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I tre regali di Washington a Naftali Bennett

Edo Konrad

26 settembre 2021, +972

La scorsa settimana è stata una buona settimana per Naftali Bennett, forse una delle migliori da quando più di tre mesi fa è diventato primo ministro. Bennett – che ha dato il colpo finale alla soluzione dei due Stati come pilastro della sua politica – ha probabilmente sfoderato un largo sorriso quando ha visto che, nel giro di pochi giorni, sia la Casa Bianca che il Congresso gli hanno regalato una serie di vittorie politiche.

La settimana è iniziata con il discorso del presidente Joe Biden all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui ha affermato che, sebbene la sua amministrazione sostenga ancora la soluzione a due Stati, questa sia ancora “lontana” dal diventare realtà. Con queste parole, Biden ha in effetti dichiarato che la Casa Bianca non investirà capitale politico per portare Israele e i palestinesi al tavolo dei negoziati. Sembra che Bennett abbia detto che nel suo discorso all’Assemblea Generale di domenica non dedicherà nessuna attenzione alla questione palestinese.

La dichiarazione di Biden è stata rafforzata dall’udienza alla Commissione per gli Affari Esteri del Senato di Thomas Nides, ex amministratore delegato e vicepresidente di Morgan Stanley, scelto dal presidente come ambasciatore in Israele. Nides ha condotto l’udienza (non è ancora stato confermato ufficialmente) ricevendo elogi bipartisan per aver annunciato, tra altre questioni, che avrebbe rafforzato la sicurezza israeliana, ampliato le relazioni economiche tra i due paesi e sostenuto gli accordi di Abraham. Sebbene Nides abbia sottoscritto a parole la promessa di usare “accordi esistenti e futuri per apportare miglioramenti tangibili al popolo palestinese”, è estremamente improbabile che ciò comporti un cambiamento significativo sul campo per i palestinesi che vivono sotto il dominio militare israeliano.

E poi è arrivato il disegno di legge Iron Dome alla Camera dei Rappresentanti. Dopo che i progressisti del Partito Democratico sono riusciti a bloccare la proposta di inviare a Israele 1 miliardo di dollari per finanziamenti al suo sistema di difesa missilistica – oltre ai 3,8 miliardi di dollari l’anno di aiuti militari – come parte di un più ampio disegno di legge di finanziamento al governo provvisorio, i Democratici moderati hanno proposto all’esame della Camera un secondo disegno di legge che manterrebbe quel miliardo di dollari. Quando si è passati al secondo voto, e in seguito alle forti critiche sia da parte dei repubblicani che dei democratici moderati, l’ala progressista si è divisa. Solo nove dei 435 rappresentanti hanno votato contro il “rimpinguare” la capacità dell’Iron Dome di Israele, con la rappresentante Alexandria Ocasio-Cortez – che aveva definito Israele uno “Stato di apartheid” – che alla fine ha cambiato il suo voto da “no” a “presente”, facendo arrabbiare molti che l’avevano vista come un’alleata della causa palestinese.

Il discorso delle Nazioni Unite, l’udienza di conferma di Nides e la debacle dei Democratici sull’Iron Dome sono notizie fantastiche per il primo ministro israeliano. Bennett – ex capo del Consiglio Yesha, il gruppo di organizzazioni che rappresenta gli interessi del movimento degli insediamenti – ha condotto tutta la sua carriera opponendosi alla creazione di uno Stato palestinese e ha recentemente dichiarato che intende mantenere l’occupazione perseguendo una strategia di “riduzione del conflitto”. In altre parole, il piano di Bennett è di rafforzare il cosiddetto status quo – e quindi le politiche di apartheid di Israele.

Rivelatore è stato vedere quanto credito abbia ricevuto il primo ministro nei circoli dell’élite, che tanto avevano disprezzato il suo predecessore Benjamin Netanyahu, nonostante le sue franche dichiarazioni sul mantenimento della dittatura militare di mezzo secolo di Israele sui palestinesi. Il fatto che né la Casa Bianca né il Congresso stiano condizionando alcun aiuto a Israele ad un processo che cerchi di porre fine all’occupazione è una testimonianza di quanta noncuranza i leader americani dimostrino rispetto alle intenzioni israeliane o alle vite palestinesi.

Forse più di ogni altra cosa, quest’ultima settimana ha dato un chiaro segnale di come, che si tratti di Trump o Biden, o che si tratti di Bibi o Bennett, non c’è quasi nessuno con un minimo di potere che si alzerà e dirà basta alla progressiva e infinita occupazione del governo militare di Israele. Per ora, Washington rimane impegnata a garantire che il tempo sia dalla parte dell’apartheid.

Edo Konrad è caporedattore di +972 Magazine. Vive a Tel Aviv, e in precedenza ha lavorato come redattore di Haaretz.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele sta perdendo la battaglia della percezione negli USA mentre cresce la simpatia verso i palestinesi

Anchal Vohra

1 giugno 2021 – Al Jazeera

Le opinioni dei parlamentari e dell’opinione pubblica USA stavano cambiando già prima degli 11 giorni di bombardamento su Gaza

Il mese scorso, mentre Israele portava avanti la campagna di bombardamenti durata undici giorni contro la Striscia di Gaza assediata e Hamas, il gruppo palestinese che la controlla, rispondeva lanciando razzi, dall’altra parte del mondo qualcosa di importante stava cambiando.

Per la prima volta dopo molto tempo è parso che Israele stesse perdendo terreno, almeno negli Stati Uniti, nella battaglia della percezione mentre i parlamentari mettevano in discussione le politiche filo-israeliane del loro governo.

Qui non si tratta di entrambe le parti,” ha detto in un suo intervento la parlamentare USA Alexandria Ocasio-Cortez, “si tratta di uno squilibrio di potere,” a favore di Israele, causato principalmente dal sostegno militare e diplomatico americano.

Il presidente ha detto che Israele ha il diritto di difendersi. Ma i palestinesi non hanno forse il diritto di sopravvivere?”.

La sua collega Rashida Tlaib ha fatto un appello commuovente nel suo discorso al Congresso raccontando la storia di una madre palestinese indifesa.

Mi ha detto: ‘Stasera metto a dormire i bambini nella nostra camera da letto così quando moriremo, moriremo insieme. E nessuno vivrà per piangere la scomparsa degli altri’, ha detto Tlaib in lacrime. “Queste parole mi hanno sconvolta ancora di più, perché le politiche e i finanziamenti del mio Paese negano a questa madre il diritto di vedere vivere i figli, i suoi figli, senza paura.”

Dei circa 250 palestinesi uccisi dagli attacchi aerei israeliani, 66 sono minori. Il New York Times ha pubblicato i loro volti in prima pagina e, nel corso degli scontri, varie pubblicazioni e canali televisivi americani hanno dato uno spazio più ampio alle voci di giovani palestinesi.

Black Lives Matter e ‘il punteggio simpatia’

Lo spostamento della percezione americana forse è stato reso netto dopo le politiche molto ostili dell’amministrazione Trump verso le richieste palestinesi.

Un recente sondaggio ha rilevato che, anche se negli USA il giudizio su Israele è ancora positivo, la simpatia a favore dei palestinesi è salita negli ultimi due anni, un periodo durante il quale gli americani hanno lottato contro la discriminazione razzista nel proprio Paese.

L’ultimo aggiornamento annuale della Gallup circa le opinioni degli americani sul conflitto israelo-palestinese, basato su sondaggi fatti prima dello scoppio delle recenti violenze, ha rilevato che i giovani e i democratici progressisti sono sempre di più a favore dei palestinesi riguardo all’irrisolvibile conflitto.

Il sondaggio aggiunge che quest’anno è migliorata persino l’opinione dei repubblicani sull’Autorità Nazionale Palestinese.

Stando al sondaggio della Gallup il 33% dei democratici progressisti simpatizza più per gli israeliani, mentre il 48% simpatizza più per i palestinesi, “con una differenza netta (di simpatia) del 15% in meno a favore di Israele”.

Due anni fa, prima che emergesse il movimento Black Lives Matter (BLM) [‘Le vite dei neri contano, movimento di protesta contro la violenza della polizia nei confronti delle minoranze, ndtr.] a favore della giustizia razziale, i democratici progressisti simpatizzavano in parti uguali per gli israeliani e i palestinesi.

Le opinioni dei democratici moderati e conservatori rispecchiano all’incirca quelle dei democratici progressisti: nel 2021 il 48% simpatizza per gli israeliani e il 32% per i palestinesi, totalizzando più 16% a favore di Israele,” aggiunge il sondaggio.

Il rapporto conclude che sul lungo termine la simpatia per Israele è scesa in entrambi i gruppi dei democratici; la relazione riporta che:

Le opinioni dei democratici ora sono a una svolta, dato che le loro simpatie per i palestinesi sono più o meno uguali a quelle per Israele, mentre i democratici progressisti sono passati dall’altra parte e ora solidarizzano di più con i palestinesi,” sostiene

Si indebolisce il sostegno per Israele’

Dana al-Kurd, autrice di Polarized and Demobilized: Legacies of Authoritarianism in Palestine [Polarizzati e smobilitati: retaggi dell’autoritarismo in Palestina] e ricercatrice presso l’Institute for Graduate Studies a Doha, dice che il cambiamento nella percezione è dovuto più al consistente ed efficace attivismo digitale dei palestinesi che alla stampa americana.

Secondo al-Kurd: “la differenza è dovuta all’ingresso di un maggior numero di persone di colore nel Congresso e nelle istituzioni di potere”.

È stato inoltre determinante il Black Lives Matter, che ha veramente cambiato il dibattito e modificato il modo in cui le persone percepiscono i temi relativi a razzismo e apartheid. I palestinesi sono stati di gran sostegno al movimento Black Lives Matter e hanno messo in contatto attivisti e organizzatori. Quindi è questo che ha spostato la percezione sulla questione palestinese.”

Sentiamo voci ebree in favore della pace e assistiamo all’emergere di una discussione veramente progressista fra gli ebrei americani,” aggiunge. “E ciò ha eroso il supporto a Israele.”

Anwar Mhajne, una ricercatrice presso lo Stonehill College in Massachusetts e politologa specializzata in relazioni internazionali, riconosce che sembra esserci un leggero cambiamento negli atteggiamenti della stampa americana a proposito del conflitto e lo attribuisce a un più vasto cambiamento nelle politiche statunitensi.

I molti membri democratici della Camera dei Rappresentanti che si sono espressi contro l’appoggio militare degli Stati Uniti a favore di Israele e invocato la protezione dei diritti dei palestinesi evidenziano anche una crescente visibilità delle voci palestinesi e il riconoscimento delle sofferenze dei palestinesi vittime dell’occupazione,” ha detto Mhajne.

Questi sono cambiamenti importanti di cui gli attivisti sul posto e all’estero sono consapevoli e che cercano di sfruttare per promuovere la loro causa.”

Favorire il ripensamento del problema’

Altri manifestano la speranza che il cambiamento delle opinioni negli USA possa incoraggiare l’amministrazione Biden non solo a prestare attenzione al conflitto, ma anche a giocare il ruolo che gli USA hanno tradizionalmente promesso, quello di un mediatore onesto.

Tamara al-Rifai, portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) afferma che secondo lei il tema dell’insoluto conflitto, inclusa l’emergenza dei rifugiati palestinesi, ha ricevuto un’attenzione che mancava da molto tempo.

Dei due milioni di abitanti di Gaza, 1,4 sono rifugiati, fa notare al-Rifai, aggiungendo che è il momento di portare il dibattito verso una soluzione duratura. C’è un’atmosfera che favorisce un ripensamento del dramma dei rifugiati palestinesi e la necessità di imporre pari diritti e la fine delle discriminazioni nei territori della Palestina occupata,” dice ad Al Jazeera.

Giovedì il commissario generale dell’UNRWA ha informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed ha ripetuto che solo un onesto percorso politico può portare una pace duratura, non certo un fragile cessate il foco ,” afferma al-Rifai.

Quest’anno gli USA hanno ripreso il loro consistente sostegno all’UNRWA che noi sinceramente apprezziamo, non solo come donatori ma anche come partner e Stato membro delle Nazioni Unite con peso e autorità sufficienti ad aiutare a spostare il dibattito verso la ricerca di una soluzione politica.”

Emily Wilder, una giornalista americana, è stata licenziata dal suo datore di lavoro,The Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.], pare per dei tweet che riflettevano una posizione a favore dei palestinesi.

Wilder ha respinto l’accusa e ha detto in una dichiarazione di essere stata “vittima di un’applicazione asimmetrica delle regole sull’obiettività e i social media”. Ha detto che AP le ha comunicato che era stata licenziata per aver violato la politica aziendale a proposito dei social media, ma senza specificare quali tweets abbiano violato tale policy.

Se il favore per Israele non è tramontato, in Occidente il sostegno a favore dei palestinesi sembra crescere sia per il maggiore ingresso di progressisti nel governo che per l’uso che i palestinesi in Palestina e in tutto il mondo fanno delle piattaforme digitali per raccontare le proprie storie.

Tuttavia c’è un rinnovato slancio nella comunità internazionale verso la soluzione dei due Stati che sembrava essere scomparsa durante l’era Trump.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Buone notizie da Washington: l’AIPAC e Israele stanno perdendo consensi tra i democratici progressisti

Ramzy Baroud

14 luglio 2020 – Middle East Monitor

Mentre l’amministrazione USA del presidente Donald Trump rimane irremovibile nel suo appoggio ad Israele, la dirigenza democratica di sempre continua ad utilizzare un linguaggio subdolo, il tipo di “ambiguità strategica” che offre pieno sostegno ad Israele e nient’altro che vuote promesse per la Palestina e la pace.

Le politiche di Trump su Israele e Palestina sono state dannose, culminate con il vergognoso e iniquo “accordo del secolo”, e la sua amministrazione rimane largamente impegnata a favore della tendenza verso una crescente vicinanza tra il gruppo dirigente repubblicano e il campo di destra israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Le opinioni della leadership democratica, rappresentata dal probabile sfidante democratico nelle prossime elezioni di novembre, Joe Biden, sono ancora quelle di un’epoca di fanatismo, quando l’amore incondizionato dei democratici per Israele era pari a quello dei repubblicani. Si può affermare con sicurezza che quei giorni stanno volgendo al termine, in quanto successivi sondaggi di opinione stanno ribadendo un cambiamento di panorama politico a Washington.

Una volta l’élite politica americana, le cui politiche differivano su molte questioni, concordava senza riserve su un unico argomento di politica estera: l’amore e l’appoggio ciechi e incondizionati del loro Paese per Israele. In quei giorni l’influente gruppo lobbystico filo-israeliano, l’American Israel Public Affairs Committee [Comitato per gli Affari Pubblici Americani e Israeliani] (AIPAC), faceva il bello e il cattivo tempo, regnando incontrastato sul Congresso USA e decidendo praticamente da solo il destino di parlamentari in base al fatto che appoggiassero o meno Israele.

Anche se è troppo presto per affermare che “quei tempi sono finiti”, a giudicare dal discorso politico su Palestina e Israele notevolmente mutato, i molti sondaggi di opinione e i successi elettorali di candidati contrari all’occupazione israeliana in elezioni nazionali e locali, si è obbligati a dire che la salda presa dell’AIPAC sulla politica estera USA si sta finalmente allentando.

Tale affermazione può sembrare prematura, considerando la parzialità senza precedenti dell’attuale amministrazione a favore di Israele – l’illegale spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, il rifiuto del “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi e il sostegno dell’amministrazione al progetto israeliano di annettere illegalmente parti della Cisgiordania, e via di seguito.

Tuttavia si deve fare una distinzione tra l’appoggio a Israele tra chi governa, la sempre più isolata cricca di politicanti, e il sentimento generale di un Paese che, nonostante le numerose violazioni della democrazia negli ultimi anni, è ancora in qualche modo democratico.

Il 25 giugno un incredibile numero di circa 200 parlamentari democratici, compresi alcuni dei più strenui sostenitori di Israele, ha chiesto in una lettera a Netanyahu e ad altri importanti politici israeliani di annullare il progetto di annettere illegalmente circa il 30% della Cisgiordania.

Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione riguardo all’intenzione dichiarata di procedere con una qualunque annessione unilaterale di territori della Cisgiordania, e invitiamo il vostro governo a riconsiderare il progetto di attuarla,” afferma fra l’altro la lettera.

Mentre il linguaggio della lettera è lungi dall’essere etichettabile come “minaccioso”, il fatto che sia stata firmata da fedelissimi alleati di Israele come i parlamentari della Florida Tedo Deutch e dell’Illinois Brad Schneider la dice lunga sul cambiamento di discorso su Israele tra i vertici centristi e persino conservatori del partito Democratico. Tra i firmatari ci sono anche figure importanti dell’establishment democratico, come la congressista Debbie Wasserman Schultz e il capo della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, Steny Hoyer.

Altrettanto importante è il fatto che l’influenza della generazione più giovane e progressista dei politici democratici continui a spostare i confini del discorso del partito su Israele, grazie al lavoro instancabile della parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez e dei suoi colleghi. Insieme a decine di rappresentanti democratici, il 30 giugno Ocasio-Cortez ha inviato un’altra lettera, questa volta al segretario di Stato USA, Mike Pompeo.

A differenza della prima, la seconda lettera è decisa e molto audace: “Se il governo israeliano dovesse continuare lungo questo cammino (dell’annessione), lavoreremo per garantire il mancato riconoscimento dei territori annessi così come porteremo avanti leggi che condizionino i finanziamenti militari USA di 3.8 miliardi di dollari a Israele per assicurare che i contribuenti USA non stiano appoggiando in alcun modo l’annessione,” dice tra l’altro la lettera.

Si immagini se queste esatte parole fossero state utilizzate dai rappresentanti democratici nel luglio 1980, quando il parlamento israeliano annesse illegalmente Gerusalemme est con un atto che era – e rimane – contrario alle leggi internazionali. Il destino di quei politici sarebbe stato simile a quello di altri che osarono opporsi, col rischio di perdere il proprio seggio al Congresso, ossia di fatto tutta la loro carriera politica in una volta.

Ma i tempi sono cambiati. È veramente inconsueto, e consolante, vedere l’AIPAC affannarsi a spegnere i molti focolai accesi dalle nuove voci radicali tra i democratici.

La ragione per cui non è più facile per la lobby filo-israeliana conservare la sua pluridecennale egemonia sul Congresso è che quelli come Ocasio-Cortez sono anche loro risultato del cambiamento generazionale e probabilmente irreversibile che è avvenuto tra i democratici nel corso degli anni.

La tendenza alla polarizzazione dell’opinione pubblica americana riguardo a Israele risale a vent’anni fa, quando gli americani iniziarono a considerare il proprio supporto a Israele in base a linee di partito. Sondaggi più recenti suggeriscono che questa polarizzazione sia in aumento. Un sondaggio di opinione della Pew [gruppo di esperti statunitensi che si occupano di inchieste ed analisi socio-politiche, ndtr.] pubblicato nel 2016 ha mostrato che tra i repubblicani la simpatia per Israele era passato a un inaudito 74%, mentre tra i democratici era scesa al 33%.

Inoltre, per la prima volta nella storia, tra i democratici l’appoggio a Israele e ai palestinesi era praticamente diviso in parti uguali: rispettivamente il 33% e il 31%. Era il periodo in cui abbiamo iniziato a vedere inusuali prime pagine dei principali mezzi di informazione come “Perché i democratici stanno abbandonando Israele?”

Questo “abbandono” è continuato senza sosta, come hanno indicato sondaggi più recenti. Nel gennaio 2018 un’altra inchiesta di Pew ha dimostrato che l’appoggio dei democrati a Israele si è ridotto al 27%. Non solo la base democratica si sta allontanando da Israele in seguito alla crescente consapevolezza dei continui crimini israeliani e della violenta occupazione in Palestina: anche i giovani ebrei stanno facendo altrettanto.

Le mutate opinioni su Israele tra i giovani ebrei americani stanno finalmente dando frutti, fino al punto che nell’aprile 2019 i dati di Pew hanno concluso che nel loro complesso probabilmente gli ebrei americani sono ancor più (42%) dei cristiani ad affermare che il presidente Trump stia “favorendo troppo gli israeliani.”

Mentre molti democratici al Congresso sono sempre più in sintonia con le opinioni dei loro elettori, quelli che comandano, come Biden, rimangono caparbiamente legati a programmi che sono promossi dall’AIPAC e dal resto della vecchia guardia.

La buona notizia da Washington è che, nonostante l’attuale appoggio di Trump a Israele, un graduale ma durevole cambiamento strutturale continua ad avvenire tra i sostenitori del partito Democratico ovunque in tutto il Paese. Una ancor più sorprendente notizia è che la tradizionale roccaforte di Israele nelle comunità ebraiche del Paese sta vacillando, e molto rapidamente.

Mentre l’AIPAC probabilmente continuerà ad utilizzare e improvvisare vecchie tattiche per difendere gli interessi di Israele nel Congresso USA, la cosiddetta “potente lobby” probabilmente non riuscirà a riportare indietro il tempo. Anzi, l’epoca del totale dominio di Israele sul Congresso USA è probabilmente finita, e, si spera, questa volta per sempre.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)