“Gaza è un biglietto di sola andata”: come la politica israeliana di ricollocazione sta separando le comunità palestinesi

Henriette Chacar

30 giugno 2020 – +972

Israele sta sistematicamente indirizzando gli spostamenti dei palestinesi in una direzione: dalla Cisgiordania a Gaza. Le famiglie e i loro legali affermano che il trasferimento silenzioso sta frammentando la società palestinese.

Il 4 marzo Samar Saoud ha ricevuto finalmente la telefonata che stava aspettando. Le è stato detto di presentarsi la domenica seguente con i suoi tre figli al valico di Erez, e la famiglia avrebbe lasciato la Striscia di Gaza e sarebbe andata nella città cisgiordana di Nablus, dove vivono i genitori di Saoud.

Ma a Erez è stato detto a Saoud di tornarsene a casa. Implorare gli ufficiali dell’esercito israeliano non è servito a niente. Il valico, che separa Israele dalla Striscia di Gaza, era chiuso per tutto il giorno, probabilmente per la festa ebraica di Purim. Sarebbero state consentite solo le uscite per “casi umanitari” eccezionali, come ad esempio urgenti cure mediche.

Saoud era distrutta. Aveva già venduto la sua casa e i suoi beni. Non sapeva dove andare. Cresciuta in Cisgiordania, era andata a Gaza nel 2005 dopo essersi sposata con un palestinese della Striscia. Ma lo scorso dicembre suo marito se n’è andato in Turchia alla ricerca di opportunità di lavoro. Senza parenti stretti che le fornissero un aiuto, Saoud improvvisamente si è trovata senza casa.

Con il valico ancora chiuso, Saoud ha chiesto a suo cognato se lei e i suoi figli potessero stare con lui finché il suo caso fosse risolto. Suo cognato è disoccupato e, mentre era ospite nella sua casa, lei ha utilizzato il denaro ricavato dalla vendita della casa per provvedere alle due famiglie. “Negli ultimi quattro giorni ho mangiato solo un pasto. Sono sull’orlo di una crisi di nervi,” ha detto per telefono.

Il 12 marzo, dopo che Gisha, un’associazione israeliana per i diritti umani che si occupa della libertà di movimento dentro e fuori Gaza, ha presentato una richiesta urgente al tribunale distrettuale di Gerusalemme, Saoud ha avuto l’autorizzazione di attraversare il valico.

Quella stessa settimana, per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus, Israele ha ulteriormente ridotto i viaggi dei palestinesi da Gaza. Poi alla fine di maggio, in risposta all’imminente piano di annessione di parti della Cisgiordania, l’Autorità Nazionale Palestinese ha annunciato che stava ponendo fine al coordinamento con Israele, compresi i permessi di viaggio. Le linee guida per presentare queste richieste rimangono vaghe.

Ma persino quando venivano consentiti gli spostamenti dei palestinesi le restrizioni erano così rigide che, dicono le critiche, di fatto hanno ridisegnato il tessuto della società palestinese nei territori occupati. Sono state impostate in modo da indirizzarli in una direzione – verso Gaza – il che, secondo un nuovo studio di Gisha, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra, potrebbe rappresentare un crimine di trasferimento forzato di una popolazione sotto occupazione.

Comprendere questa politica, aggiungono questi analisti, mette in luce l’impatto potenzialmente devastante dell’annessione israeliana sui palestinesi.

Le ho detto che sarei tornato presto con dei dolci”

Come Saoud, Shada Shendaghli è nata in Cisgiordania ed ha sposato un uomo originario di Gaza. Il marito di Shendaghli, Issam, è tornato nella Striscia nell’ottobre 2016 e lei lo ha seguito due mesi dopo. Ora hanno due figlie, Masa e Rithal, entrambe registrate come residenti in Cisgiordania.

Ma per Shendaghli la vita nella Striscia era insopportabile, ammette Issam per telefono. Le interruzioni di corrente erano continue e avevano l’acqua solo due o tre giorni alla settimana. “Non abbiamo neppure le comodità basilari che ha la gente in Cisgiordania. Non ci si è abituata,” dice.

Shendaghli ha deciso di tornare a Ramallah. Ha fatto richiesta di un permesso, ma l’esercito israeliano ha respinto la domanda affermando che lei aveva accettato di lasciare la sua residenza in Cisgiordania e di spostarsi a Gaza. Quando Gisha ha presentato un ricorso a suo favore, il Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT), l’istituzione militare che amministra l’occupazione, ha sostenuto che ora lei è registrata come residente a Gaza e quindi non ha il diritto di tornare nella sua casa in Cisgiordania.

Il divieto imposto da Israele alla libertà di movimento delle persone viola le leggi internazionali, afferma la portavoce di Gisha Miriam Marmur: “Ciò significa che nei territori palestinesi occupati moltissimi palestinesi non possono scegliere dove vivere e farsi una famiglia.”

La battaglia legale di Shendaghli è finita nel giugno 2019, quando le è stato consentito di tornare in Cisgiordania con le figlie. Ma ciò è avvenuto al prezzo di doversi separare da suo marito.

Issam ricorda che il giorno in cui la sua famiglia se n’è andata si è sentito “distrutto”. Tutta la sua vita è cambiata, dice: “Ora quando torno a casa dal lavoro mi affretto a ricaricare il telefono, contando i secondi prima di poter parlare con loro.”

Mia figlia comincia a piangere, chiedendomi di andare a casa,” continua. “Le dico che sto arrivando, che sono andato a prenderle un’altra bambola, che tornerò presto con dei dolci.”

Tra il 2009 e il 2017 Israele ha esaminato e accolto solo 5 domande di trasferimento degli abitanti di Gaza, tutte in seguito all’intervento giudiziario a favore dei richiedenti. Di queste cinque, quattro riguardavano minorenni che non avevano parenti che si occupassero di loro a Gaza. Al contrario, tra il 2011 e il 2014 il COGAT ha approvato 58 richieste di trasferimento a Gaza di abitanti della Cisgiordania (51 delle quali presentate da donne).

Israele sta cercando di fare in modo che in Cisgiordania vivano quanti meno palestinesi possibile,” afferma Marmur. “Perché un abitante di Gaza si sposti in Cisgiordania, lui o lei deve rispondere a criteri eccessivamente limitanti, che sono fondamentalmente impossibili da rispettare. D’altra parte perché un residente in Cisgiordania si trasferisca a Gaza tutto quello che lui o lei deve fare è firmare la ‘procedura di insediamento’.”

Si tratta di un documento che gli abitanti palestinesi della Cisgiordania sono tenuti a sottoscrivere al loro ingresso a Gaza, in cui Israele condiziona il permesso di entrata a una dichiarazione secondo cui intendono trasferire in permanenza il loro “centro della loro vita” a Gaza. Gli verrà consentito di rientrare in Cisgiordania solo in “rari casi per ragioni umanitarie”, continua il documento. Firmando questo accordo, i palestinesi di fatto rinunciano alla loro residenza in Cisgiordania.

Questo procedimento è stato creato dall’esercito israeliano nel 2009, in seguito a un ordine della Corte Suprema, come un modo per controllare la ricollocazione di palestinesi da una parte dei territori occupati ad un’altra. Ma da quando esso è stato introdotto, gli spostamenti da Gaza alla Cisgiordania sono diventati “quasi impossibili”, afferma Dani Shenhar di HaMoked, un’organizzazione israeliana di assistenza legale. Non un solo caso a cui l’organizzazione ha lavorato nell’ultimo decennio e che abbia coinvolto un abitante di Gaza che ha fatto domanda di trasferimento ha avuto successo, aggiunge. “Gaza è un biglietto di sola andata. Se ti sposti lì, non tornerai indietro.”

In seguito a ciò, dice Shenhar, HaMoked ha smesso di accettare questi casi “perché rimaniamo bloccati. I tribunali accettano fondamentalmente la premessa israeliana ed è molto difficile mettere in discussione questa situazione.”

Il COGAT ha ignorato la richiesta di +972 Magazine di fornire dati sul numero di domande da parte di palestinesi per cambio di residenza da Gaza ricevute, approvate e rifiutate dal 1967, quando ha occupato e iniziato ad amministrare il territorio. Non ha neppure comunicato quanti palestinesi abbiano dovuto firmare la rinuncia alla residenza né ha risposto sul perché l’ingresso a Gaza richieda loro di rinunciare al loro status di residenti.

Invece il COGAT ha scritto in una mail che, da quando Hamas ha preso il potere a Gaza nel 2007, “lo Stato di Israele ha istituito una politica di differenziazione tra la Striscia di Gaza e l’area di Giudea e Samaria (la denominazione israeliana della Cisgiordania) – e, di conseguenza, si è deciso per un verso di limitare il passaggio tra la Striscia di Gaza da una parte e Giudea e Samaria, così come dall’altra in Israele, solo per quei casi umanitari ed eccezionali che rispondono alle procedure previste da Israele.”

Ma, nonostante quello che sostiene, le ragioni di Israele per separare Gaza e Cisgiordania sono politiche, non riguardano la sicurezza, afferma Tareq Baconi, un analista dell’International Crisis Group [Ong con sede in Belgio, ndtr.]. Ciò è ancora più evidente, spiega, considerando che le restrizioni israeliane contro la Striscia iniziarono nel 1989, durante la Prima Intifada, anni prima che Hamas arrivasse al potere.

La frammentazione della società palestinese, aggiunge Baconi, è stata esacerbata dalla divisione politica tra Fatah e Hamas, che ha sia reso interna questa divisione che garantito che essa continui: “La situazione è talmente diversa tra i due luoghi che è cambiata persino la consapevolezza politica,” nota, così tanto che “per chi vive in Cisgiordania la Striscia di Gaza potrebbe benissimo essere un altro pianeta.”

Anche se là il livello di sofferenza è senza precedenti, Gaza non dovrebbe essere considerata un’eccezione, sostiene Baconi: “La Striscia di Gaza è semplicemente una versione estremizzata dell’Area A (le enclave della Cisgiordania sotto totale controllo palestinese). È una versione estremizzata di Kufr ‘Aqab (a Gerusalemme est). È una versione estremizzata di Umm al-Fahm (una città palestinese in Israele), nel senso che quello che abbiamo in tutta questa terra è un processo di controllo israeliano di territori che circondano le bolle palestinesi.

Baconi dice che, mentre l’obiettivo finale di questa politica può non essere noto, la strategia di confinamento dei palestinesi in contenitori urbani e di riduzione al minimo degli spostamenti tra di essi è “il classico divide et impera, è la regola numero 1 del colonialismo”.

Due diversi territori occupati

In assenza di un meccanismo per cambiare residenza i palestinesi hanno dovuto trovare altri modi per ricongiungersi con le loro famiglie in Cisgiordania. Nel giugno 2010, in una lettera ad HaMoked del colonnello Uri Mendes, comandante per il coordinamento e le operazioni del COGAT, Israele stimava che circa 35.000 palestinesi il cui indirizzo di residenza era Gaza potevano trovarsi in Cisgiordania. Israele li definisce criminali infiltrati, fatto che li intrappola ulteriormente in una costrizione burocratica.

Uno di questi abitanti è Rawan, che nel 2018 si è spostata a Ramallah per stare con suo marito, un palestinese di Gaza che stava già vivendo in Cisgiordania. Per iniziare una vita insieme è arrivata con un permesso medico di un giorno autorizzato dall’esercito israeliano e, nonostante le conseguenze, è rimasta dopo la scadenza del termine.

Per Rawan persino il semplice compito di uscire dalla sua casa di Ramallah per comprare il pane è diventato un’impresa rischiosa. Due anni fa, un pomeriggio, l’esercito israeliano ha posto Ramallah sotto blocco militare per impedire attacchi “per emulazione”, dopo che alcuni palestinesi avevano compiuto un attacco letale sparando da un’auto nelle vicine colonie. “In un primo momento ho pensato che fosse un’allucinazione,” dice Rawan. “Dopo questo sono dovuta rimanere a letto per una settimana.”

Benché Rawan si sia spostata in una zona che dovrebbe essere sotto il controllo palestinese, se scoperta l’esercito israeliano potrebbe arrestarla, incarcerarla e deportarla di nuovo a Gaza, ed è per questo che ha chiesto di essere citata solo per nome. Per vivere in Cisgiordania rispettando le leggi militari israeliane, Rawan dovrebbe cambiare il suo indirizzo all’anagrafe palestinese. Benché abbia presentato la richiesta all’ufficio per gli affari civili dell’ANP, la modifica [della residenza] risulta valida solo dopo che Israele l’ha approvata.

Dopo aver occupato nel 1967 Gerusalemme est, Gaza e la Cisgiordania, Israele ha fatto un censimento e ha rilasciato documenti di identità ai palestinesi registrati all’anagrafe. Con la firma del secondo accordo di Oslo (“l’accordo di Taba”) nel 1995, il controllo dell’anagrafe è stato trasferito all’Autorità Nazionale Palestinese appena costituita. Tuttavia in pratica l’esercito israeliano ha continuato ad operare in base alle proprie copie del registro anagrafico.

Nel settembre 2007, pochi mesi dopo che Hamas aveva preso il controllo di Gaza e due anni dopo il “disimpegno” israeliano dalla Striscia, l’esercito impose severe restrizioni agli spostamenti di persone e beni verso e dall’enclave costiera, che da allora Israele ha posto sotto assedio. Un anno dopo, in risposta a una richiesta di HaMoked, un portavoce del COGAT affermò che l’esercito ora considerava la Cisgiordania e Gaza come due territori distinti e separati. Pertanto le richieste di cambio di domicilio possono essere approvate solo da alti funzionari in circostanze eccezionali per ragioni umanitarie.

Nel 2011, come eccezionale gesto politico nei confronti di Tony Blair, rappresentante del Quartetto [composto da USA, UE, ONU e Russia) per il Medio Oriente, Israele accettò di autorizzare le domande di 5.000 abitanti di Gaza che intendevano cambiare residenza e spostarla in Cisgiordania. Secondo Gisha alla fine di quell’anno Israele vagliò circa 2.775 richieste su un totale delle 3.700 presentate dal governo palestinese.

La reale portata della politica di separazione da parte di Israele non è chiara, perché le autorità hanno costantemente rifiutato di rilasciare informazioni riguardo al numero di persone direttamente interessate da essa. Quando +972 Magazine ha chiesto perché continui a controllare l’anagrafe dei residenti a Gaza dato che Israele sostiene di non occupare più la Striscia, il COGAT ha risposto che il registro non è “sotto l’autorità dell’Amministrazione Civile.”

Non abbiamo più tempo”

Poco dopo che Rawan è arrivata in Cisgiordania nel gennaio 2018, ha iniziato a cercare lavoro. “Devo lavorare. Sono il tipo di persona che non riesce a stare ferma,” dice in un caffé di Ramallah.

Alla fine ha trovato un impiego con un gruppo che fornisce servizi alle donne a Gerico. Ma il lavoro prevedeva che viaggiasse nell’Area C della Cisgiordania, che è sotto totale controllo israeliano e in cui i soldati pattugliano liberamente le comunità palestinesi. Lavorare fuori da Ramallah significa per Rawan rischiare quotidianamente di essere presa e deportata. “Voglio vivere la mia vita. Voglio lavorare. Quindi ho confidato in Allah. Ma dentro di me ero terrorizzata,” afferma.

Ogni volta che Rawan attraversa un posto di controllo israeliano “sento come se la mia vita stesse per finire.” Scherza riguardo a come la paura e lo stress di cercare di cambiare domicilio siano così grandi che hanno influenzato la sua possibilità di rimanere incinta: può sentire il suo corpo irrigidirsi.

Rawan dice di aver fatto domanda di residenza presso l’ufficio palestinese per gli affari civili, ma non si sa cosa ne sarà ora che l’ANP ha posto fine al coordinamento con Israele. Quando è il momento di stare davanti a un soldato israeliano, scherza, vorrebbe scambiare la sua terra di famiglia nel villaggio palestinese distrutto di Isdud (oggi Ashdod), di cui è originaria la sua famiglia, con un permesso.

I miei genitori hanno lavorato perché potessimo tutti andarcene da Gaza. Tutti ce ne vogliamo andare. La situazione lì è insopportabile,” dice Rawan. “Per Israele chiunque sia di Gaza è un terrorista. Ma io voglio vivere la mia vita. Voglio godere della vita. Non abbiamo più tempo.”

Secondo Rawan un impiegato dell’ufficio per gli affari civili a Ramallah le ha detto che l’unico modo per ottenere la residenza è concedere favori sessuali a un leader locale palestinese. Un altro funzionario del ministero degli Interni palestinese le ha detto che la sua occasione migliore sarebbe di lavorare con un collaborazionista legato ai servizi di sicurezza israeliani.

In uno studio pubblicato da Gisha e HaMoked nel 2009 le associazioni hanno avvertito che la procedura per chiedere la residenza “stabilisce un metodo di esame delle domande che si basa su rapporti personali e decisioni arbitrarie non trasparenti.”

Secondo la dottoressa Yael Berda dell’università Ebraica di Gerusalemme, ora docente ospite al dipartimento di sociologia dell’università di Harvard, questa ambivalenza e la sensazione di corruzione sono intenzionali. “La chiamo ‘inefficienza efficace,” spiega. “Quel tipo di incertezza è particolarmente efficace se vuoi frenare i movimenti delle persone, controllarle e creare timore e sospetto.”

Berda nota che tale controllo della popolazione ha precedenti in Israele. Tra il 1948 e il 1966, pochi mesi prima che iniziasse l’occupazione del 1967, Israele utilizzò un governo militare per controllare decine di migliaia di palestinesi che erano rimasti all’interno dello Stato da poco formato. Nonostante gli fosse stata concessa la cittadinanza israeliana, queste comunità vennero sottoposte a coprifuoco e potevano viaggiare solo con un permesso.

Il sistema israeliano di permessi e la politica di separazione sono quindi tutt’altro che un’invenzione unica: “È un modo veramente colonialista e imperialista di sottomettere la popolazione,” spiega Berda. Comunque, aggiunge, Israele ha portato questo repertorio coloniale “a un estremo, perché attualmente è il sistema di controllo della popolazione più sofisticato al mondo.”

Per Baconi l’annessione non può essere compresa separatamente dal blocco di Gaza, che a sua volta non può essere slegato dalle pratiche che colpiscono i rifugiati e i cittadini palestinesi di Israele. “Sono tutte politiche che intendono garantire il minor numero possibile di palestinesi sul territorio, che la maggior parte del territorio sia controllata dagli israeliani e che ci sia un contesto messo a punto per garantire uno Stato suprematista ebraico,” afferma.

Henriette Chacar è una redattrice e inviata palestinese di +972 Magazine. Produce, ospita ed edita il podcast di +972. Laureata alla scuola di giornalismo della Columbia, Henriette in precedenza ha lavorato a un settimanale del Maine, a Rain Media per PBS Frontline e The Intercept.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il piano di annessione di Israele: una catastrofe generata da una catastrofe più grande

Azzam Tamimi

1 luglio 2020 – Middle East Eye

L’attuale crisi ha le sue radici negli accordi di Oslo, che hanno trasformato l’OLP in un’entità palestinese collaborazionista

La catastrofe cui faccio riferimento nel titolo di questo articolo non è la Nakba del 1948, quando Israele venne creato su due terzi della Palestina, né la Naksa del 1967, quando i sionisti divorarono il rimanente terzo della Palestina (la Cisgiordania e Gaza) insieme alla penisola del Sinai e alle Alture del Golan.

Sono invece gli accordi conclusi a Oslo, Norvegia, in seguito a negoziati segreti tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e Israele. La firma degli accordi di Oslo tra le due parti sul prato della Casa Bianca nel settembre 1993 è stato il maggior successo sionista dalla creazione dell’entità sionista in Palestina.

Mossa disastrosa

Perché è così? Gli accordi di Oslo furono il primo riconoscimento ufficiale della legittimità dello Stato ebraico da parte di Israele.

L’OLP, che avrebbe dovuto guidare la lotta per la liberazione della Palestina – e che era stata fondata prima che la Cisgiordania e Gaza diventassero territori occupati – venne riconosciuta dagli Stati membri della Lega Araba come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Questa mossa disastrosa venne fatta durante il summit di Rabat nel 1974.

L’implicazione immediata di questa decisione fu trasformare quello che era noto come il conflitto arabo-israeliano in palestinese-israeliano. In pratica ciò significò affidare le chiavi della questione palestinese al leader dell’OLP Yasser Arafat e ai suoi sodali all’interno del movimento Fatah, che dominava l’OLP, esimendo il mondo arabo nel suo complesso da ogni responsabilità riguardo alla Palestina e al suo popolo. Da allora l’OLP ne fu responsabile.

La dichiarazione di Rabat arrivò proprio qualche mese dopo una decisione dell’assemblea non eletta dell’OLP, il Consiglio Nazionale Palestinese, di approvare quello che divenne noto come il “Programma dei Dieci Punti”, che preparò la strada per negoziare un accordo pacifico che avrebbe finito per riconoscere il diritto all’esistenza di Israele in cambio della fondazione di uno Stato palestinese confinante.

Tuttavia Israele e il suo principale alleato occidentale, gli Stati Uniti, non mostrarono alcun reale interesse nel trattare con l’OLP, nonostante il desiderio di quest’ultima, finché nel dicembre 1987 scoppiò la prima Intifada. Solo quando la legittimità dell’OLP sembrò minacciata come mai prima – non solo dalla nascita di Hamas, ma anche dalla crescente sensazione tra i palestinesi, sia localmente che nella diaspora, che l’organizzazione non parlasse più per loro né agisse per raggiungere il loro sogno di liberazione e ritorno –, americani e israeliani decisero di parlare con la dirigenza dell’OLP.

Reprimere l’Intifada

Sembrerebbe che fin dall’inizio gli israeliani e i loro alleati sapessero quello che intendevano ottenere. È molto difficile dire lo stesso dei loro interlocutori dell’OLP.

Gli israeliani avevano assolutamente bisogno di un partner palestinese per aiutarli non solo a reprimere l’Intifada, ma anche ad aprire le porte della regione e del mondo nel suo complesso per ottenere la legittimità della loro entità. Quello che in sintesi fecero gli accordi di Oslo fu di trasformare l’OLP in un organismo palestinese collaborazionista chiamato Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Concludendo gli accordi di Oslo con Israele, l’OLP ne riconobbe il diritto. Ciò non avvenne in cambio del riconoscimento da parte di Israele del dramma del popolo palestinese, della sua spoliazione ed espulsione, né fu in cambio del riconoscimento del loro diritto a tornare alla loro patria, o del riconoscimento dei crimini che erano stati perpetrati contro di loro.

È stato solo in cambio del riconoscimento dell’OLP come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese. Non eletta e senza dover rendere conto a nessuno, la dirigenza dell’OLP da allora poté fare per la causa quello che riteneva “conveniente”.

Questo accordo catastrofico venne venduto come una grande vittoria. A molti palestinesi venne fatto credere che prima o poi da lì sarebbe sorto uno Stato palestinese, che avrebbe preparato la via per il loro ritorno a casa. La comunità internazionale giocò un ruolo in questo inganno, definendo quello che stava avvenendo come un processo che avrebbe portato a quella che divenne generalmente nota come una “soluzione dei due Stati”.

Tuttavia, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno fin dal 1993, Israele è riuscito – con la collaborazione dell’ANP – a perpetuare la sua occupazione a un costo molto basso per sé, confiscando nel contempo più terre, costruendo più colonie o espandendo quelle esistenti, demolendo le case dei palestinesi, opprimendoli e perseguitandoli.

Sconfitte su sconfitte

Nel frattempo la causa palestinese ha continuato a incorrere in sconfitte su sconfitte a livello politico e diplomatico. Molte Nazioni, che in precedenza erano filo-palestinesi, colsero l’occasione del riconoscimento di Israele da parte dell’OLP per abbandonare le loro precedenti posizioni di critica o condanna di Israele per la sua occupazione e oppressione dei palestinesi.

Molte Nazioni, compresi Paesi come India e Cina, svilupparono rapporti di cooperazione commerciale, per la sicurezza e persino militare con Israele a spese della causa palestinese. “Non possiamo essere più palestinesi dei palestinesi”, era il pretesto per tali spostamenti radicali, non solo tra i Paesi dell’Asia Meridionale, africani e alcuni latinoamericani, ma anche all’interno dello stesso mondo arabo.

Qualcuno ha persino sostenuto pubblicamente: come osano i palestinesi criticare altri per “aver normalizzato” le relazioni con Israele quando il loro “unico e legittimo rappresentante” collabora in tutto e per tutto con le autorità dell’occupazione?

Ci fu un tempo in cui la maggior parte del mondo equiparava il sionismo al razzismo. Quelli che sostennero quella posizione lo fecero per l’ammirevole risolutezza dei palestinesi nella loro lotta contro questo Stato spudoratamente razzista. Per molti decenni Israele venne paragonato al defunto regime dell’apartheid in Sudafrica, e a ragione. Tuttavia l’apartheid israeliano è riuscito dove ha fallito quello sudafricano: la creazione di un’entità indigena collaborazionista.

È su quel successo che oggi Israele costruisce. La differenza tra dove ci troviamo oggi e dove ci trovavamo 30 anni fa è l’ANP, la cui funzione è stata principalmente contribuire al controllo delle masse palestinesi e bloccare ogni minaccia che essi potessero rappresentare per le autorità dell’occupazione israeliana.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Azzam Tamimi è accademico e attivista politico anglo-palestinese. Attualmente è il direttore del canale Alhiwar [televisione satellitare in lingua araba con sede a Londra, ndtr.] e suo capo redattore.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




È ora di sciogliere l’Autorità Nazionale Palestinese

Asa Winstanley

27 giugno 2020 – Middle East Monitor

L’Autorità  Nazionale Palestinese (ANP) tiene sotto controllo i palestinesi in Cisgiordania dal 1993 e, nella Striscia di Gaza, fino al 2007. Sotto il regime israeliano dell’apartheid, l’ANP non ha l’autorità di fare altrettanto con i coloni israeliani che occupano illegalmente la Cisgiordania, tutto al contrario. Anzi, l’ANP li protegge.

Molti, persino nel movimento di solidarietà palestinese, ne fraintendono totalmente la natura.

L’ANP non ha una reale autorità e il nome è fondamentalmente sbagliato. Le forze di occupazione israeliane hanno un potere di veto totale su tutto quello che essa fa. Né appartiene veramente ai palestinesi, né agisce nell’interesse della loro liberazione.

Volendo essere sinceri, l’ANP agisce da sempre come un subappaltatore per l’occupazione israeliana. Non avrebbe potuto essere nient’altro.

Essa è strutturalmente concepita per servire gli interessi di Israele e della sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Per quasi 30 anni è stata leale senza riserve nel ricoprire questo ruolo.

Hamas, il movimento islamico di liberazione palestinese, dopo la vittoria nelle elezioni libere ed eque del 2006, aveva tentato per un breve periodo di cambiare l’ANP dall’interno. Questo tentativo è subito fallito a causa di un colpo di stato. La CIA, Israele, la Giordania e altre potenze agirono insieme per eliminare Hamas, confinandolo con successo a Gaza.

Fin dall’inizio tutta la principale funzione dell’ANP è stata quella di reprimere i palestinesi e di sostenere l’occupazione israeliana. In questo modo svolge un utile servizio coloniale per Israele.

L’ANP è il subappaltatore autoctono per l’occupazione israeliana.

La condizione fondamentale delle forze armate dell’ANP, e che spesso non si vuole ammettere, risiede in quello che è eufemisticamente chiamato “coordinamento per la sicurezza”, cioè collaborare con Israele.

Secondo questo accordo, le forze armate dell’ANP arrestano i combattenti della resistenza palestinese e impediscono alla popolazione di fare dimostrazioni contro l’occupazione israeliana, distruggendo la libertà di espressione e altre forme di dissenso contro Israele e il suo subappaltatore, l’ANP.

Anni fa, Mahmoud Abbas, “presidente” a fine mandato dell’ANP, dichiarò in modo scellerato che per lui questa politica di collaborazione [con Israele] era “sacra”. Nessun segnale sarebbe potuto essere più chiaro: questa è l’unica vera funzione dell’ANP.

L’ANP è anche afflitta da corruzione, brutalità e gretta oppressione.

All’inizio del mese c’è stato un esempio particolarmente scioccante. Le forze dell’ANP hanno arrestato il giornalista palestinese Sami Al-Sai per un post su Facebook.

Qual era il suo reato? Forse aveva invocato il rovesciamento armato dell’ANP? Aveva forse incoraggiato le proteste contro di essa? Ne aveva forse svelato la corruzione? No: aveva postato un video totalmente apolitico in cui si vedono dei palestinesi che vendono delle angurie.

Ma, secondo Human Rights Watch, anche una community palestinese di una pagina locale di Facebook di Tulkarem, la città cisgiordana dove il video era stato girato, aveva postato lo stesso video. Gli abitanti del posto avevano pubblicato su quella stessa pagina Facebook delle lamentele relative a presunta corruzione e altri scandali in città, alcune critiche nei confronti di funzionari dell’ANP.

Secondo Human Rights Watch, Al-Sai è in carcere da giovedì.

L’intera faccenda sembra solo un pretesto per arrestare un giornalista e impedirgli di fare il proprio lavoro. Al-Sai è stato arrestato e perseguitato varie volte nel corso degli anni sia dall’ANP che dalle forze di occupazione israeliana.

L’ANP ha una lunga storia di detenzioni e soprusi nei confronti di giornalisti palestinesi i cui articoli non le sono piaciuti.

Nel 2012 ho scritto di parecchi giornalisti palestinesi incarcerati e interrogati dall’ANP in Cisgiordania semplicemente perché stavano svolgendo il proprio compito.

Yousef Al-Shayab ha denunciato un presunto scandalo relativo a un tentativo dell’ANP di controllare dei gruppi di studenti palestinesi in Francia. Anche Tariq Khamis è stato arrestato dopo aver scritto un pezzo su un gruppo di giovani palestinesi che avevano richiesto la fine dei negoziati con Israele.

Se l’ANP avesse fiducia in se stessa permetterebbe ai giornalisti di fare il proprio lavoro,” mi ha detto Khamis. “Ma a causa dei suoi errori e della sua corruzione ha paura di noi.”

A prescindere dalla protezione dei suoi piccoli feudi, la funzione primaria dell’ANP è la protezione di Israele.

È stata strutturata così. È scritto negli accordi di Oslo e nella serie di intese che ne sono seguite.

Intellettuali palestinesi di spicco come Joseph Massad e il compianto Edward Said l’avevano capito immediatamente. Said aveva definito Oslo in modo indimenticabile: “Uno strumento della resa palestinese, una Versailles palestinese.” L’opinione di Said, allora controversa, era però obiettivamente corretta e ha resistito alla prova del tempo.

Come spiega Massad: “L’ANP aveva promesso di porre fine alla resistenza anti-coloniale e alla solidarietà internazionale a sostegno del popolo palestinese come parte della sua capitolazione al colonialismo degli occupanti israeliani, in cambio non di una diminuzione, ma di un aumento della colonizzazione israeliana, sommata a privilegi economici per i funzionari dell’ANP e per gli imprenditori palestinesi che sostengono che i loro profitti sono una specie di ‘vittoria’ sugli israeliani, invece che il prezzo per aver rinunciato ai diritti per il proprio popolo.”

L’ANP non può essere “riformata”, perché la sua sottomissione a Israele non è la conseguenza della sua corruzione, ma piuttosto il contrario. Fin dall’inizio è stata creata per servire Israele e ha svolto bene questa sua funzione.

È ora che l’ANP venga sciolta.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Nessun permesso di uscita per i palestinesi senza documenti

Ola Mousa

26 giugno 2020 – The Electronic Intifada

Khadija al-Najjar rovistava tra le fotografie dei suoi figli e nipoti agitandosi sempre più.

Alcuni dei suoi figli adesso vivono in Europa o in Nord America. Ma Khadija, di 72 anni, non può andarli a trovare. Non possiede né può ottenere un documento di identità palestinese nemmeno per cercare di andare da loro. Senza quello non ha nessun documento che le consenta di partire.

Non è l’unica. Secondo il locale ufficio del Ministero per gli Affari Civili dell’Autorità Nazionale Palestinese, a Gaza ci sono circa 5.000 palestinesi che condividono la sua stessa situazione. Israele ha interrotto la consegna di carte di identità destinate ai residenti della striscia costiera dopo il 2007, quando Hamas ha preso il totale controllo di Gaza togliendolo a Fatah, avendo vinto le elezioni parlamentari dell’anno precedente.

Kadijja e suo marito, Muhammad Issa al- Najjar, vivono nel quartiere di al-Rimal di Gaza City. Muhammad è nato nel 1945 a Masmiya al-Kabira, un villaggio palestinese nell’allora distretto di Gaza (attualmente sul lato israeliano del confine) che è stato spopolato con la forza e in gran parte distrutto durante la Nakba del 1948.

Ha studiato in Egitto prima della guerra del 1967 ed è uno di quelli che non si sono registrati nel censimento israeliano del 1967 della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Per questo motivo lui e la sua famiglia non hanno potuto tornare a Gaza fino al 1999 quando, sulla spinta di un’ondata di ottimismo sul processo di pace e della promessa che Gaza sarebbe diventata una versione araba della ricca e dinamica Singapore, lo hanno appunto fatto.

Siamo entrati a Gaza con permessi temporanei, dato che i miei parenti vivono a Gaza”, ha detto Muhammad. Ma solo metà della famiglia è riuscita ad ottenere carte di identità permanenti. “Abbiamo fatto domanda di ricongiungimento familiare; (i miei figli) Nasser, Razan ed io le abbiamo ottenute. Purtroppo mia moglie, Ahmad e Lina non ci sono riuscite.”

Khadijja si arrabbia quando guarda la sua carta di identità temporanea. Non le serve a niente. Non vede sua figlia Lamis, di 41 anni, che vive nel Regno Unito, da 20 anni. Nasser, di 38 anni, ha vissuto in Canada negli ultimi 5 anni. Ha anche dei fratelli a Dubai che spera di andare a trovare.

La madre dei cinque figli spera ancora di ottenere una carta di identità, ma nonostante abbia fatto diverse richieste alle autorità competenti a Ramallah nella Cisgiordania occupata, le è stato sempre detto che la decisione spetta agli israeliani.

Mi sembra di essere in prigione; non posso vedere i miei figli e i miei nipoti né celebrare Hajjj o Umrah. Quando mio figlio Nasser era a Gaza, stava per ottenere un lavoro in una banca, ma è stato escluso quando hanno saputo che non aveva una carta di identità”, ha raccontato Khadijja a The Electronic Intifada.

In trappola

Almeno Mahmoud Mufid Abdel-Hadi, di 40 anni, ha un lavoro. Benché non possegga una carta di identità palestinese, ha trovato impiego come project manager nel settore delle ONG. I suoi genitori avevano lasciato Gaza prima del 1967 per andare a lavorare negli Emirati Arabi Uniti, dove Mahmoud è nato, e la famiglia non ha potuto tornare facilmente dopo il 1967 e l’occupazione.

Il processo di pace e la creazione dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) hanno cambiato tutto per Abdul-Hadis, i Najjars e decine di migliaia di altri che sono tornati nei territori occupati negli anni ’90, dopo la firma degli Accordi di Oslo.

Mahmoud è tornato a Gaza con la sua famiglia nel 1998. Erano otto, ma solo due hanno ottenuto le carte di identità. Lui, i suoi genitori ottantenni e tre dei suoi fratelli sono tra i 5.000 palestinesi che aspettano di ottenerle.

Siamo vittime delle attuali circostanze politiche. Per quel che so, la pratica per la carta di identità è chiusa. Israele, che non fa che discriminare i palestinesi, non ha interesse ad aiutarci a Gaza. Purtroppo l’ANP, che è parte del negoziato, si è mostrata debole di fronte agli israeliani”, ha detto.

Ma Mahmoud ritiene i leader politici palestinesi di tutte le fazioni responsabili della mancata soluzione di questa questione con Israele.

Queste pratiche dovrebbero essere tra i principali elementi dei negoziati, accanto a questioni come quella dei prigionieri”, ha detto a The Electronic Intifada. “A Gaza Hamas ne porta la responsabilità in quanto fazione dominante.”

Si è dichiarato frustrato dal fatto che la questione delle carte di identità non è più prioritaria.

Siamo in una prigione a cielo aperto, condannati a vita. Senza documenti di identità non abbiamo potuto uscire da Gaza da quando siamo arrivati”, ha detto.

L’ultima parola

Il blocco è interamente causato dagli israeliani, ha detto Saleh al-Ziq, del Ministero per gli Affari Civili di Gaza.

Migliaia di palestinesi vivono attualmente a Gaza senza documenti di identità. Il ministero non ha ricevuto l’autorizzazione israeliana per emettere le loro carte di identità”, ha detto al-Ziq a The Electronic Intifada.

Le 5.000 persone in questione erano l’ultimo gruppo il cui status dei documenti di identità era in corso di trattativa quando Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, ha detto al-Ziq. Per la maggior parte si sono trasformati in permessi temporanei a fronte della domanda di ricongiungimento familiare. Quando le trattative sono state interrotte lo status di queste persone non è mai stato risolto.

In base agli accordi tra Israele e l’OLP degli anni ’90, Israele ha l’ultima parola sui documenti di identità. Mentre è l’ANP ad emettere le carte di identità, Israele emette i loro numeri, senza i quali esse non sono valide. Le informazioni contenute nelle carte sono scritte sia in arabo che in ebraico.

Purtroppo alle persone senza carta di identità sono negati i fondamentali diritti sociali e politici. Israele rifiuta di concedere le carte con il pretesto del dominio di Hamas sulla Striscia di Gaza. Non so quale forma di minaccia le carte di identità costituiscano per Israele.”, ha detto al-Ziq, aggiungendo di sperare che la questione possa risolversi presto.

Iman al-Sir, di 30 anni, è originaria di Jaffa. Disponendo solamente di un documento temporaneo, non si è mai sentita stabilizzata in Palestina, ha detto a The Electronic Intifada.

Iman è cresciuta nel campo profughi di Yarmouk a Damasco, ma è tornata a Gaza con sua madre nel 2012 a causa del conflitto in Siria. Suo nonno era stato espulso in Egitto ed è andato in Siria dopo la guerra del 1967, durante la quale aveva combattuto con gli eserciti arabi.

Fin dalla mia infanzia mio padre ci ha sempre parlato della Palestina e della nostra terra a Jaffa, da cui siamo stati sradicati. La prima volta che io ho visto un soldato israeliano è stato in televisione nel 2000.”

Ha detto che per molti anni, prima di poterlo fare realmente, aveva desiderato tornare a vivere in Palestina.

Tuttavia quando sono arrivata a Gaza ho scoperto che è l’occupazione israeliana che controlla la mia identità. Che razza di pace è questa? Come si può promuovere la pace con uno Stato che non riconosce la tua esistenza?”

Ha detto a The Electronic Intifada che se avesse saputo che sarebbe finita in una “prigione a cielo aperto”, avrebbe affrontato il pericoloso viaggio verso l’Europa, intrapreso da tanti rifugiati siriani.

Almeno in Europa non avrei mai dovuto provare l’esperienza dell’occupazione israeliana che decide se io sono o non sono palestinese”.

Ola Mousa è un’artista e scrittrice di Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’inviato dell’ONU incolpa i palestinesi della morte di un bambino di Gaza

Maureen Clare Murphy

25 Giugno 2020 – Electronic Intifada

Durante il suo discorso al Consiglio di sicurezza di mercoledì l’inviato delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente ha incolpato implicitamente i palestinesi della morte di un bambino di 8 mesi a Gaza.

“I palestinesi di Gaza, avendo vissuto assediati e sotto il controllo di Hamas per più di un decennio, sono particolarmente vulnerabili”, ha dichiarato l’inviato Nickolay Mladenov, omettendo di menzionare Israele in quanto responsabile dell’assedio.

“La fine del coordinamento civile non permetterà loro di ricevere cure salvavita”, ha aggiunto Mladenov, in riferimento al fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese sta riducendo i suoi rapporti con Israele in segno di protesta per il piano di quest’ultima di formalizzare l’annessione delle terre occupate della Cisgiordania.

“Un bambino di 8 mesi ha già perso la vita a causa di questa situazione”, ha detto Mladenov.

L’inviato dell’ONU si riferiva al caso di Omar Yaghi, un bambino con problemi cardiaci.

É morto il 18 giugno mentre la sua famiglia attendeva un permesso israeliano per recarsi fuori da Gaza per un intervento chirurgico.

“Ci deve assolutamente essere un limite quando si tratta della vita dei bambini!” ha detto l’indignato Mladenov, aggiungendo che l’ONU non può sostituire l’ANP nel suo ruolo di coordinamento con Israele.

Scaricando le colpe sui palestinesi, Mladenov esime Israele dai suoi obblighi legali.

Il diritto internazionale sostiene che Israele, in quanto potenza occupante, e non l’Autorità Nazionale Palestinese, è in ultima analisi responsabile del diritto alla salute dei palestinesi.

Paradigma fallito

L’errore nell’individuare i colpevoli compiuto da Mladenov non è sorprendente. Il suo ruolo di inviato delle Nazioni Unite è quello di applicare il paradigma fallito di una soluzione negoziata per due Stati invece di sostenere i diritti dei palestinesi.

Le sue osservazioni al Consiglio di sicurezza dell’ONU sull’annessione israeliana sono rivelatrici.

Invece di condannare l’annessione perché violerebbe i diritti dei palestinesi, Mladenov ha sottolineato che essa altererebbe potenzialmente “la natura delle relazioni israelo-palestinesi”. Ha anche detto che metterebbe a repentaglio “più di un quarto di secolo di sforzi internazionali a sostegno della possibilità di un futuro Stato palestinese”.

In altre parole, l’annessione israeliana sarebbe negativa perché minaccerebbe il paradigma dei due Stati, non perché allontanerebbe i palestinesi dalla loro terra e li sottoporrebbe a violazioni ancora più estreme dei loro diritti.

Nel frattempo, Mladenov non ha chiesto in maniera ferma la cessazione dell’assedio israeliano a Gaza.

Al contrario ha trattato i diritti più elementari dei palestinesi come oggetto di scambio all’interno della mediazione dei colloqui indiretti tra Israele e le autorità di Hamas a Gaza.

Invece di difendere i diritti umani dei palestinesi e sostenere il diritto internazionale, Mladenov ha dato la priorità alla conservazione dello status quo e alla ragion d’essere dell’Autorità Nazionale Palestinese, fungendo da braccio esecutivo dell’occupazione israeliana.

Nonostante la formulazione di Mladenov, è del tutto chiaro che quando si tratta di salute a Gaza la responsabilità ricada su Israele.

La scorsa settimana diverse organizzazioni per i diritti umani sono intervenute presso il Ministero della Difesa israeliano, invitandolo a consentire il trasferimento da Gaza “indipendentemente dal coordinamento con l’Autorità Nazionale Palestinese”.

Israele controlla i valichi lungo il suo confine con Gaza, hanno affermato le associazioni, e quindi la libertà di movimento dei palestinesi che vivono nel territorio.

“Quindi – hanno aggiunto – il diritto umanitario internazionale, le leggi sui diritti umani e il diritto israeliano assegnano ad Israele degli obblighi nei confronti di questa popolazione”.

Questa settimana iI Centro Palestinese per i Diritti Umani con sede a Gaza ha sottolineato che Israele è legalmente responsabile della protezione dei malati della Striscia di Gaza.

L’organizzazione ha invitato “la comunità internazionale a fare pressione sulle autorità israeliane … per garantire procedure adeguate e sicure” a favore dei pazienti di Gaza.

Il PCHR ha affermato che almeno 8.300 pazienti affetti da cancro sono danneggiati dalla sospensione del coordinamento sui viaggi.

Altre centinaia di pazienti “hanno bisogno di un intervento chirurgico urgente” che non è disponibile negli ospedali di Gaza, la cui efficacia è stata notevolmente ridotta dai 13 anni di assedio israeliano e dai successivi reati militari.

I medicinali e le forniture mediche sono cronicamente carenti, mentre negli ospedali mancano “le apparecchiature utilizzate per la radioterapia per i malati di cancro che le autorità israeliane hanno smesso di fornire alla Striscia di Gaza”.

“Israele è responsabile per i palestinesi”

Gli esperti sanitari hanno avvertito che il sistema medico di Gaza non sarebbe in grado di far fronte a un focolaio di COVID-19 nel territorio densamente popolato e impoverito.

“Le autorità israeliane [sono responsabili di] questo territorio anche per quanto concerne il diritto internazionale, quindi devono tenerlo sotto osservazione con grande cura”, ha detto recentemente a un giornale israeliano Yves Daccord, ex responsabile del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

“Israele è responsabile dei palestinesi”, ha sottolineato in relazione all’impatto economico delle restrizioni dovute alla pandemia.

Oltre al piccolo Omar a giugno, dopo soli due mesi di vita, è morta Joud al-Najjar mentre la sua famiglia attendeva il permesso da Israele per accedere al trattamento dell’epilessia.

Così come per un altro bambino di Gaza, Anwar Harb, affetto da una malattia cardiaca.

Sono le vittime di un’insistenza miope su un processo di pace inesistente e del voler privilegiare un’ipotetica soluzione dei due Stati rispetto ai diritti delle persone in carne ed ossa, vive e in pericolo di vita.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Annessione israeliana: se questa volta Abbas fa sul serio, i palestinesi dovrebbero appoggiare la reazione dell’ANP

Ghada Karmi

18 giugno 2020 – Middle East Eye

Se Israele procederà con la prevista annessione il presidente dell’ANP ha redatto una tabella di marcia per riportare la Cisgiordania occupata ai giorni pre-Oslo

Il mese scorso il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha tenuto un duro discorso a Ramallah, denunciando la prevista annessione di Israele e minacciando ritorsioni.

Abbas ha presentato un piano di ritorsioni, ma come nel caso del ragazzo che gridava al lupo, nessuno gli crederà fino a quando non accadrà davvero.

A prima vista, il piano non contiene molto che non sia già stato minacciato, ma che non è mai stato messo in pratica, nemmeno in momenti di gravi provocazioni, come nel 2017, quando Israele ha installato dei metal detector agli ingressi dell’area della moschea di al-Aqsa, o nel 2018, quando l’ambasciata americana fu trasferita a Gerusalemme in violazione del diritto internazionale. Questa volta sarà diverso?

Fine delle relazioni

C’è ragione di crederlo. Il piano di Abbas è più dettagliato delle minacce precedenti, e stabilisce le misure che riporterebbero la Cisgiordania occupata ai giorni precedenti [rispetto agli accordi di] Oslo se Israele procedesse con la progettata annessione.

Prima che nel 1993, con gli accordi di Oslo, fosse creata l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), era Israele, in quanto potenza occupante, ad essere responsabile del benessere quotidiano, dei servizi, degli stipendi e della polizia per la popolazione palestinese. Dopo Oslo, [Israele] è stato in grado di scaricare questi oneri sull’ANP, e questa è da allora la situazione. 

Il piano di Abbas prevede di porre fine a quegli accordi, interrompendo tutte le relazioni con Israele, compreso il coordinamento per la sicurezza, chiamandosi fuori da Oslo. Ciò potrebbe includere lo scioglimento dell’ANP, con il suo ruolo ridotto a funzioni civili come la gestione di scuole, ospedali e stazioni di polizia. La soluzione a due Stati, annientata dall’annessione israeliana, non sarebbe più un’opzione.

Ne dovrebbero seguire drastici tagli al bilancio dell’ANP, riducendo gli stipendi di migliaia di persone, impiegate nella sicurezza e altro. Il pagamento mensile di 105 milioni di dollari a Gaza verrebbe tagliato e il trasferimento delle tasse finora raccolte da Israele per conto della ANP si interromperebbe, causando gravi perdite finanziarie e forse addirittura la chiusura totale delle attività del governo.

In altri ambiti, l’ANP cesserebbe di pagare per le cure mediche dei palestinesi ricoverati negli ospedali israeliani. Le autorizzazioni per l’ingresso dei lavoratori palestinesi in Israele non verrebbero più trattate dall’ANP, che significherebbe la non ammissione e una conseguente perdita di redditi. I lavoratori disperati dovrebbero quindi richiedere i permessi direttamente all’amministrazione militare israeliana dei territori occupati.

Fine al coordinamento per la sicurezza

L’aspetto più significativo del piano, tuttavia, è la minaccia di porre fine al coordinamento per la sicurezza con Israele e gli Stati Uniti. Abbas questa volta sembra fare sul serio, e secondo fonti israeliane il processo è già iniziato.

Secondo quanto riferito, la CIA è stata informata dell’intenzione dell’Autorità Nazionale Palestinese che i suoi 30.000 agenti armati della polizia e dell’intelligence cessino di comunicare con le loro controparti israeliane e statunitensi già all’inizio del mese prossimo, essendo l’annessione prevista a partire dal 1 ° luglio. È stato riferito che le forze di sicurezza dell’ANP hanno iniziato a ritirarsi dall’area B, per la maggior parte controllata da Israele ma con un ruolo ridotto dell’ANP.

Se Abbas decide di continuare su questa strada, il prezzo per i palestinesi sarà alto: 80.000 impiegati dell’ANP – il 44 % di tutto il settore pubblico – che lavorano nel settore della sicurezza rimarranno senza stipendio, con tagli di bilancio di circa un terzo del totale delle uscite dell’ANP. La fine del coordinamento per la sicurezza sarà anche un duro colpo per Israele, che per decenni ha fatto affidamento sul subappalto all’ANP delle attività di polizia in Cisgiordania.

Il calcolo di Abbas è che sicuramente la violenza, premeditata o spontanea, sarà fomentata da queste difficoltà e inevitabilmente esploderà nella Cisgiordania occupata, costringendo Israele a controllare nuovamente la popolazione palestinese. Rimane senza risposta il dubbio se ciò accadrà veramente.

Hamas e molti all’interno di Fatah hanno manifestato il proprio appoggio al piano di Abbas, ma esso ha suscitato uno scarso interesse nella società civile palestinese nel suo complesso, che si ricorda di minacce simili in precedenza finite nel nulla. C’è una generale disillusione nei confronti della dirigenza palestinese, vista come incompetente e corrotta. Di conseguenza, nella stampa palestinese ci sono stati pochi commenti e analisi sul piano di Abbas.

Evitare il collasso

Il fatto che le precedenti minacce dell’ANP di porre fine alla cooperazione per la sicurezza con Israele siano state vane è comprensibile. Israele ha il controllo totale sul movimento di persone e beni all’interno dei territori occupati. Lo stesso Abbas deve chiedere il permesso a Israele per viaggiare e le competenze essenziali dell’ANP dipendono dall’autorizzazione di Israele. Senza di essa l’attività economica nella Cisgiordania occupata collasserebbe, paralizzando l’ANP.

Eppure Abbas non ha alternative. Se Israele procede all’annessione, ciò porrà fine alla ragione di esistere dell’ANP. L’Autorità è nata per costruire uno Stato palestinese; l’annessione renderebbe obsoleto questo progetto. In questo contesto la risposta dell’ANP è razionale e l’unico modo per salvare sé stessa dal crollo.

Questo triste ciclo di eventi risale ad Oslo, e prima di questo, all’inesplicabile autorizzazione concessa dal 1967 ad Israele dalla comunità internazionale di colonizzare i territori palestinesi e di imporre il controllo su ogni aspetto della vita dei palestinesi. In questo senso, l’ultima spinta verso l’annessione da parte di Israele non è una sorpresa – e il contro-progetto palestinese arriva semmai troppo tardi.

Ciò lascia aperta una serie di questioni fondamentali: come saranno affrontate le pesanti conseguenze per la popolazione? Che tipo di piano esiste per affrontare la risposta israeliana, che sarà brutale?

Anche con tutto questo, e nonostante tutte le sue lacune, il piano di Abbas merita che i palestinesi mettano da parte il loro scetticismo e lo appoggino, come dovrebbe fare chiunque sia solidale con loro.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ghada Karmi è un’ex-assegnista di ricerca all’Istituto per gli Studi Arabi e Islamici dell’università di Exeter. È nata a Gerusalemme ed è stata obbligata a lasciare la sua casa con la sua famiglia in seguito alla creazione di Israele nel 1948. La famiglia andò in Inghilterra, dove lei è cresciuta ed ha studiato. Per molti anni Karmi ha esercitato la professione medica lavorando come specialista nella cura di migranti e rifugiati. Dal 1999 al 2001 Karmi è stata membro del Royal Institute of International Affairs [Istituto Reale di Affari Internazionali], dove ha guidato un importante progetto sulla riconciliazione tra israeliani e palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rapporto OCHA del periodo 2 – 15 giugno

In Cisgiordania, a motivo della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate 70 strutture di proprietà palestinese, sfollando 90 persone e creando ripercussioni su almeno oltre 280.

Ciò rappresenta un aumento del 250% rispetto alla media settimanale di strutture prese di mira dall’inizio dell’anno (10). 61 delle strutture colpite erano situate in Area C, e 9 [delle 61] erano state fornite come assistenza umanitaria. Tra le aree più colpite c’è Massafer Yatta, nel sud di Hebron, dove le autorità israeliane hanno demolito 17 abitazioni, cisterne e strutture collegate al sostentamento. Questa zona è designata da Israele come “Zona di tiro” per le esercitazioni militari israeliane, ed i suoi 1.300 residenti devono affrontare un contesto coercitivo che li mette a rischio di trasferimento forzato. Nove delle 70 strutture colpite si trovavano a Gerusalemme Est; quattro di queste sono state demolite dai medesimi proprietari palestinesi, al fine di evitare oneri imposti dalla municipalità e possibili danni ad altre strutture adiacenti o ad effetti personali. Nel contesto della pandemia in corso, l’aumento delle demolizioni e degli sfollamenti desta serie preoccupazioni.

In Cisgiordania, 25 palestinesi, tra cui nove minori, sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane. Dei 25 feriti, 22 sono stati registrati durante le ormai consuete dimostrazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), tenute per protestare contro le restrizioni di accesso e l’espansione degli insediamenti. Dei tre rimanenti, uno è rimasto ferito nei pressi di Tubas, durante una protesta contro la prevista annessione ad Israele di parti della Cisgiordania, e due durante operazioni di ricerca-arresto svolte nel quartiere Al Isawiya di Gerusalemme Est e nella città di Qabatiya (Jenin). Rispetto alle cause delle lesioni, dodici dei feriti sono stati colpiti da proiettili di metallo rivestiti di gomma; dieci hanno inalato gas lacrimogeno (e sono stati sottoposti a trattamento medico); due sono stati aggrediti fisicamente ed uno è stato colpito da una bomboletta di gas lacrimogeno.

Durante il periodo in esame [2-15 giugno], le forze israeliane hanno effettuato 120 operazioni di ricerca-arresto, arrestando circa 190 palestinesi. Di queste operazioni, 28 sono state svolte a Gerusalemme Est, 26 nel governatorato di Hebron, 15 nel governatorato di Ramallah e le rimanenti in altre località della Cisgiordania.

Nella Striscia di Gaza, in aree adiacenti alla recinzione perimetrale israeliana ed al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in almeno 35 occasioni, presumibilmente per imporre le restrizioni di accesso. Non sono stati segnalati feriti. In altre cinque occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia, ad est di Gaza, Beit Lahiya, Jabaliya e Rafah ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

Un gruppo armato palestinese ha lanciato un missile verso Israele, a seguito del quale le forze israeliane hanno bombardato alcuni siti militari ed aree aperte vicine alla recinzione perimetrale. Questi attacchi reciproci non hanno causato feriti, ma i siti di Gaza bombardati hanno subito danni. Inoltre, per la prima volta dopo diversi mesi, da Gaza sono stati lanciati un certo numero di palloncini incendiari verso il sud di Israele; non sono stati segnalati danni.

L’uscita di pazienti palestinesi da Gaza attraverso il valico di Erez è pregiudicata dalla sospensione, attuata dall’Autorità Palestinese (PA), di ogni forma di coordinamento con le Autorità israeliane. Quest’ultima misura è stata adottata [dalla PA] in risposta all’intento di Israele di annettersi parti della Cisgiordania. A partire dal 21 maggio, l’Autorità Palestinese concorda con Israele solo l’uscita di casi eccezionali di pronto soccorso. In qualche caso, richieste di uscita di pazienti sono state inoltrate alle Autorità israeliane da Organizzazioni per i Diritti Umani. Dall’11 marzo, nel contesto delle restrizioni imposte per contenere la pandemia di COVID-19, il valico di Rafah con l’Egitto è stato completamente chiuso per chi voleva uscire da Gaza, compresi i pazienti.

Dieci palestinesi sono rimasti feriti e almeno 90 alberi di ulivo e dieci veicoli sono stati vandalizzati da aggressori ritenuti coloni israeliani [segue dettaglio]. Tra i feriti c’è una bambina di dieci anni che, nella Città Vecchia di Gerusalemme, spinta da un colono, è rimasta ferita ad un occhio. I rimanenti nove feriti palestinesi sono stati colpiti da pietre o malmenati in varie località: vicino agli insediamenti di Asfar (Hebron) e Homesh (Nablus); vicino alla Comunità di pastori di Khirbet Tana (Nablus), nella zona del Mar Morto e nell’Area (H2) controllata da Israele della città di Hebron. In quest’ultimo caso, ripreso da una telecamera, un soldato israeliano ha fermato l’aggressione, aiutando il palestinese a fuggire. In due episodi verificatisi nei villaggi di Burin (Nablus) e Kafr ad Dik (Salfit), coloni hanno dato fuoco o abbattuto almeno 90 alberi. Inoltre, nei villaggi di Jamma’in, As Sawiya e Lifjim (tutti a Nablus), Al Mughayyir (Ramallah) e Kifl Hares (Salfit), nonché in Area H2 di Hebron, aggressori (si presume si tratti di coloni) hanno vandalizzato veicoli, tende e strutture idriche. In altri sei casi, coloni hanno pascolato le loro pecore su terreni appartenenti agli agricoltori della Comunità di Qawawis (Hebron), danneggiando almeno 2 ettari di colture stagionali.

Secondo una ONG israeliana, tre israeliani sono rimasti feriti e 17 veicoli hanno subito danni a seguito del lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani che percorrevano strade della Cisgiordania.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Il piano di annessione israeliano pregiudicherà la normalizzazione arabo-israeliana?

Yousef Alhelou

17 giugno 2020 – Middle East Monitor

La posizione adottata dagli Stati Arabi sul piano israeliano di annettere dal prossimo mese aree della Cisgiordania occupata, compresa la Valle del Giordano, può essere scomposta in linea di massima in tre orientamenti: i Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrain, Qatar, Marocco ed Egitto offrono un esplicito sostegno all’ “accordo del secolo” degli Stati Uniti, che comprende l’annessione e lo scambio di territori; alcuni Paesi, come Palestina, Giordania, Algeria, Iraq e Tunisia respingono totalmente il piano; e altri hanno delle riserve e non hanno espresso un parere in un senso o nell’altro.

L’annessione implica il controllo della terra e il trasferimento degli attuali abitanti. In Palestina, si tratta di una continuazione della pulizia etnica israeliana dei territori iniziata nel 1948 che non sarebbe nemmeno all’ordine del giorno senza il sostegno degli Stati Uniti. L’attuale amministrazione di Washington guidata dal presidente Donald Trump ha già riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, ha spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv alla Città Santa e ha affermato che gli insediamenti israeliani costruiti sulla terra palestinese “non necessariamente” sarebbero illegali. Ha anche bloccato tutti gli aiuti statunitensi ai palestinesi.

Tuttavia, con una mossa insolita, l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Yousef Al-Otaiba, ha scritto un commento su Yedioth Ahronoth, il più diffuso quotidiano in lingua ebraica d’ Israele. “Annessione o Normalizzazione” si rivolge principalmente all’ala destra israeliana e invia un velato avvertimento ai funzionari e all’opinione pubblica in generale. Ha anche twittato un video in inglese per enfatizzare il suo messaggio. Al-Otaiba ha messo in guardia contro la prospettiva dell’annessione e ha menzionato le sue probabili conseguenze. L’ambasciatore desidera proteggere la normalizzazione formale dei legami con Israele, legami diplomatici, economici, culturali e sulla sicurezza.

Mentre i critici affermano che il suo messaggio è più un consiglio amichevole che un avvertimento formale, altri credono che Al-Otaiba stia cercando di salvare la faccia dopo che gli Emirati Arabi Uniti si sono viste respinte due diverse spedizioni di aiuti medici per i palestinesi perché non si sarebbero coordinati in anticipo con l’Autorità Nazionale Palestinese. Inoltre, gli Emirati Arabi Uniti ospitano anche l’ex funzionario di Fatah Mohammed Dahlan, espulso dal movimento da Mahmoud Abbas. Tuttavia, gli Emirati Arabi Uniti rimangono un grande sostenitore dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA) che fornisce i beni di prima necessità a milioni di rifugiati palestinesi.

È chiaro che qualsiasi instabilità che facesse seguito all’annessione potrebbe ravvivare nella coscienza araba lo spirito della lotta armata in tutta la regione. Se esplodesse, in aperta solidarietà con i palestinesi oppressi, la rabbia popolare, potrebbe anche danneggiare i rapporti diplomatici in fase di sviluppo, mettendo a repentaglio la piena e pubblica normalizzazione dei legami tra gli Stati arabi e Israele.

L’Iran e i suoi alleati nello Yemen, nel Libano meridionale e a Gaza non possono essere ignorati, poiché Teheran è il nemico comune di Israele e di alcuni Stati musulmani sunniti. Qualsiasi destabilizzazione dello status quo in Cisgiordania o Gerusalemme potrebbe incoraggiare la mobilitazione di gruppi filo-iraniani e attacchi contro obiettivi nel Golfo. La Turchia, nel frattempo, potrebbe sostituire il sostegno arabo alla legittima causa palestinese e fornire sostegno finanziario a coloro che vivono sotto l’occupazione militare di Israele. Inoltre, le industrie petrolifere e del turismo potrebbero soffrirne se, ad esempio, gli Houthi filo iraniani cercassero di vendicarsi contro la coalizione araba guidata dai sauditi che combattono nello Yemen e sostengono i palestinesi e i loro diritti. Hamas e altri gruppi di resistenza palestinese hanno anche avvertito delle gravi conseguenze se l’annessione dovesse procedere. Tutte le opzioni, a quanto pare, sono sul tavolo.

Quando a gennaio Trump ha annunciato i dettagli del suo “piano di pace”, gli ambasciatori degli Emirati Arabi Uniti, del Bahrain e dell’Oman si trovavano alla Casa Bianca in piedi accanto al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu . Trump li ha ringraziati per il loro supporto. Nessun funzionario palestinese era presente. L'”accordo” è stato una pugnalata alle spalle; un piano pro-Israele; un matrimonio forzato della “sposa” israeliana con un “sposo” palestinese riluttante. Gli stati arabi intenzionati a normalizzare i legami con Israele hanno bisogno di pace e coesistenza tra palestinesi e israeliani, per porre fine alla loro imbarazzante diplomazia sotto copertura e consentire loro di avere un rapporto economico aperto con lo Stato occupante.

Sorprendentemente, gli unici due Paesi arabi che hanno firmato trattati di pace con Israele – Egitto e Giordania, rispettivamente nel 1979 e nel 1994 – non hanno partecipato alla cerimonia della Casa Bianca. Entrambi hanno intense relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese e condividono più o meno la stessa visione su come porre fine al conflitto Israele-Palestina: piena normalizzazione in cambio della fine dell’occupazione militare israeliana in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme, e un ritorno ai confini del 1967. Questa è la base dell’iniziativa di pace araba approvata dalla Lega araba nel 2002 al suo vertice di Beirut.

Gli accordi di Oslo firmati nel 1993 dovevano portare alla costituzione di uno Stato palestinese entro cinque anni. Quasi tre decenni dopo centinaia di migliaia di coloni ebrei vivono in enormi blocchi di insediamenti costruiti da Israele nonostante gli Accordi. Ancora altri territori palestinesi sono stati rubati per costruire il muro dell’apartheid lungo 708 chilometri che si snoda lungo il confine della Cisgiordania [in prevalenza il muro si trova nel territorio cisgiordano, n.d.tr.]; ci sono più di 600 posti di blocco militari fissi e mobili; e le comunità palestinesi sono state isolate, creando bantustan separati. Inoltre, le case e gli altri edifici palestinesi vengono regolarmente demoliti dagli israeliani e i palestinesi nativi di Gerusalemme si vedono revocare i loro permessi di residenza mentre la giudaizzazione della Città Santa continua. Sotto i governi consecutivi di estrema destra di Netanyahu, la più estremista della storia di Israele, Israele ha fatto fuori la cosiddetta “soluzione a due Stati”.

La Giordania ha respinto il piano di annessione perché la valle del Giordano occupata si estende lungo il confine del Regno Hascemita [la dinastia hashemita, fondata nel 1916, dominò prima nel igiāz (regione comprendente La Mecca e Medina) in Arabia, poi in Iraq e Transgiordania, e infine nel Regno hashemita di Giordania, n.d.tr.] L’area costituisce circa il 30% della Cisgiordania, con una popolazione di circa 65.000 palestinesi e 11.000 coloni illegali. In realtà, Israele ha quasi il controllo totale di quello che è già di fatto un territorio annesso.

Tutto ciò suggerisce che l’avvertimento di Al-Otaiba potrebbe essere ascoltato, perché Netanyahu non vorrà perdere alleati nel mondo arabo, non ultimi nuovi amici come il Sudan, nel caso che la situazione si dovesse deteriorare nei territori palestinesi occupati. Il leader israeliano è il più consapevole di tutti del fatto che il presidente dell’ANP Abbas ha annunciato il mese scorso che sta ponendo fine a tutti gli accordi con Israele e gli Stati Uniti, inclusa la cooperazione in materia di sicurezza con le forze di occupazione.

È vero che la causa palestinese è diventata un grattacapo per alcuni regimi arabi, in particolare nel Golfo, ma per altri è ancora la “questione centrale” che unisce tutti gli arabi e i musulmani. Senza una giusta soluzione in Palestina, non ci sarà mai stabilità in Medio Oriente. Sebbene l’ANP sotto Abbas sia accusata di aver aperto per prima le porte alla normalizzazione, i palestinesi insistono sul fatto che i legami con Israele non devono procedere a spese del popolo palestinese che ha lottato per decenni per la libertà e l’autodeterminazione .

Israele ha investito molto nella normalizzazione dei legami con gli Stati del Golfo. Sono stati fatti molti incontri reciproci segreti e sono state utilizzate molte applicazioni di social media per colmare le lacune culturali e politiche esistenti, nell’incoraggiare gli arabi del Golfo a rivoltarsi contro i palestinesi demonizzandoli come ostacolo alla pace con Israele.

Al momento, tuttavia, tutto ciò che conta per Netanyahu è la luce verde di Trump. È stato in grado di mettere insieme un governo di “unità” che condivide il potere e rimanere al potere significa tutto per lui. L’annessione faceva parte della sua campagna elettorale ed è tempo di adempiere al suo impegno. Le posizioni palestinesi e arabe non gli interessano molto, ma è un politico esperto e scaltro, che prenderà in considerazione i pro e i contro con attenzione.

Il velato avvertimento del capo ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Al-Otaiba, sarà sufficiente per fermare o ritardare il piano di annessione? O Israele andrà avanti a prescindere e quindi pregiudicherà la normalizzazione con gli Stati arabi che temono disordini popolari nei loro paesi? Solo il tempo lo dirà, ma ci sono rischi per tutti i soggetti coinvolti, in particolare per i palestinesi, indipendentemente dal modo in cui si guardi la cosa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




La pandemia da coronavirus e il fallimento della strategia di disimpegno dell’ANP

Ihab Maharmeh

16 giugno 2020 – Al Jazeera

È tempo che l’Autorità Nazionale Palestinese adotti una strategia radicalmente nuova

Lo scorso anno, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito il suo impegno ad annettere parti della Cisgiordania occupata e l’amministrazione USA ha insistito sull’unilaterale “accordo del secolo”, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è arrabattata per mettere insieme una nuova strategia politica.

Nell’aprile 2019 il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, nominato da poco, ha annunciato che il governo avrebbe proceduto con un “disimpegno economico” dall’occupazione. Durante l’estate alcuni politici palestinesi hanno continuato a parlare di questa nuova strategia e in settembre l’ANP finalmente ha preso l’iniziativa, dichiarando che avrebbe posto fine alle importazioni dirette di bovini da Israele.

Nei mesi successivi i tentativi del governo dell’ANP di mettere in atto questa strategia ha dato come risultato una piccola guerra commerciale con Israele, terminata repentinamente in marzo quando le autorità palestinesi hanno dovuto affrontare la prospettiva di una grave epidemia del nuovo coronavirus.

La pandemia è subito diventata la prova decisiva della nuova strategia, sgretolatasi quando l’ANP si è cimentata nel controllo della diffusione della malattia e nella gestione dell’economia palestinese già in difficoltà. Dato che le ultime dichiarazioni del presidente palestinese Mahmoud Abbas riguardo alla fine degli accordi e del coordinamento per la sicurezza con Israele dimostrano ancora una volta di essere una vuota minaccia, è tempo che la dirigenza palestinese cambi radicalmente la sua strategia.

La “strategia del disimpegno”

Per anni l’idea di un “disimpegno economico” da Israele è circolata nei circoli politici palestinesi. Nel passato ci sono stati anche tentativi di imporre vari boicottaggi sui prodotti israeliani che non hanno avuto alcun successo.

Quando gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo le rivendicazioni israeliane sulla città, e inquietanti particolari dell’“accordo del secolo” dell’amministrazione Trump sono stati resi noti, è ricomparsa l’idea di un disimpegno palestinese.

Quando nell’aprile 2019 è entrato in carica, Shtayyeh ne ha fatto una priorità del suo nuovo governo. Il primo ministro palestinese ha parlato di rafforzare l’indipendenza economica palestinese promuovendo la produzione locale, le esportazioni e le importazioni dirette dall’estero e incoraggiando i palestinesi che lavorano in Israele a cercare piuttosto lavoro nei territori palestinesi.

Ha anche affermato che il suo governo avrebbe perseguito una strategia di “sviluppo a grappolo”, stimolando alcuni settori economici nelle diverse regioni: agricoltura a Jenin, industria a Nablus, turismo a Betlemme e fornitura di servizi medici nella Gerusalemme est occupata.

La strategia si basava sul fatto che l’ANP continuasse a ricevere gli introiti fiscali che, secondo il protocollo di Parigi del 1994, vengono raccolti per suo conto dalle autorità israeliane. Tuttavia negli ultimi 25 anni Israele ha regolarmente trattenuto parte delle risorse fiscali del governo palestinese con vari pretesti, compreso, più di recente, che l’ANP sta pagando sussidi alle famiglie di prigionieri politici palestinesi che gli israeliani considerano “terroristi”.

Trattenere questi fondi è solo una delle molte tattiche coercitive a disposizione del governo israeliano per contrastare qualunque politica palestinese ritenga minacci i suoi interessi economico-politici. E quello che è successo dopo il bando palestinese sull’importazione di bestiame l’ha illustrato alla perfezione.

Nel gennaio 2020 il governo israeliano ha emanato un bando sull’importazione di prodotti agricoli palestinesi. All’inizio di febbraio l’ANP ha vietato l’importazione di alcuni prodotti israeliani, a cui gli israeliani hanno risposto impedendo a quelli palestinesi di attraversare il territorio israeliano per l’esportazione in Giordania.

Due settimane dopo, quando si è profilata un’epidemia di COVID-19 che minacciava la già disastrata economia palestinese, l’ANP ha ceduto ed ha tolto il bando sui prodotti israeliani. La dirigenza palestinese ha affermato di aver raggiunto un accordo con gli israeliani per l’importazione di bestiame direttamente dal mercato internazionale attraverso Israele.

L’annuncio è stato fatto solo un giorno prima che Israele dichiarasse ufficialmente di aver registrato il primo caso di COVID-19. La diffusione del virus nei territori palestinesi occupati era solo questione di tempo. Il 5 marzo l’ANP ha annunciato il suo primo test positivo al COVID-19 ed ha decretato lo stato d’emergenza di un mese.

La pandemia di coronavirus non ha solo accelerato la fine dei tentativi palestinesi di mettere in pratica il “disimpegno economico”, ma ha anche dimostrato proprio quanto impotente sia l’ANP nel prendere una qualunque decisione importante riguardo al popolo palestinese, persino quando si tratti di salute pubblica.

Il fallimento dell’ANP nel combattere il COVID-19

Dall’inizio di marzo l’ANP ha cercato di mettere in atto una serie di misure per arginare la diffusione del nuovo coronavirus. Fin da subito è risultato chiaro che il contagio si sarebbe esteso da Israele ai lavoratori palestinesi che lavorano nelle città israeliane e nelle colonie illegali. Ciò è stato confermato in seguito dalle statistiche: in aprile il 79% dei casi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza era dovuto a lavoratori in Israele o a loro familiari.

Così, il 17 marzo Shtayyeh ha annunciato che gli spostamenti tra il territorio israeliano e quello palestinese sarebbero stati interrotti e che, se volevano continuare a lavorare, i lavoratori avrebbero avuto tre giorni per trovarsi una sistemazione in territorio israeliano.

Dopo una settimana, e dopo che molti lavoratori malati sono stati maltrattati dalle autorità israeliane, Shtayyeh ha chiesto ai palestinesi di lasciare il proprio lavoro in Israele e di rimanere a casa, in quanto correvano il serio rischio di contrarre il virus. Ciò ha minacciato l’economia israeliana, soprattutto nel settore dell’edilizia, per cui il governo israeliano ha agito rapidamente ed ha iniziato a concedere permessi ai palestinesi perché rimanessero in territorio israeliano.

L’ANP voleva che le autorità israeliane iniziassero a fare controlli medici sui lavoratori palestinesi, ma gli è stato rifiutato. Quindi il movimento dei palestinesi dentro e fuori Israele è continuato, vanificando gli sforzi del governo palestinese di frenare la diffusione del virus.

L’ANP ha anche cercato di combattere la diffusione del virus nelle aree B e C della Cisgiordania occupata, che sono sotto diretto controllo della sicurezza israeliana. Shtayyeh ha chiesto alle comunità locali di formare commissioni d’emergenza e di impegnarsi nell’erogazione di servizi sanitari e di sicurezza in quelle zone.

Ma le forze di occupazione israeliane hanno sistematicamente minato questi tentativi. Hanno attaccato le barriere palestinesi predisposte dalle comunità locali agli ingressi dei loro villaggi per controllare il passaggio dei lavoratori palestinesi di ritorno a casa da Israele.

Le autorità di occupazione hanno anche sabotato i tentativi di funzionari palestinesi che cercavano di mettere in atto misure preventive nelle cittadine e nei quartieri palestinesi all’interno dei confini amministrativi della Gerusalemme est occupata.

Il 3 aprile le autorità di occupazione hanno arrestato il ministro degli Affari di Gerusalemme, Fadi al-Hadami, per attività “illegali”. Due giorni dopo hanno arrestato anche Adnan Ghaith, il governatore di Gerusalemme dell’ANP. Entrambi erano impegnati nella lotta contro l’epidemia.

Inoltre Israele ha negato al governo palestinese il permesso di operare a Gerusalemme e di testare i palestinesi al virus.

É tempo di una nuova strategia

Il 19 maggio, in risposta al piano israeliano per annettere parti della Cisgiordania in luglio e al tacito consenso degli USA a questo proposito, Abbas ha dichiarato “nullo” ogni accordo con Israele e gli USA. Ciò è avvenuto circa un anno dopo che aveva annunciato la sospensione di ogni accordo con Israele.

Il presidente ha affermato che quest’ultima dichiarazione mette fine alla cooperazione per la sicurezza con le forze israeliane e trasferisce ogni responsabilità per i territori palestinesi occupati al governo israeliano. Ma l’annuncio era scarso di dettagli e finora non sembra aver dato come risultato alcun mutamento significativo nei rapporti con Israele.

Di fatto alcuni politici palestinesi hanno inviato messaggi per rassicurare Israele che i servizi di sicurezza palestinesi continueranno il proprio lavoro nel bloccare ogni forma di resistenza contro Israele in Cisgiordania. Sembra che questa sarà l’ennesima delle decine di dichiarazioni dell’ANP sull’interruzione del coordinamento per la sicurezza con Israele che non hanno comportato nessuna seria azione.

É davvero incomprensibile perché l’ANP continui ad insistere nell’utilizzare lo stesso strumentario di misure inefficaci che, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, non ha bloccato la costante colonizzazione israeliana della terra palestinese né lo sfruttamento delle risorse palestinesi. Con l’imminente annessione di fino al 30% della Cisgiordania in luglio, è ormai il momento per l’ANP di abbandonare questi triti tatticismi.

La dirigenza palestinese deve smettere di parlare di uno Stato palestinese sui confini del 1967 e ammettere che la Palestina storica è governata da un sistema di apartheid. Ciò aprirebbe la strada all’estensione della resistenza contro il colonialismo e l’oppressione israeliani per tutti i palestinesi all’interno e fuori dalla Palestina.

Nella Palestina storica definire Israele una potenza che pratica l’apartheid consentirebbe a tutti i palestinesi (quelli che vivono in Cisgiordania, a Gaza e nelle terre occupate nel 1948) di intraprendere una resistenza decentralizzata contro l’apartheid utilizzando ogni possibile strategia e strumento. Anche la dirigenza palestinese ne farebbe parte.

Fuori dalla Palestina riconoscere l’apartheid aiuterebbe i palestinesi della diaspora a convincere la comunità internazionale ad accettare la lotta dei palestinesi in quanto lotta contro l’apartheid e il razzismo.

In questo modo i palestinesi passeranno dal sogno irraggiungibile dei due Stati alla realtà della resistenza contro l’apartheid e ciò aiuterà ad attirare il supporto di chiunque nel mondo creda nella giustizia, nell’uguaglianza e nella libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ihab Maharmeh è un ricercatore presso il Centro Arabo per la Ricerca e gli Studi Politici.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Corte Penale Internazionale (CPI) continuerà a investigare i crimini di guerra israeliani nonostante gli accordi di Oslo

9 giugno 2020 – Palestine Chronicle

Il pubblico ministero Fatou Bensouda della Corte Penale Internazionale (CPI) ha annunciato ieri che continuerà le sue indagini sulle politiche di Israele relative ai palestinesi, nonostante l’ininterrotta applicazione degli accordi di Oslo del 1993, 

Questa dichiarazione è la risposta alla richiesta, presentata il 27 maggio, della Camera per il processo preliminare del CPI di chiarire l’attuale situazione degli accordi di Oslo e del loro impatto sull’inchiesta sui crimini di guerra israeliani.

Alcuni hanno messo in dubbio se la Corte internazionale possa investigare tali crimini dato che gli accordi di Oslo prevedono che Israele abbia la giurisdizione in materia penale nella Cisgiordania occupata, dimostrando così che non esiste lo Stato di Palestina e che quindi essa non possa presentare il caso alla CPI, come spiega il Jerusalem Post.

L’ANP ha detto che non sarebbe più legata dagli accordi di Oslo nel caso Israele procedesse il mese prossimo con la pianificata annessione della Cisgiordania occupata.

Bensouda ha espresso un’ulteriore preoccupazione circa l’impatto dell’annessione israeliana e ha affermato che una tale mossa da parte di Israele non avrebbe valore legale.

Se Israele procede con l’annessione, una violazione sostanziale degli accordi fra le due parti, si annullerebbero di conseguenza ciò che resta degli accordi di Oslo e tutti gli altri patti,” ha detto Riyad Al-Maliki, il ministro degli esteri palestinese.

Lo Stato di Palestina continuerà a cooperare con le istituzioni di diritto internazionale, inclusa la CPI, per combattere i crimini e punire chi commette gravi delitti contro i palestinesi per ottenere giustizia,” ha aggiunto Maliki.

Israele ha tempo fino al 24 giugno per rispondere alle osservazioni del pubblico ministero, ma, secondo il Jerusalem Post, potrebbe scegliere di non farlo per non dare legittimità alla CPI.

In dicembre l’ufficio del procuratore della CPI ha terminato un’inchiesta preliminare durata cinque anni sulla “situazione nello Stato di Palestina”, concludendo che ci sono fondati motivi per credere che nella Cisgiordania occupata siano stati o siano ancora commessi crimini di guerra.

Il 30 aprile, Fatou Bensouda, procuratrice capo della CPI, ha ripetuto che la Palestina è uno Stato e perciò la Corte ha giurisdizione legale per pronunciarsi su presunti crimini di guerra là commessi.

La dichiarazione è stata una risposta decisa all’intensa pressione esercitata da Israele e dai suoi sostenitori, specialmente la Germania, per delegittimare del tutto il procedimento nel suo complesso.

Comunque, la palla è ora alla Camera per il processo preliminare della CPI, da cui nelle prossime settimane si attende una risposta sui dubbi circa la giurisdizione.

(traduzione di Mirella Alessio)