Israele minaccia di impadronirsi dell’antico bacino idrico vicino a Betlemme

Julian Borger e Quique Kierszenbaum 

Artas, Cisgiordania

domenica 19 luglio 2026 The Guardian

Le Piscine di Salomone risalgono al II secolo a.C. e sono diventate un luogo di svago per la vicina Betlemme

La minaccia di Israele di impadronirsi degli antichi bacini idrici vicino a Betlemme rappresenterebbe una significativa escalation nell’intensificarsi della campagna per il controllo della terra in Cisgiordania e della narrazione storica del Medio Oriente.

Da quando a maggio il ministro Finanze di Israele, l’estremista Bezalel Smotrich, ha minacciato esplicitamente di “cancellare” l’accordo che, oltre 30 anni fa, ha confermato la proprietà palestinese delle Piscine di Salomone, coloni e esercito israeliano hanno incrementato la loro presenza intorno allo spettacolare sito.

Le piscine risalgono al II secolo a.C. anche se la costruzione principale fu attuata dai romani un secolo dopo, parte di un imponente progetto ingegneristico composto da due bacini, acquedotti e canali per rifornire d’acqua Gerusalemme che dista 13 km.

Un terzo bacino monumentale fu aggiunto sotto il dominio ottomano quando fu costruito anche un forte per proteggere la fornitura d’acqua. Durante il periodo mandatario dal 1923 al 1948 le autorità britanniche modernizzarono il sistema usando condutture metalliche e pompe.

Ora la stazione di pompaggio in pietra chiara sulle colline boscose della zona dell’era mandataria è abbandonata e le piscine, in alcuni punti profonde oltre 10 metri, non convogliano più l’acqua a Gerusalemme, ma sono diventate la fonte principale di intrattenimento nell’area.

Un pomeriggio, di recente, dei bambini dei vicini villaggi di Artas e al-Khader hanno cominciato a buttarsi dai muri di pietra nell’acqua verde della piscina di mezzo, mentre dall’altro lato un gruppetto di pescatori pescava tra le canne dei bastioni.

Di venerdì e durante le vacanze le famiglie vengono da Betlemme, quasi quattro chilometri a nord-est, per passare la serata, nuotare e fare un picnic. Poiché la città è accerchiata da tutti i lati da nuove colonie le piscine sono diventate sempre più un rifugio per gli abitanti.

In tutta Betlemme è l’unico posto dove si può trovare un posto per sedersi e godersi l’acqua, l’ombra, gli spazi verdi – e ora stanno cercando di portarcelo via,” dice Mahmoud Jaber, un attivista del posto e orticultore ad Artas, che usa l’acqua delle sorgenti locali per coltivare verdure.

Anche se un distretto della colonia di Efrat incombe sopra le piscine, a maggio esse sono state direttamente minacciate quando Smotrich e Zvi Sukkot, un altro politico estremista israeliano, hanno fatto sgombrare i palestinesi dalla polizia per farsi filmare mentre nuotavano nella piscina di mezzo.

Questa è la nostra terra,” ha dichiarato Smotrich e Sukkot ha ripetuto il suo appello affinché Israele occupi il sito. Da allora le incursioni da parte dei coloni sono diventate più frequenti e il 10 luglio i soldati israeliani hanno compiuto un raid senza precedenti, lanciando gas lacrimogeni mentre i bambini nuotavano nelle piscine.

La campagna di pressione ha scatenato sdegno in Palestina, non solo per l’importanza archeologica delle tre piscine rettangolari che, con una capacità totale di 250.000 metri cubi, costituiscono uno dei sistemi idrici più vasti sopravvissuti dal mondo antico. Rappresenta anche un nuovo assalto frontale contro l’Autorità Palestinese (AP).

In base al secondo Accordo di Oslo del 1995, le Piscine di Salomone sono incluse nell’area di Betlemme classificata come Area A, sotto il controllo civile e militare palestinese. La divisione della Cisgiordania in aree A e B (controllo civile palestinese e controllo militare israeliano), e C (totalmente sotto controllo amministrativo israeliano) era intesa come fase intermedia in vista del ritiro israeliano dal territorio occupato per creare uno Stato palestinese.

Un obiettivo da molto tempo abbandonato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dalla sua coalizione di estrema destra, che hanno anzi accelerato l’ampliamento delle colonie israeliane su tutta la Cisgiordania tentando di strangolare alla nascita una Palestina indipendente.

L’Area A nel corso di questa annosa campagna è stata quasi sempre considerata inviolabile, fino a che un editto del gabinetto di sicurezza a febbraio di quest’anno ha stabilito il controllo israeliano sul sito storico della Tomba di Rachele a Betlemme. L’occupazione delle Piscine di Salomone costituirebbe un altro precedente a suggerire che parti dell’Area A possono essere confiscate a piacimento e con decisioni ad hoc da parte dei ministri.

A maggio, nel corso della sua visita alle piscine, Smotrich ha detto che lasciare tale “magnifico e antico bacino idrico” al controllo palestinese è stato “uno dei terribili errori” degli Accordi di Oslo.

Stiamo lavorando duro per porre rimedio ai tremendi danni causati dal disastro degli Accordi di Oslo,” ha detto.

Si sta usando questo sito come arma per erodere e praticamente cancellare gli Accordi di Oslo,” ha detto Alon Arad, un archeologo israeliano direttore esecutivo di Emek Shaveh, un’organizzazione fondata per proteggere i siti antichi. E ha aggiunto: “Ci sono 6.000 siti antichi in Cisgiordania e solo una minima parte ha un legame con il retaggio ebraico.”

Non è chiaro se e quando la coalizione israeliana cercherà di impadronirsi delle Piscine di Salomone, ma gli archeologi e i palestinesi del posto si preparano ad altre incursioni con l’avvicinarsi della data delle elezioni di ottobre in Israele. Nel frattempo la giustificazione per l’occupazione è stata fornita dai propagandisti estremisti israeliani che sostengono che l’AP ha permesso che le Piscine di Salomone cadessero in rovina. Il sito si sta sgretolando e in alcuni punti, in un angolo della piscina di mezzo, si vedono montagnole di bottiglie d’acqua buttate via e altra immondizia.

Il Waqf dell’AP, l’istituzione religiosa che ha la proprietà del sito, ambiva a svilupparlo quale meta turistica, ma queste aspirazioni sono andate in frantumi quando Smotrich ha trattenuto i proventi di tasse e accise dell’AP prosciugandone i fondi.

L’altra motivazione avanzata per un’occupazione israeliana è che le Piscine di Salomone sono esclusivamente ebraiche. Il tenente colonello riservista Maurice Hirsch, scrivendo all’inizio di questo mese sul sito del Centro di Gerusalemme per la Sicurezza e gli Affari Esteri, ha detto del sito che “il significato e l’importanza storica sono ebraici già solo per suo nome”.

Tuttavia ‘Piscine di Salomone’ è una denominazione storica fuorviante. Il re Salomone, qualora fosse esistito (tema dibattuto), si pensa abbia regnato su Israele e Giudea circa 800 anni prima che si iniziassero i lavori dei bacini.

La prima delle due piscine fu costruita sotto un altro re ebraico, Erode il Grande, un governatore sotto il protettorato di Roma, ma come molti siti antichi in Israele e Palestina, le piscine di Salomone mostrano tracce sovrapposte di ere e imperi successivi.

I palestinesi del posto mantennero il nome per secoli, ma Eman al-Titi, il direttore del dipartimento del turismo e delle antichità di Betlemme, ha detto che si riferisce al sultano ottomano Solimano il Magnifico che nel sedicesimo secolo restaurò le mura di Gerusalemme e la fornitura idrica.

I siti archeologici non dovrebbero mai diventare strumenti di conflitti politici,” ha detto al-Titi. “Questo problema va oltre il controllo della terra stessa. Comporta anche il tentativo di rimodellare la storia e promuove un unico modello della narrazione storica che non riflette le evidenze archeologiche o le molte civiltà che hanno contribuito per migliaia di anni alla ricca eredità culturale palestinese.”

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’espansione territoriale di Israele dopo ottobre 2023

Armin Messager 

5 marzo 2026 – Orient XXI

Se il 7 ottobre 2023 costituisce un importante punto di svolta nella ricomposizione dei rapporti di forza in Medio Oriente, è anche stato il pretesto per ridisegnare le linee di demarcazione. Israele ha così colto questa opportunità per consolidare ed estendere il suo dominio territoriale a Gaza, in Cisgiordania, ma anche nel sud del Libano e in Siria, determinando delle situazioni de facto durature sul terreno. Una costante nella storia coloniale dello Stato.

Quali sono le frontiere di Israele? Non hanno smesso di evolversi – e di essere ricacciate indietro – dal 1949, con ognuna delle guerre condotte contro i suoi vicini. Troppo spesso presentate come operazioni di “difesa”, le offensive che Tel Aviv conduce sui fronti limitrofi dopo il 7 ottobre 2023 si inscrivono in questa lunga storia. Facciamo notare che questa evoluzione territoriale è ampiamente ammessa pubblicamente attraverso le cartografie militari, gli editoriali sulla strategia e le dichiarazioni dei responsabili.

Gaza divisa in due blocchi

Per la striscia occupata da Israele dal 1967 il cessate il fuoco stabilito nell’ottobre 2025 non ha comportato un ritorno alla situazione geografica precedente il 7 ottobre. Lungi dal cristallizzare le posizioni, ha confermato una trasformazione già in atto. Dopo gli sfollamenti forzati delle popolazioni da est verso ovest dopo ottobre 2023 e le progressive incursioni militari, si è imposto un nuovo controllo territoriale.

Questa riorganizzazione è stata poi formalizzata con la creazione di “zone di sicurezza”, spazi posti sotto diretto controllo militare e in parte svuotate dalla loro popolazione. Quanto alle “linee di demarcazione”, spesso materializzate dalla “linea gialla” sulle carte, esse restano fluide e mobili, rispecchiando un rapporto di forza ancora instabile piuttosto che una frontiera stabilizzata.

L’enclave è divisa in due blocchi: circa il 53% del territorio è posto sotto il controllo militare israeliano, contro il 47% spettante alla popolazione di Gaza. Questa separazione è stata concretizzata da dicembre 2025 da una “linea gialla”: il posizionamento di blocchi di cemento colorati di giallo e barriere di terra che costituiscono di fatto una frontiera interna. Queste zone sono state dichiarate zone di tiro o vietate, rendendo altamente improbabile il ritorno di civili e accentuando una compressione demografica senza precedenti nell’enclave occidentale. Inoltre la maggioranza dei terreni agricoli e più della metà dei pozzi d’acqua si trovano sotto il controllo israeliano.

Immagini satellitari rivelano un progressivo spostamento di questi blocchi, un centinaio di metri dopo l’altro, senza una dichiarazione ufficiale. Al tempo stesso il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, ha evocato la creazione di una “nuova linea di frontiera”, lasciando intravedere la possibilità di una stabilizzazione duratura di questa divisione. La “linea gialla” segna una svolta nella misura in cui la zona cuscinetto non è più periferica, ma interna e mobile e ridisegna lo spazio nel cuore stesso dell’enclave.

In Cisgiordania un livello record di espansione coloniale

In seguito agli Accordi di Oslo (settembre 1993) la Cisgiordania è stata divisa in tre zone: la zona A (18%) sotto controllo palestinese ma sottoposta a regolari incursioni israeliane; la zona B (22%) sotto controllo civile palestinese e con la sicurezza congiunta con gli israeliani; la zona C (60%) sotto totale controllo israeliano, che include la maggioranza delle colonie e delle risorse, in particolare i terreni agricoli. Ma le restrizioni imposte dal governo israeliano limitano pesantemente l’edificazione, l’accesso all’acqua e alle infrastrutture.

Dopo il 7 ottobre 2023 diversi poteri amministrativi sono stati trasferiti dall’esercito ad un’autorità civile diretta dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Questo spostamento da un regime militare ad un’amministrazione civile incorporata nello Stato israeliano costituisce una tappa decisiva verso l’annessione e ne prepara la definizione dal punto di vista giuridico. Parallelamente il massiccio armamento dei coloni, con 120.000 armi distribuite dal 2023, incoraggiato dal Ministro dell’Interno Itamar Ben Gvir e presentato come “difesa civile”, permette loro di effettuare direttamente espulsioni, aggressioni e incendi di terreni palestinesi. Queste azioni mirano a scacciare i contadini dalle zone rurali per concentrare la popolazione nelle città e frammentare ulteriormente lo spazio palestinese.

Nel 2025 l’espansione coloniale ha quindi raggiunto livelli record: annuncio di 22 nuove colonie, legalizzazione di avamposti e ripresa del progetto E1 che prevede la costruzione di 3.000 abitazioni israeliane tra Gerusalemme est e la colonia di Maale Adumim, con il rischio di tagliare in due la Cisgiordania. Soprattutto, il 15 febbraio 2026 il riassetto del catasto fondiario che consente di dichiarare “terre dello Stato” delle proprietà palestinesi i cui proprietari sono stati costretti ad andarsene.

Questa procedura facilita e sistematizza il loro acquisto da parte di israeliani e amplia le possibilità di intervento e amministrazione israeliane. Oggi si contano 737.000 coloni israeliani in tutti i territori della Cisgiordania e a Gerusalemme est, contro i 622.000 nel 2017. Queste politiche si inscrivono in una linea di condotta assunta dai ministri di estrema destra Smotrich e Ben Gvir, favorevoli all’annessione.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’espansione coloniale in Cisgiordania si è intensificata in modo spettacolare. Secondo l’ONG israeliana ‘Pace adesso’ [nota come Peace Now, ndt.] nel 2024 e all’inizio del 2025 più di 2.400 ettari sono stati dichiarati “terra di Stato”, cioè lo 0,68% della zona C. I coloni hanno aperto 116 km. di nuove strade non autorizzate, frammentando ulteriormente il territorio e limitandone l’accesso ai palestinesi. Per di più sono stati creati 86 nuovi avamposti, tra cui 60 aziende agricole.

L’impatto umano è enorme: secondo l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA), dalla fine del 2023 in Cisgiordania sono stati uccisi 1.222 palestinesi e 39.843 persone sono state sfollate, almeno temporaneamente. L’anno 2025 ha segnato anche un record negli attacchi e danneggiamenti alle proprietà palestinesi con 1.828 incidenti, mentre la giustizia israeliana desiste dalla maggior parte delle incriminazioni, lasciando che i coloni agiscano nella quasi totale impunità.

Nel sud del Libano la “zona cuscinetto” è una “zona morta”

La massiccia offensiva aerea israeliana è iniziata il 23 settembre 2024, seguita una settimana dopo dal dispiegamento delle truppe di terra. Ha comportato un’enorme distruzione in una fascia di circa 5 km. a nord della “linea blu”, confine tracciato dall’ONU nel 2000, all’indomani del ritiro israeliano dal sud del Libano occupato dal 1978. Poi i bombardamenti aerei quasi quotidiani, i tiri d’artiglieria, l’uso di armi incendiarie e ora anche di glifosato [erbicida molto inquinante e potenzialmente cancerogeno, ndt.] hanno reso inabitabili vaste aree.

Ufficialmente Israele ha dichiarato di non intendere creare una “zona cuscinetto”, ma respingere l’unità Radwan di Hezbollah. Nei fatti tuttavia ha creato un corridoio svuotato dalla sua popolazione civile – più di 95.000 libanesi erano già stati sfollati dal giugno 2024 -, le infrastrutture – strade, reti d’acqua e di elettricità, terreni agricoli – sono state distrutte o pesantemente danneggiate e intere aree di villaggi sono state rase al suolo durante la guerra. Il rischio di morte, le distruzioni, l’impossibilità di vivere in assenza di infrastrutture, il degrado ecologico hanno trasformato il tessuto sociale e demografico locale, da cui l’appellativo di “zone morte”. Se alcuni abitanti sono progressivamente ritornati a novembre 2025, questo non riguarda tutti i villaggi.

Nonostante a gennaio 2026 l’esercito libanese abbia dichiarato di aver completato il disarmo di Hezbollah tra il fiume Litani e la “linea blu”, come convenuto in base al cessate il fuoco, i bombardamenti si susseguono, in violazione dell’accordo. Israele ha piazzato cinque basi israeliane al di là di questa linea – Labunneh, Jabal Blat, Shaked, Houla e Hamamis – ed eretto un muro di monoblocchi di cemento alti nove metri, incorporando nuovi terreni di contadini del sud (4.000 m2 nel 2025).

Dei coloni [israeliani] premono per avviare la costruzione di colonie: uno scenario simile alle annessioni della zona cuscinetto nel Golan. Il 2 marzo 2026 Israele ha ordinato l’evacuazione di 30 villaggi del sud del Libano provocando, ancora una volta, uno sfollamento forzato della popolazione. Poi il 4 marzo ha ordinato lo sfollamento di tutta la popolazione libanese presente a sud del fiume Litani verso nord, conformemente alle proiezioni coloniali espansioniste dell’apparato statale israeliano dopo il 1978.

In Siria, tra desiderio di espansione e strategia militare

Dalla guerra del giugno 1967 Israele occupa le Alture del Golan, sottratte alla Siria al termine dei combattimenti. Poco a poco si è sviluppata una politica di colonizzazione, mentre la “Legge sul Golan” del 1981 ha formalizzato l’annessione della regione, in modo illegale ai sensi del diritto internazionale. Nel 2019 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riconosciuto la sovranità israeliana sul Golan. In seguito la colonizzazione si è estesa, con circa 32 insediamenti.

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, Israele ha approfittato del caos per lanciare una vasta operazione terrestre in Siria. Ha preso il controllo della zona demilitarizzata instaurata nel 1974 dopo la guerra di ottobre 1973, ostacolando la missione della forza [di interposizione] delle Nazioni Unite (FNUOD) incaricata di controllare il disimpegno. Il suo esercito è avanzato nelle regioni di Deraa e Kuneitra, occupando ulteriori circa 350 km2, dal monte Hermon alla conca di Yarmuk. Parallelamente diverse centinaia di attacchi aerei hanno puntato alle infrastrutture militari siriane. Al tempo stesso il governo israeliano ha approvato un piano inteso a raddoppiare la popolazione dei coloni ebrei nella parte siriana del Golan.

Ormai si contano nove posizioni militari israeliane stabilite nei territori occupati, in particolare intorno a Kuneitra. All’inizio della transizione siriana Israele ha prima giustificato questi movimenti con la necessità di prevenire una minaccia “terroristica” e la creazione di una “zona di difesa sterile”. Per Damasco si è trattato di una violazione del cessate il fuoco del 1974. Israele ha sostenuto allora che l’accordo era decaduto con la scomparsa del suo firmatario de facto [cioè il deposto presidente Assad, ndt.], invocando l’autodifesa.

Se la posizione israeliana si inscrive nella logica storica di espansione e di proiezione strategica, le analisi e i discorsi dei responsabili israeliani trasmettono anche una persistente inquietudine di fronte alla nascita alle loro frontiere di uno Stato siriano centralizzato e allineato con Ankara. La creazione di una zona cuscinetto presenta allora una doppia finalità: contenere le ricomposizioni regionali e ostacolare un asse Damasco-Ankara, ponendo i cardini di un dispositivo di controllo e di dissuasione, ridisegnando l’equilibrio ai confini, suscettibile di influenzare ogni futuro accordo politico a beneficio di Israele.

Peraltro i segnali di apertura indirizzati ai drusi siriani che popolano il Golan non indicano solo una politica di vicinato pragmatico. Si inseriscono nella tradizione della “politica delle periferie”, consistente nello sfruttare le linee di frattura interne delle società vicine cercando appoggi tra alcune minoranze. In questo caso, sfruttando i massacri dei drusi del luglio 2025.

Il Golan costituisce uno spazio strategico fondamentale per Israele: sovrasta il sud della Siria, garantisce il controllo delle risorse idriche del lago di Tiberiade e delle sorgenti del Giordano situate sul fianco occidentale del Monte Hermon e offre avvicinamento territoriale a Damasco. Grazie all’altitudine Israele può sorvegliare e controllare il terreno a distanza, identificare ogni minaccia e intervenire, ciò che gli consente un margine di manovra più rilevante rispetto a quello di Damasco. Questa topografia vale a queste alture l’appellativo di “occhi di Israele”, che consentono la sorveglianza e l’installazione di basi militari.

Parallelamente prosegue l’integrazione civile dei territori: infrastrutture, progetti energetici e impianti rafforzati trasformano queste zone in elementi funzionali dello Stato. Al tempo stesso le popolazioni originarie dei nuovi territori intorno a Kuneitra sono spinte ad abbandonare le loro terre. L’estensione del controllo israeliano, che prenda la forma di occupazione militare, di colonizzazione o di annessione, poggia sia su logiche materiali – risorse, alture strategiche, assi militari – sia su una dimensione simbolica e religiosa. Molti luoghi contesi sono investiti di una carica biblica integrata nell’immaginario di Eretz Israel (la terra di Israele) e per certe correnti ad una linea temporale messianica.

L’annessione procede sempre per tappe: sfollamento delle popolazioni native, smilitarizzazione, creazione di zone cuscinetto, dominio militare, stabilimento di colonie e poi formalizzazione giuridica. Si assiste all’articolazione di fatti compiuti militari, di ingegneria demografica e di normalizzazione giuridica, un bacino di risorse e un progetto ideologico. Questa dinamica si accompagna a sfollamenti ed esili ripetuti: sradicamento dalla terra, dalla memoria, dai legami sociali, cose che mantengono i cicli di violenza ed installano durevolmente un ordine strutturalmente ineguale fondato sulla costrizione, la sottomissione e l’umiliazione delle popolazioni vicine, sotto gli occhi nel migliore dei casi passivi, complici nel peggiore, dei Paesi occidentali.

Armin Messager

Dottorando in scienze politiche a Science Po di Parigi.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come la politica israeliana di separazione a Gaza e in Cisgiordania consolida Hamas

Amira Hass

17 ottobre 2025 Haaretz

Isolando Gaza dalla Cisgiordania e i palestinesi dalla loro terra, Israele ha contribuito a consolidare Hamas e a cancellare ogni alternativa politica. Anche se il sogno di ville di lusso a Gaza è svanito, la logica che lo sostiene rimane: controllo del territorio, espulsione indiretta e soffocamento continuo del popolo palestinese con il pretesto della sicurezza

Le premesse di un boom immobiliare a Gaza – dall’idea del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich alla promessa del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di quartieri di lusso per i poliziotti fino al piano della leader dei coloni Daniella Weiss di ristabilire (con l’aiuto divino) le colonie – si sono rivelate nient’altro che aria fritta.

Sarebbe bello poter dire che l’accordo di cessate il fuoco ora in vigore nella Striscia di Gaza abbia inferto un duro colpo al movimento dei coloni e ai suoi sostenitori negli Stati Uniti. Altrettanto seducente è l’immagine dei loro castelli di sabbia che crollano sotto il peso dell’inimmaginabile resilienza e tenacia degli abitanti di Gaza e dopo il rifiuto duro ma politicamente calcolato dell’Egitto a consentire una fuga di massa di palestinesi nel suo territorio.

I responsabili della politica estera egiziana – indipendentemente da chi guidi il Paese – sospettano da tempo l’intenzione di Israele di “appioppargli” Gaza e i suoi problemi. Fin dall’inizio della guerra hanno preso sul serio i piani israeliani di espulsione della popolazione di Gaza e di conseguente reinsediamento degli ebrei, come apertamente espresso dai governanti israeliani – che sembravano dimenticare come tentativi simili da parte dei loro predecessori del partito socialista democratico sionista Mapai-Labour di espellere nuovamente i rifugiati del 1948 da Gaza fossero falliti.

Ma il cessate il fuoco non può essere visto semplicemente come una gratificante sconfitta del movimento dei coloni. La logica politica dietro quelle ondate di aria fritta e castelli di sabbia ha plasmato, e continua a plasmare, la politica israeliana sin dalla firma degli Accordi di Oslo. Tale logica è riuscita a impedire la creazione di uno Stato che avrebbe realizzato il diritto palestinese all’autodeterminazione, seppur sul restante 22% del territorio tra il fiume e il mare.

Il sabotaggio della sovranità palestinese da parte di Israele è l’immagine speculare del suo tentativo di impossessarsi di quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi. In pratica questo significa espulsione – che sia nell’Area A [in base agli accordi di Oslo il territorio cisgiordano sotto virtuale controllo totale dell’ANP, ndt.] o in esilio, con bombe dell’aviazione o con i manganelli e le spranghe di ferro dei “giovani delle colline” [gruppi di coloni particolarmente violenti, ndt.], che sia attraverso demolizioni di case e sfratti forzati effettuati sotto la minaccia delle armi dall’Amministrazione Civile [ente militare incaricato della gestione dei territori occupati, ndt.] o dalle Forze di Difesa Israeliane o l’incarcerazione e la persecuzione di coloro che cercano di proteggere la propria comunità e se stessi – il risultato è lo stesso.

Se questa è la politica guida, gli sforzi internazionali per “riformare” i libri scolastici palestinesi sono destinati a fallire. La realtà quotidiana del soffocamento sistematico imposto da Israele e la sua prepotenza, supportata dalla sua superiorità militare sono i padri dell’istigazione [alla violenza].

Uno degli strumenti più efficaci per sabotare uno Stato palestinese è stato e rimane la “separazione”. Espresso nei termini di sicurezza che l’opinione pubblica israeliana ama adottare – anche quando le motivazioni politiche e immobiliari sono evidenti – questo strumento assume molte forme: separare Gaza dalla Cisgiordania (dal 1991); separare la Cisgiordania da Gerusalemme Est; dividere le città palestinesi l’una dall’altra; isolare i villaggi dalle strade circostanti e dai centri regionali; disconnettere i palestinesi dalla loro terra e tra di loro.

Documenti ufficiali del governo militare degli anni ’50 e ’60 – pubblicati decenni dopo – hanno confermato ciò che i palestinesi (e la sinistra non sionista) avevano capito da tempo: la cosiddetta logica “di sicurezza” alla base delle dure restrizioni alla circolazione era motivata in gran parte da interessi immobiliari ebraici. La concezione di una popolazione e di un territorio palestinesi frammentati su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania precedente la conquista del 1967, ndt.] ha sempre rispecchiato il progetto di una “Grande Terra d’Israele” per gli ebrei. Entrambe le visioni sono ancora valide oggi, parallelamente alle vaghe clausole del piano Trump per un cessate il fuoco e un “nuovo Medio Oriente”.

Il diritto dei coloni compensa la parziale perdita a Gaza – “parziale” perché l’IDF ha raggiunto l’obiettivo condiviso di infliggere la massima distruzione e morte nell’enclave – intensificando gli attacchi e l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Questo si traduce principalmente nella separazione quotidiana dei contadini dalle loro terre, una tattica con risultati immediati e dolorosi. Insieme all’Amministrazione Civile, all’esercito e alla polizia, i coloni accelerano questo processo attraverso la violenza fisica, l’ostruzionismo burocratico e un’arroganza insaziabile. Poiché siamo ormai nella stagione della raccolta delle olive, i battaglioni del Signore [i coloni nazional-religiosi, ndt.] hanno rivolto la loro attenzione al raccolto e agli stessi raccoglitori.

Sabato 11, quando questo articolo è stato scritto, a mezzogiorno sono pervenute segnalazioni di vessazioni e attacchi diretti da parte di coloni e soldati – separatamente o insieme – contro i raccoglitori di olive dei villaggi di Jawarish, Aqraba, Beita e Madama a sud di Nablus, di Burqa a est di Ramallah e di Deir Istiya nella regione di Salfit. Il giorno precedente segnalazioni simili erano arrivate da Yarza a est di Tubas, da Immatin, Kafr Thulth e Far’ata nell’area di Qalqilya, da Jawarish, Qablan, Aqraba, Hawara, Yanun e Beita nell’area di Nablus e da al-Mughayyir e Mazra’a al-Sharqiya a est di Ramallah. Queste segnalazioni provengono solo da un gruppo WhatsApp che monitora la Cisgiordania settentrionale. Le vessazioni vanno dagli sconfinamenti sui terreni alle provocazioni, ai blocchi stradali e alle minacce armate, fino alle aggressioni fisiche, al furto di olive e all’incendio di veicoli di raccoglitori e giornalisti. E ciò che i coloni fanno sporadicamente, la politica ufficiale lo attua sistematicamente: la negazione del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania e all’interno della Cisgiordania stessa. La negazione del diritto di scegliere il proprio luogo di residenza o di lavoro è da tempo devastante per la società, l’economia e le strutture politiche palestinesi, e in particolare per il futuro dei suoi giovani.

Non meno delle valigie di denaro contante del Qatar che Benjamin Netanyahu iniziò a trasferire a Gaza, la separazione della popolazione della Striscia da quella della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, tutto ciò ha contribuito a rafforzare Hamas, prima come organizzazione politica e militare e poi come forza di governo.

Negli anni ’90 Hamas affermò che Israele non aveva alcuna reale intenzione di fare la pace e che gli accordi di Oslo non avrebbero portato all’indipendenza. Le restrizioni israeliane alla circolazione a Gaza e la sua continua espansione delle colonie sia a Gaza che in Cisgiordania resero questa argomentazione convincente per molti palestinesi, soprattutto a Gaza. Gli attentati suicidi di Hamas furono visti sia come una reazione che come un test: avrebbe la risposta di Israele infine premiato gli oppositori di Oslo e i critici dell’Autorità Nazionale Palestinese?

E Israele li ha ricompensati, non rispettando i propri impegni. Le restrizioni alla circolazione e il furto burocratico di terre hanno indebolito Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, che avevano sostenuto il processo diplomatico ma che dall’inizio degli anni 2000 avrebbero sposato la resistenza armata.

Eludendo abilmente il fatto che la frammentazione palestinese sia sempre stata l’obiettivo di Israele, Hamas ha presentato il disimpegno israeliano del 2005 e lo smantellamento degli insediamenti come prova del proprio successo: la lotta armata aveva funzionato. Ogni nuova generazione di diplomati di scuola superiore – che non avevano mai lasciato la Striscia sigillata, non avevano mai conosciuto un altro stile di vita e non riuscivano a trovare lavoro – è diventata più vulnerabile alla visione oppressiva del mondo, alla propaganda e alle motivazioni di Hamas nell’unirsi al braccio armato (un reddito che sostentava le famiglie povere). Hamas ha imparato a incanalare l’energia e la creatività represse di Gaza nella sua macchina militare e politica.

L’Autorità Nazionale Palestinese, Fatah e il loro apparato di sicurezza sono rimasti impotenti di fronte alla crescente ondata di espropriazione di terre in Cisgiordania e alla devastazione economica diretta e indiretta insita in questa espropriazione e separazione, una situazione aggravata dall’ordine dei successivi ministri delle finanze israeliani di trattenere le entrate fiscali palestinesi.

Per l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania, questa impotenza è inseparabile dalla corruzione delle élite civili e militari dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerate egoiste e indifferenti finché le loro tasche rimangono piene. Non sorprende quindi che la resistenza armata – associata principalmente ad Hamas – mantenga il suo prestigio tra i giovani della Cisgiordania. Per loro almeno la resistenza armata causa sofferenza e umiliazione all’aggressore israeliano.

Tutti i segnali suggeriscono che Israele continuerà a bloccare la libertà di movimento palestinese tra Cisgiordania, Israele e Gaza e a limitare l’ingresso nella Striscia di palestinesi dall’estero e di attivisti internazionali. Di conseguenza coloro che hanno più bisogno di sapere cosa pensano veramente gli abitanti di Gaza della resistenza armata non potranno saperlo. In altre parole, che molti di loro disprezzano Hamas.

Di fronte alle politiche israeliane di assedio, uccisioni, distruzione e spoliazione in Cisgiordania, la maggior parte dei palestinesi non residenti nella Striscia, insieme a molti dei loro sostenitori internazionali, continuerà a considerare Hamas come l’autentico rappresentante dell’aspirazione alla libertà e alla resistenza all’oppressione.

L’esperienza dimostra che, una volta avviati i lavori di bonifica degli ordigni inesplosi e di ricostruzione di Gaza, diventerà chiaro che il processo è molto più complicato e costoso di quanto inizialmente previsto. Oltre alla ricostruzione fisica, ciascuno dei milioni di abitanti di Gaza avrà bisogno di cure fisiche e psicologiche e di riabilitazione materiale, su una scala e una durata mai viste che sfidano ogni immaginazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Piano di Trump per Gaza: Blair si unisce agli avvoltoi che si nutrono dell’Olocausto palestinese

David Hearst

4 settembre 2025 – Middle East Eye

Dopo quasi due anni di genocidio i leader occidentali stanno discutendo di piani per costruire “mega-progetti” in stile Dubai sul campo di sterminio israeliano

Sono trascorsi quasi 18 anni da quando Tony Blair, allora inviato per il Medio Oriente, presentò un documento di 34 pagine che delineava un “corridoio per la pace e la prosperità” esteso dal Mar Rosso alle alture del Golan occupate.

Il piano Blair prevedeva un parco agroindustriale vicino a Gerico, nella Cisgiordania occupata, per facilitare il trasporto di merci verso il Golfo attraverso la Giordania. Un altro parco industriale, o “progetto a impatto rapido”, sarebbe stato creato a Tarqumiya, a Hebron, e un terzo a Jalameh, a nord di Jenin.

Ben poco di tutto questo era una novità. Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 e nel 1995, prevedevano la creazione di un totale di nove zone industriali lungo la Linea Verde, da Jenin, a nord, fino a Rafah, a Gaza.

Ma gonfio di ottimismo e con il sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, dell’USAID e del Giappone, Blair annunciò, da vero visionario, come ha sempre ritenuto di essere: “Se il pacchetto di cui sopra funziona, allora sarà seguito da altri pacchetti simili. In questo modo, col tempo e gradualmente, il peso dell’occupazione potrà essere alleviato, ma in un modo che non metta a rischio la sicurezza di Israele”.

Aggiunse: “Sono fermamente convinto che questi passi faciliteranno anche i negoziati in corso tra le parti, volti a raggiungere un accordo di pace sostenibile e duraturo tra due Paesi che potranno vivere fianco a fianco in pace e prosperità.

Oggi del parco industriale di Blair al valico di Jalameh con Israele rimane ben poco. Per anni il sito recintato è rimasto vuoto, finché l’Autorità Nazionale Palestinese, con il sostegno di investitori turchi, non ha tentato di fondare una “città industriale” a Jenin. Ora di quei sogni restano solo poche strade e qualche magazzino.

Nel 2008 Blair si è attribuito il merito di aver ridotto il numero di posti di blocco, all’epoca circa 600, nella Cisgiordania occupata. Oggi ci sono 898 posti di blocco militari, tra cui decine di cancelli che sigillano città e villaggi palestinesi per gran parte della giornata. Tutta la vita economica è soffocata.

Milizie di coloni vagano per il territorio terrorizzando le città palestinesi e cacciando i palestinesi da vaste aree di terra, rivendicate da “fattorie di pastori” illegali in coordinamento con il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile [l’organo di governo israeliano, in realtà subordinato all’esercito, che opera in Cisgiordania, ndt.] nella Cisgiordania occupata.

Anticamera dell’annessione

Tutto questo è visto come un preludio dell’annuncio ampiamente atteso dell’annessione da parte di Israele dell’Area C [sotto totale controllo israeliano, ndt.], che comprende circa due terzi della Cisgiordania.

Oltre 40.000 palestinesi sono rimasti senza casa a causa della demolizione dei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, nell’ambito di un’operazione dell’esercito israeliano chiamata “Muro di Ferro”, giunta ormai all’ottavo mese.

Nel 2009 Blair ricevette un premio per il suo piano fallito: un milione di dollari per la “leadership”, gran parte dei quali andarono alla sua fondazione “per il dialogo tra religioni”.

Oggi, dopo 23 mesi di genocidio e demolizioni a Gaza, Blair è tornato in attività, riproponendosi quasi vent’anni dopo come un esperto del Medio Oriente.

A quanto pare, starebbe consigliando la Casa Bianca e parlando con il genero di Donald Trump, Jared Kushner, in merito all’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti per Gaza.

La strategia, o almeno una sua versione, è contenuta in una serie di slide contenute in 38 pagine che delineano una visione per la Gaza del dopoguerra.

Dall’ottobre 2023 Gaza è diventata un laboratorio di morte del XXI secolo: una lezione terrificante su come riscrivere le regole della guerra; come usare droni e robot per massimizzare i danni collaterali; come sfruttare l’intelligenza artificiale per localizzare gli obiettivi; come usare la fame e i punti di distribuzione degli aiuti per spezzare la volontà di resistenza di un popolo; come smantellare i sistemi sanitari ed educativi; e come lasciare un’intera nazione senza casa.

Josef Mengele, il medico nazista che condusse esperimenti mortali sui prigionieri di Auschwitz, avrebbe riconosciuto molti di questi criteri di prestazione come successi.

Ora un ulteriore esperimento umano sta per essere condotto sui palestinesi di Gaza, ed è incentrato su come costruire 324 miliardi di dollari di “mega-progetti” in stile Dubai sulle loro tombe.

Gli imperatori di Gaza

La prima cosa da notare in questa presentazione è la sua brutalità. È priva di qualsiasi riconoscimento di Gaza come patria palestinese. In questo, i suoi autori sono regrediti agli standard morali della Russia zarista e a quanto accaduto in un campo fuori Mosca appena quattro giorni dopo l’incoronazione dello zar Nicola II.

Fino a mezzo milione di russi si radunarono a Khodynka per ricevere cibo gratuito e doni dall’imperatore, tra cui a quanto pare panini, salsicce, pretzel, pan di zenzero e tazze commemorative. Quando si sparse la voce che non c’erano abbastanza birra e pretzel per tutti e che le tazze smaltate contenevano monete d’oro, si scatenò un assalto disordinato, con oltre 1.200 morti e fino a 20.000 feriti.

Ciononostante l’imperatore e l’imperatrice proseguirono con i loro piani. Apparvero di fronte alla folla sul balcone del padiglione dello zar in mezzo al campo, quando i cadaveri erano già stati portati via.

Ciò equivale al comportamento degli imperatori odierni nei confronti della popolazione affamata e morente di Gaza: solo che la portata della tragedia attuale fa apparire poca cosa la noncuranza di Nicola II nei confronti del destino del suo popolo.

Trump intende costruire un paese delle meraviglie in stile Dubai sulle tombe fresche di 63.000 morti (e il numero continua a salire). Questa psicopatica mancanza di empatia si estende ai vivi così come ai morti: perché il paradiso che trasformerà Gaza da un “alleato iraniano annientato” in un “prospero alleato abrahamitico” non sarà solo “libero da Hamas”, ma anche dalla maggior parte dei palestinesi.

Infatti più palestinesi se ne vanno, più economico diventa il progetto. Per ogni palestinese che va via, il piano calcola un risparmio di 23.000 dollari; per ogni 1% della popolazione che si trasferisce, si risparmiano 500 milioni di dollari. Per indurre i palestinesi di Gaza a lasciare la loro terra, il piano propone di dare a ciascuno 5.000 dollari e di sovvenzionare il loro affitto in un altro Paese per quattro anni, oltre al cibo per un anno.

Si ritiene che gli autori del piano siano israeliani. La proposta sarebbe stata formulata da Michael Eisenberg, un investitore di capitale di rischio israeliano-americano, e da Liran Tancman, un imprenditore tecnologico israeliano ed ex ufficiale dell’intelligence militare. Sembra che le loro iniziali, “ME” e “LT”, siano presenti sulla prima pagina del piano insieme a una misteriosa terza serie di iniziali, “TF”.

Secondo il New York Times Eisenberg e Tancman facevano parte di un gruppo di funzionari e imprenditori israeliani che per primi concepirono la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) alla fine del 2023, settimane dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele.

Si ritiene che una prima bozza del piano di riqualificazione di Gaza sia stata completata lo scorso aprile e presentata all’amministrazione Trump. Non è noto se questa proposta sia stata discussa durante il recente incontro tra Kushner e Blair, entrambi impegnati a elaborare idee simili.

Ma come andrà a finire è chiaro.

Destinato al fallimento

Blair, per esempio, dovrebbe rendersi conto che qualsiasi piano basato sulla liberazione di Gaza da Hamas è destinato al fallimento. Dovrebbe ripensare ai suoi giorni da Primo Ministro e agli sforzi del suo governo per negoziare con l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA).

Immaginate se qualcuno si fosse rivolto a lui con l’idea di de-repubblicanizzare Short Strand, sede dell’Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese, o l’intera zona ovest di Belfast come precondizione per la pace.

Fortunatamente, la direzione intrapresa da tre primi ministri britannici – Margaret Thatcher, John Major e Tony Blair – nel processo di pace fu esattamente l’opposto. Il riconoscimento del ruolo di Dublino nel Nord fu un risultato di Thatcher, seguito da colloqui diretti con l’IRA sotto la guida di Major, che svolse la maggior parte del lavoro.

Tra questi, una serie di incontri avvenuti a Derry tra Michael Ancram, allora ministro britannico in carica nel governo di Major, e il leader dell’IRA Martin McGuinness. Molti anni dopo, Ancram mi raccontò di quegli incontri nei minimi dettagli e con grande ilarità. Ma la loro stessa esistenza contraddiceva totalmente la linea ufficiale del governo dellepoca: “la Gran Bretagna non parla con coloro che definisce terroristi”.

L’IRA avviò il processo di smantellamento dopo che la Gran Bretagna promise di liberare i prigionieri repubblicani dal carcere di Maze e quando furono fornite garanzie politiche per la condivisione del potere a Stormont [il parlamento nord-irlandese, ndt] come parte dell’Accordo del Venerdì Santo.

McGuinness e il suo ex acerrimo nemico, Ian Paisley, allora capo del Partito Unionista Democratico, divennero alleati. Tale era la confidenza tra loro che divennero noti come i “Chuckle Brothers” [Fratelli Risata,ndt.].

Ora applichiamo la formula che portò la pace in Irlanda del Nord a Gaza e ad Hamas, che nel Regno Unito è messa al bando in quanto considerata organizzazione terroristica, e cosa otteniamo? Colloqui diretti con Hamas su un rilascio massivo di ostaggi e prigionieri, seguiti da colloqui con tutti i gruppi di resistenza su un governo tecnico, insieme al ripristino di tutte le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, alla fine dell’assedio e a un enorme flusso internazionale di denaro e cemento per la ricostruzione. A lungo termine Hamas potrebbe offrire una “hudna” [cessate il fuoco, ndt.], o una tregua a tempo indeterminato al conflitto armato.

Questa è la formula irlandese applicata a Gaza. Ma ora si sta seguendo l’esatto opposto per quanto riguarda Gaza, perché ogni riflessione sulla Palestina è vista attraverso il prisma della necessità di difendere e armare lo Stato di Israele in continua espansione.

Escludere Hamas

La pace in Irlanda del Nord non avrebbe potuto essere raggiunta senza il coinvolgimento attivo di Dublino e Washington. Gli Stati Uniti oggi, rappresentati da una serie di presidenti, sia democratici che repubblicani, sono il principale sostenitore del Grande Israele e il principale ostacolo a una pace sostenibile.

Hamas è stata esclusa dal più ampio processo politico da quando il partito ha vinto le ultime elezioni libere in Palestina nel 2006. Il compito di Blair in questo senso è stato reso molto più facile dal comportamento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei leader di ogni governo arabo. Non è l’unico a tentare di applicare una soluzione sopra le teste e contro la volontà del popolo palestinese.

Dieci anni fa, ho rivelato come Blair avesse incontrato Khaled Meshaal, allora dirigente politico di Hamas. Due di questi incontri ebbero luogo a Doha, quando Blair era ancora inviato speciale. Ma gli incontri continuarono per qualche tempo dopo che lui aveva abbandonato l’incarico.

Fonti palestinesi mi hanno riferito che Blair, accompagnato dall’MI6 [i servizi segreti britannici, ndt], tentò di ottenere il merito di una revisione del documento fondativo di Hamas che riconoscesse i confini di Israele del 1967, offrendosi di portare il documento a Washington. Hamas naturalmente rifiutò il tentativo di Blair di intromettersi in una questione interna.

Ma all’epoca gli incontri furono visti come un riconoscimento del fallimento del tentativo di escludere Hamas dal governo e dai colloqui sul futuro della Palestina.

Negli ultimi 23 mesi Israele ha cercato di ottenere con la forza ciò che in 17 anni di assedio sempre più brutale non era riuscito a ottenere attraverso privazioni e bombardamenti.

Oggi Blair è diventato l’ennesimo uomo estremamente ricco e abbronzato, completamente a suo agio in compagnia di altri multimilionari come Kushner.

Oggi 1 milione di dollari significherebbe poco per lui. I fallimenti ripetuti in Medio Oriente sono stati un affare redditizio per Blair, mettendo in ombra il piano di arricchimento personale dell’ex Primo Ministro Boris Johnson dopo la sua nomina.

Ma non abbiate dubbi: questo piano per Gaza, o qualsiasi altro piano ordito a sproposito sulla testa del popolo palestinese, subirà la stessa sorte di tutti gli altri progetti falliti.

Gaza non può essere ripulita dalla presenza di Hamas, così come l’Inghilterra non può essere ripulita dalla presenza degli inglesi o la Francia da quella dei francesi.

Nessun processo di pace esisterebbe in Irlanda del Nord senza il consenso dell’IRA, e nonostante questo oggi esistono ancora gruppi scissionisti attivi.

Nessun governo palestinese del dopoguerra lavorerà a Gaza senza il consenso di Hamas, dichiarato o implicito. Questo è l’unico dato di fatto consolidato da 23 mesi di resistenza.

Inoltre in tutti i banali acronimi, in tutti i vertiginosi progetti per porti, aeroporti, città con imponenti grattacieli, una rete stradale costellata di autostrade anulari alla Mohammed bin Salman, manca un piccolo dettaglio.

Quale posto ci sarebbe nella Riviera di Gaza di Trump per un monumento agli oltre 63.000 palestinesi uccisi e ai 160.000 feriti nel genocidio israeliano?

E come lo chiamerebbe Trump? Un memoriale per l’Olocausto palestinese creato dal regime di Netanyahu?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’ANP e Israele sono complici nel mettere a tacere la verità

Eman Mohammed, fotogiornalista palestino-americana

1 febbraio 2025 – Al Jazeera

Ho assistito in prima persona alla violenza contro i giornalisti a Gaza. Il suo ritorno è possibile e non promette niente di buono per noi.

Shatha Al-Sabbagh, studentessa di giornalismo ventunenne, è stata assassinata il 28 dicembre vicino casa sua a Jenin. La sua famiglia ha accusato i cecchini schierati nel campo profughi dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di averle sparato alla testa. Al-Sabbagh era attiva sui social media, dove documentava la sofferenza dei residenti di Jenin durante le incursioni da parte di Israele e dell’ANP.

Soltanto pochi giorni prima dell’assassinio di Al-Sabbagh, le autorità di Ramallah avevano proibito ad Al Jazeera di diffondere notizie dalla Cisgiordania occupata. Tre settimane dopo, le forze dell’ANP hanno arrestato il corrispondente di Al Jazeera Mohamad Atrash.

Questi fatti accadevano mentre l’occupazione israeliana uccideva più di 200 lavoratori dell’informazione e ne arrestava decine nei territori palestinesi occupati. Israele ha inoltre messo al bando Al Jazeera e negato ai giornalisti stranieri l’accesso a Gaza. Il fatto che le azioni dell’ANP rispecchino quelle di Israele tradisce un disegno condiviso per sopprimere il giornalismo indipendente e controllare l’opinione pubblica.

Per i giornalisti palestinesi questa non è una notizia. L’ANP non ci ha mai protetti. È sempre stata complice della nostra violenta repressione. Ed è vero oggi in Cisgiordania come lo era a Gaza quando l’ANP amministrava la Striscia. Ne sono testimone io stessa.

Crescendo a Gaza ho potuto osservare l’oppressione del mio popolo per opera delle forze israeliane così come dell’ANP. Nel 1994 l’occupazione israeliana ha ceduto ufficialmente la Striscia all’ANP, affinché la amministrasse nel quadro delle disposizioni degli Accordi di Oslo. L’ANP è rimasta al potere fino al 2007. In quei tredici anni più che un qualsiasi reale tentativo di liberazione, quello che abbiamo visto è stata la collaborazione con gli israeliani. La presenza dell’ANP, le cui forze hanno attivamente soffocato svariate voci per difendere la sua fragile presa sul potere, non era semplicemente oppressiva per i giornalisti, era una minaccia alla loro stessa vita.

Come studentessa di giornalismo a Gaza ho esperito in prima persona questa repressione. Camminavo per le strade, assistendo al saccheggio di negozi da parte degli agenti di sicurezza dell’ANP, la loro arroganza evidente nella sfrontatezza con cui agivano. Un giorno, mentre cercavo di documentare tutto questo, un agente palestinese mi ha afferrata con violenza, mi ha strappato la macchina fotografica dalle mani e l’ha scaraventata a terra, frantumandola. Non si è trattato soltanto di un’aggressione, è stato un attacco al mio diritto di cronaca. L’aggressione dell’agente è terminata solo quando un gruppo di donne è intervenuto, costringendolo alla ritirata, un raro momento di moderazione.

Conoscevo i rischi che essere una giornalista a Gaza comporta e, come altri colleghi, ho imparato a conviverci. Ma la paura che ho provato vicino agli appostamenti delle forze dell’ANP non ha paragoni, perché non c’era mai logica nelle loro aggressioni né modo di prevedere quando se la sarebbero presa con me.

Camminando vicino alle forze dell’ANP si aveva la sensazione di camminare in un campo minato. Un secondo prima si aveva l’illusione della sicurezza, ma un secondo dopo si era costretti ad affrontare le violenze di coloro si supponeva fossero lì per proteggerci. Questa incertezza e questa tensione rendevano la loro presenza più terrificante che stare in un campo di battaglia.

Anni dopo mi sono occupata delle esercitazioni delle Brigate Qassam, sotto il costante ronzio dei droni israeliani e la minaccia sempre incombente di attacchi aerei. Era pericoloso ma prevedibile, molto più prevedibile delle azioni dell’ANP.

Sotto l’ANP abbiamo imparato a parlare in codice. I giornalisti si autocensuravano per la paura di ritorsioni. L’ANP era spesso definita, in un triste riconoscimento della sua complicità, “cugina dell’occupazione israeliana”.

Le violenze sono aumentate quando l’ANP, dopo aver perso le elezioni del 2006 a favore di Hamas, ha cominciato a lottare per mantenere il potere. A maggio 2007 uomini armati vestiti con le uniformi della guardia presidenziale hanno ucciso il giornalista Suleiman Abdul-Rahim al-Ashi e il suo collega Mohammad Matar Abdo. Si è trattato di un’esecuzione finalizzata a mandare un chiaro messaggio.

Quando Hamas ha preso il potere anche il suo governo ha limitato la libertà di stampa, ma la sua censura è stata sporadica. Una volta, mentre documentavo la nuova sezione femminile della polizia, mi è stato ordinato di mostrare le mie foto a un funzionario di Hamas in modo che questi potesse censurare quelle che avrebbe ritenuto sconvenienti. Sono spesso riuscita ad aggirare simili restrizioni scambiando preventivamente le mie schede di memoria.

Gli agenti [di Hamas] non andavano pazzi per chi ignorava i loro ordini ma, invece che a punizioni dirette, essi ricorrevano a piccoli giochi di potere come indagini, accessi revocati o provocazioni gratuite. A differenza dell’ANP Hamas non operava in coordinamento con le forze israeliane per reprimere il giornalismo, ma le restrizioni che i giornalisti subivano creavano pur sempre un ambiente di incertezza e auto-censura. Qualsiasi violazione da parte di Hamas doveva però confrontarsi con una pronta condanna internazionale, cosa che raramente capitava invece all’ANP, nonostante la sua repressione fosse ben più sistematica.

Dopo aver perso il controllo di Gaza, l’ANP si è concentrata sulla Cisgiordania, dove ha intensificato la propria campagna di repressione dei media. Le detenzioni, le azioni violente e la repressione delle voci critiche sono diventate all’ordine del giorno. La loro collaborazione con Israele non era passiva. Dalla sorveglianza alle violenze, essi svolgono un ruolo attivo e di primissimo piano nel mantenimento dello status quo, soffocando ogni dissenso che metta in discussione il loro potere e l’occupazione.

La collusione dell’ANP è diventata ancora più evidente nel 2016, quando si sono coordinati con le autorità israeliane per l’arresto del celebre giornalista e difensore della libertà di stampa Omar Nazzal, il quale aveva criticato Ramallah per il modo in cui aveva gestito il sospetto omicidio del cittadino palestinese Omar al-Naif presso la propria ambasciata in Bulgaria.

Nel 2017 l’ANP ha lanciato una campagna di intimidazione, arrestando cinque giornalisti di diverse testate.

Nel 2019 l’ANP ha bloccato il sito di Quds News Network, organo di informazione gestito da giovani e di grande popolarità. Il fatto si colloca nell’ambito di un più ampio divieto, imposto dalla magistratura di Ramallah, che ha bloccato l’accesso ad altri 24 tra siti web di informazione e pagine di social media.

Nel 2021 le forze dell’ ANP hanno cercato di reprimere i giornalisti e le testate che seguivano le proteste scatenate dalla morte violenta dell’attivista Nizar Banat mentre era in custodia dell’Autorità stessa.[ vedi Zeitun ]

In questo contesto la prospettiva del ritorno dell’ANP a Gaza in seguito all’accordo sul cessate il fuoco solleva gravi preoccupazioni per i giornalisti che hanno già sopportato gli orrori del genocidio. Dati i trascorsi dell’ANP in materia di censura, arresti e soffocamento della libertà di stampa, per i sopravvissuti questo potrebbe essere l’inizio di un nuovo capitolo di repressione.

Nonostante le gravi minacce da parte di Israele e di quelli che fingono di rappresentare il popolo palestinese, i giornalisti palestinesi perseverano. Il loro lavoro trascende i confini, rispecchia una lotta condivisa contro la tirannia. La loro resilienza non parla solo alla causa palestinese ma a una più ampia lotta per la liberazione, la giustizia e la dignità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




I coloni israeliani hanno fatto pressione, il governo ha approvato. Ora l’annessione si sta insinuando nell’Area B della Cisgiordania

Hagar Shezaf

30 dicembre 2024 – Haaretz

Le demolizioni di edifici palestinesi e la creazione di avamposti illegali nell’Area B, in cui Israele fino a poco tempo fa difficilmente interveniva, indicano un nuovo e molto importante terreno di scontro tra i coloni e i palestinesi e sono un’ulteriore prova dei tentativi del governo di indebolire l’Autorità Palestinese

All’interno di un ufficio impeccabile ai bordi del deserto, in una zona desolata persino rispetto al resto della Cisgiordania, appesa al muro c’è l’immagine di un quartiere residenziale ben curato. Se non fosse per l’insegna in arabo si potrebbe pensare che sia un prestigioso progetto edilizio in una comunità del centro di Israele.

L’ufficio in cui è appesa la foto è di Murad Jadal, capo del consiglio del villaggio di Al-Malha, una nuova comunità che i palestinesi hanno fondato a est di Betlemme negli ultimi anni. Anche se la zona è un terreno di scontro tra coloni e palestinesi, fino a poco tempo fa Israele evitava di intervenirvi.

Tuttavia l’ascesa al potere di un governo israeliano di estrema destra, la violazione degli accordi diplomatici sia da parte dei palestinesi che degli israeliani e l’incremento degli avamposti dei coloni nella zona con il pretesto della guerra hanno determinato un cambiamento radicale della situazione. Negli scorsi mesi in seguito a ordini del governo israeliano nella nuova comunità palestinese la febbre edilizia si è fermata e ciò che ne rimane sono principalmente gli scheletri di edifici non terminati. Al momento sembra che il quartiere nella foto rimarrà solamente un’immagine.

La zona contesa è chiamata da Israele “la riserva degli accordi”. Si trova nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo palestinese mentre Israele si occupa della sicurezza, ndt.] della Cisgiordania e venne consegnata all’Autorità Palestinese in base al memorandum di Wye River, firmato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat nel 1998. Secondo l’accordo questa zona, come il resto dell’Area B, avrebbe dovuto essere libera da insediamenti israeliani e l’autorità per la pianificazione venne data all’AP. In cambio l’AP promise di non costruirvi. Ma in pratica progressivamente nella zona venne edificata una nuova comunità palestinese.

Per la prima volta dalla firma degli accordi di Wye un paio di settimane fa Israele ha demolito nella zona edifici palestinesi. Queste strutture, costruzioni residenziali disabitate, sono state costruite in violazione dell’impegno dell’AP a non consentire la costruzione nell’area. Ma anche la decisione da parte del governo israeliano, capeggiato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di demolire questi edifici è chiaramente una violazione degli stessi accordi e un’ulteriore disintegrazione di ciò che rimane degli Accordi di Oslo.

In aggiunta a queste violazioni l’associazione non governativa Peace Now ha informato della costruzione di cinque avamposti illegali delle colonie israeliane, tutti all’interno dell’Area B, in cui raramente nel passato i coloni avevano fatto incursioni. Il più violento di questi si chiama Mikne Avraham. Da quando è stato fondato i palestinesi del posto hanno riportato ripetuti incidenti violenti così come tentativi di espellerli. Nel suo insieme tutto questo indica un’espansione delle attività dei coloni dall’Area C alla B.

“La costruzione di avamposti nell’Area B e la sistematica demolizione di edifici palestinesi sono un ulteriore passo nella rivoluzione annessionista che sta avvenendo nei territori,” afferma Yonatan Mizrahi, del progetto di monitoraggio della colonizzazione di Peace Now. ”Netanyahu e Smotrich hanno autorizzato la costruzione illegale da parte dei coloni senza precedenti, insieme alla demolizione senza precedenti di edifici palestinesi. L’ossessiva preoccupazione per l’Area B è parte di una decisione strategica da parte del governo israeliano di distruggere gli accordi con i palestinesi per creare un altro fronte di conflitto.”

Un gioiello nell’Area B

Al-Malha è stato in via di costruzione negli ultimi cinque anni. Sia chi ha costruito che gli acquirenti delle proprietà sono abitanti locali da molto tempo in Cisgiordania che cercavano casa in una zona più economica e ampia dei sovraffollati villaggi palestinesi, così come abitanti di Gerusalemme est che cercavano di investire in proprietà immobiliari.

La rapida comparsa di case e di scheletri di edifici è il prodotto di processi socio-economici da entrambi i lati della Linea Verde, ossia la linea di demarcazione dell’armistizio tra Israele e la Cisgiordania prima della guerra dei Sei Giorni nel 1967. “Volevamo costruire un villaggio modello qui, costruire parchi, strade adeguate, non come le altre comunità della zona,” dice Jadal ad Haaretz.

Indica con il dito un complesso turistico con una piscina che è in via di costruzione, bloccata in seguito a una decisione del governo in giugno, che di fatto ha tolto all’Autorità Palestinese i poteri di pianificazione e applicazione della legge nell’area. In seguito alla decisione, un decreto militare ha vietato ogni lavoro di costruzione nell’area e la frenesia edilizia è stata improvvisamente fermata.I palestinesi dicono che, benché le attività edilizie violino gli accordi tra l’AP e Israele, finché Israele non avesse detenuto il potere di far applicare le leggi, nessuno nell’Amministrazione Civile [ente militare israeliano che governa nei territori occupati, ndt.] avrebbe fattoa loro pensare che ci fosse di che preoccuparsi. “Prima della decisione (del governo) l’Amministrazione Civile ci ha detto che avremmo dovuto trattare con l’AP invece che con Israele in merito all’attività edilizia qui” dice Jadal, manifestando la frustrazione provata da molti riguardo ai pesanti danni dovuti alla decisione israeliana.

Le persone che hanno comprato terreni nella zona dicono che quando hanno contattato l’Amministrazione Civile per capire se le attività edilizie erano consentite è stato detto loro di rivolgersi all’AP. Tuttavia il portavoce dell’Amministrazione Civile afferma che quando il suo personale si è accorto della attività edilizia ha cercato di bloccarla rivolgendosi all’AP.

In risposta a una richiesta di Haaretz l’Amministrazione Civile ha affermato che “negli anni, e soprattutto in anni recenti, quando l’attività edilizia nella zona si è intensificata, sono stati inviati messaggi a personalità dell’AP chiedendo di bloccarla in base alle disposizioni dell’accordo. Queste richieste sono state ignorate.”

Mentre i coloni vedono la costruzione di un nuovo quartiere come parte di un progetto sistematico dell’Autorità Palestinese di creare una continuità territoriale in Cisgiordania ed evidenziano il rapido sviluppo edilizio come un indicatore di ciò, Jadal sostiene che questa è stata principalmente una questione di opportunità: lui e i palestinesi del posto hanno deciso di promuovere e vendere i terreni della zona come un gioiello nell’Area B, con la consapevolezza che in questo territorio Israele non può intervenire. Questa situazione è progredita nonostante l’impegno dell’AP a non costruire lì in base al memorandum di Wye.

Jadal sostiene che l’AP non ha immediatamente sostenuto l’iniziativa edilizia e che alcune case sono state costruite ben prima che l’AP fosse al comando. Afferma che lui e altri proprietari hanno dovuto fornire all’AP prove che dimostrassero che si tratta di proprietà privata e non di suolo pubblico. Alla fine, dice, sono riusciti a convincere l’AP, il che ha portato alla costituzione del consiglio comunale che lui guida, che a sua volta ha rilasciato concessioni edilizie alle parti interessate.

Attualmente, sostiene, nella zona ci sono circa 200 strutture, meno della metà della quali è disabitata. La decisione di Israele di bloccare la costruzione ha gettato investitori e acquirenti in una situazione pericolosa. Jadal stima che il consiglio (che afferma essere stato riconosciuto dall’AP solo lo scorso anno) e le persone che hanno comprato la terra abbiano perso circa 30 milioni di dollari a causa della riduzione del suo valore.

Mohammed, 30 anni, abitante di uno dei villaggi vicini, è tra le persone che hanno comprato terreni ad Al-Malha. Afferma di aver deciso di comprare il terreno perché costa molto meno di quanto sarebbe costato nel comune in cui vive adesso.

“Ho speso 900.000 shekel (circa 239.000 €) in terreni nel 2023, poi ho iniziato a scavare le fondamenta, ma dopo la decisione di Smotrich mi sono fermato,” sostiene. “Pensavo che mi sarei già spostato qui. Invece viviamo – siamo tre famiglie – in una casa di 200 mq.” Anche Mahmoud Tarayra, abitante di Gerusalemme est, racconta come il suo investimento è andato a monte: “A Gerusalemme la terra è molto cara,” spiega Tarayra.

Ha comprato 28 dunam (circa 2,8 ettari) ad Al-Malha con l’intenzione di rivenderne 24. “Ora il terreno non ha alcun valore,” afferma. “Nessuno comprerà lì. Stimo le mie perdite a 400.000 shekel.”

Tarayra dice di aver comprato inizialmente un dunam di terra per 22.000 dinari giordani (circa 110.000 shekel), una moneta utilizzata a volte per l’acquisto di terreni in Cisgiordania, ma ora stima che la terra ne valga solo 6.000 o 7.000.

Dice che circa altri 300 abitanti di Gerusalemme est hanno comprato terra nella zona: “Se si tratta di terreno pubblico o di una riserva naturale, perché non hanno bloccato fin dal primo giorno? Hanno consentito che la gente perdesse soldi,” si lamenta. “Le persone hanno venduto oro o automobili per comprare terreno lì.” Nel contempo spera che i tribunali israeliani aiuteranno gli abitanti a risolvere la questione.

Un accordo profondamente radicato

La decisione israeliana di demolire le strutture illegali nell’Area B non è arrivata dal giorno alla notte. È giunta dopo 5 anni di intense campagne dei coloni, comprese visite ad al -Malha per parlamentari e ministri, tra cui l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant e la ministra della Protezione ambientale Idit Silman [entrambi del partito Likud, ndt.].

Inoltre da quando l’attuale governo è arrivato al potere, alla fine del 2022, alla Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ci sono stati almeno quattro dibattiti sull’argomento.

Ma il fatto che l’area sia stata affidata all’Autorità Palestinese come parte dell’accordo di Wye ha richiesto una soluzione creativa. Per evitare di violare l’accordo diplomatico, almeno sulla carta, inizialmente i parlamentari di destra avevano pensato di sostenere che i palestinesi della zona stavano danneggiando la natura o la sicurezza, il che avrebbe consentito a Israele di intervenire e demolire.

Tuttavia in una discussione a maggio alla Commissione Affari Esteri e Difesa Eli Levertov, il consigliere giuridico dell’Avvocatura militare per Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.], ha affermato che non c’era una consulenza professionale che indicasse danni ecologici.

Ha aggiunto che Yehuda Fuchs, all’epoca capo del comando centrale dell’esercito, non pensava che la costruzione ponesse un effettivo rischio per la sicurezza.

La decisione del governo, presa infine per assumersi la responsabilità delle demolizioni e bloccare le attività edilizie, è stata giustificata con le violazioni palestinesi all’accordo di Wye.

Shaul Arieli, a capo del gruppo di ricerca Tamrur-Politography, che venne coinvolto nella formulazione del Memorandum di Wye River, afferma che definire nell’accordo originario l’area come una riserva non derivò dal desiderio di proteggere la natura, ma a causa del progetto di Netanyahu di costruirvi un’autostrada, la Route 80, una continuazione della strada Allon che attraversa la Cisgiordania.

“All’epoca dicemmo che questa sarebbe stata una riserva naturale, così loro (i palestinesi) non vi avrebbero costruito, e non ci sarebbero stati problemi,” spiega Arieli.

Egli sostiene che l’affermazione secondo cui l’AP sta violando l’accordo vale dieci volte di più per Israele, che viola costantemente e unilateralmente i suoi impegni. Arieli si riferisce all’incremento delle costruzioni a Gerusalemme, all’edificazione di colonie, alla legalizzazione di avamposti illegali e altro. “Così tu dici che stanno violando l’accordo? Noi lo facciamo molto più radicalmente,” aggiunge.

La campagna per espropriare all’Autorità Palestinese il potere esecutivo nell’area è stata capeggiata dall’organizzazione a favore dei coloni Regavim, di cui Smotrich è stato co-fondatore.

Parlando con Haaretz Avraham Binyamin, direttore delle politiche di Regavim, afferma che gli accordi sulle aree di riserva “sono strategicamente molto significativi” per la loro collocazione tra le colonie che confinano con il deserto di Giudea e quelle della Valle del Giordano.

“Abbiamo notato un incremento delle costruzioni che è davvero molto inusuale e non sporadico,” dice Binyamin. “Ciò significa che dietro a questo c’è un piano da parte di un’entità politica ostile, cioè l’Autorità Palestinese.”

Secondo Regavim prima del memorandum di Wye nella zona c’erano circa 270 strutture, mentre oggi ve ne sono 3.300. “Ciò che risulta interessante per noi è la continuità territoriale che l’AP sta cercando di creare,” aggiunge Binyamin.

Questa organizzazione, con accesso alle stanze del potere, iniziò ad interessarsi all’area nel 2013. All’inizio si concentrò principalmente sulle violazioni ambientali, ma a iniziare dal 2018 prese a occuparsi dell’attività edilizia ad Al-Malha.

Tuttavia queste non sono le uniche ragioni per cui i coloni vogliono impedire che i palestinesi vi costruiscano. Il capo del consiglio regionale di Gush Etzion [la prima colonia israeliana costruita nei territori occupati, ndt.] Yaron Rosenthal afferma che la necessità di bloccare l’edificazione è dovuta al desiderio di fare in modo che Gush Etzion rimanga “aperta verso il deserto.”

Rosenthal ritiene anche che costruire una nuova comunità palestinese nella zona porrà rischi per la sicurezza. L’esercito israeliano “sta distruggendo case a Gaza in tutta la zona per difendere gli abitanti di Nir Oz (un kibbutz sul confine con Gaza), giusto?” Dice. “Così la logica indica che se a Gaza una cittadina araba vicino a comunità (israeliane) pone un rischio per la sicurezza, è lo stesso anche qui.”

Anche se per lui questo è solo l’inizio, Binyamin è già contento riguardo agli sviluppi: “Lo stesso fatto che lì ci sarà un congelamento delle attività edilizie e verrà silurata la costruzione di una cittadina, in pratica ciò cambia già i piani,” dice.

“Chi va a vivere in una cittadina e si ritrova in due blocchi e mezzo di case spopolate potrebbe pensarci due volte se vuole viverci.”

Binyamin crede che Israele avrebbe potuto bloccare prima le attività edilizie palestinesi e in un modo più semplice che attraverso una decisione del governo.

Tuttavia, sostiene, questa linea di condotta presenta anche i suoi vantaggi: “In base alla mia opinione riguardo agli accordi di Oslo ovviamente sono contento che il governo israeliano se ne esca con una dichiarazione nazionale contro di essi,” afferma.

Ce ne andremo o saremo bruciati”

Nel contempo la lotta riguardo agli accordi per la riserva degli accordi e l’Area B non si limita a fermare la costruzione di abitazioni da parte dei palestinesi. Negli ultimi mesi Peace Now ha documentato la crescente tendenza degli avamposti israeliani ad essere costruiti nell’Area B, e soprattutto nella zona della riserva naturale.

Un giro nella zona da parte di Haaretz ha confermato le affermazioni dell’organizzazione secondo cui cinque avamposti illegali si trovano attualmente nella zona. In alcuni casi i coloni vivono in edifici abbandonati da pastori palestinesi nei primi giorni di guerra a causa di attacchi dei coloni che si sono intensificati dopo il 7 ottobre [2023]. In altri casi i coloni hanno eretto nuove strutture di fortuna.

Uno di loro è Mikne Avraham. È un piccolo avamposto in cui stanno vivendo alcuni giovani, tra cui degli adolescenti. Terrorizzano i pochi abitanti palestinesi rimasti nelle vicine comunità di allevatori.

Fino allo scoppio della guerra la principale preoccupazione di quelle famiglie era la discarica di Al Minya, creata da Israele e utilizzata sia dai palestinesi che dai coloni e che inquina il loro ecosistema.

Ma nel corso dell’ultimo anno la vita lì è notevolmente peggiorata. Ahmed Trawa è il patriarca di una delle ultime famiglie che rimangono nell’area. Negli ultimi mesi circa sette famiglie sono scappate da lì. “I coloni hanno picchiato due volte mio figlio,” racconta, “poi hanno iniziato a venire a casa nostra e una volta due di loro hanno sostenuto di essere dell’esercito e hanno perquisito il posto.”

Afferma che a maggio lui stesso è stato aggredito da coloni mentre stava pascolando le pecore. “Sono venuti alla nostra casa, hanno lanciato pietre, ci hanno insultati e hanno ballato,” aggiunge sua moglie Anwar.

Hanno già presentato due denunce alla polizia israeliana. Secondo la polizia uno dei casi è stato chiuso quando non sono stati individuati sospettati, anche se Trawa dice di poterli identificare, mentre sull’altro si sta ancora indagando.

La violenza è arrivata al suo apice un mese fa, quando un gruppo di coloni ha dato fuoco al granaio di famiglia fuori dalla loro casa. Secondo Trawa a causa dell’incendio lui ha perso circa 15.000 shekel.

“Ora non vado da nessuna parte perché come vedono che mi allontano con l’auto e mia moglie rimane da sola in casa arrivano,” dice. “I bambini erano soliti andare a prendere lo scuolabus, ma non lo fanno più, li porto io avanti e indietro.”

Oltre a vivere nel terrore, ciò rappresenta anche un grave danno finanziario per la famiglia Trawa, la cui vita è stata paralizzata. “Se continua così ce ne andremo,” dice Anwar disperata. “O ce ne andremo o ci bruceranno vivi.”

Nel frattempo la famiglia ha aggiunto muri e un tetto alla parte della casa che in precedenza serviva come veranda, nel tentativo di evitare che le pietre li colpiscano e che i coloni possano entrarvi.

Un sostenitore di Mikne Avraham è Elisha Yered, una figura ben nota sulle colline della Giudea ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra del ministro Smotrich, ndt.] Limor Son Har-Melech. 

In video postati su Twitter ha fatto una campagna per raccogliere soldi a favore degli adolescenti che presidiano Mikne Avraham e sottolinea che l’avamposto è stato costruito nei dintorni della zona della riserva degli accordi per impedire ai palestinesi di costruire in quell’area.

Questo avamposto, come molti altri, ogni tanto viene eliminato dall’Amministrazione Civile. L’ultima volta è stato pochi giorni fa. Tuttavia appena le forze dell’Amministrazione Civile hanno finito di confiscare l’equipaggiamento dell’avamposto e l’hanno demolito, i coloni sono tornati. Poco dopo i palestinesi del posto hanno raccontato che sono andati a casa loro per aggredirli.

La pagina per la raccolta fondi a favore dell’avamposto illegale fornisce una buona illustrazione dell’attacco concentrico del governo israeliano e dell’avamposto violento contro i palestinesi della zona.

“I coloni pionieri sulla collina sono riusciti a restituire sempre più territorio della patria a mani ebraiche nei pressi della riserva degli accordi nel deserto della Giudea, bloccando l’espansione dell’edilizia araba con i loro corpi,” afferma. Finora hanno raccolto 26.000 shekel.

Il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori ha risposto: “In base all’intesa di Wye la zona della ‘riserva degli accordi’ venne ridefinita da Area C ad Area B, passò dall’essere gestita dallo Stato di Israele ad esserlo dall’Autorità Palestinese. Tuttavia in base agli stessi accordi l’Autorità Palestinese promise di astenersi dal costruire nella zona.

Nel corso degli anni, e soprattutto negli ultimi tempi, quando l’attività edilizia nella zona si è intensificata, sono stati inviati messaggi a personalità dell’AP chiedendo un blocco in base alle disposizioni dell’accordo, ma queste richieste sono rimaste senza risposta.

Alla luce di ciò, e in accordo con le istruzioni del gabinetto di sicurezza, il capo del Comando Centrale di Israele ha firmato un ordine speciale inteso a consentire l’esecuzione delle disposizioni in materia di costruzioni nella zona da parte dell’Amministrazione Civile. Questo ordine non ha ridefinito la zona che è ancora, sotto ogni aspetto, Area B.

“Secondo gli accordi ad interim l’autorità di applicare la legge sugli israeliani che vi si trovano, assegnata all’Autorità Palestinese, è rimasta al comandante militare, compresa l’Amministrazione Civile. In virtù di questa autorità sono state messe in atto azioni di contrasto contro l’attività edilizia illegale in varie zone dell’Area B, anche nella riserva degli accordi. Quando le circostanze lo richiedono sono emanati ordini per consentire che vengano intraprese rapidamente azioni di repressione, sia attraverso ordinanze urbanistiche che con ordini di chiusura militare che proibiscono di entrare nella zona. Ciò è stato fatto anche nell’area nota come Mikne Avraham.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)