Isolamento non separazione: l’economia di guerra di Israele Super-Sparta. Seconda Parte

Ahmed Alqarout

11 marzo 2026 – Al Shabaka

Prima parte

Riallineamento geopolitico: una strategia di mitigazione delle sanzioni

In particolare, questi vincoli in materia di governance, lavoro e catena di approvvigionamento contribuiscono a spiegare perché la ricerca dell’autonomia strategica da parte di Israele abbia assunto una forma ibrida. Poiché la piena indipendenza industriale rimane irraggiungibile, il regime israeliano ha perseguito una strategia parallela: approfondire l’integrazione con le reti di difesa transnazionali e i partner autoritari per mitigare le vulnerabilità e rendere più difficile l’applicazione degli embarghi. Questo riallineamento geopolitico costituisce il secondo pilastro, più discreto, della dottrina Super-Sparta: la protezione attraverso il coinvolgimento piuttosto che l’isolamento.

La pressione delle sanzioni è aumentata con l’intensificarsi della mobilitazione globale in risposta al genocidio di Gaza. Ad esempio, Spagna, Turchia, Germania e Italia hanno introdotto diverse forme di restrizioni commerciali e sulle armi, segnalando un crescente rischio reputazionale e normativo per Israele. Tuttavia, l’applicazione delle sanzioni rimane disomogenea e frammentata, indebolita da scappatoie, esenzioni e inversioni di rotta. Sfruttando queste lacune nell’applicazione delle sanzioni, il regime israeliano ha perseguito l’immunità dalle sanzioni piuttosto che l’isolamento, pur continuando a sostenere l’autosufficienza.

Come documentato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese nel suo rapporto del 2025, lo Stato israeliano è passato da un’“economia di occupazione” a un’“economia di genocidio”, sostenuta da fitte reti di attori aziendali globali e nazionali. Il rapporto identifica oltre 45 aziende come centrali in questa economia politica, tra cui produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese di costruzione, industrie estrattive, istituzioni finanziarie e università. Questa infrastruttura imprenditoriale integra l’economia di guerra israeliana nei circuiti transnazionali di finanza, produzione e sviluppo tecnologico, diffondendo vulnerabilità e rischi nelle reti globali anziché concentrarli in un unico canale sanzionabile.

Anche il settore della difesa israeliano rimane profondamente radicato nelle reti di produzione globali. Aziende importanti come Elbit Systems e Israel Aerospace Industries dipendono fortemente dalle esportazioni, dalle joint venture e dallo sviluppo congiunto con partner stranieri. L’espansione degli ecosistemi di produzione congiunta – che spaziano dalla difesa missilistica ai sistemi informatici e all’intelligenza artificiale – approfondisce l’integrazione delle aziende israeliane nei mercati transnazionali della difesa, complicando la fattibilità e l’applicazione dei regimi di embargo. Accordi di coproduzione, come la linea di intercettori RTX-Rafael Tamir in Arkansas, evidenziano come Israele gestisca la dipendenza dalla produzione all’estero attraverso l’integrazione strategica.

Meccanismi più diretti di elusione delle sanzioni completano la diffusione strutturale della produzione e dell’ecosistema tecnologico israeliano nel settore della difesa attraverso le reti globali. Ciò include il modo in cui gli appalti per la difesa israeliani si sono affidati a intermediari terzi e reti di rivenditori globali per reperire componenti soggetti a restrizioni, spesso a prezzi maggiorati. Tali pratiche evidenziano che la protezione non si basa solo sulla sostituzione, ma anche su sforzi attivi per minare l’applicazione degli embarghi. In quest’ottica, Israele ha perseguito una strategia di riallineamento geopolitico, rafforzando i legami con un blocco di regimi di destra, etno-nazionalisti e autoritari meno sensibili alle pressioni basate sui diritti umani e al rispetto del diritto internazionale.

Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa integra Israele in reti infrastrutturali, logistiche e tecnologiche a lungo termine, progettate per approfondire i legami economici e geopolitici. L’India è emersa come partner fondamentale e principale cliente di Israele per quanto riguarda le armi, un rapporto ulteriormente consolidato da un trattato bilaterale sugli investimenti firmato nel settembre 2025. Anche l’Ungheria è diventata un importante collaboratore industriale europeo, mentre l’Azerbaigian fornisce energia e importa armi israeliane. Le esportazioni di armi verso gli Stati firmatari degli Accordi di Abramo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco) sono aumentate vertiginosamente, passando dal 3% delle esportazioni di armi israeliane nel 2023 al 12% nel 2024, rafforzando questo riallineamento regionale.

Il regime israeliano ha inoltre esternalizzato le infrastrutture logistiche nell’ambito di una strategia di copertura marittima volta a mitigare i rischi di un’escalation delle sanzioni, di intercettazione delle navi e di interruzione delle forniture in tempo di guerra. Per ridurre la dipendenza dai porti nazionali vulnerabili a blocchi, scioperi o attacchi missilistici, Israele ha spostato all’estero le operazioni logistiche critiche. Ciò include l’offerta di Israel Shipyards Ltd. per assicurarsi una quota di controllo nel porto greco di Lavrion, creando un hub di trasbordo e immagazzinaggio nel Mediterraneo in grado di sostituire Haifa e Ashdod, entrambi colpiti da ripetute interruzioni operative durante la guerra.

Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele nel dicembre 2025 riflette analogamente una logica di posizionamento marittimo. Situato vicino al punto di strozzatura di Bab al-Mandeb al largo delle coste dello Yemen, il Somaliland offre un potenziale punto d’appoggio per il monitoraggio, il coordinamento logistico e la protezione delle rotte marittime in un contesto di interruzioni legate agli Houthi nel Mar Rosso. Queste iniziative riflettono una strategia ibrida di isolamento piuttosto che di totale autarchia o di completa autonomia combinando la produzione interna nei settori chiave della difesa con la distribuzione geografica delle operazioni logistiche in diverse giurisdizioni esterne. Questo approccio crea un isolamento stratificato: riduce l’esposizione diretta alle sanzioni, disperdendo al contempo la vulnerabilità su più giurisdizioni e corridoi di approvvigionamento.

La protezione di Israele è ulteriormente rafforzata dalla profonda integrazione dell’industria della difesa con i mercati europei. L’UE rimane il principale partner commerciale di Israele, anche attraverso la cooperazione nella ricerca, lo scambio di tecnologie e i programmi congiunti per lo sviluppo di armamenti. Prima della guerra in corso, le aziende israeliane del settore della difesa avevano instaurato collaborazioni profonde e in rapida crescita con i mercati europei. Joint venture come il programma missilistico EuroSpike, che collega Rafael Advanced Defense Systems con i produttori tedeschi del settore della difesa, illustrano l’entità dell’interconnessione nella collaborazione industriale. Allo stesso modo, le partnership tra il gruppo francese Safran (attraverso la sua controllata Sagem Defence) ed Elbit Systems per la produzione di droni militari, così come l’acquisizione da parte di Israel Aerospace Industries della greca Intracom Defense, forniscono alle aziende israeliane un accesso diretto alle risorse e ai canali di approvvigionamento del Fondo europeo per la difesa. Questi radicati rapporti industriali generano resistenza istituzionale all’applicazione dell’embargo, poiché produttori, investitori e governi europei sono materialmente coinvolti nelle catene di approvvigionamento della difesa israeliana.

A complemento di queste strategie di copertura geopolitica, i contesti legislativi e normativi statunitensi forniscono a Israele un’ulteriore protezione contro l’applicazione del BDS. La revoca del National Security Memorandum-20 da parte del presidente statunitense Donald Trump nel febbraio 2025 ha indebolito la clausola di condizionalità umanitaria che regola i trasferimenti di armi statunitensi, eliminando i requisiti di rendicontazione e garanzia legati al rispetto del diritto internazionale umanitario. Nel frattempo, la legislazione anti-boicottaggio statunitense e le restrizioni sugli appalti a livello statale continuano a penalizzare la partecipazione delle aziende a campagne di boicottaggio o sanzioni, limitando l’ottemperanza del settore privato alle campagne di pressione internazionale.

Inoltre, le attuali discussioni sulla potenziale eliminazione graduale del finanziamento militare all’estero (FMF) statunitense dovrebbero essere intese meno come un passo verso l’indipendenza strategica di Israele e più come una ristrutturazione dei meccanismi di assistenza. I dibattiti politici e le proposte dei think tank legati ai negoziati sul prossimo memorandum d’intesa sulla sicurezza tra Stati Uniti e Israele hanno preso in considerazione la possibilità di destinare parte dell’attuale pacchetto di aiuti annuali da 3,8 miliardi di dollari a programmi ampliati di sviluppo congiunto e collaborazione produttiva finanziati tramite stanziamenti del Dipartimento della Difesa statunitense anziché con i tradizionali contributi del Fondo per la Difesa e il Commercio (FMF). Questo cambiamento consentirebbe a Israele di mantenere – o potenzialmente aumentare – i suoi flussi annuali di armi, riducendo al contempo i meccanismi di controllo storicamente associati agli aiuti militari diretti statunitensi, istituzionalizzando così una collaborazione in materia di difesa meno condizionata e più profondamente radicata. 

Sfidare l’isolamento

La dottrina Super-Sparta di Israele opera attraverso due strategie complementari: la sostituzione interna nella produzione critica per la difesa e l’integrazione strategica nelle reti transnazionali. Come è stato illustrato, gli oneri fiscali, la carenza di manodopera e la dipendenza dalle catene di approvvigionamento limitano la portata della prima strategia, mentre i legami di collaborazione produttiva e il riallineamento geopolitico favoriscono la seconda. Questa duplice configurazione consente all’economia di guerra israeliana di assorbire la pressione delle sanzioni attraverso la diversificazione piuttosto che l’isolamento, spostando le dipendenze, riorientando gli approvvigionamenti e sfruttando l’integrazione con gli Stati partner per sostenere le operazioni militari in un contesto di vincoli diplomatici.

Per contrastare questa strategia la pressione deve concentrarsi sui nodi di dipendenza che si dimostrano più resistenti alla sostituzione, adattandosi al contempo agli sforzi paralleli di Israele per riorientarli e disperderli. La sequenza è fondamentale: un’economia di guerra resiliente alle sanzioni non può essere consolidata dall’oggi al domani. Nel breve termine la priorità è colpire la dipendenza verso l’estero che non può essere rapidamente sostituita. Nel medio termine, l’attenzione dovrebbe spostarsi sugli input industriali, sui sistemi tecnologici e sull’infrastruttura finanziaria che sostengono e rendono operative le atrocità del regime israeliano. Nel lungo termine il compito strategico è impedire che i processi di isolamento si consolidino in una normalizzazione, costruendo coalizioni di controllo durature e istituzionalizzando regimi di responsabilità legale.

Raccomandazioni

Ricalibrare le strategie di responsabilità verso punti materiali su cui fare leva, piuttosto che sull’isolamento simbolico, sarà fondamentale per contrastare l’infrastruttura che sostiene l’economia di guerra israeliana. Le seguenti raccomandazioni sono rivolte a gruppi di attori distinti ma complementari.

Società civile e movimenti di base

Poiché la produzione bellica interna di Israele rimane dipendente da infrastrutture logistiche e di servizi transnazionali, la pressione della società civile è più efficace laddove le catene di approvvigionamento dipendono da attori e infrastrutture esterni.

Gli attori di base dovrebbero sostenere le campagne di boicottaggio dei consumatori, prendendo di mira la logistica militare e le reti di produzione a duplice uso [civile e militare, ndt.]. Le catene di approvvigionamento marittime rimangono un punto critico di pressione. Le recenti interruzioni, tra cui i blocchi del Mar Rosso guidati dallo Yemen e le azioni dei lavoratori portuali europei, come il blocco da parte della CGT francese dei componenti per munizioni a Marsiglia-Fos e l’interruzione delle spedizioni di acciaio di grado militare a Genova da parte dei lavoratori portuali italiani, dimostrano che, nonostante le rivendicazioni di autonomia strategica, le organizzazioni sindacali possono imporre costi diretti sui materiali. L’espansione delle alleanze dei lavoratori portuali in porti come Genova, Pireo, Marsiglia e Ravenna può trasformare le interruzioni episodiche in interruzioni transnazionali prolungate.

Le campagne dovrebbero inoltre mirare alle infrastrutture logistiche e di certificazione alla base del commercio marittimo, tra cui assicuratori, società di classificazione, spedizionieri e fornitori di servizi portuali, per aumentare l’esposizione al rischio commerciale del carico militare diretto in Israele.

L’organizzazione del settore tecnologico rappresenta un secondo vettore di leva. L’ecosistema israeliano dell’innovazione nella difesa rimane profondamente radicato nelle infrastrutture cloud globali, nei servizi di intelligenza artificiale e nelle piattaforme di elaborazione dati. Campagne come “No Tech for Apartheid” dimostrano come l’organizzazione dei lavoratori, le difficoltà negli appalti e la pressione degli azionisti possano interrompere queste dipendenze dai servizi. La pressione dovrebbe concentrarsi anche sull’infrastruttura fisica che abilita i sistemi di guerra digitale: data center, server farm e filiali estere che ancorano le aziende israeliane agli ecosistemi di approvvigionamento esteri.

Governi nazionali e organismi di regolamentazione

Sebbene Israele abbia ampliato la produzione interna nel settore della difesa, rimane dipendente da input ed ecosistemi di servizi importati e dalla permissività delle normative degli Stati partner. L’azione governativa è quindi più efficace quando si concentra sui fattori esterni che facilitano la sostituzione industriale.

Gli Stati che sostengono i quadri normativi di responsabilità dovrebbero dare priorità ai controlli sulle esportazioni di componenti a duplice uso, tra cui precursori energetici, materiali rari, sensori, sistemi di propulsione e tecnologie di guida, rafforzando al contempo l’applicazione delle norme contro la rietichettatura, il trasbordo e gli approvvigionamenti attraverso intermediari.

Gli enti di regolamentazione dovrebbero ampliare i requisiti di due diligence e di trasparenza per assicuratori, finanziatori, intermediari logistici e organismi di certificazione che operano nelle catene di approvvigionamento dell’industria della difesa. L’applicazione degli standard di rischio del diritto umanitario internazionale nell’ambito dei regimi di licenza per l’esportazione può ulteriormente limitare le spedizioni laddove sussista un rischio credibile di uso improprio.

I governi dovrebbero inoltre limitare gli appalti pubblici, le partnership di ricerca e gli accordi di licenza tecnologica che coinvolgono le aziende implicate, comprese le filiali e le joint venture con sede nei Paesi di destinazione. La supervisione parlamentare e i quadri giuridici possono limitare la partecipazione, facilitata dallo Stato, alle reti transnazionali di produzione per la difesa.

Coalizioni del Sud del mondo e piattaforme intergovernative

Il modello di isolazionismo ibrido di Israele si basa sulla modifica delle reti commerciali, della logistica e degli appalti attraverso giurisdizioni permissive. Un’azione coordinata del Sud del mondo può quindi colmare le lacune nell’applicazione degli embarghi lasciate aperte da embarghi occidentali frammentati.

Le coalizioni del Sud del mondo possiedono una notevole influenza attraverso l’applicazione coordinata degli embarghi, il blocco della logistica e i controlli sulle merci. Gli impegni scaturiti dal Gruppo dell’Aia e dalla riunione ministeriale di Bogotà convocata da Colombia e Sudafrica forniscono un nucleo politico per il coordinamento operativo e dovrebbero essere istituzionalizzati in piattaforme di condivisione di informazioni, meccanismi di coordinamento doganale e quadri sincronizzati per il blocco portuale.

L’istituzione di unità di monitoraggio per l’applicazione degli embarghi e l’elusione degli stessi, in grado di mappare le pratiche di rietichettatura, i corridoi di trasbordo e le reti di approvvigionamento grigio, consentirebbe agli Stati coinvolti di interrompere preventivamente i flussi di approvvigionamento.

Le esportazioni di energia e materie prime offrono un ulteriore strumento di leva. Precedenti come la sospensione delle esportazioni di petrolio greggio da parte del Brasile e delle esportazioni di carbone da parte della Colombia dimostrano come le materie prime strategiche possano fungere da strumenti materiali di coercizione quando coordinati a livello multilaterale.

Istituzioni finanziarie e multilaterali

Anche se Israele espande la produzione interna, la sua economia di guerra rimane radicata nei sistemi transnazionali di finanziamento, assicurazione e capitale dell’innovazione. La leva finanziaria è quindi fondamentale per rompere l’isolamento.

Le banche di sviluppo, i fondi sovrani e le istituzioni finanziarie regionali dovrebbero subordinare gli investimenti, le garanzie di credito e i servizi finanziari al rispetto del diritto internazionale umanitario. Un maggiore controllo sui finanziamenti di capitale di rischio, sulle sovvenzioni per l’innovazione e sui canali di finanziamento per le tecnologie a duplice uso può limitare l’espansione dell’industria della difesa a livello di ricerca e sviluppo.

Restringere l’accesso ai mercati dei capitali e ai servizi finanziari per le imprese materialmente coinvolte nella produzione militare amplificherebbe al contempo la pressione sui settori della produzione e della logistica.

Le iniziative di de-dollarizzazione dei BRICS offrono ulteriori percorsi per l’attuazione di restrizioni finanziarie mirate, indipendenti dai vincoli normativi statunitensi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

Al Shabaka è l’unica rete globale di esperti palestinesi che produce analisi politiche critiche e immagina collettivamente un nuovo paradigma di definizione delle politiche per la Palestina e i palestinesi di tutto il mondo.




Isolamento non separazione: l’economia di guerra di Israele Super-Sparta. Prima parte

Ahmed Alqarout

11 marzo 2026 – Al Shabaka

Scheda di sintesi

A settembre 2025 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha spronato gli israeliani a trasformare il Paese in una “Super Sparta” del Medio Oriente: più militarizzato, economicamente autosufficiente e in grado di sostenere un conflitto prolungato nonostante la crescente pressione esterna. Questa sintetica analisi politica sostiene che questa retorica rispecchia una dottrina emergente: un progetto politico-economico strutturato attorno ad una permanente mobilitazione nazionale, uno stato di guerra preventivo e un’espansione accelerata dell’industria della difesa.

Però lo spostamento del regime israeliano verso l’autosufficienza non sta producendo una piena autarchia. Al contrario l’economia di guerra si sta consolidando in un modello ibrido che combina la nuova produzione interna nei settori critici della difesa ad una maggiore integrazione nelle reti transnazionali di approvvigionamento, in modo da allontanare il rischio di sanzioni. Questa configurazione smussa l’impatto degli strumenti convenzionali di attribuzione di colpa, come l’embargo di armi frammentario o attuato debolmente. Di conseguenza le risposte internazionali devono andare al di là del quadro di sanzioni tradizionali e invece puntare all’infrastruttura materiale e ai gangli di dipendenza che reggono l’economia di guerra di Israele.

Raccomandazioni

La società civile e i movimenti di base dovrebbero esercitare pressioni ampliando le campagne al di là del boicottaggio dei consumatori per concentrarsi sulle infrastrutture logistiche e di servizi. Le catene di approvvigionamento marittimo restano un punto chiave: azioni coordinate di lavoratori portuali e blocchi dei porti possono aggiungere costi diretti al trasferimento di armi. Prendere di mira gli assicuratori, gli enti di certificazione, gli spedizionieri e i servizi portuali può aumentare ulteriormente i rischi connessi al trasporto di materiali militari verso Israele. L’organizzazione del settore tecnologico rappresenta un secondo elemento di leva. L’ecosistema dell’innovazione nella difesa di Israele è profondamente incorporato nell’infrastruttura globale dei cloud, nei servizi di intelligenza artificiale e nelle piattaforme di elaborazione dati. Campagne quale ” Nessuna tecnologia per l’apartheid” dimostrano che l’organizzazione dei lavoratori, le minacce all’approvvigionamento e la pressione degli azionisti possono interrompere queste dipendenze nei servizi. La pressione dovrebbe anche concentrarsi sull’infrastruttura fisica che rende possibili i sistemi di guerra digitale.

I governi nazionali e gli enti di regolamentazione mantengono una notevole influenza poiché il settore della difesa di Israele rimane dipendente dai componenti importati e dalla permissività normativa degli Stati partner. Rafforzare i controlli sull’esportazione dei componenti dual use [doppio uso, civile e militare, ndtr.], applicare provvedimenti contro il trasbordo e la rietichettatura e ampliare i requisiti di dovuta diligenza per assicuratori, finanzieri e intermediari logistici può porre limiti a questi fattori abilitanti esterni. I governi possono anche limitare i partenariati d’appalto, le collaborazioni nella ricerca e i contratti di concessione di licenze tecnologiche che coinvolgano aziende implicate.

Le coalizioni del sud globale possono contribuire a colmare le lacune nella applicazione delle sanzioni causate da regimi sanzionatori frammentati. L’applicazione coordinata degli embargo, la cooperazione doganale, il blocco della logistica e la condivisione di informazioni di intelligence possono impedire le strategie di dirottamento attraverso giurisdizioni permissive. Le esportazioni di prodotti strategici, come energia e materie prime, possono anch’esse funzionare da strumenti coordinati di pressione economica.

Le istituzioni finanziarie e multilaterali costituiscono un altro elemento di pressione, poiché l’economia di guerra di Israele resta inserita nei sistemi di finanza e di innovazione globale. Condizionare gli investimenti, le garanzie del credito e i servizi finanziari al rispetto del diritto umanitario internazionale, accrescendo al contempo il controllo sul capitale a rischio e sul finanziamento della tecnologia dual use può limitare l’espansione dell’industria della difesa e l’accesso a infrastrutture finanziarie cruciali. Nascenti iniziative di de-dollarizzazione dei BRICS offrono ulteriori percorsi per attuare mirate restrizioni finanziarie indipendenti dalle limitazioni normative USA.

Introduzione

A settembre 2025 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spronato gli israeliani a prepararsi ad intensificare l’isolamento internazionale trasformando il Paese in una “Super Sparta” del Medio Oriente, più militarizzato, economicamente autosufficiente e in grado di sostenere un conflitto duraturo nonostante la crescente pressione esterna. Infatti dopo ottobre 2023 la leadership israeliana ha posto in atto, e iniziato a perseguire in modo selettivo, uno spostamento verso una maggiore autonomia strategica tesa a sviluppare un’economia di guerra resiliente rispetto alle sanzioni.

Il presente documento programmatico situa questi sviluppi all’interno di ciò che definisce una nascente dottrina “Super-Sparta”. Il termine, in questo contesto, va oltre la retorica politica per descrivere un progetto istituzionale politico-economico strutturato attorno ad una mobilitazione nazionale permanente, una dottrina di guerra preventiva ed un’accelerata espansione dell’industria della difesa. Questo cambiamento si sviluppa nel contesto dei ripetuti attacchi militari israeliani contro l’Iran, a dimostrazione di come l’economia di guerra operi in pratica per consolidare l’impunità e vanificare l’attribuzione di responsabilità. Ma anche se lo Stato sionista porta avanti un programma di autonomia, questa traiettoria non rispecchia un consenso nazionale consolidato ed è segnata da tensioni istituzionali che rivelano vulnerabilità strutturali.

Di conseguenza, piuttosto che perseguire una piena autarchia (autosufficienza economica nazionale) l’economia di guerra di Israele sembra consolidarsi in un modello ibrido che unisce la nuova produzione interna all’integrazione strategica globale. Questa configurazione distribuisce i rischi su tutte le reti transnazionali piuttosto che concentrarli entro un unico canale di scambio sanzionabile. Il primo pilastro di questa strategia consiste nell’espandere la capacità di produzione interna in settori chiave della difesa, mentre il secondo accresce l’integrazione transnazionale per distribuire le vulnerabilità su reti diversificate e spesso resilienti alle sanzioni. In questo contesto chi scrive sostiene che gli strumenti tradizionali di responsabilizzazione internazionale, in particolare gli embarghi saltuari o attuati incoerentemente, stanno diventando meno efficaci, evidenziando la necessità di strategie che prendano di mira l’infrastruttura materiale e i nuclei di dipendenza che sostengono l’economia di Israele.

Il perseguimento dell’autarchia strategica

La dottrina “Super Sparta” si traduce in proposte politiche incentrate sulla “sovranità industriale”, anche se l’attuazione resta discontinua e contestata a livello istituzionale. L’applicazione più formale di questa autonomia strategica si trova nel rapporto della Commissione Nagel, presentato a gennaio 2025, che invita ad una più vasta produzione interna di armamenti essenziali per ridurre la dipendenza da forniture estere. Questo cardine industriale si accompagna ad uno slittamento dottrinale verso una posizione di “attacco proattivo e preventivo”. Per sostenere questa transizione la Commissione raccomanda un sostanziale incremento della spesa per la difesa che va da un attuale aumento di 36 miliardi di dollari a 74 miliardi nel prossimo decennio. Tra le priorità principali c’è l’espansione su larga scala delle scorte di munizioni per raggiungere l’indipendenza produttiva entro il 2034.

A settembre 2025 il Ministro della Difesa ha istituito una Direzione Nazionale degli Armamenti per centralizzare gli approvvigionamenti, accelerare le catene di produzione interna e implementare lo sviluppo di armi di precisione e droni. I funzionari israeliani hanno riferito di un’accresciuta capacità produttiva locale di diverse munizioni, comprese pesanti bombe aeree, accanto a nuovi impianti per energia e materie prime cruciali e un’ampliata produzione di munizioni. Questa espansione è supportata da programmi di sovvenzioni e incentivi destinati alle tecnologie per la difesa e di dual use.

Il Ministro della Difesa si è posto come guida istituzionale centrale di questa strategia di innovazione della difesa bellica. Nel solo 2024 ha ingaggiato più di 80 startup, molto al di sopra dei livelli precedenti la guerra, elargendo circa 255 milioni di dollari attraverso canali di appalti veloci. Questi contratti funzionano implicitamente come sussidi, che finanziano la ricerca iniziale e lo sviluppo assicurando la domanda, riducendo il rischio commerciale e segnalandone l’attendibilità agli investitori privati. Gli investimenti si sono concentrati in settori strategici come droni, intelligenza artificiale e sistemi autonomi di IA ad uso bellico.

Sono stati anche attivati meccanismi paralleli di finanziamento attraverso l’Autorità Israeliana di Innovazione (IIA). Il suo Programma di incentivi alle imprese in fase iniziale offre sovvenzioni fino a 2,7 milioni di dollari, coprendo fino alla metà dei bilanci approvati e rimborsabili attraverso royalties una volta che si concretizzano le vendite. Dato che queste sovvenzioni non richiedono che le imprese cedano quote azionarie, immettono finanziamenti in tecnologie a lungo ciclo per la difesa e il dual use.

Inoltre il governo israeliano ha riavviato il modello Yozma [progetto per replicare il sistema della Silicon Valley, ndt.] attraverso un’iniziativa “Yozma 2.0”, collocando capitale pubblico in fondi di rischio con un contributo del 30%. Anche se considerate un forte impulso all’innovazione, le priorità belliche hanno diretto gli investimenti sostanziali verso le tecnologie avanzate collegate alla sicurezza. Il finanziamento alle startup dell’IIA, che attualmente distribuisce circa 135 milioni di dollari all’anno, rafforza ulteriormente il canale dell’innovazione. Collettivamente questi strumenti inseriscono le priorità della difesa nell’ecosistema dell’innovazione nazionale di Israele.

Oltre all’industria, la spinta di Israele verso l’autarchia strategica si è allargata alla militarizzazione della società. Dato che la carenza di manodopera è aumentata nel corso della guerra su molti fronti di espansione, una sentenza della Corte Suprema israeliana del 25 giugno 2024 ha eliminato l’esenzione legale al servizio militare per gli studenti ultraortodossi delle yeshiva [scuole per lo studio della Torah, ndtr.], nello sforzo di allargare il bacino di reclutamento. Ne sono seguite precettazioni di massa, comprese 54.000 convocazioni nel luglio 2025. L’iniziativa ha destabilizzato le coalizioni di governo ed ha messo in luce tensioni tra la domanda di personale militare e la stabilità politica, mentre i livelli di reclutamento restano al di sotto degli obbiettivi operativi.

Anche la scarsità di manodopera civile si è aggravata, soprattutto in seguito alla revoca su larga scala di permessi di lavoro ai palestinesi. Gli sforzi per rimpiazzare questa forza lavoro con lavoratori da India, Sri Lanka e Cina hanno faticato a soddisfare la domanda, aumentando i costi e rallentando la produzione. L’allontanamento dal lavoro palestinese riflette la tendenza del colonialismo di insediamento a rimuovere la popolazione indigena dalla sua terra ed un modello occupazionale che privilegia la sicurezza e il controllo rispetto all’efficienza economica. La politica coloniale istituzionalizza un regime di lavoratori segregati in linea con la più vasta architettura del regime militarizzato di apartheid israeliano.

Limitazioni e vincoli della dottrina

La dottrina “Super Sparta” non rappresenta un consenso nazionale consolidato, ma piuttosto un progetto politico-economico contrastato, segnato da fratture interne che probabilmente si allargheranno. Il piano Nagel ha già attirato critiche sulla sua coerenza strategica, la praticabilità fiscale e la responsabilizzazione istituzionale. Il rapporto delinea un esteso programma di espansione industriale ma non stabilisce una strategia politica o operativa pienamente integrata. I meccanismi di finanziamento restano incerti e gli aumenti di budget proposti non si basano su un credibile modello di entrate.

Queste sfide sono complicate da una più ampia frammentazione nella gestione. Studiosi hanno identificato persistenti limitazioni nella capacità di Israele di una elaborazione politica strategica sostenibile, compreso un debole coordinamento interministeriale e lacune nella realizzazione. In quanto organo consultivo la Commissione Nagel manca di formale autorità esecutiva, lasciando le sue raccomandazioni subordinate ad un’approvazione politica all’interno di un sistema di coalizioni frammentato. Al tempo stesso limitazioni materiali, compresa la dipendenza dalla catena di approvvigionamento, la carenza di manodopera specializzata e l’accesso a materie prime cruciali ne complicano la realizzazione. Israele inoltre resta dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori, componentistica avanzata e sistemi di propulsione, evidenziando i limiti strutturali del perseguire una piena autarchia.

Parimenti il rapporto si occupa poco delle sfide della forza lavoro o della iniqua distribuzione degli obblighi di servizio militare, in particolare tra le comunità ultra-ortodosse: omissioni che indeboliscono la sostenibilità a lungo termine della forza lavoro. Nel loro insieme queste carenze mettono in luce crescenti tensioni tra l’ambizione strategica e i limiti materiali che deve affrontare il regime israeliano alla ricerca di indipendenza industriale. Esse mettono inoltre in chiaro la distanza tra il discorso sulla “Super Sparta” e la realtà, segnalando che il modello che emerge non è la piena autarchia, ma una limitata forma di autonomia strategica plasmata dal costante riallineamento globale teso a rafforzare la resilienza alle sanzioni.

Ahmed Alqarout

Ahmed Alqarout è un esperto di economia politica specializzato nel Medio Oriente e nella regione nordafricana, con un focus sulla competizione tra grandi potenze e sulla economia politica dei conflitti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Una rottura inevitabile: l’Operazione Al-Aqsa e la fine della partizione

Tareq Baconi 

26 novembre 2023, Al Shakaba 

L’offensiva a sorpresa di Hamas del 7 ottobre 2023 ha inferto un colpo letale all’esercito e all’opinione pubblica israeliana dalla fondazione dello Stato nel 1948. Per ritorsione, Israele ha lanciato il più vasto attacco militare della storia a Gaza, distruggendo ampie parti del territorio e uccidendo oltre 14.000 palestinesi, più di un terzo dei quali minori. Con il via libera degli Stati Uniti e di gran parte dell’Europa, Israele ha portato avanti quella che studiosi ed esperti hanno definito una campagna di genocidio, cercando di sbarazzarsi dei palestinesi di Gaza con il pretesto di decimare Hamas.

La velocità con cui Israele si è mobilitato e la portata del suo attacco avvalorano la convinzione palestinese che il regime di occupazione coloniale stia attuando piani predisposti da tempo per l’espulsione di massa. Nel frattempo, i funzionari israeliani hanno utilizzato una campagna narrativa di disumanizzazione dei palestinesi per porre le basi per una giustificazione dell’immensa violenza.

In contrasto a questo scenario, questo articolo riconduce l’ultimo attacco israeliano a Gaza al suo contesto più ampio;e analizza la ghettizzazione della terra palestinese da parte di Israele attraverso la partizione in bantustan e individua l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa di Hamas come momento di rottura del sistema di partizione. È importante che si metta in primo piano la questione di ciò che verrà dopo la partizione e si ponga un freno alle crescenti possibilità di pulizia etnica dei palestinesi.

Gaza: il peggior bantustan d’Israele

Israele afferma di essere uno Stato sia ebraico che democratico, rifiutandosi di dichiarare i propri confini ufficiali e controllando totalmente un territorio all’interno dei cui confini vivono più palestinesi che ebrei. Per raggiungere questa realtà è necessaria una sofisticata struttura di ingegneria demografica, basata sulla diversificazione legale dei palestinesi e sullo stretto controllo dei loro movimenti e luoghi di residenza, confinandoli in enclave geografiche. Questo sistema è nato dall’ondata iniziale di espulsione di massa e pulizia etnica dei palestinesi avvenuta nel 1948, in cui più di 530 villaggi palestinesi furono spopolati per fare spazio ai coloni ebrei. Questa pratica coloniale di insediamento non è ancora chiusa nei libri di storia.

Ciò che i palestinesi chiamano Nakba è in corso da allora, con le quotidiane pratiche di colonizzazione di Israele che assumono forme diverse in diverse aree sotto il suo controllo. E costituisce un il pilastro centrale del regime di apartheid di Israele.

Gaza rappresenta storicamente la manifestazione più estrema del sistema israeliano di bantustan per i palestinesi. Con una delle più alte densità di popolazione del mondo, Gaza è composta prevalentemente da rifugiati espulsi dalle terre intorno alla Striscia durante l’istituzione di Israele nel 1948. In effetti, molti dei combattenti che hanno fatto irruzione nelle città israeliane il 7 ottobre sono probabilmente discendenti di rifugiati proprio da quelle terre in cui sono planati o strisciati, entrandovi per la prima volta dall’espulsione delle loro famiglie.

Dal 1948 Israele si è dedicato con impegno a recidere ogni nesso tra l’attuale resistenza anticoloniale e lo storico e corrente sistema di apartheid israeliano. Mentre molti pensano che Gaza sia sotto blocco perché governata da Hamas, Israele in realtà ha sperimentato dal 1948 un’infinità di tattiche per depoliticizzare il territorio e pacificarne la popolazione. Queste tattiche hanno incluso lo strangolamento economico e il blocco, decenni prima che Hamas fosse fondato, e senza alcun risultato.

Con la presa del potere da parte di Hamas nel 2007, ai leader israeliani si è presentata un’opportunità: utilizzando la retorica del terrorismo, Israele ha posto Gaza sotto un blocco ermetico ignorando il programma politico del movimento sulla cui base era stato democraticamente eletto. Inizialmente il blocco doveva essere una tattica punitiva per forzare la capitolazione di Hamas, ma si è rapidamente trasformato in una struttura volta a contenere Hamas e a separare l’enclave costiera dal resto della Palestina. Con oltre due milioni di palestinesi invisibili dietro i muri e sotto assedio e blocco, il governo israeliano e gran parte dell’opinione pubblica israeliana – per non parlare dei leader occidentali – potevano lavarsi le mani della realtà che avevano creato.

Il blocco imposto dal regime di Israele serve all’obiettivo di contenimento sia dei palestinesi che di Hamas. Nel corso degli ultimi sedici anni, Israele ha fatto affidamento principalmente su Hamas per governare la popolazione di Gaza, pur mantenendo il controllo esterno dell’enclave. Hamas e il regime israeliano sono caduti in un equilibrio instabile, spesso sfociato in episodi di infinita violenza in cui migliaia di civili palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Per Israele questa dinamica ha funzionato così bene che non è mai stata necessaria una strategia politica per Gaza. Come altrove in tutta la Palestina, Israele ha fatto affidamento sulla gestione dell’occupazione piuttosto che affrontarne i fattori politici, mantenendosi signore supremo dell’occupazione nelle varie enclave palestinesi governate da entità sotto il suo controllo sovrano.

L’unico obiettivo che Israele ha perseguito negli ultimi quindici anni è stato quello di cercare di garantire una relativa calma agli israeliani, in particolare a quelli che risiedono nelle aree circostanti Gaza. Lo ha fatto utilizzando una forza militare schiacciante, anche se quella calma è raggiunta a costo dell’imprigionamento di una popolazione di milioni di persone e del loro mantenimento in condizioni prossime alla fame. Gaza è stata così completamente cancellata dalla psiche israeliana che i manifestanti che marciavano per proteggere la cosiddetta democrazia israeliana all’inizio del 2023 si illudevano di fatto che democrazia e apartheid fossero verosimili compagni di letto.

Il collasso del sistema di partizioni

Quindi per la maggior parte del pubblico israeliano e dei sostenitori di Israele all’estero l’offensiva di Hamas è arrivata dal nulla. Uscendo dalla prigione, le Brigate Al-Qassam – l’ala militare di Hamas – hanno rivelato la povertà strategica del presupposto secondo cui i palestinesi avrebbero consentito indefinitamente alla propria prigionia e sottomissione. Ancora più importante, l’operazione ha devastato la stessa fattibilità dell’approccio partizionista di Israele: la convinzione che i palestinesi possano essere dirottati nei bantustan mentre lo Stato colonizzatore continua a godere di pace e sicurezza – e persino espande le sue relazioni diplomatiche ed economiche nella regione circostante. Distruggendo l’idea che Gaza possa essere cancellata dall’equazione politica generale, Hamas ha fatto a brandelli l’illusione che la divisione etnica in Palestina sia una forma sostenibile o efficace di ingegneria demografica, per non parlare di morale o legalità.

Nel giro di poche ore dall’Operazione Diluvio di Al-Aqsa, l’infrastruttura che era stata messa in atto per contenere Hamas – e con essa, per cacciare i palestinesi da Gaza – è stata distrutta davanti agli occhi spesso increduli di tutti. Mentre i combattenti di Hamas irrompevano nel territorio controllato da Israele, la collisione tra il mito di Israele come Stato democratico e la sua realtà di portatore di un violento apartheid è stata scioccante, tragica e, in definitiva, irreversibile. Di conseguenza, israeliani e palestinesi sono stati gettati in un paradigma post-partizione, in cui sia la convinzione di Israele della sostenibilità dell’ingegneria demografica sia l’infrastruttura dei bantustan utilizzata si sono rivelate temporanee e inefficaci.

Il crollo del quadro partizionista ha presentato un paradosso: da un lato, i palestinesi e i loro alleati hanno cercato di diffondere la consapevolezza che Israele è uno Stato di apartheid coloniale di insediamento. Questa consapevolezza è servita agli sforzi di alcuni volti a promuovere la decolonizzazione e il perseguimento di un sistema politico radicato nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza e nell’autodeterminazione. Molti palestinesi credono che il risultato della loro lotta per la liberazione sarà l’architettura politica di un tale spazio decolonizzato, una volta smantellati gli elementi centrali dell’apartheid – pulizia etnica, rifiuto di consentire il ritorno dei rifugiati e partizione.

D’altra parte, in assenza di un progetto politico in grado di sostenere questa lotta decoloniale, il collasso del 7 ottobre del sistema di partizione ha accelerato l’impegno di Israele alla pulizia etnica. Allo stesso modo ha rafforzato la convinzione fascista ed etnico-tribale secondo cui, senza partizione, solo gli ebrei possano esistere in sicurezza nella terra della Palestina colonizzata, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. In altre parole, il collasso delle possibilità partizioniste potrebbe aver gettato le basi per un’altra Nakba piuttosto che per un futuro decolonizzato.

I calcoli politici di Hamas

Questo paradosso spiega, in parte, il risentimento espresso nei confronti dell’offensiva di Hamas da parte anche di alcuni palestinesi che vedono nell’attacco l’inizio di un’altra crisi per la loro lotta collettiva. L’incombente possibilità di una pulizia etnica non deve essere sottovalutata, e lo sbalorditivo bilancio delle vittime che i civili di Gaza stanno sperimentando deve indurre tutti a riflettere sull’enorme costo provocato dall’operazione di Hamas, anche quando la responsabilità primaria di questa violenza ricada direttamente sul regime coloniale israeliano.

Tuttavia tale lettura travisa i calcoli politici di Hamas. Ovviamente c’è qualcosa di vero nell’insinuare che questa violenza sia stata scatenata dall’attacco di Hamas. Eppure la realtà era letale per i palestinesi anche prima dell’offensiva, anche se in misura minore di quanto avvenuto dopo il 7 ottobre. Era una violenza che si era normalizzata e che, nella sua essenza, aveva lo stesso scopo: uccidere i palestinesi in massa. La violenza a cui abbiamo assistito nel 2023 non è altro che lo scatenarsi della brutalità che ha sempre costituito le basi della lotta di Israele con i palestinesi in generale, e con quelli di Gaza in particolare.

La rottura era quindi inevitabile. Il contenimento di Hamas è stato efficace, ma dato l’impegno del movimento per la liberazione palestinese e il suo fermo rifiuto di concedere il riconoscimento dello Stato di Israele, è probabile che il contenimento sia sempre temporaneo a meno che non vengano compiuti seri sforzi per affrontare i fattori politici al centro della lotta palestinese per la liberazione. Con una popolazione in crescita a Gaza e carenze di governance sempre più acute, l’idea che Hamas non ribaltasse quella realtà – soprattutto con l’estendersi dell’impunità israeliana – era miope.

Ciò di cui Hamas è responsabile, e ciò di cui i palestinesi devono ritenerli responsabili, è la misura di una pianificazione – o la sua mancanza – per il giorno successivo all’attacco. Con la consapevolezza che Hamas e altri hanno acquisito nel corso degli anni, non ci potevano essere dubbi sul fatto che l’attacco di Hamas si sarebbe tradotto in furia scatenata contro i palestinesi per mano dell’esercito israeliano. Il movimento avrebbe dovuto essere – e forse lo era – preparato alla violenza che si è abbattuta successivamente su Gaza. Stabilire se i calcoli erano giusti, nonostante la tragica perdita di vite umane, è qualcosa con cui i palestinesi dovranno confrontarsi negli anni a venire.

Ipocrisia e colpe dell’Occidente

Invece di tentare di frenare l’attacco israeliano su Gaza, l’amministrazione Biden ha solo gettato benzina sul fuoco. Nel suo primo discorso dopo l’attentato, il presidente americano ha descritto Hamas come “male assoluto”, paragonandone l’offensiva a quelle dell’Isis; ha anche paragonato il 7 ottobre all’11 settembre e ha ripetutamente fatto riferimento a pretese brutalità poi ampiamente smentite per fomentare luoghi comuni orientalisti e islamofobici nel tentativo di giustificare la ferocia della risposta di Israele.

È importante notare che gli sforzi per collegare la resistenza palestinese in tutte le sue forme – pacifica o armata – al terrorismo sono molto anteriori all’attacco di Hamas. Durante la Seconda Intifada, evocare l’11 settembre da parte di Ariel Sharon trovò un pubblico ricettivo nell’amministrazione Bush, che era nelle prime fasi di elaborazione della sua dottrina di Guerra al Terrore. I mesi successivi videro Israele lanciare invasioni militari estremamente distruttive contro i campi profughi in Cisgiordania sotto il cartello della lotta al terrorismo.

Nel frattempo i principali media e gli spazi politici occidentali continuano a mancare di analisi approfondite e fondate sull’evolversi della situazione. Invece è stato proposto un imperante modello di disumanizzazione palestinese in modo così totale che qualsiasi tentativo di utilizzare le piattaforme dei media per smantellare – o semplicemente mettere in discussione – il sistema di dominio israeliano incontra reazioni perplesse e una condanna uniforme. In questa lettura Hamas avrebbe agito in modo irrazionale, i palestinesi di Gaza erano a disposizione del movimento come scudi umani e il sistema coloniale israeliano nel suo insieme era tranquillo e sostenibile prima del 7 ottobre. Queste reazioni, più che altro, segnalano l’ipocrisia occidentale e il razzismo anti-palestinese.

Ciò che è chiaro è che i leader occidentali si rifiutano pervicacemente di riconoscere l’attacco di Hamas per quello che è stato: una dimostrazione senza precedenti di violenza anticoloniale. L’Operazione Diluvio di Al-Aqsa è stata la risposta inevitabile all’incessante e interminabile provocazione di Israele con il furto di terre, l’occupazione militare, il blocco e l’assedio e la negazione del diritto fondamentale al ritorno in patria da più di 75 anni. Invece di riproporre analogie astoriche e rispolverare vecchie narrazioni, è giunto il momento che la comunità internazionale si confronti con la vera causa principale della violenza a cui stiamo assistendo: l’occupazione dei coloni israeliani e l’apartheid.

Per limitare il sangue che sarà versato quando il sistema di apartheid israeliano sarà messo in discussione, la comunità internazionale e in particolare l’Occidente devono prima fare i conti con il fatto di aver reso possibile un sistema politico etno-nazionalista che ha fatto a pezzi i diritti e le vite dei palestinesi. Il mondo deve affrontare la realtà, che le richieste politiche palestinesi non possono essere cancellate o messe da parte sotto la bandiera onnicomprensiva ma poco convincente della lotta al terrorismo. Invece di imparare la lezione, i politici occidentali sembrano contenti di servire come partner attivi nell’attuale campagna di pulizia etnica del regime israeliano: la nakba della mia generazione.

Tareq Baconi è presidente del consiglio direttivo di Al-Shabaka. È stato borsista di Al-Shabaka per la politica statunitense dal 2016 al 2017. Tareq è ex analista senior per Israele/Palestina ed Economia dei Conflitti presso l’International Crisis Group con sede a Ramallah, e autore di Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestine Resistance (Contenere Hamas: l’ascesa e la pacificazione della resistenza palestinese, Stanford University Press, 2018). Gli scritti di Tareq sono apparsi tra gli altri su London Review of Books, New York Review of Books, Washington Post, ed è di frequente cronista nei media regionali e internazionali. È redattore delle recensioni di libri per il Journal of Palestine Studies.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il sionismo liberale: un pilastro del progetto coloniale di insediamento di Israele

Muhannad Ayyash*

Al-Shabaka** – giugno 2023

 

Panoramica

Nonostante le politiche sempre più di destra del regime israeliano, il sionismo liberale gioca ancora un ruolo dominante nell’ideologia sionista. Svolge la funzione specifica e cruciale di fornire al progetto sionista la patina di una civiltà occidentale illuminata e di una politica democratica e progressista. Di conseguenza, il regime israeliano è raramente descritto nei circoli occidentali tradizionali per quello che è: uno stato coloniale che pratica l’apartheid.

I politici e i media di tutto lo spettro politico in Europa, Nord America e altrove descrivono Israele in gran parte come “l’unica democrazia in Medio Oriente” che condivide i valori occidentali, il che ne fa un faro per la politica progressista in una regione altrimenti autoritaria e irredimibile. Questa retorica viene quindi utilizzata per giustificare il sostegno sfrenato dell’Occidente al regime israeliano, anche fornendo i mezzi diplomatici, economici e militari necessari per mantenere ed espandere la sua colonizzazione della Palestina.

Sebbene le ideologie sioniste di destra abbondino e abbiano i loro sostenitori in tutto il mondo, specialmente tra i sionisti cristiani, con cui è necessario confrontarsi, è fondamentale sfatare il sionismo liberale. Mentre i leader globali e i media tradizionali continuano a esprimere preoccupazione per il governo di coalizione estremista israeliano e chiedono un ritorno alla soluzione dei due stati, l’idea che esista una forma liberale di sionismo che vale la pena salvare deve essere confutata. Dopo aver definito il sionismo liberale, esposto i suoi fondamenti coloniali di insediamento e di apartheid e aver offerto un caso di studio dagli Stati Uniti, questo documento politico propone un quadro guida su come affrontare e invalidare la nozione di sionismo liberale.

Comprendere il sionismo liberale

Il sionismo liberale contemporaneo emerge dal Sionismo laburista: il cosiddetto braccio socialista di sinistra del movimento sionista emerso più di un secolo fa e che ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione dello Stato sionista. Dall’istituzione dello Stato il sionismo liberale è apparso come costitutivo delle politiche dei successivi governi di sinistra e degli scopi di organizzazioni non governative, gruppi di pressione, partiti politici e reti e istituzioni accademiche che promuovono Israele come stato ebraico liberale. Il sionismo liberale godette di un’egemonia ideologica per molti decenni dopo il 1948. Come scrive il sionista liberale Yehuda Kurtzer riferendosi ai primi sionisti: “I sionisti trionfanti compresero quello che stavano facendo nel costruire un movimento politico liberale. Il liberalismo è stato incorporato nel sionismo politico che alla fine ha portato alla costruzione dello Stato”.

Come Kurtzer, la maggior parte degli analisti israeliani si concentra sull’interazione tra le ideologie di sinistra e di destra come una questione di politica intra-israeliana e intra-ebraica. Il sionismo, tuttavia, è meglio definito attraverso le esperienze delle sue vittime: i palestinesi. Da questa prospettiva, il sionismo liberale può essere inteso solo come coloniale di insediamento, radice e germoglio, poiché è direttamente responsabile della Nakba del 1948. Sebbene il sionismo liberale non sia un monolite, i suoi sostenitori hanno operato per decenni nei circoli che formano l’opinione pubblica ponendo al centro le seguenti convinzioni:

  1. L’istituzione dello Stato israeliano è l’unico metodo per garantire la sicurezza degli ebrei e risolvere l’esilio ebraico;
  2. Gli ebrei hanno rivendicazioni radicate, bibliche e sovrane sulla terra di Palestina;
  3. Il progetto sionista è uno sforzo eroico e miracoloso che ha portato la fiaccola della modernizzazione e della civiltà nella cosiddetta terra di Israele; e
  4. La “Guerra d’Indipendenza” del 1948 fu necessaria, e i risultati della guerra – vale a dire, l’espulsione di più di 750.000 Palestinesi dalle loro terre e case e la distruzione della Palestina – erano una conseguenza naturale che dovrebbe essere accettata.

Non tutti i sionisti liberali sono d’accordo con ciascuno dei quattro punti. Ad esempio, alcuni usano un linguaggio molto diverso per il quarto punto, sostenendo che i palestinesi se ne sono andati e non sono stati espulsi. Tuttavia, attraverso le sue varianti, l’ideologia sionista liberale tradizionale sostiene che la conquista coloniale della Palestina nel 1948 fu giusta, legittima, valida e pienamente giustificabile e, pertanto, nessuna critica seria può essere diretta contro l’istituzione di Israele nel 1948.

“Il sionismo liberale può essere inteso solo come colonialismo di insediamento, radice e germoglio, in quanto direttamente responsabile della Nakba del 1948”

Il sionismo liberale è ostile alle critiche di decolonizzazione palestinesi del 1948 e spesso le dipinge come antisemite per emarginarle e censurarle. La cancellazione della critica palestinese attraverso la nozione di “nuovo antisemitismo” risale almeno ai primi anni ’70, quando il Ministro degli Esteri israeliano per il governo laburista, Abba Eban, iniziò a sostenere la narrazione che l’antisionismo è antisemitismo. Inoltre, i sionisti liberali usano queste opinioni di fondo per criticare l’occupazione della Cisgiordania nel 1967, compresa Gerusalemme est e Gaza, evitando accuratamente di attirare l’attenzione sul 1948.

Un articolo di opinione del 2023 sul Washington Post ad opera dei sionisti liberali Paul Berman, Martin Peretz, Michael Walzer e Leon Wieseltier è un buon esempio di queste critiche tattiche. Gli autori collocano Israele dal momento della sua fondazione all’interno delle “nazioni amanti della libertà” del mondo, sostenendo che il nuovo governo di destra di Benjamin Netanyahu “minaccia la posizione di Israele negli affari mondiali”.

La centralità del problema dell’immagine è accentuata alla fine del pezzo, dove si insiste sul continuo e pieno finanziamento militare degli Stati Uniti a Israele e si chiede il sostegno degli Stati Uniti agli israeliani che protestano contro il governo di coalizione di destra di Netanyahu.

Il “doppio, ma non contraddittorio, sostegno”, come dicono loro, è davvero una descrizione accurata, ma non perché, come suggeriscono, proteggerebbe la democrazia nella battaglia globale di “democrazia contro autocrazia”. Piuttosto è perché sottoscrivere questa richiesta all’amministrazione Biden è un riconoscimento implicito che: (a) ciò che è stato preso con la forza nel 1948 può essere detenuto solo con la forza – da qui il bisogno continuo e perpetuo di finanziamenti militari indipendentemente da quale ideologia politica sia al potere – (b) il rifiuto delle politiche espansionistiche e di annessione del nuovo governo salverà lo Stato ebraico come Stato per una maggioranza ebraica, impedendo in modo decisivo alla critica palestinese di Israele di entrare nel discorso mainstream.

Ciò dimostra che il sostegno dei sionisti liberali alle proteste israeliane del 2023 nei territori del 1948 non è affatto in opposizione al progetto di insediamento coloniale dello Stato sionista, ma, piuttosto, un’indicazione della loro preoccupazione che il percorso di destra possa distruggere la patina liberale del colonialismo di insediamento israeliano. In definitiva, la sinistra e la destra sono sullo stesso piano per quanto riguarda la creazione e la “difesa” di Israele come Stato a maggioranza ebraica. Infine è fondamentale comprendere il sionismo liberale come parte integrante della modernità coloniale. In altre parole quella modernità – concepita come fenomeno occidentale – non può essere separata dagli strumenti utilizzati per realizzarla: la colonizzazione e la schiavitù. Non sorprende che i sionisti liberali non riescano ad affrontare in modo critico le fondamenta violente e coloniali delle cosiddette democrazie liberali occidentali. Invece accettano come giudizio convenzionale e dato di fatto che la civiltà occidentale sia superiore a tutte le altre e vanti i sistemi democratici più avanzati del mondo.

Inoltre l’Occidente sta giustamente e globalmente diffondendo una civiltà che si è sviluppata completamente all’interno dell’Occidente. Un esempio calzante è il libro più recente di Walzer, in cui elogia e promuove la “moralità liberale” e il “liberalismo” come “prodotto dell’Illuminismo e del trionfo… dell’individuo emancipato, una figura occidentale”. Sostiene che questa presunta invenzione occidentale, di cui Israele fa parte, è necessaria per impedirci di diventare “monisti, dogmatici, intolleranti e repressivi”.

Assente dal libro è un paradigma de-coloniale che ponga al centro le esperienze e le aspirazioni di coloro che hanno sofferto e sono stati cancellati a causa del progetto coloniale occidentale. Separando la civiltà dell’Occidente da ciò che fa l’Occidente, il sionismo liberale giustifica, legittima e naturalizza il violento progetto coloniale di insediamento sionista nella Palestina colonizzata e oltre.

Politiche coloniali di insediamento e di apartheid del sionismo liberale

Come evidenziato dall’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948 e dalla successiva giustificazione e legittimazione ideologica di tale espulsione, tutte le politiche che sorgono all’interno del quadro del sionismo liberale sono coloniali di insediamento e di apartheid. Fondamentalmente, la creazione dello Stato sionista nel 1948 fu un’operazione di colonialismo di insediamento; rese necessaria l’espulsione e l’espropriazione dei palestinesi. Subito dopo Israele promulgò una serie di leggi di apartheid per rendere permanente l’espulsione e per iniziare il processo di ebraizzazione della Palestina colonizzata: la Legge del Ritorno del 1950, la Legge sulla proprietà degli assenti del 1950 e la Legge sulla Nazionalità del 1952, tra molte altre.

Come parte della loro accurata attenzione al problema dell’immagine di Israele i sionisti liberali evitano il linguaggio che riveli la realtà della colonia di insediamento. Ad esempio nella loro critica all’ultimo governo di coalizione Netanyahu, Berman, Peretz, Walzer e Wieseltier descrivono le politiche coloniali di insediamento e di apartheid di Israele come una campagna “sempre più aggressiva” per stabilire ulteriori insediamenti e “sfide crescenti” ai cittadini palestinesi di Israele. Descrivono inoltre il governo di Netanyahu come sostenitore del “vigilantismo ebraico estremista” e degli “etno-nazionalisti”, avvertendo che Israele si sta avvicinando all’Ungheria di Viktor Orban. Nel loro discorso, Israele diventa un’altra vittima dell’ondata globale di etnonazionalismo che sta minacciando le democrazie liberali occidentali, un punto che altri, come Kurtzer, sottolineano più esplicitamente per riaffermare l’immagine di Israele come fondamentalmente una democrazia liberale.

Questa visione è tutt’altro che rispondente a realtà. Israele continua a consolidare un sistema che spazialmente, politicamente, militarmente, economicamente e legalmente colloca il colono in una posizione superiore alla popolazione indigena.

Questo viene fatto in modo tale da avvantaggiare materialmente e simbolicamente il colono; da un lato, gli insediamenti vengono espansi e, dall’altro, il colono viene legittimato come abitante del territorio mentre il palestinese viene sfollato. A questo proposito, l’apartheid è un passo lungo il continuum di violenza del colonialismo di insediamento che inizia con l’espulsione di massa e il trasferimento delle popolazioni indigene. È un processo che elimina la sovranità indigena, fungendo così da strumento per cementare ed espandere le conquiste delle colonie di insediamento.

Dal momento che i sionisti liberali presumibilmente sostengono una soluzione a due Stati lungo i confini del 1967, teoricamente non dovrebbero più essere interessati all’espansione; anzi, considerano l’occupazione pericolosa per il progetto dello stato ebraico. Ciò è talvolta espresso attraverso una critica delle politiche e delle pratiche di apartheid (senza usare il termine apartheid) che espandono lo stato israeliano stabilendo un potere totalitario sui palestinesi. Tuttavia questo sostegno a una soluzione a due Stati deve essere inteso come basato sulla loro radicata paura di una soluzione a uno Stato in cui la sovranità israeliana “non ufficiale” sui palestinesi si trasformerà in sovranità israeliana “ufficiale” sull’intera Palestina colonizzata, lasciando Israele con una significativa popolazione palestinese che minacci lo status di Israele come stato ebraico. Dal momento che il sionismo liberale non può conciliare il sogno sionista di uno stato ebraico etnocratico con la vera democrazia, la realtà di un unico stato svelerà questo errore fondamentale. In questo modo, le politiche coloniali e di apartheid sono radicate nell’ideologia sionista liberale che rifiuta di affrontare ciò che il sionismo è ed è sempre stato nei fatti.

Un caso di studio sul sionismo liberale statunitense

Una delle principali organizzazioni sioniste liberali negli Stati Uniti è J Street, che si descrive come un’organizzazione “pro-Israele, pro-pace, pro-democrazia” che lavora contro “il fanatismo, la disuguaglianza e l’ingiustizia”.

È importante sottolineare che J Street sostiene che Israele condivide questi

“principi democratici” con gli Stati Uniti, dipingendo la “grave minaccia” alla “democrazia liberale” in Israele come parte di una recente ondata globale di estremismo ed etnonazionalismo che minaccia anche gli Stati Uniti.

Afferma inoltre di lavorare “in coalizioni multireligiose e multirazziali con le comunità nei loro sforzi per superare … l’oppressione e rafforzare la democrazia liberale”. Infine, ritiene che Israele affronti “nemici pericolosi” e abbia il diritto di difendere sé stesso e, per estensione, la democrazia, il progresso e la civiltà.

Basandosi su queste premesse che rendono illegittimo “mettere in discussione il diritto fondamentale di Israele di esistere come patria ebraica”, J Street costruisce la sua opposizione all’occupazione. In effetti, l’organizzazione riconosce che i palestinesi “meritano pieni diritti civili e la fine dell’ingiustizia sistemica dell’occupazione” e che “sostiene la creazione di uno Stato di Palestina indipendente e smilitarizzato con confini definiti”. In questo modo, J Street si posiziona solidamente come liberale e ragionevole.

“Il sionismo liberale è un’ideologia che fornisce copertura e fa avanzare la conquista coloniale di insediamento della Palestina in nome della razionalità, del progresso, dell’uguaglianza, della tolleranza, della democrazia e persino dell’anti-razzismo”.

Anche così, J Street non riesce a spiegare perché crede che uno Stato palestinese debba essere smilitarizzato. Questo serve da esempio eloquente di come i sionisti liberali ritengano che i palestinesi siano già – o possano sempre potenzialmente diventare – pericolosi nemici che, se gli venissero dati gli strumenti per esercitare una violenza militare organizzata, la scatenerebbero inevitabilmente. Tale linguaggio rientra esattamente nei discorsi e nelle politiche sioniste decennali che razzializzano i corpi palestinesi come violenti.

Anche la posizione di J Street sui confini è rivelatrice. Il sito web dell’organizzazione afferma che Israele deve “rinunciare alla stragrande maggioranza del territorio occupato su cui può essere costruito uno Stato palestinese in cambio della pace”. Invitando Israele a “cedere” il territorio, J Street riconosce implicitamente che Israele ne ha la sovranità, riflettendo la logica fondamentale del sionismo liberale secondo cui Israele ha diritto alla terra dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

Inoltre J Street chiarisce, rispetto alla sua proposta politica sui confini, che la sua idea di un piano di pace “consentirebbe di incorporare nello Stato di Israele i quartieri ebraici stabiliti a Gerusalemme est e alcuni dei grandi blocchi di insediamenti della Cisgiordania vicino alla Linea Verde. ” Questa politica indica il sostegno all’annessione e si allinea con i governi israeliani di tutto lo spettro politico.

Il dilemma dell’annessione

Per J Street e organizzazioni simili l’annessione deve essere limitata per paura che l’espansione riveli le fondamenta di Israele come colonia di insediamento. Anche se i sionisti liberali ignorano che le terre occupate nel 1948 sono diventate ebraiche e democratiche – solo per gli ebrei – attraverso politiche e leggi di colonialismo di insediamento e apartheid, questa realtà è sempre presente nella loro ideologia. Appare, prima di tutto, nella loro opposizione al diritto palestinese al ritorno nelle loro terre d’origine. Ma appare anche nelle loro preoccupazioni che la crescente visibilità della violenza quotidiana di Israele contro i palestinesi – grazie alla rivoluzione digitale e all’attivismo palestinese – possa portare gli osservatori internazionali a mettere in discussione tutte le politiche di Israele e, forse, il suo stesso fondamento.

Questa paura spinge i sionisti liberali a criticare il governo di coalizione di destra di Netanyahu. Come possono sostenere la narrazione di Israele come Stato democratico ed ebraico se annettono l’intera Palestina colonizzata? Pertanto, la principale implicazione del nuovo regime israeliano per il sionismo liberale è che lo espone per il mito che è. In altre parole il nuovo regime israeliano accompagna le politiche di eliminazione con un’onesta articolazione dell’aspirazione alla base di queste pratiche, come quando il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha invitato lo Stato israeliano a “spazzare via” la città di Huwara in Cisgiordania, smantellando così l’apparenza di politiche democratiche e progressiste che i sionisti liberali hanno impiegato decenni a costruire.

Nei loro sforzi per salvare quell’apparenza i sionisti liberali hanno risposto protestando contro l’attacco a Huwara usando il linguaggio di “anti-occupazione”, “coloni estremisti” e persino “terrore ebraico”. Ma continuano a ignorare che le terre che chiamano “Israele vero e proprio” – da cui portano avanti le loro proteste – sono state stabilite come “israeliane” dalla stessa struttura di violenza coloniale di insediamento che mira alla cancellazione di Huwara.

Il sionismo liberale si colloca, nella migliore delle ipotesi, in una politica liberale multiculturale che vede le basi dei sistemi politici coloniali di insediamento come forse tragiche, ma fondamentalmente giuste e orientate al progresso e alla civiltà. A questo proposito, si unisce a un lungo elenco di apologeti dei progetti coloniali occidentali, nascondendone i fondamenti e le strutture e quindi emarginando ed eliminando le alternative a tali strutture. Se la politica progressista oggi non vede il progetto antirazzista come un progetto che deve necessariamente essere de-coloniale e impegnato a smantellare le strutture della modernità coloniale, allora non è affatto una politica progressista.

La de-sionizzazione è l’unica via da seguire

Il sionismo liberale è un’ideologia che fornisce copertura e promuove la conquista coloniale della Palestina in nome della razionalità, del progresso, dell’uguaglianza, della tolleranza, della democrazia e persino dell’antirazzismo. È quindi fondamentale contrastare questa ideologia in tutti gli spazi in cui opera. Ciò significa il rifiuto del sionismo liberale come “partner nella pace” e l’insistenza sulla liberazione de-coloniale palestinese per l’intera Palestina colonizzata e ovunque per i palestinesi.

Un quadro di liberazione de-coloniale è a lungo termine vantaggioso anche per gli ebrei israeliani. Questo è ciò che intendiamo con de-sionizzazione: inizia con il riconoscimento da parte degli ebrei israeliani che il sionismo non ha mai risolto la “questione ebraica” in Europa, ma piuttosto l’ha interiorizzata e ha replicato il progetto coloniale occidentale in Palestina; finisce in un luogo in cui gli ebrei israeliani non sarebbero più “nativi o coloni nella Palestina storica”, ma piuttosto “immigrati… residenti benvenuti in una patria storica”. È importante sottolineare che questo concetto significa la rivisitazione dello Stato, del nazionalismo e della sovranità lontano dai modelli coloniali occidentali.

Al di là della Palestina colonizzata, il sionismo liberale deve essere sfatato attraverso i partiti e le istituzioni politiche, i media e le collettività della società civile. Sia in situazioni di attivismo che in situazioni più istituzionali le persone devono formare coalizioni intersezionali impegnate nella giustizia de-coloniale. Questi collettivi devono organizzare attività come momenti di riflessione e studio nella comunità, petizioni, campagne di scrittura di lettere e così via al fine di elaborare strategie su come affrontare l’inevitabile rifiuto del sionismo.

Queste coalizioni devono seguire cinque pratiche principali per realizzare la de-sionizzazione:

1-Contrastare l’ideologia con la realtà: giornalisti, studiosi e attivisti dovrebbero rifiutare le posizioni delle organizzazioni sioniste liberali, come J Street, ponendo la questione di cosa significhi effettivamente l’autodeterminazione palestinese nei confronti della sovranità su Gerusalemme e così via. I sionisti liberali non vogliono affrontare la liberazione palestinese de-coloniale, quindi è necessario spostare la conversazione su questo argomento e rifiutare la normalizzazione della colonizzazione di insediamento israeliana.

2-Rifiutare l’uso come arma dell’antisemitismo: il sionismo liberale non presenta risposte sostanziali alle critiche de-coloniali e quindi, quando costretto, risponde con l’accusa di antisemitismo. Istituzioni e organizzazioni devono rifiutare definizioni di antisemitismo che in qualche modo incorporino la questione della Palestina (da destra, l’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), a sinistra, la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo).

3-Concentrarsi sui paradigmi palestinesi: non basta ascoltare le storie di sofferenza dei palestinesi. Il discorso pubblico deve concentrarsi sui paradigmi palestinesi che spiegano perché e come i palestinesi soffrono e, soprattutto, forniscono una piattaforma per le aspirazioni palestinesi alla liberazione. Per consentire questo cambiamento, è necessario esercitare pressioni sui media per sfidare lo status quo che censura e mette a tacere i paradigmi palestinesi.

  1. Enfatizzare l’antirazzismo de-coloniale: gli uffici per l’Equità, la Diversità e l’Inclusione (EDI) si sono diffusi nelle istituzioni politiche e sociali. Molti operano sull’antirazzismo corporativizzato, multiculturale e liberale e sostengono che le critiche de-coloniali a Israele sono antisemite e quindi non hanno posto negli spazi antirazzisti. Opporsi all’iniziativa corporativizzata EDI è necessario non solo per la liberazione palestinese, ma anche per la liberazione di tutti coloro che continuano a subire la violenza della modernità coloniale.

5-Smantellare il sionismo: il sionismo non può portare alla liberazione de-coloniale. Che sia liberale o di destra, il sionismo è l’esclusiva sovranità ebraica sulla terra, che stabilisce Israele come potere supremo e indivisibile. Ciò significa necessariamente la continua espulsione dei palestinesi dalle loro terre e l’eliminazione della sovranità indigena palestinese. Solo lo smantellamento della sovranità coloniale di insediamento dei coloni sionisti può portare a un sostanziale progetto de-coloniale e antirazzista. Perché ciò sia possibile le comunità ebraiche e israeliane – in nome delle quali pretendono di parlare gli interessi sionisti – devono partecipare al progetto di de- sionizzazione.

 

*M. Muhannad Ayyash è nato e cresciuto a Silwan, Al-Quds (Gerusalemme), prima di immigrare in Canada, dove ora è professore di sociologia alla Mount Royal University. È autore di ‘A Hermeneutics of Violence’ (UTP, 2019). Ha pubblicato diversi articoli su riviste come Interventions, European Journal of International Relations, Comparative Studies of South Asia, Africa and the Middle East e European Journal of Social Theory. Ha scritto articoli di opinione per Al-Jazeera, The Baffler, Middle East Eye, Mondoweiss, The Breach e Middle East Monitor. Attualmente sta scrivendo un libro sulla sovranità coloniale di insediamento in Palestina/Israele.

** Al-Shabaka, The Palestine Policy Network è un’organizzazione indipendente, apartitica e senza scopo di lucro la cui missione è educare e promuovere il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro del diritto internazionale. I rapporti politici di Al-Shabaka possono essere riprodotti con la dovuta attribuzione ad Al-Shabaka, The Palestine Policy Network. Per maggiori informazioni visita www.al-shabaka.org o contattaci via e-mail: contact@al-shabaka.org.

I materiali di Al-Shabaka possono essere fatti circolare con la dovuta attribuzione ad Al-Shabaka: The Palestine Policy Network. Le opinioni dei singoli membri della rete politica di Al-Shabaka non riflettono necessariamente le opinioni dell’organizzazione nel suo insieme.

 

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




l settore della sicurezza della Autorità Nazionale Palestinese: consolidare la repressione di Stato

ll settore della sicurezza della Autorità Nazionale Palestinese: consolidare la repressione di Stato

Alaa Tartir *

14 novembre 2021   Al Shabaka

 

Nell’ottobre 2021, il Palestinian Civil Society Team for Enhancing Public Budget Transparency [un’organizzazione della società civile palestinese per la trasparenza del bilancio pubblico, ndt] ha rivelato che il settore della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) continua a ricevere la maggior parte del budget di quest’ultima. Durante la prima metà del 2021, sono stati spesi più di 50 milioni di shekel israeliani (oltre 14 milioni di euro) per la riforma delle forze di sicurezza dell’ANP (PASF). La PASF ha anche ricevuto 1.675 milioni di shekel (circa 480 milioni di euro) – oltre il 22% del budget totale dell’ANP. L’88% della cifra è stato destinato agli stipendi, un aumento di 115 milioni di shekel (circa 33 milioni di euro) rispetto ai primi sei mesi del 2020.

Queste cifre indicano il netto divario tra i bisogni del popolo palestinese e le priorità dell’ANP. Mentre i palestinesi cercano di porre fine all’oppressivo quadro di sicurezza imposto dagli Accordi di Oslo, l’ANP continua a investire politicamente, finanziariamente e istituzionalmente nello status quo, rafforzando l’ambito della sicurezza con il pretesto della stabilità e della costruzione dello Stato.

Invece di condurre ad un processo di democratizzazione, inclusione e responsabilità, i processi di riforma della sicurezza dell’ANP, sponsorizzati a livello internazionale – che sono stati il ​​fulcro del progetto di costruzione dello Stato post-2007 dell’ANP – hanno portato alla repressione, alla persecuzione e alla professionalizzazione dell’autoritarismo dell’ANP. In questo modo quest’ultimo si è strutturalmente radicato nel sistema politico palestinese.

Repressione e deterioramento delle condizioni sociali

Dopo l’uccisione dell’attivista critico dell’ANP Nizar Banat nel giugno 2021, la PASF ha represso le proteste pacifiche con l’uso illegittimo della forza, prendendo di mira, con arresti arbitrari e torture, giornalisti, attivisti della società civile e avvocati. Il livello di repressione osservato durante l’estate del 2021 è stato senza precedenti ed evidentemente si è trattato di un’operazione complessa: ha mostrato il costante coinvolgimento delle istituzioni legali, politiche, di sicurezza ed economiche dell’ANP. Far convergere le forze per reprimere in modo più efficace è uno sviluppo preoccupante e, a meno che non venga contrastato con meccanismi di responsabilità controllati dalla popolazione stessa, l’aggressione autoritaria si intensificherà e non vi sarà spazio per alcuna transizione democratica.

Il consolidamento del potere nel settore della sicurezza continua ad essere un obiettivo chiave dell’ANP. L’obiettivo delle campagne del 2007 della PASF era “ripulire” la Cisgiordania dalle armi non in possesso dell’Autorità Nazionale Palestinese, condurre un processo di disarmo, arrestare coloro che sfidavano l’autorità dell’Autorità Nazionale Palestinese e inviare un messaggio chiaro ai palestinesi che l’Autorità Nazionale Palestinese era l’unica struttura di governo e di potere. Quindi, l’ANP ha adottato un “approccio indifferenziato” per confiscare le armi e intenzionalmente non ha distinto tra le “armi dell’anarchia” e quelle della “resistenza armata”. Ciò ha significato che criminali e membri della resistenza sono stati trattati e presi di mira allo stesso modo. Come ha chiesto con scherno un abitante del campo profughi di Balata: “Come può un ladro essere tenuto nella stessa cella di un muqawim (combattente per la libertà)?”

Le conseguenze dei processi di riforma del settore della sicurezza (SSR) richiedono tempo per manifestarsi nella società e in Palestina stanno diventando chiare solo ora. Le campagne di sicurezza del 2007, ironicamente denominate “sorriso e speranza” e il processo di riforma che ne è seguito, ancora in corso, hanno creato profondi problemi strutturali e carenze che hanno portato a radicare una cultura della paura, addomesticare o criminalizzare la resistenza, e hanno approfondito la sfiducia che i palestinesi provano nei confronti della loro leadership.

In effetti, la tortura e l’uccisione di oppositori politici, l’arresto arbitrario in condizioni disumane di voci critiche, l’aumento dei livelli di sorveglianza e la diminuzione di quelli di tolleranza e pluralità, sono ingredienti chiave per il deterioramento della società palestinese. Un’ulteriore sorveglianza oppressiva degli spazi sociali toglierà potere al popolo palestinese, rafforzerà la sua frammentazione e indebolirà la sua capacità di resistere efficacemente alle strutture coloniali e oppressive.

Ripensare la gestione del settore della sicurezza

Ripensare una gestione del settore della sicurezza palestinese nella quale sia data priorità al popolo palestinese deve essere parte di qualsiasi dialogo nazionale serio e globale. Il consolidamento del potere, anziché dell’inclusività e della responsabilità, ha fatto sì che le PASF siano più responsabili nei confronti dei donatori e del regime israeliano che nei confronti del popolo palestinese. Invertire questo processo è un punto fondamentale per il settore della sicurezza. Per far ciò è necessario quanto segue.

  • La società civile e la leadership palestinesi devono impegnarsi in un dialogo nazionale inclusivo, onesto e complessivo. Rivedere il programma nazionale palestinese nell’ottica della gestione del settore della sicurezza potrebbe servire a molteplici scopi, poiché richiede l’avvio di un dibattito sulle strategie di resistenza, la natura delle strutture di gestione degli affari pubblici e i meccanismi di responsabilizzazione.
  • Le fazioni politiche palestinesi e la società civile devono esigere che l’ANP ridistribuisca equamente il proprio budget, anche nei settori economici produttivi, per porre fine agli stanziamenti gonfiati dell’establishment della sicurezza dell’ANP.
  • La società civile palestinese deve fare pressione sull’ANP affinché metta in atto la decisione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di porre fine al coordinamento della sicurezza con Israele, cosa che non ha fatto nonostante le sue dichiarazioni.
  • La società civile e la leadership palestinesi devono adottare una strategia di resistenza unitaria, anche per quanto riguarda la resistenza armata, per evitare che le armi diventino strumenti nella lotta interna alle fazioni politiche, specialmente in tempi di transizione del potere e vuoti di leadership.

*Alaa Tartir è consulente per i programmi di Al-Shabaka.  Tartir è anche ricercatore associato presso il Center on Conflict, Development, and Peacebuilding e visiting fellow presso il Dipartimento di Antropologia e Sociologia del Graduate Institute of International and Development Studies (IHEID), Ginevra, Svizzera. Tra le altre attività, Tartir è stato borsista post-dottorato presso The Geneva Centre for Security Policy (GCSP) dal 2016-17, ricercatore e docente invitato (2015) presso il Dipartimento di Storia e Storia dell’Arte dell’Università di Utrecht, Paesi Bassi, e, tra il 2010 e il 2015, è stato ricercatore in studi di sviluppo internazionale presso la London School of Economics and Political Science (LSE), dove ha conseguito il dottorato di ricerca.

 

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Violazioni israeliane dei diritti dei lavoratori palestinesi

Le violazioni israeliane dei diritti dei lavoratori palestinesi: COVID-19 e abusi sistemici  

Ihab Maharmeh 

15 luglio 2021 – Al-Shabaka

 

Sintesi

Dallo scoppio della pandemia da COVID-19 in Israele e nelle colonie illegali in Cisgiordania i diritti dei lavoratori palestinesi1 sono stati oggetto di crescenti violazioni. Il 17 marzo 2020 Naftali Bennett, ex ministro della Difesa, aveva annunciato una serie di disposizioni speciali per regolare il lavoro e l’alloggio dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania per tentare di limitare l’incremento dei contagi nella popolazione israeliana. Le disposizioni permettevano a chi aveva il permesso di lavoro e a quelli con meno di 50 anni di entrare e uscire dai territori israeliani, ma imponevano ai lavoratori di concordare impiego e alloggio con i datori di lavoro israeliani e proibivano di rientrare in Cisgiordania per tutta la durata dei contratti.

 

Oltre a tale rigida normativa, Mohammad Shtayyeh, il primo ministro palestinese, aveva ordinato a questi lavoratori di ritornare immediatamente e mettersi in quarantena nelle proprie case per 14 giorni, esortando i servizi di sicurezza palestinesi e i comitati popolari per le emergenze in tutta la Cisgiordania a rafforzare le misure per impedire loro di spostarsi. L’annuncio era arrivato mentre in Cisgiordania si registravano le prime vittime: una donna a Biddu, a nord-ovest di Gerusalemme, che aveva contratto il virus dal figlio e un operaio della zona industriale di Atarot a Gerusalemme.

Anche se migliaia di lavoratori hanno obbedito all’ordine di Shtayyeh, agli inizi di maggio 2020 circa 40.000 l’hanno ignorato e sono ritornati ai loro posti di lavoro rischiando la vita poiché i contagi e i morti da COVID-19 in Israele crescevano in modo significativamente più veloce che in Cisgiordania e a Gaza. Il loro ritorno ha coinciso con un accordo fra palestinesi e israeliani con il quale l’Autorità Palestinese (AP) ha recepito le disposizioni di Bennett. Nonostante ciò, il regime israeliano ha fatto poco per proteggere i lavoratori dall’infezione, anzi ha aumentato le violazioni sistemiche dei loro diritti umani e in quanto lavoratori.

Questo articolo evidenzia le violazioni in Israele del regime israeliano dei diritti dei lavoratori palestinesi e degli accordi prima e durante la pandemia e sostiene che tali violazioni si sono intensificate. Si conclude con alcune raccomandazioni per proteggere i lavoratori palestinesi.

Israele soffoca il mercato del lavoro palestinese

I palestinesi con un documento di identità della Cisgiordania hanno iniziato ad affluire in Israele e nelle colonie in seguito alla guerra del 1967 dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gaza, della penisola del Sinai e delle alture del Golan. Due fattori concorsero a incrementare questo afflusso: il bisogno di manodopera del regime israeliano per la nascente impresa di colonizzazione e l’urgente necessità di impiego per i palestinesi in seguito alla distruzione della loro economia dopo la guerra del 1948. Dato che il regime israeliano poteva offrire salari più alti e maggiori opportunità di impiego, i palestinesi accorsero. Comunque Israele, assorbendo tale manodopera, cercava soprattutto di controllare i fattori principali della produzione palestinese allo scopo di indebolire, dissanguare e controllare l’economia palestinese, imponendo con la forza il proprio controllo.

Da allora i palestinesi sono diventati la principale componente della forza lavoro in Israele, specialmente nei settori edilizio e dei servizi. Si è passati dai 20.000 nel 1970 ai 116.000 nel 1992, con un incremento medio annuale del 6.3%. Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993 e del Protocollo di Parigi nel 1994, che integrava formalmente l’economia palestinese in quella israeliana e chiudeva i confini palestinesi all’economia globale, Israele ha imposto restrizioni ai movimenti dei lavoratori palestinesi dalla Cisgiordania e da Gaza e limitato il numero dei permessi di lavoro a loro concessi. Tuttavia tale afflusso in Israele e nelle colonie è aumentato da 95.000 unità nel 1995 a 133.000 nel 2019,2 la cifra più alta mai registrata.

Dal 1967, la popolazione palestinese in Cisgiordania e Gaza si è più che quintuplicata, passando da circa 965.000 a 5.1 milioni di individui nel 2020; un po’ più della metà sono in età lavorativa (più di 15 anni). Tuttavia l’economia palestinese non è stata in grado di generare nuove opportunità lavorative per assorbire questo gruppo demografico. Di conseguenza la distribuzione relativa dei lavoratori palestinesi nei settori pubblico e privato è calata, mentre è salita la loro distribuzione relativa in Israele e nelle colonie.

Un caso emblematico è quello verificatosi dopo la Seconda Intifada, con un notevole incremento del numero dei lavoratori palestinesi nei territori israeliani, come mostrato dalla seguente tabella, dove la prima colonna si riferisce al 2005 e la seconda al 2019:

Distribuzione relativa dei lavoratori palestinesi in Israele e nelle colonie                   9,3%     13,2%
Distribuzione relativa dei lavoratori palestinesi nel settore pubblico palestinese      22,5%    20,7%
Distribuzione relativa dei lavoratori palestinesi nel settore privato palestinese         68,2 %   66,1%
Lavoratori autonomi palestinesi e imprenditori palestinesi                                        26,1%    18,1%

 

Tavola compilata dall’autore basandosi sui dati dell’Ufficio Centrale di Statistica palestinese del 2005 e del 2019

 

Sebbene dalla fine degli anni ’60 la possibilità di lavorare in Israele e nelle colonie abbia permesso ai palestinesi di trovare opportunità di guadagnare di più (sebbene, in media, meno della metà del salario minimo in Israele) e migliorare le proprie condizioni economiche essi soffrono di terribili condizioni lavorative, della mancanza di adeguate misure di sicurezza e dell’assicurazione contro gli infortuni e spesso denunciano violazioni del diritto israeliano del lavoro e degli standard lavorativi e degli accordi internazionali ratificati da Israele, particolarmente in relazione a salari, orario di lavoro e politiche sui congedi. Queste condizioni si sono particolarmente esacerbate dall’inizio della pandemia.

Inoltre, il dominio israeliano sui principali fattori di produzione dell’economia palestinese ne ha ostacolato la possibilità di creare opportunità lavorative. Israele continua a controllare e limitare l’accesso alle terre e alle risorse naturali palestinesi, costringendo circa un quarto della popolazione palestinese della Cisgiordania a rinunciare a impiegarsi in parecchi settori vitali, specialmente in quello agricolo, una delle maggiori risorse di impiego e sostentamento prima degli accordi di Oslo. Anzi, dall’accordo del 1993 l’espansione delle colonie e il furto delle terre e delle risorse naturali palestinesi hanno paralizzato l’economia, costringendo i palestinesi ad abbandonare le proprie terre e a cercare impiego in Israele e nelle colonie. Israele ha così creato un notevole gap strutturale nei costi di produzione fra le rispettive economie, favorendo la propria. Ciò ha portato a un aumento della proporzione dell’import israeliano in Cisgiordania e a Gaza, contribuendo a uno stabile incremento nel deficit commerciale palestinese.

Inoltre dal 1967 i checkpoint militari israeliani hanno limitato i movimenti e lo scambio di beni e prodotti fra città e villaggi palestinesi. In questo paesaggio frammentato, che fa sostanzialmente gli interessi economici di Israele, solo i palestinesi con permessi di lavoro rilasciati dal regime israeliano possono spostarsi fra le colonie, Gerusalemme e Israele. In questo modo i permessi servono ad affermare l’attuale strategia del regime di gestire e controllare i movimenti dei palestinesi e di confinarli a lavorare in spazi che violano gli standard e le leggi internazionali sul lavoro, esponendoli continuamente a gravi rischi.

COVID-19 e l’inasprimento delle violazioni israeliane

Dopo che per decenni il regime israeliano ha deliberatamente bloccato gli sforzi dei palestinesi per creare un’economia che possa impiegare la propria popolazione in età lavorativa, ai palestinesi sono state lasciate poche alternative di impiego in Cisgiordania e a Gaza. Ciò ha posto un serio problema per gli operai dopo lo scoppio della pandemia che agli inizi del 2020 si è diffusa in Israele con velocità allarmante. Con tassi di contagio crescenti e pessime condizioni lavorative, i lavoratori palestinesi sono stati i principali diffusori del virus in Cisgiordania.

Prima della pandemia, le violazioni israeliane dei diritti dei lavoratori palestinesi erano ben documentate e includevano le pressioni esercitate affinché cooperassero con i servizi di intelligence israeliani in cambio dei permessi di lavoro. Da allora questi abusi non hanno fatto che aumentare.

Nell’aprile 2020, mentre la pandemia si allargava a Israele, Cisgiordania e Gaza, ai lavoratori palestinesi veniva richiesto di scaricare “Al-Munasiq” (il coordinatore), un’app israeliana sviluppata nel febbraio 2019 dal Ministero della Difesa israeliano su richiesta dell’Amministrazione Civile [organismo militare israeliano che governa i territori occupati, ndtr.] per gestire meglio le domande per i permessi. Ma la Coalizione palestinese dei diritti digitali  avverte che scaricare l’app offre a Israele l’opportunità di ulteriori ricatti, sfruttamento e umiliazioni.

Durante la pandemia il controllo demografico è stato essenziale per tutti i governi e l’app ha concorso perfettamente alla strategia di gestione della popolazione del regime israeliano, con la sua raccolta di informazioni e dati personali estratti dai cellulari dei lavoratori palestinesi, come localizzazione, chiamate in entrata e uscita, foto e video, messaggi, email e dati da app di altre persone. Costringere a scaricare Al-Munasiq per andare e lavorare nelle zone palestinesi colonizzate è un altro meccanismo che fa parte della storia di sfruttamento, umiliazioni e vessazioni ai danni di palestinesi.

Dall’inizio della pandemia i lavoratori palestinesi hanno anche sofferto ulteriori abusi da parte dei soldati israeliani mentre si recavano al lavoro, specialmente nel loro diritto di accedere liberamente ai luoghi di lavoro. Il 17 agosto 2020 i media israeliani e internazionali hanno diffuso prove dei crimini commessi dal maggio 2020, inclusa una registrazione di soldati israeliani che, sotto la minaccia delle armi, picchiavano, insultavano e derubavano alcuni lavoratori palestinesi che per andare al lavoro stavano attraversando checkpoint militari nel sud della Cisgiordania.

Si sono anche visti dei soldati israeliani dell’occupazione che ai checkpoint lanciavano gas lacrimogeni contro chi senza permessi tentava di attraversare i rari varchi nel Muro dell’Apartheid, come anche inseguire e pedinare operai  diretti al lavoro. Queste violazioni sono culminate nell’assassinio di due pendolari palestinesi da parte di soldati israeliani. L’uccisione di Fouad Sebti di Tulkarem il 24 gennaio 2021 e di Sherif Rajeh Irzeigat di Hebron il 14 febbraio 2021 dimostrano la ferocia di queste violazioni in questi tempi di COVID-19.

In realtà il COVID-19 ha evidenziato le pericolose condizioni affrontate dagli operai palestinesi che hanno bisogno di mantenere la loro fonte di sussistenza lavorando in Israele e nelle colonie in un’economia di morte.

Per esempio, durante la loro permanenza in Israele i lavoratori palestinesi rischiano la propria vita a causa della scarsità di misure pubbliche di sicurezza nei loro alloggi. I lavoratori hanno riferito di dormire ammassati nei cantieri, sul pavimento nelle fabbriche, in magazzini, giardini e serre, in aree senza lenzuola o coperte pulite prive di bagni e del necessario pe mantenere l’igiene personale. Nel maggio 2020 sono circolate sui social numerose immagini che denunciavano alloggi poco igienici e condizioni di vita malsane dei lavoratori dei cantieri e dei depositi. Inoltre negli alloggi di questi operai non erano riforniti di cibo o bevande a causa del coprifuoco in Israele e nelle colonie.

Successivamente è stata denunciata la mancanza di misure preventive al lavoro e l’inadempienza dei datori di lavoro israeliani nel garantire loro esami medici necessari o cure adeguate in caso di  COVID-19. Per tutta risposta le autorità israeliane hanno espulso o abbandonato questi lavoratori ai checkpoint. Un video circolato sui social ne mostrava uno, Malek Ghanem, mentre veniva lasciato sul ciglio della strada al checkpoint di Beit Sira, vicino a Ramallah, perché sospettato di essere positivo al COVID-19. Altri incidenti simili si sono verificati in seguito in Cisgiordania.

Implicazioni delle violazioni israeliane per l’economia palestinese

I lavoratori palestinesi in Israele contribuiscono annualmente all’economia palestinese con circa 3,25 miliardi di dollari, una media di 271 milioni di dollari al mese, cioè 71 dollari al giorno cadauno. Invece il salario minimo mensile in Cisgiordania e Gaza si attesta rispettivamente sui 400 e 206 dollari.3 Quindi in Israele e nelle colonie il salario medio giornaliero è circa il doppio dei loro colleghi nel pubblico e nel privato in Cisgiordania e più di quattro volte tanto rispetto a quello dei loro colleghi a Gaza.

Il reddito di questi lavoratori è cruciale per migliorare la performance dell’economia palestinese; quindi ogni cambiamento, specialmente la perdita di lavoro in Israele e nelle colonie, colpirà direttamente centinaia di migliaia di famiglie.4 Questo è diventato particolarmente evidente quando il loro numero in Israele e nelle colonie è sceso di circa 34.000 lavoratori alla fine del 2020. Il declino è stato più pronunciato nell’edilizia, con il 15% dei 70.000 operai palestinesi che hanno perso il lavoro, seguito dal settore agricolo, con un calo del 9%. Inoltre, alla fine del 2020 c’erano circa 8.000 disoccupati in Israele e nelle colonie a causa del licenziamento di chi aveva più di 50 anni, una diretta conseguenza delle norme speciali approvate dall’AP per regolare la forza lavoro palestinese durante la pandemia.

Di conseguenza dall’aprile 2020 molti lavoratori palestinesi hanno subito tagli dei salari, in violazioni delle leggi sul lavoro israeliane che proibiscono discriminazioni basate sulla nazionalità. Nella prima metà del 2020 i datori di lavoro israeliani hanno ridotto il salario medio giornaliero dei palestinesi in Israele e nelle colonie da 82 a 76 dollari. Anche se poi l’hanno portato a 80 dollari nella seconda metà dell’anno, resta ancora sotto il livello pre-pandemia. Inoltre quando questi operai hanno obbedito all’ordine dell’AP di non andare a lavorare nei territori israeliani, i datori di lavoro si sono rifiutati di compensarli per la loro assenza forzata, con perdite finanziarie che si stimano a 250 milioni di dollari nel 2020.

Il declino del numero dei lavoratori palestinesi in Israele e nelle colonie e la riduzione dei loro salari e sussidi in tempi di COVID-19 hanno impattato drammaticamente sull’economia palestinese – rappresentando 2,5 miliardi di dollari (o un terzo) delle sue perdite nel 2020. Nel marzo 2021 l’AP ha annunciato che nell’anno precedente l’economia palestinese è scesa del 11.5%, le entrate pubbliche del  20%, il disavanzo fiscale è salito al 9.5% del PIL e il debito interno ha raggiunto il 15%.

Sebbene Israele abbia vaccinato oltre100.000 lavoratori palestinesi dal marzo 2021, l’incertezza che circonda la ripresa economica e la campagna di vaccinazione dell’AP in Cisgiordania e a Gaza fa pensare che l’economia continuerà a soffrire. Di conseguenza si presume che la sua forzata dipendenza da quella israeliana si aggraverà, specialmente per il lavoro e l’impiego, data l’impossibilità dell’economia palestinese di assorbire lavoratori colpiti dall’epidemia, oltre ai nuovi lavoratori che cercano un lavoro. Si prevede che anche a Gaza il tasso di disoccupazione salirà dal 26% alla fine del 2020 a circa il 31% per la fine del 2021.

 

Raccomandazioni politiche

Le seguenti sono raccomandazioni politiche per porre fine alle violazioni israeliane dei diritti dei lavoratori palestinesi in Israele e nelle colonie:

  • L’AP dovrebbe fare pressione sulla comunità internazionale per intensificare gli sforzi per proteggere i diritti dei lavoratori palestinesi.
  • L’AP dovrebbe includere le violazioni dei diritti dei lavoratori palestinesi nelle sue azioni giudiziarie contro il regime israeliano presso il Tribunale Penale Internazionale affinché politici, datori di lavoro e compagnie israeliane siano rese responsabili.
  • Il movimento BDS dovrebbe mettere ancora di più al centro delle sue richieste di boicottaggio delle aziende israeliane la violazione dei diritti dei lavoratori palestinesi.
  • La Federazione Generale Palestinese dei Sindacati dovrebbe sostenere gli sforzi dei lavoratori palestinesi in Israele e nelle colonie per instituire un sindacato indipendente che protegga i loro diritti sindacali e li integri nella lotta politica per la liberazione dal colonialismo israeliano.
  • Il sindacato dovrebbe sviluppare un discorso politico e sindacale che tratti allo stesso modo tutti i lavoratori palestinesi in Israele e nelle colonie, che siano della Cisgiordania, Gaza o Israele.
  • Le organizzazioni dei diritti digitali dei palestinesi e degli arabi dovrebbero mobilitare le organizzazioni dei diritti umani per bloccare l’uso dell’app “Al-Munasiq”, che raccoglie dati personali.
  • Le organizzazioni dei diritti umani regionali e internazionali che si concentrano sui problemi del lavoro dovrebbero far pressione su politici, datori di lavoro e aziende che violano i diritti dei lavoratori palestinesi affinché desistano da queste violazioni.
  • In questo documento con “lavoratori palestinesi” mi riferisco solo ai possessori di un documento di identità cisgiordano e che lavorano nelle colonie israeliane o in Israele. Non include le esperienze più ampie dei lavoratori di Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana che lavorano in territori israeliani.
  • Il numero dei palestinesi che lavorano in Israele e nelle colonie sarebbe significativamente più alto se in queste stime fossero inclusi quelli che lavorano senza permesso o con permessi commerciali o per necessità speciali.
  • Il salario minimo è basato sulla decisione n (11) del Gabinetto del 2012 che fissa in 1.450 shekel (377 euro) il salario minimo mensile per tutti i settori sotto la giurisdizione dell’AP.
  • Per una prospettiva alternativa sul ruolo delle colonie israeliane nell’economia palestinese vedi “How Israeli Settlements Stifle Palestine’s Economy,” [Come le colonie israeliane soffocano l’economia palestinese] di Nur Arafeh, Samia al-Botmeh e Leila Farsakh (2015).

 

  1. In questo documento con “lavoratori palestinesi” mi riferisco solo ai possessori di un documento di identità cisgiordano e che lavorano nelle colonie israeliane o in Israele. Non include le esperienze più ampie dei lavoratori di Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana che lavorano in territori israeliani.
  2. Il numero dei palestinesi che lavorano in Israele e nelle colonie sarebbe significativamente più alto se in queste stime fossero inclusi quelli che lavorano senza permessio o con permessi commerciali o per necessità speciali.
  3. Il salario minimo è basato sulla decisione n (11) del Gabinetto del 2012 che fissa in 1.450 shekel (377 euro) il salario minimo mensile per tutti i settori sotto la giurisdizione dell’AP.
  4. Per una prospettiva alternativa sul ruolo delle colonie israeliane nell’economia palestinese vedi “How Israeli Settlements Stifle Palestine’s Economy,” [Come le colonie israeliane soffocano l’economia palestinese] di Nur Arafeh, Samia al-Botmeh e Leila Farsakh (2015).

 

Ihab Maharmeh è un ricercatore presso il Centro Arabo per la Ricerca e gli Studi Politici di Doha e il segretario di redazione del loro quindicinale Siyasat Arabiya. Ha lavorato presso la Birzeit University dove ha conseguito una laurea in Pubblica Amministrazione e un master in Studi Internazionali presso l’Ibrahim Abu-Lughod Center for International Studies. Ha anche un master in Politiche Pubbliche e Cooperazione Internazionale del Doha Institute for Graduate Studies. Ha pubblicato parecchi studi in riviste peer reviewed su colonialismo, trasferimenti forzati, lavoratori palestinesi in Israele e nelle sue colonie e sulla resistenza palestinese.

 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 

 

 

 




Opporsi alla frammentazione per valorizzare l’unità: la nuova rivolta palestinese

Yara Hawari 

29 giugno 2021 – Al Shabaka

La rivolta palestinese in corso nella Palestina colonizzata contro il regime colonialista israeliano non è cominciata a Sheikh Jarrah, il quartiere palestinese di Gerusalemme dove gli abitanti rischiano un’imminente pulizia etnica. Senz’altro la minaccia di sfratto delle otto famiglie ha catalizzato questa mobilitazione popolare di massa, ma, in ultima analisi, questa rivolta è un capitolo della lotta condivisa dai palestinesi contro il colonialismo sionista durata oltre 70 anni.

Questi decenni sono stati caratterizzati da continui sfratti, furti di terre, incarcerazioni, oppressione economica e la brutalizzazione dei corpi dei palestinesi. I palestinesi sono anche stati sottoposti a un processo intenzionale di frammentazione non solo geografico, in ghetti, bantustan e campi profughi, ma anche sociale e politico. Infatti l’unità che abbiamo visto negli ultimi due mesi, durante i quali i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata, ma non solo, si sono mobilitati in una lotta a sostegno di Sheikh Jarrah, ha sfidato questa frammentazione, sorprendendo allo stesso modo il regime israeliano e la leadership politica palestinese. Una mobilitazione popolare di queste dimensioni non si era vista in decenni, neppure durante l’amministrazione Trump, sotto la cui egida ci sono stati il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, gli accordi di normalizzazione fra Israele e vari Stati arabi e un’ulteriore accelerazione delle pratiche colonialiste del sionismo.

Oltre alla mobilitazione nelle piazze, i palestinesi hanno usato forme creative di resistenza contro il loro assoggettamento. Queste includono la rivitalizzazione delle campagne della società civile per salvare dalla distruzione e dalla pulizia etnica i quartieri palestinesi di Gerusalemme, danni inferti all’economia del regime israeliano e il continuo coinvolgimento di un mondo globalizzato con chiari messaggi che invocano libertà e giustizia per i palestinesi. 

Gerusalemme: un catalizzatore dell’unità

Per decenni gli abitanti di Sheikh Jarrah, come quelli di moltissime comunità, hanno rischiato l’espulsione e la pulizia etnica. Infatti a Sheikh Jarrah i palestinesi sono impegnati da tempo in battaglie legali contro il regime di Israele nel tentativo di bloccare gli sfratti che servono all’obiettivo finale di Israele di ‘giudaizzare’ completamente Gerusalemme

Verso al fine di aprile 2021, il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha respinto i ricorsi di abitanti di Sheikh Jarrah contro quello che i giudici definiscono lo “sfratto” di otto famiglie, ordinando loro di sgombrare le case entro il 2 maggio 2021. Per opporsi a questo ordine e per salvare il quartiere dalla pulizia etnica, le famiglie si sono affidate alla campagna del movimento di base “Salvate Sheikh Jarrah”. La campagna, che ha di recente guadagnato in popolarità grazie ai social, ha attratto una massiccia partecipazione locale e anche l’attenzione internazionale, non ultimo perché riassume in sé l’esperienza palestinese della spoliazione. Ha quindi dato slancio ad altre campagne per “salvare” dalla pulizia etnica e dalla colonizzazione altre zone in Palestina, come Silwan [altro quartiere di Gerusalemme est, ndtr.], Beita [nei pressi di Nablus, ndtr.] e Lifta [periferia est di Gerusalemme, ndtr.].

Durante gli ultimi due mesi i palestinesi della Palestina colonizzata, inclusi gli abitanti di Haifa, Giaffa e Lydda [Lod in ebraico, ndtr.] con cittadinanza israeliana, hanno protestato per sostenere la lotta condivisa di Sheikh Jarrah. Queste rivolte e dimostrazioni hanno attirato una repressione violenta da parte del regime israeliano, una reazione che non è né senza precedenti né inaspettata. Infatti durante le proteste della Seconda Intifada le forze del regime israeliano avevano ucciso 13 cittadini palestinesi nel corso della repressione più micidiale dalla Giornata della Terra del 1976. In tutta questa continua rivolta, la violenza delle forze del regime è stata accompagnata da quella dei coloni israeliani armati che hanno attaccato e linciato cittadini palestinesi, effettuato incursioni e distrutto case, veicoli e attività economiche dei palestinesi. 

Tuttavia sono stati i vari giorni di proteste presso il complesso della moschea di al-Aqsa a dominare i media internazionali, specialmente perché nel 2017 questo era stato il luogo di manifestazioni di massa vittoriose contro le barriere elettroniche collocate all’ingresso del complesso. Anche queste ultime proteste a metà maggio hanno dovuto affrontare una repressione violenta da parte delle forze di sicurezza israeliane che hanno fatto irruzione nel complesso, ferendo centinaia di fedeli palestinesi con proiettili di ferro ricoperti di gomma, lacrimogeni e granate stordenti.

Dopo l’assalto e i costanti tentativi di pulizia etnica del regime israeliano nella Gerusalemme palestinese, il governo di Hamas a Gaza ha contrattaccato lanciando razzi. Israele ha risposto con più di dieci giorni di pesanti bombardamenti contro Gaza, con un totale di 248 vittime, inclusi 66 minori. Nonostante le affermazioni del regime israeliano che sostiene di aver preso di mira solo le infrastrutture militari di Hamas, sono stati distrutti vitali infrastrutture civili, interi edifici residenziali e persino la torre che ospitava i media. Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha dichiarato che questi bombardamenti su Gaza potrebbero essere classificati come crimini di guerra. 

Danneggiare l’economia del regime israeliano

Mentre Gaza era sotto attacco nel resto della Palestina colonizzata continuava la mobilitazione dei movimenti di base. Il 18 maggio i palestinesi hanno indetto uno sciopero generale, probabilmente una delle più grandi manifestazioni di unità da anni. Hanno subito aderito l’High Follow-up Committee for Arab Citizens of Israel [Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, organismo extraparlamentare che rappresenta i cittadini arabi di Israele a livello nazionale, ndtr.] e successivamente l’Autorità Palestinese (ANP) in Cisgiordania. Ma sono stati i movimenti di base ad assumere il controllo della comunicazione, attraverso varie dichiarazioni in arabo e inglese, invitando a un’ampia partecipazione e sollecitando il sostegno internazionale: “Chiediamo il vostro appoggio per continuare questo momento di resistenza popolare senza precedenti, partito da Gerusalemme ed esteso in tutto il mondo,” si leggeva in una dichiarazione. 

Lo sciopero è stato organizzato in risposta agli attacchi contro Gaza e alla rivolta per le strade di Gerusalemme. Ha raccolto una vasta partecipazione ed è stato particolarmente importante per i palestinesi con cittadinanza israeliana che ancora una volta hanno ribadito il loro legame e la condivisione della lotta con i palestinesi di Gaza e Gerusalemme. Comunque è stata anche una tattica per danneggiare in modo efficace l’economia israeliana. I palestinesi con cittadinanza israeliana, il 20% della popolazione di Israele, costituiscono una larga fetta della forza lavoro; per esempio, il 24% degli infermieri e il 50% dei farmacisti sono palestinesi. 

Anche il settore dell’edilizia israeliana è composto per la maggior parte da palestinesi, prevalentemente provenienti dalla Cisgiordania, ma anche da cittadini palestinesi di Israele. Il giorno dello sciopero hanno partecipato quasi tutti i lavoratori manuali, causando una completa sospensione delle industrie per l’intera giornata. Anche i sindacati si sono uniti in previsione dello sciopero esortando i sindacati internazionali a mostrare solidarietà con loro e a intervenire contro l’oppressione israeliana. Questo tipo di sostegno si è visto, alcuni giorni prima dello sciopero, fra i portuali di Livorno che hanno rifiutato di caricare sulle navi armi ed esplosivi israeliani, dichiarando: “Il porto di Livorno non sarà complice nel massacro del popolo palestinese.” 

Le proteste sono continuate nei giorni successivi allo sciopero, anche se su scala minore e con meno attenzione da parte dei media. Ciononostante lo sciopero ha acceso una scintilla e l’attenzione sull’oppressione economica è diventata un tema della mobilitazione. Varie settimane dopo, e sulla base del successo dello sciopero, è stata annunciata una campagna per promuovere il potere d’acquisto dei palestinesi. Denominato “Settimana dell’economia palestinese”, l’evento sottolineava che, nonostante la morsa economica con cui il regime israeliano soffoca i palestinesi, essi hanno un potere di acquisto collettivo. Tutto ciò ricorda molto la Prima Intifada, quando misure popolari, come il movimento cooperativo e la richiesta di boicottare i prodotti israeliani, sfidarono l’assoggettamento economico e la dipendenza dal regime israeliano. 

Il progetto colonialista sionista ha intenzionalmente soggiogato l’economia palestinese distrutta dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e dalla successiva occupazione di terra palestinese. Mentre il regime sionista conquistava la maggior parte dei settori produttivi e agricoli, escludeva i palestinesi da quasi tutte le aree della nuova economia. Dopo la guerra del 1967, che ha portato questi territori sotto occupazione militare israeliana, questa situazione si è estesa alla Cisgiordania e a Gaza.

 Agli inizi degli anni ’90 una serie di accordi di “pace” durante gli Accordi di Oslo hanno portato ai palestinesi un ulteriore assoggettamento economico, passando di fatto il controllo diretto ed indiretto della loro economia al regime israeliano. Gli accordi hanno anche accentuato la loro frammentazione sociale in Cisgiordania e a Gaza. Mentre alcuni sostenevano che i protocolli economici avrebbero portato prosperità a tutti, in realtà, hanno alimentato il clientelismo capitalista palestinese, espandendo il divario economico e le divisioni fra classi sociali. 

La Settimana dell’Economia Palestinese ha incoraggiato varie attività nella Palestina colonizzata, da Haifa a Ramallah e altrove, promuovendo la produzione e i prodotti palestinesi locali al posto di quelli israeliani che hanno monopolizzato il mercato con la loro abbondanza e la competitività dei prezzi. La Settimana ha così proposto, in alternativa alla dominazione coloniale capitalista, una concetto più olistico, dato che la liberazione economica è un aspetto chiave nel quadro di una più ampia lotta di liberazione nazionale.

Comprendere l’unità nell’Intifada dell’Unità

Il 21 maggio, dopo il “cessate il fuoco” fra Israele e Hamas, è venuta meno l’attenzione dei media internazionale per la rivolta e da allora le inevitabili discussioni sulla ricostruzione di Gaza dominano i notiziari. Nonostante le enormi distruzioni e le vittime a Gaza, molti palestinesi considerano il risultato una vittoria di Hamas. 

È comunque importante sottolineare che la rivolta, cominciata prima del bombardamento di Gaza, va oltre Hamas e la sua narrazione della vittoria. Come mi ha fatto notare un collega palestinese di Gaza: “Questa volta, a Gaza, è sembrato diverso. Questa volta ci è sembrato di non essere soli”. Infatti, data la mobilitazione di massa in tutta la Palestina colonizzata e la ripresa dei legami con i movimenti di base, seppure in presenza di una frammentazione forzata, questa nuova rivolta è stata soprannominata: “Intifada dell’Unità.”

Nel periodo dello sciopero è stato pubblicato online un documento, intitolato “Manifesto della dignità e speranza dell’Intifada dell’Unità”, che respinge questa frammentazione forzata:

Noi siamo un unico popolo e un’unica società in tutta la Palestina. Le bande sioniste hanno cacciato con la forza la maggior parte del nostro popolo, rubato le nostre case e demolito i nostri villaggi. Il sionismo era determinato a creare una divisione tra chi restava in Palestina, a isolarci in frammenti geografici e trasformarci in società differenziate e disperse, affinché ogni gruppo vivesse in una grande prigione separata. Ecco come il sionismo ci controlla, disperde la nostra volontà politica e ci impedisce una lotta unitaria contro il sistema razzista colonialista in Palestina.”

Il manifesto dettaglia i vari frammenti geografici del popolo palestinese: la “prigione Oslo” (Cisgiordania), la “prigione della cittadinanza” (terre occupate nel 19481), il brutale assedio di Gaza, il sistema di ‘giudaizzazione’ a Gerusalemme e quelli che vivono un esilio permanente. L’imposizione sulla Palestina di questa geografia colonizzata, caratterizzata da muri di cemento, checkpoint, comunità chiuse di coloni e recinzioni di filo spinato ha costretto i palestinesi a vivere in frammenti separati e isolati l’uno dall’altro. 

 Come fa notare il manifesto, ciò non è successo inevitabilmente o per caso. Al contrario, questa politica intenzionale di ‘divide et impera’ è stata implementata dal regime sionista per minare la lotta anticolonialista di una Palestina unita. Ma i palestinesi non sono rimasti passivi. Nel corso degli anni molti movimenti di base hanno cercato di interrompere la frammentazione, inclusi i vari movimenti giovanili di protesta, come la richiesta del 2011 di unità politica fra la Cisgiordania e Gaza, le dimostrazioni contro Prawer [progetto per deportare i beduini del sud di Israele in campi chiusi, ndtr.] nel 2013 contro la politica israeliana di pulizia etnica dei beduini nel Naqab e la campagna per togliere le sanzioni contro Gaza imposte dall’ANP. 

Più recentemente gruppi di donne palestinesi hanno fondato Tal’at, un movimento femminista radicale che mira, fra altre cose, a trascendere questa divisione geografica affermando che la liberazione della Palestina è una lotta femminista. Quest’ultima componente dell’unità palestinese è una conseguenza di questi continui sforzi per rivitalizzare una lotta palestinese condivisa.

Eppure, internazionalmente, molti non sono riusciti a capirlo. Anzi, la violenza che si stava consumando nei territori del 1948 è stata spesso erroneamente definita come violenza comunitaria, quasi una guerra civile fra ebrei e arabi, una definizione che separa nettamente i cittadini palestinesi in Israele dai palestinesi a Gaza e Gerusalemme. Questa valutazione non descrive la realità dell’apartheid, in cui gli ebrei israeliani e i cittadini palestinesi in Israele vivono vite totalmente separate e ineguali. 

Infatti, questa è l’eredità di una tendenza vecchia di decenni di fare riferimento ai palestinesi con cittadinanza israeliana come “arabi israeliani” tentando di separarli dalla loro identità palestinese. Nei casi migliori la loro situazione è descritta nell’informazione mainstream come il caso non eccezionale di un gruppo minoritario che subisce la discriminazione della maggioranza ebrea, invece di sopravvissuti autoctoni della pulizia etnica del 1948 che continuano a resistere all’annientamento da parte dei coloni. L’incapacità di riconoscere le recenti proteste nei territori del 1948 come una parte specifica di una rivolta di palestinesi uniti è particolarmente notevole se si prende in considerazione l’aspetto estetico: la maggior parte delle dimostrazioni era caratterizzata da una marea di bandiere palestinesi e gli slogan di protesta chiaramente palestinesi.

Anche Gaza è stata lentamente separata dalla lotta palestinese nelle descrizioni mainstream, discussa come un problema completamente separato da quello del resto della Palestina colonizzata. I continui bombardamenti del regime israeliano sono quasi sempre spiegati come una guerra fra Israele e Hamas, un’interpretazione distorta che deliberatamente ignora il fatto che anzi Gaza è il fulcro della lotta palestinese, come sostiene Tareq Baconi [politologo e membro della direzione di Al Shabaka, ndtr.].

Unità contro tutte le aspettative

Se le dimensioni della mobilitazione e la portata della partecipazione popolare a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane sono state imponenti, il costo di questa rivolta è stato e continua ad essere alto. Oltre alla brutalità a Gaza, i palestinesi altrove nella Palestina colonizzata sono stati vittime di violenza efferata e arresti. Nelle ultime settimane, in seguito a operazioni di “legge e ordine” condotte dal regime israeliano i cittadini palestinesi di Israele, quasi tutti giovani operai, sono stati arrestati. Il regime israeliano usa questi arresti di massa come forma di punizione collettiva per intimidire e terrorizzare le comunità.  

In Cisgiordania l’ANP collabora ancora con il regime israeliano nel coordinamento per la sicurezza e ha arrestato vari attivisti coinvolti nelle proteste. Tali arresti, specialmente di coloro che criticano l’’ANP, non sono cosa nuova e seguono uno schema di repressione politica sia in Cisgiordania che a Gaza. Infatti il 24 giugno 2021 le forze di sicurezza dell’’ANP hanno arrestato e picchiato a morte Nizar Banat, un attivista molto conosciuto e critico del regime. Da allora in Cisgiordania sono scoppiate dimostrazioni per chiedere la fine del governo di Mahmoud Abbas, presidente dell’’ANP. Le proteste sono state accolte con violenza bruta e repressione, ma questo comportamento non sorprende. L’’ANP è tristemente nota per i suoi abusi di potere tramite questo tipo di violente intimidazioni.

Durante la rivolta in Cisgiordania, dominata da Fatah, l’’ANP è stata totalmente messa da parte in particolare di fronte alla narrazione della vittoria di Hamas. Ma oltre alla crescente irrilevanza dell’’ANP e la lotta per legittimità e potere fra i due partiti palestinesi dominanti, questa rivolta rivela qualcosa d’altro. Mostra che i movimenti di base e una leadership decentralizzata possono svilupparsi organicamente e al di fuori di istituzioni politiche corrotte. Ha anche fatto vedere che i palestinesi desiderano fortemente una mobilitazione unificata.

Lo slancio della rivolta continua e la sensazione di unità cresce nonostante la diminuzione dell’attenzione dei media e a livello internazionale. Qualcosa è infatti cambiato: i palestinesi invocano una narrazione condivisa e lottano dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Riconoscono così di trovarsi a fronteggiare un unico regime di oppressione anche se si manifesta in modi differenti nelle comunità palestinesi frammentate. Sostanzialmente, questa rivolta, come quelle che l’hanno preceduta, ha ribadito che nel popolo risiede il potere tramite il quale la liberazione palestinese deve essere ottenuta e lo sarà.

  1. Questo è spesso descritto dai politici internazionali come “Israele vero e proprio” e ritenuto differente dalla colonizzazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza.

Yara Hawari è analista senior di Al-Shabaka, la Rete Politica Palestinese. Ha conseguito un dottorato in Politiche del Medio Oriente presso l’università di Exeter, dove ha insegnato ed è tuttora ricercatrice onoraria. Oltre al suo lavoro accademico focalizzato su studi indigeni e storia orale, è anche un’assidua commentatrice politica per varie testate, tra cui The Guardian, Foreign Policy e Al Jazeera in inglese.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il ritorno dei progetti People-to-People: rinunciare a rendere Israele responsabile

Yara Hawari 

6 aprile 2021 – Al Shabaka

Sintesi

I finanziamenti ai progetti People-to-People [Da-Persona-a-Persona] (P2P) sono ripresi negli USA e in Europa, minacciando di danneggiare le leggi internazionali e i diritti dei palestinesi. L’analista esperta di Al-Shabaka Yara Hawari esamina le sconcertanti implicazioni delle iniziative P2P e offre indicazioni su come i decisori politici possano contrastarle per portare avanti una giusta pace che chiami Israele a rendere conto delle sue violazioni dei diritti dei palestinesi.

Introduzione

Tra le iniziative finanziate in Palestina dai donatori è stato riattivato lo schema People-to-People (P2P), che riguarda progetti che uniscono attori palestinesi e israeliani della società civile in cosiddette collaborazioni e discussioni. Sottolineando i concetti di cooperazione, comprensione e costruzione della pace, P2P è pubblicizzato come un progetto positivo nel momento in cui la situazione politica si sta aggravando. Benché in apparenza P2P possa sembrare promettente, il contesto è profondamente problematico, presentando fondamentali ostacoli sia epistemici che materiali sul terreno, per riuscire a portare Israele a rispondere delle sue violazioni dei diritti umani dei palestinesi e raggiungere una pace giusta.

Invece di identificare la colonizzazione di insediamento israeliana e l’occupazione militare come la causa profonda, l’inquadramento complessivo [P2P] si basa sulla convinzione aprioristica che ci sia un lungo conflitto tra palestinesi e israeliani. Inoltre stabilisce che il contatto e il dialogo siano il modo per porre fine alla violenza e quindi al conflitto, creando un falso parallelo tra l’oppressione strutturale da parte degli occupanti israeliani e la giustificata resistenza dei palestinesi oppressi.

Diversi attori locali ed internazionali hanno anche dimostrato che P2P è inutile, perché la grande maggioranza dei palestinesi non ne vuole sapere. Infatti la società civile palestinese rifiuta in modo unanime l’idea di P2P perché i progetti non si basano sui principi delle leggi internazionali o sul riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi. Di fatto spesso arrivano persino a compromettere tali diritti.

Benché fin dall’inizio degli anni 2000 P2P sia in declino, recentemente è stato rivitalizzato con il Middle East Partnership for Peace Act [legge sulla Collaborazione per la Pace in Medio Oriente] di Nita M. Lowey [parlamentare USA, ndtr.], approvata dal Congresso USA nel dicembre 2020. La legge prevede 250 milioni di dollari in cinque anni per due fondi, uno dei quali specificatamente incentrato su “progetti di pace e riconciliazione” tra palestinesi e israeliani. Notizie nei media l’hanno definita un’iniziativa per riprendere gli aiuti ai palestinesi dopo una lunga interruzione durante l’amministrazione Trump. È stata persino festeggiata come una spinta al riavvicinamento e a un approccio nuovo a un processo di pace altrimenti stagnante.

Una rapida occhiata a questa legge e al finanziamento in sé non provocheranno necessariamente un allarme per molti parlamentari progressisti. Tuttavia un’analisi più approfondita sia del testo della legge che delle sue probabili implicazioni rivela un preoccupante precedente a minacciare le leggi internazionali e i diritti fondamentali dei palestinesi, anche perché ignorano l’impunità del regime israeliano. Questo articolo di politica presenta una critica a P2P e dimostra il pericolo di questo progetto volendo garantire giustizia ai palestinesi. Infine l’articolo arriva a concludere che quanti appoggiano i principi fondamentali delle leggi internazionali e i diritti dei palestinesi dovrebbero contrastare questi finanziamenti e il contesto P2P più in generale e portare Israele a rendere conto delle sue violazioni.

Un quadro problematico e ormai defunto

Il predecessore di P2P è stata la diplomazia Track II [Cammino II] degli anni ’80, in cui vennero utilizzati canali ufficiosi per creare spazi informali in cui discutere alternative di soluzione con l’intento di influenzare prima o poi quanti erano coinvolti nella diplomazia Track I, in cui avvenivano negoziati ufficiali tra dirigenti politici. Ma P2P è decollato dopo la firma degli Accordi di Oslo del 1993, che ampliarono l’ambito della diplomazia Track II per includere le organizzazioni della società civile palestinese e israeliana che non intendevano necessariamente influenzare i politici, ma piuttosto creare una migliore comprensione tra i due popoli.

Mentre la traiettoria storica del quadro P2P è complessa, è importante notare che conobbe un periodo di significativo declino iniziato all’inizio degli anni 2000 in seguito a vari fattori: lo scoppio della Seconda Intifada, il crollo della “sinistra” israeliana, alcuni membri della quale avevano partecipato ai progetti P2P, e nel 2007 l’emergere di un rinnovato accordo della società civile palestinese contro la normalizzazione.

“Contrasto alla normalizzazione” è una definizione coniata e definita dalla società civile palestinese. Trova le sue radici nella lotta palestinese contro l’occupazione britannica culminata con la Grande Rivolta del 1936-1939. “Contrasto alla normalizzazione” vuol dire rifiuto palestinese di partecipare a progetti, eventi o attività che promuovano il concetto secondo cui Israele è un’entità legittima che a sua volta avrebbe normalizzato i rapporti tra l’oppressore e l’oppresso.

Come tattica il contrasto alla normalizzazione è un tentativo di rifiutare la legittimazione e l’occultamento delle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele attraverso la patina del dialogo. Un esempio di normalizzazione sarebbe un progetto che intenda unire donne israeliane e palestinesi per discutere delle sfide che devono affrontare rispettivamente nella società senza citare la fondamentale disparità tra loro, una disparità che sottomette regolarmente le donne palestinesi alla violenza da parte del regime israeliano.

Il contrasto alla normalizzazione non è semplicemente una posizione di principio, ma anche una tattica politica che riconosce il fallimento di un dialogo tra palestinesi ed israeliani e una costruzione della pace che non siano fondati sui principi fondamentali delle leggi internazionali. Infatti riconosce che i progetti P2P ignorano le responsabilità israeliane nella violazione dei diritti dei palestinesi e di conseguenza i palestinesi vedono i progetti P2P come tattiche specificamente destinate a garantire l’impunità di Israele.

Oltretutto P2P sottolinea l’importanza della “cooperazione oltre i confini” per raggiungere una pace duratura. Progetti all’interno di questo quadro sono destinati a “iniziare e promuovere contatti a livello di base e l’interazione tra persone sui lati opposti del confine.” Ma nel caso della Palestina ciò è chiaramente inapplicabile. Come Edward Said e altri intellettuali e attivisti palestinesi hanno instancabilmente sostenuto, il conflitto non è tra due parti uguali intrappolate in una lotta simmetrica. È invece un colonialismo d’insediamento e un’oppressione senza sosta di Israele nei confronti dei palestinesi.

Il concetto di confine è altrettanto errato. Il regime israeliano è un’entità sovrana de facto dal fiume Giordano al mare Mediterraneo. Da decenni ha tenuto milioni di palestinesi sotto occupazione militare e, nel contempo, continua ad espropriare terra palestinese. Il risultato è la bantustanizzazione dei palestinesi in piccole enclave. Da parte sua il regime israeliano non ha mai ufficialmente dichiarato i suoi confini; farlo sarebbe stato in conflitto con le sue intenzioni espansioniste. In questo modo la narrazione P2P di due popoli in conflitto attraverso un confine condiviso rappresenta in modo errato la situazione di un popolo palestinese occupato e colonizzato.

Ancora peggio, P2P presuppone che i palestinesi cooperino e si riconcilino con un popolo e un’entità che approvano la loro colonizzazione e occupazione o che le praticano direttamente. Non sorprende che tali progetti siano nella stragrande maggioranza falliti. Infatti le analisi di un rapporto del 2014 della Commissione per lo Sviluppo Internazionale del governo britannico riguardo ai programmi P2P in Cisgiordania hanno rilevato che tali progetti hanno avuto un costo elevato e nel complesso hanno prodotto “risultati, modularità e un impatto strategico dimostrabile scarsi.”

Un’altra narrazione comune è il falso assunto che iniziative e finanziamenti P2P abbiano il potenziale di “far ripartire” l’economia palestinese, un concetto pericoloso che ignora di proposito il dato di fatto che l’economia palestinese è totalmente soffocata dal regime israeliano. Oltre a essere falso, ciò non considera il regime israeliano responsabile della continua distruzione dell’economia palestinese. Infatti fin dalla fondazione dello Stato israeliano nel 1948 e in seguito alle successive ondate di occupazione della terra palestinese l’economia dei palestinesi è stata schiacciata.

Gli Accordi di Oslo l’hanno ulteriormente assoggettata, e il Protocollo di Parigi del 1994 è stato particolarmente dannoso. Ha imposto un’unione doganale iniqua, che concede alle imprese israeliane accesso diretto al mercato palestinese, ma limita l’ingresso dei prodotti palestinesi a quello israeliano; concede allo Stato di Israele il controllo sulla riscossione delle imposte; rafforza ulteriormente l’uso dello shekel israeliano in Cisgiordania e a Gaza, lasciando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) appena creata senza mezzi per imporre il controllo fiscale o adottare politiche macroeconomiche autonome.

In effetti ciò significa che oggi il regime israeliano ha il totale controllo diretto o indiretto sulle leve dell’economia palestinese. L’occupazione militare rafforza questa situazione, consentendo al regime israeliano di esercitare il controllo fisico sulle attività economiche quotidiane dei palestinesi e di espandere l’espropriazione della terra palestinese.

L’iniezione di denaro in questo sistema attraverso iniziative finanziate con P2P non è ciò di cui ha bisogno l’economia palestinese. Invece, come ha scritto Leila Farsakh [economista giordano-palestinese, ndtr.], “l’economia palestinese…non può esistere, per non dire prosperare, fino a quando la comunità internazionale non chiamerà Israele a rispondere in base alle leggi internazionali, proteggerà i diritti dei palestinesi e obbligherà Israele a porre fine alla sua occupazione.”

Il Middle East Partnership for Peace Act

Indipendentemente dalle questioni fondamentali su illustrate, il quadro P2P è tornato di moda in seguito al Middle East Partnership for Peace Act [legge per la Collaborazione in Medio Oriente per la Pace] di Nita M. Lowey nel 2000. La legge è stata proposta al Congresso USA dall’ex parlamentare democratica Nita Lowey e dal repubblicano Jeff Fortenberry, a dimostrazione dell’appoggio bi-partisan alla legge.

In seguito alla sua approvazione l’Alliance for Middle East Peace [Alleanza per la Pace in Medio Oriente] (ALLMEP) ha rivendicato l’iniziativa spiegando che si è trattato del risultato di “oltre un decennio di sostegno” da parte di ALLMEP “alla creazione di un Fondo Internazionale per la Pace Israelo-palestinese.” ALLMEP cita una “vasta coalizione” di sostenitori, che include J Street, il New Israel Fund, Jewish Federations of North America, l’Israel Action Network, Churches for Middle East Peace, AIPAC, AJC e l’Israel Policy Forum. Significativamente tutte queste organizzazioni tranne una sono dichiaratamente sioniste.

Un mese prima della legge, ALLMEP ha citato un dibattito parlamentare in Inghilterra diretto dalla deputata Catherine McKinnell, a capo di Labour Friends of Israel [Amici Laburisti di Israele], che ha portato avanti l’idea di creare un fondo simile in Gran Bretagna. Si sosteneva che la proposta era ampiamente appoggiata da deputati sia dell’opposizione che del partito di governo. Nel dibattito McKinnell ha finito con un accenno all’International Fund for Ireland [Fondo Internazionale per l’Irlanda, istituito per finanziare progetti di pacificazione in Irlanda del nord, ndtr.] e al Good Friday Agreement [Accordo del Venerdì Santo, che ha posto fine alla guerra civile nell’Irlanda del Nord, ndtr.]. In effetti ALLMEP fa riferimento all’ International Fund for Ireland (IFI) come “quadro concettuale” che sta dietro a questa idea di un fondo per “la pace israelo-palestinese” e cita il Partnership for Peace Act [legge per una pace condivisa ndtr] quale primo passo verso un tale fondo.

Dopo il dibattito, McKinnell ha inviato una lettera aperta a James Cleverly, ministro per il Medio Oriente e il Nord Africa presso l’Ufficio per gli Esteri, il Commonwealth & lo Sviluppo (FCDO). Nella lettera chiede al ministro di incontrarla per discutere del coinvolgimento britannico in tale fondo. Ha anche chiesto al ministro di impegnarsi a “discutere con l’amministrazione Biden come il Middle East Partnership for Peace Fund possa trasformarsi in una vera istituzione internazionale.” Infine ha proposto che la Gran Bretagna presenti una richiesta agli USA per uno dei seggi come membro internazionale nel consiglio del Partnership for Peace Act.

La legge è stata adottata anche nel testo della legge di bilancio per il Dipartimento di Stato e le Operazioni Estere del 2021. Essa destina 50 milioni di dollari all’anno per oltre 5 anni per la costituzione di due fondi: il fondo “People-to-People Partnership for Peace” con USAID [discussa agenzia federale USA per la cooperazione internazionale, ndtr.] e la Joint Investment for Peace Initiative [Iniziativa di Investimenti Congiunti per la Pace] dipendente dall’ International Development Finance Corporation [Società Finanziaria per lo Sviluppo Internazionale, istituzione finanziaria federale USA che gestisce i fondi per lo sviluppo, ndtr.].

Il fondo P2P è governato e gestito dall’Amministrazione dell’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale in collaborazione con il Segretario di Stato e il ministero delle Finanze USA.

Vi sovrintende un consiglio di amministrazione formato da cinque cittadini USA nominati dall’amministrazione dell’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale. La legge, stilata per la prima volta nel giugno del 2019, stabilisce che i membri del consiglio debbano essere persone che hanno “dimostrato esperienza e competenza nelle questioni relative a Israele e ai territori palestinesi,” e fa particolare riferimento alla competenza in campo economico. Due seggi del consiglio sono riservati a rappresentanti di organizzazioni internazionali di governi esteri: da qui la summenzionata richiesta di McKinnell di un rappresentante britannico.

Il fondo sarà finanziato principalmente dagli USA, ma la legge afferma anche che “raccoglierà ulteriori contributi per il Fondo dalla comunità internazionale, compresi Paesi del Medio Oriente e in Europa.”

Gli Stati che hanno recentemente normalizzato i rapporti con il regime israeliano saranno senza dubbio inclusi tra quelli a cui si chiederanno contributi. È anche probabile che gli ideatori del fondo sperino che diventi il principale meccanismo attraverso il quale finanziamenti internazionali saranno diretti in Palestina e i palestinesi saranno obbligati a impegnarsi nel “dialogo” P2P con gli israeliani come condizione per ricevere finanziamenti. In cambio questo darà come risultato il monopolio e la micro-gestione da parte degli Usa della maggioranza dei progetti finanziati dai donatori in Palestina.

Minare le leggi internazionali e rinunciare a chiamare Israele a rispondere dei suoi crimini

Benché il discorso del Partnership for Peace Act riguardi pace e cooperazione, una lettura attenta del testo della legge rivela preoccupanti lacune che consentono il totale annullamento dei diritti dei palestinesi. Così facendo la legge incoraggia le violazioni israeliane del diritto internazionale.

Nel settembre 2020 l’analista politica di Al-Shabaka e avvocatessa per i diritti umani Zaha Hassan ha notato che una prima bozza della legge vietava la “discriminazione geografica” nella presentazione di richieste da parte di beneficiari da “Israele, Cisgiordania e Gaza.” In altre parole chiunque, compresi i coloni israeliani in Cisgiordania, avrebbero potuto presentare domanda di finanziamenti.

In effetti Hassan ha evidenziato che un rapporto della commissione per gli Stanziamenti del Senato [USA] che ha messo in discussione la prima versione della legge, aveva esplicitamente affermato che i finanziamenti avrebbero dovuto essere utilizzati “per incoraggiare il commercio tra l’economia israeliana e palestinese in Cisgiordania.” Benché la versione finale non contenga più quella formulazione, essa non presenta alcuna definizione che possa impedire ai coloni di far richiesta di finanziamenti. Eppure l’impresa di colonizzazione del regime israeliano in Cisgiordania, avviata da un governo laburista israeliano poco dopo la conquista della Cisgiordania nel 1967, è uno dei crimini più vergognosi contro il popolo palestinese.

Oggi ci sono oltre 622.500 coloni israeliani che vivono in centinaia di insediamenti illegali in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. Questa impresa di colonizzazione ha avuto un impatto incredibilmente devastante sulla vita dei palestinesi in Cisgiordania. La terra palestinese è continuamente espropriata per le colonie e le loro infrastrutture, rinchiudendo i palestinesi in enclave sempre più piccole collegate da pochissime strade in pessimo stato.

Oltre a questo le colonie si impadroniscono delle migliori risorse della Cisgiordania, in particolare dell’acqua. Per decenni il regime israeliano ha sistematicamente scavato pozzi e ha bloccato l’acceso dei palestinesi alle sorgenti in Cisgiordania, mentre deviava nel contempo l’acqua per rifornire la propria popolazione, compresa quella che vive negli insediamenti illegali. Non è quindi sorprendente che le colonie illegali israeliane siano spesso definite il maggior ostacolo alla pace, anche dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Mentre queste attività e la costante espansione del regime israeliano sulla terra palestinese sono continuamente condannate dalla comunità internazionale e dalle associazioni per i diritti umani, non ci sono state conseguenze e il regime israeliano deve ancora essere chiamato a risponderne. Tuttavia il Partnership for Peace Act va ben oltre la semplice mancata richiesta al regime israeliano di risponderne; esso fornisce deliberatamente una scappatoia per non vietare esplicitamente ai coloni degli insediamenti illegali di chiedere finanziamenti, incentivando quindi l’attività di colonizzazione e arricchendo i coloni.

Come detto in precedenza, la legge di bilancio USA proposta nel luglio 2020 dalla Camera dei Rappresentanti USA per l’anno fiscale 2020-2021 ha incluso provvedimenti per il Partnership for Peace Act. Le disposizioni impongono inoltre una serie di clausole per ricevere i finanziamenti, comprese restrizioni all’accesso per i palestinesi nel caso in cui l’ANP promuova un’inchiesta della Corte Penale Internazionale contro crimini di guerra di Israele. In particolare il testo include la seguente clausola:

Nessuno dei fondi stanziati sotto la voce “Fondo per il sostegno economico” di questa legge può essere messo a disposizione per assistenza all’Autorità Nazionale Palestinese se dopo la data di entrata in vigore di questa legge: (I) i palestinesi ottengono la stessa posizione di Stato membro o la piena adesione come Stato nelle Nazioni Unite o in qualunque loro specifica agenzia al di fuori di un accordo negoziato tra Israele e i palestinesi; o se i palestinesi promuovono un’indagine giuridicamente autorizzata della Corte Penale Internazionale (CPI), o appoggiano attivamente una simile indagine che sottoponga cittadini israeliani a un’inchiesta per presunti crimini contro i palestinesi.

Ciò è particolarmente significativo, considerando che nel febbraio 2021 l’ufficio della procura generale e la Camera Preliminare della Corte Penale internazionale (CPI) hanno stabilito che la Palestina ricade sotto la giurisdizione della CPI, consentendo quindi un’indagine per crimini di guerra contro Israele in Palestina. Meno di un mese dopo, nel marzo 2021, la procura ha annunciato l’apertura di un’inchiesta formale. Mentre ciò può essere festeggiato come una prima vittoria, molti ostacoli si prospettano ancora, compreso il fatto che l’ANP possa o meno essere convinta ad abbandonare l’inchiesta con la minaccia del ritiro dei finanziamenti.

Benché la CPI conserverebbe la giurisdizione anche se la ANP dovesse rinunciare a sostenere un’indagine e presentare denunce per crimini di guerra, ciò avrebbe un pesante impatto sulla causa. Infatti lascerebbe nelle mani di attori non statali, come le Ong per i diritti umani, la responsabilità di presentare denunce. Le denunce da parte di Stati hanno un peso politico maggiore, soprattutto nei confronti della CPI, che si basa molto sulla collaborazione degli Stati per condurre le proprie indagini.

È estremamente problematico il fatto che un ente finanziatore imponga simili limitazioni alla distribuzione dei propri fondi. Si deve quindi mettere in discussione la sincerità di ogni tentativo di “pace e riconciliazione” che limiti i finanziamenti in base al fatto che un popolo o, in questo caso, uno Stato persegua attraverso un’istituzione giudiziaria internazionale la richiesta di procedere in giudizio contro responsabili di crimini di guerra. Inoltre va notato che l’amministrazione Trump ha presentato clausole simili insieme all’“Accordo del Secolo”, che vietava alla dirigenza palestinese di ricorrere a un’indagine della CPI.

Clausole come queste, che politicizzano i finanziamenti incardinandoli a condizioni ingiuste, non solo sono dannose nel garantire i diritti fondamentali dei palestinesi, ma minano anche l’intero sistema della giustizia internazionale rafforzando l’impunità israeliana in quanto rinunciano a chiedere conto delle sue gravi violazioni del diritto internazionale. Il Partnership for Peace Act non è sicuramente una ragione di ottimismo, è uno strumento politico utilizzato contro i palestinesi che potrebbero cercare di utilizzare mezzi giudiziari affinché il regime israeliano sia chiamato a rispondere delle proprie continue sofferenze sotto l’occupazione israeliana. È una condanna a morte per i palestinesi che cercano giustizia attraverso i canali giudiziari formali del sistema internazionale.

Mettere in dubbio la falsa vernice di pace e riconciliazione

Questo articolo ha dimostrato come il Partnership for Peace Fund agisca all’interno di un quadro epistemico che pretende che la mancanza di collaborazione, di dialogo e di opportunità economiche per i palestinesi siano il principale ostacolo alla pace tra palestinesi e israeliani. Questo articolo ha anche dimostrato che ciò è semplicemente falso. Il principale ostacolo per “raggiungere la pace” sono le violazioni dei diritti dei palestinesi da parte del regime israeliano da oltre settant’anni, così come la continua colonizzazione della terra palestinese.

Tuttavia il fondo non è l’unico ad adottare questa narrazione. È l’ultimo esempio di una storia più lunga di iniziative P2P simili che tentano di minare i diritti fondamentali dei palestinesi attraverso una vernice di pace e riconciliazione.

Alla luce delle leggi emanate negli USA e della possibilità che leggi simili vengano emanate altrove, in particolare in Gran Bretagna e in Europa, è fondamentale che quanti appoggiano le leggi internazionali e i diritti dei palestinesi si oppongano con decisione a tali iniziative che minacciano il diritto internazionale e privilegiano una falsa vernice di dialogo e responsabilizzazione.

Come ha notato Omar Barghouti [co-fondatore del movimento BDS, ndtr.]:

“La lotta è innanzitutto per la libertà, la giustizia e l’autodeterminazione dell’oppresso…Solo attraverso la fine dell’oppressione ci può essere una vera potenzialità per quella che chiamo coesistenza etica, basata sulla giustizia e sulla piena uguaglianza per chiunque, non una coesistenza del tipo ‘padrone-schiavo’ che invocano molti nell’ ‘industria della pace’.”

L’impostazione P2P dovrebbe essere rifiutata in quanto inadeguata e problematica nel contesto palestinese e, in effetti, in ogni contesto di colonialismo d’insediamento definito da un notevole asimmetria di potere. Politici e legislatori dovrebbero invece appoggiare progetti e iniziative che si basino sui principi fondamentali delle leggi internazionali e sulla protezione dei diritti umani dei palestinesi invece che su quelli che li ignorano per promuovere il “dialogo”.

Infine, dovrebbero appoggiare i meccanismi esistenti che si oppongono all’espansionismo del colonialismo d’insediamento israeliano e dell’occupazione militare. Ciò include il divieto di importazione nei mercati internazionali dei prodotti delle colonie illegali o di investimenti da istituzioni e imprese complici delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. In ultima analisi Israele sarà chiamato realmente a pagare le conseguenze delle sue azioni con l’applicazione di sanzioni internazionali. Infatti obbligarlo a risponderne è l’unico cammino attraverso il quale ottenere una pace giusta.

Yara Hawari

Yara Hawari è analista esperta di Al-Shabaka: La Rete Politica Palestinese. Ha ottenuto un dottorato in Politiche del Medio Oriente presso l’università di Exeter, dove ha insegnato in vari corsi di post-grado e continua ad essere ricercatrice onoraria. In aggiunta al suo lavoro accademico centrato su storia indigena e storia orale, è anche una assidua commentatrice che scrive su vari mezzi di comunicazione, tra cui The Guardian, Foreign Policy e Al Jazeera in inglese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il declino dei settori produttivi palestinesi: il commercio interno come microcosmo dell’impatto dell’occupazione

 Ibrahim Shikaki 

7 febbraio 2021 – Al Shabaka

Sintesi

L’occupazione israeliana ha paralizzato i settori produttivi palestinesi, portando al predominio del commercio interno nell’economia palestinese. L’analista politico di Al Shabaka Ibrahim Shikaki esamina come queste distorsioni strutturali si siano sviluppate in conseguenza delle politiche economiche oppressive di Israele da quando ha occupato la Palestina nel 1967. Shikaki propone delle raccomandazioni alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie su come appoggiare l’autodeterminazione economica dei palestinesi.

Introduzione

L’occupazione israeliana ha sistematicamente inflitto ai palestinesi costi economici disastrosi, che gli economisti hanno analizzato per decenni. Tuttavia una dimensione che queste analisi hanno trascurato riguarda le distorsioni nella struttura dell’economia palestinese e l’impatto dannoso di queste distorsioni. Il termine “struttura economica” si riferisce al contributo di diversi settori economici, compresi agricoltura, industria, edilizia e commercio, alle variabili economiche fondamentali della produzione (PIL) e dell’impiego.

Considerando che uno studio complessivo di queste distorsioni strutturali va oltre l’ambito di questo articolo, ci concentreremo su un particolare settore economico che ha giocato un ruolo sempre più predominante nell’economia palestinese: il commercio interno. In sintesi, il commercio interno riguarda la vendita e l’acquisto di beni al dettaglio e all’ingrosso, compreso il commercio con Israele. Il crescente rilievo del contributo del commercio interno nell’attività economica complessiva in Palestina è parte di un costante allontanamento dai settori produttivi come agricoltura e industria verso servizi, commercio ed edilizia.

Questo articolo sostiene che il predominio del commercio interno a spese dei settori produttivi non è né il risultato di uno sforzo consapevole di politiche da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) né il risultato di un governo liberista del mercato. Al contrario è il sottoprodotto delle politiche di occupazione israeliane e una chiara conseguenza della dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana fin dal 1967.

L’articolo sostiene che il commercio interno è un microcosmo dell’economia palestinese nel suo complesso, evidenziando l’inutilità dell’appoggio internazionale e dei donatori per lo sviluppo sotto occupazione. Al contrario, ciò che sarebbe necessario riguarda il rafforzamento dell’elaborazione indipendente, trasparente, responsabile e collettiva di politiche palestinesi, un tipo di guida e governo che la dirigenza palestinesi degli ultimi 25 anni non può dirigere o realizzare.

Il predominio del commercio interno in Palestina

Prima di approfondire i dati che dimostrano l’attuale predominio del commercio interno nell’economia palestinese è utile familiarizzarsi con le attività economiche e i sotto-settori che rientrano in questa categoria generale. Secondo la più recente Classificazione Industriale Standard Internazionale [classificazione delle attività economiche definita dalla Divisione Statistica delle Nazioni Unite, ndtr.] (ISIC-4), la denominazione ufficiale relativa al settore del commercio interno è “Commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di veicoli a motore e motocicli.”

Questa classificazione generale include 43 diversi sotto-settori. Secondo il censimento delle imprese PCBS [Ufficio Centrale di Statistica palestinese, ndtr.] del 2017 i tre settori prevalenti, che rappresentano il 50% di ogni struttura economica nel commercio interno palestinese, erano “vendita al dettaglio in negozi non specializzati prevalentemente di cibo, bevande o sigarette”, “commercio al dettaglio di cibo in negozi specializzati” e “vendita al dettaglio di vestiti, calzature e prodotti di cuoio in negozi specializzati”. In altre parole metà di tutte le unità economiche nel maggior settore dell’economia palestinese era composta da negozi di generi alimentari, noti come “al-dakakin”, così come da negozi di cibo e vestiti al dettaglio.

Dati della Contabilità generale del PCBS mostrano che il commercio interno gioca un ruolo sempre più importante in termini di contributo al valore aggiunto (cioè PIL) complessivo della Palestina. Nel 2018 il commercio interno ha rappresentato il 22% sul totale del PIL palestinese (circa 2,9 miliardi di euro nel 2018). Ciò supera il contributo di qualunque altro settore economico come agricoltura (7,5%), industria (11,5%) e il più complessivo settore dei servizi (20%), che include istruzione, salute, l’immobiliare e altri settori. All’interno del solo settore privato il commercio interno rappresenta circa il 40% del valore aggiunto.

Il fatto che il commercio interno rappresenti quasi un quarto dell’attività economica totale non è una cosa naturale nell’economia palestinese né rappresentativa della specializzazione della sua forza lavoro. Come mostra il grafico 1 che segue, i primi giorni dell’ANP a metà degli anni ’90 videro un periodo di breve durata di elevata fiducia che contribuì a determinare un ruolo relativamente forte del settore manifatturiero. Tuttavia gli anni della Seconda Intifada (2000-2005) ridussero praticamente tutti i settori economici tranne la pubblica amministrazione, rispecchiando l’aumento degli aiuti alla spesa salariale del settore pubblico come ultima risorsa per l’ occupazione.

Fonte: PCBS. Calcolo nazionale a prezzi attuali e costanti, vari anni.

Ramallah – Palestina.

Nel 2006, dopo la Seconda Intifada, cominciò ad emergere un chiaro modello verso una svolta neoliberista e un crescente accesso al credito. Ma, nonostante questa svolta, i settori produttivi palestinesi rimasero stagnanti o declinarono, mentre il contributo del commercio interno più che raddoppiò in 10 anni (dal 10% nel 2008 al 22% nel 2018). La cosa non sorprende dato che la svolta neoliberista rafforzò il predominio delle attività economiche “che eludono l’occupazione”, che operarono per evitare gli ostacoli posti da Israele con pochissima attenzione nei confronti del popolo palestinese. I settori produttivi non lo fanno in quanto devono contrastare lo status quo del controllo israeliano sulla terra e le frontiere, fondamentali per l’agricoltura e l’industria.

Comunque il contributo al PIL è solo uno degli indicatori del predominio del commercio interno. Dal 1997 ogni dieci anni il PCBS ha condotto un censimento generale, incluso un censimento delle imprese, che fornisce dati sul numero di attività economiche nazionali e dei lavoratori in ognuno dei vari settori e sotto-settori. Per sua natura il censimento non copre alcune attività economiche, come il lavoro in Israele e l’auto-impiego. Tuttavia l’esclusione del lavoro dei palestinesi in Israele consente al censimento di offrire una stima migliore dell’occupazione creata dal settore privato interno.

Le tendenze evidenziate dal censimento sono rivelatrici. Il numero di imprese che operano nel commercio interno sono aumentate da 39.600 nel 1997 a 56.993 e 81.260 rispettivamente nel 2007 e nel 2017. Mediamente queste cifre rappresentano il 53% di tutte le attività economiche che operano nell’economia palestinese. Come detto sopra, e come spiegato nella tabella 1, tre sotto-settori rappresentano metà di questo dato.

Tavola 1: I principali sotto-settori palestinesi

 

Sottosettori

Numero di imprese

Percentuale delle imprese del commercio interno

Percentuale su tutte le imprese

Negozi alimentari “al-dakakin”

17309

21%

11%

Negozi alimentari al dettaglio

10567

13%

6.7%

Negozi di vestiti al dettaglio

10364

12.7%

6.5%

Parrucchieri e trattamenti estetici

8629

Non inclusi nel settore del commercio interno

5.5%

 

Fonte: PCBS, 2018. Censimento della popolazione, delle abitazioni e delle imprese, 2017, Risultati finali.

Rapporto sulle imprese., Ramallah-Palestina

Riguardo all’occupazione, mediamente il 37% di tutti i lavoratori inclusi nel censimento erano impiegati nel settore del commercio interno, di gran lunga il maggiore tra tutti i settori economici, seguito da quello manifatturiero (22%). Oltretutto il settore era il secondo come lavoro femminile (18%) dopo quello relativo all’istruzione, che impiega il 26% di tutte le lavoratrici incluse nel censimento. Tuttavia è da notare che la presenza delle donne nel settore del commercio interno sottostima la partecipazione complessiva delle donne. Per esempio, il censimento delle attività del 2017 indica che, mentre le donne rappresentano il 24% del totale della forza lavoro (rispetto al 76% degli uomini), nel settore del commercio interno la manodopera era approssimativamente divisa tra il 91% di uomini e il 9% di donne.

Va anche notato che dal boom del credito privato nel 2008 il commercio interno è stato il settore economico a godere del maggior numero di crediti e mutui agevolati, tra il 20% e il 25% del totale del credito al settore privato (1). L’ammontare del credito erogato alle attività del commercio interno è cresciuto dai circa 250 milioni di euro nel 2008 all’1,11 miliardi di euro nel 2019, un aumento quasi del 250% in dieci anni. Il settore più vicino nel 2019 è stato il credito per il “patrimonio edilizio residenziale”, con circa 865 milioni di euro. Per contestualizzare il tutto, settori produttivi come l’agricoltura e l’industria sommavano rispettivamente solo circa 76 milioni e 372 milioni di euro.

Inoltre il lavoro palestinese in Israele, che nel 1987 raggiunse più del 40% della forza lavoro palestinese totale, nell’economia palestinese ha avuto un duplice impatto sulla crisi dei settori produttivi e la crescita delle attività legate al commercio. In primo luogo, mentre questi lavoratori palestinesi migranti venivano pagati il 50% in meno dei lavoratori israeliani, i loro stipendi erano comunque più alti della media di quelli palestinesi nell’economia interna. Ciò ha attirato lavoratori per il mercato israeliano e fatto salire artificialmente i salari palestinesi all’interno, accrescendo i costi per i produttori palestinesi. In secondo luogo, il lavoro in Israele ha creato quello che l’UNCTAD [Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, ndtr.] definisce la “differenza tra produzione interna e reddito.”

In altre parole, il reddito dei lavoratori palestinesi in Israele creò un potere d’acquisto notevolmente superiore a quello dei settori produttivi interni. Il reddito addizionale si rivolse all’edilizia o a un sempre maggiore livello di importazioni, e quest’ultimo portò a un livello di deficit commerciale senza precedenti.

Da quanto detto risulta chiaro che il commercio interno è il principale settore che contribuisce alla produzione, all’occupazione e al debito personale nell’economia palestinese. Ciò significa un grave colpo per i settori produttivi palestinesi. La comprensione di come si sia determinata questa situazione richiede un esame della storia economica della Palestina che riguarda le distorsioni strutturali create dall’occupazione israeliana e il rapporto di dipendenza determinato dalle politiche economiche colonialiste di Israele da quando ha occupato la Palestina nel 1967.

Dipendenza e commercio nel contesto israelo-palestinese

Gli studiosi latinoamericani sono stati i primi a proporre la teoria della dipendenza. La specifica osservazione che hanno fatto è che le risorse, comprese le risorse umane, naturali ed altri beni primari sono state esportate dai Paesi periferici dal Sud Globale ai Paesi centrali nel Nord Globale, mentre i prodotti finiti si sono spostati nella direzione opposta. In seguito a ciò non solo la maggior parte della produzione di valore aggiunto avviene nel centro, ma anche la struttura economica della periferia è stata trasformata per soddisfare le esigenze del centro invece che del proprio sviluppo a lungo termine.

La dipendenza ha chiuso le economie della periferia in un ciclo di sviluppo rachitico per cui sono state incapaci di sviluppare una forte base produttiva, il loro deficit commerciale è andato alle stelle e sono rimaste dipendenti dal lavoro e dai mercati delle economie del centro. In termini marxisti, il centro fa uso dell’“esercito industriale di riserva” della periferia per garantire prezzi bassi della produzione ed ha aperto i mercati della periferia alle proprie merci per garantirsi che non ci siano crisi di “sovraproduzione”, con le imprese che non riescono a vendere i propri beni perché quello che producono supera di molto la domanda esistente.

Con una dipendenza così intesa, la relazione tra le economie palestinese e israeliana dal 1967 offre un esempio da manuale. Da una parte le risorse naturali (come terra, acqua e minerali), prodotti non finiti e risorse umane (lavoro) si sono spostati dalla periferia palestinese all’economia centrale israeliana, mentre i beni finiti si sono spostati dall’economia israeliana a quella palestinese.

Nei primi 20 anni dell’occupazione israeliana il deficit complessivo del commercio estero dell’economia palestinese è cresciuto da 28 a 541 milioni di euro. Oltretutto questo deficit commerciale è stato prevalentemente il risultato degli scambi con Israele, che nei primi 20 anni crebbero da 82 milioni a 1 miliardo 18 milioni di euro. I palestinesi hanno esportato in Israele beni dell’industria leggera e alcuni prodotti agricoli, mentre hanno importato beni di consumo finiti e durevoli, che sono prodotti non di consumo immediato ma che durano per alcuni anni.

Questa tendenza non è cambiata dopo la creazione dell’ANP nel 1994. Al contrario, alimentata dall’aiuto internazionale e dalla disponibilità di credito in seguito alla Seconda Intifada, nel 2019 il deficit commerciale ha raggiunto il picco di 4,5 miliardi di euro, con più di metà (il 55%) di questo debito attribuibile al commercio con Israele. Già negli anni ’80 più di due terzi di tutto il commercio palestinese era legato ad Israele. Dalla fondazione dell’ANP, mediamente il commercio palestinese è dipeso da Israele per il 75% delle importazioni e per l’80% delle esportazioni.

Sia importazioni che esportazioni raccontano una storia di dipendenza. In molti casi le importazioni palestinesi da Israele venivano in precedenza prodotte all’interno, compresi vestiti, calzature, bibite, mobili e persino beni per l’edilizia e farmaci. D’altronde le esportazioni raccontano di una accresciuta dipendenza. Dall’inizio dell’occupazione nel 1967 Israele non solo ha sfruttato il lavoro a buon mercato dei migranti palestinesi, ma ha anche sfruttato il lavoro palestinese all’interno della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme est, compreso quello femminile.

In pratica gli imprenditori israeliani mandavano tessuti grezzi a imprenditori palestinesi in subappalto che poi avrebbero assunto donne palestinesi pagando loro bassi salari. Il prodotto finale sarebbe tornato agli uomini d’affari israeliani che spesso li avrebbero venduti sui mercati palestinesi. In seguito a ciò, molti dei beni considerati esportazioni palestinesi in Israele erano in realtà prodotti intermedi legati a israeliani e in seguito rivenduti sul mercato palestinese come beni finiti e imballati in modo che i capitalisti israeliani ricavassero guadagni dalla fase finale della catena produttiva. In altre parole, la dipendenza era così stretta che persino le esportazioni non erano l’esito di un prospero settore produttivo, ma un risultato della disparità di potere imposta da Israele all’economia palestinese, con la stragrande maggioranza dei benefici a favore del regime israeliano.

I costi economici dell’occupazione militare israeliana

Le dinamiche fin qui delineate mostrano non solo la stretta dipendenza dei palestinesi dai prodotti e dal mercato del lavoro israeliani, ma spiegano anche come il commercio di beni, soprattutto israeliani, sia progressivamente diventato la principale attività economica in Cisgiordania e a Gaza. Ciò è stato in parte dovuto all’influenza del reddito di lavoratori [palestinesi, ndtr.] in Israele e delle rimesse dei palestinesi che lavorano nei Paesi del Golfo, e in parte all’indebolimento dei settori produttivi.

Tuttavia non sono state solo queste dinamiche sotterranee di dipendenza che hanno potenziato il commercio interno e indebolito i settori produttivi. C’è stato anche un impegno coordinato da parte del regime israeliano a soffocare l’attività economica dei palestinesi, rafforzando nel contempo negozianti e commercianti palestinesi. I tentativi di ridurre il settore produttivo palestinese sono stati documentati da rapporti ufficiali israeliani. Per esempio nel 1991 il rapporto della Commissione Sadan [creata dal ministro della Difesa Moshe Arens per studiare la situazione economica nei territori occupati, ndtr.] affermò: “Nessuna priorità è stata data alla promozione dell’imprenditoria locale e al settore degli affari” e che “le autorità hanno scoraggiato tali iniziative ogni volta che esse entravano in competizione sul mercato israeliano con le imprese israeliane esistenti.”

In effetti alcune delle prime ordinanze militari emanate da Israele erano di natura economica, il cui risultato fu la chiusura di tutte le banche che operavano in Cisgiordania e a Gaza e l’imposizione di una complessa rete di procedure amministrative e restrizioni tuttora in vigore. Queste restrizioni hanno reso praticamente impossibile per i palestinesi avviare un’attività economica o importare nuovi macchinari, anche per l’edilizia. Tra il 2016 e il 2018 le autorità militari israeliane hanno approvato solo il 3% delle licenze edilizie nell’Area C, che comprende più del 60% della Cisgiordania. Oltretutto il blocco imposto contro Gaza dal 2007 ha diminuito la possibilità delle sue imprese ed ha gravemente colpito i settori produttivi, costando in ultima analisi all’economia più di 13 miliardi di euro nel periodo dal 2007 al 2018.

Dal 1967 Israele ha anche controllato il commercio palestinese. Mentre consentiva a qualche prodotto agricolo e dell’industria leggera di entrare nel mercato israeliano, questi beni erano necessari all’industria e al settore della trasformazione di prodotti agricoli come sesamo, tabacco e cotone. Una parte fondamentale della strategia economica di Israele è stata la politica dei “ponti aperti”, che ha consentito movimenti di beni senza restrizioni tra la riva orientale e quella occidentale del fiume Giordano. Ciò è stato usato per “svuotare” il mercato palestinese di certi prodotti palestinesi per far posto a quelli israeliani, che non avrebbero potuto essere esportati nei Paesi arabi a causa del boicottaggio arabo contro Israele.

Gradualmente il commercio all’ingrosso e al dettaglio dei prodotti israeliani ha giocato un ruolo fondamentale nelle attività economiche in Cisgiordania e a Gaza. Dalla sua istituzione nel 1981 l’“Amministrazione civile” dell’esercito israeliano, l’unica istituzione governativa della Cisgiordania e a Gaza fino al 1994 e che mantiene ancora il controllo dell’Area C, ha offerto incentivi e bonus economici a impresari e commercianti palestinesi che accettano di esportare alcuni prodotti. Ciò non solo priva i mercati palestinesi di questi prodotti, ma è stato anche fondamentale per le riserve di denaro estero di Israele, in quanto una delle condizioni di questi incentivi era depositare i pagamenti in dinari giordani nelle banche israeliane. La politica dei “ponti aperti” ha spostato la produzione palestinese dalla soddisfazione delle necessità locali alla produzione di beni ed alla coltivazione di prodotti destinati ai mercati esteri.

Svuotando il mercato palestinese e consentendo il libero movimento dei prodotti israeliani, la politica dei “ponti aperti” ha creato dipendenza sia della produzione che del consumo dai prodotti israeliani e nel contempo ha rafforzato il ruolo del commercio tra i ricchi commercianti capitalisti palestinesi.

Effettivamente i proprietari di grandi imprese economiche e i dirigenti delle camere di commercio nelle città palestinesi hanno fatto fortuna grazie all’occupazione. Alcuni di questi mercanti godono persino di franchigie ed hanno iniziato a commerciare prodotti israeliani. Siccome il loro interesse corrisponde a quello dei commercianti israeliani, e in conseguenza della loro tendenza a ingraziarsi e a negoziare con il regime occupante, essi sono visti come “la prima classe sociale ad essersi legata all’economia israeliana.”

Il dopo Oslo e la continua capitolazione nella formulazione di politiche

I primi 25 anni dell’occupazione israeliana impedirono lo sviluppo dei settori produttivi palestinesi e concentrarono l’attività economica nella compravendita di beni importati, la grande maggioranza dei quali israeliani. Dopo l’istituzione dell’ANP nel 1994 cambiò molto poco nella struttura dell’economia. Accordi firmati, tra cui il Protocollo di Parigi, diedero all’ANP il controllo formale sulle entrate fiscali. Tuttavia l’accordo formalizzò semplicemente la già esistente iniqua unione doganale tra le due economie. Livelli asimmetrici dei prezzi continuarono a danneggiare sia produttori che consumatori palestinesi, dato che obbligarono l’economia palestinese ad operare soggetta ad una struttura israeliana con costi elevati, nonostante la grande disparità dei livelli di reddito tra le due economie.

Cosa più importante, il controllo sui confini, sulle risorse e sul sistema dei permessi nella maggior parte dei terreni agricoli palestinesi – e sui terreni adatti a scopi industriali – rimane nelle mani di Israele. I settori produttivi continuano a ridursi e il commercio interno diventa più importante che mai. L’élite economica palestinese ha anche abbandonato le attività produttive che richiederebbero di opporsi allo status quo, optando invece per investire in servizi, finanza e importazioni. Il potere economico dei capitalisti palestinesi con rapporti nei Paesi del Golfo non dà origine ad attività legate alla produzione. I loro utili sono invece ricavati “da diritti di importazione esclusivi su prodotti israeliani e dal controllo su ampi monopoli.”

I progetti internazionali dopo la Seconda Intifada sono andati nella stessa direzione, compresi il progetto “The Arc” della Rand Corporation [organizzazione no profit USA, ndtr.], il piano di John Kerry [segretario di Stato Usa nell’amministrazione Obama, ndtr.] e del Quartetto [composto da ONU, USA, UE e Russia, ndtr.] nel 2014 e, più di recente, quello di Jared Kushner [genero e consigliere di Trump per il Medio Oriente, ndtr.] del 2019. Mentre questi piani variano quanto al livello di coinvolgimento dei palestinesi e alla sensibilità riguardo alla situazione politica, adottano una versione fondamentalista del mercato in opposizione a un approccio più sfumato riguardo al ruolo del settore pubblico. Per esempio il piano Kushner trasuda ideologia economica conservatrice, come la cosiddetta struttura fiscale a favore dello sviluppo. Si basa anche sui principi della dottrina “legge ed economia” che porta al controllo giudiziario sulla legislazione per dare priorità a un’ideologia economica ortodossa al di sopra di considerazioni di carattere morale e giuridico.

In sintesi, la crescita del commercio interno ha portato a un allontanamento dalla produzione e verso attività che danno meno spazio allo sviluppo ed alla trasformazione dell’economia. Tuttavia, oltre alle tendenze produttive sfavorevoli, ci sono altre preoccupazioni sociali. Le donne sono sottorappresentate in questo segmento della forza lavoro e la preponderanza del commercio interno porta a un impatto redistributivo negativo all’interno della società palestinese.

Una misura della differenza di reddito che ne risulta può essere valutata attraverso l’evoluzione della quota di reddito, che è la quota di entrate totali prodotta dal lavoro rispetto a quello totale generato dal capitale (profitto, rendita e interesse). Mentre non esistono serie ufficiali della quota di reddito, un semplice indicatore si ottiene dividendo il compenso dei dipendenti di un settore per il valore aggiunto lordo, individuando così la distribuzione tra i lavoratori e i capitalisti. Utilizzando questo metodo il commercio interno presenta risultati peggiori rispetto ad altri settori, con una media negli ultimi 10 anni del 15% rispetto alla media del 27% in tutti i settori dell’economia.

Conclusione e suggerimenti su come procedere

Non c’è un suggerimento di politiche uguale per tutti per risolvere le distorsioni strutturali nell’economia palestinese che l’hanno allontanata dai settori produttivi. Tuttavia la crescita dei settori produttivi dovrebbe essere coltivata in un più ampio contesto di politiche economiche per lo sviluppo. Fadle Naqib, esperto di politica economica della Palestina, riassume le sue tre raccomandazioni per il settore economico in questo modo: rivitalizzare il settore agricolo, espandere il settore manifatturiero e adottare una strategia nazionale per lo sviluppo tecnologico.

Tuttavia andrebbe presa in considerazione anche la situazione politica che impatta sullo sviluppo economico palestinese. In effetti nel 2010 la Banca Mondiale riconobbe che “l’efficacia del sostegno allo sviluppo a lungo termine è pesantemente dipendente dal contesto politico tra israeliani e palestinesi,” e, come tale, dovrebbe ripensare il proprio mandato, ruolo e ambito nelle attività in Cisgiordania e a Gaza.”

Quelle che seguono sono raccomandazioni per le istituzioni finanziarie internazionali, compresi la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, così come per la comunità internazionale e le organizzazioni umanitarie in generale, per sostenere l’autodeterminazione economica dei palestinesi palestinese:

  • Riconoscere che il rapporto tra le economie palestinese e israeliana ha distrutto ogni sviluppo possibile dell’economia palestinese. Quindi è sbagliato ed assurdo presupporre che le dinamiche che governano il rapporto tra le due economie siano quelle di un mercato libero.

  • Fornire aiuto internazionale diretto per appoggiare gli agricoltori palestinesi nelle zone minacciate di annessione, comprese quelle colpite dalle colonie israeliane e dal Muro.

  • Fare pressione sul regime israeliano per agevolare la concessione di permessi nell’Area C, comprese licenze edilizie per strutture residenziali e produttive.

  • Rafforzare una   elaborazione di politiche palestinesi indipendenti appoggiando centri di ricerca indipendenti e studiosi, sindacati e rappresentanti di gruppi che normalmente sono assenti dal processo decisionale, compresi donne, giovani e rifugiati. Ciò deve essere fatto con un processo trasparente, controllabile e collettivo che comprenda tutti i soggetti interessati.

  • Fare pressione sul governo israeliano per porre fine all’occupazione perché i palestinesi abbiano il controllo sulla loro politica economica.

  • Riconoscere che porre fine all’occupazione israeliana porterà anche il settore privato palestinese a fiorire e prosperare.

Note:

1. Dato ricavato dal sito dell’Autorità Monetaria Palestinese (PMA)

Ibrahim Shikaki

Analista politico di Al-Shabaka, Ibrahim Shikaki è professore associato di economia al Trinity College, Hartford, Connecticut. Ha ottenuto il dottorato presso la New School for Social Research (NSSR) di New York ed è stato docente presso le università NSSR, The International University College di Torino, Birzeit e Al-Quds. È stato anche ricercatore al Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) di Ramallah e al Diakonia’s IHL Research Center a Gerusalemme est. I suoi recenti scritti includono un capitolo su politica economica della dipendenza e composizione di classe in Palestina in via di pubblicazione, e un articolo sugli aspetti economici del piano Barhain di Kushner.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’occupazione ai tempi del COVID-19: Israele va considerato responsabile della salute dei palestinesi

Yara Asi 

15 novembre 2020 – Al-Shabaka

Introduzione

A marzo e aprile 2020, mentre gran parte del mondo si adeguava alla nuova normalità di lockdown e coprifuoco, molti palestinesi hanno rivissuto circostanze familiari. Quando sono stati segnalati i primi casi di COVID-19 in Cisgiordania, vicino a Betlemme, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha imposto il lockdown su quel governatorato. Gli spostamenti all’interno della Cisgiordania sono stati ridotti in modo simile ai peggiori periodi delle restrizioni di movimento sotto l’occupazione israeliana. 

Inoltre, la Giordania ha chiuso il valico di frontiera del ponte Re Hussein, il principale punto di entrata e uscita per i palestinesi della Cisgiordania, chi lavorava in Israele è stato mandato a casa o gli è stato detto di restare in Israele, e agli abitanti di Gaza che sono sottoposti ad un rigido assedio e hanno solo due punti di entrata e uscita, è stata imposta una quarantena obbligatoria per chiunque tornasse a casa a Gaza dall’estero. Infatti, agli inizi del lockdown, il blocco di Gaza è stato descritto come un vantaggio potenziale, dato che si pensava che la restrizione dei movimenti riducesse possibili focolai.

Questo editoriale tratta dei tre modi in cui il quadro giuridico dell’occupazione, come definito dal diritto internazionale umanitario (DIU), non ha fornito l’assistenza sanitaria pubblica ai palestinesi in tempi di COVID-19. Per prima cosa analizza il “de-sviluppo” attivo e passivo del sistema sanitario palestinese prima della pandemia. Secondo, esamina i modi in cui Israele non ha rispettato i suoi obblighi di legge verso i palestinesi sul COVID-19. E in conclusione analizza come, limitando le iniziative palestinesi, l’occupazione abbia peggiorato la situazione sanitaria.

Sebbene non ci sia dubbio che il DIU abbia probabilmente dei limiti nella protezione dei diritti delle popolazioni oppresse, il mio documento ne usa il linguaggio per ritenere Israele responsabile della salute dei palestinesi. In questo modo, anche in base ai criteri limitati previsti dalla comunità internazionale, in questo momento di crisi sanitaria Israele non sta adempiendo ai doveri giuridici minimi di una potenza occupante. Così facendo, ha contribuito attivamente al deterioramento della salute e del benessere dei palestinesi. Il documento propone parecchie raccomandazioni per affrontare la presente crisi. 

Il quadro giuridico dell’occupazione e i suoi limiti

Nel 1967, con la guerra dei Sei Giorni, lo Stato di Israele conquistò la Penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Da allora, quasi tutti i governi e organismi internazionali, inclusi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Corte internazionale di Giustizia, l’Assemblea generale dell’ONU, il Comitato internazionale della Croce Rossa, hanno riconosciuto Israele come potenza occupante. Eppure lo Stato di Israele non definisce come occupazione la propria presenza nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), ma anzi la contesta attivamente. Israele e i suoi sostenitori hanno obiettato che la natura dello status o degli obblighi di Israele quale potenza occupante è cambiata con gli accordi di Oslo e che dopo il “disimpegno” del 2005 almeno Gaza non è occupata. Nonostante queste argomentazioni, quasi tutte le organizzazioni internazionali hanno continuato a riconoscere questi territori come occupati, inclusa la Striscia di Gaza. In risposta, Israele e i suoi alleati hanno combattuto per delegittimare le Nazioni Unite e trasformare il concetto di “occupazione” in un problema di intransigenza palestinese, basandosi sulla narrazione che tutti i palestinesi sono potenziali minacce alla sicurezza di Israele, giustificando di conseguenza la loro punizione collettiva. 

Il DIU fornisce un quadro solido delle responsabilità delle parti coinvolte in un conflitto armato e delle responsabilità di una potenza occupante verso la popolazione civile sotto il suo controllo. La convenzione dell’Aja del 1907 concernente le guerre terrestri rispecchiava le norme della fine del XIX secolo sulle dichiarazioni che regolavano gli atti di guerra e a tutt’oggi è critica verso le indagini del DIU sulle violazioni dei diritti umani. L’articolo 42 definisce un territorio come occupato “quando è effettivamente posto sotto l’autorità di un esercito ostile,” e altri articoli attribuiscono all’occupante una serie di responsabilità, inclusa quella di garantire la sicurezza pubblica e di prevenire il sequestro di proprietà private. A corollario della convenzione dell’Aja del 1907, le quattro Convenzioni di Ginevra firmate nel 1949 hanno ulteriormente rafforzato le protezioni e i diritti in guerra e sono considerate il cuore del DIU.

La quarta Convenzione di Ginevra, che protegge i civili, fu adottata dopo le atrocità della Seconda Guerra Mondiale. La sezione III descrive le protezioni a vasto raggio garantite ai civili nei territori occupati. Ci sono parecchi articoli rilevanti nella descrizione degli obblighi legali di Israele nei confronti della popolazione palestinese, specialmente durante questa pandemia. L’articolo 53, per esempio, vieta la distruzione di proprietà privata o pubblica. L’articolo 55 impone che la potenza occupante garantisca alla popolazione rifornimenti di cibo e medicinali, specialmente quando “le risorse dei territori occupati sono inadeguate.” L’articolo 56 richiede specificatamente alla potenza occupante di garantire e mantenere la sanità e l’igiene pubbliche, mentre l’articolo 59 chiede alla potenza occupante di facilitare gli sforzi di soccorso umanitario. 

Ma cosa più importante, l’articolo 60 dice chiaramente che gli invii di soccorso umanitario “non esonereranno affatto la potenza occupante dalle responsabilità che le incombono in virtù degli articoli 55, 56 e 59.” In altre parole, la presenza di aiuti da parti terze per soddisfare bisogni umanitari nei TPO non sostituisce il dovere dello Stato di Israele di soddisfare quei bisogni al meglio delle proprie capacità. In marzo l’ONU ha ribadito questa responsabilità quando Michael Lynk, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina, ha dichiarato che “il dovere legale, stabilito dall’articolo 56 della quarta Convenzione di Ginevra, richiede che Israele, la potenza occupante, debba garantire che tutte le necessarie misure preventive a sua disposizione siano utilizzate per ‘combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie.’”

All’inizio l’ONU aveva lodato la cooperazione “eccellente” fra le autorità israeliane e quelle palestinesi nella gestione della pandemia. Tuttavia l’errore di interpretare questi sforzi come cooperazione serve solo a consolidare la percezione del quasi-Stato di Palestina e dello Stato di Israele come entità equiparabili. Inoltre è importante contestualizzare questa cooperazione. Michael Lynk “ha già notato in precedenza che Israele è in ‘grave violazione’ dei propri obblighi internazionali riguardanti il diritto alla salute dei palestinesi che vivono sotto occupazione.” Questa presunta cooperazione sul COVID-19 è più probabilmente da collegare a un atteggiamento pragmatico riguardo al rischio di diffusione di una malattia infettiva, considerando la presenza di centinaia di migliaia di coloni in Cisgiordania e il costante traffico transfrontaliero di lavoratori palestinesi in Israele e di soldati israeliani in Cisgiordania. Come detto così tante volte negli ultimi mesi, il COVID-19 “non fa differenze fra persone né si ferma ai confini.”

Il de-sviluppo del settore sanitario palestinese  

Oggi nessuna analisi del frammentato settore sanitario palestinese è completa senza una comprensione dei fattori che l’hanno portato al suo stato attuale. Fattori sociali e politici determinanti per la salute sono profondamente radicati nei modi in cui l’occupazione e le sue restrizioni si manifestano in tutti gli aspetti della vita quotidiana palestinese. Sicuramente il blocco e i continui attacchi alla Striscia di Gaza hanno portato a scarsità di cibo, elettricità e forniture mediche in un territorio con infrastrutture distrutte. La Cisgiordania ha anche sofferto continue perdite di territori e frammentazione, abbinate a finanziamenti assolutamente insufficienti al settore sociale sotto l’autorità di un’ANP in difficoltà. Le risorse sanitarie sono insufficienti, specialmente per salute mentale, condizione femminile e giovanile. Decenni di dipendenza dagli aiuti hanno diminuito lo sviluppo a lungo termine e accresciuto la dipendenza dagli aiuti.

La dipendenza dell’ANP dagli aiuti e dai prestiti si è rivelata particolarmente disastrosa nell’era del COVID-19, dato che le agenzie di finanziamento stanno fronteggiando necessità globali senza precedenti che hanno limitato la loro possibilità di soddisfare tutti gli aiuti necessari. Inoltre, Israele controlla tutte le importazioni ed esportazioni nei TPO e ha da tempo proibito o limitato le importazioni di materiali giudicati a “doppio uso,” che sono cioè percepiti come un rischio per la sicurezza. Sono elencati articoli come il cemento per costruire strutture sanitarie, i prodotti chimici, incluso il carburante per generatori negli ospedali, prodotti farmaceutici e molte apparecchiature mediche. Ciò continua a porre ostacoli significativi al sistema di assistenza sanitaria palestinese e alla sua possibilità di combattere il COVID-19. Solo durante il suo attacco a Gaza nel 2014 Israele ha distrutto migliaia di case e circa 73 strutture mediche, la maggior parte delle quali non può essere ricostruita a causa delle restrizioni sulle importazioni. Osservatori dell’ONU hanno duramente criticato Israele perché ostacola gli aiuti umanitari ai palestinesi e demolisce strutture finanziate da donatori.

Questo de-sviluppo economico e infrastrutturale della Palestina ha portato a precarie condizioni di salute per molti palestinesi, aumentando di conseguenza le probabilità che sviluppassero gravi sintomi di COVID-19. I TPO denunciano alti livelli di obesità e, allo stesso tempo, tassi di malnutrizione, anemia, e diabete di tipo 2 superiori a quelli auspicabili. I TPO hanno anche affrontato la scarsità di personale sanitario negli anni precedenti alla pandemia. Il personale medico, specialmente a Gaza, è stato ucciso nel corso di attacchi dell’esercito israeliano. Queste minacce, la pessima situazione economica in ulteriore peggioramento e la mancanza di risorse spingono alcuni studenti di medicina ad andare a lavorare altrove. 

Oltre all’occupazione, l’ANP non è riuscita a reagire in modo adeguato alla pandemia. Probabilmente c’era da aspettarselo anche prima del suo inizio a marzo 2020. Infatti, poco prima, i medici in tutta la Palestina avevano scioperato per un mese a causa dei ritardi nei pagamenti degli stipendi. Gli effetti distruttivi dei mancati investimenti a lungo termine dell’ANP nel settore sanitario sono aggravati dall’infrastruttura israeliana di apartheid: i checkpoint, i valichi di frontiera, il muro di separazione e il sistema di permessi che limita i movimenti delle persone e le forniture necessarie. 

Le condizioni scadenti del sistema sanitario costringono molti palestinesi che hanno bisogno di assistenza specialistica a far domanda per ottenere permessi sanitari rilasciati da Israele per essere curati in ospedali israeliani o a Gerusalemme Est. Tuttavia nel 2019 è stato approvato solo il 64% dei permessi medici di Gaza e l’81% della Cisgiordania. Inoltre, dopo che l’ANP ha interrotto il coordinamento civile con Israele in risposta al piano di annessione del 2020 e il rallentamento del piano dell’Onu per facilitare i permessi, Israele ha approvato solo la metà di quelli urgenti richiesti da Gaza alla fine della primavera. Perciò a molti palestinesi che hanno contratto il COVID-19 e che soffrivano di patologie pregresse è stato impedito di ricevere cure mediche adeguate, incluso l’accesso ai respiratori. 

Politicizzare la salute dei palestinesi durante il COVID-19

Mentre Israele ha dato all’ANP formazione e attrezzature, inclusi i kit per i test per tener sotto controllo la diffusione del virus, Yael Ravia-Zadok, vice direttore della Divisione economica del Ministero degli Esteri [israeliano], già agli inizi della pandemia aveva anche chiarito che “le necessità dei palestinesi sono maggiori di quelle che lo Stato di Israele possa soddisfare.” Allo stesso tempo, Danny Danon, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, ha così risposto alle critiche dell’ANP sulla gestione del COVID-19 da parte di Israele nei TPO: 

I palestinesi stanno ritornando al loro comportamento naturale: antisemitismo, anti-israelismo, infangare senza motivo e tentare di usare la situazione per ottenere vantaggi politici […] Il mio messaggio è molto chiaro: i palestinesi devono scegliere. Se vogliono continuare a ricevere aiuti per il coronavirus, devono smettere di istigare all’odio.”

Quindi i palestinesi devono dimostrare di meritarsi gli aiuti, senza criticare i comportamenti del governo israeliano, o rischiano di essere accusati di incitamento all’odio e di antisemitismo. Questo ricorda i tentativi di punire i palestinesi quando, nel 2012, hanno cercato il riconoscimento dello Stato da parte dell’Onu, e gli USA hanno bloccato 147 milioni di dollari in aiuti, o quando, l’anno scorso, Netanyahu ha definito “proclami antisemiti” le inchieste della Corte Penale Internazionale su potenziali crimini di guerra commessi nelle colonie. 

Già nel gennaio 2020, organizzazioni come l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi, si sono mobilitati per proteggere dalla pandemia i rifugiati palestinesi che vivono nei campi. Inoltre alla fine di marzo l’OCHA, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, ha preparato un progetto anti- Covid nei TPO e il Comitato Ad Hoc ha chiesto ai donatori milioni di dollari in aiuti. Paesi come Turchia e Arabia Saudita hanno contribuito con denaro e forniture mediche. La Banca mondiale ha approvato un prestito di 30 milioni di dollari per ripristinare i redditi delle famiglie. Persino gli Stati Uniti, che avevano tagliato quasi tutti gli aiuti ai palestinesi, inclusi i fondi all’URNWA e quelli che andavano agli ospedali a Gerusalemme Est, hanno reso noto un modesto aiuto per aiutare la loro risposta al COVID-19. A maggio anche Israele ha destinato 800 milioni di shekel (circa 200 milioni di euro) per aiuti, ma sotto forma di un prestito garantito dai futuri introiti fiscali palestinesi che Israele riscuote.

Perciò parte di quello che va sotto il nome di cooperazione può essere considerato come l’allentamento di alcune delle restrizioni imposte da Israele sui palestinesi per permettere ad altri di fornire aiuti. Inoltre Israele ha agito in modo strategico con i suoi cosiddetti aiuti. Ad aprile 2020 il ministro della difesa Naftali Bennet aveva affermato che gli aiuti a Gaza sarebbero stati condizionati al recupero dei resti di due dei suoi soldati morti nella guerra del 2014. Bennett aveva persino collegato la crisi umanitaria a Gaza al recupero dei corpi dei soldati: “Se si parla di problemi umanitari a Gaza, anche Israele ha delle necessità umanitarie, che sono principalmente il recupero dei caduti.” E poi in agosto, in risposta agli attacchi con palloni incendiari da Gaza che avevano causato decine di incendi, Israele ha lanciato attacchi aerei, impedito l’importazione di combustibile, limitato l’accesso alle zone di pesca e bloccato 30 milioni di dollari di aiuti a Gaza provenienti dal Qatar. 

Blocco degli sforzi palestinesi per affrontare il COVID-19

L’ANP, dopo una risposta iniziale efficace con veloci lockdown e chiusure, è stata poi criticata per la sua scarsa leadership, ma le va riconosciuto che non aveva risorse sufficienti né il potere di fare di più. Oltre a mancare dell’autonomia necessaria per costruire un sistema sanitario pubblico funzionale, i palestinesi non hanno neppure autonomia per rispondere in tempo reale a crisi sanitarie. A Gerusalemme Est, dove Israele limita pesantemente le operazioni dell’ANP, le autorità israeliane hanno trascurato di costruire e promuovere strutture sufficienti per eseguire i test o fornire dati accurati, e le ONG sono dovute intervenire per garantire informazioni aggiornate in arabo. 

Inoltre l’esercito israeliano ha regolarmente bloccato le iniziative sanitarie palestinesi. Non solo Israele ha fatto un raid su un centro di test a Silwan, ha anche arrestato i suoi organizzatori per prevenire “ogni attività dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gerusalemme.” Un altro esempio: le autorità israeliane non assistono aree come Kufr Aqab, che sono tecnicamente all’interno dei confini stabiliti da Israele, ma fuori dal muro di separazione. Ne risulta che, dato che Israele vieta attività dell’ANP in queste aree, i palestinesi sono lasciati senza servizi pubblici. Le autorità sanitarie si sono impegnate ad aprire cliniche e centri per i tamponi in queste aree, e solo quando l’ONG palestinese Adalah ha presentato una petizione alla Suprema Corte Israeliana. Israele ha inoltre respinto gli sforzi di volontari palestinesi per limitare i movimenti o chiudere attività commerciali, anche se alcuni abitanti palestinesi di queste aree hanno il permesso di viaggio e quindi avrebbero potuto diffondere il contagio in Israele e Cisgiordania.

La diffusione dell’infezione è una grande preoccupazione nelle prigioni israeliane, dove a giugno 2020 c’erano più di 4.000 prigionieri e detenuti palestinesi. Centinaia sono in detenzione amministrativa a tempo indeterminato senza processo o accusa. Mentre all’inizio della pandemia gli esperti di diritti umani dell’Onu chiedevano il rilascio in massa dei prigionieri, e centinaia di detenuti israeliani venivano rilasciati in anticipo, nessuna azione simile è stata presa per i palestinesi. Nonostante i vari resoconti di prigionieri e guardie carcerarie israeliane positive al virus, a luglio la Corte Suprema Israeliana ha deliberato che i prigionieri palestinesi non hanno diritto al distanziamento fisico.  

Dato che le politiche israeliane hanno soffocato la possibilità di sviluppare la loro economia da parte dei palestinesi, specialmente nel vitale settore agricolo, molti palestinesi in Cisgiordania sono costretti a lavori poco qualificati in Israele, mentre in genere agli abitanti di Gaza non vengono dati permessi di lavoro. Infatti in Israele quasi il 70% della manodopera nei cantieri edili è palestinese. Questi lavoratori non possono lavorare da casa e, data l’elevata disoccupazione, quelli che hanno un lavoro devono mantenerli. Molto di questo lavoro è continuato e infatti il ministero dei Transporti israeliano ha previsto un’ accelerazione dei progetti durante il lockdown. Ciò promuove il costante sviluppo dell’economia israeliana mentre quella palestinese è crollata, oltre ai salari bassissimi di questi lavoratori. 

A parte lo squilibrio economico, ciò aumenta il rischio sanitario di quelli in Cisgiordania dato che molti lavoratori sono stati rimandati a casa senza testarli. Alcune delle prime morti in Cisgiordania sono state ricondotte a palestinesi che lavoravano in Israele. Oltre alla riluttanza a fare i tamponi ai lavoratori, le condizioni di alloggio e lavoro di migliaia di lavoratori rimasti in Israele durante il lockdown sono state in gran parte ignorate dal governo israeliano, persino quelle di chi era costretto a dormire in una struttura per il deposito dei rifiuti a Gerusalemme, dove non c’erano alloggi per fermarsi la notte.

Come detto sopra, il blocco israeliano su Gaza e le restrizioni in Cisgiordania hanno causato la scarsità delle grandi dotazioni necessarie per cure complesse, come i ventilatori. All’inizio di aprile 2020, l’80-90% dei 256 ventilatori in Cisgiordania e gli 87 nella Striscia di Gaza erano già occupati. Mentre Israele temeva che la disponibilità di 40 ventilatori per 100.000 persone fosse insufficiente, la Striscia di Gaza ne aveva solo 3 per 100.000 persone. Anche dopo l’inizio della pandemia, i fornitori di attrezzature mediche che avevano lavorato direttamente con il ministero della Salute palestinese per importare prodotti avevano difficoltà a ottenere l’approvazione del Coordinatore israeliano delle Attività del Governo nei Territori (COGAT). Un fornitore ha cercato per tre anni senza successo di fare entrare apparecchiature mediche a Gaza. 

Per aggirare questi problemi, i palestinesi hanno trovato modi per produrre ventilatori con i materiali disponibili e dopo una richiesta di assistenza del ministero degli Esteri palestinese, un’Ong australiana ha donato all’ANP ventilatori e altre apparecchiature. Comunque anche queste donazioni urgentemente necessarie devono essere approvate e avallate dal governo israeliano e saranno mandate in Israele prima di essere distribuite a Ramallah.

Le autorità israeliane hanno anche confiscato materiali indispensabili per attrezzare cliniche e alloggi di emergenza nella valle del Giordano, inclusi materiali per installare tende e un generatore. Dopo una temporanea interruzione delle demolizioni all’inizio di aprile 2020, alla fine di quel mese Israele ha demolito 65 strutture a Gerico e al-Khalil (Hebron), lasciando senza casa decine di palestinesi, inclusi almeno 25 bambini. 

Nonostante l’aumento dei casi positivi in Israele e in Cisgiordania, durante la primavera e l’estate le demolizioni sono continuate e hanno incluso un centro indispensabile per fare i test nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndtr.] vicino ad al-Khalil, l’epicentro della pandemia in Cisgiordania. Inoltre le demolizioni a Gerusalemme Est stanno per superare i numeri degli anni precedenti, al settembre 2020 sono state distrutte approssimativamente 90 unità residenziali. 

Mentre la violenza strutturale dell’occupazione è particolarmente evidente in questi tempi di crisi globale, la violenza diretta non è cessata. Gaza è stata impegnata in un conflitto attivo per la maggior parte dell’estate, aerei e artiglieria israeliana hanno colpito aree nella Striscia in risposta ai palloni incendiari e ai razzi. In Cisgiordania, incursioni e raid dell’esercito israeliano sono continuati e la popolazione palestinese temeva che i soldati israeliani che entravano nelle loro case o lavoravano nei checkpoint potessero essere infettati.

Raccomandazioni

Come affermato dall’Onu in occasione del cinquantesimo anniversario dell’occupazione israeliana, “l’occupazione impedisce che il precedente flusso di aiuti si traduca in tangibili miglioramenti in termini di sviluppo. Molto del sostegno dei donatori è stato usato per limitare i danni, interventi umanitari e sostegno al budget.” Che siano l’interminabile e astratto dibattito su uno Stato o due o l’enorme industria degli aiuti che privilegia sorveglianza e governance a sanità ed agricoltura, molto di ciò che si fa “per” i palestinesi cambia molto poco la macabra realtà. Ciò nasconde semplicemente l’esistente crisi umanitaria, ora aggravata dalla crisi sanitaria globale che sta mettendo a dura prova persino gli Stati più stabili e ricchi. Definire “tranquillo” ogni periodo senza una guerra attiva è una falsità quando scoppia una crisi come quella del COVID-19 e nessun organismo vuole e può proteggere le vite dei palestinesi. 

Ecco quello che è disperatamente necessario per affrontare la crisi sanitaria in Palestina durante la pandemia da COVID-19: I leader palestinesi che fino a ora e per varie ragioni non sono stati all’altezza nell’ occuparsi dei palestinesi durante la pandemia, devono guardar oltre lo status quo e avere un “approccio forte e socialmente collaborativo” che vada incontro alle necessità dei palestinesi.

  • Israele deve liberare i prigionieri politici palestinesi, con la massima urgenza quelli anziani e i malati cronici, e allo stesso tempo deve migliorare le condizioni di quelli che stanno scontando una condanna.

  • Per proteggere questa popolazione marginalizzata, che è stata colpita in modo sproporzionato dalla pandemia, è necessaria una giusta definizione dello status dei rifugiati palestinesi in tutto il Medio Oriente, incluso il ritorno e l’implementazione dei diritti negli Stati ospiti. Fino all’inizio di tale implementazione, la comunità internazionale dovrebbe ripristinare la possibilità da parte dell’UNRWA di provvedere a servizi sanitari ed educativi nelle comunità dei rifugiati palestinesi invece di dover far affidamento ad appelli urgenti e altri tentativi di raccolta fondi ad hoc.

  • Israele deve togliere l’assedio a Gaza, specialmente per permettere l’ingresso di prodotti medici e materiali per costruire strutture sanitarie e di personale medico a sostegno di quello drammaticamente carente a Gaza. Allentare le restrizioni delle importazioni in Cisgiordania alleggerirebbe inoltre il peso sulle strutture mediche.

  • La comunità internazionale, inclusi Unione europea, Lega Araba e Consiglio di Sicurezza dell’ONU devono far pressione su Israele affinché faccia ogni sforzo per adempiere ai suoi obblighi di potenza occupante in in base alla Quarta Convenzione di Ginevra. Dovrebbero chiedere che Israele cessi tutte le incursioni in Cisgiordania, fermi tutte le demolizioni e metta in atto particolari sistemi di protezione per i lavoratori palestinesi in Israele.

  • Yara Asi è ricercatrice post-dottorato presso l’università della Florida centrale, dove per oltre 6 anni ha insegnato nel Dipartimento di Gestione sanitaria e informatica. È borsista Fulbright USA della Cisgiordania nel 2020-2021. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla salute globale e lo sviluppo in popolazioni fragili e colpite dalla guerra. 

Oltre ad aver lavorato in una delle prime organizzazioni di assistenza certificate negli Stati Uniti, ha anche collaborato con Amnesty International USA, con lArab Center Washington DC, il Palestinian American Research Center, [Centro Palestinese Americano di Ricerca] e con Al-Shabaka, un network per le politiche palestinesi su temi relativi alla sensibilizzazione. Ha tenuto conferenze su argomenti relativi alla salute globale, come sicurezza alimentare, informatica biomedica e donne nel sistema sanitario, e ha pubblicato le sue ricerche in molti articoli per riviste, capitoli di libri e altro. Il suo libro di prossima uscita con la Johns Hopkins University Press tratta delle minacce poste da guerre e conflitti a salute pubblica e sicurezza umana.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)