A Gaza la medicina si reinventa di continuo

Donya Abu Sitta

6 settembre 2025 – Al Jazeera

Come studenti di medicina a Gaza ci viene insegnato come salvare vite umane a mani nude e come prendere decisioni impossibili.

Studiare medicina era il mio sogno d’infanzia. Volevo diventare un medico per aiutare le persone. Non avrei mai immaginato di studiare medicina non in un’università, ma in un ospedale; non sui libri di testo, ma sulla base dell’esperienza diretta.

L’anno scorso, dopo aver conseguito la laurea triennale in inglese, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di medicina dell’Università di al-Azhar. Ho iniziato gli studi a fine giugno. Dal momento che le università di Gaza sono state tutte distrutte noi studenti siamo costretti a seguire le lezioni sui nostri cellulari e a leggere i testi di medicina alla luce delle loro torce.

Parte della nostra formazione consiste nel ricevere lezioni da studenti di medicina più anziani, costretti a iniziare la pratica anzitempo a causa del genocidio.

La mia prima lezione di questo tipo è stata tenuta da uno studente di medicina del quinto anno, il Dott. Khaled, all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir el-Balah.

Al-Aqsa non assomiglia per niente a un ospedale normale. Non ci sono ampie stanze bianche né privacy per i pazienti. Il corridoio è la stanza, i pazienti giacciono sui letti o sul pavimento e i loro lamenti riecheggiano in tutto l’edificio.

A causa del sovraffollamento dobbiamo seguire le lezioni in un caravan nel cortile dell’ospedale.

“Vi insegnerò quello che ho imparato non da lezioni”, ha esordito il Dott. Khaled, “ma da circostanze in cui la medicina era [qualcosa] che bisognava reinventare di continuo”.

Ha iniziato dalle basi: controllare la respirazione, aprire le vie aeree ed eseguire la rianimazione cardiopolmonare (RCP). Ma presto, la lezione si è spostata su qualcosa che nessun normale programma di studi contempla: come salvare una vita senza nulla a disposizione.

Il dottor Khaled ci ha raccontato un caso recente: un giovane uomo è stato estratto da sotto le macerie con le gambe frantumate e la testa sanguinante. Il protocollo standard prevede l’immobilizzazione del collo con uno stabilizzatore prima di spostare il paziente.

Ma non c’era nessuno stabilizzatore. Nessuna stecca. Niente di niente.

Così il dottor Khaled ha fatto ciò che nessun manuale di medicina avrebbe mai insegnato: si è seduto a terra, ha accolto la testa delluomo tra le ginocchia e la ha tenuta perfettamente ferma per venti minuti, finché non è arrivata lattrezzatura.

“Quel giorno”, ha detto, “non ero uno studente. Ero il tutore. Ero lo strumento.”

Mentre il medico supervisore preparava la sala operatoria il dottor Khaled non si è mosso, nemmeno quando i muscoli hanno iniziato a fargli male, perché era l’unica cosa che poteva fare per prevenire ulteriori lesioni.

Questo non è stato il solo racconto del dottor Khaled sulle soluzioni mediche improvvisate. Uno in particolare è stato straziante da ascoltare.

Una donna sulla trentina era stata portata in ospedale con una profonda lesione pelvica. La sua carne era lacerata. Aveva bisogno di un intervento chirurgico urgente. Ma prima, la ferita doveva essere sterilizzata.

Non c’era Betadine. Niente alcol. Niente strumenti puliti. Solo cloro.

, cloro. La stessa sostanza chimica che brucia la pelle e irrita gli occhi.

Era priva di sensi. Non c’erano alternative. Le hanno versato il cloro sulla ferita.

Il dottor Khaled ci raccontava questa storia con una voce tremante per il senso di colpa.

“Abbiamo usato il cloro”, ha detto, senza guardarci. “Non per incompetenza, ma perché non c’era altro.”

Siamo rimasti scioccati da ciò che abbiamo sentito, ma forse non sorpresi. Molti di noi avevano sentito racconti su misure disperate che i medici di Gaza avevano dovuto adottare. Molti di noi avevano visto il video straziante del dottor Hani Bseiso che operava la nipote su un tavolo da pranzo.

L’anno scorso il dottor Hani, chirurgo ortopedico dell’al-Shifa Medical Complex, si è trovato in una situazione impossibile quando la nipote diciassettenne, Ahed, è rimasta ferita in un attacco aereo israeliano. Erano rimasti intrappolati nel loro condominio a Gaza City, impossibilitati a muoversi, poiché l’esercito israeliano aveva assediato la zona.

La gamba di Ahed era irreparabilmente mutilata e sanguinava. Il dottor Hani non aveva molta scelta.

Non c’erano anestetici né strumenti chirurgici. Solo un coltello da cucina, una pentola con un po’ d’acqua e un sacchetto di plastica.

Ahed giaceva sul tavolo da pranzo, pallida in viso e con gli occhi socchiusi, mentre suo zio con gli occhi pieni di lacrime si preparava ad amputarle la gamba. Il momento è stato ripreso in video.

“Guardate”, ha gridato con la voce rotta, “le sto amputando la gamba senza anestesia! Dov’è la pietà? Dov’è l’umanità?”

É intervenuto rapidamente, con le mani tremanti ma precise, la sua formazione chirurgica si scontrava con il crudo orrore del momento.

Questa scena si è ripetuta innumerevoli volte in tutta Gaza, poiché persino i bambini piccoli hanno dovuto subire amputazioni senza anestesia. E noi, come studenti di medicina, stiamo imparando che questa potrebbe essere la nostra realtà; che anche noi potremmo dover operare un parente o un bambino mentre osserviamo e ascoltiamo il loro dolore insopportabile.

Ma forse la lezione più dolorosa che stiamo imparando è quella sui momenti in cui non è possibile intervenire, quando le ferite sono irreparabili e le risorse devono essere spese per coloro che hanno ancora una possibilità di sopravvivenza. In altri Paesi questa è una discussione etica teorica. Qui, è una decisione che dobbiamo imparare a prendere perché potremmo presto doverla assumere personalmente.

Il Dott. Khaled ci ha detto: “Alla facoltà di medicina insegnano che ogni vita va salvata. A Gaza si impara che non è possibile, e bisogna convivere con questa realtà“.

Questo è ciò che significa essere un medico a Gaza oggi: portare il peso disumano di sapere che non puoi salvare tutti e andare avanti; sviluppare un livello sovrumano di resistenza emotiva per assorbire una perdita dopo l’altra senza crollare e senza perdere la propria umanità.

Queste persone continuano a curare e insegnare, anche quando sono esauste, anche quando muoiono di fame.

Un giorno, a metà di una lezione sul trauma, il nostro istruttore, il Dott. Ahmad, si è interrotto a metà della frase, si è appoggiato al tavolo e si è seduto. Ha sussurrato: “Ho solo bisogno di un minuto. Ho un calo di zucchero”.

Sapevamo tutti che non mangiava dal giorno prima. La guerra non sta solo esaurendo le medicine, ma sta consumando i corpi e le menti di coloro che cercano di curare gli altri. E noi studenti stiamo imparando in tempo reale che la medicina qui non riguarda solo conoscenze e competenze. Si tratta di sopravvivere abbastanza a lungo da poterle usare.

Essere un medico a Gaza significa reinventare la medicina ogni giorno con ciò che si ha a disposizione, curare senza strumenti, rianimare senza attrezzature e medicare con il proprio corpo.

Non è solo una crisi di risorse. È una prova morale.

E in questa prova le ferite sono profonde: nella carne, nella dignità, nella speranza stessa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Donya Abu Sitta è una redattrice di contenuti, traduttrice e insegnante di inglese. Ha iniziato a studiare medicina da poco. Ha svolto attività di volontariato come traduttrice e scrittrice per l’Hult Prize, lo Youth Innovation Hub, Science Tone, Eat Sulas e Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)