Per respirare un po’ d’aria la parlamentare palestinese si deve sdraiare accanto alla fessura sotto la porta della cella

Gideon Levy

30 agosto 2024 – Haaretz

Dopo lo scoppio della guerra la parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata nuovamente arrestata e da allora è rimasta incarcerata senza accuse, ora in totale isolamento, in condizioni disumane.

Dopo essere stata imprigionata pochi mesi dopo lo scoppio della guerra a Gaza in occasione degli arresti di massa di Israele nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, Khalida Jarrar è stata costretta a rimanere dietro le sbarre per altri sei mesi, sempre in detenzione amministrativa, senza accuse e senza processo.

La più nota prigioniera politica palestinese, accusata di essere una componente della leadership politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che Israele considera un’organizzazione terroristica, è stata rapita da casa sua otto mesi fa e da allora incarcerata. Fino a due settimane e mezzo fa era detenuta con altre prigioniere di sicurezza nella prigione di Damon, sul Monte Carmelo, fuori Haifa. Poi all’improvviso, senza alcuna spiegazione, è stata trasferita a Neve Tirza, una prigione femminile nel centro di Israele, rinchiusa in una minuscola cella di 2,5 x 1,5 metri e lasciata in totale isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

La sua cella non ha finestre. Non c’è aria, non c’è ventilatore, solo un letto di cemento e un materasso sottile, oltre a dei servizi igienici senz’acqua per la maggior parte del giorno. Questa settimana ha detto al suo avvocato che per respirare un po’ si sdraia sul pavimento alla ricerca di un po’ d’aria proveniente dalla fessura sotto la porta della cella. Non beve molto, per evitare di dover usare il water, che emana un odore orribile.

Ecco come Israele tiene i suoi prigionieri politici: senza accuse o processo, in condizioni disumane, illegali anche secondo le sentenze dell’Alta Corte di Giustizia (come quelle relative all’affollamento delle celle, sentenze ignorate dalle autorità carcerarie).

A volte la femminista e attivista politica di 61 anni invoca per ore l’assistenza di una guardia (Jarrar è malata e assume farmaci) senza ricevere risposta. Quando questa settimana ho chiesto a suo marito, Ghassan, cosa pensa che faccia durante tutte quelle ore di isolamento disumano, è rimasto in silenzio e i suoi occhi si sono inumiditi. Khalida e Ghassan hanno una grande esperienza del carcere: lui ha trascorso circa 10 anni della sua vita in prigione, lei circa sei. Ma l’attuale prigionia è senza dubbio la più dura e difficile di tutte, sotto il pugno di ferro del servizio carcerario israeliano di Itamar Ben-Gvir.

È immersa nella sofferenza: durante ciascuna delle sue precedenti incarcerazioni (tutte tranne una erano detenzioni amministrative) è morto un parente stretto e Israele le ha impedito di partecipare ai funerali o ai rituali del lutto. Nel 2015, quando morì suo padre, era in prigione; ed era in prigione anche nel 2018, in occasione della morte di sua madre; nel 2021 una delle sue due figlie, Suha, morì all’età di 31 anni, e anche allora Israele si ostinò duramente a rifiutare alla madre in lutto il permesso di partecipare al funerale. Jarrar fu rilasciata tre mesi dopo la morte della figlia e andò direttamente dalla prigione di Damon alla tomba di Suha. “Voi pensate che non abbiamo sentimenti”, mi disse allora. E ora, durante la sua attuale prigionia, suo nipote, Wadia, che era cresciuto in casa sua come un figlio, è morto di arresto cardiaco all’età di 29 anni.

I disastri che hanno colpito Khalida vanno oltre la comprensione: una tragedia si è susseguita all’altra e lei le affronta eroicamente tutte, almeno esteriormente; è dietro le sbarre per la quinta volta nella sua vita e la quarta volta dal 2015. Il fatto che, a parte un caso, non sia mai stata effettivamente condannata per nessun reato (e anche quell’unica condanna è avvenuta per un reato politico, “appartenenza a un’organizzazione illegale”, e non per aver commesso atti di terrorismo o violenza), senza che Israele abbia mai presentato la minima prova contro di lei a un processo, dovrebbe sconvolgere chiunque in Israele o all’estero creda nella democrazia. Cinque volte Haaretz ha pubblicato editoriali con la richiesta del suo rilascio, ma invano.

Jarrar, che si oppone al regime, il regime di occupazione, è una componente dell’Assemblea Legislativa Palestinese, attualmente non operativa, un fatto che dovrebbe garantirle l’immunità parlamentare. È una prigioniera di coscienza in Israele. Quando parliamo di prigionieri di coscienza in Myanmar, in Russia, in Iran o in Siria, non dobbiamo dimenticare Jarrar. Quando parliamo di Israele nei termini di una democrazia è nostro dovere ricordare Jarrar.

L’ultima volta che abbiamo fatto visita alla bella vecchia casa in pietra dei Jarrar nel centro di Ramallah è stata dopo il suo rilascio dalla precedente pena detentiva, proprio nel periodo di lutto per la morte di Suha. Quello è stato il suo più doloroso ritorno a casa dalla prigione. Parcheggiata sotto c’era la nuova Jeep rossa che suo marito le aveva comprato due anni prima, che era riuscita a malapena a guidare prima di essere arrestata. Questa settimana la Jeep rossa è di nuovo ferma, silenziosa, nel vialetto. Ma la casa è più vuota e triste che mai: Suha è morta, Khalida è in prigione e l’altra figlia, Yafa, la più grande della coppia, vive a Ottawa con il marito canadese e la loro figlia di 2 anni, che hanno chiamato Suha in memoria della zia. Solo Ajawi (dattero maturo) e Asal (miele), due gatti rossicci, vagano ancora qui.

Questa settimana un aquilone volava nei cieli di Ramallah, ben al di sopra dei grigi ingorghi intorno al checkpoint di Qalandiyah. Dall’esterno della finestra della casa dei Jarrar si è sentito improvvisamente il rumore degli elicotteri: a quanto pare il presidente palestinese Mahmoud Abbas stava tornando da un’altra missione diplomatica: la Giordania gli aveva fornito due elicotteri.

Due mesi fa Ghassan ha chiuso la sua fabbrica a Beit Furiq, a sud-est di Nablus, che produceva animali di peluche. Il calvario dei checkpoint all’andata e al ritorno (Beit Furiq è stata bloccata dalle autorità israeliane dall’inizio della guerra di Gaza) e la situazione economica, per cui i giocattoli accattivanti e colorati realizzati con una magnifica pelliccia sintetica non trovano acquirenti, lo hanno costretto a chiudere la sua attività. Molti palestinesi hanno subito una sorte simile in Cisgiordania, dove i redditi si sono prosciugati perché ai lavoratori non è più consentito entrare in Israele.

Ghassan, 65 anni, fa attualmente parte del consiglio comunale di Ramallah, a capo di una delle quattro fazioni indipendenti. Dopo l’ultimo rapimento di Khalida dalla loro casa ha intrapreso un intenso regime sportivo correndo 10 chilometri al giorno e nuotando.

I rapitori sono arrivati ​​il ​​26 dicembre 2023, alle 5 del mattino, forzando silenziosamente la porta d’ingresso in ferro e poi irrompendo nella camera da letto al secondo piano. Ghassan, che stava dormendo profondamente e inizialmente non aveva sentito nulla, è stato svegliato di soprassalto dai colpi dei calci dei fucili e dai pugni in faccia da parte dei soldati, alcuni dei quali mascherati. Ricorda di aver cercato istintivamente di proteggersi il viso, senza capire cosa stesse succedendo, finché non ha sentito uno dei soldati dire: “Ha cercato di afferrare l’arma”. Ghassan si è svegliato del tutto. Ha sentito armare i fucili e ha avvertito i raggi laser rossi dei loro mirini che gli sfioravano il viso. Quello è stato il momento più vicino alla morte in assoluto, dice. Ha immediatamente alzato le mani in segno di resa e si è salvato la vita.

I soldati non hanno fatto del male a Khalida. Le è stato ordinato di vestirsi, raccogliere alcuni indumenti e le medicine e andare con i soldati al piano di sotto. Lì, nel vialetto, è stata ammanettata e bendata. I rapitori non hanno detto nulla sul perché la stessero arrestando e dove la stessero portando.

È stata messa in detenzione amministrativa per sei mesi senza essere sottoposta ad alcun interrogatorio. Il 24 giugno la detenzione è stata estesa per altri sei mesi, come al solito senza accuse o spiegazioni. Le condizioni nella prigione di Damon sono peggiori rispetto alla prigione di Hasharon, vicino a Netanya, dove era stata incarcerata la volta precedente. Inoltre, dall’inizio della guerra la condizione dei prigionieri di sicurezza si è incommensurabilmente aggravata grazie al duo sadico, il ministro della sicurezza nazionale Ben-Gvir e il suo capo di gabinetto e lacchè, Chanamel Dorfman.

Durante la detenzione di Khalida a Damon c’erano tra le 73 e le 91 prigioniere e detenute palestinesi, riferisce Ghassan, aggiungendo che lì, diversamente dalle volte precedenti, ha mostrato maggiore cautela cercando di non comportarsi come leader nei confronti delle sue compagne di prigionia. Ovviamente da dicembre suo marito non l’ha incontrata o nemmeno parlato con lei: tutte le visite alle prigioniere palestinesi sono state interrotte da Ben-Gvir. Nel 2021 Khalida aveva saputo della morte di sua figlia tramite radio, ma ora non c’è più la radio, né un bollitore o una piastra elettrica, o altri dispositivi che potrebbero alleviare la sua situazione. E nell’era di Ben-Gvir non si può più acquistare nulla nelle mense delle prigioni.

Il 13 agosto un avvocato che aveva visitato un’altra detenuta ha riferito che Khalida non era più a Damon. Naturalmente, nessuno nel servizio carcerario ha pensato di informare la famiglia, che ha immediatamente avviato sforzi febbrili per scoprire dove si trovasse. L’avvocata della famiglia, Hiba Masalha, ha contattato il consulente legale del servizio carcerario, ma non ha ricevuto risposta. Alla fine, le è stato detto a Damon che Khalida era stata trasferita a Neve Tirza. Non sono state fornite altre informazioni.

Per quanto ne sappiamo, non ci sono altri prigionieri di sicurezza a Neve Tirza. I suoi detenuti criminali potrebbero rappresentare un pericolo per una prigioniera di sicurezza palestinese come Khalida, ma è stata immediatamente posta in isolamento. Nessuno ha spiegato alla sua avvocata perché fosse in isolamento o per quanto tempo sarebbe durato. Condizioni davvero disumane per una donna malata di oltre 60 anni.

Il 20 agosto una ONG palestinese, Addameer Prisoner Support, e Human Rights Association, hanno inviato una lettera urgente ai responsabili di tutte le missioni diplomatiche a Ramallah e Gerusalemme, descrivendo la difficile situazione della donna, conosciuta in tutto il mondo come prigioniera di coscienza.

La scorsa settimana il direttore della prigione ha informato Khalida che avrebbe avuto diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte per passeggiate ancora più brevi di quelle che farebbe un cane. Ma tale privilegio è stato revocato questa settimana. Masalha è andata a trovarla e Khalida le ha detto che non ha uno spazzolino da denti, un dentifricio o una spazzola per capelli, né alcun tipo di pantofole. Ghassan è preoccupato per cosa succederebbe se svenisse a causa del diabete e di altri disturbi di cui soffre, dal momento che le guardie non rispondono alle sue chiamate.

Questa settimana Haaretz ha inviato al servizio carcerario le seguenti domande: perché Jarrar è stata trasferita a Neve Tirza? Perché è stata posta in totale isolamento? Perché è stato revocato il permesso per le passeggiate giornaliere? Perché non le è stato assicurato il soddisfacimento delle necessità più basilari?

La risposta a tutte queste domande è stata: “L’IPS (Sistema Penitenziario Israeliano) opera secondo la legge, sotto la stretta verifica di molti funzionari addetti alla supervisione. Ogni prigioniero e detenuto ha il diritto di presentare reclami secondo regole stabilite e le loro denunce saranno esaminate”.

Nel frattempo, Ghassan Jarrar è molto preoccupato per il destino di sua moglie, come del resto dovrebbe essere ogni sostenitore dei diritti umani in Israele e altrove. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dall’inizio della guerra nelle prigioni israeliane sono già morti o sono stati uccisi circa 60 detenuti palestinesi, molto di più del totale di vittime in 20 anni nella famigerata prigione militare di Guantanamo.

Questa settimana Khalida ha avuto una sola richiesta per la sua avvocata: assicurarsi di poter respirare. “Non c’è aria, sto soffocando”, ha detto a Masalha con voce strozzata.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come i medici carcerari israeliani partecipano alla tortura dei detenuti palestinesi

Kanav Kathuria

28 maggio 2024 – Mondoweiss

I medici israeliani forniscono agli interroganti le informazioni mediche riguardanti i prigionieri per dare il via libera alla tortura, istruiscono gli interroganti su come infliggere dolore senza lasciare segni fisici e collaborano persino personalmente nell’infliggere le torture.

Quando lunedì il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha richiesto dei mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant ha scelto sorprendentemente di non includere nella sua lista dei crimini di guerra e dei crimini contro lumanità commessi da Israele la tortura o la violenza sessuale contro i prigionieri palestinesi.

Lomissione della tortura da parte di Khan è incredibile. Negli ultimi sette mesi centinaia di rapporti, testimonianze e indagini hanno fatto ulteriore luce sulla pratica brutale della tortura da parte di Israele nei confronti dei detenuti palestinesi e dei prigionieri nelle carceri delloccupazione israeliana.

Come hanno ampiamente documentato organizzazioni della società civile palestinese come lAddameer Prisoner Support, Human Rights Association, il Palestine PrisonersClub e altre, i prigionieri vengono brutalmente picchiati e maltrattati più volte al giorno, rinchiusi in celle non adatte alla vita umana, tenuti bendati con le mani legate con fascette di plastica, isolati dal mondo esterno, spogliati dei loro vestiti, puniti collettivamente attraverso la fame, attaccati da cani, aggrediti sessualmente e torturati psicologicamente. Dal 7 ottobre almeno tredici palestinesi sono stati portati alla morte in carcere in seguito alla tortura e alla negazione di cure mediche adeguate. Innumerevoli altri sono stati scoperti in fosse comuni con evidenti segni delle torture subite, esecuzioni e altri crimini contro l’umanità.

Sebbene trattata dai mezzi di informazione occidentali come un fenomeno nuovo o eccezionale, come nella recente denuncia della CNN sugli orrori praticati nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman, la tortura israeliana precede di molto il 7 ottobre. Luso della tortura in Israele come strumento coloniale per soggiogare e esercitare il controllo sui palestinesi è intrecciato con la sua stessa nascita come Stato. Come ha scritto nel 2010 dal carcere Walid Daqqa, icona rivoluzionaria e letteraria palestinese,

Ciò che accade nelle [carceri israeliane] non è solo detenzione e isolamento di un popolo considerato un rischio per la sicurezza di Israele, ma fa parte di uno schema generale, scientificamente pianificato e calcolato per rimodellare la coscienza palestinese”.

La tortura israeliana è quindi istituzionalizzata e sistematica portata avanti dall’esteso regime di sicurezzadello Stato e autorizzata dai suoi organi legali e giudiziari. A livello internazionale luso della tortura da parte di Israele continua a non essere oggetto di verifica, nonostante lo Stato sia firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti.

Tuttavia, nel fare luce sul labirinto di sistemi, leggi, istituzioni e persone che modellano il modo in cui Israele pratica la tortura [emerge che] una fondamentale categoria di persone coinvolte tende a sfuggire alla responsabilità: gli operatori sanitari nelle carceri e nei centri di detenzione delloccupazione israeliana. Mentre lattenzione su chi tortura generalmente ricade sugli interroganti dello Shin Bet (o lagenzia di sicurezzainterna israeliana), i medici e gli psicologi carcerari israeliani sono profondamente complici della tortura e del trattamento crudele, inumano o degradante dei palestinesi incarcerati che si suppone siano affidati alle loro cure.

Via liberaalla tortura fornito dai medici

Le norme internazionali che vietano ai medici di compiere atti di tortura sono categoriche. Ad esempio, la Dichiarazione di Tokyo del 1975 della World Medical Association – un’associazione a cui appartiene l’Israel Medical Association – afferma che un medico non deve “consentire o partecipare alla pratica della tortura… qualunque sia il reato di cui sia sospettata la vittima di tali procedure”, accusata o colpevole, e qualunque siano le convinzioni o le motivazioni della vittima… anche [nei] conflitti armati e guerre civili.” La Dichiarazione afferma inoltre che mentre i medici hanno lobbligo di diagnosticare e curare le vittime di tortura, è eticamente loro vietato condurre qualsiasi valutazione, o fornire informazioni o trattamenti, che possano facilitare o perpetuare la tortura. (enfasi aggiunta).

In altre parole: un medico può comunque essere complice della tortura anche se la sua partecipazione non è diretta. In quanto professionisti medici responsabili del benessere dei loro pazienti i medici hanno l’obbligo etico di segnalare e denunciare gli abusi di cui sono testimoni, di proteggere i loro pazienti, di garantire la riservatezza delle informazioni mediche personali dei pazienti e di astenersi da qualsiasi situazione in cui venga utilizzata o minacciata la tortura.

Le prove degli ultimi 30 anni dimostrano che regolarmente i medici israeliani non rispettano questi obblighi etici e operano in violazione del diritto internazionale. Come dettagliato nei rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International, Physicians for Human Rights-Israel e molti, molti altri, in Israele il coinvolgimento dei medici nella tortura è sistematico e di fatto parte integrante del regime di tortura israeliano.

La complicità dei medici nella tortura si manifesta in vari modi. Come spiegato nello studio globale di Addameer del 2020, Cell 26, prima dellinizio dellinterrogatorio di un detenuto, i medici israeliani collaborano con gli interroganti dello Shin Bet per certificareo constatare che siano idonei” ad essere sottoposti a tortura. Per tutta la durata dellinterrogatorio un medico fornisce il via liberaaffinché la tortura possa continuare.

Ma lautorizzazione alla tortura va oltre un superficiale controllo sanitario. Nei loro esami, gli operatori sanitari cercano i punti deboli fisici e psicologici da sfruttare in una persona. Queste debolezze vengono condivise attivamente con gli interroganti per aiutarli a spezzare lo spirito del prigioniero.

Inoltre i medici israeliani tacciono sulle ferite che osservano durante la tortura. Invece di adempiere alle proprie responsabilità etiche con il denunciare gli abusi, i medici falsificano o si astengono dal documentare gli effetti fisici e psicologici della tortura sul corpo e sulla mente di un detenuto, privando le vittime della possibilità di utilizzare potenziali prove contro i loro torturatori.

La complicità medica nella tortura si estende oltre i singoli professionisti fino allintero sistema sanitario israeliano. I detenuti palestinesi raccontano che gli interroganti sono addestrati a metodi di abuso progettati per infliggere il massimo danno. Questa conoscenza non è innata; al contrario, secondo Cell 26, la ricerca medica è coinvolta con gli interroganti delloccupazione israeliana per armarli di tecniche e programmi di tortura specifici intesi a causare sofferenze estreme ai detenuti palestinesi lasciando minimi segni fisici.

Dal 7 ottobre le indagini e le testimonianze di sopravvissuti alla tortura, difensori e organizzazioni per i diritti umani e persino alcuni informatori israeliani hanno confermato che il coinvolgimento dei medici israeliani nella tortura è ancora in corso. Il 16 aprile un rapporto scioccante dellAgenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e lOccupazione Lavorativa (UNRWA) sulla tortura dei detenuti di Gaza ha affermato che quando tentavano di ricevere assistenza medica per la cura delle ferite causate dalle torture, i prigionieri palestinesi venivano invece picchiati più duramente dai medici della prigione.

La complicità dei medici nella tortura include anche la negligenza medica, una pratica deliberata e di lunga data nelle carceri israeliane. Un rapporto di Physicians for Human Rights-Israel [Medici per i diritti umani-Israele] pubblicato il mese scorso descrive in dettaglio le orribili condizioni di reclusione in un ospedale da campo situato presso la base militare e centro di detenzione di Sde Teiman. Secondo il rapporto, il personale medico presta assistenza a pazienti immobilizzati e bendati; esegue procedure mediche invasive senza che i pazienti ricevano sufficienti spiegazioni in anticipo o diano il loro consenso; rifiuta di prestare le cure rifiutando la somministrazione di farmaci antidolorifici e giustificando la fornitura del trattamento esclusivamente nei casi in cui ciò aiuti le forze di sicurezza a interrogare i pazienti. Inoltre, al personale medico non è richiesto di denunciare o documentare casi di violenza o tortura di cui sia stato testimone né di firmare documenti medici con il proprio nome o numero di licenza, proteggendolo da qualsiasi potenziale indagine riguardante la violazione delletica medica.

Nellindagine della CNN su Sde Teiman altri tre informatori israeliani presso il centro di detenzione hanno rivelato come le procedure mediche presso la struttura siano a volte eseguite da medici sottoqualificati, tanto che [l’ospedale da campo] si è guadagnato la reputazione di ‘paradiso per i tirocinanti’”.

Come ha detto uno degli informatori alla CNN: Mi è stato chiesto di imparare come fare delle cose sui pazienti, eseguendo procedure mediche minori che sono totalmente al di fuori della mia competenzail trovarmi soltanto lì mi sembrava di essere complice di abusi. La stessa persona ha anche assistito ad amputazioni eseguite su persone che avevano subito ferite causate dalla costrizione continuativa delle mani.

Le condizioni all’interno dellospedale da campo di Sde Teiman sono così disastrose che allinizio di aprile un medico israeliano di stanza presso la struttura ha scritto una lettera al ministro della Sanità israeliano esprimendo le sue preoccupazioni. In essa afferma che le circostanze sono così cupe che i suoi impegni fondamentali nei confronti dei pazientisono stati lasciati da parte e che le équipe mediche della struttura, così come il Ministero della Salute, stanno violando la legge israeliana sullincarcerazione dei combattenti illegali.

Quando i medici sono agenti del colonialismo

La partecipazione alla tortura dei medici professionisti coloro il cui dovere è evidentemente quello di guarire, alleviare la sofferenza e agire nel migliore interesse dei loro pazienti non è una contraddizione. Indipendentemente dalletica o dalle leggi, il personale medico israeliano opera innanzitutto come agente del regime coloniale di insediamento israeliano. Sotto il colonialismo di insediamento tutti gli aspetti della società di un colonizzatore hanno un unico scopo: favorire loppressione delle persone colonizzate.

La professione medica non è diversa. Nel suo saggio Medicina e colonialismoFrantz Fanon delinea cosa significa praticare la medicina in un contesto coloniale. Parlando dellAlgeria francese, scrive:

il medico stessoha deciso di escludersi dal cerchio protettivo che i principi e i valori della professione medica hanno intessuto attorno a luiIn una data regione, il medico si rivela talvolta come il più sanguinario dei colonizzatoricosì diventa il torturatore sotto le apparenze di un medico.

Fanon continua: Sul piano strettamente tecnico il medico europeo collabora attivamente con le forze coloniali nelle loro pratiche più spaventose e più degradanti”.

Gli ultimi 230 giorni hanno reso dolorosamente evidente che lannientamento delle infrastrutture sanitarie di Gaza è uno degli obiettivi centrali della campagna genocida di Israele. Oltre alla distruzione degli ospedali, gli operatori sanitari palestinesi vengono rapiti, torturati e uccisi a centinaia. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza dal 7 ottobre almeno 493 operatori sanitari sono stati assassinati da Israele. Altri 200 sono stati fatti prigionieri dalle forze di occupazione israeliane. Alcuni come il dottor Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia presso lospedale al-Shifa sono stati torturati a morte dopo mesi di prigionia.

Mentre Israele bombarda e distrugge gli ospedali i medici israeliani torturano i prigionieri palestinesi. Mentre Israele giustizia i pazienti palestinesi, i suoi medici condividono ricerche mediche per aiutare a torturare meglio i detenuti palestinesi. Nelle parole del dottor Al-Bursh: La pratica della medicina è diventata un criminee la detenzione e la tortura a morte è diventata la punizione per aver salvato vite umane”.

Mentre i medici palestinesi muoiono negli ospedali di Gaza con i loro pazienti i medici israeliani sono complici del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)