Un’indagine forense smonta la narrazione della polizia israeliana sull’uccisione ad un posto di blocco

Oren Ziv

23 febbraio 2021 – +972 MAGAZINE

La polizia di frontiera ha ucciso Ahmad Erekat dopo che la sua auto ha urtato un posto di blocco, etichettandolo come un “terrorista”. Una perizia legale solleva interrogativi sulla storia e sulla condotta della polizia.

Il 23 giugno 2020 Ahmad Erekat, un palestinese di 27 anni di Abu Dis, nella Cisgiordania occupata, si recava in auto a Betlemme per prelevare sua sorella da un salone da parrucchiera, poche ore prima del suo matrimonio.

Verso le 15:50 Erekat raggiungeva il famigerato “Container Checkpoint” [Posto di Blocco del container, già teatro di precedenti uccisioni di palestinesi da parte dei soldati. Prima che l’esercito si installasse lì, c’era un container che un uomo del posto usava come piccolo negozio di alimentari, ndtr.] situato sulla strada principale che collega nord e sud della Cisgiordania. Secondo gli accordi di Oslo, l’area su entrambi i lati del checkpoint si trova sotto il pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma il posto di blocco è presidiato 24 ore al giorno dall’esercito israeliano.

Mentre attraversava il checkpoint, Erekat ha sterzato investendo un gabbiotto pieno di agenti di polizia. Erekat è sceso dall’auto disarmato. Gli ufficiali gli hanno sparato sei proiettili. Il cadavere di Erekat è stato rimosso dall’area un’ora e mezza dopo essere stato colpito.

Circa 24 ore dopo il portavoce della polizia di frontiera israeliana ha rilasciato un breve video [ripreso] da una sola delle molte telecamere di sicurezza che si trovano nel checkpoint. Il video mostra i momenti in cui l’auto di Erekat urta il gabbiotto e viene colpito.

Gli organi di informazione israeliani si sono affrettati a definire l’episodio un atto di terrorismo. Il loro sospetto che Erekat volesse intenzionalmente far scontrare la sua auto contro il posto di blocco si è poi rafforzato dopo che è comparso un secondo video, che lo mostrava alla guida della sua auto mentre parlava rivolto alla telecamera del suo telefono dichiarando di non essere una “spia”.

L’assassinio di Erekat, purtroppo, non è [un fatto] eccezionale. Negli ultimi anni, soldati e agenti di polizia israeliani hanno ucciso a colpi di arma da fuoco decine di palestinesi, compresi coloro che non rappresentavano una minaccia immediata. In tali casi il comportamento del palestinese è quasi sempre stato etichettato automaticamente come un “attacco terroristico”.

Su richiesta della famiglia Erekat, Forensic Architecture [Architettura Forense], un gruppo di ricerca che utilizza strumentazioni e tecnologie architettoniche per indagare su casi di violenze e violazioni dei diritti umani di Stato in tutto il mondo, insieme all’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq, ha cercato di ricostruire l’uccisione di Ahmad. Otto mesi dopo il suo assassinio hanno pubblicato un’indagine visuale approfondita sull’incidente.

Come ricostruire un’uccisione

Raccontata dalla famosa attivista politica e intellettuale Angela Davis, l’inchiesta ha scoperto che Erekat è stato colpito nonostante non rappresentasse una minaccia per le forze di sicurezza che si trovavano al posto di blocco. Ha anche scoperto che dopo essere stato colpito Erekat non ha ricevuto cure mediche, nonostante le riprese mostrino che era ancora vivo.

L’indagine ha inoltre rilevato che il corpo di Erekat, che è stato lasciato a terra per circa un’ora e mezza, è stato denudato prima di essere portato via. Non è mai stato restituito alla famiglia e rimane ancora oggi sotto la custodia israeliana.

Israele utilizza regolarmente i cadaveri dei palestinesi che hanno, o sono sospettati di avere, compiuto attacchi violenti contro soldati e civili israeliani come merce di scambio nel corso dei negoziati, direttamente con le famiglie palestinesi o con i loro leader politici. Secondo B’Tselem Israele detiene attualmente 70 corpi di palestinesi.

L’indagine ha incrociato le riprese della telecamera di sicurezza con i video registrati dai conducenti palestinesi che si trovavano al posto di blocco, così come [con quelle] degli organi di informazione arrivati ​​dopo la sparatoria. Con l’aiuto del filmato e delle testimonianze, i ricercatori hanno costruito un modello 3D di un posto di blocco e hanno utilizzato come modalità di indagine lo shadowing [simulazione grafica delle ombre, ndtr.] e l’open source [fonti di informazione aperte e interattive, ndtr.] per ricostruire una sequenza degli eventi.

L’indagine di Forensic Architecture e di Al-Haq:

Dopo l’omicidio, Ben Vaknin, in servizio come agente nelle operazioni della polizia di frontiera in Cisgiordania, ha detto che “un terrorista ha cercato di uscire dall’auto. Una volta uscito ha iniziato a correre verso le [forze di sicurezza], che insieme a un comandante lo hanno neutralizzato e hanno circoscritto l’area “.

Ma l’indagine forense mostra che Erekat è uscito dal suo veicolo disarmato con le mani in alto, e che si è diretto nella direzione opposta rispetto agli ufficiali al checkpoint. “[Ahmad] non costituiva alcun pericolo immediato nel momento in cui è stato colpito”, conclude l’inchiesta.

Secondo Forensic Architecture e Al-Haq, tre agenti della polizia di frontiera hanno sparato contro Erekat sei proiettili in due secondi. Uno di loro ha sparato il primo proiettile mentre Erekat si trovava a quattro metri dall’agente più vicino. Mentre l’agente continuava a sparare Erekat ha continuato ad allontanarsi dal gabbiotto. Quando sono stati sparati i primi due colpi Erekat ha sollevato le mani verso l’alto e si è mosso all’indietro. Al terzo colpo è caduto e le tre pallottole rimanenti sono state sparate dopo che era già a terra.

Negazione delle cure mediche

Il giorno dell’omicidio il portavoce Vaknin ha riferito che Erekat era stato visitato da paramedici. “Dopo poco tempo un’equipe sanitaria ha annunciato la morte del terrorista”. Eppure le indagini mostrano che in realtà Erekat è stato lasciato a terra senza alcun aiuto. Un video girato al posto di blocco alle 15:53, pochi minuti dopo la sparatoria, da un autista palestinese mostra Erekat a terra mentre ancora si muove.

Un’ambulanza israeliana è arrivata sul luogo pochi minuti dopo il fatto, ma i paramedici non hanno assistito Erekat. Secondo l’indagine un’ambulanza palestinese è arrivata sul posto 20 minuti dopo gli spari, ma è stata respinta dalle forze di sicurezza israeliane. Un paramedico che ha parlato con gli investigatori ha detto che sono stati in grado di capire da lontano che nessuno si stava prendendo cura di Erekat.

Il filmato del conducente palestinese mostra anche un agente della polizia di frontiera che cammina vicino al corpo di Erekat e tiene un “pollice verso l’alto” per segnalare che va tutto bene. Secondo gli investigatori, questo comportamento dimostra che le forze di sicurezza non pensavano che Erekat indossasse degli esplosivi, ma ciononostante non l’hanno curato.

In passato in casi simili, come nel caso dell’uccisione da parte della polizia di Yacoub Abu al-Qi’an nel villaggio beduino di Umm al-Hiran [nel gennaio 2017, ndtr.], le forze di sicurezza israeliane hanno affermato di non aver curato i palestinesi feriti perché temevano che trasportassero esplosivi. Questa affermazione non si riscontra affatto nel caso di Erekat, eppure egli è stato comunque lasciato sulla strada mentre stava morendo dissanguato.

Nel processo contro Elor Azaria, il soldato israeliano che ha sparato alla testa a un aggressore palestinese mentre quest’ultimo giaceva immobilizzato a terra, è stato rivelato che Magen David Adom, dei servizi di pronto soccorso israeliani, si astiene abitualmente dal curare i palestinesi fino all’arrivo sul posto di un geniere, ritardando in modo significativo le cure mediche.

Forensic Architecture e Al-Haq hanno scoperto che un’ambulanza israeliana ha lasciato la scena alle 16:30 trasportando solo un’agente della polizia di frontiera che era stata leggermente ferita nell’incidente. Il video registrato otto minuti dopo la partenza dell’ambulanza mostra Erekat nella stessa posizione in cui era stato ripreso inizialmente, pochi minuti dopo che era stato colpito.

Secondo gli investigatori questo dimostra che Erekat non ha ricevuto alcun trattamento medico, dal momento che un medico avrebbe sicuramente spostato il suo corpo per controllare le sue ferite. Questo, dicono gli investigatori, è come “uccidere facendo passare il tempo”.

L’uso dei corpi per una punizione collettiva

Attraverso un’analisi del filmato della telecamera di sicurezza, l’auto di Erekat viaggiava a una velocità di circa 15 chilometri all’ora e non ha accelerato. L’esperto forense di collisioni, il dottor Jeremy J. Bauer, ha confermato che l’auto stava utilizzando circa il 4,4% della sua capacità potenziale dopo aver deviato verso il gabbiotto, e non ha escluso che Erekat abbia frenato di colpo prima dell’urto. Gli investigatori dicono che questo mette in dubbio la narrazione dell’esercito secondo cui Erekat avrebbe pianificato di effettuare un attacco.

Inoltre l’indagine mostra che quando il gabbiotto è stato urtato, la distanza tra la ruota posteriore e la sagoma dell’auto si è accentuata, il che, secondo Bauer, potrebbe indicare che l’auto stesse rallentando. Per qualche istante anche la ruota anteriore smette di girare, il che, dicono gli investigatori, potrebbe indicare una frenata.

Gli investigatori fanno anche notare che le autorità israeliane non hanno controllato la scatola nera dell’auto né hanno pubblicato i video delle altre telecamere di sicurezza.

L’indagine non fa riferimento ai video resi pubblici dopo l’incidente, incluso quello di Erekat che si riprende mentre guida la sua auto, [dove egli appare] chiaramente turbato in seguito ai commenti su di lui sulle piattaforme sociali, che lo accusavano di collaborare con Israele. “Non ho mai tradito la mia nazione, tuo fratello non è una spia”, diceva in quel momento.

“Abbiamo ritenuto urgente condurre l’inchiesta perché gli israeliani non hanno aperto una propria indagine”, ha detto il ricercatore capo di Forensic Architecture Israele-Palestina, che ha chiesto di restare anonimo per paura di rappresaglie. “Era importante per noi mostrare quanti proiettili sono stati sparati, chi li ha sparati e cosa è successo al suo corpo dopo che è stato colpito.

La nostra indagine è una risposta alla mancanza quasi totale di controllo sulle forze di occupazione israeliane quando si abbia a che fare con le uccisioni extragiudiziali di palestinesi. Essa descrive un persistente modello di comportamento da parte dell’esercito israeliano secondo cui i palestinesi vengono uccisi con l’uso di armi letali, viene negata [loro] l’assistenza sanitaria e i loro corpi sono usati dall’esercito contro le famiglie come merce di scambio e come strumenti di punizione collettiva ,continuano.

In un comunicato rilasciato a +972, la polizia israeliana ha affermato di aver indagato sull’incidente e di aver rafforzato la convinzione secondo cui Erekat avrebbe deliberatamente speronato con la sua auto il gabbiotto, sarebbe corso fuori dall’auto e avrebbe minacciato l’incolumità delle forze di sicurezza. La polizia ha aggiunto che i video trovati sul telefono di Erekat non hanno fatto altro che rafforzare la loro convinzione secondo cui egli avrebbe effettuato deliberatamente un attacco.

La polizia ha inoltre insistito sul fatto che Erekat sarebbe stato “visitato sul posto dal personale sanitario pochi minuti dopo l’attacco ed è stato verificato che non aveva polso e non respirava, quindi la rianimazione non è stata eseguita… e di conseguenza è stata accertata la sua morte. Durante l’incidente nei confronti del deceduto non ci sono stati trattamenti o lesioni umilianti”.

Nonostante l’affermazione della polizia di aver indagato sull’incidente, dopo l’episodio né la famiglia di Erekat, né le organizzazioni per i diritti umani, né i media hanno ricevuto una copia dei verbali. Nel frattempo, Israele continua a trattenere il corpo di Erekat.

Oren Ziv

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi che usano le immagini fotografiche come strumento di lotta per i diritti sociali e contro tutte le forme di oppressione, ndtr.] e cronista di Local Call [organo di informazione online in lingua ebraica in co-edizione con Just Vision e +972 Magazine, ndtr.]. Dal 2003, ha documentato una serie di tematiche sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati con un’enfasi sulle comunità di attivisti e le loro lotte. Il suo lavoro di reporter si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e le colonie, a favore degli alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulla battaglia per la libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




“Rimettete sulla mappa la Palestina” chiede Madonna

22 luglio 2020 – Middle East Monitor

to Facebook

Share to Twitter

Share to Reddit

Share to WhatsApp

Share to More





Secondo alcuni utenti delle reti sociali, durante il fine settimana la cantante, cantautrice e attrice Madonna ha manifestato solidarietà nei confronti della Palestina con una serie di post su Instagram protestando contro il fatto che su Google Maps non siano presenti i territori occupati palestinesi. La solidarietà di Madonna con la Palestina ha coinciso con la promozione di una petizione, firmata da più di un milione di persone, che chiede a Google di mettere “la Palestina sulla mappa”.

La petizione denuncia il fatto che la scelta rende Google “complice della pulizia etnica della Palestina da parte del governo israeliano.” Israele, fondato su terra palestinese, è chiaramente delimitato, ma la Palestina non compare su Google maps. “Perché no?” chiedono i firmatari.

Immagini che hanno circolato sulle reti sociali mostrano Madonna che condivide un’immagine della mappa in questione senza la Palestina, con un commento: “Google e Apple hanno ufficialmente tolto la Palestina dalle loro mappe.” Lei ha più di 15 milioni di follower su Instagram. MEMO non ha potuto verificare l’autenticità delle schermate e non ha ricevuto risposte dallo staff di Madonna riguardo alle immagini.

Va anche notato che Google Maps in precedenza non aveva la Palestina sulla mappa, aveva Gaza e la Cisgiordania come regioni, senza neppure definire la Palestina come Paese.

In un secondo post la cantante manifesta la più forte solidarietà mai espressa da lei con la causa palestinese. La sessantunenne chiede “Rimettete la Palestina sulla mappa” prima di aggiungere “#IStandWithPalestine”.

Un terzo post mostra un’immagine di Angela Davis, icona del movimento per i diritti civili americano, insieme a una citazione: “La solidarietà dei neri con la Palestina ci consente di comprendere più approfonditamente la natura del razzismo contemporaneo.”

Recentemente Davis ha spiegato perché la causa palestinese sia così importante per il movimento Black Lives Matter. Ha ricordato come gli attivisti palestinesi abbiano a lungo appoggiato la lotta dei neri americani contro il razzismo e che, quando lei è stata ingiustamente imprigionata nel 1970, la solidarietà dalla Palestina sia stata di grande conforto per lei.

In passato Madonna non è stata così disponibile ad appoggiare la causa palestinese. Nel 2019 si è rifiutata di boicottare la gara canora Eurovision, che si è tenuta in Israele: “Non smetterò mai di suonare per conformarmi al progetto politico di qualcuno né smetterò di parlare contro le violazioni dei diritti umani ovunque nel mondo,” ha detto all’epoca in un comunicato.

Nota: questa pagina è stata aggiornata il 27 luglio 2020 alle 21 per aggiungere che la petizione chiede di aggiungere, non di “rimettere”, la Palestina sulle mappe, in quanto la Palestina come Paese non compare nelle precedenti versioni di Google Maps.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)