Un progetto edilizio a Gerusalemme fa traballare il governo israeliano

Danny Zaken

29 novembre 2021 Al-Monitor

Il governo di Naftali Bennett vorrebbe accantonare i piani per la costruzione del quartiere Atarot a Gerusalemme dall’altra parte della linea verde, ma si trova di fronte alla linea dura del comune di Gerusalemme che intende portare avanti il ​​piano a tutti i costi.

Il 24 novembre il comitato locale per la pianificazione urbanistica di Gerusalemme ha deciso di autorizzare un vecchio progetto per costruire il quartiere di Atarot a nord di Gerusalemme. Il nuovo quartiere residenziale sarebbe situato nel sito dell’aeroporto abbandonato di Atarot [aperto nel 1920 come primo aeroporto nel Mandato Britannico per la Palestina, è stato chiuso nel 2001 dopo la seconda intifada, ndtr.], con un’area di 1.243 dunam (307 acri), e sarebbe composto da 1.000 unità abitative, oltre a hotel, edifici pubblici, aree pubbliche aperte, aree industriali e zone commerciali. Il progetto prevede anche la creazione di una zona industriale e commerciale adiacente alla strada 45 e il mantenimento dello storico terminal che ancora sorge nell’area dell’aeroporto Atarot.

Questo progetto è stato formulato anni fa, ma ogni volta che è stato portato al voto, il voto è stato rinviato a causa dell’opposizione americana. Il motivo dell’opposizione è che si tratta di un territorio situato dall’altra parte della Linea Verde, in un’area tra Gerusalemme e i villaggi palestinesi.

L’ultima volta che il progetto è stato portato ai voti l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ne ha impedito la discussione su esplicita richiesta dell’amministrazione Trump. Nell'”accordo del secolo” formulato dall’ex presidente Donald Trump e da suo genero/consigliere della Casa Bianca Jared Kushner, quest’area era in effetti destinata a una zona turistica palestinese.

La città di Gerusalemme soffre di una grave carenza di alloggi, per tutti i gruppi della popolazione, in particolare gli ebrei ultra-ortodossi e gli arabi; l’area di Atarot a nord è considerata una delle riserve di terra che potrebbero essere utilizzate per risolvere questo problema. Il luogo era il sito di un villaggio ebraico fondato nel 1919. Fu distrutto durante la Guerra d’indipendenza del 1948 e conquistato dalle forze giordane e palestinesi della regione. Nella Guerra dei Sei Giorni fu riconquistato e inglobato nel territorio comunale di Gerusalemme. In una parte è stata realizzata un’area industriale, fonte di occupazione per molti palestinesi dell’area di Ramallah, e in un’altra parte è previsto il nuovo quartiere.

Ofer Berkovitz, un membro del consiglio comunale di Gerusalemme che ha spinto per molti anni per la costruzione di Atarot, ha risposto che si tratta di un’autorizzazione storica per l’edilizia a Gerusalemme. “C’era un grande pessimismo all’inizio del percorso, [con l’idea] che non saremmo stati in grado di realizzare il quartiere, ma ora è arrivato il giorno. Siamo molto orgogliosi. È una mossa fondamentale per i giovani, per abbassare i prezzi delle case, per preservare il polmone verde della città. Continuerò a lavorare affinché la commissione regionale autorizzi il piano e non ceda a imposizioni esterne”, ha detto Berkovitz.

Dall’altra parte il movimento anti-occupazione Peace Now ha condannato l’autorizzazione sostenendo: “Il ministro per le abitazioni ha sganciato una bomba diplomatica, senza alcun dibattito pubblico o anche solo nel governo. Questo è un piano che sabota la possibilità di pace sulla base di due nazioni per due popoli. Il quartiere progettato è al centro della continuità urbana palestinese tra Ramallah e Gerusalemme est, e quindi impedisce la possibilità di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale. Il piano non è un disegno del fato e non è stato “ereditato” dai precedenti governi. Può ancora essere fermato e non essere autorizzato dalla commissione regionale tra una settimana e mezza. Se il piano non viene rimosso dall’agenda questo duro colpo alla pace sarebbe una vergogna per Meretz, Yesh Atid e Labour che sono membri della coalizione [di governo, ndt].

Dopo l’autorizzazione del progetto da parte del comitato locale, questo deve essere autorizzato dal comitato di pianificazione regionale. Ma secondo le informazioni riportate dalla stampa israeliana il giorno dopo l’approvazione del comitato locale, Israele ha inviato messaggi all’amministrazione Biden che il governo non farà avanzare la costruzione del nuovo quartiere di Atarot. Secondo quanto riferito, a seguito delle pressioni di Washington, Israele ha chiarito che mentre il governo non ha alcun controllo sul comitato locale nella città di Gerusalemme, il piano non avrebbe ricevuto la luce verde dal comitato regionale, che è sotto il controllo del governo.

Le notizie affermano inoltre che durante il precedente governo Netanyahu ha cercato di far avanzare la costruzione del quartiere di Atarot, ma è stato bloccato dall’amministrazione Trump. Il premier israeliano si è quindi offerto di costruire in quell’area 4.000 unità abitative per i palestinesi e 4.000 per gli israeliani, ma l’amministrazione Trump ha respinto il piano poiché quest’area era definita come parte di un futuro Stato palestinese secondo il piano di Trump.

Tuttavia, dopo aver verificato, Al-Monitor ha scoperto che, in contraddizione con queste notizie, l’argomento non è stato finora rimosso dall’ordine del giorno del comitato di pianificazione regionale e sarebbe posto in discussione al prossimo incontro, tra una settimana. Infatti, il vicesindaco Aryeh King ha detto ad Al-Monitor che l’argomento sarà sollevato come previsto e che i rappresentanti comunali si assicureranno che non rimanga bloccato nel comitato.

King ha anche osservato che in questo governo operano, tra gli altri, il ministro Gideon Saar, che in passato ha autorizzato costruzioni a Gerusalemme est, nonché altri ministri che sostengono le costruzioni nella città, tra cui il ministro degli interni Ayelet Shaked e il ministro dell’edilizia abitativa Ze’ ev Elkin. Ritiene che le notizie sul messaggio all’amministrazione americana abbiano lo scopo di calmare la parte di sinistra del governo e che in realtà il piano sarà autorizzato e attuato.

Secondo una fonte diplomatica israeliana che parla a condizione di anonimato l’amministrazione americana si è chiesta perché l’attuale governo non possa riprodurre la mossa che Netanyahu, e il governo di destra da lui guidato, hanno preso per bloccare il progetto su richiesta di Washington. La risposta data agli americani includeva una spiegazione che il comitato locale è controllato da partiti politici ultra-ortodossi nel comune e guidato da Eliezer Rauchberger, un membro del partito ultra-ortodosso Yahadut HaTorah. Secondo questa spiegazione i partiti ultraortodossi facevano parte del governo di Netanyahu e quindi gli hanno obbedito, mentre ora sono all’opposizione e lavorano per ostacolare il governo Bennett-Lapid.

Come accennato, il progetto è all’ordine del giorno del comitato regionale, che è controllato dal ministero delle Finanze e dal ministero dell’Interno. A capo di questi due ministeri ci sono i ministri di destra Avigdor Liberman e Shaked, che troverebbero molto difficile gestire le conseguenze politiche di uno stop al progetto per la costruzione del quartiere di Atarot.

D’altro canto la sinistra del governo è adirata e l’amministrazione americana sta facendo pressioni sul governo. Tra una settimana sapremo come deciderà il primo ministro Bennett su questo tema che minaccia la stabilità della coalizione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I palestinesi si scontrano con la sicurezza israeliana dopo l’attacco terroristico a Gerusalemme

Rina Bassist

22 novembre 2021 Al Monitor

I residenti del campo profughi di Gerusalemme est Shuafat si sono scontrati con le forze di sicurezza israeliane esprimendo il loro sostegno all’assalitore che ha ucciso un israeliano e ne ha ferito altri quattro nei vicoli della Città Vecchia di Gerusalemme

Centinaia di palestinesi hanno marciato il 21 novembre attraverso il campo profughi di Shuafat a Gerusalemme est a sostegno di Fadi Abu Shkhaydam, che ha sparato e ucciso un cittadino israeliano e ne ha ferito altri quattro all’inizio della giornata. Dopo la sparatoria le forze di sicurezza israeliane sono arrivate al campo per arrestare diversi familiari di Abu Shkhaydam sospettati di averlo assistito. Secondo quanto riferito, i sospetti sono aumentati dopo che si è saputo che la moglie di Abu Shkhaydam e alcuni dei suoi figli avevano lasciato la loro casa a Shuafat tre giorni prima dell’attacco.

Secondo quanto riferito, i residenti di Shuafat si sono riuniti per protestare contro il raid. I manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici e lanciato sassi contro gli agenti della polizia di frontiera che sono giunti sul posto, mentre cantavano canzoni di sostegno all’ala militare di Hamas. Hanno anche chiamato ad uno sciopero generale oggi a Shuafat.

La sparatoria è avvenuta la mattina del 21 novembre nella Città Vecchia di Gerusalemme. Abu Shkhaydam, noto alle agenzie di sicurezza israeliane come membro di Hamas, ha sparato più volte con un fucile automatico contro un gruppo di civili israeliani e agenti di polizia israeliani nei vicoli della Città Vecchia. Una delle persone prese di mira da Abu Shkhaydam era Eliyahu David Kay, 26 anni, una guida turistica della Western Wall Heritage Foundation, immigrato un paio di anni fa dal Sudafrica e in procinto di sposarsi con la sua fidanzata. Abu Shkhaydam gli ha sparato più volte, incluso un colpo mortale alla testa. Gli agenti di polizia sulla scena hanno sparato ad Abu Shkhaydam dopo che aveva aperto il fuoco, uccidendolo.

Il ministro dell’interno, Omer Bar Lev, ha affermato che l’aggressore “si è mosso attraverso i vicoli e ha sparato un bel po’. Fortunatamente, il vicolo era semideserto perché altrimenti – il cielo non voglia – ci sarebbero state più vittime. L’intero incidente è durato 32 o 36 secondi. L’azione delle agenti donne è stata al più alto livello operativo possibile”.

Migliaia di persone hanno partecipato al funerale di Kay questa mattina. Una delle quattro persone ferite sarebbe ricoverata a Gerusalemme in condizioni critiche. Il primo ministro Naftali Bennett ha twittato ieri: “Il cuore piange per l’amato Eliyahu David Kay che è stato ucciso questa mattina da un vile terrorista a Gerusalemme. Eliyahu è emigrato in Israele dal Sud Africa, ha servito come paracadutista nel 202° battaglione e per il suo sostentamento ha lavorato come guida turistica al Muro del Pianto. Incarnava il meraviglioso israeliano che è legato al suo paese e alla sua patria”.

L’incidente è stato il primo del suo genere nella Città Vecchia di Gerusalemme dal 2018, quando un uomo ebreo – Adiel Kolman – fu pugnalato a morte. Kolman aveva lavorato all’epoca negli scavi archeologici nel vicino sito della Città di David.

Le informazioni dicono che Abu Shkhaydam era un insegnante di studi islamici e che frequentava assiduamente la moschea di Al-Aqsa. Altri rapporti sostengono che di tanto in tanto predicava nel complesso del Monte del Tempio. Una dichiarazione di Hamas ha elogiato Abu Shkhaydam per il suo atto, affermando: “La Città Santa continua a combattere contro l’occupante straniero e non si arrenderà all’occupazione”.

Hamas non ha rivendicato l’attentato.

Questa mattina il ministero degli Esteri francese ha condannato l’attentato nella Città Vecchia di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele sabota l’agricoltura palestinese con prodotti a basso costo

Amany Mahmoud

23 agosto 2021 – Al Monitor

Israele inonda i mercati palestinesi con grandi quantità di prodotti agricoli a basso costo per rovinare l’agricoltura palestinese.

I palestinesi denunciano che Israele distrugge e brucia i raccolti ed erode con prodotti a buon mercato il settore agricolo da cui gli agricoltori dipendono.

Alcuni dei principali raccolti durante i quali Israele infligge deliberatamente perdite agli agricoltori sono quelli delle olive e dell’uva: inonda i mercati palestinesi in Cisgiordania con grandi quantità di questi prodotti a prezzi inferiori, ostacolando la produzione dei palestinesi e incoraggiando la loro dipendenza economica da Israele.

In particolare la stagione della vendemmia, che inizia in agosto, è minacciata dalla concorrenza israeliana. Israele coltiva terreni agricoli nelle colonie che si trovano nei pressi delle città palestinesi e invia migliaia di tonnellate di uva nei mercati palestinesi. Israele utilizza fertilizzanti e altri prodotti chimici nella coltivazione dell’uva per fare in modo che il prodotto maturi in fretta.

In Cisgiordania i palestinesi coltivano circa 64 milioni di m2 di vigne, in cui sono impegnati circa 10.000 agricoltori palestinesi. Secondo il Consiglio Palestinese di Frutta e Uva, i palestinesi producono annualmente circa 50 milioni di kg di uva, di cui circa 27 milioni nel governatorato di Hebron, 6 milioni in quello di Betlemme e altri 6 milioni in quello di Jenin. In Cisgiordania l’uva rappresenta circa il 12% della produzione agricola totale della Palestina.

I palestinesi esportano in Israele grandi quantità di vari prodotti agricoli, per un valore annuo di 300 milioni di dollari. I palestinesi della Cisgiordania esportano quotidianamente verso Israele circa 280.000 kg di prodotti agricoli. Nel contempo, le importazioni agricole annuali palestinesi da Israele raggiungono circa il miliardo di dollari.

Per proteggere i prodotti palestinesi l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) vieta l’importazione di uva coltivata nelle colonie e considera ogni transazione commerciale con Israele un delitto. A dispetto di questo divieto, il mercato palestinese è inondato da prodotti israeliani proibiti e con marchio israeliano, importati illegalmente dai principali commercianti palestinesi nel cuore della notte per evitare i posti di blocco palestinesi.

Mahmoud Abou Merhi, agricoltore palestinese e attivista contro le colonie ebraiche, proprietario di un vigneto di circa 2 ettari, dice ad Al-Monitor che la vendemmia è uno dei raccolti agricoli più importanti in Palestina, e le famiglie palestinesi la festeggiano con canti tradizionali nelle vigne perché porta abbondanza e prosperità ai coltivatori.

“Tuttavia ora abbiamo timore della stagione della vendemmia: ogni anno i coloni ebrei distruggono deliberatamente le nostre vigne e sabotano il raccolto, cospargendo pesticidi tossici sui campi che lo distruggono o cacciando gli agricoltori e le loro famiglie dai terreni agricoli,” afferma.

Abou Merhi teme che la vendemmia di quest’anno vada persa, dato che il mercato locale è invaso da una grande quantità di uva israeliana a buon mercato. “Grandi quantità di uva palestinese rischiano di andare a male a causa delle temperature elevate e delle eccedenze di prodotti israeliani sul mercato palestinese.”

L’agricoltore palestinese Atef Abou Walid dice ad Al Monitor che Israele sta cercando di espellere i coltivatori palestinesi dalle loro terre e li spinge ad abbandonare questa professione, ereditata di generazione in generazione, in modo da insediare avamposti coloniali ed espanderli sulle terre dei cittadini che si trovano presso le colonie.

“Quando i palestinesi vanno al mercato vedono grandi quantità di frutta e verdura israeliane a prezzi che fanno concorrenza ai prodotti locali. A volte i prodotti israeliani costano meno di quelli palestinesi. Persino se la qualità è inferiore, spesso i cittadini finiscono con il comprare i prodotti israeliani a buon mercato,” nota.

Abu Wadi aggiunge: “Nonostante le gravi perdite che subiamo, i nostri agricoltori continueranno a coltivare le nostre terre per impedire che Israele raggiunga il suo obiettivo di confiscarle.” Egli accusa Israele di imporre restrizioni supplementari ai coltivatori palestinesi, in quanto di recente ha iniziato a chiudere le strade agricole che portano ai vigneti di Hebron, nel sud della Cisgiordania, isolando circa 2.000 ettari di terreni, molti dei quali sono vigneti.

Le attrezzature israeliane avanzate, i prodotti chimici, i fertilizzanti e i moderni sistemi di irrigazione aiutano gli agricoltori israeliani a offrire i loro prodotti agricoli, e in particolare l’uva, circa un mese prima che la produzione palestinese arrivi sul mercato. Israele vieta di fornire ai coltivatori palestinesi queste tecnologie e materiali, in particolare pesticidi e fertilizzanti chimici, che permettono l’allungamento della durata della vita della loro uva e ne migliorano sapore e qualità.

Fathi Abou Ayashn, direttore del Consiglio di Frutta e Uva, dichiara ad Al Monitor che i mercati palestinesi sono stati invasi da circa 27.000 tonnellate di uva sempre matura, il che attira l’attenzione dei consumatori.

“I mercati palestinesi non sono protetti, quindi i prodotti israeliani li possono inondare,” prosegue. Ciò è dovuto all’assenza di controlli efficaci dei prodotti israeliani sul mercato palestinese. I mercati palestinesi e israeliani sono strettamente interconnessi, il che permette a molti commercianti di importare in modo massiccio i prodotti e i beni israeliani.”

Abou Ayyash spiega che le autorità competenti che controllano il mercato non hanno risorse finanziarie, cosa che indebolisce la capacità dei palestinesi di controllare molti beni e merci. “Non abbiamo neppure standard tecnici vincolanti per tutti i beni commercializzati in Palestina e pochissimi procedimenti giudiziari sono stati avviati contro i trasgressori.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cresce la violenza sulle donne a Gaza

Mai Abu Hasaneen

25 giugno 2021 Al Monitor

Le donne vengono uccise a un ritmo allarmante nella Striscia di Gaza, dove un sistema politico tradizionalista dà ancora priorità alle questioni politiche rispetto alla giustizia e alla protezione della vita delle donne.

Ho pianto per così tanto tempo, sentendomi sola e senza speranza, chiedendomi perché non ho un fratello che mi tenga tra le sue braccia e mi faccia sentire al sicuro; un fratello al quale raccontare l’ingiustizia, l’oppressione e le percosse prolungate con manganelli e bastoni che ho sopportato, come se non fossi un essere umano. Gli direi come sono diventata un’anima vecchia in un corpo giovane”, ha scritto Istabrak Baraka, 17 anni, le sue ultime parole prima di essere picchiata a morte dal marito il 16 giugno nella Striscia di Gaza.

Baraka, incinta di tre mesi, si stava preparando a sostenere gli esami finali delle superiori quando suo marito l’ha uccisa.

Il giorno della sua morte, la polizia ha anche annunciato che una donna sulla quarantina era stata uccisa dai suoi fratelli in una disputa sull’eredità. Il 23 maggio, gli agenti di polizia hanno trovato il corpo di una ragazza di 16 anni sepolta vicino a una strada laterale a Jabalia, 15 giorni dopo la sua scomparsa. Un’indagine ha rivelato che era stata uccisa dal padre.

Secondo il Palestinian Center for Policy Research and Strategic Studies,sono morte in media 22 donne l’anno dal 2012 al 2019 in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza vittime della violenza domestica. A detta del Women’s Center for Legal Aid and Counseling il numero è salito a 38 nel 2020, quando la pandemia di COVID-19 ha costretto le persone a rimanere a casa. Per il Palestinian Center for Human Rights sei donne sono morte finora per violenza domestica quest’anno, di cui una in Cisgiordania e cinque nella Striscia di Gaza.

I dati mostrano che le vittime provenivano da diverse classi sociali e sono state uccise in molti differenti modi. Il denominatore comune è che sono state tutte soggette ad abusi fisici e psicologici.

Le donne palestinesi vivono sotto leggi obsolete risalenti all’epoca ottomana, britannica, giordana ed egiziana che molti sostengono non siano più adeguate nel 2021. La Palestina ha aderito a diversi accordi internazionali sui diritti delle donne nell’ultimo decennio, inclusa la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne nel 2014.

La legge giordana sui diritti della persona è in vigore in Cisgiordania e la legge sulla protezione della famiglia è valida nella Striscia di Gaza. I critici affermano che alcune clausole sono discriminatorie nei confronti delle donne nonostante degli emendamenti che promuovono l’uguaglianza. Nel frattempo la magistratura di Gaza continua a comminare pene lievi o ridotte contro gli aggressori.

Nadia Abu Nahla, direttrice della sezione di Gaza del Comitato Women’s Affairs Technical Committee, ha parlato con Al-Monitor delle ragioni principali che stanno dietro all’aumento delle uccisioni di donne nei territori palestinesi. Ha detto che la mentalità sessista in casa, nella comunità e nel sistema politico è una delle ragioni principali dietro le molteplici forme di violenza contro le donne. Ha aggiunto che le uccisioni di donne negli ultimi anni non costituiscono “crimini d’onore”; piuttosto, ha affermato, sono legate a conflitti in materia di eredità, libertà individuali delle donne o litigi familiari dovuti alle dure condizioni di vita.

Abu Nahla ha aggiunto che il sistema politico palestinese, dominato da forze arretrate come tribù, gruppi religiosi e fazioni radicali, non ha saputo approvare leggi e adottare politiche per combattere la violenza contro le donne.

Ha spiegato: “Noi, come movimento femminista, stiamo premendo da anni per una legge che protegga le famiglie dalla violenza. Abbiamo preparato un disegno di legge al riguardo che è stato presentato al Consiglio dei Ministri [nel 2012]. Quest’ultimo ha aggiunto emendamenti che non garantivano la protezione delle donne dalla violenza di genere e, nonostante le nostre riserve, ha approvato la bozza nel 2018. Ma il Presidente palestinese non ha approvato la legge a causa dell’opposizione dei leader tribali”.

Stiamo conducendo campagne di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne attraverso uffici legali a Gaza che forniscono sostegno psicologico e sociale e rappresentanza e supporto legale”. Ha aggiunto che la sua organizzazione ha ricevuto 750 segnalazioni durante il lockdown nel 2020 e circa 400 segnalazioni al mese sono pervenute ai numeri telefonici di emergenza dall’inizio di quest’anno.

Tahani Qasem, coordinatrice del progetto Hayat per la protezione e l’emancipazione delle donne e delle famiglie legato al Center for Women’s Legal Research, Counseling and Protection di Gaza, ha dichiarato ad Al-Monitor che il centro ha ricevuto 500 denunce di violenza contro le donne l’anno scorso e ha risposto con sostegno psicologico, sociale ed economico. Ha poi aggiunto che sono stati dati rifugio e assistenza in 52 casi a donne costrette a sopportare le violenze a causa delle loro pessime condizioni economiche.

Qasem ha spiegato che tra i servizi forniti dal gruppo ci sono il sostegno psicologico, sociale ed economico alle donne maltrattate affinché escano da situazioni di violenza.

L’autrice femminista di Gaza Hedaya Chamoun ha detto ad Al-Monitor che le vittime non dovrebbero essere ridotte a numeri. Ogni donna che è stata uccisa ha una storia e la sua vita contava.

Ha affermato che l’assassinio delle donne dovrebbe diventare una causa sociale e morale non limitata alle istituzioni che si occupano dei diritti delle donne, poiché minaccia il tessuto sociale palestinese che già soffre di devastanti crisi economiche, politiche e sociali dovute all’occupazione israeliana.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Diventa virale il cortometraggio su Sheikh Jarrah girato da un regista palestinese

Aziza Nofal

22 giugno 2021 – Al Monitor

Il giovane regista palestinese Omar Rammal continua a raccogliere commenti positivi per “The Place,” [Il Posto], il corto che ha prodotto e postato sui social durante i recenti eventi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme.

RAMALLAH, Cisgiordania — Il 15 maggio, quando il regista palestinese Omar Rammal, 23 anni, ha postato il corto “The Place,” [Il posto] sul suo canale YouTube, non si aspettava che diventasse virale. “Credevo che avrebbe ricevuto vari apprezzamenti, ma non così tanti,” ha detto Rammal ad Al-Monitor.

Il video apparso il 15 maggio sul suo account Instagram ha totalizzato più di 6 milioni di visualizzazioni e parecchi altri canali l’hanno condiviso. Rammal l’ha postato senza copyright in modo che fosse disponibile a chiunque volesse ripostarlo, per fare conoscere in tutto il mondo la realtà della Palestina, e di Sheikh Jarrah in particolare.

In “The Place”, che dura solo un minuto e mezzo, Rammal sintetizza l’espulsione di 28 famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, dove gruppi di coloni israeliani stanno tentando di espandersi.

Rammal ha deciso deliberatamente di postare il suo video proprio il giorno dell’anniversario della Nakba [la Catastrofe, la pulizia etnica operata dai sionisti nel ’47-’48, ndtr.] per dire che il furto delle case palestinesi continua da allora e che il quartiere di Sheikh Jarrah non sarà l’ultimo, perché ogni “posto” in Palestina è preso di mira in vista della continua occupazione.

Nel suo film si concentra sulla storia di una famiglia palestinese che parla della propria casa: c’è la mamma che dice che la sua cucina è “condita con amore”, la ragazzina che ama la sua cameretta e i suoi giocattoli, il ragazzo che rappresenta i giovani palestinesi e il padre che l’ha ereditata insieme a un albero nel giardino piantato dal nonno, la cosa che ama di più della casa.

Alle spalle di queste immagini “normali”, si vedono i coloni che stanno portando via i ricordi della famiglia a cui stanno rubando la casa.

Rammal ha voluto mettere i sottotitoli in inglese con un commento semplice alla fine che riassumesse il messaggio del film: “Il posto siamo noi … la nostra esistenza … i nostri ricordi e il nostro futuro.”

Quando a Rammal è venuta l’idea per “The Place,” ne ha parlato con il suo amico sceneggiatore Suleiman Tadros che l’ha aiutato a trasformarla in un copione. Il produttore Abdel Rahman Abu Jaafar e l’intera troupe, inclusi gli attori, sono tutti volontari che hanno contribuito, ognuno nel proprio ruolo, per sostenere la lotta palestinese.

Le riprese sono durate tre giorni, ma Rammal non ha pensato che il film fosse abbastanza potente fino a quando non hanno girato la scena della mamma, interpretata dall’attrice giordana Hind Hamed. “Riguardandola dopo le riprese mi sono venuti i brividi. È stato in quel momento che mi sono detto che avrebbe avuto un enorme impatto,” ha concluso Said.

Rammal crede che, oltre ad aver postato il film sui social in un momento in cui il mondo stava mostrando grande solidarietà alla causa palestinese e al quartiere di Sheikh Jarrah, il segreto del suo successo stia nel modo in cui ne ha trasmesso il messaggio umanitario.

Rammal osserva che il cinema palestinese e arabo, nonostante la carenza di risorse, se usato in modo intelligente e sensibile, può comunicare i temi palestinesi in tutto il mondo.

Lui paragona il successo di “The Place” a quello del suo primo film del 2019, “Hajez” (“Checkpoint”), che parla delle sofferenze quotidiane dei palestinesi ai checkpoint israeliani. Sebbene entrambi illustrino una realtà palestinese, il primo non era stato accolto molto bene a causa dell’esplicito messaggio politico.

Il successo di questo film pone Rammal davanti a una scelta: lui non vuole essere visto come un regista palestinese che fa solo vedere la lotta palestinese, dato che invece crede che si debba mostrare l’altro lato della vita dei palestinesi che non è diversa da quella di qualsiasi altra persona in qualunque altro posto. “È vero che la vita dei palestinesi è complicata dall’occupazione, ma noi viviamo la nostra quotidianità come chiunque altro.”

Lui sostiene che i registi palestinesi non dovrebbero solo presentare tematiche palestinesi o mostrare i palestinesi solo sotto una luce negativa o in modo superficiale, ma piuttosto dovrebbero concentrarsi nel rispecchiarne il lato umano e la vita quotidiana.

Rammal viene da Salfit, nella Cisgiordania settentrionale, e ha completato i suoi studi in cinematografia nella capitale giordana, Amman. Nel 2018 ha diretto: “Fatimah,” un breve documentario su una ragazza siriana sfollata in Giordania e ha partecipato a vari festival arabi e internazionali, come il film festival franco-arabo, l’Elia film festival di corti e il Winter Film Awards a New York.

“The Place” non ha solo trasmesso un messaggio palestinese in tutto il mondo. Ha anche dimostrato che il cinema palestinese può comunicare un’autentica storia palestinese usando in modo intelligente gli strumenti disponibili e i social per contrastare la narrazione israeliana che falsa l’immagine dei palestinesi.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




Israele e Hamas dichiarano il cessate il fuoco dopo 11 giorni di conflitto 

20 maggio 2021 Al Monitor

Il Gabinetto di Sicurezza di Israele ha approvato all’unanimità una proposta egiziana di cessate il fuoco nell’undicesimo giorno di conflitto con i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza, che ha causato più di 200 morti.

Giovedì il Gabinetto di Sicurezza di Israele ha approvato all’unanimità una proposta egiziana di cessate il fuoco, nell’undicesimo giorno di conflitto con i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza, che ha causato più di 200 morti.

I rapporti dei media israeliani hanno informato che il cessate il fuoco inizierà venerdì alle 2 del mattino (ora locale), circa quattro ore dopo l’annuncio.

Hamas, il movimento islamista palestinese che dall’inizio delle ostilità il 10 maggio ha lanciato migliaia di razzi contro Israele, ha confermato il cessate il fuoco.

Mercoledì il vice capo politico di Hamas Mousa Abu Marzouk ha sottolineato che il cessate il fuoco sarà un’interruzione dei lanci, non una tregua. I colpi da entrambe le parti probabilmente continueranno fino a quando non inizierà il cessate il fuoco.

I dirigenti israeliani hanno smentito voci secondo cui avrebbero concordato ulteriori condizioni al di là dello stop alle operazioni militari, suggerendo che le ragioni sottostanti al conflitto – le denunce palestinesi di espropriazioni di fronte al mancato raggiungimento di una soluzione a due Stati o altra equa soluzione – continueranno.

I dirigenti di Hamas hanno richiesto che le forze di sicurezza di Israele si astengano dall’entrare nel complesso della moschea di Al- Aqsa e interrompano i tentativi da parte dei coloni israeliani di sfrattare attraverso pratiche legali sei famiglie palestinesi dal quartiere di Gerusalemme Sheikh Jarrah.

La settimana scorsa Israele ha respinto una precedente offerta accompagnata da simili richieste, optando per il proseguo dei bombardamenti mirati contro i comandanti di Hamas e della Jihad a Gaza.

Le bombe israeliane hanno ucciso almeno 230 persone a Gaza, tra cui moltissime donne e bambini. In seguito al lancio di 4.000 razzi all’interno di Israele sono morti dodici israeliani. La gran parte di essi comunque sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissile israeliana Iron Dome.

L’annuncio è giunto poche ore dopo che il Presidente USA Joe Biden ha telefonato al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Dirigenti egiziani hanno condotto la mediazione tra Hamas e Israele. Anche diplomatici del Qatar e della Giordania, come anche funzionari delle Nazioni Unite, sono stati coinvolti nel compito di fare pressione per porre fine al conflitto.

Secondo una lettera del Congresso ottenuta da Al-Monitor, all’inizio di giovedì deputati USA ancora una volta hanno premuto su Biden perché chiedesse un immediato cessate il fuoco.

I rappresentanti democratici Hank Johnson della Georgia e Pramila Jayapal di Washington e leader democratici progressisti, compresa Alexandra Ocasio Cortez di New York, hanno chiesto a Biden di fare pressioni più intense sul governo Netanyahu ed hanno avvertito che non facendolo avrebbe potuto danneggiare ulteriormente la credibilità USA a livello internazionale.

Questa settimana si sono sollevate ulteriori proteste, in larghissima parte di democratici, sia nel Congresso che in Senato, dopo che è stato reso noto che l’amministrazione Biden ha programmato di concedere alla Boeing la licenza per rifornire Israele di armi teleguidate simili a quelle che sarebbero state usate nel conflitto.

La portavoce del Congresso Nancy Pelosi, democratica della California, all’inizio di questa settimana ha chiesto un immediato cessate il fuoco, quando si sono intensificate le critiche su una percepita riluttanza da parte della Casa Bianca a fare pressioni sul governo Netanyahu per un alleggerimento della sua devastante campagna.

Biden mercoledì ha detto a Netanyahu che si aspettava per quella sera una “significativa de-escalation” nel conflitto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La polizia non è in grado di arginare la violenza nelle città miste israeliane

AfifAbuMuch

17 maggio 2021 – Al-Monitor

Lo Shin Bet è stato chiamato ad affiancare la polizia israeliana nel compito di contrastare le rivolte nelle città arabe e miste ebraico-arabe.

L’Alto Comitato di Follow-up per i cittadini arabi di Israele [organizzazione extraparlamentare che rappresenta i cittadini arabo-israeliani, ndtr.] ha proclamato per domani uno sciopero generale nelle città e nelle comunità arabe in seguito all’aggressione nella moschea di Al-Aqsa e alle violenze dei coloni nelle città miste. I membri del Comitato si sono incontrati ieri con gli abitanti di Giaffa e Lod per ascoltare i loro pareri e preoccupazioni.

L’incontro si è tenuto mentre per la seconda settimana di seguito nelle città miste ebraico-arabe le tensioni continuavano a crescere. La scorsa settimana scontri e tensioni a Gerusalemme est durante il Ramadan, immagini angoscianti dalla moschea di Al-Aqsa che mostrano la polizia israeliana mentre irrompe nella moschea, proteste violente in tutta Gerusalemme e la battaglia in corso nel quartiere di Sheikh Jarrah hanno creato una situazione esplosiva caratterizzata dal lancio di razzi verso Gerusalemme da parte di Hamas. E mentre Israele scatenava sulla Striscia di Gaza una valanga di bombardamenti aerei contro Hamas, in città miste come Lod, Giaffa e Ramie esplodevano scontri interni tra gli abitanti arabi e i loro vicini ebrei.

Durante il Ramadan ci sono stati anche diversi violenti scontri nelle città arabe e proteste per i fatti di Gerusalemme. Tali incidenti, tra cui lanci di pietre, disordini, l’incendio di una sinagoga, aggressioni a cittadini ebrei da parte di arabi e a cittadini arabi da parte di ebrei e distruzioni di proprietà private e pubbliche, hanno provocato molti feriti. A Lod un uomo è stato ucciso. Mousa Hassouna, 32 anni, è stato colpito a morte da un ebreo che è stato arrestato.

Il caos ha indotto il presidente Reuven Rivlin a chiedere alla leadership araba di far sentire la propria voce contro la violenza montante. Egli ha definito il suo silenzio “vergognoso, tale da offrire supporto al terrorismo e alle rivolte e incoraggiare la frattura della società in cui viviamo e in cui continueremo a vivere una volta che tutto questo sarà passato”. Ha anche invitato il governo israeliano a “perseguire i rivoltosi con mano ferma e ripristinare la sicurezza e l’ordine durante la battaglia senza compromessi contro il terrorismo proveniente da Gaza”. Il presidente ha poi tenuto un incontro con tutti i sindaci delle città arabe ed ebraiche del Negev per chiedere loro di calmare la loro gente e porre fine alla violenza.

A testimonianza della portata delle violenze lo Shin Bet [l’intelligence interna israeliana, ndtr.] ha fatto l’insolito annuncio che, alla luce dell’escalation, l’agenzia agirà a fianco della polizia israeliana all’interno delle città per fermare la violenza tra arabi ed ebrei. Con la presenza dello Shin Bet, la situazione è sembrata modificarsi, e c’è stata una drastica diminuzione degli scontri e dei disordini causati da ebrei o arabi.

Fermare gli scontri è un compito troppo arduo per la polizia, proprio come la lotta alla violenza e alla criminalità nella comunità araba, la quale perde più di 100 vite all’anno in seguito ad omicidi? È Lo Shin Bet la risposta a entrambe le sfide?

Uno degli aspetti positivi è che la leadership israeliana sembra aver finalmente capito che il gran numero di armi circolanti nella comunità araba potrebbe un giorno essere rivolto contro gli ebrei. Coloro che in passato hanno chiesto la confisca di armi illegali sono scoraggiati e affermano che il governo e le forze dell’ordine non si preoccupano della questione fintanto che gli arabi continuano a sparare agli arabi.

Ieri il leader del partito arabo Raam ,[ di tendenza islamista, ndtr.] Mansour Abbas ha visitato Lod, invitando entrambe le parti a riportare la calma. Durante la visita Abbas ha incontrato per la prima volta la famiglia di Hassouna e ha poi visitato il sito della sinagoga che è stata data alle fiamme dai rivoltosi.

Il Paese sta ora affrontando anche la crisi politica in atto, aggravata dalle tensioni interne e dall’operazione militare a Gaza. Il presidente di Yamina [alleanza di partiti politici israeliani di destra ed estrema destra nata in occasione delle elezioni del settembre 2019, ndtr.] Naftali Bennett ha annunciato di aver interrotto i negoziati riguardanti il cosiddetto Change Bloc per la formazione di un governo a rotazione con il leader di Yesh Atid [partito politico israeliano centrista e laico, ndtr.] Yair Lapid, che attualmente detiene il mandato di formare un governo. Bennett è tornato a negoziare con il Likud e il primo ministro Benjamin Netanyahu, affermando che la sicurezza deve avere priorità sulle questioni civili. Sembra che Bennett abbia detto: “A causa della situazione di emergenza nelle città miste, non è un ‘governo di cambiamento’ così come era stato pianificato a potersene occupare. Abbiamo bisogno della forza, per mettere in campo i militari e fare arresti. Queste cose non possono essere fatte se dipendiamo da Mansour Abbas [che avrebbe dovuto appoggiare il governo di Lapid, ndtr.]”.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Studio Fotografico Kegham: l’archivio perduto di Gaza

Un inviato dall’Egitto

17 aprile 2021 Al-Monitor

Il nipote di Kegham Djeghalian, superstite del genocidio armeno del 1915 e fondatore del primo studio fotografico di Gaza, ha recentemente organizzato una mostra con i negativi trovati tre anni fa.

Nel 2018 l’artista e studioso Kegham Djeghalian trovò tre piccole scatole rosse lasciate dal padre in un armadio del suo appartamento al Cairo. Ciascuna scatola conteneva una raccolta, apparentemente senza un filo logico comune, di negativi diversi, dagli anni Quaranta fino ai Settanta. Le foto erano state scattate da suo nonno – che si chiamava anche lui Kegham Djeghalian. Dai racconti sentiti da quando era ragazzo sapeva che era stato il più importante fotografo della Striscia di Gaza, ma non aveva mai visto le sue fotografie. Djeghalian decise di portarsi i 1.100 negativi a Parigi, dove vive, e incominciò a scansionarli e stamparli.

Lo scorso marzo Djeghalian ha curato una mostra dedicata al lascito del nonno, il primo fotografo professionista di Gaza. Il suo obiettivo era esplorare la storia visiva della Striscia di Gaza. La mostra si è svolta nell’ambito della Settimana Fotografica del Cairo, una kermesse fotografica tenutasi nel centro del Cairo.

“Questo progetto mi ha ossessionato per quasi dodici anni. Ho fatto due passi avanti e poi ne ho fatti dieci indietro,” ha raccontato Djeghalian ad Al-Monitor. “L’interesse che mi ha mosso è stato studiare Kegham senza impegnarmi in [un vero e proprio] lavoro di archivio – perché non c’è un archivio, c’è un retaggio,” ha detto.

Giovane sopravvissuto al genocidio armeno del 1915, Kegham crebbe in diverse città del Medio Oriente e quando divenne maggiorenne si trasferì in Palestina. Lì fece diversi lavori prima di sposarsi a Giaffa e di decidere di stabilirsi con la moglie a Gaza, dove fondò il suo primo studio fotografico – Foto Kegham – nel 1944. Come sottolinea Djeghalian durante la mostra, lo studio si trasformò in un’istituzione fondamentale nella società di Gaza, dove Kegham finì con l’essere comunemente riconosciuto come il padre della fotografia. Kegham morì nel 1981, dopo avere segnato la storia fotografica di Gaza per quasi quarant’anni.

“L’importanza di mio nonno – oltre ad essere stato il primo fotografo di Gaza e colui che più l’ha documentata – [è che] godeva della fiducia delle persone di Gaza. … Lo facevano entrare nelle loro case, [partecipare] ai loro matrimoni e funerali. Era diventato l’emblema del fotografo di una città,” afferma Djeghalian. “Gaza è molto chiusa. Non ci sono molti stranieri. Non è come Gerusalemme, crocevia di ogni tipo di viaggiatori e abitanti. E così, che un armeno arrivi e venga accettato così profondamente e sinceramente … vuol davvero dire molto.”“E l’aspetto interessante riguardante il periodo temporale è che lui stava lì prima del 1948. Israele non esisteva. Parliamo di Gaza sotto il mandato britannico. [Ha visto] la Gaza del 1948, la Nakba [la catastrofe, il termine con cui i palestinesi indicano la pulizia etnica ad opera dei sionisti, ndtr.] e la guerra. Poi c’è stata la fondazione di Israele. e Gaza è passata sotto il controllo egiziano. Nel 1956 Gaza venne invasa per sei mesi da Israele. Di questo c’è ampia documentazione. Poi l’Egitto. E infine nel 1967 Gaza venne occupata,” dice. “Questi sono i punti più critici nella storia moderna di Gaza, e lui li ha vissuti tutti.”

I millecento negativi che Djeghalian trovò in quelle scatole al Cairo sono soprattutto di foto degli anni ’50 e ’60, qualcuna degli anni ’40, pochissime degli anni ’70. Dapprima si accostò alle foto con una procedura da lavoro archivistico formale, prendendo i negativi per scansionarli, catalogarli, datarli, esaminando e raggruppando il materiale. Ma ben presto abbandonò l’idea di diventare il curatore di un piccolo archivio familiare.

Da quel momento, spiega Djeghalian, scelse di impegnarsi in una contrapposizione dura con le foto, in una lettura “dirompente” che ritiene generatrice di un’ambiguità che preserva l’affettivo e il nostalgico e al contempo prende atto della narrazione e del contesto disgregati in cui erano immersi Kegham e le sue foto. Decise inoltre di non restaurare i negativi al fine di mantenere un degrado che ritiene sia “bello e poetico.”

“In quanto sopravvissuto al genocidio armeno, [Kegham passò dalla] perdita di una continuità armena alla perdita della Palestina. La perdita di Gaza. La perdita dell’archivio. E la perdita dei materiali fotografici, perché i negativi si stanno deteriorando,” dice Djeghalian. “L’ambiguità conferisce qualche senso di rivelazione al [suo] lavoro e potrebbe rischiare di essere destabilizzante, e questo sentimento è costruttivo. In certo qual modo è costruttivo, e tuttavia destabilizzante,” aggiunge.

Djeghalian dice che si è rivelato impossibile ottenere accesso all’archivio di Gaza. Spiega che alla morte di Kegham la sua famiglia offrì lo studio all’apprendista Maurice, che ne preservò l’eredità finché non scomparve anche lui. Il fratello di Maurice, che non aveva alcun interesse per la fotografia, rilevò lo studio, di cui non si occupò mai, e l’archivio, che ha completamente monopolizzato e trascurato da allora, secondo Djeghalian.

Nella mostra del Cairo le opere di Kegham erano suddivise in quattro aree tematiche. Le prime due si incentravano sulla pratica professionale e l’impegno socio-politico, mostrando prima l’attività dello studio e mappandone poi le attività di documentazione fotografica di Gaza, inclusi paesaggi, matrimoni, feste, governanti egiziani, scuole e campi profughi. La terza era dedicata all’album familiare, che secondo Djeghalian può servire anche come una specie di lettura socio-geografica della Gaza del tempo. L’ultima mostrava alcune delle foto più significative di Kegham mediante una zumata fra Djeghalian al Cairo e l’attuale proprietario di buona parte dell’archivio di Kegham, a Gaza.

Come ha detto ad Al-Monitor Alia Rady, assistente curatrice della mostra, “La Striscia di Gaza non è stata documentata al pari di altre zone della Palestina. Per un certo periodo Kegham è stato il primo e l’unico fotografo di Gaza ed il suo archivio è in assoluto il più grande che abbiamo a tutt’oggi. Credo che questo archivio sia [il] racconto di un luogo che non esiste più E’ la documentazione di luoghi e persone che non esistono quasi più, ed è l’illustrazione visiva delle storie che abbiamo sentito sulla Gaza che non abbiamo mai visto.”

Rady prosegue: “L’archivio Kegham abbracciava ogni aspetto di Gaza: fotoritratti in interno, vita quotidiana, escursioni, gite al mare, picnic, paesaggi, politici, militari, campi profughi. Qualsiasi cosa accadesse a Gaza, Kegham la catturava con il suo obiettivo.”

Come riassume Djeghalian, “Questa è la storia visiva di un [luogo] che viene scarsamente documentato, e pertanto è problematico. È la storia di un Paese contestato, storia molto dirompente, problematica e contestata. In Egitto la percezione di Gaza si è costruita attraverso i dati, gli elementi visivi, le storie che ci arrivano. [Gaza] è diventata un punto nero nel Medio Oriente e nei Territori Palestinesi. L’aspetto impressionante della mostra è stato vedere che quasi tutti i visitatori sono rimasti turbati da questo impatto con la storia di un [luogo] che viene costruita in modo così negativo, perlomeno nella loro immaginazione.”

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)




I rapporti fra Israele e Giordania sul punto di rottura per gli ostacoli frapposti alla visita reale alla moschea di Al-Aqsa

Osama al Sharif

16 marzo 2021 Al-Monitor

Re Abdullah II ne ha abbastanza delle provocazioni di Benyamin Netanyahu sul suo ruolo di custode della moschea di Al-Aqsa e dopo che Israele ha reso difficile la visita di suo figlio a Gerusalemme si è vendicato affossando il presunto viaggio storico del premier israeliano negli Emirati Arabi Uniti. Mentre Netanyahu combatte per la propria sopravvivenza politica alle elezioni della settimana prossima, i legami tra Giordania e Israele sono ora di nuovo al minimo.

Dopo quasi un decennio il tormentato rapporto tra il re di Giordania Abdullah II e il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu è finalmente esploso la scorsa settimana quando Amman ha affossato quella che doveva essere la visita storica del premier israeliano negli Emirati Arabi Uniti.

Il 10 marzo, il principe ereditario di Giordania Hussein ha dovuto annullare all’ultimo minuto il previsto viaggio ad Al-Haram Al-Sharif (quello che Israele chiama il Monte del Tempio) di Gerusalemme Est perché Israele, secondo la Giordania, ha violato i protocolli della visita. Israele ha affermato che la cancellazione del viaggio era dovuta a controversie sugli accordi di sicurezza per proteggere il principe giordano, ma la Giordania ha negato.

L’11 marzo il ministro degli Esteri giordano Ayman Al-Safadi ha detto ai media che Israele “ha cercato di porre ostacoli per impedire l’ingresso dei gerosolimitani alla moschea”, aggiungendo: “Abbiamo concordato con Israele le modalità della visita e siamo rimasti sorpresi che all’ultimo momento Israele abbia voluto imporre nuovi accordi e cambiare l’itinerario.”

Il principe voleva visitare la moschea di Al-Aqsa per celebrare una festività sacra musulmana. Doveva anche visitare le chiese cristiane nella Città Santa. Anche per la Giordania questa sarebbe stata una visita storica: la prima di un reale giordano da quando Giordania e Israele hanno firmato un trattato di pace nel 1994. Al-Monitor ha appreso che Abdullah, che a quanto pare ne ha avuto abbastanza dei tentativi di Netanyahu di sfidare il ruolo del re di custode dei luoghi santi musulmani ad Al-Haram Al-Sharif e di provocare i giordani, era così arrabbiato che ha ordinato al governo di non concedere a Netanyahu il permesso di venire ad Amman e salire a bordo del jet privato degli Emirati Arabi Uniti che gli era stato inviato per portarlo l’11 marzo ad Abu Dhabi. Quando finalmente ore dopo l’approvazione è arrivata, il piano di Netanyahu di una breve visita ad Abu Dhabi, dove avrebbe dovuto incontrare il principe ereditario Mohammad Bin Zayed, era fallito.

Più tardi nello stesso giorno Safadi ha detto alla CNN che ad Amman erano indignati: come poteva Netanyahu – che aveva compromesso una visita religiosa e pacifica del principe ereditario alla moschea di Al-Aqsa – aspettarsi di venire in Giordania e andarsene tranquillamente via?

La calibrata risposta dei giordani ha colpito Netanyahu dove fa più male: la sua candidatura per la rielezione la prossima settimana. “Se Netanyahu pensava di poter fare un giro trionfale volando negli Emirati Arabi Uniti a celebrare lo scambio di relazioni diplomatiche tra i due paesi a scapito di Amman, ebbene ha avuto qualcos’altro”, ha detto ad Al-Monitor una fonte ben informata vicina al governo, che ha chiesto di mantenere l’anonimato.

Al centro della questione c’è il problema della custodia da parte degli hashemiti dei luoghi santi musulmani di Gerusalemme Est. A dieci giorni dalla quarta elezione in due anni in Israele, Netanyahu voleva rendere quella custodia un tema elettorale per corteggiare gli elettori ebrei di estrema destra. Non sarebbe la prima volta che ha cercato di contestare il ruolo speciale della Giordania e di sfidare il re.

Per la Giordania, non esiste un caso legale o politico che Israele possa sollevare. Quel ruolo speciale è sancito nel trattato di pace del 1994 ed è stato confermato quando l’allora Segretario di Stato americano John Kerry mediò tra i due paesi nel 2014. Quell’intesa “ha ribadito l’impegno allo status quo per il complesso di Al Haram Al Sharif / Monte del Tempio”, riconoscendo nuovamente la custodia del complesso da parte della Giordania.

Ma subito dopo, Netanyahu aveva rinnegato di nuovo le sue promesse consentendo a funzionari israeliani e a gruppi ebraici estremisti di entrare nel complesso a recitarvi le preghiere. Le incursioni occasionali sono diventate regolari dal 2014 nonostante le continue proteste diplomatiche giordane. Alcuni di questi gruppi, che sostengono apertamente Netanyahu, dichiarano altrettanto apertamente di voler distruggere la Moschea di Al-Aqsa e costruire un tempio ebraico sulle sue rovine.

La custodia della Giordania non è stata smentita o contestata da altri. È stata sostenuta dalla Lega Araba, riconosciuta dall’Autorità Nazionale Palestinese e dalla comunità musulmana internazionale.

Ma il rifiuto della Giordania di accettare la decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme e di riconoscere una Gerusalemme unita sotto la sovranità israeliana ha irritato Netanyahu e gli alti funzionari della Casa Bianca. Inoltre, quando Netanyahu minacciò di procedere con l’annessione unilaterale di gran parte della Cisgiordania, il re fece sapere che una tale mossa avrebbe avuto un effetto disastroso sul trattato di pace.

Non è un segreto che Abdullah abbia sempre diffidato di Netanyahu. Diverse fonti confermano che il re ha rifiutato molte proposte di incontro da parte di Netanyahu e che si è rifiutato di rispondere alle sue chiamate da quando il premier israeliano è venuto meno alla promessa di processare un diplomatico israeliano che aveva ucciso due giordani nell’ambasciata israeliana ad Amman nel 2017.

Lo scorso febbraio Abdullah ha fatto arrabbiare Netanyahu incontrando segretamente il ministro della Difesa Benny Gantz.

Gantz, rivale di Netanyahu, si è scagliato contro il suo primo ministro l’11 marzo quando ha affermato che la condotta di Netanyahu negli ultimi anni ha gravemente danneggiato le relazioni di Israele con la Giordania. Ha twittato: “La Giordania è un partner strategico di Israele. I nostri rapporti diplomatici e di difesa sono una pietra miliare nelle nostre prospettive di sicurezza nazionale.” Diversi funzionari della sicurezza israeliana hanno avvertito dei pericoli nel danneggiare i rapporti Israele-Giordania.

Con il destino politico di Netanyahu in bilico, è difficile dire dove stiano andando le relazioni con la Giordania. La fonte anonima ha confermato che la Casa Bianca di Joe Biden era a conoscenza della visita reale a Gerusalemme. Ha aggiunto che la questione del ruolo speciale della Giordania su Al-Haram Al-Sharif si presenterà di nuovo quando il re visiterà Washington nelle prossime settimane.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un tuffo nel passato visitando questo quartiere storico di Nablus

Taghreed Ali

20 febbraio 2021 – Al-Monitor

Una passeggiata per al-Yasmineh (il Gelsomino), quartiere della città vecchia di Nablus, ci porta attraverso le diverse civiltà che si sono susseguite in Palestina attraverso i secoli.

Il profumo di gelsomino accende i sensi, i vicoletti e gli edifici antichi nel quartiere al-Yasmineh, nel sudovest della città vecchia di Nablus, in Cisgiordania. La zona prende il nome dalla dolce fragranza del fiore di gelsomino qui diffuso ovunque ed è conosciuta localmente come la Piccola Damasco, a sottolineare le somiglianze con lo stile levantino e la sua architettura, prevalentemente di età mamalucca e ottomana.

Nascosta in uno degli angoli del quartiere, c’è la famosa erboristeria Breek, risalente a più di 400 anni fa. Da Breek si vendono prodotti a base di erbe, semi, spezie e autentico caffè arabo. In questo angolo di al-Yasmineh, così caro a visitatori e turisti, c’è anche un negozio di antiquariato che mette in mostra centinaia di pezzi da collezionista, come vecchie macchine da stampa e telefoni, tessuti ricamati e una varietà di collane, braccialetti e anelli palestinesi tradizionali.

Saleh Awad, direttore del Dipartimento delle Licenze e Ispezioni presso il ministero del Turismo e delle Antichità a Nablus, dice ad Al-Monitor: “Il quartiere di Al-Yasmineh è caratterizzato dalla diversità delle culture che si sono avvicendate, a partire dai romani agli imperi bizantini, dalle Crociate ai periodi mamalucco e ottomano presenti dalla metà del 17° al 18° secolo. Infatti dominano gli stili architettonici mamalucco e ottomano.”

Nella città vecchia di Nablus ci sono sette quartieri: al-Hableh, al-Yasmineh, al-Qaryoun, al-Gharb, al-Qaisariyya e al-Faqos. Essi ospitano vari monumenti archeologici e storici. Il settimo quartiere è al-Aqabeh dove si trova il più grande anfiteatro romano nei territori palestinesi. Ha un diametro di 100 metri e risale alla seconda metà del secondo secolo d.C.,” dice Awad.

Poi aggiunge: “Ci sono anche alcuni ahwash (cortili interni) e bagni pubblici, come l’Hammam al-Qadi e l’Hammam al-Hana, risalenti a più di 2000 anni fa. Quest’ultimo fu costruito nel cuore di al-Yasmineh dai samaritani. I bagni pubblici conservano il loro carattere antico e sono una delle mete più importanti per molti turisti locali, per gli arabi di Israele così come per i visitatori internazionali.”

Più di 30.000 persone vivono nella città vecchia di Nablus e occupano tutti i sette quartieri. È considerata un museo archeologico e storico a cielo aperto che ospita più di 550 monumenti e siti antichi che riflettono le culture che si sono avvicendate,” dice.

Awad spiega: “Il ministero del turismo e antichità, in cooperazione con il comune di Nablus e altre istituzioni come l’Associazione Taawon, stanno collaborando per preservare e rivitalizzarne la città vecchia, per riattarla e restaurarla, per promuovere il turismo. [I lavori ] includono la trasformazione di alcune vecchie fabbriche di sapone in ristoranti e un progetto del 2012 per restaurare numerose antiche case a Hosh al-Atout [parte del quartiere al-Yasmineh, ndtr.], in cooperazione con Taawon e con il sostegno del Fondo Arabo per lo sviluppo economico e sociale, con un costo totale di 1 milione e centomila dollari [poco meno di 1 milione di euro, ndtr.].”

Awad afferma che nel 2003 la municipalità di Nablus, in cooperazione con l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, ha restaurato Khan al-Wakaleh, costruito nel 1630, luogo di sosta di pellegrini e carovane di viaggiatori. È stato trasformato in un hotel per visitatori e turisti.

Vari archeologi e Abdullah Kalbouneh, l’ex direttore del dipartimento per il restauro del ministero del Turismo e Antichità, dicono ad Al-Monitor: “Al-Yasmineh, nota come ‘Piccola Damasco’, fu fondata dai romani nel 72 d.C. È un quartiere che si estende su 1.000 metri ed è stato abitato da samaritani, musulmani e cristiani. Poi, negli anni ’60, i samaritani si sono trasferiti a Jabal et-Tur (Monte Gerizim).”

La moschea Satoun è il monumento più eminente della zona e una delle più antiche di Nablus. Fu costruita durante il regno di Umar ibn al-Khattab. (Sono importanti anche) la moschea al-Khadra, l’hammam turco al-Samra, altri palazzi come quello di Abd al-Hadi, e i palazzi delle famiglie al-Kilani e al-Shalbak,” aggiunge Kalbouneh.

Inoltre c’è Hosh al-Atout, che consiste di 26 case, noto per i suoi lunghi vicoli. È stato testimone della lotta dei palestinesi durante il governo dell’ex presidente Yasser Arafat che usava tenere qua i suoi incontri segreti negli anni ’60,” dice.

Alcune case e parti della moschea al-Khadra ad al-Yasmineh furono distrutte nel 2002 durante il bombardamento israeliano, nel corso dell’invasione israeliana della Cisgiordania [operazione “Scudo protettivo” durante la Seconda Intifada, ndtr.]. Alcuni degli abitanti della zona si sono trasferiti in altre parti del governatorato di Nablus, ma dopo il suo restauro e ristrutturazione il quartiere ha visto un vero boom. Anche se è un posto dove varrebbe la pena di vivere e risiedere, essi hanno deciso di lasciarlo per andare in appartamenti più spaziosi con un’architettura moderna, specialmente quando le famiglie sono diventate più numerose,” continua.

Ahmad Chkeir, 67 anni, un abitante di al-Yasmineh, crede che “la famiglia e le relazioni sociali siano ciò che rende speciale il quartiere. Qui c’è un diwan (una sala per ricevimenti) dove si tengono tutti gli eventi e occasioni festive delle famiglie, il che dimostra i rapporti amichevoli fra gli abitanti e l’amore che condividono.

Alcune consuetudini si sono conservate: per esempio, gli abitanti celebrano il Mawlid (il compleanno del profeta Maometto) e altre festività islamiche decorando le strade e vicoletti con luminarie e organizzando festival gastronomici. Gli abitanti celebrano anche Shaabouniyeh quando, durante il mese musulmano di Shaban che precede il mese sacro del Ramadan, la famiglia del sindaco invita tutti gli uomini, donne e bambini della tribù a un banchetto. Questi eventi si tengono solo nei quartieri della città vecchia di Nablus,” afferma.

Racconta che “dopo la distruzione di decine di case del quartiere in seguito al terremoto del 1927, molte famiglie sono state costrette ad abbandonare la città vecchia per andare in altre zone più inurbate del governatorato di Nablus, aree in cui è più facile spostarsi e che sono vicine ai centri e a tutte le istituzioni vitali.” 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)