L’apartheid idrico israeliano asseta la Cisgiordania

Electronic Intifada

Charlotte Silver – 1 agosto 2016

La mancanza d’acqua non è una novità per i palestinesi. Sia nella Striscia di Gaza occupata che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, la fornitura di acqua che scorre nelle case palestinesi è rigidamente limitata od ostacolata da Israele.

Appena durante l’estate la temperatura sale, i rubinetti si prosciugano. Clemens Messerschmid, un idrologo tedesco che ha lavorato per due decenni con i palestinesi nel loro servizio idrico, chiama la situazione ” apartheid idrico”.

Quest’anno la giornalista israeliana Amira Hass ha pubblicato dati che provano che l’Autorità Idrica Israeliana ha ridotto la quantità di acqua distribuita ai villaggi della Cisgiordania.

In alcuni luoghi l’approvvigionamento è stato ridotto alla metà. I suoi dati contraddicono le smentite ufficiali che la fornitura d’acqua alle città e villaggi palestinesi sia stata tagliata durante l’estate, benché neanche questo sia una novità.

Quest’estate cittadine e piccoli villaggi sono rimasti fino a 40 giorni senza acqua corrente, obbligando quelli che se lo possono permettere a rifornirsi da cisterne d’acqua.

Quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967 ha anche preso il controllo dell’Acquifero Montano della Cisgiordania, la principale riserva naturale d’acqua del territorio.

Gli accordi di Oslo dei primi anni ’90 hanno concesso ad Israele l’80% delle riserve dell’Acquifero. I palestinesi avrebbero dovuto avere il restante 20%, ma negli ultimi anni hanno potuto avere a disposizione solo il 14%, in conseguenza delle restrizioni israeliane alle perforazioni.

Per garantire le necessità minime della popolazione, l’Autorità Nazionale Palestinese è obbligata a comprare il resto dell’acqua da Israele. Ma anche così, non è sufficiente.

Israele ha intenzione di vendere solo una limitata quantità di acqua ai palestinesi. In conseguenza di ciò, i palestinesi utilizzano molta meno acqua degli israeliani, e un terzo in meno rispetto alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute di 100 litri a testa al giorno per uso domestico, ospedali, scuole e altre istituzioni.

“Electronic Intifada” ha parlato della programmata scarsità d’acqua per i palestinesi in Cisgiordania con Clemens Messerschmid, che ha lavorato nel settore idrico in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza fin dal 1997.

Charlotte Silver: la causa della crisi idrica in Cisgiordania è la scarsità d’acqua nella zona? O la scarsità è programmata?

Clemens Messerschmid: Ovviamente non c’è scarsità d’acqua in Cisgiordania. Quello che noi soffriamo in conseguenza di questa scarsità indotta si chiama l’occupazione. Questo è il regime imposto ai palestinesi subito dopo la guerra del giugno 1967.

Israele governa attraverso ordini militari, che hanno il diretto ed intenzionale risultato di tenere i palestinesi a corto d’acqua. Non si tratta di una costante e graduale espropriazione come con la terra e le colonie, ma è stato fatto in un colpo solo grazie all’ordine militare n° 92 dell’agosto 1967.

La Cisgiordania possiede una vasta falda acquifera. Ci sono grandi precipitazioni a Salfit, nella Cisgiordania settentrionale, ora nota per restrizioni idriche particolarmente drastiche.

La Cisgiordania beneficia di un tesoro di acque sotterranee. Ma questo è anche la sua maledizione, perchè Israele l’ha preso di mira immediatamente dopo averne assunto il controllo.

Quello di cui abbiamo bisogno è semplice: pozzi freatici per accedere a questo tesoro. Ma l’ordine militare israeliano n° 158 proibisce rigidamente di scavare pozzi o qualunque altro lavoro di carattere idrico, comprese le sorgenti, condutture, reti, stazioni di pompaggio, pozze utilizzate per l’irrigazione, riserve d’acqua, semplici cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, che raccolgono la pioggia che cade sui tetti.

Ogni cosa è proibita, o piuttosto non “permessa”, dall’Amministrazione Civile, il regime di occupazione di Israele. Anche riparare o fare la manutenzione dei pozzi richiede permessi militari. E semplicemente noi non li otteniamo.

E’ semplicemente un caso di apartheid idrico – ben oltre qualunque altro regime del passato di cui io sia a conoscenza.

CS: Israele ha incrementato la quantità di acqua che vende ai palestinesi, ma non è ancora sufficiente ad evitare che i villaggi rimangano a secco. A parte il fatto che il controllo di Israele sulle risorse dell’Acquifero è un grave problema, perchè Israele non vuole vendere più acqua ai palestinesi?

CM: Innanzitutto Israele ha drasticamente ridotto la quantità di acqua a disposizione dei palestinesi. Ha vietato ogni accesso al fiume Giordano, che ora è letteralmente prosciugato nei pressi del lago di Tiberiade.

Inoltre Israele impone una quota sul numero di pozzi e nega metodicamente i permessi per le più indispensabili riparazioni dei vecchi pozzi dei tempi giordani – la Giordania ha amministrato la Cisgiordania dal 1948 fino all’occupazione israeliana -, soprattutto i pozzi per l’agricoltura. Ciò significa che il numero dei pozzi è costantemente in diminuzione. Ne abbiamo meno che nel 1967.

Ora, l’unica cosa che è aumentata è la dipendenza dall’acquisto di acqua dagli espropriatori, Israele e Mekorot, la società idrica pubblica israeliana.

Ciò è riportato continuamente nella stampa occidentale, perchè questo è il punto che Israele sottolinea: “Vedete quanto siamo generosi?”

Per cui, sì, da Oslo gli acquisti da Mekorot sono aumentati costantemente. Ramallah ora riceve il 100% della sua acqua da Mekorot. Neanche una goccia proviene da un solo pozzo che abbiamo noi.

La fornitura ai villaggi da parte di Israele non è stata fatta come un favore. E’ stata iniziata nel 1980 da Ariel Sharon, allora ministro dell’Agricoltura, quando è cominciata il rapido aumento della colonizzazione. La fornitura di acqua è stata “incorporata”, per rendere irreversibile l’occupazione.

Quello che più importa qui è l’apartheid strutturale, cementato e incastonato nel ferro di queste condutture. Una piccola colonia è rifornita attraverso grandi tubature di trasmissione da cui se ne dipartono altre più piccole per andare verso le aree palestinesi.

Israele è molto contento di Oslo, perchè ora i palestinesi sono “responsabili” della fornitura. Responsabili, ma senza un briciolo di sovranità sulle risorse.

La cosiddetta crisi idrica attuale non è affatto una crisi. Una crisi è un cambiamento improvviso, una novità o un punto di svolta durante lo sviluppo. La riduzione nella fornitura ai palestinesi è voluta, pianificata e accuratamente eseguita. La “crisi idrica estiva” è la più prevedibile caratteristica nel calendario dell’acqua per i palestinesi. E la quantità annuale di piogge o la siccità non hanno alcun rapporto con la presenza e le dimensioni di questa “crisi”.

Vorrei sottolineare che per quanto questo succeda regolarmente, in ogni singolo caso si tratta di una decisione consapevole di qualche burocrate e ufficio in Israele o nell’Amministrazione civile. Qualcuno deve andare sul campo e chiudere le valvole della deviazione verso il villaggio palestinese. Questo, come ogni estate, è stato fatto agli inizi di giugno. Da qui, crisi idrica in Cisgiordania.

CS: Quali fattori possono aver contribuito all’aggravamento di quest’anno nelle interruzioni della fornitura d’acqua?

CM: Sembra che la domanda [di acqua] delle colonie sia aumentata drasticamente dallo scorso anno. L’Autorità Israeliana per le Acque ha riscontrato una maggiore domanda dal 20 al 40%, che è molto significativa.

Alexander Kushnir, il direttore generale dell’Autorità per le Acque, la attribuisce all’espansione delle irrigazioni dei coloni sulle montagne melle colonie a nord della Cisgiordania, attorno a Salfit e a Nablus.

CS: Com’è possibile che la gente dell’attuale Israele sembri godere di un surplus di acqua da quando il Paese ha iniziato ad utilizzare la desalinizzazione, mentre la gente sotto occupazione in Cisgiordania è rimasta con così poca [acqua]? Si dice che anche i coloni israeliani abbiano riscontrato una riduzione nelle forniture idriche.

CM: E’ vero che per la prima volta Israele ha dichiarato qualche anno fa che ha un’economia con eccedenza d’acqua ed è interessato a vendere più acqua ai suoi vicini, a cui in primo luogo ha espropriato l’acqua.

I palestinesi stanno già comprando l’acqua che Israele ha rubato, ma, come segnalato, non in modo affidabile o in percentuali sufficienti.

Francamente non lo so. Perchè questo particolare, elevato ed aggravato desiderio di Israele di non vendere neppure acqua sufficiente alla Cisgiordania?

In alcune zone, come nella Valle del Giordano, l’acqua è attivamente utilizzata come uno strumento per la pulizia etnica. Fin dal primo giorno dell’occupazione l’agricoltura è sempre stata presa di mira.

Ma questa logica non si applica ai centri urbani palestinesi densamente popolati nella cosiddetta Area A della Cisgiordania [sotto totale controllo dell’ANP. Ndtr.], che stanno ancora lottando. Dopo 20 anni, mi lascia ancora perplesso.

E’ importante capire un altro elemento: Israele deve continuamente impartire una lezione ai palestinesi. Ogni fornitura di acqua, ogni goccia fornita deve essere intesa come un generoso favore, come un atto di pietà, non come un diritto.

Israele ha incrementato la vendita di acqua alla Cisgiordania da 25 milioni di m³ all’anno nel 1995 ai circa 60 milioni di m³ di oggi. Perchè non ne vende molta di più? Sicuramente dal punto di vista di una politica idrica oculata se lo potrebbe permettere – ha un enorme surplus.

Uno dei problemi materiali che posso riscontrare è quello del prezzo, e quindi il significato dell’acqua.

Israele vuole ottenere finalmente il prezzo più alto per l’acqua desalinizzata che vende ai palestinesi. Mentre si parla solo di qualche centinaio di milioni di shekel all’anno (qualche decina di milioni di dollari) – che per Israele non è molto -, Israele vuole chiudere una volta per tutte la discussione in merito ai diritti palestinesi sull’acqua.

Israele non chiede niente di meno che una resa totale: i palestinesi devono accettare che l’acqua sotto i loro piedi non appartiene a loro, ma per sempre agli occupanti.

Con la richiesta del prezzo intero per l’acqua desalinizzata, i palestinesi ammetterebbero ed accetterebbero una nuova formula.

Una parola sulla Striscia di Gaza: a differenza della Cisgiordania, Gaza non ha fisicamente un accesso possibile all’acqua. La circoscritta e densamente abitata Striscia non potrà mai essere autosufficiente. tuttavia Gaza non riceve simili forniture di acqua da Israele. Solo recentemente Israele ha iniziato a vendere a Gaza i 5 milioni di m³ all’anno stabiliti da Oslo. E’ stato adottato un piccolo aumento di facciata.

In un certo modo si potrebbe interpretare questo trattamento differenziato tra Gaza e la Cisgiordania come un’ammissione israeliana di un certo grado di dipendenza idrologica.

Israele riceve la maggior parte della sua acqua dai territori conquistati nel 1967, comprese le Alture del Golan, ma neppure una goccia da Gaza.

Dal punto di vista di una politica idrica oculata, Gaza non ha risorse da offrire a Israele. Ciò vale anche per la risorsa principale: la terra. Da qui un approccio molto diverso a Gaza fin da subito, nel 1967. Israele non dipende da Gaza da nessun punto di vista materiale. Fin da Oslo Israele ha chiesto a Gaza di rifornirsi da sola con i suoi mezzi, come attraverso la desalinizzazione dell’acqua di mare.

CS: In questo contesto, come si sono comportati i Paesi donatori? Hanno difeso gli standard minimi internazionali o hanno affermato e rafforzato il controllo israeliano sulle risorse idriche nella Cisgiordania occupata?

CM: Purtroppo nel secondo modo. Quando è iniziato Oslo, noi tutti ci siamo illusi che sarebbe iniziata una fase di sviluppo. Pozzi di cui era stata vietata la trivellazione per 28 anni sarebbero finalmente stati messi in funzione.

Abbiamo rapidamente imparato che Israele nei fatti non aveva mai voluto concedere “permessi…per espandere l’agricoltura o l’industria, che possano competere con lo Stato di Israele,” come l’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin disse nel 1986.

Quello di cui c’era bisogno allora e adesso – e tutti quanti lo sapevano – era una pressione politica per ottenere il minimo di permessi di perforazione garantiti dagli accordi tra palestini e israeliani. Questa pressione non c’è mai stata. L’Ue o il mio governo tedesco non hanno mai diramato una dichiarazione pubblica nella quale “deplorassero” o “si dispiacessero” per gli ostacoli nel settore idrico. E’ un vero scandalo.

Ma ancora peggio, qual è stata la risposta di noi occidentali a tutto ciò? Tutti i progetti finanziati dai donatori hanno addirittura abbandonato il settore vitale della perforazione di pozzi. L’ultimo pozzo finanziato dalla Germania è stato trivellato nel 1999.

Come per l’attuale cosiddetta crisi idrica, noi come donatori siamo ora impegnati a finanziare generosamente un’anacronistica distribuzione di acqua con cisterne ai centri urbani palestinesi tagliati fuori [dall’erogazione d’acqua] – adeguandoci e stabilizzando lo status quo dell’occupazione e dell’apartheid idrico.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Dopo Mahmoud Abbas, il diluvio per i palestinesi

Haaretz, 29 giugno 2016

di Amira Hass

Se il presidente avesse prestato attenzione alla realtà, a Bruxelles avrebbe parlato di acqua come un esempio della situazione assurda in cui gli israeliani hanno intrappolato i palestinesi

Ancora una volta Mahmoud Abbas ha provocato imbarazzo. Nel suo discorso al parlamento europeo, ha ripetuto cose senza senso in un “rapporto” che era comparso nei media palestinesi pochi giorni prima, secondo il quale il presidente del “Consiglio delle Colonie” avrebbe ordinato di avvelenare i pozzi palestinesi e l’acqua potabile in CIsgiordania.

Nel suo discorso il presidente palestinese lo ha modificato così: “Solo una settimana fa, una settimana, un gruppo di rabbini in Israele ha annunciato, in un comunicato esplicito, la richiesta al loro governo di avvelenare, di avvelenare, l’acqua dei palestinesi.” Un giorno dopo ha smentito questa affermazione attraverso il suo ufficio.

Ma il danno era stato fatto. Abbas è stato accusato di spargere una sanguinaria diffamazione anti-semita – un’accusa logora e scontata che ignora i reali e seri problemi che caratterizzano i massimi dirigenti palestinesi: la loro inconsapevolezza della realtà quotidiana del loro popolo; la mancanza di coordinamento e di scambio di informazioni e di idee tra diversi uffici del governo; il ricorso ad amici, adulatori e mezzi di comunicazione locali, che non verificano le cose, tutti quanti troppo frequentemente sono approssimativi ed esagerano persino quando la verità sulle politiche israeliane è di per sé compromettente.

Secondo la Reuters, la dichiarazione su riportata non era inclusa nella versione ufficiale del discorso (opaco e scontato) che l’ufficio di Abbas ha distribuito in anticipo. Sembra che si sia trattato di un’improvvisazione, come succede nelle riunioni del suo movimento, Fatah, o in un incontro con studenti israeliani, quando ha dichiarato che il coordinamento per la sicurezza con Israele è “sacro”.

Secondo il New York Times il “rapporto” è apparso su un sito web di qualche ufficio dell’OLP (senza specificare quale fosse), da lì è stato ripreso dal sito ufficiale turco “Anadolu” e da un giornale di Dubai. Palestinian Media Watch [organizzazione israeliana che monitora i media palestinesi, in particolare per quanto riguarda il terrorismo. Ndtr.] ha rintracciato un servizio trasmesso dall’emittente televisiva ufficiale palestinese il 20 giugno, che affermava che un’organizzazione dei diritti umani israeliana aveva “rivelato” l’ordine da parte di un rabbino di nome Shlomo Melamed.

Ma non c’è nessuna organizzazione che si chiami “Consiglio delle Colonie”, non c’è nessun rabbino che si chiami Shlomo Melamed e, secondo un articolo del Jerusalem Post (citato da Palestinian Media Watch), nessuna organizzazione israeliana dei diritti umani ha “rivelato” le sue parole.

Se Abbas fosse stato attento alla situazione, a Bruxelles avrebbe parlato di acqua – un problema scottante per il suo popolo, soprattutto durante l’estate – come un esempio dell’assurdità nella quale i palestinesi sono intrappolati. “Noi (e l’Europa con noi)”, potrebbe aver detto, “stiamo rispettando gli accordi di Oslo 17 anni dopo che sono scaduti, come un cammino che porta alla costituzione di uno Stato palestinese. Ma guardate come Israele approfitta della nostra pazienza e continua ad imporre la stessa divisione inumana dell’unica fonte di acqua di cui disponiamo.”

Oggi gli israeliani usano l’86% dell’acquifero montano, mentre le briciole che rimangono – il 14% – sono lasciate ai palestinesi. Invece di dire fesserie sull’avvelenamento dell’acqua, avrebbe potuto parlare della compagnia delle acque Mekorot, che sta tagliando i rifornimenti d’acqua nella zona di Salfit per soddisfare l’aumento della domanda nelle colonie.

E’ vero, non mancano rabbini che hanno detto cose terribili sugli arabi o sui non ebrei in generale. Oltretutto, come parte delle continue vessazioni dei villaggi palestinesi da parte di cittadini ebrei israeliani in Cisgiordania, ci siamo imbattuti nel metodo di gettare carcasse di animali morti nelle cisterne – benché cisterne per l’acqua piovana, come nel villaggio di Kharruba nelle colline a sud di Hebron, o cisterne per raccogliere il flusso d’acqua dalle sorgenti, come a Madma, a sud di Nablus.

Tuttavia, non ci voleva molto per capire che questo “rapporto” era dubbio. Israele e palestinesi bevono dallo stesso acquifero. Quindi “l’avvelenamento dell’acqua” avrebbe colpito tutti. Ed una scarsa conoscenza storica sarebbe stata sufficiente per mettere in guardia Abbas dall’associare acqua, veleno ed ebrei.

Ma così vanno le cose quando si è abituati al ruolo di capo supremo le cui parole sono legge, che viola le decisioni della dirigenza collettiva (e non eletta), che ripetutamente rimanda le elezioni all’interno di Fatah e dell’OLP, che beneficia di un parlamento paralizzato e che non consente un processo democratico per scegliere il suo successore in modo da risparmiare al suo popolo un pericoloso vuoto politico una volta che se ne sia andato.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La “preghiera per la pioggia” della Palestina:in che modo Israele usa l’acqua come un’arma da guerra.

 

di Ramzy Baroud

Ma’an News – 22 giugno 2016

Intere comunità anche in Cisgiordania non hanno accesso all’acqua o hanno avuto una riduzione di circa la metà della fornitura.

Questo sviluppo allarmante è durato per settimane, da quando l’impresa idrica nazionale di Israele, “Mekorot”, ha deciso di interrompere, o ridurre in modo significativo, le sue forniture d’acqua a Jenin, Salfit e a molti villaggi attorno a Nablus, tra le altre zone.

Secondo il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese Rami Hamdallah, Israele ha intrapreso una “guerra dell’acqua” contro i palestinesi. L’ironia della vicenda risiede nel fatto che quella fornita da “Mekorot” è in realtà acqua palestinese, di cui Israele si è ingiustamente appropriato, proveniente dalle riserve acquifere della Cisgiordania. Mentre gli israeliani, comprese le colonie illegali in Cisgiordania, ne usano la grande maggioranza, i palestinesi ricomprano la loro stessa acqua a prezzi alti.

Riducendo le forniture idriche in un momento in cui i funzionari israeliani stanno progettando di esportare acqua essenzialmente palestinese, Israele ancora una volta sta utilizzando l’acqua come una forma di punizione collettiva.

Non è certo una novità. Ricordo ancora la preoccupazione nella voce dei miei genitori tutte le volte che temevano che la fornitura d’acqua stesse raggiungendo un livello pericolosamente basso. Si trattava di una discussione pressoché quotidiana in casa mia. Ogni volta che scoppiavano scontri tra ragazzini che lanciavano pietre e le forze di occupazione israeliane nei dintorni del campo di rifugiati, noi correvamo istintivamente sempre a riempire i pochi secchi d’acqua e bottiglie che avevamo sparsi in giro per la casa.

Questo accadeva durante la prima Intifada, o rivolta, palestinese scoppiata nel 1987 nei Territori Palestinesi Occupati.

Ogni volta che scoppiavano incidenti, una delle prime azioni messe in atto dall’amministrazione civile israeliana (una denominazione meno sinistra per indicare gli uffici dell’esercito di occupazione israeliano) era punire collettivamente l’intera popolazione di qualsiasi campo di rifugiati si ribellasse.

Le misure prese dall’esercito israeliano divennero copiose, anche se con il tempo si fecero sempre più vendicative: un rigido coprifuoco militare (che significava la chiusura dell’intera zona e il confinamento di tutti gli abitanti nelle loro case, sotto minaccia di morte); l’interruzione della corrente elettrica e la riduzione delle forniture idriche. Ovviamente, queste misure venivano prese solo nella prima fase della punizione collettiva, che durava per giorni o settimane, a volte persino mesi, punendo qualche campo di rifugiati fino alla fame. Poiché c’era poco che i rifugiati potessero fare per sfidare l’autorità di un esercito ben armato, essi investivano ogni loro magra risorsa o tempo a disposizione per ingegnarsi a sopravvivere.

Di qui l’ossessione per l’acqua, perché una volta che la fornitura era interrotta, non c’era niente da fare; tranne, naturalmente, la “Salat Al-Istisqa”, ossia la “Preghiera per la pioggia” che i musulmani osservanti invocano durante i periodi di siccità. Gli anziani del campo insistevano sul fatto che funzionasse davvero, e riportavano storie miracolose del passato, quando questa speciale preghiera aveva dato risultati durante l’estate, quando c’era meno da aspettarsi che piovesse.

In effetti molti più palestinesi che in ogni altra epoca hanno invocato la pioggia nelle loro preghiere dal 1967. Quell’anno, circa 49 anni fa, Israele ha occupato le due regioni rimanenti della Palestina storica: la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza. E durante quegli anni, Israele ha fatto ricorso ad una costante politica di punizioni collettive, limitando ogni sorta di libertà e utilizzando il rifiuto di fornire l’acqua come un’arma.

In effetti l’acqua è stata utilizzata come un’arma per soggiogare i palestinesi ribelli durante molte fasi della loro lotta. Di fatto questa storia risale alla guerra del 1948, quando le milizie sioniste hanno interrotto le forniture di acqua a moltissimi villaggi palestinesi attorno a Gerusalemme per permettere la pulizia etnica di quella regione.

Durante la “Nakba” (o “Catastrofe”) del 1948, ogni volta che un villaggio o una cittadina venivano conquistati, le milizie distruggevano immediatamente i suoi pozzi per impedire agli abitanti di tornare. Oggi gli illegali coloni israeliani utilizzano ancora questa tattica.

Anche l’esercito israeliano ha continuato ad utilizzarla, soprattutto durante la prima e la seconda rivolta. Nel corso della seconda Intifada, gli aerei israeliani hanno bombardato il sistema idrico di qualunque villaggio o campo di rifugiati che avevano progettato di invadere e sottomettere. Durante l’invasione del campo di rifugiati di Jenin ed il massacro dell’aprile 2002, le forniture di acqua del campo sono state fatte saltare in aria prima che i soldati entrassero nel campo da ogni direzione, uccidendo e ferendo centinaia di persone.

Gaza rimane finora l’esempio più estremo di punizione collettiva riguardante l’acqua. Durante la guerra è stato preso di mira non solo il sistema idrico, ma anche i generatori di elettricità utilizzati per purificare l’acqua sono stati fatti saltare in aria dal cielo. E finché sarà in vigore l’assedio decennale, ci sono poche speranze di riparare in modo permanente entrambi.

C’è ormai una consapevolezza condivisa del fatto che gli accordi di Oslo siano stati un disastro politico per i palestinesi; è tuttavia meno noto come Oslo abbia facilitato l’attuale crescente diseguaglianza in Cisgiordania. Il cosiddetto “Oslo II”, o accordo interinale israeliano-palestinese del 1995, ha separato il sistema idrico di Gaza dalla Cisgiordania, lasciando così alla Striscia lo sviluppo delle sue fonti di acqua situate all’interno dei confini. Con l’assedio e le periodiche guerre le falde acquifere producono in totale tra il 5 e il 10% dell’acqua potabile. Secondo l’ANERA [ong statunitense che si occupa di interventi umanitari in Medio Oriente. Ndtr.], il 90% dell’acqua di Gaza “non è idonea per il consumo umano.”

Pertanto la maggior parte dei gazawi sopravvive con acqua inquinata dagli scarichi o non potabilizzata. Ma la Cisgiordania dovrebbe, per lo meno teoricamente, godere di un maggior accesso all’acqua rispetto a Gaza. Eppure non è così. La più grande risorsa idrica della Cisgiordania è l'”Acquifero montano”, che include una serie di bacini: settentrionale, occidentale e orientale. La disponibilità di questi bacini da parte degli abitanti della Cisgiordania è limitata da Israele, che nega loro anche l’accesso alle acque provenienti dal fiume Giordano e all'”Acquifero costiero”. “Oslo II”, che era stato pensato come un accordo temporaneo fino al termine dei negoziati per lo status definitivo, ha sancito l’attuale disparità, concedendo ai palestinesi meno di un quinto della quantità di acqua di cui gode Israele.

Ma neppure questo accordo sfavorevole è stato rispettato, in parte perché il comitato congiunto [tra l’ente di controllo israeliano e quello palestinese. Ndtr.] sulla questione dell’acqua concede ad Israele il diritto di veto sulle richieste palestinesi. Praticamente, ciò si traduce nel fatto che il 100% di tutti progetti idrici israeliani ricevono l’approvazione, compresi quelli nelle colonie illegali, mentre circa metà delle richieste palestinesi viene rifiutata.

Attualmente, secondo Oxfam [confederazione di ong internazionali. Ndtr.] Israele controlla l’80% delle risorse idriche palestinesi, mentre “i 520.000 coloni israeliani utilizzano circa sei volte la quantità di acqua rispetto a quella che utilizzano i 2.6 milioni di palestinesi della Cisgiordania.”

Secondo Stephanie Westbrook, che ha scritto sulla rivista israeliana “972”, i motivi che stanno dietro tutto ciò sono evidenti,: “L’impresa che fornisce l’acqua è ‘Mekorot’, l’azienda idrica nazionale israeliana. Non solo ‘Mekorot’ gestisce più di 40 pozzi in Cisgiordania, appropriandosi delle risorse idriche palestinesi, ma in pratica Israele controlla anche le valvole di derivazione, decidendo chi ha l’acqua e chi no.”

“Non c’è da sorprendersi che la priorità venga data alle colonie israeliane mentre il servizio alle città palestinesi è regolarmente ridotto o interrotto,” come in questo momento.

L’ingiustizia di tutto ciò è inoppugnabile. Infatti per circa cinque decenni Israele ha messo in atto le stesse politiche contro i palestinesi senza molte proteste o misure significative da parte della comunità internazionale.

Con le temperature di quest’estate in Cisgiordania, arrivate a 38°, secondo quanto riportato famiglie intere vivono con appena 2-3 litri a testa al giorno. Il problema sta raggiungendo proporzioni catastrofiche. Questa volta la tragedia non può essere ignorata, in quanto le vite ed il benessere di intere comunità sono a repentaglio.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è un editorialista di fama internazionale, autore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia mai raccontata di Gaza.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’acqua è l’unica questione che mette (ancora) in difficoltà Israele con il pretesto della sicurezza e di dio.

di Amira Hass | 22 giugno 2016 | Haaretz

I portavoce israeliani hanno pronte tre risposte da utilizzare quando rispondono alle domande sulla carenza d’acqua nelle città palestinesi della Cisgiordania, che emerge chiaramente rispetto al pieno soddisfacimento idrico delle colonie:

1) Le condutture palestinesi sono vecchie e di conseguenza vi sono perdite d’acqua; 2) i palestinesi si rubano l’acqua tra loro e la rubano agli israeliani; 3) in generale, Israele nella sua grande generosità, ha raddoppiato la quantità d’acqua che distribuisce ai palestinesi in confronto a quella stabilita dagli accordi di Oslo.

Distribuzione”, i portavoce scriveranno nelle loro risposte. Non diranno mai che Israele vende ai palestinesi 64 milioni di m³ d’acqua all’anno invece dei 31 milioni di m³ stabiliti dagli accordi di Oslo. Accordi che sono stati firmati nel 1994 e che era previsto scadessero nel 1999. Non diranno che Israele vende ai palestinesi l’acqua dopo avergliela rubata.

Complimenti per la demagogia. Complimenti per rispondere solo con un ottavo della verità. L’acqua è l’unica questione per cui Israele è (ancora) in difficoltà nel difendere la sua politica discriminatoria, oppressiva e devastante con il pretesto della sicurezza e di dio. Per questo deve confondere e stravolgere questo fatto fondamentale: Israele controlla le risorse idriche. Ed avendone il controllo, impone il contingentamento della quantità di acqua che i palestinesi hanno il permesso di produrre e consumare. In media i palestinesi consumano 73 litri pro capite al giorno. Al di sotto della quantità minima necessaria. Gli israeliani consumano in media 180 litri al giorno, e c’è chi afferma che sono anche di più. E qui, a differenza di là, non troverete migliaia di persone che consumano 20 litri al giorno. D’estate.

Vero, alcuni palestinesi rubano l’acqua. Contadini disperati, i soliti imbroglioni. Se non ci fosse la mancanza d’acqua ciò non accadrebbe. Una gran parte dei ladri sta nell’area C, sotto il pieno controllo di Israele. Per cui, per favore, lasciate all’IDF e alla polizia il compito di trovare tutti i criminali. Ma giustificare la crisi con il furto, questo è un inganno.

Con gli accordi di Oslo, Israele ha imposto una suddivisione vergognosa, razzista , arrogante e brutale delle risorse idriche in Cisgiordania: l’80% agli israeliani (su entrambi i lati della Linea Verde) e il 20 % ai palestinesi ( da pozzi perforati prima del 1967, che i palestinesi continuano a sfruttare; dalla Mekorot, l’azienda idrica, da pozzi da trivellare in futuro dal bacino acquifero montano; da pozzi e da sorgenti per uso agricolo. Tra l’altro, molte sorgenti, si sono prosciugate a causa dei pozzi israeliani troppo profondi o perché i coloni se ne sono impadroniti. Le vie del furto non conoscono confini.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Israele riconosce di aver tagliato le forniture idriche alla Cisgiordania ma incolpa l’Autorità Nazionale Palestinese

Israele sostiene che l’intensa ondata di calore nella regione, insieme al rifiuto dell’Autorità Palestinese per le Acque di approvare un incremento delle infrastrutture ha portato “all’incapacità delle condutture vecchie e insufficienti di far arrivare tutta l’acqua necessaria.”

di Amira Hass – 21 giugno 2016- Haaretz

Dall’inizio di questo mese decine di migliaia di palestinesi hanno patito i pesanti effetti di un drastico taglio nelle forniture idriche della Mekorot, la compagnia israeliana dell’acqua.

Nella regione di Salfit, in Cisgiordania, e in tre villaggi a est di Nablus le abitazioni sono rimaste senza acqua corrente per più di due settimane. Alcune fabbriche hanno chiuso, orti e vivai sono andati in rovina e animali sono morti di sete o sono stati venduti ad allevatori al di fuori delle zone colpite.

La gente ha cercato di arrangiarsi attingendo acqua da pozzi agricoli, comprando acqua minerale o pagando acqua distribuita da grandi cisterne per uso domestico e per innaffiare le loro coltivazioni. Ma procurarsi acqua in questo modo è estremamente dispendioso.

Fonti ufficiali dell’Autorità Palestinese per le Acque hanno affermato ad Haaretz che personale di Mekorot ha detto loro che i tagli nelle forniture dureranno per tutta l’estate. Queste fonti sostengono che gli è stato detto dagli israeliani che c’è una carenza d’acqua e che si deve fare il possibile per garantire che i serbatoi locali di acqua (situati nelle colonie) rimangano pieni in modo da mantenere la pressione necessaria per far scorrere l’acqua attraverso le condutture che portano alle altre colonie ed alle comunità palestinesi.

Impiegati municipali palestinesi affermano che i lavoratori palestinesi dell’Amministrazione civile [in realtà militare, autorità israeliana che governa sui territori occupati. Ndtr.], inviati a regolare le quantità di acqua nelle condutture di Mekorot [compagnia israeliana dei servizi idrici, che fornisce anche i palestinesi. Ndtr.] hanno detto loro che le interruzioni nelle forniture sono state fatte per soddisfare la richiesta di acqua da parte degli insediamenti della zona, in aumento per le alte temperature. Tagli nelle forniture simili ci sono stati lo scorso anno nelle stesse aree, quando avvennero gravi interruzioni del servizio idrico, anche in quel caso durante il Ramadan.

Mekorot non ha voluto rispondere alle domande, indirizzando Haaretz all’Autorità Israeliana delle Acque e al ministero degli Esteri. Uri Schor, portavoce dell’Autorità per le Acque, ha scritto che la quantità di acqua che Israele vende ai palestinesi in tutta la Cisgiordania, compresa la zona di Salfit, è aumentata durante gli anni.

“Si è determinata una carenza idrica sia per israeliani che per palestinesi localizzata nel nord della Samaria a causa del consumo particolarmente elevato dovuto al caldo intenso nella regione,” ha scritto Schor. Ha aggiunto che la carenza è dovuta al fatto che l’Autorità Palestinese delle Acque si rifiuta di approvare un aumento delle infrastrutture idriche in Cisgiordania attraverso il comitato dell’acqua congiunto, “che ha portato all’incapacità delle condutture vecchie e insufficienti di far arrivare tutta l’acqua necessaria nella regione.”

Una fonte della sicurezza israeliana ha detto che anche gli insediamenti [isrealiani] si stanno lamentando della carenza d’acqua.

I palestinesi smentiscono questo ostruzionismo e dicono che l’acqua arriva alle colonie.

Un importante funzionario dell’Autorità Palestinese per le Acque ha negato che il rifiuto palestinese abbia contribuito alla mancanza d’acqua.

“L’Autorità Israeliana sta mentendo all’opinione pubblica,” ha affermato. “Le tubature non necessitano di potenziamento. USAID [agenzia statale USA che si occupa degli aiuti all’estero. Ndtr.], per esempio, ha appena terminato un nuovo condotto a Deir Sha’ar per rifornire la popolazione di Hebron e di Betlemme. Israele dovrebbe aumentare il flusso dalla stazione di pompaggio di Deir Sha’ar e più di mezzo milione di palestinesi riceverebbero la quantità di acqua che gli spetta.

“Peraltro Israele ha proposto un progetto per aumentare la portata di una conduttura che serve le colonie israeliane nella zona di Tekoa, e l’Autorità Israeliana delle Acque sta ricattando l’Autorità Palestinese perché approvi questo progetto in cambio dell’aumento delle forniture dalla stazione di pompaggio di Deir Sha’ar.”

Schor ha fatto l’esempio dei mesi di gennaio-maggio degli ultimi quattro anni, che mostra che quest’anno c’è stato effettivamente un aumento da 2.7 milioni di m³ nel 2013 a 3.48 milioni di m³ della quantità di acqua fornita ai distretti di Salfit e Nablus,.

Ma i dati dell’Autorità Palestinese delle Acque mostrano che nel maggio di quest’anno c’è stato un taglio nelle forniture di acqua alla città di Bidya, con 12.000 residenti, da 50.470 m³ in marzo a 43.440 m³ in maggio. Nel maggio dello scorso anno, Bidya ha ricevuto 45.000 m³.

Nella cittadina di Qarawat Bani Hassan in maggio il consumo è stato superiore a quello di marzo (17.000 m³ rispetto a 15.000 m³), ma nel maggio dell’anno scorso il consumo aveva raggiunto 20.000 m³ e, secondo un funzionario palestinese, non c’è modo di spiegare la riduzione del consumo se non con una caduta delle forniture.

Nel contempo la riduzione delle forniture in giugno è stata molto più netta, fino al 50% all’ora.

Gli accordi di Oslo, che dovevano rimanere in vigore fino al 1999, hanno mantenuto il controllo israeliano sulle fonti idriche della Cisgiordania e sono discriminatorie nella distribuzione dell’acqua. In base agli accordi, Israele riceve l’80% dell’acqua dall’acquifero delle montagne della Cisgiordania, mentre il resto va ai palestinesi. L’accordo non pone limiti alla quantità di acqua che Israele può prelevare, ma impone ai palestinesi un massimo di 118 milioni di m³ dai pozzi esistenti prima degli accordi, e di altri 70 milioni di m³ da nuove perforazioni.

Per varie ragioni tecniche e per imprevisti errori di trivellazione nel bacino orientale dell’acquifero (l’unica parte in cui l’accordo consente ai palestinesi di effettuare perforazioni), in pratica i palestinesi producono meno acqua di quanto stabilito dagli accordi. Secondo B’Tselem [ong israeliana per i diritti umani. Ndtr.], fino al 2014 i palestinesi hanno avuto solo il 14% dell’acqua dell’acquifero. E’ anche per questo che Mekorot sta vendendo ai palestinesi il doppio della quantità di acqua previsto nell’accordo di Oslo, 64 milioni di m³, invece di 31.

Il coordinatore delle attività governative nei territori ha detto: “A causa dell’incremento dei consumi di acqua durante l’estate, è necessario controllare e regolare il flusso per rendere disponibile la maggior fornitura possibile di acqua a tutte le popolazioni. Dato questo problema, il capo dell’Amministrazione Civile ha approvato un regolamento d’emergenza per mettere in funzione la trivella “Ariel 1” e incrementare la quantità di acqua per i residenti della Samaria settentrionale, soprattutto nell’area di Salfit; altri 5.000 m³ di acqua all’ora sono stati approvati anche per le colline di Hebron, a sud.”

Il coordinatore ha anche sottolineato che l’Amministrazione Civile deve lottare contro i furti dalle condutture che arrivano alle comunità palestinesi. Ha detto che solo ieri ha scoperto due furti di acqua dalla conduttura che fornisce l’area di Salfit.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Pensa alla Striscia di Gaza la prossima volta che bevi acqua del rubinetto.

Il modo più facile, rapido e logico di prevenire un disastro umanitario ed ecologico sarebbe fornire acqua molto più a buon mercato da Israele nella Striscia.

di Amira Hass- 22 marzo 2016

Haaretz

Oggi, quando apri il tuo rubinetto, pensa alla Striscia di Gaza, dove centinaia di migliaia di bambini e ragazzi non sono abituati ad una cosa magnifica come bere acqua del rubinetto. Gli adulti hanno ormai scordato com’è facile dargli un giro, vedere l’acqua scorrere e sentire il suono che si riduce mano a mano che il bicchiere si riempie.

Ora devono andare giù in strada, aspettare che arrivi un camion con una cisterna di acqua potabilizzata, riempire qualche bottiglione e portarlo in casa, sperando che ci sia l’elettricità e che l’ascensore stia funzionando. Ogni metro cubo di acqua desalinizzata costa da 25 a 30 shekel (da 5,8 a 6,9 €), rispetto a 1 o 3 shekel (0,23 o 0,7 centesimi di €) del servizio idrico.

Oggi, quando ti lavi la faccia, pensa all’acqua che esce dai rubinetti di Gaza. E’ oleosa e ti lascia una patina salmastra. I vestiti lavati sembrano rigidi a causa del fatto che l’acqua è mescolata con quella di mare, con liquami e pesticidi.

A Gaza il 95% circa dell’acqua del rubinetto non è potabile. Questa è la ragione per cui c’è una notevole dipendenza delle 145 infrastrutture pubbliche e private dall’acqua desalinizzata e potabilizzata. Ora il gruppo di “Emergenza per la Purificazione dell’acqua e per l’igiene” (EWASH), un consorzio di organizzazioni locali ed internazionali che affronta i problemi dell’acqua e dell’igienizzazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sta avvertendo che circa il 68% di quest’acqua purificata è esposta a contaminazioni biologiche.

Circa 200 milioni di metri cubi sono estratti ogni anno dalle falde acquifere di Gaza, che sono rinnovate solo con 55-60 milioni di metri cubi, la stessa quantità di 80 anni fa, quando ci vivevano solo 80.000 persone, rispetto alle attuali 1 milione 800 mila. Israele vende solo una quantità minima di acqua a Gaza, tra i 5 e gli 8 milioni di metri cubi all’anno. Le Nazioni Unite hanno avvertito che nel 2020 il danno alle falde acquifere sarà irreversibile.

Il modo più facile, rapido e logico per bloccare questo disastro umanitario ed ecologico sarebbe pompare acqua molto più economica da Israele alla Striscia. La nazione dell’ high-tech e dell’irrigazione a goccia può sicuramente organizzare tutto ciò.

Ma l’Autorità Nazionale Palestinese e i Paesi donatori stanno progettando grandi impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare, la cui produzione è stata rimandata a causa delle restrizioni imposte da Israele all’introduzione di materiali e della irregolare fornitura di elettricità. L’ANP spiega il proprio impegno per questa soluzione costosa e anti-ecologica con il suo desiderio di minimizzare la dipendenza nei confronti di Israele. Però non si fa nessun problema a comprare più acqua da Israele per la Cisgiordania, 50 milioni di metri cubi all’anno, il doppio di quanto prevedessero gli accordi di Oslo.

Dunque le ragioni della sua opposizione risiedono altrove. Teme che il governo di Hamas non si preoccuperebbe di pagare le bollette dell’acqua, come è successo con quelle dell’elettricità. Israele dedurrebbe dunque quanto dovuto direttamente dai diritti doganali che riscuote per l’ANP e trasferisce a Ramallah [sede dell’ANP. Ndtr]. Ancora una volta il popolo palestinese è intrappolato nella faida tra Fatah e Hamas.

Ma il problema è iniziato molto prima che a Gaza si instaurasse il regime di Hamas. Gli accordi di Oslo hanno definito Gaza come autosufficiente per quanto riguarda la produzione ed il consumo di acqua. Si tratta di una delle più chiare prove possibili che fin da allora Israele aveva intenzione di separare Gaza dalla Cisgiordania, a differenza di quanto c’era scritto [negli accordi]. Lo stesso accordo ha imposto una distribuzione vergognosamente discriminatoria dell’acqua dalle sorgenti montane della Cisgiordania, con l’80% destinato agli israeliani (all’interno di Israele e nelle colonie) e il 20% per i palestinesi. L’attuale proporzione da allora è solo peggiorata, perché i pozzi palestinesi sono vecchi e le nuove perforazioni permesse da Israele si sono dimostrate meno fruttuose del previsto.

Il grandioso progetto di desalinizzazione dell’acqua marina a Gaza nasconde il peccato originale ecologico e politico: trattare Gaza come un’isola separata dal resto del Paese.

Molti residenti di Gaza e consumatori di acqua che non hanno sono originari di città e villaggi che sono oggi in territorio israeliano. A livello simbolico, ottenere il diritto all’acqua prodotta dagli israeliani è quasi come un riconoscimento del diritto al ritorno. A livello politico, può e ci deve essere un notevole incremento nella quantità di acqua fornita da Israele in compensazione dell’acqua che Israele ha rubato e continua a rubare ai palestinesi. Sarebbe un riconoscimento del nostro dovere di condividere equamente le sorgenti d’acqua tra arabi ed ebrei, un principio che non siamo pronti ad accettare.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele sta ripristinando la politica di confisca di ampi territori

15 marzo, 2016

Maannews

Betlemme(Ma’an). Martedì un rapporto di Peace Now [associazione israeliana che monitorizza lo sviluppo delle colonie ndt] ha affermato che Israele ha ripristinato la politica di confisca di vasti appezzamenti di terra palestinese per [consentire] l’espansione delle colonie con una frequenza mai vista dagli anni ’80, prima degli accordi di Oslo.

L’osservatorio delle colonie israeliane ha individuato principalmente una vasta area di territorio palestinese a sud di Gerico che è stata dichiarata la scorsa settimana dall’amministrazione civile di Israele “terra statale” in uno dei più grossi furti di terra degli ultimi anni da parte degli israeliani.

L’associazione ha verificato che il 10 marzo sono stati incamerati come proprietà del governo israeliano 2.342 dunam [234.2 ha, ndt] di terra dell’area meridionale della Cisgiordania occupata.

Secondo l’osservatorio l’ampiezza [del furto] ha di gran lunga superato i 1.500 dunam [150 ha, ndt] inizialmente approvati a gennaio per essere espropriati da parte del ministero della difesa.

Ciò apre la strada alla costruzione di 350 unità abitative nella colonia illegale di Almog e, sebbene appartenga al territorio palestinese occupato, destinerà ampie porzioni di territorio al commercio di Israele e al settore del turismo.

Definendo la recente dichiarazione di terra dello Stato come “una confisca di fatto”della terra palestinese, l’associazione ha notato che un certo numero di siti turistici israeliani, negozi di souvenir e una stazione di servizio operano da lungo tempo nel territorio.

L’associazione afferma che “invece di provare a calmare la situazione, il governo getta benzina sul fuoco mandando un chiaro messaggio ai palestinesi, ed anche agli israeliani, che non ha la minima intenzione di lavorare per la pace e per i due Stati.”

Il primo ministro Netanyahu ancora una volta mostra che la pressione dei coloni è più importante per lui che il deteriorarsi della situazione della sicurezza”.

L’associazione afferma che Israele non aveva confiscato un così ampio appezzamento di terra per espandere le colonie fin dal periodo precedente agli accordi di Oslo, negli anni ’80, indicando con le recenti mosse un chiaro cambiamento di politica.

La crescita delle colonie in quel lontano periodo ha giocato un ruolo importante nel provocare le tensioni che hanno poi portato agli accordi di Oslo del 1993.

Peace Now afferma che la recente presa di possesso segue quella di circa 5.000 dunam [50 ha, ndt] di terra palestinese nel distretto di Betlemme, dichiarata terra dello Stato nell’aprile e nell’agosto del 2014.

L’area a sud di Gerico, ora dichiarata territorio dello Stato, si trova sul lato opposto della fine del corridoio E1, una striscia di territorio che da Gerusalemme attraversa la parte centrale della Cisgiordania occupata.

I palestinesi sono stati lentamente espulsi da E1con l’espansione delle colonie nel cuore della Cisgiordania, e i palestinesi pensano che una totale acquisizione del corridoio spaccherebbe in due la Cisgiordania occupata, rendendo impossibile [la realizzazione ] di uno Stato palestinese con continuità territoriale.

Martedì il segretario generale dell’OLP Saeb Erekat ha condannato la confisca della terra [vicino a] Gerico come una continuazione “del progetto coloniale israeliano mantenendo la sua aggressiva occupazione e annettendosi altre terre palestinesi all’interno della Cisgiordania occupata”.

Egli ha detto che “ la consapevolezza dell’impunità garantita dalla comunità internazionale” è stata il maggiore ostacolo alla fine dell’occupazione israeliana e alla realizzazione “dei diritti fondamentali del popolo palestinese sistematicamente negati”.

Con una rara critica alle politiche israeliane, l’ambasciatore USA in Israele Dan Shapiro a gennaio ha condannato l’acquisizione israeliana di vaste porzioni di terre palestinesi come terra dello Stato.

Egli ha detto che la formazione dei due Stati “ sarebbe diventata sempre più difficile se Israele pianificasse la continua espansione dell’area delle colonie”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Perché è pericoloso confondere Hamas e ISIS

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente e no-profit il cui obiettivo è di informare e approfondire il dibattito pubblico sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Questo editoriale politico è stato redatto da Belal Shobaki, membro della redazione politica di Al-Shabaka

Di Belal Shobaki

Al-Shabaka e Ma’an News

Mentre i suoi sforzi di mettere in relazione la resistenza palestinese contro l’occupazione militare con il terrorismo globale non sono una novità, Israele ha esteso la sua propaganda verso l’opinione pubblica araba e occidentale.

Così facendo, sta chiaramente tentando di sfruttare l’avversione internazionale nei confronti di movimenti che si sono spostati verso l’estremismo e il terrorismo sostenendo di rappresentare l’Islam. “Hamas è l’ISIS e l’ISIS è Hamas,” ha dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite nel 2014.

Eppure Netanyahu e l’establishment politico israeliano, così come anche tutti quei regimi arabi che estendono lo stesso biasimo su ogni movimento islamista per i propri fini, sanno meglio di chiunque altro che Hamas e Daesh non sono legati tra loro.

Non solo Hamas e Daesh [acronimo dall’arabo Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, denominazione del gruppo fondamentalista prima della proclamazione dello Stato Islamico. Attualmente viene utilizzato da chi nega la legittimità di questa auto-proclamazione. Ndtr.] non sono collegati, essi sono acerrimi nemici, e Daesh ha denunciato Hamas come movimento di apostati. L’analista politico di Al-Shabaka Belal Shobaki analizza le principali caratteristiche per cui Hamas differisce da Daesh, compreso il suo approccio alla giurisprudenza, la posizione riguardo alla natura dello Stato e le relazioni con le altre religioni. Egli sostiene che è particolarmente importante per il movimento nazionale palestinese respingere questi tentativi di confondere Hamas con Daesh e sottolinea i rischi insiti nel non farlo.

Destinato ad un vantaggio politico a breve termine

La confusione tra Hamas e Daesh ignora la realtà dei fatti. Il contesto politico in Palestina è definito dall’occupazione, mentre quello dei Paesi arabi nei quali Daesh è nato sono determinati dall’autoritarismo e dalla repressione e anche da conflitti settari e religiosi, un contesto ideale per l’emergere di un’ideologia radicale motivata da una violenza indiscriminata.

Per Israele, però, il tentativo di legare i due gruppi potrebbe avere successo sia in ambito regionale che internazionale. Molti mezzi di comunicazione arabi non hanno scrupoli nel riferirsi a questa organizzazione terroristica come “Stato Islamico”, benché non lo sia affatto, mentre molti media occidentali accolgono senza esitazione la commistione fatta da Israele tra Hamas e Daesh. I regimi arabi non sono interessati a difendere l’immagine di Hamas. Persino l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non si occupa di difendere l’immagine internazionale di Hamas a causa dell’avversione politica tra Fatah e Hamas.

Hamas è considerata parte della “Fratellanza musulmana”, che è vista come una minaccia per alcuni Stati arabi autoritari, soprattutto nel Mashreq arabo [termine che, a seconda delle denominazioni, può indicare i Paesi che si trovano dal sud est della Turchia all’Iraq e al nord dell’Arabia saudita, oppure anche l’Egitto, il Sudan e tutta la penisola arabica. Ndtr.]. Perciò per i regimi arabi un modo per lottare contro la “Fratellanza musulmana” è dichiarare che condivide una base comune o persino che sia sinonimo di Daesh, come sostiene il regime egiziano, e quindi utilizzare questa vicinanza come giustificazione per escluderla dalla partecipazione alla vita politica.

I rapidi sviluppi negli ultimi cinque anni in Egitto, il Paese che rappresenta l’unico sbocco per la Striscia di Gaza palestinese, ha spinto Hamas verso l’economia informale dei tunnel. L’atteggiamento ufficiale egiziano dopo il colpo di Stato di Abdel Fattah Sisi contro il governo eletto del presidente Mohammad Morsi è diventato più duro contro la Striscia di Gaza, con l’accusa ad Hamas di collaborare con i gruppi jihadisti nel Sinai, lo stesso discorso sostenuto da Israele e dai suoi media. Tuttavia questa affermazione è scorretta. Da un lato per Hamas è troppo rischioso mantenere uno stretto rapporto con i jihadisti del Sinai, dall’altro a Gaza reprime chi ne accoglie l’ideologia.

Qualunque rapporto Hamas abbia stabilito con questi gruppi è limitato a garantire le necessità dell’enclave assediata da Israele e dall’Egitto. Questa interazione non è motivata da una comune identità ideologica o da un’inimicizia condivisa contro il regime egiziano. Piuttosto, Hamas ha cercato ansiosamente di mantenere aperte linee di comunicazione con il regime egiziano persino quando dai media venivano mosse accuse di legami tra Hamas e i gruppi salafiti jihadisti del Sinai. Hamas ha anche ripetutamente detto di essere desiderosa di ricostruire i rapporti con l’Egitto per garantire il flusso legale di beni, servizi e persone a Gaza.

E’ importante rifiutare questo discorso relativo a uno dei maggiori movimenti politici palestinesi: escludere gli islamisti moderati dalla vita politica presenta il rischio di spingere la società palestinese verso il radicalismo, nel qual caso sia Fatah che Hamas si troverebbero a lottare contro gruppi di takfiri [sunniti che accusano altri sunniti di apostasia. Ndtr.]. La seguente argomentazione dimostrerà le effettive differenze tra Hamas e Daesh, così come l’estremamente concreta ostilità tra loro.

Differenze dottrinarie

Hamas si colloca come un movimento islamico moderato e una derivazione della “Fratellanza musulmana”, con una autorità giurisprudenziale basata sull’interpretazione, mentre Daesh adotta un approccio letterale che affronta i testi islamici isolandoli dal loro contesto storico e rifiuta di ‘interpretarli in base agli sviluppi attuali. Pertanto per Daesh, e per altri gruppi takfiri in generale, movimenti come Hamas sono secolari e non-islamici, in quanto Hamas è principalmente un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana e crede in uno Stato islamico moderato.

Inoltre, Hamas non prende in considerazione i testi in modo letterale, lascia spazio all’ ijtihad – interpretazione ed uso della discrezionalità. Alcuni studiosi hanno rappresentato questi movimenti lungo una linea orizzontale, con la destra che rappresenta i sostenitori della fedeltà al testo e la sinistra che rappresenta i sostenitori dell’interpretazione. Utilizzando questa classificazione, la “Fratellanza musulmana” si può trovare lungo la linea piuttosto verso sinistra, mentre Daesh è all’estrema destra.

Daesh definisce Hamas e il suo discorso come devianti. Da parte sua Hamas ha condannato le minacce di Daesh e le ha considerate come parte di una campagna diffamatoria che si estende oltre la Palestina. Quando queste minacce si sono materializzate, Hamas non ha mancato di condannarle. Mahmoud al-Zahar, un importante leader di Hamas, ha dichiarato: “La minaccia di Daesh si fa sentire sul campo, e stiamo gestendo la situazione dal punto di vista della sicurezza. Chiunque commetta un’offesa alla sicurezza verrà trattato in base alla legge, e con chiunque voglia discutere ideologicamente ci si confronterà ideologicamente; prendiamo questo argomento molto seriamente.”

Infatti Hamas si è confrontato decisamente con un gruppo simile a Daesh. Nell’agosto 2009, Abdul Latif Musa, leader del gruppo armato “Jund Ansar Allah (Sostenitori dei Soldati di Dio)”, ha annunciato nella moschea di Ibn Taymiyyah la creazione dell’Emirato Islamico a Gaza. In precedenza il gruppo era stato accusato della distruzione di bar e di altri luoghi nella Striscia di Gaza, spingendo il governo di Hamas allo scontro. Le forze di sicurezza, appoggiate dalle Brigate Al-Qassam (l’ala militare di Hamas), hanno circondato la moschea di Ibn Taymiyyah e, quando il gruppo di Musa si è rifiutato di arrendersi, Hamas ha posto fine sul nascere al progetto di emirato uccidendo i membri del gruppo.

Hamas è stato criticato per aver usato la violenza, ma ha giustificato le sue azioni sostenendo che la violenza che avrebbe potuto essere perpetrata da simili gruppi sarebbe stata molto peggiore di quella messa in atto per sradicare l’estremismo nella Striscia di Gaza.

I sostenitori di Daesh a Gaza sono molto meno di quelli di Hamas, soprattutto grazie al fatto che questi gruppi non hanno storicamente contribuito alla resistenza contro l’occupazione. Alcuni sondaggi suggeriscono che il 24% dei palestinesi pensa in modo positivo ai movimenti jihadisti, ma questa percentuale è esagerata. Quando qualche palestinese plaude all’ostilità dei gruppi jihadisti nei confronti degli USA, non è perché creda a questi gruppi ma piuttosto perché vede gli USA, con il loro illimitato appoggio ad Israele, giocare un ruolo distruttivo.

Diverse opinioni sullo Stato

Hamas e Daesh differiscono nella loro visione dello Stato moderno, sia in teoria che in pratica. Come già notato, Hamas ha sempre puntato sull’ ijtihad o discrezionalità, sviluppando il proprio pensiero e le proprie opinioni. E’ quindi scorretto giudicare la posizione di Hamas sullo Stato laico e sulla democrazia in base ai primi scritti del movimento da cui è derivato, la “Fratellanza musulmana”. Hamas sostiene di aver accolto a questo proposito nuove concezioni ed è arrivata ad accettare pienamente la democrazia e il concetto di Stato laico.

D’altronde la stessa “Fratellanza musulmana” è cambiata. Lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, l’autorità giurisprudenziale della “Fratellanza musulmana” nel suo complesso, che vive in Qatar, ha stabilito in varie occasioni, anche nel suo libro “Lo Stato nell’Islam”, che nell’Islam non esiste il concetto di Stato confessionale.

Secondo al-Qaradawi, l’Islam sostiene uno Stato laico fondato sul rispetto dell’opinione del popolo fondata sull’Islam, ed anche sui principi della responsabilità e del pluralismo politico. Benché la discussione sul rapporto tra Islam e democrazia sia precedente alla “Fratellanza musulmana”, ha acquisito maggiore chiarezza dopo gli anni ’50, quando numerosi pensatori islamici, compresi al-Qaradawi, il leader tunisino co-fondatore di Ennahda Rached Ghannouchi e il filosofo algerino Malek Bennabi, hanno affermato che l’Islam e la democrazia non si escludono a vicenda.

All’estremo opposto, il movimento rappresentato da Daesh rifiuta la democrazia nella sua totalità e la considera un sistema di governo apostata. Benché alcuni gruppi jihadisti non denuncino gli islamici che partecipano al processo democratico come apostati, considerano errata questa scelta. Daesh vede in ogni espressione di democrazia, come le elezioni, una manifestazione di apostasia ed ogni movimento o individuo che vi partecipi come apostati.

Al contrario, la “Fratellanza musulmana” ha partecipato alle elezioni fin dalla sua nascita, quando il suo fondatore Hassan al-Banna decise di competere nelle elezioni parlamentari egiziane che il partito El-Wafd [partito laico e liberale egiziano. ndtr.] al potere cercò di tenere nel 1942. Benché Al-Banna non poté partecipare perché il governo rifiutò la sua candidatura, la “Fratellanza musulmana” è stata presente nei parlamenti arabi e a volte nel potere esecutivo.

Quando Hamas decise di non partecipare alle elezioni del 1996 per l’Autorità Nazionale Palestinese, la sua posizione si centrava su una presa di posizione politica ed ideologica nei confronti degli accordi di Oslo. Tuttavia Hamas permise ai suoi membri di partecipare alle elezioni come indipendenti. Quando le circostanze mutarono e gli accordi del Cairo del 2005 divennero il quadro di riferimento per le elezioni dell’ANP al posto degli accordi di Oslo, Hamas decise di partecipare. Candidò molti membri del movimento e alcuni indipendenti in una lista “Cambiamento e Riforma”, che prese parte alle elezioni per il parlamento, ottenendo la maggioranza dei voti.

Partecipando alle elezioni, Hamas ha dimostrato che intende operare in uno Stato moderno e in un sistema democratico. Ha invocato governi di coalizione che includessero partiti di sinistra e laici. Il suo governo, così come la lista di candidati al parlamento, includeva donne e il suo primo governo comprendeva ministri musulmani e cristiani.

Invece nelle zone sotto il suo controllo Daesh si è scagliato contro ogni istituzione moderna, rifiutandosi di riconoscere i confini o le identità nazionali. Governa in base a decisioni caotiche e soggettive. Benché Daesh sia stato ansioso di utilizzare termini amministrativi derivanti dalla tradizione islamica, come califfato e shura (consultazione), l’essenza del suo modo di governare contraddice sotto molti aspetti la maggioranza dei testi irrefutabili come fonti della legislazione islamica.

Per esempio, non si attiene alle condizioni stabilite nel Corano e nella Sunna (l’insegnamento del profeta Maometto) per dichiarare guerra o per la protezione dei civili e il trattamento riservato ai prigionieri durante un conflitto. Un altro esempio è l’imposizione della jizya (una tassa riscossa ai non-musulmani), che non si ritiene applicabile agli abitanti originari di un territorio anche se non sono musulmani. Inoltre ha attaccato luoghi di culto e ha assalito i fedeli nelle loro case, in chiara violazione del Corano e della Sunna.

In un certo senso Daesh assomiglia a regimi ibridi del Terzo Mondo che usano un vocabolario moderno e democratico per descrivere i propri processi politici, benché rimangano essenzialmente autoritari.

Punti di vista opposti nel modo di trattare l’Altro

La differenza più significativa tra Hamas e Daesh riguarda la loro posizione nei confronti dei fedeli di altre religioni. Durante la sua formazione, Hamas ha pubblicato uno statuto che utilizza un vocabolario religioso per descrivere il conflitto. In seguito a severe critiche, Hamas di fatto messo da parte questo capitolo e non l’ha più considerato un punto di riferimento autorevole, come alcuni dei suoi leader hanno confermato.

Nella sua intervista al giornale ebreo “Forward” [storico giornale ebraico di New York. Ndtr.], il presidente del Comitato centrale di Hamas Moussa Abu Marzouk ha confermato che lo statuto era marginale per il movimento e non una fonte d’ispirazione delle sue politiche. Ha aggiunto che molti membri stavano discutendo di cambiarlo perché una serie di politiche attuali di Hamas lo contraddicevano. I dirigenti della direzione di Hamas all’estero non sono stati gli unici a disconoscere lo statuto. Il leader di Hamas a Gaza Ghazi Hamad è andato anche oltre in un’intervista al giornale saudita “Okaz”, nella quale ha affermato che lo statuto era oggetto di discussione e valutazione per aprirsi al mondo. Sami Abu Zuhri, un giovane dirigente di Hamas che è stato il portavoce del movimento durante la Seconda Intifada, in un’intervista al “Financial Times” ha sollecitato un allontanamento dell’attenzione dallo statuto del 1988 e un giudizio su Hamas formulato in base alle affermazioni dei suoi dirigenti.

Oggi Hamas adotta il versetto del Corano che recita: “Allah non ti allontana da coloro che non lottano contro di te a causa della religione e non ti cacciano dalla tua casa – dall’essere giusto e dall’agire in modo corretto verso di loro. Quindi Allah ama quelli che si comportano bene.” Questo versetto impone correttezza e giustizia quando si affrontano popoli di altre religioni. A differenza di Daesh, Hamas l’ha messo in pratica. Oltre a nominare nel suo governo ministri cristiani, ha celebrato il Natale con i cristiani palestinesi inviando una delegazione ufficiale in visita durante la festa. Invece Daesh ha minacciato le vite di chi celebra il Natale in tutto il mondo.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratta di passi con i quali Hamas cerca di imbellettare il suo governo autoritario.

Tuttavia ci sono poche differenze tra il potere di Hamas e quello di Fatah. Le violazioni dei diritti umani commesse dal governo di Gaza non possono essere un indice della somiglianza tra Hamas e Daesh, ma piuttosto un indicatore di malgoverno. La dirigenza politica di Hamas in qualche occasione ha denunciato queste pratiche, per esempio quelle commesse dal ministero degli Interni sotto la direzione di Fathi Hammad.

Quando alcune persone sono state aggredite da gruppi estremisti a Gaza, Hamas e il governo sono intervenuti per garantire la loro sicurezza e per punire gli aggressori, come nel caso del giornalista britannico Alan Johnston, che Hamas ha liberato dai suoi rapitori radicali, e dell’uccisione dell’attivista della solidarietà italiana Vittorio Arrigoni.

La posizione del movimento riguardo agli sciiti è simile a quella verso i cristiani. In un momento in cui il Medio Oriente sta vivendo una guerra mediatica tra sciiti e sunniti, Hamas si rifiuta di condannare gli sciiti come apostati ed ha mantenuto relazioni politiche con loro. Quando i rapporti con l’Iran hanno cominciato a diventare tesi durante la crisi siriana, il dissenso è stato politico piuttosto che dottrinario. Al contrario Daesh non solo considera apostati gli sciiti, ma anche tutti i gruppi sunniti che sostengono un’altra ideologia, e pensa che debbano essere combattuti.

Persino il trattamento che le due organizzazioni riservano ai nemici è differente. Hamas considera l’occupazione israeliana come il nemico, mentre Daesh ritiene che il nemico siano tutti gli altri. Daesh si è vantato dei suoi numerosi crimini contro l’umanità nel modo in cui ha trattato le vittime di sequestro ed i civili sotto il suo controllo, persino bruciando vivo il pilota giordano Muath al-Kasasbeh. Ha tentato di legittimare la propria condotta disumana distorcendo o mal interpretando i testi religiosi. Hamas ha porto le proprie condoglianze alla famiglia di Muath al-Kasasbeh ed ha condannato le azioni di Daesh. Si metta a confronto la brutalità di Daesh con il trattamento riservato da Hamas al soldato israeliano Gilad Shalit durante la sua prigionia, come ha riportato lo stesso Jerusalem Post [giornale israeliano di destra in lingua inglese vicino al Likud. Ndtr.].

Migliorare le relazioni con Hamas

Sia Hamas che Daesh sono sulla lista delle organizzazioni terroristiche in molti Paesi, compresi gli Stati membri dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Tuttavia la presenza di Hamas in queste liste è chiaramente motivata da ragioni politiche: a differenza di Daesh, Hamas non ha mai preso di mira o chiesto di colpire un’entità diversa dall’occupazione israeliana. Hamas è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche in seguito all’11 settembre 2001, benché non avesse niente a che fare con quell’attacco terroristico. La natura politica della posizione contro Hamas è sottolineata dal fatto che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 17 dicembre 2014 ha emesso una sentenza in cui ha esortato a cancellare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. La Corte ha sostenuto che l’ordine di inserire Hamas nel 2003 era basato su informazioni dei mezzi di informazione piuttosto che su solide prove.

Inoltre molti esponenti politici europei ed americani, noti per il loro impegno contro le organizzazioni terroristiche in tutto il mondo, si sono incontrati con dirigenti di Hamas in più di un’occasione, compresi parlamentari europei e l’ex presidente degli USA Jimmy Carter, che si è incontrato con Ismail Haniyeh a Gaza nel 2009 e con Khalid Meshaal al Cairo nel 2012.

La conclusione è che il tentativo di Israele di sfruttare un Medio Oriente caotico coinvolgendo Hamas come un gruppo terroristico legato a Daesh è senza fondamento. Hamas è ideologicamente, intellettualmente, dal punto di vista giurisprudenziale e politico diverso da Daesh. I mezzi di comunicazione che adottano la narrazione israeliana offendono la propria professionalità e la propria credibilità.

I movimenti palestinesi non devono permettere che i dissidi con Hamas giustifichino accuse che danneggiano la causa palestinese sul piano internazionale e creano tensioni su quello locale. Hamas deve anche capire che le differenze tra l’organizzazione e Daesh non significano che il suo controllo su Gaza sia privo di abusi e violazioni dei diritti umani, e di conseguenza deve rivedere la propria condotta ed essere più attenta nel suo discorso politico. Dovrebbe superare il doppio discorso, uno per un pubblico locale e un altro per quello internazionale, in quanto ogni parola proferita da un qualunque dirigente di Hamas è diffuso all’esterno come un messaggio di Hamas al resto del mondo.

Quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), guidata da Fatah, e i regimi arabi, soprattutto in Egitto, non si oppongono agli sforzi di mettere in relazione Hamas con Daesh -o, in effetti, occasionalmente contribuiscono a questi sforzi -, ne possono “beneficiare” a breve termine, indebolendo Hamas come oppositore politico. Tuttavia questo fatto comporta il rischio di destabilizzare la società palestinese a medio-lungo termine. L’esclusione degli islamisti moderati potrebbe spingere la società palestinese verso la radicalizzazione, nel qual caso sia Fatah che Hamas si troverebbero a combattere contro gruppi takfiri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(trad. di Amedeo Rossi)




Il mito che gli ebrei sono sempre vittime di persecuzioni, che siano o no occupanti.

Le persone non devono essere giudicate [soprattutto] nel momento del dolore, ma i familiari delle vittime che chiedono l’espulsione dei parenti dei terroristi denotano la stessa cecità della maggior parte degli ebrei israeliani.

di Amira Hass |

Haaretz

Data l’assenza della pena di morte in Israele, 18 parenti di 17 israeliani uccisi da palestinesi in 13 diversi attacchi hanno chiesto che le famiglie degli assalitori vengano puniti con l’espulsione “permanente”. In una lettera spedita ai ministri del governo e pubblicata sui siti di notizie, i parenti spiegano “che la vera punizione che gli assassini si meritano è la morte. Ma la pietas ebraica impedisce di farvi ricorso”. La lettera e la richiesta è stata anche firmata dalle famiglie di cinque ebrei assassinati da altrettanti assalitori uccisi sul luogo dell’aggressione.

La lettera giustamente sottolinea un fatto importante: tutti i mezzi di punizione e di deterrenza adottati da Israele finora non hanno arrestato l’ondata di attacchi solitari. Non lo hanno ottenuto l’uccisione sul posto degli assalitori o sospetti tali [uccisioni extragiudiziali, ndt], nè le demolizioni delle case dei loro familiari, né le condanne a lunghe detenzioni, né le restrizioni alla libertà di movimento dei parenti[degli assalitori].

La lettera non dice nulla riguardo a dove i familiari dovrebbero essere espulsi, ma un servizio della radio Arutz Sheva colma la lacuna e chiarisce che l’obiettivo è di espellerli da Israele. I firmatari non spiegano se intendono che anche la famiglia allargata – zie e zii, cugini- debba essere espulsa, o soltanto il nucleo familiare, in altre parole i genitori e i loro figli. E nemmeno entrano nei dettagli sulle modalità dell’espulsione, se debbano andarsene a piedi o con un pulmino.

I firmatari sanno che “ la famiglia che ha cresciuto ed educato l’assassino e gli ha insegnato ad odiare gli ebrei e ad ammazzare devono pagare il prezzo, fosse solo per il potere di deterrenza determinato da una tale espulsione”. Uno dei firmatari è un rabbino (Yehuda Henkin) e tre sono mogli di rabbini uccisi ( Neta Lavi, Noa Litman e Sarah Don).

La lettera è scritta nel linguaggio stereotipato che prevale da queste parti , riguardo agli “ebrei ammazzati in quanto ebrei”. La gente non dovrebbe essere giudicata quando è colpita da un lutto, ma i firmatari dell’appello per un’espulsione di massa dei palestinesi abbracciano il mito accettato non solo da loro o dalle famiglie ebree delle vittime, il mito che l’ebreo è sempre vittima della persecuzione, sia occupante o no, sia il potere militare o no.

Il fatto che nella loro lettera vi è una totale incapacità di comprendere la realtà della superiorità militare, diplomatica ed economica che ha permesso per 70 anni di espellere i palestinesi, rubare la loro terra, demolire le loro case e ammazzarli in linea con la legge, con l’ordinamento e con la democrazia per gli ebrei, non è dovuto al loro dolore personale; come la maggior parte degli ebrei israeliani, che hanno scelto di negarla, ignorano volutamente questa realtà. Dopo tutto se ne approfittano.

Infatti Ruthie Hasno, abitante a Kiryat Arba, il cui marito Avraham è stato travolto e ammazzato [da un auto], è convinta che quelli che hanno spedito la lettera parlino in nome di tutti. Ha detto a Arutz Sheva: “La richiesta di espellere i terroristi e le loro famiglie non solo viene dalle famiglie delle vittime ma anche dall’intero popolo ebraico. Tutto il popolo ebraico sta chiedendo inequivocabilmente l’espulsione di tutti i terroristi e di quelli che si sono macchiati del sangue ebraico. Non hanno nessun diritto e nessun posto in questo Stato”.

Sin dalla sua costituzione Israele è caratterizzata, dalle espulsioni di massa dei palestinesi dalla loro terra e dai tentativi di altre massicce espulsioni. I gerosolimitani sono sempre a rischio di espulsione. Dalla loro città e dalla loro terra. Imprigionando 1.8 milioni di palestinesi in una stretta striscia , il che non è sostenibile, Israele sta alimentando in circa il 40% della popolazione il desiderio di emigrare. Ciò è un tentativo indiretto di espulsione. Il sovraffollamento dei palestinesi nelle enclave A e B della Cisgiordania è il [risultato] del compromesso dei governi

a Oslo tra l’antico desiderio di espellere i palestinesi e la situazione diplomatica che lo rende impossibile.

L’attuale governo in ogni momento supera ogni limite, avendo l’approvazione dalla gente. Questa è la ragione per cui la lettera non deve essere sottovalutata come un grido di dolore di [alcuni] individui. È una pericolosa indicazione da parte di famiglie che non si discostano dall’opinione maggioritaria in Israele. “Che Benjamin Netanyahu faccia [le espulsioni] senza paura”, dice Ruthie Hasno. “Per questo l’abbiamo votato”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




L’alfabeto di Oslo, linguaggio della colonizzazione

Professor Kamel Hawwash –Middle East Monitor

Sabato 23 gennaio 2016

Le prime tre lettere dell’alfabeto, A, B e C, sono diventate il marchio dell’occupazione e della strisciante colonizzazione della Palestina da parte di Israele. Le linee che delimitano queste aree sono state tracciate negli accordi di Oslo II firmati a Taba nel 1995. Dividono la Cisgiordania in tre zone, con Israele e la Palestina che beneficiano di differenti livelli di diritti amministrativi e relativi alla sicurezza in ognuna di queste.

L’area che copre tutte le città della Cisgiordania e la maggior parte della popolazione palestinese è stata etichettata come A, con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che gode del controllo “integrale”, sia amministrativo che per quanto riguarda la sicurezza. L’area B include vaste zone rurali con l’ANP che ha diritto solo al controllo amministrativo. Il rimanente 60% è stato denominato area C e ricade sotto il totale controllo israeliano, tranne per quello che riguarda i servizi educativi e quelli medici. Significativamente, Israele controlla tutte le questioni relative alla terra, comprese l’assegnazione e le pratiche per la costruzione sia di strutture private che di infrastrutture.

Per completare il quadro del controllo coloniale che Israele esercita sulla Cisgiordania, bisogna aggiungere l’impatto del Muro o Barriera, che Israele ha costruito dopo gli accordi di Oslo e le strade che servono alle colonie, molte delle quali possono solo essere utilizzate dai coloni, nella versione israeliana dell’apartheid.

E’ importante capire che le aree A, B e C non sono tre zone geografiche separate che sono facilmente identificabili, ma piuttosto una divisione amministrativa definita in pratica da Israele per perseguire i propri progetti espansionistici e coloniali. Basta fare un passo fuori dalle città palestinesi e ci si trova quasi sicuramente nell’area C e quindi sotto il totale controllo israeliano. L’area C è abitata da un numero stimato di 300.000 palestinesi, che vivono per lo più in piccoli villaggi e comunità, e di 350.000 coloni israeliani, che vivono in 135 insediamenti e 100 avamposti. Una parte delle terre palestinesi più fertili si trova nella valle del Giordano, che rientra nell’area C.

I 22 anni da Oslo e gli inutili negoziati per raggiungere un accordo finale sono passati con Israele che non ha rispettato neppure questa vergognosa divisione della Cisgiordania. Ogni pretesa di una zona palestinese libera dalle ingerenze israeliane è un mito.

Questa è la terza Intifada?

Le crescenti tensioni nei Territori Occupati hanno portato a dozzine di morti e a centinaia di scontri. Stiamo assistendo ad una terza Intifada?

Prendiamo l’area A, che include tutte le città palestinesi. L’ANP è responsabile della sicurezza e pertanto si potrebbe presumere che le forze di occupazione israeliane non possano entrarvi in nessun caso. Tuttavia si tratta di un mito. Le forze [di sicurezza] israeliane entrano regolarmente a Ramallah, Nablus, Hebron e Jenin per arrestare, ferire e mutilare. Hanno rapito membri del parlamento [palestinese], compreso la sua presidentessa e deputata del FPLP [Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gruppo politico palestinese di sinistra. Ndtr.] Khalida Jarrar. Più di recente, il primo ministro israeliano Netanyahu ha detto di aver chiamato il presidente dell’ANP Abbas per scusarsi perché le forze di occupazione israeliane hanno condotto attività nei pressi della sua casa e si sono scontrate con la sua guardia presidenziale. Al tempo stesso, le forze di sicurezza palestinesi non possono arrestare nessun colono israeliano che abbia commesso violenze in qualunque parte della Cisgiordania e ogni colono che si sia casualmente avventurato nell’area A è stato rapidamente messo al sicuro e consegnato alle forze di occupazione.

Nell’area C le attività di colonizzazione di Israele abbondano, in quanto gode del controllo sia amministrativo che per la sicurezza. Qui la messa in pratica di alcune norme per i palestinesi e di altre per le colonie illegali è più evidente. I palestinesi non possono costruire, ampliare o migliorare le proprie case o le proprie attività senza l’interferenza da parte di Israele, che è spesso violenta. Il rifiuto praticamente certo da parte di Israele della concessione di autorizzazioni per la costruzione di case, scuole, strutture commerciali e agricole non lascia ai palestinesi altra possibilità che costruire senza permessi. Il risultato quasi inevitabile è la demolizione. L’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha descritto come 5.000 palestinesi dell’area C vivono nelle denominate “zone di fuoco” e si prevede che lascino le loro case per ore o giorni durante le esercitazioni militari israeliane. L’OCHA inoltre descrive la terribile situazione dei beduini, continuamente soggetti alla minaccia di deportazione dalle loro terre contro la loro volontà.

Anche altre comunità, oltre ai beduini, hanno ripetutamente subito la minaccia di ricollocamento. Un esempio particolarmente chiaro è stato quello della comunità di Susyia, sulle colline di Hebron, i cui membri hanno affrontato tre deportazioni in tre decenni per permettere che una colonia, che ha praticamente lo stesso nome, si installasse e poi che si espandesse.

In anni recenti, un certo numero di politici israeliani che si oppongono radicalmente all’esistenza di uno Stato palestinese hanno invocato l’annessione di ampie zone, se non di tutta l’area C. L’attuale ministro dell’Educazione, Naftali Bennet, ha persino chiesto che ai 300.000 palestinesi che vi vivono venga concessa la nazionalità israeliana. Pensa che il fatto che i rimanenti palestinesi della Cisgiordania potrebbero gestire i propri affari e una piena indipendenza sarebbe impossibile. Altri politici israeliani non sono magari stati altrettanto espliciti come Bennet nel chiedere l’annessione di aree della Cisgiordania, tuttavia è ora difficile trovarne uno che sostenga una onesta soluzione dei due Stati che porti ai palestinesi una qualche speranza della fine dell’occupazione.

Più di recente, il Coordinatore Israeliano delle Attività di Governo nei Territori (COGAT) ha annunciato che intende confiscare 370 acri [149 ettari. Ndtr.] di terra nel distretto di Gerico, dichiarandoli “terra dello Stato”. Questo tipo di iniziative rende la designazione di un lotto di terreno come A, B o C totalmente insensato. Israele agisce con totale impunità. Se decide di dichiarare la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah zona militare chiusa o zona di fuoco, chi lo più impedire?

A Oslo i negoziatori palestinesi non solo hanno accettato di riconoscere Israele senza un concomitante riconoscimento della Palestina, hanno anche concordato l’ulteriore spartizione in queste tre aree del 22% di quella che hanno accettato come “Palestina”. La realtà è stata che palestinesi e coloni hanno vissuto in tutte e tre le aree e che Israele ha utilizzato questa designazione perché si adattasse ai propri piani. Gli accordi di Oslo sono stati pensati come temporanei, dovevano portare a un accordo negoziale entro cinque anni. A fronte di ciò, i negoziatori palestinesi devono aver pensato che tutte e tre le aree sarebbero state restituite alla fine dei cinque anni, libere di coloni, per far parte dello Stato funzionante e con continuità territoriale che loro avevano sognato. Tuttavia, 22 anni dopo, non è stato raggiunto nessun accordo e in pratica Israele ha quotidianamente violato l’accordo provvisorio indistintamente nelle aree A, B e C. Questa denominazione è diventata un ulteriore ostacolo per la pace e non cambierà rapidamente senza una pressione esterna. Perché si ottenga la pace in terra santa, devono essere esercitate su Israele chiare e non ambigue pressioni per porre fine all’occupazione, spedendo l’alfabeto della colonizzazione nella pattumiera della storia.

Il professor Kamel Hawwash è un docente universitario anglo-palestinese in ingegneria presso l’università di Birmingham. E’ un commentatore di questioni mediorientali e vice presidente della campagna di solidarietà con la Palestina. Qui ha scritto a titolo personale.

(Traduzione di Amedeo Rossi)