Biden difende Israele mentre il Jewish National Fund israeliano progetta l’insediamento di nuove colonie

Tamara Nassar

15 febbraio 2021, Electronic Intifada

Secondo quanto riferito, il Fondo Nazionale Ebraico di Israele [ente non profit dell’Organizzazione sionista mondiale con poteri para-statali fondato nel 1901 a Basilea per comprare e acquisire terra nella Palestina ottomana ed espandere l’insediamento degli ebrei, ndtr.] sta pianificando di acquistare terra palestinese di proprietà privata nella Cisgiordania occupata per espandere le colonie di soli ebrei.

Domenica la dirigenza dell’organizzazione ha approvato la proposta, che era stata riportata dai media israeliani nei giorni precedenti. Il consiglio di amministrazione dovrebbe prendere una decisione finale dopo le elezioni politiche israeliane di marzo.

Sembra che la proposta del Fondo dia priorità all’espansione delle colonie nella Valle del Giordano, nella Gerusalemme occupata, nel blocco degli insediamenti di Gush Etzion nella Cisgiordania meridionale e nell’area delle colline a sud di Hebron. Secondo i media israeliani, il gruppo non costruirà nuove colonie ma amplierà quelle già esistenti.

L’ “ampliamento” delle colonie esistenti – spesso ben oltre i confini originali – è uno stratagemma che Israele utilizza da tempo nel tentativo di minimizzare le critiche internazionali alla sua colonizzazione della terra palestinese. Inoltre, “l’acquisto di terreni” da parte delle organizzazioni israeliane delle colonie in Cisgiordania è spesso fraudolento.

Sebbene la mossa del Fondo venga descritta nei media israeliani come un “importante cambiamento politico”, essa è del tutto coerente con la sua agenda storica.

Sin dalla sua creazione nel 1901 da parte di Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista di colonizzazione della Palestina, il Fondo ha un obiettivo fondamentale: acquisire terra palestinese ad uso esclusivo degli ebrei.

Terra rubata

 L’organizzazione ha collaborato alla pulizia etnica dei palestinesi sulle loro terre al fine di costruirvi colonie per soli ebrei.

Il Fondo pretende di possedere circa il 15% della terra nell’attuale Israele.

Questa terra è riservata all’uso esclusivo degli ebrei, anche se gran parte di essa è stata rubata ai palestinesi. Il Fondo tenta spesso di dare una facciata di ambientalismo alla colonizzazione della terra palestinese. Notoriamente pianta foreste sulle rovine dei villaggi palestinesi per cancellarne la presenza.

A causa del suo ruolo nella pulizia etnica e nel razzismo, gli attivisti di tutto il mondo hanno fatto una campagna per privare il Fondo del suo status di ente di beneficenza, che gli permette di raccogliere donazioni deducibili dalle tasse. Il giornalista israeliano Barak Ravid ha riferito che l’ultima mossa del Fondo è stata sollecitata dalla lobby degli insediamenti israeliani.

I leader dei coloni mirano a più che raddoppiare il numero di coloni ebrei da circa 400.000 a un milione nell’Area C, il 60% della Cisgiordania occupata che rimane sotto il completo dominio militare israeliano. Il Fondo da sempre opera per colonizzare la terra di tutta la Palestina storica – sia nella parte risultante dalla fondazione di Israele nel 1948 che nei territori che occupa dal 1967 – tanto direttamente che attraverso gruppi di facciata.

In risposta all’articolo del quotidiano israeliano Haaretz, il Fondo ha detto di “aver operato nel corso degli anni e di continuare a farlo in modo trasparente, in tutte le parti della Terra di Israele, comprese la Giudea e la Samaria”. Giudea e Samaria è il nome che Israele usa per la Cisgiordania occupata, per addurre una rivendicazione pseudo-biblica sulla terra palestinese. Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme Est e le alture del Golan in Siria, sono illegali secondo il diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

In risposta ai piani del Fondo, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha affermato che l’amministrazione statunitense ritiene “sia fondamentale astenersi da passi unilaterali che esacerbino le tensioni e che minino gli sforzi per far avanzare una soluzione negoziata a due Stati”.

L’amministrazione Biden sostiene la politica di Trump

Sebbene possa sembrare una critica rispetto all’amministrazione Trump, questa dichiarazione non rappresenta un cambiamento sostanziale. Pressato dai giornalisti, Price si è apertamente rifiutato di definire illegali le colonie israeliane – come avevano fatto tradizionalmente per decenni le amministrazioni statunitensi anche se non hanno mai intrapreso alcuna azione per fermarle.

 Invece, Price ha sostenuto il cambiamento di politica dell’amministrazione Trump del novembre 2019 dichiarando che le colonie non violano il diritto internazionale. L’amministrazione Biden sembra non meno determinata di Trump a proteggere Israele dalle conseguenze delle sue azioni. Dopo che all’inizio di questo mese la sentenza della Corte Penale Internazionale ha aperto la strada a un’indagine sui crimini di guerra israeliani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, compresa la costruzione di colonie, l’amministrazione Biden ha espresso senza mezzi termini la sua opposizione all’indagine.

Nel frattempo Israele ha continuato a demolire case e strutture palestinesi a ritmo accelerato. Negli ultimi mesi, le forze israeliane hanno più volte sequestrato e distrutto strutture della comunità di Khirbet Humsa nella Cisgiordania occupata. Secondo la documentazione delle Nazioni Unite nel mese di febbraio Israele ha demolito e sequestrato più di 60 strutture della comunità e ha sfollato con la forza 175 persone – più di metà delle quali bambini. Tutto questo fa parte dell’impegno di lunga data di Israele a cambiare con la forza la composizione demografica nell’area – pulizia etnica – e garantire una maggioranza ebraica in preparazione dell’annessione.

 

Ali Abunimah ha contribuito alle ricerche.

 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una Palestina post-Trump

Ahmed Abu Artema

Ahmed Abu Artema è un giornalista palestinese e un attivista per la pace.

17 gennaio 2021 – Al Jazeera

I palestinesi dovrebbero smettere di sperare in un cambio di politica a Washington e andare avanti con la loro lotta per la libertà.

Per decenni i palestinesi hanno sofferto sotto l’occupazione coloniale israeliana sostenuta e consentita dall’appoggio politico, finanziario e militare degli USA. Ciò ha permesso ad Israele di espandere progressivamente la sua occupazione e colonizzazione della Palestina, al punto che oggi solo circa il 5% della terra della Palestina storica è realmente controllato dai palestinesi.

Questo processo è proseguito per anni, pressoché indisturbato da un controllo internazionale, con la copertura del “processo di pace” di Washington e della sua autoproclamata posizione di mediatore tra le parti palestinese ed israeliana.

Tuttavia quando Donald Trump è diventato presidente USA nel 2017 ha interrotto questo processo di graduale colonizzazione accuratamente costruito. Ha adottato il programma israeliano più razzista ed estremista e ha cancellato la pratica consolidata di onorare formalmente i diritti dei palestinesi.

Al governo di destra israeliano è stato dato il via libera per fare ciò che voleva, mentre il presidente americano ha continuato a legittimare le sue azioni illegali e criminali. Questo ha di fatto accelerato la prassi di creare “fatti sul terreno” – cioè l’usurpazione della terra palestinese e la sovversione di ogni autorità politica palestinese, al punto che è diventato impossibile soddisfare le richieste dei palestinesi ed i loro diritti sono diventati irrilevanti.

Quindi che cosa significa per i palestinesi l’eredità di Trump?

Quattro anni di Trump

Anche se il Congresso USA nel 1995 approvò un disegno di legge che riconosceva Gerusalemme come capitale di Israele, le successive amministrazioni USA ne hanno rinviato l’applicazione a causa della mancanza di un accordo tra l’Autorità Nazionale Palestinese ed Israele sullo status della città santa.

Il 6 dicembre 2017 Trump ha trasformato in realtà ciò che era già sulla carta, emanando un ordine esecutivo di trasferimento dell’ambasciata USA in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Ciò è avvenuto il 14 maggio dell’anno seguente, che coincideva con il 70^ anniversario della Nakba e che Israele ha segnato con il massacro di decine di palestinesi a Gaza.

Qualche mese dopo Trump ha annunciato la cancellazione dei finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Questa non è stata solo una catastrofe per milioni di palestinesi che dipendono dall’agenzia per il cibo, l’istruzione e la sanità, ma è stato un tentativo di cancellare lo status di rifugiati dei palestinesi e, di conseguenza, il loro diritto al ritorno. Cercando di distruggere l’UNRWA, Trump stava eseguendo gli ordini del governo israeliano che per decenni ha fatto il possibile per impedire ai palestinesi colpiti dalla pulizia etnica di ritornare e rivendicare la propria terra.

Il diritto al ritorno è stato ulteriormente compromesso anche dall’ “accordo del secolo” proposto da Trump e da suo genero Jared Kushner. Mutuando il linguaggio delle precedenti “iniziative di pace” USA, la proposta prometteva “pace” e “prosperità” per i palestinesi, ma respingeva la maggior parte delle loro richieste, compresa l’autodeterminazione attraverso uno Stato palestinese sovrano. Intanto il 18 novembre 2019 il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha annunciato che il governo USA non considerava la costruzione delle colonie israeliane in Cisgiordania una violazione del diritto internazionale.

Nei suoi ultimi mesi da presidente, Trump non ha mancato di fare un altro generoso regalo ad Israele: la normalizzazione con gli Stati arabi. È stato un altro duro colpo per la causa palestinese.

In seguito alla seconda Intifada la Lega Araba – su iniziativa del defunto re saudita Abdullah – si era impegnata a normalizzare le relazioni con Israele solo in cambio della creazione di uno Stato palestinese sui confini del 1967, del ritorno dei rifugiati e del ritiro di Israele dalle Alture del Golan.

In agosto [2020] gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno firmato accordi di normalizzazione con Israele, sotto l’egida dell’amministrazione Trump, senza pretendere alcuna concessione sulla questione palestinese del ritorno: il Marocco e il Sudan poco dopo hanno fatto altrettanto. E’stata una palese rottura con l’accordo arabo su “terra in cambio di pace”.

Così, alla fine della presidenza Trump, i palestinesi appaiono spogliati di tutto ciò di cui potevano esserlo.

Una Palestina post-Trump

La vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali USA di novembre sembra aver portato un certo ottimismo in alcuni ambienti palestinesi rispetto al fatto che gli USA modificheranno la propria politica verso i palestinesi. Non dimentichiamo che la politica di Trump non è mai stata in contraddizione con la tradizionale posizione di Washington sulla Palestina, che mostrava pieno e incondizionato appoggio allo Stato di Israele.

Aspettarsi che Biden cambierà qualcosa o rimedierà ai danni del suo predecessore è una follia. Di fatto lui e la sua squadra hanno ampiamente chiarito che non ribalteranno le decisioni di Trump, incluso il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. La sua amministrazione non appoggerà la lotta dei palestinesi per la giustizia; non si adopererà per la loro liberazione, per la fine dell’occupazione israeliana, per lo smantellamento del regime di apartheid israeliano o per il ritorno dei rifugiati palestinesi nella loro patria.

La lezione che i palestinesi dovrebbero imparare dai quattro lunghi anni della presidenza Trump non deve poggiare sul fatto che un’amministrazione USA possa mai sostenere i loro interessi e diritti o diventare un arbitro obiettivo. L’élite politica americana è fautrice dell’occupazione e della colonizzazione israeliana della Palestina, tale è sempre stata e tale rimarrà in futuro. E, proprio come Trump, continuerà a concedere a Israele tutto quel che vuole, che sia la legittimazione dei suoi illegali furti di terra o un’illimitata fornitura di sofisticati armamenti da usare contro i palestinesi.

Appoggiato in pieno dagli USA, Israele continua a creare “fatti sul terreno”, a stabilire un dominio assoluto su tutta la Palestina storica e a rendere impossibile uno Stato palestinese. Ma c’è una cosa che Israele non è assolutamente in grado di fare, nonostante la sua potenza militare, le sue risorse finanziarie e l’illimitato sostegno da parte di una superpotenza: non può cancellare i palestinesi.

Sei milioni di palestinesi – privati della loro libertà e della loro patria – continuano a vivere nella Palestina storica. Milioni di altri palestinesi vivono nei vicini Paesi arabi e nella diaspora. La loro identità, la loro mera esistenza erodono giorno dopo giorno l’inganno che Israele ha usato per mascherare il proprio apartheid e presentarsi al mondo come un “modello di democrazia”. Più importante ancora, la vita e lo spirito dei palestinesi minano attivamente l’occupazione e l’apartheid israeliani.

I palestinesi subiscono terribili deprivazioni e soprusi da parte degli israeliani, ma sono tenaci. La loro stessa esistenza è diventata resistenza. E il tempo non è dalla parte del loro aguzzino. In questo momento Israele può sembrare un colonizzatore vittorioso, avendo eliminato quasi tutti gli ostacoli all’annessione della Cisgiordania. Ma la lotta palestinese sta facendo progressi. In un futuro non troppo lontano la giustizia prevarrà e i palestinesi otterranno la loro libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Abu Artema è un giornalista palestinese e un attivista per la pace. È autore del libro “Caos organizzato” e di numerosi articoli ed è uno dei promotori della Grande Marcia del Ritorno. È un rifugiato del villaggio di Al Ramla in Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele deve essere sanzionato per aver rifiutato ai palestinesi le vaccinazioni contro il Covid-19.

David Hearst

14 gennaio 2021 – Middle East Eye

La politica di Israele sul vaccino contro il coronavirus lo pone in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e dovrebbe portare a sanzioni

Israele da tempo ha abbandonato l’argomentazione, tanto spesso sentita durante la costruzione del muro, secondo cui la sua espansione in Cisgiordania oltre i suoi confini del 1967 sia un atto di autodifesa.

L’annessione da parte di Israele, culminata lo scorso anno nella dichiarazione del progetto di annettere fino al 60% della Cisgiordania, oggi è inquadrata come l’adempimento di una profezia biblica, secondo cui gli ebrei espulsi dalla terra di Israele sono destinati a ritornarvi. Questo fondamentalismo si propaga in una miriade di modi ben oltre la comunità dei coloni e la destra nazional-religiosa.

Annessione e sovranità

Dalla frase “L’anno prossimo a Gerusalemme” cantata alla fine del Seder pasquale [festa rituale che segna l’inizio delle festività della Pasqua ebraica, ndtr.] ai tentativi di stabilire l’identità delle antiche pietre intorno alla Città Vecchia di Gerusalemme attraverso l’archeologia, all’uso delle parole bibliche Giudea e Samaria per definire la Cisgiordania, il piano per costruire uno Stato i cui confini riconosciuti si estendano un giorno dal fiume al mare [dal Giordano al Mediterraneo orientale, ndtr.] è più che mai condiviso.

Secondo questa logica, il territorio che la comunità internazionale riconosce come occupato dovrebbe invece essere definito conteso. Solo una piccola parte dei profughi palestinesi espulsi da questa terra verrebbe riconosciuta come tale.

L’annessione non è altro che un’estensione della sovranità.

Le parole politicamente marginali nel corso di un decennio sono diventate opinione corrente nel successivo. I sionisti progressisti [lala di centro-sinistra del movimento sionista, ndtr.] hanno reagito con orrore alla nomina di Tzipi Hotovely [del partito nazionalista e di destra Likud, sotto la guida di Netanyahu, ndtr.] come attuale ambasciatrice di Israele nel Regno Unito. L’ex ministra delle colonie ha detto, tra le altre cose: “Questa terra è nostra. È tutta nostra. Non siamo venuti qui per scusarci”. Ma Hotovely dall’estrema destra sta solo dicendo ad alta voce ciò che molti, sia laici che religiosi, ora credono sia un dato di fatto.

A sinistra non c’è una figura, dal defunto Amos Oz in poi, che sfidi la Legge del Ritorno [emanata in Israele nel 1970, stabilisce che qualsivoglia persona nel mondo può stabilirsi in Israele e acquisire così la cittadinanza israeliana se è in grado di dimostrare di essere ebrea, ndtr.], la quale alimenta questa spinta verso est, o che la veda come qualcosa di diverso da un atto di rinascita ebraica. Nessuna forma di binazionalismo liberale potrebbe funzionare, ha detto Oz, “tranne che in sei luoghi: Svizzera, Svizzera, Svizzera, Svizzera, Svizzera e … Svizzera”.

Ma le convinzioni fondamentaliste sul destino di Israele non sono applicate universalmente come a prima vista sembrerebbe.

La politica sul Covid-19

Ci sono momenti in cui ai ministri israeliani conviene rinunciare a qualsiasi discorso sull’estensione della sovranità sui palestinesi. Fanno anzi il contrario rimuovendola. Questo è uno di quei momenti.

Il ministero della Salute israeliano non sembra avere alcun piano né alcuna responsabilità per la vaccinazione dei palestinesi che sono sotto occupazione o nelle loro prigioni. Il Covid distingue nei fatti tra palestinesi e israeliani. Al 9 gennaio, ha riferito l’OLP [Organizzazione per la liberazione della Palestina, ndtr.], c’erano 165.000 casi attivi in ​​Palestina e Gerusalemme Est e 1.735 morti.

Mustafa Barghouti, un medico che fa parte del comitato sanitario palestinese sul Covid-19 ed ex ministro, ha scritto: “Ogni giorno vengono registrati più di 1.800 nuovi casi. Il tasso di contagio tra coloro che vengono sottoposti al test è nelle due aree [Palestina e Gerusalemme Est, ndtr.] del 30%, rispetto al 7,4% in Israele “.

Essendo diventato il primo Paese al mondo a vaccinare con la prima delle due dosi di somministrazione il 20% della sua popolazione, una percentuale dieci volte superiore a quella del Regno Unito e degli Stati Uniti, Israele si sta affermando come leader mondiale. Ma questa fretta si ferma davanti al muro, quando si tratta dei palestinesi sotto il suo controllo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che il ministero della Salute israeliano ha respinto una richiesta avanzata, in occasione di “contatti informali”, di vaccinare gli operatori sanitari palestinesi in prima linea. “Il ministero della Salute israeliano ha affermato che avrebbe esaminato questa opzione, ma che al momento non era in grado di fornire vaccini a causa della loro carenza in Israele”, ha detto Gerald Rockenschaub, funzionario dell’OMS, nelle vesti di inviato dell’organismo internazionale per i palestinesi.

Anche il ministro della Pubblica Sicurezza israeliano ha inizialmente deciso di non vaccinare i prigionieri palestinesi che sono detenuti in condizioni di affollamento con scarsa o nessuna protezione contro il virus. Ci sono 4.400 palestinesi nelle prigioni israeliane, tenuti in celle sovraffollate, con scarsa igiene, umidità e mancanza di aria fresca.

Condizioni in cui è impossibile praticare il distanziamento sociale, lavarsi le mani, indossare indumenti protettivi o disinfettare le celle. “Questo ha reso i prigionieri palestinesi estremamente vulnerabili. Dallo scoppio della pandemia 189 prigionieri sono risultati positivi. I prigionieri infettati dal virus hanno segnalato cure pessime, isolamento, un antidolorifico e un limone”, afferma il rapporto dell’OLP.

Giovedì, sotto la pressione del presidente israeliano Reuvin Rivlin, il ministro della Salute Yuli Edelstein ha ceduto, riferendo a NPR [National Public Radio è un’organizzazione indipendente no-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi, ndtr.] che i prigionieri palestinesi avrebbero ricevuto il vaccino la prossima settimana. Rivlin gli ha detto che privare i prigionieri del vaccino violerebbe i valori democratici.

‘I nostri vicini’

Tuttavia questa stessa responsabilità da parte dello Stato di Israele non sembra valere per i palestinesi [che vivono] nelle aree sotto la sua occupazione. Edelstein li chiama, invece, “vicini” che dovrebbero in realtà imparare a prendersi cura di se stessi.

Edelstein ha dichiarato lunedì a Sky News: “Penso che abbiamo aiutato i nostri vicini palestinesi sin dalle prime fasi di questa crisi, comprese le attrezzature sanitarie, comprese le medicine, compresi i consigli, comprese le forniture”.

“Non credo che ci sia nessuno in questo Paese, qualunque sia la sua opinione, che possa immaginare che io, con tutta la buona volontà, sottragga ad un cittadino israeliano un vaccino per consegnarlo ai nostri vicini”.

L’uso della parola “vicino” per descrivere i palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme è un’assurdità legale. Per stabilirlo, mi sono rivolto a Sir Geoffrey Bindman, avvocato della Corona [titolo giuridico onorifico britannico, ndtr.], uno degli esperti giuristi britannici in materia di diritti umani. Bindman ha esaminato le implicazioni legali internazionali della responsabilità di Israele di fornire il vaccino per il Covid-19 ai palestinesi sotto sua occupazione.

Egli ha sostenuto che sarebbero obbligati a farlo ai sensi dell’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, che stabilisce che Israele, in quanto potenza occupante, deve garantire “l’adozione e l’applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie”.

Egli ha dichiarato a MEE: “Israele ha degli obblighi su due livelli: l’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra impone obblighi al governo israeliano in quanto potenza occupante. L’etica medica richiede a tutti i membri della sua comunità professionale di non discriminare tra coloro che devono curare e di occuparsi di tutti i pazienti al meglio delle loro capacità“.

Bindman ha contestato la definizione dei palestinesi sotto la sua responsabilità come “vicini” da parte del ministro della Sanità israeliano.

“Non sono vicini di casa. Sono persone sotto occupazione e questo significa che Israele ha l’obbligo, sancito dalla Quarta Convenzione di Ginevra, di assicurarsi che siano adeguatamente curati. Israele ha violato la Convenzione di Ginevra in tutti i modi”.

Compromessa

L’Autorità Nazionale Palestinese, come sempre, è compromessa, divisa tra il suo desiderio di evidenziare le responsabilità di Israele e il suo evidente fallimento nel portare avanti le proprie. Le scadenze per l’arrivo del vaccino sono arrivate e passate, ma tale vaccino deve ancora materializzarsi. La ministra della Salute palestinese, Mai al-Kaila, ha annunciato che il suo ministero ha approvato il vaccino russo Sputnik V per l’uso d’emergenza in Palestina e che “non appena arriverà” sarà distribuito agli operatori sanitari, ai malati e agli anziani.

E il MOH [ministero della Salute palestinese] ha già ricevuto una lettera formale da AstraZeneca secondo cui i vaccini arriveranno “tra la metà e la fine” di febbraio. Dichiarazioni vaghe, ma ancora nessun piano per un programma di vaccinazione di massa. Il MOH afferma che sta lavorando con l’OMS e le società private per garantire il maggior numero di vaccini possibile, ma il divario tra parole e azioni non è mai stato così evidente.

Con l’indifferenza della comunità internazionale, ciò è destinato a persistere. I membri palestinesi della Knesset hanno fatto appello a Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite, riguardo la responsabilità di Israele di distribuire vaccini nell’area che l’ONU designa come Territori Palestinesi Occupati (TPO).

“Nello specifico il governo israeliano dovrebbe rendere noto il numero di dosi riservate ai palestinesi nei territori occupati, fornire una tempistica specifica per il loro trasferimento, garantire che i vaccini assegnati alle popolazioni palestinesi siano della stessa qualità di quelli distribuiti ai cittadini israeliani, facilitare l’ingresso nei TPO di vaccini e dispositivi medici e revocare il blocco della Striscia di Gaza per garantire che il sistema sanitario palestinese possa funzionare correttamente”, ha scritto a Lynk il dottor Yousef Jabareen, a capo del comitato per le relazioni internazionali della Lista Unita [coalizione politica israeliana formata da partiti che rappresentano in prevalenza gli arabo-israeliani, ndtr.]

La comunità internazionale non solo ha accettato che Israele rimanga impunito rispetto al diritto internazionale, ma ne è diventata complice. La terza agenzia per la fornitura di aiuti sanitari ai palestinesi è l’UNWRA, i cui finanziamenti si sono prosciugati per opera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche dei suoi alleati arabi.

Gli aiuti degli Emirati Arabi Uniti all’UNWRA – $ 52 milioni [43 milioni di euro, ndtr.] nel 2018, sono stati ridotti a $ 1 milione [830.000 euro, ndtr.] nel 2020. Anche l‘Arabia Saudita ha tagliato, tra il 2018 e il 2020, i suoi finanziamenti di $ 20 milioni [17 milioni di euro, ndtr.].

Bindman lamenta la mancata applicazione del diritto internazionale e suggerisce che la risposta giusta della comunità internazionale sarebbe costituita dalle sanzioni da parte dei Paesi membri delle Nazioni Unite. “L’applicazione del diritto internazionale è estremamente debole perché dipende dalla volontà delle Nazioni che lo stanno violando di correggere i propri errori”.

Alla domanda se la saga del Covid sarebbe motivo valido per delle sanzioni contro Israele, Bindman ha risposto: “Assolutamente sì”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è il redattore capo di Middle East Eye. Ha lavorato per The Guardian [quotidiano britannico indipendente, nato a Manchester nel 1821, con sede a Londra, ndtr.] come capo redattore agli esteri. Nel corso di una carriera durata 29 anni, ha scritto sulla bomba di Brighton [attentato da parte dell’IRA, Esercito Repubblicano Irlandese, nei confronti del primo ministro Margareth Thatcher avvenuto il 12 ottobre 1984 al Grand Brighton Hotel di Brighton, in Inghilterra, in cui la Thatcher rimase illesa ma morirono 5 esponenti del suo partito, ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sulle reazioni lealiste in seguito all’accordo anglo-irlandese in Irlanda del Nord, sui primi conflitti dopo la scissione dall’ex Jugoslavia di Slovenia e Croazia, sulla fine dell’Unione Sovietica, sui fatti della Cecenia con lo scoppio dei relativi focolai di guerra. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dall’Europa per Guardian Europe, quindi è passato nel 1992 alla sede editoriale di Mosca, prima di diventare capo redattore nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per entrare nella redazione esteri, è diventato editorialista europeo e poi editorialista associato per il settore esteri. È entrato a far parte di The Guardian da The Scotsman [giornale scozzese con sede ad Edimburgo, ndtr.], dove ha lavorato come corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’albero dei soldi americani: la storia mai raccontata degli aiuti statunitensi ad Israele

Ramzy Baroud

1 gennaio 2021 – Counterpunch

Il 21 dicembre scorso il Congresso USA ha approvato il Pacchetto di Aiuti per il Covid 19, come parte di una misura più ampia del valore di $2.3 trilioni [1.870 miliardi di euro, ndtr.] che coprirà la spesa per il resto dell’anno finanziario. Come al solito i rappresentanti USA hanno destinato una massiccia somma di denaro ad Israele.

Proprio mentre disoccupazione e povertà stanno raggiungendo livelli record in seguito ai ripetuti lockdown, gli USA ritengono essenziale fornire ad Israele $3.3 miliardi [2,69 miliardi di euro, ndtr.] in “assistenza alla sicurezza” e $500 milioni [407 milioni di euro, ndtr.] per la cooperazione USA-israeliana nella difesa missilistica.

Mentre un misero aiuto di 600 dollari [490 euro, ndtr.] alle famiglie americane in difficoltà è stato per mesi al centro di intensi dibattiti, non si è discusso molto fra i politici americani sui grandi fondi elargiti ad Israele, che non hanno alcun ritorno.

Il sostegno ad Israele è considerato una priorità bipartisan e da decenni viene visto come l’elemento più stabile dell’agenda della politica estera USA. Sollevare semplicemente la questione di come Israele utilizzi quei fondi – se gli aiuti militari siano usati attivamente per sostenere l’occupazione illegale della Palestina, per finanziare le colonie ebraiche e l’annessione di terre palestinesi o per violare i diritti umani dei palestinesi – è assolutamente tabù.

Uno dei pochi membri del Congresso a chiedere che gli aiuti ad Israele siano condizionati al rispetto dei diritti umani è il senatore Democratico del Vermont Bernie Sanders, che è stato anche uno dei principali candidati presidenziali del Partito Democratico. “Non possiamo dare carta bianca al governo israeliano…Abbiamo il diritto di esigere il rispetto dei diritti umani e della democrazia”, aveva detto Sanders nell’ottobre 2019.

Il suo rivale Democratico, l’attuale Presidente eletto Joe Biden, ha subito replicato: “L’idea che io ritiri, come è stato suggerito da altri, gli aiuti militari ad Israele, è bizzarro”.

Non è certo un segreto che Israele sia il maggiore beneficiario al mondo degli aiuti USA dai tempi della II Guerra mondiale. Secondo dati del Servizio Ricerca del Congresso, Israele ha ricevuto ben 146 miliardi di dollari [119 miliardi di euro, ndtr.] dei contribuenti americani a partire dal novembre 2020.

Gran parte dei fondi ricevuti dagli USA fra il 1971 e il 2007 si sono rivelati fondamentali perché Israele si desse una solida base economica. Da allora in avanti gran parte del denaro è stato destinato ad attività militari, compresa la sicurezza delle colonie illegali israeliane.

Nonostante la crisi finanziaria USA del 2008, i soldi americani hanno continuato a fluire verso Israele, la cui economia è passata quasi indenne attraverso la recessione globale.

Nel 2016 gli USA hanno promesso addirittura di aumentare il flusso. L’amministrazione Democratica di Barack Obama, che viene spesso – seppure a torto – considerata ostile nei confronti di Israele, aveva aumentato significativamente i fondi USA ad Israele. Nel Memorandum di Intesa decennale, infatti, Washington e Tel Aviv hanno concluso un accordo che garantisce ad Israele $38 miliardi [31 miliardi di euro, ndtr.] in aiuti militari USA per gli esercizi finanziari 2019-2028. Questo rappresenta l’esorbitante cifra di $8 miliardi [6,50 miliardi di euro, ndtr.] in più rispetto al precedente accordo decennale che scadeva alla fine del 2018.

I nuovi fondi statunitensi sono divisi in due categorie: $ 33 miliardi [27 miliardi di euro, ndtr.] in contributi militari ed altri $ 5 miliardi [4 miliardi di euro, ndtr.] in difesa missilistica.

La generosità USA viene tradizionalmente attribuita all’incommensurabile influenza dei gruppi pro-israeliani, AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) in testa, ma negli ultimi quattro anni questi gruppi non hanno dovuto sforzarsi più di tanto, perché sono stati pezzi potenti all’interno dell’Amministrazione stessa ad agire come sostenitori di primo piano di Israele.

Oltre agli infiniti “omaggi politici” che l’Amministrazione Trump ha elargito negli ultimi anni ad Israele, ora essa sta pure prendendo in considerazione la possibilità di accelerare la procedura di assegnazione dei fondi rimanenti secondo l’ultimo Memorandum di Intesa, che attualmente ammontano a $26,4 miliardi [21,5 miliardi di euro, ndtr.]. Secondo documenti ufficiali del Congresso, gli USA “potrebbero anche approvare ulteriori vendite di F-35 e velocizzare la consegna degli KC-46A, aerei militari per il rifornimento in volo e trasporto strategico, ad Israele.

Questi non sono che una parte dei fondi e benefici ricevuti da Israele. Gran parte di essi passano inosservati, in quanto fluiscono attraverso canali indiretti oppure vengono propagandati sotto il termine flessibile di “cooperazione”.

Per esempio, fra il 1973 e il 1991 la imponente cifra di $460 milioni [375 milioni di euro, ndtr.] di fondi USA è andata a finanziare l’emigrazione ebraica verso Israele. Molti di questi nuovi immigranti sono gli stessi militanti israeliani che occupano attualmente le colonie illegali in Cisgiordania. In questo caso particolare il denaro va all’organizzazione benefica United Israel Appeal, che a sua volta lo passa all’Agenzia Ebraica, la stessa Agenzia che nel 1948 ha avuto un ruolo centrale nella fondazione di Israele sulle rovine delle città e villaggi palestinesi.

Decine di milioni di dollari mascherati da donazioni benefiche vengono regolarmente inviati in Israele sotto forma di “elargizioni deducibili dalle tasse per le colonie ebraiche in Cisgiordania e Gerusalemme Est,” ha scritto il New York Times. Gran parte dei soldi, propagandati come donazioni per finalità educative e religiose, spesso finiscono col finanziare e comprare abitazioni per i coloni illegali, “oltre a cani da guardia, giubbotti antiproiettile, cannocchiali da puntamento e veicoli per proteggere avamposti (ebraici illegali) all’interno delle zone occupate (palestinesi).”

Molto spesso il denaro USA finisce nei forzieri statali israeliani con pretesti ingannevoli. Per esempio l’ultimo Pacchetto di Incentivi comprende $50 milioni [41 milioni di euro, ndtr.] di fondi destinati al Nita M. Lowey Middle East Partnership for Peace Funds, che in teoria fornisce investimenti in “scambi interpersonali e cooperazione economica…fra israeliani e palestinesi al fine di sostenere la soluzione negoziata e sostenibile dei due Stati.”

Questi soldi invece non sono funzionali ad alcuno scopo particolare, dal momento che Washington e Tel Aviv sono impegnati per garantire il fallimento di un accordo di pace negoziato e lavorano fianco a fianco per uccidere la ormai defunta soluzione dei due Stati.

La lista potrebbe continuare all’infinito, anche se gran parte dei soldi non sono inclusi nei pacchetti di aiuti ufficiali da USA ad Israele. Proprio per questo essi raramente vengono esaminati e tanto meno sono sottoposti a copertura mediatica.

E’ dal febbraio 2019 che gli USA hanno ritirato ogni finanziamento all’Autorità Palestinese in Cisgiordania, inoltre hanno tagliato gli aiuti all’Agenzia ONU per i Profughi palestinesi (UNRWA), l’ultima salvaguardia rimasta per assicurare istruzione di base e assistenza sanitaria a milioni di profughi palestinesi.

A giudicare dalla sua tradizione di continuo sostegno nei confronti della macchina militare israeliana e della incessante espansione coloniale in Cisgiordania, Washington insiste nel ricoprire il ruolo di principale benefattore – se non partner diretto – di Israele mentre respinge del tutto i palestinesi.

Aspettarsi che gli USA giochino un ruolo costruttivo nel conseguimento di una pace giusta in Palestina non riflette solo un’insostenibile ingenuità, ma pure caparbia ignoranza.

Ramzy Baroud è giornalista e curatore di The Palestine Chronicle. E’ autore di cinque libri, l’ultimo dei quali è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons(Clarity Press, Atlanta). Il dott. Baroud è ricercatore presso il Centro per gli Affari Islamici e Globali (CIGA) della Istanbul Zaim University (IZU). Il suo website è www.ramzybaroud.net

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




Un sonoro messaggio da Betlemme: Porre fine all’occupazione

Sami Abu Shehadeh

26 dicembre 2020 – Middle East Eye

I palestinesi hanno il diritto di godere di un futuro di pace fondato sulla giustizia, la tolleranza e il rispetto

Gli sviluppi politici che hanno avuto luogo nel 2020 dovrebbero essere attentamente compresi e colti al fine di rendere il 2021 un anno migliore per tutti.

L’amministrazione Trump sta lasciando dietro di sé un’eredità di incitamento all’odio e all’uso della religione come arma contro i diritti del popolo palestinese.

Il governo israeliano sarà presto sciolto e in primavera si terranno le quarte elezioni in meno di due anni, ma non vi è alcuna indicazione che le sue politiche di annessione nei territori occupati, la sua istigazione all’odio e alla discriminazione istituzionalizzata contro i cittadini palestinesi di Israele siano destinate a cessare tanto presto.

Questo è il contesto in cui dovremmo intendere il Natale di quest’anno nella Terra Santa occupata: Betlemme, città natale di Gesù, a causa del Covid-19 ha trascorso unBianco Natal” con pochissimi pellegrini e quasi nessuna attività turistica. La città è assediata da migliaia di nuove unità di insediamenti coloniali israeliani illegali in costruzione sulla sua terra.

Soffocare Betlemme

Qualche settimana fa mi sono unito a un gruppo di diplomatici europei per una visita in loco alla colonia illegale di Giv’at Hamatos, che consoliderà la separazione artificiale tra le città bibliche di Betlemme e Gerusalemme. Recentemente il sindaco di Betlemme ha inviato una lettera disperata alle missioni europee chiedendo un’azione urgente per fermare l’insediamento della colonia: “Betlemme merita di essere riportata al suo antico splendore di città aperta alla pace”, ha scritto.

Queste parole significano poco per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che sembra intenzionato a soffocare Betlemme, sia espandendo colonie come Har Homa, Gilo o Efrat, tutte illegali secondo il diritto internazionale, o attraverso il muro di annessione, ritenuto illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia circa 16 anni fa.

Allo stesso modo, un gruppo di religiosi di Betlemme ha implorato la comunità internazionale di intervenire per fermare il processo di annessione in corso: “I nostri parrocchiani non credono più che qualcuno si schiererà coraggiosamente per la giustizia e la pace e fermerà questa tremenda ingiustizia che si sta verificando davanti a vostri occhi.” Qualcuno dimostrerà che si sbagliano?

Il governo israeliano e la sua macchina propagandistica, tuttavia, faranno ancora una volta un uso cinico del Natale.

Lo stesso Netanyahu ha consegnato un “messaggio natalizio” in cui tratta i cristiani come “stranieri”, eppure stiamo celebrando la nascita di Cristo proprio nella terra che oggi Israele sta occupando.

La propaganda israeliana si dipinge come la “protettrice” dei cristiani in Medio Oriente. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità.

Questo approccio ipocrita è stato chiaramente rappresentato dall’ ambasciatore israeliano all’Onu Gilad Erdan in un “messaggio di Natale” in cui ha detto: “Spero che trascorriate serene festività e un nuovo anno felice ed in salute”.

Erdan ha sostenuto tutte le politiche che minacciano la presenza cristiana in Israele e Palestina, dagli insediamenti coloniali e dall’annessione alle leggi razziste. E’ stato anche responsabile dell’inserimento dei quaccheri nella lista nera del rifiuto di ingresso nel Paese a un funzionario del Consiglio ecumenico delle Chiese, oltre che ad altre organizzazioni cristiane che sostengono i diritti dei palestinesi e si oppongono alle colonie illegali.

Ne abbiamo viste tante. Dalla Nakba del 1948, che ha avuto un impatto immenso sui cristiani palestinesi – con quasi 50.000 cristiani su 135.000 sfollati – alle realtà attuali del moltiplicarsi delle colonie e delle leggi atte ad impedire l’unificazione delle famiglie palestinesi, Israele ha adottato una politica sistematica contro i suoi cittadini non-ebrei.

Prendiamo come esempio i casi emblematici dei villaggi di Iqrith e Kufr Bir’im.

Miracolo di giustizia

Durante la Nakba [la Catastrofe, cioè la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel 1947-48, ndtr.] l’esercito israeliano chiese agli abitanti del villaggio di Iqrith e Kufr Bir’im di lasciare le loro case solo per due settimane. Settantadue anni dopo, tuttavia, essi non possono ancora farvi ritorno. Hanno chiesto giustizia attraverso il sistema giudiziario israeliano solo per ritrovarsi con il governo israeliano che ha bloccato l’attuazione di una risoluzione che avrebbe consentito il loro ritorno.

Il caso è stato sollevato da eminenti vescovi cattolici ed è arrivato persino alla Santa Sede, ma nessun governo israeliano è stato disposto a ripristinare i diritti di quei cittadini palestinesi di Israele che, questo Natale, sono tornati negli unici edifici rimasti in piedi nei rispettivi villaggi, la Chiesa cattolica di Iqrith e la Chiesa maronita di Kufr Bir’im, per celebrarvi il Natale in attesa di un miracolo di giustizia su questa terra.

Questi non sono casi isolati. Quasi il 25% dei cittadini palestinesi di Israele sono sfollati interni. I loro diritti non sono stati onorati semplicemente perché l’uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani è qualcosa che non esiste. Decine di leggi consolidano un sistema di discriminazione istituzionalizzato che è stato incoraggiato negli ultimi anni dall’amministrazione Trump.

Sarebbe stato difficile immaginare una legge come la legge sullo “Stato – Nazione ebraico” senza persone come David Friedman [ambasciatore USA in Israele, ndtr.], Jared Kushner [genero e consigliere di Trump per il Medio Oriente, ndtr.] e Jason Greenblatt [consigliere di Trump per Israele, ndtr.].

Realtà dolorose

Oggi possiamo valutare le conseguenze di tali politiche. L’attacco terroristico incendiario che ha preso di mira la chiesa di Getsemani all’inizio di questo mese è stato sventato grazie all’azione efficace dei giovani palestinesi cristiani e musulmani della Gerusalemme est occupata. Questo attacco non deve essere considerato un evento isolato.

Quando i funzionari israeliani sottolineano costantemente che questa è “terra ebraica”, negando i diritti dei cristiani e dei musulmani palestinesi, le persone non dovrebbero sorprendersi per tali eventi. Sembra che l’incendio della Chiesa della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci a Tiberiade nel 2015 non sia stato un monito sufficiente per comprendere le minacce che stiamo affrontando.

La vigilia di Natale il patriarca latino di Gerusalemme ha percorso lo storico tragitto tra la Porta di Jaffa della città e la Chiesa della Natività a Betlemme. Questa processione natalizia potrebbe, paradossalmente, essere chiamata la nuova “Via Dolorosa” [percorso che Cristo avrebbe seguito a Gerusalemme prima della crocifissione, ndtr.] in quanto riflette il dolore e le ingiustizie subite dal popolo palestinese.

Il corteo attraversa la proprietà di centinaia di famiglie di rifugiati cristiani palestinesi a Qatamon [quartiere della zona centro-meridionale della Città Vecchia a Gerusalemme, ndtr.] e Baqaa [quartiere meridionale di Gerusalemme, ndtr.], per poi rientrare nei territori occupati che testimoniano dell’ espansione delle colonie illegali di Giv’at Hamatos e Har Homa, che presto trasformeranno lo storico monastero di Mar Elias [uno dei più antichi monasteri cristiani tuttora attivi sin dalla fondazione, ndtr.], la prima sosta del patriarca, in un’isola dentro un oceano di insediamenti coloniali.

Da lì dovrebbe varcare il muro di annessione attraverso il famigerato Checkpoint 300 di Betlemme. Sono tutte realtà quotidiane che Netanyahu e i suoi amici populisti di destra, sia a livello locale che internazionale, hanno continuato a perpetuare.

Auguri di Buon Anno Nuovo

Sono nato a Giaffa da una famiglia musulmana e sono andato a scuola al Collegio Terra Sancta, una storica istituzione cristiana. Il Natale fa parte della nostra identità nazionale palestinese da generazioni e della convivenza tra fedi diverse.

Mentre l’amministrazione Trump si avvicina al termine e mentre ci stiamo preparando per le nuove elezioni in Israele, il mio sincero augurio per questo nuovo anno è che il messaggio d’amore generato da questa ricorrenza venga esaudito.

Ciò può prendere l’avvio solo con il riconoscimento dei principi di base dell’uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani, ponendo contemporaneamente fine all’occupazione che perpetua l’ingiustizia inflitta al popolo della Palestina.

Possano i bambini che celebrano il Natale nella “Terra Santa occupata” godere di un futuro di pace basato su giustizia, tolleranza e rispetto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Sami Abu Shehadeh

Sami Abu Shehadeh è un membro della Knesset [parlamento, ndtr.] israeliana e fa parte della Lista Unita [coalizione politica israeliana formata da partiti che rappresentano in prevalenza gli arabo-israeliani, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta )




Nella Cisgiordania occupata Israele traccia enormi strade che preparano la via a un’annessione di fatto

Clothilde Mraffko

Lunedì 7 dicembre 2020 – Middle East Eye

In un nuovo rapporto l’Ong israeliana Breaking the Silence svela circa 25 progetti israeliani di strade nella Cisgiordania occupata destinate a servire alla colonizzazione e a incoraggiarla nei prossimi anni. Middle East Eye vi ha avuto accesso in anteprima.

Da mesi i bulldozer mordono la montagna nei pressi di Betlemme. Il cantiere è gigantesco, si scavano tunnel e ponti a tutta velocità. Lo scopo? Costruire nuove strade per trasformare questo asse viario intasato mattina e sera in un’autostrada con un traffico scorrevole.

Il tratto di strada è percorso solo dai coloni israeliani che fanno ogni giorno il tragitto da Gush Etzion, gruppo di colonie situate a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata, fino a Gerusalemme, dove lavorano.

Invece i palestinesi non possono accedere a questo tratto: le loro strade passano dall’altra parte del muro di separazione che dal 2002 Israele ha costruito a Betlemme. In totale, entro 5 anni dovrebbero emergere dalla terra 37 km di tunnel, ponti e svincoli.

L’allargamento di questa “strada dei tunnel” fa parte di un progetto più grande, svelato questa settimana da Yehuda Shaul, cofondatore e importante membro dell’Ong israeliana “Breaking the Silence” in un nuovo rapporto scritto insieme alla nuova organizzazione che ha fondato, “The Israeli Centre for Public Affairs” [Il Centro Israeliano per le Questioni Pubbliche, ndtr.].

Secondo lui, mentre il mondo aveva gli occhi puntati sulle voci di un’annessione israeliana di una parte della Cisgiordania quest’estate, Israele procede da anni a un’annessione di fatto, imponendo cioè una serie di fatti sul terreno difficili da cancellare.

L’obiettivo è avere un milione di coloni israeliani entro dieci-venti anni,” spiega a Middle East Eye, aprendo con attenzione una cartina davanti a sé. Oggi più di 600.000 israeliani vivono a Gerusalemme est e in Cisgiordania, in totale violazione del diritto internazionale, e la loro presenza compromette gravemente la formazione di uno Stato palestinese indipendente e sostenibile.

Incoraggiando la colonizzazione, Israele tende ormai a persuadere i coloni israeliani ad insediarsi sempre più in profondità nella Cisgiordania occupata. Estendendo la presenza israeliana, i dirigenti sionisti sperano di rendere impossibile qualunque spostamento di popolazione e di liquidare così definitivamente la soluzione a due Stati.

Ma per fare ciò ci vogliono delle strade. Per il momento la maggioranza dei coloni continua a lavorare in Israele, dall’altra parte della Linea Verde (il tracciato dell’armistizio del 1949 tra Israele e i Paesi arabi), dove si trovano le principali opportunità di lavoro. Fanno ogni giorno i pendolari su assi viari diventati troppo piccoli per assorbire la crescita delle colonie e della popolazione palestinese.

Galvanizzati da Trump

L’ultima volta che c’è stato un piano di sviluppo completo in Cisgiordania era il 1991. In seguito ci sono stati gli accordi di Oslo,” commenta Yehuda Shaul, che percorre instancabilmente le strade dei territori palestinesi per valutare l’avanzamento di questo “grande progetto”.

Nel rapporto pubblicato questo lunedì elenca circa 25 cantieri avviati o previsti per estendere le reti viarie nella Cisgiordania occupata e per migliorare i collegamenti tra le colonie e Israele.

I progetti infrastrutturali di Israele in Cisgiordania rafforzano il controllo israeliano sulla terra, frammentano il territorio palestinese e costituiscono un ostacolo importante per ogni soluzione che includa in futuro la pace e l’uguaglianza,” conclude il rapporto.

Negli ultimi anni gli eletti nei consigli dei coloni in Cisgiordania hanno fatto pressione, arrivando fino a scatenare nel 2017 uno sciopero della fame simbolico per ottenere più finanziamenti. I primi progetti sono stati presentati nel 2014, ma la presidenza Trump ha chiaramente galvanizzato le ambizioni israeliane.

Un grande progetto è una visione, non vuol dire che venga effettivamente realizzato, soprattutto per questioni di bilancio,” frena l’attivista di Breaking the Silence.

In particolare l’allargamento della strada dei tunnel verso Betlemme dovrebbe costare circa 850 milioni di shekel, circa 214 milioni di euro. Tutto attorno a Gerusalemme l’allargamento degli assi stradali che portano alle grandi colonie o la costruzione di nuove strade dovrebbero costare in totale circa 5 miliardi di shekel, 1.26 miliardi di euro.

Questi lavori servono innanzitutto agli interessi dei coloni israeliani e rafforzano la segregazione in atto in Cisgiordania. In qualche caso, come conseguenza dell’effetto di rimbalzo, queste strade favoriranno anche i palestinesi, esclusi dai grandi cantieri israeliani, riducendo il traffico su alcune strade.

La maggior parte dei progetti studiati da Breaking the Silence riguarda le tangenziali. Queste strade, sviluppate dalla metà degli anni ’90, permettono ai coloni di spostarsi tra colonie o verso Israele senza attraversare città o villaggi palestinesi.

Ormai Israele intende investire per trasformare la maggior parte delle strade in autostrade, oppure costruire dei prolungamenti.

Dopo la realizzazione di questi 25 progetti nessun colono, salvo ad Hebron (dove i coloni vivono all’interno della città), dovrà guidare nelle zone dove vivono i palestinesi,” spiega Yehuda Shaul.

In totale per i palestinesi saranno costruiti due assi stradali. L’idea è di permettere loro di aggirare la colonia di Maale Adumim, situata a 7 km ad est di Gerusalemme, per riservare ai coloni israeliani una strada che colleghi la colonia alla città santa senza posti di controllo, come se facesse parte della periferia naturale di Gerusalemme.

Ovviamente i palestinesi che non sono autorizzati ad entrare a Gerusalemme non potranno transitare su questa strada. Nel gennaio 2019 un tratto, soprannominato la “strada dell’apartheid”, era già stato aperto, con da una parte la carreggiata riservata ai palestinesi e dall’altra quella per quanti dispongono di una vettura con una targa israeliana, separate tra loro da un alto muro sormontato da una barriera.

La prova che questi progetti servono allo sviluppo israeliano è che seguono degli assi est/ovest, dalla Cisgiordania verso i luoghi di lavoro in Israele. Lo sviluppo naturale palestinese invece ha luogo attraverso le colline, da nord a sud,” commenta il coautore del rapporto.

L’ampiamento delle strade si accompagna anche all’“espropriazione di una notevole quantità di terreni. Vede queste linee? Sono le linee degli espropri,” sottolinea, al bordo di una strada che si dirige verso Hebron, nel sud della Cisgiordania.

Da ogni lato dei piccoli bastoni neri piantati profondamente nella terra si mangiano grandi porzioni di campi.

Non è consentito costruire ai bordi delle autostrade,” continua Yehuda Shaul.

Queste strade impediranno anche lo sviluppo delle enclave palestinesi. Così l’ingrandimento della strada dei tunnel impedirà ogni possibilità di espansione di Betlemme verso nord. Cambia anche il rapporto tra le città e i villaggi palestinesi, tagliati fuori le une dagli altri dai grandi assi viari che non servono a loro e li obbligano a delle deviazioni.

Nel 2019, in un’intervista al giornale israeliano Israel Hayom [quotidiano israeliano gratuito di destra, ndtr.] l’ex-ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich, del partito di estrema destra [dei coloni, ndtr.] Yamina, ha annunciato chiaramente: “Se si vuole portare un altro mezzo milione di abitanti in Giudea e Samaria (nome biblico che gli israeliani utilizzano per evitare di dire “Cisgiordania”), si deve essere sicuri che ci siano delle strade. Le colonie seguono le strade e i trasporti pubblici.”

Con questi 25 progetti, denunciano gli autori del rapporto, Israele accelera la sua politica di annessione di fatto, contribuendo a “definire ancor di più la situazione di uno Stato unico con disparità di diritti,” in spregio al diritto internazionale.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Gli ultimi gesti di Trump verso Israele

Asa Winstanley

21 novembre 2020 – Middle East Monitor

All’inizio di quest’anno, in queste pagine, ho sostenuto che in un modo o nell’altro stesse per realizzarsi l’annessione della Cisgiordania.

La Cisgiordania e la Striscia di Gaza costituivano il restante 22% della Palestina storica lasciata ai palestinesi nel 1949, dopo il cessate il fuoco tra Israele e gli Stati arabi.

Tra il 1947 e il 1949 le milizie sioniste e poi l’appena costituito esercito israeliano (il precedente era confluito in quest’ultimo) espulsero con la forza circa 800.000 palestinesi.

Questo intervento massiccio di pulizia etnica – la Nakba – fu l’atto fondante dello Stato di Israele. Era l’unico modo per istituire uno Stato ebraico in un Paese la cui popolazione, solo due generazioni prima, era composta per il 95% da arabi palestinesi originari del luogo.

Il popolo ebraico è sempre stato una minoranza in Palestina. Fu solo dopo l’intervento dell’impero britannico, dal 1917 in poi, che nel Paese venne imposto il progetto coloniale del movimento sionista.

Un risultato dell’espulsione illegale dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 fu che per la prima volta era stata illegalmente istituita nel Paese una maggioranza ebraica, attraverso l’utilizzo di una violenza estrema e dell’oppressione coloniale.

Oggi quella fugace maggioranza ebraica è scomparsa da tempo. I palestinesi rappresentano ancora una volta la maggioranza tra il fiume (Giordano) e il mare.

Nel 1967 Israele scatenò un’altra violenta guerra di aggressione contro il popolo palestinese e i vicini Stati arabi, occupando illegalmente il restante 22% del territorio della Palestina. E’ seguita un’altra ondata di espulsioni forzate di palestinesi.

Da allora, nei decenni successivi, Israele ha gradualmente annesso sempre più territori palestinesi. I centri abitati palestinesi vengono distrutti, rasi al suolo con i bulldozer e cancellati, in modo che sulle rovine possano essere costruite, per soli ebrei, colonie, “parchi naturali” e le strade dell’apartheid.

Israele ha sempre operato secondo il principio del “il massimo di terre, il minimo di arabi”.

È per questo motivo che Israele ha potuto annettere solo con gradualità la Cisgiordania.

Dal punto di vista sionista c’è poco da guadagnare nel rimuovere i palestinesi dalla loro terra a meno che non ci siano nuovi coloni israeliani pronti a prendere il loro posto. Altrimenti i palestinesi potrebbero gradualmente ritornare.

Nel corso di oltre 123 anni il popolo palestinese si è ostinatamente rifiutato di ammettere di essere un popolo sconfitto e quindi, grazie solo alla sua forza di volontà collettiva di resistere, è rimasto imbattuto. Vengono uccisi ed espulsi, ma continuano a tornare.

Anche la maggior parte delle comunità ebraiche del mondo si è ostinatamente rifiutata di piegarsi ai dettami del sionismo. I più si sono rifiutati di lasciare i propri paesi nativi per realizzare un illusorio “ritorno” nella Palestina, al fine di diventare coloni e mandar via, nell’operazione, le persone del luogo.

Il progetto sionista prospettava la famigerata doppia pratica della “conquista della terra” e della “conquista del lavoro”.

Non solo i lavoratori palestinesi furono espulsi dalle loro terre dalle milizie sioniste (anche nel periodo coloniale pre-Nakba), ma vennero loro anche negati i posti di lavoro – una delle ragioni principali per l’esplosione della rivolta araba palestinese iniziata nel 1936 contro l’occupazione britannica e i coloni europeo-sionisti.

“La conquista della terra” era coniugata all’interno dell’ideologia “laburista-sionista” con il concetto razzista del “lavoro ebraico” – il che significa che solo gli ebrei potevano lavorare e vivere nei nuovi insediamenti coloniali ebraici. La federazione sindacale razzista israeliana Histadrut escluse gli arabi palestinesi fino alla fine degli anni ’50.

Ma ci fu anche una terza “conquista” meno conosciuta – quella che Theodor Herzl [scrittore e uomo politico ungherese fondatore del sionismo, ndtr.] al secondo congresso sionista del 1898 chiamò “la conquista delle comunità“.

Ciò ha significato un percorso attraverso le istituzioni delle organizzazioni rappresentative delle comunità ebraiche europee, con l’obiettivo di rilevarle per conto del movimento sionista. Questo processo ha richiesto molti lunghi decenni, ma alla fine ha avuto un discreto successo.

Questo è il motivo per cui oggi nel Regno Unito il Consiglio dei deputati degli ebrei britannici (che era antisionista fino al 1939) si sente in grado di affermare senza vergogna di essere quasi l’unico rappresentante legittimo di un’entità apparentemente monolitica che ama definire “la comunità ebraica” – nonostante il fatto che consideri come suo ruolo primario nella vita pubblica quello di “fare spudoratamente pressioni a favore di Israele”.

Questo è il contesto storico di riferimento attraverso cui comprendere il cosiddetto piano di pace di Trump e il complotto israeliano per annettere gran parte della Cisgiordania.

All’inizio di quest’anno quei piani sembravano imminenti. Ma c’è stato un cambiamento di opinione e non sono stati ritenuti politicamente vantaggiosi, almeno per il momento.

Ma ora, negli ultimi mesi della presidenza Trump, sembra che Israele abbia un’altra finestra per portare avanti la sua visione massimalista ed espansionista.

Il segretario di Stato di Trump Mike Pompeo – un ex direttore della CIA – ha annunciato questa settimana che tutta una serie di organizzazioni di attivisti per i diritti umani, gruppi che organizzano campagne e sostengono i diritti umani palestinesi, sarebbero state decretate “antisemite”, semplicemente per il presunto crimine di opporsi agli abusi israeliani e al razzismo di Israele.

Sarebbe un grave ultimo saluto, anche se è improbabile che regga, né davanti al tribunale dell’opinione pubblica né di quello autentico.

Trump userà questa finestra anche per spingere Israele a mettere in atto i suoi piani per annettere gran parte della Cisgiordania? Alcuni analisti filo-israeliani pensano che sia una possibilità concreta.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il regalo dell’ANP a Biden è il ritorno a una strategia fallimentare

Omar Karmi

20 novembre 2020 – The Electronic Intifada

La notizia secondo cui l’Autorità Nazionale Palestinese ha deciso di riprendere il coordinamento con Israele dopo averlo sospeso per sei mesi non rappresenta una grande sorpresa.

Si tratta di un regalo di benvenuto a Joe Biden, il neoeletto presidente americano, che dimostra nel contempo la scarsità di idee della dirigenza dell’ANP.

In maggio la decisione di porre fine al coordinamento era stata presa di fronte alla minaccia di un’annessione formale da parte di Israele di circa il 30% della Cisgiordania occupata. Ma fin dall’inizio i politici palestinesi hanno fatto sapere che sarebbe stata una protesta per lo più simbolica.

Formalmente il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e l’esercito israeliano sarebbe dovuto finire. Ma le forze di sicurezza palestinesi hanno agito come se il coordinamento fosse ancora in atto. In altre parole nell’unico ambito che interessa ad Israele, la sicurezza, l’ANP ha subito fatto marcia indietro.

Il resto è stato solo atteggiarsi e farsi del male da soli.

È stata solo una posa perché, senza il coordinamento per la sicurezza, si è trattato di una mossa largamente priva di effetti concreti, rivolta più all’opinione pubblica interna – guardate, stiamo facendo qualcosa – che con la reale speranza di ottenere un qualunque effetto significativo.

È stata autolesionista perché tutto ciò che ne è derivato è stato che l’ANP ha finito per doversela cavare senza la riscossione delle tasse che Israele raccoglie a suo favore.

E, dato che ciò è avvenuto nel bel mezzo di una pandemia globale, ha anche comportato alcune conseguenze molto concrete, soprattutto a Gaza. Lì la fine del coordinamento ha voluto dire che una popolazione già imprigionata dal blocco israeliano ora non ha quasi nessuna possibilità di lasciare il territorio per cercare cure mediche.

Con un settore sanitario sull’orlo del collasso come diretta conseguenza delle sanzioni e dell’assedio israeliani, ciò ha provocato indicibili danni e sofferenze.

Il coordinamento tra l’ANP e Israele è il meccanismo attraverso il quale Israele impone il suo sistema di permessi ai palestinesi nei territori occupati, subìto in modo più pesante nella Striscia di Gaza isolata. Come potenza occupante, tuttavia, Israele conserva la responsabilità del benessere di tutte le persone sotto occupazione, indipendentemente dallo stato del coordinamento.

Una gloriosa vittoria

Ora si potrebbe sostenere, allo stesso modo degli EAU e del Bahrain, che il lavoro è stato fatto, la minaccia di un’annessione formale è superata e che non c’è bisogno di continuare a sospendere il coordinamento, soprattutto alla luce della sua natura autolesionista.

Tuttavia questo suggerirebbe che siano successe almeno due cose, entrambe palesemente false:

primo, che la mancanza del coordinamento tra Palestina e Israele abbia in un certo modo creato talmente tanti problemi ad Israele da fargli abbandonare l’annessione.

Secondo, che Israele abbia abbandonato l’annessione.

È vero che Israele ha accantonato il piano di annunciare formalmente l’annessione di altra terra occupata (ha già annesso formalmente le Alture del Golan e Gerusalemme est). Ma ha portato avanti la costruzione di colonie. Ogni insediamento edificato è un’annessione di fatto. Israele non sta spostando persone in un territorio che ha intenzione di evacuare a favore di uno Stato palestinese. Quindi porre fine al coordinamento con Israele non ha ottenuto assolutamente niente per i palestinesi. Tuttavia ciò non ha impedito a importanti politici dell’ANP di dichiarare che la ripresa del coordinamento è una “vittoria” per il popolo palestinese.

Senza dubbio in senso ironico.

Ci sono solo due ragioni per cui l’ANP ha ripreso il coordinamento e nessuna delle due ha qualcosa a che vedere con un successo diplomatico. La prima è la stretta finanziaria, che è reale. La seconda è stata l’elezione del presidente USA. L’ANP è desiderosa di presentare la (presumibilmente) entrante amministrazione Biden come un nuovo inizio.

Ma nella sua ansia di fare ciò l’ANP sta semplicemente per ristabilire la situazione precedente alla presidenza USA di Donald Trump e per ricominciare con la solita routine che per più di vent’anni non è servita a nessuno, se non a Israele.

Continuare a girare in tondo

Il primo segno delle intenzioni dell’ANP è la sua fretta di riprendere i rapporti diplomatici con gli EAU e il Bahrain, nonostante il loro “tradimento” con la normalizzazione delle relazioni con Israele.

Poi deve assicurarsi la riapertura della missione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Washington e una ripresa dei rapporti con gli USA. Questo può sembrare un momento promettente per ottenere qualche concessione dall’amministrazione entrante, desiderosa di prendere le distanze da quella uscente.

Tuttavia una concessione è fuori discussione: Biden ha detto molto tempo fa che non sposterà l’ambasciata USA da Gerusalemme.Ma i palestinesi potrebbero chiedere che gli USA chiariscano la loro posizione su Gerusalemme est come territorio occupato e sulle colonie come illegali in base al diritto internazionale. Queste non sono posizioni controverse a livello internazionale.

Nel corso degli anni gli USA hanno progressivamente alleggerito la loro posizione sulle colonie, arrivando al colmo quando l’amministrazione Trump le ha definite “non…in contraddizione” con le leggi internazionali. Ciò potrebbe fornire a Biden la possibilità di rompere con gli anni di Trump.

Ma Biden è profondamente coinvolto nella cultura filoisraeliana di Washington e, in ogni caso, indipendentemente da quale partito controlli il Congresso USA, dovrà sempre affrontare ostilità quando si tratta di qualunque cosa riguardi Israele.

Qualunque concessione sarà difficile. Ciò è particolarmente vero dal momento che la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese difficilmente si troverà a resistere quando la Casa Bianca gli farà l’occhiolino. Quindi non ci si aspetti alcun concreto tentativo di ottenere qualcosa dagli Stati Uniti o da Israele quando l’amministrazione Biden si farà sentire, cosa che inevitabilmente succederà. Al contrario, se e quando l’amministrazione Biden inviterà di nuovo l’OLP a Washington, la dirigenza palestinese non ci penserà due volte.

Di conseguenza, aspettiamoci di vedere cestinati in sordina i tentativi di unità con Hamas, e con essi i colloqui per le elezioni, in quanto l’ANP cerca di evitare qualunque cosa possa mettere in difficolta il presidente Biden.

Il leader dell’ANP Mahmoud Abbas potrebbe consigliare di vedere un nuovo tipo di processo di pace, guidato da un insieme di attori internazionali piuttosto che solo dagli USA.

Nel corso degli ultimi anni ha espresso ripetutamente questa posizione.

Ma ci vorrà poco perché i funzionari di un’amministrazione USA “più amichevole” convincano la loro controparte palestinese ad accettare come primi passi un ritorno dei finanziamenti USA all’ANP o all’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, insieme alla riapertura della missione dell’OLP a Washington, e a lasciar perdere altre richieste.

Dopodiché sarà solo questione di tempo prima che i palestinesi possano celebrare un’altra “vittoria” diplomatica: il ritorno alla situazione precedente a Trump.

Ovviamente ciò ha dato davvero buoni risultati ai palestinesi.

In mancanza di un cambiamento radicale di strategia da parte della dirigenza dell’OLP, stiamo per assistere di nuovo allo stesso disastroso processo di pace.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ANP deve chiarire il proprio concetto di ‘negoziati’ nella Palestina abbandonata

Ramona Wadi

14 novembre 2020, Palestine Chronicle

L’ “accordo del secolo” promosso dagli USA potrebbe essere accantonato quando a gennaio si insedierà il presidente eletto Joe Biden, ma le sue ripercussioni non saranno necessariamente una maledizione per l’amministrazione entrante. Proprio come il presidente uscente Donald Trump ha utilizzato decenni di politica estera internazionale e USA per fare una serie di concessioni a Israele, lo stesso succederà quando Biden riporterà gli USA all’ovile del consenso per la soluzione dei due Stati.

Trump ha lasciato in eredità al popolo palestinese un disastro che la comunità internazionale ha allegramente ignorato, limitandosi a mettere in ridicolo la sua inadeguatezza.

Prevedibilmente, l’Autorità Nazionale Palestinese è finita dritta dentro la trappola: ha rifiutato — giustamente — di negoziare con gli USA, ma ha erroneamente rappresentato una comunità internazionale, nel suo complesso, alleata. Gli accordi di normalizzazione fra Israele e i Paesi arabi, mediati dagli USA e approvati da parecchi leader, hanno messo a nudo la farsa del “supporto” internazionale alla Palestina.

Gli USA hanno preso una via diretta che ha ribaltato decenni di diplomazia basata sulla soluzione dei due Stati, in base alla propria agenda e hanno portato l’oggetto delle trattative a un nuovo livello. Che l’ANP lo ammetta o no, il panorama politico è cambiato e la “soluzione” dei due Stati è ora offuscata dagli intrighi USA-Israele sotto Trump.

Il portavoce Nabil Abu Rudeineh ha dimostrato che l’ANP non sembra rendersene conto. “I leader palestinesi sono pronti a ritornare ai negoziati [con Israele], o basandosi sulla legittimità internazionale o ripartendo dal punto dove si erano bloccati o puntando al rispetto israeliano di tutti gli accordi firmati,” ha dichiarato. A parte il fatto che Israele non ha interesse a impegnarsi in alcun accordo, firmato o no, Abu Rudeineh sta dimenticando quello che è successo nel frattempo, dalle trattative interrotte ai piani di annessione rimandati, ma non cancellati, che hanno fatto seguito alla normalizzazione.

L’ANP ovvierà a questa discrepanza? O sta aspettando un ritorno agli accordi mediati dagli USA travestiti dal compromesso dei due Stati, senza essere ritenuta responsabile per aver ignorato i cambiamenti della Palestina sotto Trump e per i suoi regali a Israele?

La soluzione dei due Stati è morta e sepolta e tutti lo sanno. Israele è arrivato allo stadio dell’annessione con scarsa opposizione internazionale e quindi l’ANP deve spiegare qual è la sua idea di negoziato, dalla sua attuale posizione senza speranza nella Palestina abbandonata e frammentata che la comunità internazionale ha contribuito a creare.

Gli accordi di normalizzazione sono stati ben accolti dal resto del mondo; dopo tutto Trump ha usato una forma di diplomazia che l’Onu ha perfezionato fin dal riconoscimento dello Stato di Israele. Fin dal suo insediamento, la comunità internazionale non ha fatto nulla per opporsi alle politiche USA che hanno accelerato la colonizzazione della Palestina da parte di Israele.

Il mondo ha osservato, criticato e condannato, assecondando l’ANP e Mahmoud Abbas con conferenze di pace internazionali e risoluzioni che non hanno portato a nulla. Il motivo dell’accondiscendenza dell’Onu è che gli USA non hanno mai operato in opposizione ai piani della comunità internazionale per la Palestina.

La soluzione dei due Stati è un eufemismo per coprire decenni di attesa, diligentemente praticata dall’ANP, e mantenere l’illusione di legittimità, finanziata dalla comunità internazionale. Forse l’ANP dovrebbe chiarire se, con il termine “negoziati, si riferisce a un altro periodo di umiliazioni per poi ricevere poche briciole gettate dalla comunità internazionale. Con Washington ora riaccolta nel consesso internazionale dopo la missione compiuta a favore di Israele per conto dell’Onu, la Palestina si trova sull’orlo del precipizio.

Ramona Wadi è una cronista per il Middle East Monitor dove originalmente ha pubblicato questo articolo, con cui ora contribuisce al Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’ipocrisia europea: parole vuote per la Palestina, armi letali per Israele

Ramzy Baroud

21 ottobre 2020 – The Palestine Chronicle

In teoria, quando si tratta dell’occupazione israeliana della Palestina, l’Europa e gli Stati Uniti sono su posizioni completamente opposte. Mentre il governo USA ha totalmente avallato il tragico status quo creato da 53 anni di occupazione militare israeliana, l’UE continua a sostenere una soluzione negoziata che si pretende rispettosa del diritto internazionale.

In pratica tuttavia, nonostante l’apparente differenza tra Washington e Bruxelles, il risultato è sostanzialmente lo stesso. Gli USA e l’Europa sono i maggiori partner commerciali, fornitori di armi e sostenitori politici di Israele.

Una delle ragioni per cui l’illusione di un’Europa imparziale è sopravvissuta così a lungo sta in parte nella stessa leadership palestinese. Abbandonata politicamente e finanziariamente da Washington, l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas si è rivolta all’Unione Europea come sua unica ancora di salvezza.

L’Europa crede nella soluzione a due Stati”, ha detto il 12 ottobre il primo ministro dell’ANP Mohammed Shtayyeh in un dibattito in video con il Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento Europeo. Al contrario degli USA, il continuo sostegno dell’Europa alla defunta soluzione dei due Stati la legittima a colmare l’enorme divario creato dall’assenza di Washington.

Shtayyeh ha chiesto ai leader dell’UE di “riconoscere lo Stato di Palestina per permettere a noi, e a voi, di rompere lo status quo.”

Comunque ci sono già 139 Paesi che riconoscono lo Stato di Palestina. Mentre questo riconoscimento indica chiaramente che il mondo resta saldamente a favore della Palestina, riconoscerla come Stato cambia poco sul terreno. Ciò che è necessario sono sforzi condivisi per rendere Israele responsabile per la sua violenta occupazione, come anche una reale azione di sostegno alla lotta dei palestinesi.

Non solo l’Europa non ha fatto questo, ma di fatto sta facendo l’esatto opposto: finanzia Israele, arma il suo esercito e mette a tacere chi lo critica.

A sentire le parole di Shtayyeh, si ha l’impressione che l’alto dirigente palestinese si stia rivolgendo ad una conferenza di Paesi arabi, musulmani o socialisti. “Invito il vostro parlamento e i suoi onorevoli membri a far sì che l’Europa non aspetti che il presidente americano tiri fuori delle idee…Noi abbiamo bisogno di una parte terza che possa realmente porre rimedio allo squilibrio nel rapporto tra un popolo sotto occupazione ed un Paese occupante, che è Israele”, ha detto.

Ma l’Europa ha i titoli per essere quella “parte terza”? No. Per decenni i governi europei sono stati a pieno titolo dalla parte di USA-Israele. Solo perché recentemente l’amministrazione di Donald Trump ha compiuto una decisa svolta a favore di Israele ciò non dovrebbe automaticamente condurre all’errore di trasformare la storica tendenza filoisraeliana dell’Europa in solidarietà per la Palestina.

Lo scorso giugno oltre 1.000 parlamentari europei, che rappresentano diversi partiti, hanno rilasciato una dichiarazione che esprime “gravi preoccupazioni” riguardo al cosiddetto Accordo del Secolo di Trump e si oppone all’annessione israeliana di quasi un terzo della Cisgiordania. Tuttavia il filoisraeliano partito democratico USA, compresi alcuni tradizionali fedeli sostenitori di Israele, è stato parimenti critico verso il piano israeliano perché, nella loro mente, l’annessione significa che una soluzione a due Stati diventerebbe impossibile.

Mentre i democratici USA hanno chiarito che se Biden venisse eletto la sua amministrazione non modificherebbe nessuna delle azioni di Trump, anche i governi europei hanno chiarito che non prenderanno nessuna iniziativa per dissuadere – e tanto meno punire – Israele per le sue ripetute violazioni del diritto internazionale.

Tutto ciò che i palestinesi hanno ottenuto dall’Europa sono vuote promesse, come anche molto denaro che è stato largamente intascato dai fedeli di Abbas in nome della “costruzione dello Stato” ed altre fantasie. Di fatto molte delle infrastrutture dell’immaginario Stato palestinese che sono state sovvenzionate dall’Europa negli anni recenti sono state fatte saltare in aria, demolite o ne è stata interrotta la costruzione da parte dell’esercito israeliano nel corso delle sue tante guerre e incursioni. Eppure l’Europa non ha punito Israele, né l’ANP ha smesso di chiedere altri soldi per continuare a finanziare uno Stato inesistente.

Non solo l’UE non ha reso Israele responsabile per la sua perdurante occupazione e violazione dei diritti umani, ma sta anche finanziando di fatto Israele. Secondo ‘Defence News’ [rivista e sito web USA che si occupa di armamenti, ntr.] un quarto dei contratti delle esportazioni belliche di Israele (che ammontano a 7,2 miliardi di dollari nel solo 2019) è destinato a Paesi europei.

Inoltre l’Europa è il principale partner commerciale di Israele, importando un terzo delle esportazioni totali di Israele ed esportando circa il 40% delle importazioni complessive israeliane. Queste cifre includono anche merci prodotte nelle colonie ebraiche illegali.

Per di più, l’UE fa in modo di includere Israele nello stile di vita europeo attraverso eventi culturali e musicali, gare sportive e in mille altri modi. Benché l’Europa possieda potenti mezzi che potrebbero essere usati per ottenere concessioni politiche e imporre il rispetto del diritto internazionale, sceglie semplicemente di fare ben poco.

Si confronti ciò con il recente ultimatum che l’UE ha dato alla leadership palestinese, condizionando il proprio aiuto ai rapporti finanziari dell’ANP con Israele. Lo scorso maggio Abbas ha compiuto il passo straordinario di considerare nulli e inefficaci tutti gli accordi con Israele e gli USA. Di fatto questo significa che l’ANP non si riterrebbe più responsabile dell’opprimente status quo creato dagli Accordi di Oslo, ripetutamente violato da Tel Aviv e Washington. Allentare i legami con Israele significa anche che l’ANP rifiuterebbe di accettare circa 150 milioni di dollari di entrate fiscali che Israele raccoglie per conto dell’ANP. Pur molto in ritardo, questa mossa palestinese era necessaria.

Invece di appoggiare l’iniziativa di Abbas, l’UE l’ha criticata, rifiutando di fornire ulteriori aiuti ai palestinesi finché Abbas non riprenderà i rapporti con Israele ed accetterà il denaro delle tasse. Secondo il portale di Axios News, la Germania, la Francia, il Regno Unito e persino la Norvegia stanno conducendo l’attacco.

La Germania in particolare è stata instancabile nel suo sostegno ad Israele. Per mesi si è spesa per conto di Israele per risparmiare a Tel Aviv un’inchiesta per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale (CPI). Ha messo sotto processo attivisti che sostenevano il boicottaggio di Israele. Recentemente ha confermato l’invio di motocannoniere con missili ed altri armamenti per assicurare la superiorità della marina israeliana in una eventuale guerra contro nemici arabi. La Germania non è sola. Israele e la maggior parte dei Paesi europei stanno serrando i ranghi relativamente a reciproca cooperazione militare e a rapporti commerciali senza precedenti, compresi accordi sul gas naturale.

Continuare a fare riferimento all’irraggiungibile soluzione a due Stati e contemporaneamente armare, finanziare e incrementare i rapporti economici con Israele è l’esatta definizione di ipocrisia. La verità è che l’Europa dovrebbe essere considerata responsabile al pari degli USA dell’incoraggiamento e del sostegno verso l’occupazione israeliana della Palestina.

Eppure, mentre Washington è apertamente filoisraeliana, l’UE ha giocato una partita più intelligente: vendere ai palestinesi vuote parole e a Israele armi letali.

Ramzy Baroud è giornalista e editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo lavoro è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle prigioni israeliane] (Clarity Press). Il dott. Baroud è ricercatore non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA) e anche presso il Centro Afro-Mediorientale (AMEC).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)