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Come Israele ostacola le cure per il COVID-19 a Gerusalemme est

Tamara Nassar

23 luglio 2020 – Electronic Intifada

La pandemia di COVID-19 non rende tutti uguali.

Al contrario ha messo in evidenza sistemi di diseguaglianza all’interno di servizi sanitari apparentemente moderni ed ha portato sull’orlo del collasso quelli già in crisi.

Il caso della Gerusalemme est occupata è particolarmente rivelatore.

Secondo un nuovo rapporto dell’associazione palestinese per i diritti umani Al-Haq, dell’organizzazione benefica con sede in Gran Bretagna Medical Aid for Palestinians [Aiuto Medico per la Palestina] e del Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center [Centro per l’Assistenza legale e i Diritti Umani di Gerusalemme], la pandemia ha smascherato ed esacerbato gli orrori dell’occupazione militare israeliana in città. Israele ha occupato Gerusalemme est nel 1967 e l’ha annessa formalmente nel 1980.

In base alle leggi internazionali Israele ha l’obbligo specifico di garantire la salute e altri servizi fondamentali ai palestinesi che vivono sotto il suo controllo militare.

Lungi dal rispettare questi obblighi, durante la pandemia il sistematico disinteresse e la continua violenza di Israele a Gerusalemme est sono diventati sempre più evidenti.

Israele ha adottato il solito atteggiamento quando si tratta di opprimere i palestinesi.

Le autorità israeliane non hanno tempestivamente messo in campo strutture per diagnosticare il COVID-19, non hanno fornito dati accurati e affidabili per ricostruire la diffusione del virus, hanno vessato ed arrestato attivisti sanitari palestinesi ed hanno ostacolato l’approvvigionamento dell’equipaggiamento indispensabile da parte degli ospedali.

Il rapporto afferma che “i palestinesi sono ormai mal equipaggiati per affrontare una qualunque crisi di salute pubblica, per non parlare dello scoppio di una pandemia come il COVID-19.”

Carenza di strutture diagnostiche

Ci è voluto più di un mese dal primo caso di coronavirus confermato in Israele prima che venisse allestita una struttura diagnostica a Gerusalemme est.

In seguito a pressioni legali da parte di associazioni palestinesi per i diritti umani, quella per il controllo effettuato in macchina è stata installata nel quartiere di Jabal al-Mukabbir, che si trova fuori dal muro di annessione di Israele.

Con un ritardo di circa due mesi Israele ha creato centri diagnostici al di là del muro, e ciò è stato fatto solo dopo che Adalah, un’organizzazione per i diritti umani, ha presentato una petizione alla Corte Suprema israeliana.

I ritardi nell’effettuare analisi ai palestinesi sono stati di per sé discriminatori, in quanto “in evidente contrasto con l’urgenza e la rapidità nel rispondere alle necessità della popolazione israeliana ebraica.”

I ritardi “discriminatori” sono stati probabilmente ciò che “ha dimostrato nel modo più evidente” il disinteresse di Israele nel tentare di contenere [l’epidemia].

Ma i ritardi non sono stati l’unico problema.

“Il fatto di poter fare le analisi in queste strutture è condizionato alla possibilità di avere un’assicurazione sanitaria privata israeliana, che un numero significativo di palestinesi non ha,” afferma il rapporto.

Israele fornisce cure mediche gratuite ai palestinesi ufficialmente residenti a Gerusalemme est, che rappresentano solo il 40% della popolazione.

Quando Israele occupò Gerusalemme est nel 1967 calcolò solo i palestinesi che erano fisicamente presenti in città.

Quelli che erano all’estero per qualunque ragione – compresi lavoro e studio – non vennero contati e furono “arbitrariamente privati dei loro diritti di residenti a Gerusalemme.”

Fino ad oggi per vivere nella città in cui sono nati i palestinesi devono dimostrare che il “centro della loro vita” è a Gerusalemme.

Monitoraggio decentralizzato

Il monitoraggio del numero di casi confermati a Gerusalemme est è stato un processo contraddittorio e inaffidabile.

A causa della natura dell’annessione israeliana di Gerusalemme est, il ministero della Salute israeliano è l’unico ente che abbia accesso ai dati sui palestinesi contagiati dal virus in città.

Secondo il rapporto, in assenza di dati disaggregati, il numero di casi confermati viene contato da tre diversi enti: il ministero della Salute israeliano, il Comune di Gerusalemme controllato da Israele e alcune associazioni all’interno della Jerusalem Alliance to Confront the Coronavirus Pandemic [Coalizione di Gerusalemme per Affrontare la Pandemia di Coronavirus, formata da Ong palestinesi, ndtr.].

Ciò ha creato una discordanza tra i dati, e quindi né il ministero della Salute dell’Autorità Nazionale Palestinese né l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno una visione chiara della gravità dell’epidemia a Gerusalemme est.

Abbandono degli ospedali e riduzione dei finanziamenti

Gli effetti dell’abbandono cronico e dell’indebolimento degli ospedali palestinesi da parte di Israele a Gerusalemme est sono diventati evidenti durante la pandemia.

Per le cure che non possono ricevere altrove i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate dipendono dagli ospedali di Gerusalemme est.

A Gerusalemme est tre ospedali sono stati destinati alla cura del coronavirus: l’al-Makassed, l’Augusta Victoria e il Saint Joseph.

“La pandemia ha colpito in un momento in cui tutti questi ospedali stavano già affrontando situazioni economiche particolarmente pesanti e la riduzione cronica dei finanziamenti,” afferma il rapporto.

Nel 2018 l’amministrazione Trump ha tagliato più di 25 milioni di dollari di aiuti già stanziati per sei ospedali a Gerusalemme est.

Tutti e tre gli ospedali destinati alle cure per il COVID-19 contano in totale solo 22 ventilatori e 62 letti per i pazienti da coronavirus.

Anche se i palestinesi possono cercare di essere curati negli ospedali israeliani, “neppure la disponibilità degli ospedali israeliani esime le autorità occupanti israeliane dalla responsabilità per il deliberato indebolimento, peggioramento delle condizioni e sistematico abbandono degli ospedali palestinesi a Gerusalemme est,” afferma il rapporto.

Attaccare gli attivisti sanitari

Durante la pandemia le forze israeliane hanno continuato nei loro attacchi contro attivisti sanitari.

Israele ha sistematicamente preso di mira ed arrestato volontari che distribuivano volantini informativi in città ed hanno imprigionato palestinesi che a titolo volontario disinfettavano luoghi pubblici, come le moschee.

Le forze israeliane hanno persino fatto irruzione in una struttura diagnostica nella zona di Silwan, sostenendo inizialmente che fosse gestita da medici senza laurea, e poi adducendo come pretesto per la sua chiusura che le attività della struttura fossero supervisionate dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Di fatto il medico che amministrava la struttura ha confermato alle associazioni per i diritti umani che hanno stilato il nuovo rapporto di essersi laureato in Israele.

“Indipendentemente dal pretesto, il fatto stesso che i palestinesi siano stati obbligati a mettere in piedi un centro per conto proprio e la sua successiva chiusura da parte della potenza occupante è una dimostrazione della notevole incapacità di ottemperare al proprio obbligo di adempiere senza discriminazioni ai diritti dei palestinesi alla salute e alla vita.”

Attualmente nella Cisgiordania occupata ci sono circa 12.000 casi confermati di COVID-19, tra cui più di 2.100 casi a Gerusalemme est.

Ci sono 75 casi confermati nella Striscia di Gaza. Finora 70 palestinesi sono morti per la malattia.

Negando le basilari cure mediche ai palestinesi – e, peggio, attaccando le loro strutture di cura – Israele ha reso inevitabile che il numero di morti sia destinato ad aumentare.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele rinnova la sua legge razzista sul matrimonio

Ali Abunimah 

3 giugno 2020 – Electronic Intifada

Questa settimana Israele ha rinnovato una delle più apertamente razziste tra le decine di leggi dei suoi codici giuridici che discriminano i palestinesi e i cittadini palestinesi residenti in Israele.

La “Legge sulla cittadinanza e sull’ingresso in Israele ” proibisce ai cittadini israeliani che sposino palestinesi della Cisgiordania occupata o della Striscia di Gaza o a quelli con nazionalità di parecchi altri Stati della regione di vivere in Israele con il marito/la moglie.

La legge colpisce decine di migliaia di famiglie palestinesi residenti fra Israele e la Cisgiordania, su entrambi i lati della Linea verde, e impedisce ai palestinesi di trasferirsi legalmente in Israele per il ricongiungimento familiare,” secondo quanto riportato da Adalah, un’associazione di assistenza legale per i palestinesi di Israele che ha inutilmente presentato dei ricorsi in tribunale.

La disposizione era stata originariamente approvata come misura di emergenza nel 2003, ma da allora è stata rinnovata ogni anno.

La legge fa parte degli sforzi di Israele per impedire l’aumento della popolazione palestinese, una misura sostanzialmente razzista giustificata dai suoi leader in quanto necessaria a mantenere la maggioranza ebraica.

Zvi Hauser, il capo del Comitato degli affari esteri e della difesa della Knesset, il parlamento di Israele, ha detto che il rinnovo è giustificato dalla legge dello Stato-Nazione del popolo ebraico di recente promulgata che, secondo il parere dei giuristi, viola i divieti internazionali contro l’apartheid.

La legge israeliana sulla cittadinanza non differisce, negli intenti e negli effetti, dalle leggi che esistevano nel Sud Africa dell’apartheid per prevenire i matrimoni misti, l’incrocio di persone di razze diverse e per controllare dove i neri potessero vivere – leggi come il Group Areas Act [che divideva la città in aree per bianchi e relegava i neri nelle baraccopoli, ndtr] e il Prohibition of Mixed Act [che vietava i matrimoni misti, ndtr.].

Anche se la legge israeliana non vieta esplicitamente i matrimoni, in effetti impedisce ai cittadini israeliani e palestinesi l’esercizio del loro diritto alla vita di famiglia.

Mira a ottenere esattamente lo stesso scopo, seppure con mezzi più subdoli di quelli impiegati dai suprematisti bianchi in Sud Africa, come spiego nel mio libro del 2014: The Battle for Justice in Palestine (La Lotta per la giustizia in Palestina).

Manipolazione dei collegi elettorali su base razziale

Inizialmente Israele ha giustificato la legge sul matrimonio sul piano della “sicurezza,” una scusa respinta da Human Rights Watch. [nota ong statunitense, ndtr.].

Human Rights Watch nel 2012 ha dichiarato che un “divieto assoluto” senza “valutare nel caso specifico se la persona in questione possa mettere in pericolo la sicurezza è ingiustificato” e “rappresenta un danno esageratamente sproporzionato del diritto dei palestinesi e dei cittadini israeliani di vivere con la propria famiglia.”

La discriminazione presente nella legge potrebbe essere misurata “in base alle conseguenze per i cittadini palestinesi di Israele rispetto a quelli ebrei,” ha aggiunto.

Ariel Sharon, all’epoca primo ministro israeliano, nel 2005 ammise qual era il vero scopo della legge.

Non c’è bisogno di nascondersi dietro la scusa della sicurezza” disse Sharon. “È necessaria per l’esistenza dello Stato ebraico.”

Suicidio nazionale”

Lo scopo demografico razzista della legge fu confermato nel 2012 quando la Corte suprema israeliana respinse il ricorso di Adalah.

I diritti umani non devono essere una ricetta per il suicidio della Nazione,” aveva scritto il giudice Asher Grunis nella sua motivazione al respingimento con una maggioranza di 6 a 5.

Approvando in pratica la manipolazione dei collegi elettorali su base razziale la sentenza della Corte aggiunse anche che “il diritto alla vita familiare non deve essere per forza esercitato entro i confini di Israele.”

Si noti la notevole somiglianza dei termini usati dalla Corte Suprema israeliana con le parole di Daniel Malan, il primo ministro del Sud Africa sotto il regime di apartheid, che disse nel 1953 che “l’uguaglianza… inevitabilmente significherebbe per i bianchi del Sud Africa nient’altro che il suicidio della Nazione.”

I palestinesi colpiti dal provvedimento hanno fatto una campagna per diffondere la conoscenza della legge razzista e delle difficoltà che crea all’“amore ai tempi dell’apartheid.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il coronavirus è una manna per la tecnologia militare israeliana

Maureen Clare Murphy

20 maggio 2020 – Electronic Intifada

Molta della retorica sulla risposta globale alla pandemia da coronavirus è stata militarizzata, provocando i danni che le metafore belliche della politica del terrore tendono ad evocare.

In Israele questa militarizzazione è stata più che una metafora.

Un nuovo rapporto dell’associazione “Who Profits” [A chi giova], che controlla chi trae profitto dall’occupazione dimostra che il ministero della Difesa e le industrie belliche di Israele, sia private che statali, sono “state in prima linea” nella risposta del Paese al coronavirus.

Ciò “evidenzia la profonda distorsione militarista che sorregge l’economia e il regime politico israeliani e la simbiosi tra la sfera civile e l’apparato militare,” afferma “Who Profits”.

Electronic Intifada ha già informato su come l’israeliano NSO Group, implicato nell’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, stia cercando di esportare il suo sistema di spionaggio per il tracciamento dei contatti durante il coronavirus, visto come un passo fondamentale per porre fine ai blocchi totali generalizzati.

Secondo “Who Profits”, NSO Group collabora con il ministero della Difesa israeliano per “sviluppare, rendere operativo e eventualmente esportare un sistema centralizzato di dati per valutare le probabilità che una persona venga infettata dal virus.”

Deriva pericolosa”

Nel contempo il capo della sua divisione tecnologica ha detto ai media che il Mossad, il servizio di spionaggio israeliano per l’estero tristemente noto per gli assassinii extragiudiziari, ha ottenuto illecitamente equipaggiamento sanitario.

Lo Shin Bet, l’organismo di spionaggio interno di Israele, ha fornito il suo “estesissimo database segreto… che raccoglie continuamente dati in tempo reale su tutti i cittadini israeliani” con il fine di tracciare i contatti.

“Consentire allo Shin Bet di utilizzare i suoi metodi segreti e senza controllo in questioni relative ai civili potrebbe creare una deriva pericolosa che può portare al suo intervento in ulteriori aspetti della vita civile,” ha avvertito Suhad Bishara, avvocatessa di “Adalah”, una associazione per i diritti umani che ha avviato una campagna contro il tracciamento per la sorveglianza.

Due unità di élite dell’intelligence militare israeliana stanno ora conducendo ricerche sanitarie legate al coronavirus.

Queste unità sono la normalmente segretissima Unità 81, che sviluppa tecnologia spionistica avanzata, e l’Unità 8200, generalmente considerata come l’equivalente israeliana della National Security Agency [organismo del ministero della Difesa Usa che si occupa di sicurezza nazionale, ndtr.] degli Stati Uniti.

Nel 2014 riservisti dell’Unità 8200 hanno rivelato che essa utilizza una sorveglianza generalizzata e invasiva per obbligare a collaborare con Israele palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

Sul pesante coinvolgimento delle agenzie spionistiche israeliane hanno informato in modo acritico, se non elogiativo, i mezzi di comunicazione internazionali, che hanno omesso di menzionare il loro scopo principale: la repressione del popolo palestinese e della sua lotta per la liberazione.

Come nota “Who Profits”, il “nuovo incarico di carattere sanitario non ha distolto l’apparato militare israeliano dalla sua funzione e ragion d’essere principali: il costante controllo militare sulla popolazione civile palestinese.”

Questo rimane “il lavoro ‘essenziale’ dell’esercito,” aggiunge l’organizzazione di controllo.

Dalla repressione militare all’innovazione civile

In precedenza “Who Profits” aveva evidenziato come le competenze sviluppate nel contesto dell’occupazione e applicate a un ‘apparentemente innocua industria civile aiutino le industrie belliche israeliane a promuovere “una versione ripulita delle loro tecnologie repressive.”

Il trasferimento di queste tecnologie all’industria sanitaria per combattere il coronavirus dimostra ancora una volta quanto “l’apparato militare statale funzioni come un laboratorio, un punto di riferimento, un cliente e un incubatore delle innovazioni tecnologiche israeliane.”

Con meno di 50 casi gravi o critici al momento della stesura di questo articolo, Israele sembra essere riuscito ad arginare la diffusione del virus, nonostante il suo trattamento discriminatorio e negligente dei palestinesi.

Le industrie belliche israeliane hanno “nuove prospettive di guadagno materiale e simbolico,” afferma “Who Profits”.

E avendo vinto la guerra – o almeno la prima battaglia – contro il coronavirus “il potenziale per future esportazioni è innegabile.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli studenti beduini con cittadinanza israeliana trascurati durante il coronavirus

Danny Zaken

9 aprile 2020 – Al-Monitor

La pandemia da coronavirus in Israele sta colpendo tutti – ricchi e poveri, ebrei e arabi – ma le comunità più povere devono affrontare difficoltà molto maggiori nel gestirne le conseguenze, anche nel settore educativo. Quando tutto il sistema dell’istruzione in Israele – dall’asilo alle superiori, fino all’educazione universitaria – è passato all’insegnamento a distanza attraverso internet, la differenza tra ricchi e poveri è notevolmente aumentata a causa del fatto che questi ultimi non hanno accesso a questa tecnologia. Questo fenomeno è particolarmente evidente nella popolazione arabo-beduina in Israele.

La maggior parte dei beduini, circa 250.000 (dati del 2017), vive nel sud del Paese. Un quinto di essi vive in villaggi non riconosciuti, senza infrastrutture. Sono il gruppo più povero della società israeliana e, in seguito a ciò, il loro rendimento scolastico è particolarmente basso. Secondo i dati del Consiglio Superiore dell’Educazione pubblicati nel febbraio 2019, relativi all’anno scolastico iniziato nel 2017, la percentuale dei beduini che avevano iniziato a studiare all’università è solo del 14% rispetto al 46% degli ebrei. La percentuale di studenti beduini tra gli studenti arabi quell’anno è stata solo del 28%. Benché questo sia un notevole incremento rispetto al decennio precedente, è ancora un tasso estremamente basso. Secondo i dati della Knesset, la percentuale di immatricolazioni tra gli studenti beduini è del 32%, rispetto al 68% tra la popolazione totale (esclusi i beduini e gli ebrei ultraortodossi).

Negli ultimi anni c’è stato un incremento nel numero di studenti beduini che hanno conseguito la maturità, così come nel numero di studenti beduini nell’educazione superiore, ma sono ancora indietro rispetto al resto della popolazione. Uno dei problemi principali del sistema educativo nella società dei beduini israeliani è la mancanza di infrastrutture in generale e di tecnologia in particolare. Nei villaggi più remoti, soprattutto in quelli non riconosciuti, la rete internet è vecchia e quindi molto lenta. Internet è fornita solo attraverso le linee dei cellulari, e difficilmente nelle case degli abitanti ci sono computer e tablet.

Secondo dati dell’organizzazione non governativa “Abraham Initiative” [Iniziativa di Abramo, associazione che intende promuovere l’uguaglianza tra cittadini ebrei e arabi di Israele, ndtr.], nel Negev ci sono circa 102.000 bambini in età scolare. Di questi 36.000 vivono in villaggi non riconosciuti o nei villaggi dei consigli regionali di Neve Midbar o Al-Kasum, che non hanno reti internet o altre infrastrutture. Ventimila studenti vivono nelle cittadine limitrofe, anche loro senza infrastrutture. Trentamila allievi vivono in quartieri con infrastrutture, ma fanno di famiglie con almeno otto figli e solo un computer in casa. Da ciò si ricava che metà degli studenti beduini del Negev non ha accesso a una rete internet.

Il 12 marzo, a causa della crisi del coronavirus, si è deciso di bloccare del tutto il sistema educativo per almeno cinque settimane, fin dopo le vacanze di Pasqua. Istituzioni scolastiche e accademiche sono passate all’insegnamento a distanza, basandosi su programmi e applicazioni come Zoom. Questi programmi, che integrano il video con materiale didattico inviato in rete, richiedono connessioni internet potenti e affidabili – esattamente quello che manca ai villaggi beduini del Negev. In seguito a ciò molti alunni beduini sono praticamente rimasti tagliati fuori dalle loro scuole, mentre i loro pari in tutto il resto del Paese continuano a studiare. “Abraham Initiative” ha detto ad Al-Monitor che a causa della crisi del coronavirus il ministero dell’Educazione ha aperto un portale educativo completo per studenti in lingua ebraica, ma ha prodotto molto meno materiale disponibile in arabo.

Nell’educazione superiore sono stati fatti molti più tentativi di risolvere il problema. Marah Agbaria, che si occupa degli studenti arabi nell’Unione degli Studenti dell’università Ben Gurion del Negev, ha detto ad Al-Monitor che l’università ha preparato speciali stanze con computer per gli studenti beduini, in modo che possano partecipare alle lezioni. Ma poi ci sono state le restrizioni agli spostamenti a causa del coronavirus, e questi studenti hanno dovuto rimanere a casa. Secondo Agbaria, l’Unione ha avuto modem cellulari per alcuni di loro che consentono l’educazione a distanza, ma il numero non è sufficiente. E non ci sono soluzioni per studenti che non hanno il computer.

Nel Negev centinaia di studenti beduini studiano anche al Sapir College. Riguardo all’insegnamento a distanza, Haytham al-Nabari —  studente di lavoro sociale che vive a Tel Arad – ha detto a Hasin Aldada, corrispondente del sito per gli studenti del Sapir “Spirala”: “Ciò richiede un internet veloce e non abbiamo infrastrutture internet come in altri luoghi. Se frequento una lezione online con un docente, lo faccio attraverso il telefonino. Ma internet è debole o non funziona.”

Rafif Abu Hajaj, uno studente di amministrazione pubblica che vive nel villaggio di Al-Furah, ha detto a “Spirala” che “le case nei villaggi beduini si basano [per la corrente elettrica] sull’energia solare, che dipende dal sole. Ma da quando il clima negli ultimi giorni è stato freddo e piovoso e non c’è stato molto sole, non abbiamo avuto elettricità per vari giorni.”

Il “Centro Mossawa” (il Centro per il Sostegno ai Cittadini Arabi in Israele) in una lettera al ministro delle Comunicazioni David Amsalem ha sollevato la questione del sovraccarico della rete dei cellulari. Secondo un rapporto del gennaio 2018 di Asmaa Genaim per conto dell’Associazione Internet di Israele, circa il 90% dei cittadini arabi del Paese utilizza internet attraverso il cellulare. Ora, quando la maggioranza dei cittadini del Paese rimane a casa propria, c’è un grande uso di internet, che sovraccarica reti, che nelle cittadine e nei villaggi arabi sono già deboli. Nella lettera il Centro chiede che il ministero delle Comunicazioni agisca immediatamente per rafforzare ed ampliare internet e reti per i cellulari nei villaggi arabi, e soprattutto in quelli non riconosciuti del Negev, chiedendo ai gestori delle linee dei media, dei cellulari e di internet di rafforzare le proprie reti in questi luoghi.

Adalah”, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, ha annunciato il 12 marzo che, insieme alla Commissione di Monitoraggio sull’Educazione Araba e ad altre organizzazioni, presenterà una petizione alla Corte Suprema per chiedere che i servizi di internet e l’insegnamento a distanza vengano resi disponibili ai villaggi beduini del Negev. In una dichiarazione poco prima che venisse presentata la petizione, l’associazione ha scritto: “La difficile situazione ora evidente in questo periodo d’emergenza è un risultato della sistematica negligenza da parte dello Stato riguardo alle necessità fondamentali in tempi normali dei villaggi non riconosciuti. Nel campo dell’educazione, la discriminazione si manifesta negli scarsi risultati degli studenti, come si ricava dai dati desolanti che sono ben noti ai decisori politici. Nonostante le nostre richieste, non abbiamo ricevuto alcun segnale che le autorità stiano facendo qualcosa per trovare soluzioni per supplire alla chiusura del sistema educativo, che dovrebbe seguire i minori di questi villaggi, e pare che lo Stato li stia semplicemente abbandonando. Quindi ci rivolgiamo ai tribunali.”

Gli uffici pubblici che si occupano di questi problemi hanno risposto con lentezza a queste richieste. Il ministero dell’Educazione ha aumentato la quantità di materiali educativi in arabo, ma non ha trovato un’immediata soluzione al problema degli studenti del Negev. Il ministero della Comunicazione ha affermato che il problema delle infrastrutture non può essere risolto in poco tempo.

Morale della favola: circa 100.000 studenti beduini in età scolare e circa 2.000 studenti universitari beduini del Negev probabilmente perderanno metà dell’anno scolastico e la differenza tra loro e gli altri studenti israeliani non farà che aumentare.

Per correttezza: l’autore è docente al Sapir College, citato nell’articolo.

Danny Zaken è un giornalista che lavora per la stazione della radio pubblica israeliana Kol Israel. Zaken si è occupato di questioni militari e della sicurezza, dei coloni in Cisgiordania e di argomenti riguardanti i palestinesi. Ha ricevuto il premio Knight Wallace presso l’università del Michigan ed ha terminato il programma accademico di giornalismo della BBC. Zaken insegna media e giornalismo all’università Ebraica, alla Mandel School e al Centro Interdisciplinare di Herzliya. È stato il presidente dell’Associazione dei Giornalisti di Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Se si propagasse la pandemia, i villaggi beduini non riconosciuti potrebbero ‘diventare come il nord Italia’

Oren Ziv

29 marzo 2020 – +972 Magazine

Privati dei servizi essenziali, i villaggi non riconosciuti del Naqab non sono in grado di affrontare il coronavirus – e il governo israeliano non interviene.

Abitanti e attivisti affermano che i villaggi beduini non riconosciuti nel Naqab / Negev nel sud di Israele  si trovano ad affrontare una crisi in conseguenza della pandemia da coronavirus. Per la mancanza di infrastrutture e servizi sanitari, le comunità non sono in grado di seguire le linee guida stabilite dal Ministero della Salute israeliano.

Attiah al-Aasem, presidente del Consiglio Regionale dei Villaggi Non Riconosciuti del Naqab, avverte che “il coronavirus aggraverà i problemi quotidiani nei villaggi”. In assenza di servizi come acqua, fognature e raccolta dei rifiuti, aggiunge al-Aasem, gli abitanti devono fare del loro meglio per prendersi cura di se stessi.

“Il Naqab potrebbe diventare come il nord Italia”, afferma Salame Alatrash, capo del Consiglio Regionale di Al-Kasom.

Qui le persone vivono in condizioni di grande affollamento. Una baracca di 50 metri può ospitare da sette a dodici persone”, afferma. “Il governo è a conoscenza del grave affollamento e della mancanza di infrastrutture. E cosa hanno fatto in tutti questi anni? Noi li abbiamo avvertiti che ciò avrebbe portato al disastro.”

“Un abitante di un villaggio non riconosciuto afferma che non ci sono stati provvedimenti e che non sono disponibili dispositivi di protezione individuale. “Siamo consapevoli [della situazione], ma come ci proteggeremo?” dice. “Abbiamo paura, ma abbiamo la necessità di recarci al supermercato.”

‘Stiamo vivendo nella paura e nel panico’

Nei 37 villaggi non riconosciuti del Naqab vivono circa 150.000 persone. A causa del pluridecennale rifiuto del governo israeliano di concedere loro lo status legale, questi villaggi si vedono negati i servizi essenziali come l’acqua, un sistema fognario o la raccolta dei rifiuti, e sono in continua lotta per resistere alle demolizioni di case e ai trasferimenti forzati. Il loro relativo isolamento dai centri urbani ha contribuito, per il momento, a tenere a bada la pandemia, ma gli abitanti temono che una volta arrivato il virus la mancanza di infrastrutture possa provocare un’epidemia di massa.

“Questa crisi sta evidenziando una realtà che in tempi normali passa inosservata”, afferma Sari Arraf, un avvocato dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Adalah. “Sta mettendo in evidenza la disuguaglianza che devono affrontare i villaggi non riconosciuti. Se fossero state soddisfatte le richieste che avevamo fatto di collegare i villaggi alle infrastrutture essenziali, non ci troveremmo in una situazione che sta mettendo in pericolo non solo gli abitanti dei villaggi non riconosciuti, ma anche l’intera popolazione del Naqab.”

“Viviamo nella paura e nel panico”, afferma Aziz Abu Mdeghem, abitante di Al-Araqib, che le autorità israeliane hanno demolito 175 volte negli ultimi 10 anni. “Non abbiamo modo di proteggerci dal coronavirus. Non possiamo conservare il cibo e non c’è nessun posto nelle vicinanze dove possiamo lavarci le mani regolarmente, perché non c’è acqua corrente”.

Gli abitanti hanno paura di lasciare il villaggio per procurarsi il cibo e temono il giorno in cui uno dei loro vicini potrebbe essere costretto ad autoisolarsi, perché il villaggio non è in grado di consentire un simile distanziamento.

Alatrash, il capo del consiglio di Al-Kasom, ha segnalato la stessa preoccupazione al Ministero della Sanità, chiedendo diverse settimane fa il permesso di trasformare le scuole del suo distretto in centri di isolamento. Sta ancora aspettando di ricevere il consenso.

Mentre Al-Araqib non ha acqua corrente, altri villaggi non riconosciuti sono in grado di utilizzare punti di approvvigionamento idrico isolati a pagamento installati dalla compagnia idrica nazionale israeliana. Questi punti di accesso possono trovarsi a chilometri di distanza dai villaggi e non forniscono acqua a sufficienza per le comunità.

“I villaggi ricevono la quantità minima di acqua al massimo costo”, afferma Arraf. Il prezzo si basa su due tariffe: il volume della fornitura e l’entità del surplus del consumo oltre la fornitura. Gli utenti abituali dell’acqua pagano per una determinata quantità, al di sopra della quale pagano un extra. I beduini residenti “pagano il doppio fin dalla prima goccia d’acqua, il che rende costoso rispettare le linee guida del Ministero della Salute. È assurdo “, aggiunge Arraf. Inoltre, poiché gli abitanti hanno dovuto costruire le proprie reti idriche utilizzando lunghe tubazioni non interrate all’interno dei loro villaggi, spesso sorgono problemi di pressione e qualità dell’acqua.

La mancanza di infrastrutture fa sì che, anche in tempi normali, le ambulanze non possano raggiungere i villaggi a causa dell’assenza di strade asfaltate. Non è quindi chiaro come potrebbe arrivare l’assistenza medica se le vittime del coronavirus richiedessero un’evacuazione urgente.

“Qui siamo tutti in crisi”, afferma Alatrash. “Questa non è una situazione normale e non c’è distinzione tra ebrei e arabi: dobbiamo lavorare insieme”.

Tutto è stato annullato, eccetto le demolizioni’

Le misure del governo israeliano per combattere la pandemia potrebbero avere gravi conseguenze economiche per molti dei villaggi non riconosciuti. “Ci sono migliaia di beduini che sono lavoratori temporanei e guadagnano 150-200 shekel [38-51 euro, ndtr.] al giorno nell’agricoltura, nei ristoranti, hotel e lavando le automobili”, afferma Alatrash. “Non hanno diritto alla disoccupazione e se questa crisi persiste, avranno bisogno di un sostegno che non possiamo fornire”.

Nel frattempo, fino a lunedì scorso, nonostante lo stato di emergenza, le autorità israeliane stavano ancora effettuando demolizioni di case e distruggendo i raccolti appartenenti a villaggi beduini non riconosciuti. La preoccupazione principale degli abitanti di Al-Araqib rimane il rischio di perdere la casa, anche se dall’inizio dell’epidemia le autorità, diversamente dal solito andamento settimanale, hanno demolito le loro baracche solo una volta. “Le demolizioni delle case sono il nostro coronavirus”, afferma Abu Mdeghem.

Domenica scorsa, gli urbanisti e gli ispettori del ministero delle finanze sono arrivati nel villaggio di Rahma e hanno distribuito avvisi di demolizione per gli edifici che erano stati ristrutturati dopo essere stati danneggiati da inondazioni due settimane prima. Gli abitanti hanno rilevato che i funzionari sono arrivati senza dispositivi di protezione individuale e sono entrati nelle loro case in gruppi di otto persone, senza mantenere alcuna distanza tra loro.

“Tutto è stato annullato, eccetto le demolizioni contro i beduini”, dice al-Aasam. “Questo è ciò di cui lo Stato si preoccupa: di qualcuno che stia piazzando una lamiera o stia martellando su un chiodo. La distribuzione degli ordini [di demolizione] è una scusa: vogliono sfruttare l’opportunità di danneggiare le persone, che ora non hanno il tempo per costruire perché sono impegnate a preoccuparsi del coronavirus”.

Le visite degli ispettori rischiano di mettere in pericolo gli abitanti, aggiunge al-Aasem. “Qualcuno di loro potrebbe avere il virus, dal momento che si è diffuso in tutto il Paese.”

In seguito alla visita degli ispettori, un certo numero di organizzazioni per i diritti ha fatto un appello al governo affinché interrompa tutte le attività di demolizione contro le case e le terre dei villaggi non riconosciuti, soprattutto nel corso della pandemia, sottolineando che tali operazioni mettono a repentaglio non solo la salute degli abitanti dei villaggi, ma anche i tentativi di contrastare l’epidemia da coronavirus. Devono ancora ricevere una risposta.

Tuttavia, nonostante la persistenza delle operazioni di demolizione ci sono segnali che il governo stia iniziando a modificare i suoi interventi nei villaggi non riconosciuti, nella consapevolezza della potenziale catastrofe. Il 22 marzo, per la prima volta dall’istituzione dell’Autorità per lo Sviluppo e l’Insediamento dei Beduini nel Negev (chiamata di solito “Autorità Beduina”), il ministero dell’Agricoltura ha deciso che l’organismo avrebbe gestito, in cooperazione con vari ministeri, aiuti governativi per i villaggi non riconosciuti.

Normalmente l’Autorità Beduina è responsabile della cosiddetta “regolarizzazione” dei villaggi non riconosciuti e svolge attività di applicazione della legge, demolizioni e sfratti. Nei giorni scorsi, tuttavia, l’ente ha inviato dei dipendenti a distribuire materiale in lingua araba su come affrontare la pandemia. Secondo l’Autorità, il suo personale avrebbe avuto il compito di identificare i bisogni della popolazione beduina.

Il responsabile dell’Autorità Beduina, Yair Maayan, ha riferito a Local Call [sito di notizie israeliano, versione in ebraico di +972, ndtr.] che sono state congelate tutte le attività, comprese le demolizioni, e che “tutti i dipendenti stanno lavorando con la popolazione per cercare di prevenire la malattia”. Con una mossa del tutto inusuale, Maayan ha scritto al Ministero delle Finanze, dopo che i suoi ispettori avevano distribuito avvisi di demolizione in uno dei villaggi, chiedendo loro di interrompere tutti questi interventi. Invece di effettuare demolizioni e sfratti, ha scritto, il dipartimento dovrebbe “concentrarsi sulla sensibilizzazione e sulla riduzione delle infezioni da coronavirus”.

Tuttavia, Haia Noach, direttrice esecutiva del Negev Coexistence Forum – una delle organizzazioni che ha chiesto allo Stato di fermare le demolizioni – afferma che, mentre l’Autorità Beduina è competente sulle demolizioni, non è competente in merito alla salute pubblica. “Lasciare che queste persone [nell’Autorità] affrontino la situazione, – sostiene – significa abbandonare la comunità”.

Interruzione massiccia dell’istruzione

All’inizio della crisi le scuole israeliane sono state chiuse e il Ministero dell’Educazione ha creato dei programmi online nazionali per l’apprendimento a domicilio da parte degli studenti. Ma il progetto, chiaramente, non ha tenuto conto della popolazione di lingua araba, afferma il dott. Sharaf Hassan, che dirige un comitato di valutazione dell’educazione araba. “Non hanno pensato al divario tra ebrei e arabi. Circa un terzo degli studenti arabi non ha la tecnologia necessaria per accedere alle lezioni”.

Secondo Hassan circa la metà degli studenti arabo-palestinesi in Israele non partecipa all’apprendimento a distanza e metà vive al di sotto della soglia di povertà. Inoltre, aggiunge, non tutte le famiglie hanno accesso a un computer, per non parlare della disponibilità di corrente elettrica o di Internet.

Nel migliore dei casi, i bambini dei villaggi non riconosciuti devono lottare per accedere all’istruzione. Ora, tuttavia, il comitato per i villaggi non riconosciuti stima che circa il 70% degli studenti di queste comunità non partecipi all’apprendimento a distanza, a causa della mancanza di risorse.

“La mancanza di preparazione per una situazione di emergenza è dovuta a una discriminazione di lunga data”, afferma Hassan. Nel caso in cui l’apprendimento a distanza debba continuare per un lungo periodo, il governo deve garantire che gli studenti senza accesso a Internet possano comunque ricevere un’istruzione, fornendo loro router e computer.

Anche l’accesso alle informazioni sulla pandemia è stato un problema. “La gente ha impiegato un po’ di tempo per capire che la chiusura delle scuole non fosse dovuta a una vacanza”, afferma Huda Abu Obeid, attivista e abitante del Naqab. “Non c’erano abbastanza informazioni in arabo. Le stesse organizzazioni sanitarie, per un senso del dovere, hanno iniziato a distribuire le linee guida. È preoccupante.”

“Abbiamo bisogno di una task force che includa medici che conoscano la comunità e che fornisca delle soluzioni”, afferma Noach. “Lo Stato deve assumersi la sua responsabilità”.

Nel contempo al-Aasem propone una rapida fornitura di servizi essenziali, come un ambulatorio medico, anche se solo provvisorio. “Se riconoscessero i villaggi – afferma – e fornissero loro le infrastrutture essenziali, saremmo in grado di prevenire questo disastro”.

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills e cronista di Local Call. Dal 2003 ha documentato una serie di problemi sociali e politici in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione verso le comunità di attivisti e le loro battaglie. La sua attività di reporter ha messo a fuoco le proteste popolari contro il muro e le colonie, l’edilizia popolare e altre questioni socio-economiche, le lotte contro il razzismo e la discriminazione e le battaglie per la libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il blocco di Israele contro il coronavirus intralcia il lavoro per i diritti umani, ma non i soprusi

Judith Sudilovsky

31 marzo 2020 – +972

Le associazioni per i diritti umani segnalano che le direttive per l’emergenza di Israele stanno rendendo più difficile monitorare e proteggere i diritti dei palestinesi durante la pandemia

Alcune associazioni per i diritti umani palestinesi ed israeliane affermano che le direttive d’emergenza emanate dalle autorità israeliane, che con la scusa del coronavirus vietano la libertà di movimento e altre attività, stanno rendendo più difficile monitorare, documentare violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e difendere da esse in vari aspetti della vita.

Stiamo ancora monitorando casi, ma le nostre ricerche non sono in grado di essere presenti e documentare nel suo complesso l’area,” dice Rania Muhareb, ricercatrice giuridica e responsabile della sensibilizzazione presso Al-Haq, un’organizzazione palestinese per i diritti umani con sede a Ramallah. “È molto difficile dire se ci sono più o meno incidenti, per la semplice ragione che in questa situazione è più complicato avere tutte le informazioni con la rapidità di sempre.”

Le violazioni, spiega Muhareb, includono la continua confisca di terre e i progetti di costruzione di colonie israeliane e della barriera di separazione nella Cisgiordania occupata; la violenza contro i contadini palestinesi; incursioni e arresti in città e villaggi palestinesi; demolizioni di case.

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Queste violazioni evidenziano un tentativo diffuso e sistematico di compromettere i diritti dei palestinesi durante un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale,” afferma. Nonostante la grave crisi, “Israele continua ad avere il tempo di portare avanti queste azioni illegali.”

Muhareb evidenzia un incidente del 19 marzo nel villaggio di Sawahra Al-Sharqiya, a Gerusalemme est, in cui i bulldozer israeliani hanno distrutto una serie di edifici, compreso un recinto per le pecore, ma che non si può documentare a causa del divieto di muoversi.

Aggiunge che nella zona attorno a Nablus è continuata anche la violenza dei coloni. Il 17 marzo un gruppo di coloni ha attaccato una casa palestinese nel villaggio di Burin; secondo le persone che hanno seguito l’incidente, invece di bloccare i coloni i soldati israeliani hanno sparato proiettili ricoperti di gomma, bombe assordanti e lacrimogeni contro i palestinesi. Tre giorni dopo, il 20 marzo, a sud di Jenin i coloni hanno gravemente ferito il contadino Ali Musafa Zouabi.

Allo stesso modo l’associazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha riferito di violenti attacchi dei coloni che la scorsa settimana hanno ferito gravemente contadini e pastori palestinesi. I coloni sono arrivati da Halamish, Homesh (una ex-colonia che è stata demolita, ma in cui gli israeliani sono rimasti illegalmente), e Kochav Ha Shahar. Nessuno dei coloni è stato arrestato.

Muhareb afferma che i soldati delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] non hanno l’autorità di arrestare i cittadini israeliani in Cisgiordania. Al contrario, la scorsa settimana l’esercito ha arrestato parecchi palestinesi nella città vecchia di Jenin, a Qalqiliya e nei pressi di Nablus.

In un comunicato l’ufficio del portavoce delle IDF ha detto che le IDF “continuano l ‘attività operativa, che include l’interruzione di sospette attività terroristiche in base alle necessità operative e alle valutazioni aggiornate della situazione. Durante gli arresti i militari, così come i detenuti, sono protetti secondo le necessità operative.”

Non si può passare sopra diritti fondamentali”

In base alle nuove regole riguardanti la pandemia entrate in vigore il 15 marzo, questi prigionieri devono essere tenuti in quarantena per 14 giorni prima di poter essere interrogati. Il ministero israeliano della Sicurezza Pubblica ora può vietare le visite dei familiari per arrestati e detenuti e limitare i colloqui dei prigionieri con un avvocato solo a conversazioni telefoniche, afferma Sahar Francis, direttrice dell’ONG palestinese Addameer – Associazione per l’Appoggio e i Diritti Umani dei Detenuti.

L’esercito israeliano sta ancora arrestando persone pur sapendo che non le può interrogare, per cui le mette in isolamento per 14 giorni. È una violazione dei diritti fondamentali dei detenuti,” afferma.

Da due settimane o più hanno completamente chiuso tutte le prigioni e le strutture per la detenzione. (I prigionieri) non hanno contatti con i loro familiari e gli avvocati possono parlare con loro solo quando è prevista un’udienza in tribunale sul loro caso. Ci sono 5.000 prigionieri totalmente isolati dal mondo esterno.”

La portavoce del servizio carcerario israeliano ha fatto notare che le nuove regole sono state applicate in tutte le prigioni israeliane, indipendentemente dalle ragioni per cui i prigionieri vi sono reclusi.

Mantenerli in salute, tenere lontano il coronavirus, ora questo è il nostro unico obiettivo,” afferma. “Si spera che in breve tempo, quando ciò sarà finito, le cose torneranno come prima. Mantenerli in salute è nel nostro interesse più di qualunque altra cosa.”

La portavoce sostiene che le prigioni hanno fornito informazioni a tutti i detenuti in varie lingue, compreso l’arabo, ed hanno disinfettato le loro strutture. Stanno anche seguendo le direttive del ministero della Sanità di incrementare i turni di lavoro del personale carcerario fino a 96 ore, in modo che possano ridurre gli spostamenti dentro e fuori le prigioni.

Finora non abbiamo alcun prigioniero con il coronavirus, e speriamo che così continui ad essere fino alla fine della crisi,” afferma. “Non sappiamo se sia possibile, ma stiamo facendo del nostro meglio.”

Eppure, dice Francis di Addameer, ci sono preoccupazioni per la salute dei prigionieri palestinesi a causa delle loro condizioni di sovraffollamento. I prigionieri hanno anche raccontato che non gli è stato fornito alcun materiale sanitario speciale e che non è stata presa nessun’altra precauzione da parte delle autorità carcerarie.

Il 26 marzo Addameer, insieme ad Adalah – il Centro Giuridico per i Diritti delle Minoranze in Israele – e l’avvocato Abeer Baker hanno chiesto a nome del detenuto Kafri Mansour alla Corte Suprema israeliana di annullare le direttive d’emergenza nelle prigioni.

Pur riconoscendo la necessità di proteggere la salute dei reclusi, il ricorso sostiene che il governo israeliano non ha l’autorità giuridica di imporre il divieto alle visite di avvocati e familiari, che “violano in modo pesante e sproporzionato i diritti dei prigionieri”, in particolare dei minorenni. I ricorrenti accusano anche il fatto che le restrizioni impediscono anche ai prigionieri di riferire di qualunque violazione dei diritti nella prigione.

Il ricorso descrive anche come una conversazione tra l’avvocato Abeer Baker e un prigioniero sia stata trasmessa da altoparlanti in presenza delle guardie della prigione e di altri detenuti, violando la riservatezza tra avvocato e cliente.

Le sfide che questo stato d’emergenza pone alle autorità israeliane non possono consentire loro di passare sopra fondamentali diritti umani,” afferma l’avvocato di Adalah Aiah Haj Odeh. “Le leggi internazionali impongono che Israele debba riconoscere il diritto dei prigionieri e dei detenuti alle visite con i familiari, a consultarsi con gli avvocati e a rivolgersi ai tribunali.”

Arrestano come al solito i minorenni, come se non ci fosse il virus”

Nel contempo nel villaggio di Issawiya, a Gerusalemme est, gli abitanti affermano di aver sperato che l’attenzione sulla pandemia riducesse le incursioni e i pattugliamenti della polizia israeliana messi in atto in modo aggressivo nei loro quartieri dalla scorsa estate.

Invece, sostengono, tali azioni sono continuate. Blocchi stradali della polizia stanno ancora provocando lunghi ingorghi del traffico; scontri con i giovani comportano l’uso di lacrimogeni, granate assordanti e proiettili ricoperti di gomma, e vengono effettuati arresti nella totale inosservanza delle norme del governo sul coronavirus, mettendo in pericolo gli abitanti palestinesi.

Pensavamo che il coronavirus avrebbe contribuito a fermare le cose, ma non è cambiato niente,” dice Muhammad Abu Hummus, un attivista politico di Issawiya. “Al solito, arrestano minorenni come se non ci fosse nessun virus. Ogni giorno (la polizia) va in giro senza mascherine e senza guanti. Altrove forse aiutano la gente, ma a Issawiya portano solo lacrimogeni e balagan (disordine o confusione).”

Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld sostiene che la presenza della polizia nel villaggio fa parte del normale pattugliamento in tutti i quartieri di Gerusalemme intrapreso specificamente nel contesto dell’epidemia di coronavirus, inteso a garantire che gli abitanti rimangano in casa.

Non vengono effettuate incursioni, solo normali attività di polizia,” dice. “Se gli abitanti vogliono protestare e fare ritorsioni contro la polizia israeliana è un loro problema. La polizia sta pattugliando tutti i quartieri e mettendo in atto le nuove norme per tenere per quanto possibile le persone al sicuro in casa, per il loro stesso bene e la loro salute.”

Tuttavia in un rapporto del 19 marzo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha chiesto perché la polizia abbia scelto questo momento per incrementare quella che descrive come una punizione collettiva degli abitanti del villaggio, nonostante “una crisi senza precedenti che richiede…misure estreme di isolamento sociale.”

La presenza della polizia nel villaggio provoca scontri, dice B’Tselem, che sono già abbastanza problematici durante periodi normali, ma ancor più durante la pandemia, quando riunirsi in gruppo può diffondere il virus.

La violenza della polizia contro i palestinesi a (Issawiya), ormai una caratteristica nella vita del quartiere, è illegale e non può essere giustificata neppure come usuale routine dell’occupazione,” dice B’Tselem nel suo rapporto. “La condotta della polizia danneggia la sicurezza pubblica (compresa la salute dei poliziotti) e viola le linee guida sanitarie sull’isolamento sociale.”

B’Tselem aggiunge: “Il fatto che le autorità israeliane siano indifferenti alla vita degli abitanti (di Issawiya), compresi bambini ed adolescenti, non è affatto una novità. Eppure continuare e persino accentuare simile comportamento durante una pandemia è una manifestazione particolarmente vergognosa di questa politica.”

Un altro attivista del villaggio, che ha chiesto di rimanere anonimo per la sua sicurezza personale, ha detto a +972 di aver dovuto portare urgentemente la scorsa settimana sua figlia di sette mesi all’ambulatorio medico del villaggio dopo che la polizia durante uno scontro con giovani palestinesi ha utilizzato lacrimogeni che sono penetrati in casa sua.

La situazione è terribile,” afferma. “Ovviamente ho paura. Perché mettermi in una situazione per cui devo portare mia figlia all’ambulatorio in tempi di coronavirus?”

Judith Sudilovsky è una giornalista indipendente che da 25 anni si occupa di Israele e dei Territori Palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I palestinesi di fronte a due nemici: l’occupazione e la pandemia

Tamara Nassar

26 marzo 2020 – Electronic Intifada

Nonostante la pandemia globale, nulla è cambiato riguardo all’occupazione militare israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Il numero di casi confermati di COVID-19, la malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus, è salito a quasi 2.700 in Israele, a circa 80 nella Cisgiordania occupata e a nove nella Striscia di Gaza assediata.

Finora la malattia ha causato la morte di otto israeliani e di una donna palestinese nella Cisgiordania occupata.

Mentre il coronavirus infetta sempre più persone, i palestinesi affrontano contemporaneamente un nemico più vecchio: l’occupazione militare israeliana.

Gaza, sotto assedio e con un’alta densità di popolazione, è particolarmente esposta al rischio di una diffusa epidemia.

“Israele non potrà scaricare su qualcun altro le sue colpe se questo scenario da incubo dovesse divenire una situazione che ha determinato senza fare alcuno sforzo per evitarla”, ha ammonito questa settimana l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem .

Distanziamento fisico, permanenza a casa e cura dell’igiene sono precauzioni che i palestinesi si sforzano di adottare mentre Israele continua a demolire strutture, a condurre raid notturni, ad arrestare arbitrariamente bambini e ad angariare regolarmente i civili.

Confiscate le strutture per un ospedale da campo

Giovedì mattina le forze israeliane hanno demolito e confiscato strutture destinate a un ospedale da campo e ad alloggi di emergenza a Ibziq, un villaggio nella valle del Giordano settentrionale nella Cisgiordania occupata.

Ciò è stato fatto con la supervisione dell’Amministrazione Civile, il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana.

Le forze israeliane hanno confiscato tende, un generatore e materiali da costruzione.

“Chiudere un’attività di primo soccorso per la comunità durante una crisi sanitaria è un esempio particolarmente crudele dei regolari abusi inflitti a queste comunità”, ha affermato questa settimana l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

Secondo il capo del consiglio del villaggio Abdul Majid Khdeirat, ciò è stato fatto con il pretesto che la costruzione si trovava in una zona militare interdetta.

Israele dichiara abitualmente le terre della Cisgiordania aree di tiro o zone militari e successivamente confisca il territorio a favore delle colonie israeliane illegali.

Le forze israeliane hanno anche demolito le case di tre famiglie palestinesi nel villaggio di al-Duyuk, vicino a Gerico.

Un bulldozer militare israeliano ha distrutto le case di Muayad Abu Obaida, Thaer al-Sharif e Yasir Alayan, perché sarebbero state costruite senza [quei] permessi che Israele non concede quasi mai ai palestinesi. Ciò non lascia loro altra scelta che costruire le case senza il permesso dell’occupante.

Tutti e tre gli agricoltori risiedono a Gerusalemme.

Decine di migliaia in condizioni di isolamento

Nel frattempo Israele sta valutando di isolare diversi quartieri della Gerusalemme est occupata, tagliando fuori decine di migliaia di palestinesi dal resto della città.

Quasi il 70% delle 100.000 persone del campo profughi di Shuafat ha un documento di residenza israeliano che consente loro di entrare a Gerusalemme.

“In caso di blocco questi abitanti saranno completamente isolati rispetto alla loro città, a cui si rivolgono per tutti i servizi di base, e ciò probabilmente porterà panico e disordini diffusi”, avverte Ir Amim, un’organizzazione israeliana impegnata per l’uguaglianza a Gerusalemme.

“Tale misura sarebbe un ulteriore passo avanti nella realizzazione dei piani israeliani di lunga data volti a ridisegnare i confini municipali di Gerusalemme, per separare formalmente quei quartieri da Gerusalemme”.

Israele userebbe il coronavirus come pretesto per tagliar fuori quei quartieri dal resto di Gerusalemme, nonostante in quei quartieri il numero di casi confermati sia considerevolmente più basso rispetto a Israele.

La popolazione più vulnerabile al mondo”

Le organizzazioni per i diritti umani mettono in guardia a proposito di un incombente disastro nel caso di una diffusa epidemia di COVID-19 a Gaza. Spesso definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo, l’enclave costiera è sotto assedio israeliano dal 2007. Israele controlla lo spazio aereo e marittimo di Gaza e, insieme all’Egitto, i suoi confini terrestri.

Gaza è ancora sconvolta per le tre pesanti offensive militari israeliane [a partire] dal 2008.

Gli abitanti di Gaza [sono] tra le persone più vulnerabili del mondo alla pandemia globale di COVID-19”, ha dichiarato il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq.

La crisi idrica e sanitaria causata dal prolungato blocco israeliano di Gaza mina “la capacità dei palestinesi di prevenire e mitigare adeguatamente gli effetti dell’epidemia di COVID-19”, ha aggiunto al-Haq.

Meno del 4% dell’acqua del territorio è adatto al consumo umano.

I moderni sistemi sanitari in Paesi come l’Italia e la Spagna stanno collassando sotto la pressione della pandemia.

Un’epidemia del nuovo coronavirus a Gaza, dove le infrastrutture sanitarie sono già sull’orlo del collasso, condurrebbe a “un disastro umanitario, interamente costruito da Israele”, ha affermato B’Tselem.

Israele abitualmente ritarda o nega a molti palestinesi i permessi per ricevere trattamenti sanitari fuori Gaza, concedendoli solo a una piccola parte delle persone che necessitano di cure mediche.”

“Ora non ci sarà più neanche questa minima possibilità”, ha detto B’Tselem.

La dott.ssa Mona El-Farra, responsabile sanitaria della Mezzaluna Rossa palestinese a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che mancano letti, equipaggiamento protettivo e kit per i test.

“Non abbiamo abbastanza kit, finora abbiamo solo circa 200 kit per la diagnosi. Al momento abbiamo 2.500 persone in quarantena. Tutti hanno bisogno di essere testati.”

Il Qatar ha promesso 150 milioni di dollari [136 milioni di euro, ndtr.] nei prossimi sei mesi per aiutare gli sforzi delle Nazioni Unite contro il coronavirus a Gaza.

Sebbene questo possa aiutare a breve termine, solleva anche Israele dalle sue responsabilità di potenza occupante.

Nessun accesso ai servizi di emergenza

Adalah, un’organizzazione che sostiene i diritti dei palestinesi in Israele, afferma che i beduini palestinesi della regione meridionale del Naqab non hanno accesso ai servizi medici di emergenza.

Il Ministero della Salute israeliano impedisce a coloro che soffrono di febbre e sintomi respiratori di lasciare la propria casa. Se la loro salute peggiora, l’MDA, il servizio di ambulanza [corrispettivo israeliano della Croce Rossa, ndtr.], può prescrivere una visita domiciliare o l’invio in ospedale.

Tuttavia quei villaggi non hanno accesso alla MDA.

Domenica l’associazione ha inviato una lettera alle autorità israeliane chiedendo di fornire quei servizi ai 70.000 cittadini palestinesi di Israele che vivono in villaggi non riconosciuti.

“Per anni Israele ha mantenuto una politica di abbandono e discriminazione quando si trattava di fornire i normali servizi sanitari, così come servizi medici di emergenza, ai beduini con cittadinanza israeliana,” ha detto Adalah.

“In presenza della crisi coronavirus questa politica statale comporta ora un pericolo immediato per gli abitanti del posto e per il pubblico in generale.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Ci sposteranno, ma solo da morti”: scontro fra Israele e i beduini nel Negev

Jack Dodson

17 gennaio 2020 – Middle East Eye

Le autorità israeliane hanno intenzione di trasferire 36.000 beduini che vivono nella regione desertica per far posto a ebrei israeliani e progetti industriali e militari

Mohammad Danfiri, dal recinto delle pecore della sua famiglia beduina nel deserto del Negev, guarda verso i due ripetitori cellulari in cima alla collina vicina. Sono situati in uno spazio aperto fra il limitare tra il suo villaggio e un altro, un’area, spiega, dove sarà costruito un ampliamento della principale autostrada orientale di Israele.

Una fila di case sta a circa 60 metri dalle torri dove sono stati approvati i progetti per l’autostrada. Ma il governo israeliano sta procedendo con dei progetti per cacciare non solo i residenti più vicini alla strada progettata.

L’intera popolazione del villaggio, 5.000 persone e molte altre del circondario, verrà trasferita in unità abitative temporanee secondo il piano del governo, limitando seriamente la possibilità di allevare pecore e sviluppare l’agricoltura, le attività principali delle comunità beduine.

Danfiri è uno degli almeno 36.000 beduini del Negev israeliano che si trova ad affrontare l’espulsione (in arabo la Nakba, la catastrofe) a causa di vari progetti come l’ampliamento della superstrada.

Per mettere in pratica questi piani di sviluppo proposti da enti governativi, dall’esercito israeliano, da aziende private e da gruppi no-profit, l’Autorità israeliana per gli insediamenti beduini, l’ente governativo responsabile per la gestione dei rapporti tra beduini e Stato, mira a trasferire decine di migliaia di persone in alloggi temporanei.

I beduini chiamano questi alloggi provvisori “caravan”, perché sono casette mobili in cui gli israeliani intendono insediare intere famiglie. A ottobre, una commissione edilizia distrettuale israeliana ha cominciato a valutare se approvare questi piani di trasferimento.

I residenti che possono essere trasferiti vivono in villaggi che il governo ritiene “non riconosciuti”, sebbene la maggior parte sia vissuta su quei terreni o nelle vicinanze fin dalla fondazione del Paese nel 1948. Durante gli ultimi 50 anni, Israele ha cercato di spostare i beduini in comunità “riconosciute”, sostenendo ripetutamente che quelli delle aree non riconosciute non hanno diritti sulle terre.

I villaggi non riconosciuti non sono provvisti di infrastrutture o servizi governativi. Non ci sono mezzi di trasporto, strade, scuole e le autorità israeliane non riconoscono i leader locali né negoziano con loro.

Di conseguenza le comunità vivono una vita di sussistenza su una terra ostile. Molti allevano pecore per venderne la carne. Alcuni riescono a trovar lavoro in aziende israeliane nei dintorni.

‘Nessuna soluzione’

Danfiri, 47 anni, racconta di essere cresciuto nel villaggio dove l’unica fonte idrica era un pozzo che raccoglieva acqua piovana. Lui e i suoi amici tiravano su l’acqua e sua mamma usava il foulard per filtrare la sporcizia. I venerdì gli adulti attaccavano una televisione alla batteria di un’auto per guardare i cartoni animati e i film egiziani.

“Oggi i bambini hanno tutto” dice Danfiri, riferendosi ai pannelli solari che ora sono installati sopra molte case beduine. “Frigoriferi, internet, tutto è immediatamente disponibile.”

Danfiri dice che per proteggere lo stile di vita della comunità i beduini respingeranno i piani governativi di trasferimento. Nel caso dovessero assolutamente spostarsi, dice che rifiuteranno i “caravan” e staranno il più vicino possibile alle loro case originarie, anche se di fianco a un cantiere.

“Non ci sposteremo, lotteremo” dice. “Non succederà … un progetto come questo farebbe sparire la cultura e il patrimonio culturale dei beduini.”

Per una comunità che si riconosce in uno stile di vita tradizionale basato sull’agricoltura, la rimozione forzata è vista come l’ultima mossa di una campagna governativa decennale per concentrarli in aree specifiche. Per gente come Danfiri ciò significa rinunciare a una parte della propria identità.

Ovunque io vada la cosa di cui sono più fiero è essere un beduino. Ed è soprattutto nei villaggi non riconosciuti che i beduini conservano di più la loro cultura tradizionale.” dice.

Adalah, una ONG [israeliana] con sede a Haifa specializzata nei diritti sanciti dalla legge per gli arabi in Israele, si oppone ai piani per vari motivi. Innanzitutto, sostiene l’organizzazione, le unità residenziali progettate non sono adatte, a termini di legge, perché non hanno infrastrutture adeguate e non rispettano le norme relative alle dimensioni abitative.

Il mese scorso l’ONG ha anche pubblicato un libro bianco, sostenendo che i piani rappresenterebbero un approccio che considera i cittadini israeliani del Negev “separati ma uguali”.

Un sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per il beneficio, il benessere e lo sviluppo futuro di cittadini e comunità ebraiche israeliane e che pone i cittadini ebrei israeliani al centro del processo” scrive.

L’altro sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per l’evacuazione e il trasferimento dei cittadini beduini in residenze temporanee imponendo all’intera popolazione palestinese beduina una situazione opprimente senza averla consultata.”

Adalah afferma anche che il piano farà crescere la povertà dei beduini che sono trasferiti e di quelli che vivono nelle comunità dove verranno costruiti i campi, perché potrebbe danneggiare l’accesso al lavoro per entrambi i gruppi.

Myssana Morany, un’avvocatessa che lavora per Adalah, dice che non è chiara la velocità con cui i piani verranno eseguiti e quante persone verranno trasferite in totale. Dato che il modo di esprimersi del governo sui piani che hanno presentato è vago, dice, ciò rivela un progetto più ampio che potrebbe coinvolgere fino a 80.000 persone. Per questo stesso motivo l’assenza di un numero preciso di unità abitative significa che il governo può sfrattare quante persone vuole.

Per noi ciò significa che non hanno una soluzione per le persone che progettano di far sgombrare” dice Morany.

Hussein El Rafaiya, 58 anni, è di Birh Hamam un villaggio non riconosciuto e dal 2002 al 2007 è stato a capo di un comitato che rappresenta i villaggi non riconosciuti. Israele non riconosce l’autorità del comitato e non negozia con loro.

Rafaiya ha ricordato esempi fatti nel corso degli anni di pressioni israeliane sulle comunità beduine per costringerle ad andarsene dalle loro case, per esempio decenni di demolizioni di case e sfratti effettuati dal governo.

Noi non abbiamo nessuna possibilità di risolvere la situazione per vie legali” dice Rafaiya, spiegando che la legge israeliana semplicemente non riconosce le rivendicazioni dei beduini sulla terra o sulle case.

Questo non è il comportamento di uno Stato: è un comportamento da criminali … Tutti quegli sforzi per l’Autorità Beduina [ente governativo creato nel 2007 per occuparsi dei beduini, ndtr.]non sono stati abbastanza efficaci, così hanno deciso di creare questi campi temporanei di sfollati.”

Agli inizi del 2020, la commissione urbanistica del distretto meridionale israeliano deciderà se procedere. I due piani residenziali temporanei del governo enfatizzano la necessità di sfrattare “urgentemente” i beduini in base ai progetti di sviluppo. Agli occhi dei gruppi per i diritti umani è un modo per escogitare una soluzione rapida ma giuridicamente inefficace per espellere la gente.

Una presenza in espansione

In anni recenti l’esercito israeliano ha spostato delle basi nel Negev nel tentativo di espandervi la presenza militare e industriale e per aumentare la popolazione. Il governo ha anche investito risorse per promuovere Be’er Sheba, la più grande città meridionale, come un hub per la tecnologia e l’imprenditorialità.

Il Negev è diventato il luogo di un’ampia gamma di progetti, inclusi parchi solari, centrali elettriche, serre e altre imprese industriali. Il governo ha espresso interesse nel sostenere le coltivazioni di marijuana a scopo medico, l’industria manifatturiera e la difesa informatica, tutto tramite fondi e sussidi.

Secondo il Ministero dell’Economia dello Stato, l’idea è di far concorrenza alla Silicon Valley.

Uno dei protagonisti di questo processo è il Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) un’organizzazione con sedi negli USA e a Gerusalemme che ha ricevuto un’autorizzazione governativa speciale da parte di Israele per acquistare e sviluppare dei terreni per i coloni ebrei.

Supervisiona molti progetti nella regione, spesso bonificando enormi distese di terreni per piantare foreste. Alcune comunità non riconosciute di beduini si trovano in aree destinate a essere evacuate per i progetti del JNF.

Sul sito del JNF, dove si presenta il piano per il Negev, si illustra un progetto per insediarvi 500.000 persone provenienti da altre parti della regione.

Il deserto del Negev rappresenta il 60% del territorio di Israele ma ospita solo l’8% della popolazione del Paese” c’è scritto. “E in queste cifre sbilanciate noi vediamo un’opportunità di crescita senza precedenti.”

Il “Progetto Negev” del JNF dà grande evidenza alla priorità di sostenere le comunità beduine della regione, ma elenca collaborazioni solo con città beduine “riconosciute”.

Nessun portavoce del JNF ha risposto a un’email con cui si richiedeva un commento.

Thabet Abu Rass, il co-direttore di Abraham Initiatives, un’ONG che opera per i diritti politici in Israele, ha detto di non essere d’accordo con il piano governativo principalmente perché non tiene conto di nessuna delle necessità delle comunità beduine.

È un modo diverso per parlare dello sradicamento delle persone. Qui il problema è lo sradicamento delle persone.” ha detto Rass.

Il governo israeliano sta investendo un sacco di soldi nella pianificazione. Se da un lato è bene pianificare per la gente, dall’altro non va bene pianificare contro la loro volontà … i beduini non hanno voce in capitolo.”

Rass rammenta molti casi in cui il governo d’Israele ha fatto dei piani per il Negev senza consultare i beduini e senza accettare o neppure prendere in considerazione i loro diritti sulla terra.

La terra in Israele è una questione che ha motivazioni ideologiche” ha detto Rass. “Israele si definisce uno Stato ebraico e per loro è importante controllare sempre maggiori estensioni di territorio.”

Per Rafaiya i progetti sono semplicemente inaccettabili. I beduini delle comunità riconosciute non si sposteranno.

Questo piano per noi è un disastro” dice Rafaiya. “Lo Stato può venire e distruggere case e comunità. Ma noi ci sposteremo solo da morti, saremo seppelliti nella nostra terra.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele si appresta a trasformare i cittadini beduini in rifugiati nel loro stesso Paese

Jonathan Cook

16 ottobre 2019 – Mondoweiss

La pluridecennale lotta di decine di migliaia di israeliani contro l’espulsione dalle loro case – per alcuni per la seconda o la terza volta – dovrebbe essere la prova sufficiente che Israele non è una democrazia liberale occidentale, come sostiene di essere.

La scorsa settimana 36.000 beduini – tutti cittadini israeliani – hanno scoperto che il loro Stato sta per farne rifugiati nel loro stesso Paese, spostandoli in campi vigilati. Questi israeliani, a quanto pare, sono del tipo sbagliato.

Il loro trattamento ha dolorosamente ricordato il passato. Nel 1948 750.000 palestinesi vennero espulsi dall’esercito israeliano fuori dai confini del recentemente fondato Stato ebraico costituito sulla loro patria – quella che i palestinesi definiscono la Nakba, o catastrofe.

Israele viene regolarmente criticato per la sua aggressiva occupazione, la sua espansione incessante delle colonie illegali sulla terra palestinese e i suoi ripetuti e spietati attacchi, soprattutto contro Gaza. Di rado gli analisti notano anche le sistematiche discriminazioni di Israele contro gli 1.8 milioni di palestinesi i cui progenitori sopravvissero alla Nakba e vivono all’interno di Israele, apparentemente come cittadini.

Ma ognuno di questi soprusi viene affrontato singolarmente, come se non fossero collegati tra loro, invece che come differenti sfaccettature di un progetto complessivo. Si può individuare un modello guidato da un’ideologia che disumanizza i palestinesi ovunque Israele li trovi.

Questa ideologia ha un nome. Il sionismo fornisce il filo rosso che mette in rapporto il passato – la Nakba – con l’attuale pulizia etnica dalle loro case da parte di Israele a danno dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est, la distruzione di Gaza e i tentativi coordinati dello Stato di cacciare i cittadini palestinesi di Israele fuori da ciò che è rimasto delle loro terre storiche e dentro a ghetti.

La logica del sionismo, anche se i suoi più ingenui sostenitori non riescono a comprenderla, è sostituire i palestinesi con ebrei – quella che Israele definisce ufficialmente ebraizzazione.

La sofferenza dei palestinesi non è uno sfortunato effetto collaterale del conflitto. È il reale obiettivo del sionismo: incentivare i palestinesi ancora presenti ad andarsene “volontariamente”, per sfuggire a oppressione e miseria ulteriori.

L’esempio più evidente di questa strategia di sostituzione della popolazione è il trattamento di lunga data che Israele riserva a 250.000 beduini che formalmente hanno la cittadinanza. I beduini sono il gruppo più povero di Israele, vivono in comunità isolate per lo più nella vasta area semiarida del Negev, il sud del Paese. In gran parte non visibili, Israele ha avuto relativamente mano libera nei suoi tentativi di “spostarli”.

È per questo che, per un decennio dopo che aveva apparentemente finito le sue operazioni di pulizia etnica del 1948 e guadagnato il riconoscimento dalle capitali occidentali, Israele ha segretamente continuato ad espellere migliaia di beduini fuori dai suoi confini, nonostante il loro diritto alla cittadinanza.

Nel contempo altri beduini in Israele sono stati cacciati a forza fuori dalle loro terre ancestrali per essere spostati sia in circoscritte zone controllate, sia in townships [termine che riprende il nome delle zone urbane destinate ai neri nel Sudafrica dell’apartheid, ndtr.] che sono diventate le comunità più deprivate di Israele.

È difficile definire nei beduini, semplici contadini e pastori, una minaccia per la sicurezza, come è stato fatto con i palestinesi sotto occupazione.

Ma Israele ha una definizione più ampia di sicurezza della semplice sicurezza fisica. Essa si fonda sulla conservazione di un’assoluta predominanza demografica degli ebrei. I beduini possono essere tranquilli, ma il loro numero pone una gravissima minaccia demografica e il loro modo di vivere pastorale ostacola la sorte prevista per loro – tenerli ben chiusi in ghetti.

La maggior parte dei beduini ha titoli di proprietà di molto precedenti alla creazione di Israele. Ma Israele ha rifiutato di rispettare queste rivendicazioni e molte decine di migliaia sono stati criminalizzati dallo Stato, ai loro villaggi è stato negato il riconoscimento legale.

Per decenni sono stati obbligati a vivere in baracche o tende perché le autorità rifiutano di autorizzare [la costruzione di] case adeguate e vengono loro negati servizi pubblici come scuole, acqua ed elettricità.

Se vogliono vivere in modo legale i beduini hanno un’unica alternativa: devono abbandonare le loro terre ancestrali e il loro modo di vita per spostarsi in una povera township. Molti beduini hanno fatto resistenza, rimanendo attaccati alla loro terra storica nonostante le durissime condizioni impostegli.

Uno di questi villaggi non riconosciuti, Al Araqib, è stato utilizzato per dare l’esempio. Lì le forze israeliane hanno demolito le case di fortuna più di 160 volte in meno di un decennio. Ad agosto un tribunale israeliano ha approvato il fatto che lo Stato faccia pagare a sei abitanti 370.000 dollari come multa per le ripetute espulsioni.

Il leader di Al Araqib, il settantenne Sheikh Sayah Abu Madhim, recentemente ha passato mesi in carcere dopo essere stato arrestato per occupazione illegale di suolo, benché la sua tenda sia a pochi passi dal cimitero dove sono sepolti i suoi antenati.

Ora le autorità israeliane stanno perdendo la pazienza con i beduini.

Lo scorso gennaio sono stati svelati piani per lo sgombero dalle loro case urgentemente e con la forza di circa 40.000 beduini in villaggi non riconosciuti, sotto il pretesto di progetti di “sviluppo economico”. Sarà la più vasta espulsione da decenni.

Come “sicurezza”, anche “sviluppo” ha una connotazione diversa in Israele. In realtà significa sviluppo per gli ebrei, o ebraizzazione – non sviluppo per i palestinesi.

Il progetto include una nuova autostrada, una linea elettrica ad alta tensione, una struttura per la sperimentazione di armamenti, una zona militare di tiro e una miniera di fosforo.

La scorsa settimana è stato rivelato che le famiglie verrebbero obbligate a stare dentro centri di trasferimento nelle township, a vivere per anni in sistemazioni di fortuna mentre viene deciso il loro destino finale. Questi centri sono già stati paragonati ai campi di rifugiati costruiti per i palestinesi in seguito alla Nakba.

Il malcelato scopo è di imporre ai beduini condizioni di vita tali per cui alla fine accetteranno di essere rinchiusi definitivamente nelle township alle condizioni imposte da Israele.

Quest’estate sei importanti esperti per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera a Israele per protestare in base alle leggi internazionali contro le gravi violazioni dei diritti delle famiglie beduine e per sostenere che sarebbero possibili approcci alternativi.

Adalah”, l’associazione giuridica per i palestinesi in Israele, nota che Israele ha espulso a forza i beduini per settant’anni, trattandoli non come esseri umani ma come pedine nella sua battaglia senza fine per sostituirli con coloni ebrei.

Lo spazio vitale dei beduini si è incessantemente ridotto e il loro modo di vita è stato distrutto. Ciò contrasta crudamente con la rapida espansione delle città e fattorie di singole famiglie ebraiche sulla terra da cui i beduini sono stati cacciati.

È difficile non concludere che quello che sta avvenendo sia una versione amministrativa della pulizia etnica che i funzionari israeliani mettono in atto in modo più palese nei territori occupati sulla base di cosiddetti problemi di sicurezza.

Queste interminabili espulsioni sembrano meno una politica necessaria e ragionata e più un orribile tic nervoso ideologico.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. Tra i suoi libri: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e il crollo della civiltà: Iraq, Iran ed il piano per rifare il Medio Oriente”] (Pluto Press), e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [“Palestina scomparsa: esperimenti israeliani in disperazione umana”] (Zed Books).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Netanyahu incita all’odio contro i palestinesi

La campagna elettorale di Netanyahu mette in guardia gli elettori israeliani: ‘gli arabi vogliono annientarci tutti’

L’associazione per i diritti Adalah ha denunciato il fatto alla commissione elettorale per incitamento all’odio contro i palestinesi cittadini di Israele

 Redazione di MEE

11 Settembre 2019 – Middle East Eye

 

Mercoledì un’associazione per i diritti ha presentato una denuncia legale dopo che i media hanno rivelato che la pagina Facebook del Primo Ministro Benjamin Netanyahu chiede ai suoi followers di inviare messaggi di avvertimento ai potenziali elettori dicendo: “Gli arabi vogliono annientarci tutti: uomini, donne e bambini.”

Adalah, un’associazione legale che combatte la discriminazione contro i palestinesi cittadini di Israele, ha presentato una denuncia per incitamento all’odio al Comitato Centrale Elettorale israeliano (CEC) e al procuratore generale di Israele.

La denuncia, presentata a nome della coalizione politica ‘Lista Araba Unita’, invita “il Presidente del CEC,  il giudice Hanan Melcer, ad emanare un’ingiunzione che impedisca a Netanyahu ulteriori illecite diffusioni di propaganda elettorale razzista, e il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit ad avviare un’inchiesta penale relativamente all’incitamento al razzismo da parte del Primo Ministro israeliano.”

“La recentissima dichiarazione di Netanyahu mostra un deciso incremento del suo incitamento razzista all’odio contro gli arabi cittadini di Israele”, ha dichiarato Adalah.

Mercoledì il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che Netanyahu sta conducendo una campagna attraverso Facebook Messenger, utilizzando tecnologia digitale per inviare messaggi tutti uguali.

Un messaggio automatico chiede ai followers se vogliono diventare volontari nella campagna elettorale di Netanyahu, prima di fornire un suggerimento di testo per convincere potenziali elettori a dare il loro voto al Likud, partito del Primo Ministro.

Il messaggio suggerisce di mettere in guardia gli elettori contro la “pericolosa” minaccia dei palestinesi cittadini di Israele e della sinistra israeliana e sostiene che il partito di centro ‘Blu e Bianco’ di Yair Lapid e Benny Gantz unirà le sue forze con la Lista Araba Unita.

“Martedì”, dice il messaggio, “puoi decidere il futuro della nostra Nazione. Il Primo Ministro Netanyahu propone una politica di destra di uno Stato ebraico, di sicurezza e di un Israele forte.

Non possiamo trovarci fra una settimana con un pericoloso governo di sinistra con Lapid, Ayman Odeh, Gantz e Avigdor Lieberman.”

Aggiunge che sarebbe “un debole governo laico di sinistra che si baserebbe sugli arabi che vogliono distruggerci tutti, donne, bambini e uomini, e consentirebbe a un Iran nucleare di eliminarci”, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele – spesso chiamati in Israele “arabi”.

Dopo la rivelazione della chat l’ufficio di Netanyahu ha detto che si trattava dell’ “errore di un collaboratore.” Il capo della coalizione Lista Araba Unita nel parlamento israeliano, Ayman Odeh, ha attaccato Netanyahu per i suoi commenti sui palestinesi cittadini di Israele.

“Netanyahu è uno psicopatico che non possiede limiti e vuole vedere il sangue”, ha scritto Odeh su Twitter, prima di parlare delle continue indagini per corruzione che coinvolgono il Primo Ministro. “Questo ignobile criminale continuerà a spremerci il sangue in quanto pensa che questo lo aiuti a evitare la prigione.”

Odeh ha scritto nel suo tweet di aver denunciato il messaggio automatico a Facebook “per fermare il pericoloso incitamento razzista di Netanyahu contro la popolazione araba.”

Secondo la radio dell’esercito israeliano, dopo che mercoledì Netanyahu ha fatto un discorso alla Knesset, il parlamento israeliano, Odeh lo ha avvicinato e filmato con il suo telefono cellulare, a quanto pare dicendo a Netanyahu: “Sei un bugiardo e sai che stai mentendo”.

Le infuocate parole e le dichiarazioni da “occhio per occhio” giungono nel momento in cui Israele sta per andare alle urne martedì 17 settembre.

Durante le elezioni legislative del 2015 Netanyahu ha usato toni simili per spingere gli elettori ad andare a votare, ammonendo in un video che un governo israeliano di destra era “in pericolo” e che i palestinesi cittadini di Israele stavano recandosi ai seggi elettorali “in massa”.

Nei sondaggi il partito ‘Blu e Bianco’ risulta testa a testa col Likud, il che significa che l’affluenza di palestinesi cittadini di Israele potrebbe costituire un fattore determinante per il risultato finale.I palestinesi cittadini di Israele sono il 21% della popolazione e generalmente votano per i propri partiti che fanno parte della coalizione ‘Lista Araba Unita’, o per i partiti di centro e di sinistra.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)