“Non è per te”: i rifugi israeliani escludono i palestinesi mentre piovono bombe

Aseel Mafarjeh

17 giugno 2025 – Al Jazeera

In Israele i rifugi sono un’ancora di salvezza dagli attacchi missilistici iraniani, ma i cittadini palestinesi del Paese sono stati chiusi fuori.

Quando i missili iraniani hanno iniziato a piovere su Israele molti abitanti si sono precipitati a cercare riparo. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese mentre la gente correva nei rifugi antiaerei.

Ma per alcuni palestinesi cittadini di Israele, due milioni di persone, ossia circa il 21% della popolazione, le porte si sono chiuse di colpo, ma non per la forza delle esplosioni né da nemici, ma da vicini e concittadini.

Molti cittadini palestinesi, per lo più abitanti in città, cittadine e villaggi all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, durante quelle che finora sono state le peggiori notti del conflitto tra Iran e Israele si sono ritrovati ad essere esclusi da infrastrutture salvavita.

Per Samar al-Rashed, ventinovenne madre single che vive in un condominio abitato in grande maggioranza da ebrei nei pressi di Acri, la condizione di esclusione si è verificata venerdì notte. Samar era in casa con la figlia di 5 anni, Jihan. Quando le sirene hanno squarciato l’aria, avvertendo dell’arrivo dei missili, ha afferrato la figlia e si è messa a correre verso il rifugio dell’edificio.

“Non ho neppure avuto il tempo di prendere qualcosa,” ricorda. “Solo acqua, i nostri telefoni e la mano di mia figlia nella mia.”

La madre presa dal panico ha cercato di alleviare la paura della figlia nascondendo la sua, incoraggiandola dolcemente in arabo con voce pacata perché tenesse il ritmo dei suoi passi affrettati verso il rifugio mentre anche altri vicini scendevano le scale.

Ma arrivata alla porta del rifugio, afferma, un abitante israeliano, avendola sentita parlare in arabo, ha impedito che entrasse e le ha chiuso la porta in faccia.

“Sono rimasta attonita,” sostiene. “Parlo fluentemente l’ebraico. Ho cercato di spiegare, ma mi ha guardata con disprezzo e ha solo detto: “Non è per te”.

Samar afferma che in quel momento le profonde linee di divisione della società israeliana sono state messe a nudo. Ritornata al suo appartamento e guardando i missili lontani che illuminavano il cielo e ogni tanto si schiantavano al suolo, era terrorizzata sia da quello che vedeva che dai suoi vicini.

Una storia di esclusione

Da molto tempo i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare sistematiche discriminazioni nell’accesso alla casa, all’educazione, al lavoro e ai servizi pubblici. Benché abbiano la cittadinanza israeliana sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e la loro lealtà è sistematicamente messa in dubbio nei discorsi pubblici.

Secondo Adalah-The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel [Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele] più di 65 leggi discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi. La legge sullo Stato-Nazione approvata nel 2018 ha consolidato questa disparità definendo Israele lo “Stato Nazione del popolo ebraico”, un’iniziativa che secondo i critici ha istituzionalizzato l’apartheid.

In tempi di guerra questa discriminazione spesso si intensifica.

Nei periodi di conflitto i cittadini palestinesi di Israele sono frequentemente sottoposti a politiche e restrizioni discriminatorie, tra cui arresti per post sulle reti sociali, rifiuto di accesso ai rifugi e aggressioni verbali nelle città miste.

Molti hanno già riferito di aver sperimentato tali discriminazioni.

Sabato sera ad Haifa il trentatreenne Mohammed Dabdoob stava lavorando nel suo negozio di riparazione di cellulari quando tutti i telefoni hanno suonato l’allerta simultaneamente, scatenando la sua ansia. Ha cercato di finire di aggiustare un cellulare rotto, che l’ha fatto ritardare. Poi si è affrettato a chiudere il negozio ed è corso verso il rifugio pubblico più vicino, sotto un edificio dietro al suo negozio. Avvicinatosi al rifugio ha trovato la porta blindata sbarrata.

“Ho provato con il codice. Non ha funzionato. Ho bussato alla porta, chiesto, in ebraico, che quelli che erano all’interno mi aprissero. Nessuno ha aperto,” afferma. “Dopo qualche attimo un missile è esploso lì vicino, spargendo schegge di vetro sulla strada. “Ho pensato che sarei morto.”

“C’erano fumo e urla, e dopo un quarto d’ora tutto quello che si poteva sentire erano le sirene della polizia e delle ambulanze. La scena era terrificante, come se vivessi un incubo simile a quello che è successo nel porto di Beirut,” aggiunge, in riferimento all’esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Bloccato dal grande spavento e dallo choc, dal posto in cui si era nascosto in un vicino parcheggio Mohammed ha visto che si scatenava il caos e poco dopo la porta del rifugio si è aperta. Mentre quelli che erano dentro il rifugio hanno iniziato a uscire alla spicciolata li ha guardati in silenzio. “Non c’è una vera sicurezza per noi,” dice. “Non dai missili e neppure dalla gente che si presume siano i nostri vicini.”

Discriminazioni nell’accesso ai rifugi

In teoria ogni cittadino israeliano dovrebbe avere lo stesso accesso alle misure di sicurezza pubblica, compresi i rifugi antiaerei. In pratica il quadro è molto diverso.

Città e villaggi palestinesi in Israele hanno molti meno spazi protetti delle località ebraiche. Secondo un rapporto del 2022 del Controllore dello Stato di Israele [ente governativo che verifica le politiche dello Stato, ndt.] citato dal quotidiano [israeliano] Haaretz, più del 70% delle case nelle comunità palestinesi in Israele, rispetto al 25% delle case di ebrei, è privo di una stanza di sicurezza o di uno spazio che sia a norma. Spesso i Comuni ricevono meno finanziamenti per la difesa civile e gli edifici vecchi non sono a norma.

Persino nelle città miste come Lydda (Lod), dove abitanti ebrei e palestinesi vivono uno vicino all’altro, la disuguaglianza è notevole.

Yara Srour, una studentessa dell’Università Ebraica di 22 anni, vive nel quartiere degradato di al-Mahatta, a Lydda. L’edificio di tre piani della sua famiglia, che risale a circa 40 anni fa, è privo dei permessi ufficiali e di un rifugio. In seguito al pesante bombardamento cui ha assistito sabato pomeriggio, che ha scioccato tutti attorno ad essa, domenica mattina presto la famiglia ha cercato di scappare verso un luogo più sicuro della città.

“Siamo andati nella parte nuova di Lydda, dove ci sono rifugi adeguati,” dice Yara, aggiungendo che sua madre, di 48 anni e con problemi alle ginocchia, faticava a muoversi. “Eppure non ci hanno lasciati entrare. Anche ebrei delle zone più povere sono stati mandati via. Era solo per i ‘nuovi abitanti’, quelli degli edifici moderni, per lo più famiglie ebraiche di classe media.”

Yara ricorda chiaramente l’orrore.

“Mia madre ha problemi articolari e non può correre come tutti noi,” afferma. “Abbiamo pregato, bussato alle porte, ma la gente ci ha solo guardati attraverso gli spioncini e ci ha ignorati, mentre vedevamo il cielo illuminato dalle fiamme dei missili intercettati.”

Paura, trauma e rabbia

Samar dice che l’esperienza di essere cacciata da un rifugio con sua figlia le ha lasciato una ferita psicologica: “Quella notte mi sono sentita completamente sola,” afferma. “Non l’ho raccontato alla polizia. A che sarebbe servito? Non avrebbe fatto niente.”

Più tardi quel pomeriggio una villa a Tamra è stata colpita, uccidendo quattro donne della stessa famiglia. Dal suo balcone Samar ha visto del fumo salire in cielo. “Sembrava la fine del mondo,” dice. “Eppure persino sotto attacco, siamo trattati come una minaccia, non come persone.”

Da allora lei e sua figlia sono andate a casa dei suoi genitori a Daburiyya, un villaggio della Bassa Galilea. Ora possono rintanarsi insieme in una camera di sicurezza. Con gli allarmi che si susseguono a distanza di poche ore Samar sta pensando di scappare in Giordania: “Voglio proteggere Jihan. Non conosce ancora questo mondo. Ma non voglio neppure lasciare la mia terra. Questo è il nostro dilemma: sopravvivere o rimanere e soffrire.”

Anche se dopo gli attacchi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che “i missili iraniani prendono di mira tutti gli israeliani, sia ebrei che arabi,” la situazione sul terreno racconta una storia diversa.

Già prima della guerra i cittadini palestinesi di Israele venivano arrestati in modo sproporzionato per aver espresso opinioni politiche o reagito agli attacchi. Alcuni sono stati arrestati solo per aver postato emoji sulle reti sociali. Invece gli appelli alla giustizia sommaria contro i palestinesi su forum on line sono stati per lo più ignorati.

“Lo Stato si aspetta da noi lealtà in guerra,” afferma Mohammed Dabdoob. “Ma quando è il momento di proteggerci siamo invisibili.”

Per Samar, Yara, Mohammed e migliaia di persone come loro il messaggio è chiaro: sono cittadini sulla carta, ma in pratica stranieri.

“Voglio sicurezza come chiunque altro,” afferma Yara. “Sto studiando per diventare infermiera. Voglio aiutare la gente. Ma come posso prestare servizio in un Paese che non vuole proteggere mia madre?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I ragazzi della famiglia Bakr e la cupola di ferro dell’impunità di Israele.

Jonathan Ofir

26 Aprile 2022 – Mondoweiss

La sentenza nel caso dei ragazzi della famiglia Bakr è un’ulteriore prova che Israele non è in grado e non vuole indagare e perseguire soldati e comandanti per crimini di guerra contro i palestinesi.

Il massacro dei quattro ragazzi della famiglia Bakr (di età compresa tra 10 e 11 anni) che stavano giocando a calcio sulla spiaggia di Gaza nel 2014 è uno dei singoli eventi più noti dei 51 giorni di attacco israeliano all’enclave assediata di Gaza.

Due giorni fa un’altra bomba è caduta sulla loro memoria: la bomba dell’impunità, spedita dalla Corte Suprema israeliana.

Domenica un’istanza presentata nel 2020 da tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani (Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, Al Mezan Center for Human Rights e Palestine Center for Human Rights) per riaprire l’indagine sull’incidente è stata respinta dal tribunale.

La corte ha accolto integralmente le motivazioni del Procuratore Generale (PG), che ha accettato integralmente quelle dell’Avvocato Generale Militare (AGM), secondo cui si trattò solo di un “tragico” errore che non richiedeva l’accertamento di ulteriori responsabilità.

Nella sua sentenza, la Corte Suprema ha concluso che l’uccisione dei ragazzi “non si discostava da quanto consentito dalla legge o dagli ordini dell’esercito” fu messa in atto secondo i principi della “differenziazione” e della “proporzionalità”. Purtroppo non era stato possibile compiere con alcuna accuratezza l’atto di “differenziazione “: “non era stato possibile intraprendere ulteriori atti al fine di verificare i bersagli identificati come sospetti”. Perché sospetti? Perché quella zona della spiaggia era considerata una specie di area militare di Hamas.

La corte ha dimostrato un’estrema comprensione e perdono nei confronti dell’esercito:

Questa corte ha più volte sottolineato l’eccezionalità dell’operazione di combattimento, caratterizzata da un’elevata intensità, che richiede alle forze militari di prendere decisioni rapide sul campo e di correre rischi in condizioni di incertezza.

In base all’unicità di tali circostanze, il tribunale non ha nemmeno ritenuto necessario affrontare le lacune dell’indagine che sono stati segnalate dai ricorrenti, che osservano:

I ricorrenti hanno presentato prove che mostrano ampie lacune nell’indagine condotta dalle autorità investigative israeliane e molte contraddizioni nelle testimonianze e nelle indagini. La Corte, tuttavia, ha stabilito di non vedere alcun motivo per intervenire nella decisione del PG e non ha affrontato la sostanza di nessuno degli argomenti dei ricorrenti in merito alle lacune dell’indagine.

Inoltre vi è un sistematico conflitto di interessi:

La Corte ha anche respinto le argomentazioni di conflitto di interessi dei ricorrenti inerenti al duplice ruolo dell’AGM: l’AGM fornisce consulenza legale all’esercito prima e durante le operazioni militari e, al termine dei combattimenti, decide anche se aprire un’indagine penale e come condurla.

La più totale impunità”

I ricorrenti hanno sostenuto che “in questa sentenza la Corte Suprema concede sostanzialmente la piena licenza all’esercito israeliano di uccidere i civili nella più totale impunità. Piuttosto che valutare le decisioni dei militari durante il combattimento, la Corte ha fornito dichiarazioni generali sull’ampio margine di discrezionalità dell’ AGM e del PG”.

Questo astuto meccanismo di copertura è la ragione addotta da Israele contro [l’apertura di qualsiasi, ndt] procedimento da parte della Corte penale internazionale (CPI). Il mandato della CPI si basa sull’idea di agire quando lo Stato indagato non è in grado o non vuole indagare sulle proprie presunte gravi violazioni. Ma Israele afferma di avere un sistema giudiziario pienamente funzionante.

I ricorrenti:

La sentenza della Corte Suprema israeliana nel caso dei ragazzi della famiglia Bakr è un’ulteriore prova che Israele non è in grado e non vuole indagare e perseguire soldati e comandanti per crimini di guerra contro civili palestinesi. Questo fatto mette in evidenza la pressante necessità di indagini indipendenti ed efficaci per chiamare a rispondere dei propri atti tutti i responsabili. Questo caso illustra chiaramente gli attacchi indiscriminati e letali dell’esercito israeliano contro i civili palestinesi durante la guerra di Gaza del 2014, in cui sono stati uccisi oltre 550 minorenni, e come il sistema legale israeliano si sia adoperato per difendere l’aggressione israeliana e garantire la totale impunità e discrezionalità all’esercito israeliano. Questo caso è un’ulteriore prova della necessità che gli attori internazionali, inclusa la Corte penale internazionale, chiamino a risponderne i leader israeliani.

Sappiamo che Israele non è l’unico a godere di questa impunità. Gli Stati Uniti agiscono più o meno allo stesso modo e hanno un atteggiamento simile nei confronti della CPI, sostenendo che possono occuparsene da soli, quindi la CPI dovrebbe tenersi alla larga. Pertanto si concedono l’impunità per gravi crimini di guerra come nel caso della guerra in Iraq. Ma ora che la Russia ha invaso l’Ucraina, Putin viene rapidamente dichiarato criminale di guerra da Joe Biden (lo stesso che ha votato per l’invasione illegale dell’Iraq). Israele conta sugli Stati Uniti per sostenere la sua impunità. È un grande club di impunità, e finché c’è la Russia da condannare, questa storia, nonostante tutto, non dovrebbe fare troppo rumore.

Raji Sourani, Direttore Generale del Centro palestinese per i diritti umani, ha commentato:

Di recente molti Stati, compresi gli Stati Uniti e i Paesi europei, hanno intrapreso un’azione immediata contro gli attacchi delle forze russe contro i civili ucraini, esprimendo la loro condanna e imponendo sanzioni. Tuttavia, quando le forze israeliane uccidono i palestinesi, quei Paesi continuano a sostenere Israele. Abbiamo l’obbligo di garantire che i figli della famiglia Bakr e tutti i minori, donne, anziani e civili presi di mira e uccisi dalle forze israeliane non vengano dimenticati.

Personalmente non dimenticherò mai le foto di quei bambini nella sabbia con gli arti contorti. Le parole “differenziazione” e “proporzionalità” lacerano quella memoria con un insopportabile stridore di indifferenza, cinismo e insensibilità. È lo stesso per le molte decine di famiglie annientate. Proprio in quell’estate, 142 famiglie di Gaza persero tre o più membri. La giornalista israeliana Amira Hass scrive in “Famiglie annientate”:

La cancellazione di intere famiglie è stata una delle caratteristiche spaventose dell’assalto del 2014. Non si trattava di errori o scelte personali sbagliate da parte di un pilota o di un operatore di droni o di un comandante di brigata. Questa fu una scelta politica.

Anche quando si trattava di combattenti, “alcuni dei combattenti uccisi – vale a dire miliziani delle organizzazioni armate – non sono stati uccisi in battaglia ma nelle stesse circostanze “civili” in cui sono stati uccisi anche i loro parenti: nei loro letti, nelle loro case, durante il pasto dell’interruzione del digiuno, nei loro quartieri residenziali”, riferisce Hass. “Le azioni sistematiche e il silenzio mostrano entrambi che Israele trova ‘legittimo’ e ‘proporzionale’ uccidere intere famiglie: se uno dei loro membri è un combattente di Hamas, se un deposito di armi è tenuto nelle vicinanze o nella loro casa, o per qualsiasi altro motivo simile”.

Dunque i ragazzi Bakr sono stati annientati perché giocavano a calcio sulla spiaggia di Gaza e sono usciti da un container che si pensava fosse un centro di comando e controllo di Hamas, o un deposito di armi, o qualcosa del genere. E per quanto “tragico” sia, l’esercito di Israele [che di autodefinisce il più morale del mondo, ndr.] non può essere rimproverato per errori di giudizio “legittimi e proporzionati”. Queste sono la logica e la realtà che prevarranno finché Israele non sarà tenuto a rispondere. Più minori palestinesi soccomberanno a morti “proporzionate” mentre i piloti – i migliori e i più morali – torneranno alle loro famiglie legittime e dormiranno stretti nella loro cupola di ferro [riferimento ironico al sistema antimissilistico israeliano Iron Dome, ndt.] della negazione, convinti che non ci sarà mai un prezzo da pagare, dal momento che il sangue palestinese non vale niente, e lo dice persino la Corte Suprema.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)