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Come Israele insegna ai suoi figli a odiare

Asa Winstanley

26 luglio 2019 – Middle East Monitor

Proprio come i bianchi sudafricani, gli ebrei israeliani non rinunceranno mai volontariamente alla loro condizione privilegiata di coloni

L’importante studio accademico dell’intellettuale dissidente Nurit Peled-Elhanan, La Palestina nei libri di scuola israeliani,[vedi la recensione su zeitun.info]  è una lettura essenziale per chiunque voglia comprendere alcune importanti realtà dello Stato e della società israeliani.

In quanto entità di insediamento coloniale, un vero cambiamento della società israeliana non potrà mai provenire dall’interno. Deve essere imposto dall’esterno. Proprio come i bianchi sudafricani, gli ebrei israeliani non rinunceranno mai volontariamente alla loro privilegiata condizione di coloni.

L’apartheid sudafricano è stato sconfitto dalle masse del Sudafrica (con il sostegno di alcuni dissidenti bianchi) e dai loro leader politici, col sostegno di una campagna di solidarietà globale.

Allo stesso modo, l’apartheid israeliano sarà sconfitto dalla lotta palestinese. Questa lotta è sostenuta da una minoranza di dissidenti israeliani e dal movimento internazionale di solidarietà – in particolare dal movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS).

Il libro di Peled-Elhanan è un importante saggio su 17 libri di testo di storia, geografia ed educazione civica adottati nelle scuole israeliane. Come dice nell’intervista che si può vedere in rete (https://youtu.be/pWKPRC-_oSg), la studiosa è arrivata ad alcune nette conclusioni.

Se mai menzionano i palestinesi, i libri di testo ufficiali di Israele danno come insegnamento un “discorso razzista”, che cancella letteralmente la Palestina dalla mappa. Le mappe nei libri di scuola mostrano sempre e soltanto “la terra di Israele”, dal fiume [Giordano, ndtr.] al mare [Mediterraneo, ndtr.].

Spiega come nessuno dei libri di scuola includa “un qualsiasi aspetto culturale o sociale positivo del vitale mondo palestinese: né la letteratura né la poesia, né la storia né l’agricoltura, né l’arte né l’architettura, né i costumi né le tradizioni sono mai menzionati”.

Le rare volte in cui vengono menzionati i palestinesi è in modo straordinariamente negativo e stereotipato: “Tutti [i libri] rappresentano [i palestinesi] secondo icone razziste o in immagini umilianti che li classificano come terroristi, rifugiati o agricoltori arretrati – i tre ‘problemi’ che essi rappresentano per Israele”.

Ne conclude che i libri di testo per bambini “presentano la cultura ebraico-israeliana come superiore a quella arabo-palestinese, la concezione del progressso ebraico-israeliana superiore allo stile di vita arabo-palestinese e il comportamento israeliano-ebraico in linea con i valori universali”.

Il tutto contrapposto ad un racconto stereotipato e fuorviante in merito ai libri di scuola per bambini in Palestina. I libri stampati dall’Autorità Nazionale Palestinese dagli anni ’90 sono spesso dipinti nella demonizzazione anti-palestinese come contenenti le peggiori calunnie antisemite sul popolo ebraico.

Nel complesso, questa narrazione è una oscena montatura istigata da gruppi di propaganda anti-palestinese, come quella gestita dal colono israeliano Itamar Marcus e dal suo “Palestinian Media Watch”.

Il libro di Peled-Elhanan ha demolito in modo esauriente un secondo e complementare mito israeliano: che gli israeliani – in contrasto con i diabolici palestinesi – invece “insegnano ad amare il tuo vicino”, per citare l’ex ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, criminale di guerra.

Sette anni fa, quando fu pubblicato il suo libro, Peled-Elhanan avvertì che, contrariamente alle speranze liberali di cambiamento dall’interno della società israeliana, le cose si stavano muovendo “sempre più indietro” e che all’epoca i libri di testo erano poco più che “manifesti militaristi”.

Abbiamo tre generazioni di studenti che non sanno nemmeno dove siano i confini” tra la Cisgiordania e il resto della Palestina storica, dice angosciata nella suddetta intervista, filmata nel 2011.

A sette anni dalla pubblicazione del libro le cose sono solo ulteriormente peggiorate.

Lo si può vedere nel video, circolato sui social media questa settimana, dei giovani soldati israeliani che festeggiavano e applaudivano dopo aver fatto saltare le case palestinesi a est di Gerusalemme. Quei soldati sono proprio il prodotto del sistema educativo israeliano.

Poiché la violenta oppressione israeliana di un intero popolo indigeno diventa sempre più evidente nel mondo, l’opinione pubblica si sta progressivamente spostando contro Israele, anche negli Stati Uniti tra gli elettori già sostenitori e la base attivista del Partito Democratico.

Dato che Israele può contare sempre meno sull’appoggio esterno, diventa sempre più importante che lo Stato dell’apartheid si prepari a difendersi e si assicuri che nella prossima generazione di coloni e soldati sia inculcata l’ideologia ufficiale dello stato israeliano: il sionismo.

Il mese scorso è emerso che Israele ha iniziato a richiedere a tutti gli studenti delle scuole superiori – compresi quei palestinesi che sono “cittadini” di seconda classe di Israele – di superare un corso online di propaganda governativa prima di poter partecipare a viaggi all’estero.

Secondo il gruppo palestinese per i diritti umani Adalah, il corso “promuove l’ideologia razzista”, facendo il lavaggio del cervello agli studenti con la leggenda che i palestinesi sono dei selvaggi intrinsecamente violenti.

Adalah riporta una domanda che chiede: “In che modo le organizzazioni palestinesi utilizzano i social network digitali?” La risposta richiesta è “incoraggiando la violenza”.

“Un’altra domanda chiede agli studenti di identificare le origini dell’antisemitismo moderno”, spiega Adalah. “La risposta corretta per l’esame è ‘le organizzazioni musulmane’ e il movimento BDS.”

In questo modo, Israele sta insegnando ai suoi figli a odiare: odiare i palestinesi, odiare i musulmani, odiare gli arabi in generale e odiare chiunque sostenga o si schieri solidale con loro contro l’oppressione.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduz. di Luciana Galliano)




Palestinesi israeliani respingono le scuse di Ehud Barak

Maureen Clare Murphy

24 July 2019 – Electronic Intifada

Questa settimana l’associazione per i diritti umani Adalah ha affermato che le scuse di Ehud Barak per il suo ruolo nel massacro di manifestanti palestinesi nell’ottobre 2000 “non valgono niente.”

Barak era primo ministro di Israele quando 13 dimostranti palestinesi disarmati, tutti cittadini di Israele tranne un uomo di Gaza, vennero uccisi dalla polizia nella prima settimana di quel mese.

L’ex-primo ministro “ordinò alla polizia israeliana di utilizzare mezzi letali –compresi cecchini” contro i manifestanti, afferma Adalah.

Le sue scuse “non hanno alcun valore finché non verrà presentato un rinvio a giudizio contro i poliziotti israeliani responsabili della strage dell’ottobre 2000.”

Il gesto, aggiunge Adalah, è vuoto in quanto “la violenza della polizia contro i cittadini palestinesi di Israele continua fino ai nostri giorni.”

Provocazione e proteste

Le proteste dell’ottobre 2000 vennero provocate dalla visita nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme dell’allora leader dell’opposizione Ariel Sharon, accompagnato da un ingente contingente di poliziotti.

La provocazione di Sharon e la letale repressione delle proteste fu il catalizzatore della seconda Intifada.

“Mi prendo ogni responsabilità per quanto successe durante il mio incarico come primo ministro, compresi gli avvenimenti del 2000, quando vennero uccisi cittadini arabi di Israele e un palestinese di Gaza,” ha detto martedì Barak alla radio pubblica israeliana.

“Non c’è ragion d’essere per l’uccisione di manifestanti da parte della sicurezza e delle forze di polizia dello Stato di Israele, il loro Stato. Esprimo il mio rincrescimento alle famiglie (delle persone uccise) e alla comunità araba,” ha aggiunto.

Attualmente Barak guida il partito “Israele Democratico” e sta facendo di tutto per garantirsi un altro mandato come primo ministro.

In settembre si terranno nuove elezioni dopo che l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un nuovo governo dopo il voto di aprile.

Barak è stato incalzato da notizie riguardanti la sua collaborazione in affari e il suo rapporto personale con Jeffrey Epstein, il finanziere americano condannato per reati sessuali che deve affrontare imputazioni per traffico sessuale di minori dai 14 anni in su.

Non vogliamo essere una foglia di fico”

Le scuse di Barak sono state viste come un tentativo di corteggiare il voto dei palestinesi cittadini di Israele. Il suo ruolo nelle uccisioni dell’ottobre 2000 si è dimostrato un ostacolo per la formazione di una coalizione con il partito della sinistra sionista Meretz. Esawi Frej, un deputato del Meretz nel parlamento israeliano e palestinese cittadino dello Stato, ha detto che “gli arabi non vogliono essere una foglia di fico e un salvagente. Vogliamo essere partner.” Frej ha anche citato l’incarico di Barak come ministro della Difesa durante la presidenza di Netanyahu. Era titolare di quella carica durante l’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nel dicembre 2008 [l’operazione “Piombo Fuso”, ndtr.].

Più di 1.400 palestinesi, compresi circa 1.200 civili, vennero uccisi durante l’offensiva di tre settimane.

“Se ci alleassimo con lui, mi dovrei difendere dagli sputi nelle strade arabe,” ha aggiunto Frej.

I padri di due palestinesi uccisi nell’ottobre 2000 dalla polizia in seguito agli ordini di Barak hanno rifiutato le scuse.

“Per noi è stato lui che ha ucciso i nostri figli e ha dato gli ordini, e lui, come altri ufficiali e comandanti, deve andare in prigione,” ha detto al quotidiano di Tel Aviv Haaretz Ibrahim Siyam, il cui figlio Ahmad era tra le vittime.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Adolescenti obbligati a seguire un corso propagandistico di Israele prima di viaggiare all’estero

Tamara Nassar

19 luglio 2019 – Electronic Intifada

Il ministero dell’Educazione di Israele sta pretendendo che tutti gli studenti di scuole superiori, compresi cittadini palestinesi di Israele, seguano un corso propagandistico e facciano una prova di verifica come condizione per andare a fare un viaggio scolastico all’estero.

Lo scorso mese “Adalah”, un gruppo di assistenza legale per i palestinesi di Israele, ha inviato una lettera al ministero dell’Educazione chiedendo che elimini questa imposizione e ponga fine al corso di hasbara [propaganda israeliana, ndtr.].

Il ministero dell’Educazione israeliano sta cercando di trasformare gli studenti della secondaria in propagandisti incaricati di diffondere un’ideologia estremamente razzista,” ha affermato l’avvocatessa di “Adalah” Nareman Shehadeh-Zoabi. “È vergognoso e illegale.”

Adalah” agisce per conto dell’istituto educativo “Masar”, che gestisce alcune scuole a Nazareth.

Una delle sue scuole aveva un programma di scambi con una scuola superiore in Svezia destinato a favorire il dialogo internazionale e lo scambio culturale.

Ma la scuola ha dovuto bloccare il programma come unico modo per evitare di sottoporre i propri studenti alla propaganda razzista, e specificamente antiaraba, del governo israeliano.

Gli studenti sono obbligati a guardare una serie di video prima di essere sottoposti a una verifica.

Le domande sono volte ad inculcare “una visione politica radicale e razzista che vede i palestinesi, gli arabi e i musulmani come terroristi e come una minaccia,” afferma “Adalah”.

Ogni domanda ha una sola risposta “corretta” che è una “presa di posizione politica che lo studente deve assimilare.”

I video sono una sorta di brutale lavaggio del cervello che tenta di modellare la visione del mondo di adolescenti che gli ideatori del corso ritengono opportuna,” aggiunge la lettera.

Il corso è particolarmente offensivo per gli studenti palestinesi, che per essere promossi sono “obbligati a interiorizzare affermazioni umilianti su se stessi e sulle loro famiglie,” cosa che “Adalah” definisce un “palese insulto” e una violazione della legge.

Falsa informazione

Il corso insegna agli studenti che fonti contemporanee di antisemitismo includono il BDS – il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi – così come quelle che definisce “organizzazioni musulmane”.

In realtà secondo “Adalah” il BDS è radicato nei principi universali di giustizia, libertà e uguaglianza e “si oppone per principio a ogni forma di razzismo, compresi islamofobia e antisemitismo.”

Una domanda chiede agli studenti come le organizzazioni palestinesi usino le reti sociali online. Secondo Adalah delle quattro possibili risposte quella “corretta” è “per incoraggiare la violenza”.

Adalah” sostiene che il corso impone agli studenti anche affermazioni politiche relative al ritiro di coloni da Gaza da parte di Israele nel 2005 e altri argomenti riguardanti il conflitto tra palestinesi e israeliani.

Il solo fatto di presentare in questo modo così unilaterale questioni che per loro natura richiedono dialogo trasmette agli studenti un messaggio sbagliato e vanifica ogni tentativo di educarli al dialogo e a esaminare problemi complessi da ogni punto di vista prima di formulare un’opinione,” afferma la lettera.

Parco solo per gli ebrei

All’inizio di questo mese a Shehadeh-Zoabi e al suo bambino è stato negato l’ingresso in un parco pubblico nella città settentrionale di Afula.

L’avvocatessa ha trovato un cartello che stabilisce che il parco è aperto solo agli abitanti di Afula.

Quando la guardia di sicurezza ha appreso che venivano dalla città prevalentemente palestinese di Nazareth, alla madre e al bambino è stato vietato l’ingresso.

Mi sono sentita profondamente umiliata dalla situazione,” ha detto Shehadeh-Zoabi.

Mentre mi veniva impedito di entrare ed ero obbligata ad andarmene – solo perché vengo dalla città araba di Nazareth – gli abitanti ebrei entravano liberamente nel parco di cui avevo così spesso usufruito con mio figlio.”

Secondo “Adalah” il divieto è stato emanato in seguito all’esplicita promessa elettorale del sindaco di Afula Avi Elkabetz di agire contro quella che ha definito la “conquista del parco” da parte degli abitanti delle vicine città arabe.”

Adalah” ha affermato che il divieto “intende in primo luogo impedire agli abitanti delle vicine comunità arabe di far uso della vasta struttura.”

In seguito a una petizione da parte di “Adalah”, il 14 luglio un tribunale di Nazaret ha ordinato ad Afula di annullare il divieto di ingresso nel parco per i non residenti.

Lo scorso mese, mentre organizzava una manifestazione per protestare contro la vendita di una casa a una famiglia araba in città, il consigliere comunale Itai Cohen ha detto alla radio militare israeliana che il Comune è intenzionato a garantire che “Afula conservi il suo carattere ebraico.”

Per chiunque cerchi una città mista Afula non è il posto giusto,” ha detto Cohen. “Siamo un luogo di destra con caratteristiche ebraiche.”

Il ministro dell’educazione sostiene l’apartheid

Il ministro dell’Educazione israeliano Rafi Peretz, nominato il mese scorso, ha evidenziato il suo sostegno alla formalizzazione dell’apartheid.

Lo scorso sabato, durante un’apparizione sul Canale 12 israeliano, Peretz ha affermato di volere che Israele “estenda la propria sovranità” su tutta la Cisgiordania occupata, ma senza dare ai palestinesi il diritto di voto.

Alla domanda se ciò non costituisse apartheid, Peretz non ha escluso la possibilità che lo sia,” ha informato il giornale Haaretz.

Nella società e nello Stato di Israele viviamo in una situazione molto complicata, e dovremo trovare le soluzioni,” ha detto Peretz.

Durante la stessa intervista il ministro ha appoggiato la “terapia di conversione” – una screditata pratica pseudoscientifica che tenta di cambiare l’orientamento sessuale e che può danneggiare gravemente chi vi viene sottoposto – ed ha affermato di averla fatta lui stesso.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condannato come “inaccettabili” i giudizi di Peretz sulla terapia di conversione, ma non ha detto niente sul suo evidente sostegno all’apartheid.

In seguito Peretz ha ritirato i suoi commenti riguardo alla terapia di conversione, definendo la pratica “illegittima e grave” e affermando che vi si oppone.

Migliaia di insegnanti, attivisti e associazioni scolastiche avevano firmato una petizione chiedendo che Peretz venisse cacciato per le sue affermazioni se non le avesse ritirate e minacciato uno sciopero.

Mentre i commenti di Peretz sulla terapia di conversione in Israele hanno provocato una condanna unanime, quelli che sostengono l’apartheid sono stati accolti dal silenzio quasi totale.

Di recente Peretz ha anche paragonato la percentuale di matrimoni misti tra gli ebrei statunitensi a un “secondo Olocausto.”

Secondo la rivista Axios, egli ha fatto queste osservazioni durante un consiglio dei ministri all’inizio di questo mese.

Hamas condanna affermazioni antiebraiche

Le dichiarazioni di Peretz sull’apartheid giungono la stessa settimana in cui l’importante dirigente di Hamas Fathi Hammad ha invocato l’uccisione di ebrei “ovunque nel mondo”.

L’organizzazione della resistenza palestinese ha preso le distanze dalle affermazioni di Hammad, sostenendo che “non riflettono le posizioni ufficiali di Hamas né la sua politica, secondo cui la nostra lotta è solo contro l’occupazione israeliana della nostra terra che dissacra i nostri luoghi santi.”

Di nuovo, la nostra lotta non è contro gli ebrei altrove o contro l’ebraismo come religione,” ha aggiunto l’organizzazione. “Hamas ha condannato e continua a condannare ogni attacco contro gli ebrei e i loro luoghi di culto in tutto il mondo.”

Ciò è coerente con i principi guida di Hamas aggiornati nel 2017, che rifiutano esplicitamente l’antisemitismo.

Il documento politico dell’organizzazione afferma che “il conflitto è con il progetto sionista e non contro gli ebrei a causa della loro religione.”

Aggiunge: “Hamas non conduce una lotta contro gli ebrei in quanto tali ma contro i sionisti che occupano la Palestina. Ma sono i sionisti che identificano costantemente l’ebraismo e gli ebrei con il loro progetto coloniale e la loro entità illegale.”

Hamas ha anche commentato le dichiarazioni di Hammad riguardo alla Grande Marcia del Ritorno, ripetendo che le manifestazioni che continuano dal marzo dello scorso anno sono “pacifiche e popolari.”

Omar Shakir, il direttore dell’ufficio di “Human Right Watch” [Ong USA per la difesa dei diritti umani, ndtr.], ha condannato le affermazioni di Hammad.

Nickolay Mladenov, inviato dell’ONU per il Medio Oriente, ha definito il comunicato di Hammad “pericoloso, ripugnante e provocatorio.”

Ma Mlademov – che non ha detto niente riguardo alle affermazioni di Peretz –in precedenza si è presentato insieme all’ex-ministro dell’Educazione Naftali Bennett [dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], che elogia apertamente l’uccisione di arabi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I tribunali israeliani possono garantire la giustizia ai palestinesi?

Ben White

17 luglio 2019 – Al Jazeera

Critiche mettono in dubbio il ricorso alla Corte Suprema dopo che essa ha consentito la demolizione di edifici sotto controllo palestinese

La demolizione di edifici di proprietà di palestinesi da parte delle forze israeliane nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est è un avvenimento frequente.

Ma a Sur Baher, un quartiere sudorientale di Gerusalemme, incombe una demolizione di massa senza precedenti, con l’approvazione della Corte Suprema israeliana.

Dieci edifici abitati o in via di costruzione, che contano decine di appartamenti, sono stati segnati per essere distrutti, dopo aver contravvenuto a un ordine militare israeliano del 2011 che proibisce la costruzione all’interno di una zona cuscinetto di 100-300 metri dal muro di separazione.

Mentre la maggior parte di Sur Baher si trova all’interno dei confini municipali della Gerusalemme est unilateralmente annessa da Israele, parte della terra della comunità è in Cisgiordania – terreno che tuttavia è finito sul lato “israeliano” del muro condannato internazionalmente che è stato dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Lo scorso mese la Corte Suprema israeliana ha dato il permesso di demolizione a Sur Baher, benché gli edifici in questione siano stati costruiti su terreni destinati al controllo civile dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), da cui sono stati regolarmente ottenuti permessi edilizi.

Le autorità israeliane hanno fissato la scadenza per giovedì 18 luglio.

La documentazione parla chiaro”

La decisione della Corte Suprema non corrisponde alla sua fama internazionale come difensore di diritti umani. In effetti la Corte è stata a lungo una maledizione per parte della destra israeliana, che si è lamentata di una presunta tendenza progressista e di un’interferenza giudiziaria con le leggi.

Ma Hagai El-Ad, direttore esecutivo dell’Ong [israeliana, ndtr.] per i diritti umani “B’Tselem”, dice ad Al Jazeera che per “avere una visione adeguata riguardo alla Corte Suprema, è necessario esaminare quello che ha fatto finora.

E questi dati parlano chiaro, dimostrano in modo inequivocabile come la Corte abbia costantemente respinto i ricorsi presentati dai palestinesi, mentre ha fornito il beneplacito legale a sistematiche violazioni dei diritti umani, compresi trasferimenti forzati, punizioni collettive, impunità generalizzata per le forze di sicurezza israeliane e tortura,” aggiunge.

Sawsan Zaher, vice direttrice esecutiva del centro per i diritti giuridici “Adalah”, con sede ad Haifa, è d’accordo. “Se si guarda alla Corte Suprema riguardo ai territori palestinesi occupati, nella grande maggioranza dei casi essa ha respinto ricorsi che contestavano violazioni delle leggi umanitarie internazionali, indipendentemente dal fatto che i giudici fossero conservatori o più “progressisti”, dice ad Al Jazeera.

Secondo Zaher l’approccio della Corte alle petizioni presentate da cittadini palestinesi è differenziato. “Alcune sono accolte, in genere quelle riguardanti i classici casi di discriminazione, come quelli riguardanti la destinazione dei fondi,” dice Zaher.

Ma aggiunge che la Corte usa “ogni genere di scusa e di interpretazione per giustificare il rigetto” quando si tratta di “casi che sono al centro del conflitto nazionale tra lo Stato e i cittadini palestinesi come minoranza” e dell’“esistenza di Israele come ‘Stato ebraico’”, comprese le questioni relative a “terra e demografia”.

Pianificazione discriminatoria

Ma è l’intervento – o il mancato intervento – della Corte sul sistema discriminatorio di pianificazione di Israele e sulle conseguenti demolizioni di case palestinesi che recentemente forse è stato più sotto i riflettori, anche nei casi particolarmente gravi in attesa di espulsione forzata, come nel caso del villaggio di Khan al-Ahmar.

In aprile i giudici hanno respinto un ricorso sulla demolizione di case palestinesi costruite senza permesso, chiarendo che non avrebbero discusso il sistema di pianificazione in cui tali demolizioni avvengono – ma solo se le strutture erano state costruite “legalmente” o meno.

In un rapporto di quest’anno sulla “responsabilità” della Corte Suprema per la “spoliazione dei palestinesi”, B’Tselem ha affermato che, per quanto a sua conoscenza, “non c’è stato neppure un singolo caso in cui i giudici abbiano accolto un ricorso presentato dai palestinesi contro la demolizione delle loro case.”

Per Dalia Qumsieh, un’esperta consulente giuridica dell’Ong per i diritti dei palestinesi “Al-Haq”, il caso di Sur Baher “dimostra uno schema costante della Corte (Suprema) che si rifiuta di prendere le distanze dai progetti del governo e accoglie persino ogni sua richiesta: “In generale la Corte non mette in discussione la legalità di politiche o misure in sé,” dice ad Al Jazeera. “Al contrario, si concentra su dettagli tecnico-legali che riguardano la messa in pratica di tali politiche.

Il massimo risultato che si può ottenere essendo palestinese con una causa nel sistema israeliano non può andare oltre le tutele minime, ora ancora più difficili da ottenere,” aggiunge.

Altri dicono che persino quelle “tutele minime” sono minacciate.

“La composizione della Corte Suprema è cambiata,” afferma Zaher, indicando le nomine giudiziarie del 2017 fatte dall’allora ministra della Giustizia Ayelet Shaked [esponente del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.].

“Oggi la critica dei conservatori alla Corte è cambiata: invece di accuse riguardo a un approccio “progressista” verso le richieste della minoranza araba, la destra sta criticando persino la facoltà della Corte di discutere della costituzionalità delle leggi,” aggiunge Zaher, descrivendo come negativa la parabola della Corte.

Complicità nel rafforzamento

Secondo Qumsieh, mentre la Corte “non è mai stata un vero luogo in cui è stata fatta giustizia per i palestinesi,” gli ultimi anni hanno visto “gravi sviluppi riguardanti il lavoro della Corte”, e in particolare lo “legame sempre più stretto” tra essa e il governo israeliano.

“Questo legame è passato dal fare pressione sui ricorrenti palestinesi perché accettino i progetti dell’esercito israeliano a dettare effettivamente al governo quello che deve fare per legalizzare politiche illegali,” aggiunge, citando il caso della revoca della residenza a Gerusalemme a politici affiliati ad Hamas. Per qualcuno, come El-Ad di B’Tselem, la situazione dell’attività giurisprudenziale della Corte significa che “la domanda è: per quale fine realistico si avvia una causa davanti ad essa?”

Per avvocati e gruppi per i diritti umani, palestinesi e israeliani, il vantaggio di impegnarsi in un giudizio con la Corte Suprema rimane una questione aperta.

“La Corte non ha mai sinceramente messo in discussione nessuna delle principali politiche che tengono in piedi l’occupazione,” afferma Qumsieh, “fino a diventarne un pilastro.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele isola università palestinesi

Maureen Clare Murphy

11 luglio 2019 – Electronic Intifada

Israele sta isolando le università palestinesi per obbligare studiosi internazionali a lasciare i propri incarichi accademici nella Cisgiordania occupata.

Due gruppi palestinesi per i diritti umani, così come l’università di Birzeit, stanno chiedendo a Israele di togliere le restrizioni che impediscono ad accademici internazionali di lavorare in Cisgiordania e di rendere nota “una procedura chiara e legale per il rilascio di visti di ingresso e di lavoro.”

La politica di Israele di negare a stranieri l’ingresso in Cisgiordania, così come di negare e non trattare per tempo le richieste per l’estensione dei visti, ha colpito decine di studiosi che lavorano nelle università palestinesi.

Ranking a rischio

L’istituzione educativa e i gruppi per i diritti affermano che le restrizioni israeliane minacciano il ranking di Birzeit, inclusa nel 3% delle migliori università del mondo. La percentuale di docenti e studenti internazionali è un indicatore fondamentale per determinare il livello dell’università.

Impedendo a Birzeit di assumere corpo docente straniero, Israele sta ostacolando la sua possibilità di funzionare come un’università che risponda agli standard internazionali,” hanno affermato l’università e i gruppi per i diritti “Al-Haq” e “Adalah”.

Negli ultimi due anni quattro docenti a tempo pieno e tre a tempo parziale di Birzeit, la più antica università palestinese aperta in Cisgiordania, sono stati obbligati a lasciare il Paese e non hanno potuto continuare ad insegnare dopo che Israele ha rifiutato di rinnovare i loro visti.

Quest’anno Israele ha negato l’ingresso a due [docenti] stranieri con contratti a tempo pieno alla Birzeit. Sei membri del corpo docente sono attualmente senza visto valido e altri cinque, compreso un direttore di dipartimento, “sono all’estero senza chiare indicazioni se potranno tornare.”

Decine di membri del personale e docenti stranieri sono stati “colpiti durante gli ultimi due anni dalle restrizioni israeliane riguardo alle richieste di nuovi visti o di prolungamento del visto o dal rifiuto di consentire loro di entrare in Cisgiordania.”

Molti sono palestinesi con passaporto internazionale e la maggioranza proviene dagli USA e da Stati membri dell’Unione Europea.

La politica di Israele nei confronti degli accademici stranieri “viola la libertà delle università di espandere le aree di ricerca e di studio che offrono agli studenti sia palestinesi che stranieri. Di conseguenza Israele sta impedendo alla popolazione palestinese occupata di decidere da sé che tipo di educazione voglia avere.”

Un regolamento emanato dal COGAT, il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana, consente a “docenti ed esperti” stranieri di presentare domanda per un visto di soli tre mesi. Nel contempo le università israeliane “possono reclutare professori stranieri con una procedura separata che consente l’ingresso e il lavoro di stranieri per periodi fino a cinque anni.”

Regime dei permessi

Il regime dei permessi israeliani impedisce ai palestinesi di Gaza di studiare nelle università della Cisgiordania e viceversa.

Una volta gli studenti di Gaza rappresentavano il 35% degli iscritti nelle università della Cisgiordania. A causa del blocco israeliano che dura da più di 10 anni, lo scorso anno la disoccupazione tra i neolaureati ha raggiunto a Gaza circa l’80%.

Le associazioni internazionali di docenti, comprese l’“Associazione per gli Studi sul Medio Oriente”, con sede negli USA, “Docenti della California per la Libertà Accademica” e la “Società Britannica per gli Studi sul Medio Oriente”, hanno condannato le restrizioni israeliane sui docenti stranieri nelle università palestinesi. Nel contempo accademici e ricercatori europei hanno chiesto la fine dei finanziamenti dell’UE alle istituzioni accademiche israeliane con “stretti legami con l’industria militare israeliana.”

L’Unione Europea ha destinato più di 800 milioni di dollari ai ricercatori israeliani, soprattutto attraverso il suo programma di finanziamenti “Horizon 2020”.

Dal 2004 gruppi della società civile palestinese hanno chiesto un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

L’appello al boicottaggio afferma che tali istituzioni “hanno contribuito direttamente a mantenere, difendere o comunque giustificare” l’oppressione dello Stato di Israele o “con il loro silenzio” sono state complici.

In quella che si dice sia la prima volta, un’associazione di studiosi della salute mentale ha appena annullato il progetto di tenere la sua conferenza del 2021 a Gerusalemme.

ENMESH” avrebbe preso la decisione dopo la reazione fortemente negativa di alcuni membri della direzione che non vogliono che l’organizzazione passi i prossimi due anni sotto pressione da parte di attivisti solidali con i palestinesi.

Secondo il giornale israeliano Haaretz, “è la prima volta che un’organizzazione di questo genere fa marcia indietro su sulla decisione già approvata di tenere un convegno in Israele, dimostrando il fatto che la campagna di boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane forse sta prendendo piede.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Sparare ai manifestanti mentre si riposano: le nuove regole d’ingaggio di Israele

Maureen Clare Murphy

28 giugno 2019 – Electronic Intifada

Sparare ai “principali istigatori” durante le proteste disarmate a Gaza quando si stanno riposando. Aprire il fuoco contro adolescenti che cercano di andare a pregare a Gerusalemme benché non rappresentino un pericolo.

Questo è il normale, ingiustificato e criminale uso letale di armi da fuoco contro palestinesi da parte delle forze di occupazione israeliane.

Un documento dell’esercito israeliano afferma che i cecchini hanno il permesso di sparare a palestinesi che essi ritengano essere “i principali istigatori” o “principali facinorosi” durante le proteste della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

L’esercito definisce “principali istigatori” le persone che “dirigono o guidano attività” durante le proteste, come “posizionamento tattico” e bruciare copertoni.

Principali facinorosi” sono definiti quelli il cui comportamento “determina le condizioni grazie alle quali irruzioni di massa o infiltrazioni” in Israele da Gaza possono avvenire.

Il documento dell’esercito israeliano afferma che ai cecchini è consentito “sparare a un istigatore importante” mentre “si allontana temporaneamente dalla folla e si riposa prima di continuare la sua attività.” Il documento presenta simili azioni come un esempio di “moderazione” e suggerisce che tali precauzioni riducono il rischio di “colpire qualcun altro”.

Israele giustifica l’uso di forza letale contro manifestanti definendo le mobilitazioni della “Grande Marcia del Ritorno” – manifestazioni nelle zone orientale e settentrionale di Gaza tenute periodicamente dall’inizio dello scorso anno – una “sommossa” o “violenti disordini” che pongono una minaccia all’esercito e alle sue infrastrutture o in qualche caso a quelle civili.

Afferma anche che il confine di Gaza “separa due parti di un conflitto armato”, una tesi rifiutata da una commissione d’inchiesta ONU che ha stabilito che le manifestazioni sono di carattere civile. Associazioni per i diritti umani affermano che le proteste di massa lungo i confini sono una questione civile di applicazione della legge regolata dal quadro delle leggi internazionali sui diritti umani.

Una di queste organizzazioni, “Adalah”, chiede che Israele proibisca l’uso di proiettili veri contro i manifestanti.

Secondo Adalah il concetto di “principali istigatori non è né fissato dalle leggi internazionali,” né è stato definito dalle autorità durante audizioni dello scorso anno presso l’alta corte israeliana in seguito alle richieste di gruppi per i diritti che contestavano gli ordini dell’esercito di aprire il fuoco.

Secondo Adalah allora la corte “ha accolto in toto la posizione dell’esercito israeliano”, sentenziando che l’uso di proiettili veri potrebbe essere consentito solo quando ci sia “un immediato e imminente pericolo per le forze o per i civili israeliani.”

Più di 200 palestinesi, tra cui 44 minori, sono stati uccisi e circa 8.500 feriti da proiettili veri durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno.

Gli esperti indipendenti sui diritti umani nominati dall’ONU per indagare sull’uso della forza da parte di Israele contro la Grande Marcia del Ritorno hanno preso in considerazione tutte le vittime delle proteste avvenute dall’inizio delle manifestazioni, il 30 marzo 2018, fino alla fine di quell’anno.

La commissione di inchiesta ha notato solo un incidente, il 14 maggio 2018, “che può aver rappresentato una ‘partecipazione diretta alle ostilità’” e un altro il 12 ottobre di quell’anno “che potrebbe aver costituito una ‘imminente minaccia di vita o di gravi conseguenze’ per le forze di sicurezza israeliane.”

In tutti gli altri casi la commissione ha scoperto che “l’uso di proiettili letali da parte delle forze di sicurezza israeliane contro manifestanti è stato illegale.”

Giustificazione retroattiva

Suhad Bishara, avvocatessa di Adalah, ha affermato che l’idea di “principale istigatore” è stata “creata retroattivamente per giustificare il fatto di aver sparato contro persone che non rappresentavano un pericolo reale e immediato per soldati o civili israeliani.”

Ha aggiunto che il tentativo dell’esercito di giustificare l’uso di proiettili veri contro dimostranti disarmati “deriva da un totale disprezzo per la vita umana.”

Il disprezzo israeliano riguardo alla vita dei palestinesi non si limita a Gaza ed è stato esemplificato dalla recente uccisione di un adolescente mentre l’ultimo venerdì di Ramadan tentava di raggiungere Gerusalemme per pregare nella moschea di al-Aqsa con la sua famiglia.

Durante il Ramadan Israele riduce le restrizioni che impediscono ai palestinesi della Cisgiordania il libero accesso ai luoghi sacri a Gerusalemme. Anche con le limitazioni parzialmente revocate, i palestinesi devono attraversare posti di controllo militari e quest’anno ai maschi tra i 16 e i 30 anni è stato vietato di entrare a Gerusalemme durante il Ramadan.

Il 31 maggio questo divieto ha portato Luai Ghaith a accompagnare suo nipote e suo figlio di 15 anni Abdallah nei pressi del muro di Israele in modo che potessero arrampicarvisi e incontrarsi dall’altra parte con i membri della loro famiglia che avevano il permesso di attraversare il posto di controllo.

Dopo che Abdallah e suo cugino si sono arrampicati sul filo spinato e hanno raggiunto un percorso tra il filo spinato e il muro, il cugino ha visto un ufficiale della polizia di frontiera.

Secondo B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani,“è tornato indietro sul filo spinato e ha gridato ad Abdallah di scappare. A quel punto poliziotti di frontiera hanno sparato due pallottole calibro 0,22 contro Abdallah, una delle quali lo ha colpito al petto.”

Abdallah è riuscito a saltare indietro sul filo spinato e correre via per alcuni metri prima di crollare al suolo.”

Luai Ghaith ha detto a B’Tselem che suo figlio “era così eccitato all’idea di andare a pregare ad al-Aqsa l’ultimo venerdì di Ramadan. L’ufficiale della polizia israeliana che gli ha sparato non ne sapeva niente di tutto ciò.”

Nessuna giustificazione”

Circa un’ora prima che Abdallah venisse ferito a morte, nello stesso luogo poliziotti di frontiera hanno sparato e ferito un ventenne palestinese che cercava di raggiungere Gerusalemme per pregare.

Non ci possono essere scusanti per questo uso delle armi da fuoco, con queste conseguenze prevedibilmente letali,” ha affermato B’Tselem. “Ciò dimostra quanto poco contino le vite dei palestinesi agli occhi sia dei poliziotti sul campo che di tutta la catena di comando che consente che tali azioni avvengano.”

Secondo B’Tselem né Abdallah né l’uomo colpito poco prima rappresentavano alcun pericolo per i poliziotti di frontiera che hanno sparato contro di loro: “Non si tratta di un caso di pericolo mortale, o di un qualunque pericolo in assoluto.”

Nessuno sarà chiamato a rendere conto della morte di Abdallah, né la famiglia riceverà un risarcimento in quanto Israele ha “approvato una legge che ha strategicamente escluso per i palestinesi ogni opzione praticabile per denunciare lo Stato per danni.”

Finora quest’anno più di 70 palestinesi sono morti a causa del fuoco israeliano.

Secondo B’Tselem, “il fatto che il prevedibile e mortale risultato di questa vergognosa condotta sia accolto dall’indifferenza dell’opinione pubblica e che questo comportamento riceva il totale sostegno di tutte le istituzioni ufficiali dimostra solo quanto poco valore sia attribuito alle vite dei palestinesi.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come sarebbe uno Stato di Israele non coloniale?

Nasim Ahmed

3 marzo 2019 – Middle East Monitor

Mentre si avvicinano le elezioni [israeliane, ndt.] del 9 aprile, MEMO intervista i parlamentari ed ex parlamentari arabi della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] in merito alla loro esperienza di lavoro all’interno del sistema politico israeliano e alle loro speranze per il futuro.

Il contrasto tra democrazia ed etnocrazia è al centro della narrazione israeliana. I fondatori dello Stato erano convinti di gettare le basi di uno Stato democratico, che si sarebbe impegnato per il bene di “tutto il suo popolo”. La Dichiarazione di Indipendenza israeliana era chiara sul fatto che si sarebbe trattato di uno Stato fondato sui principi di “libertà, giustizia e pace, guidato dalle visioni dei profeti di Israele; avrebbe garantito pieni ed eguali diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni in base a differenze di fede religiosa, razza o sesso; avrebbe garantito libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura”.

Nobili ideali, certo, tuttavia la narrazione ufficiale è servita non solo a nascondere il razzismo insito nel sionismo, ma anche le sfide inconciliabili che nascono dall’imposizione di un’etnocrazia in una terra già popolata da un popolo appartenente a un diverso gruppo etnico. Coloro che hanno capito cosa avrebbe comportato il sionismo, come ad esempio il compianto giornalista Christopher Hitchens, si sono opposti ad esso per principio: “Sono un anti-sionista, sono una di quelle persone di origine ebraica che credono che il sionismo sarebbe un errore anche se non ci fossero i palestinesi”. Hitchens, che molti considerano uno dei più forti sostenitori dei valori liberali occidentali e un altrettanto strenuo oppositore del dogmatismo, ha inoltre dichiarato che non avrebbe mai potuto accettare il presupposto di uno Stato ebraico, perché si trattava di “un’idea stupida, messianica e superstiziosa”.

Il contrasto tra quell’idea e gli ideali dei padri fondatori di Israele è stato un tema ricorrente sia per i sostenitori dello Stato che per i suoi oppositori. Di solito, i sostenitori di Israele sono segnati da dogmatismo. Il ministro degli Interni britannico, Sajid Javed [del partito Conservatore, di origine pakistana, ndt.], per esempio, ha citato la narrazione della fondazione di Israele quando ha dichiarato “Se dovessi andare a vivere in Medio Oriente, c‘è solo un posto in cui potrei andare. Israele!” Spiegando perché non andrebbe in nessun Paese a maggioranza musulmana, ha aggiunto che Israele è “l’unica Nazione in Medio Oriente che condivide gli stessi valori democratici della Gran Bretagna e l’unica Nazione in Medio Oriente in cui la mia famiglia sentirebbe il caloroso abbraccio della libertà e dell’indipendenza“.

Javed è un simbolo per coloro che sono pro-Israele e scattano in sua difesa armati di nient’altro che frasi fatte per affrontare la realtà di undici milioni di palestinesi che non hanno mai provato alcun “caloroso abbraccio di libertà e indipendenza” da parte di Israele. Essi sono la prova vivente dell’inconciliabile contrasto tra democrazia ed etnocrazia intessuto nel paradosso sionista, emerso in modo così catastrofico che perfino ex primi ministri dello Stato sionista hanno manifestato la loro preoccupazione per la tendenza (di Israele) a diventare uno Stato di apartheid.

Quasi nessuno ha conosciuto tale contrasto in Israele meglio di Haneen Zoabi. La parlamentare della Knesset ha deciso di non partecipare alle prossime elezioni, in aprile. Nonostante ciò, mi ha detto che spera di risolvere un giorno la situazione e trasformare Israele da regime coloniale a democrazia piena, che non discrimini sulla base di chi è o non è ebreo. Membro del partito arabo-israeliano Balad, Zoabi è parlamentare dal 2009 e al centro della tensione che scuote il cuore di Israele, i cui sostenitori non hanno mai smesso di ricordarci, a sostegno della loro tesi, che “l’unica democrazia del Medio Oriente” ha Zoabi e un’altra decina di membri arabi in parlamento.

Come riesce a conciliare il fatto di essere una parlamentare della Knesset con l’aver denunciato che Israele non è una vera democrazia? “Quando gli Stati Uniti hanno permesso agli afroamericani di salire in autobus, ma hanno preteso che sedessero solo nei posti in fondo, ecco, questa era forse uguaglianza?” ha risposto tuonando. “Sei nella Knesset, ma non nel posto dal quale è possibile cambiare qualcosa, cambiare effettivamente qualcosa”.

In questo metaforico autobus, aggiunge, esistono 85 leggi razziste che ti impediscono di cambiare davvero le cose. “Siamo sempre seduti più in basso. Tu sali sull’autobus, ma devi sederti dietro. L’autobus su cui sali assicura speciali privilegi agli ebrei. Puoi gridare, ma non hai niente come il Primo Emendamento della Costituzione americana a proteggerti. C’è razzismo, ci sono articoli di legge razzisti, ma non c’è alcuna Costituzione a difendere i tuoi diritti.”

Le leggi razziali menzionate sono state al centro di campagne da parte di gruppi per la promozione dei diritti come “Adalah”, Centro per i Diritti della Minoranza Araba (Legal Centre of Arab Minority Rights) in Israele. Il gruppo per i diritti umani, con sede ad Haifa, ha documentato ogni legge discriminatoria all’interno del Paese. Più della metà pare siano state adottate dopo le elezioni del 2009, che portarono al potere la coalizione più di destra nella storia dello Stato, guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu. La più recente tra le leggi discriminatorie è la legge sullo Stato-Nazione [Jewish Nation-State Law], che è stata denunciata perché codifica l’apartheid in Israele.

Secondo Zoabi, l’apartheid di tipo israeliano è stata occultata da una potente narrazione che presenta al resto del mondo lo Stato come una democrazia liberale, con un ragionamento di giustificazione di carattere colonialista. “C’è un forte sentimento di giustificazione che permette a Israele di discriminare i suoi stessi cittadini palestinesi,” spiega. “Esiste un discorso morale che ti fa sentire in dovere di apprezzare il Paese anche se ti viene riconosciuto solo il 10% dei tuoi diritti”.

Utilizzando la classica dinamica del colonizzatore contro il colonizzato, la parlamentare di Nazareth aggiunge che Israele fa anche un ragionamento morale per spiegare perché può negare ai palestinesi i loro diritti nazionali. “Esiste una ragione etica per cui dovrebbero negare la tua storia e identità di palestinese, anche se ci riconoscono il 20% dei nostri diritti civili e nessuno di quelli nazionali. Ed esiste un ragionamento che illustra perché dovremmo accettare la nostra inferiorità e la posizione di popolo oppresso.” Il tragico impatto di tale potente narrazione, spiega Zoabi, è il motivo per cui Israele non considera la sofferenza dei palestinesi e la loro discriminazione come vera sofferenza e reale discriminazione.

La funzione dello Stato di Israele non è essere neutrale verso tutti i suoi cittadini, ma riconoscere un ruolo dominante agli ebrei a spese della popolazione autoctona”, ribadisce. “Israele non può garantire diritti individuali a tutti i suoi cittadini, perché lo Stato si definisce come Stato ebraico”.

Anche se non si ricandiderà alle elezioni legislative di aprile, Zoabi dice di essere determinata a restare in politica; mi ha detto che è tempo di sviluppare il programma politico del partito Balad e il suo progetto: “L’idea è di fare una campagna per uno Stato di tutti i cittadini, e contestare la concezione di uno Stato ebraico e democratico. Non esiste un modo democratico di essere uno Stato ebraico”. Il suo obiettivo, ribadisce, è di trasformare Israele in uno Stato non coloniale. “Il sionismo è un’ideologia coloniale e l’unico modo di avere una democrazia è di separare lo Stato dal sionismo”.

Come sarebbe Israele come Stato non coloniale, non sionista? “Immaginiamo una democrazia. Non diciamo che chi è arrivato come colonizzatore ora se ne deve andare; diciamo che chi è arrivato come colonizzatore oggi ha la possibilità di vivere insieme a noi”.

Israele, insiste Zoabi, non deve continuare con i tentativi di spostamento e sostituzione dei palestinesi – la popolazione autoctona – ma deve cercare di coesistere con loro. “L’unico modo di coesistere con noi è eliminare dall’agenda gli obiettivi coloniali e sviluppare uno Stato per tutti i cittadini di Israele. Non a spese della nostra identità e del nostro legame con i palestinesi nel resto del mondo.

Contemporaneamente, Balad ha una visione democratica di accettazione di tutti gli israeliani come normali esseri umani in uno Stato normale. Il suo messaggio agli ebrei israeliani, dice Haneen Zoabi, è semplice: “Vorremmo riconoscervi come collettività, però all’interno di uno Stato che non si identifichi esclusivamente con voi, ma che si identifichi con me e con voi allo stesso livello.” Uno Stato del genere sarà uno Stato diverso con una diversa simbologia, e sarà una democrazia. “Su questa base, io non difendo solo i miei diritti, ma anche il diritto degli ebrei come popolo, perché anche loro hanno il diritto di vivere in un Paese normale. Forse non hanno scelto di vivere in uno Stato razzista, di apartheid, ma nessuno ha dato loro un’alternativa. Balad offre una vera alternativa.”

(traduzione di Elena Bellini)




Giustificando il furto di terre, Israele afferma di “essere autorizzato ad ignorare le leggi internazionali” ovunque voglia

Jonathan Ofir

18 settembre 2018, Mondoweiss

Recentemente il governo israeliano ha dichiarato di poter “legiferare ovunque nel mondo” di “avere il diritto di violare la sovranità di Paesi stranieri” e di “essere autorizzato ad ignorare le norme del diritto internazionale in ogni settore desideri”. Ciò è stato scritto lo scorso mese in una lettera di risposta ufficiale alla Corte Suprema.

All’apparenza si tratta di affermazioni audaci. E’ veramente così grave? Io direi che è persino peggio. Il contesto di queste affermazioni è una nuova legge dello scorso anno, che legalizza il furto di tutta la terra palestinese.

Numerose organizzazioni palestinesi dei diritti umani hanno impugnato la legge in tribunale. I ricorrenti sono stati “Adalah”, il Legal Center for Arab Minority Rights [Centro Legale per i diritti della minoranza araba di Israele], il Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center [Centro per l’Assistenza Legale e i Diritti Umani di Gerusalemme] (JLAC) e l’Al Mezan Center for Human Rights [il Centro Al Mezan per i Diritti Umani] (Gaza) a nome di 17 autorità locali palestinesi in Cisgiordania. Il governo israeliano era rappresentato da un avvocato privato, Harel Arnon, perché il procuratore generale Avichai Mandelblit si è rifiutato di difendere la legge presso la Corte, dato che l’ha ritenuta illegittima in base al diritto internazionale già quando è stata approvata per la prima volta.

La “Legge di Regolamentazione delle Colonie” è stata approvata nel febbraio dello scorso anno per legalizzare in forma retroattiva migliaia di abitazioni e strutture di coloni costruite su terreni privati palestinesi, per scongiurare la possibilità che la Corte Suprema possa un giorno decidere la loro rimozione. Prima che venisse approvata, le leggi israeliane consideravano ancora illegali queste strutture, anche se in base al diritto internazionale assolutamente tutte le colonie sono una flagrante violazione delle leggi internazionali, che siano situate su terreni privati o meno.

Non è stato solo “Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ad averla definita una “legge del furto” – sono stati anche membri di lungo corso del Likud [partito israeliano di destra al governo, ndtr.] come il deputato Benny Begin; l’ex-ministro del Likud Dan Meridor l’ha definita “dannosa e pericolosa”; persino il primo ministro Netanyahu ha avvertito che la sua approvazione potrebbe comportare che funzionari pubblici israeliani finiscano davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia; l’esplicito rifiuto del procuratore generale Avichai Mandelblit di difendere la legge di fronte alla Corte è stato accolto dall’assicurazione del ministro della Giustizia Ayelet Shaked [del partito di estrema destra dei coloni “Casa Ebraica”, ndtr.] che lo Stato avrebbe semplicemente incaricato un avvocato privato (cosa che ha fatto). L’argomento in discussione non era solo il furto in sé, ma l’applicazione di una legge israeliana varata direttamente dalla Knesset (invece che dall’autorità militare d’occupazione), che è stata vista come un precedente che porta all’annessione di fatto [dei territori occupati, ndtr.]. Come ha scritto Dan Meridor nel suo editoriale su “Haaretz” poco prima del voto finale sulla legge:

“La Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] non ha mai approvato una legge che regolasse la proprietà araba in Giudea e Samaria [la denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndtr.]. La Knesset è stata eletta dagli israeliani ed ha votato leggi per essi. Gli arabi di Giudea e Samaria non votano per la Knesset, e [la Knesset] non ha l’autorità di fare leggi per essi. Sono principi basilari della democrazia e delle leggi israeliane. In linea di principio, rappresentanti eletti stabiliscono le leggi per i propri elettori e per quelli che si trovano entro il perimetro della loro giurisdizione, non per altri. Nessun governo in Israele ha applicato la propria sovranità sulla Cisgiordania – neppure gli ex-primi ministri del Likud Menachem Begin o Yitzhak Shamir. Capirono una cosa ovvia: se vuoi approvare una legge per la Cisgiordania, devi estendere la tua sovranità e consentire agli abitanti di Giudea e Samaria il diritto di diventare cittadini e di votare per le elezioni della Knesset. E il significato di ciò è chiaro.”

Qui dovrei aggiungere una nota critica in merito all’affermazione principale di Meridor – che sia di fatto sbagliata riguardo alla Cisgiordania, in quanto Gerusalemme est in base alle leggi internazionali è una parte della Cisgiordania, e Israele ha applicato la sua sovranità in modo unilaterale su di essa (di fatto dal 1967, e con una legge fondamentale quasi-costituzionale nel 1980, sfidando il diritto internazionale e risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU). Il fatto che Meridor consideri semplicemente Gerusalemme est come parte di Israele, ed ora finisca per ammonire Israele per aver fatto fondamentalmente la stessa cosa (l’annessione de facto) riguardo al resto della Cisgiordania, dimostra solamente che si tratta del caso di un cieco che guida altri ciechi.

Ma ritorniamo alla recente “legge del furto” dello scorso anno: la pressione per legittimare i crimini stessi di Israele è diventata talmente forte che vi si oppongono persino da destra. Il “minaccioso” pericolo menzionato da Meridor, di mettere in atto l’annessione di fatto e di dover forse estendere ai palestinesi il diritto di diventare cittadini [di Israele], è stato superato dall’avidità di terre. La famosa equazione di “il massimo di ebrei, il massimo di territorio, il minimo di palestinesi” [dichiarazione del 2016 del deputato Yair Lapid, leader del partito di centro Yesh Atid, ndtr.] questa volta arriva a significare il fatto che Israele rischi di applicare una legge statale in un’area in cui gli ebrei non sono ancora in generale una maggioranza, con la speranza che ciò aiuterebbe a farla diventare tale. Quindi la legge è stata approvata con 60 voti a 52, e il furto della terra è stato legalizzato dalla Knesset israeliana. Si è stimato che la legge regolarizzerebbe retroattivamente circa 4.000 abitazioni di coloni.

Nel recente caso davanti al tribunale, i ricorrenti che hanno impugnato la legge hanno evidenziato la sua ovvia illegittimità:

“‘Adalah’ e gli altri ricorrenti hanno sostenuto che la Knesset non ha il permesso di approvare e imporre leggi su un territorio occupato dallo Stato di Israele. Quindi la Knesset non può approvare leggi che annettano la Cisgiordania o che violino i diritti degli abitanti palestinesi della Cisgiordania.”

Lo Stato di Israele, in una recente lettera di risposta (in ebraico) al tribunale (presentata il 7 agosto) ha sostenuto in sua difesa che:

(1) “La Knesset non ha limiti che le impediscano di emanare leggi extraterritoriali ovunque nel mondo, compresa l’area (‘Giudea e Samaria’).

Dopo aver fatto questa dichiarazione, il governo israeliano prosegue respingendo l’affermazione dei ricorrenti secondo cui non può legiferare là [in Cisgiordania] e si spinge oltre per suggerire di non essere assolutamente soggetto alle norme del diritto internazionale:

(4) “…Benché la Knesset possa emanare leggi (riguardanti) ogni luogo al mondo, benché abbia il diritto di violare la sovranità di Paesi stranieri attraverso leggi che vengano applicate ad avvenimenti in altri territori (…), benché sia in potere del governo israeliano annettere qualunque territorio (…), benché la Knesset possa ignorare norme del diritto internazionale in qualunque zona voglia (…) nonostante tutto ciò, i ricorrenti desiderano stabilire una ‘norma” in base alla quale proprio in Giudea e Samaria la Knesset abbia la proibizione di legiferare qualunque cosa e che proprio lì, e in nessun’altra parte del mondo, sia sottomessa alle norme del diritto internazionale.”

Gli avvocati di “Adalah” Suhad Bishara e Myssana Morany sono rimasti attoniti:

“La risposta estremista del governo israeliano non ha eguali al mondo. Si presenta come una gravissima violazione delle leggi internazionali e della carta delle Nazioni Unite che obbliga gli Stati membri a evitare di minacciare o utilizzare la forza contro l’integrità territoriale di altri Stati – compresi i territori occupati. La posizione estremista del governo israeliano è, nei fatti, una conferma delle sue intenzioni di procedere all’annessione della Cisgiordania.”

“Adalah” ha postato a questo proposito e fornito alcune citazioni di quanto sopra. Pensereste che tali dichiarazioni da parte del governo israeliano abbiano sconvolto seriamente il palinsesto delle notizie principali, eppure sembra che finora siano state per lo più ignorate.

Molti dei miei contatti hanno risposto a queste notizie senza molto risalto con una certa incredulità – è mai possibile che Israele stia apertamente affermando di essere al di sopra delle leggi internazionali?

In effetti, come ho citato sopra, non è affatto un segreto che Israele stia ora sfidando apertamente il diritto internazionale. Le sue stesse principali autorità giuridiche sono assolutamente consce di ciò. Ma quello che bisogna anche notare è che lo sta facendo da molto tempo, di fatto fin dalla sua fondazione. Come ho ricordato quando è stata approvata la legge di regolarizzazione, la legalizzazione del furto di terra palestinese è stata fin dal primo giorno una politica israeliana. L’avvocato Harel Arnon ha utilizzato questo concetto come un precedente in difesa della recente legge, notando (nel punto 4):

“L’onorevole tribunale non ha mai approvato critiche giuridiche sugli atti legislativi principali della Knesset anche in casi in cui ha contraddetto, secondo le accuse dei ricorrenti, le direttive del diritto internazionale in casi che erano più evidenti (l’applicazione della legislazione israeliana nelle Alture del Golan e a Gerusalemme est)…”

È un argomento estremamente valido. Le annessioni unilaterali del Golan siriano e di Gerusalemme est da parte di Israele sono violazioni dirette delle leggi internazionali, e sono state condannate molto chiaramente da risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Se la Corte israeliana le ha approvate, perché ora non dovrebbe approvare questa?

L’avvocato Arnon ha utilizzato una citazione della Corte Suprema per un precedente caso (punto 12), in cui la Corte affermò che “la semplice applicazione di una qualunque norma israeliana su un anonimo luogo fuori dal Paese non rende necessariamente questo luogo indefinito parte di Israele.” Questo riguardava la Cisgiordania, in cui Israele effettivamente applica le leggi israeliane ai coloni, anche in luoghi in cui non ha annesso un territorio.

Vedete, questo è parte della base su cui Arnon sostiene che “Israele può legiferare ovunque nel mondo.” L’essenza di questo è “se lo abbiamo potuto fare prima, perché non lo possiamo fare adesso?”

Questo argomento dovrebbe essere preso molto sul serio. La Corte Suprema israeliana spesso è stata intesa come uno strumento dell’occupazione israeliana. Quindi persino in casi chiarissimi, come il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sulla ‘barriera di sicurezza’ di Israele del 2004, in cui la CIG la ritenne totalmente illegale (perché costruita per lo più in territorio palestinese, non israeliano), la Corte Suprema riuscì comunque a sviarlo e a sostenere che le leggi internazionali non si applicano ad Israele in questo modo. La Corte Suprema ha ripetutamente cercato di evitare e deviare da queste importanti questioni e ha consentito la continua annessione strisciante da parte di Israele. Questo è un problema attuale e costante. Israele si prepara a distruggere il villaggio palestinese di Khan al-Ahmar in Cisgiordania, con l’approvazione e l’autorizzazione della Corte Suprema. B’Tselem:

“Giovedì 24 maggio 2018 tre giudici della Corte Suprema israeliana – Noam Sohlberg, Anat Baron and Yael Willner – hanno sentenziato che lo Stato può demolire le case della comunità di Khan al-Ahmar, trasferire gli abitanti dalle loro case e ricollocarli [altrove]. Questa sentenza elimina l’ultimo ostacolo sulla strada di Israele in materia, togliendo l’impedimento che finora è servito per rinviare il trasferimento della comunità, un crimine di guerra in base alle leggi internazionali.”

“La Corte Suprema israeliana al servizio dell’occupazione: nella loro sentenza i giudici Amit, Meltzer e Baron hanno descritto un mondo immaginario con un sistema di pianificazione uguale per tutti, che prende in considerazione le necessità dei palestinesi, come se qui non ci fosse mai stata un’occupazione. La realtà è diametralmente opposta a questa fantasia: i palestinesi non possono costruire legalmente e sono esclusi dai meccanismi del processo decisionale che determina come saranno le loro vite. I sistemi di pianificazione sono intesi esclusivamente a beneficio dei coloni. Questa sentenza dimostra ancora una volta che gli occupati non possono ottenere giustizia nei tribunali dell’occupante. Se la demolizione di Khan al-Ahmar prosegue, la Suprema Corte di Giustizia sarà tra quanti porteranno la responsabilità di questo crimine di guerra.”

L’avvocato Arnon nella lettera di risposta ha menzionato il caso di Adolf Eichmann:

“La Corte ha inoltre applicato questa dottrina nel famoso caso Eichmann (1962) riguardo alla legge penale retroattiva: ‘(Ove ci sia un conflitto tra le disposizioni della legislazione interna e una disposizione delle leggi internazionali), è dovere della Corte dare la prevalenza e applicare le leggi del sistema giuridico locale.”

È astuto evocare l’Olocausto in Israele. C’è spesso un particolare punto debole di ciò, e può ripercuotersi per far svanire le “pedanti” limitazioni al diritto consuetudinario. Eichmann fu in effetti rapito dal Mossad in Argentina, nel 1960. Venne condannato a morte in Israele ed impiccato nel 1962. Questa è un’attività di spionaggio e un’applicazione di giurisdizione extra-territoriali. Poiché ciò ha riguardato l’Olocausto, pochi oserebbero opporvisi. Ciò coincide con l’affermazione di Golda Meir secondo cui “dopo l’Olocausto agli ebrei è consentito fare qualunque cosa.”

E così l’avvocato privato di Israele Harel Arnon sta fondamentalmente dicendo: se abbiamo potuto fare questo a Eichmann, perché non possiamo farlo anche alla Cisgiordania?

Arnon non sta direttamente insinuando che i palestinesi sono nazisti, anche se questo parallelo occasionalmente figura nelle opinioni di importanti personaggi in Israele, come Yoaz Hendel, ex-direttore della comunicazione e della diplomazia pubblica del primo ministro Netanyahu.

Tutto ciò potrebbe spiegare il relativo silenzio dei media in merito alle esternazioni fatte in questa lettera. Il mondo sa di aver concesso ad Israele di farla franca con tali comportamenti criminali e l’occidente sa che molto di questo ha a che fare con il suo senso di colpa per l’Olocausto. Ciò lo rende debole e ha ridotto la sua volontà di richiamare all’ordine Israele per le sue violazioni. E forse la gente sente che chi non è senza peccato non può lanciare la prima pietra. Ma dobbiamo vedere quello che sta succedendo – Israele sta apertamente legalizzando il furto. Gli sfrontati proclami che sostengono che le leggi internazionali non si applicano ad Israele dovrebbero aver scioccato – ma tristemente, non lo hanno fatto. Perché sappiamo che questa è stata la politica per molto tempo. E dato che la reazione è stata debole, Israele, come un ragazzino viziato, ha imparato che la può passare liscia e che può diventare ancora più odioso senza doverne pagare le conseguenze.

Quindi, ci si chiede, chi fermerà lo Stato ebraico? Dopotutto, il diritto internazionale non ha meccanismi di applicazione automatica come quello nazionale, e gli organismi internazionali che dovrebbero rendere Israele responsabile [della violazione] delle leggi internazionali finora non l’hanno fatto quasi per niente, almeno per quanto riguarda i palestinesi. In un tempo in cui la superpotenza americana sta saldamente dalla parte israeliana in violazione delle leggi internazionali, come nel caso dello spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme e del sostegno all’annessione unilaterale di Gerusalemme est da parte di Israele, è difficile vedere perché Israele vorrebbe o dovrebbe credere che il diritto internazionale si applichi ad esso. Dobbiamo capire il linguaggio di quella lettera alla luce di questo. È così sfrontata perché non c’è neppure un senso della necessità di dipingere anche solo un’apparenza di rispetto verso il diritto internazionale. Israele ora sta procedendo ad una ricca messe di furti in pieno giorno, con la sensazione sciovinista che niente lo fermerà. Ciò è quanto traspare realmente dal linguaggio di quella lettera.

È giusto rimanere a bocca aperta di fronte a ciò. Il linguaggio di quella lettera dovrebbe servire come segnale d’allarme. Ma allora dovremmo anche unirci e ricordarci che tocca alla pressione dal basso cambiare questa situazione e proteggere i palestinesi dall’indisturbata offensiva colonialista militare e legislativa di Israele, messa in atto dalle “vittime eterne”.

Su Jontathan Ofir

Musicista, conduttore e blogger / writer che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La legge sullo Stato-Nazione ebraico: perché Israele non è mai stato una democrazia

Ramzy Baroud

23 luglio 2018, Ma’an News

Il capo della coalizione “Lista Araba Unitaria” [tra partiti arabo-israeliani, ndtr.] alla Knesset (parlamento) israeliana, Aymen Odeh, ha descritto l’approvazione della razzista “Legge sullo Stato-Nazione ebraico” come “la morte della nostra democrazia.”

Veramente Odeh crede che, prima di questa legge, lui abbia vissuto in una vera democrazia? Settant’anni di supremazia degli ebrei israeliani, genocidio, pulizia etnica, guerre, assedi, incarcerazioni di massa, numerose leggi discriminatorie, tutte cose volte alla vera e propria distruzione del popolo palestinese avrebbero dovuto fornire prove sufficienti, per cominciare, che Israele non è mai stato una democrazia.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico non è altro che la ciliegina sulla torta. Ciò fornisce semplicemente gli argomenti di cui avevano bisogno per illustrare meglio il punto a quanti sostengono da sempre che il tentativo di Israele di tenere insieme la democrazia con la superiorità etnica era razzismo travestito da democrazia.

Ora non ci sono più scuse per sfuggire all’obbligo morale. Quelli che insistono nell’appoggiare Israele devono sapere che stanno sostenendo un vero e proprio regime di apartheid.

La nuova legge, approvata dopo qualche polemica il 19 gennaio, ha separato Israele da qualunque pretesa, per quanto falsa, di essere uno Stato democratico.

Di fatto nel suo testo la legge non menziona neanche una volta la parola “democrazia”. Invece sono numerosi e predominanti i riferimenti all’identità ebraica dello Stato, con la chiara esclusione del popolo palestinese dai propri diritti nella sua patria storica:

– “Lo Stato di Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico…

– “La realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico.”

– “Lo Stato si impegnerà a garantire la sicurezza dei figli del popolo ebraico…”

– “Lo Stato agirà per preservare l’eredità culturale, storica e religiosa del popolo ebraico nella diaspora ebraica,” e via di seguito.

Ma più pericoloso di tutti è l’articolo secondo cui “lo Stato vede l’insediamento ebraico come un valore nazionale e si impegnerà a incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e il suo sviluppo.”

È vero, le colonie ebraiche illegali già punteggiano la terra palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme, e all’interno stesso di Israele già esiste una segregazione di fatto. Infatti la segregazione in Israele è così profonda e radicata che negli ospedali israeliani persino i reparti maternità tengono separate le madri in base alla razza.

Tuttavia la formulazione di cui sopra accelererà ulteriormente la segregazione e consoliderà l’apartheid, rendendo il danno non solo intellettuale e politico, ma anche fisico.

Il “Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele Adalah” nella sua “Banca dati delle Leggi discriminatorie” ha documentato un elenco di oltre 65 leggi israeliane che “discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi di Israele e/o palestinesi residenti nei Territori Palestinesi Occupati, (TPO) sulla base dell’appartenenza nazionale.”

Secondo “Adalah”, “queste leggi limitano i diritti dei palestinesi in ogni ambito della vita, dai diritti di cittadinanza al diritto di partecipazione politica, ai diritti sulla terra e abitativi, ai diritti all’istruzione, culturali e nell’uso della lingua, ai diritti religiosi e ai diritti ad un equo processo durante la detenzione.

Mentre sarebbe corretto sostenere che la legge sullo Stato-Nazione rappresenta l’ufficializzazione dell’apartheid in Israele, questa constatazione non deve ignorare la precedente situazione su cui Israele è stato fondato 70 anni fa.

L’apartheid non consiste in una singola legge, ma in un lento, doloroso accumulo di un intricato regime giuridico che è motivato dalla convinzione che un gruppo razziale sia superiore a tutti gli altri.

Non solo la nuova legge eleva l’identità ebraica di Israele ed elimina ogni impegno nei confronti della democrazia, degrada anche lo status di tutti gli altri. Gli arabo-palestinesi, i nativi della terra della Palestina storica su cui Israele è stato fondato, non figurano affatto in modo significativo nella nuova legge. C’è un solo articolo relativo alla lingua araba, ma semplicemente per ridurlo da lingua ufficiale a lingua “specifica”.

La decisione israeliana di astenersi dal redigere una costituzione scritta quando è stato fondato nel 1948 non era casuale. Da allora ha seguito un modello prevedibile in cui ha modificato la situazione sul terreno a favore degli ebrei a spese degli arabo-palestinesi.

Invece di una costituzione, Israele ha fatto ricorso a quelle che ha definito “Leggi Fondamentali”, che hanno consentito la costante formulazione di nuove leggi guidate dall’impegno dello ‘Stato ebraico’ per la supremazia razziale piuttosto che per la democrazia, le leggi internazionali, i diritti umani od ogni altro valore etico.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico è in sé una “Legge Fondamentale”. E con questa legge Israele ha fatto cadere l’insensata pretesa di essere ebraico e democratico. Questo compito impossibile è stato spesso lasciato alla Corte Suprema che ha tentato, inutilmente, di raggiungere un qualche equilibrio convincente.

Questa nuova situazione dovrebbe, una volta per tutte, porre fine all’annoso dibattito sulla presunta unicità del sistema politico israeliano.

E dato che Israele ha scelto la supremazia razziale su qualunque pretesa, per quanto flebile, di essere una vera democrazia, anche i Paesi occidentali che hanno spesso difeso Israele devono fare la scelta se desiderano appoggiare un regime di apartheid o combatterlo.

La dichiarazione iniziale della commissaria agli Affari Esteri dell’UE, Federica Mogherini, è stata banale e debole. “Siamo preoccupati, abbiamo espresso questa preoccupazione e continueremo ad impegnarci con le autorità israeliane in questo contesto,” ha detto, rinnovando il suo impegno per una ‘soluzione dei due Stati’.

Questa non è proprio la dichiarazione adeguata in risposta a un Paese che ha appena annunciato la propria adesione al club dell’apartheid.

L’Ue deve porre fine al suo insulso discorso politico e sganciarsi dall’Israele dell’apartheid, o deve accettare le conseguenze morali, etiche e giuridiche del fatto di essere complice dei crimini israeliani contro i palestinesi.

Israele ha fatto la sua scelta ed è, inequivocabilmente, quella sbagliata. Ora anche il resto del mondo deve fare la sua, sperabilmente quella corretta: stare dalla parte giusta della storia – contro l’apartheid ebraico israeliano e per i diritti dei palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




‘Legge dello Stato-Nazione’ di Israele: “L’apartheid è un processo”

Edo Konrad

19 luglio 2018, + 972

Con l’approvazione della “Legge dello Stato-Nazione ebraico” Israele ha inserito la discriminazione nei confronti della propria popolazione palestinese a livello costituzionale. “Non dobbiamo continuare a cercare politiche che assomigliano alle ‘Leggi Jim Crow’,” dice l’avvocato Fady Koury.

Nelle prime ore di giovedì il parlamento israeliano ha approvato la “Legge dello Stato-Nazione ebraico”, definendo Israele come Stato-Nazione esclusivamente del popolo ebraico e degradando lo status ufficiale dell’arabo.

Quasi immediatamente politici palestinesi e gruppi per i diritti hanno iniziato a parlare della legge in termini inequivocabili. Il segretario generale dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina] Saeb Erekat ha detto che la legge “trasforma un regime di apartheid de facto in una realtà de iure per tutta la Palestina storica”.

Hassan Jabareen, presidente di “Adalah”, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, ha affermato che la legge “contiene elementi chiave dell’apartheid” e che approvandola Israele ha “reso la discriminazione un valore costituzionale e ha affermato il proprio impegno nel favorire la supremazia ebraica come fondamento delle proprie istituzioni.”

Secondo l’avvocato di “Adalah” Fady Khoury la legge rafforza l’identità dello Stato di Israele come Stato per il popolo ebraico, trasformandolo in titolare della sovranità, escludendo al contempo la popolazione palestinese dalla stessa definizione di sovranità.

La legge stessa non menziona neppure una volta la parola ‘democrazia’,” spiega Khoury.

Psicologicamente avrà un fortissimo impatto sugli israeliani quando saranno chiamati a definire cosa sia o non sia democratico.”

La rivista +972 ha parlato con Khoury per comprendere meglio il confronto con l’apartheid, e perché la legge in generale sia così problematica.

(La seguente intervista è stata pubblicata integralmente]

La gente la chiama la ‘legge dell’apartheid’. Perché?

L’apartheid in Sud Africa è stato un processo. Era un sistema che ci ha messo degli anni a svilupparsi ed è stato costruito con il lavoro di accademici e teologi che dovevano creare le giustificazioni per la supremazia dei bianchi. Era un sistema gerarchico, in cui c’era un gruppo con tutto il potere e un altro senza alcun potere.”

In Israele la nuova legge definisce esplicitamente il popolo ebraico come il solo gruppo con l’unico potere di autodeterminazione, mentre nega i diritti del popolo autoctono. Ciò crea un sistema di gerarchia e supremazia. Non viviamo in un tempo in cui rivendicazioni esplicite di supremazia sono legittime come lo erano in Sud Africa, ma stiamo arrivando agli stessi risultati attraverso un linguaggio diverso.”

L’analogia tra Israele e Sud Africa non riguarda solo comunità o strade separate, riguarda un modo di pensare. Riguarda l’idea di classificare gruppi diversi. È l’idea di un regime di supremazia che favorisce gli interessi di un gruppo, anche se ciò avviene a spese dei più basilari diritti di un altro gruppo. Non dobbiamo continuare a cercare politiche che assomiglino alle ‘Leggi Jim Crow’ [leggi segregazioniste applicate nel Sud degli USA contro i neri, ndtr.] – quel modo di pensare non esiste solo ai margini della politica israeliana, ma anche nella sua parte maggioritaria.”

La formulazione originaria della legge includeva un articolo che consentiva alle comunità di essere segregate in base a criteri religiosi o ‘nazionali’. Cosa dice la versione finale in merito alla segregazione?

La precedente versione della legge includeva un articolo che consentiva allo Stato di autorizzare nuove comunità sulla base della religione o della nazionalità. Si basava sul principio di ‘separati ma uguali’, espresso nell’idea che così facendo sarebbe stato un bene per tutti – ebrei e palestinesi. Il linguaggio è stato cambiato in quanto era troppo vicino al tipo di palese segregazione che abbiamo visto negli USA. Hanno riscritto l’articolo in modo che lo Stato possa ‘promuovere insediamenti ebraici’. Ciò crea un tipo di paradigma segregazionista totalmente diverso, di ‘separati ma diseguali’.

Pensalo in questo modo: immagina se gli Stati Uniti abbiano approvato una legge che promuove ‘insediamenti di bianchi’ – ci farebbe rabbrividire. Ma dopo 70 anni di Stato ebraico e democratico, l’idea di insediamenti ebraici è diventata così diffusa che non sembra un problema. In questo senso il cambiamento è di facciata. Ma quello che la Destra vuole raggiungere è la stessa cosa: ebraicizzare il Paese incentivando la costruzione di comunità solo per cittadini ebrei.”

Quali sono gli effetti potenziali che questa legge potrebbe avere sul sistema giuridico?

Questa è una legge che definirà l’identità costituzionale dello Stato. Finora è stata la Corte Suprema che ha avuto il ruolo di interpretare quale fosse il vero significato della frase ‘ebraico e democratico’. Ora abbiamo una legge che assegna status costituzionale all’identità ebraica dello Stato.”

(La legge) sarà fondativa. Diventa una fonte di interpretazione delle leggi e del sistema giuridico. Le implicazioni non saranno limitate a pochi settori: avranno conseguenze sul sistema giuridico dalla radice, soprattutto se la Destra continua a nominare alla Corte Suprema giudici conservatori che utilizzeranno questa nuova norma costituzionale per interpretare le leggi.”

La nuova legge rappresenta l’accelerazione di un processo che ha avuto luogo recentemente o sancisce un regime discriminatorio che qui è sempre esistito?

Penso che stiamo assistendo a un’escalation che non inizia con la nuova Legge Fondamentale, ma è piuttosto il risultato della contraddizione tra le identità fondamentali dello Stato come ebraico e democratico. Quello a cui stiamo assistendo ora è che l’identità ebraica sta invadendo sempre più la vita sociale e politica dei cittadini di Israele, mentre l’identità ‘democratica’ dello Stato sta sperimentando una regressione.”

(traduzione di Amedeo Rossi)