2021 in Palestina: finalmente si è sollevata una nuova generazione

Ramzy Baroud

3 gennaio 2022 – The Palestine Chronicle

Quando è iniziato, il 2021 sembrava essere un altro anno di normalità, in cui l’occupazione israeliana era incessante e così anche la miseria palestinese. Anche se molto di tutto questo resta vero, la dinamica dell’occupazione israeliana è stata sfidata da un sentimento senza precedenti di unità popolare tra i palestinesi, non solo a Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza occupate, ma anche tra le comunità palestinesi nella Palestina storica.

Una forte sensazione di cauta speranza ha finalmente rimpiazzato il prevalente senso di disperazione che si respirava negli anni precedenti. Accanto ad esso si è registrato in tutta la Palestina un senso di rinnovamento e di voglia di seguire nuove idee politiche. Per esempio, secondo un sondaggio condotto dal Centro di Informazioni e Comunicazioni di Gerusalemme (JMCC) pubblicato il 22 novembre, c’è un maggior numero di palestinesi della Cisgiordania che appoggiano la soluzione di uno Stato unico rispetto a quelli che ancora sostengono la soluzione di due Stati, ormai praticamente defunta, che ha dominato il pensiero palestinese per decenni.

La pandemia si fa sentire

Tuttavia l’anno è iniziato con un’attenzione su tutt’altra cosa: la pandemia da Covid-19. Oltre a devastare i palestinesi sotto assedio e occupazione, soprattutto nella Striscia di Gaza, la pandemia ha incominciato a diffondersi tra i prigionieri palestinesi.

A febbraio l’Autorità Nazionale Palestinese, insieme ad associazioni ed organizzazioni internazionali per i diritti umani, ha criticato Israele per aver bloccato l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 nella Striscia di Gaza. Sono stati donati vaccini Sputnik 5 dalla Russia, il primo Paese che ha contribuito alla lotta contro la pandemia in Palestina. Alla fine le comunità palestinesi hanno avuto lentamente accesso ai vaccini arrivati attraverso il programma COVAX. Tuttavia la pandemia ha continuato a funestare la Palestina occupata, soprattutto poiché le autorità dell’occupazione israeliana hanno continuato a bloccare le misure di prevenzione palestinesi e a smantellare le strutture di fortuna per il Covid-19 nei territori occupati. Secondo il sito web Worldometer [sito che fornisce dati statistici in tempo reale per diversi argomenti, ndtr.], sono morti a causa del Covid-19 4.555 palestinesi, mentre 432.602 sono risultati positivi alla letale pandemia.

Elezioni cancellate

Come accaduto lo scorso anno, la crisi politica israeliana ha velocemente preso il sopravvento nei titoli dell’informazione, dato che la lotta tra l’allora Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed i suoi rivali è proseguita, portando alla quarta tornata elettorale in Israele in due anni. Le elezioni di marzo hanno infine modificato lo scenario politico israeliano, grazie ad una strana coalizione di governo messa insieme il 13 giugno dal nuovo Primo Ministro israeliano Naftali Bennet. La coalizione ha incluso l’uomo politico arabo Mansour Abbas, il cui partito si è dimostrato determinante per la formazione del governo.

Mentre Netanyahu ed il suo partito Likud sono passati rapidamente all’opposizione, mettendo fine ad un regno durato 12 anni, i palestinesi hanno anticipato le loro elezioni che sono state indette dal presidente dell’ANP Mahmoud Abbas il 15 gennaio.

Le elezioni parlamentari e presidenziali dell’ANP sono state calendarizzate rispettivamente il 22 maggio e il 31 luglio. Era previsto che le due tornate elettorali sarebbero state seguite da un compromesso politico che avrebbe posto fine alla disunione politica palestinese garantendo uguale rappresentanza per tutte le formazioni politiche palestinesi, comprese Hamas e Jihad islamica, in una riproposizione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Purtroppo non è accaduto nulla di tutto ciò. Nonostante positivi colloqui sull’unità palestinese al Cairo nel corso di diverse settimane, Abbas ha annullato le elezioni programmate con il pretesto che tale decisione fosse stata presa per protesta contro il rifiuto di Israele di permettere la partecipazione degli elettori di Gerusalemme est.

In cambio per aver bloccato gli sforzi palestinesi per assicurare una parvenza di democrazia anche sotto occupazione israeliana ad Abbas è stato permesso di rientrare nella lista degli alleati di Washington. Certo in aprile gli USA hanno ripristinato gli aiuti ai palestinesi, con la promessa di riaprire l’ufficio dell’OLP a Washington, che era stato chiuso dall’amministrazione Trump, e anche con l’impegno di riaprire il proprio consolato a Gerusalemme, anch’esso chiuso da Trump nel settembre 2018.

Nonostante questi gesti, che sono serviti a rilegittimare l’ANP dopo quattro anni di completa emarginazione da parte USA, la nuova amministrazione Biden non ha offerto né un percorso per un nuovo processo di pace, né una pressione su Israele per porre fine alla sua occupazione o rallentare la velocità dell’espansione illegale delle colonie nella Palestina occupata. Infatti il tasso di costruzione delle colonie israeliane è cresciuto in modo esponenziale nel 2021 con l’annuncio in ottobre del piano di Israele di approvazione di migliaia di nuove unità abitative israeliane in Cisgiordania.

Da Sheikh Jarrah a Gaza

Le azioni provocatorie di Israele sarebbero passate inosservate da parte della comunità internazionale se non fosse stato per il popolo palestinese, che ha assunto una posizione collettiva utilizzando tutte le forme di resistenza, da Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est, a Gaza. I fatti, che hanno infine portato ad una guerra di Israele contro Gaza a maggio, sono iniziati con uno dei soliti tentativi israeliani di pulizia etnica dei palestinesi da diversi quartieri di Gerusalemme est, compresi Sheikh Jarrah e Silwan. Però gli abitanti palestinesi di Gerusalemme hanno iniziato ad organizzarsi contro un ordine del tribunale israeliano di espellerli dalle loro case per essere poi sostituiti da coloni ebrei israeliani, come è stata la consuetudine per molti anni.

La resistenza popolare a Sheikh Jarrah ha incontrato una risposta di estrema violenza da parte israeliana, che ha coinvolto coloni armati, polizia israeliana e forze di occupazione, provocando il ferimento di almeno 178 manifestanti palestinesi il 7 maggio. I palestinesi in tutti i territori occupati hanno iniziato a mobilitarsi in solidarietà con i loro compagni ad Al Quds (Gerusalemme, ndtr.), conducendo ad una nuova devastante guerra israeliana contro la Striscia di Gaza il 10 maggio. La guerra ha provocato l’uccisione di oltre 250 palestinesi, il ferimento di migliaia e distruzioni su vasta scala.

La guerra israeliana mirava a distrarre l’attenzione dai fatti che avvenivano a Gerusalemme est. I disegni israeliani tuttavia sono falliti del tutto perché i palestinesi a Ramallah, Nablus, Haifa e in molte altre città, villaggi e campi profughi palestinesi hanno marciato in solidarietà con Sheikh Jarrah e Gaza, formulando un discorso politico che per la prima volta era scevro da riferimenti settari.

Per soffocare la rivolta palestinese Israele ha inviato migliaia di soldati e poliziotti, insieme a coloni ebrei e milizie armate nei territori occupati e nello stesso Israele. Molti palestinesi sono stati uccisi nei conseguenti scontri e attacchi. Tuttavia gli eventi di maggio hanno messo in luce non solo l’unità tra i palestinesi, ma anche il profondo razzismo che ha pervaso tutti gli ambiti della società israeliana. Il concetto secondo cui i palestinesi della Palestina storica si sono integrati nella nuova realtà e non fanno più parte di un più vasto corpo politico palestinese si è dimostrato completamente falso.

Boicottaggio, disinvestimenti e la CPI (Corte Penale Internazionale)

La resistenza palestinese in patria ha ulteriormente mobilitato la società civile in tutto il mondo. Organizzazioni per i diritti come Human Rights Watch e la israeliana B’Tselem sono arrivate alla conclusione che Israele è uno Stato di apartheid.

Il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) ha ricevuto molti incoraggiamenti nel corso dell’anno, dato che imprese come il gigante del gelato, Ben & Jerry’s, hanno deciso di disinvestire dai territori occupati e la multinazionale dello sport, Nike, ha deciso di porre fine del tutto alle proprie attività in Israele, pur senza giustificare la sua decisione in termini politici.

Inoltre il maggior fondo pensionistico della Norvegia, KLP, il 5 luglio ha dichiarato che non avrebbe più investito in imprese legate alle colonie israeliane. Più tardi nell’anno la famosa scrittrice irlandese Sally Rooney ha annunciato di rifiutare che il suo bestseller ‘Beautiful world, where are you’ fosse pubblicato da una società israeliana.

Intanto gli sforzi per far rispondere delle proprie responsabilità i criminali di guerra israeliani di fronte alla Corte Penale Internazionale (CPI) sono proseguiti incessantemente. In marzo l’allora Procuratrice capo, Fatou Bensouda, ha annunciato l’avvio di un’inchiesta formale su presunti crimini di guerra nei territori palestinesi occupati. Anche se Bensouda non è più a capo della CPI, il caso palestinese rimane aperto, nella speranza che la giustizia internazionale possa infine prevalere.

Nonostante le molte difficoltà, lo spirito di tutti i palestinesi si è nuovamente risollevato quando a luglio la delegazione olimpica palestinese è entrata nello Stadio Olimpico di Tokyo, portando la bandiera palestinese. La piccola delegazione includeva palestinesi di diverse regioni, cementando anche nella cultura e nello sport l’unità palestinese.

Resistere attraverso la fame 

Intanto i palestinesi in sciopero della fame hanno continuato la loro resistenza nelle carceri israeliane, con prigionieri come Kayed Fasfous e Meqdad Al-Qawasmi che hanno proseguito i loro scioperi per 131 e 113 giorni rispettivamente, fino ad arrivare quasi alla morte. Con una dimostrazione di ulteriore sfida, il 6 settembre sei prigionieri palestinesi sono evasi dalla prigione di Gilboa. Benché siano stati tutti catturati e, secondo le testimonianze, torturati in seguito al loro ri-arresto, la notizia ha catturato l’attenzione di tutti i palestinesi, che si sono sentiti più forti per quella che hanno percepito come un’eroica richiesta di libertà.

Tuttavia molti prigionieri palestinesi hanno sofferto anche nelle mani della stessa ANP, che ha continuato la sua prassi di illegittima detenzione e tortura degli attivisti palestinesi dissidenti. La morte di Nizar Banat nelle mani delle forze di sicurezza dell’ANP il 24 giugno ha provocato proteste di massa di palestinesi, in cui migliaia di persone hanno chiesto un accertamento delle responsabilità e giustizia per il critico dell’ANP che è stato picchiato a morte.

Il 2021 è stato un anno di guerra, perdite e distruzione per i palestinesi. Eppure è stato anche un anno di unità, di conquiste culturali e di speranza, poiché una nuova generazione ha infine occupato il centro della scena, affermando la propria identità e centralità per il futuro della propria patria.

Ramzy Baroud è giornalista e editore di The Palestine Chronicle. E’ autore di cinque libri. L’ultimo è: “These chains will be broken: palestinian stories of struggle and defiance in israeli prisons” (Clarity Press). Il dottor Baroud è ricercatore non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Mahmoud Abbas si è recato a casa del ministro della Difesa israeliano per colloqui

Redazione di MEE e agenzie

29 dicembre 2021 – Middle East Eye

La riunione nella residenza di Benny Gantz a Rosh HaAyin è stata il primo incontro formale in Israele del presidente palestinese dal 2010.

Martedì [28 dicembre] il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha fatto una inusuale visita in Israele, che secondo gli israeliani ha riguardato la sicurezza e questioni civili, per colloqui con il ministro della Difesa Benny Gantz.

I media israeliani hanno informato che l’incontro ha avuto luogo nell’abitazione di Gantz nella città di Rosh HaAyin, che si trova nella zona centrale del Paese, e segna il primo incontro formale di Abbas in Israele dal 2010.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato che inizialmente la riunione si sarebbe dovuta tenere la scorsa settimana, ma Abbas ha chiesto chiarimenti a Israele sulla violenza dei coloni e sul fatto che alcune Ong palestinesi sono state messe fuorilegge. Gantz ha detto ad Abbas che intende “continuare a promuovere azioni per rafforzare la fiducia sul piano economico e civile, come stabilito durante i loro ultimi incontri,” ha affermato un comunicato del ministero della Difesa israeliano.

I due uomini hanno discusso di sicurezza e questioni civili,” ha aggiunto.

Il ministero afferma che Gantz ha approvato l’iscrizione all’anagrafe come residenti in Cisgiordania di circa 6.000 persone che abitavano irregolarmente in quel territorio, occupato da Israele dalla guerra del 1967.

Il ministero sostiene che anche altre 3.500 persone di Gaza riceveranno i documenti di residenti. Inoltre il ministero ha annunciato una serie di quelle che ha descritto come “misure per costruire la fiducia”, che faciliteranno l’ingresso di centinaia di uomini d’affari palestinesi tra la Cisgiordania e Israele. Secondo Haaretz si è convenuto che a importanti funzionari dell’ANP verranno concesse decine di cosiddetti permessi per VIP.

Il giornale afferma che Israele ha anche accettato di consegnare all’ANP 100 milioni di shekel (circa 28 milioni di euro) come anticipo sulle tasse che Israele riscuote in sua vece.

Dopo la riunione Gantz ha twittato: “Abbiamo discusso della messa in pratica di misure economiche e civili e sottolineato l’importanza di approfondire la collaborazione sulla sicurezza e prevenire il terrorismo e la violenza, per il benessere sia degli israeliani che dei palestinesi.”

L’incontro di Gantz con Abbas segue una visita nella regione del consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan.

Il Likud e Hamas condannano l’incontro

A fine agosto Gantz aveva visitato il quartier generale dell’ANP a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, per colloqui con Abbas, il primo incontro ufficiale a un tale livello da parecchi anni.

Ma dopo quelle riunioni il primo ministro israeliano Naftali Bennett aveva sottolineato che non c’era in corso “e che non ci sarà in futuro” alcun processo di pace con i palestinesi.

Mercoledì il ministro palestinese delle Questioni Civili Hussein al-Sheikh ha twittato: “La riunione (di martedì) ha riguardato l’importanza di creare un orizzonte politico che porti a una soluzione politica in base alle risoluzioni internazionali.”

I due hanno anche discusso “della pesante situazione sul terreno a causa delle azioni dei coloni”, così come di “molte questioni relative a sicurezza, economiche e umanitarie.”

Il partito israeliano di opposizione di destra Likud ha condannato l’ultimo incontro, affermando che “concessioni pericolose per la sicurezza di Israele sono solo questione di tempo.”

Il Likud ha aggiunto un riferimento sprezzante alla coalizione di governo di Bennett, che include Raam, un partito che rappresenta parte dei cittadini palestinesi di Israele. “Il governo israeliano-palestinese ha ridato priorità ai palestinesi e ad Abbas… ciò è pericoloso per Israele,” ha sostenuto il Likud.

Hamas, il movimento che governa la Striscia di Gaza assediata ed è rivale del Fatah di Abbas, ha affermato che la visita del presidente dell’ANP è andata contro lo “spirito nazionale del nostro popolo palestinese”.

Questo comportamento da parte della dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese approfondisce le differenze politiche, complica la situazione palestinese, incoraggia quanti nella regione vogliono normalizzare i rapporti con l’occupante e indebolisce il rifiuto palestinese della normalizzazione,” ha affermato il portavoce di Hamas Hazem Qassem.

Qassem alludeva al Bahrein e agli Emirati Arabi Uniti, così come a Marocco e Sudan, che all’inizio di quest’anno hanno firmato con Israele accordi di normalizzazione mediati dagli USA durante la presidenza di Donald Trump.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Coloni aggrediscono alcuni villaggi palestinesi dopo un’uccisione in Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

17 dicembre 2021 – Al Jazeera

Il giorno dopo che palestinesi armati hanno ucciso un israeliano nella Cisgiordania occupata sono avvenuti attacchi da parte di coloni.

Fonti ufficiali palestinesi hanno affermato che coloni ebrei hanno fatto irruzione in alcuni villaggi della Cisgiordania occupata danneggiando case e automobili e picchiando almeno due persone.

Gli attacchi di venerdì sono avvenuti il giorno dopo che palestinesi armati hanno ucciso un israeliano in un’imboscata nei territori.

La morte del colono Yehuda Dimentman, ucciso quando giovedì uomini armati hanno aperto il fuoco contro la sua auto nei pressi di un avamposto illegale nella Cisgiordania occupata, minaccia di infiammare ulteriormente la violenza tra gli abitanti palestinesi e i coloni israeliani.

Giovedì gli altri due passeggeri dell’auto di Dimentman sono rimasti lievemente feriti.

Ghassan Daghlas, funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese che controlla le attività di colonizzazione, ha affermato che venerdì mattina gruppi di coloni sono entrati in alcuni villaggi nei pressi della città settentrionale di Nablus danneggiando macchine e case. Due palestinesi feriti sono stati portati in ospedale.

Secondo Daghlas, alcuni coloni si sono introdotti in una casa nel villaggio palestinese di Qaryout e hanno cercato di rapire un abitante, Wael Miqbel.

Foto diffuse sulle reti sociali mostrano Miqbel con lividi ed ematomi sul volto, mentre altri video e fotografie pubblicati in rete mostrano scontri tra coloni armati e abitanti palestinesi.

Parlando all’agenzia di notizie [turca] Anadolu, Jihad Salah, capo del villaggio di Burqa, nel nord-ovest della provincia di Nablus, ha affermato che i coloni hanno attaccato il villaggio con armi da fuoco.

Ha aggiunto che hanno dato fuoco a baracche del villaggio e lanciato pietre contro parecchie case palestinesi. L’agenzia di notizie palestinese Wafa ha informato che i coloni hanno attaccato la città di Sebastia, a nord di Nablus, e vandalizzato un certo numero di veicoli di proprietà di palestinesi e l’officina meccanica.

I dirigenti israeliani si sono impegnati a trovare gli aggressori responsabili della sparatoria di giovedì e l’esercito ha schierato truppe aggiuntive nella zona.

Secondo la Wafa almeno tre uomini di Burqa sono stati arrestati in incursioni notturne.

Venerdì l’esercito ha affermato che era in corso una caccia all’uomo per trovare i palestinesi armati, ma non ha dato ulteriori dettagli.

L’auto di Dimentman è stata colpita dopo che aveva lasciato un seminario ebraico nell’avamposto illegale di Homesh, una ex-colonia evacuata come parte del ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza nel 2005. Gli ultimi attacchi sono giunti nel contesto di un’impennata di violenze tra israeliani e palestinesi in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

All’inizio del mese un ebreo ultra-ortodosso è stato gravemente ferito dopo essere stato accoltellato da un aggressore palestinese fuori dalle mura della Città Vecchia a Gerusalemme.

Una settimana prima un membro di Hamas ha aperto il fuoco nella Città Vecchia, uccidendo un israeliano. Entrambi gli aggressori sono stati uccisi dalle forze israeliane.

Questa settimana durante un’incursione nella zona di Ras al-Ain a Nablus, nella Cisgiordania occupata, truppe israeliane hanno colpito a morte un altro palestinese.

All’inizio di questo mese soldati israeliani hanno ucciso un palestinese anche nel villaggio di Beita, nella Cisgiordania occupata, durante una protesta contro le colonie illegali. Forze israeliane hanno ucciso un minorenne palestinese dopo un presunto tentativo di investimento presso un posto di controllo militare nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

Israele ha conquistato Gerusalemme est e la Cisgiordania durante la guerra del 1967 in Medio Oriente. I territori sono ora abitati da più di 700.000 coloni ebrei che vivono in 164 colonie e 116 avamposti, che i palestinesi rivendicano come parte del loro futuro Stato indipendente.

In base alle leggi internazionali, tutte le colonie ebraiche nei territori occupati sono considerate illegali. I palestinesi, insieme a quasi tutta la comunità internazionale, ritengono che le colonie siano un gravissimo ostacolo alla pace.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Più armi e meno pastori protestanti: la nuova coalizione della Germania ha dei piani per Israele e Palestina

Shir Hever

14 dicembre 2021 – Middle East Eye

La coalizione SDP-Verdi-FDP [socialdemocratici, verdi, liberali, ndtr.] progetta di incrementare gli acquisti di armi e sistemi tecnologici di sorveglianza da imprese israeliane e ha definito la sicurezza di Israele una “questione di interesse nazionale”

Berlino – Dopo tutte le promesse fatte nelle campagne elettorali, i tedeschi spesso scoprono quando vengono pubblicati gli accordi di coalizione di avere un’idea più chiara di ciò che i loro governi intendono conseguire.

Per quanto riguarda la nascente coalizione SPD-Verdi-FDP, l’accordo tra i partiti è stato pubblicato il 24 novembre e comprende alcuni cambiamenti interessanti, come anche delle continuità, rispetto all’era di Angela Merkel nei confronti di Israele e Palestina.

Troviamo la questione di Israele e Palestina verso la fine del documento di 177 pagine dedicato alla politica sul Medio Oriente, che inizia con un impegno a considerare la sicurezza di Israele una “questione di interesse nazionale” della Germania. Questo termine è stato usato dal precedente governo ed ampiamente interpretato negli ambienti politici nel senso che il sostegno della Germania a Israele ha la prevalenza sull’opinione pubblica o sui processi decisionali democratici.

L’accordo si sviluppa spiegando che buone relazioni con Israele significano proteggerlo dalle critiche dell’ONU. Auspica che l’Autorità Nazionale Palestinese reprima le violenze contro Israele, senza avanzare un’analoga pretesa riguardo alla potenza occupante in Palestina.

La neo-eletta Ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, è una giovane politica del partito dei Verdi, che finora ha speso poche parole riguardo a Israele/Palestina. Resta da vedere come metterà in pratica questa impostazione.

Baerbock è filo-israeliana esattamente come lo era il precedente governo con la Cancelliera Merkel e il Ministro degli Esteri (Heiko) Maas, se non ancor di più”, dice a Middle East Eye Annette Groth, un’ex parlamentare della Linke, partito di sinistra [il partito più a sinistra dello spettro politico tedesco, ndtr.].

Accordi che stupiscono

Effettivamente le relazioni con Israele vengono trattate in una parte precedente del testo, sebbene in modo poco chiaro.

L’accordo di coalizione parla di acquistare droni armati per l’esercito tedesco. Però ciò che non si dice è che l’impresa già contrattata per fornire droni da combattimento Heron-TP è la Israeli Aerospace Industry (IAI). Per anni la SPD ha resistito alle richieste di fornire all’esercito tedesco droni armati, ma la nuova coalizione di cui è alla guida ha già chiarito che tali armamenti faranno parte della sua futura strategia.

Analogamente il nuovo governo promette di investire di più in cyber sicurezza per ottenere tecnologia avanzata di cyber sorveglianza – mentre la Germania ha già acquistato tale tecnologia dalla israeliana Candiru.

Die Zeit [settimanale tedesco di centro-sinistra, ndtr.] ha anche rivelato in anticipo che la polizia tedesca ha comprato il controverso programma di spionaggio Pegasus dall’impresa israeliana NSO, nonostante essa sia implicata in parecchie violazioni [dei diritti umani] da parte di diversi governi autoritari. La polizia afferma che il programma non è mai stato usato.

Tenendo conto di tutto ciò, la definizione di “interesse nazionale” da parte della nuova coalizione tedesca appare più in linea con accordi su armamenti e cooperazione per la sicurezza con produttori di armi israeliani piuttosto che con la politica diplomatica in Medio Oriente.

Eldad Beck, giornalista del quotidiano israeliano di destra Israel Hayom, sostiene che il vero interesse del governo tedesco stia nell’incrementare il commercio con l’Iran e prevede che la coalizione appoggerà la ripresa dell’accordo sul nucleare JCPOA del 2015.

Certamente la Germania è il maggior partner commerciale dell’Iran e nel 2020 le esportazioni tedesche in Iran sono state di 1,8 miliardi di euro. Per la Germania tuttavia l’Iran è solo il 58esimo tra i principali partner. Intanto nel 2019 la Germania ha esportato beni e servizi in Israele del valore di 5,2 miliardi di euro. Israele è il 42esimo partner commerciale della Germania.

Perciò il sostegno della Germania al JCPOA non avviene a causa dei suoi interessi economici relativi a Iran e Israele, ma nonostante essi, e potrebbe avere maggiormente a che fare con l’interesse del governo ad impedire all’Iran di acquisire armamenti nucleari.

In Germania la sensazione ampiamente diffusa è che Russia e Cina siano i principali Paesi nemici e i politici sperano che il JCPOA possa mantenere l’Iran al di fuori dell’alleanza con quei Paesi.

Religiosità in flessione

Un altro importante aspetto della nuova coalizione, che probabilmente influirà sulle relazioni tra Germania e Medio Oriente, è che il governo entrante è il meno religioso nella storia della Germania dai tempi della riunificazione tra est e ovest.

Il nuovo cancelliere, Olaf Scholz, si definisce non appartenente ad alcuna chiesa e non ha pronunciato le parole “che dio mi aiuti” dopo che ha prestato il suo solenne giuramento. Inoltre sei ministri del suo gabinetto si definiscono non credenti e uno, il nuovo Ministro dell’Agricoltura Cem Ozdemir, si dichiara un “musulmano laico”.

Tradizionalmente un enorme numero di importanti politici tedeschi era cristiano protestante. Con l’Unione Cristiano Democratica all’opposizione per la prima volta dal 2005, si prevede che l’influenza della chiesa protestante sulla politica tedesca sarà più scarsa che mai.

Questo fatto è di estrema importanza per i rapporti tra Germania e Israele, a causa della visione profondamente teologica che i politici tedeschi hanno nei confronti del Paese. Ulrich Duchrow, un teologo in pensione dell’università di Heidelberg, dice a MEE che la chiesa protestante tedesca nel 2017 ha promesso di impegnarsi con Israele/Palestina riconoscendo e impegnandosi riguardo all’antisemitismo della tradizione cristiana in seguito al genocidio nazista degli ebrei.

La chiesa ha concluso un accordo: il perdono per la colpa della Germania è comprato in cambio dell’astensione da un’esplicita critica dei crimini dello Stato di Israele rispetto al diritto internazionale e ai diritti umani. Il ramo renano della chiesa considera addirittura lo Stato di Israele come un ‘segno della fede in dio’”, afferma.

Poiché la nuova coalizione è meno legata ai dettami della chiesa protestante di quanto lo fossero tutti i precedenti governi, ha una maggior libertà nel criticare le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

Da notare che l’accordo della nuova coalizione afferma che la costruzione di colonie israeliane nella Cisgiordania occupata è illegale ai sensi delle leggi internazionali.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’inserimento di Hamas nelle liste delle organizzazioni terroristiche è un’ulteriore tradimento dei palestinesi da parte del Regno Unito

Avi Shlaim

30 novembre 2021 – Middle East Eye

Finché i suoi oppositori politici vengono definiti “terroristi”, Israele viene esonerato dalla necessità di negoziare ed ha via libera dai suoi alleati per continuare a far ricorso alla forza bruta militare

La ministra dell’Interno britannica Priti Patel ha dichiarato l’intenzione di mettere al bando tutto Hamas – il movimento islamico di resistenza che governa la Striscia di Gaza – in quanto organizzazione terroristica.

L’ala militare dell’organizzazione venne messa fuorilegge nel Regno Unito nel marzo 2001. Vent’anni dopo la ministra dell’Interno propone di estendere il bando all’ala politica, affermando che la distinzione tra le due strutture non è più sostenibile. La verità a riguardo è che la distinzione era valida nel 2001 e lo è anche oggi. Anzi, si tratta di una distinzione fondamentale.

L’annuncio di Patel è giunto poco dopo che il ministro israeliano della Difesa Benny Gantz aveva definito organizzazioni terroristiche sei ong della società civile palestinese. Questa designazione è arrivata subito dopo la decisione della Corte Penale Internazionale (CPI) di iniziare un’indagine su vasta scala di possibili crimini di guerra commessi nei territori palestinesi occupati.

Gantz è stato capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] durante l’attacco contro Gaza del luglio 2014, in cui vennero uccisi almeno 2.256 palestinesi, 1.462 dei quali civili, compresi 551 minorenni. Ciò rende Gantz il principale sospettato nell’inchiesta per crimini di guerra della CPI. Hamas ha accettato di collaborare con l’indagine della CPI, Israele ha rifiutato.

Alcune delle organizzazioni palestinesi inserite nella lista israeliana dei terroristi stanno collaborando con l’inchiesta della CPI. Benché le prove presentate da Israele siano state considerate insufficienti dall’Unione Europea e dal governo statunitense, l’etichetta di terroriste ha ottenuto il suo obiettivo di stigmatizzare le ong, riducendo la loro possibilità di ottenere finanziamenti e sconvolgendo le loro attività. L’iniziativa israeliana è stata ampiamente condannata come un attacco ai diritti umani. La ministra degli Interni britannica non è stata tra quanti hanno protestato.

Patel condivide con il primo ministro britannico Boris Johnson una visione manichea della lotta in Medio Oriente, in cui Israele rappresenta le forze della luce e la palestinese Hamas le forze delle tenebre. La realtà è molto più complessa.

I legami israeliani con i conservatori

Come prevedibile le reazioni all’annuncio di Patel sono state polarizzate. Un funzionario di Hamas ha affermato che ciò dimostra “una totale faziosità nei confronti dell’occupazione israeliana e sudditanza ai ricatti e alle imposizioni di Israele.” Ha accusato il Regno Unito di appoggiare “gli aggressori a danno delle vittime.” Il Board of Deputies of British Jews [Consiglio dei Rappresentanti degli Ebrei Britannici] ha accolto calorosamente l’iniziativa. Nei media israeliani la decisione britannica è stata acclamata come un trionfo della diplomazia israeliana.

A livello più profondo lo spostamento della politica britannica è stato il prodotto degli stretti rapporti tra Israele e il partito Conservatore. Da tempo Israele e la sua potente lobby hanno fatto pressioni sul governo britannico riguardo a questo problema. Il primo ministro Naftali Bennett ha invitato Boris Johnson a mettere fuorilegge tutto Hamas quando l’ha incontrato il mese scorso alla conferenza ONU per il clima a Glasgow.

Patel non aveva bisogno di suggerimenti per fare ciò che chiede Israele. Nel 2017, come ministra per lo Sviluppo Internazionale, partecipò a un viaggio in Israele senza informare l’allora prima ministra Theresa May né Boris Johnson, all’epoca ministro degli Esteri. Pur affermando che si trattava di una vacanza privata, Patel ebbe una serie di incontri segreti con politici israeliani di alto livello, tra cui l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu. Lord Polak, presidente onorario degli Amici Conservatori di Israele, organizzò personalmente dodici di questi incontri.

Al suo ritorno Patel chiese ai suoi funzionari di verificare la possibilità di spostare parte del bilancio degli aiuti internazionali per consentire all’esercito israeliano di svolgere lavoro umanitario nelle Alture del Golan occupate. Venne obbligata a dare le dimissioni ed ammise che le sue azioni “erano cadute al di sotto degli alti standard che ci si aspetta da un ministro.”

Gli stretti contatti con politici israeliani e lobbysti a favore di Israele nel Regno Unito, così come la sua stessa visione di destra, l’hanno portata a introiettare la narrazione israeliana su Hamas. Questa narrazione è notevolmente distorta e palesemente strumentale. Ecco peraltro alcuni fatti rilevanti.

Hamas è nata nel 1988, all’inizio della Prima Intifada (rivolta) palestinese contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. In origine aveva il duplice obiettivo di portare avanti la lotta armata contro Israele e di gestire progetti di assistenza sociale.

Il suo statuto definiva la Palestina storica, compreso l’attuale Israele, come terra esclusivamente islamica ed escludeva qualunque pace permanente con lo Stato ebraico. Negli anni ’90 Hamas iniziò la lotta armata contro l’occupazione. Inizialmente essa prese la forma del lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro le città e centri abitati israeliani. Hamas venne messa in rapporto con gli attentati suicidi realizzati all’interno di Israele.

Il termine “attentati suicidi” divenne agli occhi dell’opinione pubblica una forma di guerra particolarmente orribile. In fin dei conti gli attentati suicidi sono un mezzo per portare le bombe a destinatazione. Giudicate esclusivamente in base ai loro risultati, non sono più orripilanti di una bomba da una tonnellata sganciata da un F-16 israeliano a Gaza su un complesso residenziale.

Indipendentemente dal vettore, l’uccisione di civili è sbagliata. Punto. Nel 2004 la dirigenza politica di Hamas prese la decisione strategica di porre fine agli attentati suicidi.

Hamas e Fatah

In seguito al ritiro unilaterale di Israele da Gaza nell’agosto 2005, Hamas iniziò a impegnarsi nel processo politico interno palestinese, partecipando alle elezioni contro il principale partito, Fatah, che dominava l’Autorità Nazionale Palestinese. Dalla sua sede a Ramallah l’ANP governava sia sulla Cisgiordania che sulla Striscia di Gaza.

Fatah venne generalmente percepito come corrotto e un subappaltante della sicurezza di Israele nei territori occupati. Hamas, di contro, aveva la reputazione di probità nella vita pubblica così come una provata esperienza di resistenza concreta all’occupazione israeliana. 

Nel gennaio 2006, dopo aver vinto la maggioranza assoluta in elezioni regolari, Hamas formò un nuovo governo. Israele, USA e Gran Bretagna si rifiutarono di riconoscerlo. In teoria essi erano a favore della democrazia, ma quando il popolo votò per il partito politico sbagliato Israele e i suoi alleati occidentali ripristinarono pensanti sanzioni diplomatiche ed economiche per minarlo.

Nel marzo 2007 Hamas formò un governo di unità nazionale con l’arci-nemico Fatah. Questo governo propose colloqui diretti con Israele e un cessate il fuoco a lungo termine. Israele rifiutò i negoziati, cospirando invece per cacciare Hamas dal potere e sostituirlo con un regime collaborazionista di Fatah. Dettagli del piano sono contenuti nei “Palestinian Paper”, il dossier segreto di 1.600 documenti diplomatici fatti filtrare ad Al Jazeera e al Guardian.

Hamas prevenne questo colpo di stato con la conquista violenta del potere a Gaza nel giugno 2007, cacciando le forze favorevoli a Fatah. Israele reagì imponendo alla Striscia di Gaza un blocco tuttora in atto dopo 14 anni. Il blocco ha provocato il collasso dell’economia, alti livelli di disoccupazione, grave mancanza d’acqua, di cibo e di medicine e terribili sofferenze ai due milioni di abitanti della sovrappopolata Striscia. Un blocco è una forma di punizione collettiva vietata dalle leggi internazionali, eppure la comunità internazionale non ha chiamato Israele a risponderne.

Dal 2008 ci sono stati quattro grandi attacchi militari israeliani contro Gaza, che hanno incluso morte e distruzione per la popolazione civile. Tra Israele e Hamas ci sono stati anche parecchi cessate il fuoco mediati dall’Egitto, ognuno dei quali è stato rispettato da Hamas e violato da Israele quando non rispondeva più ai suoi obiettivi.

Operazione Piombo Fuso

Nel dicembre 2008 l’esercito israeliano ha lanciato il primo di questi attacchi, l’operazione Piombo Fuso. Nel corso di questa operazione militare le truppe israeliane hanno commesso una serie di crimini di guerra documentati nel dettaglio dal rapporto Goldstone, che ha riconosciuto anche Hamas responsabile, ma che ha rivolto le critiche più dure a Israele.

Israele presentò l’operazione Piombo Fuso come una misura difensiva per proteggere i suoi civili contro i razzi lanciati da Gaza. Ma se questo fosse stato l’intento, tutto ciò che Israele avrebbe dovuto fare sarebbe stato seguire l’esempio di Hamas e rispettare il cessate il fuoco. Hamas non solo l’aveva fatto, ma si era attivato per imporlo ai gruppi più radicali che operano nella Striscia di Gaza, come la Jihad Islamica. Di fatto la maggior parte della potenza di fuoco delle IDF venne diretta contro quartieri residenziali.

Il rapporto concluse che “ciò che avvenne in sole tre settimane tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 fu un attacco deliberatamente sproporzionato inteso a punire, umiliare e terrorizzare una popolazione civile…e a imporle una ancor più accentuata sensazione di dipendenza e vulnerabilità.”

L’affermazione secondo cui l’operazione era destinata a “terrorizzare una popolazione civile” è ormai evidente. Il terrorismo è l’uso della forza contro civili per scopi politici. In base a questa definizione l’operazione Piombo Fuso fu un atto di terrorismo di Stato. Così è stato per gli attacchi israeliani del 2012, del 2014 e del 2021.

Nel 2017 Hamas rese pubblico un documento politico che ammorbidì le sue precedenti posizioni politiche contro Israele e fece ricorso a un linguaggio più misurato riguardo al popolo ebraico. Non arrivò fino al riconoscimento ufficiale di Israele, ma accettò formalmente uno Stato palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania con Gerusalemme est come capitale.

In altre parole accettò uno Stato palestinese vicino a Israele invece che al posto di Israele. Il documento sottolineò anche che la lotta di Hamas non era contro gli ebrei ma contro gli “aggressori sionisti occupanti.”

Quindi perché il governo britannico sceglie questo momento per mettere fuorilegge l’ala politica di Hamas, dopo aver definito criminale quella militare 20 anni fa? Parte della risposta è che ciò è stato fatto in conseguenza delle pressioni della lobby israeliana. Lo Stato di Israele ha il diritto e anzi il dovere di difendere i suoi civili dagli attacchi palestinesi. Il modo più semplice e sicuro per farlo è attraverso accordi di cessate il fuoco a lungo termine con la dirigenza politica di Hamas.

Etichettando i suoi oppositori politici come terroristi, Israele si autoassolve dalla necessità di parlare con loro ed ottiene il via libera dai suoi alleati occidentali per far ricorso al modus operandi a cui è abituato: la forza bruta militare. Chi paga il prezzo sono i civili di entrambe le parti, e soprattutto gli indifesi abitanti di Gaza, la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Una serie di tradimenti britannici

I veri amici non assecondano la tossicodipendenza dei propri amici, ma cercano di disintossicarli. Boris Johnson non potrebbe essere più indulgente. La sua parzialità arriva fino ad opporsi ad ogni tentativo di chiamare Israele a rispondere delle sue azioni aggressive e dei suoi comportamenti illeciti. Per esempio si è opposto all’indagine della Corte Penale Internazionale su possibili crimini di guerra nei territori palestinesi occupati.

In una lettera agli Amici Conservatori di Israele egli ha affermato che il suo governo, pur rispettando l’indipendenza della Corte, si oppone a questa particolare inchiesta. “Questa indagine dà l’impressione di essere un attacco di parte e preconcetto contro un amico e alleato del Regno Unito,” ha scritto. La logica perversa della dichiarazione è che il fatto di essere amico e alleato del Regno Unito colloca Israele al di sopra delle leggi internazionali.

Una domanda conclusiva: perché quest’ultima svolta politica antipalestinese è stata annunciata dal ministro degli Interni invece che da quello degli Esteri? Patel sostiene che indicare tutta Hamas come un’organizzazione terroristica dovrebbe essere vista attraverso una lente di politica interna: aiuterà a proteggere gli ebrei di questo Paese. Ciò è pretestuoso: in base alle leggi internazionali Hamas esercita il proprio diritto di resistere all’occupazione israeliana, la più lunga e brutale occupazione militare dei tempi moderni. Diffondere il panico e criminalizzare l’ala politica di Hamas non renderà affatto più sicuri gli ebrei britannici.

In maggio, con un uso assolutamente sproporzionato della forza, Israele ha portato avanti un bombardamento aereo di Gaza che ha provocato la morte di 256 palestinesi, tra cui 66 minorenni. Il Community Security Trust, un’associazione benefica che si occupa della sicurezza degli ebrei in Gran Bretagna, ha registrato durante quel mese un’“orribile aumento” degli attacchi razzisti che “ha superato qualunque cosa abbiamo visto in precedenza.”

Se realmente il governo britannico voleva fare in modo che gli ebrei di questo Paese si sentissero più sicuri avrebbe dovuto smettere di accusare le vittime palestinesi della loro stessa sventura. Dovrebbe esortare il suo alleato israeliano a rispettare le leggi umanitarie internazionali, ad attenersi agli accordi di cessate il fuoco, a ridurre l’uso della forza militare e a parlare con la dirigenza politica di Hamas.

L’ultima mossa di Patel servirà solo ad evidenziare la totale bancarotta della politica del governo conservatore nei confronti di Israele-Palestina. Il governo sostiene di appoggiare la soluzione a due Stati del conflitto. Eppure, nonostante ripetuti voti del parlamento a favore del riconoscimento della Palestina, il governo rifiuta di cambiare idea.

Quando era ministro degli Esteri Boris Johnson ha detto alla Camera dei Comuni che il governo conservatore avrebbe riconosciuto la Palestina a tempo debito. Ma per il governo che ora egli guida quel tempo non sarà mai arrivato. Il tempo è solo una scusa per rimandare continuando contemporaneamente a compiacere Israele.

Di sicuro il riconoscimento britannico della Palestina non riequilibrerà l’enorme asimmetria di potere tra le due parti, ma darà ai palestinesi parità di trattamento. É il meno che la Gran Bretagna possa fare oggi per i palestinesi, dati i suoi lunghi precedenti di tradimenti che risalgono alla dichiarazione Balfour, oltre un secolo fa.

Nel suo libro del 2014 “The Churchill Factor” [Il fattore Churchill] Johnson ha scritto che la dichiarazione Balfour fu “stravagante”, “un documento tragicamente incoerente” e “una pregevole opera di intollerabile politica estera.”

Oggi dalla sua posizione di potere Johnson ha un’opportunità unica di modificare questo enorme errore storico. Criminalizzare Hamas può compiacere Israele e la destra del suo partito, ma non farà che infangare ulteriormente la già oscura serie di tradimenti britannici del popolo palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Avi Shlaim è professore emerito in Relazioni internazionali all’università di Oxford e autore di The Iron Wall: Israel and the Arab World (2014) [ed. italiana: “Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo”, Il Ponte editrice] e di Israel and Palestine: Reappraisals, Revisions, Refutations (2009) [“Israele e Palestina: riesami, revisioni, confutazioni”].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestina: un femminicidio sottolinea la necessità di una legge sulla violenza domestica

Zena Al Tahhan 

29 novembre 2021 Al Jazeera

L’uccisione da parte del marito di una madre di 30 anni nella Ramallah occupata ha suscitato clamore tra i palestinesi.

Ramallah, Cisgiordania occupata – Nelle prime ore del 22 novembre Sabreen Yasser Khweira, 30 anni, madre di quattro figli, sarebbe stata pugnalata a morte dal marito in un piccolo villaggio palestinese alla periferia di Ramallah.

Suo marito, Amer Rabee, ha aggredito anche la madre, 75 anni, che è rimasta ferita ed è stata trasferita all’ospedale di Ramallah più vicino. Le sue condizioni sono ora stabili.

Quella mattina Rabee è fuggito dalla scena ma è stato arrestato più tardi, mentre il corpo di Khweira – trovato dalla polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nella sua casa nel villaggio di Kufr Ni’ma – è stato trasferito per un esame medico legale.

La famiglia Khweira chiede alle autorità di giustiziare Rabee per il raccapricciante omicidio, una richiesta sostenuta anche dalla famiglia di Rabee.

La famiglia dice che Rabee era stato violento con Khweira durante tutti i loro 12 anni di matrimonio e che lei lo aveva lasciato più volte.

Jumaa Tayeh, zio di Khweira e portavoce scelto dalla famiglia, ha detto ad Al Jazeera che Rabee ha trascorso un mese in prigione all’inizio di quest’anno, dopo che Khwiera l’aveva denunciato alla polizia per averla picchiata con dei cavi.

Era gravemente contusa – aveva segni su tutto il corpo. Ero con lei quando abbiamo presentato una denuncia alle Unità di Protezione della Famiglia della polizia. Ci sono state diverse udienze in tribunale e lui ha trascorso un mese [in prigione] prima di essere rilasciato”, ha detto Tayeh.

Al Jazeera ha contattato l’addetto stampa della pubblica accusa dell’ANP in merito ai passati casi di violenza domestica denunciati da Khweira, ma ci è stato detto che queste informazioni non potevano essere divulgate in questa fase a causa delle indagini in corso.

Tayeh ha detto che Rabee era stato rilasciato cinque giorni prima dell’omicidio, dopo aver trascorso 40 giorni in prigione per un reato legato alla droga. “Ha passato una notte con lui dopo il suo rilascio, e quando ha iniziato a minacciarla di farle del male, è tornata a casa di suo padre”, ha detto lo zio.

La notte in cui è stata uccisa, per farla tornare a casa Rabee aveva minacciato di far del male al figlio di 11 anni che era a casa della nonna lì vicino. Quando lei è tornata a casa, l’ha uccisa».

L’omicidio di Khweira è avvenuto mentre il mondo si preparava a celebrare la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne il 25 novembre ed era stata lanciata una campagna mondiale di 16 giorni per chiedere la fine della violenza di genere anche in Palestina, dove sono in corso attività di sensibilizzazione.

L’omicidio ha suscitato clamore tra i palestinesi per la persistenza nella società palestinese di violenza domestica e di norme patriarcali.

Nel 2021 sono state finora uccise più di 20 donne nei territori palestinesi occupati in episodi di violenza domestica, e nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza Khweira è la 26a donna palestinese ad essere stata uccisa nel 2021 in un caso di femminicidio, ha detto ad Al Jazeera il Centro per l’Assistenza Legale e la Consulenza alle Donne (WCLAC) di Ramallah. Almeno altre 15 donne palestinesi sono state uccise in Israele.

Richiesta l’adozione della legge per la protezione della famiglia

Le associazioni di donne della società civile condannano da tempo l’assenza di una legge palestinese per proteggere le donne dalla violenza domestica.

L’Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi con sede a Ramallah, che Israele ha recentemente designato come “organizzazione terroristica” insieme ad altre sei istituzioni della società civile, ha condannato l’uccisione.

In un momento in cui le donne palestinesi affrontano i crimini dell’occupazione sionista, inclusi omicidi, arresti, colonie, guerre e distruzione di case, e la decisione di designare le istituzioni che difendono i diritti delle donne come “organizzazioni terroristiche”, un’altra mano ha colpito una donna palestinese, in un orribile criminoso caso di accoltellamento”, ha detto l’Unione in una dichiarazione.

L’Unione ha chiesto la rapida adozione, molto in ritardo, di una legge sulla violenza domestica nota come Legge per la Protezione della Famiglia, “alla luce dell’aumento di omicidi, violenze e vari tipi di abusi contro donne e bambini”.

Una bozza della legge sulla violenza domestica è in stallo almeno dal 2016, sebbene sia stata scritta più di dieci anni fa.

La violenza si verifica perché non abbiamo leggi sulla deterrenza o sulla protezione. Devono esserci leggi per proteggere le donne dalla violenza e queste leggi devono scoraggiare coloro che commettono violenza”, ha detto ad Al Jazeera Amal Abu Srour, direttore dei programmi della WCLAC.

Il motivo è che, fino ad ora, non c’è stata la volontà politica di emanarle – in un momento poi in cui vediamo molte leggi approvate con decreto presidenziale, come la legge sui reati elettronici o le leggi relative al giornalismo e alla comunicazione che limitano la libertà di espressione. L’emanazione di leggi relative ai diritti sociali dovrebbe essere una priorità”, ha affermato Abu Srour.

Ha poi spiegato che la WCLAC, insieme ad altre organizzazioni della società civile femminile, dal 2004 lavora in collaborazione con i governi dell’ANP su una legge contro la violenza domestica.

Sotto il governo dell’ex primo ministro dell’ANP Rami Hamdallah la bozza è arrivata all’ufficio del presidente Mahmoud Abbas per la firma, ha detto Srour, ma è stata inviata ancora una volta per la revisione sotto il governo dell’attuale primo ministro Mohammad Shtayyeh.

“Non abbiamo idea di dove sia ora la proposta di legge “, ha detto Abu Srour.

Al Jazeera ha contattato il ministro per gli Affari femminili, ma al momento della pubblicazione non ha ricevuto risposta.

Il ministero ha affermato in una dichiarazione che “la legge sulla protezione della famiglia contro la violenza è un’urgente necessità sociale, nazionale e umanitaria per mantenere la coesione della famiglia e della società”, aggiungendo che la sua approvazione “deve essere accelerata”.

Qualunque protezione potesse offrire questa legge, è ora troppo tardi per salvare Khweira.

Circolo vizioso

Tayeh ha detto che Khweira aveva avviato le pratiche di divorzio diversi mesi fa, ma stava attraversando un periodo difficile, in particolare per la perdita quest’anno del fratello 33enne, Saif, a causa di un cancro.

Lo stesso zio è stato rilasciato dalle carceri israeliane dopo 25 anni solo un anno e mezzo fa, e il padre vive in Giordania perché Israele ha proibito il suo ritorno.

Sarebbe fuggita dalla prepotenza del marito e sarebbe rimasta a casa del padre, e la famiglia l’avrebbe comunque sostenuta e le diceva di divorziare, ma lei aveva paura per il futuro dei figli e continuava a tornare da lui nella speranza che cambiasse e diventasse responsabile”, ha detto Tayeh.

Ha detto che Khweira aveva anche menzionato a motivo della sua esitazione la paura dello stigma sociale che circonda le donne divorziate e i loro figli. “Lei diceva: ‘Voglio portare questo fardello per i miei figli. Domani cresceranno e mi proteggeranno e mi difenderanno contro il loro papà.’ ”

“Ritengo che Sabreen abbia sacrificato la sua vita per i figli”, ha aggiunto Tayeh.

Khweira era madre di tre maschi, il maggiore dei quali ha 11 anni e di una bambina di meno di due anni. I bambini ora sono dalla nonna materna.

“Sabreen amava la vita, aveva un cuore bello come il suo viso e amava i suoi figli”, ha detto lo zio.

La trentenne era laureata in economia aziendale e aveva in passato lavorato quattro anni presso il consiglio locale di Kufr Ni’ma nell’unità di insediamento territoriale. Al momento del suo omicidio lavorava in un negozio di abbigliamento del villaggio.

Viviamo in una società che opprime le donne, una cultura sbagliata che umilia lo status delle donne – anche se sono onorate negli insegnamenti islamici, le nostre leggi non garantiscono giustizia alle donne in alcuni dei diritti basilari”, ha detto Tayeh.

Peggioramento delle condizioni con il Covid-19

Abu Srour ha affermato che la persistenza della violenza domestica contro le donne in Palestina potrebbe essere attribuita sostanzialmente a tre fattori: una cultura tradizionalmente patriarcale, leggi discriminatorie contro le donne e mancanza di protezioni, e l’occupazione israeliana.

Secondo la WCLAC, durante la pandemia di COVID la violenza domestica è aumentata. Nel 2020, WCLAC ha registrato l’uccisione di almeno 37 donne palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

Il Centro ha gestito, attraverso una linea di assistenza gratuita contro la violenza di genere, più di 700 casi di donne bisognose di assistenza, un aumento del 160 % rispetto al 2019.

Diversi altri gruppi per i diritti delle donne hanno segnalato un aumento delle richieste di assistenza.

Ad oggi, nel 2021, WCLAC ha ricevuto chiamate per oltre 300 nuovi casi.

“Le donne sono state costrette a trascorrere lunghi periodi di tempo a casa fianco a fianco con i loro aggressori”, ha detto Abu Srour, spiegando che con tutti a casa a causa della quarantena e delle chiusure, le donne hanno sopportato l’onere aggiuntivo di prendersi cura di tutta la famiglia.

Ogni volta che ci sono situazioni di crisi o di emergenza, c’è un aumento della violenza diretta ai segmenti più deboli della famiglia, le donne e i bambini”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

 




Il Belgio è sulla strada giusta, ma l’Europa ha tradito la Palestina

Dr Ramzy Baroud

30 novembre 2021 Middle East Monitor

Anche se la decisione presa il 25 novembre dal governo belga di etichettare i prodotti provenienti dalle colonie illegali israeliane è lodevole, alla fine si dimostrerà inefficace.

Paragonato ad altri Paesi europei, quali Gran Bretagna, Germania, Francia, il Belgio ha una tradizione di solidarietà nei confronti della Palestina. Sia attraverso la cancellazione di missioni commerciali, sia attraverso l’aperto sostegno da parte della società civile, artisti, intellettuali e gente comune, il Belgio ha dimostrato il desiderio di giocare un ruolo costruttivo per porre fine all’occupazione israeliana della Palestina.

E’ evidente che non basteranno una simbolica solidarietà e dichiarazioni politiche per costringere Israele al rispetto della legge internazionale, allo smantellamento dell’apartheid, alla fine dell’occupazione militare e al riconoscimento del diritto alla libertà per i palestinesi.

Il dilemma cui si trova di fronte il Belgio vale anche per il resto dell’Europa. Mentre i governi europei insistono sulla centralità di tematiche quali democrazia, diritti umani e legge internazionale nelle loro relazioni con Israele, essi non fanno però alcun gesto significativo per garantire che Israele rispetti quelle che l’Unione Europea proclama essere le sue politiche.

La decisione belga di distinguere fra prodotti israeliani provenienti da Israele e quelli che arrivano dalle colonie israeliane illegali non si basa sul quadro normativo di riferimento del Belgio, ma su varie importanti sentenze prese dalla UE. Ad esempio, nel novembre del 2015 l’Unione Europea ha emesso nuove direttive per garantire che i prodotti delle colonie illegali vengano etichettati come tali. Nel gennaio del 2016, poi, pare che la UE abbia ‘ribadito’ la volontà di etichettare in modo chiaro tali prodotti.

Tuttavia da allora non si sono viste molte etichette di quel tipo, tanto da costringere i cittadini UE, con il sostegno di varie organizzazioni della società civile, a rivolgersi direttamente ai tribunali dell’Unione per rimediare al fallimento dell’establishment politico europeo. Nel novembre del 2019 il più importante organo giurisdizionale della UE, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha deliberato che i prodotti provenienti dalle colonie illegali israeliane devono fornire “l’indicazione di tale provenienza (consentendo così ai consumatori di fare) scelte consapevoli.”

Vale a dire che la recente decisione presa dal Belgio non è che una tardiva implementazione di varie sentenze prese in passato e mai fatte rispettare nella maggioranza dei Paesi della UE.

Invece di dimostrare il proprio inequivocabile sostegno al Belgio e di cominciare ad implementare anche loro la sentenza della Corte di Giustizia della UE, la maggior parte dei Paesi europei è rimasta in silenzio di fronte all’attacco di Israele, che ha dichiarato che la decisione del Belgio è “anti- israeliana”, e ha impropriamente sostenuto che “rafforza gli estremisti”.

Non appena i media internazionali hanno dato notizia della decisione del governo belga, Israele ha fatto le solite scenate. Il viceministro degli Esteri Idan Roll ha immediatamente annullato una riunione programmata in precedenza con dei funzionari belgi, costringendo così il ministero degli esteri a Bruxelles a giustificare e a chiarire meglio la propria posizione.

Come prevedibile, l’Autorità Nazionale Palestinese, organizzazioni di attivisti e della società civile e molti soggetti individuali hanno lodato il Belgio per la sua coraggiosa posizione, che è analoga a quelle adottate in passato da Paesi come l’Irlanda, che è stata la prima nazione dell’Unione Europea a dare attuazione a questo provvedimento lo scorso maggio.

Questa euforia è prevalentemente alimentata dalla convinzione che questi passi possano preludere ad altre azioni concrete, che alla fine darebbero la spinta decisiva per un totale boicottaggio europeo di Israele. Ma è davvero così?

Alla luce delle divisioni fra gli europei in tema di etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie illegali, di una netta distinzione fra colonie e “Israele vero e proprio”, e della crescita esponenziale degli scambi fra Israele e Unità Europea, bisogna guardarsi dal saltare a conclusioni affrettate.

Secondo dati della Commissione Europea, la UE è il maggiore partner commerciale di Israele, con un valore totale di scambio di 31 miliardi di euro nel 2020.

Ma, cosa più importante, l’Unione Europea è stata il principale punto di accesso per l’integrazione di Israele in una più vasta dinamica globale non solo di politica e sicurezza, ma anche di cultura, musica e sport. Se il commercio europeo con Israele è facilitato dall’Accordo Euromediterraneo del 1995 [regola l’import-export di prodotti agricoli fra UE e Israele, ndtr], l’integrazione di Israele in Europa è regolata principalmente dal piano di Politica Europea di Vicinato (PEV) del 2004. Il secondo accordo, in particolare, aveva l’obiettivo di controbilanciare i successi ottenuti dai palestinesi e dai loro sostenitori nella delegittimazione dell’occupazione e apartheid praticati da Israele in Palestina.

Non sarebbe verosimile credere che proprio la UE, che ha fatto la scelta strategica di legittimare, integrare e normalizzare Israele agli occhi degli europei e del resto della comunità internazionale, possa essere lo stesso soggetto che costringerà Israele a rispondere dei suoi obblighi rispetto alla legge internazionale.

E non dimentichiamo che, anche se tutti i Paesi europei decideranno di etichettare i prodotti delle colonie, non basterà questo a smuovere Israele, tanto più perché la UE farà quanto in suo potere per compensare qualsiasi deficit commerciale dovesse derivarne.

Inoltre qualsiasi tipo di pressione, simbolica o reale che sia, esercitata dalla UE avviene spesso nel contesto della soluzione dei due Stati in Israele e Palestina, dichiaratamente abbracciata dagli europei. Se è pur vero che quella ‘soluzione’ resta l’unica ratificata dalla comunità internazionale, la complessità del problema, il buon senso e i ‘fatti compiuti’ ci dicono che la coesistenza in un unico Stato laico e democratico rimane l’unica conclusione pratica, possibile e evidentemente giusta per questa tragedia prolungata.

Nonostante le dichiarazioni eloquenti ed inequivocabili della UE sull’illegalità dell’occupazione israeliana, è ovvio che gli europei non hanno una vera strategia su Palestina e Israele. Se invece una strategia c’è, essa è piena di confusioni e contraddizioni. Insomma, Israele non ha alcun motivo di prendere l’Europa sul serio.

E’ facile accusare la UE di ipocrisia. Tuttavia la condotta della UE verso Israele non si spiega solo con l’ipocrisia, ma presumibilmente deriva dalla mancanza di unità politica e di una comunità di vedute fra gli Stati membri dell’Unione. Nei fatti la UE aiuta a sostenere l’occupazione israeliana, finanziandola vuoi direttamente o indirettamente. Attraverso gli scambi commerciali, la legittimazione politica e l’integrazione culturale di Israele, l’Unione Europea ha consentito che si perpetuasse lo status quo dell’occupazione apparentemente senza fine della Palestina. Se anche si imponessero etichette su tutti i prodotti delle colonie ebraiche, non basterà certo questo ad invertire la marcia.

Se la posizione del Belgio è di per sé lodevole – in quanto riflette l’attivismo e pressione incessantemente esercitati dalla società civile del Paese – essa non dovrebbe esser vista come alternativa ad una coraggiosa posizione politica e morale simile a quella adottata durante la lotta anti-apartheid in Sudafrica. Prima di allora, l’Europa ha l’obbligo di dimostrare la volontà di stare dalla parte giusta della storia.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




L’occupazione reca danno non solo ai palestinesi, ma anche al pianeta

L’occupazione reca danno non solo ai palestinesi, ma anche al pianeta

Edilizia sprecona, un doppio sistema stradale, viaggi rallentati dai posti di blocco e asfalto al posto di spazi aperti: la politica di Israele in Cisgiordania e a Gaza ha un costo ecologico.

Amira Hass

7 novembre 2021 – Haaretz

 

L’inquinatore numero 1 nei territori palestinesi occupati è il controllo che Israele esercita sulla terra e l’impresa di colonizzazione. Non è una citazione letterale, ma questo è lo spirito di ciò che ha detto la scorsa settimana il Primo Ministro palestinese Mohammad Shtayyeh al summit sull’ambiente COP26.

La sua presenza è stata a stento menzionata sui media internazionali, per non parlare di quelli israeliani, a ulteriore dimostrazione di quanto marginale sia diventata la questione palestinese nell’agenda globale. Ma ciò non sminuisce affatto il danno all’ambiente.

Tutti gli studi e gli articoli relativi alle condizioni ambientali nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania rilevano un rapporto con la politica israeliana. Questi comprendono un dettagliato documento dell’ONU del 2020, rapporti dell’associazione giuridica palestinese Al-Haq nel corso di vari anni ed un articolo pubblicato dal gruppo di esperti palestinesi Al-Shabaka nel 2019 (“Climate change, the Occupation and a vulnerable Palestine” – “Cambiamenti climatici, occupazione e la vulnerabilità della Palestina”).

È tuttavia difficile quantificare l’impatto totale sul riscaldamento del clima delle azioni del governo e dei civili israeliani nei territori conquistati nel 1967.

La relazione della ragioneria dello Stato sulla mancata limitazione da parte di Israele delle emissioni di gas che causano l’effetto serra non menziona nemmeno i territori (occupati). E neppure analizza la spaventosa previsione dell’ONU, risalente al 2012, secondo cui la Striscia di Gaza sarebbe diventata inabitabile entro il 2020 se Israele non avesse profondamente modificato la sua politica verso l’enclave. Sono passati quasi due anni dalla “scadenza” posta dall’ONU e nulla di sostanziale è cambiato. L’ONU deve aver sottovalutato l’enorme capacità di resilienza degli abitanti di Gaza.

Tuttavia un’affermazione chiave presente nel report della Ragioneria getta luce sulla rimozione israeliana riguardo all’impatto dell’occupazione sull’inquinamento locale e globale. Così si legge: “In una situazione di conflitto o di potenziale conflitto tra i principali obiettivi dei ministeri del governo e l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas causa dell’effetto serra, i ministeri danno priorità alla promozione degli obiettivi centrali dei loro compiti ministeriali rispetto alla riduzione delle emissioni – fatta eccezione per il Ministero della Protezione Ambientale…”

Come rispecchiato nella politica dichiarata e messa in atto, gli obiettivi dei governi israeliani – compreso quello attuale – consistono nell’espandere le colonie, spingere sempre più israeliani ed ebrei della diaspora a stabilirsi in Cisgiordania, garantire il totale controllo su circa il 60% della Cisgiordania (“Area C”), perpetuare la separazione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, mantenere separate le popolazioni palestinese ed ebraica e abituare il mondo, come “soluzione”, alla realtà di enclave palestinesi separate e scollegate tra loro.

Un conseguente scopo non dichiarato è l’indebolimento sistematico dell’economia palestinese. Tutti questi obiettivi hanno un costo, nella forma di un danno ambientale sui generis. Eccone alcuni esempi.

Asfalto fin dove arriva lo sguardo

Parte del danno che l’occupazione sta provocando all’ecosistema si concentra nella superflua e ideologicamente motivata edificazione e costruzione di strade a spese degli spazi aperti e verdi palestinesi.

L’edificazione per gli ebrei nelle colonie si sta molto espandendo, sia per migliorare l’attrattività che per impadronirsi di quanta più terra palestinese possibile.

Nell’ottica di mantenere separate le due comunità, dei palestinesi e dei coloni, e di consolidare l’annessione de facto, Israele sta creando un sistema di doppie strade. Il principale criterio per pianificare nuove strade è soddisfare la domanda dei coloni presenti e futuri, il che significa accrescere il loro numero e accorciare i tempi di spostamento tra le colonie e Israele. I veicoli palestinesi sono indotti o costretti a viaggiare su strade secondarie, parallele e circonvallazioni. Ai palestinesi è vietato percorrere la maggior parte delle strade che collegano le colonie tra loro e con Israele, o devono percorrere strade che non li portano da nessuna parte.

Inoltre migliaia di metri quadri in Cisgiordania sono asfaltati e non rispondono ad alcuno scopo civile: “strade di sicurezza” intorno alle colonie, a spese dei terreni da pascolo e da coltivazione palestinesi, e strade asfaltate lungo la tortuosa barriera di separazione, ad uso esclusivo dei veicoli militari.

Per di più gli alberi vengono sradicati, i terreni agricoli distrutti e l’accesso ai terreni coltivati sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza è interdetto con l’apparente motivazione della sicurezza, a causa della violenza dei coloni e allo scopo di espandere le colonie e le loro infrastrutture.

Aumento delle emissioni

Inoltre le restrizioni alla mobilità e diversi divieti relativi allo sviluppo sono fattori che concorrono all’incremento delle emissioni di gas serra. Le distanze e i tempi di percorrenza tra le enclave e le sotto-enclave palestinesi – cioè dai villaggi vicini alla loro città capoluogo – aumentano a causa dei posti di blocco fissi e mobili e delle zone a cui i palestinesi è vietato l’accesso, come le colonie e i blocchi di colonie. Tempi di percorrenza più lunghi significano più consumo di carburante e maggiori emissioni.

Non solo vi è stato un generale aumento di automobili sulle strade: ingorghi di traffico sono provocati dai posti di blocco lungo le strade e agli ingressi delle città. I veicoli che vanno a passo di lumaca negli ingorghi inquinano di più di una guida continua a velocità normale. Uno studio del 2018 dell’istituto palestinese di ricerca applicata Arij ha riscontrato che in Cisgiordania ogni anno vengono sprecati 80 milioni di litri di carburante a causa degli intasamenti ai posti di blocco, delle zone chiuse alle auto palestinesi e della necessità di fare delle deviazioni. Lo studio ha stimato che questo provoca ogni anno 196.000 tonnellate in più di emissioni di CO2.

Lo studio ha anche calcolato che vengono perse 60 milioni di ore di lavoro all’anno, con un costo di 270 milioni di dollari.

Israele controlla tutte le risorse idriche del Paese, ma non considera la Striscia di Gaza come parte geografica naturale di esso, che significherebbe godere di una quota delle risorse idriche, come per esempio avviene per le comunità ebraiche nel deserto. Perciò la Striscia di Gaza deve arrangiarsi con una parte delle falde acquifere costiere all’interno dei suoi confini artificiali, che non forniscono acqua sufficiente per una popolazione di due milioni di persone. Dopo essere state sfruttate eccessivamente per 30 anni, le falde sono state inquinate da infiltrazioni saline e di acque reflue. Circa il 96% della sua acqua è considerato non potabile e deve essere depurato in impianti specifici. Tale depurazione consuma un’enorme quantità di carburante al giorno, poi l’acqua depurata viene trasportata [con autobotti ndtr.] nelle case, producendo ulteriori emissioni.

Collegare Gaza alla rete idrica nazionale israeliano (che utilizza grandi quantità delle risorse della Cisgiordania) sarebbe stato meglio sia per i palestinesi che per il clima del pianeta.

In Cisgiordania Israele raziona la quantità di acqua che i palestinesi possono estrarre e usare. A causa delle scarse quantità il flusso nelle tubazioni è debole e l’acqua non riesce a raggiungere molti quartieri e villaggi palestinesi situati ad altezze relativamente elevate. Tuttavia ancora una volta la soluzione è ad alto dispendio di carburante: trasferire l’acqua in autobotti che la fanno confluire in cisterne sui tetti e in pozzi.

Inoltre Israele rifiuta di consentire a decine di villaggi e di comunità di pastori, soprattutto nella Valle del Giordano e nelle colline a sud di Hebron, di collegarsi al sistema idrico. Queste comunità palestinesi impoverite devono dipendere dall’acqua trasportata da autobotti e trattori, per la quale pagano cinque volte tanto se non di più, e questo senza contare il danno recato all’ecologia.

Tendenze neoliberiste

Il controllo di Israele limita le possibilità energetiche e di sviluppo dei palestinesi in enclave isolate senza contiguità territoriale.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha incoraggiato, e continua a farlo, tendenze neoliberiste che danneggiano l’ambiente, come l’aumento dei consumi, compreso quello delle automobili. Ma la sua situazione di inferiorità e di soggiogamento rende difficile prevedere e pianificare a lungo termine,

anche attraverso aspetti che accolgano comportamenti economici di responsabilità ambientale.

Ridurre le emissioni richiede lo sviluppo del trasporto pubblico a prescindere da considerazioni di profitto. Ma, anche se l’Autorità Nazionale Palestinese non era in bancarotta, un progetto come un sistema ferroviario tra le città palestinesi è stato reso impossibile a causa della frammentazione del territorio in sacche isolate, senza nessuna autorità sulla terra circostante. Il miglioramento delle opzioni esistenti di trasporto pubblico, come autobus e minibus, richiede di finanziare le imprese private e comunali e di aumentare il salario dei conducenti, considerando i costi aggiuntivi dovuti alle attese ai posti di blocco e al dover effettuare deviazioni più lunghe; sono necessarie anche nuove linee di autobus, in grado di viaggiare per più ore.

La soluzione di ridurre i perenni ingorghi di traffico aggiungendo delle uscite dalle città (e costruendo corsie per il trasporto pubblico in ogni distretto) è difficile se non impossibile.       Ciò è dovuto alle colonie e ai loro piani di espansione, alle norme di pianificazione discriminatorie dell’Amministrazione Civile (israeliana) e alla richiesta dell’apparato di sicurezza che il numero di punti di ingresso e di uscita dalle città palestinesi sia il più limitato possibile.

Il controllo israeliano sulla terra, le risorse idriche e la pianificazione in più del 60% della Cisgiordania non consente all’ANP di razionalizzare la distribuzione dell’acqua: cioè di distribuire attraverso tubazioni l’acqua dalle aree fertili (per esempio Gerico) ad altre, come Betlemme.

Il controllo e le limitazioni alla pianificazione da parte israeliana rendono inoltre più difficile all’ANP spostare le aree industriali “sporche” fuori dalle zone residenziali ed espandere i confini urbani sulla base di considerazioni ambientaliste.

Inoltre, l’Autorità Nazionale Palestinese viene limitata nella sua possibilità di sviluppare una consapevolezza tra la popolazione riguardo alla protezione ambientale immediata e a lungo termine ed è geograficamente vincolata nella sua possibilità di applicare le leggi e le norme esistenti – per esempio per l’impedire l’interramento a scopo di lucro di rifiuti israeliani e altri generi di scorie nei terreni dei villaggi palestinesi.

La cronica debolezza finanziaria dell’ANP, il suo mancato rispetto della promessa che il processo di Oslo avrebbe portato alla fine dell’occupazione e la sua fama di essere corrotta hanno ridotto al minimo la fiducia della gente in essa. La fiducia della popolazione è essenziale quando un governo intende far crescere la consapevolezza e formulare politiche in ogni ambito, dalla delicata ma necessaria questione della riduzione della natalità, alla riduzione dell’utilizzo di pesticidi chimici, alla promozione dell’uso del trasporto pubblico. La divisione interna palestinese tra Gaza e la Cisgiordania, tra Hamas e Fatah, sviluppata e approfondita dalla politica israeliana di isolare e scollegare Gaza, limita inoltre lo sviluppo e la messa in atto di una pianificazione e progettazione a lungo termine sull’ambiente da parte palestinese.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




In Cisgiordania il furto di terre è consentito solo al governo israeliano

In Cisgiordania il furto di terre è consentito solo al governo israeliano

Zvi Bar’el

3 novembre 2021 – Haaretz

 

Questa settimana il ministro della difesa Benny Gantz è stato ispirato dalla shekhina (spirito divino) e ha deciso di non sostenere l’iniziativa che permetterebbe l’acquisto di terre in Cisgiordania da parte di privati cittadini ebrei, invece che tramite una società e ciò solo previa approvazione dell’Amministrazione Civile. Una fonte della Difesa ha spiegato ad Haaretz che “estendere l’opzione di acquistare dei terreni a ogni cittadino darebbe come risultato acquisizioni irresponsabili da parte di ebrei e sarebbe visto dall’Autorità Palestinese come ‘uno sgarbo’ (Lunedì).

I nostri cuori hanno sussultato davanti a un gesto così rispettoso, a tale profondità di visione e saggezza diplomatica. La decisione di Gantz è la risposta del ministero della Difesa a una petizione presentata da Regavim, un’ONG a favore dei coloni, contro la legge attuale, “una legge razzista che esiste in un solo posto al mondo, qui in Israele,” secondo il direttore generale Meir Deutsch. La “legge razzista” alla quale fa riferimento permette di acquistare privatamente terre in Cisgiordania solo a palestinesi, giordani o stranieri di origine araba. Che cos’è questo se non apartheid antiebraico?

Ma un momento prima che crolli il mondo e che i nostri cuori si riempiano di orgoglio per la coraggiosa decisione del ministro, va ricordato che anche questa legge che Gantz sta difendendo intrepidamente è palesemente illegale. Essa contraddice il diritto internazionale, che vieta di trasferire un popolo occupante nei territori occupati e di cambiare la composizione demografica di quei territori; non mette freno alla “impresa delle colonie” e sotto i suoi auspici avamposti e fattorie individuali sono stati e saranno autorizzati. Gantz si oppone alla criminalità privata, solo quella supervisionata dal governo è legale.

La paura di Gantz “di fare uno sgarbo” all’AP è superflua. Lo stesso si può dire della paura espressa dal maggiore Zvi Mintz, che era a capo del dipartimento immobiliare della divisione per la consulenza legale dell’IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] della Giudea e Samaria [cioè la Cisgiordania, ndtr.], che “l’emendamento (ossia il permesso concesso a privati cittadini ebrei di acquistare terre) è probabile che sia visto come una violazione delle leggi di confisca in tempo di guerra e che porti a notevoli critiche a livello internazionale.”

Perché ciò che è vero circa l’acquisto da parte di privati cittadini è anche vero, secondo il diritto internazionale, per gli acquisti da parte di società. Bastava ascoltare le critiche mosse dal Segretario di Stato USA, Antony Blinken, e dal portavoce della Casa Bianca circa l’intenzione di procedere con la costruzione di oltre 3.000 unità abitative in Cisgiordania, per rendersi conto che ai loro occhi, e a quelli della comunità internazionale, non c‘è differenza fra l’illegalità delle colonie sponsorizzate dal governo e lo stesso reato perpetrato da un privato cittadino. Entrambi sono crimini. Tra l’altro per l’AP non fa alcuna differenza chi fa lo sgarbo, un privato cittadino, una società o un governo.

Lasciamo da parte le violazioni del diritto internazionale, il disprezzo per le critiche della comunità internazionale e la resa ai signori e padroni che vivono sulle terre rubate. Queste fanno già parte di un’antica cultura politica. Ma quando la sopravvivenza di questo governo intoccabile, teneramente coccolato, si basa su una decisione scolpita nella pietra di non fare nulla che susciti una controversia diplomatica per timore di strappare la fragile copertura protettiva di questa unità della coalizione, qual è il significato della nuova costruzione nelle colonie?

Tutti i partiti cosiddetti di “sinistra” avrebbero dovuto sollevare una protesta, puntare il dito accusatorio contro il ministro della Difesa e minacciare di far cadere il governo. Dopo tutto, si è già d’accordo che non ci sia “fattibilità diplomatica” di negoziati diplomatici, per non parlare di una soluzione del conflitto.

Apparentemente la sinistra nel governo di destra non solo non si rende conto della contraddizione fra l’espandere le colonie e l’assenza di una praticabilità diplomatica, ma sta anche aggiudicando a se stessa e ai propri colleghi la “fattibilità politica” di perpetuare l’impossibilità diplomatica.

Forse hanno chiuso gli occhi per un momento, ma quando Gantz non ha emendato la legge, non stava pensando all’AP, ma ai suoi colleghi nel governo. Con un cenno della mano ha anche concesso legittimità alla legge esistente che la sinistra ha cercato per anni e con tutte le forze di annullare e ha indossato la veste del giusto che ora proclama la propria innocenza.

 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 




Cresce la resistenza in Cisgiordania, aumentano i timori di Israele

Dr Adnan Abu Amer

4 ottobre 2021 Middle East Monitor

Con la progressiva ripresa delle operazioni della resistenza palestinese in Cisgiordania, i servizi di sicurezza e l’esercito di Israele sono sempre più preoccupati per quello che considerano un allarmante risveglio delle cellule della resistenza.

Di fronte ai recenti attacchi armati in Cisgiordania i servizi di sicurezza israeliani si interrogano sulla possibilità di mantenere la ferrea stretta imposta sulla Cisgiordania. Al momento all’interno del sistema di sicurezza israeliano prevale la convinzione che sono ormai finiti i tempi di relativa calma in Cisgiordania, almeno per l’imminente futuro.

Israele si rende conto che l’infrastruttura della resistenza non è stata completamente scoperta e che essa molto probabilmente consiste di piccoli nuclei che sono cresciuti e disseminati in un’area relativamente estesa nelle città, campi e paesi della Cisgiordania.

La nuova infrastruttura militare di Hamas in Cisgiordania è completamente diversa dalla tradizionale infrastruttura organizzativa basata su relazioni strette modellate su famiglia, clan, amicizia, luoghi di residenza e di lavoro, conoscenze di lunga data. I membri delle cellule non hanno più bisogno di incontrarsi, perché gli attivisti del movimento nel nord della Cisgiordania ricevono armi o istruzioni dai dintorni di Gerusalemme, e viceversa. Pertanto al momento Israele si concentra più sul lavoro di intelligence che su quello operativo, in quanto gli ambiti dell’attuale infrastruttura di Hamas non sono ancora del tutto chiari per la sicurezza israeliana.

Israele sostiene che le direttive dei capi di Hamas vengono trasmesse ai livelli successivi in Cisgiordania vuoi indirettamente, tramite il movimento di Gaza, o direttamente, e che talvolta ciò avviene in incontri mediante messaggi criptati. Questa è una grave minaccia per la sicurezza che l’esercito israeliano si trova ad affrontare.

Questo significa che la campagna israeliana a Gerusalemme e Jenin che mirava a colpire la pluriennale infrastruttura delle forze di resistenza non è completamente riuscita, perché oltre alle attività militari a Gaza, Hamas ha stabilito non da ieri un’infrastruttura organizzativa in Cisgiordania sotto la guida dei suoi alti dirigenti. L’obiettivo è di avere una forza di combattimento radicata nella zona.

Ciò dimostra che la serie di blitz portati avanti da esercito e apparati di sicurezza a Jenin e Ramallah nelle ultime settimane non erano di routine, non solo per le dimensioni e il numero di vittime, ma per le ripercussioni sul futuro della sicurezza sul terreno. Questi blitz sono una risposta alle esistenti tensioni a Gaza, agli attacchi offensivi in Cisgiordania e all’evasione di prigionieri dalla prigione di Gilboa.

La sicurezza israeliana ha fatto trapelare che si sarebbe già iniziato ad addestrare elementi armati, nonchè a tentare di produrre materiale esplosivo all’interno delle case. I membri delle cellule sono abitanti delle zone di Ramallah e Jenin, dove Hamas possiede già una solida infrastruttura, e dove l’Autorità Nazionale Palestinese e le sue forze di sicurezza stanno incontrando difficoltà operative.

E’ ormai evidente che Hamas sta cercando di creare un’infrastruttura armata attiva in Cisgiordania con l’obiettivo di attirare l’esercito in grosse operazioni nel cuore delle principali località dei Territori, mettendo così in cattiva luce l’Autorità Nazionale Palestinese ed il suo apparato di sicurezza per la loro collaborazione con Israele.

A dispetto di tutto ciò, non è ancora chiaro se l’esercito israeliano sia completamente riuscito a neutralizzare l’infrastruttura della resistenza a seguito delle sue recenti operazioni delle ultime settimane, specialmente nella recente serie di raid. Comunque sia, nell’esercito resta il timore che la capacità di penetrazione di Hamas in Cisgiordania possa crescere ulteriormente, non solo sul piano militare, ma anche politico ed educativo, e che la Striscia di Gaza e la Cisgiordania possano trasformarsi in due arene per un unico fronte, con il movimento di Hamas che le controlla e guida in base ai propri interessi e alla propria ideologia.

La preoccupazione israeliana per l’escalation delle operazioni di resistenza in Cisgiordania coincide con il 16^ anniversario del ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, il che contribuisce alla diffusione dell’ipotesi israeliana che se, in seguito a qualche accordo con l’Autorità Nazionale Palestinese, ci sarà un analogo ritiro da alcune parti della Cisgiordania, si verificheranno allora in Cisgiordania dei cambiamenti simili a quelli avvenuti a Gaza, e in quel caso Israele si troverà presto esposta alla minaccia di lanci di razzi dalla Cisgiordania verso le città di Kfar Saba, Petah Tikva e i dintorni di Tel Aviv.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero