Perché ci sono così tanti minori palestinesi nelle carceri israeliane?

Redazione di Al Jazeera

26 gennaio 2025 Al Jazeera

Sono stati rilasciati ventitré minori detenuti, ma più di 300 minorenni restano nelle carceri israeliane, molti dei quali senza accuse

Perlomeno 23 minori palestinesi sono stati rilasciati dalle prigioni di Israele come parte dell’accordo di cessate il fuoco, portando alla ribalta la sistematica persecuzione dei minori palestinesi da parte dei tribunali militari di Israele.

Almeno 290 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati in due lotti da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hamas e Israele, ponendo fine a 15 mesi di incessanti bombardamenti israeliani su Gaza.

Secondo Adameer Prisoner Support and Human Rights Association, un’organizzazione per i diritti umani con sede nella Cisgiordania occupata, prima degli ultimi scambi di prigionieri nelle prigioni israeliane erano detenuti 320 minori.

Quindi, cosa sappiamo dei minori palestinesi in prigione e perché vengono processati nei tribunali militari?

Cosa sappiamo dei minori palestinesi imprigionati in Israele?

Nel 2016 Israele ha introdotto una nuova legge che consente che i minori di età compresa tra 12 e 14 anni possano essere ritenuti penalmente responsabili, il che significa che potrebbero essere processati in tribunale come adulti e ricevere pene detentive. In precedenza, solo i minori di età pari o superiore ai 14 anni potevano essere condannati al carcere. Le pene detentive non possono tuttavia iniziare fino a quando il minore non abbia raggiunto l’età di 14 anni [vedi la legge qui: PDF].

Questa nuova legge, approvata il 2 agosto 2016 dalla Knesset israeliana, consente alle autorità israeliane di “imprigionare un minore condannato per reati gravi come omicidio, tentato omicidio o omicidio colposo anche se ha meno di 14 anni”, secondo la dichiarazione della Knesset al momento dell’approvazione della legge.

Questa modifica è stata apportata nel 2015 dopo che nella Gerusalemme Est occupata è stato arrestato il tredicenne Ahmed Manasra. Era accusato di tentato omicidio e condannato a 12 anni di prigione dopo l’entrata in vigore della nuova legge, per l’appunto dopo il suo quattordicesimo compleanno. Poi in appello la sua condanna è stata commutata a nove anni.

Secondo la ONG Save the Children, negli ultimi 20 anni circa 10.000 minori palestinesi sono stati tenuti da Israele in detenzione militare.

Le ragioni dell’arresto dei minori vanno dal lancio di pietre alla partecipazione a un raduno di sole 10 persone senza permesso, per qualsiasi istanza “che potrebbe essere interpretata come politica”.

In base a quale legge Israele detiene i minori?

Con una pratica controversa, i prigionieri palestinesi sono processati e condannati in tribunali militari e non civili. Il diritto internazionale consente a Israele di utilizzare tribunali militari nei territori che occupa.

In Palestina esiste un duplice sistema legale, in base al quale i coloni israeliani che vivono nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est sono soggetti al diritto civile israeliano, mentre i palestinesi sono soggetti al diritto militare israeliano in tribunali gestiti da soldati e ufficiali israeliani.

Questo significa che un gran numero di palestinesi viene imprigionato senza un dovuto processo che rispetti regole basilari.

In ogni caso le autorità israeliane arrestano regolarmente i minori palestinesi durante incursioni notturne, li interrogano senza un tutore presente, li trattengono per periodi molto lunghi prima di portarli davanti a un giudice e trattengono quelli di appena 12 anni in lunghe detenzioni preventive”, ha scritto nel novembre 2023 Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina.

Quasi tre quarti dei minori palestinesi nella Cisgiordania occupata sono stati tenuti in custodia fino alla fine del procedimento, rispetto a meno del 20 % dei minori israeliani – secondo il rapporto del 2017 dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele.

HaMoked, una ONG per i diritti umani che assiste i palestinesi sottoposti a violazioni dei diritti umani sotto l’occupazione israeliana, ha affermato che nel 2020 ai minori detenuti in prigione era concessa una telefonata di 10 minuti alla famiglia una volta ogni due settimane.

Quanti fra i prigionieri palestinesi finora rilasciati nell’ambito dell’accordo tra Israele e Hamas sono minori?

Come parte dell’accordo di cessate il fuoco sabato Israele ha rilasciato dalle sue prigioni 200 detenuti palestinesi, 120 dei quali stavano scontando l’ergastolo.

Due di loro sono minori, entrambi di 15 anni. Il prigioniero più anziano, Muhammad al-Tous, ha 69 anni. Aveva trascorso 39 anni in prigione, essendo stato arrestato per la prima volta nel 1985 mentre combatteva contro le forze israeliane.

Lo scambio di sabato è stato il secondo da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco. Nel primo scambio sono stati rilasciati tre prigionieri israeliani e 90 prigionieri palestinesi (69 donne e 21 minori).

Solo otto dei 90 prigionieri erano stati arrestati prima del 7 ottobre 2023, quando i gruppi palestinesi guidati da Hamas hanno effettuato attacchi nel sud di Israele. Gli attacchi hanno ucciso più di 1.100 persone, ne hanno fatte prigioniere circa 250 e hanno innescato la devastante guerra di Israele a Gaza.

Alcuni prigionieri palestinesi erano tenuti nelle prigioni israeliane da più di trent’anni.

Il noto leader palestinese Marwan Barghouti, co-fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese noto anche come Fatah, il partito che governa la Cisgiordania, è in prigione da 22 anni.

Tamer Qarmout, professore associato al Doha Institute for Graduate Studies, ha detto ad Al Jazeera che il rilascio dei prigionieri palestinesi è un “enorme sollievo” per le famiglie, sebbene stia avvenendo sotto le “terribili condizioni dell’occupazione [israeliana]”.

“Questi prigionieri avrebbero dovuto essere rilasciati grazie ad un accordo più ampio che ponga fine al conflitto, che porti la pace tramite negoziati e la fine dell’occupazione, ma la dura realtà in Palestina è che mentre parliamo l’occupazione continua”, ha detto Qarmout ad Al Jazeera.

Quanti palestinesi ci sono nelle prigioni israeliane? Hanno subito torture durante la detenzione?

Secondo le stime di Addameer domenica erano prigionieri di Israele circa 10.400 palestinesi di Gaza e della Cisgiordania,.

Nei territori palestinesi occupati un palestinese su cinque è stato a un certo punto arrestato e accusato. Questo tasso è il doppio per gli uomini palestinesi rispetto alle donne: due uomini su cinque sono stati arrestati e accusati.

Ci sono 19 prigioni in Israele e una all’interno della Cisgiordania occupata che detengono prigionieri palestinesi. Da ottobre Israele non consente alle organizzazioni umanitarie indipendenti di visitare le prigioni israeliane, quindi è difficile conoscere il numero e le condizioni delle persone che vi sono detenute.

I prigionieri palestinesi che sono stati rilasciati hanno riferito di essere stati picchiati, torturati e umiliati prima e dopo l’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre.

Quanti prigionieri palestinesi sono trattenuti senza accuse?

Secondo Addameer circa 3.376 palestinesi detenuti in Israele sono in detenzione amministrativa. Un detenuto amministrativo è una persona tenuta in prigione senza accusa o processo.

Né ai detenuti amministrativi, che includono donne e bambini, né ai loro avvocati è consentito vedere le “prove segrete” che le forze israeliane affermano costituiscano la ragione degli arresti. Questa pratica è esercitata contro i detenuti palestinesi sin dalla fondazione di Israele nel 1948.

Queste persone sono arrestate dall’esercito per periodi di tempo rinnovabili, il che significa che la durata dell’arresto è indefinita e potrebbe durare molti anni.

Secondo Addameer i detenuti amministrativi includono 41 minori e 12 donne.

Cosa succederà adesso?

Nella prima fase di sei settimane del cessate il fuoco dovrebbero essere rilasciati altri ventisei prigionieri [israeliani, n.d.t.] insieme a centinaia di altri prigionieri palestinesi. Il prossimo scambio è previsto per sabato prossimo[1 febbraio ndt]. Molti sperano che la fase successiva porrà fine alla guerra che ha costretto la stragrande maggioranza dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza a spostarsi e ha lasciato centinaia di migliaia di persone a rischio carestia. I colloqui inizieranno il 3 febbraio.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il cessate il fuoco non ci ridarà la vita persa

Reem Sleem

19 gennaio 2025 Al Jazeera

In esilio ho sperimentato per quasi un anno il dolore della guerra. Mi fa male sapere che il nostro ritorno non è possibile.

Un mucchio di rumore: missili ed esplosioni, il suono dei droni, urla e lamenti, grida di “martire, martire”. Vetri rotti, porte che sbattono, edifici che crollano, incendi che divampano, tuoni, fulmini, vento, sussulti di morte, oscurità e cenere. Sono tutti ancora nella mia testa.

Ho lasciato Gaza quasi un anno fa, ma queste immagini e suoni mi perseguitano ancora. Mi sono lasciata tutto alle spalle: la mia casa, i miei amici, la mia famiglia allargata, ma non sono ancora riuscita a liberarmi degli echi della guerra.

Qui, al Cairo, continuo a rivivere il trauma di ciò che ho visto, sentito e provato nei primi quattro mesi di guerra a Gaza.

Quando sento il rumore di un aereo nel cielo, il mio cuore batte di paura pensando che sia un aereo da guerra. Quando sento il rumore dei fuochi d’artificio vado nel panico, immaginando che siano esplosioni di bombe.

Pensavo che l’esilio avrebbe portato sicurezza e pace, ma si è rivelato una continuazione della guerra.

La morte e la distruzione che imperversano a Gaza dominano ancora le nostre vite. Il dolore, la sofferenza e la lotta per la sopravvivenza che pensavamo di esserci lasciati alle spalle ci perseguitano ancora.

Non viviamo in una tenda allagata dalla pioggia e non stiamo morendo di fame; il rumore delle bombe non è reale, sono solo gli echi del ricordo nelle nostre menti. Ma viviamo ancora nella miseria.

Mio padre, che mantiene la famiglia, non è riuscito a trovare un lavoro per mesi. Quando l’ha trovato, era pagato con uno stipendio misero. Ci troviamo immersi in debiti crescenti e non possiamo permetterci beni di prima necessità.

Nel frattempo siamo rimasti completamente immersi nell’orrore di Gaza. Ogni ora ci arrivano in diretta sulle app di messaggi i bombardamenti, le uccisioni di massa, la sofferenza nelle tende distrutte.

Tutti gli amici palestinesi che sono qui sembrano essere nella stessa situazione: vivono nel dolore e nella disperazione, assediati dalla guerra.

“Avrei voluto morire con loro invece di vivere”, mi ha detto di recente la mia amica Duaa. La sua famiglia l’ha mandata al Cairo subito dopo l’inizio del genocidio per completare i suoi studi in pace. “Quando li ho salutati ho avuto la sensazione che non li avrei più rivisti”, ha detto singhiozzando.

Pochi giorni dopo il suo arrivo in Egitto, pensando che la vita le avesse concesso una buona opportunità di studiare all’estero, ha cercato di contattare la famiglia per sapere come stavano, ma non ha ricevuto risposta. L’ansia l’ha consumata finché non ha ricevuto la devastante notizia del loro martirio.

Il dolore era insopportabile e ha fallito negli studi. Ancora oggi, lotta per pagare l’affitto del suo appartamento e mi ha detto che il suo padrone di casa presto la sfratterà perché non ha pagato. È orfana, sola in esilio e potrebbe presto diventare anche una senzatetto.

Un’altra amica, Rawan, aveva studiato in Egitto per alcuni anni prima che iniziasse la guerra, sognando un futuro luminoso. Il 10 ottobre 2023, una grande esplosione ha distrutto la sua casa, uccidendo tutta la sua famiglia. Sono rimaste solo sua madre, che è miracolosamente sopravvissuta nonostante le gravi ferite, e sua sorella sposata, che viveva in un’altra casa.

Rawan mi ha detto che le mancavano i messaggi incoraggianti di suo padre, il sostegno dei suoi fratelli Mohammed e Mahmoud e le risate innocenti di sua sorella Ruba. Non ha mai completato gli studi. È diventata l’ombra di se stessa.

Nada, un’altra amica, è al Cairo con la sorella. Le due ragazze hanno dovuto lasciare i genitori e il fratello a Gaza, perché i loro nomi non erano sulla lista delle persone autorizzate a passare attraverso il valico di Rafah.

Al Cairo Nada si è sentita persa, estranea e spaventata. Ha provato a fare di nuovo domanda per far viaggiare i genitori e il fratello, ma l’occupazione ha preso d’assalto Rafah e ha chiuso il valico. In quel momento mi ha detto di sentirsi come se tutte le porte della vita le si fossero chiuse in faccia.

Nada e sua sorella vivono da sole, senza il sostegno dei parenti, e lottano. Lo stress e la tristezza hanno pesato molto. Nada è molto dimagrita e ora dice di sembrare uno scheletro.

Mi ha detto che le molestie e la paura di essere rapite le hanno rese riluttanti a lasciare l’appartamento in cui vivono.

“Desideriamo ardentemente ogni aspetto delle nostre vite passate “, dice.

Lo desideriamo tutti, ma sappiamo anche che le nostre vite passate sono perdute. Anche se la guerra finisse, niente tornerà mai più come prima. Niente ci risarcirà di questa amara perdita.

Il cessate il fuoco che entra in vigore oggi dovrebbe porre fine ai combattimenti, ma non è chiaro se porrà fine alla guerra. Da mercoledì, quando è stato annunciato, sono state uccise più di 120 persone. E sappiamo che ne moriranno altre perché le condizioni non miglioreranno. Gaza non è più vivibile.

Anche se ci fosse una pace duratura, il governo israeliano stabilirà le proprie condizioni per continuare il blocco e tormentare la popolazione. La ricostruzione, se avrà luogo, continuerà per molti anni. Ecco perché noi, come famiglia, abbiamo preso la decisione di iniziare a costruire una nuova vita in esilio, nonostante le sfide che affrontiamo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Reem Sleem è una scrittrice di Gaza attualmente sfollata in Egitto. Studia letteratura inglese all’Università di Al-Azhar. In precedenza ha scritto per Electronic Intifada e We Are Not Numbers.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il brutale assedio di Jenin da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non fa che aggravare la sua crisi di legittimità

Yara Hawari

3 gennaio 2025-Al Jazeera

Il popolo palestinese non dimenticherà la perdita di vite umane o le percosse e le torture in stile shabiha

Il 28 dicembre la giovane studentessa di giornalismo Shatha Sabbagh è uscita di casa nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, con la madre e i due figli piccoli della sorella. Un attimo dopo è stata colpita alla testa e uccisa dal proiettile di un cecchino. Aveva solo 21 anni.

Shatha è stata uccisa nello stesso campo profughi in cui la giornalista veterana Shireen Abu Akleh è stata assassinata dal regime israeliano nel 2022. Tuttavia, Shatha non è stata uccisa da un soldato del regime israeliano. Secondo la sua famiglia il proiettile che le ha tolto la vita è stato sparato dalle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (PASF).

Nell’ultimo mese, le PASF hanno assediato il campo profughi di Jenin, in uno sforzo coordinato con gli israeliani, come parte del tentativo di reprimere la resistenza armata nella Cisgiordania settentrionale.

Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è riuscita a sottomettere la resistenza all’occupazione israeliana in molti altri centri urbani attraverso minacce e repressione, nel nord rimangono sacche in cui sono ancora presenti gruppi di resistenza armata. La città di Jenin, e in particolare il suo campo profughi, dove sono state uccise sia Shireen che Shatha, è una di queste sacche. Ecco perché il campo, che ospita più di 15.000 persone, è diventato un simbolo di resistenza e fermezza e una vera spina nel fianco del PASF.

In effetti, l’esistenza stessa dell’ANP dipende dall’eliminazione della resistenza al regime israeliano in tutte le aree sotto il suo presunto controllo. Infatti coordina costantemente le sue azioni con l’esercito israeliano e utilizza tattiche di repressione che sono spesso indistinguibili da quelle [di Israele]. In effetti si potrebbe facilmente confondere le PASF con l’esercito israeliano se non fosse per le loro uniformi diverse.

E, mentre gli israeliani continuano con il loro genocidio a Gaza, le PASF hanno intrapreso la loro vasta operazione di aggressione contro Jenin. Hanno posto un assedio implacabile al campo profughi, tagliando acqua, elettricità e vietando l’ingresso della maggior parte dei beni di prima necessità. Le PASF hanno anche piazzato cecchini sui tetti e posti di blocco sulle strade, al fine di limitare gli spostamenti dei combattenti della resistenza.

Ci sono anche segnalazioni di percosse, arresti e torture. Un team della Mezzaluna Rossa Palestinese ha testimoniato di essere stato trattenuto, picchiato e interrogato per due giorni e mezzo mentre cercava di consegnare medicinali alle famiglie assediate.

In un video che sta circolando sui social media palestinesi due uomini vengono costretti a stare in piedi su una gamba e a ripetere continuamente “il Presidente Abu Mazen [Mahmoud Abbas] è Dio”. In un altro video i membri della PASF picchiano fino a far perdere i sensi un giovane a quanto pare per aver criticato l’assedio dell’AP al campo profughi di Jenin. Forse non sorprende che molti stiano usando la parola “shabiha” [in arabo “spettri”, “fantasmi” n.d.t.] per descrivere le PASF, un termine comunemente usato per le forze e i gruppi che erano fedeli all’ex dittatore siriano Bashar al-Assad

Gli abitanti del campo sono scesi in piazza per protestare e hanno chiesto all’ANP di fermare il suo brutale assalto e di porre fine allo spargimento di sangue fratricida. Ma queste richieste sono state ignorate. Invece le PASF insistono affinché i combattenti della resistenza consegnino le armi o lascino il campo, cose che si sono categoricamente rifiutati di fare. Come andrà a finire è ancora da vedere, ma ciò che è certo è che prima della sua fine altro sangue palestinese verrà versato. Per la leadership dell’ANP l’operazione a Jenin fa parte di un quadro molto più ampio che le consente di posizionarsi come l’organismo che prenderà il controllo di Gaza dopo un cessate il fuoco. La logica è che, se l’ANP può dimostrare di poter sedare e persino eliminare la resistenza armata in Cisgiordania, Israele e gli Stati Uniti ne faciliteranno l’insediamento a Gaza. Tuttavia, mentre l’amministrazione Biden ha indicato che avrebbe sostenuto una presa in carico dell’ANP [a Gaza, n.d.t.], il governo Netanyahu non ha fatto alcuna proposta del genere e, al contrario, ha dichiarato categoricamente che avrebbe rifiutato tale scenario. Ciononostante la dirigenza dell’ANP continua a svolgere il suo ruolo di collaborazionista nella speranza di ottenere più briciole dalla tavola del padrone. Come per dimostrare la sua colpevolezza e gettare altro sale sulla ferita, l’ANP ha recentemente annunciato la sua decisione di sospendere le operazioni di Al Jazeera nella Cisgiordania occupata come punizione per i suoi reportage da Jenin. L’ANP segue le orme del governo israeliano che anch’esso ha vietato le trasmissioni della rete nel maggio 2024 in risposta diretta al fatto che ha informato sul genocidio in corso a Gaza.

Mentre il tradimento della leadership dell’ANP e il coordinamento della sicurezza con il regime israeliano non sono una novità, il suo prolungato assedio di Jenin ha portato il suo tradimento del popolo palestinese a un livello completamente nuovo. Le sue uccisioni ingiustificate di civili e le percosse e torture in stile shabiha dimostrano che è più che disposta ad oltrepassare linee rosse che difficilmente saranno dimenticate o perdonate dal popolo palestinese. Niente di tutto ciò fa ben sperare per la durata di una leadership che sta già soffrendo una crisi di legittimità per la sua incapacità di prendere una posizione significativa contro il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

[Yara Hawari è la co-direttrice di Al-Shabaka, il Palestinian Policy Network. In precedenza ha ricoperto il ruolo di Palestine policy fellow e senior analyst. Yara ha completato il dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter, dove ha insegnato vari corsi universitari e continua a essere una ricercatrice ad honorem. Oltre al suo lavoro accademico, incentrato su studi sui popoli indigeni e storia orale, è una commentatrice politica che scrive spesso per vari organi di informazione.]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Lettera aperta di matematici contro il genocidio a Gaza

Matematici contro il genocidio a Gaza

18 dicembre 2024 Al Jazeera

I 1.078 firmatari denunciano il genocidio e chiedono di tagliare i ponti con le istituzioni israeliane che non lo condannano

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto un attacco terroristico in Israele, uccidendo più di 1.200 persone su una popolazione di 9,5 milioni, tra cui oltre 800 civili e almeno 33 minorenni, e ferendone altri 5.400. L’attacco ha portato anche alla cattura di 248 ostaggi, circa 100 dei quali ancora detenuti a Gaza. Da allora il governo israeliano ha lanciato una violenta risposta genocida contro la popolazione palestinese di Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale. Alla fine di ottobre 2024 le vittime identificate avevano raggiunto quota 43.061, tra cui oltre 13.735 bambini, 7.216 donne e 3.447 anziani, con oltre 100.000 feriti, su una popolazione di 2,3 milioni. Migliaia di altre vittime rimangono disperse, sepolte sotto le macerie. L’esercito israeliano sta infliggendo ai civili palestinesi non meno che l’equivalente di un 7 ottobre ogni dieci giorni, e lo fa da più di un anno.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha descritto la situazione a Gaza come una “crisi dell’umanità”. Oltre al pesante tributo per i civili, questa guerra ha portato alla massiccia distruzione delle infrastrutture civili palestinesi e costretto il 90% della popolazione di Gaza a ripetuti sfollamenti. La maggior parte degli ospedali è stata bombardata e distrutta e numerosi team medici sono stati uccisi. I continui attacchi e blocchi di cibo, acqua, carburante, medicine e aiuti umanitari causano sofferenze insopportabili alla popolazione di Gaza, che sta affrontando anche fame e malattie infettive. I minori, insieme ad altri gruppi vulnerabili, sono particolarmente colpiti.

A fine ottobre 2024 il Ministero dell’Istruzione palestinese, con sede a Ramallah, ha riferito che dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso oltre 11.057 scolari e 681 studenti a Gaza e ferito oltre 16.897 scolari e 1.468 studenti. In totale sono stati uccisi 441 insegnanti e personale scolastico e 2.491 sono rimasti feriti. A Gaza sono stati uccisi almeno 117 accademici, tra cui Sufyan Tayeh, matematico, fisico teorico e presidente dell’Università islamica di Gaza, ucciso insieme alla sua famiglia da un bombardamento israeliano nel campo profughi di Jabaliya il 2 dicembre 2023. Inoltre a Gaza sono state danneggiate 406 scuole, di cui 77 completamente distrutte. Le università di Gaza sono state gravemente colpite, con 20 istituzioni danneggiate, 51 edifici completamente demoliti e 57 parzialmente distrutti. Di conseguenza da più di un anno circa 88.000 studenti e 700.000 scolari di Gaza sono stati privati ​​dell’istruzione.

Il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito l’esistenza di un presumibile genocidio e ha ordinato a Israele di adottare misure per prevenirlo. Il 28 marzo la CIG ha ribadito questo ordine, chiedendo l’attuazione di misure preventive. Quindi, il 24 maggio, la CIG ha ordinato a Israele di interrompere immediatamente la sua offensiva militare a Rafah e di aprire il valico di Rafah per consentire l’accesso senza ostacoli ai servizi umanitari e agli aiuti per i civili. Questi ordini sembrano essere stati completamente ignorati e gli attacchi ai civili a Gaza si sono intensificati, soprattutto nel nord, con il chiaro obiettivo di spopolare questa regione dai palestinesi. Il 30 settembre 2024, dopo giorni di bombardamenti aerei, l’esercito israeliano ha invaso anche il Libano, uccidendo almeno 1.600 persone e sfollandone 1,2 milioni.

Le violazioni dei diritti umani da parte del governo israeliano si estendono oltre la Striscia di Gaza e non iniziano come rappresaglia per l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In Cisgiordania dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 79 scolari e 35 studenti, con centinaia di feriti o arrestati. E violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani, come la confisca di terreni, il saccheggio delle risorse e la discriminazione razziale sono state ampiamente documentate in 57 anni di occupazione dei territori palestinesi e 17 anni di blocco a Gaza. Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo sulle “conseguenze legali derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), tra cui Gerusalemme Est e Gaza”, dichiarando inequivocabilmente illegale l’occupazione di Israele e chiedendone l’immediata cessazione. La Corte Internazionale di Giustizia ha sottolineato che la responsabilità di non sostenere questa pratica illegale ricade non solo sugli Stati terzi, ma anche su tutte le istituzioni che rispettano il diritto internazionale, comprese le università.

La comunità scientifica si è spesso mobilitata in passato per difendere i diritti umani e il diritto internazionale. In una lettera aperta pubblicata sul New York Times nel dicembre 1948, firmata da Hannah Arendt e Albert Einstein, gli autori denunciarono la visita negli USA di Menahem Begin, leader del partito Tnuat Haherut, precursore del Likud (il partito dell’attuale Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu), in questi termini: “Tra i fenomeni politici più inquietanti dei nostri tempi c’è l’emergere nel neonato Stato di Israele del ‘Partito della Libertà’ (Tnuat Haherut), un partito politico strettamente affine nella sua organizzazione, metodi, filosofia politica e richiamo sociale ai partiti nazista e fascista. Fu formato dai membri e dai seguaci dell’ex Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica in Palestina, di destra e sciovinista… È con le sue azioni che quel partito terroristico tradisce il suo vero carattere; dalle sue azioni passate possiamo giudicare cosa ci si può aspettare che faccia in futuro. Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, lontano dalle strade principali e circondato da terre ebraiche, non aveva preso parte alla guerra e aveva persino combattuto contro bande arabe che volevano usarlo come base. Il 9 aprile i gruppi terroristici attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare nei combattimenti, uccisero la maggior parte dei suoi abitanti (240 uomini, donne e bambini) e ne tennero in vita alcuni per farli sfilare come prigionieri per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica fu inorridita dall’azione e l’Agenzia ebraica inviò un telegramma di scuse al re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, lungi dal vergognarsi del loro atto, erano orgogliosi di questo massacro, lo pubblicizzarono ampiamente e invitarono tutti i corrispondenti esteri presenti nel Paese a vedere i cadaveri ammucchiati e la devastazione totale a Deir Yassin.”

Da più di un anno il governo israeliano e le sue forze militari commettono ogni giorno a Gaza l’equivalente di un massacro di Deir Yassin, mentre la comunità scientifica rimane in gran parte in silenzio. Eppure, come dimostra la lettera aperta di cui sopra, questa comunità si è già fortemente opposta agli attacchi contro i civili, sia durante le guerre in Algeria e in Vietnam, sia, più di recente, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Gli scienziati, in particolare i matematici, non possono rimanere indifferenti al genocidio in corso a Gaza, soprattutto perché sembra che le potenze occidentali sostengano politicamente, diplomaticamente e militarmente questo crimine contro l’umanità.

Basta! Esortiamo i nostri colleghi a cessare ogni collaborazione scientifica con istituzioni israeliane che non condannino esplicitamente il genocidio a Gaza e la colonizzazione illegale della Palestina. Li incoraggiamo anche a fare pressione sulle nostre istituzioni affinché interrompano alle stesse condizioni gli accordi con quei partner, in conformità con il diritto internazionale. Questa presa di posizione ovviamente non include le collaborazioni individuali con colleghi israeliani, 3.400 dei quali hanno coraggiosamente firmato un appello alla comunità internazionale, che desideriamo sostenere, “per intervenire immediatamente applicando qualsiasi possibile sanzione contro Israele per ottenere un cessate il fuoco immediato tra Israele e i suoi vicini, per il futuro delle persone che vivono in Israele/Palestina e nella regione, e per garantire il loro diritto alla sicurezza e alla vita”. Infine, chiediamo che le nostre istituzioni rispettino scrupolosamente le libertà accademiche e sostengano risolutamente la libertà di espressione in conformità con la legge.

Un elenco completo dei firmatari può essere trovato qui

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le biblioteche di Gaza risorgeranno dalle ceneri

Shahd Alnaami

14 dicembre 2024 – Al Jazeera

La totale distruzione delle biblioteche è un attacco diretto all’identità palestinese e al desiderio di imparare.

Avevo cinque anni quando sono entrata per la prima volta nella Biblioteca Maghazi. I miei genitori mi avevano appena iscritta alla vicina scuola materna principalmente perché mandava regolarmente i propri alunni in biblioteca. Loro credevano nella forza trasformatrice dei libri e volevano che io accedessi a una vasta disponibilità di libri il prima possibile.

La biblioteca Maghazi non era solo un edificio, era una porta d’ingresso a un mondo sconfinato. Varcando il suo portone di legno ricordo di essermi sentita sopraffatta da un senso di soggezione. Era come entrare in una sfera diversa, dove ogni angolo sussurrava segreti e prometteva avventure.

Sebbene di modeste dimensioni ai miei occhi infantili la biblioteca sembrava infinita. Le pareti erano rivestite di scaffali di legno scuro, traboccavano di libri di tutte le forme e dimensioni. Al centro della stanza c’era un accogliente sofà giallo e verde, circondato da un semplice tappeto dove ci riunivamo noi bambini.

Mi ricordo ancora chiaramente la nostra maestra che chiedeva di sederci intorno a lei sul tappeto e di aprire un libro illustrato. Ero incantata dalle sue illustrazioni e parole anche se non sapevo ancora leggere.

Le visite alla biblioteca Maghazi hanno instillato in me l’amore per i libri che ha profondamente influenzato la mia vita. I libri sono diventati qualcosa di più che una fonte di intrattenimento o di studio: hanno nutrito la mia anima e la mia mente, plasmando la mia identità e personalità.

Negli ultimi 400 giorni questo amore si è trasformato in dolore in quanto le biblioteche della Striscia di Gaza sono state distrutte, una dopo l’altra. Secondo le Nazioni Unite sono 13 le biblioteche pubbliche danneggiate o distrutte a Gaza. Nessuna istituzione è stata in grado di stimare la distruzione delle biblioteche che fanno parte di centri culturali o istituzioni educative o sono enti privati, anche loro devastate.

Fra queste la biblioteca dell’Università Al-Aqsa, una delle più grandi della Striscia di Gaza. Vedere le immagini dei libri che bruciavano mi ha spezzato il cuore. Anche la biblioteca della mia università, l’Università Islamica di Gaza, dove ho passato innumerevoli ore leggendo e studiando, non esiste più.

Non c’è più neanche la Biblioteca Edward Said, la prima in lingua inglese a Gaza, creata nel 2014 all’indomani della guerra di Israele contro Gaza che già aveva distrutto biblioteche. Era stata fondata da privati che avevano donato i propri libri e lavorato fra mille difficoltà per importarne di nuovi, mentre Israele spesso bloccava consegne ufficiali di testi nella Striscia. I loro sforzi riflettono l’amore dei palestinesi per i libri e il desiderio di condividere conoscenza ed educare le comunità.

Gli attacchi contro le biblioteche di Gaza hanno preso di mira non solo gli edifici stessi ma la vera essenza di ciò che Gaza rappresenta. Fanno parte dello sforzo di cancellare la nostra storia e impedire alle generazioni future di avere un’educazione e una coscienza della propria identità e dei propri diritti. La decimazione delle biblioteche di Gaza mira anche a distruggere il forte spirito di apprendimento fra i palestinesi.

L’amore per l’educazione e la conoscenza è profondamente radicato nella cultura palestinese. Lettura e istruzione sono state apprezzate per generazioni, non solo come mezzi per acquisire saggezza, ma come simboli di resilienza e connessione con la storia.

I libri sono sempre stati visti come oggetti di gran valore. Se il costo e le restrizioni israeliane ne hanno spesso limitato l’accesso, il rispetto per essi era universale, travalicando i confini socio-economici. Anche le famiglie con limitate risorse danno la priorità all’educazione e alla narrazione, tramandando ai propri bambini un profondo apprezzamento per la letteratura.

Più di 400 giorni di gravi privazioni, fame e sofferenze sono riusciti a uccidere in parte questo rispetto per i libri.

Mi addolora dire che ora i libri sono usati da molti palestinesi per alimentare il fuoco per cucinare o riscaldarsi, dato che legna e gas sono diventati cari in modo proibitivo. Questa è la nostra straziante realtà: la sopravvivenza a spese della tradizione culturale e intellettuale.

Ma non abbiamo perso tutte le speranze. Si fanno ancora sforzi per conservare e proteggere quel poco che resta dell’eredità culturale di Gaza.

La biblioteca Maghazi, il paradiso dei libri della mia infanzia, è ancora in piedi. L’edificio è rimasto intatto e con gli sforzi della gente del posto i suoi libri sono stati conservati.

Recentemente ho avuto l’opportunità di visitarla. È stata un’esperienza emozionante perché non ci ero più stata da molti anni. Quando sono entrata in biblioteca mi è sembrato di ritornare alla mia infanzia. Ho immaginato la “piccola Shahd” che correva fra gli scaffali, piena di curiosità e desiderio di scoprire tutto.

Riuscivo quasi a sentire l’eco delle risate dei miei compagni della materna e a provare il calore dei momenti che abbiamo passato insieme. I ricordi della biblioteca non riguardano solo le sue pareti ma anche tutti quelli che ci sono andati, tutte le mani che hanno sfogliato i libri e tutti gli occhi che si sono immersi nelle parole di una storia. Per me la biblioteca Maghazi non è solo una biblioteca, è parte della mia identità, di quella bambinetta che ha imparato che l’immaginazione può essere un rifugio e che leggere può essere una forma di resistenza.

L’occupazione ha preso di mira le nostre menti e i nostri corpi ma non ha capito che le idee non possono morire. Il valore dei libri e delle biblioteche, le conoscenze che contengono e le identità che contribuiscono a plasmare sono indistruttibili. Non importa quanto cerchino di cancellare la nostra storia, non possono zittire le idee, la cultura e la verità che ci portiamo dentro.

Adesso, in mezzo alla devastazione, spero che quando il genocidio finirà le biblioteche di Gaza risorgeranno dalle proprie ceneri. Questi santuari di conoscenze e cultura possono essere ricostruiti ed ergersi nuovamente come fari di resilienza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Shahd Alnaami è una scrittrice palestinese che vive a Gaza. Frequenta l’Università Islamica di Gaza dove studia letteratura inglese e traduzione e al momento vive la sofferenza del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Attacchi israeliani all’ospedale Kamal Adwan e a un edificio di Nuseirat nel nord di Gaza

Redazione Al Jazeera

7 dicembre 2024-Al Jazeera

Il bombardamento arriva mentre il sistema sanitario di Gaza sta crollando per i ripetuti attacchi dell’esercito israeliano.

Secondo l’ospedale Al-Awda Israele ha ucciso almeno 26 persone e ne ha ferite più di 60, tra cui bambini e donne, in un attacco aereo su una casa nel campo profughi di Nuseirat nella Striscia di Gaza centrale.

Il raid è avvenuto nelle prime ore della sera di venerdì e “ha danneggiato diverse case vicine”, ha detto all’agenzia di stampa AFP il portavoce dell’agenzia di difesa civile Mahmoud Basal.

L’esercito israeliano ha effettuato diversi attacchi mortali nel corso della giornata mentre assediava l’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya e l’area circostante nel nord di Gaza.

Uno di questi attacchi, ripreso in un video in una clip autenticata dall’unità di verifica Sanad di Al Jazeera, ha visto le forze israeliane aprire il fuoco su un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese.

Attacco a un ospedale

Secondo il dott. Eid Sabbah, direttore dei servizi infermieristici dell’ospedale, venerdì le forze israeliane hanno ucciso circa 30 persone quando hanno preso d’assalto l’ospedale Kamal Adwan sotto la copertura di un pesante fuoco di artiglieria e attacchi aerei.

Sabbah ha affermato che: “Persone che non conoscevamo sono state mandate all’interno dell’ospedale, indossavano uniformi diverse e erano dotate di armi e altoparlanti. Hanno ordinato al [direttore dell’ospedale] dott. Hussam Abu Safia e ai suoi colleghi…di evacuare l’ospedale, compresi pazienti e personale medico. Hanno chiesto loro di evacuare verso i carri armati. Questa operazione ha portato all’uccisione di 30 persone all’interno dell’ospedale, compresi quattro membri dello staff. Sono stati presi di mira e uccisi”.

I resoconti dei testimoni suggeriscono anche che l’esercito israeliano abbia utilizzato droni per colpire i palestinesi all’interno dell’ospedale.

Le strutture mediche, il loro personale e i loro veicoli sono protetti dalla Convenzione di Ginevra.

Intrappolare persone spaventate

Il medico norvegese Mads Gilbert, che ha lavorato a lungo come chirurgo d’urgenza in tutta Gaza, ha detto di credere che l’esercito israeliano stia usando la struttura medica come una “trappola”.

“Questo è successo ripetutamente. Le forze israeliane … attaccano i dintorni, poi quando le persone corrono in ospedale per chiedere aiuto attaccano l'”ospedale”, ha detto Gilbert.

Sembra quindi che l’esercito israeliano stia usando Kamal Adwan come una trappola per catturare o uccidere coloro che vuole”.

Venerdì il Ministero della Salute palestinese a Gaza ha accusato l’esercito israeliano di aver commesso un crimine di guerra a Kamal Adwan. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che le forze israeliane hanno bombardato la struttura apparentemente senza avvisare il suo personale.

Per giustificare le sue azioni Israele afferma che i combattenti di Hamas stanno usando edifici civili, tra cui ospedali e scuole, come copertura operativa durante i 14 mesi di guerra a Gaza.

Hamas lo ha negato e ha accusato Israele di bombardamenti e aggressioni indiscriminate. Il Ministero della Salute palestinese ha affermato che i tre principali ospedali nel nord dell’enclave sono a malapena funzionanti e sono stati sottoposti a ripetuti attacchi da quando a ottobre Israele ha inviato i carri armati a Beit Lahiya e nelle vicine Beit Hanoon e Jabalia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Morire all'”Inferno”: il destino dei medici palestinesi incarcerati da Israele

Simon Speakman Cordall

24 novembre 2024 – Aljazeera

Secondo recenti rivelazioni uno dei medici più importanti di Gaza potrebbe essere stato violentato a morte. Non è l’unico.

Attenzione: questo articolo include descrizioni o riferimenti a violenze sessuali che alcuni lettori potrebbero trovare inquietanti.

La vita del dottor Adnan Al-Bursh è in netto contrasto con il modo in cui il carismatico 49enne è morto.

A dicembre il primario di ortopedia dell’ospedale al-Shifa di Gaza stava lavorando all’ospedale al-Awda nel nord di Gaza quando lui e altri medici sono stati arrestati dall’esercito israeliano per riferite “ragioni di sicurezza nazionale”.

Secondo quanto dichiarato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, quattro mesi dopo le guardie della prigione di Ofer hanno trascinato Al-Bursh e lo hanno scaricato nel cortile della prigione, nudo dalla vita in giù, sanguinante e incapace di stare in piedi.

Avendolo riconosciuto alcuni prigionieri hanno portato Al-Bursh in una stanza vicina, dove è morto pochi istanti dopo.

Entrare in un “Inferno”

Il dott. Al-Bursh era diventato una presenza costante nella vita di molti attraverso i video-diari che postava prima del suo arresto.

I suoi video lo mostravano con i suoi colleghi mentre scavavano fosse comuni nel cortile di al-Shifa per seppellire le persone perché Israele non permetteva che i loro corpi venissero portati in un cimitero, o mentre intervenivano su feriti e moribondi con poca o nessuna attrezzatura e aspettavano insieme l’assalto israeliano contro un ospedale dove migliaia di persone avevano cercato sicurezza.

L’assalto è avvenuto a metà novembre quando, in scene catturate dal dott. Al-Bursh, l’esercito israeliano ha ordinato ai pazienti, al personale e a circa 50.000 sfollati rifugiati ad al Shifa di andarsene.

Il dott. Al-Bursh ha raggiunto l’ospedale indonesiano nel nord di Gaza dove ha lavorato fino a quando anche quello non è stato preso di mira, a novembre, e si è trasferito all’ospedale Al-Awda.

Lì è stato arrestato e condotto in un sistema carcerario che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem descrive come “Inferno”.

Israele spesso imprigiona operatori sanitari come il dottor Al-Bursh per “indagini” e li mantiene in condizioni orribili.

“La maggior parte dei medici e infermieri [detenuti da Israele e che hanno parlato con PHRI] ha riferito di essere stati sottoposti ad interrogatori al fine di ottenere informazioni ma senza che gli venisse rivolta alcuna accusa”, ha affermato Naji Abbas, direttore del dipartimento dei prigionieri di Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani – Israele].

“Il nostro avvocato ha visitato decine di operatori sanitari che [sono] ancora in detenzione israeliana da lunghi mesi senza accuse o senza un giusto processo e la maggior parte di loro non ha mai visto un avvocato”, ha aggiunto.

Il Ministero della Salute palestinese a Gaza riferisce che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 Israele ha arrestato almeno 310 operatori sanitari palestinesi.

Molti di loro hanno denunciato abusi e trattamenti crudeli, tra cui l’imposizione di posizioni forzate, la privazione di cibo e acqua e la violenza sessuale, compreso lo stupro.

“Gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato sono stati trattenuti per un periodo compreso tra sette giorni e cinque mesi”, ha affermato Milena Ansari di Human Rights Watch (HRW), il cui rapporto di agosto sulla detenzione arbitraria e la tortura degli operatori sanitari ha documentato la situazione.

“Molti non vengono nemmeno accusati, vengono solo poste loro domande generiche, come: ‘Chi è il tuo imam?’, ‘In quale moschea vai?’ o anche ‘Sei un membro di Hamas?’, ma senza fornire alcuna prova”, ha detto.

Di male in peggio e poi diventa un “Inferno”

I resoconti diffusi delle torture e dei maltrattamenti sui prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane sono di lunga data.

Tuttavia tutti gli analisti con cui ha parlato Al Jazeera hanno notato due fasi distinte nel drammatico deterioramento delle condizioni e nell’aumento degli abusi: la prima dopo la nomina di Itamar Ben-Gvir a ministro della sicurezza nazionale nel 2022, seguita dall’esplosione di maltrattamenti dei detenuti dopo l’inizio della guerra israeliana a Gaza nell’ottobre 2023.

“Non gli importa se sei di Gaza o di Gerusalemme, se sei un medico o un lavoratore: se sei un palestinese, sei il nemico”, ha affermato Shai Parness dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

“È brutale e sistematico”, ha detto di un sistema che il rapporto di agosto di B’Tselem, Welcome To Hell, ha descritto come “una rete di campi di tortura”.

“Non è solo violenza, umiliazione e abuso sessuale, è tutto”, ha detto Ansari.

“I resoconti di violenza fisica e sessuale sono abituali. Tra le persone abusate fisicamente le ferite alla testa, alle spalle e, nel caso degli uomini, tra le gambe e il sedere sono abbastanza comuni”, ha aggiunto Ansari.

Ha descritto nei dettagli il caso di un paramedico che ha riferito a HRW di aver incontrato un altro detenuto che sanguinava dall’ano, il quale ha raccontato come tre guardie israeliane si fossero alternate a violentarlo con i loro fucili M16.

“Ridurre i loro diritti”

A luglio, nel rispondere alle accuse di sovraffollamento da parte dello Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, Ben-Gvir si è vantato delle condizioni abominevoli nei suoi sistemi carcerari, scrivendo su X: “Da quando ho assunto la carica di ministro della sicurezza nazionale, uno degli obiettivi più importanti che mi sono prefissato è quello di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle prigioni e di ridurre i loro diritti al minimo richiesto dalla legge”.

All’inizio della stessa settimana ha pubblicato un video in cui affermava: “Si dovrebbe sparare ai prigionieri invece di dar loro da mangiare”.

“Era terribile, è sempre stato terribile”, ha detto Abbas ad Al Jazeera, “Ma le cose sono diventate molto pesanti dopo la nomina di Ben-Gvir. Da ottobre è come un altro mondo. È diventato orripilante.

“Prima della guerra c’erano centinaia di prigionieri palestinesi con malattie croniche. Ora in prigione ci sono migliaia di persone in più, il che significa molte più persone con condizioni croniche che non vengono curate”.

A luglio, in seguito all’arresto di soldati israeliani accusati di torture sistematiche e stupri presso il centro di detenzione di Sde Teiman, manifestanti israeliani, tra cui politici eletti, hanno preso d’assalto Sde Teiman e la vicina base di Beit Lid chiedendo il rilascio dei soldati arrestati.

In seguito Ben Gvir ha scritto al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu condannando l’arresto dei soldati per stupro e tortura in quanto “vergognoso” e dicendo delle condizioni nel suo sistema carcerario: “I campi estivi e la pazienza per i terroristi sono finiti”.

Secondo una dichiarazione rilasciata dall’esercito israeliano alla Sky News del Regno Unito, il dottor Al-Bursh è stato portato da Al-Awda a Sde Teiman.

Un altro detenuto, il dottor Khalid Hamouda, ha valutato che più o meno un quarto dei circa 100 prigionieri di Sde Teiman erano operatori sanitari.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele: cosa c’è da sapere

Mat Nashed

26 novembre 2024 – Al Jazeera

È iniziato il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, ma quali sono i dettagli? Reggerà?

Beirut, Libano – Il Libano ha approvato un accordo sul cessate il fuoco con Israele, in rappresentanza di tutte le fazioni del popolo libanese, incluso Hezbollah.

Il governo israeliano ha approvato il cessate il fuoco martedì notte e le ostilità sono cessate alle 4 del mattino di mercoledì.

L’accordo mette fine a più di un anno di violenza, iniziata quando Hezbollah ha cominciato a lanciare attacchi contro Israele l’8 ottobre 2023, dichiarando che avrebbe continuato fino a quando Israele non avesse messo fine alla sua guerra contro la gente di Gaza.

Da ottobre 2023 in Libano Israele ha costretto alla fuga 1,2 milioni di persone e ne ha uccise 3.768, per la maggior parte negli ultimi due mesi.

Hezbollah – insieme ai suoi rivali e alleati libanesi – è favorevole a mettere fine alla guerra, ma quali sono i termini del cessate il fuoco? A che punto è al momento? Durerà?

Ecco cosa sappiamo:

Il cessate il fuoco è cominciato?

Adesso che tutte le parti lo hanno sottoscritto, il cessato il fuoco è considerato in vigore.

Le ostilità sono cessate alle 4 del mattino, sei ore prima che il Libano accettasse formalmente l’accordo.

Che cosa comporta il cessate il fuoco?

Le truppe israeliane si dovrebbero ritirare dal Libano meridionale e Hezbollah dovrebbe arretrare a nord del fiume Litani, mettendo fine alla propria presenza nel sud [del Libano].

Queste operazioni richiederebbero 60 giorni e l’esercito libanese, il quale è stato perlopiù uno spettatore nell’attuale guerra, si schiererebbe a sud per vigilare sul cessate il fuoco.

La sua implementazione dovrebbe essere supervisionata anche da una task force internazionale, guidata dagli Stati Uniti e comprendente forze di pace francesi.

L’esercito libanese sarà chiamato a espandere il proprio ruolo in Libano, soprattutto nel sud, dove diventerebbe l’unico corpo armato e assumerebbe il controllo di tutte le attività legate alle armi nel paese.

E le persone che hanno dovuto lasciare le loro case?

I civili libanesi e israeliani dovrebbero poter fare gradualmente ritorno alle proprie abitazioni.

La distruzione nel sud del Libano è tuttavia così vasta che è difficile dire quante persone proveranno a farvi ritorno.

Dal lato israeliano i residenti del nord potrebbero tornare o meno, poiché si prevede che molti non avranno fiducia nel cessate il fuoco.

Il cessate il fuoco durerà?

Beh, almeno per alcuni anni, dicono gli esperti.

“In assenza di un accordo politico complessivo che coinvolga anche l’Iran, il cessate il fuoco rischia di essere una misura temporanea” ha detto ad Al Jazeera Imad Salamey, professore di scienze politiche all’Università americana libanese.

“Anche a queste condizioni, il cessate il fuoco probabilmente permetterà diversi anni di pace relativa”, ha aggiunto.

Altri analisti sono meno ottimisti, in particolare Alon Pinkas, editorialista di Haaretz, il quale dice ad Al Jazeera che l’accordo – sulla base delle informazioni comunicate – sembra molto fragile e impossibile da attuare, in particolare per quanto riguarda l’ampliamento del ruolo dell’esercito libanese.

Le due parti sono soddisfatte dei termini?

Israele ha richiesto il diritto di colpire il Libano per “far rispettare” i termini del cessate il fuoco se l’esercito libanese e la task force internazionale non riusciranno a tenere Hezbollah fuori dalla zona lungo il confine.

Secondo gli esperti, accettare la richiesta israeliana significherebbe dare a Israele una “autorizzazione” internazionale a violare regolarmente la sovranità libanese ogni volta che lo ritenga opportuno.

“Forse stiamo entrandoin una nuova fase… la sirianizzazione (del Libano)”, ha detto Karim Émile Bitar, esperto di Libano e professore associato di relazioni internazionali all’Università Saint Joseph di Beirut.

Il Libano si è a lungo opposto all’idea che Israele possa avere il diritto di colpire il suo territorio a proprio piacimento, sostenendo che ciò costituirebbe una violazione della propria sovranità.

Non è chiaro se questa clausola sarà inclusa nel cessate il fuoco o se farà parte di un accordo separato tra Stati Uniti e Israele.

E il giorno dopo?

Israele ha distrutto circa 37 villaggi e raso al suolo Nabatieh e Tiro, i quartieri principali di Beirut.

La maggior parte degli sfollati sono musulmani sciiti – gruppo demografico dal quale Hezbollah trae la maggior parte del proprio sostegno – che non potranno tornare ai loro villaggi nell’immediato futuro.

Il protrarsi di questo sfollamento senza precedenti potrebbe logorare le relazioni con le comunità di diverso orientamento religioso che li ospitano.

Le comunità confessionali del Libano hanno sofferto gravi violenze nel corso della guerra civile libanese, dal 1975 al 1990. Quella violenza ha portato a sfollamenti di massa e alla segregazione geografica delle principali comunità confessionali del Libano.

Queste comunità saranno adesso costrette a vivere l’una con l’altra senza particolare aiuto da parte del governo provvisorio, che risente di una acuta crisi economica.

Quale sarà il futuro di Hezbollah?

La presenza della task force internazionale e l’opposizione interna al ruolo militarizzato di Hezbollah rendono difficile per il gruppo recuperare la forza che ha avuto, secondo Salamey.

“Hezbollah potrebbe essere costretto a rivolgere la propria attenzione verso l’interno, nel tentativo di consolidare la propria importanza dentro lo Stato libanese, invece di dedicarsi a operazioni militari esterne, assumendo così un ruolo nel plasmare il futuro paesaggio politico del Libano”, ha dichiarato ad Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un ministro israeliano di estrema destra sta ordinando preparativi per l’annessione della Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Smotrich, il ministro israeliano delle Finanze, spera che il neoeletto presidente USA Trump sosterrà il piano per annettere la Cisgiordania occupata nel 2025.

Bezalel Smotrich, ministro israeliano delle Finanze di estrema destra, ha ordinato preparativi per l’annessione della Cisgiordania occupata prima dell’insediamento del neoeletto presidente USA Donald Trump nel gennaio 2025.

Lunedì in una dichiarazione Smotrich ha espresso la sua speranza che la nuova amministrazione a Washington riconoscerà l’iniziativa di Israele per rivendicare la “sovranità” sul territorio occupato.

Oltre al suo incarico alle finanze Smotrich, lui stesso un abitante di una colonia israeliana illegale, detiene anche una posizione nel Ministero della Difesa da cui sovrintende l’amministrazione della Cisgiordania occupata e delle sue colonie.

2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria,” ha scritto Smotrich su X, usando i nomi biblici con cui Israele si riferisce alla Cisgiordania occupata.

Lunedì, in un incontro della sua fazione di estrema destra nel parlamento israeliano o Knesset, Smotrich ha accolto con favore l’elezione di Trump e la sua vittoria contro Kamala Harris e ha detto di aver dato istruzioni alla Direzione delle colonie e dell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa di gettare le basi per l’annessione.

Ho ordinato l’inizio del lavoro da parte di professionisti per preparare le infrastrutture necessarie per esercitare la sovranità israeliana su Giudea e Samaria,” ha detto, “non ho dubbi che il presidente Trump, che ha mostrato coraggio e determinazione nelle sue decisioni durante il suo primo mandato, sosterrà lo Stato di Israele in questa decisione,” ha aggiunto.

Smotrich ha detto che nella coalizione al governo in Israele ci sono un ampio accordo su questa iniziativa e un’opposizione alla formazione di uno Stato palestinese.

L’unico modo di rimuovere questo pericolo dal programma è di esercitare la sovranità israeliana sulle colonie in Giudea e Samaria,” ha dichiarato.

Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto che le considerazioni di Smotrich confermano le intenzioni del governo d’Israele di annettere la Cisgiordania occupata in violazione del diritto internazionale.

Noi riteniamo le autorità israeliane di occupazione completamente responsabili delle ripercussioni di tali pericolose politiche. Gli Stati Uniti sono anche responsabili del continuo sostegno offerto all’aggressione israeliana”, ha detto.

Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha detto che mentre i leader del movimento dei coloni possono essere fiduciosi che Trump potrebbe essere incline a sostenere tali decisioni il governo non ha preso alcuna decisione.

Nessuna decisione è stata presa a proposito,” ha detto Saar lunedì nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme.

L’ultima volta in cui abbiamo discusso il tema è stato durante il primo mandato di Trump,” ha detto. “E quindi diciamo che se sarà pertinente verrà ridiscusso anche con i nostri amici a Washington.”

La Cisgiordania è occupata dal 1967 e da allora le colonie israeliane si sono ampliate nonostante siano illegali ai sensi del diritto internazionale e, nel caso degli avamposti, della legge israeliana.

Smotrich aveva già dichiarato la sua intenzione di estendere la sovranità israeliana sui territori occupati ostacolando la nascita di uno Stato palestinese.

Ha anche minacciato di destabilizzare la coalizione di Benjamin Netanyahu se si negoziasse un cessate il fuoco con Hezbollah sul fronte settentrionale di Israele.

Quando [Smotrich] parla di rafforzare la sovranità israeliana sta parlando dell’annessione della Cisgiordania che fa parte del programma governativo israeliano,” ha detto Nour Odeh di Al Jazeera, che scrive da Amman, Giordania perché ad Al Jazeera è stato proibito di operare da Israele.

Odeh fa osservare che Netanyahu ha anche aggiunto al suo gabinetto un ministro senza portafoglio del partito di Smotrich.

Quando Smotrich parla di annessioni molti osservatori dicono che dobbiamo credergli,” aggiunge.

Durante il suo primo mandato nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele ribaltando decenni di politiche USA e di consenso internazionale. Ha anche sostenuto politiche che hanno consentito la continua espansione delle colonie e proposto un piano per una “entità palestinese” che non avrebbe piena sovranità.

All’inizio dell’anno l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha ceduto un maggiore controllo sulla Cisgiordania occupata all’Amministrazione delle colonie guidata da Smotrich, conferendole competenze in ambiti che vanno dai regolamenti sugli edifici alla gestione di terreni agricoli, parchi e foreste.

Da quando è entrato nella coalizione governativa di Netanyahu Smotrich ha apertamente sostenuto l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata quale passo verso un’eventuale annessione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




No, per la Palestina e il Medio Oriente Trump non sarà peggio di Biden

Muhannad Ayyash – Professore di sociologia alla Mount Royal University di Calgary, Canada.

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Perché l’amministrazione Biden ha semplicemente continuato la politica estera della prima amministrazione Trump nella regione.

All’indomani della vittoria elettorale dell’ex-presidente degli Stati Uniti Donald Trump, molti osservatori hanno previsto che la sua amministrazione sarebbe stata di gran lunga peggiore per la Palestina e il Medio Oriente. La sua retorica filo-israeliana e le sue minacce di bombardare l’Iran, dicono, sono indicative delle sue intenzioni in politica estera.

Ma un più attento esame della politica estera statunitense negli ultimi otto anni rivela che non cambierà niente di sostanziale per il popolo palestinese e per la regione nel suo insieme. L’amministrazione del presidente Joe Biden infatti ha di fatto continuato le politiche della prima presidenza Trump senza significativi cambiamenti. Certo, ci potrebbero essere sorprese e sviluppi imprevisti, ma la seconda amministrazione Trump continuerà nella stessa direzione che ha stabilito già nel 2017 e che Biden ha deciso di mantenere nel 2021.

Questa politica estera ha tre elementi principali. Il primo è la decisione di abbandonare ogni residua finzione circa il sostegno statunitense a favore di una “soluzione a due Stati”, in virtù della quale la Palestina godrebbe di piena autodeterminazione e sovranità all’interno dei confini del 1967 e avrebbe Gerusalemme Est come capitale.

La prima amministrazione Trump ha chiarito questo punto spostando l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, accettando l’annessione israeliana di territori palestinesi, incentivando l’espansione degli insediamenti coloniali illegali e sostenendo la creazione di una “entità palestinese” priva di sovranità.

Quello che l’amministrazione Trump ha offerto ai palestinesi è un po’ di sostegno economico in cambio della rinuncia ai loro diritti politici e aspirazioni di autodeterminazione.

Mentre l’amministrazione Biden ha sostenuto a parole la “soluzione a due Stati”, essa non ha fatto niente per promuoverne la realizzazione. Anzi, essa ha continuato le politiche avviate dall’amministrazione Trump che pregiudicano tale soluzione.

Biden non ha chiuso l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e non ha fatto nulla per fermare l’espansione delle colonie o per contrastare gli sforzi israeliani tesi all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata. Sebbene siano state applicate alcune sanzioni a coloni israeliani come singoli individui, si è trattato in gran parte di una mossa simbolica che non ha ostacolato il progredire degli insediamenti coloniali o l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre.

Inoltre l’amministrazione Biden ha accettato l’idea che qualsivoglia futuro Stato palestinese non avrà pieni diritti di autodeterminazione e sovranità.

Lo possiamo asserire perché l’amministrazione Biden sostiene che si può arrivare a uno Stato palestinese soltanto “attraverso negoziati diretti tra le parti”. Ma poiché Israele ha fatto capire sia a livello politico che legislativo che non accetterà mai uno Stato palestinese, la posizione dell’amministrazione Biden significa di fatto il rifiuto dell’autodeterminazione e della sovranità palestinesi.

Il secondo elemento della politica estera Trump-Biden è l’avanzamento della normalizzazione dei rapporti tra mondo arabo e Israele attraverso gli Accordi di Abramo. La prima amministrazione Trump ha avviato questo percorso con accordi di normalizzazione tra Israele e Marocco, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. L’amministrazione Biden ha seguito con decisione questo percorso, profondendosi in sforzi considerevoli per normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Non fosse per il genocidio in corso da un anno, ormai questo accordo di normalizzazione sarebbe già stato ottenuto.

Il percorso degli Accordi di Abramo comporta essenzialmente che gli Stati arabi riconoscano la piena sovranità di Israele sulla Palestina storica, mettendo fine alle rivendicazioni di restituzione e giustizia per il popolo palestinese. Esso negherebbe ai palestinesi il diritto al ritorno e abolirebbe lo status di rifugiato per i profughi palestinesi. Esso inoltre garantirebbe legittimazione e riconoscimento da parte del mondo arabo a un’entità palestinese creata su un territorio compreso tra il 5 e l’8 per cento della Palestina storica, dotata di limitata autonomia amministrativa e priva di ogni diritto all’autodeterminazione.

Il terzo elemento della politica Trump-Biden è il contenimento dell’Iran. L’amministrazione Trump ha notoriamente cancellato il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), che garantiva l’attenuazione delle sanzioni in cambio di limiti al programma nucleare iraniano. Essa ha inoltre imposto all’Iran sanzioni più severe e ha tentato di isolarlo politicamente ed economicamente. L’amministrazione Biden non ha ripristinato il JCPOA e ha mantenuto le stesse sanzioni contro l’Iran.

Per di più essa ha anche continuato a promuovere la strategia di Trump per l’instaurazione di un nuovo assetto economico e di sicurezza nella regione tra Israele e Stati arabi, tale da garantire gli interessi degli Stati Uniti e isolare l’Iran.

Se dovesse concretizzarsi, questo patto rafforzerebbe la capacità degli Stati Uniti di proiettare la propria potenza militare, garantirebbe loro l’accesso a risorse energetiche e rotte commerciali di primaria importanza e indebolirebbe la resistenza all’imperialismo statunitense, cosicché gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione migliore per affrontare non solo l’Iran ma anche la Cina e altri avversari.

Così, in sintesi, nonostante le vuote dichiarazioni e il preteso impegno per i diritti umani, l’amministrazione Biden non ha fatto nulla di diverso dal suo predecessore. Entrambe le amministrazioni hanno lavorato negli ultimi otto anni per mettere fine alla lotta palestinese per l’autodeterminazione e la piena sovranità e creare un Medio Oriente in cui Israele gioca un ruolo economico e militare ancora più preminente nella difesa degli interessi imperiali statunitensi.

L’amministrazione Biden si è spinta ancora più in là, permettendo a Israele di trasformare il suo genocidio da lento in accelerato, laddove i palestinesi sono sterminati in numeri inimmaginabili e ampie porzioni di Gaza spopolate.

Sulla base dei proclami durante la campagna elettorale di Trump durante la campagna elettorale e dei consiglieri, finanziatori e sostenitori di cui si è circondato, ci sono tutte le ragioni per credere che la sua seconda amministrazione continuerà a spingersi in avanti lungo questo percorso bipartisan per eliminare la “Questione palestinese” una volta per tutte.

Possiamo aspettarci di vedere più sostegno incondizionato a Israele mentre annette ufficialmente la maggior parte della Cisgiordania, la colonizzazione israeliana permanente di parti della Striscia di Gaza, l’espulsione di masse di palestinesi con la scusa di perseguire “pace, sicurezza e prosperità” e l’avanzamento dell’integrazione economica e securitaria di Israele nella regione per indebolire l’Iran e i suoi alleati, Cina inclusa.

Coloro che intralciano questo piano sono il popolo palestinese con le sue aspirazioni nazionali di libertà ed emancipazione e autonomia così come altre nazioni nel mondo arabo che sono stanche di guerra, violenza politica, repressione e impoverimento.

L’amministrazione Trump tenterà di occuparsi di questa resistenza comprandola con incentivi economici e minacce di violenza e repressione. Ma questo approccio avrà – come ha sempre avuto – un impatto limitato.

La resistenza a questi piani continuerà perché i palestinesi e altri nella regione capiscono che rinunciare al proprio diritto alla giustizia significa rinunciare alla propria stessa identità di essere umano libero e provvisto di dignità. E le persone preferirebbero subire le minacce dell’impero piuttosto che rinunciare alla propria umanità.

Ciò significa che in ultima istanza non solo la resistenza continuerà, ma probabilmente crescerà e si intensificherà, portando il mondo più vicino a un periodo di grandi guerre – l’esatto opposto di ciò per cui gli americani hanno votato alle elezioni del 5 novembre.

I palestinesi, insieme ad altre nazioni nella regione e, in una certa misura, agli americani comuni, soffriranno le conseguenze di una politica estera bipartitica che ha messo gli Stati Uniti sulla via fondamentalmente essenzialmente distruttiva del genocidio e della guerra.

Le posizioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)