Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




A due anni dal 7 ottobre la Palestina è diventata un cimitero di strategie fallite

Muhammad Shehada

7 ottobre 2025 – +972 Magazine

Anche se il piano di Trump ponesse fine alla guerra di Gaza, i palestinesi si troverebbero comunque ad affrontare un vuoto profondo e duraturo: un vuoto di linguaggio, di speranza e di politica, rivelatisi impotenti di fronte al genocidio.

«Le parole non significano più nulla». Questo è uno dei sentimenti più comuni che sento esprimere dai miei familiari, amici e colleghi che vivono ancora a Gaza. A due anni dall’inizio del genocidio perpetrato senza sosta da Israele ciò che resta non è solo una scia di corpi e rovine, ma anche un crollo brutale del significato stesso. Parole come atrocità”, assedio”, resistenzae persino genocidio” sono state svuotate dal loro significato attraverso la ripetizione, incapaci di trasmettere il peso di ciò che i palestinesi hanno sopportato giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Nel primo periodo dopo il 7 ottobre parlavo al telefono con i miei cari il più possibile, sapendo che ogni conversazione poteva rappresentare l’ultima volta che sentivo le loro voci. Di solito parlavamo della loro angoscia, disperazione e paura che la morte si avvicinasse. Alcuni mi inviavano le loro ultime volontà o testamenti; altri cominciavano persino a desiderare la morte come sollievo da questa apocalisse senza fine.

Ma dopo 24 mesi il silenzio ha preso il sopravvento. Tutto è stato detto, ogni sentimento è stato espresso più e più volte fino a diventare completamente privo di significato. Quando parlo con coloro che sono ancora intrappolati a Gaza il loro silenzio è accompagnato dalla vergogna di chiedere aiuto – per una tenda, cibo, acqua o medicine – e dalla mia vergogna ancora più grande per l’incapacità di procurare loro qualcosa.

I miei cari sono diventati l’ombra di ciò che erano un tempo. Sono stati ridotti in ginocchio più volte dai continui bombardamenti, dalla fame e dagli sfollamenti che hanno caratterizzato questi 730 giorni. Sono costretti a cercare cibo e riparo, mentre vengono attaccati ovunque vadano. Ogni singolo aspetto della loro vita è diventato una lotta straziante per la sopravvivenza.

Coloro che riescono a fuggire da questo campo di concentramento sono fisicamente trasformati. Recentemente ho incontrato mia cugina per le strade del Cairo e non l’ho riconosciuta. Un tempo era una donna alta e in buona salute sulla quarantina inoltrata, ora è pelle e ossa, con il viso rugoso e scuro, gli occhi infossati e pallidi. Anche mia nonna di 77 anni è è diventata uno scheletro e da allora è costretta a letto.

Per coloro che sono ancora intrappolati all’interno [di Gaza] il prezzo fisico da pagare è quasi impossibile da descrivere a parole. Mio cugino Hani è attualmente bloccato nella città di Gaza, non avendo potuto affrontare il costo esorbitante della fuga verso sud prima che i carri armati israeliani circondassero il suo quartiere. Nonostante sia appena prossimo alla cinquantina il deperimento causato dalla strategia della fame di Israele lo ha ridotto allo stesso aspetto che aveva mio nonno poco prima di morire all’età di 107 anni.

E questo senza nemmeno considerare il costo psicologico del genocidio sulla popolazione di Gaza. La portata reale di questo fenomeno sarà chiara solo quando i bombardamenti cesseranno e i sopravvissuti ritroveranno l’energia mentale necessaria per elaborare i ricordi e le emozioni che il loro cervello ha a lungo represso mentre era concentrato sulla sopravvivenza.

Gaza è diventata un luogo in cui la morte è così diffusa e la sopravvivenza così compromessa che persino il silenzio ora parla più forte di qualsiasi appello alla giustizia. E l’eredità di questo genocidio ci accompagnerà per generazioni, perché Israele ha dato a ogni singolo abitante di Gaza un motivo personale di vendetta.

Nell’aldilà chiederò a Dio una sola cosa: costringere gli israeliani a cercare acqua e cibo sotto i bombardamenti aerei tutto il giorno, tutti i giorni”, diceva il mio compianto amico Ali, prima di essere ucciso in un bombardamento aereo lo scorso anno mentre camminava vicino all’ospedale Al-Aqsa a Deir Al-Balah.

Mutevole sostegno a Hamas

È difficile prevedere come il trauma collettivo derivante dall’annientamento di Gaza influenzerà le convinzioni dei palestinesi nel lungo termine. Ma recentemente sono emerse due tendenze predominanti, che appaiono in qualche modo contraddittorie.

Da un lato c’è un crescente risentimento nei confronti di Hamas per aver lanciato gli attacchi del 7 ottobre, anche tra i membri dell’organizzazione stessa e la sua leadership. Diversi funzionari arabi mi hanno riferito che Khaled Meshaal, uno dei fondatori di Hamas e leader di lunga data del suo comitato politico, e altre figure affini dell’ala moderata dell’organizzazione hanno descritto in privato l’attacco come avventato” e un disastro”, criticando anche il modo in cui Hamas ha gestito la guerra.

Questa primavera ha anche visto diversi giorni di proteste popolari spontanee contro Hamas in tutta la Striscia di Gaza, che chiedevano al movimento di porre fine alla guerra a qualsiasi costo prima di lasciare il potere. Ma queste manifestazioni sono state alla fine di breve durata, soprattutto dopo che il governo israeliano ha iniziato a sfruttarle sia per giustificare la sua campagna militare in corso sia per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse sul campo.

Allo stesso tempo però il genocidio perpetrato da Israele e la minaccia esistenziale di un’espulsione di massa da Gaza hanno trasformato alcuni dei più accaniti detrattori di Hamas nei suoi più convinti sostenitori. Anche tra coloro che criticano gli eventi del 7 ottobre è diffusa la paura che, se Hamas venisse schiacciato, Israele occuperebbe Gaza a tempo indeterminato con una esigua opposizione da parte della comunità internazionale. Secondo questa visione, solo una persistente insurrezione militare di Hamas potrebbe impedire la conquista permanente da parte di Israele e la completa pulizia etnica dell’enclave.

Un esempio calzante è quello di una donna di nome Asala, che aveva solo 7 anni quando i miliziani di Hamas uccisero suo padre, un colonnello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), durante il conflitto tra Hamas e Fatah del 2007. Questa perdita devastante ha lasciato un segno indelebile in lei, alimentando un profondo odio verso Hamas che ha portato con sé fino all’età adulta. Prima del 2023 li criticava costantemente sui social media con toni molto duri, pur rimanendo a Gaza. Ma con l’intensificarsi dell’offensiva israeliana ha iniziato a elogiare i miliziani di Hamas per aver sfidato la presenza dell’esercito israeliano a Gaza ed essersi vendicati.

In effetti gli orrori a cui Asala ha assistito durante i 24 mesi di bombardamenti, sfollamenti e fame l’hanno trasformata. I massacri hanno aumentato il nostro risentimento verso Israele”, mi ha detto. [I palestinesi] dovrebbero mettere da parte il risentimento reciproco e dirigere il loro odio solo contro l’occupazione israeliana”.

Allo stesso modo Mohammed, un giornalista investigativo di Gaza che una volta è stato sequestrato e torturato da Hamas, è recentemente diventato un sostenitore dichiarato delle fazioni della resistenza armata a Gaza. Mi ha detto che il genocidio di Israele, pienamente sostenuto dai governi occidentali, ha rafforzato la sua convinzione nella resistenza armata. Ci sono persone che non si sono mai schierate con Hamas o con la resistenza, ma dopo che le loro famiglie sono state uccise da Israele le loro opinioni sono cambiate e ora cercano giustizia”, ha detto.

Questo sostegno alla resistenza armata persisterà o addirittura aumenterà fintanto che il genocidio continuerà o se l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza dopo un cessate il fuoco, impedendo la ricostruzione. Ma se venisse firmato un accordo permanente che includesse il ritiro completo di Israele, la revoca dell’assedio soffocante e un orizzonte politico visibile, ci sarebbero poche ragioni per i gazawi di aggrapparsi alla lotta armata. Infatti, molti di coloro che sostengono l’insurrezione di Hamas saranno i primi a denunciare il movimento non appena la guerra finirà.

‘“La resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”

Ciò che storicamente ha dato più credito alla strategia di resistenza armata di Hamas tra i palestinesi non è stato l’appello alla violenza o al sacrificio, ma piuttosto il fallimento di tutte le altre alternative. La diplomazia, i negoziati, la difesa negli organismi e nei tribunali internazionali, la persuasione morale e la resistenza non violenta sono stati tutti accolti dal silenzio globale, mentre Israele continua a uccidere i palestinesi e a cacciarli dalla loro terra.

Prima del genocidio ogni volta che chiedevo a un leader di Hamas perché l’organizzazione non riconoscesse formalmente Israele e rinunciasse alla violenza la risposta era sempre la stessa.Abu Mazen [il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas] ha fatto tutto questo e anche di più: sta collaborando con Israele. Puoi citare una sola cosa positiva che gli hanno dato in cambio?” Continuavano poi descrivendo come Israele non solo ignorasse i compromessi di Abbas, ma umiliasse, privasse di fondi, punisse e demonizzasse l’Autorità Nazionale Palestinese.

Ora però, dopo la guerra più lunga nella storia palestinese, a Hamas verrà posta la stessa domanda: cosa avete ottenuto da tutto questo?

In effetti, gli ultimi due anni hanno minato le ragioni principali che sostenevano l’impegno di Hamas nella resistenza armata. La prima era la convinzione che solo la forza militare potesse sfidare efficacemente il blocco e l’occupazione di Israele. Come sosteneva nel 2018 il giornalista israeliano Gideon Levy, «se i palestinesi di Gaza non sparano, nessuno li ascolta». Quattro anni dopo, un membro della Knesset mi ha detto la stessa cosa: «Non appena Gaza smette di lanciare razzi scompare e nessuno si preoccupa di parlarne».

Ma dopo ogni escalation con Israele dall’ascesa al potere nel 2007 il massimo che Hamas ha ottenuto è stato ciò che i gazawi chiamavano «antidolorifici e anestetici»: un ripristino dello status quo precedente e alcune promesse verbali di allentare il blocco israeliano che non si sono mai concretizzate. Questa era in effetti l’esplicita strategia israeliana di contenimento e pacificazione.

Anni prima di essere assassinato in un attacco israeliano a Beirut nel gennaio 2024, lo stesso Saleh Al-Arouri [uno dei fondatori dell’ala militare ucciso nel 2024 a Beirut, ndt.] di Hamas ha riconosciuto il fallimento di questo approccio in una telefonata intercettata. Francamente, la resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”, ha ammesso. La resistenza ha offerto esempi eroici e ha combattuto guerre onorevoli, ma il blocco non è stato spezzato, la realtà politica non è cambiata e nessuna parte del territorio è stata liberata”.

Hamas ha anche difeso il proprio approccio come forma di deterrenza contro l’escalation israeliana in Cisgiordania o a Gerusalemme. Ciò è stato evidente durante l’Intifada dell’Unità” del maggio 2021, quando Hamas lanciò dei razzi verso Gerusalemme in risposta al crescente terrorismo dei coloni e all’espulsione forzata delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah [a Gerusalemme Est occupata, ndt.]. Ma una volta raggiunto il cessate il fuoco dopo 11 giorni Israele non fece altro che intensificare il suo assalto alla Cisgiordania, e i due anni successivi furono i più sanguinosi nel territorio dal 2005.

Sempre nel 2021 i leader di Hamas furono conquistati dall’idea di una grande escalation su più fronti, che avrebbe costretto Israele a soddisfare le richieste palestinesi. Pensavano ad un assalto da Gaza e ad un’intifada in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e all’interno di Israele, insieme ad attacchi dalla Siria, dal Libano, dallo Yemen, dall’Iraq e dall’Iran, mentre la popolazione araba in Giordania ed Egitto si sarebbe sollevata e avrebbe marciato verso i confini con Israele, mettendo così il governo israeliano con le spalle al muro.

Tuttavia dopo il 7 ottobre anche questa strategia è crollata. Quello che era iniziato come un confronto limitato su più fronti si è concluso quando Israele è riuscito a raggiungere un cessate il fuoco con Hezbollah e l’Iran, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno represso ogni tentativo di rivolta popolare. Ora solo gli Houthi dello Yemen rimangono attivi come ultimo fronte di quello che un tempo era

I palestinesi non possono fare nulla”

Ci sono poche possibilità che Hamas lanci un altro attacco simile a quello del 7 ottobre nel prossimo futuro. Molti analisti concordano sul fatto che ciò che ha permesso il successo dellassalto è stato cogliere Israele completamente alla sprovvista – un elemento di sorpresa che è ormai scomparso, insieme alla probabilità che Israele ripeta gli stessi errori tattici e di intelligence.

Hamas lo capisce bene, ed è per questo che nei negoziati di questa settimana sull’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra ha segnalato ai mediatori la sua disponibilità a smantellare le armi offensive” mantenendo però le armi difensive” leggere, come fucili e missili anticarro. L’enfasi su queste ultime deriva dal timore che Israele possa rinnegare il ritiro da Gaza o effettuare incursioni regolari senza incontrare resistenza, come in Cisgiordania.

Hamas potrebbe anche aver bisogno di quelle armi leggere sia per far rispettare il cessate il fuoco e ottenere il consenso dei propri membri, sia per ottenere l’appoggio di altri gruppi più piccoli ma più intransigenti. Potrebbe anche ritenere che il disarmo completo creerebbe un vuoto di sicurezza a Gaza, che potrebbe essere colmato da gruppi salafiti e jihadisti o da bande criminali, come la milizia di Abu Shabab sostenuta da Israele. E naturalmente c’è il timore di rappresaglie da parte di civili, con attacchi contro i membri di Hamas per le strade.

Ma anche se Hamas riuscisse a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra che preveda il ritiro totale di Israele e consenta al movimento di conservare le armi difensive”, la resistenza armata, un tempo considerata l’ultima carta da giocare dopo il fallimento dei negoziati, della diplomazia e degli appelli morali, giace ora nella stessa tomba delle strategie fallite. A due anni dall’inizio del genocidio ciò che rimane non è una certezza, ma un fallimento: del linguaggio, della speranza, della politica e di ogni appello che i palestinesi hanno lanciato di fronte al loro annientamento.

L’anno scorso ho chiesto a un alto dirigente dell’UE cosa pensasse che i palestinesi dovessero fare di diverso e quali consigli avrebbe dato all’Autorità Nazionale Palestinese, a Hamas e all’opinione pubblica palestinese. Dopo averci riflettuto un po’, si è lasciato cadere sulla sedia sconsolato. I palestinesi non possono fare nulla”, ha ammesso. Hanno provato di tutto”.

Nella migliore delle ipotesi l’ultimo piano di Trump porrà fine alla guerra, ma ciò che rimarrà non sarà un percorso per la pace, bensì un vuoto politico. E in quel vuoto i palestinesi saranno costretti a fare i conti con la verità più pesante di tutte: che indipendentemente dalla strada che sceglieranno, la sottomissione silenziosa o la resistenza armata, il mondo ha già fallito nel prevenire il genocidio del loro popolo. Questo è un fatto che non può essere cancellato.

Muhammad Shehada è uno scrittore e analista politico di Gaza, ricercatore ospite presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il ‘tempo dei miracoli’ della destra israeliana è finito. I palestinesi non stanno andando da nessuna parte

Meron Rapoport

2 ottobre 2025 – +972 Magazine

Benché per molti versi problematico, il piano in 20 punti di Trump per porre fine alla guerra di Gaza sembra segnare la fine delle fantasticherie di espulsione del governo.

Dovremmo saperne di più prima di prendere sul serio qualunque cosiddetta proposta di pace presentata dal presidente USA Donald Trump insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma, mentre il mondo aspetta la risposta di Hamas al piano di Trump in 20 punti per porre fine alla guerra a Gaza, reso pubblico lunedì al momento della conferenza stampa dei due, è possibile incominciare a delineare alcune iniziali conclusioni su quanto tutto ciò significa per Israele e i palestinesi.

Tuttavia prima di ogni discussione su chi “ha vinto” o “perso” negli scorsi due anni non dobbiamo dimenticare il semplice fatto che se questo accordo sarà applicato alla lettera il genocidio finirà, la distruzione di Gaza si fermerà, gli aiuti umanitari entreranno impedendo altre morti per fame, tutti gli ostaggi israeliani rimasti verranno rilasciati insieme a migliaia di palestinesi detenuti con o senza accuse nelle prigioni israeliane e i soldati israeliani non saranno più uccisi in missione in una guerra insensata e criminale.

C’è una quantità di elementi di confusione e contraddittorietà sia nel discorso di Trump che nella proposta scritta, mentre alcuni dei Paesi che inizialmente hanno appoggiato il testo stanno già prendendone le distanze dopo le modifiche dell’ultimo minuto di Netanyahu. Ma i punti fondamentali sono praticamente gli stessi che hanno caratterizzato i negoziati sul cessate il fuoco a partire da ottobre 2023: il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio della fine della guerra e del rilascio di prigionieri palestinesi, un graduale ritiro israeliano da Gaza, la rinuncia al potere da parte di Hamas e l’ingresso di una forza di sicurezza multinazionale con il coinvolgimento di diversi Stati arabi.

Dopo la morte stimata di 100.000 palestinesi e la maggior parte delle città di Gaza rase al suolo ogni espressione di “vittoria” per Hamas sarebbe del tutto assurda. Ma questa proposta non è nemmeno una vittoria per Israele, certo non per Netanyahu ed i suoi partner di governo, le cui ambizioni di ripulire Gaza dalla sua popolazione palestinese sono da molto tempo esplicite.

Non era neanche passata una settimana dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre che il Ministero dell’Intelligence di Israele (in qualche modo impotente), guidato da Gila Gamliel del partito Likud di Netanyahu, pubblicò un piano ufficiale che auspicava l’evacuazione di 2.3 milioni di abitanti di Gaza. L’esercito iniziò ad attuare una politica di distruzione di interi quartieri per impedire il ritorno degli sfollati nel breve tempo e questo divenne il suo principale modus operandi a partire dal cosiddetto “Piano dei Generali” della fine del 2024.

Il risultato è che la maggior parte di Khan Younis nel sud insieme a Beit Hanoun, Beit Lahiya ed ora parti di Gaza City nel nord non esistono più, essendo state completamente rase al suolo e la loro popolazione compressa in un’area di solo il 13% della terra della Striscia.

Dal momento in cui Trump ha presentato il suo piano per la “Riviera di Gaza” nel febbraio di quest’anno la pulizia etnica, definita “migrazione volontaria” o semplicemente espulsione, è diventata il programma di azione centrale del governo israeliano. Netanyahu ne ha parlato esplicitamente. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha creato un’ “amministrazione dei trasferimenti” per sviluppare i piani per implementarla. Funzionari israeliani e americani sono andati in giro per trovare Paesi che fossero disposti ad accettare grandi numeri di rifugiati palestinesi.

L’esercito ha presentato “l’allontanamento della popolazione” come uno degli obiettivi dell’ “Operazione Carri di Gedeone” lanciata a marzo e si è vantato dei convogli di centinaia di migliaia di persone scacciate da Gaza City nelle ultime settimane come di un risultato dei “Carri di Gedeone II”. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha sostenuto di stare già spartendo le proprietà immobiliari di Gaza con l’amministrazione Trump, dato che una “vittoria decisiva” sui palestinesi sembrava alla portata. Per la destra israeliana era, come ha affermato lo scorso anno il Ministro delle Colonie e delle Missioni Nazionali Orit Strook, “un tempo di miracoli”.

Nel piano in 20 punti della Casa Bianca molto è stato lasciato nell’ambiguità, ma quando si tratta della questione della migrazione il linguaggio è inequivocabile. “Nessuno verrà costretto a lasciare Gaza e chi intende andarsene sarà libero di farlo e libero di ritornare”, recita l’articolo 12. “Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.”

Il “tempo dei miracoli”, quell’opportunità unica in un secolo di eliminare i palestinesi da Gaza una volta per tutte, è finito. Bastonati e malconci, i gazawi restano lì.

L’articolo 16 inoltre stabilisce che “Israele non occuperà o annetterà Gaza”. Accanto ai commenti di Trump della scorsa settimana che implicano che l’annessione della Cisgiordania per il momento non è sul tavolo dei negoziati, la lista dei desiderata del governo si sta velocemente dissolvendo.

Inoltre il vertiginoso voltafaccia del portavoce di Netanyahu sui media della destra – dall’euforia per l’imminente espulsione al fervente appoggio al patto anti-trasferimento di Trump – nasce non solo dalla volontà di esaltare il primo ministro prima in vista di elezioni anticipate che molti prevedono per il prossimo anno; può anche nascere dal tardivo riconoscimento che una deportazione di massa semplicemente non è attuabile.

I fatti sono che l’Egitto non permetterà nessun trasferimento forzato nel Sinai e non un solo Paese ha concordato di accettare centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Anche se Israele riuscisse a distruggere Gaza City e spingere tutti i restanti abitanti ad Al-Mawasi nel sud, sarà comunque “impantanato” con 2 milioni di palestinesi e con un livello di isolamento internazionale un tempo considerato impossibile.

Sembra che molti in Israele, anche tra i sostenitori di Netanyahu, stiano ora realizzando che sia meglio chiudere il capitolo Gaza e dichiarare vittoria piuttosto che continuare a finanziare una campagna militare senza un chiaro punto finale e con obbiettivi che non potranno mai essere raggiunti.

Via il blocco, sì allo Stato?

Hamas e i palestinesi in generale non sono certo felici della nuova proposta, e per buone ragioni. Con l’eccezione di un iniziale e limitato ripiegamento delle forze israeliane, non ci sono date o garanzie per i successivi ritiri. Questo lascia aperta la porta ad Israele per dire che le sue condizioni non sono state rispettate e che perciò continuerà ad occupare grandi parti di Gaza. La proposta comprende anche la “demilitarizzazione” della Striscia e la distruzione di tutte le infrastrutture militari, il che significa che nessun gruppo armato palestinese sarà in grado di respingere l’aggressione israeliana.

A livello politico l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non tornerà a Gaza fino a che non abbia attuato un “programma di riforme” la cui durata è rimasta indefinita. Lo scollamento da lungo tempo esistente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania continuerà quindi indefinitamente e Gaza stessa verrà posta sotto una specie di gestione fiduciaria americano-britannica. Hamas lascerà tutti i poteri di governo ed i suoi leader “che si impegneranno ad una coesistenza pacifica” otterranno l’amnistia e un transito sicuro qualora volessero lasciare la Striscia.

In quanto organizzazione nata sull’idea di “resistenza” sarà molto arduo per Hamas accettare ciò che inevitabilmente sarà percepito come una resa. Potrebbe respingere l’accordo proprio per questo motivo.

Ma qui le cose si complicano un po’. La Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) preconizzata nel testo somiglia molto a qualcosa che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ed anche alcuni governi europei hanno richiesto da due decenni per proteggere i palestinesi da Israele. Israele non si è mai degnato di commentare quelle proposte: adesso Netanyahu presenta l’idea come un risultato storico.

Non è ancora chiaro che forma avrà l’ISF, di quali poteri godrà e come funzionerà il suo coordinamento con l’esercito israeliano. Ma è certo che includerà soldati stranieri – dal Pakistan, dall’Indonesia e forse dall’Egitto – accanto alla polizia locale palestinese.

Non per niente Netanyahu ha preferito che fosse Hamas a governare Gaza: sapeva che non aveva appoggi internazionali perciò lui poteva sganciare bombe sulla Striscia quando voleva. Sarà molto più difficile agire con la forza contro soldati pachistani che hanno alle spalle una potenza nucleare. Il Capo di Gabinetto israeliano Yossi Fuchs può continuare a vantare che Israele manterrà il totale controllo della sicurezza su Gaza, ma il testo afferma altro. In nessuno degli articoli vi è l’ipotesi che le forze israeliane potranno operare in aree sotto il controllo dell’ISF.

Inoltre la Striscia di Gaza è stata sotto assedio israeliano per quasi venti anni. Se attuato, il piano di Trump coinvolgerà la creazione di un cosiddetto “Comitato di Pace” con a capo lo stesso presidente USA e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, che significa che il blocco terminerà davvero. In base alla proposta non solo gli aiuti entreranno a Gaza almeno nella misura concordata nel cessate il fuoco di gennaio di quest’anno (600 camion al giorno), ma “l’ingresso e la distribuzione degli aiuti procederà senza interferenze delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le loro agenzie e la Mezzaluna Rossa”, segnando la fine del letale meccanismo della Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Mentre molti osservatori hanno sottolineato che il “Comitato di Pace” ha più di un sentore di governo coloniale, tutto in questo meccanismo – dalle forze di sicurezza all’amministrazione locale e, cosa più importante, ai finanziamenti – coinvolge i palestinesi accanto a personale di altri Stati arabi e musulmani. Se quei Paesi saranno insoddisfatti di ciò che vedono, questa amministrazione di transizione si sgretolerà.

E Blair può giustamente essere biasimato per la mortale guerra in Iraq e le sue disastrose conseguenze, ma è difficile immaginare che con la sua nuova brillante immagine consenta che l’esercito israeliano decida se permettere o no l’ingresso di ortaggi o farina nel suo piccolo emirato a Gaza. Analogamente, prima del 2023 il blocco israeliano rese virtualmente impossibile ai palestinesi lasciare la Striscia, a volte addirittura pretendendo che rinunciassero alla loro residenza come condizione per ottenere un permesso di uscita o si impegnassero a non ritornare per almeno un anno. In base alla nuova proposta ingressi e uscite non avranno impedimenti.

E poi c’è la questione dello Stato palestinese. Su questo il testo non potrebbe essere più vago: “In base all’avanzamento della ricostruzione di Gaza e quando il programma di riforme dell’ANP fosse portato fedelmente avanti, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese”, sancisce il penultimo articolo.

Il programma di riforme, è scritto, si baserà sulle proposte già presenti nell’ “Accordo del Secolo” di Trump del 2020 e nella più recente iniziativa franco-saudita, che includono riferimenti all’interruzione dei pagamenti dell’ANP alle famiglie dei prigionieri (cosa già avvenuta), alla modifica del curriculum nelle scuole dell’ANP sotto la supervisione europea (anch’essa già avvenuta in passato) e all’indizione di libere elezioni, cosa che i palestinesi chiedono da anni.

Se le decisioni relative a quanto “fedelmente” sia realizzato questo programma di riforme e in quale momento “possano finalmente verificarsi le condizioni” per andare verso lo Stato vengono lasciate nelle mani di Israele, il percorso verso uno Stato palestinese resterà senza dubbio precluso per sempre. Di certo Netanyahu ha già iniziato a raccontare ai suoi sostenitori che in nessun modo questo accordo porterà all’indipendenza dei palestinesi.

Ma se tali decisioni faranno capo al “Comitato di Pace” di Blair e Trump, insieme alla forza di sicurezza multinazionale, le cose potranno essere abbastanza differenti. E se loro decideranno che l’ANP ha rispettato le principali condizioni, Netanyahu si troverà di fronte al fatto di aver firmato un accordo che si impegna ad un “percorso credibile” verso uno Stato Palestinese.

Cambio di paradigma

Netanyahu cercherà di presentare l’accordo come una specie di ritorno al 6 ottobre 2023, alla politica della “gestione del conflitto” che era sostenuta con uguale forza dai leader di opposizione Yair Lapid e Naftali Bennet. Ma quella politica si basava sull’idea che la comunità internazionale, e specialmente gli Stati del Golfo, fossero d’accordo a stringere i legami con Israele ignorando e isolando i palestinesi.

Oggi sembra che la situazione sia completamente diversa. Dopo il bombardamento di Israele sul Qatar gli Stati arabi, compresi quelli del Golfo, sembra siano giunti alla conclusione che Israele sia una costante minaccia alla loro stabilità e che l’unico modo per stabilizzare il Medio Oriente passi attraverso la creazione di uno Stato palestinese, non per solidarietà con i palestinesi, ma perchè preoccupati per sé stessi. La recente ondata di riconoscimenti diplomatici di uno Stato palestinese mostra che la comunità internazionale è in maniera schiacciante della stessa opinione.

La solidarietà mondiale con la Palestina non si prevede scomparirà presto, come evidenziato questa settimana dall’esplosione di manifestazioni di solidarietà con la Sumud Flotilla che tentava di rompere il blocco navale. Di conseguenza Netanyahu, o chiunque gli succeda se perdesse le elezioni, potrebbe essere in procinto di scoprire che ciò che funzionava prima dell’ottobre 2023 non è più possibile.

E’ troppo presto per dire se questo cambiamento del programma di lunga data della destra israeliana provocherà lo stesso genere di crisi di quella causata dal “disimpegno” del 2005 da Gaza, ma certamente è una possibilità. Resta da vedere quale tipo di paradigma lo sostituirà.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)





Perché una forza di interposizione per Gaza potrebbe essere un’idea pericolosa

Haidar Eid  e Jamal Juma*

9 settembre 2025 – Al Jazeera

Israele e gli USA non permetteranno la presenza di una forza neutrale in nessun luogo vicino a Gaza. Ciò significa che uno spiegamento di forze straniere potrebbe solo favorire i piani di pulizia etnica.

L’idea di dispiegare una forza di interposizione o di peacekeeping in Palestina non è nuova. Dopo la nascita di Israele attraverso gli orrendi massacri e la pulizia etnica di massa del 1948, le Nazioni Unite crearono l’Organizzazione di Supervisione della Tregua (UNTSO) per monitorare l’attuazione degli accordi dell’armistizio arabo-israeliano del 1949. Nel 1974 inviò la Forza delle Nazioni Unite di Monitoraggio del Disimpegno (UNDOF) per sostenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria e nel 1978 venne dispiegata sul territorio libanese la Forza ad Interim in Libano (UNIFIL). Nessuna di queste forze è stata in grado di fermare l’aggressione israeliana.

Dopo la seconda invasione israeliana della Cisgiordania occupata e il massacro a Jenin del 2002 l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton riesumò l’idea di una forza internazionale nei territori palestinesi occupati.

Con l’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 questo proposito ha iniziato a costituire nuovamente un’attrattiva diplomatica. Nel maggio 2024 la Lega Araba invocò una forza di peacekeeping per i territori palestinesi occupati. Il gradimento del Consiglio Atlantico sostenne l’idea e lo stesso fecero diversi dirigenti occidentali, compresa la Ministra degli Esteri della Germania Annalena Baerbock, accusata di complicità in genocidio [accusa sostenuta da diverse ONG per il suo sostegno all’invio di armi in Israele, ndt.].

Nel luglio di quest’anno una conferenza di alto livello guidata da Francia e Arabia Saudita ha suggerito anche una “missione internazionale di stabilizzazione” a Gaza, sulla base di un invito da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. L’idea è stata riproposta in seguito alla molto tardiva dichiarazione della Integrated Food Security Phase Classification (IPC) sulla carestia a Gaza.

Senza dubbio un simile intervento, armato o disarmato, non solo sarebbe legale ai sensi del diritto internazionale, ma sarebbe anche un modo per adempiere al principio giuridico internazionale di responsabilità di protezione. Tuttavia la questione chiave è: come potrebbe una tale forza di interposizione agire nel mondo reale?

Considerando la realtà geopolitica, è difficile immaginare che potrebbe funzionare senza il consenso di Israele. Israele gode del pieno e incondizionato appoggio degli USA ed agisce impunemente. Ha già dimostrato che agirebbe in modo aggressivo contro ogni tentativo di rompere l’assedio di Gaza; è arrivato al punto di invadere lo spazio aereo dell’Unione Europea per attaccare una nave umanitaria diretta a Gaza. Qualunque forza di interposizione che tenti di entrare in Palestina senza il consenso di Israele verrebbe attaccata prima ancora che si avvicini.

Perciò l’unica possibilità sarebbe che Israele e gli USA la permettessero. Questo è possibile, ma avverrebbe alle loro condizioni, che molto probabilmente porterebbero all’internazionalizzazione e alla normalizzazione del genocidio.

Il primo passo in quella direzione è già stato compiuto a fine maggio col dispiegamento della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta dagli USA. Da allora Israele e i mercenari della GHF hanno ucciso almeno 2.416 palestinesi in cerca degli aiuti e feriti più di 17.700.

Philippe Lazzarini, alto commissario dell’UNRWA, lo ha definito “un abominio” e “una trappola mortale che è costata più vite di quante ne abbia salvate”. Esperti dell’ONU hanno denunciato “il coinvolgimento dell’intelligence israeliana, di contractors USA e di non precisati enti non governativi”. L’agenzia dell’ONU per il coordinamento degli aiuti di emergenza (OCHA) ha denunciato le operazioni della GHF come un pericoloso e “deliberato tentativo di militarizzare gli aiuti”.

Le recenti rivelazioni del Washington Post, secondo cui il piano del presidente USA Donald Trump di trasformare Gaza in una “riviera del Medio Oriente” è tuttora all’ordine del giorno, indicano in che modo la forza di interposizione potrebbe diventare una realtà.

Il piano, denominato Ricostruzione, Accelerazione e Trasformazione Economica di Gaza (GREAT), vedrebbe il dispiegamento di una forza straniera come parte della gestione fiduciaria decennale sponsorizzata dagli USA sulla Striscia di Gaza. Il contingente sarebbe composto da contractors privati assunti dalla GHF, mentre l’esercito israeliano sarebbe responsabile dell’ “intera sicurezza”. Ciò significherebbe di fatto la continuazione del genocidio e della pulizia etnica dei palestinesi sotto la supervisione di mercenari stranieri.

Non è certo questo il tipo di forza di interposizione che vorrebbero vedere i promotori filopalestinesi dell’idea, ma ad oggi è l’unico realisticamente possibile.

Tutti noi auspichiamo che il genocidio abbia fine e che i palestinesi siano protetti dall’aggressione israeliana fino a che non finisca il suo regime di apartheid, pulizia etnica ed occupazione illegale. Una forza di interposizione avrebbe dovuto essere dispiegata molto tempo fa, quando il movimento sionista per primo iniziò il suo progetto genocida in Palestina nel 1947.

Oggi promuovere l’idea di una forza di interposizione non solo aprirebbe la strada alla realizzazione del piano di Trump, ma distrarrebbe dalla forma di intervento più strategica e incisiva: porre fine alla complicità internazionale e imporre sanzioni a Israele. Questo è ciò che è possibile e realistico. Questo è ciò che gli Stati che vogliono proteggere i palestinesi e difendere i nostri diritti e il diritto internazionale devono e possono fare, senza dipendere da alcun altro soggetto.

Vent’anni fa lanciammo l’appello per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e aprimmo la strada verso le sanzioni. Adesso siamo sul punto di vedere le sanzioni divenire reali e incisive.

L’anno scorso l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato una risoluzione che impegna gli Stati membri a sanzioni parziali ad Israele. Se riusciamo ad attuarla, questo minerà efficacemente la capacità di Israele di continuare ad alimentare la sua macchina genocidaria.

Nel frattempo l’azione del BDS sta avendo effetti. Stiamo cominciando ad essere in grado di interferire nella catena di rifornimento del genocidio. Abbiamo impedito che alcune spedizioni di acciaio e forniture militari raggiungessero gli acquirenti israeliani.

In agosto il presidente della Colombia Gustavo Petro ha emesso un secondo decreto di messa al bando dell’esportazione di carbone a Israele. Poco tempo dopo la Turchia ha annunciato un completo stop a tutti gli accordi commerciali e la chiusura dei suoi porti e aeroporti alle navi e aerei israeliani; il paese era il quinto principale partner di Israele per le importazioni.

Uomini d’affari israeliani stanno ammettendo ai media locali che “ha preso forma una realtà di silenzioso boicottaggio da parte dei fornitori europei e specialmente da parte di Paesi vicini come la Giordania e l’Egitto”.

Se il Sudafrica, il Brasile e la Nigeria interrompessero le forniture di energia ad Israele, questo avrebbe un enorme impatto a breve termine. La Cina potrebbe impedire alle sue imprese di far funzionare il porto di Haifa. Il sud globale ha il potere di bloccare da solo la catena globale di rifornimento del genocidio fermando il continuo flusso di materie prime e componenti.

Anche in Europa alcuni legami di complicità stanno iniziando a sciogliersi. In Olanda cinque ministri, compreso il ministro degli Esteri e il vice Primo Ministro, si sono dimessi dopo che il gabinetto di governo non è stato in grado di concordare sanzioni contro Israele, provocando una crisi di governo. La Slovenia e la Spagna hanno annunciato un embargo delle armi. Le mobilitazioni dei portuali in tutto il Mediterraneo e oltre hanno reso ancor più difficili i trasporti marittimi di materiale militare verso Israele.

Sta crescendo la pressione popolare sui governi perché rispettino i loro obblighi legali e morali ed impongano sanzioni a Israele. Non è il momento di promuovere progetti impossibili o insidiosi che potrebbero fornire loro una scusa per non agire.

Abbiamo visto tutti come Israele abbia fatto a pezzi i piani di Oslo per una soluzione di due Stati. Quegli accordi non sono mai stati niente di più che uno sforzo per far sentire meglio soprattutto l’Europa riguardo al suo ruolo nella nostra espropriazione.

Cerchiamo di non cadere nuovamente nella stessa trappola sostenendo iniziative che consentirebbero soltanto al mondo di sentirsi un po’ meglio riguardo al genocidio di Israele. Concrete pressioni e sanzioni restano le misure più efficaci a disposizione, che l’asse USA-Israele non può manipolare più di tanto.

Rafforziamo concrete iniziative globali multilaterali a supporto della Palestina e del diritto internazionale, come il Gruppo dell’Aja (gruppo di nazioni del sud del mondo creato nel gennaio 2025 per sostenere le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, ndtr.). Facciamo pressione sugli Stati perché impongano sanzioni e interrompano la catena di rifornimento del genocidio.

Deve esserci una pressione costante fino a quando l’apartheid e il colonialismo di insediamento vengano eliminati tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

*(Attivista BDS e attivista indipendente per i diritti umani. Coordinatore della Campagna del Muro Anti-apartheid)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Piano di Trump per Gaza: Blair si unisce agli avvoltoi che si nutrono dell’Olocausto palestinese

David Hearst

4 settembre 2025 – Middle East Eye

Dopo quasi due anni di genocidio i leader occidentali stanno discutendo di piani per costruire “mega-progetti” in stile Dubai sul campo di sterminio israeliano

Sono trascorsi quasi 18 anni da quando Tony Blair, allora inviato per il Medio Oriente, presentò un documento di 34 pagine che delineava un “corridoio per la pace e la prosperità” esteso dal Mar Rosso alle alture del Golan occupate.

Il piano Blair prevedeva un parco agroindustriale vicino a Gerico, nella Cisgiordania occupata, per facilitare il trasporto di merci verso il Golfo attraverso la Giordania. Un altro parco industriale, o “progetto a impatto rapido”, sarebbe stato creato a Tarqumiya, a Hebron, e un terzo a Jalameh, a nord di Jenin.

Ben poco di tutto questo era una novità. Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 e nel 1995, prevedevano la creazione di un totale di nove zone industriali lungo la Linea Verde, da Jenin, a nord, fino a Rafah, a Gaza.

Ma gonfio di ottimismo e con il sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, dell’USAID e del Giappone, Blair annunciò, da vero visionario, come ha sempre ritenuto di essere: “Se il pacchetto di cui sopra funziona, allora sarà seguito da altri pacchetti simili. In questo modo, col tempo e gradualmente, il peso dell’occupazione potrà essere alleviato, ma in un modo che non metta a rischio la sicurezza di Israele”.

Aggiunse: “Sono fermamente convinto che questi passi faciliteranno anche i negoziati in corso tra le parti, volti a raggiungere un accordo di pace sostenibile e duraturo tra due Paesi che potranno vivere fianco a fianco in pace e prosperità.

Oggi del parco industriale di Blair al valico di Jalameh con Israele rimane ben poco. Per anni il sito recintato è rimasto vuoto, finché l’Autorità Nazionale Palestinese, con il sostegno di investitori turchi, non ha tentato di fondare una “città industriale” a Jenin. Ora di quei sogni restano solo poche strade e qualche magazzino.

Nel 2008 Blair si è attribuito il merito di aver ridotto il numero di posti di blocco, all’epoca circa 600, nella Cisgiordania occupata. Oggi ci sono 898 posti di blocco militari, tra cui decine di cancelli che sigillano città e villaggi palestinesi per gran parte della giornata. Tutta la vita economica è soffocata.

Milizie di coloni vagano per il territorio terrorizzando le città palestinesi e cacciando i palestinesi da vaste aree di terra, rivendicate da “fattorie di pastori” illegali in coordinamento con il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile [l’organo di governo israeliano, in realtà subordinato all’esercito, che opera in Cisgiordania, ndt.] nella Cisgiordania occupata.

Anticamera dell’annessione

Tutto questo è visto come un preludio dell’annuncio ampiamente atteso dell’annessione da parte di Israele dell’Area C [sotto totale controllo israeliano, ndt.], che comprende circa due terzi della Cisgiordania.

Oltre 40.000 palestinesi sono rimasti senza casa a causa della demolizione dei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, nell’ambito di un’operazione dell’esercito israeliano chiamata “Muro di Ferro”, giunta ormai all’ottavo mese.

Nel 2009 Blair ricevette un premio per il suo piano fallito: un milione di dollari per la “leadership”, gran parte dei quali andarono alla sua fondazione “per il dialogo tra religioni”.

Oggi, dopo 23 mesi di genocidio e demolizioni a Gaza, Blair è tornato in attività, riproponendosi quasi vent’anni dopo come un esperto del Medio Oriente.

A quanto pare, starebbe consigliando la Casa Bianca e parlando con il genero di Donald Trump, Jared Kushner, in merito all’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti per Gaza.

La strategia, o almeno una sua versione, è contenuta in una serie di slide contenute in 38 pagine che delineano una visione per la Gaza del dopoguerra.

Dall’ottobre 2023 Gaza è diventata un laboratorio di morte del XXI secolo: una lezione terrificante su come riscrivere le regole della guerra; come usare droni e robot per massimizzare i danni collaterali; come sfruttare l’intelligenza artificiale per localizzare gli obiettivi; come usare la fame e i punti di distribuzione degli aiuti per spezzare la volontà di resistenza di un popolo; come smantellare i sistemi sanitari ed educativi; e come lasciare un’intera nazione senza casa.

Josef Mengele, il medico nazista che condusse esperimenti mortali sui prigionieri di Auschwitz, avrebbe riconosciuto molti di questi criteri di prestazione come successi.

Ora un ulteriore esperimento umano sta per essere condotto sui palestinesi di Gaza, ed è incentrato su come costruire 324 miliardi di dollari di “mega-progetti” in stile Dubai sulle loro tombe.

Gli imperatori di Gaza

La prima cosa da notare in questa presentazione è la sua brutalità. È priva di qualsiasi riconoscimento di Gaza come patria palestinese. In questo, i suoi autori sono regrediti agli standard morali della Russia zarista e a quanto accaduto in un campo fuori Mosca appena quattro giorni dopo l’incoronazione dello zar Nicola II.

Fino a mezzo milione di russi si radunarono a Khodynka per ricevere cibo gratuito e doni dall’imperatore, tra cui a quanto pare panini, salsicce, pretzel, pan di zenzero e tazze commemorative. Quando si sparse la voce che non c’erano abbastanza birra e pretzel per tutti e che le tazze smaltate contenevano monete d’oro, si scatenò un assalto disordinato, con oltre 1.200 morti e fino a 20.000 feriti.

Ciononostante l’imperatore e l’imperatrice proseguirono con i loro piani. Apparvero di fronte alla folla sul balcone del padiglione dello zar in mezzo al campo, quando i cadaveri erano già stati portati via.

Ciò equivale al comportamento degli imperatori odierni nei confronti della popolazione affamata e morente di Gaza: solo che la portata della tragedia attuale fa apparire poca cosa la noncuranza di Nicola II nei confronti del destino del suo popolo.

Trump intende costruire un paese delle meraviglie in stile Dubai sulle tombe fresche di 63.000 morti (e il numero continua a salire). Questa psicopatica mancanza di empatia si estende ai vivi così come ai morti: perché il paradiso che trasformerà Gaza da un “alleato iraniano annientato” in un “prospero alleato abrahamitico” non sarà solo “libero da Hamas”, ma anche dalla maggior parte dei palestinesi.

Infatti più palestinesi se ne vanno, più economico diventa il progetto. Per ogni palestinese che va via, il piano calcola un risparmio di 23.000 dollari; per ogni 1% della popolazione che si trasferisce, si risparmiano 500 milioni di dollari. Per indurre i palestinesi di Gaza a lasciare la loro terra, il piano propone di dare a ciascuno 5.000 dollari e di sovvenzionare il loro affitto in un altro Paese per quattro anni, oltre al cibo per un anno.

Si ritiene che gli autori del piano siano israeliani. La proposta sarebbe stata formulata da Michael Eisenberg, un investitore di capitale di rischio israeliano-americano, e da Liran Tancman, un imprenditore tecnologico israeliano ed ex ufficiale dell’intelligence militare. Sembra che le loro iniziali, “ME” e “LT”, siano presenti sulla prima pagina del piano insieme a una misteriosa terza serie di iniziali, “TF”.

Secondo il New York Times Eisenberg e Tancman facevano parte di un gruppo di funzionari e imprenditori israeliani che per primi concepirono la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) alla fine del 2023, settimane dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele.

Si ritiene che una prima bozza del piano di riqualificazione di Gaza sia stata completata lo scorso aprile e presentata all’amministrazione Trump. Non è noto se questa proposta sia stata discussa durante il recente incontro tra Kushner e Blair, entrambi impegnati a elaborare idee simili.

Ma come andrà a finire è chiaro.

Destinato al fallimento

Blair, per esempio, dovrebbe rendersi conto che qualsiasi piano basato sulla liberazione di Gaza da Hamas è destinato al fallimento. Dovrebbe ripensare ai suoi giorni da Primo Ministro e agli sforzi del suo governo per negoziare con l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA).

Immaginate se qualcuno si fosse rivolto a lui con l’idea di de-repubblicanizzare Short Strand, sede dell’Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese, o l’intera zona ovest di Belfast come precondizione per la pace.

Fortunatamente, la direzione intrapresa da tre primi ministri britannici – Margaret Thatcher, John Major e Tony Blair – nel processo di pace fu esattamente l’opposto. Il riconoscimento del ruolo di Dublino nel Nord fu un risultato di Thatcher, seguito da colloqui diretti con l’IRA sotto la guida di Major, che svolse la maggior parte del lavoro.

Tra questi, una serie di incontri avvenuti a Derry tra Michael Ancram, allora ministro britannico in carica nel governo di Major, e il leader dell’IRA Martin McGuinness. Molti anni dopo, Ancram mi raccontò di quegli incontri nei minimi dettagli e con grande ilarità. Ma la loro stessa esistenza contraddiceva totalmente la linea ufficiale del governo dellepoca: “la Gran Bretagna non parla con coloro che definisce terroristi”.

L’IRA avviò il processo di smantellamento dopo che la Gran Bretagna promise di liberare i prigionieri repubblicani dal carcere di Maze e quando furono fornite garanzie politiche per la condivisione del potere a Stormont [il parlamento nord-irlandese, ndt] come parte dell’Accordo del Venerdì Santo.

McGuinness e il suo ex acerrimo nemico, Ian Paisley, allora capo del Partito Unionista Democratico, divennero alleati. Tale era la confidenza tra loro che divennero noti come i “Chuckle Brothers” [Fratelli Risata,ndt.].

Ora applichiamo la formula che portò la pace in Irlanda del Nord a Gaza e ad Hamas, che nel Regno Unito è messa al bando in quanto considerata organizzazione terroristica, e cosa otteniamo? Colloqui diretti con Hamas su un rilascio massivo di ostaggi e prigionieri, seguiti da colloqui con tutti i gruppi di resistenza su un governo tecnico, insieme al ripristino di tutte le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, alla fine dell’assedio e a un enorme flusso internazionale di denaro e cemento per la ricostruzione. A lungo termine Hamas potrebbe offrire una “hudna” [cessate il fuoco, ndt.], o una tregua a tempo indeterminato al conflitto armato.

Questa è la formula irlandese applicata a Gaza. Ma ora si sta seguendo l’esatto opposto per quanto riguarda Gaza, perché ogni riflessione sulla Palestina è vista attraverso il prisma della necessità di difendere e armare lo Stato di Israele in continua espansione.

Escludere Hamas

La pace in Irlanda del Nord non avrebbe potuto essere raggiunta senza il coinvolgimento attivo di Dublino e Washington. Gli Stati Uniti oggi, rappresentati da una serie di presidenti, sia democratici che repubblicani, sono il principale sostenitore del Grande Israele e il principale ostacolo a una pace sostenibile.

Hamas è stata esclusa dal più ampio processo politico da quando il partito ha vinto le ultime elezioni libere in Palestina nel 2006. Il compito di Blair in questo senso è stato reso molto più facile dal comportamento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei leader di ogni governo arabo. Non è l’unico a tentare di applicare una soluzione sopra le teste e contro la volontà del popolo palestinese.

Dieci anni fa, ho rivelato come Blair avesse incontrato Khaled Meshaal, allora dirigente politico di Hamas. Due di questi incontri ebbero luogo a Doha, quando Blair era ancora inviato speciale. Ma gli incontri continuarono per qualche tempo dopo che lui aveva abbandonato l’incarico.

Fonti palestinesi mi hanno riferito che Blair, accompagnato dall’MI6 [i servizi segreti britannici, ndt], tentò di ottenere il merito di una revisione del documento fondativo di Hamas che riconoscesse i confini di Israele del 1967, offrendosi di portare il documento a Washington. Hamas naturalmente rifiutò il tentativo di Blair di intromettersi in una questione interna.

Ma all’epoca gli incontri furono visti come un riconoscimento del fallimento del tentativo di escludere Hamas dal governo e dai colloqui sul futuro della Palestina.

Negli ultimi 23 mesi Israele ha cercato di ottenere con la forza ciò che in 17 anni di assedio sempre più brutale non era riuscito a ottenere attraverso privazioni e bombardamenti.

Oggi Blair è diventato l’ennesimo uomo estremamente ricco e abbronzato, completamente a suo agio in compagnia di altri multimilionari come Kushner.

Oggi 1 milione di dollari significherebbe poco per lui. I fallimenti ripetuti in Medio Oriente sono stati un affare redditizio per Blair, mettendo in ombra il piano di arricchimento personale dell’ex Primo Ministro Boris Johnson dopo la sua nomina.

Ma non abbiate dubbi: questo piano per Gaza, o qualsiasi altro piano ordito a sproposito sulla testa del popolo palestinese, subirà la stessa sorte di tutti gli altri progetti falliti.

Gaza non può essere ripulita dalla presenza di Hamas, così come l’Inghilterra non può essere ripulita dalla presenza degli inglesi o la Francia da quella dei francesi.

Nessun processo di pace esisterebbe in Irlanda del Nord senza il consenso dell’IRA, e nonostante questo oggi esistono ancora gruppi scissionisti attivi.

Nessun governo palestinese del dopoguerra lavorerà a Gaza senza il consenso di Hamas, dichiarato o implicito. Questo è l’unico dato di fatto consolidato da 23 mesi di resistenza.

Inoltre in tutti i banali acronimi, in tutti i vertiginosi progetti per porti, aeroporti, città con imponenti grattacieli, una rete stradale costellata di autostrade anulari alla Mohammed bin Salman, manca un piccolo dettaglio.

Quale posto ci sarebbe nella Riviera di Gaza di Trump per un monumento agli oltre 63.000 palestinesi uccisi e ai 160.000 feriti nel genocidio israeliano?

E come lo chiamerebbe Trump? Un memoriale per l’Olocausto palestinese creato dal regime di Netanyahu?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Da Sakhnin a Ramallah prende piede una nuova ondata di lotta popolare palestinese

Awad Abdelfattah

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Mentre cresce l’indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a colmare le divisioni e a sostenere la resistenza.

Nelle ultime settimane la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito un notevole slancio, in particolare nei territori del 1948 [ossia nello Stato di Israele, ndt.] e nella Cisgiordania occupata. Questa ondata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinvigorita di solidarietà globale che ha persistito, persino amplificandosi, nonostante la dura repressione dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali suggeriscono che questo slancio continuerà a crescere, trasformandosi potenzialmente in una rivolta popolare più ampia, in grado di contrastare le brutali politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini scheletrici, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone in attesa di cibo uccise a colpi d’arma da fuoco – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida israeliana, svergognandoli agli occhi dell’opinione pubblica e mettendo a nudo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi Stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche alla condotta di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, il deliberato ostacolo agli aiuti umanitari, l’evidente assenza di un piano per porre fine alla guerra.

Forse i rimproveri più eclatanti sono arrivati sotto forma di riconoscimento formale (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di una manciata di capi di Stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Eppure, per quanto clamorose sulla carta, tali dichiarazioni rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, poiché preserva il regime coloniale di apartheid israeliano e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e una spinta morale fortemente necessaria al movimento popolare che apre le porte a una nuova fase di pensiero e azione.

Uno scenario in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora agisce con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Eppure, nonostante i duri colpi subiti nella recente guerra di 12 giorni con Israele, l’Iran è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti sono impegnate in una corsa al rafforzamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno – verso una resistenza popolare di base – in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign [campagna per uno Stato unico democratico, ndt.] (ODSC), ho partecipato e parlato a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation di violenza appoggiata dallo Stato in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripulire la propria immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i propri crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che si sta infliggendo, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto una strategia di resistenza civile sostenuta e interconnessa a livello globale non è più solo praticabile; è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di andare avanti su questa strada, in particolare la serie di proteste al confine di Gaza nel 2018-2019, note nel loro insieme come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a soffocare la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Eppure la forza di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico locale e all’assenza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Vincolata dal coordinamento per la sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente minato la mobilitazione popolare indipendente, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021 un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento è parso che fosse destinata a evolversi in una campagna nazionale di resistenza civile prolungata. Ma l’introduzione di una dimensione militare, sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas, ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. Nonostante la repressione israeliana ce ne sarebbe stata l‘opportunità; semplicemente non si è pienamente concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza civile – giuridica, culturale e artistica – rimanga tra i mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra successiva hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano; un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto straordinariamente intatto.

Nel frattempo la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Mentre i crimini israeliani diventano sempre più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno rimodellando la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano prove di colpevolezza per i responsabili, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe infine iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione tra i cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente impressionante è stata la consistente presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele in cui vive buona parte dei cittadini arabi del Paese, ndt.], nel Naqab e nella regione costiera. E ora, elemento cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi rimangono intrappolati tra la duplice repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’ANP.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame di Ramallah, a cui mi sono unito per un giorno, hanno parlato apertamente di come traggano ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi derivante da una stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico da costruire il motore, la struttura e il quadro di riferimento in grado di guidare questa trasformazione storica.

Awad Abdelfattah è il coordinatore della One Democratic State Campaign (ODSC) e l’ex segretario generale del partito Balad [partito politico israeliano di sinistra rappresentativo della minoranza araba, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come il Wall Street Journal è caduto nella trappola dell'”emirato” di Hebron

Qassam Muaddi

8 luglio 2025-Mondoweiss

Il Wall Street Journal voleva far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica eccezionale. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina può raccontare una storia diversa

In un raro caso la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una voce palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo. Il fulcro dell’articolo “di rottura” del WSJ è un uomo di Hebron, di nome Wadea Jaabari, che si propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron che, a suo dire, si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come Stato ebraico.

Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo che lo sostiene viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. Il WSJ sottolinea che Jaabari ha dichiarato che avrebbe riconosciuto Israele come Stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Raffigura inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, al posto del quadro della soluzione a due Stati che l’articolo inizia liquidando come futile. Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari era una notizia di scarso rilievo in Palestina, non riuscendo nemmeno a comparire sui titoli locali e venendo per lo più ridicolizzato sui social media. È scomparso dalla scena pubblica nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno rilasciato una dichiarazione in cui sconfessavano l’autoproclamato “leader”, affermando che non aveva alcuno status all’interno della famiglia e che non parlava a nome di nessuno se non di sé stesso.

Nella dichiarazione si affermava che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Un residente palestinese di Hebron che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.

“Suo padre era una persona influente ma, alla sua morte, suo figlio non aveva lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha affermato la fonte. “A Hebron la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”. La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alla accesa controversia mediatica.

Una vecchia storia fallita

Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso come alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.

In seguito, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaborazionisti ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare a creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli erano chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino la patente di guida.

Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita all’epoca dalle autorità israeliane alimentò la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.

Negli anni ’70 Israele permise elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” favorevoli alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma, con un inaspettato colpo di scena, quattro anni dopo, alle elezioni del 1976, i candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria.

Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, aspettandosi che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele contava così tanto su queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.

Ma Israele aveva fatto di nuovo male i suoi calcoli. Non aveva compreso la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era incisa nel sentimento pubblico rurale palestinese fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, ove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi. Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Contemporaneamente un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. Uno dopo l’altro i villaggi iniziarono ad accogliere volontari per costruire muri agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981 i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.

La lotta contro le Leghe di Villaggio gettò le basi, nelle sue diverse forme, per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durata sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali per abbracciare la lotta nazionale.

Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei più importanti media occidentali. Nella maggior parte dei casi non c’era alcun interesse. Ma questo è prevedibile per i principali media, che non hanno mai mostrato alcun genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche uno finto – disposto a recitare senza riserve il copione politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.

Chiunque abbia una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una classica “sola” palestinese per turisti, del tipo per cui Hebron è famosa tra le città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e che riesca a capire immediatamente cosa sta cercando un turista e a offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. A migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Con il pretesto della guerra contro l’Iran, Israele soffoca la Cisgiordania

Shatha Yaish

19 Giugno 2025 – 972magazine

Dopo aver colpito Teheran, l’esercito ha chiuso centinaia di cancelli per intrappolare i palestinesi nelle città e bloccarli sulle strade. Una prova di annessione a tutti gli effetti, anche se non dichiarata

Mentre gli israeliani si svegliavano presto lo scorso venerdì mattina per scoprire che il loro paese aveva iniziato una guerra con l’Iran, i palestinesi della Cisgiordania scoprivano che l’esercito israeliano aveva imposto loro il lockdown.

Chiusure e checkpoint sono stati la norma nel territorio già occupato da decenni, diventando ancora più numerosi e restrittivi all’indomani del 7 ottobre. Ma dopo aver colpito l’Iran l’esercito ha ridotto il movimento dei palestinesi fino a una paralisi quasi totale, sigillando città e paesi con cancelli di ferro, chiudendo checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme e bloccando il passaggio di frontiera di Allenby con la Giordania.

Israele ha giustificato il lockdown sostenendo di dover dirottare truppe su altri fronti. Tuttavia la ri-mobilitazione di riservisti – molti dei quali coloni – ha di fatto aumentato il numero di soldati nel territorio. Le Nazioni Unite ora riferiscono che molte delle chiusure sono state revocate, ma con diversi checkpoint chiusi e nuovi cancelli e posti di blocco eretti la mobilità palestinese rimane fortemente limitata.

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato un’escalation di restrizioni e repressione contro i palestinesi anche a Gerusalemme Est, incluso un divieto totale di culto alla moschea di Al-Aqsa.

“Dal lancio dell’operazione militare israeliana in Iran, le autorità hanno implementato misure radicali e pesanti che ricordano il controllo aggressivo seguito al 7 ottobre”, hanno dichiarato in una nota questa settimana le ONG israeliane Ir Amim e Bimkom. “Queste azioni hanno gravemente interrotto la vita quotidiana, limitato la libertà di culto e violato i diritti fondamentali dei residenti palestinesi della città.”

La facilità con cui Israele è riuscito a tagliare quasi tutti i movimenti dentro e fuori dalle città e paesi palestinesi, grazie a un apparato di controllo che include quasi 900 checkpoint e cancelli, evidenzia l’estensione dell’impatto dell’occupazione in Cisgiordania e indica l’obiettivo più ampio di Israele per il territorio, mentre l’attenzione del mondo è concentrata altrove.

“Tutto è un’opportunità per Israele”, ha detto a +972 Magazine Honaida Ghanim, direttrice del Forum palestinese per gli studi israeliani con sede a Ramallah (comunemente noto con l’acronimo arabo “Madar”). “Questo governo coglierà qualsiasi momento per far avanzare ulteriormente il suo programma ideologico, specialmente in Cisgiordania.”

In realtà quello che stiamo vedendo ora è un’ulteriore prova di un’annessione in tutto tranne che nel nome, sostiene. “Sta già accadendo sul terreno; tutta l’infrastruttura lo indica”, ha detto Ghanim. “L’idea è frammentare la popolazione, spingendo la gente in sacche più piccole per renderla più facile da controllare.

“L’unica cosa che manca è la dichiarazione ufficiale. E quando arriverà, non farà che formalizzare ciò che di fatto c’è già.”

Ogni villaggio ha un cancello. Siamo bloccati”

Ahmad Abu Kamleh e il suo collega Naeem Al-Shobaki erano in viaggio per consegnare merci a un supermercato vicino a Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah, quando il lockdown è entrato in vigore. Il loro minibus ha presto finito il gasolio mentre cercavano di aggirare i nuovi posti di blocco, e a quel punto sono rimasti bloccati.

Dopo due notti fermi fuori Ni’lin, dormendo nel loro minibus, hanno deciso di abbandonare il veicolo e cercare di tornare a casa a Burin, vicino Nablus, con altri mezzi. Prima hanno preso un taxi per parte del tragitto, poi hanno fatto l’autostop su tre diverse auto private, che li hanno portati attraverso almeno otto villaggi. In mezzo a un labirinto di posti di blocco e deviazioni forzate, quello che sarebbe stato un viaggio di 40 minuti si è trasformato in un calvario di sei ore.

“Mi sento morto dentro; solo il mio corpo è vivo”, ha detto Abu Kamleh a +972 dopo il suo viaggio da incubo. “Le strade erano quasi vuote, ma c’erano soldati ovunque. Ti senti spaventato a muoverti. Non è sicuro.”

Intanto a Sinjil, un villaggio nel nord della Cisgiordania, i residenti si sono trovati praticamente tagliati fuori dalle vicine città di Ramallah e Nablus.

Mahfouz Fawlha, un dentista del villaggio, ha una clinica a Ramallah, che ora fatica a raggiungere. “La clinica è a soli 15 minuti di distanza, ma ora il viaggio potrebbe richiedere più di due ore”, ha spiegato.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha iniziato a erigere una recinzione di filo spinato per separare Sinjil dalla strada principale e dalle terre rurali dei residenti. “Ogni villaggio ora ha un cancello”, ha detto Fawlha. “Siamo bloccati.”

A Ramallah, Shadi e Diala (che hanno preferito non dare il loro cognome) avevano pianificato di battezzare la loro figlia questo weekend. Ma le chiusure stradali hanno impedito al prete maronita di raggiungere la città da Gerusalemme, mentre molti membri della famiglia non sono riusciti a partecipare. Sono invece riusciti a contattare un prete latino di Ramallah, che era disponibile all’ultimo minuto.

Mentre la cerimonia finiva il suono dei missili ha echeggiato nelle vicinanze. “Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto”, ha detto Shadi. “Che cosa possiamo fare? Non sappiamo cosa succederà.”

Cancellare la questione palestinese

Nonostante il lockdown circostante, la vita a Ramallah durante il finesettimana è andata avanti in gran parte normalmente: i negozi hanno aperto, il traffico scorreva, e i caffè si sono gradualmente riempiti. Alcune persone si sono affrettate a comprare beni essenziali, formando file alle stazioni di servizio, ma l’umore è rimasto sottotono.

L’Autorità Nazionale Palestinese non ha fatto commenti immediati sull’escalation Israele-Iran, anche mentre i governi arabi emettevano condanne. Più tardi ha esortato alla calma e affermato che le scorte di beni di prima necessità sarebbero state sufficienti per soddisfare i bisogni dei residenti per almeno sei mesi.

Alcune ore dopo l’attacco iniziale di Israele all’Iran, la Protezione Civile palestinese ha emesso una dichiarazione chiedendo alla gente di non andare sui tetti per guardare oggetti volanti – un’istruzione che molti hanno ignorato mentre i social media si riempivano rapidamente di video di scie di fumo ed esplosioni nel cielo. Ha anche ricordato ai residenti che le schegge potevano causare ferite gravi o anche fatali a centinaia di metri dall’esplosione, e li ha esortati a non avvicinarsi o toccare detriti.

Lunedì un portavoce della Protezione Civile ha riferito che almeno 80 pezzi di schegge da missili intercettati erano caduti su comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Domenica le schegge cadute sulla città di Al-Bireh, vicino Ramallah, hanno provocato l’incendio di un tetto.

Mentre gli israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania hanno accesso a rifugi antiaerei, i palestinesi sono totalmente esposti ai frammenti di missili che cadono dal cielo.

Situazione analoga a Gerusalemme Est, dove a causa delle restrizioni di pianificazione e costruzione ci sono solo 60 rifugi pubblici per quasi 400.000 palestinesi. In confronto, Gerusalemme Ovest ha centinaia di rifugi pubblici per la sua popolazione prevalentemente ebraica e stanze sicure rinforzate sono anche comuni negli appartamenti.

Senza protezione adeguata, le famiglie vivono nella paura costante durante i periodi di conflitto più aspri, incerte su dove rifugiarsi se gli attacchi dovessero intensificarsi. E mentre la nuova guerra con l’Iran ha lasciato i palestinesi in ansia per il futuro, molti in Cisgiordania sentono di star già vivendo in uno stato costante di guerra da due anni – o molto più a lungo.

Per Ghanim di Madar, ciò che accadrà in Cisgiordania dipende in parte dall’esito dell’offensiva israeliana in Iran. “Se Israele ne uscirà rafforzato, si sentirà ancora più autorizzato a procedere”, ha spiegato.

“Non si tratta più di gestire il conflitto; si tratta di concluderlo – alle condizioni di Israele – cancellando completamente la questione palestinese”.

In risposta a questo articolo, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Dall’inizio dell’Operazione «Rising Lion» [«Leone Rampante», il riferimento è al cap. 23, v. 24 del Libro dei Numeri della Bibbia, dove si legge che tale leone non troverà pace finché non abbia “bevuto il sangue” della propria preda; inoltre il leone era raffigurato nella bandiera iraniana prima della rivoluzione del 1979, quindi è anche un messaggio politico, ndt.] e alla luce di avvertimenti su intenzioni di elementi terroristici in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] di compiere attacchi contro civili israeliani sotto copertura della complessa situazione di sicurezza, sono state implementate restrizioni di movimento. Queste restrizioni variano in base alle valutazioni della situazione. Non si tratta di un lockdown, ma del dispiegamento di checkpoint e monitoraggio dei movimenti”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele manterrà il controllo militare su Gaza, dice Netanyahu

Redazione di MEE

28 aprile 2025 – Middle East Eye

Il primo ministro israeliano ha dichiarato che l’Autorità Nazionale Palestinese sarà esclusa dal governo di Gaza e ha fatto riferimento allo “Stato profondo” israeliano che “minaccia la democrazia”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato domenica che Israele manterrà il controllo militare su Gaza ed escluderà l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dal governo del territorio.

“Hamas non ci sarà. Non permetteremo all’Autorità Nazionale Palestinese di governare lì – perché sostituire un regime che ha giurato di distruggerci con un altro regime che ha giurato di distruggerci? Non lo faremo”, ha detto durante una conferenza organizzata dal Jewish News Syndicate (JNS) [agenzia di stampa israeliana considerata di orientamento conservatore, ndt.] a Gerusalemme.

“Israele controllerà militarmente l’area in ogni caso. Non cederemo a nessuna pressione per evitarlo”, ha aggiunto.

Netanyahu ha anche criticato quelli che ha descritto come gli sforzi degli Stati Uniti per fermare un’invasione terrestre israeliana a Gaza, affermando che l’amministrazione Biden all’inizio della guerra lo aveva esortato: “Non entrate. Non fate l’invasione terrestre. Agite dal cielo”.

“Contro il loro consiglio, siamo entrati”, ha detto, aggiungendo che, quando Israele ha invaso, “è iniziata la guerra propagandistica contro di noi”.

“Abbiamo subito pressioni per ridurre i combattimenti e fermarci molto presto”.

Ha inoltre ricordato che, quando l’amministrazione Biden nel maggio 2024 minacciò di imporre un embargo sulle armi a Israele a causa dell’incursione a Rafah, disse all’allora segretario di Stato americano Antony Blinken: “Tony, combatteremo anche solo con le unghie se necessario”.

Netanyahu ha sostenuto che “le previsioni diffuse in tutto il mondo” su un alto numero di vittime civili durante l’offensiva “si sono rivelate sbagliate”, affermando falsamente che quasi nessun civile è stato ucciso durante l’operazione.

“Li abbiamo continuamente allontanati dalle zone di pericolo”, ha detto, riferendosi alla cosiddetta “zona umanitaria” di al-Mawasi, dove ai residenti di Rafah era stato ordinato di rifugiarsi e che le forze israeliane hanno ripetutamente colpito durante la guerra.

Il 27 maggio 2024 le forze israeliane hanno lanciato un attacco mortale nel quartiere di Tel al-Sultan, a nord-ovest di Rafah, uccidendo almeno 45 persone, tra cui donne, bambini e anziani.

Migliaia di persone si erano rifugiate nell’area colpita dopo essere fuggite da altre zone di Gaza, compresa la parte orientale di Rafah.

Oltre 52.314 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani dall’ottobre 2023, mentre almeno 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie degli edifici distrutti.

Lo “Stato profondo”

Netanyahu ha elogiato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per le sue esortazioni a “ripulire Gaza” ed espellere con la forza i palestinesi dall’enclave.

“Credetemi, molti di loro vogliono andarsene”, ha detto.

Parlando dei negoziati nucleari tra USA e Iran, Netanyahu ha chiesto lo smantellamento totale delle infrastrutture nucleari iraniane: “qualsiasi cosa di meno radicale potrebbe portare al risultato opposto”.

Ha affermato di aver detto a Trump: “In un modo o nell’altro, l’Iran non avrà armi nucleari”.

“Apprezziamo l’aiuto che riceviamo dagli Stati Uniti, le armi continuano ad arrivare, condividiamo gli stessi obiettivi, ma l’Iran non avrà armi nucleari”.

Nelle sue dichiarazioni finali ha affermato che Israele sta affrontando “un altro fronte”, lo “Stato profondo”, sostenendo che in Israele è “profondo come un oceano” e “minaccia la democrazia”.

“Annulla il diritto dei cittadini di scegliere un governo che prenda le proprie decisioni e faccia le proprie nomine”, ha detto, aggiungendo che “ovviamente deve essere risolto”.

Ha fatto riferimento a una “campagna sistematica” negli Stati Uniti che “diffonde menzogne” su Israele ed è “finanziata e organizzata da governi e ONG, a loro volta sostenute da individui molto ricchi”.

Ha anche accusato alcuni ricchi americani di “pagare influencer per usare i social media in modo sistematico contro i sostenitori di Israele”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)