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Israele sta di nuovo usando i palestinesi come scudi umani

Robert Inlakesh

31 maggio 2022 – MiddleEastEye

Comune strategia militare israeliana in passato, nel 2005 la pratica è stata resa illegale alla luce del diritto internazionale. Eppure sempre più testimonianze dimostrano come Israele stia di nuovo facendo impunemente uso di scudi umani

Il 13 maggio una ragazza palestinese di 16 anni di nome Ahed Mohammad Rida Mereb è rimasta traumatizzata per essere stata usata dai soldati israeliani come scudo umano, secondo il rapporto di Defense for Children International Palestine (DCIP).

Mereb ha detto che durante l’incidente – avvenuto durante un raid israeliano nel quartiere al-Hadaf di Jenin – “Uno di loro [i soldati israeliani] mi ha ordinato in arabo attraverso un finestrino del mezzo militare: ‘Resta dove sei e non muoverti. Sei una terrorista. Stai ferma finché non dirai addio a tuo fratello'”.

Ha aggiunto: “Tremavo e piangevo e gridavo ai soldati di spostarrmi perché i proiettili mi passavano sopra la testa”.

Una settimana dopo le forze israeliane sono state nuovamente accusate di applicare la stessa tattica quando è comparsa una fotografia di soldati che usano un palestinese come scudo umano.

Per quanto scioccanti siano questi rapporti, non costituiscono una gran sorpresa per la maggior parte dei palestinesi i quali sanno, insieme a coloro che vi prestano attenzione da tempo, che usare scudi umani palestinesi è sempre stata normale pratica dell’esercito israeliano.

Secondo B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, l’esercito israeliano ha usato la tattica degli scudi umani sin da quando nel 1967 ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia di Gaza.

“Procedura del vicino”

Nonostante frequenti affermazioni israeliane su combattenti palestinesi che userebbero i propri civili come scudi umani – segnatamente durante i conflitti tra Gaza e Israele – non ci sono prove che questo accada davvero.

Invece, sono i soldati israeliani ad aver impiegato tale strategia sui campi di battaglia in quella che è nota in Israele come la famigerata “procedura del vicino”, un modo gentile per definire la prassi dell’esercito israeliano di usare scudi umani.

Fino al 2005, l’uso di palestinesi come scudi umani da parte dei soldati israeliani era una pratica militare normale per l’esercito israeliano, legittima secondo la legge israeliana.

L’Alta Corte israeliana ha vietato la pratica solo dopo una battaglia legale durata tre anni promossa da sette gruppi israeliani e palestinesi per i diritti umani, che l’hanno contestata come violazione alle Convenzioni di Ginevra.

Pochi mesi dopo l’avvio del contenzioso legale, nel maggio 2002 il diciannovenne palestinese Nidal Abu Mukhsan è stato ucciso mentre veniva usato come scudo umano. La morte di Mukhsan, responsabilità di Israele secondo i gruppi per i diritti umani, ha dato alla causa contro la politica israeliana degli scudi umani la spinta che mancava.

Quando Israele alla fine ha messo fuori legge la pratica, l’esercito israeliano ha protestato, e l’allora ministro della Difesa israeliano, Shaul Mofaz, è comparso in tribunale portando argomenti per abrogare il divieto.

Il Ministero della Difesa israeliano ha specificamente sostenuto l’eventualità di esercitare questo metodo all’interno della Cisgiordania occupata, nonostante sia stata giudicata una violazione del diritto internazionale.

Da quando l’uso di scudi umani è stato bandito, l’esercito israeliano ha tentato più volte di appellarsi alla sentenza, sostenendo che esso fornisce una protezione essenziale ai soldati.

L’esercito israeliano accusa sistematicamente Hamas di usare scudi umani a Gaza, ma allo stesso tempo usa la stessa tattica e sostiene persino che dovrebbe tornare ad essere legale. Ex soldati israeliani, parlando all’associazione israeliana Breaking the Silence [ONG israeliana che dal 2004 permette ai militari israeliani di raccontare le loro esperienze nei Territori Occupati, ndtr.], hanno testimoniato di aver usato scudi umani anche dopo che la pratica era stata bandita.

Innumerevoli testimonianze

Nonostante le abbondanti prove che le forze israeliane abbiano continuato a usare i palestinesi come scudi umani anche dopo che la pratica è stata bandita, pochissimi soldati israeliani sono finiti in tribunale per le loro azioni.

L’ultima volta che dei soldati israeliani sono stati puniti per aver usato un palestinese come scudo umano è stato nel 2010, per un atto commesso durante l’incursione israeliana a Gaza del 2008-2009.

B’Tselem ha riassunto così l’accusa: “I due soldati in questione avevano ordinato a un bambino di nove anni, sotto la minaccia di una pistola, di aprire una borsa che sospettavano nascondesse dell’esplosivo. Nonostante la gravità della loro condotta – mettere a rischio un bambino – i due sono stati condannati a tre mesi con la condizionale e retrocessi da sergente maggiore a soldato semplice circa due anni dopo l’incidente. Nessuno dei loro ufficiali in comando è stato processato”.

Il numero di casi di uso israeliano di scudi umani registrato dai gruppi per i diritti umani, sia internazionali che nazionali, è in continua crescita.

Che questa pratica riemerga, soprattutto dopo l’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, dovrebbe rappresentare un punto di svolta e far capire al mondo intero chi sta veramente usando gli scudi umani.

Nessun organismo o organizzazione internazionale attendibile ha mai segnalato una consuetudine secondo cui i palestinesi usino la propria gente come scudi umani.

Invece l’esercito israeliano per decenni ha letteralmente inserito la tattica nei propri manuali – e i soldati israeliani continuano tutt’ora a impiegare tali metodi anche dopo che sono stati ufficialmente messi fuori legge.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e documentarista. Ha lavorato e vissuto nei territori palestinesi occupati e pubblicato su The New Arab, RT, Mint Press, MEMO, Quds News, TRT e l’edizione inglese di Al-Mayadeen.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Jenin resiste tenacemente ai continui attacchi di Israele

Tamara Nassar

21 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Un adolescente palestinese è stato ucciso dalle truppe israeliane a Jenin sabato nelle prime ore del giorno.

Le autorità sanitarie palestinesi lo hanno identificato come Amjad Walid al-Fayed, di 17 anni.

L’organizzazione di resistenza palestinese della Jihad islamica ha affermato che il loro membro è stato ucciso in uno scontro a fuoco tra i combattenti della resistenza palestinese e le forze di occupazione israeliane durante un’incursione israeliana nella città settentrionale della Cisgiordania.

Sabato centinaia di persone erano presenti al funerale di al-Fayed.

Un secondo adolescente è stato gravemente ferito allo stomaco dagli spari delle forze israeliane.

La Jihad islamica ha affermato che al-Fayed era imparentato con due militanti della resistenza palestinese che hanno combattuto contro le truppe di occupazione israeliane durante un’incursione a Jenin nell’aprile 2002.

Vent’anni fa i suoi zii Amjad e Muhammad al-Fayed sarebbero stati coinvolti in un’imboscata che portò all’uccisione di 13 soldati israeliani.

Secondo un rapporto dell’epoca del segretario generale delle Nazioni Unite, nell’aprile 2002 l’esercito israeliano massacrò nel campo profughi di Jenin almeno 52 palestinesi e ne ferì altre decine.

Inoltre le forze israeliane bombardarono 150 edifici, lasciando 450 famiglie senza casa. Secondo il rapporto alla fine dell’operazione rimasero uccisi 23 soldati israeliani.

Ragazzi come scudi umani

La scorsa settimana i soldati israeliani hanno usato un’adolescente palestinese come scudo umano durante uno scontro a fuoco con uomini armati palestinesi a Jenin.

Alle 6 del mattino del 13 maggio l’esercito israeliano ha assediato la casa di Ahed Mohammad Rida Mereb nel quartiere al-Hadaf di Jenin per arrestare suo fratello di 20 anni.

Dopo aver ordinato ai genitori e ai fratelli minori di Ahed di uscire di casa, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro la casa in cui era rimasto il fratello. Secondo un’indagine sul campo di Defense for Children International-Palestine [ONG impegnata internazionalmente a difesa dei diritti del fanciullo, ndtr.] il fratello ha reagito sparando contro le truppe israeliane.

Due ore dopo, i combattenti della resistenza palestinese hanno iniziato a sparare pesantemente contro un veicolo militare israeliano.

I soldati hanno costretto Ahed a stare fuori dal veicolo militare per due ore mentre loro erano seduti all’interno in uno scambio di fuoco con uomini armati palestinesi.

Venivano sparati proiettili contro il veicolo militare da tutte le direzioni”, ha detto Ahed a DCIP.

“Tremavo, piangevo e gridavo ai soldati di spostarmi da lì perché i proiettili mi passavano sopra la testa”, ha aggiunto Ahed.

Ma uno di loro mi ha ordinato in arabo, attraverso un finestrino del veicolo militare, Rimani dove sei e non muoverti. Sei una terrorista. Resta al tuo posto finché non dirai addio a tuo fratello’”.

“Ahed ha provato a inclinare la testa di lato per schivare i proiettili, ma uno dei soldati israeliani le ha ordinato di stare dritta”, ha dichiarato DCIP.

È stata costretta a rimanere lì per due ore prima di correre vicino a un albero e crollare. È stata curata in ospedale per un grave stress mentale e bassi livelli di ossigeno.

Dopo aver evacuato la casa di Ahed, dove viveva con la sua grande famiglia, inclusi otto minori, le forze israeliane hanno bombardato la casa con granate a razzo causandone l’incendio, e poi l’hanno attaccata con proiettili veri.

Resistenza a Jenin

Nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha intensificato gli attacchi su Jenin la resistenza nel campo profughi è diventata più dura.

Il 13 maggio, come accade quasi quotidianamente, le forze israeliane hanno invaso il campo profughi di Jenin e la vicina città di Burqin ferendo più di una dozzina di palestinesi ed effettuando arresti.

Quel giorno a Burqin un ufficiale israeliano è stato ucciso da combattenti della resistenza palestinese.

Le forze israeliane hanno cercato di arrestare il militante palestinese Mahmoud al-Dubai. Le truppe israeliane hanno circondato la sua casa e gli hanno ordinato di arrendersi.

Dopo uno scontro a fuoco di un’ora tra al-Dubai e le forze di occupazione israeliane, in cui, secondo quanto riferito, dei soldati israeliani sparavano contro la casa granate anticarro Energa [armi usate per il combattimento ravvicinato contro mezzi corazzati e postazioni fortificate, ndtr.], al-Dubai è stato arrestato.

“La quantità di spari contro di noi era incrediibile, migliaia di proiettili”, ha affermato un anonimo “alto ufficiale” su Arutz Sheva, una pubblicazione a sostegno delle attività di insediamento coloniale di Israele in Cisgiordania.

“Sono nell’esercito da più di 20 anni e non ho mai visto niente di simile”.

Nel tentativo di escogitare nuovi metodi per contrastare la resistenza, Israele sta valutando un ritorno all’uso dei raid aerei contro il campo un metodo di repressione che la Cisgiordania non vede dalla seconda Intifada di due decenni fa.

“Elicotteri e droni possono essere utilizzati per proteggere le truppe di terra attraverso l’uso del fuoco deterrente e possibilmente sparare contro combattenti armati”, ha riferito il quotidiano di Tel Aviv Haaretz.

Uccisi fratelli di prigionieri

Nel frattempo a Jenin il fratello di uno dei sei palestinesi evasi lo scorso settembre da una delle prigioni più fortificate di Israele è morto dopo essere stato colpito delle forze di occupazione israeliane.

Durante i combattimenti del 13 maggio a Jenin le forze israeliane hanno sparato a Daoud Zubaidi. Era un fratello di Zakaria Zubeidi, il prigioniero più noto evaso a settembre.

Zakaria Zubeidi era un comandante delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, una milizia affiliata a Fatah.

Daoud è stato trasferito all’ospedale Rambam di Haifa, dove è morto il 15 maggio.

Il politico israeliano di estrema destra Itamar Ben-Gvir ha visitato quell’ospedale poco prima che fosse annunciata la morte di Daoud Zubeidi.

Ben-Gvir ha invocato l’esecuzione per Daoud Zubeidi.

“Questo terrorista insieme ad altri terroristi dovrebbe essere mandato sulla sedia elettrica”, ha detto Ben-Gvir in un video.

Chiunque spari nella direzione dei nostri soldati, chiunque tenti di uccidere non dovrebbe ricevere cure o coccole in ospedale. Gli si deve infliggere la morte sulla sedia elettrica”.

L’uccisione di Daoud Zubaidi porta a 228 il numero dei palestinesi morti in Israele da detenuti. Israele sta ancora trattenendone il corpo e si rifiuta di consegnarlo alla famiglia.

Il Palestine Prisoners Club [ONG che sostiene i prigionieri politici nelle carceri di occupazione israeliana, ndtr.] ha detto che le forze israeliane hanno sparato contro di lui con l’obiettivo di “finirlo“.

Il fratello di un altro prigioniero evaso è morto il mese scorso mentre combatteva contro le forze israeliane.

Shas Kamamji, 29 anni, è stato ucciso nel villaggio di Kafr Dan il 14 aprile quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro una folla di persone che lanciavano pietre contro i veicoli militari.

Kamamji era il fratello di Ayham Kamamji, un altro dei fuggitivi dalla prigione di Gilboa. La fuga è stata considerata un colpo terribile per la reputazione dell’apparato di sicurezza israeliano.

I prigionieri rimasero in libertà per giorni e in alcuni casi settimane prima di essere nuovamente arrestati.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)