Nessun diritto per i lavoratori di Gaza in Israele

Amjad Ayman Yaghi

7 aprile 2022 – The Electronic Intifada

Muhammad Abdelwahab ha subito un incidente mentre lavorava in un cantiere edile in Israele.

La lesione era grave – una ferita sanguinante alla testa – e si è recato in una clinica.

La clinica gli ha consigliato di rivolgersi in ospedale, ma Abdelwahab ha preferito aspettare e tornare a Gaza per le cure. Dal momento che non aveva l’assicurazione sanitaria, le cure sarebbero state troppo costose in Israele.

Nonostante la gravità dell’infortunio di Abdelwahab, il suo datore di lavoro non gli ha fornito alcun risarcimento finanziario o cure mediche.

Abdelwahab, 39 anni, è padre di quattro figli e vive nel campo profughi di Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza.

Era disoccupato da tre anni quando nel dicembre 2021 ha iniziato a lavorare nel settore edile in Israele. Il suo incidente è avvenuto nel febbraio di quest’anno.

Sebbene sia un fabbro professionista, Abdelwahab era disposto a lavorare in qualsiasi settore in Israele, non solo perché quei lavori vengono pagati relativamente bene, ma perché il blocco israeliano a Gaza imposto nel 2007 ha fortemente ridotto le opportunità di lavoro nella Striscia.

Abdelwahab è riuscito a ottenere un permesso per lavorare in Israele, ma non ha avuto al qualifica ufficiale di “lavoratore”.

Invece, ha ricevuto un permesso per “necessità economiche”, che priva il lavoratore dell’accesso a benefici come l’indennizzo di lavoro, l’assicurazione sanitaria e altri diritti lavorativi concessi in Israele ai lavoratori.

“Sto aspettando di riprendermi dall’infortunio per tornare al lavoro”, ha detto. Più sto a casa, più le cose peggiorano per me. Ho dei figli, tre di loro sono studenti e ho delle grosse spese”.

Sebbene Abdelwahab consideri importanti questioni come la salute e l’assicurazione sulla vita, ha affermato che le condizioni a Gaza sono così terribili che qualsiasi lavoro, anche senza sussidi, è “come un sogno”.

Abdelwahab valuta con attenzione anche il futuro dei suoi figli, che si troverebbe a rischio nel momento in cui a lui e ai suoi colleghi venisse a mancare la sicurezza sul lavoro.

Lavoratori senza assicurazione

Come parte di un accordo con Hamas con la mediazione dell’Egitto, Israele ha recentemente concesso ai lavoratori palestinesi della Striscia di Gaza altri 8.000 permessi per lavorare all’interno di Israele.

Tuttavia, per le caratteristiche dei permessi, questi lavoratori non godono di benefici lavorativi e sociali, sono trattati in modo diverso e spesso pagati meno dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania occupata.

Al posto dei permessi di lavoro, ai lavoratori di Gaza vengono concessi permessi per necessità economicheche non garantiscono loro i diritti lavorativi.

I lavoratori della Cisgiordania, invece, hanno permessi regolari.

Fahmi Amin, 40 anni, che lavora in una fabbrica israeliana vicino a Gaza, ha affermato che ottenere tali permessi può costare a un palestinese di Gaza fino a 916 euro in tasse di registrazione al ministero delle finanze di Gaza, una cifra enorme per i disoccupati.

Eppure al checkpoint di Erez, l’unico valico per le persone tra Gaza e Israele, molti vengono trattenuti e subiscono un breve interrogatorio da parte delle autorità israeliane.

Amin sottolinea che i lavoratori palestinesi in Israele, a causa della loro mancanza di diritti, temono che possano essere tagliati gli aiuti umanitari dell’Autorità Nazionale Palestinese e che, da un momento all’altro, possa sorgere una controversia tra Israele e Gaza, lasciandoli disoccupati e con poche prospettive per ulteriori lavori.

Amin sostiene che lavorare in Israele può rendere cinque volte di più del salario che si riceve a Gaza.

“Ma pensare di lasciare il lavoro in Israele sarebbe un disastro” dice Amin.

Abbiamo troppa paura che gli aiuti che riceviamo dall’Autorità Nazionale Palestinese – già sospesi da diversi mesi vengano tagliati, afferma.

L’Autorità Nazionale Palestinese, dipendente dagli aiuti esteri, concede indennità assistenziali alle famiglie più povere di Gaza.

“Il lavoro in Israele non è garantito”, ha aggiunto. Riprenderemo a cercare un modo per convincere le autorità ufficiali della nostra necessità di un sostegno finanziario regolare in caso di interruzione degli aiuti. Non vogliamo che si arrivi a questo”.

Amin dice che lui e gli altri lavoratori lavorerebbero ovunque, pur di poter fornire cibo e indumenti ai loro figli.

“Ci auguriamo di ottenere in prospettiva la concessione dei nostri diritti in modo che nulla possa impedirci di lavorare”, aggiunge.

Negazione dei diritti fondamentali

Dopo l’attacco israeliano del maggio 2021 a Gaza Israele ha autorizzato altri 3.000 permessi commerciali per i palestinesi di Gaza, portando il numero totale di permessi a 10.000. Tuttavia, questi permessi per esigenze commerciali e finanziarie non comportano diritti lavorativi.

Fino allo scoppio della seconda intifada nel 2000 il numero totale di lavoratori di Gaza all’interno di Israele era di quasi 30.000.

Oggi, secondo Sami al-Amasi, capo della Federazione generale palestinese dei sindacati a Gaza, questo numero non supera i 10.000.

Al-Amasi sottolinea che gli israeliani, rifiutandosi di designare i palestinesi di Gaza come “lavoratori”, eludono qualsiasi impegno a fornire lavoro e diritti economici.

Molti lavoratori feriti o licenziati prima del 2000, dice al-Amasi, per ottenere i loro diritti si sono rivolti ad avvocati palestinesi con cittadinanza israeliana.

Alcuni di questi casi sono rimasti fermi nei tribunali per anni poiché i datori di lavoro israeliani hanno cercato di negare ai lavoratori palestinesi i loro diritti.

Al-Amasi spiega che Israele ha sostituito i permessi commerciali con permessi per esigenze economiche per evitare di fornire ai lavoratori l’assicurazione sanitaria, il risarcimento in caso di infortunio e il TFR.

Al-Amasi osserva che prima del 2000 agli abitanti di Gaza impiegati in Israele veniva concessa la qualifica di “lavoratori”.

A tutti dovrebbe essere concesso lo status di lavoratore, aggiunge, in modo che ognuno ottenga i suoi diritti”.

Il sindacato a cui è iscritto ora sta spingendo per il rilascio ad abitanti di Gaza di almeno 30.000 permessi di lavoro in Israele. Questi sforzi sono assistiti da quelli che al-Amassi chiama “intermediari”.

Secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese nel 2021 circa 230.000 abitanti di Gaza erano disoccupati.

Tra i palestinesi della striscia di Gaza tra i 19 e i 29 anni in possesso di diploma, il 66% delle donne e il 39% dei maschi era disoccupato.

Maher al-Tabaa, il direttore della Camera di Commercio di Gaza, ha affermato che i permessi commerciali e finanziari rilasciati ai palestinesi di Gaza non conferiscono loro alcun diritto.

Eppure, dice, i lavoratori accettano questi permessi a causa degli alti tassi di povertà e disoccupazione.

Aggiunge che Israele potrebbe in seguito usare ciò come strumento di pressione sulle fazioni palestinesi affinché accettino un armistizio a lungo termine con Israele, non preso in considerazione durante i precedenti negoziati mediati dall’Egitto.

Attualmente, afferma al-Tabaa, i lavoratori in possesso dei permessi hanno un impatto molto limitato sull’economia di Gaza rispetto agli anni precedenti. Il numero di persone in cerca di lavoro supera di gran lunga il numero di permessi disponibili.

Il salario minimo a Gaza è inferiore a 550 euro al mese, ma il salario medio mensile effettivo è di 183 euro.

“I bassi salari sono molto importanti nella Gaza assediata”, dice al-Tabaa, aggiungendo che pochissime istituzioni pubbliche e private sono in grado di pagare il salario minimo.

Tuttavia, osserva, “questo è limitato alle istituzioni principali come banche e importanti società di telecomunicazioni, mentre altri lavoratori a Gaza ricevono la metà o meno della metà del salario minimo”.

Amjad Ayman Yaghi è un giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Per i palestinesi in Cisgiordania, [gli attacchi armati]sono eventi eccezionali, non un'”ondata di terrorismo”

Amira Hass

2 aprile 2022 Haaretz

Sebbene l’opinione pubblica palestinese comprenda le motivazioni degli aggressori, la stragrande maggioranza non sceglie questa strada, che non favorisce la loro causa, e ha delle riserve sul prendere di mira i civili. Ma condannare? Che prima gli israeliani condannino la violenza che esercitano contro i palestinesi

I tre atti di omicidio-suicidio perpetrati da quattro palestinesi – da entrambi i lati della Linea Verde – in meno di due settimane evidenziano solo l’assenza di un organo politico dirigente palestinese riconosciuto, con un’unica strategia chiara e unificante. Gli attacchi riflettono divisioni interne e la dolorosa consapevolezza della debolezza e dell’incapacità palestinese di agire di fronte alla potenza di Israele. D’altra parte, il fatto che così pochi scelgano questa strada, nonostante sia disponibile, indica una più ampia comprensione politica del fatto che tali attacchi non promuovono la causa palestinese.

La stragrande maggioranza sta “votando con i piedi sa che gli attacchi dei lupi solitari spinti dalla disperazione o dalla vendetta non hanno, né costituiscono in sé, un obiettivo e non porteranno a nulla. Non cambieranno l’equilibrio di potere. Il popolo palestinese in Cisgiordania lo capisce senza bisogno di direttive dall’alto, senza un discorso pubblico aperto sull’argomento e mentre le sue organizzazioni politiche, principalmente quelle dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e dell’Autorità Palestinese, sono al loro punto più basso in termini di potere e di fiducia della gente – e sono più che mai in conflitto e in competizione tra loro.

Ogni palestinese, su entrambi i lati della linea verde, ha molte ragioni per desiderare che gli israeliani provino dolore, perché sono loro e non solo il loro governo ad essere responsabili della difficile situazione dei palestinesi. È probabile che questo fosse il desiderio dei quattro assassini suicidi, indipendentemente dal loro background, dalle circostanze familiari o dal carattere di ciascuno di loro. Gli israeliani sanno subito, poiché esiste un intero apparato che diffonde tali informazioni, quali sono gli aggressori arrestati in precedenza, dopo quale attacco sono stati distribuiti dolci [per celebrare l’attacco, ndt] e accanto alla casa di quale assalitore i giovani hanno festeggiato (con totale mancanza di rispetto per il dolore della famiglia). Ma gli israeliani, nel complesso, non sono interessati alla misura in cui Israele, e loro stessi, in quanto suoi cittadini, hanno costantemente e per molti decenni causato sofferenza ai palestinesi, come individui e come popolo.

Questo enorme divario tra conoscenza specifica [dei palestinesi, ndt] e ostinata mancanza di conoscenza [degli israeliani, ndt] è sufficiente a spiegare perché l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sia indifferente ai recenti attacchi da parte di individui, siano essi commessi da cittadini israeliani o da abitanti della Cisgiordania, e non obbedisca alle richieste israeliane di condannare gli omicidi. Ciò che è degno di nota non è che gli aggressori siano sfuggiti all’attenzione dello Shin Bet, ma che, nonostante la loro comprensione delle motivazioni degli assalitori, la stragrande maggioranza dei palestinesi non scelga di intraprendere questa strada.

Migliaia di palestinesi senza permesso di lavoro entrano apertamente in Israele ogni giorno attraverso molteplici varchi nel muro di separazione. Questo va avanti da anni, con la piena conoscenza dell’esercito e della polizia. Come tutti sanno, c’è una notevole quantità di armi e munizioni tra i palestinesi in Israele e in Cisgiordania. Questi due fatti avrebbero potuto portare molti altri attacchi per vendetta da parte di individui che non potevano essere scoperti in anticipo, sia cittadini palestinesi di Israele che residenti in Cisgiordania. Anche se nelle prossime settimane si verificheranno alcune imitazioni, come l’attacco con il cacciavite di giovedì, per i palestinesi il numero di questi attacchi impallidisce rispetto all’entità e alla natura sistematica dell’ingiustizia inflitta loro da Israele.

Ogni palestinese ha buone ragioni per desiderare di infrangere la falsa normalità di cui godono i cittadini ebrei, che in generale ignorano il fatto che il loro Stato agisce instancabilmente, giorno e notte, per espropriare un maggior numero di palestinesi delle loro terre e dei loro diritti storici e collettivi come popolo e società. Per raggiungere questo obiettivo, Israele mantiene un regime continuo di oppressione. Ciò include: la violenza burocratica come i divieti di costruzione, sviluppo e movimento che discriminano i palestinesi a favore degli ebrei, nel Negev, in Galilea e in Cisgiordania, la violenza disciplinare attraverso la sorveglianza, le incursioni notturne e gli arresti e violenze fisiche come torture durante gli interrogatori e la detenzione, attacchi regolari da parte dei coloni e lesioni e morte per mano principalmente di soldati e poliziotti, ma anche per mano di civili israeliani. Il fatto che gli autori siano lo Stato, le sue istituzioni e i cittadini, non rende questa violenza accettabile, legittima o giustificata agli occhi dei palestinesi, che costituiscono metà della popolazione che vive tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Al contrario. La natura meticolosamente pianificata di questa violenza e il numero infinito di israeliani che vi prendono parte danno ai palestinesi un diverso senso delle proporzioni quando un’azione violenta è intrapresa dai loro compatrioti. Quella che è considerata un'”ondata di terrorismo” dagli ebrei israeliani è vista dai palestinesi come un’eccezione, composta da pochi giovani che si sono stufati dell’impotenza di tutti, compresi se stessi, scegliendo invece di uccidere e farsi uccidere. Molti più giovani diventano dipendenti da antidolorifici e altri farmaci per le stesse ragioni, oppure seguono i propri sogni ed emigrano.

In conversazioni private i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza esprimono dolore per la morte di civili. Sembra che gli attacchi con il coltello e l’omicidio di donne e anziani, come accaduto a Be’er Sheva, siano più scioccanti degli spari contro i passanti, che includono poliziotti e soldati in uniforme. Alcune persone sottolineano il fatto che gli assalitori ad Hadera hanno sparato solo contro gli agenti della polizia di frontiera e, secondo testimoni israeliani, hanno deliberatamente evitato di sparare contro donne e bambini. In un rapporto in arabo questa distinzione tra persone in uniforme e civili è attribuita – per errore o apposta, chi può dirlo – all’aggressore [che ha agito] a Bnei Brak, anche se ha sparato indiscriminatamente contro i civili.

Per vari motivi, il dolore e le riserve personali non si traducono in condanna pubblica (tranne che da parte di Mahmoud Abbas, che è così impopolare che la sua opinione non conta). Innanzitutto perché gli attacchi di un “lupo solitario” non rappresentano la collettività in generale, che non ne è responsabile, ma anche perché l’uso delle armi ha un’aura di santità e legittimità storica difficile da scrollarsi di dosso. In secondo luogo, nasce dalla compassione istintiva per un palestinese che ha scelto di essere ucciso. Terzo, non vi è alcuna condanna pubblica da parte di Israele dopo ogni atto di violenza da parte dello stato o da parte di elementi ufficiali o privati ​​contro i palestinesi. Una condanna palestinese appare quasi collaborazionista perché non tiene conto di un equilibrio di potere così sbilanciato.

La facciata di normalità israeliana potrebbe essersi incrinata per alcuni giorni, con l’isteria e la paura alimentate dai media israeliani e da Hamas, dalla Jihad islamica e da Hezbollah, che lodano questi attacchi per il loro tornaconto politico. Anche le persone consapevoli dell’inutilità e dell’inefficacia di tali atti di disperazione e vendetta non lo affermano pubblicamente per non offendere le famiglie degli aggressori uccisi. In ogni caso l’attenzione dei palestinesi si è concentrata sugli attacchi dei coloni e dell’esercito e l’istigazione di destra contro tutti gli arabi scatenata subito dopo gli attacchi dei lupi solitari.

Nonostante il tradizionale sostegno emotivo alla resistenza armata, la stragrande maggioranza sa che per ora, anche se questo tipo lotta dovesse riprendere (e non solo da parte di singoli), e anche se dovesse essere meglio pianificata rispetto al precedente della seconda Intifada, non potrebbe  sconfiggere Israele o migliorare la sorte dei palestinesi. Proprio come la diplomazia, il movimento BDS e le sanguinose dimostrazioni a Beita e Kafr Qaddum non sono riusciti e non stanno riuscendo a bloccare la costante e quotidiana acquisizione di spazio da parte degli ebrei israeliani e l’espulsione dei palestinesi verso enclave sovraffollate che possono essere chiuse in un attimo da un pugno di soldati.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele: cinque morti nella sparatoria alla periferia di Tel Aviv

Lubna Masarwa, Huthifa Fayyad

29 marzo 2022 – Middle East Eye

Dopo l’attacco di un palestinese armato proveniente dalla Cisgiordania occupata Israele alza il livello di allerta al livello più alto da maggio dello scorso anno

Martedì un uomo armato ha ucciso cinque persone nel corso di una sparatoria nella periferia della città israeliana di Tel Aviv, pochi giorni dopo che due attacchi simili hanno provocato la morte di sei persone e diversi feriti.

L’assalitore, identificato come Diya Hamarshah, 27 anni, è stato successivamente colpito a morte dalla polizia.

I media locali hanno riferito che Hamarshah era un ex prigioniero palestinese della città occupata di Yabad, in Cisgiordania, vicino a Jenin.

La sparatoria sarebbe avvenuta in due posti diversi a Bnei Brak, un’area ebraica ultra-ortodossa.

Haaretz ha riferito che l’aggressore ha colpito un giovane in un minimarket con un fucile d’assalto, prima di sparare a un’altra persona in bicicletta e poi a un’auto di passaggio.

Un’abitante di Bnei Brak, che vive vicino al luogo dell’attacco e ha preferito non dire il suo nome, ha detto a Middle East Eye che la sparatoria l’ha lasciata “spaventata e triste”.

“Mi sento in pericolo. Non posso credere che sia successo così vicino a noi. Sono sempre scioccata nel vedere incidenti come questo, ma quando è così vicino ha un effetto diverso”, afferma.

“Non credo ci sia un futuro in Israele. Le lancette dell’orologio stanno tornando indietro. Non ho nessuna speranza”.

Alle 22:00 ora locale il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha tenuto una riunione con il ministro della Difesa Benny Gantz e altri funzionari della difesa per valutare la situazione della sicurezza.

La polizia ha annunciato di aver alzato il livello di allerta al livello più alto da maggio dello scorso anno.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas si è affrettato a condannare l’attacco, affermando che “l’uccisione di civili palestinesi e israeliani porterà solo a un deterioramento della situazione in un momento in cui stiamo cercando di raggiungere una stabilizzazione alla vigilia del mese di Ramadan.”

Ha condannato l’attacco anche Ayman Odeh, capo della Lista Comune, alleanza politica palestinese in Israele.

“Oggi cinque civili sono stati uccisi – ognuno un mondo a sé stante. Si uniscono ai 51 palestinesi uccisi dall’inizio dell’anno – ognuno un mondo a sé“, ha detto Odeh.

Condanno fermamente qualsiasi danno nei confronti di civili, sia palestinesi che israeliani, insieme a qualsiasi offesa a persone innocenti”, ha aggiunto.

È tempo di porre fine alla fonte dell’odio che consiste nella maledetta occupazione e di stabilire una pace che porti sicurezza e vita normale a entrambi i popoli”

“Israele deve incolpare sé stesso

L’assalto di martedì arriva pochi giorni dopo due attacchi simili da parte di cittadini palestinesi di Israele a Beersheba e Hadera, che hanno provocato la morte di un totale di sei persone, inclusi due agenti di polizia. Tutti e tre gli assalitori sono stati uccisi.

L’assalto arriva anche un giorno prima del 46° anniversario del primo Land Day. I palestinesi celebrano la Giornata della Terra ogni 30 marzo dal 1976, quando i cittadini palestinesi di Israele protestarono contro la politica israeliana di furto della terra e discriminazione.

L’analista israeliano Meron Rapoport ha detto a MEE che gli assalti probabilmente porranno il governo israeliano in una situazione molto difficile.

“Israele è molto sconcertato di fronte a questa situazione perché non ha nessuno contro cui combattere. Non è possibile occupare città palestinesi come nel 2002 perché sono già occupate, né può “occupare” Umm al-Fahm [nel Distretto di Haifa, con 45.000 abitanti quasi tutti palestinesi, ndtr.] perché sono cittadini israeliani”, afferma Rapoport.

“Israele potrebbe essere soddisfatto che l’Occidente e gli Stati arabi abbiano cessato di interessarsi alla causa palestinese, e il vertice del Negev [incontro sul Medio Oriente organizzato da Israele il 27 marzo 2022 a Sde Boker, nel Negev, con Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Marocco, con lobiettivo di dare vita a unarchitettura di sicurezza regionale, ndtr.] avrebbe dovuto esserne una prova. Ma – come ha detto il professor Menachem Klein [docente della facoltà di Scienze Politiche dell’Università israeliana di Bar-Ilan, ndtr.] nel corso di una conversazione personale – la questione palestinese è stata trasformata in una mera questione interna israeliana, ed è esattamente ciò che sta accadendo ora. Israele può incolpare solo se stesso”.

La violenza sarà tuttavia sfruttata dall’estrema destra israeliana, avverte Rapoport.

Poco dopo l’attacco decine di israeliani si sono radunati sulla scena dove si potevano sentire cantare slogan anti-palestinesi, tra cui “morte agli arabi”. Alcuni chiedevano le dimissioni di Bennett.

Negli ultimi anni è cresciuta l’influenza dell’estrema destra all’interno delle forze di polizia e in generale nella politica israeliane.

Quelle forze, spiega Rapoport, ora useranno questi eventi per smantellare il governo, che è una fragile alleanza di compagini di destra, sinistra e centro, oltre che di rappresentanze palestinesi.

“L’estrema destra ha paura che Israele diventi una vera democrazia, quindi vuole rimuovere i palestinesi dalla vita politica”.

Tensioni nel Ramadan

A Yabad, citata come città natale di Hamarshah, dopo l’attacco la folla è scesa in piazza per mostrare solidarietà alla famiglia in vista delle scontate incursioni dell’esercito.

Raed Bakr, un abitante di Yabad, ha detto a MEE che dopo l’attacco è stato chiuso il posto di blocco di Dotan, situato a sud di Yabad, sulla strada che collega Jenin a Tulkarm.

“I giovani, in previsione delle incursioni israeliane, hanno bloccato l’ingresso di Yabad usando massi e bidoni della spazzatura”, dice Bakr.

“Al momento tutto è calmo ma la gente si aspetta da un momento all’altro incursioni dell’esercito”.

Aouni al-Mashni, un’importante figura politica palestinese di Betlemme, ha detto a MEE che i recenti eventi sono una prevedibile reazione alle continue aggressioni israeliane contro i palestinesi.

“La violenza usata da Israele, uno Stato razzista, contro i palestinesi in Cisgiordania e all’interno di Israele, avrà come ovvia contropartita una risposta violenta da parte dei palestinesi”, ha detto al-Mashni a MEE in un’intervista telefonica.

“L’espulsione dei residenti del Naqab [estesa zona desertica meridionale chiamata in ebraico Negev, ndtr.] la ebraificazione di Gerusalemme, gli attacchi a Sheikh Jarrah, le provocazioni alla moschea di al-Aqsa, le uccisioni quotidiane in Cisgiordania – tutto questo porta naturalmente alla contro-violenza. Questa violenza è esclusiva responsabilità di Israele”, ha aggiunto.

“E’ presto per arguire che stiamo entrando in una nuova fase, ma ci troviamo certamente in una fase caratterizzata da violenza e deterioramento”.

La tensione è aumentata nelle ultime settimane in vista del primo anniversario dell’offensiva di 11 giorni di Israele su Gaza [dal 10 al 20 maggio 2021, ndtr.].

Le violenze sono scoppiate lo scorso Ramadan quando Israele ha cercato di espellere delle famiglie palestinesi dal quartiere occupato di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est per far posto ai coloni israeliani.

Ciò ha provocato proteste diffuse in tutta la Cisgiordania occupata e nella comunità palestinese all’interno di Israele, scatenando nel maggio 2021 l’operazione militare su vasta scala di Israele sulla Striscia di Gaza assediata.

Secondo Axios [organo di informazione online israeliano in lingua inglese, ndtr.], i funzionari statunitensi si sono adoperati per mantenere la calma a Gerusalemme, in vista dell’anniversario del conflitto in cui più di 260 palestinesi sono stati uccisi a Gaza, 29 nella Cisgiordania occupata e 13 persone in Israele.

“I leader arabi sono avulsi dalla realtà

All’inizio di questa settimana, i ministri degli Esteri di Marocco, Egitto, Bahrain, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Stati Uniti si sono incontrati in Israele per un vertice di due giorni a Naqab (Negev) per discutere di questioni regionali.

Nel frattempo, il re di Giordania Abdullah ha incontrato lunedì a Ramallah il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas.

La serie di incontri ad alto livello tra leader regionali nelle ultime settimane è stata vista come un tentativo di allentare le tensioni in vista del mese sacro del Ramadan, che dovrebbe iniziare la prossima settimana.

“I leader palestinesi e arabi sono chiaramente avulsi dalla realtà. Sono avulsi dalla lotta del popolo palestinese e dal fatto che le relazioni israelo-palestinesi si sono deteriorate”, ha affermato al-Mashni [figura politica palestinese, attivista del partito Fatah, ndtr.], riferendosi agli incontri regionali.

Nonostante gli sforzi per ridurre le tensioni i coloni israeliani hanno continuato a prendere d’assalto la moschea di al-Aqsa. Sono previste altre marce dei coloni ad al-Aqsa il prossimo Ramadan, che si sovrapporrà alle festività ebraiche.

Israele ha occupato Gerusalemme Est, dove si trova la Moschea di al-Aqsa, durante la guerra del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con una mossa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

La Giordania è stata la custode dei luoghi santi musulmani di Gerusalemme dagli anni ’20. La moschea, che si trova su un altopiano alberato nella Città Vecchia, è venerata anche dagli ebrei che la chiamano Monte del Tempio.

Gli attivisti israeliani di estrema destra hanno ripetutamente spinto per una maggiore presenza ebraica nel sito e alcuni hanno sostenuto la distruzione della moschea di al-Aqsa per far posto a un Terzo Tempio.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele ha chiesto all’ANP di intercedere sui detenuti perché non inizino lo sciopero della fame in difesa dei loro diritti

Redazione di Middle East Monitor

23 Marzo 2022 – Middle East Monitor

Quds Net News [una delle principali agenzie di stampa palestinesi, ndtr.] ha informato che lo Stato di Israele ha ufficialmente chiesto alla Autorità Nazionale Palestinese [ANP] di convincere i detenuti ad annullare lo sciopero della fame il cui inizio è previsto venerdì. Viene riportato che in risposta l’ANP avrebbe detto a Israele di concedere ai detenuti i diritti che spettano loro.

I detenuti hanno annunciato lo sciopero della fame come protesta contro le nuove restrizioni che le autorità israeliane hanno imposto loro.

Secondo un alto funzionario di Hamas, queste restrizioni includono una riduzione delle ore d’aria e dell’accesso alla mensa. Si afferma inoltre che i detenuti siano privati dei diritti fondamentali che includono l’istruzione e la salute.

Nel frattempo il ministro israeliano per la Sicurezza, Omar Bar-Lev, ha chiesto un incontro con il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas prima dell’inizio del mese sacro del Ramadan, la settimana prossima. Israele e gli Stati Uniti sono preoccupati di possibili rivolte durante il Ramadan, che quest’anno concide con altre festività religiose.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele guarda a un nuovo tipo di regime in Cisgiordania, ma il mondo vede l’apartheid

Shaul Arieli

22 febbraio 2022 – Haaretz

Israele non considera l’enclave né occupata né “territorio liberato”. La Cisgiordania resta quindi abbandonata a sé stessa.

All’inizio di febbraio Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui si afferma che Israele mantiene un sistema di apartheid contro i palestinesi. Questo documento potrebbe rivelarsi un trailer per la commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, istituita a seguito dei combattimenti con Gaza dello scorso maggio. Il rapporto della commissione dovrebbe essere pubblicato a giugno e potrebbe affermare che Israele è uno stato di apartheid. Il governo israeliano deve eliminare questa minaccia attuando una linea politica chiara in Cisgiordania.

La politica ambigua del governo precedente sul futuro del territorio non è più accettabile per la maggior parte della comunità internazionale. Quella politica vede le cose nel seguente modo: non annetteremo [la Cisgiordania, ndtr.], ma non creeremo nemmeno uno Stato palestinese, manterremo lo status quo ma amplieremo gli insediamenti coloniali, applicheremo la legge ma non contro gli ebrei rivoltosi e gli avamposti coloniali illegali, parleremo con il presidente palestinese Mahmoud Abbas ma solo di ciò che vogliamo, manterremo Gerusalemme unita ma investiremo solo nei quartieri ebraici.

Dal 1967 Israele è impegnato in una guerra di retorica basata su una terminologia fuorviante che dichiara che i territori occupati sono territori “liberati” o “posseduti“. In tal modo Israele cerca di giustificare le sue azioni contrarie al diritto e alle risoluzioni internazionali.

I governi israeliani sono sempre stati consapevoli dello status legale della Cisgiordania. Un cablogramma top secret del ministero degli Esteri a Yitzhak Rabin del 1968, quando era ambasciatore israeliano a Washington, affermava che “la nostra linea era e rimane quella di evitare fermamente di discutere con gli stranieri della situazione nei territori sulla base degli Accordi di Ginevra… Un nostro esplicito riconoscimento dell’applicabilità degli Accordi metterebbe in luce seri problemi… riguardanti demolizioni di case, espulsioni, insediamenti coloniali e così via”.

Questa consapevolezza non ha mai impedito ai governi laburisti di intraprendere le iniziative di colonizzazione, violando il principio di temporalità previsto dalle leggi sull’occupazione [sulla base della convenzione dell’Aja del 1907 loccupazione è concepita come una situazione transitoria destinata a concludersi già nel corso del conflitto o, al più tardi, al termine delle ostilità, con il ritiro delle truppe occupanti ed il ripristino della piena sovranità dello Stato occupato ndtr.] Tali leader citavano esigenze di sicurezza e affermavano che i territori sarebbero stati “trattenuti” fino al raggiungimento di un accordo diplomatico. Come scrisse Rabin nel suo libro del 1979 Le memorie di Rabin, il governo adottò una chiara politica di sicurezza: dove colonizzare e dove no.

La Corte Suprema ha accolto l’argomento della sicurezza. “Sono consapevole del fatto che stiamo parlando di una popolazione civile… In questo contesto, accetto l’argomento del generale Orli secondo cui una presenza civile in questi punti delicati è la soluzione necessaria”, scrisse nel 1978 la giudice Miriam Ben-Porat .

Allo stesso tempo il governo ha collaborato con il movimento di insediamento nazionalista messianico [movimento dei coloni nazional-religiosi in Cisgiordania, ndtr.]. Il 27 settembre 1967, il colonnello Shlomo Gazit scrisse al capo di stato maggiore dell’esercito israeliano. La lettera si riferiva all'”avamposto di Gush Etzion”. Affermava: Per coprire le esigenze dello Stato l’avamposto dei giovani religiosi a Gush Etzion sarà registrato come avamposto militare di Nahal. Istruzioni in tal senso saranno date ai coloni”.

L’Alta Corte di Giustizia ha cercato di porre fine a questa politica menzognera nel caso Elon Moreh [colonia insediata nei dintorni di Nablus, ndtr.] del 1979, in cui ha cambiato rotta e ha stabilito che la terra palestinese di proprietà privata non può essere sequestrata per stabilire insediamenti coloniali giustificati con l’argomento di esigenze di sicurezza. La corte ha anche dato la priorità allo stato di diritto rispetto alla “promessa divina”. “Questa istanza fornisce una risposta definitiva all’argomento che cerca di interpretare la storica promessa biblica al popolo ebraico come un diritto prioritario di proprietà“, ha scritto il giudice Moshe Landoy.

Nel corso dei decenni la comunità internazionale ha rifiutato la politica israeliana, rifiuto sancito nella risoluzione 2334 delle Nazioni Unite del 23 dicembre 2016 in cui si afferma che gli insediamenti coloniali israeliani stabiliti nelle terre palestinesi occupate dal 1967, inclusa Gerusalemme est, non hanno valore legale e violano il diritto internazionale.

Il Consiglio di Sicurezza ha anche affrontato gli obiettivi della colonizzazione e i mezzi per raggiungerli. Nella risoluzione 2334 ha condannato tutte le misure volte ad alterare la composizione demografica, il carattere e lo status del Territorio Palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, inclusa, tra l’altro, la costruzione e l’espansione di insediamenti coloniali, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terreni, la demolizione di case e lo sfollamento di civili palestinesi, in violazione del diritto umanitario internazionale e delle relative risoluzioni”.

Negli ultimi dieci anni il governo israeliano ha deciso di continuare le violazioni sopra elencate. Ha approvato la creazione di una nuova colonia, Amihai, e autorizzato 22 avamposti coloniali illegali. Ha ampliato la separazione tra i due sistemi giudiziari, uno per gli israeliani e uno per i palestinesi. Ha aumentato di un terzo il numero dei coloni.

Ha approvato la costruzione di migliaia di nuove unità abitative. Ha realizzato 67 fattorie e una vasta area industriale a Samaria, nel nord della Cisgiordania. Ha stanziato 13 miliardi di shekel (3,5 miliardi di euro) per la pavimentazione delle strade e ha demolito migliaia di case palestinesi.

Nell’ultimo decennio, Israele ha anche ulteriormente violato il suo principale obbligo ai sensi del diritto internazionale: garantire il ripristino dell’ordine pubblico. In primo luogo, ha creato 135 avamposti coloniali, illegali anche secondo la legge israeliana. Li ha collegati al sistema stradale e alla rete elettrica. E negli ultimi anni, con il termine fuorviante “giovani colonie”, ha cercato di regolamentare il loro status e le loro infrastrutture attraverso leggi antidemocratiche.

In secondo luogo, il governo non ha intrapreso le azioni necessarie nei confronti dei rivoltosi ebrei che commettono violenze contro palestinesi, israeliani, soldati israeliani e polizia israeliana. Gli ordini del ministro della pubblica sicurezza alle IDF [forze di di difesa israeliane: l’esercito israeliano, ndtr.], i cui soldati sono stati presenti alla maggior parte di questi incidenti, non vengono eseguiti. Il ministro ha affermato che le IDF devono “agire per mantenere la sicurezza e l’ordine in Giudea e Samaria [nomi israeliani di due regioni rispettivamente a sud e a nord di Gerusalemme; conquistate da Israele nella guerra del 1967, sono considerate dall’ONU e dalla Corte internazionale di giustizia territori occupati, ndtr.] esercitando l’autorità assegnata alle IDF ai sensi della legge, in cooperazione e in coordinamento con la polizia israeliana”.

Secondo la visione dell’attuale governo, che si è impegnato ad effettuare dei cambiamenti, la Cisgiordania non è un territorio occupato. La prova di ciò può essere vista nelle sue azioni in violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni. Non è interessato a stabilire il futuro della Cisgiordania attraverso dei negoziati. Non considera la Cisgiordania un “territorio occupato”, in quanto viola il principio della temporalità espandendo le colonie. Il governo non considera la Cisgiordania neppure un “territorio liberato”, in quanto negli Accordi di Abramo si è impegnato a non annetterla.

Lo status della Cisgiordania è quindi quello di un territorio abbandonato i cui abitanti palestinesi sono discriminati. L’Autorità Nazionale Palestinese non può far rispettare la legge e l’ordine nella maggior parte delle aree della Cisgiordania, poiché ha autorità solo sul 40% del territorio, che è diviso in non meno di 169 isole separate. Nell’Area C, controllata da Israele, ci sono due sistemi giudiziari: uno per gli israeliani e uno per i palestinesi.

Il mondo chiama questo apartheid. Non solo Israele non applica le leggi sull’occupazione militare, ma ignora anche le proprie leggi e le risoluzioni del governo. Permette a una minoranza radicale di determinare il carattere dello Stato e la sua immagine nel mondo. La Startup Nation [dal titolo di un libro del 2009 sulla crescita economica di Israele, ndtr.] sta cercando di inventare una nuova start up, a quanto pare, sotto forma di un nuovo regime. Ma a differenza dell’alta tecnologia e dell’agricoltura, il mondo non è realmente interessato a questa “innovazione” e la considera semplicemente apartheid.

Il fatto che Israele appartenga alla famiglia delle nazioni, impedendone così un’emarginazione, ha un’importanza senza precedenti. Dovremmo ricordare al primo ministro Naftali Bennett – che crede che il mondo si “abituerà” a tutti i capricci di Israele – ciò che il primo ministro David Ben-Gurion disse ad Haaretz il 2 ottobre 1959.

Chiunque creda che oggi si possano risolvere semplicemente attraverso la forza militare questioni di ordine storico tra le nazioni non sa in quale mondo viviamo… Ogni questione locale oggi diventa internazionale, quindi il nostro rapporto con le nazioni del mondo è non meno importante della nostra forza militare”.

L’ultimo libro del dottor Shaul Arieli è l’opera in lingua ebraica del 2021 “12 miti israeliani sul conflitto israelo-palestinese”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Nablus soldati israeliani aprono il fuoco contro un’auto uccidendo dei palestinesi

Al-Jazeera

8 febbraio 2022 – Al Jazeera

L’Autorità Nazionale Palestinese condanna l’assassinio di tre palestinesi nella Cisgiordania occupata, definendolo un “crimine efferato”.

Il Ministero della Salute palestinese ha affermato che l’esercito israeliano ha ucciso tre palestinesi a Nablus, nella Cisgiordania occupata, suscitando la condanna dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Martedì il ministero ha affermato che “tre cittadini sono stati martirizzati nella città di Nablus in seguito ad una sparatoria mirata dell’esercito israeliano”. Secondo l’agenzia stampa palestinese Wafa [il ministero, ndtr.] ha identificato le vittime come Ashraf Mubaslat, Adham Mabrouka e Mohammad Dakhil.

Secondo un rapporto da Nablus di Rania Zabaneh di Al Jazeera Un testimone oculare con cui abbiamo parlato ha detto che l’esercito [israeliano] ha sparato contro l’auto su cui si trovavano i tre palestinesi. Ha affermato di aver continuato a sentire degli spari per più di un minuto”.

Quando siamo arrivati ​​sul posto l’auto, interamente crivellata di proiettili, stava per essere portata via. All’ospedale dove sono stati portati i corpi i medici hanno detto che hanno avuto difficoltà a riconoscere le vittime a causa delle ferite provocate dagli spari.

L’inviata di Al Jazeera ha affermato che “Il ministro della difesa israeliano ha elogiato l’esercito per l’operazione portata a termine”.

Dei testimoni hanno riferito all’agenzia Anadolu che l’incidente ha coinvolto un membro delle forze speciali israeliane che, a bordo di un veicolo civile, ha preso d’assalto il quartiere cittadino di al-Makhfieh e ha aperto il fuoco contro l’auto.

Il Ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese ha chiesto un’indagine internazionale sugli omicidi mentre il consiglio dell’ANP ha descritto il fatto come un “crimine efferato”.

Il ministero degli esteri ha ritenuto il governo israeliano e il primo ministro Neftali Bennett pienamente e direttamente responsabili di questo crimine”.

“Il silenzio della comunità internazionale nei confronti delle violazioni e dei crimini israeliani fornisce una copertura a questi atti criminali e incoraggia l’occupante israeliano a continuare la sua guerra aperta contro i palestinesi”, si legge in una nota.

Israele, da parte sua, ha affermato che i tre uomini erano “militanti” palestinesi responsabili di recenti attentati.

L’agenzia di sicurezza per gli affari interni Shin Bet ha detto che i tre erano a bordo di un veicolo e sono stati uccisi in uno scontro con le forze di sicurezza. Nessun israeliano è stato ucciso o ferito nella sparatoria, ha aggiunto.

Organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno condannato da tempo quella che descrivono come una politica caratterizzata dallo sparare per uccidere e da un uso eccessivo della forza.

B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha affermato di aver registrato lo scorso anno in Cisgiordania 77 morti palestinesi per mano dell’esercito israeliano. Più della metà delle persone uccise non era implicata in alcun attacco, ha aggiunto.

Attacchi dei coloni

Alla fine dell’anno scorso i soldati israeliani hanno ucciso un palestinese durante un’incursione nel quartiere di Ras al-Ain a Nablus.

Nel dicembre 2021 militari israeliani hanno ucciso un palestinese nel villaggio di Beita, in Cisgiordania, durante una protesta contro gli insediamenti coloniali illegali. Le forze israeliane hanno ucciso un minore palestinese dopo un presunto speronamento d’auto ad un posto di blocco militare nel nord della Cisgiordania.

Nello stesso periodo un ebreo ultraortodosso sarebbe rimasto ferito da coltellate inferte da un palestinese fuori dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme.

Una settimana prima un membro di Hamas avrebbe aperto il fuoco nella Città Vecchia uccidendo un israeliano. Entrambi i sospetti sono stati uccisi dai soldati israeliani.

Nel frattempo, all’inizio di questo mese, Amnesty International ha affermato in un nuovo rapporto che Israele sta commettendo “il crimine di apartheid contro i palestinesi” e deve essere ritenuto responsabile per il trattamento degli stessi come “un gruppo razziale inferiore”.

I palestinesi sono stati anche colpiti da una recrudescenza dei violenti attacchi da parte dei coloni israeliani in Cisgiordania e Gerusalemme est.

Israele occupò Gerusalemme Est e la Cisgiordania nella guerra mediorientale del 1967. I territori ora ospitano più di 700.000 coloni ebrei che vivono in 164 insediamenti e 116 avamposti, che i palestinesi individuano come parte del loro futuro Stato indipendente.

Sulla base del diritto internazionale tutte le colonie ebraiche nei territori occupati sono considerate illegali.

I palestinesi, insieme alla maggior parte della comunità internazionale, considerano le colonie uno dei principali ostacoli alla pace.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Aumenta il pericolo per i pescatori di Gaza

Ahmed Al-Sammak

12 gennaio 2022 – The Electronic Intifada 

Il 24 dicembre Beirut al-Aqraa era due miglia al largo quando il suo peschereccio iniziò ad affondare. Immediatamente si diresse a riva, ma a poche centinaia di metri da essa il natante andò a fondo.

Insieme a due dei suoi lavoratori, Beirut nuotò verso la salvezza. Eppure tre dei suoi fratelli dovettero essere soccorsi e portati in ospedale.

“Fortunatamente era circa l’una del pomeriggio”, racconta Beirut. “E alcuni altri pescatori ci hanno visto e si sono precipitati ad aiutarci”.

L’incidente ha avuto gravi ripercussioni su suo fratello Nayef.

“Se fossi rimasto in mare più a lungo, sarei morto”, ha detto Nayef. “Da allora vomito ogni giorno. E ho paura del mare. Non navigherò mai più. Preferirei rimanere senza lavoro piuttosto che uscire di nuovo sulla barca di Beirut”.

Diverse barche di Beirut erano state danneggiate da Israele quando nel maggio dello scorso anno attaccò Gaza in forze. Durante questo attacco, Israele prese di mira il porto di Deir al-Balah, nel centro di Gaza, dove erano ormeggiate le barche di Beirut.

Una delle barche risultò irrecuperabile.

Le autorità di Gaza hanno stimato che le perdite di Beirut causate dall’offensiva di maggio sono state di circa $ 25.000. “Ma siamo più verso $ 30.000”, afferma Beirut.

La barca affondata il 24 dicembre si chiamava Amal, la parola araba per “speranza”. Era tra quelle danneggiate dalle schegge di una bomba israeliana a maggio.

Per riparare correttamente la barca, Beirut aveva bisogno di circa 3 chilogrammi di fibra di vetro. Non poteva permettersi la fibra di vetro, quindi ha usato un sigillante più economico.

Dall’attacco di maggio era stato in grado di continuare a lavorare come pescatore usando Amal. Tuttavia, quando la barca ha iniziato a sgretolarsi il 24 dicembre, è stato chiaro che il lavoro di riparazione non era stato adeguato.

Nessun risarcimento.

Beirut ricorda come fosse soprannominato “il re dei pescatori” perché “avevo quattro barche”.

Prima dell’attacco di maggio, poteva guadagnare fino a $ 1.300 al mese. Ora guadagna solo circa $ 300. “E nessuno ha pagato alcun risarcimento per la mia perdita” afferma.

È ben documentato che Israele attacca spesso direttamente i pescatori palestinesi. Tra ottobre e dicembre è stato registrato dagli osservatori sui diritti umani un totale di 73 incidenti in cui Israele ha aperto il fuoco sui pescatori di Gaza.

Le forze navali israeliane hanno persino sparato due volte sui pescatori di Gaza il giorno di Capodanno.

A Khader al-Saidi è stato ripetutamente sparato contro da Israele.

Nel 2017 a seguito di uno di questi episodi di violenza di stato Khader è stato arrestato e detenuto per quasi un anno. È stato accusato di aver attraversato il confine di pesca consentito al largo della costa di Gaza, un confine spesso arbitrario.

Nel febbraio 2019 Khader era fuori a pescare con suo cugino Muhammad quando sono stati attaccati dalla marina israeliana. I due uomini hanno cercato di scappare ma non ci sono riusciti.

La marina israeliana ha sparato circa 30 proiettili d’acciaio rivestiti di gomma contro Khader, mentre suo cugino è riuscito ad abbassarsi e evitare i colpi.

Dopo essere stato colpito a entrambi gli occhi, Khader è caduto e ha perso conoscenza.

Racconta: “Mi sono svegliato quattro giorni dopo in un ospedale israeliano ad Ashdod [una città portuale]. Ho sentito qualcuno che parlava ebraico e gli ho chiesto ‘dove sono?’ Ma non ha risposto”.

Un medico, che parlava arabo, ha poi spiegato a Khader che aveva perso la vista all’occhio destro. Il medico aveva previsto che il suo occhio sinistro avrebbe impiegato circa una settimana per riprendersi.

Nonostante soffrisse molto, Khader è stato incatenato a mani e piedi mentre i soldati lo portavano al posto di blocco militare di Erez, che separa Gaza e Israele.

È stato scortato attraverso il checkpoint e abbandonato dai soldati israeliani. Un uomo è venuto ad assisterlo e lo ha portato alla polizia locale, che ha chiamato un’ambulanza.

Quando Khader è stato visitato dai medici a Gaza, hanno confermato che ora era cieco da entrambi gli occhi.

Oggi Khader lascia raramente la sua casa. “Non ho alcun desiderio di incontrare nessuno”, dice. “Israele mi ha trasformato in un mendicante”

Ha richiesto un’indennità di invalidità dall’Autorità Nazionale Palestinese ma non ne ha percepita alcuna. “Ero il sostegno di tutta la mia famiglia allargata, nove persone in totale”, afferma. “Ora dipendo dalle persone gentili che mi danno dei soldi. Israele mi ha trasformato in un mendicante”.

Aprire il fuoco non è l’unico modo in cui Israele mina la sicurezza dei pescatori di Gaza. L’assedio incessante di Gaza ha causato un calo del tenore di vita in generale e in particolare tra i pescatori.

Molti pescatori non possono pagare il conto per i lavori di manutenzione delle loro imbarcazioni. Le restrizioni all’importazione di Israele hanno anche portato a una carenza di pezzi di ricambio.

La carenza significa che quando i pezzi di ricambio sono disponibili per l’acquisto sono più costosi di quanto non fossero in precedenza.

Secondo un uomo che esegue lavori di riparazione sulle barche di Gaza, il prezzo di un nuovo motore per una barca di medie dimensioni è ora di oltre 11.000 dollari, quasi il doppio di quello di dieci anni fa.

La conseguenza di lavorare su barche non idonee alla navigazione può rivelarsi fatale, come illustra la storia di Muhammad Musleh. Muhammad, 40 anni, è annegato a settembre quando la barca su cui stava pescando si è capovolta. Il suo motore aveva smesso di funzionare [lasciandola in balia delle onde, ntd].

Suo fratello, Alaa, ha ammesso che la barca non era in buone condizioni. Ma la famiglia ha dovuto continuare ad utilizzarla per necessità economica.

“Se avessimo avuto i soldi per comprare un altro motore, non avremmo perso Muhammed”, afferma Alaa. “Ma non potevamo permettercene uno nuovo. E ancora non possiamo”.

“So che è stato sbagliato per noi andare in mare aperto”, ha detto. “Ma non avevamo altra scelta. Sono padre di quattro figli, Fayez [un altro fratello] ne ha tre e anche Muhammad ne aveva quattro. Chi altro darà da mangiare ai nostri figli?”

Ahmed Al-Sammak è un giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele teme di essere paragonato al regime di apartheid

10 gennaio 2022 – Middle East Monitor

Gli allarmi recentemente espressi da Yair Lapid, Ministro degli Esteri israeliano, riguardo all’insistenza di coloro che ha descritto come nemici dell’occupazione in quanto descrivono la politica israeliana nei confronti dei palestinesi “uno Stato di apartheid”, che equivale a dire “regime di apartheid”, stanno tuttora provocando ulteriori reazioni interne ad Israele ed anche malumori che si stanno diffondendo nella comunità diplomatica israeliana.

Gli israeliani sono spaventati da ciò che considerano una politica adottata dalle organizzazioni per i diritti umani per stravolgere la reputazione dello Stato di occupazione e paragonarlo al sistema di apartheid dominante in Sudafrica decenni fa, basato sull’etnicità e sulla separazione tra bianchi e africani neri, che erano la grande maggioranza. Questo sistema è stato predominante per oltre 40 anni in una situazione di disprezzo, poiché i neri erano privati del diritto al voto e di altre libertà.

Dan Perry, che scrive sul sito “The Times of Israel” [principale quotidiano israeliano in lingua inglese, ndtr.] ed è capo dell’Associazione Stampa Estera, ha affermato nel suo articolo tradotto da “Arabi 21” che “i timori israeliani sono dovuti agli sforzi delle organizzazioni giuridiche internazionali per i diritti umani di paragonare la politica israeliana verso i palestinesi a ciò che è avvenuto in passato ai neri in Sudafrica. Oggi essi sono perseguitati negli Stati Uniti; sono privati della maggior parte dei diritti e vengono considerati vittime di apartheid da parte di un gruppo etnico di minoranza.”

Ha aggiunto che “le posizioni delle forze anti-israeliane ritengono che vi sia un’ampia base originaria comune tra i Paesi che praticano l’apartheid, come il precedente regime sudafricano ed ora gli Stati Uniti insieme a Israele, che pratica la stessa politica verso i palestinesi in Cisgiordania, attuando una politica genocidaria e collegando i palestinesi al termine ‘illegale’ senza alcun riferimento alle colonie israeliane.”

Prendendo in esame le statistiche, gli israeliani sono preoccupati dal fatto che la maggioranza della popolazione mondiale è nata dopo il crollo del regime di apartheid in Sudafrica. Perciò le persone si affrettano a descrivere Israele con la stessa immagine, cosa che richiede che Israele si attivi per impedire l’uso dell’espressione “sistema di apartheid”, anche se controlla le terre palestinesi da 54 anni. Non si prevede che modificherà la sua politica ostile verso di loro. Adesso costruisce colonie per ebrei e crea delle università in quei luoghi, nonostante il biasimo del mondo.

Al tempo stesso ciò che rafforza la riproposizione a livello mondiale del concetto di governo di apartheid è il fatto che le terre dell’Autorità Nazionale Palestinese sono diventate delle isole circondate da territori sotto il controllo totale dell’esercito israeliano. Ciò provoca un deprimente riconoscimento dei bantustan, che ricordano a tutto il mondo la situazione dominante negli anni ’70 e ’80 sotto il regime sudafricano. Forse la politica praticata dalle forze di occupazione contro i palestinesi è razzismo.

Vale la pena di ricordare che le pessimistiche previsioni israeliane ipotizzano che nel nuovo anno 2022 si assisterà ad una campagna da parte delle organizzazioni internazionali e dell’ONU per scegliere termini e parole collegati all’apartheid in relazione alle politiche israeliane verso i palestinesi, cosa che ha spinto il Ministero degli Esteri israeliano e le rappresentanze diplomatiche in tutto il mondo a lanciare un allarme per contrastare ciò che ritengono uno tsunami politico contro di loro.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele blocca pezzi di ricambio indispensabili per gli impianti idrici e fognari di Gaza

Amira Hass

9 gennaio 2022 – Haaretz

Pezzi che impiegavano meno di un mese per entrare a Gaza ora impiegano fino a cinque mesi, con la conseguenza di guasti, rilascio di acque reflue in mare e peggioramento della qualità dell’acqua potabile

Israele sta bloccando l’accesso di centinaia di pezzi di ricambio indispensabili per il corretto funzionamento degli impianti idrici e fognari di Gaza. Di conseguenza, le acque reflue parzialmente trattate vengono rilasciate in mare, le perdite d’acqua dalle tubature sono perfino peggio del solito, il deflusso dell’acqua piovana determina un pericolo di inondazioni. Anche la qualità e la quantità dell’acqua potabile, depurata in appositi impianti, ne risente e gli stessi problemi continuano a riproporsi perché le riparazioni vengono effettuate con materiali di fortuna.

Funzionari palestinesi della Gaza Water Utility [la Coastal Municipalities Gaza Water Utility è il servizio responsabile dell’approvvigionamento idrico e del trattamento delle acque reflue nella Striscia di Gaza, i cui impianti sono stati severamente e ripetutamente danneggiati nel corso dei reiterati bombardamenti israeliani, ndtr.] affermano che dalla fine della guerra di maggio ci sono stati inspiegabili ed estesi ritardi e reticenze nell’acquisizione dei permessi per l’accesso dei vari articoli necessari. Un funzionario della sicurezza israeliano respinge le contestazioni sui ritardi.

Maher an-Najar, vicedirettore generale della Coastal Municipalities (Gaza) Water Utility, afferma che prima della guerra fornitori e appaltatori aspettavano da una settimana a un mese per ottenere un permesso israeliano per l’accesso degli articoli necessari con urgenza alla regolare manutenzione o a riparazioni, mentre ora il tempo di attesa va da due a cinque mesi o più. Circa 500 impianti idrici e fognari a Gaza hanno attualmente una grave carenza di valvole, filtri, pompe, tubi, apparecchiature elettromeccaniche, cavi elettrici, parti di ricambio per veicoli di servizio e parti per computer e sistemi di informatizzazione utilizzati per la supervisione delle ispezioni, la raccolta dei dati e il funzionamento.

“I nuovi progetti che abbiamo realizzato, come gli impianti di desalinizzazione, un impianto di trattamento delle acque reflue, serbatoi d’acqua e molti dei pozzi, sono tutti gestiti per mezzo di un sofisticato sistema computerizzato”, afferma An-Najar. “Che richiede per il funzionamento una fornitura continua e regolare di pezzi di ricambio elettronici.” Dice anche che sono state presentate prima della guerra di maggio delle richieste di parti di ricambio per i sistemi informatici, compreso un server necessario per la sede principale. Da allora tali richieste non hanno ancora ricevuto risposta.

Una delle strutture interessate è la stazione di pompaggio delle acque reflue a Khan Yunis [città palestinese con annesso campo profughi nel sud della Striscia di Gaza, ndtr.]. L’usura delle apparecchiature ha portato a ripetuti allagamenti. Vi sono state installate due nuove pompe, ma l’autorizzazione per un serbatoio di compensazione (che neutralizza la pressione dell’acqua nel sistema) e le relative valvole, richiesta prima della guerra, si è fatta attendere a lungo. I tubi hanno iniziato ad esplodere, quindi sono state reinstallate le vecchie pompe per evitare che quelle nuove venissero danneggiate dai frequenti malfunzionamenti. Due mesi fa è finalmente arrivato il vaso di espansione, ma senza le valvole, quindi deve ancora essere installato. “Non potendo abbassare la pressione ogni giorno esplode un altro tubo alla stazione di pompaggio e noi ci arrangiamo con una riparazione sommaria”, afferma An-Najar.

Il nuovo impianto di trattamento delle acque reflue di Khan Yunis, collegato alla suddetta stazione di pompaggio, è privo di un centinaio di pezzi di ricambio per apparecchiature elettromeccaniche e valvole. Durante la guerra gli operai hanno dovuto abbandonare lo stabilimento a causa dei bombardamenti, e quindi non è stato possibile effettuare la regolare manutenzione.

Nell’impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, l’elemento più importante che manca, ancora in attesa dell’approvazione israeliana, è il pannello di controllo dell’ala centrale (necessario per dissalare 3.400 dei 6.000 metri cubi di acqua al giorno). Pertanto viene dissalata meno acqua e l’azienda idrica deve attingere acqua da pozzi che sono stati dismessi a causa dell’elevata salinità dell’acqua contenuta.

Oltre ai ritardi inspiegabili degli ultimi mesi, un divieto israeliano relativamente recente, dell’inizio del 2021, sta impedendo anche il corretto funzionamento dei sistemi idrici e fognari di Gaza; Israele non consente l’ingresso di tubi di acciaio di diametro superiore a 1,5 pollici [3,81 cm., ndtr.], mentre gli impianti di desalinizzazione e trattamento delle acque reflue richiedono tubi con un diametro compreso tra 2 e 10 pollici [da 5,8 a 25,4 cm.,ndtr.]. Pertanto, gli operatori dei servizi idrici di Gaza non sono in grado di riparare adeguatamente le tubazioni esistenti, alcune delle quali sono state danneggiate dai bombardamenti di maggio. Di conseguenza, aumentano le perdite di acqua potabile e fognaria. An-Najar afferma che durante l’attuale stagione delle piogge la principale preoccupazione è costituita dalle inondazioni nei quartieri residenziali e nelle case a causa della riduzione del drenaggio.

Funzionari dell’Amministrazione di coordinamento e collegamento, che fa parte del Coordinamento del ministero della difesa per le attività governative nei territori (COGAT) [unità del Ministero della Difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, l’esercito israeliano, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.], dicono ai coordinatori e agli ingegneri dei servizi idrici di utilizzare tubi di plastica, ma an-Najar dice che nei punti di uscita dalle stazioni di pompaggio le tubature devono essere di metallo, a causa della pressione dell’acqua. “I nostri ingegneri non avrebbero chiesto un tubo di metallo se fosse stato possibile installare un tubo di plastica”, afferma.

Anche gli impianti di depurazione e dissalazione dell’acqua potabile risentono della carenza di pezzi di ricambio. Non c’è nessuna alternativa a questi impianti perché le acque di falda di Gaza sono insufficienti per la sua popolazione in crescita. L’eccessivo pompaggio durato decenni ha causato crescenti infiltrazioni di acqua di mare nella falda acquifera. I 300 pozzi di Gaza producono ogni anno 85 milioni di metri cubi d’acqua, che richiedono dissalazione e purificazione.

Israele ha rifiutato e rifiuta tuttora di collegare Gaza alle infrastrutture idriche del Paese, pur avendo il controllo anche delle fonti d’acqua della Cisgiordania, deviandone la maggior parte in favore della popolazione israeliana. L’Autorità Nazionale Palestinese, Hamas e i paesi che finanziano l’ANP non insistono perché Israele incrementi la quantità di acqua venduta a Gaza, facendo invece affidamento su un maggiore sviluppo degli impianti di desalinizzazione.

Oggi, dopo oltre vent’anni dal momento in cui per la prima volta si è discusso della desalinizzazione dell’acqua di mare a Gaza, 8 milioni di metri cubi all’anno provengono dagli impianti di desalinizzazione costruiti in loco. La consapevolezza a livello internazionale che la crisi idrica in corso richieda anche un approvvigionamento da parte di Israele ha portato a un aumento della quantità di acqua venduta dalla compagnia idrica Mekorot a Gaza, da 5-8 milioni di metri cubi al momento del disimpegno del 2005 [il piano di disimpegno unilaterale israeliano fu adottato nel mese di agosto 2005 per rimuovere tutti gli abitanti israeliani dalla Striscia di Gaza e da quattro insediamenti in Cisgiordania settentrionale, ndtr.] a soli 15 milioni di metri cubi oggi.

In tutto a Gaza solo il 20 per cento dell’acqua non richiede dissalazione e purificazione. Quando gli impianti di depurazione e dissalazione funzionano solo a capacità ridotta sia la quantità che la qualità dell’acqua potabile disponibile diminuiscono significativamente, con tutte le conseguenti implicazioni per la salute pubblica. Circa 100 impianti sono gestiti dai comuni e dal servizio idrico, fornendo gratuitamente acqua potabile a 180.000 residenti, per lo più famiglie povere. Queste persone non possono permettersi di acquistare acqua imbottigliata importata o purificata in un impianto privato. Centinaia di altri impianti privati ​​vendono acqua purificata ai residenti locali.

L’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij, nel centro di Gaza, che serve 800.000 persone, ha registrato recentemente dei progressi nell’ottenere l’approvazione israeliana per i pezzi di ricambio. La Germania ha investito per la sua costruzione 87 milioni di euro. Trenta paesi e organizzazioni internazionali hanno contribuito alla realizzazione del sistema idrico e fognario di Gaza, dice An-Najar, ma la maggior parte non ha dato somme così ingenti. “E a differenza dei rappresentanti del governo tedesco, non tutti possono continuare a chiedere al COGAT perché vengano bloccati i materiali necessari per il progetto che stanno finanziando”. E questa struttura è solo una delle 500, sottolinea an-Najar. In mancanza di pezzi di ricambio, l’impianto di Al-Bureij può trattare solo 35.000 metri cubi di acque reflue al giorno anziché 60.000. Il resto viene convogliato negli impianti più vecchi e le acque reflue parzialmente trattate sfociano in mare. “E’ dannoso per il nostro ambiente, per il nostro impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare e anche per l’ambiente degli israeliani, dal momento che Ashdod e Ashkelon sono molto vicini”, dice An-Najar.

Gli appaltatori e i fornitori che hanno ottenuto dal servizio idrico palestinese l’incarico per l’acquisto dei pezzi di ricambio e delle materie prime presentano le loro richieste di approvazione per l’importazione delle apparecchiature. A causa dei lunghi tempi di movimentazione e delle tariffe aggiuntive di stoccaggio nei porti, le offerte degli appaltatori sono superiori ai costi di base di circa il 30%, afferma An-Najar. Il denaro extra potrebbe essere investito nello sviluppo e nell’espansione della rete. I lavoratori e gli amministratori dell’azienda perdono inoltre molto tempo prezioso negli infiniti tentativi di scoprire dall’Amministrazione di coordinamento e collegamento israeliana cosa ne è stato delle domande presentate.

In risposta a un’indagine di Haaretz sui ritardi il COGAT ha detto che “negli ultimi mesi l’amministrazione ha lavorato per integrare sistemi tecnologici che abbreviano il percorso burocratico e migliorano il processo di importazione di beni nella Striscia di Gaza, compresi i materiali a duplice uso.Una fonte del servizio idrico palestinese spiega che questa affermazione si riferisce alla sostituzione del metodo di registrazione delle domande con un diverso sistema online. Nel nuovo sistema (denominato Yuval), l’articolo specifico deve essere inserito nel suo database; in caso contrario, il sistema non può elaborare la richiesta. Questa condizione non esisteva nel vecchio sistema. Quindi gli ingegneri e gli appaltatori ora devono cercare l’articolo più simile presente nel sistema israeliano. Per diversi mesi le richieste sono state inviate attraverso entrambi i sistemi, ma l’amministrazione israeliana ha recentemente preteso che le vecchie richieste fossero reimpostate secondo il sistema Yuval. Quindi, per quanto l’amministrazione di coordinamento israeliana dica che starebbe migliorando il sistema, finora il cambiamento ha solo complicato la procedura.

Nella indagine presentata al COGAT è allegato un elenco di 11 richieste di articoli mancanti riguardanti l’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij finanziato dalla Germania. Una fonte della sicurezza ha dichiarato che per alcuni articoli non sarebbe stata presentata nessuna richiesta, per altri mancherebbero vari documenti mentre per altri ancora le richieste sarebbero già state approvate. Il funzionario palestinese afferma che a ciascuna richiesta nell’elenco è stato assegnato un numero mentre veniva digitata nel (vecchio o nuovo) sistema online e che l’elenco stesso è la prova che tutte le richieste sono state inviate. Inoltre, per maggior sicurezza il servizio invia anche ogni richiesta online via e-mail al responsabile dell’amministrazione di coordinamento israeliana. Aggiunge che nel caso di un’effettiva assenza di parte della documentazione ci si aspetterebbe che gli appaltatori e l’azienda idrica vengano informati direttamente e immediatamente anziché mesi dopo.

Gisha, un’organizzazione israeliana per i diritti umani che si occupa dell’impatto della politica israeliana su Gaza e si sforza di cambiarla, è convinta che i ritardi abbiano una motivazione politica. Israele sta facendo un uso inaccettabile del suo controllo sul movimento di merci in entrata e in uscita da Gaza come strumento per esercitare pressioni politiche, a spese degli abitanti di Gaza e senza assumersi la responsabilità dei gravi effetti che questo comportamento ha sulle loro condizioni di vita, sostiene. Gisha aggiunge che il ritardo nell’importazione di pezzi di ricambio per le infrastrutture idriche “è un comportamento crudele che va contro i doveri legali di Israele di sostenere una qualità di vita normale a Gaza, e questo comportamento deve cessare”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il governo olandese interrompe il finanziamento di un’associazione della società civile palestinese

Zena Al Tahhan

6 gennaio 2022 – Al Jazeera

L’iniziativa giunge nonostante un’indagine esterna non abbia trovato prove delle accuse israeliane di “terrorismo” contro l’Union of Agricultural Work Committees

Ramallah, Cisgiordania occupata – Il governo olandese ha affermato che non finanzierà più una delle sei importanti organizzazioni palestinesi della società civile e dei diritti umani che Israele ha messo fuorilegge come “associazioni terroristiche” nell’ottobre 2021.

In un comunicato che denuncia la decisione di mercoledì, l’Union of Agricultural Work Committees [Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo] (UAWC), con sede a Ramallah, – di cui dal 2013 il governo olandese è stato il principale donatore– ha affermato che “questa è la prima volta che un governo interrompe i finanziamenti per la società civile palestinese sulla base di criteri politici.”

L’UAWC fornisce aiuto concreto ai palestinesi, anche recuperando terre a rischio di confisca da parte di Israele. Aiuta decine di migliaia di contadini nell’Area C, più del 60% della Cisgiordania occupata sotto diretto controllo militare israeliano e dove si trova la maggior parte delle illegali colonie israeliane e delle loro infrastrutture.

L’associazione afferma che prenderà in considerazione azioni legali per contrastare “la decisione dannosa e scorretta” del governo olandese che, ha avvertito, probabilmente “avrà ripercussioni ben oltre la nostra organizzazione.”

Nell’ottobre 2021 Israele ha messo fuorilegge sei associazioni in quanto “gruppi terroristici” con il pretesto che sarebbero affiliate al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), di sinistra. La decisione è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale e da organizzazioni per i diritti in quanto “ingiustificata” e “senza fondamento”, poiché il governo israeliano non ha fornito alcuna prova per sostenere le sue accuse.

La definizione israeliana mette in rapporto le sei associazioni con l’ala militare del FPLP, che è stata attiva come gruppo organizzato nella Seconda Intifada (2000-2005), quando ha effettuato attacchi contro obiettivi civili e militari israeliani.

Cinque associazioni sono palestinesi: il gruppo per i diritti dei prigionieri Addameer; l’associazione per i diritti Al-Haq; l’Union of Palestinian Women’s Committees [Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi] (UPWC); il Bisan Center for Research and Development [Centro Bisan per la Ricerca e lo Sviluppo]; l’UAWC. La sesta è la sezione palestinese dell’organizzazione Defence for Children International [Difesa Internazionale dei Bambini], con sede a Ginevra.

Verifica esterna

La decisione del governo olandese ha fatto seguito a una sospensione di 18 mesi dei finanziamenti all’UAWC.

Nel luglio 2020, in seguito all’arresto di due collaboratori palestinesi dell’associazione, il ministero olandese del Commercio Estero e della Cooperazione per lo Sviluppo ha ordinato una verifica. Gli ormai ex-dipendenti sono accusati da Israele di essere stati responsabili nell’agosto 2019 di un attacco dinamitardo lungo una strada che ha ucciso una ragazza israeliana di 17 anni nei pressi della colonia illegale di Dolev, nella Cisgiordania occupata.

La verifica, condotta dall’associazione olandese Proximities Risk Consultancy [Consulenza di Priorità di Rischio], è iniziata nel febbraio 2021 ed ha riguardato il periodo tra il 2007 e il 2020, durante il quale l’UAWC ha ricevuto finanziamenti olandesi. I suoi risultati sono stati presentati mercoledì al parlamento olandese.

Mentre la verifica esterna ha affermato che i due ex-dipendenti hanno “ricevuto parte dei loro stipendi da spese generali finanziate dall’Olanda”, non sono state trovate prove di flussi finanziari tra l’UAWC e il FPLP né di legami tra l’UAWC e l’ala militare del FPLP. L’indagine ha anche affermato che non è stata trovata alcuna prova che personale o membri del consiglio di amministrazione abbiano utilizzato la propria posizione nell’organizzazione per organizzare attacchi armati.

Né è stata trovata alcuna prova di unità organizzativa tra l’UAWC e il FPLP o che il FPLP abbia fornito indicazioni all’UAWC,” afferma il rapporto di verifica, che ha trovato legami con i rami politici e civili del FPLP “a livello individuale tra il personale dell’UAWC e membri della direzione del FPLP.”

Proximities afferma che non si poteva pretendere che l’UAWC fosse al corrente di rapporti di singoli [dipendenti] con il FPLP,” continua il rapporto.

Colpo durissimo”

Nel suo comunicato di mercoledì l’UAWC afferma che la decisione “scioccante e sconvolgente” del governo olandese si è “basata su un certo numero di ‘rapporti di singoli’ che Proximities ha individuato – presunti collegamenti con il FPLP a titolo individuale di membri della direzione o del personale dell’UAWC.”

Evidenziando che “non può (e non vuole) interferire con le convinzioni e affiliazioni politiche personali dei propri dipendenti e membri della dirigenza,” l’UAWC afferma che la decisione legittima ed incoraggia “la strategia israeliana di attaccare le ong palestinesi” attraverso presunti legami politici delle persone che lavorano con esse.

Tutto ciò sta spostando l’attenzione internazionale dal furto e confisca di altra terra palestinese da parte di Israele e dalla sua brutale espulsione del popolo palestinese che vive sotto occupazione militare,” afferma l’UAWC.

Ryvka Barnard, vicedirettrice della Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina], con sede nel Regno Unito, ha definito l’iniziativa come “vergognosa” e ha affermato che “segna un precedente molto pericoloso” per le associazioni della società civile palestinese.

Con crescenti attacchi in tutto il mondo contro difensori della terra, popoli indigeni e contadini che producono per l’autoconsumo, la decisione del governo olandese di non finanziare più l’UAWC con queste false motivazioni è un gravissimo colpo e passerà alla storia come una vera battuta d’arresto nel progresso,” ha detto Barnard ad Al Jazeera. “Per decenni il lavoro di UAWC è stato fondamentale per appoggiare i contadini palestinesi nelle situazioni più vulnerabili, sottoposti a una terribile violenza dei coloni e a un’illegale furto di terre.”

Osservando che l’UAWC “ha fatto parte di un potente movimento per la sovranità alimentare in Palestina e a livello internazionale,” Barnard ha affermato che “queste sono le persone che ora più che mai dovremmo sostenere, e invece vengono attaccate.”

Martin Konecny, direttore di European Middle East Project [Progetto Europeo per il Medio Oriente], con sede in Belgio, ha affermato che la decisione è “assolutamente politica” e “non fondata su basi legali né su requisiti riguardanti la lotta al terrorismo”. Ha detto che la verifica contraddice la maggior parte delle affermazioni del governo israeliano.

Dal 1967 Israele ha messo fuorilegge più di 400 organizzazioni locali palestinesi e internazionali in quanto “ostili” o “illegali”, compresi tutti i principali partiti politici palestinesi, come Fatah, che governa l’Autorità Nazionale Palestinese, e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che raggruppa varie organizzazioni e con cui nel 1993 Israele firmò gli Accordi di Oslo.

Le autorità israeliane hanno imposto questa etichetta anche a decine di associazioni di beneficienza e mezzi di comunicazione in Palestina e l’hanno utilizzata per fare irruzione nei loro uffici, emettere ordini di chiusura, di arresto e di detenzione contro persone e processarle per un lavoro con cui esercitavano diritti civili e per aver criticato l’occupazione israeliana, considerata illegale in base alle leggi internazionali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)