“Accuse infondate”: l’UE ripristina i finanziamenti alle ONG palestinesi

A cura della redazione di Al Jazeera

30 giugno 2022 – Aljazeera

L’anno scorso la Commissione Europea aveva sospeso i finanziamenti per due organizzazioni palestinesi per i diritti umani a causa delle accuse israeliane di “terrorismo”.

Ramallah, Cisgiordania occupata – L’Unione Europea (UE) ha riferito a due importanti ONG palestinesi che riprenderà a finanziarle dopo una sospensione di un anno legata ad accuse infondate di terrorismo” avanzate da Israele.

La Commissione Europea, il ramo esecutivo dell’UE, ha inviato alcuni giorni fa delle lettere ad Al-Haq e al Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) informandoli che le loro sospensioni di 13 mesi sono state revocate incondizionatamente e con effetto immediato.

La Commissione ha citato i risultati di una revisione condotta dall’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) dell’UE, che ha affermato che “non ha riscontrato sospetti di irregolarità e/o frode” e “non ha trovato motivi sufficienti per aprire un’indagine”.

Secondo le informazioni fornite ad Al Jazeera, le e-mail sono state inviate subito dopo l’avvio da parte di Al-Haq di un’azione legale contro la Commissione.

Giovedì Al-Haq ha dichiarato che più di 13 mesi dopo l’imposizione di una sospensione arbitraria al finanziamento del progetto a favore di Al-Haq con sovvenzioni della UE, la Commissione ha “finalmente revocato questa sospensione vergognosa, illegittima fin dall’inizio e basata sulla propaganda e la disinformazione israeliane”.

“La sospensione è stata revocata incondizionatamente e con effetto immediato”, afferma Al-Haq.

Per decenni Al-Haq si è impegnata nel proteggere i diritti del popolo palestinese dalle violazioni della giustizia internazionale commesse da Israele e da altri responsabili. La sospensione ha rappresentato un’altra violazione. Continueremo a promuovere la responsabilizzazione e a difendere lo stato di diritto”, aggiunge l’organizzazione.

“Nella nostra interazione con la Commissione, abbiamo richiesto assicurazioni in merito all’impegno della Commissione di portare avanti il resto del progetto in buona fede, escludendo qualsiasi ulteriore interruzione di natura politica basata su accuse diffamatorie contro Al-Haq”.

L’UE ha sospeso i suoi finanziamenti ad Al-Haq e PCHR nel maggio 2021.

Quel mese, i diplomatici europei avevano ricevuto un dossier riservato dell’intelligence israeliana in cui si affermava che sei importanti ONG con sede in Palestina, tra cui Al-Haq, stavano usando i soldi dell’UE per finanziare il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) [organizzazione politica e militare palestinese di orientamento socialista, ndt.].

Contemporaneamente la Commissione ha sospeso i suoi finanziamenti al PCHR nonostante non fosse tra le sei ONG menzionate.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2021, Israele ha dichiarato illegali le sei organizzazioni, con il pretesto dell’affiliazione al partito politico FPLP, il cui braccio armato è stato attivo tempo fa, durante la seconda Intifada all’inizio degli anni 2000 [la rivolta palestinese esplosa il 28 settembre del 2000 come reazione a una visita provocatoria dell’allora capo del Likud Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, ndt.] quando effettuò degli attacchi contro obiettivi israeliani.

La designazione [di illegalità, ndr.] è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale e dai gruppi per i diritti umani in quanto ingiustificata” e infondata”.

Nessuna prova è stata fornita dal governo israeliano a sostegno delle sue affermazioni riguardanti le sei organizzazioni.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha descritto la decisione come un “attacco contro i difensori dei diritti umani, le libertà di associazione, opinione ed espressione e il diritto alla partecipazione pubblica” e ha affermato che “dovrebbe essere immediatamente revocata”.

L’udienza

A seguito dell’impegno di Al-Haq di indagare sulla natura giuridica della sospensione, l’organizzazione ha avviato un procedimento legale contro la Commissione a Bruxelles.

La prima udienza è stata fissata per il 4 luglio 2022.

Al-Haq ha informato Al Jazeera che, nonostante la revoca della sospensione, l’organizzazione proseguirà con i procedimenti legali, per danni alla reputazione e garanzie di fiducia per il futuro.

“Il fatto che [Al-Haq] sia stata sospettata di finanziamento del terrorismo per oltre un anno sulla base di informazioni prive di basi oggettive è di per sé dannoso per la sua reputazione”, si legge nella citazione, aggiungendo che l’UE “ha violato i suoi obblighi contrattuali”.

Il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, ha dichiarato giovedì di non aver mai avuto dubbi sul fatto che la Commissione avrebbe revocato la sospensione.

“Sapevamo che la sospensione, come la designazione da parte di Israele di Al-Haq e di altre organizzazioni della società civile palestinese, non aveva basi legali e fattuali”, ha affermato Jabarin in una nota.

La voce della ragione e della logica ha prevalso dopo una lunga attesa. Siamo lieti di vedere la Commissione ritirare le sue decisioni dannose e tornare nella giusta direzione per sostenere la società civile e i diritti umani”, dice Jabarin.

Siamo preoccupati che la sospensione possa essere stata intenzionale, al fine di danneggiare la nostra immagine e reputazione. Tuttavia, il nostro legittimo lavoro di documentazione delle violazioni dei diritti umani, di sensibilizzazione pubblica e politica e di promozione della responsabilità continuerà”, aggiunge.

“Consideriamo la revoca della sospensione una vittoria per Al-Haq e per la società civile palestinese in generale, nell’ambito del nostro continuo impegno nel difendere le leggi internazionali e i diritti umani e nel perseguire gli autori di gravi violazioni”.

Le organizzazioni della società civile, che ottengono la maggior parte dei loro finanziamenti dai Paesi donatori, sono un pilastro fondamentale dello sviluppo sociale ed economico dei palestinesi che vivono nei territori occupati dal 1967.

Le ONG con sede in Palestina o che lavorano per i diritti dei palestinesi sono state a lungo oggetto di campagne denigratorie, diffamatorie e volte all’interruzione dei finanziamenti da parte di organizzazioni di interesse israeliane e internazionali come ONG Monitor e UK Lawyers for Israel, in collaborazione con il governo israeliano, con il quale hanno stretti rapporti.

Dal 1967 Israele ha bandito (PDF) più di 400 organizzazioni locali e internazionali come “ostili” o “illegali”, inclusi tutti i principali partiti politici palestinesi, come il partito Fatah al governo dell’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui Israele ha firmato gli Accordi di Oslo [serie di accordi politici conclusi il 20 agosto 1993 che hanno portato all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese con il compito di autogovernare, in modo limitato, parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza e hanno riconosciuto l’OLP come partner di Israele nei negoziati sulle questioni in sospeso, ndr.] nel 1993.

La designazione [di organizzazioni “ostili” o “illegali”, ndt.] “autorizza le autorità israeliane a chiudere i loro uffici, sequestrare i loro beni e arrestare e incarcerare i membri del personale, e vieta di finanziare o anche esprimere pubblicamente sostegno per le loro attività”, secondo una dichiarazione dell’ottobre 2021 delle organizzazioni per i diritti umani Human Rights Watch e Amnesty International.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il New York Times afferma che “molto probabilmente” forze israeliane hanno sparato a Shireen Abu Akleh.

Redazione di Al Jazeera

20 giugno 2022 – Al Jazeera

Un rapporto del New York Times si aggiunge al crescente numero di indagini che puntano il dito contro Israele per l’uccisione della giornalista di Al Jazeera.

Un’inchiesta del New York Times ha concluso che “molto probabilmente” un soldato israeliano ha colpito a morte la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, aggiungendosi a un crescente numero di indagini indipendenti che sono arrivati alla conclusione che l’inviata palestinese con cittadinanza americana è stata uccisa da forze israeliane.

Il rapporto del New York Times pubblicato lunedì [20 giugno] afferma che nessun uomo armato palestinese si trovava vicino a Abu Akleh quando è stata uccisa nella Cisgiordania occupata, smentendo la prima versione israeliana che incolpava i palestinesi per l’incidente.

L’indagine si basa sulle immagini video disponibili, su testimonianze dirette e su un’analisi acustica dei proiettili sparati nel momento in cui Abu Akleh è stata uccisa.

Un’inchiesta durata un mese del New York Times ha trovato che il proiettile che ha ucciso Abu Akleh è stato sparato più o meno dal luogo in cui si trovava il convoglio militare israeliano, molto probabilmente da un soldato di un’unità d’élite,” afferma il rapporto.

L’uccisione di Abu Akleh l’11 maggio ha suscitato l’indignazione internazionale e invoca la condanna delle aggressioni contro i giornalisti. La giornalista uccisa informava su avvenimenti e attacchi israeliani nei territori palestinesi occupati da 25 anni ed era diventata un volto familiare in tutto il mondo arabo.

È stata uccisa mentre indossava il giubbotto antiproiettile della stampa che la indicava chiaramente come giornalista, mentre stava per informare su un’incursione israeliana nella città cisgiordana di Jenin.

In precedenza inchieste del Washington Post, dell’Associated Press e dell’organizzazione di specialisti Bellingcat [gruppo di giornalisti investigativi con sede in Olanda, ndt.] erano arrivate alla conclusione che probabilmente Abu Akleh è stata uccisa dalle forze israeliane. Il mese scorso un’inchiesta della CNN [emittente televisiva di notizie statunitense, ndt.] ha affermato che le prove suggeriscono che l’esperta giornalista è stata uccisa in un “attacco mirato delle forze israeliane”.

Anche un’indagine dell’Autorità Nazionale Palestinese ha rilevato che Abu Akleh è stata deliberatamente colpita da forze israeliane.

La scorsa settimana Al Jazeera ha ottenuto un’immagine del proiettile che ha ucciso Abu Akleh estratto dal suo cranio. Secondo esperti di balistica e medici legali la pallottola era in grado di perforare una protezione blindata e viene utilizzata nei fucili M4, in dotazione all’esercito israeliano. Secondo gli esperti il proiettile è stato prodotto negli Stati Uniti.

La rete multimediale Al Jazeera ha accusato le forze israeliane di aver assassinato la giornalista “a sangue freddo”.

Israele, che ha ripetutamente cambiato la sua versione su come Abu Akleh è stata uccisa e la sua posizione riguardo all’indagine, ha respinto tali rapporti.

Alla fine di maggio il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha affermato di aver espresso la propria “protesta” al suo collega Antony Blinken riguardo a quella che ha definito “indagine tendenziosa sulla morte (di Abu Akleh) da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese così come la cosiddetta ‘inchiesta’ della CNN.”

Blinken e altri funzionari dell’amministrazione del presidente Joe Biden hanno sollecitato un’indagine trasparente riguardo all’uccisione di Abu Akleh, insistendo che Israele è l’autorità che la deve condurre. Washington ha anche rifiutato il possibile coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel caso.

I sostenitori dei diritti dei palestinesi hanno denunciato la posizione degli USA, sottolineando che Israele non può essere considerato affidabile nell’indagare su sé stesso.

Raramente le morti dei palestinesi suscitano l’attenzione internazionale, e soldati accusati di crimini contro i palestinesi in Cisgiordania raramente vengono incriminati,” afferma il rapporto del New York Times di lunedì.

Nonostante inchieste e prove disponibili puntino il dito contro Israele, questo mese Blinken ha detto chiaramente che i fatti relativi all’ uccisione di Abu Akleh “non sono stati ancora accertati.”

Nelle stesse dichiarazioni il capo della diplomazia USA ha chiesto un’indagine “indipendente”, ma in seguito il Dipartimento di Stato ha detto ad Al Jazeera che “non ci sono stati cambiamenti” nella posizione USA, secondo cui Israele deve essere la parte che conduce l’indagine.

Dopo l’omicidio di Abu Akleh le forze israeliane hanno aggredito i partecipanti al suo funerale, spingendo quelli che portavano il feretro della giornalista uccisa a farlo quasi cadere.

Inizialmente Israele ha affermato che “pare probabile che palestinesi armati” siano stati responsabili dell’uccisione di Abu Akleh.

Dopo l’incidente l’ufficio del primo ministro Naftali Bennett ha reso pubblico un video di palestinesi armati che sparano in un vicolo, suggerendo che erano stati loro ad aver sparato ad Abu Akleh. Ma questa versione è stata rapidamente smentita in quanto gli uomini armati non avevano una linea di tiro verso la giornalista assassinata, uccisa a centinaia di metri di distanza. E il video era stato ripreso ore prima che l’inviata venisse colpita.

Dopo qualche giorno l’esercito israeliano ha ammesso che la giornalista potrebbe essere stata uccisa da fuoco israeliano, ma ha escluso la possibilità che sia stata colpita deliberatamente.

Le autorità israeliane hanno anche cambiato la loro posizione riguardo all’inchiesta. Mentre Israele ha chiesto di visionare il proiettile che ha ucciso la giornalista, all’inizio ha affermato che non ci sarebbe stata un’indagine penale sull’incidente.

Ma in seguito mezzi di comunicazione israeliani hanno citato l’avvocato generale militare, secondo cui l’esercito sta “facendo ogni sforzo” per indagare sull’incidente.

Tuttavia all’inizio del mese il Washington Post ha citato l’affermazione dell’esercito israeliano secondo cui “ha già concluso che non c’è stato un comportamento criminoso” nell’uccisione di Abu Akleh.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli abitanti di Gerusalemme affrontano un’implacabile guerra economica israeliana

Agenzia di stampa Safa

21 giugno 2022 – Monitor de Oriente

I palestinesi che vivono a Gerusalemme stanno affrontano un’implacabile guerra economica da parte di Israele, consistente in imposte onerose che prendono di mira i commercianti e i negozianti in un contesto di debolezza dei mercati.

Le autorità dell’occupazione israeliana stanno facendo pressioni sui gerosolimitani attraverso l’imposizione di tasse elevate per obbligarli ad andarsene dalla città santa, lasciando negozi e case come bottino alla municipalità israeliana di Gerusalemme.

La tassa israeliana più nota è l’arnona, un’imposta fondiaria locale che ogni abitazione o negozio paga al Comune di Gerusalemme. Nonostante secondo l’agenzia di stampa Safa i palestinesi rappresentino il 35% degli attuali abitanti della città santa e gli ebrei il 65%, la municipalità israeliana di Gerusalemme raccoglie il 33% delle sue entrate totali dagli abitanti palestinesi.

Per i palestinesi di Gerusalemme l’arnona significa che ogni commerciante palestinese deve pagare 100 dollari per ogni m2 di superficie del proprio negozio.

Nel contempo secondo Safa le autorità dell’occupazione israeliana, che impongono imposte esose ai palestinesi, erogano molte sovvenzioni agli ebrei per agevolare la loro presenza nella città santa.

A causa delle numerose chiusure di attività provocate dal COVID-19 e al peggioramento della situazione della sicurezza in città, come anche al peggioramento della situazione economica in tutto il mondo, i commercianti palestinesi si sono visti obbligati a chiudere i propri negozi per lunghi periodi, per cui hanno avuto pochissime entrate, non hanno potuto pagare le tasse e si sono trovati sotto l’assillo del Comune che chiede loro di andarsene.

“La mancanza di sostegno finanziario per i gerosolimitani, soprattutto commercianti e negozianti, complica la crisi di Gerusalemme e ne minaccia la presenza,” dice Safa Ziyad Al Hammouri, direttore del Centro di Studi Sociali ed Economici Al Quds.

Hammouri chiede che si crei un fondo per il sostegno ai gerosolimitani contro la guerra economica che li prende di mira cercando di obbligarli a lasciare la città santa. Evidenzia che nel bilancio dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) la percentuale destinata a Gerusalemme è inferiore all’1%. “Ciò dimostra la concreta marginalizzazione da parte dell’ANP,” afferma Hammouri.

Le statistiche ufficiali riportate da Safa rivelano che a Gerusalemme il 70% è costituito da proprietari di immobili e negozi e da commercianti, sottolineando che l’accumulo di debiti determinerebbe l’esproprio della proprietà da parte del Comune israeliano.

Secondo Safa 250 negozi palestinesi sono stati chiusi dal Comune israeliano per il reiterato mancato pagamento di imposte, oltre che per il blocco commerciale imposto ai gerosolimitani.

Le statistiche israeliane hanno rivelato che la municipalità di Gerusalemme spende solo il 5% del bilancio totale a favore dei palestinesi, nonostante rappresentino oltre il 35% degli abitanti della città.

Per risolvere questo problema gli esperti contattati da Safa hanno affermato che ci dovrebbero essere fondi speciali per sostenere i gerosolimitani, compresi abitanti, commercianti e proprietari di edifici e negozi, in modo che siano in grado di affrontare le complicate misure fiscali israeliane.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




La morte della giornalista palestinese mette in evidenza l’inconsistenza delle indagini dell’esercito israeliano

Bethan McKernan

14-giugno-2022 –The Guardian

L’uccisione con armi da fuoco di Shireen Abu Aqleh a maggio solleva nuove preoccupazioni per le inchieste militari sulla morte dei palestinesi.

Nell’agosto 2020 la 23enne Dalia Samoudi è stata uccisa quando un proiettile è entrato dalla finestra della sua casa a Jenin, nella Cisgiordania occupata, durante un raid delle forze di difesa israeliane (IDF) in una casa vicina.

Al Jazeera riferì dell’incidente: i testimoni affermarono che era stata uccisa da un soldato dell’IDF che sparava in direzione di palestinesi che lanciavano pietre. Due anni dopo la rete televisiva avrebbe riferito della morte della sua corrispondente di lunga data, Shireen Abu Aqleh, quasi nello stesso luogo.

Ancora una volta i testimoni hanno affermato che il fuoco mortale proveniva dai soldati israeliani, sebbene questa volta fossero presenti solo giornalisti e personale dell’IDF. Abu Aqleh, 51 anni, che indossava un giubbotto protettivo e un elmetto con la scritta “stampa”, è stata colpita da un colpo di arma da fuoco sotto l’orecchio.

Le cifre [dei militari israeliani messi sotto inchiesta, ndt] mostrano che i meccanismi investigativi dell’esercito non sono adatti allo scopo, ha affermato Dan Owen, un ricercatore di Yesh Din [Volontari per i diritti umani è un’organizzazione israeliana che lavora in Israele e in Cisgiordania, ndtr.].

Ha aggiunto: “Per definizione l’esercito non può fare un lavoro adeguato perché sta indagando su se stesso. Le condanne sono di solito per cose come l’uso illegale della forza o il maneggio errato di un’arma, piuttosto che per omicidio o omicidio colposo, e i soldati possono scontare la loro pena facendo lavori umili per alcuni mesi nelle basi militari”.

“Ogni anno vediamo che l’esercito presenta dati leggermente migliori e c’è una possibilità leggermente più alta che la denuncia di un palestinese porti a un atto d’accusa che verrà elaborato più rapidamente. Ma lo scopo generale di questo sistema non è la giustizia: è respingere le critiche interne e internazionali».

L’IDF afferma che in Cisgiordania le prime indagini operative vengono iniziate in tutti i casi in cui un palestinese viene ucciso, a meno che la morte non sia avvenuta in combattimento. Sulla base di questi risultati, e in conformità con la legge israeliana, l’avvocato militare decide se un’indagine penale è giustificata.

“La morte di un palestinese in [Cisgiordania] in genere susciterà la presunzione di sospetto di attività criminale, il che attiverebbe un’indagine penale immediata… Se non ci sono indagini penali immediate, attendiamo i risultati dell’esame operativo e raccogliamo ulteriori materiali e in seguito rivalutiamo se esiste un ragionevole sospetto di un crimine”, ha affermato un alto funzionario del sistema giuridico israeliano.

Nel caso della cittadina palestinese americana Abu Aqleh l’esercito israeliano ha affermato che poiché la giornalista è stata uccisa in una “situazione di combattimento attivo” non sarebbe stata avviata un’indagine penale immediata, anche se si sarebbe proceduto con un’indagine operativa. Israele ha anche criticato la decisione dell’Autorità Nazionale Palestinese di non collaborare a un’indagine congiunta o di non consegnare prove, come il proiettile che l’ha uccisa.

L’amministrazione Biden e il consiglio di sicurezza dell’Onu hanno chiesto un’indagine trasparente. Alla fine di maggio la morte di Abu Aqleh si è aggiunta a una denuncia legale presentata alla Corte penale internazionale che sostiene che le forze di sicurezza israeliane prendono di mira sistematicamente i giornalisti palestinesi in violazione del diritto umanitario internazionale.

Secondo il Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà dei media dal 2000 30 giornalisti sono stati uccisi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza dal fuoco israeliano, ma non sono mai state presentate accuse contro i soldati.

“Non capita spesso di avere un caso di alto profilo come Shireen”, dice Owen. “A meno che un omicidio non sia stato ripreso dalla telecamera senza alcun dubbio su chi l’ha commesso è altamente improbabile che venga indagato… Detto questo, i nostri dati mostrano più e più volte che anche quando l’esercito indaga, ciò non conduce alla giustizia”.

Nonostante conosca le basse probabilità di successo, il marito di Samoudi, Bassam, si rifiuta di rinunciare alle indagini dell’IDF sulla sua morte. Sta ancora sperando in risposte su come e perché sua moglie è morta.

Le prove sono così forti. Ovviamente sono preoccupato per il basso tasso di condanne, ma in questo caso può esserci solo un risultato”, ha detto. “Questa è l’unica opzione che ho, quindi devo usarla.”

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I palestinesi “sono destinati a vincere”: perché gli israeliani profetizzano la fine del loro Stato

Ramzy Baroud

13 giugno 2022 – Middle East Monitor

Se è vero che il sionismo è un’ideologia politica moderna che ha sfruttato la religione per raggiungere specifici obiettivi coloniali in Palestina, le profezie continuano a essere una componente fondamentale della percezione di Israele di se stesso e del rapporto dello Stato con altri gruppi, in particolare i gruppi messianici cristiani negli Stati Uniti e nel mondo.

Il tema delle profezie religiose e della loro centralità nel pensiero politico israeliano è stato nuovamente messo in luce dopo le osservazioni dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak in una recente intervista al quotidiano in lingua ebraica Yedioth Ahronoth [quotidiano di centro, ndt.]. Barak, percepito come un politico “progressista”, leader un tempo del Partito laburista israeliano, ha espresso il timore che Israele “si disintegrerà” prima dell’80° anniversario della sua fondazione, avvenuta nel 1948.

Barak afferma: “Nel corso della storia ebraica gli ebrei non hanno mai governato per più di ottant’anni, tranne che nel corso dei due regni di Davide [intorno al 1000 a.c., ndt.] e della dinastia degli Asmonei [dal 140 al 63 a.c., anno della conquista romana, ndt.] e in entrambi i periodi il loro crollo iniziò nell’ottavo decennio”.

Basata su un’analisi pseudo-storica, la profezia di Barak sembra fondere i fatti storici con il tipico pensiero messianico israeliano, rievocando le dichiarazioni fatte dall’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel 2017.

Come Barak, le considerazioni di Netanyahu vennero proferite sotto forma di paura per il futuro di Israele e l’incombente “minaccia esistenziale”, la pietra angolare dell’hasbara [parola in lingua ebraica che indica gli sforzi di propaganda per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele e le sue azioni, ndt.] israeliana nel corso degli anni. In una sessione di studi biblici nella sua casa di Gerusalemme, Netanyahu aveva poi ricordato che il regno asmoneo, noto anche come dei Maccabei, sopravvisse solo 80 anni prima di essere conquistato dai romani nel 63 a.c.

Secondo una dichiarazione di uno dei partecipanti citata dal quotidiano israeliano Haaretz, Netanyahu avrebbe detto: ” Lo Stato Asmoneo è durato solo 80 anni e noi dovremmo superarlo“.

Ma, pur prendendo atto della presunta determinazione di Netanyahu di andare oltre quel numero [di anni, ndt.], sembra che egli abbia promesso di garantire che Israele superi gli 80 anni dei Maccabei per sopravvivere per 100 anni. Sono solo 20 anni in più.

La differenza tra le affermazioni di Barak e Netanyahu è abbastanza trascurabile: le opinioni del primo sono presumibilmente “storiche” e quelle del secondo sono bibliche. È tuttavia degno di nota che entrambi i leader, sebbene aderiscano a due diverse correnti politiche, convergano su punti di incontro simili: è in gioco la sopravvivenza di Israele; la minaccia esistenziale è reale e la fine di Israele è solo questione di tempo.

Ma il pessimismo in Israele non è certo confinato ai leader politici, che sono noti per esagerare e manipolare i fatti allo scopo di instillare paura e mobilitare i loro schieramenti politici, in particolare i potenti gruppi elettorali messianici di Israele. Anche se questo è vero, le previsioni sul cupo futuro di Israele non si limitano alle élite politiche del Paese.

In un’intervista ad Haaretz del 2019 Benny Morris, uno degli storici israeliani più conosciuti e rispettati, ha avuto molto da dire sul futuro del suo Paese. A differenza di Barak e Netanyahu, Morris non stava inviando segnali di allarme, ma affermava quello che a lui sembrava un risultato inevitabile dell’evoluzione politica e demografica del Paese.

“Non vedo come ne usciremo”, ha detto Morris, aggiungendo: “Oggi ormai ci sono più arabi che ebrei tra il mare (Mediterraneo) e il (fiume) Giordano. L’intero territorio sta inevitabilmente diventando uno Stato con una maggioranza araba. Israele si definisce ancora uno Stato ebraico, ma una situazione in cui governiamo un popolo sotto occupazione e senza diritti non può persistere nel XXI° secolo”.

Le previsioni di Morris, pur rimanendo fedeli ai miti razziali di una maggioranza ebraica, erano molto più articolate e anche realistiche rispetto a quelle di Barak, Netanyahu e altri. L’uomo che una volta si rammaricò che il fondatore di Israele, David Ben Gurion, non avesse espulso tutta la popolazione nativa della Palestina nel 1947-48, ha affermato con rassegnazione che, nel giro di una generazione, Israele cesserà di esistere nella sua forma attuale.

Particolarmente degna di nota nelle sue affermazioni è l’accurata percezione che “i palestinesi osservano le cose secondo una prospettiva ampia e a lungo termine” e che essi continueranno a “chiedere il ritorno dei rifugiati”. Ma chi sono i “palestinesi” a cui si riferisce Morris? Certamente non l’Autorità Nazionale Palestinese, i cui leader hanno ormai messo da parte il Diritto al Ritorno per i rifugiati palestinesi, e sicuramente non hanno “prospettive ampie e a lungo termine”. I “palestinesi” di Morris sono, ovviamente, lo stesso popolo palestinese, generazioni che hanno servito, e continuano a servire, in prima linea la causa dei diritti palestinesi nonostante tutte le battute d’arresto, le sconfitte e i “compromessi” politici.

In realtà le profezie riguardanti la Palestina e Israele non sono un fenomeno nuovo. La Palestina fu colonizzata dai sionisti con l’aiuto della Gran Bretagna, anche sulla base di quadri di riferimento biblici. Venne popolata da coloni sionisti sulla base di riferimenti biblici riguardanti la restaurazione di antichi regni e il “ritorno” di antichi popoli ad una loro presunta legittima “terra promessa”. Sebbene Israele abbia assunto molti significati diversi nel corso degli anni – a volte percepito come un’utopia ‘socialista’, in altri casi come un rifugio democratico e liberale – è sempre stato ossessionato da significati religiosi, visioni spirituali e inondato da profezie. L’espressione più sinistra di questa verità è il fatto che l’attuale sostegno a Israele da parte di milioni di fondamentalisti cristiani in Occidente è in gran parte guidato da profezie messianiche sulla fine del mondo.

Le ultime previsioni sul futuro incerto di Israele si basano su una logica diversa. Poiché Israele si è sempre definito uno Stato ebraico, il suo futuro è principalmente legato alla sua capacità di mantenere una maggioranza ebraica nella Palestina storica. Per ammissione di Morris e altri questo sogno irrealizzabile sta ora sgretolandosi poiché la “guerra demografica” si sta chiaramente e rapidamente perdendo.

Naturalmente, la convivenza in un unico Stato democratico sarà sempre una possibilità. Purtroppo per gli ideologi sionisti israeliani un tale Stato difficilmente soddisferà le aspettative minime dei fondatori del Paese, poiché non esisterebbe più nella forma di uno Stato ebraico e sionista. Perché si realizzi una coesistenza l’ideologia sionista dovrebbe essere totalmente eliminata.

Barak, Netanyahu e Morris lo stanno bene: Israele non esisterà come ‘Stato ebraico’ ancora per molto. Parlando rigorosamente in termini demografici, Israele non è più uno Stato a maggioranza ebraica. La storia ci ha insegnato che musulmani, cristiani ed ebrei possono coesistere pacificamente e prosperare collettivamente, come hanno fatto in tutto il Medio Oriente e nella penisola iberica per millenni. In effetti, questa è una predizione, persino una profezia, per la quale vale la pena lottare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Pazienti vulnerabili a rischio per le divisioni palestinesi e il blocco israeliano

Israa Sulaiman e Khuloud Rabah Sulaiman

24 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Ramadan Muhra, 39 anni, è morto dopo cinque mesi di malattia e deterioramento delle condizioni di salute.

Muhra aveva la talassemia. Se non trattata, può ucciderti. Ed è quello a cui è andato incontro Muhra dopo che gli ospedali di Gaza hanno esaurito i farmaci di cui aveva bisogno per mantenere sotto controllo la malattia.

E non è l’unico.

Secondo la Thalassemia Patients’ Friends Society di Gaza, un’organizzazione assistenziale, dall’inizio dell’anno sono morti in totale dieci pazienti affetti da talassemia.

Questa situazione è dovuta al fatto che a Gaza il trattamento di cui hanno bisogno è del tutto indisponibile, 15 anni dopo che Israele ha imposto un blocco punitivo sulla fascia costiera e le due principali fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, si sono combattute a vicenda nell’ambito di una divisione politica ancora esistente tra Gaza e la Cisgiordania.

Muhra alla fine ha mostrato tutti i sintomi attesi dopo sei mesi di mancato trattamento. La sua pelle è diventata scura, il suo viso si è gonfiato e ha sviluppato un’osteoporosi. Sia il cuore che il fegato hanno subito gravi danni a causa di un eccesso di ferro nel suo organismo.

“Mio cugino era più forte di quanto immaginassimo”, ha detto Muhammed Muhra, 50 anni. “Ha combattuto la sua malattia fino al suo ultimo respiro e, anche se la sua salute stava costantemente peggiorando, non ha mai perso la speranza di ricevere la sua terapia e di riprendersi”.

La talassemia è una malattia congenita del sangue particolarmente diffusa nelle popolazioni dell’Asia meridionale, sudorientale, del mediterraneo e medio oriente. È causata da un’anomalia genetica che causa bassi livelli di emoglobina, con conseguente anemia e un eccesso di ferro nel sangue.

L’anemia viene trattata con trasfusioni di sangue, mentre viene utilizzata una medicina per controllare i livelli di ferro.

Uno dei farmaci più importanti per le persone con questa condizione è la deferoxamina, venduta a Gaza con il nome commerciale di Desferal.

Il Desferal aiuta a rimuovere l’eccesso di ferro causato dalle regolari trasfusioni di sangue di cui i pazienti talassemici hanno bisogno, proteggendo dai danni gli organi vitali.

Ma a Gaza le scorte di Desferal si sono esaurite all’inizio dell’anno, mettendo a rischio la vita dei malati di talassemia.

A quanto dice Muhammad, Ramadan Muhra è stato costretto a letto per mesi e non era in grado di camminare. Alla fine aveva perso molto peso e soffriva di spossatezza e costanti dolori addominali.

Muhammad, un tecnico satellitare, è arrabbiato perché la morte di suo cugino non doveva accadere. E’ stato, dice, “un omicidio deliberato”.

Non è morto come la maggior parte delle persone. È morto per mancanza di medicine causata da una lotta politica tra i due governi palestinesi”.

Occupazione e divisione

Ibrahim Abdallah, che è un coordinatore della Gaza Thalassemia Patients’ Friends Society, che organizza una serie di eventi sanitari e comunitari per i poco più di 300 pazienti di Gaza, ha anche accusato le autorità governative palestinesi divise.

Le restrizioni israeliane all’importazione di medicinali e al movimento dei pazienti hanno svolto un ruolo enorme. Al Mezan, un’organizzazione per i diritti umani, a febbraio ha scoperto che a Gaza le giacenze del 39 per cento dei farmaci vitali erano a zero, con meno di un mese di scorte rimanenti.

Ma oltre a queste restrizioni, la disponibilità di medicinali è notevolmente diminuita dal momento della separazione dei governi al potere nel 2007.

Secondo il ministero della Salute di Gaza l’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata, dominata da Fatah, fornisce ora a Gaza solo il 20% dei farmaci necessari. Il governo di Hamas nella Striscia di Gaza occupata fornisce un altro 20%, mentre gli enti di beneficenza cercano di colmare il deficit fornendo circa il 40%.

Non è abbastanza e Abdallah, pur affermando di capire la sua difficile posizione, sostiene comunque che Hamas deve affrontare questa situazione con urgenza poiché è responsabile di Gaza.

L’ANP di Fatah e il governo di Hamas nella Striscia di Gaza, prosegue, hanno contribuito tra loro a peggiorare la crisi sanitaria di Gaza e messo a rischio la vita delle persone, comprese quelle affette da talassemia.

Aggiunge che le scorte di Desferal si sono esaurite all’inizio dell’anno, mettendo a rischio decine di vite.

Nel frattempo l’associazione per la talassemia di Abdallah ha cercato di assicurarsi dei rifornimenti da altre parti.

Abbiamo ricevuto il primo lotto di 10.000 confezioni di Desferal da un’organizzazione di beneficenza in Kuwait. Il secondo lotto di 4.000 confezioni è previsto a breve”, afferma. “Questi dureranno per alcuni mesi, e poi torneremo alla stessa crisi”.

Abdallah, egli stesso affetto da talassemia, ha esortato entrambe le autorità palestinesi a mettere da parte le loro divergenze per affrontare la grave mancanza di medicine che sta “uccidendo i nostri pazienti”.

“Si incolpano l’un l’altro per questa crisi”.

Non è colpa nostra

Secondo i funzionari sia della Striscia di Gaza che della Cisgiordania, l’epidemia di COVID-19 ha esacerbato uno squilibrio finanziario paralizzante, impedendo loro di ottenere molte cure.

Secondo Alaa Helles, portavoce del ministero, la stretta finanziaria che il Ministero della salute di Gaza ha dovuto affrontare dopo il blocco gli ha impedito di ottenere e fornire tempestivamente la quantità necessaria di farmaci.

Con la diffusione della pandemia questa crisi non ha fatto altro che peggiorare.

Secondo Ossama al-Najjar, funzionario del Ministero della Salute a Ramallah, dall’anno scorso, quando l’azienda farmaceutica svizzera Novartis ha cessato le vendite all’Autorità Nazionale Palestinese a causa di debiti in sospeso, il Ministero non è stato in grado di distribuire un buon numero di medicinali.

“Siamo nel mezzo di un’orribile crisi finanziaria causata dai due anni della pandemia di COVID-19, che ci ha reso incapaci anche di acquisire le medicine più economiche”, aggiunge.

Ci sono aziende e fondazioni che acquistano regolarmente questi farmaci e ce li donano, spiega Al-Najjar, ma anche questo è bloccatoa causa della pandemia.

Ma respinge le accuse secondo cui Ramallah avrebbe in qualche modo sospeso deliberatamente la consegna delle medicine.

“Non appena il medicinale sarà presente nei magazzini”, ha detto, “sarà trasferito a Gaza”.

Lotta contro la malattia

Ashraf Humeid aveva 37 anni quando è morto lo scorso settembre per gravi complicazioni mediche dopo una lunga lotta contro la talassemia.

A causa della carenza di farmaci Humeid aveva ricevuto nei 14 anni prima della sua morte solo sei delle 12 somministrazioni al mese che avrebbe dovuto ricevere secondo il protocollo.

Poiché l’anno scorso l’economia palestinese si è ulteriormente deteriorata le somministrazioni sono state ridotte a due iniezioni al mese fino all’esaurimento completo delle scorte a Gaza.

Abdallah, che lo conosceva bene a causa della Friends Society, dice che le due somministrazioni erano del tutto insufficienti perché Humed potesse condurre una vita sana.

Ma lui non si è mai lamentato.

“Anche se la sua salute peggiorava e i farmaci erano finiti, ha lottato e ha tentato di nasconderci il suo dolore”, ha detto Abdallah. “Ma vedevamo quanto fosse sfinito.”

Alla fine a Humeid è stata diagnosticata un’insufficienza renale, con conseguente ingrossamento della milza e, infine, un’insufficienza cardiaca.

Nonostante la sua malattia e le significative complicazioni, si è impegnato fino alla fine per altri malati di talassemia come coordinatore per la Thalassemia Patients’ Friends Society.

“Ashraf sognava di proteggere le generazioni future da questa malattia, quindi ha deciso di lavorare con noi nell’associazione”, prosegue Abdallah.

“Era responsabile del programma di sensibilizzazione dell’associazione, che includeva lo svolgimento di eventi nelle università di Gaza e in altri luoghi pubblici per educare i giovani sull’importanza delle visite mediche prematrimoniali ai fini della riduzione dell’incidenza della talassemia”.

Secondo Abdallah tali eventi hanno contribuito a ridurre gradualmente negli ultimi dieci anni il numero di bambini nati con talassemia da 40 a quasi zero.

“Dopo la sua morte il progetto è stato intitolato a lui, in suo onore e per i suoi indimenticabili ed eroici sforzi a favore dei pazienti palestinesi”, afferma Abdallah.

Pazienti disperati

A Gaza molti malati di talassemia hanno perso le speranze di ricevere cure e temono di perdere la vita.

Sawsan al-Masri, 32 anni, è preoccupata di diventare la prossima vittima della carenza del farmaco Desferal.

Come Humeid, al-Masri ora riceve solo un’iniezione due volte alla settimana. Il suo viso è diventato pallido e i suoi muscoli si sono indeboliti, rendendola incapace di muoversi bene o di uscire di casa.

Inoltre soffre di epistassi occasionali e i suoi denti hanno iniziato a cadere. Il suo fegato è ora ingrossato e nel tempo ha sviluppato una cardiomiopatia, un indebolimento del muscolo cardiaco.

“Per me il Desferal è un miracolo perché mi fa sentire una persona normale che può fare tutto ciò che vuole“, ha detto a The Electronic Intifada. “Senza quel farmaco muoio lentamente.”

Da quando il Desferal è esaurito al-Masri assume un farmaco alternativo, ma finora non si è rivelato particolarmente utile. Nel giro di pochi mesi ha già perso a causa della malattia 10 dei suoi più cari amici.

“Prima di non essere più in grado di uscire di casa ho continuato ad andare in ospedale sperando di trovare le medicine e di tornare a una vita normale come tutti gli altri”, dice. Sono sempre rimasta delusa”.

E non ho idea di chi sarà il prossimo. Forse sarò io”.

Israa Sulaiman è una scrittrice di We Are Not Numbers [Non siamo dei numeri, progetto per giovani adulti della Striscia di Gaza, incoraggiati a scrivere e diffondere le loro storie personali, ndtr.]

Khuloud Rabah Sulaiman è una giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Diritto al ritorno: la Nakba torna nell’agenda palestinese

Ramzy Baroud

23 maggio 2022 – Middle East Monitor

La Nakba è tornata all’ordine del giorno nei programmi palestinesi.

Per circa trent’anni ai palestinesi è stato detto che la Nakba – o Catastrofe – apparteneva al passato. La vera pace richiede compromessi e sacrifici: perciò il peccato originale che ha portato alla distruzione della loro patria storica doveva essere integralmente rimosso da qualunque discorso politico ‘pragmatico’. Erano esortati ad andare avanti.

Le conseguenze di questo cambiamento nella narrazione sono state molto gravi. Disconoscere la Nakba, l’evento più importante che ha plasmato la moderna storia della Palestina, ha comportato più della divisione politica tra i cosiddetti radicali e i presunti pragmatici amanti della pace, come Mahmoud Abbas e la sua Autorità Nazionale Palestinese. Ha anche portato alla divisione delle comunità palestinesi in Palestina e in tutto il mondo relativamente alle impostazioni politiche, ideologiche e di classe.

Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993 divenne chiaro che la lotta dei palestinesi per la libertà si stava totalmente ridefinendo e ridelineando. Non si trattava più di una lotta palestinese contro il sionismo e il colonialismo di insediamento israeliano risalente all’inizio del XX secolo, ma di un ‘conflitto’ tra due parti uguali, con uguali legittime rivendicazioni territoriali, che può essere risolta solo attraverso ‘dolorose concessioni’.

La prima di tali concessioni fu l’esclusione della questione centrale del Diritto al Ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi dai loro villaggi e città nel 1947-48. Quella Nakba palestinese spianò la strada all’ ‘indipendenza’ di Israele, che venne dichiarata sulle macerie e il fumo di circa 500 villaggi e città palestinesi distrutti e bruciati.

All’inizio del ‘processo di pace’ ad Israele fu chiesto di onorare il diritto al ritorno dei palestinesi, anche se simbolicamente. Israele rifiutò. I palestinesi furono quindi spinti a rimandare quella questione fondamentale a ‘negoziati sullo status finale’, che non si tennero mai. Ciò significò che milioni di rifugiati palestinesi – molti dei quali vivono tuttora in campi profughi di Libano, Siria e Giordania, come anche nei territori palestinesi occupati – furono totalmente esclusi dal dibattito politico.

Non fosse stato per le costanti attività sociali e culturali degli stessi rifugiati, che insistevano sui loro diritti e insegnavano ai loro figli a fare lo stesso, termini quali Nakba e Diritto al Ritorno sarebbero stati del tutto cancellati dal lessico politico palestinese.

Mentre alcuni palestinesi rifiutarono la marginalizzazione dei rifugiati, sostenendo che il problema fosse politico e non meramente umanitario, altri furono disponibili a procedere come se questo diritto fosse irrilevante. Diversi dirigenti palestinesi legati al ‘processo di pace’ ora defunto affermarono esplicitamente che il Diritto al Ritorno non era più una priorità palestinese. Ma nessuno neppure si avvicinò al modo in cui lo stesso presidente dell’ANP Abbas configurò la posizione palestinese in un’intervista del 2012 al Canale 2 israeliano.

La Palestina oggi per me è quella dei confini del 1967, con Gerusalemme est come sua capitale. Così è ora e per sempre…Questa è per me la Palestina. Io sono un rifugiato, ma vivo a Ramallah”, disse.

Abbas aveva completamente torto, ovviamente. Che lui volesse esercitare il proprio diritto al ritorno o no, quel diritto, in base alla Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è semplicemente “inalienabile”, il che significa che né Israele, né gli stessi palestinesi possono negarlo o rinunciarvi.

Tralasciando la mancanza di integrità intellettuale nel separare la tragica realtà del presente dalla principale causa che ne sta alla radice, Abbas mancò anche di intelligenza politica. Con il suo ‘processo di pace’ in difficoltà e in assenza di qualunque concreta soluzione politica, semplicemente decise di abbandonare milioni di rifugiati negando loro la speranza di vedersi restituire le proprie case, la propria terra o la propria dignità.

Da allora Israele, insieme agli Stati Uniti, ha combattuto i palestinesi su due diversi fronti: primo, negando loro ogni prospettiva politica e, secondo, tentando di annullare i loro diritti storicamente sanciti, soprattutto il Diritto al Ritorno. La guerra di Washington contro l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, UNRWA, rientra nella seconda categoria in quanto lo scopo era, e resta, proprio la distruzione delle infrastrutture giuridiche e umanitarie che consentono ai rifugiati palestinesi di considerarsi un insieme di persone che anelano al rimpatrio, alla riparazione e alla giustizia.

Eppure tutti questi tentativi continuano a fallire. Molto più importante delle personali concessioni di Abbas ad Israele, del bilancio dell’UNRWA in costante calo o dell’insuccesso della comunità internazionale nel ripristinare i diritti dei palestinesi, è il fatto che il popolo palestinese ancora una volta si stia riunificando in occasione dell’anniversario della Nakba, ribadendo così il Diritto al Ritorno per i sette milioni di rifugiati in Palestina e nella diaspora (shattat).

Per ironia della sorte, è stato Israele a riunificare inconsapevolmente i palestinesi intorno alla Nakba. Rifiutando di concedere neanche un metro di Palestina, per non parlare di concedere ai palestinesi di rivendicare alcuna vittoria, un proprio Stato – demilitarizzato o no – o di permettere ad un singolo rifugiato di tornare a casa, ha costretto i palestinesi ad abbandonare Oslo e le sue tante illusioni. L’argomentazione un tempo usuale che il Diritto al Ritorno fosse semplicemente ‘inapplicabile’ non conta più, né per la gente comune di Palestina, né per i suoi intellettuali o le sue elite politiche.

Secondo la logica politica, se qualcosa è impossibile, deve esserci un’alternativa praticabile. Tuttavia, mentre la realtà palestinese va peggiorando sotto il sempre più pesante sistema di colonialismo di insediamento e di apartheid israeliano, ora i palestinesi comprendono di non avere una possibile alternativa se non la loro unità e resistenza e il ritorno ai principi fondamentali della loro lotta. L’Intifada dell’Unità dello scorso maggio è stata l’apice di questa nuova consapevolezza. Inoltre le manifestazioni di commemorazione dell’anniversario della Nakba e gli eventi in tutta la Palestina e nel mondo il 15 maggio hanno ulteriormente contribuito a definire la nuova narrazione secondo cui la Nakba non è più un fatto simbolico e il Diritto al Ritorno è la richiesta collettiva e fondamentale della maggioranza dei palestinesi.

Oggi Israele è uno Stato di apartheid nel vero senso del termine. L’apartheid israeliano, come ogni simile sistema di separazione razziale, mira a proteggere i frutti di quasi 74 anni di folle colonialismo, furto di terra e dominio militare. I palestinesi, ad Haifa, Gaza o Gerusalemme, ora lo comprendono appieno e stanno tornando a lottare sempre più come un’unica nazione.

E poiché la Nakba e la successiva pulizia etnica dei rifugiati palestinesi sono il denominatore comune di tutte le sofferenze dei palestinesi, il termine e le sue fondamenta tornano ad essere al centro di ogni significativa discussione sulla Palestina, come avrebbe sempre dovuto essere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Uno di quelli che hanno portato la bara di Abu Akleh arrestato giorni dopo l’attacco israeliano al funerale

Arwa Ibrahim

Mercoledì 18 maggio 2022 – Al Jazeera

Il legale di Amro Abu Khudeir ha affermato che l’interrogatorio dell’uomo chiamato “il protettore del feretro” ha riguardato il funerale

Gerusalemme Est Occupata – Uno dei palestinesi che hanno portato la bara e sono stati aggrediti dalla polizia israeliana mentre stavano trasportando il feretro lo scorso venerdì al funerale della nota giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh è stato arrestato dalle autorità israeliane.

L’avvocato che rappresenta Amro Abu Khudeir, 34 anni, ha affermato che quest’ultimo, abitante di Gerusalemme, è stato arrestato a casa sua nella zona di Shuafat lunedì mattina presto ed è stato ripetutamente interrogato riguardo agli eventi relativi al funerale.

Il legale, Khaldoun Najm, ha aggiunto che da quando è stato arrestato Abu Khudeir è stato tenuto in isolamento.

Najm ha affermato che “egli non vede la luce e quindi non ha il senso del tempo nella sua cella sotterranea di due metri per uno.”

Najm ha aggiunto che Abu Khudeir ha assistito a un’udienza lunedì e la sua detenzione è stata prolungata fino a domenica.

La polizia israeliana ha affermato che l’arresto di Abu Khudeir non è relativo alla sua partecipazione al corteo funebre.

Abu Akleh, una giornalista palestinese-americana di 51 anni, è stata uccisa dalle forze di sicurezza israeliane mentre l’11 maggio stava informando riguardo a un’incursione israeliana nel campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

La polizia israeliana ha attaccato quelli che portavano la bara e le persone in lutto al funerale di Abu Akleh mentre l’evento veniva trasmesso in diretta dalle televisioni di tutto il mondo, con migliaia di persone radunate per vedere il suo feretro trasferito dall’ospedale San Giuseppe all’ultima dimora sul monte Sion, appena fuori dalla città vecchia di Gerusalemme.

Abu Khudeir era particolarmente riconoscibile nelle riprese televisive del funerale che hanno mostrato quelli che portavano lottare per evitare che la bara di Abu Akleh cadesse a terra mentre la polizia israeliana attaccava le persone in lutto usando gli sfollagente. L’azione ha provocato una condanna unanime e richieste di indagini anche dalle Nazioni Unite.

Ad Abu Khudeir è stato dato il soprannome di “protettore del feretro” dopo che è stato visto tenere in alto il feretro nonostante fosse picchiato duramente dalla polizia.

Ulteriori notizie

Benché molti di quelli che portavano il feretro siano stati picchiati dalla polizia israeliana, secondo Najm Abu Khudeir è stato l’unico ad essere arrestato dalle autorità israeliane dopo il funerale.

Najm ha affermato ad Al Jazeera che “i servizi segreti israeliani asseriscono che Amro abbia collaborato con una organizzazione terroristica e che hanno un suo fascicolo segreto”.

Tuttavia Najm ha affermato che ciò sembra improbabile, perché Abu Khudeir lo ha informato che tutte le domande poste durante l’interrogatorio erano relative al funerale.

Ad Amro è stato chiesto perché insisteva nel portare la bara facendo attenzione a non farla cadere a terra”, ha detto Najm. “Il fulcro delle domande era relativo a lui come uno che ha portato la bara al funerale di Abu Akleh”.

Najm ha affermato che Abu Khudeir, che ha due figli, era un noto attivista a Gerusalemme ed in passato è stato arrestato dalla polizia israeliana.

In una dichiarazione ad Al Jazeera un portavoce della polizia israeliana ha affermato che l’arresto di Abu Khudeir non era legato al corteo funebre.

Nella dichiarazione si afferma che “il sospetto è stato arrestato come parte di una inchiesta in corso che, al contrario di quanto è stato dichiarato, non ha nulla a che vedere con la sua partecipazione al corteo funebre.”

Non intendiamo aggiungere particolari su una indagine in corso, ma constatiamo che il tribunale ha prolungato la detenzione del sospetto.”

Oltre che rompere il finestrino del carro funebre che stava trasportando il corpo di Abu Akleh e rimuovere la bandiera palestinese dallo stesso le forze di polizia israeliane hanno anche sequestrato le bandiere palestinesi alle persone in lutto.

Lo Stato di Israele ha ordinato un’inchiesta sulla condotta dei suoi agenti al funerale di Abu Akleh, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese ha affermato che avrebbe accolto favorevolmente il sostegno internazionale nell’indagine sull’assassinio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’uccisione di Shireen Abu Akleh: come i media occidentali hanno ripetuto a pappagallo la propaganda israeliana

Abir Kopty

13 maggio 2022 – Middle East Eye

Invece di confidare nelle dichiarazioni dei testimoni oculari palestinesi, i giornalisti occidentali hanno ripreso le argomentazioni di Israele

Questa settimana noi palestinesi siamo rimasti tutti scioccati nel commemorare l’uccisione della celebre giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. Ma nel nostro cordoglio siamo obbligati a testimoniare come ancora una volta i mezzi di comunicazione occidentali ci stiano deludendo.

Quando un palestinese viene ucciso da forze israeliane il fatto è sempre descritto in termini passivi. Moriamo sempre per conto nostro, nessuno ci uccide. A volte moriamo come danni collaterali in “scontri”, senza che venga descritto il contesto, come sia scoppiato lo scontro o la sproporzione delle forze in gioco.

Poi scatta l’automatica adozione del punto di vista israeliano, che è sempre manipolatorio. La strategia israeliana è negare immediatamente ogni responsabilità, poi mettere in dubbio i testimoni palestinesi, ponendo le basi per l’affermazione che ci sono “due versioni” della vicenda. Quindi i media lo ripetono in modo acritico.

Il giorno in cui Abu Akleh è stata giustiziata ho ascoltato per un paio d’ore il BBC World Service [servizio della televisione pubblica britannica sulle notizie internazionali, ndt.]. L’inviato ha ripetuto la versione israeliana secondo cui è stata uccisa dal fuoco palestinese, poi ha notato che i palestinesi hanno detto che è stata uccisa dal fuoco israeliano. Il servizio ha anche incluso l’affermazione di Israele secondo cui ha chiesto all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di condurre un’inchiesta congiunta, ma che l’offerta è stata respinta. Inizialmente l’ANP ha negato di essere stata contattata dalle autorità israeliane, ma i media hanno continuato a riportare le affermazioni israeliane.

La maggior parte dei media internazionali ha adottato la stessa impostazione, quasi come se avessero scritto i loro articoli in collaborazione su un documento Google condiviso.

Tuttavia, mentre si sono assicurati di diffondere per intero la versione israeliana, i media occidentali non hanno dato la stessa importanza alla versione palestinese. Giovedì l’ANP ha spiegato perché ha rifiutato di partecipare a un’indagine insieme a Israele, cercando invece di esaminare la questione in modo indipendente. I palestinesi hanno tutte le ragioni di diffidare di Israele, che abitualmente utilizza queste inchieste per insabbiare i casi – ma i media occidentali non sembrano preoccupati di questo contesto fondamentale.

Scavare più in profondità

L’informazione distorta è continuata persino durante il funerale di Abu Akleh. Dopo che forze israeliane hanno attaccato i palestinesi in lutto, con immagini dal vivo che mostravano un’aggressione deliberata e non provocata, i principali mezzi di comunicazione hanno scritto falsamente che sono scoppiati “scontri” o che “si è scatenata la violenza”.

In effetti la maggior parte dei mezzi di informazione occidentali attinge a un copione standardizzato. Invece di scavare più in profondità per trovare la verità e per sfidare le affermazioni israeliane, gli inviati aiutano Israele ad avvolgere i fatti nell’ambiguità. E non importa quello che ne consegue: anche se l’articolo successivo include una riga sulla reazione palestinese, la prima impressione è già stata data.

Nel caso di Abu Akleh ci voleva poco per respingere la versione israeliana dei fatti. Era accompagnata da molti altri giornalisti le cui testimonianze coincidono. Dicono tutti la stessa cosa: Abu Akleh è stata presa di mira da un cecchino israeliano. Sfortunatamente sembra che le parole dei giornalisti palestinesi non siano sufficientemente credibili per i media occidentali.

Le testimonianze di giornalisti come Shatha Hanaysha, che stava vicino ad Abu Akleh quando è morta, di Ali al-Samoudi, anche lui colpito e ferito nell’incidente, e di Mujahid al-Saadi, un altro testimone dell’uccisione, non sono accettate senza ulteriori conferme da parte di gruppi israeliani per i diritti umani come B’Tselem o fonti giornalistiche come Haaretz.

Persino allora, quando i media occidentali non possono più evitare di evidenziare le menzogne israeliane, possono aggiungere ai loro articoli qualche riga qua e là, ma quando la correttezza di questi articoli è fondamentale, nelle ore immediatamente successive a questo tipo di avvenimenti, gli inviati di solito si attengono alla propaganda israeliana. A sua volta questa rimane impressa nelle menti dei loro lettori e telespettatori.

Quando si tratta della guerra tra Russia e Ucraina non vediamo le stesse esitazioni ad attribuire la responsabilità a chi le ha. Quando dei giornalisti vengono uccisi in Ucraina i servizi dei media occidentali citano immediatamente i bombardamenti russi. Le fonti e i giornalisti ucraini sono considerati di per sé sufficientemente credibili da essere citati, e una risposta russa non è necessaria, né lo sono le richieste di un’inchiesta per determinare chi ne è stato responsabile.

Questo doppio standard evidenzia la complicità dei media occidentali nel nascondere i crimini israeliani. Porvi fine non richiederebbe molto, solo che i mezzi di comunicazione internazionali trattassero i palestinesi, compresi i giornalisti, con il rispetto che si sono meritati.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per scongiurare una grave crisi alimentare la Palestina richiede un’attenzione immediata

Ramzy Baroud

19 aprile 2022 – Middle East Monitor

Mohammed Rafik Mhawesh, un giovane giornalista di Gaza e mio amico, mi ha detto che nel territorio assediato nelle ultime settimane il costo del cibo è salito alle stelle. Le famiglie già impoverite faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Ha spiegato che “I prezzi dei generi alimentari hanno subito una notevole impennata, specialmente dall’inizio della guerra Russia-Ucraina.”

Il costo di alimenti essenziali come grano e carne è raddoppiato. Quello dei polli, per esempio, che comunque solo una piccola frazione degli abitanti Gaza poteva permettersi, è aumentato da 20 shekel (circa 5.70 euro) a 45 shekel (quasi 13 euro).

Tale impennata sarebbe forse gestibile in alcune parti del mondo, ma in una società già poverissima che da 15 anni subisce un assedio ermetico da parte dell’esercito israeliano si tratta di una imminente e grave crisi alimentare.

L’ong internazionale Oxfam l’ha segnalata l’11 aprile, quando ha comunicato che i prezzi dei generi alimentari nella Palestina occupata erano saliti del 25% e, cosa più allarmante, le scorte di farina nei Territori Palestinesi Occupati potrebbero “esaurirsi in tre settimane “.

L’impatto della guerra Russia-Ucraina si fa sentire in tutto il mondo, in alcuni luoghi più che in altri. I Paesi africani e mediorientali che da anni combattono contro povertà, fame e disoccupazione sono i più colpiti.

Comunque la Palestina è tutta un’altra storia. È un Paese occupato che dipende quasi interamente dai provvedimenti della potenza occupante, Israele, che si rifiuta di rispettare il diritto internazionale e quello umanitario. Il problema dei palestinesi è complesso, ma, in un modo o nell’altro, quasi ognuno dei suoi vari aspetti è collegato a Israele.

Da molti anni Gaza è soggetta al blocco economico imposto da Israele. La quantità di cibo a cui Israele permette di entrare nella Striscia è razionata e manipolata dallo Stato occupante e usata come punizione collettiva. Amnesty International nel suo rapporto sull’apartheid in Israele pubblicato a febbraio ha dettagliato le restrizioni israeliane sulle derrate palestinesi e le riserve di carburante. Secondo l’organizzazione dei diritti umani Israele usa “formule matematiche per determinare quanto cibo far entrare a Gaza”, limitando le provviste a ciò che Tel Aviv giudica “essenziale per la sopravvivenza della popolazione civile”.

A parte i molti problemi infrastrutturali derivanti dall’assedio, come la quasi totale mancanza di acqua potabile, elettricità e attrezzature agricole, Gaza ha per esempio anche perso gran parte della sua terra coltivabile, destinata ad essere una zona di esclusione militare israeliana stabilita lungo il confine nominale intorno alla Striscia.

La Cisgiordania non sta molto meglio. La maggior parte dei palestinesi nei Territori Occupati, oltre all’impatto devastante della pandemia da Covid-19 e alle debolezze strutturali nell’Autorità Palestinese, afflitta da corruzione e malgoverno, sta patendo l’oppressione crescente dell’occupazione israeliana.

Secondo Oxfam l’ANP importa il 95% del suo grano e non possiede nessuna struttura di stoccaggio. Tutte queste importazioni passano attraverso Israele, che controlla ogni accesso alla Palestina dal mondo esterno. Dato che Israele stesso importa quasi metà del suo grano e cereali dall’Ucraina, i palestinesi sono ostaggio di questo particolare meccanismo dell’occupazione.

Comunque Israele ha ammassato riserve di cibo ed è in massima parte indipendente per l’energia, mentre i palestinesi sono in difficoltà a tutti i livelli. Mentre l’ANP ha parte della colpa per aver investito nel suo elefantiaco apparato di “sicurezza” a spese della sicurezza alimentare, Israele ha in mano quasi tutte le chiavi della sopravvivenza dei palestinesi.

A causa delle centinaia di checkpoint nella Cisgiordania occupata posti dall’esercito israeliano e che separano le comunità una dall’altra e i contadini dalle proprie terre, in Palestina l’agricoltura sostenibile è quasi impossibile. Questa complessa situazione è ulteriormente aggravata da due grossi problemi: gli oltre 700 kilometri del cosiddetto “Muro di Separazione” che non “separano” per niente gli israeliani dai palestinesi, ma privano illegalmente i palestinesi di ampie aree delle loro terre, quasi tutte zone agricole, e il vero e proprio furto di acqua palestinese dalle falde acquifere della Cisgiordania. Mentre molte comunità palestinesi in estate non hanno acqua potabile, Israele non ha mai scarsità di acqua in nessun periodo dell’anno.

La cosiddetta Area C determinata dagli Accordi di Oslo costituisce quasi il 60% dell’area totale della Cisgiordania ed è sotto completo controllo militare israeliano. Sebbene sia relativamente poco popolata, contiene la maggior parte dei terreni agricoli dei Territori Palestinesi Occupati, specialmente le zone della fertilissima valle del Giordano. A causa della pressione internazionale Israele ha rimandato la sua annessione ufficiale dell’Area C, ma essa è comunque praticamente avvenuta e i palestinesi sono lentamente cacciati via e rimpiazzati da una popolazione crescente di coloni illegali ebrei-israeliani.

I prezzi dei generi alimentari in rapida crescita stanno danneggiano proprio quei contadini e allevatori che sono impegnati a riempire l’enorme voragine causata dall’insicurezza alimentare globale risultante dalla guerra. Secondo Oxfam, in Cisgiordania i costi dei mangimi sono saliti del 60%, problema che va ad aggiungersi al “presente fardello” che gli allevatori devono affrontare, come l’”inasprimento dei violenti attacchi dei coloni israeliani” e “lo sfollamento forzato”, un eufemismo usato per definire la pulizia etnica, parte delle politiche di annessione di Israele.

La fine della guerra Russia-Ucraina probabilmente porterebbe un parziale miglioramento, ma persino questo non porrebbe fine all’insicurezza alimentare della Palestina dato che il problema è provocato e prolungato da specifiche politiche israeliane. Nel caso di Gaza infatti la crisi è totalmente creata da Israele con in mente specifici obiettivi politici. L’infame commento dell’ex consigliere del governo israeliano Dov Weisglass che nel 2006 spiegava i motivi dell’assedio di Gaza resta il principio guida dell’atteggiamento di Israele verso la Striscia: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma di non farli morire di fame.”

Perciò, per scongiurare una grave crisi alimentare, la Palestina ha bisogno di un’attenzione immediata. L’estrema e prolungata povertà e l’elevata disoccupazione a Gaza non lasciano alcun margine per altre disastrose limitazioni. Comunque qualsiasi cosa si faccia ora sarebbe solo un rimedio a breve termine. Si deve tenere un dibattito serio, che coinvolga i palestinesi, i Paesi arabi, la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e altri organismi per discutere e risolvere l’insicurezza alimentare palestinese. Per la gente della Palestina occupata questa è la vera e concreta minaccia esistenziale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)