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Il film sui collaborazionisti con Israele suscita polemiche in Palestina

Amany Mahmound

2 aprile 2022 – Al Monitor

I palestinesi più conservatori sono indignati per il film sulle palestinesi che collaborano con Israele che contiene anche scene di nudo e oscenità.

Huda’s Salon,” (Il salone di bellezza di Huda), film del regista palestinese Hany Abu-Assad proiettato a Beirut il 7 marzo nel corso del Film Festival Internazionale delle Donne il giorno prima della Giornata Internazionale delle Donne, ha causato grandi discussioni nella comunità palestinese per le scene scabrose e di nudo che alcuni hanno addirittura descritto come pornografia.

Il film ha scatenato le ire del pubblico conservatore palestinese che ha denunciato queste scene audaci per la cinematografia locale.

“Huda’s Salon”, in cui appaiono vari attori e attrici palestinesi, mostra alcuni dei metodi malvagi usati dall‘intelligence israeliana per incastrare le palestinesi. Il film si incentra su Huda, che lavora in un salone di bellezza e collabora con i servizi di sicurezza israeliani. Huda fotografa una cliente in pose compromettenti e poi usa le immagini per ricattarla e costringerla a diventare una spia.

L’11 marzo il Ministero palestinese della Cultura in una dichiarazione alla stampa locale ha negato qualsiasi legame con il film, spiegando che il cinema del suo Paese è impegnato nella lotta palestinese. Ha denunciato il modo in cui è stato prodotto il film, dicendo che offende la storia del cinema palestinese.

Molti attivisti hanno criticato sui social “Huda’s Salon” per le scene di sesso e nudo.

Anche gli ambienti artistici delle fazioni palestinesi hanno attaccato la pellicola. Il Dipartimento per le Arti di Hamas ha accusato le persone coinvolte nel film di aver deliberatamente distorto la lotta del popolo palestinese. In una dichiarazione il dipartimento ha sostenuto che il film mira a farsi conoscere in nome dell’arte e a ricevere fondi da Paesi donatori a spese della dignità del popolo e della causa palestinesi.

Nel frattempo i produttori stanno incontrando grandi difficoltà nel tentativo di proiettare “Huda’s Salon” nei cinema in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

In seguito alla proiezione al festival di Beirut le sequenze più audaci sono diventate virali sui social, sollevando richieste popolari e ufficiali per impedirne la visione nei territori palestinesi, affermando che le scene scabrose non hanno nulla a che fare con la cultura della loro società.

“Huda’s Salon” non è il primo film a essere ampiamente rifiutato dal pubblico palestinese. Alla fine dell’anno scorso un’intensa ondata di rabbia e indignazione ha attraversato la comunità palestinese che protestava contro la proiezione del film “Amira,” in cui si metteva in dubbio la paternità dei bambini nati dallo sperma fuoriuscito clandestinamente e appartenente ai prigionieri palestinesi che languiscono nelle prigioni israeliani. Alla fine il film non è uscito nelle sale palestinesi.

L’attrice palestinese Manal Awad che interpreta il ruolo di Huda ha detto ad Al-Monitor di esserne fiera e di non essersi pentita della sua parte audace nel film. Ha precisato che il suo ruolo rappresenta avvenimenti reali con cui si confronta una minoranza di donne che talvolta sono costrette a lavorare per i servizi di intelligence israeliani.

Ha puntualizzato che l’idea del film non era così negativa come molti pensano poiché fa luce su un tema serio davanti a cui si trova la società palestinese, cioè i continui tentativi dei servizi di sicurezza israeliani per reclutare con vari mezzi donne palestinesi, specialmente tramite i negozi di parrucchiera. Ha detto che il regista sta cercando di richiamare l’attenzione su questo tema.

Awad ha poi fatto notare che il film è basato su una storia vera.

L’ondata di condanna abbattutasi sui social, ha poi continuato, dimostra che i palestinesi non sono abituati a vedere i propri artisti impegnati in ruoli coraggiosi come quello che ha interpretato lei in “Huda’s Salon.”

Ha poi aggiunto che il film vuole far luce sulla realtà dei fatti e sollevare attenzione del pubblico sul ricatto.

Awad ha denunciato sui social le critiche e gli insulti di cui è stata oggetto.

Ha specificato che, nonostante alcune scene audaci, il film più che guadagnare al botteghino mira principalmente a far passare un messaggio alla comunità.

Lo scrittore e critico palestinese Shafeeq al-Talouli ha condannato le scene che non sono in linea con i costumi e le tradizioni dei conservatori palestinesi e che sono considerate offensive specialmente dalle donne e, in particolare, da quelle che lavorano nei negozi di parrucchiera.

Parlando con Al-Monitor ha detto che è necessario affrontare temi sociali seri con vari media artistici per attirare l’attenzione del pubblico, ma resta il fatto che il metodo usato da Abu-Assad in questo film è sbagliato, immorale e deve essere totalmente rifiutato a causa delle sue scene proibite.

Talouli ha invocato l’intervento del Ministero palestinese della Cultura per costringere registi e produttori a offrire spiegazioni esaustive circa i loro lavori prima di iniziarli, in modo tale che poi non offendano i palestinesi perché incompatibili con i loro valori, la morale e la cultura.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il ricamo palestinese: inserito nella lista UNESCO delle identità sociali e culturali

Aziza Nofal

4 gennaio 2022 ALMONITOR

I palestinesi esprimono soddisfazione per la registrazione del ricamo nella lista del patrimonio culturale dell’UNESCO dopo i tentativi israeliani di attribuirsi il tradizionale abito ricamato palestinese

RAMALLAH, Palestina — Il 19 dicembre il Museo della Palestina ha aperto le sue porte ai visitatori interessati a vedere una collezione di abiti tradizionali palestinesi ricamati in seta recentemente recuperati e trasferiti da Washington in Palestina.

La collezione, costituita nel 1986, risale a quando un uomo palestinese raccolse gli abiti tradizionali trasferendoli a Washington per metterli in mostra temporaneamente. A causa delle circostanze politiche e per paura della confisca israeliana, non era riuscito [sino ad ora] a riportarli in Palestina. La collezione presenta gli abiti delle donne che furono forzatamente sfollate dalla loro patria palestinese durante la guerra del 1948, e ogni abito rappresenta i motivi del ricamo di una certa area palestinese.

Secondo il curatore della collezione del museo, Bahaa al-Jaaba, questi abiti hanno un valore storico in quanto documentano i dettagli degli abiti dei rifugiati palestinesi nella loro terra originaria e costituiscono una parte del patrimonio palestinese e [documentano] lo stile tradizionale legato agli abiti ricamati.

La collezione è stata presentata assieme a scialli ricamati e accessori in argento. Jaaba precisa ad Al-Monitor: “Lo studio di questi abiti non solo ci fornisce una documentazione storica degli abiti tradizionali palestinesi, ma ci immerge anche nel contesto sociale e culturale degli abiti. Alcuni sono indossati in occasioni gioiose, mentre altri sono associati alla tristezza”.

Jaaba fa notare che uno degli abiti è stato strappato per tutta la lunghezza: ciò significa che la donna che indossava l’abito era stata informata della morte di una persona cara. Si strappò il vestito nel mezzo per esprimere la sua angoscia. Ciò è coerente con il contesto sociale [dell’epoca] in Palestina così come lo conosciamo.

Jaba afferma che questa collezione costituisce una fonte importante per i ricercatori e per coloro interessati alle tradizioni palestinesi perché copre tutte le aree storiche della Palestina, da Beersheba alla Galilea settentrionale e Safed e i vestiti risalgono almeno alla Nakba [la “catastrofe” della guerra del 1948/49 con relativa pulizia etnica e fuga dei palestinesi, ndt] – [molti] hanno più di 100 anni.

L’esposizione degli abiti ha coinciso con la celebrazione da parte dei palestinesi della dichiarazione dell’UNESCO di includere il ricamo palestinese nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, durante gli incontri della 16a sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, tenutosi dal 13 al 18 dicembre a Parigi.

Il ministro della Cultura palestinese Atef Abu Seif osserva in una dichiarazione che la registrazione del ricamo nella Lista rappresentativa è un trionfo per il racconto palestinese degli eventi basato sul diritto dei palestinesi alla loro terra. Ha invitato “le organizzazioni internazionali ad assumersi le proprie responsabilità, a rispettare le decisioni internazionali e a non scendere a compromessi con la brutalità dell’occupazione e i suoi tentativi di rubare l’identità palestinese”.

La parte relativa al furto del patrimonio culturale palestinese è anche collegata alla rabbia palestinese, precedente alla dichiarazione, quando Israele usò il tradizionale abito palestinese durante il concorso di bellezza di Miss Universo e le concorrenti che lo indossavano affermarono che era israeliano.

I palestinesi hanno risposto a questo furto con campagne sui social media palestinesi per affermare che l’abito palestinese ricamato a mano con ago e fili di seta è loro e solo loro.

La Palestine Traditional Dress Association è stata una delle campagne lanciate e abbinata alle foto dell’abito palestinese ricamato sui social media, utilizzando l’hashtag #Elbiss_ Zayak_Min_Zayak (mostra con orgoglio il tuo vestito, nessuno può eguagliarti), che era diventato virale per alcuni giorni.

Maha el-Saca, ricercatrice presso il Palestine Heritage Center, fa notare ad Al-Monitor che il voto all’unanimità [dell’UNESCO] sul fatto che il ricamo sia palestinese è una protezione per l’artigianato da qualsiasi altro tentativo di furto.

Il ricamo è famoso in tutto il mondo, ma siamo gli unici ad aver aggiunto all’abito la nostra identità, abitudini e vita sociale ed economica che ne hanno fatto la nostra identità”, afferma.

Secondo Saca, i palestinesi riconoscono le città o i villaggi delle donne dai loro vestiti. L’abito di Jaffa è ricamato a forma delle arance e cipressi che la circondavano, mentre l’abito cananeo a Gerico aveva disegni geometrici. L’abito di Beersheba è rosso, ma se la donna diventa vedova, indossa l’abito ricamato di blu. “Se esprime il suo desiderio di sposarsi di nuovo, aggiunge ai ricami blu rose e giocattoli per indicare che è pronta a risposarsi”, spiega.

Saca crede che ora sia richiesto a tutti i palestinesi di perseverare in questo lavoro e praticare il ricamo come segno di identità per mantenerlo in vita.

Non è la prima volta che Israele cerca di attribuirsi l’abito palestinese. Negli anni passati, le assistenti di volo delle compagnie aeree israeliane avevano deliberatamente indossato l’abito palestinese, provocando indignazione da parte palestinese.

Afferma Marwan Abu Khalaf, ricercatore del patrimonio culturale palestinese presso l’Associazione Inaash Al-Usra, che il ricamo palestinese era noto come tale senza bisogno di dimostrazioni e nessuno può falsificare la storia. Inoltre aggiunge: “Questo indumento contiene decorazioni e disegni risalenti all’era cananea 3000 anni fa”.

Abu Khalaf spiega ad Al-Monitor: “L’influenza della civiltà cananea è evidente nei disegni e nelle iscrizioni confermate dagli scavi cananei in Palestina, oltre alla sua particolarità con i disegni di serpenti e alberi, che rappresentavano i simboli cananei”.

L’abito palestinese differisce da una regione all’altra e in base all’occasione in cui viene indossato. Nel nord dove si coltiva il grano, le spighe di grano erano la caratteristica più importante degli abiti. A Hebron e Betlemme, la tendenza era il disegno dell’uva. Inoltre, il colore e le iscrizioni degli abiti differivano a seconda dell’occasione. Ai matrimoni gli abiti differivano da quelli ordinari di tutti i giorni. Anche le vedove indossavano abiti diversi.

Abu Khalaf ritiene che, indipendentemente dal fatto che il ricamo sia registrato presso l’UNESCO, sia difficile per Israele rubare una storia – quella del ricamo – radicata in migliaia di anni. Non c’è paura che scompaia alla luce della consapevolezza palestinese della sua importanza. Nonostante tutti gli eventi a livello mondiale, il ricamo resiste in tutte le occasioni.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Antico monastero a Gaza restaurato da giovani disoccupati palestinesi

Mervat Ouf

8 dicembre 2021 – Al Monitor

Un team palestinese, sotto la supervisione francese, lavora da tre anni al restauro del monastero di sant’Ilarione nel campo profughi di Nuseirat a Gaza.

Gaza City, Striscia di Gaza – Nel 2010, durante una gita scolastica, Naama al-Sawarka visitò il monastero di sant’Ilarione che risalirebbe al 329 d.C. ed è situato nel campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza.

Il sito era abbandonato e agli studenti il posto non era piaciuto, ma Sawarka dice che l’ha amato immensamente. “Ci ho lasciato un pezzo del mio cuore,” dice ad Al-Monitor.  

Appena terminate le superiori Sawarka ha cercato un corso di laurea che le avrebbe permesso di lavorare nell’archeologia. Ha optato per storia e archeologia presso l’Università Islamica di Gaza, una scelta che le è valsa le critiche da parte della sua comunità, che vede questo tipo di studi come più adatto agli uomini.

Sono una ragazza beduina e la mia società crede che sia inaccettabile lavorare con degli uomini e che maneggiare martelli e pietre dovrebbe essere solo riservato a loro,” dice.

Dopo la laurea Sawarka ha ottenuto un posto come guida turistica presso il monastero di sant’Ilarione, conosciuto anche come Tell Umm al-Amr. Ha anche fatto la restauratrice e collaborato al restauro dei pavimenti musivi del monastero e al consolidamento dei suoi muri, parte di un progetto condotto da Premiére Urgence Internationale, un’ong francese che soprintende il restauro del sito con il sostegno del British Council.

Sawarka dice di essersi divertita moltissimo durante gli scavi. “Lavoravamo con grande entusiasmo. A un certo punto ci siamo imbattuti in un muro, ma abbiamo continuato a scavare e abbiamo trovato un crocifisso risalente a 1800 anni fa. È stato un anno pazzesco,” aggiunge.

Un team palestinese sotto la supervisione francese lavora dal 2018 al restauro del monastero di sant’Ilarione. Il gruppo include laureati in architettura, archeologia, storia e altre materie a cui sono state date opportunità lavorative temporanee nell’ambito di un progetto denominato “Ripresa economica tramite un lavoro dignitoso nella Striscia di Gaza: soldi in cambio di lavoro”.

Jamal Abu Rida, direttore del Dipartimento Generale di Antichità e Patrimonio Culturale del Ministero Palestinese del Turismo e delle Antichità, dice ad Al-Monitor che gli scavi archeologici hanno rivelato che il monastero è uno dei più grandi in Palestina per superficie e struttura e che è citato in testi antichi.

Afferma che dal 2018 il monastero ha subito restauri, lavori di manutenzione e scavi nell’ambito di un progetto dell’International Relief Organization per conservare il patrimonio culturale e della civiltà del popolo palestinese, sia dei cristiani che dei musulmani.

I lavori sul sito vanno avanti da tre anni. Ci stiamo avvalendo di esperti e squadre locali e stiamo facendo tutto il possibile per riportare il monastero alle sue condizioni originarie,” dice.

Nel 2020 anche Iman al-Amsi, laureata presso il Dipartimento di storia e Archeologia dell’Università Islamica di Gaza, si è unita al lavoro di restauro del monastero.

Facevo parte di un team che lavorava alle scoperte nella cappella. Avevo così tante domande! Aspettavo con impazienza Ronnie Ultra, archeologo francese, per chiedergli tutte le informazioni per svelare i segreti di queste civiltà,” dice Amsi ad Al-Monitor.

Spiega di aver accumulato una grande esperienza nel distinguere fra i vari tipi di ceramica, su come consolidare e sostenere i muri del monastero e conservare il mosaico del pavimento.

Adesso ho abbastanza esperienza in scavi archeologici e so a quale profondità si deve scavare per scoprire l’antichità di una civiltà,” aggiunge.

Saja Abu Mashaikh era impaziente quanto Amsi di vedere la reazione dell’archeologo francese quando lei e i suoi colleghi hanno voluto mostrargli l’antico recinto che avevano scoperto scavando nel sito.

I suoi occhi brillavano quando gliel’abbiamo fatto vedere,” dice Abu Mashaikh ad Al-Monitor.

Lei si è laureata in architettura presso il Training Community College di Gaza ed era emozionata quando ha ottenuto un lavoro come archeologa al monastero, dove ha imparato ad applicare le teorie apprese, principalmente nel restauro di pezzi di ceramica, mattoni e ossa.

Ogni volta che riportavo alla luce delle monete antiche non vedevo l’ora di mostrarle agli esperti stranieri per ottenere ulteriori informazioni sulla scoperta,” dice Abu Mashaikh.

Mohammed Abdel Jawad, il supervisore del monastero, dice che molto è stato ottenuto dopo tre anni di collaborazione fra Premiére Urgence Internationale e il Ministero del Turismo e delle Antichità.

Afferma che è stata restaurata una parte consistente della chiesa, con la ricostruzione dell’80% dei pavimenti musivi più antichi e che i muri che stavano crollando sono stati consolidati.

Sono stati costruiti un muro esterno per proteggere tutto il sito e un edificio amministrativo per conservare i reperti scoperti, oltre a una passerella di legno per permettere ai visitatori di muoversi sul sito in sicurezza,” dice Abdel Jawad.

Il personale tecnico ha fatto molti progressi nel restauro di pietre e mosaici. Per partecipare ai restauri sono scelti i migliori laureati in varie materie,” dice.

Abdel Jawad aggiunge, “Recentemente abbiamo rinvenuto corpi che non siamo riusciti a datare. Li abbiamo lasciati nel terreno avvolti di un materiale isolante per conservarli fino a quando non avremo più informazioni.”

Spiega che durante il lavoro il team ha incontrato vari ostacoli, dato che Israele ha impedito per un anno l’ingresso nella Striscia di Gaza a parecchi esperti, cosa che ha danneggiato le attività. Inoltre molti materiali e attrezzature non sono disponibili nella Striscia di Gaza. “Siamo riusciti a reperire alcuni materiali attraverso i valichi e ne abbiamo prodotti altri alternativi qui fatti artigianalmente,” conclude.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un progetto edilizio a Gerusalemme fa traballare il governo israeliano

Danny Zaken

29 novembre 2021 Al-Monitor

Il governo di Naftali Bennett vorrebbe accantonare i piani per la costruzione del quartiere Atarot a Gerusalemme dall’altra parte della linea verde, ma si trova di fronte alla linea dura del comune di Gerusalemme che intende portare avanti il ​​piano a tutti i costi.

Il 24 novembre il comitato locale per la pianificazione urbanistica di Gerusalemme ha deciso di autorizzare un vecchio progetto per costruire il quartiere di Atarot a nord di Gerusalemme. Il nuovo quartiere residenziale sarebbe situato nel sito dell’aeroporto abbandonato di Atarot [aperto nel 1920 come primo aeroporto nel Mandato Britannico per la Palestina, è stato chiuso nel 2001 dopo la seconda intifada, ndtr.], con un’area di 1.243 dunam (307 acri), e sarebbe composto da 1.000 unità abitative, oltre a hotel, edifici pubblici, aree pubbliche aperte, aree industriali e zone commerciali. Il progetto prevede anche la creazione di una zona industriale e commerciale adiacente alla strada 45 e il mantenimento dello storico terminal che ancora sorge nell’area dell’aeroporto Atarot.

Questo progetto è stato formulato anni fa, ma ogni volta che è stato portato al voto, il voto è stato rinviato a causa dell’opposizione americana. Il motivo dell’opposizione è che si tratta di un territorio situato dall’altra parte della Linea Verde, in un’area tra Gerusalemme e i villaggi palestinesi.

L’ultima volta che il progetto è stato portato ai voti l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ne ha impedito la discussione su esplicita richiesta dell’amministrazione Trump. Nell'”accordo del secolo” formulato dall’ex presidente Donald Trump e da suo genero/consigliere della Casa Bianca Jared Kushner, quest’area era in effetti destinata a una zona turistica palestinese.

La città di Gerusalemme soffre di una grave carenza di alloggi, per tutti i gruppi della popolazione, in particolare gli ebrei ultra-ortodossi e gli arabi; l’area di Atarot a nord è considerata una delle riserve di terra che potrebbero essere utilizzate per risolvere questo problema. Il luogo era il sito di un villaggio ebraico fondato nel 1919. Fu distrutto durante la Guerra d’indipendenza del 1948 e conquistato dalle forze giordane e palestinesi della regione. Nella Guerra dei Sei Giorni fu riconquistato e inglobato nel territorio comunale di Gerusalemme. In una parte è stata realizzata un’area industriale, fonte di occupazione per molti palestinesi dell’area di Ramallah, e in un’altra parte è previsto il nuovo quartiere.

Ofer Berkovitz, un membro del consiglio comunale di Gerusalemme che ha spinto per molti anni per la costruzione di Atarot, ha risposto che si tratta di un’autorizzazione storica per l’edilizia a Gerusalemme. “C’era un grande pessimismo all’inizio del percorso, [con l’idea] che non saremmo stati in grado di realizzare il quartiere, ma ora è arrivato il giorno. Siamo molto orgogliosi. È una mossa fondamentale per i giovani, per abbassare i prezzi delle case, per preservare il polmone verde della città. Continuerò a lavorare affinché la commissione regionale autorizzi il piano e non ceda a imposizioni esterne”, ha detto Berkovitz.

Dall’altra parte il movimento anti-occupazione Peace Now ha condannato l’autorizzazione sostenendo: “Il ministro per le abitazioni ha sganciato una bomba diplomatica, senza alcun dibattito pubblico o anche solo nel governo. Questo è un piano che sabota la possibilità di pace sulla base di due nazioni per due popoli. Il quartiere progettato è al centro della continuità urbana palestinese tra Ramallah e Gerusalemme est, e quindi impedisce la possibilità di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale. Il piano non è un disegno del fato e non è stato “ereditato” dai precedenti governi. Può ancora essere fermato e non essere autorizzato dalla commissione regionale tra una settimana e mezza. Se il piano non viene rimosso dall’agenda questo duro colpo alla pace sarebbe una vergogna per Meretz, Yesh Atid e Labour che sono membri della coalizione [di governo, ndt].

Dopo l’autorizzazione del progetto da parte del comitato locale, questo deve essere autorizzato dal comitato di pianificazione regionale. Ma secondo le informazioni riportate dalla stampa israeliana il giorno dopo l’approvazione del comitato locale, Israele ha inviato messaggi all’amministrazione Biden che il governo non farà avanzare la costruzione del nuovo quartiere di Atarot. Secondo quanto riferito, a seguito delle pressioni di Washington, Israele ha chiarito che mentre il governo non ha alcun controllo sul comitato locale nella città di Gerusalemme, il piano non avrebbe ricevuto la luce verde dal comitato regionale, che è sotto il controllo del governo.

Le notizie affermano inoltre che durante il precedente governo Netanyahu ha cercato di far avanzare la costruzione del quartiere di Atarot, ma è stato bloccato dall’amministrazione Trump. Il premier israeliano si è quindi offerto di costruire in quell’area 4.000 unità abitative per i palestinesi e 4.000 per gli israeliani, ma l’amministrazione Trump ha respinto il piano poiché quest’area era definita come parte di un futuro Stato palestinese secondo il piano di Trump.

Tuttavia, dopo aver verificato, Al-Monitor ha scoperto che, in contraddizione con queste notizie, l’argomento non è stato finora rimosso dall’ordine del giorno del comitato di pianificazione regionale e sarebbe posto in discussione al prossimo incontro, tra una settimana. Infatti, il vicesindaco Aryeh King ha detto ad Al-Monitor che l’argomento sarà sollevato come previsto e che i rappresentanti comunali si assicureranno che non rimanga bloccato nel comitato.

King ha anche osservato che in questo governo operano, tra gli altri, il ministro Gideon Saar, che in passato ha autorizzato costruzioni a Gerusalemme est, nonché altri ministri che sostengono le costruzioni nella città, tra cui il ministro degli interni Ayelet Shaked e il ministro dell’edilizia abitativa Ze’ ev Elkin. Ritiene che le notizie sul messaggio all’amministrazione americana abbiano lo scopo di calmare la parte di sinistra del governo e che in realtà il piano sarà autorizzato e attuato.

Secondo una fonte diplomatica israeliana che parla a condizione di anonimato l’amministrazione americana si è chiesta perché l’attuale governo non possa riprodurre la mossa che Netanyahu, e il governo di destra da lui guidato, hanno preso per bloccare il progetto su richiesta di Washington. La risposta data agli americani includeva una spiegazione che il comitato locale è controllato da partiti politici ultra-ortodossi nel comune e guidato da Eliezer Rauchberger, un membro del partito ultra-ortodosso Yahadut HaTorah. Secondo questa spiegazione i partiti ultraortodossi facevano parte del governo di Netanyahu e quindi gli hanno obbedito, mentre ora sono all’opposizione e lavorano per ostacolare il governo Bennett-Lapid.

Come accennato, il progetto è all’ordine del giorno del comitato regionale, che è controllato dal ministero delle Finanze e dal ministero dell’Interno. A capo di questi due ministeri ci sono i ministri di destra Avigdor Liberman e Shaked, che troverebbero molto difficile gestire le conseguenze politiche di uno stop al progetto per la costruzione del quartiere di Atarot.

D’altro canto la sinistra del governo è adirata e l’amministrazione americana sta facendo pressioni sul governo. Tra una settimana sapremo come deciderà il primo ministro Bennett su questo tema che minaccia la stabilità della coalizione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I palestinesi si scontrano con la sicurezza israeliana dopo l’attacco terroristico a Gerusalemme

Rina Bassist

22 novembre 2021 Al Monitor

I residenti del campo profughi di Gerusalemme est Shuafat si sono scontrati con le forze di sicurezza israeliane esprimendo il loro sostegno all’assalitore che ha ucciso un israeliano e ne ha ferito altri quattro nei vicoli della Città Vecchia di Gerusalemme

Centinaia di palestinesi hanno marciato il 21 novembre attraverso il campo profughi di Shuafat a Gerusalemme est a sostegno di Fadi Abu Shkhaydam, che ha sparato e ucciso un cittadino israeliano e ne ha ferito altri quattro all’inizio della giornata. Dopo la sparatoria le forze di sicurezza israeliane sono arrivate al campo per arrestare diversi familiari di Abu Shkhaydam sospettati di averlo assistito. Secondo quanto riferito, i sospetti sono aumentati dopo che si è saputo che la moglie di Abu Shkhaydam e alcuni dei suoi figli avevano lasciato la loro casa a Shuafat tre giorni prima dell’attacco.

Secondo quanto riferito, i residenti di Shuafat si sono riuniti per protestare contro il raid. I manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici e lanciato sassi contro gli agenti della polizia di frontiera che sono giunti sul posto, mentre cantavano canzoni di sostegno all’ala militare di Hamas. Hanno anche chiamato ad uno sciopero generale oggi a Shuafat.

La sparatoria è avvenuta la mattina del 21 novembre nella Città Vecchia di Gerusalemme. Abu Shkhaydam, noto alle agenzie di sicurezza israeliane come membro di Hamas, ha sparato più volte con un fucile automatico contro un gruppo di civili israeliani e agenti di polizia israeliani nei vicoli della Città Vecchia. Una delle persone prese di mira da Abu Shkhaydam era Eliyahu David Kay, 26 anni, una guida turistica della Western Wall Heritage Foundation, immigrato un paio di anni fa dal Sudafrica e in procinto di sposarsi con la sua fidanzata. Abu Shkhaydam gli ha sparato più volte, incluso un colpo mortale alla testa. Gli agenti di polizia sulla scena hanno sparato ad Abu Shkhaydam dopo che aveva aperto il fuoco, uccidendolo.

Il ministro dell’interno, Omer Bar Lev, ha affermato che l’aggressore “si è mosso attraverso i vicoli e ha sparato un bel po’. Fortunatamente, il vicolo era semideserto perché altrimenti – il cielo non voglia – ci sarebbero state più vittime. L’intero incidente è durato 32 o 36 secondi. L’azione delle agenti donne è stata al più alto livello operativo possibile”.

Migliaia di persone hanno partecipato al funerale di Kay questa mattina. Una delle quattro persone ferite sarebbe ricoverata a Gerusalemme in condizioni critiche. Il primo ministro Naftali Bennett ha twittato ieri: “Il cuore piange per l’amato Eliyahu David Kay che è stato ucciso questa mattina da un vile terrorista a Gerusalemme. Eliyahu è emigrato in Israele dal Sud Africa, ha servito come paracadutista nel 202° battaglione e per il suo sostentamento ha lavorato come guida turistica al Muro del Pianto. Incarnava il meraviglioso israeliano che è legato al suo paese e alla sua patria”.

L’incidente è stato il primo del suo genere nella Città Vecchia di Gerusalemme dal 2018, quando un uomo ebreo – Adiel Kolman – fu pugnalato a morte. Kolman aveva lavorato all’epoca negli scavi archeologici nel vicino sito della Città di David.

Le informazioni dicono che Abu Shkhaydam era un insegnante di studi islamici e che frequentava assiduamente la moschea di Al-Aqsa. Altri rapporti sostengono che di tanto in tanto predicava nel complesso del Monte del Tempio. Una dichiarazione di Hamas ha elogiato Abu Shkhaydam per il suo atto, affermando: “La Città Santa continua a combattere contro l’occupante straniero e non si arrenderà all’occupazione”.

Hamas non ha rivendicato l’attentato.

Questa mattina il ministero degli Esteri francese ha condannato l’attentato nella Città Vecchia di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele sabota l’agricoltura palestinese con prodotti a basso costo

Amany Mahmoud

23 agosto 2021 – Al Monitor

Israele inonda i mercati palestinesi con grandi quantità di prodotti agricoli a basso costo per rovinare l’agricoltura palestinese.

I palestinesi denunciano che Israele distrugge e brucia i raccolti ed erode con prodotti a buon mercato il settore agricolo da cui gli agricoltori dipendono.

Alcuni dei principali raccolti durante i quali Israele infligge deliberatamente perdite agli agricoltori sono quelli delle olive e dell’uva: inonda i mercati palestinesi in Cisgiordania con grandi quantità di questi prodotti a prezzi inferiori, ostacolando la produzione dei palestinesi e incoraggiando la loro dipendenza economica da Israele.

In particolare la stagione della vendemmia, che inizia in agosto, è minacciata dalla concorrenza israeliana. Israele coltiva terreni agricoli nelle colonie che si trovano nei pressi delle città palestinesi e invia migliaia di tonnellate di uva nei mercati palestinesi. Israele utilizza fertilizzanti e altri prodotti chimici nella coltivazione dell’uva per fare in modo che il prodotto maturi in fretta.

In Cisgiordania i palestinesi coltivano circa 64 milioni di m2 di vigne, in cui sono impegnati circa 10.000 agricoltori palestinesi. Secondo il Consiglio Palestinese di Frutta e Uva, i palestinesi producono annualmente circa 50 milioni di kg di uva, di cui circa 27 milioni nel governatorato di Hebron, 6 milioni in quello di Betlemme e altri 6 milioni in quello di Jenin. In Cisgiordania l’uva rappresenta circa il 12% della produzione agricola totale della Palestina.

I palestinesi esportano in Israele grandi quantità di vari prodotti agricoli, per un valore annuo di 300 milioni di dollari. I palestinesi della Cisgiordania esportano quotidianamente verso Israele circa 280.000 kg di prodotti agricoli. Nel contempo, le importazioni agricole annuali palestinesi da Israele raggiungono circa il miliardo di dollari.

Per proteggere i prodotti palestinesi l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) vieta l’importazione di uva coltivata nelle colonie e considera ogni transazione commerciale con Israele un delitto. A dispetto di questo divieto, il mercato palestinese è inondato da prodotti israeliani proibiti e con marchio israeliano, importati illegalmente dai principali commercianti palestinesi nel cuore della notte per evitare i posti di blocco palestinesi.

Mahmoud Abou Merhi, agricoltore palestinese e attivista contro le colonie ebraiche, proprietario di un vigneto di circa 2 ettari, dice ad Al-Monitor che la vendemmia è uno dei raccolti agricoli più importanti in Palestina, e le famiglie palestinesi la festeggiano con canti tradizionali nelle vigne perché porta abbondanza e prosperità ai coltivatori.

“Tuttavia ora abbiamo timore della stagione della vendemmia: ogni anno i coloni ebrei distruggono deliberatamente le nostre vigne e sabotano il raccolto, cospargendo pesticidi tossici sui campi che lo distruggono o cacciando gli agricoltori e le loro famiglie dai terreni agricoli,” afferma.

Abou Merhi teme che la vendemmia di quest’anno vada persa, dato che il mercato locale è invaso da una grande quantità di uva israeliana a buon mercato. “Grandi quantità di uva palestinese rischiano di andare a male a causa delle temperature elevate e delle eccedenze di prodotti israeliani sul mercato palestinese.”

L’agricoltore palestinese Atef Abou Walid dice ad Al Monitor che Israele sta cercando di espellere i coltivatori palestinesi dalle loro terre e li spinge ad abbandonare questa professione, ereditata di generazione in generazione, in modo da insediare avamposti coloniali ed espanderli sulle terre dei cittadini che si trovano presso le colonie.

“Quando i palestinesi vanno al mercato vedono grandi quantità di frutta e verdura israeliane a prezzi che fanno concorrenza ai prodotti locali. A volte i prodotti israeliani costano meno di quelli palestinesi. Persino se la qualità è inferiore, spesso i cittadini finiscono con il comprare i prodotti israeliani a buon mercato,” nota.

Abu Wadi aggiunge: “Nonostante le gravi perdite che subiamo, i nostri agricoltori continueranno a coltivare le nostre terre per impedire che Israele raggiunga il suo obiettivo di confiscarle.” Egli accusa Israele di imporre restrizioni supplementari ai coltivatori palestinesi, in quanto di recente ha iniziato a chiudere le strade agricole che portano ai vigneti di Hebron, nel sud della Cisgiordania, isolando circa 2.000 ettari di terreni, molti dei quali sono vigneti.

Le attrezzature israeliane avanzate, i prodotti chimici, i fertilizzanti e i moderni sistemi di irrigazione aiutano gli agricoltori israeliani a offrire i loro prodotti agricoli, e in particolare l’uva, circa un mese prima che la produzione palestinese arrivi sul mercato. Israele vieta di fornire ai coltivatori palestinesi queste tecnologie e materiali, in particolare pesticidi e fertilizzanti chimici, che permettono l’allungamento della durata della vita della loro uva e ne migliorano sapore e qualità.

Fathi Abou Ayashn, direttore del Consiglio di Frutta e Uva, dichiara ad Al Monitor che i mercati palestinesi sono stati invasi da circa 27.000 tonnellate di uva sempre matura, il che attira l’attenzione dei consumatori.

“I mercati palestinesi non sono protetti, quindi i prodotti israeliani li possono inondare,” prosegue. Ciò è dovuto all’assenza di controlli efficaci dei prodotti israeliani sul mercato palestinese. I mercati palestinesi e israeliani sono strettamente interconnessi, il che permette a molti commercianti di importare in modo massiccio i prodotti e i beni israeliani.”

Abou Ayyash spiega che le autorità competenti che controllano il mercato non hanno risorse finanziarie, cosa che indebolisce la capacità dei palestinesi di controllare molti beni e merci. “Non abbiamo neppure standard tecnici vincolanti per tutti i beni commercializzati in Palestina e pochissimi procedimenti giudiziari sono stati avviati contro i trasgressori.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cresce la violenza sulle donne a Gaza

Mai Abu Hasaneen

25 giugno 2021 Al Monitor

Le donne vengono uccise a un ritmo allarmante nella Striscia di Gaza, dove un sistema politico tradizionalista dà ancora priorità alle questioni politiche rispetto alla giustizia e alla protezione della vita delle donne.

Ho pianto per così tanto tempo, sentendomi sola e senza speranza, chiedendomi perché non ho un fratello che mi tenga tra le sue braccia e mi faccia sentire al sicuro; un fratello al quale raccontare l’ingiustizia, l’oppressione e le percosse prolungate con manganelli e bastoni che ho sopportato, come se non fossi un essere umano. Gli direi come sono diventata un’anima vecchia in un corpo giovane”, ha scritto Istabrak Baraka, 17 anni, le sue ultime parole prima di essere picchiata a morte dal marito il 16 giugno nella Striscia di Gaza.

Baraka, incinta di tre mesi, si stava preparando a sostenere gli esami finali delle superiori quando suo marito l’ha uccisa.

Il giorno della sua morte, la polizia ha anche annunciato che una donna sulla quarantina era stata uccisa dai suoi fratelli in una disputa sull’eredità. Il 23 maggio, gli agenti di polizia hanno trovato il corpo di una ragazza di 16 anni sepolta vicino a una strada laterale a Jabalia, 15 giorni dopo la sua scomparsa. Un’indagine ha rivelato che era stata uccisa dal padre.

Secondo il Palestinian Center for Policy Research and Strategic Studies,sono morte in media 22 donne l’anno dal 2012 al 2019 in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza vittime della violenza domestica. A detta del Women’s Center for Legal Aid and Counseling il numero è salito a 38 nel 2020, quando la pandemia di COVID-19 ha costretto le persone a rimanere a casa. Per il Palestinian Center for Human Rights sei donne sono morte finora per violenza domestica quest’anno, di cui una in Cisgiordania e cinque nella Striscia di Gaza.

I dati mostrano che le vittime provenivano da diverse classi sociali e sono state uccise in molti differenti modi. Il denominatore comune è che sono state tutte soggette ad abusi fisici e psicologici.

Le donne palestinesi vivono sotto leggi obsolete risalenti all’epoca ottomana, britannica, giordana ed egiziana che molti sostengono non siano più adeguate nel 2021. La Palestina ha aderito a diversi accordi internazionali sui diritti delle donne nell’ultimo decennio, inclusa la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne nel 2014.

La legge giordana sui diritti della persona è in vigore in Cisgiordania e la legge sulla protezione della famiglia è valida nella Striscia di Gaza. I critici affermano che alcune clausole sono discriminatorie nei confronti delle donne nonostante degli emendamenti che promuovono l’uguaglianza. Nel frattempo la magistratura di Gaza continua a comminare pene lievi o ridotte contro gli aggressori.

Nadia Abu Nahla, direttrice della sezione di Gaza del Comitato Women’s Affairs Technical Committee, ha parlato con Al-Monitor delle ragioni principali che stanno dietro all’aumento delle uccisioni di donne nei territori palestinesi. Ha detto che la mentalità sessista in casa, nella comunità e nel sistema politico è una delle ragioni principali dietro le molteplici forme di violenza contro le donne. Ha aggiunto che le uccisioni di donne negli ultimi anni non costituiscono “crimini d’onore”; piuttosto, ha affermato, sono legate a conflitti in materia di eredità, libertà individuali delle donne o litigi familiari dovuti alle dure condizioni di vita.

Abu Nahla ha aggiunto che il sistema politico palestinese, dominato da forze arretrate come tribù, gruppi religiosi e fazioni radicali, non ha saputo approvare leggi e adottare politiche per combattere la violenza contro le donne.

Ha spiegato: “Noi, come movimento femminista, stiamo premendo da anni per una legge che protegga le famiglie dalla violenza. Abbiamo preparato un disegno di legge al riguardo che è stato presentato al Consiglio dei Ministri [nel 2012]. Quest’ultimo ha aggiunto emendamenti che non garantivano la protezione delle donne dalla violenza di genere e, nonostante le nostre riserve, ha approvato la bozza nel 2018. Ma il Presidente palestinese non ha approvato la legge a causa dell’opposizione dei leader tribali”.

Stiamo conducendo campagne di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne attraverso uffici legali a Gaza che forniscono sostegno psicologico e sociale e rappresentanza e supporto legale”. Ha aggiunto che la sua organizzazione ha ricevuto 750 segnalazioni durante il lockdown nel 2020 e circa 400 segnalazioni al mese sono pervenute ai numeri telefonici di emergenza dall’inizio di quest’anno.

Tahani Qasem, coordinatrice del progetto Hayat per la protezione e l’emancipazione delle donne e delle famiglie legato al Center for Women’s Legal Research, Counseling and Protection di Gaza, ha dichiarato ad Al-Monitor che il centro ha ricevuto 500 denunce di violenza contro le donne l’anno scorso e ha risposto con sostegno psicologico, sociale ed economico. Ha poi aggiunto che sono stati dati rifugio e assistenza in 52 casi a donne costrette a sopportare le violenze a causa delle loro pessime condizioni economiche.

Qasem ha spiegato che tra i servizi forniti dal gruppo ci sono il sostegno psicologico, sociale ed economico alle donne maltrattate affinché escano da situazioni di violenza.

L’autrice femminista di Gaza Hedaya Chamoun ha detto ad Al-Monitor che le vittime non dovrebbero essere ridotte a numeri. Ogni donna che è stata uccisa ha una storia e la sua vita contava.

Ha affermato che l’assassinio delle donne dovrebbe diventare una causa sociale e morale non limitata alle istituzioni che si occupano dei diritti delle donne, poiché minaccia il tessuto sociale palestinese che già soffre di devastanti crisi economiche, politiche e sociali dovute all’occupazione israeliana.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Diventa virale il cortometraggio su Sheikh Jarrah girato da un regista palestinese

Aziza Nofal

22 giugno 2021 – Al Monitor

Il giovane regista palestinese Omar Rammal continua a raccogliere commenti positivi per “The Place,” [Il Posto], il corto che ha prodotto e postato sui social durante i recenti eventi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme.

RAMALLAH, Cisgiordania — Il 15 maggio, quando il regista palestinese Omar Rammal, 23 anni, ha postato il corto “The Place,” [Il posto] sul suo canale YouTube, non si aspettava che diventasse virale. “Credevo che avrebbe ricevuto vari apprezzamenti, ma non così tanti,” ha detto Rammal ad Al-Monitor.

Il video apparso il 15 maggio sul suo account Instagram ha totalizzato più di 6 milioni di visualizzazioni e parecchi altri canali l’hanno condiviso. Rammal l’ha postato senza copyright in modo che fosse disponibile a chiunque volesse ripostarlo, per fare conoscere in tutto il mondo la realtà della Palestina, e di Sheikh Jarrah in particolare.

In “The Place”, che dura solo un minuto e mezzo, Rammal sintetizza l’espulsione di 28 famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, dove gruppi di coloni israeliani stanno tentando di espandersi.

Rammal ha deciso deliberatamente di postare il suo video proprio il giorno dell’anniversario della Nakba [la Catastrofe, la pulizia etnica operata dai sionisti nel ’47-’48, ndtr.] per dire che il furto delle case palestinesi continua da allora e che il quartiere di Sheikh Jarrah non sarà l’ultimo, perché ogni “posto” in Palestina è preso di mira in vista della continua occupazione.

Nel suo film si concentra sulla storia di una famiglia palestinese che parla della propria casa: c’è la mamma che dice che la sua cucina è “condita con amore”, la ragazzina che ama la sua cameretta e i suoi giocattoli, il ragazzo che rappresenta i giovani palestinesi e il padre che l’ha ereditata insieme a un albero nel giardino piantato dal nonno, la cosa che ama di più della casa.

Alle spalle di queste immagini “normali”, si vedono i coloni che stanno portando via i ricordi della famiglia a cui stanno rubando la casa.

Rammal ha voluto mettere i sottotitoli in inglese con un commento semplice alla fine che riassumesse il messaggio del film: “Il posto siamo noi … la nostra esistenza … i nostri ricordi e il nostro futuro.”

Quando a Rammal è venuta l’idea per “The Place,” ne ha parlato con il suo amico sceneggiatore Suleiman Tadros che l’ha aiutato a trasformarla in un copione. Il produttore Abdel Rahman Abu Jaafar e l’intera troupe, inclusi gli attori, sono tutti volontari che hanno contribuito, ognuno nel proprio ruolo, per sostenere la lotta palestinese.

Le riprese sono durate tre giorni, ma Rammal non ha pensato che il film fosse abbastanza potente fino a quando non hanno girato la scena della mamma, interpretata dall’attrice giordana Hind Hamed. “Riguardandola dopo le riprese mi sono venuti i brividi. È stato in quel momento che mi sono detto che avrebbe avuto un enorme impatto,” ha concluso Said.

Rammal crede che, oltre ad aver postato il film sui social in un momento in cui il mondo stava mostrando grande solidarietà alla causa palestinese e al quartiere di Sheikh Jarrah, il segreto del suo successo stia nel modo in cui ne ha trasmesso il messaggio umanitario.

Rammal osserva che il cinema palestinese e arabo, nonostante la carenza di risorse, se usato in modo intelligente e sensibile, può comunicare i temi palestinesi in tutto il mondo.

Lui paragona il successo di “The Place” a quello del suo primo film del 2019, “Hajez” (“Checkpoint”), che parla delle sofferenze quotidiane dei palestinesi ai checkpoint israeliani. Sebbene entrambi illustrino una realtà palestinese, il primo non era stato accolto molto bene a causa dell’esplicito messaggio politico.

Il successo di questo film pone Rammal davanti a una scelta: lui non vuole essere visto come un regista palestinese che fa solo vedere la lotta palestinese, dato che invece crede che si debba mostrare l’altro lato della vita dei palestinesi che non è diversa da quella di qualsiasi altra persona in qualunque altro posto. “È vero che la vita dei palestinesi è complicata dall’occupazione, ma noi viviamo la nostra quotidianità come chiunque altro.”

Lui sostiene che i registi palestinesi non dovrebbero solo presentare tematiche palestinesi o mostrare i palestinesi solo sotto una luce negativa o in modo superficiale, ma piuttosto dovrebbero concentrarsi nel rispecchiarne il lato umano e la vita quotidiana.

Rammal viene da Salfit, nella Cisgiordania settentrionale, e ha completato i suoi studi in cinematografia nella capitale giordana, Amman. Nel 2018 ha diretto: “Fatimah,” un breve documentario su una ragazza siriana sfollata in Giordania e ha partecipato a vari festival arabi e internazionali, come il film festival franco-arabo, l’Elia film festival di corti e il Winter Film Awards a New York.

“The Place” non ha solo trasmesso un messaggio palestinese in tutto il mondo. Ha anche dimostrato che il cinema palestinese può comunicare un’autentica storia palestinese usando in modo intelligente gli strumenti disponibili e i social per contrastare la narrazione israeliana che falsa l’immagine dei palestinesi.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




Israele e Hamas dichiarano il cessate il fuoco dopo 11 giorni di conflitto 

20 maggio 2021 Al Monitor

Il Gabinetto di Sicurezza di Israele ha approvato all’unanimità una proposta egiziana di cessate il fuoco nell’undicesimo giorno di conflitto con i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza, che ha causato più di 200 morti.

Giovedì il Gabinetto di Sicurezza di Israele ha approvato all’unanimità una proposta egiziana di cessate il fuoco, nell’undicesimo giorno di conflitto con i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza, che ha causato più di 200 morti.

I rapporti dei media israeliani hanno informato che il cessate il fuoco inizierà venerdì alle 2 del mattino (ora locale), circa quattro ore dopo l’annuncio.

Hamas, il movimento islamista palestinese che dall’inizio delle ostilità il 10 maggio ha lanciato migliaia di razzi contro Israele, ha confermato il cessate il fuoco.

Mercoledì il vice capo politico di Hamas Mousa Abu Marzouk ha sottolineato che il cessate il fuoco sarà un’interruzione dei lanci, non una tregua. I colpi da entrambe le parti probabilmente continueranno fino a quando non inizierà il cessate il fuoco.

I dirigenti israeliani hanno smentito voci secondo cui avrebbero concordato ulteriori condizioni al di là dello stop alle operazioni militari, suggerendo che le ragioni sottostanti al conflitto – le denunce palestinesi di espropriazioni di fronte al mancato raggiungimento di una soluzione a due Stati o altra equa soluzione – continueranno.

I dirigenti di Hamas hanno richiesto che le forze di sicurezza di Israele si astengano dall’entrare nel complesso della moschea di Al- Aqsa e interrompano i tentativi da parte dei coloni israeliani di sfrattare attraverso pratiche legali sei famiglie palestinesi dal quartiere di Gerusalemme Sheikh Jarrah.

La settimana scorsa Israele ha respinto una precedente offerta accompagnata da simili richieste, optando per il proseguo dei bombardamenti mirati contro i comandanti di Hamas e della Jihad a Gaza.

Le bombe israeliane hanno ucciso almeno 230 persone a Gaza, tra cui moltissime donne e bambini. In seguito al lancio di 4.000 razzi all’interno di Israele sono morti dodici israeliani. La gran parte di essi comunque sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissile israeliana Iron Dome.

L’annuncio è giunto poche ore dopo che il Presidente USA Joe Biden ha telefonato al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Dirigenti egiziani hanno condotto la mediazione tra Hamas e Israele. Anche diplomatici del Qatar e della Giordania, come anche funzionari delle Nazioni Unite, sono stati coinvolti nel compito di fare pressione per porre fine al conflitto.

Secondo una lettera del Congresso ottenuta da Al-Monitor, all’inizio di giovedì deputati USA ancora una volta hanno premuto su Biden perché chiedesse un immediato cessate il fuoco.

I rappresentanti democratici Hank Johnson della Georgia e Pramila Jayapal di Washington e leader democratici progressisti, compresa Alexandra Ocasio Cortez di New York, hanno chiesto a Biden di fare pressioni più intense sul governo Netanyahu ed hanno avvertito che non facendolo avrebbe potuto danneggiare ulteriormente la credibilità USA a livello internazionale.

Questa settimana si sono sollevate ulteriori proteste, in larghissima parte di democratici, sia nel Congresso che in Senato, dopo che è stato reso noto che l’amministrazione Biden ha programmato di concedere alla Boeing la licenza per rifornire Israele di armi teleguidate simili a quelle che sarebbero state usate nel conflitto.

La portavoce del Congresso Nancy Pelosi, democratica della California, all’inizio di questa settimana ha chiesto un immediato cessate il fuoco, quando si sono intensificate le critiche su una percepita riluttanza da parte della Casa Bianca a fare pressioni sul governo Netanyahu per un alleggerimento della sua devastante campagna.

Biden mercoledì ha detto a Netanyahu che si aspettava per quella sera una “significativa de-escalation” nel conflitto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La polizia non è in grado di arginare la violenza nelle città miste israeliane

AfifAbuMuch

17 maggio 2021 – Al-Monitor

Lo Shin Bet è stato chiamato ad affiancare la polizia israeliana nel compito di contrastare le rivolte nelle città arabe e miste ebraico-arabe.

L’Alto Comitato di Follow-up per i cittadini arabi di Israele [organizzazione extraparlamentare che rappresenta i cittadini arabo-israeliani, ndtr.] ha proclamato per domani uno sciopero generale nelle città e nelle comunità arabe in seguito all’aggressione nella moschea di Al-Aqsa e alle violenze dei coloni nelle città miste. I membri del Comitato si sono incontrati ieri con gli abitanti di Giaffa e Lod per ascoltare i loro pareri e preoccupazioni.

L’incontro si è tenuto mentre per la seconda settimana di seguito nelle città miste ebraico-arabe le tensioni continuavano a crescere. La scorsa settimana scontri e tensioni a Gerusalemme est durante il Ramadan, immagini angoscianti dalla moschea di Al-Aqsa che mostrano la polizia israeliana mentre irrompe nella moschea, proteste violente in tutta Gerusalemme e la battaglia in corso nel quartiere di Sheikh Jarrah hanno creato una situazione esplosiva caratterizzata dal lancio di razzi verso Gerusalemme da parte di Hamas. E mentre Israele scatenava sulla Striscia di Gaza una valanga di bombardamenti aerei contro Hamas, in città miste come Lod, Giaffa e Ramie esplodevano scontri interni tra gli abitanti arabi e i loro vicini ebrei.

Durante il Ramadan ci sono stati anche diversi violenti scontri nelle città arabe e proteste per i fatti di Gerusalemme. Tali incidenti, tra cui lanci di pietre, disordini, l’incendio di una sinagoga, aggressioni a cittadini ebrei da parte di arabi e a cittadini arabi da parte di ebrei e distruzioni di proprietà private e pubbliche, hanno provocato molti feriti. A Lod un uomo è stato ucciso. Mousa Hassouna, 32 anni, è stato colpito a morte da un ebreo che è stato arrestato.

Il caos ha indotto il presidente Reuven Rivlin a chiedere alla leadership araba di far sentire la propria voce contro la violenza montante. Egli ha definito il suo silenzio “vergognoso, tale da offrire supporto al terrorismo e alle rivolte e incoraggiare la frattura della società in cui viviamo e in cui continueremo a vivere una volta che tutto questo sarà passato”. Ha anche invitato il governo israeliano a “perseguire i rivoltosi con mano ferma e ripristinare la sicurezza e l’ordine durante la battaglia senza compromessi contro il terrorismo proveniente da Gaza”. Il presidente ha poi tenuto un incontro con tutti i sindaci delle città arabe ed ebraiche del Negev per chiedere loro di calmare la loro gente e porre fine alla violenza.

A testimonianza della portata delle violenze lo Shin Bet [l’intelligence interna israeliana, ndtr.] ha fatto l’insolito annuncio che, alla luce dell’escalation, l’agenzia agirà a fianco della polizia israeliana all’interno delle città per fermare la violenza tra arabi ed ebrei. Con la presenza dello Shin Bet, la situazione è sembrata modificarsi, e c’è stata una drastica diminuzione degli scontri e dei disordini causati da ebrei o arabi.

Fermare gli scontri è un compito troppo arduo per la polizia, proprio come la lotta alla violenza e alla criminalità nella comunità araba, la quale perde più di 100 vite all’anno in seguito ad omicidi? È Lo Shin Bet la risposta a entrambe le sfide?

Uno degli aspetti positivi è che la leadership israeliana sembra aver finalmente capito che il gran numero di armi circolanti nella comunità araba potrebbe un giorno essere rivolto contro gli ebrei. Coloro che in passato hanno chiesto la confisca di armi illegali sono scoraggiati e affermano che il governo e le forze dell’ordine non si preoccupano della questione fintanto che gli arabi continuano a sparare agli arabi.

Ieri il leader del partito arabo Raam ,[ di tendenza islamista, ndtr.] Mansour Abbas ha visitato Lod, invitando entrambe le parti a riportare la calma. Durante la visita Abbas ha incontrato per la prima volta la famiglia di Hassouna e ha poi visitato il sito della sinagoga che è stata data alle fiamme dai rivoltosi.

Il Paese sta ora affrontando anche la crisi politica in atto, aggravata dalle tensioni interne e dall’operazione militare a Gaza. Il presidente di Yamina [alleanza di partiti politici israeliani di destra ed estrema destra nata in occasione delle elezioni del settembre 2019, ndtr.] Naftali Bennett ha annunciato di aver interrotto i negoziati riguardanti il cosiddetto Change Bloc per la formazione di un governo a rotazione con il leader di Yesh Atid [partito politico israeliano centrista e laico, ndtr.] Yair Lapid, che attualmente detiene il mandato di formare un governo. Bennett è tornato a negoziare con il Likud e il primo ministro Benjamin Netanyahu, affermando che la sicurezza deve avere priorità sulle questioni civili. Sembra che Bennett abbia detto: “A causa della situazione di emergenza nelle città miste, non è un ‘governo di cambiamento’ così come era stato pianificato a potersene occupare. Abbiamo bisogno della forza, per mettere in campo i militari e fare arresti. Queste cose non possono essere fatte se dipendiamo da Mansour Abbas [che avrebbe dovuto appoggiare il governo di Lapid, ndtr.]”.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)