Questo è il volto di Israele.

Yara Hawari

21 maggio 2026 Al Jazeera

Il video di Ben Gvir sugli attivisti della flottiglia legati ha mostrato Israele senza maschera.

Questa settimana Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha pubblicato sui social media un video in cui schernisce gli attivisti della flottiglia detenuti dalle forze israeliane.

In una clip un’attivista ammanettata grida “Palestina libera” mentre Ben-Gvir le passa accanto. Viene immediatamente afferrata per i capelli e spinta a terra dal personale di sicurezza. Ben-Gvir osserva la scena con aria compiaciuta. In un’altra clip decine di detenuti vengono mostrati legati e inginocchiati con la fronte a terra, costretti in posizioni di stress mentre l’inno nazionale del regime israeliano risuona da un altoparlante. Ben-Gvir sventola una grande bandiera israeliana e urla loro: “Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”.

Ben-Gvir sa di potersi permettere questo senza subire gravi conseguenze. Perché mai dovrebbe pensare il contrario? Il suo paese l’ha appena fatta franca dopo un genocidio trasmesso in diretta streaming a un pubblico globale.

Non sono mancate le condanne, in particolare da parte dei governi i cui cittadini figurano tra i detenuti. Il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, ha definito le immagini “inaccettabili” e una violazione della dignità umana. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che non avrebbe tollerato i maltrattamenti subiti dai cittadini del suo paese e ha annunciato che avrebbe esercitato pressioni a (livello de) ll’Unione Europea per sanzioni specifiche contro Ben-Gvir, avendogli già vietato l’ingresso in Spagna. Persino l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Ben-Gvir aveva “tradito la dignità della sua nazione”.

Ma, per quanto genuina sia l’indignazione, sanzionare Ben-Gvir colpisce solo un ingranaggio di una macchina genocida ben più ampia. È la stessa tattica impiegata dagli Stati europei di fronte alla costruzione di insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata: sanzionare una manciata di coloni violenti lasciando intatta la struttura statale che pianifica, finanzia e protegge l’impresa degli insediamenti. Il gesto crea l’apparenza di conseguenze senza minacciare il sistema che le produce.

Questo non è denunciare le responsabilità. È la comunità internazionale che traccia una linea di demarcazione abbastanza distante dalla propria complicità in modo da sentirsi pulita. Ben-Gvir non ha costruito le prigioni, non ha ordinato le torture sistematiche al loro interno, né ha imposto il blocco che la flottiglia stava cercando di rompere. È un ministro di un governo che ha perpetrato un genocidio con il sostegno materiale e diplomatico di molti degli stessi Stati occidentali che ora si schierano per denunciarlo. Rimuoverlo dall’equazione non cambia nulla. Le prigioni restano. Il blocco resta. E il genocidio continua.

Il video ha toccato un nervo scoperto anche in Israele. Netanyahu ha rimproverato pubblicamente Ben-Gvir, affermando che la sua condotta “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar si è rivolto direttamente a lui su X: “Con questa vergognosa dimostrazione hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato, e non è la prima volta”. Saar ha aggiunto che Ben-Gvir ha “vanificato gli enormi sforzi, professionali e di successo, compiuti da moltissime persone”. Per Saar e Netanyahu il problema non è ciò che Ben-Gvir sta facendo, ma il fatto che lo stia mostrando con tanta sfrontatezza. La preoccupazione è l’immagine: un video ha reso visibile, a un pubblico europeo e con la partecipazione di cittadini europei, una prassi consolidata nei confronti dei palestinesi.

E ciò che il video mostra non è un caso isolato. Oltre 9.600 palestinesi sono attualmente detenuti nei centri di detenzione del regime israeliano. Di questi, più di 3.500 sono in detenzione amministrativa, imprigionati a tempo indeterminato senza accusa né processo. Tra i detenuti ci sono centinaia di bambini. I prigionieri sono sottoposti a sistematica privazione di cibo, percosse, negazione di cure mediche e violenze sessuali che vanno dallo spogliarello forzato allo stupro. Almeno 84 prigionieri palestinesi sono morti sotto la custodia israeliana dall’ottobre 2023 a causa di torture, fame e negligenza medica. Quasi ogni famiglia palestinese ha un caro che è stato imprigionato a un certo punto della vita: un’esperienza che si ripercuote per generazioni e lascia profonde cicatrici su famiglie e comunità anche molto tempo dopo il rilascio.

Saar ha concluso il suo messaggio a Ben-Gvir insistendo sul fatto che questo “non è il volto di Israele”. Si sbaglia. Questo è il volto di Israele. È violento. È orribile. Ed è crudele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele approva la legge su processo pubblico e pena di morte per i detenuti del 7 ottobre

Redazione di Al Jazeera, AP, Reuters

12 maggio 2026 – Al Jazeera

Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il disegno di legge rende più facile l’imposizione della pena di morte ed elimina le garanzie di un giusto processo

I parlamentari israeliani hanno approvato un disegno di legge che istituisce un tribunale speciale con il potere di comminare la pena di morte ai palestinesi accusati di coinvolgimento negli attentati guidati da Hamas il 7 ottobre 2023.

Il disegno di legge è stato approvato nella tarda serata di lunedì con 93 voti favorevoli e nessun contrario dalla Knesset, il parlamento israeliano composto da 120 seggi. I restanti 27 parlamentari erano assenti o si sono astenuti dal voto.

Le organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani avvertono che il disegno di legge renderà troppo facile l’imposizione della pena di morte, eliminando al contempo le procedure che tutelano il diritto a un giusto processo. Muna Haddad, avvocata di Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele – ha dichiarato ad Al Jazeera che il disegno di legge riduce intenzionalmente le garanzie legali a un giusto processo per assicurare la condanna di massa dei palestinesi.

“Il disegno di legge consente esplicitamente processi di massa che si discostano dalle norme standard in materia di prove, inclusa un’ampia discrezionalità giudiziaria nell’ammettere prove ottenute in condizioni coercitive che possono configurarsi come tortura o maltrattamenti”, ha affermato Haddad. “Ciò costituisce una grave violazione delle garanzie a un giusto processo, ben al di sotto dei requisiti del diritto internazionale”.

In contrasto con la normale prassi giudiziaria israeliana, che di solito vieta le telecamere in aula, il disegno di legge impone la ripresa e la trasmissione pubblica dei momenti chiave dei processi su un sito web dedicato. Questo includerebbe le udienze di apertura, i verdetti e le sentenze. Haddad ha segnalato che questa disposizione di fatto “trasforma i procedimenti in processi farsa a scapito dei diritti degli imputati”.

[Dei circa 11.000 palestinesi prigionieri, ndt.] Israele detiene tra i 200 e i 300 palestinesi, contando anche quelli catturati nel Paese durante gli attacchi del 7 ottobre, che non sono ancora stati incriminati. L’attacco guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine meridionale di Israele con Gaza ha ucciso almeno 1.139 persone, per lo più civili, secondo un conteggio di Al Jazeera basato su statistiche ufficiali israeliane. Altre 240 persone circa sono state prese in ostaggio. La successiva guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso circa 72.628 palestinesi, di cui almeno 846 da quando è entrato in vigore il “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre. La guerra, che secondo gli esperti delle Nazioni Unite potrebbe configurarsi come genocidio, ha lasciato il territorio palestinese in rovina.

Lunedì diverse organizzazioni israeliane per i diritti umani tra cui Hamoked, Adalah e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele hanno affermato che, sebbene “la giustizia per le vittime del 7 ottobre sia un imperativo legittimo e urgente”, qualsiasi accertamento delle responsabilità per i crimini “deve essere perseguito attraverso un processo che includa, anziché abbandonare, i principi di giustizia”.

Il disegno di legge è distinto dalla legge approvata a marzo che ha sancito la pena di morte per i palestinesi condannati per l’omicidio di israeliani, una misura duramente condannata dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani come discriminatoria e disumana. Tale legge si applica ai casi futuri e non è retroattiva, quindi non potrebbe essere applicata ai sospettati per i fatti dell’ottobre 2023.

Il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che la nuova legge “serve a coprire i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza”. La Corte penale internazionale sta indagando sulla condotta di Israele nella guerra a Gaza e ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per tre leader di Hamas tutti successivamente uccisi da Israele. Israele sta inoltre battendosi contro l’apertura di un procedimento per genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. Israele respinge le accuse.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli avvocati affermano che Israele ha prorogato la detenzione degli attivisti della Gaza Flotilla

Urooba Jamal

5 maggio 2026 – Al Jazeera

Le avvocate che rappresentano i due attivisti faranno ricorso contro la decisione di proroga, definendola “illecito di stato”.

Un tribunale israeliano ha prorogato la detenzione dei due attivisti della Flotilla di aiuti umanitari diretta a Gaza, che sono stati sequestrati dalle autorità israeliane la scorsa settimana, afferma un’organizzazione israeliana per i diritti che li rappresenta.

Miriam Azem, coordinatrice dell’ufficio legale internazionale di Adalah, ha confermato a Al Jazeera che martedì il tribunale di primo grado di Ashkelon ha ammesso la richiesta di proroga della detenzione dello spagnolo Saif Abu Keshek e del brasiliano Thiago Avila fino a domenica 10 maggio.

I due erano tra le decine di attivisti salpati per Gaza come parte della Global Sumud Flotilla, intercettata dalle forze israeliane in acque internazionali di fronte alla Grecia il 30 aprile. Gli organizzatori affermano che tra i 180 attivisti, la maggior parte dei quali è stata condotta a Creta, Abu Keshek e Avila sono stati portati in Israele per essere interrogati, e vi restano tuttora in detenzione.

La decisione del tribunale di prorogare la detenzione degli attivisti umanitari catturati in acque internazionali configura una convalida giudiziaria dell’illegalità dello Stato”, ha affermato martedì Adalah in una dichiarazione, aggiungendo che avrebbe fatto ricorso contro la decisione.

La proroga della detenzione degli attivisti si basa su “prove segrete” che non è stato permesso visionare a Abu Keshek, Avila e ai loro avvocati, ha detto Adalah.

Essenzialmente il tribunale ha ammesso l’intera proroga di sei giorni senza porre alcuna limitazione o vincolo giudiziario al periodo di interrogatorio”, afferma la dichiarazione dell’organizzazione.

Non è stato presentato nessun capo d’imputazione contro i due uomini, ma Abu Keshek e Avila affrontano diverse accuse, tra cui l’affiliazione ad una “organizzazione terroristica e contatti con agenti stranieri”, aveva precedentemente detto Adalah a Al Jazeera.

Le avvocate di Adalah Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, che rappresentano i due attivisti, hanno sostenuto che le accuse contro di loro sono “prive di alcun fondamento” e non hanno “basi giuridiche”.

Poiché gli attivisti sono stati catturati a più di 1.000 km di distanza da Gaza e non sono cittadini israeliani, il diritto interno israeliano non si applica a loro”, ha affermato l’organizzazione per i diritti.

Ha inoltre detto che entrambi gli attivisti sono tenuti in “totale isolamento, esposti a luce intensa per 24 ore nelle loro celle e bendati ogni volta che vengono spostati, anche durante le visite mediche.”

L’organizzazione ha dichiarato che gli attivisti continuano lo sciopero della fame, bevendo solo acqua, dal momento del loro sequestro il 30 aprile.

Anche gli organizzatori della Flotilla martedì hanno chiesto il rilascio di Abu Keshek e Avila, premendo sulla comunità internazionale perché si attivasse.

Ancora una volta il regime sionista ha esteso la detenzione illegale dei nostri amici Saif Abu Keshek e Thiago Avila”, ha scritto su X l’organizzazione.

I nostri organizzatori sono stati illegalmente rapiti in acque internazionali, sottoposti a pestaggi e torture in acque territoriali greche e condotti a forza contro la loro volontà nella Palestina occupata, dove sono stati sottoposti a interrogatori, minacce di morte, privazione del sonno e negligenza medica.”

Sabato le avvocate di Adalah avevano visitato gli attivisti nel carcere di Shikma a Ashkelon, dove hanno testimoniato riguardo a “grave violenza fisica configurante tortura.”

Il primo viaggio della Global Sumud Flotilla verso Gaza in agosto e settembre aveva attirato l’attenzione mondiale prima che le forze israeliane intercettassero le imbarcazioni di fronte alle coste di Egitto e Gaza all’inizio di ottobre.

Membri dell’equipaggio, compresa l’attivista svedese Greta Thunberg, sono stati arrestati ed espulsi dalle forze israeliane.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Conquistare la pace in Libano è più difficile che vincere una guerra.

Lorenzo Kamel

4 maggio 2026 – Aljazeera

Per risolvere il conflitto in Libano è necessario tenere conto della sua lunga e complessa storia e delle nuove realtà geopolitiche.

Nel contesto di una fragile tregua in Libano il presidente Joseph Aoun si sta preparando per quello che alcuni definiscono un «viaggio storico» a Washington. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe esercitare pressioni su di lui affinché incontri il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Se questo incontro dovesse aver luogo, sarebbe il primo nella storia.

Tuttavia un incontro simbolico non sarebbe sufficiente a risolvere il conflitto in Libano, che ha profonde radici storiche e un’ampia portata geopolitica.

Nonostante il cessate il fuoco Israele continua a occupare parti del Libano meridionale. L’obiettivo dell’operazione in corso, come dichiarato dal Ministro della Difesa Israel Katz, è quello di stabilire una “zona di sicurezza” nell’intera area a sud del fiume Litani, che rappresenta il 10% del territorio nazionale libanese.

Alla popolazione civile è stato impedito di tornare alle proprie case, mentre le forze israeliane hanno continuato i bombardamenti e le demolizioni su larga scala. Netanyahu sembra utilizzare la narrativa della «distruzione di Hezbollah» per nascondere quella che in realtà è una campagna di distruzione di massa e di trasferimento forzato della popolazione.

È importante sottolineare che per Israele l’occupazione dei territori a sud del fiume Litani non è solo un obiettivo militare. È un’aspirazione storica.

Nel 1918 Yitzhak Ben-Zvi, futuro secondo presidente israeliano e il più longevo, e David Ben-Gurion, futuro primo ministro israeliano, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele in cui i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba.

Nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, l’incontro formale delle forze alleate vincitrici per stabilire i termini di pace dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, una delegazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum per uno Stato ebraico che si estendesse fino al fiume Litani, nonché sul Sinai e altri territori al di là dei confini dell’odierno Israele.

Durante la guerra del 1948 il neonato Stato israeliano rivolse la sua attenzione al Libano meridionale, il Paese con l’esercito più piccolo della regione. Nell’ottobre di quell’anno l’esercito israeliano conquistò il villaggio di Hula senza incontrare alcuna resistenza. Più di 80 abitanti indifesi furono uccisi. Il principale responsabile di quel massacro, Shmuel Lahis, fu condannato a un solo anno di prigione e, dopo aver ricevuto la grazia presidenziale nel 1955, divenne direttore generale dell’Agenzia Ebraica [istituzione preposta all’accoglienza e inserimento sociale degli immigrati ebrei da tutto il mondo, ndt.]

Molti villaggi, come Qadas e Saliha, adiacenti al confine tra Libano e Israele, furono teatro di analoghi massacri e deportazioni. Nel frattempo, a seguito di quella che i palestinesi chiamano la Nakba (catastrofe), 100.000 rifugiati palestinesi vennero costretti a trasferirsi in Libano. L’attuale composizione demografica del Libano meridionale va interpretata alla luce di queste dinamiche e delle ferite che ha lasciato.

Anche i decenni di conflitto successivi hanno plasmato il sud del Libano. Basti pensare che negli anni ’60 molte aree sciite del sud del Paese erano prive di acqua corrente, elettricità e accesso a scuole non religiose poiché lo Stato libanese investiva nella regione solo lo 0,7% della spesa pubblica. Questa incuria sarebbe diventata la base della politicizzazione e della mobilitazione della popolazione sciita nei decenni successivi.

Lo scoppio della guerra civile libanese nel 1975 fu fondamentalmente determinato dalla convergenza di profonde divisioni interne e dalla presenza destabilizzante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che agiva come uno “Stato nello Stato” e intraprendeva attacchi transfrontalieri contro Israele.

Nel marzo del 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, una grande invasione del Libano meridionale con l’obiettivo di paralizzare le basi dell’OLP e stabilire una zona cuscinetto, provocando un significativo esodo di civili e il dispiegamento delle forze di pace dell’ONU.

Alcuni membri della comunità sciita accolsero con favore l’espulsione dell’OLP dal sud da parte di Israele. Ma quando l’esercito israeliano invase nuovamente il Libano nel 1982 divenne presto chiaro che non aveva alcuna intenzione di andarsene. Ciò accelerò la mobilitazione politica degli sciiti libanesi e Hezbollah ne fu una delle principali conseguenze.

Nei decenni successivi Hezbollah divenne una delle principali minacce alla sicurezza di Israele. Il gruppo utilizzò il Libano meridionale per lanciare razzi e missili contro il nord di Israele e compì attacchi contro israeliani in altre zone.

Inoltre dopo il 1979 Hezbollah sviluppò una stretta relazione con il principale nemico di Israele: la Repubblica Islamica dell’Iran, relazione che in seguito si è evoluta da una dipendenza ideologica a una vitale partnership strategica.

Se inizialmente il regime iraniano considerava Hezbollah un elemento chiave per esportare la propria rivoluzione, ora lo ritiene la sua risorsa regionale più efficace e la prima linea di difesa contro gli obiettivi e le politiche espansionistiche di Israele nella regione. Teheran ha trasferito tecnologia militare al suo alleato libanese, fornendogli missili avanzati, droni e capacità informatiche.

Sebbene sia vero che Hezbollah abbia rappresentato una minaccia per Israele non si può ignorare la disparità di potenza di fuoco. Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, Canale 4 ha riferito che gli attacchi israeliani in Libano hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Nell’anno successivo al cessate il fuoco del 27 novembre 2024 la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha documentato quasi 7.800 violazioni dello spazio aereo da parte delle forze israeliane.

Per l’Iran, Hezbollah e Israele la guerra in corso si è trasformata in un conflitto esistenziale. In questo contesto per il governo libanese Hezbollah rappresenta sia una minaccia alla stabilità sia l’unica carta vincente a sua disposizione nei confronti di Israele. Per gli Stati Uniti, nonostante la presenza militare e il coinvolgimento politico, la guerra è solo l’ennesima avventura militare.

Cosa significa tutto ciò per le dinamiche attuali e la ricerca di soluzioni? Si possono trarre almeno quattro conclusioni.

Innanzitutto non esiste una soluzione militare a quello che è in realtà un problema politico; l’uso della forza non può che peggiorare la situazione. Hezbollah non esisteva prima dell’invasione del Libano del 1982. Hamas non esisteva prima dell’occupazione del 1967. E l’elenco potrebbe continuare. Ogni tentativo di sottomettere, opprimere o annientare altri popoli o paesi si traduce nello schema incarnato da questi movimenti.

In secondo luogo, sulla scena sono presenti attori influenti che spingono per inasprire il conflitto. In Libano alcuni esponenti politici hanno deciso di allearsi con Israele, il che provocherà sicuramente una reazione da parte di Hezbollah. Nel frattempo Netanyahu, che ha un forte interesse a mantenere una guerra permanente” fino alle elezioni israeliane per distrarre lopinione pubblica interna e rimandare i procedimenti giudiziari contro di lui, continuerà ad alimentare le tensioni.

In terzo luogo, lIran non è stato attaccato perché possedeva armi nucleari, bensì perché non le possedeva, il che lha reso un bersaglio apparentemente vulnerabile. Lo stesso vale per il Libano: non ci sarà alcuna possibilità di pace e stabilità finché il Paese sarà considerato un bersaglio facilmente vulnerabile.

Infine, ma non meno importante, abbiamo assistito ai limiti della potenza militare di Israele e allerosione dellinfluenza di diversi Paesi del Golfo che dipendevano completamente dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. Lesternalizzazione della sicurezza non porterà mai a una pace formale e duratura in Libano e nella regione in generale ma, nella migliore delle ipotesi, a una stabilità armata” o a una stabilizzazione militarizzata” imposta con la forza.

Conquistare la pace, che è spesso più difficile che vincere una guerra, richiede un nuovo ordine regionale negoziato e accettato, prima di tutto, dalle potenze e dagli attori locali.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Sofferenza silenziosa”: perché i bambini di Gaza stanno perdendo la capacità di parlare

Mariem Bah e Ibrahim al-Khalili

24 aprile 2026 – Aljazeera

Si stima che oggi 1,1 milioni di bambini a Gaza necessitino di supporto psicologico e psicosociale, poiché un numero crescente di loro sta perdendo la capacità di parlare a causa dei traumi e delle ferite riportate nel corso degli attacchi israeliani.

In seguito a un intenso bombardamento vicino alla sua casa il piccolo Jad Zohud, di cinque anni, ha improvvisamente perso la capacità di parlare.

Non è il solo. In tutta Gaza gli specialisti segnalano un numero crescente di bambini che non riescono più a parlare a causa di ferite legate alla guerra o a traumi psicologici.

Per alcuni la causa è fisica: traumi cranici, danni neurologici o traumi da esplosione. Per altri, non c’è alcuna ferita visibile. Il loro silenzio è la conseguenza di ripetute esposizioni alla violenza che sopraffanno la loro capacità di elaborare o comunicare.

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk, che ha lavorato a Gaza in due occasioni con Medici Senza Frontiere (MSF), la descrive come una “sofferenza silenziosa”, spesso celata sotto l’immensità della distruzione.

Come si manifesta il problema?

All’ospedale Hamad di Gaza City i medici affermano che i casi di perdita del linguaggio nei bambini sono in aumento.

Il dottor Musa al-Khorti, primario del dipartimento di logopedia dell’ospedale, ha dichiarato ad Al Jazeera che in alcuni casi “un bambino può perdere completamente la capacità di parlare”, riferendosi a condizioni come il mutismo selettivo o l’afonia isterica, una perdita funzionale della voce legata a un grave disagio psicologico.

I casi sono vari, ma molti seguono uno schema simile: una perdita improvvisa della parola in seguito a violenza o trauma.

Jad, di cinque anni, non aveva mai avuto problemi di linguaggio prima, ha raccontato la madre, ma dopo un bombardamento vicino alla sua casa al risveglio non riusciva più a parlare: era incapace di emettere suoni o parole.

Jad non è un caso isolato. Lucine Tamboura, di quattro anni, ha perso la voce dopo essere caduta dal terzo piano della sua casa a causa del crollo di una scala danneggiata da un attacco aereo israeliano.

«La caduta ha compromesso la sua capacità di parlare e le ha causato una paralisi parziale a un braccio e a una gamba», ha dichiarato la madre, Nehal Tamboura, ad Al Jazeera. «La gamba e il braccio sono guariti, ma ha ancora difficoltà a parlare. Stiamo continuando le terapie per questo problema».

I medici avvertono che, senza cure costanti, queste condizioni possono avere effetti a lungo termine sullo sviluppo, soprattutto se associate a traumi psicologici.

Perché succede questo?

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk afferma che i bambini perdono la parola in risposta a traumi estremi.

“Si tratta di bambini che sono stati esposti a traumi molto gravi e, senza alcuna causa patologica, smettono di parlare”, spiega. “All’origine c’è sempre un trauma estremo”.

Descrive bambini che hanno perso familiari, assistito a morti, subito lesioni o vissuto ripetute violenze, per i quali il silenzio diventa l’unico modo per affrontare la situazione.

“A un certo punto il mondo sembra completamente imprevedibile e il bambino si trova in grave pericolo”, afferma. “Non è una scelta. È una risposta fisica”.

Molti entrano in quella che lei definisce una “reazione di blocco”, in cui il corpo si disattiva di fronte alla minaccia.

“Il corpo dice: non posso combattere. Le persone possono morire. Posso morire anch’io. Quindi la cosa più sicura è rimanere immobile”, spiega. “È aspettare che il mondo torni a essere sicuro”.

Ma l’impatto va oltre la perdita della parola, spiega.

«Se i bambini smettono di giocare e interagire, smettono di imparare e di svilupparsi», afferma,«lo definisco trauma cognitivo da guerra».

Spiega che un trauma prolungato mantiene il cervello in modalità sopravvivenza: l’amigdala – il sistema di allarme del cervello – rimane in allerta, mentre i sistemi responsabili dell’apprendimento e della regolazione emotiva vengono bloccati.

«Perfino quando un bambino sembra chiuso in se stesso il sistema nervoso è ancora in stato di massima allerta», afferma. «Nel tempo, questo ha effetti molto gravi sullo sviluppo».

Gaza è diversa da altre zone di conflitto?

Brubakk afferma che in oltre dieci anni di lavoro la portata e la vastità del trauma a Gaza non hanno eguali.

“Lavoro sul campo da 12 anni e non c’è niente che si possa paragonare a Gaza. Niente”, dice. “Non c’è nessuno a Gaza che non sia stato colpito”.

Aggiunge che Gaza è caratterizzata da una totale mancanza di sicurezza.

“Bombe ovunque, tutti colpiti, tutti in pericolo: non c’è alcuna sicurezza”.

Questo problema, spiega, è ulteriormente aggravato dal collasso del sistema sanitario e dei servizi essenziali.

“Non si riesce a ottenere l’aiuto necessario, né fisico né psicologico, e non si può scappare”, dice. “Non c’è nessun posto dove andare. E questa combinazione rende l’impatto così devastante”.

Per Brubakk le conseguenze più trascurate non sono solo le lesioni visibili ma anche quelle che lei definisce «conseguenze silenziose a lungo termine» che si manifestano sotto la superficie.

«È semplice mostrare le amputazioni o le bende», dice. «Ma qui si tratta di una sofferenza silenziosa. Ed è ovunque»

A Gaza, aggiunge, non esiste più nemmeno la presunzione di sicurezza.

«Non possiamo dire a nessuno che è al sicuro perché non si può mai sapere», afferma. «Anche con il cosiddetto cessate il fuoco la gente continua a morire. Non si sa mai quando toccherà a te».

Come inizia il processo di guarigione nei bambini?

Per Brubakk la guarigione dal mutismo post-traumatico è lenta e instabile.

Ricorda Adam, un bambino di cinque anni che sviluppò un mutismo selettivo dopo aver assistito alla morte del padre in un bombardamento aereo israeliano. Smise di parlare con chiunque tranne che con la madre, comunicando solo con deboli sussurri, isolandosi quasi del tutto.

Inizialmente rifiutava qualsiasi interazione. Ma gradualmente comparvero piccoli segni di guarigione.

“Un giorno sussurrò alla madre: ‘Manda via quella donna, non mi piace'”, racconta. “E in realtà ne fui felice, perché significava che stava reagendo di nuovo”.

Da quel momento in poi il recupero avvenne per gradi: brevi sguardi, momenti di curiosità, piccoli passi verso un ritorno alla normalità, finché, poco a poco, ritrovò la voce.

Brubakk afferma che questo tipo di progresso dipende da cure strutturate e costanti, che sono sempre più difficili da fornire. All’ospedale Hamad, al-Khorti afferma che i bambini con patologie come il mutismo selettivo necessitano di strumenti specializzati e di una riabilitazione a lungo termine.

«Queste condizioni richiedono interventi terapeutici e strumenti di riabilitazione specializzati», dichiara ad Al Jazeera. «Molti di questi sono stati danneggiati o persi durante la guerra».

Nonostante ciò, Brubakk afferma che la guarigione può comunque iniziare nei modi più semplici.

Uno dei suoi strumenti è quello che lei chiama «bolle di speranza»: bolle di sapone utilizzate nella terapia con bambini introversi.

«Sono così belle e così rilassanti mentre cadono lentamente», dice. «E aiutano i bambini a distogliere l’attenzione dalla paura».

Il soffiare diventa anche un modo per regolare il respiro e calmare il sistema nervoso.

«Se vuoi bolle grandi, devi respirare lentamente», spiega. «Diventa un modo per calmare il corpo attraverso il gioco».

Dice che questo passaggio, dalla paura alla curiosità, può aiutare i bambini a ricominciare a interagire e a rilassarsi.

«Li aiuta a rilassarsi, a dormire meglio, a regolare il loro sistema nervoso», afferma. «Li rimette sul giusto percorso di sviluppo».

Ricorda di nuovo Adam, con lo sguardo perso nel vuoto. La ripresa, spiega, non avviene grazie a una singola svolta, ma attraverso molti piccoli, quasi impercettibili progressi.

“Bisogna avere pazienza”, afferma. “Ogni piccolo passo conta”.

A Gaza, continua, anche i più piccoli momenti di sicurezza hanno un peso enorme proprio perché sono così rari.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le vittime invisibili di Gaza: un’impennata di nati morti e malformazioni congenite

Ibrahim al-Khalili

22 aprile 2026 – AlJazeera

Mentre gli effetti della guerra persistono Gaza sta assistendo a un aumento senza precedenti di anomalie congenite e a un incremento del 140% dei nati morti.

GazaNel reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale Nasser, nel sud di Gaza, i neonati lottano per la vita contro gravi malformazioni congenite legate alle dure condizioni della guerra genocida israeliana.

Osama, di due mesi, è nato con un buco nel cuore [Forame Ovale Pervio, con comunicazione tra i due atri, ndt.] e dilatazione dei ventricoli cerebrali. La madre, Najia Zurub, non ha lasciato l’ospedale dalla sua nascita.

«Sono rimasta incinta durante la guerra e la gravidanza è stata estenuante a causa della mancanza di cibo», racconta Zurub, aggiungendo di aver vissuto in tende senza accesso all’acqua potabile. La forte tensione e lo stress l’hanno costretta a partorire prematuramente. I medici hanno confermato che la condizione di Osama non è genetica, sottolineando che è il suo primogenito e che non ci sono precedenti familiari di questo tipo di malattie.

Osama condivide il reparto con Ahmed, di due settimane, che presenta segni di idrocefalo un eccesso di liquido nei ventricoli cerebrali che causa pressione sui tessuti cerebrali e con Suheir, di due mesi, nata con malformazioni multiple a carico di bocca e orecchie. In precedenza il reparto ospitava cinque neonati con anomalie congenite, ma la piccola Fatama è stata trasferita d’urgenza in terapia intensiva, dove lotta per sopravvivere, mentre un altro neonato, Iyal, è deceduto.

Un’impennata senza precedenti

Sebbene sia spesso difficile individuare la causa esatta di specifiche anomalie congenite, i funzionari sanitari di Gaza affermano che l’enorme numero di casi che stanno attualmente riscontrando non ha precedenti.

Secondo il Ministero della Salute nel 2025 i casi di anomalie congenite sono raddoppiati rispetto al 2022. Nello stesso periodo anche il tasso di nati morti è aumentato del 140%. Solo l’anno scorso si sono registrati 457 decessi neonatali, con un incremento del 50% rispetto al periodo prebellico.

Zaher al-Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione Sanitaria del Ministero della Salute, ha attribuito queste cifre impressionanti a cinque fattori principali: fame diffusa, grave deterioramento dei servizi sanitari, sovraffollamento estremo, esposizione ad acqua potabile contaminata e altri effetti persistenti dei raid aerei israeliani.

Asaad al-Nawajha, pediatra e specialista in neonatologia presso l’Ospedale Nasser, ha espresso profonda preoccupazione per le anomalie interne che colpiscono gli organi vitali. Ha spiegato che queste condizioni si sviluppano tipicamente quando un feto è esposto a fattori ambientali avversi durante il primo trimestre di gestazione, un periodo critico per la formazione degli organi. Dato il grave impoverimento delle risorse mediche secondo i sanitari alcuni di questi bambini colpiti non possono essere curati.

Un collasso sistemico

La guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso almeno 20.000 minorenni. Il conflitto ha anche impedito fisicamente a molte donne palestinesi di portare a termine la gravidanza. Al culmine dei bombardamenti israeliani le nascite nella Striscia sono crollate di oltre il 30%. Sebbene i numeri si siano leggermente ripresi l’anno scorso, rimangono ben al di sotto dei livelli prebellici.

Nonostante il “cessate il fuoco” entrato in vigore lo scorso ottobre il bilancio delle vittime continua a salire e i palestinesi sottolineano che gli attacchi quotidiani di Israele su Gaza proseguono.

Per i neonati dell’ospedale Nasser la riduzione dei bombardamenti offre ben poco sollievo immediato. Questi bambini possono essere sopravvissuti agli attacchi aerei ma ora devono affrontare una diversa e prolungata lotta contro le conseguenze di una guerra che ha devastato i loro fragili corpi.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gaza un’università improvvisata offre la possibilità di riprendere gli studi universitari

Ahmed Al-Najjar

11 aprile 2026 – Aljazeera

Aule alimentate a energia solare rappresentano un’ancora di salvezza per gli studenti di Gaza che lottano contro le conseguenze della guerra e la scarsità di risorse

Il nuovo semestre accademico è iniziato a Gaza alla fine di marzo. Ma le mattine non sono più animate dalla consueta vivacità degli studenti in attesa degli autobus che attraversano le città diretti verso università e college.

Quella sensazione è stata invece sostituita dalle difficoltà legate agli sfollamenti.

La devastante campagna israeliana ha ridotto in macerie le istituzioni accademiche di Gaza, molte delle quali ora riutilizzate come sovraffollati rifugi per famiglie sfollate. Con la distruzione dei campus l’istruzione in presenza è praticamente scomparsa, costringendo le università a passare all’apprendimento online. Ma per gli studenti che vivono in tende, lottando per procurarsi cibo, acqua, elettricità e internet, assistere a una lezione, anche online, è diventato un privilegio.

In mezzo a questo caos si è materializzato un barlume di speranza.

Nella zona densamente popolata di al-Mawasi, nel distretto di Khan Younis, nel sud di Gaza, sta prendendo forma una nuova iniziativa accademica. Scholars Without Borders [Studenti senza confini, ndt.], un’organizzazione non governativa statunitense, ha creato quella che chiama “University City”, uno spazio accademico provvisorio progettato per riportare gli studenti nelle aule universitarie.

Costruito con legno, lamiere e qualsiasi altro materiale reperibile localmente il sito rappresenta una piccola ricostruzione di come era un tempo la vita accademica a Gaza.

Nonostante le difficoltà la nostra missione è quella di avvicinare l’istruzione agli studenti in un ambiente migliore”, ha affermato Hamza Abu Daqqa, rappresentante dell’organizzazione a Gaza.

Abbiamo progettato questo spazio per servire più istituzioni accademiche e il maggior numero possibile di studenti”, aggiunge. Ci sono sei sale, in grado di ospitare fino a 600 studenti al giorno. Può sembrare dimesso ma ricrea un senso di vita accademica normale, qualcosa di cui gli studenti sono stati privati”.

Lo spazio include un accesso a internet alimentato da pannelli solari, aree verdi improvvisate e persino un piccolo incubatore d’impresa, pensato per aiutare gli studenti a sviluppare i propri progetti.

Come spiega l’organizzazione, University City opera con un programma settimanale a rotazione, che prevede che ogni giorno sia assegnato a una diversa istituzione accademica. Questo sistema permette a più istituzioni di condividere lo spazio limitato garantendo il più ampio accesso possibile agli studenti.

Date le limitazioni le università danno priorità ai corsi che richiedono maggiormente la presenza fisica, come le lezioni pratiche e quelle basate sulla discussione.

Alcune preminenti università di Gaza, come l’Università Islamica e l’Università di Al-Azhar, hanno iniziato a utilizzare il sito, insieme ad altri istituti come il Palestine College of Nursing [Scuola palestinese per infermieri, ndt.].

Ma dietro questa modesta struttura si cela una realtà ben più complessa.

Uno sguardo a ciò che è andato perduto

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, nell’ottobre 2023, in tutta Gaza le università sono state sistematicamente danneggiate o distrutte. Nel sud tutti gli istituti sono stati resi inutilizzabili. Nella zona settentrionale di Gaza un numero limitato di campus è stato parzialmente ricostruito, ma la potenzialità di un loro utilizzo rimane estremamente limitata.

Il Palestine College of Nursing, ad esempio, è circondato da rovine dopo essersi ritrovato all’interno della “linea gialla”, dove l’esercito israeliano continua a essere presente dal cessate il fuoco di ottobre, isolando completamente gli studenti dalle loro aule.

Per un’intera generazione di studenti la vita universitaria ha semplicemente smesso di esistere, poiché al suo posto hanno dovuto lottare per sopravvivere.

Ogni anno accademico è solitamente segnato da nuovi inizi, soprattutto per le matricole che entrano in una nuova fase di indipendenza e scoperta. Ma per due anni consecutivi a migliaia di studenti di Gaza è stata negata questa esperienza.

Ora all’interno di University City la stanno vivendo per la prima volta.

«Sembra una vera università»

Mariam Nasr, 20 anni, studentessa del primo anno di infermieristica sfollata da Rafah, è seduta in una delle aule improvvisate e riflette sul significato di quello spazio per lei.

«Prima del genocidio tutto ciò di cui avevamo bisogno per studiare era disponibile: le case, l’elettricità, i materiali e, soprattutto, la sicurezza», dice. «Ma da più di due anni le nostre vite sono state completamente sconvolte».

Mariam ha iniziato l’ultimo anno di liceo proprio all’inizio della guerra. Ci è voluto più di un anno per completare gli esami in condizioni difficili prima di potersi finalmente iscrivere all’università.

«Ho sempre sognato di studiare medicina», afferma. «Ma le circostanze hanno influenzato le mie scelte. Il mio defunto nonno mi diceva che curare le persone non si limita a un solo percorso, quindi ho scelto infermieristica».

Tuttavia il suo corso di laurea prevede lezioni in presenza, un’esperienza che non aveva mai vissuto prima.

«Quando ho visto questo posto sono rimasta a bocca aperta», ha detto. “È stata la prima volta che ho frequentato lezioni in un ambiente che sembra davvero un’università. Siamo tutti emozionati. È diverso, sembra vero.”

Per studenti come Mariam il primo anno è trascorso dietro a uno schermo, se erano fortunati ad averne uno nelle loro tende, disconnessi dall’ambiente accademico che avevano sperato.

Amr Muhammad, 20 anni, un altro studente del primo anno di infermieristica proveniente dal campo di al-Magahzi, nella Gaza centrale, ha espresso una reazione simile.

Mi aspettavo qualcosa di molto più semplice, solo tende e attrezzature di base”, dice. Ma questo è diverso. Essere qui con altri studenti, discutere e partecipare alle lezioni fa un’enorme differenza.”

Il mondo accademico sotto attacco e assedio

L’esperienza vissuta dagli studenti in questo piccolo spazio riflette una tragedia ben più ampia.

La distruzione del settore accademico di Gaza da parte di Israele è stata definita dagli esperti dell’ONU come scolasticidio: lo smantellamento sistematico dell’istruzione attraverso la presa di mira di istituzioni, studenti e della vita accademica stessa. Università sono state distrutte, professori e studenti uccisi e gli sforzi di ricostruzione ostacolati.

Secondo l’Euro-Med Human Rights Monitor [organizzazione no profit per la protezione dei diritti umani, ndt.] e le informazioni fornite da funzionari palestinesi, oltre 7.000 studenti universitari e accademici sono stati uccisi o feriti dagli attacchi israeliani, mentre più di 60 edifici universitari sono stati completamente demoliti da incursioni aeree o bombardamenti terrestri.

Di conseguenza centinaia di migliaia di studenti sono stati esclusi dall’istruzione formale, costretti a ricorrere ad alternative che non sono in grado di eguagliare le loro precedenti esperienze.

E tali soluzioni alternative, come University City, incontrano enormi difficoltà già solo nel mettere in moto la propria attività.

«Tutti i materiali che vedete qui provengono dalla Striscia di Gaza», dice Abu Daqqa, indicando il sito con un gesto. «Abbiamo dovuto lavorare con quello che avevamo a disposizione, con costi crescenti e scarsità di risorse. Ma eravamo determinati a creare qualcosa che desse agli studenti un senso di normalità».

In base al cessate il fuoco di ottobre Israele è obbligato a consentire l’ingresso di materiali da ricostruzione per aiutare a ripristinare alloggi e servizi essenziali per i palestinesi. Ma Israele non ha rispettato tale clausola e ha continuato a imporre restrizioni, conducendo nel frattempo attacchi mortali in tutta Gaza.

E per molti studenti raggiungere University City è di per sé una sfida.

«Sono sfollata ad al-Mawasi, quindi dovrei essere relativamente vicina, ma anche solo arrivare qui è difficile», afferma Mariam. «Le mie lezioni iniziano alle 9 e mi sveglio alle 5 solo per trovare un mezzo di trasporto».

Con le strade danneggiate e la carenza di carburante le opzioni per gli studenti si limitano a veicoli malandati e carri trainati da asini o cavalli.

Procurarsi contanti è frustrante. Taxi e carretti accettano solo monete. Oggi mio padre è riuscito a malapena a procurarmi otto shekel [2,24 euro] ma non sono riuscita a trovare un passaggio”, aggiunge. Così ho camminato per quasi quattro chilometri con i miei amici”.

Per Amr il viaggio è ancora più lungo.

Sono partito alle 6 del mattino e ho aspettato due ore prima di trovare un mezzo di trasporto superaffollato”, dice. Era l’unico modo per arrivare qui”.

E una volta terminata la giornata le difficoltà ricominciano.

Questo spazio è a nostra disposizione solo per poche ore”, aggiunge. Per il resto della settimana torniamo a lottare con l’elettricità internet e i bisogni primari. Non possiamo nemmeno stampare materiale o accedere correttamente alle lezioni online”.

Gli studenti si affidano a dispositivi condivisi o danneggiati, connessioni instabili e risorse limitate, il che rende difficile un apprendimento costante.

Tornata nella tenda mi affido al vecchio telefono di mio padre giusto per seguire le lezioni quando posso”, dice Mariam. “Nella maggior parte dei giorni non c’è una connessione internet stabile né un’alimentazione elettrica adeguata. Cerco di resistere e andare avanti ma spesso desidererei semplicemente una fonte di alimentazione fissa e un dispositivo migliore come un iPad per studiare correttamente e non rimanere indietro.”

L’istruzione va avanti

Nonostante tutto gli studenti procedono mostrando la loro resilienza.

Nei corridoi riprendono le discussioni, si prendono appunti e il senso della vita accademica riemerge lentamente, anche se solo temporaneamente.

“Per la formazione medica l’apprendimento in presenza è essenziale”, afferma il Dott. Essam Mughari, professore al Palestine College of Nursing. “È piuttosto difficile per la formazione online sostituire l’interazione pratica”.

Descrive il significato emotivo del rivedere gli studenti.

“Dopo tutto quello che hanno passato, potersi riunire, interagire e imparare insieme, restituisce qualcosa di vitale”, dice. “Abbiamo la responsabilità di sostenerli, nonostante le circostanze, perché domani saranno loro al nostro posto”.

Per Mariam questa determinazione è una questione profondamente personale.

“Alcuni potrebbero pensare che sia impossibile studiare in queste condizioni”, dice. «Ma io voglio continuare. Mia cugina era un’infermiera. Un raid aereo israeliano ha raso al suolo la casa di tre piani della sua famiglia a Gaza City, uccidendo lei e molte altre persone. La ricordo per non dimenticare perché continuo su questa strada, per curare gli altri e servire il mio popolo».

La University City ora accoglie centinaia di studenti ogni giorno. Ma migliaia di altri rimangono senza accesso a spazi simili.

Scholars Without Borders afferma che l’iniziativa è solo l’inizio di una missione ancora ostacolata dall’assedio israeliano.

«Il nostro lavoro va avanti», dice Abu Daqqa. «Abbiamo allestito decine di scuole provvisorie e creato questa città universitaria, ma i bisogni sono molto maggiori. Questo è ciò che siamo riusciti a costruire sotto il blocco», afferma. «Immaginate cosa si potrebbe fare se ci venissero fornite le risorse veramente necessarie».

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese residente a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa di reportage sul genocidio in corso perpetrato da Israele.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La chiusura del valico di Rafah lascia i pazienti di Gaza bloccati e senza cure.

Maram Humaid

16 marzo 2026 – Aljazeera

Migliaia di persone rischiano un peggioramento delle proprie condizioni di salute dopo che la chiusura di questo importante valico ha bloccato le evacuazioni sanitarie per le famiglie in attesa di cure all’estero.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 28 febbraio Lama Abu Reida si trovava a poche ore da quello che sperava avrebbe cambiato il destino della sua figlioletta malata, Alma.

La famiglia era stata finalmente informata che la bambina, di meno di cinque mesi e incapace di respirare senza un respiratore, aveva i requisiti per una evacuazione sanitaria.

La piccola borsa da viaggio era pronta, la documentazione clinica in ordine e Abu Rheida era pronta a partire. Non restava che uscire dal valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, e da lì dirigersi in Giordania, dove Alma avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico impossibile nella Striscia di Gaza.

Ma appena un giorno prima della partenza prevista per il 1° marzo Israele ha chiuso i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso” adducendo motivi di sicurezza. La decisione ha coinciso con l’inizio dell’attacco militare congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran e ha infranto le speranze di Abu Rheida.

“Mi hanno detto che il valico era stato chiuso senza preavviso a causa della guerra con l’Iran”, dice la madre con voce rotta dal dolore.

Alma, che soffre di una cisti polmonare, è ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis nel sud di Gaza da oltre tre mesi e la madre è al suo fianco giorno e notte.

“Non può assolutamente fare a meno dell’ossigeno”, dice Abu Rheida. “Senza, si sfinisce”.

«Non so cosa potrebbe succedere»

Il valico di Rafah, la principale porta d’accesso di Gaza al mondo esterno, è rimasto chiuso per lunghi periodi durante la guerra genocida di Israele contro i palestinesi nella Striscia, iniziata nell’ottobre del 2023.

Il 1° febbraio Israele ha annunciato una riapertura limitata nell’ambito di una fase di prova a seguito di un “cessate il fuoco” con il gruppo palestinese Hamas. Ciò ha reso possibili in base agli accordi alcuni spostamenti in particolare per i casi medici.

Tuttavia solo pochi pazienti sono riusciti a viaggiare e migliaia sono rimasti in lista d’attesa fino alla chiusura del 28 febbraio che ha bloccato il trasferimento all’estero dei feriti, così come le evacuazioni sanitarie di pazienti come Alma.

I medici avevano detto alla sua famiglia che l’unica opzione per Alma, ricoverata in terapia intensiva tre volte in un mese, era un intervento chirurgico all’estero per rimuovere la cisti dal polmone. Sebbene non particolarmente rischiosa, un’operazione del genere non può essere eseguita a Gaza a causa delle limitate risorse mediche.

“La vita di mia figlia dipende da un singolo intervento chirurgico, dopo il quale potrebbe vivere una vita completamente normale”, afferma Abu Rheida.

«Se il suo viaggio dovesse subire ulteriori ritardi… non so cosa potrebbe succedere. Le sue condizioni non sono rassicuranti», aggiunge sconsolata.

Domenica le autorità israeliane hanno annunciato che il valico di Rafah riaprirà mercoledì per consentire un «flusso limitato di persone» in entrambe le direzioni.

«La chiusura ha ucciso i miei figli»

Ciò che di fatto teme Abu Rheida è quanto Hadeel Zorob ha già vissuto.

Il figlio di sei anni di Zorob, Sohaib, è morto il 1° marzo 2025, mentre la figlia di otto anni, Lana, si è spenta il mese scorso, il 18 febbraio. Entrambi i bambini soffrivano di una rara malattia genetica che causa un progressivo deterioramento delle funzioni corporee.

Entrambi erano in attesa di un’autorizzazione medica per recarsi all’estero per le cure, ma questa non è mai arrivata.

«Ho visto i miei figli morire lentamente davanti ai miei occhi, uno dopo l’altro, senza poter fare nulla», dice scoppiando in lacrime Zorob, 32 anni.

Quando è morta Lana sarebbe dovuta partire dopo pochi giorni.

«Il viaggio di mia figlia era previsto nello stesso periodo in cui il valico è stato chiuso, ma è morta prima», racconta Zorob.

«Quando è arrivata la notizia della chiusura del valico il dolore per mia figlia è tornato prepotentemente al pensiero di tanti bambini che subiranno la stessa sorte».

Zorob racconta che nelle prime fasi della malattia i suoi figli erano ancora in grado di muoversi e giocare in modo relativamente normale.

Prima della guerra di Israele contro Gaza entrambi i bambini ricevevano cure ospedaliere specialistiche che avevano contribuito a stabilizzare in qualche misura le loro condizioni. Ma con l’intensificarsi degli attacchi israeliani le loro condizioni sono gradualmente peggiorate fino a raggiungere uno stadio critico. Il collasso del sistema sanitario di Gaza ha reso difficile per la famiglia l’accesso ai farmaci di cui avevano assoluto bisogno.

«Abbiamo persino provato a far arrivare le medicine dalla Cisgiordania, e ho chiesto aiuto alla Croce Rossa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non c’è stato verso», racconta Zorob.

Durante la guerra lei e la sua famiglia sono state costrette a lasciare la loro casa e a trasferirsi in una tenda nella zona di al-Mawasi. Le nuove condizioni di sfollamento hanno reso molto più difficile prendersi cura dei bambini.

«Entrambi erano costretti a letto… con i pannolini, e la loro glicemia doveva essere monitorata costantemente. Dovevamo dar loro da bere e controllare la loro alimentazione… tutto questo in una tenda, senza beni di prima necessità».

Zorob dice di sentirsi «impazzire» al pensiero che i suoi figli avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere e migliorare se avessero potuto ricevere cure all’estero.

«La chiusura dei valichi ha ucciso i miei figli!» aggiunge, con la voce piena di angoscia. «Il mondo non dà valore alle nostre vite né a quelle dei nostri figli… questa è diventata la normalità».

Zorob dice che, nonostante il dolore incessante, cerca di farsi forza per il suo terzo figlio, Layan, di quattro anni.

«Tutto ciò che desidero è che quello che è successo ai miei figli non accada a nessun’altra madre… che il valico venga riaperto e che ai bambini e ai malati sia permesso di viaggiare».

«È chiedere troppo?»

Secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 20.000 pazienti e feriti sono in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure mediche.

Tra questi figurano circa 4.000 malati di cancro, che necessitano di cure specialistiche non disponibili a Gaza, e circa 4.500 bambini.

Gli elenchi includono anche circa 440 casi “salvavita” che necessitano di un intervento urgente e quasi 6.000 feriti che necessitano di cure ospedaliere continue al di fuori di Gaza.

L’Associazione Al-Dameer per i diritti umani ha definito la chiusura del valico di Rafah una forma di punizione collettiva per i civili di Gaza, avvertendo che essa “condanna a morte un numero sempre maggiore di malati” e aggrava la crisi umanitaria di Gaza.

Per Amal al-Talouli la chiusura del valico di Rafah è stata un altro colpo devastante nella sua battaglia contro il cancro.

La donna di 43 anni soffre di cancro al seno da circa cinque anni. Nonostante si fosse sottoposta a delle cure prima della guerra, la malattia è ricomparsa e si è diffusa in altre parti del corpo, compresa la colonna vertebrale.

“Sia lode a Dio, accettiamo il nostro destino”, dice la madre di due figli. “Eppure, perché la nostra sofferenza deve peggiorare solo perché ci viene impedito di viaggiare e i valichi sono chiusi?”

Al-Talouli vive attualmente con dei parenti dopo aver perso la sua casa nell’area del Progetto di Beit Lahiya [complesso residenziale multipiano, ndt.], nel nord di Gaza, durante la guerra.

Lo sfollamento non è stata una scelta facile a causa delle sue condizioni di salute, afferma. La situazione è aggravata dalla grave carenza di farmaci e personale medico specializzato, una realtà che affligge anche altri malati di cancro a Gaza.

“C’è carenza di tutto”, dice al-Talouli. «Ho sviluppato osteoporosi e accumulo di liquido negli occhi a causa della chemioterapia. La chemio richiede una buona alimentazione, ma la malnutrizione e la carestia hanno reso tutto molto più difficile».

Al-Talouli afferma che la chiusura dei valichi ha peggiorato ulteriormente la situazione.

«Ci colpisce moltissimo. Non arrivano medicinali né trattamenti essenziali», dice Al-Talouli, il cui nome era in una lista d’attesa per recarsi fuori Gaza per le cure.

Sottolinea che i malati di cancro a Gaza hanno urgente bisogno di sostegno.

«Ora desidero solo che il valico riapra, così da poter guarire e continuare la mia vita con i miei figli», dice. «È chiedere troppo?»

Humaid è corrispondente on-line di Al Jazeera English a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I prezzi dei generi alimentari a Gaza salgono alle stelle mentre la chiusura dei valichi aggrava la carenza di cibo durante la guerra con l’Iran

Redazione

10 marzo 2026 – Al Jazeera

Le famiglie di Gaza stanno comprando tutto ciò che possono finché durano le scorte, temendo che il cibo disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

La gente di Gaza si sta nuovamente riversando nei mercati per comprare tutto il cibo che può permettersi, mentre la guerra regionale che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran sta sconvolgendo un’enclave già dipendente da fragili aiuti e canali commerciali vitali.

Residenti e commercianti affermano che i prezzi sono aumentati vertiginosamente nel giro di pochi giorni, mentre alcuni beni di prima necessità sono diventati scarsi o sono scomparsi del tutto.

In un servizio da Gaza City, Hani Mahmoud di Al Jazeera ha affermato che “l’ultima escalation si sta facendo sentire nel modo più diretto possibile: attraverso la riduzione delle scorte e la restrizione degli accessi ai valichi di frontiera”.

Nei mercati locali i consumatori cercano di assicurarsi il cibo prima che le scorte si riducano temendo che ciò che è disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

Questa ansia riflette la dipendenza di Gaza dai valichi di frontiera con Israele ed Egitto. Quasi tutto il cibo, il carburante, le medicine e altri beni di prima necessità entrano nel territorio tramite camion. Quando questi valichi vengono chiusi o operano a capacità ridotta l’impatto si fa rapidamente sentire nei mercati, negli ospedali e nei sistemi idrici.

Israele ha chiuso i valichi di Gaza il 28 febbraio mentre le forze israeliane e statunitensi attaccavano l’Iran bloccando l’accesso umanitario da e per Gaza e il movimento dei pazienti che necessitavano di evacuazione medica. Le autorità israeliane hanno successivamente riaperto il valico di Karem Abu Salem (Kerem Shalom per gli israeliani) per l'”ingresso graduale” degli aiuti, ma l’accesso è rimasto limitato.

Il valico di Rafah con l’Egitto è rimasto chiuso e le agenzie umanitarie affermano che i volumi attuali sono ben al di sotto del necessario.

Hanan Balkhy, direttrice regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il Mediterraneo orientale, ha dichiarato a Reuters questa settimana che solo circa 200 camion al giorno entravano a Gaza, rispetto ai circa 600 necessari quotidianamente per sostenere la popolazione del territorio. Ha anche affermato che circa 18.000 persone, tra cui bambini feriti e pazienti con malattie croniche, erano ancora in attesa di essere evacuate.

I prezzi schizzano in alto sui mercati locali

Sul terreno Mahmoud afferma che l’impatto è evidente nel costo dei prodotti freschi. Un chilo di pomodori, venduto a circa 1,50 dollari un mese fa, ora costa quasi 4 dollari. Anche cetrioli e patate sono diventati significativamente più costosi rendendo il cibo fresco fuori dalla portata di molte famiglie i cui redditi sono già stati distrutti da mesi di guerra e sfollamenti.

“La gente non può più permettersi di comprare frutta e verdura a causa degli alti prezzi causati dalla guerra tra Israele e Iran”, ha detto un acquirente ad Al Jazeera.

Questo segna un’inversione di tendenza rispetto a solo poche settimane prima. Il monitoraggio dei mercati del Programma Alimentare Mondiale (WFP) di febbraio aveva mostrato un certo miglioramento nella disponibilità di cibo e prezzi più bassi per alcuni prodotti di base rispetto alle fasi precedenti della guerra. Ma il WFP ora afferma che le ultime chiusure delle frontiere hanno innescato forti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e che, sebbene alcuni valichi siano stati riaperti, i prezzi rimangono elevati.

Il sistema di aiuti è sotto pressione

Le agenzie umanitarie affermano che le pressioni si estendono ben oltre le bancarelle dei mercati. L’OCHA ha affermato che la chiusura ha costretto al razionamento delle limitate riserve di carburante a Gaza spingendo i partner umanitari a sospendere la raccolta dei rifiuti solidi tramite veicoli e a ridurre la produzione di acqua. Ha aggiunto che sono state attivate misure di emergenza in ospedali e centri di assistenza sanitaria primaria.

Il contesto generale della sicurezza alimentare rimane estremamente fragile. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema globale di monitoraggio della fame utilizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie, ha dichiarato a dicembre che Gaza non era più in condizioni di carestia dopo il miglioramento dell’accesso agli aiuti durante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tuttavia, aveva avvertito che la ripresa delle ostilità o l’interruzione degli aiuti avrebbero potuto rapidamente annullare tali progressi.

Anche il WFP ha avvertito che i fragili progressi a Gaza potrebbero essere rapidamente annullati se l’accesso non fosse sostenuto. Ha affermato che la riapertura di Karem Abu Salem potrebbe offrire un certo sollievo, ma che senza corridoi umanitari affidabili l’agenzia potrebbe essere costretta a tagliare le razioni alimentari per un gran numero di persone.

Con un accesso ancora così limitato le famiglie di Gaza affrontano una crescente incertezza sulla possibilità di garantirsi scorte alimentari essenziali nei giorni a venire.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)