priori ogni accusa di crudeltà o uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza israeliane, soprattutto quando vengono riprese in video. Infatti, in base alla logica dell’accusa di “Pallywood”, il solo fatto che la violenza sia stata documentata in immagini è una ragione in più, non in meno, per dubitare della sua esistenza.

Seguendo le orme di Landes, è spuntata una legione di esperti di psicologia forense e comportamentale in poltrona che decostruiscono video della violenza israeliana contro i palestinesi. Lo scopo è screditare quello che è stato filmato, e quindi minare tutta la narrazione palestinese sull’occupazione, un proiettile alla volta.

Questa guerra contro le immagini, e la solidarietà, non è iniziata con il cliché di “Pallywood”, e non è affatto unica. Come in ogni zona di conflitto, la propaganda gioca un importante ruolo nelle società sia israeliana che palestinese, una pratica che spesso interferisce con i tentativi di decodificare narrazioni in contrasto tra loro e riferire informazioni accurate sul terreno. Tuttavia questa propaganda non può essere disgiunta dal differenziale di potere tra le due parti, una che tenta di resistere all’occupazione e all’oppressione, l’altra che cerca di conservarle, giustificarle o persino negarle.

Questa asimmetria è una ragione fondamentale per la quale Israele è stato particolarmente sensibile al conflitto di narrazioni fin da molto prima che emergesse il cliché di “Pallywood”. La Prima Intifada, iniziata nel 1987, rese famosa l’iconica dinamica dei manifestanti palestinesi, soprattutto giovani e donne, che affrontavano i carrarmati israeliani con nient’altro che pietre.

La consapevolezza israeliana della pubblicità negativa determinata dal suo uso eccessivo della forza è a lungo sopravvissuta a quel momento. Nel 2013, per esempio, l’esercito israeliano annunciò che avrebbe smesso di utilizzare fosforo bianco come arma chimica contro i palestinesi a Gaza perché “non è fotogenico” (questa dichiarazione giunse dopo che l’esercito aveva negato di aver utilizzato fosforo bianco durante l’operazione “Piombo Fuso” del 2008-09, poi negò di averlo utilizzato in aree urbane, e infine ammise di averlo fatto con l’avvertenza che il suo uso era giustificato).

Una riedizione di “Pallywood”

Le indagini iniziali di Israele sulla sparatoria di al-Durrah riconobbero che il ragazzino poteva essere stato colpito da una pallottola israeliana. Ma il capo dell’esercito nei territori occupati dell’epoca, il generale di divisione Yom-Tov Samia, dichiarò che c’erano “forti dubbi” riguardo a questa possibilità e disse che era molto probabile che al-Durrah fosse stato ucciso da un proiettile palestinese.

A cinque anni di distanza, poco dopo che uscisse il film di Landes, questa velata supposizione venne ritirata: un altro ufficiale delle IDF [Israeli Defence Forces, l’esercito israeliano, ndtr.] affermò invece che l’esercito non era assolutamente responsabile della morte di al-Durrah. Nel 2013 il governo andò anche oltre: su richiesta personale del primo ministro Benjamin Netanyah il governo avviò un’ulteriore inchiesta, che concluse non solo che le IDF non avevano sparato ad al-Durrah, ma che egli non era stato affatto colpito. Una riedizione di “Pallywood”.

Questi amanti di “Pallywood” per sostenere le loro affermazioni riescono in genere a basarsi sulle smentite e sugli insabbiamenti del governo israeliano. Quando nel 2014 durante le proteste del Giorno della Nakba a Beitunia le forze di sicurezza israeliane colpirono tre adolescenti palestinesi con proiettili veri, uccidendone due, fonti ufficiali israeliane, sia militari che civili, si unirono per affermare che le immagini della CCTV [televisione cinese, ndtr.] di tutta la sparatoria erano state manipolate.

A loro si unirono importanti commentatori della diaspora, uno dei quali suggerì che le accuse contro l’esercito israeliano avrebbero potuto benissimo rappresentare “una nuova versione dell’accusa del sangue (sic) di al-Durrah”, evocando un mito antisemita cristiano medievale. La Corte Suprema israeliana in seguito condannò un agente della polizia di frontiera a 18 mesi di prigione per aver sparato uno dei proiettili.

Allo stesso modo quando nell’agosto 2015 nel villaggio di Nabi Saleh un soldato israeliano si mise a cavalcioni sul dodicenne Mohammed Tamimi e lo prese per il collo per arrestarlo nonostante Tamimi avesse il braccio destro ingessato, entrò di nuovo in azione il marchio “Pallywood”. Questa volta la diffamazione venne diretta contro l’allora tredicenne Ahed Tamimi, una parente di Mohammed che era tra coloro che avevano impedito il suo arresto. Benché le foto della vicenda fossero indiscutibili, Mail Online, con sede in GB, istigato da propagandisti filoisraeliani, modificò il proprio titolo sull’incidente per sostenere che Ahed si era “rivelata come una prolifica stella di ‘Pallywood’.”

Numerosi messaggi sulle reti sociali cercarono inoltre di sostenere che il braccio di Mohammed non fosse per niente rotto, mostrando foto di lui con il gesso su un altro braccio, omettendo il fatto che queste foto erano di anni prima. La difesa delle azioni dei soldati da parte dell’esercito fu che Mohammed aveva lanciato pietre e che non sapevano che fosse un minorenne.

Diffamare gli oppressi

L’accusa di “Pallywood” non svanisce nemmeno quando l’esercito conferma la versione degli avvenimenti che risulta dai filmati. Nell’ottobre 2015 agenti israeliani in borghese vennero ripresi e fotografati mentre si infiltravano in una manifestazione nei pressi di Betlemme, nella Cisgiordania occupata, con kefiah attorno alla testa, prima di brandire le loro armi e arrestare dei manifestanti, a uno dei quali spararono a una gamba da distanza ravvicinata.

Un portavoce delle IDF confermò questa serie di avvenimenti, descrivendo lo sparo [contro il manifestante] come “un colpo preciso che ha reso innocuo il principale sospettato.” Tuttavia commentatori del video sulle reti sociali insistettero che si trattava di una ingannevole produzione di “Pallywood”. Come ha scritto acutamente all’epoca su +972 Lisa Goldman, “quando la gente non può credere ai propri occhi, in genere si tratta di ideologia.”

Questa ideologia alimenta una più generale e pericolosa idea secondo cui gli atti di violenza contro i palestinesi, sia da parte di soldati che di civili israeliani, non sono mai quello che sembrano. È per questo che, per esempio, quando nel 2014 i coloni israeliani rapirono il sedicenne Muhammad Abu Khdeir fuori da casa sua a Gerusalemme est e lo torturarono a morte, inizialmente la polizia insinuò, con un certo successo, che Abu Khdeir fosse stato ucciso dalla sua famiglia perché era gay (e non lo era), oppure che fosse stato vittima di una faida locale.

È per questo che, dopo che nell’estate 2015 due coloni israeliani uccisero membri della famiglia Dawabshe a Duma, investigatori dilettanti produssero “prove” infinite secondo cui gli ebrei non erano stati responsabili dell’attacco, compresa l’affermazione che le scritte sul muro trovate sul posto non fossero di un ebreo madre lingua. Ed è per questo che, nel tentativo di dimostrare che i palestinesi di Gaza non stiano soffrendo in seguito al blocco e agli attacchi militari [israeliani], interventi in rete a favore di Israele amano condividere foto (vere e false) di supermercati, caffè e altre zone di Gaza che non sono state ridotte in macerie dai bombardamenti aerei israeliani, come se ogni apparenza di “normalità” palestinese rendesse ogni distruzione israeliana un lavoro di fantasia, un miraggio inteso solo a ingannare.

Insieme al suo pernicioso razzismo, il problema dell’accusa di “Pallywood”, ancora fiorente due decenni dopo la vicenda di al-Durrah, consiste nelle sue disoneste pretese di preoccuparsi della correttezza giornalistica. In un’epoca di “deepfakes” [false notizie ottenute manipolando le immagini, ndtr.] e bots [programmi che infettano i computer, ndtr.], i tentativi di garantire la verità nell’informazione sono fondamentali. Ma le innumerevoli “inchieste” sui video della violenza israeliana contro i palestinesi non riguardano l’approfondimento di avvenimenti specifici, intendono inculcare il concetto secondo cui i palestinesi non possono essere creduti riguardo a niente di quello che dicono in merito a ciò che subiscono per mano dei soldati e dei coloni israeliani.

Come strategia essa precede di molto le accuse di “notizie false” che accompagnano informazioni tutt’altro che lusinghiere su politici e governi. Ma il tentativo è lo stesso: diffamare gli oppressi, delegittimare le loro lotte e distogliere lo sguardo del mondo dalla violenza dell’oppressore.

Natasha Roth-Rowland è studentessa di dottorato in storia all’università della Virginia, è ricercatrice e scrive sull’estrema destra ebraica in Israele-Palestina e negli USA. In precedenza ha passato parecchi anni come giornalista, editorialista e traduttrice in Israele-Palestina e il suo lavoro è stato pubblicato su The Daily Beast [sito di notizie statunitense, ndtr.], sul blog della London Review of Books [prestigiosa rivista britannica, ndtr.], Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.], The Forward [storico giornale della comunità ebraica statunitense, ndtr.], e Protocols [rivista di sinistra della diaspora ebraica, ndtr.]. Scrive con il vero cognome della sua famiglia in memoria di suo nonno, Kurt, che venne obbligato a cambiare il suo cognome in Rowland quando cercava di rifugiarsi in GB durante la Seconda Guerra Mondiale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La polizia israeliana sa come placare i sospetti aggressori – quando sono ebrei

Oren Ziv

21 settembre 2020 – +972 magazine

Quando un israeliano pare abbia cercato di investire con la sua auto i manifestanti anti-Bibi, la polizia lo ha sopraffatto in modo pacifico. I palestinesi spesso non sono così fortunati.

Non è un segreto che le forze di sicurezza israeliane trattino ebrei israeliani e palestinesi, sia cittadini [di Israele] che vittime dell’ occupazione militare, in modo molto diverso. Mentre i cittadini ebrei spesso godono del beneficio del dubbio da parte della polizia, i palestinesi sono spesso trattati come sospetti terroristi che devono prima di tutto essere repressi.

Questo divario è stato del tutto evidente domenica notte, quando la polizia israeliana ha sventato un sospetto tentativo di investimento con l’auto da parte di un uomo ebreo-israeliano durante la manifestazione settimanale contro il primo ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.

Un video dell’attacco, che ho realizzato e pubblicato per la prima volta su Local Call [versione in ebraico di +972, ndtr.], mostra il responsabile che accelera mentre guida la sua macchina in direzione dei manifestanti in King George Street. L’auto viene vista avvicinarsi a un posto di blocco della polizia prima di fermarsi all’alt facendo stridere i freni, dopodiché l’autista viene portato via dal veicolo e arrestato dagli agenti.

In seguito all’incidente la polizia israeliana ha pubblicato una dichiarazione secondo cui “le forze che operano in King George Street hanno arrestato un sospetto che si dirigeva velocemente con un veicolo verso i posti di blocco della polizia, rappresentando un pericolo per i manifestanti e la polizia”. In seguito all’incidente, il vice sovrintendente della polizia Alon Halfon ha dichiarato: “È arrivato un veicolo, l’uomo è stato arrestato ed è sotto inchiesta. La recinzione [della polizia] gli ha impedito di continuare e provocare danni “.

È troppo presto per determinare cosa abbia spinto il guidatore a condurre l’auto verso i manifestanti. Quando la polizia lo ha preso in custodia, gli ho chiesto perché avesse cercato di investire i manifestanti. Non ha voluto rispondere e ha cercato di aggredirmi.

Un gruppo di quattro manifestanti era seduto su delle sedie in mezzo alla strada a pochi metri da dove l’auto si è fermata di colpo. Hanno detto che pensavano che sarebbero stati investiti e che forse qualcosa all’ultimo momento ha impedito al conducente di aggredirli. Forse ha visto la polizia, forse ha cambiato idea.

Tutto ciò che si sa al momento sul sospetto è che ha 20 anni e risiede a Gerusalemme. Al contrario i nomi e i dettagli sui sospetti palestinesi vengono spesso rilasciati dalle forze di sicurezza subito dopo il fatto.

Gli agenti, ovviamente, devono essere elogiati per la sensibilità con cui hanno gestito la situazione. A quanto pare coloro che hanno arrestato il conducente hanno creduto che si trattasse di un tentativo di aggressione, o almeno hanno sentito le loro vite in pericolo, dal momento che circa quattro di loro hanno estratto e puntato le armi. Eppure non hanno aperto il fuoco, mostrando invece con precisione come fermare un autista pericoloso senza sparare un solo colpo.

Come ha osservato un giornalista esperto, la polizia ha riportato i fatti dal punto di vista degli agenti senza aggiungere alcun ulteriore commento. Non si è discusso di un “tentativo di attacco” e anche le parole “tentato investimento con un’auto” non sono state inserite nel rapporto della polizia. Ciò nonostante l’autista ha chiaramente accelerato e ha frenato all’ultimo momento a pochi metri da un gruppo di manifestanti – un evento che miracolosamente non si è concluso con delle vittime.

Non ci vuole molto per immaginare come sarebbe finito un evento del genere se l’autista fosse stato un palestinese: esecuzione sul posto, prima di lasciare il corpo a terra fino all’arrivo di un artificiere per escludere la possibilità di un ordigno esplosivo. Entro pochi minuti dall’incidente la polizia avrebbe rilasciato una dichiarazione su un tentato attacco terroristico.

Questo è esattamente quello che è successo nel caso di Yacoub Abu al-Qi’an, un cittadino beduino che è stato ucciso dalla polizia nel gennaio 2017, e Ahmed Erakat, un palestinese di Gerusalemme che quest’anno è stato ucciso dalle forze di sicurezza israeliane ad un checkpoint. Subito dopo aver sparato la polizia israeliana e i media li hanno immediatamente descritti come aggressori, nonostante prove discutibili nei loro confronti.


Abu al-Qi’an ed Erakat sono solo due degli innumerevoli palestinesi che hanno perso la vita e sono stati subito definiti terroristi. Ma lunedì la polizia ci ha ricordato che esiste un altro modo di gestire i sospetti che non include aprire il fuoco sui presunti aggressori. Un modo, a quanto pare, riservato solo ai cittadini ebrei.

Oren Ziv è un fotoreporter, membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [formato da fotografi israeliani e internazionali con il proposito di utilizzare la fotografia come strumento di cambiamento sociale e politico, ndtr.] e un redattore di Local Call. Dal 2003 ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati con una particolare attenzione sulle comunità di attivisti e sulle loro lotte. Il suo reportage si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e le colonie, sugli alloggi a prezzi accessibili e su altre questioni socioeconomiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulle battaglie animaliste.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’uccisione di un beduino è un’arma della guerra di Netanyahu per sopravvivere

Edo Konrad

9 settembre 2020 – +972 magazine

Netanyahu sta utilizzando l’uccisione colposa di Yacoub Abu al-Qi’an come clava per attaccare le autorità che lo accusano di corruzione.

Le ultime 24 ore hanno fatto comprendere nel dettaglio il profondo cinismo con cui i dirigenti israeliani trattano i cittadini palestinesi del Paese. Martedì notte il primo ministro Benjamin Netanyahu ha finalmente chiesto scusa alla famiglia di Yacoub Abu al-Qi’an, un beduino abbattuto a fucilate dalla polizia israeliana nel gennaio 2017 durante un’incursione nel villaggio non riconosciuto di Umm al-Hiran, nel deserto del Naqab/Negev.[vedi su questo argomento zeitun]

Le scuse di Netanyahu giungono dopo più di tre anni di tentativi da parte della polizia di calunniare Abu al-Qi’an e la sua famiglia; una presunta inchiesta sull’incidente e prove incontrovertibili dimostrano senza ombra di dubbio che Abu al-Qi’an oggi dovrebbe ancora essere vivo.

Per anni la versione ufficiale, sostenuta dalla polizia e a livello politico, è stata che la sparatoria era giustificata. Improvvisamente, poiché deve affrontare una crescente indignazione sulla gestione della crisi di COVID-19 e un processo penale che minaccia il suo futuro politico, Netanyahu ha trovato il modo di utilizzare un beduino assassinato che è stato senza mezzi termini dipinto e condannato come un terrorista.

Nel 2017 Umm al-Hiran era impegnato in una lotta per la sopravvivenza. Per circa due decenni Israele aveva progettato di radere al suolo il villaggio e di sostituirlo con la città ebraica di Hiran, in base al fatto che le case dei beduini erano state costruite su terra demaniale (negli anni ’50il governo militare israeliano aveva ordinato alla tribù di Abu al-Qi’an di spostarsi su questa terra).

Durante un’incursione avvenuta nelle prime ore del mattino dell’unità speciale della polizia incaricata di far applicare le leggi sulla costruzione e la pianificazione, i poliziotti israeliani spararono e uccisero Yacoub Abu al-Qi’an, che si era appena messo alla guida della sua macchina nelle vicinanze delle demolizioni. Poi Yacoub finì per sbandare uccidendo l’ufficiale della polizia israeliana Erez Levy.

Al momento degli spari, l’allora capo della polizia Roni Alsheikh e l’ex ministro della Sicurezza Pubblica Gilad Erdan definirono l’uccisione di Levy “un attacco indiscutibilmente terroristico.” I principali mezzi di informazione israeliani ripresero senza metterla in dubbio questa menzogna. Riguardo alla sparatoria il dipartimento di Indagini Interne della polizia iniziò un’inchiesta preliminare, ma nel maggio 2018 i pubblici ministeri israeliani chiusero il caso, affermando che non ci fossero basi per un procedimento penale contro i poliziotti coinvolti.

Al funerale dell’agente Levy il capo della polizia Alsheikh ripeté l’affermazione senza fondamento che Abu al-Qi’an fosse un violento radicale islamista. Per più di un anno e mezzo dopo l’uccisione, e nonostante prove video e testimonianze del contrario, Erdan continuò a sostenere che Abu al-Qi’an era un terrorista. Erdan poi chiese allo Shin Bet di riaprire l’inchiesta “per dimostrare” che l’incidente era stato un attacco terroristico.

Lentamente iniziarono ad accumularsi prove che smentivano le affermazioni della polizia, compresa un’inchiesta preliminare da parte del centro di ricerche londinese Architettura Forense [organizzazione che ricostruisce con metodi scientifici avvenimenti controversi, fondata dall’architetto israeliano Eyal Weizman, ndtr.] e le testimonianze oculari presentate alla Corte Suprema e consegnate ai media, che confutavano nei fatti il racconto della polizia.

Poi lunedì notte il telegiornale israeliano più seguito, su Canale 12, ha rivelato che l’ex- procuratore generale Shai Nitzan era intervenuto per evitare un’inchiesta sulla condotta del capo della polizia Alsheikh nel caso, nonostante un importante funzionario delle forze dell’ordine avesse affermato che Alsheikh aveva fatto filtrare alla stampa materiale delle indagini.

In una mail inviata nel 2018, Nitzan affermava che mettere in evidenza le divergenze tra la polizia e l’ufficio della procura generale avrebbe “fatto del bene solo a quanti vogliono fare del male alle forze dell’ordine.” Sembra che la decisione di Nitzan di frenare l’inchiesta fosse motivata dal timore che le malefatte della polizia potessero danneggiare l’immagine delle forze dell’ordine e del sistema penale mentre stavano indagando Netanyahu per corruzione. Ora siamo a due giorni da questa rivelazione e la destra israeliana ci va a nozze.

“Hanno detto che era un terrorista,” ha sottolineato Netanyahu in un discorso in televisione martedì notte. “Ieri è risultato chiaro che non lo era. Ieri è risultato chiaro che pubblici ministeri esperti e la polizia lo hanno trasformato in terrorista per proteggere se stessi.”

Nel contempo il deputato del partito di estrema destra Yamina Bezalel Smotrich, che ha descritto il tasso di natalità dei beduini come una “bomba” che deve essere disinnescata e che sostiene la segregazione razziale nei reparti di maternità, si è scusato per aver definito Abu al-Qi’an un terrorista. Smotrich inizialmente ha negato di averlo mai detto, finché un utente di twitter gli ha rinfrescato la memoria con delle schermate.

Anche Regavim, l’organizzazione dei coloni fondata da Smotrich per promuovere la demolizione di case e l’espulsione dei palestinesi, ha inviato scuse per il comunicato emesso dopo l’uccisione, in cui il gruppo definiva Abu al-Qi’an un “terrorista assassino” incitato da organizzazioni di sinistra, elementi estremisti islamici e membri della Lista Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani, ndtr.].

Il ministro della Giustizia Amir Ohana, uno dei più strenui sostenitori di Netanyahu e il cui ministero è competente per la polizia, ha chiesto una revisione delle risultanze della polizia. Questa è la prima volta che un funzionario del governo mette pubblicamente in discussione rapporti della polizia riguardo agli avvenimenti occorsi a Umm al-Hiran.

Come ha scritto martedì Oren Ziv su Local Call [versione in ebraico di +972, ndtr.], Netanyahu ha ragione a chiedere scusa alla famiglia di Abu al-Qi’an, ogni altro funzionario coinvolto nella sua morte deve fare altrettanto ed essere chiamato a risponderne. Ma non c’è alcuna ragione per lasciare che il primo ministro se la cavi così facilmente. Se Netanyahu non è interessato ad utilizzare l’uccisione di Abu al-Qi’an solamente per trarne dei vantaggi personali contro la polizia e la procura, dovrebbe andare molto al di là di semplici scuse.

Potrebbe iniziare, per esempio, scusandosi con le 170 famiglie di Umma al-Hiran che sono state obbligate a firmare un accordo di ricollocamento prima della demolizione del loro villaggio. Potrebbe chiedere scusa ai beduini del Naqab per gli incessanti tentativi del suo governo di rinchiuderli in township [quartieri in cui venivano costretti a vivere i neri nel Sudafrica dell’apartheid, ndtr.] per poter costruire al posto dei loro villaggi nuove città ebraiche.

Poi potrebbe scusarsi di aver incitato all’odio contro i cittadini palestinesi di Israele, una pratica che ha raggiunto l’apice negli ultimi cinque anni. E infine potrebbe chiedere scusa alle innumerevoli famiglie di palestinesi erroneamente uccisi per mano delle forze di sicurezza israeliane.

Ma Netanyahu non vuole fare niente di tutto questo. Yacoub Abu al-Qi’an si è trasformato in una preziosa clava per il primo ministro, un’occasione d’oro in cui la morte di un innocente, che risulta anche appartenere a una comunità regolarmente etichettata come “terrorista”, si trasforma in un’arma della sua guerra personale.

Ovviamente c’è qualcosa di fondamentalmente marcio nelle forze di sicurezza israeliane e nel loro sistema di controllo interno. I palestinesi, sia cittadini di serie B dentro Israele che sottoposti alla dittatura militare e all’assedio in Cisgiordania e a Gaza, lo hanno sempre saputo. La recente uccisione da parte della polizia di Iyad al-Hallaq, un palestinese di Gerusalemme est affetto da autismo, ne è ulteriore prova.

Ma la guerra di Netanyahu contro la polizia e la procura non ha niente a che vedere con la giustizia per le vittime della violenza della polizia. Al contrario, ha molto a che fare con la sua lotta per rimanere il più possibile sul trono. Lo stesso trono costruito con il sangue di quanti sono stati colpiti proprio dalle autorità che giurano di proteggerli.

Edo Konrad è caporedattore di +972 Magazine. Residente a Tel Aviv, in precedenza ha lavorato come redattore di Haaretz.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una “rivoluzione stradale”: i coloni fanno pressione su Israele perché espanda le infrastrutture della Cisgiordania

Meron Rapoport

27 agosto 2020 – + 972 Magazine

L’Alta Corte israeliana ha stabilito che la strada 935 “danneggerebbe in misura sproporzionata” le proprietà palestinesi. Ciò non impedisce al governo di riprenderne la costruzione.

Il ministero dei Trasporti israeliano ha recentemente intrapreso il progetto di una nuova strada per i coloni allo scopo di accorciare la distanza tra Ramallah ovest nella Cisgiordania occupata e Gerusalemme.

Secondo i coloni della zona, la strada 935 consentirà la creazione di un blocco con 100.000 coloni ebrei in una “posizione strategica” a nord di Gerusalemme. In realtà la strada rinchiuderà tra blocchi di insediamenti israeliani l’intera area urbana di Ramallah, che ha una popolazione di 200.000 palestinesi.

La strada dovrebbe passare attraverso terreni privati palestinesi a ovest di Ramallah, anche se l’Alta Corte israeliana aveva precedentemente stabilito che la sua costruzione avrebbe arrecato “danni sproporzionati” alle proprietà palestinesi.

La strada 935 dovrebbe collegare il cosiddetto “raccordo a ferro di cavallo”, vicino all’insediamento coloniale di Dolev e al villaggio palestinese di Deir Ibzi’, alla strada 443 nei dintorni del villaggio di Beit Ur a-Fauqa e della colonia di Beit Horon. Il suo percorso è particolarmente critico, poiché dovrebbe intersecarsi con la strada principale che collega Ramallah alle zone occidentali della Cisgiordania. Inoltre, passerebbe anche attraverso aree che, secondo una mappa contenuta nel piano per il Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sarebbero situate nei territori che dovrebbero diventare parte del futuro Stato palestinese.

Per cui, se la strada venisse realizzata, lo “Stato” palestinese proposto nel piano, che risulta già piccolo e diviso, si restringerà e si frammenterà ulteriormente.

La strada dovrebbe favorire i coloni nel blocco degli insediamenti di Dolev-Talmonim. Oggi circa 10.000 coloni vivono in questa sorta di enclave, che separa le città palestinesi di Ramallah e Beitunia dalle zone occidentali della Cisgiordania.

All’inizio della Seconda Intifada un posto di controllo venne spostato dall’ingresso di Talmonim ad una strada principale utilizzata anche dagli abitanti palestinesi dell’area, bloccando così l’accesso a decine di migliaia di dunam [unità di misura terriera adottata a partire dall’età ottomana: un dunum = 0,1 ettaro, ndtr.] di terra palestinese privata tra gli insediamenti coloniali rispettivamente di Dolev, Nahliel e Halamish, a circa 10 miglia a nord.

Secondo Dror Etkes di Kerem Navot, una ONG israeliana che monitora l’organizzazione degli insediamenti coloniali nei territori occupati, i proprietari terrieri palestinesi possono visitare la loro terra solo pochi giorni all’anno previo accordo e scortati dall’esercito.

In effetti, mentre guidavo la scorsa settimana lungo un tratto di 10 chilometri di questa strada, non ho visto una sola macchina palestinese. Gli ulivi e gli alberi da frutto lungo la strada apparivano chiaramente trascurati rispetto agli oliveti ben curati vicini ai villaggi palestinesi.

Fino alla prima Intifada, alla fine degli anni ’80, i coloni che vivevano nella zona si recavano a Gerusalemme via Ramallah e Beitunia, circa 20 minuti di auto.

Dopo l’Intifada, e ancor di più dopo gli accordi di Oslo e la designazione di Beitunia e Ramallah come facenti parte dell’Area A (sotto il pieno controllo dell’Autorità Palestinese), i coloni dell’area di Dolev-Talmonim che vogliono raggiungere Gerusalemme devono viaggiare verso ovest fino all’incrocio di Shilat prima di prendere la strada 443, un viaggio che, senza traffico, può richiedere più di un’ora.

La terra resta in abbandono

Già a metà degli anni ’90 i coloni della zona iniziarono a fare pressioni per una tangenziale che li collegasse direttamente alla strada 443 e abbreviasse il viaggio verso Gerusalemme di oltre mezz’ora.

La loro richiesta fu accolta e, per spianare la strada, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, circa 60 ettari di terra palestinese furono espropriati a Deir Ibzi’, Ein Arik e Beitunia. Furono iniziati i lavori su un tratto di strada lungo circa un chilometro e mezzo vicino a Deir Ibzi’, ma con l’intensificarsi della violenza durante la Seconda Intifada – la parte meridionale del percorso avrebbe dovuto passare molto vicino alla città palestinese di Beitunia – i lavori vennero bloccati.

Nel 2007, sotto la guida di Adi Mintz, un residente di Dolev ed ex membro anziano del Consiglio di Yesha – il braccio politico e lobbistico degli insediamenti coloniali della Cisgiordania – alcuni coloni ebrei della zona presentarono una petizione all’Alta Corte israeliana perché venisse completata la costruzione della strada.

Nella petizione i coloni affermavano di essere stati “discriminati” rispetto ai palestinesi della zona, per i quali, nell’ambito della costruzione del muro di separazione nell’area, Israele aveva aperto una rete alternativa di strade “di sicurezza”, che collegano i palestinesi a Ramallah. I coloni inoltre sostenevano che, poiché il viaggio in auto verso Gerusalemme può richiedere al mattino fino a due ore a causa del traffico, ciò riduce il valore delle loro proprietà e “vengono violati i loro diritti di proprietà“.

Lo Stato si oppose alla petizione, sostenendo che dal punto di vista della sicurezza sarebbe stato molto difficile proteggere la strada, che avrebbe attraversato un’area palestinese densamente popolata. Lo Stato affermò anche che la realizzazione della strada avrebbe comportato problemi sia di pianificazione che archeologici, poiché avrebbe attraversato due importanti siti archeologici risalenti al periodo del Secondo Tempio (516 a.C.-70 d.C.).

Lo Stato sostenne inoltre che la realizzazione della strada “comporta l’espropriazione di terreni privati [palestinesi] in un modo che danneggia in misura sproporzionata le loro proprietà“.

Infine, nel 2009 tre giudici dell’Alta Corte israeliana respinsero la petizione evitando di interferire con la decisione dello Stato di non realizzare la strada. Il giudice Asher Grunis dichiarò nella sua decisione che “il danno causato ai palestinesi sarebbe particolarmente grave poiché si presume che, una volta realizzata, la strada verrebbe utilizzata dai residenti israeliani”.

Nel 2012, l’Alta Corte si rivolse all’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, che rappresentava i palestinesi le cui terre erano state espropriate e, con una decisione insolita, decise di revocare l’esproprio e restituire la terra ai legittimi proprietari.

Eppure i primi tratti della strada, che erano già stati realizzati sul loro terreno, non vennero ricoperti. Nel corso di un’ispezione dell’area fatta la scorsa settimana è emerso che i contadini palestinesi non sono tornati a coltivare quegli appezzamenti. I coloni utilizzano la strada sterrata già tracciata per raggiungere la sorgente di Ein Bubin.

I coloni non si sono arresi e hanno continuato a chiedere la creazione di una strada che li connetta all’autostrada 443 e abbrevi il loro viaggio verso Gerusalemme e Tel Aviv.

Nel febbraio 2018, nel corso di una riunione della sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, Mintz ha affermato che gli accordi di Oslo avrebbero “imprigionato” i coloni nell’area di Gush Dolev-Talmonim e che recarsi al lavoro la mattina sarebbe diventato un “incubo indescrivibile”, costringendoli ad alzarsi ancora prima.

“Annessione nella pratica”

Negli ultimi mesi, il Ministero dei Trasporti e della Sicurezza Stradale ha deciso di porre fine a quell’incubo. Secondo Mintz, egli sarebbe riuscito a convincere il governo a riprendere il progetto. “Siamo in fasi avanzate di progettazione”, ha detto Mintz. “Questa è la mia creatura.”

L’attuale lunghezza del percorso proposto è di sole quattro miglia, ma un’ispezione svolta la scorsa settimana nell’area ne ha rivelato le difficoltà. La strada dovrebbe attraversare almeno tre crinali piuttosto ripidi, così come la strada principale tra Ramallah e le aree della Cisgiordania tra Ein Arik e Dir Ibzi’. Intanto esperti nel settore ambientale hanno espresso preoccupazione per i gravi danni all’ambiente circostante.

Mintz comunque afferma che la strada “non è né complicata né costosa”, e ritiene che il progetto sarà completato entro quattro anni. Tuttavia si è rifiutato di entrare nei dettagli su quanto costerà esattamente la strada. Nella riunione della sottocommissione della Knesset Mintz ha detto che c’è anche la possibilità di realizzare un “ponte e un tunnel” che ridurranno notevolmente i tempi di percorrenza.

Sembra che il Ministero dei Trasporti non abbia ancora trovato soluzioni per i problemi topografici, l’espropriazione della terra e le disposizioni sul traffico per i palestinesi.

Mintz non fa mistero del fatto che il suo obiettivo è utilizzare la strada per sviluppare l’area, che attualmente è scarsamente abitata da coloni, in particolare se paragonata ad altre zone intorno a Gerusalemme. “Qui c’è spazio per 100.000 persone, è territorio dello Stato”, ha detto.

Secondo Mintz esisterebbe già un piano regolatore per 15.000 famiglie. “Questa strada è fondamentale perché la nostra posizione è strategica. Siamo l’immagine speculare di Gush Etzion (blocco di insediamenti coloniali). Proprio come Gush Etzion si collega al corridoio di Gerusalemme dal sud (della Cisgiordania), noi saremo in grado di connetterci all’area di Gerusalemme da nord.”

Se l’idea di Mintz si avverasse, il progetto della destra israeliana di una “Grande Gerusalemme” inizierebbe dall’insediamento coloniale di Nahliel, a circa nove miglia a nord-ovest della città, e finirebbe con la colonia di Efrat, nove miglia a sud-ovest di Gerusalemme.

Mintz non è preoccupato dal fatto che la strada dovrebbe passare all’interno di aree destinate, secondo il piano di Trump, a far parte di uno Stato palestinese. Crede che l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti abbia reso irrilevante il “piano del secolo” e in ogni caso, ha aggiunto, “i funzionari israeliani hanno presentato agli americani una mappa in base alla quale la questione è stata risolta”, il che implica che l’area in cui passerebbe la strada rimarrà sotto controllo israeliano.

Mintz ha affermato che anche i palestinesi “godranno” delle strade, poiché potranno raggiungere i villaggi vicini alla strada 443. Tuttavia i palestinesi di Ein Arik hanno detto che realizzare una strada proprio sulla loro terra porterebbe a una dura resistenza. “Morirò sulla mia terra”, ha detto un abitante del villaggio.

Etkes, di Kerem Navot, vede la decisione di attuare il piano come parte di un più ampio progetto infrastrutturale inteso a favorire i coloni israeliani nella Cisgiordania occupata come non abbiamo più visto dai tempi degli accordi di Oslo a metà anni 90.

Secondo Etkes, “questi progetti infrastrutturali sono destinati a servire come la base su cui Israele intende insediare centinaia di migliaia di cittadini ebrei nei prossimi decenni. La vera storia dell’apartheid israeliano in Cisgiordania non è l’annessione formale, che non si è concretizzata nonostante le promesse, ma l’annessione nella pratica, che è continuata per 53 anni e ora sta battendo ogni record”.

Il Consiglio regionale di Mateh Binyamin [che governa 46 colonie e avamposti israeliani nella Cisgiordania centro-settentrionale, ndtr.] ha dichiarato a +972 che il piano fa parte della “rivoluzione stradale” che ha promosso per “sviluppare l’intera regione e compensare gli anni in cui lo Stato ha trascurato la pianificazione stradale a Binyamin, Giudea e Samaria [cioè in Cisgiordania, ndtr.] in generale.” Le strade favoriranno “tutti gli abitanti della zona, inclusi gli arabi, e ridurranno notevolmente i tempi di percorrenza”, ha aggiunto il consiglio.

In una dichiarazione rilasciata a +972, il ministero dei Trasporti ha affermato che “la decisione relativa alla strada 935 è stata presa nel corso di un incontro con il consiglio regionale di Mateh Binyamin, con l’obiettivo di fornire una soluzione sul piano dei trasporti al problema dei collegamenti delle comunità di Talmon e Beit Horon. La strada è attualmente nella fase di progettazione iniziale”.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call [versione in ebraico di +972, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La guida essenziale per i palestinesi ai fini dell’attraversamento di un posto di controllo israeliano.

George Zeidan

19 agosto 2020 – + 972 MAGAZINE

Per non creare dei problemi ai nostri oppressori, ecco una guida in 10 passaggi per aiutare i palestinesi a evitare la profilazione razziale ai posti di blocco e magari arrivare puntuali.

Anni fa, un palestinese abitante a Ramallah – chiamiamolo “Ahmad” – aveva programmato un colloquio per il visto presso il consolato americano a Gerusalemme.

Appassionato fondista, Ahmad voleva recarsi negli Stati Uniti per partecipare ad una importante maratona. Ma per presenziare al colloquio aveva bisogno di un permesso rilasciato da Israele per entrare nella Gerusalemme Est occupata. Se non fosse stato per i posti di blocco militari e il muro di separazione israeliani, il consolato sarebbe stato a pochi minuti di auto da casa sua.

Purtroppo la richiesta di permesso di Ahmad venne negata dalle autorità israeliane. Quindi, un amico, che chiameremo “Tamer”, decise di aiutarlo con un piano un po’ sfrontato.

Mentre si avvicinavano al checkpoint, Tamer sorrise al soldato israeliano di guardia e agitò la mano con sicurezza, come se stesse salutando un conoscente. Poteva sentire Ahmad dietro di lui che recitava sottovoce ansiosamente quante più preghiere poteva.

Il soldato diede un’occhiata ai passeggeri e, invece di fermarli per controllare i loro documenti, fece cenno perché l’auto passasse.

Ahmad alla fine avrebbe ricevuto il suo visto per gli Stati Uniti e in seguito, quell’anno, completò la sua gara con un ottimo risultato e si qualificò anche per un’altra importante maratona. I suoi amici erano entusiasti per lui, ma erano anche contenti di aver trovato un modo per ingannare il sistema dei posti di controllo: usando il razzismo degli israeliani contro di loro.

Diversi posti di controllo, diverse carte d’ identità

Non tutti i palestinesi hanno il “privilegio” di attraversare un posto di controllo israeliano per entrare nella Gerusalemme est occupata o in Israele. In effetti, molti non sono mai stati “dall’altra parte” perché non è mai stato concesso loro un permesso e nemmeno la possibilità di richiederlo. Ad esempio, a circa 2 milioni di palestinesi di Gaza, sotto assedio dal 2007, è stato impedito di lasciare la Striscia, anche verso altre parti dei territori occupati, se non in circostanze umanitarie eccezionali.

I palestinesi con maggior facoltà di spostarsi attraverso la cosiddetta “linea verde” [confine convenzionale che separa i territori palestinesi dai “territori occupati”, ndtr.] sono quelli che detengono la cittadinanza israeliana essendo in possesso di documenti di identità blu e quelli con residenza a Gerusalemme est e in possesso di documenti di identità rossi. Durante i loro viaggi dalla Cisgiordania in Israele, questi palestinesi hanno due opzioni: o attraversare i posti di controllo del tipo di quelli presenti nei terminal degli aeroporti o utilizzare quelli che vengono chiamati “bypass”.

I posti di controllo in stile aeroporto presentano corsie pedonali e automobilistiche. I palestinesi della Cisgiordania con i permessi possono entrare in Israele solo attraverso questi posti di controllo. Le corsie per le auto sono solitamente lente e trafficate, ma sono l’unica opzione se palestinesi con documenti di identità diversi viaggiano nella stessa macchina. Ad esempio, nel caso di una coppia palestinese di cui una persona ha la residenza a Gerusalemme e l’altra una carta d’identità della Cisgiordania con un permesso, quest’ultima dovrebbe attraversare da sola a piedi mentre la prima rimarrebbe in macchina e si riunirebbe al proprio partner dall’altro lato.

I posti di blocco bypass sono molto più insidiosi in quanto i valichi non sono utilizzati solo dagli arabi; sono destinati soprattutto a mettere in collegamento i coloni israeliani in Cisgiordania con il resto di Israele. Attraversare questi posti di blocco è un’esperienza molto diversa che assomiglia più al passaggio attraverso un casello autostradale. I soldati israeliani stanno ai lati di ogni terminal cercando di identificare le “minacce” – palestinesi – da selezionare per [sottoporli] a perquisizioni più invasive.

Come sembrare un “non-arabo”

Ciò che è diventato noto a tutti i palestinesi è come attraversare questi posti di blocco nel modo più efficiente possibile. Il trucco, in parole povere, è avvicinarsi al valico come un “non arabo”.

Dopotutto la fatica per i soldati israeliani è notevole: molti di loro devono annoiarsi a stare al sole tutto il giorno, consultando le liste di profilatura razziale per facilitare il proprio lavoro. Deve anche essere difficile a volte distinguere tra un arabo e un ebreo israeliano solo dal loro aspetto: ci somigliamo moltissimo.

E così, per non affaticare troppo i nostri oppressori, ho messo insieme una guida in 10 passaggi per aiutare i palestinesi a nascondere o attenuare la loro “arabicità“:

1) Avete considerato la possibilità di allevare un animale domestico? In caso contrario, iniziate a tenerne uno ora e portatelo fuori spesso. I soldati israeliani non pensano che gli arabi siano abbastanza in gamba da avere animali domestici. I gatti vanno bene, ma io consiglierei i cani perché sono molto più grandi e più visibili nelle auto. Evitate di prendere un cane carino perché è meglio non rischiare che i soldati fermino l’auto per giocare con lui.

2) Tatuaggi, piercing e altri accessori per il corpo sono molto utili. Per i soldati israeliani gli uomini arabi non sono abbastanza fichi da indossare orecchini; quindi, conducenti uomini, se non li indossate già, assicuratevi di tenere un orecchino magnetico in macchina. Per le conducenti donne, consiglierei di farvi tatuaggi all’henna; sono a buon mercato e facilmente rimovibili, assicuratevi solo che siano chiaramente visibili. Inoltre, l’uso dell’henna significa che potete far rivivere la cultura palestinese facilitando il vostro viaggio attraverso il posto di controllo.

3) Chiudete i finestrini dell’auto durante l’attraversamento. Gli arabi hanno l’abitudine di tenere la mano fuori dal finestrino. Questa pratica è utile quando guidate in una città palestinese e per strada dovete salutare 50 persone che conoscete, ma a un posto di blocco state solo cercando guai.

4) Lavate la vostra auto ogni giorno: è un segno di agiatezza. Macchine sporche o confezioni di fazzoletti con scritte in arabo sono una cattiva idea.

5) Tingetevi i capelli di biondo. È sia di moda che utile; più bianchi appaiono i passeggeri, meno ragioni avranno i soldati per fermare l’auto. La probabilità di un arabo biondo, credono alcuni israeliani, è molto bassa e, di conseguenza, i soldati non saranno inclini a fermarvi.

6) Lavorate duro per permettervi di avere continuamente un’auto nuova. Per i soldati israeliani, le vecchie auto sono un segno di arretratezza e implicano che l’autista abbia lasciato solo di recente il cammello come mezzo per andare al lavoro. Evitate però di prendere una Mercedes: a quanto pare si sa che gli arabi preferiscono quella marca. Sì, è un’ottima macchina, ma non a questo fine.

7) È dimostrato che anche guidare con donne che fumano riduce le possibilità di essere fermati dai soldati; pensano che alle donne palestinesi non sia permesso fumare. Naturalmente, mi interessa la salute generale delle donne palestinesi, quindi non incoraggerò le donne palestinesi a fumare ogni volta che attraversano un posto di controllo, ma tenetelo a mente.

8) Uomini, dovete stare molto attenti alla barba; in realtà possono capitare entrambe le cose: che vi aiuti o vi danneggi. O volete assicurarvi di stare al passo con gli stili da intellettuale anticonformista più contemporanei, altrimenti sembrerà solo una pratica religiosa e vi si ritorcerà contro.

9) Mostrate il vostro sostegno alla comunità LGBTQ . I soldati israeliani pensano che tutti i palestinesi siano omofobi.

10) Ascoltare musica in ebraico mentre si attraversa il posto di blocco ha dimostrato di funzionare per alcune persone. La musica mizrahi [combina elementi della musica araba, turca e greca con i ritmi e le melodie della musica dei sefarditi e degli ebrei mizrahì, cioè provenienti da Paesi arabi o musulmani, ndtr.] può essere una buona via di mezzo per combinare melodie arabe con parole ebraiche. Ma fate attenzione perché questa tattica è stata troppo utilizzata.

La guida di cui sopra rimane la soluzione migliore per un palestinese che voglia arrivare al lavoro o agli appuntamenti in tempo. In un mondo giusto non dovremmo ridurre la nostra “arabicità” per muoverci liberamente da un luogo all’altro. Ma molti di noi sono diventati troppo insensibili per provare anche solo il dolore e l’umiliazione di questi posti di blocco. Fino a quando il nostro diritto di spostarci non sarà soddisfatto, potrebbe essere l’unica strategia che abbiamo sotto il dominio dell'”unica democrazia in Medio Oriente”.

George Zeidan è un co-fondatore di Right to Movement Palestine [Diritto al movimento Palestina, ndtr.], un’iniziativa che utilizza lo sport per mettere in luce la condizione della vita dei palestinesi e la libertà di movimento.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)