Rapporto ONU contro il BDS

Azeezah Kanji e David Palumbo-Liu

12 Novembre 2019 – Al Jazeera

BDS: nel mirino del colonialismo dei diritti umani

Un recente rapporto dell’ONU contribuisce alla strumentalizzazione del discorso dei diritti umani da parte di Israele per giustificare l’oppressione in Palestina

Nel suo rapporto sull’antisemitismo presentato il 17 ottobre alle Nazioni Unite il relatore speciale sulla libertà di religione e di fede Ahmed Shaheed ha citato – senza smentirle – affermazioni secondo cui “gli obiettivi, le attività e gli effetti del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) sono fondamentalmente antisemiti.”

Questa legittimazione dell’attacco contro il BDS è un atto d’accusa schiacciante – non contro il BDS, ma contro la logica pretestuosa per contestarlo.

Gli “obiettivi” e le “attività” del movimento sono esclusivamente fondati sulle leggi internazionali e sulle stesse risoluzioni dell’ONU: porre fine all’occupazione dei territori palestinesi, garantire l’uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele e rispettare il diritto al ritorno dei rifugiati.

Dal punto di vista del diritto internazionale, non è il BDS che dovrebbe essere considerato discutibile, ma la sfacciata riluttanza di Israele quando si tratta di rispettare norme fondamentali delle leggi internazionali.

Come ha evidenziato un’altra recente pubblicazione dell’ONU, Israele ha messo in pratica meno dello 0,5% delle raccomandazioni prescritte dall’ONU dal 2009 per porre rimedio ai crimini dell’occupazione – rendendo palesemente necessaria l’applicazione di ulteriori meccanismi di pressione economica e politica. La stessa ONU ha identificato 192 attività economiche che probabilmente violano le leggi internazionali agevolando e ricavando profitti dalle illegali colonie israeliane.

Screditare persino le pratiche non violente come il BDS equivale a negare ai palestinesi qualunque diritto a resistere al fatto di essere colonizzati.

Cancellando il contesto dell’occupazione, il rapporto di Shaheed cerca in modo perverso di presentare i palestinesi come coloro che violano i diritti umani invece che vittime di queste violazioni.

Egli fa riferimento al rapporto di una commissione ONU per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) che esprime preoccupazione riguardo ai discorsi d’odio antisemita in Palestina – ma ignora totalmente il fatto che questo rapporto inizia riconoscendo che “l’occupazione israeliana, l’espansione delle colonie e il continuo blocco della Striscia di Gaza, che sono considerati illegali dalle leggi internazionali, pongono seri problemi perché (la Palestina) metta in atto pienamente i suoi impegni in base alla Convenzione (sulla discriminazione razziale).”

Shaheed condanna anche l’“antisemitismo di sinistra” di “individui che sostengono di appoggiare opinioni antirazziste e antimperialiste.” Ma rimane palesemente in silenzio riguardo al razzismo insito nello stesso imperialismo, anche in Palestina, dove le libertà religiose al centro del suo incarico (e vari altri diritti fondamentali delle popolazioni indigene sotto occupazione) sono sistematicamente calpestate. Per esempio, i palestinesi cristiani e musulmani devono affrontare limitazioni all’accesso a luoghi fondamentali per il culto come Betlemme e al-Aqsa.

In realtà chi contribuisce in modo assolutamente schiacciante all’aumento delle statistiche sull’antisemitismo in Paesi come la Germania e gli Stati Uniti non è la sinistra “antirazzista e antimperialista”, ma sono i neonazisti e l’estrema destra, sostenuti dagli stessi partiti politici del nazionalismo bianco che prendono di mira anche gli attivisti per i diritti di musulmani e palestinesi.

Le implicazioni repressive dell’analisi di Shaheed sono evidenti, con la prova del nove dell’antisemitismo che egli accoglie: le linee guida dell’“Holocaust Remembrance Association” [Associazione per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa a cui aderiscono 31 Paesi, ndtr.] (IHRA).

Il problema con esse non è la definizione di antisemitismo che include – “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio verso gli ebrei” – ma gli esempi di antisemitismo che fornisce, parecchi dei quali coinvolgono le critiche a Israele o al sionismo.

Per esempio, agli occhi dell’IHRA (e a quanto pare dello stesso Shaheed) “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista” equivale all’antisemitismo.

Non importa che alcuni dei maggiori critici alla creazione dello Stato ebraico siano stati importanti politici ebrei, come il membro del governo inglese Edwin Montagu, che nel 1917 definì la premessa secondo cui il popolo ebraico costituisce una Nazione separata come “antisemita”.

Come ha notato il filosofo dell’università di Oxford e cofondatore di “Independent Jewish Voices” [Voci ebraiche indipendenti] (GB) Brian Klug, l’effetto di equiparare l’antisionismo con l’antisemitismo è fondere lo Stato ebraico con il popolo ebraico: lo stesso peccato di cui il relatore speciale Shaheed accusa chi critica Israele.

La ridefinizione dell’antisemitismo dell’IHRA è stata messa in discussione da studiosi ebrei e da numerose organizzazioni per i diritti civili, dalla “Foundation for Individual Rights in Education” [Fondazione per i Diritti Individuali nell’Educazione, associazione USA per la libertà di parola nei campus, ndtr.] e dalla British Columbia Civil Liberties Association [Associazione per le Libertà Civili della Columbia Britannica”: società benefica canadese per le libertà civili e i diritti umani, ndtr.], perché confonde le critiche a Israele con il razzismo.

Nonostante sia stata bocciata dall’ “Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali” [ente dell’UE per la difesa dei diritti, ndtr.], la ridefinizione dell’IHRA è stata adottata da Paesi nel Nord America e in Europa – mettendo in pericolo la democrazia che Shaheed pretende di stare salvando dall’ “intossicazione” dell’antisemitismo.

Per esempio, negli USA la concezione eccessivamente estesa di antisemitismo è stata accolta dal Department of Education Office of Civil Rights [Dipartimento dell’Ufficio Educativo per i Diritti Civili, ente federale USA per la difesa del diritto all’istruzione, ndtr.] sotto la direzione di Kenneth Marcus, nominato dal presidente Donald Trump, che ritiene che gli studenti che protestano a favore dei diritti dei palestinesi dovrebbero essere perseguiti penalmente. È stata anche brandita nel tentativo di censurare eventi universitari e corsi sulla Palestina e per intentare cause contro docenti palestinesi.

Ciò è parte di un più ampio contesto di legalizzazione della soppressione della libertà di parola, in cui leggi contro il BDS sono state approvate in 27 Stati USA e proposte in altri 14 – sfidando direttamente la Costituzione USA e le decisioni della Corte Suprema che stabiliscono il diritto al boicottaggio in generale. Mentre Shaheed nel suo rapporto chiarisce che “le leggi internazionali riconoscono i boicottaggi come forme legittime di espressione politica,” al contempo legittima la demonizzazione del BDS sottesa alla legislazione contro il boicottaggio.

L’ossessione riguardo alle critiche contro Israele (sia di ebrei che di non ebrei) svia l’attenzione dal violento e spesso mortale antisemitismo dei suprematisti bianchi e dei nazionalisti di destra, che aspirano a restaurare la “grandezza” americana tornando alle forme più apertamente razziste del dominio del colonialismo di insediamento.

L’ironia del fatto che il BDS venga condannato in nome della “libertà di religione e di fede” esemplifica le contraddizioni insite nella lunga tradizione del colonialismo dei diritti umani – in cui i diritti umani, lungi dall’essere la salvezza dei dannati della terra, sono stati strumento della loro condanna. Dall’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone nel 1798 all’attacco di Bush all’Afghanistan e all’Iraq più di due secoli dopo, gli imperialisti hanno costantemente utilizzato il discorso dei diritti per presentare se stessi come i guardiani della dignità umana e come suoi violatori quelli che essi hanno massacrato, torturato e spossessato.

Nello sviluppo del sistema internazionale dei diritti umani contemporaneo seguito alla Seconda Guerra Mondiale, le potenze europee si sono presentate come i progenitori dei diritti umani, insistendo sulle eccezioni per proteggere le loro stesse atrocità coloniali dalle critiche. Il riferimento ai “diritti umani fondamentali” nel preambolo dello Statuto dell’ONU nel 1945 venne introdotto dallo statista afrikaner [popolazione bianca sudafricana di origine olandese, ndtr.] Jan Smuts, le cui altre significative eredità includono le politiche segregazioniste in Sud Africa che prepararono la strada all’apartheid. Questa genealogia colonialista è portata avanti fino ad ora dalle istituzioni israeliane, dalle Ong dei coloni e dai tribunali che si appellano ai diritti umani per giustificare l’oppressione dei palestinesi.

Come hanno notato gli studiosi di diritto internazionale Nicola Perugini e Neve Gordon nel loro libro “Il diritto umano di dominare” [Nottetempo, 2016, ndtr.], “gli indigeni palestinesi (vengono dipinti) come invasori e quindi perpetratori di violazioni dei diritti umani, mentre i coloni ebrei sono concepiti come nativi e descritti come vittime di abusi.”

Nella realtà capovolta dei dominatori, lo spossessamento e la distruzione della proprietà palestinese sono giuridicamente razionalizzati come necessari per salvaguardare i “diritti umani” dei coloni quali la libertà di religione, mentre tentativi di frenare o smantellare le colonie illegali sono descritti come “discriminazione razziale” e “pulizia etnica” contro i coloni. La giustizia per i palestinesi sotto occupazione è denunciata come un’ingiustizia per gli occupanti.

Quanti si battono per la libertà e l’autodeterminazione dei palestinesi sono gli eredi di un’altra forte tradizione: quella dei movimenti anticolonialisti che hanno resistito contro coloro che hanno sostenuto di parlare per l’umanità intera mentre ne colonizzavano brutalmente l’84%.

Anche quando è stato combattuto da una repressione spietata, dalla demonizzazione e dalla criminalizzazione, il popolo sottoposto a dominio coloniale ha continuato a sfidare le ingiuste strutture di potere e i concetti di esclusivismo razziale di diritti, dignità, libertà, leggi e umanità che li difendono.

I frutti dei loro tentativi vennero sanciti nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU che riconoscono “la necessità di portare a una fine rapida e incondizionata il colonialismo in tutte le sue forme,” e “la legittimità della lotta dei popoli per…la liberazione dalla dominazione coloniale, apartheid e occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili”: una lotta per la liberazione che continua fino ad oggi, attraverso movimenti come il BDS.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di al Jazeera.

Sugli autori

Azeezah Kanji (dottorato e master in giurisprudenza in diritto islamico) è un’accademica in ambito giuridico e scrittrice che vive a Toronto.

David Palumbo-Liu è professore Louise Hewlett Nixon alla Stanford University.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




boicottaggio contro Puma

Puma continua ad aiutare Israele a mascherare con lo sport le violazioni dei diritti umani

Imprese come Puma, che supporta le associazioni sportive israeliane, ignorano consapevolmente l’oppressione degli atleti palestinesi.

 Aya Khattab

27 Ottobre 2019 | Al Jazeera

 

Da quando ho iniziato a giocare a pallone da ragazzina, il mio sogno è sempre stato farlo nella nazionale femminile palestinese di calcio. E ci sono riuscita! Mi sono fatta strada attraverso le diverse categorie, cominciando con la squadra under 16, ed ora sono difensore nella nazionale.

Realizzare il mio sogno non ha però comportato soltanto duro lavoro, ma anche l’affrontare un’ulteriore aspetto del sistema israeliano di oppressione militare e discriminazione razziale.

Essere un atleta in Palestina non è semplice. Qui non si può dire che il gioco sia al di sopra di politica e conflitto. Qui siamo circondati da posti di blocco israeliani, barriere di separazione, strade segregate e colonie. Le infrastrutture israeliane di occupazione e apartheid negano a tutti i palestinesi, atleti inclusi, qualsivoglia libertà di movimento. Siamo costantemente vessati, minacciati e umiliati dalle forze israeliane. Quando siamo in campo, non ci è concesso il lusso di dimenticare l’occupazione.

Quando viaggiamo per gli allenamenti o per un evento siamo continuamente costretti a subire perquisizioni umilianti ai checkpoint militari. Le partite vengono interrotte da incursioni di militari armati. I campi da gioco vengono fagocitati dalla continua espansione degli insediamenti illegali, i nostri stadi devastati dalle bombe israeliane.

Dedicarsi alla carriera di atleta in Palestina è senz’altro una lotta costante, poiché l’occupazione israeliana pone delle barriere di fronte a noi ad ogni passo. Questo è il motivo per cui ci aspettiamo che il resto del mondo, ed in particolar modo le imprese e le istituzioni sportive, si mostrino consapevoli della nostra sofferenza e ci appoggino. Questo è il motivo per cui rifiutiamo i tentativi di alcune industrie o di certe marche dello sport di mascherare l’occupazione israeliana.

L’anno scorso, la multinazionale dell’abbigliamento sportivo Puma ha firmato un contratto di sponsorizzazione della durata di quattro anni con la IFA, la Israel Football Association [la federazione calcistica israeliana, ndtr.]. La IFA include squadre provenienti dalle colonie israeliane illegali, costruite su terreni sottratti alle famiglie palestinesi violando le leggi internazionali.

La complicità dell’IFA nella prassi israeliana di occupazione illegale è stata ripetutamente condannata da consiglieri delle Nazioni Unite, decine di parlamentari europei, personaggi pubblici, dalla società civile e da associazioni per i diritti umani.

La sponsorizzazione dell’IFA da parte di Puma e la legittimazione internazionale che ne consegue lasciano intendere al regime israeliano razzista e di destra che l’ espansione delle colonie illegali ottenuta con l’ espulsione di famiglie palestinesi dalle terre dei loro avi può continuare impunemente.

Puma sostiene che lo sport “ha la capacità di trasformarci e darci potere”. É vero. Lo sport ha cambiato la mia vita e quella di molti palestinesi, che hanno perseverato nel seguire i propri sogni nonostante le scoraggianti condizioni dettate dall’occupazione.

Tuttavia, anziché dare potere a persone come noi, che ogni giorno si rapportano con l’oppressione, Puma ha scelto di dare potere e supporto ai nostri oppressori.

Più di duecento squadre palestinesi hanno richiesto alla compagnia di attenersi ai suoi stessi codici etici e annullare l’accordo con l’IFA.

Qual è stata la risposta di Puma alle continue richieste di riconsiderare il contratto? Un risibile tentativo di schivare le critiche appellandosi alla “dedizione verso l’uguaglianza universale”, mentre insiste nel sottoscrivere le violazioni dei diritti umani dei palestinesi perpetrate da Israele, e aiuta lo Stato ebraico a mascherare con lo sport il suo sistema di oppressione.

Nel frattempo, l’edizione della Coppa di Palestina di quest’anno è stata cancellata a causa di nuove restrizioni israeliane alla libertà di movimento dei palestinesi. Israele aveva inizialmente negato l’autorizzazione a raggiungere la Cisgiordania a tutti i giocatori della squadra uscita vincitrice dalla Coppa di Gaza, eccetto uno. Quando la squadra ha ripresentato la domanda, Israele ha negato l’autorizzazione a tutti i giocatori eccetto cinque.

Nel 2018, i proiettili dei cecchini israeliani hanno ucciso 183 palestinesi a Gaza, ferendone più di 6,000, nel corso delle manifestazioni pacifiche mirate ad ottenere la fine dell’asfissiante assedio israeliano alla striscia (in atto da ormai dodici anni), e il rispetto del diritto al ritorno, sancito dalle Nazioni Unite. I cecchini israeliani hanno stroncato la carriera di promettenti atleti palestinesi, inclusi calciatori, pugili, ciclisti, pallavolisti.

Una commissione di indagine delle Nazioni Unite ha scoperto che i soldati israeliani hanno intenzionalmente preso di mira ed ucciso civili palestinesi che partecipavano alle manifestazioni, il che può costituire un crimine di guerra.

Ciononostante, la posizione di Puma è rimasta immutata. Ecco perché sostenitori del BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, movimento che propone il boicottaggio di Israele fintanto che non accetti di accogliere importanti richieste relative ai diritti umani dei palestinesi, ndtr.] in tutto il mondo hanno intrapreso azioni più incisive contro l’impresa. In migliaia hanno invitato a smettere di acquistare i prodotti Puma finché il marchio non mette fine alla sponsorizzazione dell’IFA.

Lo scorso giugno le associazioni per i diritti umani in venti Nazioni del mondo hanno protestato contro tale sponsorizzazione nei negozi Puma, negli uffici e durante le partite di squadre sponsorizzate dal marchio. Oggi riproporranno tale protesta per una seconda giornata di azione globale, con più di 50 manifestazioni in tutto il mondo.

Sta a tutti noi pretendere che Puma risponda per il fatto di non rispettare i principi dello sport e della correttezza.

In quanto giovane e determinata donna palestinese che ha fatto dell’andare oltre i limiti e del superare ostacoli parte essenziale della propria vita, non permetterò che il sistema di oppressione israeliano mi impedisca di vivere il mio sogno.

Tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia possono unirsi a me e pretendere che Puma rispetti il proprio impegno di promuovere il cambiamento sociale, mettendo fine alla sponsorizzazione della nostra oppressione.

 

(Traduzione dall’inglese di Jacopo Liuni)




Benny Gantz di Israele: un principiante della politica che cerca di spodestare Netanyahu

22 ottobre 2019 – Al Jazeera

Se neanche l’ex capo di stato maggiore riesce a formare un governo entro i prossimi 28 giorni, Israele potrebbe andare a nuove elezioni

L’ex capo di stato maggiore dell’esercito Benny Gantz ha la possibilità di porre fine al mandato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ha superato ogni record, ma ha di fronte una ardua battaglia.

Non riuscendo a formare un nuovo governo, Netanyahu ha subito una grave sconfitta nel suo tentativo di rimanere primo ministro.

Ora ci si aspetta che da parte del presidente Reuven Rivlin venga data a Gantz la possibilità di tentare di formare una coalizione, ma in seguito alle elezioni del 17 settembre rimane una situazione di stallo e non è da escludere un’ulteriore votazione.

Sarebbero le terze elezioni in un anno dopo che neanche dopo il voto di aprile Netanyahu è riuscito a formare una coalizione.

La decisione di Netanyahu di informare Rivlin lunedì notte di non essere assolutamente in grado di formare un governo ha segnato la fine del suo mandato come primo ministro di Israele per più lungo tempo.

Rimarrà primo ministro finché non si sarà formato un nuovo governo, e una serie di scenari potrebbe vederlo conservare il suo incarico, anche se nelle prossime settimane dovrà far fronte alla possibilità di essere accusato di corruzione.

Una delle poche cose che sono chiare nel pantano post-elettorale in Israele è che Netanyahu, che lunedì ha festeggiato il suo settantesimo compleanno, non si arrenderà.

Ma il suo annuncio è stato un momento storico nella politica israeliana, perché dal 2009 dopo ogni elezione Netanyahu ha ricevuto il mandato presidenziale per formare il governo.

Ostacolato”

Quando ha annunciato la sua decisione con un video sulle reti sociali, Netanyahu ha cercato di attribuire la colpa a Gantz, in quanto l’ex-capo di stato maggiore ha rifiutato di negoziare sulla base delle condizioni preferite dal primo ministro.

Martedì uno degli alleati più vicini a Netanyahu, il ministro dell’Energia Yuval Steinitz [dello stesso partito di destra di Netanyahu, il Likud, ndtr.], ha affermato che il primo ministro è stato “ostacolato” nei negoziati.

Il disaccordo non impedisce i negoziati,” ha detto alla radio militare israeliana. “Al contrario, si arriva al negoziato quando si inizia in disaccordo. Pertanto, se Benny Gantz offrisse a Netanyahu di sedersi con lui faccia a faccia, sono certo che Netanyahu lo farebbe.”

Martedì mattina alcuni giornalisti della televisione pubblica israeliana si sono incontrati con Gantz fuori dalla sua casa dopo un allenamento.

Siamo sempre ottimisti, è un modo di vivere,” ha detto al volante della sua macchina, vestito con pantaloncini e maglietta.

Un importante politico della sua alleanza di centro “Blu e Bianco” ha criticato pesantemente Netanyahu. “Cosa ne ha fatto Bibi (Netanyahu) del mandato di costituire un governo? Quattro settimane di niente,” ha detto su Twitter Ofer Shelah, usando il nomignolo di Netanyahu.

Ha fatto passare tempo per continuare come primo ministro ancora per un po’ …Bibi vuole le elezioni. È ovvio.”

Lunedì sera Rivlin ha detto di aver intenzione di chiedere a Gantz di cercare di formare un governo, ma può prendersi tre giorni per sentire i partiti eletti in parlamento prima di incaricarlo ufficialmente di farlo.

Il leader di “Blu e Bianco” non ha esperienza politica, prima di sfidare il primo ministro è stato capo di stato maggiore, ma ora si ritrova sulla soglia del potere.

Tuttavia, anche se può assumere l’incarico che Netanyahu ha ricoperto per un totale di più di 13 anni, è una sfida che potrebbe assillare anche il politico più esperto.

Da Gerusalemme, Harry Fawcett di Al Jazeera ha spiegato che Israele sta affrontando un periodo turbolento.

Le sue (di Gantz) prospettive di formare un governo di minoranza o di unità con il Likud scaricando Netanyahu sembrano entrambe molto improbabili. Potrebbe anche non riuscirci. Se ciò avviene, il mandato andrà alla Knesset. Se dopo tutto ciò non si forma un governo, allora Netanyahu potrebbe rimanere in carica finché non si terranno le terze elezioni. Ma ci potrebbe essere una questione giuridica in merito al dubbio se un primo ministro possa mantenere il potere mentre è sotto processo.”

Divisione nell’unità

Probabilmente il vicolo cieco dopo le elezioni del 17 settembre richiederà ulteriori concessioni o una decisione da parte dei membri del partito di destra di Netanyahu di abbandonarlo – ed entrambe queste opzioni per il momento sono molto remote.

Sia il Likud che “Blu e Bianco” affermano di volere un governo di unità, ma sono divisi sul come. Il Likud ha cercato di negoziare in base a un compromesso stabilito da Rivlin, che prende in considerazione la possibilità che il primo ministro venga accusato di corruzione nelle prossime settimane. Potrebbe rimanere primo ministro per il momento, ma mettersi da parte in seguito per difendersi dalle accuse.

In tale scenario Gantz assumerebbe l’incarico come primo ministro pro tempore.

Blu e Bianco” ha detto che in base a un qualunque accordo di rotazione Gantz dovrebbe essere capo del governo per primo, dato che il suo partito ha vinto più seggi, avendone ottenuti 33 rispetto ai 32 del Likud.

Gantz ha anche detto che “Blu e Bianco” non può partecipare a un governo con un primo ministro che deve affrontare gravi accuse.

Netanyahu ha aggiunto un’ulteriore complicazione ai colloqui per formare una coalizione.

Si è impegnato a non abbandonare i piccoli partiti di destra e religiosi che lo appoggiano in parlamento, affermando di rappresentare tutto il blocco [di destra] nei negoziati per una coalizione.

Neanche questa condizione è accettabile per Gantz, secondo cui ciò significherebbe che “Blu e Bianco” parteciperebbe a un governo Netanyahu come membro di minoranza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I palestinesi devono imparare dagli errori del Sudafrica

Ramzy Baroud

4 ottobre 2019 – Al Jazeera

I palestinesi che guardano al Sudafrica post-apartheid devono esaminare con attenzione i suoi tanti errori.

Oggi il paragone tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è tanto diffuso quanto ovvio. Proprio come fecero in passato il Sudafrica e molti altri colonialismi di insediamento, ora Israele sta applicando politiche di segregazione razziale e di pulizia etnica per favorire e proteggere gli interessi dei colonialisti negando e marginalizzando i fondamentali diritti umani della popolazione colonizzata.

Naturalmente il discorso della liberazione della Palestina ha preso a riferimento la lotta popolare contro l’apartheid sudafricana, mentre anche il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) ha largamente adottato il modello del movimento di boicottaggio del Sudafrica.

L’indomita resistenza e gli enormi sacrifici dei sudafricani fatti per rovesciare definitivamente centinaia di anni di colonialismo e di apartheid razziale olandesi e britannici sono eccezionali e degni di ammirazione. Sfidare e sconfiggere ufficialmente le potenti e sinistre forze che hanno perpetrato una tale storica ingiustizia è un’impresa straordinaria. Essa sottolinea l’invincibile potere dei movimenti popolari ed offre un esempio positivo per i palestinesi.

Tuttavia, nella corsa ad enfatizzare le similitudini tra le due esperienze – che nasce dal bruciante e giustificabile desiderio dei palestinesi di raggiungere la propria “opportunità sudafricana” – vengono commessi due gravi errori.

Primo: i palestinesi spesso fraintendono e idealizzano il percorso della lotta sudafricana contro l’apartheid. Secondo: tra i palestinesi ed i loro sostenitori vi è una assai diffusa convinzione che l’abolizione ufficiale delle leggi di apartheid abbia automaticamente aperto la strada ad una nuova era di democrazia ed eguaglianza in Sudafrica.

Simili percezioni conducono all’erronea ipotesi che un’analoga vittoria legale in Israele possa risolvere tutti i problemi della Palestina e spianare la strada all’agognata soluzione di uno Stato unico.

Questa questione ha occupato i miei pensieri durante una recente visita in Sudafrica. Mentre facevo conferenze sulla Palestina e sulla comune lotta delle due Nazioni, ho avuto l’occasione di incontrare, per discutere dell’esperienza sudafricana, parecchi intellettuali, ex militanti anti-apartheid e attivisti per i diritti umani, che partecipano all’attuale lotta per l’uguaglianza in Sudafrica.

A mio avviso i palestinesi devono ascoltare ed analizzare attentamente le opinioni dei sudafricani che hanno lottato e continuano a lottare per una reale uguaglianza e per una democrazia piena, in modo da poter meglio comprendere il Sudafrica post-apartheid e ricavarne importanti lezioni per la nostra lotta.

Nazione, democrazia ed emarginazione

Una delle principali sfide che il Sudafrica post-apartheid ha affrontato è stata la costruzione di una Nazione sulle ceneri di un regime connotato dalla divisione razziale, dall’emarginazione e dall’oppressione.

Come hanno spiegato gli accademici Na’eem Jeenah e Salim Vally nel loro saggio ‘Beyond ethnic nationalism: lessons from South Africa’ [Oltre il nazionalismo etnico: lezioni dal Sudafrica], un futuro comune per colonialisti e colonizzati può essere costruito solo “quando vi sia accordo sul fatto che una nuova Nazione deve essere forgiata all’interno di un nuovo Stato.”

Benché si possa essere tentati di discutere subito di un nuovo Stato e di lasciare la questione della nuova Nazione ad una fase post-liberazione, questo sarebbe un enorme errore. In Sudafrica essa è stata rimandata e ora i sudafricani ne stanno subendo le conseguenze”, hanno scritto Jeenah e Vally.

Di certo, mentre i governi post-apartheid in Sudafrica hanno enfatizzato i simboli dell’unità e esaltato la diversità – come la bandiera arcobaleno – il simbolismo non è stato sufficiente a tenere insieme una Nazione.

Come ha sottolineato Enver Motala, professore associato alla cattedra di Educazione per comunità, adulti e lavoratori dell’università di Johannesburg, “l’approccio alla creazione della Nazione nel Sudafrica post-aprtheid spesso ha privilegiato le rivendicazioni democratico- progressiste che tendono all’inserimento in costituzione dei diritti umani e giuridici, dei loro simboli, di bandiere e slogan per l’unificazione, lasciando inalterati gli assetti strutturali e le perduranti caratteristiche del potere storicamente costituito, e la frammentazione sociale.”

Motala ha aggiunto che la creazione di uno Stato e di una Nazione veramente uniti può essere possibile solo attraverso “l’eliminazione di ogni forma concepibile di privilegio sociale”.

Ci si aspettava che l’eliminazione delle strutture politiche dell’apartheid e l’introduzione della democrazia avrebbero facilitato il processo di costruzione della Nazione. Ma, come mi ha detto Karima Brown, importante giornalista e analista politica, la svolta democratica del 1994 è stata solamente “l’inizio di un processo di rafforzamento della democrazia e di costruzione di un ordine più equo, non sessista e antirazzista.”

Ha sottolineato l’importanza di non consentire che il colonialismo di apartheid venga sostituito da un progetto neo-coloniale che continuerebbe ad emarginare molti gruppi e a minare gli sforzi di costruzione della Nazione.

Disuguaglianza e diritti sulla terra

Secondo un recente studio della Banca Mondiale il Sudafrica “resta il Paese economicamente più iniquo al mondo”, una triste realtà che ha molto a che fare con il modello economico neoliberista che il governo sudafricano democraticamente eletto ha adottato dal 1994 e che è strettamente collegato con le potenti forze neocoloniali che continuano ad agire in Sudafrica.

Vally mi ha detto che “le carenze dell’attuale sistema di disuguaglianza in Sudafrica si possono far risalire alla natura dell’accordo negoziato tra il movimento di liberazione allora egemone ed il regime di apartheid.”

Di conseguenza, la fine del sistema di apartheid non ha modificato la composizione di classe e le relazioni di potere in Sudafrica, dato che il periodo post-apartheid ha testimoniato “il permanere del carattere classista dello Stato (nonostante il discorso sui diritti umani, la democrazia borghese liberale e lo sviluppo) e l’inserimento del Sudafrica nell’economia globale di mercato.”

In un certo senso, mentre l’impianto delle leggi discriminatorie di impronta razziale è stato eliminato, le fondamenta e la struttura della diseguaglianza permangono, addirittura più forti che prima del 1994. I tradizionali capitalisti bianchi, il capitale globale, una parte della classe media nera e pochi capitalisti neri sono oggi coloro che traggono benefici a spese della grande maggioranza”, ha detto Vally.

La persistente disuguaglianza si manifesta in vari modi, in modo più evidente nella questione dei diritti e nella ridistribuzione della terra. Come nel caso dei palestinesi, i sudafricani concepiscono la terra come se avesse un valore molto più alto del suo prezzo di mercato; esso è strettamente legato all’identità e alle radici culturali.

Mahlatse Mpya, una ricercatrice del Centro africano – mediorientale, mi ha detto che il governo del Sudafrica è ancora incapace di “ capire che cosa significhi la terra per la popolazione nera”. Per i neri sudafricani “la terra è parte della loro identità ed eredità, un modo per molti di loro di collegarsi alle proprie radici e ai propri antenati”, mi ha spiegato.

I neri sudafricani si aspettavano che nel periodo post-apartheid la terra gli sarebbe stata restituita, ma per anni l’African National Congress (ANC) [prima movimento di liberazione e poi principale partito politico sudafricano, al governo dal 1994, ndtr.] si è mostrato riluttante a confiscare la terra ai bianchi. Temendo che una simile iniziativa avrebbe provocato al Paese la perdita di investimenti ed appoggi stranieri, il governo ha invece cercato di ottenere la terra comprandola dai bianchi.

Recentemente l’ANC ha adottato una risoluzione per promuovere leggi di esproprio della terra senza indennizzo. Mentre alcuni hanno apprezzato l’iniziativa, altri sono diffidenti.

La terra continua ad essere una questione conflittuale e non sarà risolta da un governo che privilegia gli investimenti esteri rispetto alla volontà del popolo”, ha detto Mpya.

Violenza e giustizia sommaria

E poi c’è il problema della violenza. L’esperienza del Sudafrica ha dimostrato che l’abbandono ufficiale dell’apartheid non significa necessariamente la fine dello stato di repressione e coercizione. Se la violenza da parte dell’apparato di sicurezza sudafricano è gestita in modo differente rispetto ai tempi dell’apartheid, l’effetto traumatizzante che provoca è sostanzialmente lo stesso.

Tokelo Nhlapo, un ricercatore del Comune sudafricano di Ekurhuleni per l’Economic Freedom Fighters (EFF) [Combattenti della libertà economica, partito di ispirazione panafricana, ndtr.], mi ha detto che il governo del Sudafrica ha utilizzato la repressione per mantenere lo stesso modello di controllo che veniva impiegato dai governanti coloniali del Paese. È stato in grado di farlo perché la giustizia sudafricana di transizione non è riuscita ad affrontare e risolvere molte delle conseguenze della violenza dell’apartheid sull’intera popolazione.

L’avvio del processo giudiziario della Commissione di Verità e Riconciliazione (TRC) ha promesso di guarire le ferite del Sudafrica e di portare la riconciliazione in un Paese un tempo profondamente diviso”, ha detto. “Mentre la TRC è stata generalmente ben accolta dalla comunità internazionale come strumento pacifico per superare un passato violento, in realtà l’approccio giudiziario alla storia del conflitto sudafricano ha identificato la violenza statale nei confronti di intere comunità, tralasciando il legame tra chi la perpetrava e chi ne beneficiava.”

Ha ulteriormente spiegato: “Con ‘approccio giudiziario’ mi riferisco all’eccessivo affidamento a mezzi legali per affrontare il fondamentale aspetto morale della violenza dell’apartheid, che negava alla maggioranza nera la concessione della cittadinanza, ne limitava la libertà di movimento tramite l’emanazione di leggi, all’espulsione forzata dalle proprie terre, al limitato accesso all’istruzione e alle opportunità di lavoro – su nessuno dei quali aspetti la TRC ha indagato.”

In conseguenza della mancanza di una vera riconciliazione e di seri sforzi da parte dell’ANC di affrontare la brutalità dell’apartheid in tutte le sue manifestazioni e strutture, la violenza si è diffusa anche all’interno delle comunità precedentemente oppresse.

Mphutlane wa Bofelo, un operatore culturale e critico della società sudafricano, ha spiegato che l’attuale violenza sommaria nella società sudafricana ha profonde radici nell’apartheid.

Ci sono stati tentativi di costruire il potere del popolo attraverso associazioni civiche, comitati di strada, di quartiere, di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo”, ha detto Bofelo.

Un insieme di fattori, tra cui la detenzione di massa, gli arresti e l’esilio di leader socio-politici dotati di esperienza e maturità, la mancanza di competenze, il settarismo, la divisione in fazioni e l’infiltrazione di agenti del regime (post 1994), attenti al tornaconto personale, eccetera, ha condotto a parecchi atti di cattiva gestione della democrazia, che hanno ridotto le attività di alcune associazioni civili, comitati di strada e di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo a strumenti di giustizia sommaria.”

Certamente, come hanno evidenziato ripetutamente i miei interlocutori sudafricani durante le nostre conversazioni, l’esperienza sudafricana è densa di difficoltà e di insuccessi. Molti intellettuali del Paese ritengono che il percorso post-apartheid sia poco promettente.

Perciò i palestinesi dovrebbero porre attenzione a ciò che sta avvenendo oggi in Sudafrica, piuttosto che esaltare ed applaudire ciecamente il suo passato di lotta anti-apartheid. Tutte queste questioni – la costruzione della Nazione post-apartheid, l’oppressione economica e la violenza endemica – devono essere attentamente esaminate e integrate nella strategia di liberazione palestinese.

Se vogliamo riuscire a sconfiggere l’apartheid di Tel Aviv e a costruire un luminoso futuro in cui gli arabi palestinesi e gli ebrei israeliani si spartiscano la terra e le risorse su un piano di eguaglianza, dobbiamo imparare dagli errori del Sudafrica.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, consulente di media, scrittore.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 

Si veda anche sullo stesso argomento il saggio di Al Shabaka




L’appoggio a Benny Gantz da parte della Joint Arab List è stato un errore

Haidar Eid

24 settembre 2019 – Al Jazeera

I politici palestinesi non avranno niente da guadagnare dall’ appoggio a un generale accusato di crimini di guerra perché diventi primo ministro

Una delle più gravi conseguenze dei disastrosi accordi di Oslo è stata che hanno ridisegnato il popolo palestinese come se fosse composto solo da chi vive nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate. Il 1,8 milione di cittadini palestinesi di seconda classe in Israele e i 6 milioni di rifugiati palestinesi che vivono nella diaspora sono stati quindi relegati in fondo all’agenda di qualunque discussione, dato che non hanno rappresentanti al tavolo negoziale.

In seguito a ciò ogni componente del popolo palestinese sta perseguendo il proprio personale progetto e la propria soluzione finale – che si tratti di uno Stato indipendente per quanti vivono in Cisgiordania e a Gaza, di una maggiore allocazione di fondi pubblici per i palestinesi cittadini di Israele o di più diritti civili per i rifugiati che vivono nel mondo arabo.

Solo all’interno di questo contesto si può comprendere la catastrofica iniziativa di tre dei quattro partiti che fanno parte della Joint Arab List [Lista Araba Unita] di appoggiare Benny Gantz – un uomo che ha progettato crimini di guerra durante l’attacco israeliano del 2014 contro Gaza, che ha ucciso più di 2.200 palestinesi, e che non ha dimostrato nessun pentimento per questo – per la carica di prossimo primo ministro israeliano. La ragione per cui la Joint Arab List, con l’eccezione di tre membri del partito Balad, ha deciso di proporre il nome di Gantz è “perché vogliamo porre fine all’era di Netanyahu”, come ha spiegato il suo presidente Ayman Odeh.

In uno dei suoi tweet egli ha aggiunto che “vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, la fondazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, reale uguaglianza a livello civile e nazionale, giustizia sociale e una democrazia garantita per tutti,” senza spiegare come ciò giustifichi il sostegno a Gantz, che ha già respinto in anticipo tutte queste richieste e che durante la campagna elettorale si è vantato, di fatto, di aver ucciso palestinesi.

Questa iniziativa senza precedenti da parte di politici palestinesi in Israele, che giunge nel momento in cui ogni venerdì cecchini israeliani stanno uccidendo e mutilando manifestanti palestinesi nei pressi della barriera di Gaza, ha provocato forti ripercussioni in tutta la Palestina storica. Ciò non solo perché l’appoggio legittima un criminale di guerra che sostiene la legge razzista dello Stato-Nazione in Israele, che relega i palestinesi come cittadini di seconda classe, ma anche perché come primo ministro egli sicuramente continuerà a commettere crimini contro il popolo palestinese.  Egli ricomincerà da dove ha finito Netanyahu e continuerà a promuovere e rafforzare l’apartheid, l’uccisione di civili palestinesi innocenti, a mantenere la Cisgiordania sotto occupazione militare, ad assediare e strangolare la Striscia di Gaza con un atto di punizione collettiva, ad annettere terra palestinese e ad espandere le colonie ebraiche illegali in Cisgiordania.

Questa decisione della Joint Arab List riflette la miopia e l’opportunismo politico di parte dell’élite politica palestinese in Israele. Ciò riduce la lotta da parte dei cittadini palestinesi di Israele per una vera uguaglianza ed anche la comune lotta dei palestinesi per la libertà e la giustizia ad “averne semplicemente abbastanza di Netanyahu” e a sostituirlo con un altro criminale di guerra.

Invece di chiedere i loro pieni diritti, sono pronti a raccogliere “briciole di compassione buttate dal tavolo di qualcuno che si considera il (loro) padrone,” come direbbe l’arcivescovo Desmond Tutu [premio Nobel sudafricano che ha lottato contro l’apartheid, ndtr.].

Le ripercussioni della decisione presa dalla Joint Arab List ci perseguiteranno a lungo. È una forma di normalizzazione, in cui il colonizzato, accecato dall’ammirazione nei confronti della falsa democrazia etnica liberale del colonizzatore, non riesce a comprendere i meccanismi di potere in uno Stato colonialista d’insediamento.

Come hanno sottolineato molte forze politiche palestinesi, di sinistra e di destra, il fatto di partecipare alle elezioni israeliane è in sé una cosa molto problematica. Legittima le strutture politiche israeliane, come la Knesset israeliana, in cui si legifera continuamente a favore dell’oppressione del popolo palestinese e la si legalizza.

Appoggiare queste strutture non può in alcun modo aiutare i palestinesi a ottenere i diritti umani fondamentali, la giustizia o l’uguaglianza. Dato che il fulcro del potere è l’apartheid, lavorare al suo interno non può portare né porterà mai alla liberazione del popolo palestinese, in quanto si fonda sulla segregazione, sull’oppressione e sull’occupazione.

Questo sistema dev’essere boicottato, per mettere in discussione la legittimità del suo ordine razzista e per preparare la strada ad alternative. Perché ciò avvenga, tuttavia, è evidente che ci sia bisogno di decolonizzare la mente dei palestinesi in Israele, in modo che i dirigenti dei partiti arabi in Israele comprendano che opporsi alla tendenziosità politica ed ideologica del sistema implica rifiutare tutte le sue strutture di potere.

Finché ciò non avverrà, la Joint Arab List continuerà a giocare il suo gioco politico, che non solo esclude le altre due componenti del popolo palestinese, ma gioca anche d’azzardo con i diritti fondamentali del suo stesso elettorato.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Haidar Eid è docente associato dell’università Al-Aqsa di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cosa c’è dietro la campagna saudita contro Hamas?

Adnan Abu Amer

23 settembre 2019 Al Jazeera

Attraverso i ripetuti  arresti dei suoi sostenitori e l’interruzione dei i flussi finanziari verso Gaza, Riyadh cerca di mettere Hamas colle spalle al muro

Il 9 settembre Hamas ha rilasciato una sorprendente dichiarazione ufficiale che condanna gli arresti di alcuni dei suoi sostenitori residenti in Arabia Saudita. Da aprile, decine di palestinesi, giordani e cittadini sauditi sono stati arrestati e accusati di appartenere e sostenere Hamas attraverso la raccolta di donazioni a favore del movimento.

Alcuni sono stati presumibilmente torturati, altri sono stati espulsi; a molti sono state congelate le attività e monitorati i trasferimenti finanziari. Inoltre, sono stati imposti controlli severi sulle rimesse verso i territori palestinesi, cosa che durante l’estate ne ha determinato un blocco quasi completo.

Per mesi, Hamas è rimasto per lo più silenzioso, sperando che la mediazione politica potesse risolvere il problema. Importanti dirigenti di Hamas si sono rivolti ripetutamente alle autorità saudite in merito alla questione chiedendo anche la mediazione di vari funzionari arabi.

La dichiarazione ufficiale che condanna la campagna saudita contro i suoi sostenitori suggerisce che gli sforzi di mediazione siano falliti e che le tensioni non siano state risolte. Sembra che questa crisi sia stata scatenata dall’alleanza saudita con l’amministrazione Trump e il suo “accordo del secolo”, insieme alla sua campagna diplomatica contro l’Iran.

 Relazioni tra Arabia Saudita e Hamas

Dopo la costituzione di Hamas negli anni ’80, la sua leadership ha intrattenuto per anni buoni rapporti con l’Arabia Saudita. Sebbene le autorità saudite non abbiano mai inviato al partito finanziamenti diretti, hanno consentito la raccolta di fondi sul proprio territorio.

All’inizio degli anni 2000, Hamas ha iniziato ad avvicinarsi all’Iran, il che ha inevitabilmente influenzato le relazioni con l’Arabia Saudita. Nel 2007, in seguito alla vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi e agli scontri con Fatah a Gaza, Riyadh ha cercato di mediare la riconciliazione tra i due, ma non è riuscito a farlo, il che ha inasprito ulteriormente l’atteggiamento saudita nei confronti della leadership di Hamas.

Quando nel 2011 è scoppiata la primavera araba e le proteste di massa contro il regime di Assad si sono diffuse in tutta la Siria, Hamas si è trovata sempre di più in conflitto con l’Iran. Mentre i disordini si trasformavano in una guerra civile, il movimento ha deciso di appoggiare l’opposizione siriana, interrompendo di fatto i rapporti con Teheran, schierata con Damasco.

Questo sviluppo  gradito ai sauditi è stato oscurato dal colpo di stato militare del 2013 in Egitto e dalla rimozione del presidente egiziano Mohamed Morsi. Il sostegno saudita all’allontanamento del primo presidente egiziano eletto democraticamente e la contrarietà di Hamas hanno esacerbato le loro relazioni, interrompendo le visite ufficiali della leadership di Hamas a Riyadh.

Il nuovo regime al Cairo ha accresciuto la pressione su Gaza, mentre si approfondiva la crisi nelle relazioni con Fatah. Di conseguenza, sentendosi sempre più isolato, nel 2017 Hamas ha iniziato a riprendere i contatti con l’Iran.

Da allora, le relazioni con Teheran sono notevolmente migliorate, come dimostrato da una visita ufficiale di una delegazione di Hamas nel Paese nel luglio di quest’anno e dal suo incontro con il leader supremo l’ayatollah Ali Khamenei.

Una nuova crisi

L’inizio del riavvicinamento tra Iran e Hamas ha coinciso approssimativamente con la svolta della strategia americana nei confronti dell’Iran. L’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo nucleare e ha annunciato una politica di “massima pressione” verso Teheran, che sia l’Arabia Saudita che Israele hanno accolto con favore.

Allo stesso tempo, Washington ha legato essenzialmente la sua politica verso l’Iran ai suoi sforzi per far passare un “accordo di pace” tra israeliani e palestinesi, che prevede il sostegno da parte degli Stati arabi e la normalizzazione dei loro rapporti con Israele. L’Arabia Saudita ha mostrato abbastanza esplicitamente il suo sostegno al piano.

In questo contesto, gli atteggiamenti ufficiali nei confronti della Palestina hanno cominciato a cambiare.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) ha iniziato a fare pressioni sull’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) perché accettasse l’accordo americano già nel 2017. Nel 2018, circolavano delle voci secondo le quali [MBS] avrebbe minacciato il presidente palestinese Mahmud Abbas e gli avrebbe offerto  sostegno finanziario per incoraggiarlo ad accettare i termini dell’accordo americano.

Quindi, all’inizio di quest’anno, Riyadh ha rivolto il suo sguardo su Gaza. Ad aprile hanno avuto luogo i primi arresti dei sostenitori di Hamas, inclusa la detenzione del dott. Mohammed al-Khodary, da oltre 20 anni responsabile delle relazioni bilaterali. Ciò è stato seguito da un chiaro cambiamento nel linguaggio saudita sui social media e su quelli tradizionali.

A maggio, il quotidiano saudita La Mecca ha pubblicato un elenco di 40 personaggi islamici in tutto il mondo descritti come terroristi influenzati dalle idee dei Fratelli Musulmani. Tra questi, il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, l’ex leader Khaled Meshaal, l’attuale leader Ismail Haniya, e i suoi comandanti militari Mohammad al-Deif e Yahya al-Sinwar.

Quindi, durante l’offensiva israeliana contro Gaza, nello stesso mese, attivisti e blogger sauditi hanno scritto tweet di solidarietà con Israele e hanno attaccato Hamas, accusandolo di lavorare per l’Iran e la Turchia e chiedendo a Israele di contrastare quello che hanno definito il “terrorismo” del “sangunario” Hamas. Queste affermazioni sono state unanimemente accolte con favore da Israele.

Secondo i funzionari di Hamas con cui ho parlato, l’Arabia Saudita ha affermato che Hamas deve “risolvere i suoi problemi con gli americani”. Sebbene non sia chiaro cosa significhi in modo specifico, la leadership di Hamas ritiene che questa campagna miri a spingerla ad accettare “l’accordo del secolo” dell’amministrazione Trump e a cessare la sua resistenza armata contro l’occupazione israeliana.

Oltre che cercare di soddisfare il desiderio americano di esercitare pressioni sul movimento e di prosciugarne le fonti di finanziamento, la campagna saudita contro Hamas sta anche tentando di frenarne il riavvicinamento all’Iran.

 E adesso?

La decisione di Hamas di rendere pubblica la campagna saudita contro i suoi membri mostra chiaramente il suo rifiuto di perseguire migliori relazioni con l’Arabia Saudita attraverso il taglio delle relazioni con l’Iran. In passato [Hamas] ha mantenuto relazioni equilibrate con entrambi i Paesi e vuole che ciò continui.

La resistenza di Hamas alle pressioni saudite potrebbe spingere Riyad a intensificare la sua campagna contro il movimento. La sua demonizzazione nei media sauditi probabilmente continuerà, così come gli sforzi per tagliare i suoi canali di finanziamento.

Il regno potrebbe anche esercitare pressioni politiche ed economiche su altri Paesi arabi per dare un giro di vite su Hamas e fare pressioni affinché la Lega araba lo definisca come un’organizzazione terroristica, come fece con Hezbollah nel 2016.

Se la pressione saudita persistesse e aumentasse, ciò inciderebbe senza dubbio sulla precaria situazione di Hamas nella regione e rafforzerebbe le sue relazioni con l’Iran, il quale ha ripristinato il suo sostegno militare e finanziario a favore del movimento.

Mentre Hamas si sentirà sempre più con le spalle al muro, il popolo palestinese sarà quello che ne pagherà il prezzo, poiché nella Striscia di Gaza le condizioni di vita e il disastro economico continueranno a peggiorare .

Per ora, nonostante le attuali tensioni, Hamas appare desideroso di non interrompere completamente le sue relazioni con l’Arabia Saudita. Tenterà di resistere alla tempesta nella speranza che la situazione politica nel regno e nella regione cambi e ci si avvii a un eventuale disgelo nelle relazioni.

Nel contesto del crescente allineamento arabo con le posizioni statunitensi e saudite, questa crisi è vista dai palestinesi come un’ulteriore indicazione del fatto che [essi] sono stati in gran parte lasciati in balia dei loro occupanti e dei loro sostenitori occidentali dai governi arabi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Il Dr. Adnan Abu Amer è il responsabile del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Ummah a Gaza.

(Traduzione di Aldo Lotta)




Annessione della valle del Giordano

I palestinesi della valle del Giordano: “Le nostre terre sono già state annesse”

La promessa di Netanyahu di formalizzare il controllo di fatto di Israele sulla valle del Giordano provoca inquietudine tra gli abitanti palestinesi

di Arwa Ibrahim

12 settembre 2019 – Al Jazeera

 

Ras Ain al-Auja, valle del Giordano – Tra le vaste terre aride della valle del Giordano, che si estendono a nord del Mar morto e a ovest dei confini della Cisgiordania con la Giordania, sorge il piccolo villaggio palestinese di Ras Ain al-Auja.

Se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu porterà a compimento il suo piano, annunciato martedì, di annettere la valle del Giordano e le zone a nord del Mar morto, il villaggio di circa 350 residenti e i suoi fertili terreni agricoli diventeranno parte di Israele.

Alcuni osservatori hanno liquidato il piano di Netanyahu come una bravata da campagna elettorale prima delle elezioni generali della prossima settimana. Ma gli abitanti di Ras Ain al-Auja dicono che le parole di Netanyahu sono minacciose in quanto il suo piano potrebbe formalizzare il controllo israeliano sulla zona.

“Non è una novità. Le nostre terre sono già state annesse e stiamo vivendo sotto l’occupazione israeliana,” afferma ad Al Jazeera il quarantottenne Ahmed Atiyat, un contadino di Ras Ain al-Auja.

“Tutte queste terre e le palme sono degli israeliani,” dice indicando distese di terre coltivate punteggiate di cespugli verdi e palme da dattero che si estendono verso il Mar Morto.

Il progetto di Netanyahu intende annettere il villaggio e altre parti della valle del Giordano, tuttavia non includerebbe Gerico, la città palestinese più vicina a  Ras Ain al-Auja.

L’annessione di Gerico lo obbligherebbe ad occuparsi là della condizione di migliaia di cittadini palestinesi. L’attuale piano tendenzialmente taglierebbe fuori Gerico da altre città palestinesi nella Cisgiordania occupata.

 

Occupazione di fatto

La popolazione di Ras Ain al-Auja comprende soprattutto contadini che hanno lavorato su quella terra da generazioni. Dicono che risorse idriche in esaurimento e restrizioni alla costruzione e ai collegamenti da parte dell’esercito israeliano hanno reso difficili le condizioni di vita.

“Tutte le nostre sorgenti d’acqua sono sotto controllo israeliano. Abbiamo pochissima acqua potabile, per non parlare dell’acqua per i nostri orti,” afferma Atiyat, che racconta che la sua famiglia si è spostata nella zona dopo essere stata espulsa dall’esercito israeliano dalle sponde del fiume Giordano nel 1967.

Hussein Saida, un altro contadino e membro del locale Comune, è d’accordo.

“Dobbiamo affrontare continue difficoltà, soprattutto quando si tratta di aver accesso e di fare la manutenzione ai nostri pozzi per innaffiare in nostri orti. Essi sono di fatto sotto il controllo israeliano,” dice Saida. Secondo molte Ong palestinesi e israeliane, Israele nega accesso alla terra, all’acqua e all’elettricità ai palestinesi che vivono nella valle del Giordano, così come in altre aree nella Cisgiordania occupata, rendendo le condizioni di vita difficili.

“Israele ha annesso di fatto la zona della valle del Giordano. Gran parte di essa è destinata ad uso militare, per cui i palestinesi non possono viverci. Se lo fanno, vengono espulsi” dice Roi Yellim, direttore della diffusione al pubblico di B’Tselem, una Ong [israeliana, ndtr.] per i diritti umani.

“C’è anche un continuo tentativo da parte di Israele di rendere difficili le condizioni di vita dei palestinesi nella valle del Giordano, in modo che la maggior parte di loro lasci le proprie terre,” aggiunge, sottolineando che tali condizioni vengono applicate in tutta la Zona C, che costituisce il 60% della Cisgiordania occupata.

L’area che Netanyahu progetta di annettere costituisce circa il 30% della Cisgiordania occupata. Più di 65.000 palestinesi e circa 11.000 coloni israeliani illegali vivono nella zona.

Maha Abdullah, una ricercatrice giuridica e avvocatessa di Al-Haq, un’Ong palestinese, dice che queste condizioni potranno solo peggiorare se l’area viene annessa, portando i palestinesi a pensare di lasciare le proprie case. “Queste zone rendono molto all’economia israeliana e quindi conviene sfruttarne le risorse e le terre,” afferma Abdullah. “Al contempo, creare un contesto costrittivo per i palestinesi che vi vivono attraverso la demolizione di case e la fornitura ridotta di acqua e di elettricità spingerà i palestinesi ad andarsene,” dice, facendo un confronto con l’annessione di Gerusalemme est nel 1967.

Ai palestinesi della Gerusalemme est occupata non è stata concessa la cittadinanza israeliana, dato che le annessioni e il loro status rimangono controversi e irrisolti.

Futuro Stato palestinese

Il piano minaccia anche la formazione di un futuro Stato palestinese, in quanto i palestinesi rivendicano i 2.400 km2 della valle del Giordano come confine orientale di un futuro Stato palestinese nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, denuncia il progetto di annessione, dicendo ad Al Jazeera che “seppellirebbe ogni restante prospettiva di una pace e di uno Stato palestinese fattibile e indipendente.”

La minaccia per il futuro della Palestina è avvertita anche ad un livello più locale.

 

“Anche se si trattasse solo di parole, per il momento, il progetto di Netanyahu di annettere le terre più fertili della Palestina e parti di un futuro Stato palestinese è molto pericoloso,” dice ad Al Jazeera Salah Frijat, capo dell’autorità locale di Auja, che è il Comune più esteso da cui dipende

Ras Ain al-Auja. “Ci sono continue violazioni delle nostre terre e delle nostre risorse idriche. Vogliono vederci andar via in quanto la vita diventa più dura e le colonie intorno a noi aumentano,” aggiunge.

Israele ha ripetuto le sue intenzioni di mantenere il controllo militare sulla zona, che ha conquistato nella guerra del 1967, anche se venisse raggiunto un accordo di pace con i palestinesi.

Lo scorso anno il presidente USA Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. Oltre a ciò la sovranità di Israele sulle Alture del Golan occupate, che le sue forze hanno conquistato dalla Siria nel 1967, ha fatto temere a molti osservatori che prima o poi questo piano possa effettivamente essere messo in atto.

“Anche se quello che Netanyahu ha detto fosse davvero una bravata elettorale, probabilmente procederà a una sorta di annessione perché ha l’appoggio dell’amministrazione di Trump,” sostiene Yellim.

Nonostante queste difficili condizioni e minacce, Atiyat dice che non lascerà mai la sua terra.

“Anche se la vita continua ad essere sempre più dura, moriremo qui piuttosto che andarcene o essere di nuovo cacciati dalle nostre terre,” dice ad Al Jazeera.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

 




Minori palestinesi uccisi da Israele a Gaza

Due adolescenti palestinesi colpiti a morte dall’esercito israeliano

Fonti ufficiali affermano che durante le proteste a cui hanno partecipato più di 5.000 persone sono anche state ferite dall’esercito israeliano 76 persone.

di Ali Younes

6 settembre 2019 – Al Jazeera

 

Nel corso di una protesta lungo la barriera di confine tra Israele e Gaza due palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano.

Le autorità sanitarie di Gaza hanno detto che venerdì Ali al-Ashqar, di 17 anni, e Khaled al-Ribie, di 14, sono stati colpiti al petto dalla polizia israeliana, mentre migliaia di palestinesi manifestavano in diversi punti della barriera.

Ashraf al-Qidra, un portavoce del Ministero palestinese della Sanità a Gaza, ha detto ad Al Jazeera che sono state ferite dal fuoco israeliano anche 76 persone, 45 delle quali sono state colpite deliberatamente.

“La maggior parte delle vittime ha riportato ferite alla parte superiore del corpo, il che indica l’intenzione di uccidere”, ha detto.

Secondo i partecipanti, oltre 5.000 palestinesi hanno preso parte alla marcia di venerdì.

L’esercito israeliano ha stimato un numero maggiore di partecipanti, affermando che 6.200 persone si sono radunate in diversi punti lungo il confine con Israele.

Le proteste settimanali sono state organizzate a partire dal marzo 2018 dalla ‘Commissione per la Marcia per il Diritto al Ritorno’, una coalizione di organizzazioni della società civile.

Ghazi Hamad, un importante dirigente di Hamas a Gaza, ha detto ad Al Jazeera che Israele ha adottato la prassi di prendere di mira i manifestanti palestinesi, ma il livello della sua azione contro di loro spesso è dipeso dalla situazione politica tra Israele e Hamas.

Hamad ha sottolineato che le uccisioni e l’alto numero di feriti di venerdì sono indicative della mancanza di “un’intesa politica” tra Israele e Hamas.

“Quando non ci sono accordi o un’intesa politica tra Hamas e Israele, come accade adesso, la tensione alle frontiere sale e spesso Israele inasprisce la sua reazione letale”, ha detto.

Assenza di speranza

Un palestinese che partecipa regolarmente alle marce ha detto da Gaza ad Al Jazeera che la maggior parte della gente partecipa perché loro e le loro famiglie stanno pagando un alto costo a causa del blocco economico e anche della chiusura del valico di confine tra Gaza ed Egitto.

“La gente ha perso la speranza. Intorno a loro ci sono solo disperazione e miseria”, ha detto il palestinese, che ha chiesto di restare anonimo.

Negli ultimi mesi le marce sono diventate meno partecipate, dopo che a inizio anno dei mediatori hanno ottenuto un cessate il fuoco non ufficiale. Secondo l’Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.], dal 2018 durante queste marce sono stati uccisi più di 200 palestinesi e un soldato israeliano

Circa il 70% dei due milioni di palestinesi di Gaza sono rifugiati ufficialmente riconosciuti, che sono stati originariamente espulsi dalle loro case da quelle che all’epoca erano milizie armate sioniste, prima della fondazione di Israele nel 1948.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 

 




Israele attacca forze filo-iraniane

Attacchi contro forze sostenute dall’Iran: quello che c’è da sapere

Una serie di attacchi aerei contro milizie sostenute dagli iraniani in Siria, Iraq e Libano hanno accentuato le tensioni in Medio Oriente

 

26 agosto 2019 – Al Jazeera

 

 

Da sabato scorso una serie di attacchi ha preso di mira milizie sostenute dagli iraniani in Siria, Iraq e Libano, alimentando timori di un’escalation regionale.

Le milizie, che fungono da alleati dell’Iran, hanno accusato degli attacchi Israele, che ha intensificato i tentativi di contenere l’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente.

Lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’Iran sta pianificando attacchi contro Israele ed ha sollecitato la comunità internazionale ad “agire immediatamente in modo che l’Iran interrompa la propria aggressione.”

Ecco quello che si deve sapere:

 

Siria

Quando: sabato notte

L’esercito israeliano afferma di aver attaccato obiettivi nella zona di Aqrabah, nei pressi della capitale Damasco, in quello che ha affermato essere stato un tentativo riuscito di sventare un imminente attacco iraniano con droni contro Israele.

L’esercito israeliano ha detto che la propria aviazione ha colpito “forze operative della milizia iraniana Quds e sciite”, che stavano preparando piani di attacco in fase avanzata per prendere di mira luoghi in Israele dalla Siria.

La forza d’elite Quds, guidata dal maggiore generale Qassem Soleimani, è il ramo dei Corpi delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran (IRGC) all’estero.

Un importante comandante delle guardie rivoluzionarie ha negato che siano stati colpiti obiettivi iraniani e ha detto che i “centri dei suoi consiglieri militari non sono stati danneggiati.”

 

Libano

Quando: domenica, lunedì

A Beirut sono stati avvistati due droni che volavano sul quartiere periferico di Dahyeh, dominato da Hezbollah [gruppo armato libanese sciita, ndtr.].

Domenica Hezbollah, appoggiato dall’Iran, ha affermato che il primo drone israeliano si è schiantato su un edificio che ospita l’ufficio stampa di Hezbollah, mentre un secondo drone è esploso in aria, spingendo il leader del movimento Hassan Nasrallah a descrivere l’incidente come una “missione suicida”.

Nasrallah ha anche detto che il suo movimento abbatterà qualunque drone israeliano sui cieli libanesi, e che “il tempo in cui l’aviazione israeliana arrivava e bombardava il Libano è finito.”

Il primo ministro libanese Saad Hariri ha detto che i due droni rappresentano un palese attacco contro la sovranità del Paese.

“La nuova aggressione…costituisce una minaccia alla stabilità regionale e un tentativo di spingere la situazione verso un’ulteriore tensione,” ha affermato domenica.

In riferimento all’attacco israeliano contro la Siria, Nasrallah ha detto, con una rara ammissione, che l’obiettivo non era una postazione della forza Quds, ma una casa in cui si trovavano combattenti di Hezbollah – due dei quali sono rimasti uccisi in conseguenza dell’attacco. Ha promesso una ritorsione contro l’attacco israeliano in Siria e ha detto che ci sarà un’imminente risposta da parte di Hezbollah contro l’esercito israeliano.

Il portavoce dell’ONU Stephane Dujarric ha affermato in un comunicato che “è imperativo per tutti evitare un’escalation e rispettare importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

Le Nazioni Unite chiedono alle parti di esercitare la massima moderazione sia nelle azioni che nelle parole.” Lunedì le autorità libanesi hanno detto che Israele ha attaccato una base palestinese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale (PFLP-CG) [gruppo armato palestinese filo-siriano, ndtr.] al confine orientale del Libano con la Siria.

I tre attacchi, avvenuti a pochi minuti di distanza nei pressi del villaggio di Qusaya, nella Valle della Bekaa, hanno colpito la base del PFLP-CG, che è un alleato di Hezbollah.

Il presidente libanese Michel Aoun ha affermato: “Siamo un popolo pacifico e non vogliamo la guerra. Non accetteremo che chiunque ci minacci in alcun modo.”

Negli ultimi anni raid aerei di Israele contro le fazioni palestinesi in Libano sono stati rari.

Non ci sono state reazioni immediate da parte di Israele.

 

Iraq

Quando: domenica

Le Forze Popolari di Mobilitazione (PMF) appoggiate ed addestrate dall’Iran accusano per la prima volta Israele di un attacco contro un loro deposito di armi nella città irachena di Al-Qaim, nei pressi dei confini occidentali del Paese con la Siria.

“Nel contesto della serie di attacchi sionisti contro l’Iraq, i malvagi corvi israeliani sono tornati a colpire le Hash al-Shaabi, questa volta con due droni all’interno del territorio dell’Iraq,” sostiene un comunicato delle PMF. L’attacco, continua la dichiarazione, rappresenta una dichiarazione di guerra.

Le PMF, o Hash al-Shaabi, sono il braccio ufficiale delle forze di sicurezza irachene, che includono brigate che operano in modo semi-autonomo.

Il gruppo ha detto che nell’attacco di domenica un combattente delle PMF è stato ucciso e un altro gravemente ferito, aggiungendo che anche gli Stati Uniti sono complici.

Lunedì in un comunicato la presidenza irachena ha detto che gli attacchi sono stati una “flagrante azione ostile che ha preso di mira l’Iraq,” aggiungendo che “la sovranità irachena e il benessere del suo popolo sono una linea che non si può superare.”

Israele non ha commentato.

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La corsa di Israele in Africa: vendere acqua, armi e menzogne

Ramzy Baroud

23 luglio 2019 – Al Jazeera

Israele sta cercando di riscrivere la storia per entrare nei cuori dei cittadini africani, ma non ci riuscirà

Per anni, il Kenya è stato la porta di Israele verso l’Africa. Israele ha usato le forti relazioni politiche, economiche e di sicurezza tra i due Stati per espandere la sua influenza sul continente e mettere altre Nazioni africane contro la Palestina. Malauguratamente la strategia di Israele sembra, almeno in apparenza, avere successo: il sostegno storico e dichiarato dell’Africa alla lotta palestinese sulla scena internazionale sta diminuendo.

Il riavvicinamento del continente a Israele è una sventura, perché, per decenni, l’Africa è stata all’avanguardia nell’opporsi a tutte le ideologie razziste, incluso il sionismo, ideologia alla base della fondazione di Israele sulle rovine della Palestina. Se l’Africa cedesse alle lusinghe e alle pressioni israeliane e accettasse pienamente lo Stato sionista, il popolo palestinese perderebbe un partner prezioso nella lotta per la libertà e i diritti umani.

Ma non tutto è perduto.

Il mese scorso ho visitato Nairobi, capitale del Kenya, per partecipare a incontri con giornalisti, intellettuali, attivisti per i diritti umani e cittadini comuni del Paese, nel tentativo di contrastare parte della propaganda imposta negli ultimi anni dalla macchina israeliana dell’hasbara [propaganda israeliana, ndtr.]. Considerando il successo di Israele nel penetrare i vari strati della società keniota, volevo indagare se fosse ancora in qualche modo possibile una solidarietà.

Alla fine della mia visita sono rimasto piacevolmente sorpreso, poiché ho scoperto che la “storia del successo” di Israele in Kenya e nel resto dell’Africa è superficiale e l’affinità tra Africa e Palestina è troppo profonda perché sia facilmente sradicata da una qualsiasi “campagna d’immagine” da parte di Israele.

La lunga storia della solidarietà africana con la Palestina

Secondo l’analista politico israeliano Pinhas Anbari, la “campagna d’immagine in Africa” di Israele è iniziata dopo che Israele ha fallito nel convincere gli Stati europei a sostenere le sue politiche nei confronti dei palestinesi.

“Quando l’Europa espresse apertamente il suo sostegno alla creazione di uno Stato palestinese”, ha detto Anbara, “Israele ha preso la decisione strategica di rivolgersi all’Africa”.

Ma il sostegno dell’UE a uno Stato palestinese e le critiche occasionali alle colonie ebraiche illegali nei territori occupati non sono state le uniche ragioni alla base della decisione di Israele di concentrarsi sull’Africa.

La maggior parte dei Paesi africani, come la maggior parte dei paesi del sud del mondo, ha votato a lungo a favore delle risoluzioni filo-palestinesi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA), contribuendo ulteriormente al senso di isolamento di Israele sulla scena internazionale. Di conseguenza, riconquistare l’Africa – “riconquistare” perché l’Africa non è sempre stata ostile a Israele e al sionismo – è diventato un modus operandi delle relazioni internazionali israeliane.

Il Ghana riconobbe ufficialmente Israele nel 1956, otto anni appena dopo la sua nascita, e iniziò una tendenza che continuò tra i Paesi africani negli anni seguenti. All’inizio degli anni ’70, Israele aveva conquistato una posizione forte nel continente. Alla vigilia della guerra arabo-israeliana del 1973, Israele aveva rapporti diplomatici con 33 Paesi africani.

“La guerra di ottobre”, tuttavia, ha cambiato tutto. Allora, i Paesi arabi, sotto la guida egiziana, agivano, in certa misura, con una strategia politica unitaria. E quando i Paesi africani dovettero scegliere tra Israele, un Paese nato da intrighi coloniali occidentali, e gli arabi, che soffrivano per mano del colonialismo occidentale quanto l’Africa, scelsero naturalmente la parte araba. Uno dopo l’altro, i Paesi africani iniziarono a recidere i legami con Israele. Ben presto nessuno Stato africano tranne Malawi, Lesotho e Swaziland intrattenne relazioni diplomatiche ufficiali con Israele.

In seguito, la solidarietà del continente con la Palestina è andata anche oltre. L’Organizzazione dell’Unità Africana – il precursore dell’Unione Africana – nella sua dodicesima sessione ordinaria, tenutasi a Kampala nel 1975, fu il primo organo internazionale a riconoscere su larga scala il razzismo intrinseco nell’ideologia sionista di Israele, adottando la Risoluzione 77 (XII) [di sostegno alla popolazione palestinese e forte condanna di Israele, ndtr]. La stessa risoluzione è citata nella risoluzione UNGA 3379, adottata nel novembre dello stesso anno, che stabiliva che “il sionismo è una forma di razzismo e discriminazione razziale”. La risoluzione 3379 è rimasta in vigore fino a quando non è stata revocata dall’Assemblea nel 1991, dietro una veemente pressione americana.

Purtroppo, la solidarietà dell’Africa con la Palestina ha iniziato a erodersi negli anni ’90. In quegli anni il processo di pace sponsorizzato dagli Stati Uniti ebbe un grosso slancio, dando luogo agli Accordi di Oslo e ad altri accordi che normalizzarono l’occupazione israeliana senza dare ai palestinesi i diritti umani fondamentali. Con molti incontri e strette di mano tra palestinesi e raggianti funzionari israeliani, presentati regolarmente sui media, molte Nazioni africane ebbero l’illusione che una pace duratura fosse finalmente a portata di mano. Alla fine degli anni ’90, Israele aveva riattivato i legami con ben 39 Paesi africani. Mentre i palestinesi perdevano sempre più terra grazie a Oslo, Israele ottenne molti nuovi alleati importanti in Africa e in tutto il mondo.

Eppure per Israele una “lotta per l’Africa” a tutto campo – come alleata politica, partner economico e cliente delle sue tecnologie della “sicurezza” e di armamenti – non si è manifestata apertamente che poco tempo fa.

La lotta di Israele per l’Africa

Il 5 luglio 2016, Benjamin Netanyahu ha dato il via alla corsa di Israele per l’Africa con una storica visita in Kenya, che ha fatto di lui il primo ministro israeliano a visitare l’Africa negli ultimi 50 anni. Dopo aver trascorso un po’ di tempo a Nairobi, dove ha partecipato al Forum economico Israele-Kenya accanto a centinaia di leader israeliani e kenioti, si è trasferito in Uganda, dove ha incontrato i leader di altri Paesi africani tra cui il Sud Sudan, il Ruanda, l’Etiopia e la Tanzania. Nello stesso mese, Israele ha annunciato il ripristino dei rapporti diplomatici tra Israele e Guinea.

La nuova strategia israeliana è iniziata lì. Sono seguite altre visite ad alto livello in Africa e annunci trionfali su nuove joint venture e investimenti economici.

Tuttavia, il primo ministro israeliano ha presto rilevato come gli sforzi diplomatici ed economici per conquistare l’Africa fossero insufficienti. Quindi, si è arreso alla riscrittura della storia per migliorare la posizione di Israele nel continente.

Nel giugno 2017, Netanyahu ha preso parte alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), che si tiene nella capitale liberiana Monrovia. “Africa e Israele godono di una naturale affinità”, ha affermato Netanyahu nel suo discorso. “Abbiamo, sotto molti aspetti, storie simili. Le vostre Nazioni hanno sofferto duramente sotto il dominio straniero. Avete vissuto guerre e massacri orribili. La nostra storia è molto simile.”

Con queste parole, Netanyahu ha cercato non solo di coprire la brutta faccia del colonialismo sionista e di ingannare gli africani, ma anche di derubare i palestinesi della loro storia.

Nonostante l’evidente falsità delle “storie simili” di Netanyahu, l’offensiva del fascino di Israele in Africa è proseguita di successo in successo. Nel gennaio di quest’anno, ad esempio, il Ciad, nazione a maggioranza musulmana e geograficamente la più importante dell’Africa centrale, ha stabilito legami economici con Israele.

Cercando di affermarsi come partner delle Nazioni africane, Israele ha fornito alcuni aiuti a beneficio degli africani, come la fornitura di tecnologie solari, idriche e agricole alle regioni bisognose. Tuttavia, questi contributi hanno avuto un alto costo.

Quando, ad esempio, nel dicembre 2016, il Senegal ha sottoscritto la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che condannava la costruzione di insediamenti ebrei illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est, Netanyahu ha richiamato l’ambasciatore israeliano a Dakar e prontamente cancellato tutti i progetti di irrigazione a goccia del Mashav [l’Agenzia israeliana per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale, ntr.] – i progetti erano stati precedentemente “ampiamente pubblicizzati come parte importante del contributo di Israele alla ‘lotta contro la povertà in Africa’ “.

Israele non solo si è servito così di progetti come questi per punire le nazioni africane quando queste abbiano mancato di fornire supporto cieco a Israele nei contesti internazionali, ha anche usato le sue nuove relazioni per trasformare l’Africa in un nuovo mercato per la vendita di armi.

Paesi africani come Ciad, Niger, Mali, Nigeria e Camerun, tra gli altri, sono diventati clienti delle tecnologie israeliane di “antiterrorismo”, gli stessi strumenti mortali attivamente utilizzati per reprimere i palestinesi nella loro eterna lotta per la libertà.

E tutto questo mentre Israele continua a promuovere la medesima mentalità razzista e coloniale che ha asservito e soggiogato l’Africa per centinaia di anni. La cosa sembra essere sfuggita ai leader africani che si sono messi in fila per ricevere sussidi e appoggio israeliani nella loro dubbia “guerra al terrorismo”. Inoltre, lo sfacciato razzismo anti-africano che impronta in generale la politica e la società israeliane non sembra avere alcuna conseguenza per il crescente fan-club di Israele in Africa.

Molti governi africani, compresi quelli di Nazioni a maggioranza musulmana, stanno dando a Israele esattamente ciò che vuole: un modo per uscire dal suo isolamento e legittimare l’apartheid.

“Israele si sta facendo strada nel mondo islamico”, ha detto Netanyahu durante la prima visita di un leader israeliano nella capitale del Ciad, Ndjamena, il 20 gennaio 2019. “Stiamo facendo la storia e stiamo trasformando Israele in una potenza globale in crescita”.

I palestinesi e gli arabi, naturalmente, hanno una parte di colpa in tutto ciò, per aver abbandonato i loro alleati africani nell’ inseguimento insensato, dopo le promesse di Stati Uniti e Occidente, di una pace che non si è mai realizzata. La politica araba è enormemente cambiata dalla metà degli anni ’70. Non solo i Paesi arabi non parlano più con una sola voce e, quindi, non hanno una strategia unificata per quanto riguarda l’Africa o il resto del mondo, ma alcuni governi arabi stanno attivamente tramando con Tel Aviv e Washington contro i palestinesi. La conferenza economica del Bahrain, che si è tenuta a Manama dal 25 al 26 giugno, è stata l’ultimo di questi eventi.

La stessa leadership palestinese ha allontanato la propria attenzione politica dal sud del mondo, soprattutto dopo la firma degli Accordi di Oslo. Per decenni, l’Africa ha avuto poca importanza nei calcoli angusti e auto-referenziali dell’Autorità Nazionale Palestinese. Per l’ANP, solo Washington, Londra, Madrid, Oslo e Parigi avevano un’importanza strategica – un errore politico deplorevole sotto tutti gli aspetti. Questo errore storico deve essere corretto prima che la storia del successo di Israele escluda i palestinesi da qualsiasi influenza in Africa e nel resto del sud del mondo.

Eppure, nonostante i molti successi nell’attirare governi africani nella propria rete di alleati, Israele non è riuscito a entrare nei cuori degli africani, che ancora vedono la lotta palestinese per la giustizia e la libertà come un’estensione della propria lotta per la democrazia, l’uguaglianza e i diritti umani.

È vero, Israele ha ottenuto il sostegno di parte della classe dirigente in Africa, ma non è riuscito a conquistare il popolo africano, che rimane dalla parte dei palestinesi. Durante la mia visita di 10 giorni nel loro Paese, i kenioti di ogni estrazione sociale mi hanno dimostrato il loro sostegno alla Palestina nel modo più confortante, autentico e naturale. 

A Nairobi, studenti, accademici e attivisti per i diritti umani si rapportano al popolo palestinese non come osservatori esterni simpatizzanti della loro lotta, ma come partner in una battaglia collettiva per giustizia, libertà e diritti. La sanguinosa lotta del Kenya contro il colonialismo britannico, la sua orgogliosa guerra di liberazione e i molti sacrifici per ottenere la libertà sono un’immagine quasi speculare dell’attuale lotta palestinese contro un altro nemico coloniale e razzista.

La Palestina sarà sempre vicina al cuore di tutti gli africani a causa della dolorosa e orgogliosa storia di colonialismo e resistenza che condividiamo. Con questa considerazione, i palestinesi dovrebbero rendersi conto del fatto che Israele sta attivamente cercando di riscrivere la loro storia e privarli della solidarietà di popoli che forse comprendono la loro situazione meglio di chiunque altro.

Sarebbe un’ingiustizia morale alla quale non dovrebbe essere permesso di avere la meglio. 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ramzy Baroud è editorialista noto a livello internazionale, consulente per i media e scrittore.

(traduz. di Luciana Galliano)