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La risoluzione tedesca anti –BDS viola il diritto alla libertà d’espressione

Adri Nieuwhof

8 gennaio 2021 – Electronic Intifada

Alcune istituzioni culturali tedesche hanno criticato la risoluzione del parlamento tedesco contro il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni [contro Israele, ndtr.] perché determina una zona d’ombra giuridica e minaccia il diritto alla libertà d’espressione.

La risoluzione del 2019 esorta le istituzioni e le pubbliche autorità tedesche a negare finanziamenti e strutture ad associazioni della società civile che supportino il movimento BDS.

Ma in dicembre importanti istituzioni artistiche ed accademiche tedesche hanno denunciato la risoluzione come “dannosa per la sfera democratica pubblica” e hanno messo in guardia dal suo impatto negativo sul libero scambio di opinioni.

Sempre in dicembre, ciò ha suggerito una ricerca da parte del dipartimento del servizio scientifico del Bundestag, un organismo consultivo del parlamento federale, che è arrivato a una conclusione simile, secondo cui la risoluzione anti-BDS non è giuridicamente vincolante e viola il diritto alla libertà di espressione, difeso dalla Costituzione tedesca.

Esperti dell’ONU, la Lega Araba, la società civile palestinese, artisti, studiosi e attivisti della solidarietà con la Palestina hanno protestato contro la risoluzione tedesca contro il BDS.

L’élite culturale interviene

L’iniziativa “Weltoffenheit GG 5.3” di dicembre da parte di responsabili di importanti istituzioni artistiche e accademiche tedesche, tra cui il Goethe Institute, il Museo Ebraico di Hohenems [comune austriaco, ndtr.], l’Humboldt Forum [museo berlinese, ndtr.] e il Centro per la Ricerca sull’ Anti-Semitismo dell’Università Tecnica [politecnico, ndtr.] di Berlino, ha visto intervenire nella contesa l’élite culturale tedesca.

Con questa iniziativa le istituzioni si sono unite per segnalare il clima nocivo determinato dalla risoluzione anti-BDS che impedisce la libertà di parola.

Weltoffenheit si può approssimativamente tradurre come “apertura al mondo”, e GG5.3 fa riferimento all’articolo della costituzione tedesca sulla libertà di opinione nelle arti e a livello accademico.

Durante una conferenza stampa dell’11 dicembre i responsabili delle istituzioni coinvolte hanno rivelato che a causa della risoluzione temono sempre più le conseguenze di lavorare con artisti o intellettuali che sono a favore del BDS o come tali sono percepiti.

L’iniziativa ha specificamente citato come esempio le calunnie di antisemitismo contro il professor Achille Mbembe, noto a livello internazionale.

Il filosofo camerunense era stato invitato a fare il discorso d’apertura del Ruhrtriennale Festival di Bochum [rassegna triennale di arte e cultura della Ruhr, ndtr.], ma i responsabili del festival hanno subito pressioni da politici perché ritirassero l’invito allo studioso africano a causa del suo presunto antisemitismo, per le critiche delle politiche israeliane.

Il festival è stato di fatto annullato in seguito alla pandemia di COVID-19.

Le preoccupazioni dell’élite culturale sono appoggiate da oltre 1.400 firme racconte da una lettera aperta di un gruppo di artisti internazionali e tedeschi in Germania o che lavorano con istituzioni tedesche.

Entrambe le iniziative contribuiscono a un intenso dibattito pubblico, che alla fine ha spinto il responsabile tedesco per l’antisemitismo Felix Klein a suggerire l’idea di chiedere al dipartimento per il servizio giuridico del parlamento tedesco un parere consultivo sull’argomento.

Klein è indicato come la persona che ha sollecitato la risoluzione anti-BDS, che equipara quest’ultimo all’antisemitismo e si basa sulla controversa definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance [organizzazione intergovernativa a cui aderiscono 34 Paesi, ndtr.] (IHRA), “un grande segno di solidarietà con Israele.”

Opinione degli esperti: dare priorità al diritto alla libertà di parola

Il rapporto dell’organismo di consulenza dei servizi scientifici del parlamento non ha affrontato il modo in cui la definizione di antisemitismo dell’IHRA, la base della risoluzione anti-BDS, viene utilizzata per mettere a tacere e calunniare i palestinesi e i loro sostenitori.

Ma il rapporto ha confermato l’affermazione dell’iniziativa Weltoffenheit, secondo cui la risoluzione non è giuridicamente vincolante: è un’opinione politica.

Il parere dell’esperto afferma che, come legge, la risoluzione sarebbe una limitazione anticostituzionale del diritto alla libertà di espressione, che è protetta dalla costituzione tedesca.

Il rapporto ha rappresentato un rimprovero nei confronti dell’esperto berlinese di antisemitismo, il professor Samuel Salzborn, che in precedenza aveva sostenuto di essere “irritato e infastidito” dall’appello dell’élite culturale tedesca.

D’altronde Salzborn aveva molto tempo fa svelato le sue tendenze antipalestinesi quando aveva twittato di essersi sentito a disagio su un treno perché “la gente vicino a te inizia a parlare di ‘Palestina’ senza nessuna ragione apparente,” un tweet accompagnato dall’ hashtag, #anti-Semitism.

Spazio per voci palestinesi?

La Germania ha una consistente comunità di circa 250.000 persone di origine palestinese, 40.000 delle quali a Berlino.

Ma molti di loro affermano di aver paura di criticare Israele o l’occupazione israeliana.

Molti giovani palestinesi non osano impegnarsi,” ha detto al quotidiano tedesco Tageszeitung [giornale berlinese di estrema sinistra, ndtr.] l’ex-presidente di un’organizzazione palestinese che ha voluto rimanere anonimo. “Temono che ciò possa danneggiare la loro carriera professionale.”

L’attivista tedesco palestinese Amir Ali conferma che in Germania i palestinesi hanno paura di parlare liberamente.

Ali è uno dei Bundestag 3 for Palestine [3 del Buntestag per la Palestina] (BT3P) che hanno citato in giudizio il parlamento tedesco per la risoluzione anti-BDS quando è stata emanata.

In un video realizzato come parte di quella campagna parla di come alcuni amici gli hanno chiesto perché è pronto a rischiare il suo futuro personale con un’azione legale.

Lo faccio perché difendere i diritti umani in generale e quelli dei palestinesi in particolare è la cosa giusta da fare… So che in Germania molti palestinesi la pensano così, ma, poiché ciò mette in pericolo il loro futuro, non possono partecipare alla nostra azione legale.”

Majed Abusalama, un attivista palestinese che ha vissuto in Germania negli ultimi 5 anni, ribadisce questa sensazione.

Non c’è alcuno spazio per un palestinese che non faccia il discorso tedesco della soluzione a due Stati, o che citi il BDS,” dice a Electronic Intifada.

La Germania sta andando molto oltre nel traumatizzare la nostra comunità.”

Abusalama è stato uno dei tre militanti denunciati in Germania per aver disturbato all’università di Berlino un evento che ospitava un politico israeliano. Ci sono voluti tre anni perché un tribunale tedesco lo assolvesse.

Nel 2018, a causa della sua partecipazione alla protesta nell’università, è stato inserito in un rapporto dell’agenzia di intelligence interna dello Stato di Berlino nella sezione sull’antisemitismo.

Ciò a sua volta lo ha portato a comparire sul The Jerusalem Post [giornale israeliano di destra in lingua inglese, ndtr.] come “un attivista filo-BDS molto aggressivo”.

Un video dell’intervento di Abusalama all’evento rivela che la descrizione è palesemente inesatta.

Tutta la faccenda lo ha sconfortato.

È stato una grave intimidazione, persecuzione, diffamazione e distruzione della mia immagine, intesa non solo a far tacere me, ma a cancellare ogni segno di attivismo palestinese per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia in Germania,” dice Abusalama.

E più in generale, afferma, “è parte del razzismo antipalestinese in aumento” in Germania.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per capire il sionismo dobbiamo vederlo sia come un progetto di liberazione che come un progetto colonialista

Alon Confino e Amos Goldberg 

3 giugno 2020 – +972

Il dibattito sull’antisemitismo spesso ignora gli elementi del colonialismo di occupazione facendo di Israele un’eccezione. Mettere in discussione questa analisi non è antisemita.

Il mese scorso, Felix Klein, commissario tedesco per la lotta all’antisemitismo, ha accusato di antisemitismo Achille Mbembe, l’eminente storico e filosofo camerunense. Klein ha tentato di impedire a Mbembe e ad altri gruppi e personalità di tenere il discorso di apertura a un importante festival in Germania, scatenando un violento dibattito pubblico.

Come ha riportato Mairav Zonszein sul quotidiano +972, l’accusa di Klein era basata sul paragone stabilito da Mbembe fra le politiche israeliane a danno dei palestinesi e il regime di apartheid in Sud Africa, così come sul suo approccio comparativo nello studio dell’Olocausto, che i suoi accusatori sostengono equivalga a una banalizzazione del genocidio.

La storia ha svelato quanto il dibattito sulla relazione fra gli studi postcoloniali e lo studio dell’antisemitismo sia non solo importante, ma debba anche essere sviluppato.

Una delle critiche mosse a Mbembe è stata che l’analisi postcoloniale tende a ignorare gli aspetti dell’antisemitismo che sono specifici rispetto ad altre forme di razzismo. Ma questa argomentazione ignora l’altro elemento dell’equazione: che il discorso contemporaneo sull’antisemitismo ignora gli aspetti coloniali di Israele e del sionismo e genera una visione ‘eccezionalista’ dell’antisemitismo e di Israele come entità a sé in una storia presa come caso isolato.

Era frequente per gli ebrei riconoscere già negli anni ’20 e ’30 che la resistenza araba al movimento sionista, e poi a Israele, non era dovuta all’antisemitismo, ma piuttosto alla loro opposizione alla colonizzazione della Palestina. Per esempio, Ze’ev Jabotinsky, leader sionista fondatore del movimento revisionista [corrente di destra del sionismo, ndtr.], riconosceva le caratteristiche coloniali del sionismo e offriva una spiegazione onesta delle ragioni per cui i palestinesi vi si opponevano.

I miei lettori hanno un’idea generale della storia della colonizzazione in altri Paesi,” scriveva Jabotinsky nel suo saggio del 1923 “Il muro di ferro.” “Io suggerisco che prendano in considerazione tutti i precedenti di cui sono a conoscenza per vedere se ci sia un solo caso in cui la colonizzazione sia avvenuta con il consenso della popolazione nativa. Non c’è alcun precedente simile. Le popolazioni native […] hanno sempre resistito ostinatamente contro i colonizzatori.”

Nel 1936, Haim Kaplan, un convinto sionista di Varsavia, scrisse nel suo diario con la stessa ottica. Riflettendo sulla Grande Rivolta araba in Palestina, dove all’epoca vivevano i suoi due figli, Kaplan osservava che parlare di un nuovo antisemitismo arabo era solo propaganda sionista. Gli arabi, dal loro punto di vista, avevano ragione: il sionismo li cacciava dalla loro terra e i seguaci del movimento dovevano essere visti come quelli che stavano facendo la guerra contro la popolazione locale.

Nonostante queste considerazioni, figure come Jabotinsky e Kaplan avevano comunque i loro motivi per giustificare il sionismo. Oggi, in molti Paesi, incluso Israele, le loro osservazioni critiche verso il movimento sarebbero considerate antisemite. Ma loro avevano ragione.

Solide ricerche hanno mostrato che il sionismo ha presentato elementi di colonialismo da insediamento. I sionisti cercavano di fondare una comunità oltremare, vincolata dai legami di identità e di un passato condiviso, in una terra che loro consideravano vuota o abitata da nativi che essi ritenevano meno civilizzati. Volevano non tanto governare o sfruttare i nativi, ma rimpiazzarli come una comunità politica. Una questione chiave su cui molti storici discutono è quanto il colonialismo da insediamento sia stato prevalente rispetto ad altre caratteristiche del sionismo.

Trattare il sionismo come uno fra gli altri movimenti coloniali da insediamento non nega necessariamente la ricerca di giustizia come parte integrante del sionismo, secondo cui gli ebrei hanno diritto ad una propria patria nel mondo moderno. Non nega necessariamente neppure il “diritto di esistere” di Israele, proprio come riconoscere Stati Uniti, Canada e Australia quali Stati coloniali di insediamento non nega a loro il diritto di esistere.

Questo approccio rende quindi chiara la dualità del sionismo, che è sia un movimento di liberazione nazionale per offrire un rifugio agli ebrei che fuggono dall’antisemitismo e dove i sopravvissuti all’Olocausto potevano ricostruire le loro vite, ma anche un progetto coloniale di insediamento che ha creato una relazione gerarchica fra ebrei e palestinesi basata su segregazione e discriminazione.

Il prisma del colonialismo di insediamento è corretto per capire altri casi storici nel mondo e non c’è motivo per non dibatterne anche quando nella discussione si viene sopraffatti dalle emozioni – il caso Israele-Palestina è uno di questi, compreso il concetto di apartheid.

Per capire il sionismo si deve abbracciare la complessità di due narrazioni che sembrano inconciliabili, ma che in realtà sono complementari: raccontare la storia dei motivi per cui gli ebrei in fuga da antisemitismo e discriminazioni in Europa immigrarono in Palestina raccontando nel contempo la storia delle conseguenze di questo evento per i palestinesi nel corso del secolo scorso.

L’intellettuale palestinese Raef Zreik ha descritto in modo poetico questo dualismo: “Il sionismo è un progetto coloniale di insediamento, ma non è solo questo. Esso unisce l’immagine del rifugiato con l’immagine del soldato, l’inerme con il potente, la vittima con il persecutore, il colonizzatore con il colonizzato, il progetto di insediamento che è allo stesso tempo un progetto nazionale. Gli europei vedono la schiena di un rifugiato ebreo che fugge per salvarsi la vita. Il palestinese vede la faccia del colonialista che si insedia prendendogli la terra.”

Analogamente, capire l’antisemitismo significa anche prenderne in considerazione la complessità: in molte parti del mondo gli ebrei oggi sono vittime (o vittime potenziali) dell’antisemitismo, che talvolta si nasconde dietro discorsi anti-israeliani o anti-sionisti, ma allo stesso tempo Israele è uno Stato potente, criminale e di occupazione. Gli ebrei, come tutti gli esseri umani, possono essere sia vittime che carnefici.

Questo non sminuisce gli ebrei. Piuttosto attribuisce loro una doppia responsabilità: combattere l’antisemitismo ovunque nel mondo; in quanto israeliani, avere la responsabilità dei crimini contro i palestinesi.

Politicamente, perciò, ogni confronto sul conflitto israelo-palestinese che voglia dare pieni diritti politici, nazionali, civili e umani a tutti gli abitanti fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo sotto forma di uno Stato, di due Stati o di una federazione bi-nazionale dovrebbe essere ben accolto e non considerato antisemita.

La Germania, con le sue ultime due generazioni, nonostante le imperfezioni e la complessa storia post-bellica, è stata un modello nel fare i conti con il proprio passato. Ora noi ci chiediamo se questa strada non sia arrivata a un punto morto che richiede un attento riesame. Oggi la situazione in Germania è assurda. Ogni critica severa dell’occupazione di Israele o delle sue politiche è considerata antisemita. È questa una lezione che i tedeschi vogliono trarre dall’Olocausto? Che gli ebrei non possono fare nulla di sbagliato? Questo tipo di filo-semitismo è inquietante.

Da studiosi dell’Olocausto, una delle cose che la nostra ricerca ci ha insegnato è l’importanza dell’ascoltare le voci delle vittime. Questa attenzione, dal processo a Eichmann ai libri di Saul Friedlander sull’Olocausto, riflette il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica e dei ricercatori del valore di includere le voci delle vittime nella narrazione storica. Un’esigenza morale simile fu posta da Gayatri Spivak nel campo degli studi postcoloniali quando si era chiesta: “I subalterni possono parlare?” Partendo dall’Olocausto e dall’esperienza del colonialismo europeo, si è riconosciuto che ascoltare queste voci sia un imperativo morale universale che va oltre l’Olocausto.

In questo caso chi sono i subalterni e chi le vittime? Dal punto di vista dell’Olocausto e dell’antisemitismo sono gli ebrei, ma nell’ottica del conflitto israelo-palestinese sono i palestinesi, le cui voci quindi richiedono grande attenzione.

Sono stati i palestinesi a identificare fin dall’inizio gli aspetti colonialisti del sionismo. Contestavano l’affermazione che la popolazione araba locale nel 1948 se ne fosse andata volontariamente, documentando che erano in realtà stati espulsi durante quello che loro descrivono come la Nakba [la catastrofe, in arabo, ndtr.]. Oggi sono testimoni dell’occupazione israeliana: il saccheggio della terra, lo stabilirsi di insediamenti, gli omicidi di innocenti, la demolizione delle case e altro ancora. Loro assistono all’infrangersi di ogni possibilità di uno Stato palestinese indipendente mentre Israele si prepara ad annettere formalmente vaste aree della Cisgiordania.

Noi dobbiamo ascoltare queste voci. Non perché siano sempre dalla parte della ragione (chi lo è?), e anche se sono voci dai toni accesi (gli occupati hanno il diritto di essere arrabbiati), ma perché noi abbiamo l’obbligo di ascoltare i testimoni di un’ingiustizia. Queste voci fanno parte del dibattito e non possono essere automaticamente definite antisemite. Ascoltarle e tenerne conto ci fa più, non meno, ebrei. Ci fa tutti più, non meno, umani.

Alon Confino occupa la cattedra Pen Tishkach di Studi dell’Olocausto presso Amherst, l’università del Massachusetts. Il suo libro più recente è “A World Without Jews: The Nazi Imagination from Persecution to Genocide” [Un mondo senza ebrei. L’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio, Mondadori, 2017].

Amos Goldberg è docente di storia dell’Olocausto. I suoi libri più recenti sono “Trauma in First Person: Diary Writing during the Holocaust” [Trauma in prima persona: scrittura di diari durante l’Olocausto] e un testo curato con Bashir Bashir “The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History.[L’Olocausto e la Nakba: una nuova grammatica di trauma e storia].

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)