L’occupazione ai tempi del COVID-19: Israele va considerato responsabile della salute dei palestinesi

Yara Asi 

15 novembre 2020 – Al-Shabaka

Introduzione

A marzo e aprile 2020, mentre gran parte del mondo si adeguava alla nuova normalità di lockdown e coprifuoco, molti palestinesi hanno rivissuto circostanze familiari. Quando sono stati segnalati i primi casi di COVID-19 in Cisgiordania, vicino a Betlemme, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha imposto il lockdown su quel governatorato. Gli spostamenti all’interno della Cisgiordania sono stati ridotti in modo simile ai peggiori periodi delle restrizioni di movimento sotto l’occupazione israeliana. 

Inoltre, la Giordania ha chiuso il valico di frontiera del ponte Re Hussein, il principale punto di entrata e uscita per i palestinesi della Cisgiordania, chi lavorava in Israele è stato mandato a casa o gli è stato detto di restare in Israele, e agli abitanti di Gaza che sono sottoposti ad un rigido assedio e hanno solo due punti di entrata e uscita, è stata imposta una quarantena obbligatoria per chiunque tornasse a casa a Gaza dall’estero. Infatti, agli inizi del lockdown, il blocco di Gaza è stato descritto come un vantaggio potenziale, dato che si pensava che la restrizione dei movimenti riducesse possibili focolai.

Questo editoriale tratta dei tre modi in cui il quadro giuridico dell’occupazione, come definito dal diritto internazionale umanitario (DIU), non ha fornito l’assistenza sanitaria pubblica ai palestinesi in tempi di COVID-19. Per prima cosa analizza il “de-sviluppo” attivo e passivo del sistema sanitario palestinese prima della pandemia. Secondo, esamina i modi in cui Israele non ha rispettato i suoi obblighi di legge verso i palestinesi sul COVID-19. E in conclusione analizza come, limitando le iniziative palestinesi, l’occupazione abbia peggiorato la situazione sanitaria.

Sebbene non ci sia dubbio che il DIU abbia probabilmente dei limiti nella protezione dei diritti delle popolazioni oppresse, il mio documento ne usa il linguaggio per ritenere Israele responsabile della salute dei palestinesi. In questo modo, anche in base ai criteri limitati previsti dalla comunità internazionale, in questo momento di crisi sanitaria Israele non sta adempiendo ai doveri giuridici minimi di una potenza occupante. Così facendo, ha contribuito attivamente al deterioramento della salute e del benessere dei palestinesi. Il documento propone parecchie raccomandazioni per affrontare la presente crisi. 

Il quadro giuridico dell’occupazione e i suoi limiti

Nel 1967, con la guerra dei Sei Giorni, lo Stato di Israele conquistò la Penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Da allora, quasi tutti i governi e organismi internazionali, inclusi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Corte internazionale di Giustizia, l’Assemblea generale dell’ONU, il Comitato internazionale della Croce Rossa, hanno riconosciuto Israele come potenza occupante. Eppure lo Stato di Israele non definisce come occupazione la propria presenza nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), ma anzi la contesta attivamente. Israele e i suoi sostenitori hanno obiettato che la natura dello status o degli obblighi di Israele quale potenza occupante è cambiata con gli accordi di Oslo e che dopo il “disimpegno” del 2005 almeno Gaza non è occupata. Nonostante queste argomentazioni, quasi tutte le organizzazioni internazionali hanno continuato a riconoscere questi territori come occupati, inclusa la Striscia di Gaza. In risposta, Israele e i suoi alleati hanno combattuto per delegittimare le Nazioni Unite e trasformare il concetto di “occupazione” in un problema di intransigenza palestinese, basandosi sulla narrazione che tutti i palestinesi sono potenziali minacce alla sicurezza di Israele, giustificando di conseguenza la loro punizione collettiva. 

Il DIU fornisce un quadro solido delle responsabilità delle parti coinvolte in un conflitto armato e delle responsabilità di una potenza occupante verso la popolazione civile sotto il suo controllo. La convenzione dell’Aja del 1907 concernente le guerre terrestri rispecchiava le norme della fine del XIX secolo sulle dichiarazioni che regolavano gli atti di guerra e a tutt’oggi è critica verso le indagini del DIU sulle violazioni dei diritti umani. L’articolo 42 definisce un territorio come occupato “quando è effettivamente posto sotto l’autorità di un esercito ostile,” e altri articoli attribuiscono all’occupante una serie di responsabilità, inclusa quella di garantire la sicurezza pubblica e di prevenire il sequestro di proprietà private. A corollario della convenzione dell’Aja del 1907, le quattro Convenzioni di Ginevra firmate nel 1949 hanno ulteriormente rafforzato le protezioni e i diritti in guerra e sono considerate il cuore del DIU.

La quarta Convenzione di Ginevra, che protegge i civili, fu adottata dopo le atrocità della Seconda Guerra Mondiale. La sezione III descrive le protezioni a vasto raggio garantite ai civili nei territori occupati. Ci sono parecchi articoli rilevanti nella descrizione degli obblighi legali di Israele nei confronti della popolazione palestinese, specialmente durante questa pandemia. L’articolo 53, per esempio, vieta la distruzione di proprietà privata o pubblica. L’articolo 55 impone che la potenza occupante garantisca alla popolazione rifornimenti di cibo e medicinali, specialmente quando “le risorse dei territori occupati sono inadeguate.” L’articolo 56 richiede specificatamente alla potenza occupante di garantire e mantenere la sanità e l’igiene pubbliche, mentre l’articolo 59 chiede alla potenza occupante di facilitare gli sforzi di soccorso umanitario. 

Ma cosa più importante, l’articolo 60 dice chiaramente che gli invii di soccorso umanitario “non esonereranno affatto la potenza occupante dalle responsabilità che le incombono in virtù degli articoli 55, 56 e 59.” In altre parole, la presenza di aiuti da parti terze per soddisfare bisogni umanitari nei TPO non sostituisce il dovere dello Stato di Israele di soddisfare quei bisogni al meglio delle proprie capacità. In marzo l’ONU ha ribadito questa responsabilità quando Michael Lynk, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina, ha dichiarato che “il dovere legale, stabilito dall’articolo 56 della quarta Convenzione di Ginevra, richiede che Israele, la potenza occupante, debba garantire che tutte le necessarie misure preventive a sua disposizione siano utilizzate per ‘combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie.’”

All’inizio l’ONU aveva lodato la cooperazione “eccellente” fra le autorità israeliane e quelle palestinesi nella gestione della pandemia. Tuttavia l’errore di interpretare questi sforzi come cooperazione serve solo a consolidare la percezione del quasi-Stato di Palestina e dello Stato di Israele come entità equiparabili. Inoltre è importante contestualizzare questa cooperazione. Michael Lynk “ha già notato in precedenza che Israele è in ‘grave violazione’ dei propri obblighi internazionali riguardanti il diritto alla salute dei palestinesi che vivono sotto occupazione.” Questa presunta cooperazione sul COVID-19 è più probabilmente da collegare a un atteggiamento pragmatico riguardo al rischio di diffusione di una malattia infettiva, considerando la presenza di centinaia di migliaia di coloni in Cisgiordania e il costante traffico transfrontaliero di lavoratori palestinesi in Israele e di soldati israeliani in Cisgiordania. Come detto così tante volte negli ultimi mesi, il COVID-19 “non fa differenze fra persone né si ferma ai confini.”

Il de-sviluppo del settore sanitario palestinese  

Oggi nessuna analisi del frammentato settore sanitario palestinese è completa senza una comprensione dei fattori che l’hanno portato al suo stato attuale. Fattori sociali e politici determinanti per la salute sono profondamente radicati nei modi in cui l’occupazione e le sue restrizioni si manifestano in tutti gli aspetti della vita quotidiana palestinese. Sicuramente il blocco e i continui attacchi alla Striscia di Gaza hanno portato a scarsità di cibo, elettricità e forniture mediche in un territorio con infrastrutture distrutte. La Cisgiordania ha anche sofferto continue perdite di territori e frammentazione, abbinate a finanziamenti assolutamente insufficienti al settore sociale sotto l’autorità di un’ANP in difficoltà. Le risorse sanitarie sono insufficienti, specialmente per salute mentale, condizione femminile e giovanile. Decenni di dipendenza dagli aiuti hanno diminuito lo sviluppo a lungo termine e accresciuto la dipendenza dagli aiuti.

La dipendenza dell’ANP dagli aiuti e dai prestiti si è rivelata particolarmente disastrosa nell’era del COVID-19, dato che le agenzie di finanziamento stanno fronteggiando necessità globali senza precedenti che hanno limitato la loro possibilità di soddisfare tutti gli aiuti necessari. Inoltre, Israele controlla tutte le importazioni ed esportazioni nei TPO e ha da tempo proibito o limitato le importazioni di materiali giudicati a “doppio uso,” che sono cioè percepiti come un rischio per la sicurezza. Sono elencati articoli come il cemento per costruire strutture sanitarie, i prodotti chimici, incluso il carburante per generatori negli ospedali, prodotti farmaceutici e molte apparecchiature mediche. Ciò continua a porre ostacoli significativi al sistema di assistenza sanitaria palestinese e alla sua possibilità di combattere il COVID-19. Solo durante il suo attacco a Gaza nel 2014 Israele ha distrutto migliaia di case e circa 73 strutture mediche, la maggior parte delle quali non può essere ricostruita a causa delle restrizioni sulle importazioni. Osservatori dell’ONU hanno duramente criticato Israele perché ostacola gli aiuti umanitari ai palestinesi e demolisce strutture finanziate da donatori.

Questo de-sviluppo economico e infrastrutturale della Palestina ha portato a precarie condizioni di salute per molti palestinesi, aumentando di conseguenza le probabilità che sviluppassero gravi sintomi di COVID-19. I TPO denunciano alti livelli di obesità e, allo stesso tempo, tassi di malnutrizione, anemia, e diabete di tipo 2 superiori a quelli auspicabili. I TPO hanno anche affrontato la scarsità di personale sanitario negli anni precedenti alla pandemia. Il personale medico, specialmente a Gaza, è stato ucciso nel corso di attacchi dell’esercito israeliano. Queste minacce, la pessima situazione economica in ulteriore peggioramento e la mancanza di risorse spingono alcuni studenti di medicina ad andare a lavorare altrove. 

Oltre all’occupazione, l’ANP non è riuscita a reagire in modo adeguato alla pandemia. Probabilmente c’era da aspettarselo anche prima del suo inizio a marzo 2020. Infatti, poco prima, i medici in tutta la Palestina avevano scioperato per un mese a causa dei ritardi nei pagamenti degli stipendi. Gli effetti distruttivi dei mancati investimenti a lungo termine dell’ANP nel settore sanitario sono aggravati dall’infrastruttura israeliana di apartheid: i checkpoint, i valichi di frontiera, il muro di separazione e il sistema di permessi che limita i movimenti delle persone e le forniture necessarie. 

Le condizioni scadenti del sistema sanitario costringono molti palestinesi che hanno bisogno di assistenza specialistica a far domanda per ottenere permessi sanitari rilasciati da Israele per essere curati in ospedali israeliani o a Gerusalemme Est. Tuttavia nel 2019 è stato approvato solo il 64% dei permessi medici di Gaza e l’81% della Cisgiordania. Inoltre, dopo che l’ANP ha interrotto il coordinamento civile con Israele in risposta al piano di annessione del 2020 e il rallentamento del piano dell’Onu per facilitare i permessi, Israele ha approvato solo la metà di quelli urgenti richiesti da Gaza alla fine della primavera. Perciò a molti palestinesi che hanno contratto il COVID-19 e che soffrivano di patologie pregresse è stato impedito di ricevere cure mediche adeguate, incluso l’accesso ai respiratori. 

Politicizzare la salute dei palestinesi durante il COVID-19

Mentre Israele ha dato all’ANP formazione e attrezzature, inclusi i kit per i test per tener sotto controllo la diffusione del virus, Yael Ravia-Zadok, vice direttore della Divisione economica del Ministero degli Esteri [israeliano], già agli inizi della pandemia aveva anche chiarito che “le necessità dei palestinesi sono maggiori di quelle che lo Stato di Israele possa soddisfare.” Allo stesso tempo, Danny Danon, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, ha così risposto alle critiche dell’ANP sulla gestione del COVID-19 da parte di Israele nei TPO: 

I palestinesi stanno ritornando al loro comportamento naturale: antisemitismo, anti-israelismo, infangare senza motivo e tentare di usare la situazione per ottenere vantaggi politici […] Il mio messaggio è molto chiaro: i palestinesi devono scegliere. Se vogliono continuare a ricevere aiuti per il coronavirus, devono smettere di istigare all’odio.”

Quindi i palestinesi devono dimostrare di meritarsi gli aiuti, senza criticare i comportamenti del governo israeliano, o rischiano di essere accusati di incitamento all’odio e di antisemitismo. Questo ricorda i tentativi di punire i palestinesi quando, nel 2012, hanno cercato il riconoscimento dello Stato da parte dell’Onu, e gli USA hanno bloccato 147 milioni di dollari in aiuti, o quando, l’anno scorso, Netanyahu ha definito “proclami antisemiti” le inchieste della Corte Penale Internazionale su potenziali crimini di guerra commessi nelle colonie. 

Già nel gennaio 2020, organizzazioni come l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi, si sono mobilitati per proteggere dalla pandemia i rifugiati palestinesi che vivono nei campi. Inoltre alla fine di marzo l’OCHA, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, ha preparato un progetto anti- Covid nei TPO e il Comitato Ad Hoc ha chiesto ai donatori milioni di dollari in aiuti. Paesi come Turchia e Arabia Saudita hanno contribuito con denaro e forniture mediche. La Banca mondiale ha approvato un prestito di 30 milioni di dollari per ripristinare i redditi delle famiglie. Persino gli Stati Uniti, che avevano tagliato quasi tutti gli aiuti ai palestinesi, inclusi i fondi all’URNWA e quelli che andavano agli ospedali a Gerusalemme Est, hanno reso noto un modesto aiuto per aiutare la loro risposta al COVID-19. A maggio anche Israele ha destinato 800 milioni di shekel (circa 200 milioni di euro) per aiuti, ma sotto forma di un prestito garantito dai futuri introiti fiscali palestinesi che Israele riscuote.

Perciò parte di quello che va sotto il nome di cooperazione può essere considerato come l’allentamento di alcune delle restrizioni imposte da Israele sui palestinesi per permettere ad altri di fornire aiuti. Inoltre Israele ha agito in modo strategico con i suoi cosiddetti aiuti. Ad aprile 2020 il ministro della difesa Naftali Bennet aveva affermato che gli aiuti a Gaza sarebbero stati condizionati al recupero dei resti di due dei suoi soldati morti nella guerra del 2014. Bennett aveva persino collegato la crisi umanitaria a Gaza al recupero dei corpi dei soldati: “Se si parla di problemi umanitari a Gaza, anche Israele ha delle necessità umanitarie, che sono principalmente il recupero dei caduti.” E poi in agosto, in risposta agli attacchi con palloni incendiari da Gaza che avevano causato decine di incendi, Israele ha lanciato attacchi aerei, impedito l’importazione di combustibile, limitato l’accesso alle zone di pesca e bloccato 30 milioni di dollari di aiuti a Gaza provenienti dal Qatar. 

Blocco degli sforzi palestinesi per affrontare il COVID-19

L’ANP, dopo una risposta iniziale efficace con veloci lockdown e chiusure, è stata poi criticata per la sua scarsa leadership, ma le va riconosciuto che non aveva risorse sufficienti né il potere di fare di più. Oltre a mancare dell’autonomia necessaria per costruire un sistema sanitario pubblico funzionale, i palestinesi non hanno neppure autonomia per rispondere in tempo reale a crisi sanitarie. A Gerusalemme Est, dove Israele limita pesantemente le operazioni dell’ANP, le autorità israeliane hanno trascurato di costruire e promuovere strutture sufficienti per eseguire i test o fornire dati accurati, e le ONG sono dovute intervenire per garantire informazioni aggiornate in arabo. 

Inoltre l’esercito israeliano ha regolarmente bloccato le iniziative sanitarie palestinesi. Non solo Israele ha fatto un raid su un centro di test a Silwan, ha anche arrestato i suoi organizzatori per prevenire “ogni attività dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gerusalemme.” Un altro esempio: le autorità israeliane non assistono aree come Kufr Aqab, che sono tecnicamente all’interno dei confini stabiliti da Israele, ma fuori dal muro di separazione. Ne risulta che, dato che Israele vieta attività dell’ANP in queste aree, i palestinesi sono lasciati senza servizi pubblici. Le autorità sanitarie si sono impegnate ad aprire cliniche e centri per i tamponi in queste aree, e solo quando l’ONG palestinese Adalah ha presentato una petizione alla Suprema Corte Israeliana. Israele ha inoltre respinto gli sforzi di volontari palestinesi per limitare i movimenti o chiudere attività commerciali, anche se alcuni abitanti palestinesi di queste aree hanno il permesso di viaggio e quindi avrebbero potuto diffondere il contagio in Israele e Cisgiordania.

La diffusione dell’infezione è una grande preoccupazione nelle prigioni israeliane, dove a giugno 2020 c’erano più di 4.000 prigionieri e detenuti palestinesi. Centinaia sono in detenzione amministrativa a tempo indeterminato senza processo o accusa. Mentre all’inizio della pandemia gli esperti di diritti umani dell’Onu chiedevano il rilascio in massa dei prigionieri, e centinaia di detenuti israeliani venivano rilasciati in anticipo, nessuna azione simile è stata presa per i palestinesi. Nonostante i vari resoconti di prigionieri e guardie carcerarie israeliane positive al virus, a luglio la Corte Suprema Israeliana ha deliberato che i prigionieri palestinesi non hanno diritto al distanziamento fisico.  

Dato che le politiche israeliane hanno soffocato la possibilità di sviluppare la loro economia da parte dei palestinesi, specialmente nel vitale settore agricolo, molti palestinesi in Cisgiordania sono costretti a lavori poco qualificati in Israele, mentre in genere agli abitanti di Gaza non vengono dati permessi di lavoro. Infatti in Israele quasi il 70% della manodopera nei cantieri edili è palestinese. Questi lavoratori non possono lavorare da casa e, data l’elevata disoccupazione, quelli che hanno un lavoro devono mantenerli. Molto di questo lavoro è continuato e infatti il ministero dei Transporti israeliano ha previsto un’ accelerazione dei progetti durante il lockdown. Ciò promuove il costante sviluppo dell’economia israeliana mentre quella palestinese è crollata, oltre ai salari bassissimi di questi lavoratori. 

A parte lo squilibrio economico, ciò aumenta il rischio sanitario di quelli in Cisgiordania dato che molti lavoratori sono stati rimandati a casa senza testarli. Alcune delle prime morti in Cisgiordania sono state ricondotte a palestinesi che lavoravano in Israele. Oltre alla riluttanza a fare i tamponi ai lavoratori, le condizioni di alloggio e lavoro di migliaia di lavoratori rimasti in Israele durante il lockdown sono state in gran parte ignorate dal governo israeliano, persino quelle di chi era costretto a dormire in una struttura per il deposito dei rifiuti a Gerusalemme, dove non c’erano alloggi per fermarsi la notte.

Come detto sopra, il blocco israeliano su Gaza e le restrizioni in Cisgiordania hanno causato la scarsità delle grandi dotazioni necessarie per cure complesse, come i ventilatori. All’inizio di aprile 2020, l’80-90% dei 256 ventilatori in Cisgiordania e gli 87 nella Striscia di Gaza erano già occupati. Mentre Israele temeva che la disponibilità di 40 ventilatori per 100.000 persone fosse insufficiente, la Striscia di Gaza ne aveva solo 3 per 100.000 persone. Anche dopo l’inizio della pandemia, i fornitori di attrezzature mediche che avevano lavorato direttamente con il ministero della Salute palestinese per importare prodotti avevano difficoltà a ottenere l’approvazione del Coordinatore israeliano delle Attività del Governo nei Territori (COGAT). Un fornitore ha cercato per tre anni senza successo di fare entrare apparecchiature mediche a Gaza. 

Per aggirare questi problemi, i palestinesi hanno trovato modi per produrre ventilatori con i materiali disponibili e dopo una richiesta di assistenza del ministero degli Esteri palestinese, un’Ong australiana ha donato all’ANP ventilatori e altre apparecchiature. Comunque anche queste donazioni urgentemente necessarie devono essere approvate e avallate dal governo israeliano e saranno mandate in Israele prima di essere distribuite a Ramallah.

Le autorità israeliane hanno anche confiscato materiali indispensabili per attrezzare cliniche e alloggi di emergenza nella valle del Giordano, inclusi materiali per installare tende e un generatore. Dopo una temporanea interruzione delle demolizioni all’inizio di aprile 2020, alla fine di quel mese Israele ha demolito 65 strutture a Gerico e al-Khalil (Hebron), lasciando senza casa decine di palestinesi, inclusi almeno 25 bambini. 

Nonostante l’aumento dei casi positivi in Israele e in Cisgiordania, durante la primavera e l’estate le demolizioni sono continuate e hanno incluso un centro indispensabile per fare i test nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndtr.] vicino ad al-Khalil, l’epicentro della pandemia in Cisgiordania. Inoltre le demolizioni a Gerusalemme Est stanno per superare i numeri degli anni precedenti, al settembre 2020 sono state distrutte approssimativamente 90 unità residenziali. 

Mentre la violenza strutturale dell’occupazione è particolarmente evidente in questi tempi di crisi globale, la violenza diretta non è cessata. Gaza è stata impegnata in un conflitto attivo per la maggior parte dell’estate, aerei e artiglieria israeliana hanno colpito aree nella Striscia in risposta ai palloni incendiari e ai razzi. In Cisgiordania, incursioni e raid dell’esercito israeliano sono continuati e la popolazione palestinese temeva che i soldati israeliani che entravano nelle loro case o lavoravano nei checkpoint potessero essere infettati.

Raccomandazioni

Come affermato dall’Onu in occasione del cinquantesimo anniversario dell’occupazione israeliana, “l’occupazione impedisce che il precedente flusso di aiuti si traduca in tangibili miglioramenti in termini di sviluppo. Molto del sostegno dei donatori è stato usato per limitare i danni, interventi umanitari e sostegno al budget.” Che siano l’interminabile e astratto dibattito su uno Stato o due o l’enorme industria degli aiuti che privilegia sorveglianza e governance a sanità ed agricoltura, molto di ciò che si fa “per” i palestinesi cambia molto poco la macabra realtà. Ciò nasconde semplicemente l’esistente crisi umanitaria, ora aggravata dalla crisi sanitaria globale che sta mettendo a dura prova persino gli Stati più stabili e ricchi. Definire “tranquillo” ogni periodo senza una guerra attiva è una falsità quando scoppia una crisi come quella del COVID-19 e nessun organismo vuole e può proteggere le vite dei palestinesi. 

Ecco quello che è disperatamente necessario per affrontare la crisi sanitaria in Palestina durante la pandemia da COVID-19: I leader palestinesi che fino a ora e per varie ragioni non sono stati all’altezza nell’ occuparsi dei palestinesi durante la pandemia, devono guardar oltre lo status quo e avere un “approccio forte e socialmente collaborativo” che vada incontro alle necessità dei palestinesi.

  • Israele deve liberare i prigionieri politici palestinesi, con la massima urgenza quelli anziani e i malati cronici, e allo stesso tempo deve migliorare le condizioni di quelli che stanno scontando una condanna.

  • Per proteggere questa popolazione marginalizzata, che è stata colpita in modo sproporzionato dalla pandemia, è necessaria una giusta definizione dello status dei rifugiati palestinesi in tutto il Medio Oriente, incluso il ritorno e l’implementazione dei diritti negli Stati ospiti. Fino all’inizio di tale implementazione, la comunità internazionale dovrebbe ripristinare la possibilità da parte dell’UNRWA di provvedere a servizi sanitari ed educativi nelle comunità dei rifugiati palestinesi invece di dover far affidamento ad appelli urgenti e altri tentativi di raccolta fondi ad hoc.

  • Israele deve togliere l’assedio a Gaza, specialmente per permettere l’ingresso di prodotti medici e materiali per costruire strutture sanitarie e di personale medico a sostegno di quello drammaticamente carente a Gaza. Allentare le restrizioni delle importazioni in Cisgiordania alleggerirebbe inoltre il peso sulle strutture mediche.

  • La comunità internazionale, inclusi Unione europea, Lega Araba e Consiglio di Sicurezza dell’ONU devono far pressione su Israele affinché faccia ogni sforzo per adempiere ai suoi obblighi di potenza occupante in in base alla Quarta Convenzione di Ginevra. Dovrebbero chiedere che Israele cessi tutte le incursioni in Cisgiordania, fermi tutte le demolizioni e metta in atto particolari sistemi di protezione per i lavoratori palestinesi in Israele.

  • Yara Asi è ricercatrice post-dottorato presso l’università della Florida centrale, dove per oltre 6 anni ha insegnato nel Dipartimento di Gestione sanitaria e informatica. È borsista Fulbright USA della Cisgiordania nel 2020-2021. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla salute globale e lo sviluppo in popolazioni fragili e colpite dalla guerra. 

Oltre ad aver lavorato in una delle prime organizzazioni di assistenza certificate negli Stati Uniti, ha anche collaborato con Amnesty International USA, con lArab Center Washington DC, il Palestinian American Research Center, [Centro Palestinese Americano di Ricerca] e con Al-Shabaka, un network per le politiche palestinesi su temi relativi alla sensibilizzazione. Ha tenuto conferenze su argomenti relativi alla salute globale, come sicurezza alimentare, informatica biomedica e donne nel sistema sanitario, e ha pubblicato le sue ricerche in molti articoli per riviste, capitoli di libri e altro. Il suo libro di prossima uscita con la Johns Hopkins University Press tratta delle minacce poste da guerre e conflitti a salute pubblica e sicurezza umana.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




Il regalo dell’ANP a Biden è il ritorno a una strategia fallimentare

Omar Karmi

20 novembre 2020 – The Electronic Intifada

La notizia secondo cui l’Autorità Nazionale Palestinese ha deciso di riprendere il coordinamento con Israele dopo averlo sospeso per sei mesi non rappresenta una grande sorpresa.

Si tratta di un regalo di benvenuto a Joe Biden, il neoeletto presidente americano, che dimostra nel contempo la scarsità di idee della dirigenza dell’ANP.

In maggio la decisione di porre fine al coordinamento era stata presa di fronte alla minaccia di un’annessione formale da parte di Israele di circa il 30% della Cisgiordania occupata. Ma fin dall’inizio i politici palestinesi hanno fatto sapere che sarebbe stata una protesta per lo più simbolica.

Formalmente il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e l’esercito israeliano sarebbe dovuto finire. Ma le forze di sicurezza palestinesi hanno agito come se il coordinamento fosse ancora in atto. In altre parole nell’unico ambito che interessa ad Israele, la sicurezza, l’ANP ha subito fatto marcia indietro.

Il resto è stato solo atteggiarsi e farsi del male da soli.

È stata solo una posa perché, senza il coordinamento per la sicurezza, si è trattato di una mossa largamente priva di effetti concreti, rivolta più all’opinione pubblica interna – guardate, stiamo facendo qualcosa – che con la reale speranza di ottenere un qualunque effetto significativo.

È stata autolesionista perché tutto ciò che ne è derivato è stato che l’ANP ha finito per doversela cavare senza la riscossione delle tasse che Israele raccoglie a suo favore.

E, dato che ciò è avvenuto nel bel mezzo di una pandemia globale, ha anche comportato alcune conseguenze molto concrete, soprattutto a Gaza. Lì la fine del coordinamento ha voluto dire che una popolazione già imprigionata dal blocco israeliano ora non ha quasi nessuna possibilità di lasciare il territorio per cercare cure mediche.

Con un settore sanitario sull’orlo del collasso come diretta conseguenza delle sanzioni e dell’assedio israeliani, ciò ha provocato indicibili danni e sofferenze.

Il coordinamento tra l’ANP e Israele è il meccanismo attraverso il quale Israele impone il suo sistema di permessi ai palestinesi nei territori occupati, subìto in modo più pesante nella Striscia di Gaza isolata. Come potenza occupante, tuttavia, Israele conserva la responsabilità del benessere di tutte le persone sotto occupazione, indipendentemente dallo stato del coordinamento.

Una gloriosa vittoria

Ora si potrebbe sostenere, allo stesso modo degli EAU e del Bahrain, che il lavoro è stato fatto, la minaccia di un’annessione formale è superata e che non c’è bisogno di continuare a sospendere il coordinamento, soprattutto alla luce della sua natura autolesionista.

Tuttavia questo suggerirebbe che siano successe almeno due cose, entrambe palesemente false:

primo, che la mancanza del coordinamento tra Palestina e Israele abbia in un certo modo creato talmente tanti problemi ad Israele da fargli abbandonare l’annessione.

Secondo, che Israele abbia abbandonato l’annessione.

È vero che Israele ha accantonato il piano di annunciare formalmente l’annessione di altra terra occupata (ha già annesso formalmente le Alture del Golan e Gerusalemme est). Ma ha portato avanti la costruzione di colonie. Ogni insediamento edificato è un’annessione di fatto. Israele non sta spostando persone in un territorio che ha intenzione di evacuare a favore di uno Stato palestinese. Quindi porre fine al coordinamento con Israele non ha ottenuto assolutamente niente per i palestinesi. Tuttavia ciò non ha impedito a importanti politici dell’ANP di dichiarare che la ripresa del coordinamento è una “vittoria” per il popolo palestinese.

Senza dubbio in senso ironico.

Ci sono solo due ragioni per cui l’ANP ha ripreso il coordinamento e nessuna delle due ha qualcosa a che vedere con un successo diplomatico. La prima è la stretta finanziaria, che è reale. La seconda è stata l’elezione del presidente USA. L’ANP è desiderosa di presentare la (presumibilmente) entrante amministrazione Biden come un nuovo inizio.

Ma nella sua ansia di fare ciò l’ANP sta semplicemente per ristabilire la situazione precedente alla presidenza USA di Donald Trump e per ricominciare con la solita routine che per più di vent’anni non è servita a nessuno, se non a Israele.

Continuare a girare in tondo

Il primo segno delle intenzioni dell’ANP è la sua fretta di riprendere i rapporti diplomatici con gli EAU e il Bahrain, nonostante il loro “tradimento” con la normalizzazione delle relazioni con Israele.

Poi deve assicurarsi la riapertura della missione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Washington e una ripresa dei rapporti con gli USA. Questo può sembrare un momento promettente per ottenere qualche concessione dall’amministrazione entrante, desiderosa di prendere le distanze da quella uscente.

Tuttavia una concessione è fuori discussione: Biden ha detto molto tempo fa che non sposterà l’ambasciata USA da Gerusalemme.Ma i palestinesi potrebbero chiedere che gli USA chiariscano la loro posizione su Gerusalemme est come territorio occupato e sulle colonie come illegali in base al diritto internazionale. Queste non sono posizioni controverse a livello internazionale.

Nel corso degli anni gli USA hanno progressivamente alleggerito la loro posizione sulle colonie, arrivando al colmo quando l’amministrazione Trump le ha definite “non…in contraddizione” con le leggi internazionali. Ciò potrebbe fornire a Biden la possibilità di rompere con gli anni di Trump.

Ma Biden è profondamente coinvolto nella cultura filoisraeliana di Washington e, in ogni caso, indipendentemente da quale partito controlli il Congresso USA, dovrà sempre affrontare ostilità quando si tratta di qualunque cosa riguardi Israele.

Qualunque concessione sarà difficile. Ciò è particolarmente vero dal momento che la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese difficilmente si troverà a resistere quando la Casa Bianca gli farà l’occhiolino. Quindi non ci si aspetti alcun concreto tentativo di ottenere qualcosa dagli Stati Uniti o da Israele quando l’amministrazione Biden si farà sentire, cosa che inevitabilmente succederà. Al contrario, se e quando l’amministrazione Biden inviterà di nuovo l’OLP a Washington, la dirigenza palestinese non ci penserà due volte.

Di conseguenza, aspettiamoci di vedere cestinati in sordina i tentativi di unità con Hamas, e con essi i colloqui per le elezioni, in quanto l’ANP cerca di evitare qualunque cosa possa mettere in difficolta il presidente Biden.

Il leader dell’ANP Mahmoud Abbas potrebbe consigliare di vedere un nuovo tipo di processo di pace, guidato da un insieme di attori internazionali piuttosto che solo dagli USA.

Nel corso degli ultimi anni ha espresso ripetutamente questa posizione.

Ma ci vorrà poco perché i funzionari di un’amministrazione USA “più amichevole” convincano la loro controparte palestinese ad accettare come primi passi un ritorno dei finanziamenti USA all’ANP o all’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, insieme alla riapertura della missione dell’OLP a Washington, e a lasciar perdere altre richieste.

Dopodiché sarà solo questione di tempo prima che i palestinesi possano celebrare un’altra “vittoria” diplomatica: il ritorno alla situazione precedente a Trump.

Ovviamente ciò ha dato davvero buoni risultati ai palestinesi.

In mancanza di un cambiamento radicale di strategia da parte della dirigenza dell’OLP, stiamo per assistere di nuovo allo stesso disastroso processo di pace.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele procede con una nuova colonia a Gerusalemme prima della presidenza Biden

15 novembre 2020 MiddleEastEye and agencies

Voci critiche segnalano che le autorità stanno deliberatamente pubblicando bandi per costruire a Givat Hamatos prima che Trump lasci la Casa Bianca

Israele è andato avanti con il progetto di costruzione di una nuova colonia nella Gerusalemme est occupata, ha affermato domenica un gruppo di monitoraggio, avvertendo che questi sforzi sono stati incrementati prima che il presidente Donald Trump lasci la Casa Bianca a gennaio. 

L’amministrazione Trump ha infranto una prassi decennale bipartisan non opponendosi all’attività coloniale israeliana a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate. Il presidente eletto Joe Biden ha affermato che la sua amministrazione ripristinerà la politica USA di opposizione alle colonie, che sono illegali in base al diritto internazionale e che molti governi considerano un ostacolo alla pace.

Nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump ha rotto con la comunità internazionale ed ha riconosciuto l’intera città di Gerusalemme come capitale di Israele. Nel novembre 2019 ha affermato che non avrebbe più considerato le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come una violazione del diritto internazionale, ancora una volta andando contro l’ampio consenso diplomatico. 

L’attuale Segretario di Stato Mike Pompeo visiterà nei prossimi giorni una colonia israeliana illegale nella Cisgiordania palestinese e sulle Alture del Golan siriane, compiendo la prima visita di un segretario di Stato USA nelle zone occupate palestinesi e siriane. In particolare si recherà a Psagot Winery, che a febbraio ha intitolato un vino in suo onore.

L’ultima iniziativa ha visto l’Autorità Israeliana per la Terra emettere bandi di costruzione a Givat Hamatos, un’area attualmente disabitata di Gerusalemme est, vicina al quartiere a maggioranza palestinese di Beit Safafa.

A febbraio il Primo Ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato l’approvazione di 3.000 abitazioni nell’area.

Ha detto che 2.000 sarebbero state destinate ad ebrei e 1.000 a residenti palestinesi di Beit Safafa.

La settimana scorsa l’Autorità (israeliana) per la Terra ha emesso bandi per la costruzione di oltre 1,200 unità per la maggior parte residenziali a Givat Hamatos.

Ir Amim, un’organizzazione israeliana della società civile che monitora le colonie a Gerusalemme e che domenica ha richiamato l’attenzione sui bandi ha avvertito che i prossimi due mesi che precedono il cambio a Washington DC “saranno un periodo critico”.

Pensiamo che Israele cercherà di sfruttare questo tempo per portare avanti dei passi che l’amministrazione entrante potrebbe ostacolare”, ha affermato in una dichiarazione, sottolineando che la scadenza del bando sarà il 18 gennaio 2021, due giorni prima dell’insediamento di Biden.

Ir Amim ha ribadito la preoccupazione che la costruzione di una colonia a Givat Hamatos sarebbe un colpo devastante ad una possibile risoluzione dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi, in quanto isolerebbe Gerusalemme est dalla città cisgiordana di Betlemme, interrompendo la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale nel contesto di una soluzione di due Stati.

Se realizzata, Givat Hamatos diventerebbe la prima nuova colonia a Gerusalemme est in 20 anni”, ha detto l’organizzazione in una dichiarazione.

Nabil Abu Rudeina, un portavoce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas, ha detto che i bandi per Givat Hamatos rappresentano un tentativo di Israele “di uccidere la soluzione di due Stati sostenuta a livello internazionale”.

I critici della soluzione dei due Stati sostengono che non sia più percorribile a causa della continua colonizzazione israeliana, che vede circa 400.000 coloni che vivono in Cisgiordania sotto la legge israeliana che utilizza sistemi educativi e di trasporto separati, in ciò che esperti giuridici sostengono configuri una politica di apartheid.

I bandi per Gerusalemme est fanno seguito all’approvazione, la settimana scorsa, di 96 nuove abitazioni per coloni a Gerusalemme est nel quartiere di Ramat Shlomo.

L’approvazione di costruzioni di colonie a Ramat Shlomo nel 2010 aveva provocato un grave contrasto tra Netanyahu e l’ex presidente USA Barack Obama e l’allora vicepresidente Biden.

Israele ha preso il controllo di Gerusalemme est nel corso della guerra dei sei giorni del 1967, prima di annetterla con una mossa non riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ANP deve chiarire il proprio concetto di ‘negoziati’ nella Palestina abbandonata

Ramona Wadi

14 novembre 2020, Palestine Chronicle

L’ “accordo del secolo” promosso dagli USA potrebbe essere accantonato quando a gennaio si insedierà il presidente eletto Joe Biden, ma le sue ripercussioni non saranno necessariamente una maledizione per l’amministrazione entrante. Proprio come il presidente uscente Donald Trump ha utilizzato decenni di politica estera internazionale e USA per fare una serie di concessioni a Israele, lo stesso succederà quando Biden riporterà gli USA all’ovile del consenso per la soluzione dei due Stati.

Trump ha lasciato in eredità al popolo palestinese un disastro che la comunità internazionale ha allegramente ignorato, limitandosi a mettere in ridicolo la sua inadeguatezza.

Prevedibilmente, l’Autorità Nazionale Palestinese è finita dritta dentro la trappola: ha rifiutato — giustamente — di negoziare con gli USA, ma ha erroneamente rappresentato una comunità internazionale, nel suo complesso, alleata. Gli accordi di normalizzazione fra Israele e i Paesi arabi, mediati dagli USA e approvati da parecchi leader, hanno messo a nudo la farsa del “supporto” internazionale alla Palestina.

Gli USA hanno preso una via diretta che ha ribaltato decenni di diplomazia basata sulla soluzione dei due Stati, in base alla propria agenda e hanno portato l’oggetto delle trattative a un nuovo livello. Che l’ANP lo ammetta o no, il panorama politico è cambiato e la “soluzione” dei due Stati è ora offuscata dagli intrighi USA-Israele sotto Trump.

Il portavoce Nabil Abu Rudeineh ha dimostrato che l’ANP non sembra rendersene conto. “I leader palestinesi sono pronti a ritornare ai negoziati [con Israele], o basandosi sulla legittimità internazionale o ripartendo dal punto dove si erano bloccati o puntando al rispetto israeliano di tutti gli accordi firmati,” ha dichiarato. A parte il fatto che Israele non ha interesse a impegnarsi in alcun accordo, firmato o no, Abu Rudeineh sta dimenticando quello che è successo nel frattempo, dalle trattative interrotte ai piani di annessione rimandati, ma non cancellati, che hanno fatto seguito alla normalizzazione.

L’ANP ovvierà a questa discrepanza? O sta aspettando un ritorno agli accordi mediati dagli USA travestiti dal compromesso dei due Stati, senza essere ritenuta responsabile per aver ignorato i cambiamenti della Palestina sotto Trump e per i suoi regali a Israele?

La soluzione dei due Stati è morta e sepolta e tutti lo sanno. Israele è arrivato allo stadio dell’annessione con scarsa opposizione internazionale e quindi l’ANP deve spiegare qual è la sua idea di negoziato, dalla sua attuale posizione senza speranza nella Palestina abbandonata e frammentata che la comunità internazionale ha contribuito a creare.

Gli accordi di normalizzazione sono stati ben accolti dal resto del mondo; dopo tutto Trump ha usato una forma di diplomazia che l’Onu ha perfezionato fin dal riconoscimento dello Stato di Israele. Fin dal suo insediamento, la comunità internazionale non ha fatto nulla per opporsi alle politiche USA che hanno accelerato la colonizzazione della Palestina da parte di Israele.

Il mondo ha osservato, criticato e condannato, assecondando l’ANP e Mahmoud Abbas con conferenze di pace internazionali e risoluzioni che non hanno portato a nulla. Il motivo dell’accondiscendenza dell’Onu è che gli USA non hanno mai operato in opposizione ai piani della comunità internazionale per la Palestina.

La soluzione dei due Stati è un eufemismo per coprire decenni di attesa, diligentemente praticata dall’ANP, e mantenere l’illusione di legittimità, finanziata dalla comunità internazionale. Forse l’ANP dovrebbe chiarire se, con il termine “negoziati, si riferisce a un altro periodo di umiliazioni per poi ricevere poche briciole gettate dalla comunità internazionale. Con Washington ora riaccolta nel consesso internazionale dopo la missione compiuta a favore di Israele per conto dell’Onu, la Palestina si trova sull’orlo del precipizio.

Ramona Wadi è una cronista per il Middle East Monitor dove originalmente ha pubblicato questo articolo, con cui ora contribuisce al Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Militari israeliani uccidono ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese e sparano a un insegnante

Tamara Nassar

9 novembre 2020 – The Electronic Intifada

Domenica scorsa le forze di occupazione israeliane hanno sparato ad un palestinese all’ingresso del campo profughi di al-Fawwar, vicino alla città di Hebron in Cisgiordania.

L’esercito israeliano ha affermato che quando hanno aperto il fuoco Ali Suleiman Amro, 40 anni, stava tentando di aggredirli con un coltello.

Come in molti casi precedenti di uccisione di un presunto aggressore palestinese, nel corso dell’accaduto nessun soldato israeliano è rimasto ferito.

L’esercito ha dichiarato che Amro è stato ricoverato in ospedale, ma i media israeliani hanno riferito che le sue condizioni erano ignote.

Dei testimoni palestinesi hanno filmato la sparatoria dal loro veicolo.

È possibile scorgere Amro mentre viene circondato da almeno tre soldati quando si sentono due colpi di arma da fuoco.

I media palestinesi hanno riferito che Amro era un insegnante di una scuola superiore nella città di Dura, vicino a Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Questo è il secondo episodio nel corso di questo mese in cui i soldati israeliani sparano a dei palestinesi asserendo di essere stati attaccati.

Il precedente è stato fatale.

Ucciso un capitano dell’Autorità Nazionale Palestinese

Mercoledì scorso dei militari israeliani hanno sparato e ucciso un uomo palestinese vicino al posto di blocco militare di Huwwara, principale punto di transito in entrata e in uscita della città di Nablus, in Cisgiordania.

L’uomo è stato identificato come Bilal Adnan Rawajba, 29 anni. Era un consulente legale con il grado di capitano delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

L’esercito israeliano ha affermato che Rawajba aveva aperto il fuoco contro i militari israeliani “mentre usciva dalla città“.

L’esercito ha affermato che i soldati lo hanno “neutralizzato”.

La famiglia di Rawajba avrebbe sostenuto che egli si stava recando per lavoro nella città di Tubas, nel nord della Cisgiordania.

Dei palestinesi in un veicolo vicino hanno filmato la sparatoria. Il video diffuso sui social media mostra un soldato israeliano che spara più volte contro l’auto di Rawajba a distanza ravvicinata.

I filmati di sorveglianza diffusi dai media locali mostrano un’auto bianca che si avvicina ad una postazione militare dove si trovano due soldati. I soldati inizialmente correndo si allontanano  dal veicolo.

Da una barriera di cemento sembra levarsi della polvere, probabilmente originata da un colpo di arma da fuoco. In nessuno dei due video è visibile Rawajba o qualsiasi arma potesse avere con sé.

I media locali hanno anche diffuso un’immagine grafica che mostra Rawajba ucciso all’interno della sua auto.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito durante il fatto.

“Coordinamento della sicurezza”

Mercoledì l’Organizzazione per la liberazione della Palestina in un tweet ha ritenuto Israele “pienamente responsabile” di quella che ha definito “l’esecuzione extragiudiziale” di Rawajba.

L’OLP ha anche accusato Israele di “aver impedito agli equipaggi delle ambulanze di raggiungerlo, lasciandolo morire dissanguato”.

“Chiediamo alla Corte Penale Internazionale di accelerare le sue indagini”, ha aggiunto.

A maggio l’Autorità Nazionale Palestinese ha sospeso il suo coordinamento “civile” e relativo alla “sicurezza” con Israele per protestare contro i piani israeliani di annettere vaste aree della Cisgiordania occupata.

Ciò si è ripercosso sui pazienti palestinesi che richiedono cure mediche fuori Gaza, i quali si affidano al coordinamento dell’ANP con l’esercito israeliano per ottenere i permessi.

L’ Autorità Nazionale Palestinese ha anche rifiutato di accettare le entrate fiscali che Israele raccoglie dai palestinesi per conto della stessa ANP. Ciò per protestare contro la sottrazione da parte di Israele del denaro pari agli importi che l’ANP versa alle famiglie dei prigionieri palestinesi.

Questo ha danneggiato i funzionari dell’ANP come Rawajba, che a causa della controversia ricevono solo metà dei loro stipendi.

Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz [quotidiano israeliano di orientamento progressista, ndtr.] ha affermato che la sospensione del coordinamento ha “danneggiato l’apparato di sicurezza palestinese più di quanto abbia fatto leva su Israele”.

La resistenza palestinese e le fazioni politiche Hamas e Jihad islamica hanno entrambe condannato l’uccisione di Rawajba.

Il partito politico di sinistra Fronte popolare per la liberazione della Palestina ha definito l’uccisione di Rawajba all’interno della sua auto “un altro crimine di guerra sionista da aggiungere all’elenco dei crimini contro il nostro popolo”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cancellando i palestinesi, le reti sociali diffondono un segnale inquietante per il nostro avvenire

Jonathan Cook

sabato 7 novembre 2020 – Middle East Eye

Facebook, Google e Twitter non sono piattaforme neutrali. Controllano lo spazio pubblico informatico per aiutare i potenti e possono cancellare da un giorno all’altro chiunque di noi

Si può percepire un crescente malessere nei confronti dell’impatto nefasto che possono avere sulle nostre vite le decisioni prese dalle imprese che guidano le reti sociali. Benché godano di un monopolio effettivo sullo spazio pubblico virtuale, queste piattaforme sfuggono da molto tempo ad ogni serio controllo e ad ogni responsabilità.

In un nuovo documentario Netflix, The Social Dilemma [Il dilemma del social], ex-dirigenti della Silicon Valley mettono in guardia contro un avvenire distopico. Google, Facebook e Twitter hanno raccolto una grande quantità di dati che ci riguardano per prevedere e manipolare meglio i nostri desideri. I loro prodotti riformulano progressivamente le connessioni dei nostri cervelli per renderci dipendenti dagli schermi e più docili alle pubblicità. Poiché siamo chiusi dentro camere digitali di risonanza ideologica, ne conseguono una polarizzazione e una confusione sociale e politica sempre maggiori.

Come a sottolineare la presa sempre più forte che queste società tecnologiche esercitano sulle nostre vite, il mese scorso Facebook e Twitter hanno deciso di interferire apertamente sulle elezioni presidenziali americane più esplosive a memoria d’uomo censurando un articolo che avrebbe potuto nuocere alle prospettive elettorali di Joe Biden, lo sfidante democratico del presidente uscente Donald Trump.

Dato che quasi la metà degli americani si informa principalmente su Facebook, le conseguenze di una simile decisione sulla nostra vita politica non sono difficili da interpretare. Scartando ogni dibattito sulle presunte pratiche di corruzione e traffico di influenze da parte del figlio di Joe Biden, Hunter, in nome di suo padre, queste reti sociali hanno giocato un ruolo di arbitro autoritario decidendo quello che siamo autorizzati a dire e a sapere.

Il “guardiano di un monopolio” 

Il pubblico occidentale si sveglia molto in ritardo di fronte al potere antidemocratico che le reti sociali esercitano su di lui. Ma se vogliamo capire dove alla fine questo ci porta, non c’è uno studio di caso migliore del trattamento molto differenziato riservato dai giganti tecnologici agli israeliani e ai palestinesi.

Il modo in cui i palestinesi sono in rete serve da avvertimento, perché sarebbe in effetti insensato considerare queste imprese mondiali come piattaforme politicamente neutrali e le loro decisioni come puramente commerciali. Sarebbe come interpretare il loro ruolo in modo doppiamente sbagliato.

Di fatto le compagnie che guidano le reti sociali sono oggi delle reti di comunicazione monopolistiche, alla stregua delle reti elettriche, idriche o telefoniche di una ventina di anni fa. Le loro decisioni non sono quindi più delle questioni private, ma hanno enormi conseguenze sociali, economiche e politiche. È in parte la ragione per la quale il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha recentemente avviato un’azione legale contro Google, accusandolo di essere il “guardiano di un monopolio su internet”.

Google, Facebook e Twitter non hanno più diritto di decidere arbitrariamente le persone e i contenuti che ospitano sui loro siti di quanto una volta le imprese di telecomunicazioni avessero il diritto di decidere se un cliente doveva essere autorizzato a disporre di una linea telefonica.

Tuttavia, contrariamente alle compagnie telefoniche, le società alla testa delle reti sociali controllano non solo i mezzi di comunicazione, ma anche il loro contenuto. Come dimostra l’esempio dell’articolo su Hunter Biden, possono decidere se i loro clienti possono partecipare a delle discussioni pubbliche fondamentali su quelli che li governano.

Agendo in questo modo nei confronti di Hunter Biden, è come se un’azienda telefonica di una volta non solo ascoltasse le conversazioni, ma potesse anche interromperle se non le piacesse la posizione politica di un determinato cliente.

In realtà è persino peggio. Le reti sociali informano ormai gran parte della popolazione. La censura di un articolo da parte loro è simile piuttosto all’azione di una compagnia elettrica che tolga la corrente a tutti durante una trasmissione televisiva per essere sicura che nessuno la veda.

Una censura occulta

I giganti della tecnologia sono le imprese più ricche e potenti nella storia dell’umanità, la loro ricchezza si misura in centinaia, ormai migliaia, di miliardi di dollari. Ma l’argomento secondo cui sono apolitiche e hanno come solo scopo massimizzare i profitti non ha mai retto.

Hanno tutto l’interesse a promuovere responsabili politici che si schierino dalla loro parte impegnandosi a non infrangere il loro monopolio né a regolamentare le loro attività, o, meglio ancora, promettendo di indebolire gli strumenti che potrebbero impedire loro di diventare ancora più ricche e potenti.

Al contrario, i giganti della tecnologia hanno anche tutto l’interesse ad utilizzare lo spazio informatico per penalizzare e marginalizzare gli attivisti politici che rivendicano una maggiore regolamentazione delle loro attività o del mercato in generale.

A prescindere dalla spudorata eliminazione dell’articolo su Hunter Biden, che ha suscitato la collera dell’amministrazione Trump, le società alla testa delle reti sociali censurano più spesso in modo occulto. Questo potere è esercitato per mezzo di algoritmi, questi codici segreti che decidono se qualcosa o qualcuno compare nei risultati di una ricerca o sulle reti sociali. Se lo desiderano, questi titani tecnologici possono cancellare chiunque di noi da un giorno all’altro.

Non è solo paranoia politica. L’impatto sproporzionato dei cambiamenti di algoritmo sui siti “di sinistra” sul web, i più critici verso il sistema neoliberale che ha arricchito le imprese che guidano le reti sociali, è stato recentemente sottolineato dal Wall Street Journal [quotidiano USA più venduto e che si occupa principalmente di economia, ndtr.].

Il tipo sbagliato di discorso

I responsabili politici capiscono sempre di più il potere delle reti sociali, ragione per cui possono sfruttarlo al meglio per i propri fini. Dopo lo choc della vittoria elettorale di Trump alla fine del 2016, negli Stati Uniti e nel Regno Unito i dirigenti di Facebook, Google e Twitter sono stati regolarmente portati davanti a commissioni parlamentari di sorveglianza.

Queste reti sociali si vedono regolarmente rimproverare dai responsabili politici di essere all’origine di una crisi di “notizie false”, una crisi in realtà molto precedente alle reti sociali, come testimonia anche troppo chiaramente la truffa da parte dei responsabili politici americani e britannici che ha messo Saddam Hussein in relazione con l’11 settembre ed affermato che l’Iraq possedeva “armi di distruzione di massa”.

I responsabili politici hanno allo stesso modo cominciato ad accusare le società di internet di “ingerenza straniera” nelle elezioni in Occidente, rimproveri in genere rivolti alla Russia, nonostante la mancanza di prove serie che confermino la maggior parte delle loro affermazioni.

Pressioni politiche vengono esercitate non per rendere le imprese più trasparenti e responsabili, ma per spingerle ad applicare in modo ancora più assiduo restrizioni contro i discorsi sbagliati, che si tratti di razzisti violenti a destra o di detrattori del capitalismo e delle politiche dei governi occidentali a sinistra.

È per questo che diventa sempre più vuota l’immagine originale delle reti sociali come luoghi neutrali di condivisione delle informazioni, come strumenti che permettono di diffondere il dibattito pubblico e incrementare l’impegno civico, o ancora di sviluppare un discorso orizzontale tra ricchi e potenti da una parte e deboli ed emarginati dall’altra.

Diritti informatici differenti

È in Israele che i rapporti tra il settore delle tecnologie e i responsabili statali sono più evidenti. Ciò ha determinato una notevole differenza nel trattamento riservato ai diritti informatici degli israeliani e dei palestinesi. La sorte dei palestinesi in rete lascia presagire un futuro in cui quelli che sono già potenti eserciteranno un controllo sempre maggiore su ciò che dobbiamo sapere e siamo autorizzati a pensare, su chi può continuare ad essere visibile e chi deve essere cancellato dalla vita pubblica.

Israele era già in buona posizione nell’utilizzo delle reti sociali prima che la maggioranza degli altri Stati avesse riconosciuto la loro importanza in materia di manipolazione degli atteggiamenti e delle percezioni della gente. Per decenni Israele ha subappaltato un programma ufficiale di hasbara, o propaganda di Stato, ai propri cittadini e ai propri sostenitori all’estero. Con l’apparizione di nuove piattaforme informatiche, questi sostenitori non vedevano l’ora di espandere il proprio ruolo.

Israele ne poteva trarre un altro beneficio. Dopo l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme e di Gaza nel 1967, ha iniziato ad elaborare un discorso sulla vittimizzazione dello Stato, ridefinendo l’antisemitismo per far intendere che ormai questo male affliggesse in particolare la sinistra, e non la destra. Questo “nuovo antisemitismo” non prendeva di mira gli ebrei ma riguardava piuttosto le critiche nei confronti di Israele e il sostegno a favore dei diritti dei palestinesi.

Questo discorso molto discutibile si è dimostrato facile da sintetizzare in piccole frasi adatte alle reti sociali.

Israele definisce ancora correntemente “terrorismo” qualunque resistenza palestinese alla sua violenta occupazione o alle sue colonie illegali, descrivendo le dimostrazioni di sostegno da parte di altri palestinesi come “incitamento all’odio”. La solidarietà internazionale nei confronti dei palestinesi è definita “delegittimazione” ed equiparata all’antisemitismo.

Inondare internet”

Già nel 2008 si è scoperto che una lobby mediatica filo-israeliana, Camera, architettava iniziative segrete da parte di sostenitori di Israele per infiltrarsi nell’enciclopedia in rete Wikipedia per modificare delle voci e “riscrivere la storia” da un punto di vista favorevole a Israele. Poco dopo l’uomo politico Naftali Bennett [estrema destra dei coloni, ndtr.] ha contribuito a organizzare corsi di “revisione sionista” di Wikipedia.

Nel 2011 l’esercito israeliano ha dichiarato che le reti sociali costituiscono un nuovo “campo di battaglia” e ha incaricato dei “cyber-guerrieri” di condurre la battaglia in rete. Nel 2015 il ministero degli Affari Esteri israeliano ha organizzato un centro di comando supplementare per reclutare giovani ex-soldati ed esperti tecnologici all’interno dell’Unità 8200, unità di sorveglianza informatica dell’esercito, per condurre la battaglia in rete. Molti di loro hanno in seguito creato imprese di tecnologia avanzata, per cui informatici dello spionaggio hanno fatto parte integrante del funzionamento delle reti sociali.

Act.IL, un’applicazione lanciata nel 2017, ha permesso di mobilitare i sostenitori di Israele perché si “annidassero” in siti che ospitavano critiche verso Israele o sostegno per i palestinesi. Sostenuta dal ministero degli Affari Strategici di Israele, questa iniziativa era diretta da veterani dei servizi di informazione israeliani.

Secondo Forward, rivista ebrea americana, i servizi di informazione israeliani sono in stretto rapporto con Act.IL e chiedono aiuto per ottenere che le reti sociali ritirino alcuni contenuti, in particolare dei video. “Il suo lavoro offre finora un quadro impressionante del modo in cui potrebbero plasmare delle conversazioni in rete riguardo ad Israele senza mai farsi vedere”, ha osservato Forward poco tempo dopo l’implementazione dell’applicazione. Sima Vaknin-Gil, un’ex- censore dell’esercito israeliano che all’epoca era di stanza al ministero degli Affari Strategici di Israele, ha dichiarato che l’obiettivo era di “creare una comunità di combattenti” la cui missione consisteva nell’ “inondare internet” di propaganda israeliana.

Alleati volenterosi

Grazie a vantaggi in termini di effettivi e di zelo ideologico, di esperienza tecnologica e di propaganda, di influenze nelle alte sfere a Washington e nella Silicon Valley, Israele ha rapidamente potuto trasformare le reti sociali in alleati volonterosi nella sua lotta per emarginare i palestinesi in rete.

Nel 2016 il ministero della Giustizia israeliano si vantava che Facebook, Google e YouTube “si adeguano per il 95% alle richieste israeliane di eliminazione di contenuti,” questi ultimi provenienti quasi tutti da palestinesi. Le società che dirigono le reti sociali non hanno confermato questo dato.

L’Anti-Difamation League, un’associazione della lobby filo-israeliana che è solita calunniare le organizzazioni palestinesi e i gruppi ebraici critici con Israele, nel 2017 ha creato un “centro di comando” nella Silicon Valley per sorvegliare quelli che definisce “discorsi di odio in rete”. Lo stesso anno la lobby è diventata un “Trusted Flagger ” [lett. fidato segnalatore, persona o ente di cui una rete sociale accoglie le indicazioni, ndtr.] per YouTube, cosa che significa che le sue segnalazioni su contenuti da ritirare sono diventate prioritarie.

Durante una conferenza organizzata a Ramallah nel 2018 da 7amleh, un gruppo palestinese di difesa dei diritti in rete, i rappresentanti locali di Google e Facebook non hanno affatto nascosto le rispettive priorità. Per loro era importante evitare di contrariare i governi che hanno il potere di limitare le loro attività commerciali, anche se questi governi si dedicano a sistematiche violazioni del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo. In questa battaglia l’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun peso. Israele ha messo le mani sulle infrastrutture della comunicazione e internet dei palestinesi, ne controlla l’economia e le principali risorse.

Dal 2016 il ministero della Giustizia israeliano avrebbe eliminato decine di migliaia di post da parte di palestinesi. Attraverso un processo assolutamente oscuro, Israele individua con i propri algoritmi i contenuti che ritiene “estremisti” e poi ne chiede la cancellazione. Centinaia di palestinesi sono stati arrestati da Israele dopo che avevano pubblicato commenti sulle reti sociali, con la conseguenza di limitare l’attività in rete.

Alla fine dello scorso anno Human Rights Watch [nota Ong britannica che si occupa di diritti umani, ndtr.] ha informato che Israele e Facebook spesso non fanno alcuna differenza tra critiche legittime a Israele e istigazione all’odio. Al contrario, mentre Israele svolta sempre più a destra, il governo Netanyahu e le reti sociali non hanno bloccato l’ondata di messaggi in ebraico che incitano all’odio e alla violenza contro i palestinesi. Come ha rilevato 7anleh, contenuti razzisti o che incitano alla violenza contro i palestinesi sono pubblicati da israeliani quasi ogni minuto.

Account di agenzie di stampa chiusi

Oltre a cancellare decine di migliaia di post di palestinesi, Israele ha convinto Facebook a ritirare gli account delle agenzie di stampa e di giornalisti palestinesi di spicco.

Nel 2018 l’opinione pubblica palestinese si è talmente indignata che, con l’hashtag #FBcensorsPalestine, è stata lanciata una campagna di proteste in rete e di appelli al boicottaggio di Facebook.

Nello stesso modo negli Stati Uniti e in Europa è stato preso di mira l’attivismo solidale con i palestinesi. Le pubblicità di film, come i film stessi, sono stati ritirati ed eliminati dai siti web.

In settembre Zoom, un sito di videoconferenze che ha conosciuto un boom durante la pandemia di COVID-19, si è unito a YouTube e Facebook per censurare un webinar organizzato dall’università statale di San Francisco con la partecipazione di Leila Khaled, icona del movimento della resistenza palestinese, che oggi ha 76 anni.

A fine ottobre Zoom ha bloccato una seconda apparizione prevista di Khaled, questa volta in un webinar dell’università delle Hawaii e dedicato alla censura, come una serie di altri eventi organizzati negli Stati Uniti per protestare contro la sua cancellazione da parte del sito. Con un comunicato pubblicato riguardo alla giornata di lotta, i campus “si sono uniti alla campagna per resistere al soffocamento dei discorsi e delle voci palestinesi nelle imprese e nelle università.”

Questa decisione, che costituisce un attacco flagrante alla libertà accademica, sarebbe stata presa in seguito a forti pressioni esercitate sulle reti sociali dal governo israeliano e da gruppi di pressione antipalestinesi, che hanno giudicato “antisemita” il webinar.

Villaggi cancellati dalla mappa

Il livello in cui la discriminazione dei giganti tecnologici contro i palestinesi è strutturale e radicato è stato messo in evidenza dalla lotta condotta da molti anni dagli attivisti per includere i villaggi palestinesi nelle mappe in rete e sui GPS, ma anche per attribuire ai territori palestinesi il nome di “Palestina”, in base al riconoscimento della Palestina da parte delle Nazioni Unite.

Questa campagna segna notevolmente il passo, anche se più di un milione di persone ha firmato una petizione di protesta. Sia Google che Apple resistono strenuamente a queste richieste: centinaia di villaggi palestinesi non compaiono sulle loro mappe della Cisgiordania occupata, mentre le illegali colonie israeliane sono identificate nel dettaglio e viene loro accordato lo stesso status delle comunità palestinesi che vi si trovano.

I territori palestinesi occupati sono indicati sotto il nome di “Israele”, mentre Gerusalemme est viene presentata come la capitale unificata e indiscussa di Israele, come esso pretende, cosa che rende invisibile l’occupazione della parte palestinese della città.

Queste decisioni sono tutt’altro che neutrali sul piano politico. Da molto tempo i governi israeliani perseguono un’ideologia del “Grande Israele” che esige di cacciare i palestinesi dalle loro terre. Questo programma di spoliazione, inteso ad annettere intere parti della Cisgiordania, quest’anno è stato formalizzato dai progetti sostenuti dall’amministrazione Trump.

Nei fatti Google ed Apple sono conniventi con questa politica, contribuendo a cancellare la presenza visibile dei palestinesi nella loro patria. Come di recente hanno evidenziato George Zeidan ed Haya Haddad, due accademici palestinesi, “quando Google ed Apple cancellano dei villaggi palestinesi dal loro sistema di navigazione identificando in evidenza le colonie, si rendono complici del discorso nazionalista israeliano.”

Rapporti usciti dall’ombra

I rapporti sempre più stretti tra Israele e le imprese delle reti sociali si giocano in gran parte dietro le quinte. Ma questi legami sono usciti dall’ombra in modo decisivo lo scorso maggio, quando Facebook ha annunciato che il suo nuovo organo di vigilanza include Emi Palmor, una degli architetti della politica repressiva in rete condotta da Israele contro i palestinesi.

Questo organo di vigilanza prenderà decisioni che faranno giurisprudenza e contribuiranno a forgiare le politiche di Facebook e di Instagram in tema di censura e di libertà d’espressione. Ma in quanto ex-direttrice generale del ministero della Giustizia [israeliano], Emi Palmor non ha dimostrato alcun impegno in favore della libertà d’espressione in rete.

Al contrario: ha lavorato mano nella mano con i giganti della tecnología per censurare i post dei palestinesi e chiudere i siti d’informazione palestinesi. Ha supervisionato la trasformazione del suo dipartimento in quello che l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo Adalah ha paragonato al “ministero della Verità” orwelliano.

Le imprese tecnologiche sono ormai arbitre non dichiarate della nostra libertà d’espressione, motivate dal profitto. Non si impegnano a favore di un dibattito pubblico aperto e vivace, di una trasparenza in rete o di una maggiore partecipazione civica. Il loro unico impegno consiste nel mantenere un contesto commerciale che permetta loro di evitare che le norme decise dai principali governi danneggino il loro diritto a guadagnare dei soldi.

La nomina di Palmor evidenzia perfettamente il rapporto inficiato dalla corruzione tra il governo e le reti sociali. I palestinesi sanno benissimo come sia facile per l’industria tecnologica attenuare e far sparire le voci dei deboli e degli oppressi amplificando nel contempo quelle dei potenti.

Molti di noi potrebbero presto conoscere in rete la stessa sorte dei palestinesi.

– Jonathan Cook è un giornalista inglese che vive a Nazareth dal 2001. Ha scritto tre opere sul conflitto israelo-palestinese ed ha ottenuto il premio speciale del giornalismo Martha Gellhorn.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele infligge ai minori palestinesi violenze fisiche e psicologiche

Anjuman Rahman

29 ottobre 2020 – Middle East Monitor

Israele è l’unico Paese al mondo che processa regolarmente dei minori in tribunali militari, che non garantiscono minimamente un processo equo

Hanno sfondato la porta d’ingresso, sono entrati nella mia stanza, mi hanno coperto la faccia con un sacco e mi hanno portato via,” spiega Abdullah. “Hanno detto a mio padre che sarei ritornato il giorno dopo.” Ma non è tornato dalla sua famiglia fino all’anno seguente ed è stato arrestato altre sei volte.

Questo non è insolito nella Palestina occupata, dove i minori prigionieri sono una parte rilevante della narrazione palestinese. Ogni anno centinaia di minori, alcuni di 12 anni, sono detenuti e processati nel sistema giudiziario militare.

L’accusa più comune è il lancio di pietre, che l’esercito israeliano considera un “attacco alla sicurezza”. Chi è giudicato colpevole può subire fino a 20 anni di carcere, a seconda dell’età del minore.

Israele è l’unico Paese al mondo che processa abitualmente i minori in tribunali militari, che non garantiscono minimamente un processo equo. Inoltre i minori palestinesi detenuti da Israele subiscono violenze e torture sistematiche, che sono state legittimate dal potere giudiziario e dal governo.

La terribile situazione di questi ragazzi è ben documentata. La portata del problema è stata delineata dall’ONG Save the Children [associazione internazionale che si occupa di bambini e adolescenti in tutto il mondo, con sede a Londra, ndtr.] in un nuovo rapporto.

Attualmente ci sono almeno 200 minori palestinesi detenuti nelle carceri israeliane di Ofer, Damon e Megiddo. Ci sono anche minori disabili e con problemi di salute mentale. Damon e Megiddo sono sovraffollate e i minori prigionieri sono tenuti a stretto contatto tra loro in condizioni di squallore e mancanza di igiene. C’è scarsa attenzione all’aspetto sanitario.

Gli attivisti dicono che le conclusioni di Save the Children dimostrano che i minori in custodia sono trattati peggio degli animali e descrivono il loro trattamento come “spaventoso”, avvertendo che “i minori vengono torturati”. La realtà è che se degli animali fossero trattati così scoppierebbe uno scandalo nazionale e persino internazionale.

Anche le ragazze detenute subiscono un trattamento terribile. Interviste condotte da Save the Children con ex detenute rivelano che le ragazze hanno riferito di essere state arrestate prevalentemente ai posti di blocco, mentre la maggioranza dei ragazzi sono stati arrestati a casa loro. È normale per i giovani palestinesi essere presi di mira quando si trovano vicino alle colonie illegali israeliane.

Mentre la maggior parte delle punizioni sono perpetrate all’interno delle prigioni israeliane, il rapporto documenta anche che più della metà dei minori intervistati ha affermato che le violenze normalmente iniziano prima di una qualunque indagine, nel corso della quale vengono umiliati e torturati ancor di più. Nelle testimonianze raccolte dalla ONG i ragazzi hanno riferito l’uso di manette e bende per gli occhi e di violenze fisiche e verbali durante il loro arresto e trasferimento [in carcere]. Inoltre molti sono stati arrestati di notte e non gli è stato permesso di dormire prima dell’interrogatorio.

Issa* aveva 15 anni quando è stato arrestato. “Mentre venivo interrogato”, ha spiegato, “mi urlavano contro e hanno messo un fucile sul tavolo di fronte a me per spaventarmi. Hanno detto parole brutte, brutte. Non voglio pensare a quelle parole. La prigione era un posto orribile. Mettevano la sveglia a mezzanotte, alle 3 e alle 6 del mattino in modo che non potessimo mai dormire a lungo. Se non eri sveglio in quei momenti ti picchiavano. Io sono stato picchiato alcune volte con bastoni di legno. Ho ancora adesso male alla schiena a causa di un pestaggio particolarmente duro.”

Un’altra vittima è stata arrestata quando aveva 14 anni. La testimonianza di Fatima racconta come è stata aggredita dalle forze di sicurezza israeliane quando è stata arrestata ad un checkpoint militare mentre stava andando a scuola. “Hanno perquisito la mia borsa e mi hanno parlato in ebraico, una lingua che io non capisco. Mi hanno ammanettata, gettata a terra e presa a calci nella schiena.”

Quelli che non hanno avuto danni fisici permanenti sono spesso feriti psicologicamente. Quasi la metà dei minori intervistati concorda di non riuscire a tornare pienamente ad una vita normale. L’85% ha detto di essere cambiato a causa delle esperienze vissute. L’impatto della detenzione viene avvertito soprattutto quando cercano di tornare alla vita normale con i familiari.

Questi minori vulnerabili sono palesemente stressati e spezzati. Non si tratta solo del trauma per quello che gli è successo in prigione, ma anche di ciò che hanno dovuto subire prima di essere incarcerati. La brutale occupazione israeliana della Cisgiordania, l’assedio della Striscia di Gaza e la sistematica negazione dei legittimi diritti dei palestinesi hanno provocato una grave crisi molto complessa, che ha compromesso la salute psichica e fisica del popolo palestinese. I problemi emotivi sono molto diffusi.

Inoltre dal momento del loro arresto – che avviene spesso in piena notte – fino al processo in tribunale, i minori subiscono molte violazioni dei diritti, incluse violenze fisiche e verbali, coercizione e negazione della presenza di genitori o avvocati durante il loro interrogatorio. In più, quando infine vengono scarcerati, l’occupazione israeliana continua a costituire una parte brutale e costante della loro vita.

Le violazioni dei diritti umani e le dure condizioni di detenzione hanno significative conseguenze psicologiche sui minori e sulle loro famiglie. Il disordine da stress post-traumatico è frequente. “Come persona, io sono cambiato”, dice Mahmoud, arrestato quando aveva 17 anni. “La mia rabbia è aumentata e non riesco a sopportare niente.”

Minori ex detenuti riferiscono di non riuscire a fidarsi di nessuno né a costruire rapporti significativi nella “vita dopo il carcere”. Infatti mostrano scarsa attitudine relazionale e tendono ad isolarsi dal mondo esterno a causa delle proprie insicurezze e della paura “degli altri”. Gli effetti dell’incarcerazione si riscontrano anche nel continuo senso di insicurezza e molti ragazzi lasciano la scuola o faticano ad avere rapporti con i familiari a casa.

L’Autorità Nazionale Palestinese è stata più volte criticata per non aver agito per facilitare il ritorno a casa dei minori quando vengono scarcerati da Israele. Nel suo rapporto Save the Children suggerisce che l’ANP potrebbe agevolare il reinserimento degli ex detenuti nelle rispettive comunità e nel sistema educativo, per esempio modificando la prassi che non consente ai minori di proseguire l’anno scolastico dopo un certo numero di assenze. L’ONG chiede anche all’ANP di appoggiare un programma di presa di coscienza per aiutare i ragazzi a comprendere i loro diritti in ogni fase del loro percorso detentivo, compreso il diritto al silenzio, all’assistenza legale e all’educazione. Save the Children sostiene che ciò dovrebbe costituire parte integrante del curriculum scolastico.

La comunità internazionale deve intervenire e fare pressione su Israele per porre fine alle sue violazioni nei confronti dei minori palestinesi. Il diritto internazionale è esplicito riguardo a ciò che si può fare e che non si può fare rispetto ai minori che vengono arrestati. Tuttavia, come in molti altri ambiti, Israele disprezza le leggi.

La Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989 afferma che l’incarcerazione di minori deve essere “una misura estrema e per un periodo di tempo il più breve possibile”. Israele ha ratificato la Convenzione nel 1991, ma ha ricevuto le critiche dell’ONU per la sua applicazione o per non averlo fatto. È giunto certamente il momento che lo Stato si dimostri capace di agire perché l’impunità abbia immediatamente fine.

*Tutti i nomi citati sono stati modificati per proteggere l’identità delle vittime.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Le crescenti richieste di sostituire la leadership palestinese

27 ottobre 2020 – Middle East Monitor

I palestinesi sono ancora sorpresi del ripetersi periodico di appelli e dichiarazioni locali, regionali e internazionali che chiedono la “sostituzione” della leadership palestinese, in concomitanza con l’attuale verificarsi di un processo di normalizzazione, presupposto all’introduzione di una leadership che accetti e condivida questo percorso. I palestinesi sono ancora più sorpresi nel momento in cui queste richieste vengono fatte da consessi e figure che fino a poco tempo fa facevano parte dei circoli vicini alla leadership palestinese e con cui hanno lavorato per molti anni.

L’ex primo ministro britannico Tony Blair ha richiesto la sostituzione dell’attuale leadership palestinese dicendo: “Dobbiamo cercare di portare avanti una generazione di politici palestinesi che capiscano che l’unico modo per ottenere [la costituzione di] uno Stato palestinese è mediante un’intesa onesta e profonda tra popoli, tra culture e non solo [attraverso] un negoziato sui territori”.

Nel frattempo è stata erroneamente attribuita all’ambasciatore americano in Israele David Friedman una dichiarazione secondo cui gli Stati Uniti stavano valutando la possibilità di sostituire il presidente palestinese Mahmoud Abbas con il leader cacciato da Fatah, Muhammad Dahlan [espulso nel 2011 dal partito in seguito alle accuse di Mahmoud Abbas di aver ucciso Arafat avvelenandolo e per corruzione, ndtr.].

Tale dichiarazione è stata successivamente corretta con le parole: “Non abbiamo alcun desiderio di inventarci la leadership palestinese” e “la leadership palestinese non sta servendo adeguatamente il popolo”.

Quanto al colonnello Dror Shalom, a capo della divisione di ricerca dell’intelligence militare dell’esercito israeliano, egli ha affermato che ci sono due principali pericoli per Israele, uno dei quali è il crollo dell’Autorità Nazionale Palestinese, perché la sua posizione è diventata un indicatore strategico, soprattutto nella fase successiva ad Abbas, in cui dovremo affrontare una bomba a orologeria.

Nel frattempo, in seguito alla firma degli accordi di normalizzazione con Israele, gli organi di informazione sauditi ed emiratini hanno lanciato un ampio attacco contro l’Autorità Nazionale Palestinese e il suo presidente e hanno pubblicato articoli e rapporti che chiedono la fine dell’era di Abbas coinvolgendo Dahlan, loro alleato.

È chiaro che i rapidi sviluppi nell’agone palestinese possono minare la stabilità dell’Autorità Nazionale Palestinese, soprattutto con l’intensificarsi delle dichiarazioni sulla possibile defezione del presidente Abbas, per motivi di salute o politici. Questo soprattutto con la diffusione in corso del coronavirus in Cisgiordania, con le crescenti pressioni degli ultimi mesi sull’Autorità Nazionale Palestinese e mentre l’opinione pubblica palestinese si rende conto dell’entità delle difficoltà da affrontare.

Resta la domanda sulla possibilità che Abbas accetti di dimettersi dal suo incarico se si terranno le elezioni presidenziali – cosa su cui ha tenuto la bocca cucita – con l’accrescersi degli inviti dall’estero perché ponga fine al suo mandato e lasci l’incarico. Ma chi potrebbe succedergli?

Sebbene Israele sappia che Abbas ha molti difetti, ci sono buone ragioni per cui tema il giorno in cui non sarà più al comando dell’Autorità Nazionale Palestinese. È vero che ha interrotto il coordinamento sulla sicurezza e ha tagliato i rapporti politici, ma non ha ancora rotto tutti i legami.

Il capo del servizio di sicurezza israeliano Shin Bet Nadav Argaman ha messo in guardia riguardo l’indebolimento della posizione di Abbas, il rafforzamento di Hamas in Cisgiordania e il declino della popolarità nell’agone palestinese di quelli che ha definito “moderati”.

Esiste una serie di scenari essenziali per il dopo Abbas: il primo, ottimista, prevede che il potere sia trasferito con tranquillità e che il prossimo presidente segua l’approccio di Abbas, attuando le sue politiche. Ciò eviterebbe la violenza e si concentrerebbe sul versante diplomatico.

Il secondo scenario, rappresentato dal caos, vedrebbe la presa del controllo della disputa da parte delle fazioni di Fatah più preoccupanti [per Israele]. Ciò potrebbe consentire ad Hamas di imporre la sua autorità sulla Cisgiordania, nonostante l’organizzazione venga continuamente perseguitata da Israele per cui in Cisgiordania farebbero la loro ricomparsa gli attacchi armati.

Per quanto riguarda il terzo scenario, sarebbe una via di mezzo, con un periodo di transizione in cui guiderebbe l’ANP una figura debole, ma con l’approvazione di tutte le parti fino al momento delle elezioni generali.

Gli israeliani considerano l’era di Abbas solo dal punto di vista della sicurezza. A differenza del suo predecessore Yasser Arafat, egli si è opposto alle operazioni armate e il suo governo ha visto il coordinamento israelo-palestinese sulla sicurezza raggiungere uno stadio molto avanzato. Esso comprendeva il coordinamento tra le forze di sicurezza di entrambe le parti, l’amministrazione civile [organo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndtr.] e l’esercito israeliano, e il risultato è stato salvaguardare la vita degli israeliani. Israele potrebbe non trovare un presidente che cooperi più di Abbas, in quanto egli ha “fornito i benefici” che Israele voleva.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il turismo al servizio di occupazione ed annessione

Halah Ahmad 

13 ottobre 2020 – Al-Shabaka

Sintesi

Per l’impresa sionista il turismo è stato fondamentale fin da quando i primi sionisti si sono stabiliti in Palestina. L’analista politica di Al-Shabaka Halah Ahmad analizza il ruolo del turismo, soprattutto di quello religioso, nella diffusione della narrazione sionista e dello Stato di Israele, concentrandosi sull’impatto dannoso del turismo verso gli insediamenti israeliani nella terra palestinese illegalmente occupata. Fornisce indicazioni per un turismo etico che promuova il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Il turismo, e più specificamente quello religioso, gioca un ruolo diretto nella legittimazione ed espansione del furto di terre palestinesi da parte di Israele. Mentre i tentativi di annessione sotto il governo di estrema destra di Netanyahu, appoggiato dalla Casa Bianca di Trump, viola palesemente la governance globale dei diritti umani e le leggi internazionali, il turismo israeliano nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) legittima in modo sostanziale questa espansione, rendendo nel contempo complici i turisti e gli operatori turistici. Infatti varie organizzazioni hanno criticato il turismo nelle colonie israeliane illegali, così come il ruolo di varie attività economiche nell’espansione delle colonie.  

Questo articolo affronta il ruolo storico e persistente dell’industria turistica nell’originario movimento sionista e nel progetto colonialista dell’odierno Stato di Israele, in particolare con la diffusione di idee bibliche dell’eterna proprietà ebraica sulla Palestina e di narrazioni razziste della superiorità degli ebrei israeliani sugli arabi in termini di governo e conoscenza. La glorificazione di Israele nella pubblicità turistica israeliana come Stato straordinariamente moderno in continuità provvidenziale con un passato biblico mette in ombra la sua continua espulsione, oppressione e sfruttamento dei palestinesi.

L’articolo si basa sulla letteratura esistente riguardo al problematico turismo religioso in Israele/Palestina e propone uno studio di caso per illustrare gli aspetti nefasti di questa industria. L’articolo fornisce anche uno sguardo sul ruolo del turismo nella negazione del diritto dei palestinesi a sviluppare un’industria turistica a vantaggio della propria economia, mentre Israele pregiudica l’accesso dei palestinesi ai loro siti di importanza archeologica, religiosa e naturalistica. Infine richiama l’attenzione su iniziative concrete intese a suscitare consapevolezza sulla dannosa industria turistica israeliana e offre suggerimenti per consentire ai turisti, ai pellegrini e alla società civile internazionale di sostenere l’autodeterminazione dei palestinesi attraverso un turismo etico.

Il turismo, chiave del colonialismo di insediamento sionista

Da quando i suoi fondatori misero gli occhi sulla Palestina alla fine del XIX° secolo, il progetto colonialista sionista ha affermato di offrire un governo e un’intelligenza superiori colonizzando la terra (1). In effetti nel 1944 David Ben-Gurion, dirigente del movimento sionista e primo capo del governo di Israele, pronunciò il famoso discorso “Gli imperativi della rivoluzione ebraica”, in cui suggerì che i lavoratori ebrei sarebbero stati i maestri che avrebbero portato “conoscenze culturali, scientifiche e tecnologiche moderne” per fare “fiorire il deserto”. Dall’inizio del XX secolo l’iconografia sionista riflette questi concetti di sviluppo ebraico e “lavoro ebraico” superiori. Moshe Shertok, il secondo primo ministro israeliano, ripeté questa idea esprimendo opinioni negative sugli arabi: “Non siamo venuti in una terra vuota per ereditarla, ma per conquistare un Paese dal popolo che vi abita, che lo governa in virtù del suo linguaggio e della sua cultura primitiva” (2) .

L’iniziale attività promozionale sionista prodotta dall’Associazione per lo Sviluppo Turistico della Palestina utilizzò vivaci immagini e simbolismo religioso per incoraggiare ebrei europei a immigrare in Palestina, e il famoso manifesto “Visita la Palestina”, disegnato da Franz Krausz nel 1936, ne è un chiaro esempio. L’obiettivo del poster commissionato dalla Associazione per lo Sviluppo Turistico della Palestina non era di incoraggiare visite temporanee, ma, di fatto, l’immigrazione permanente.

Durante le prime ondate dell’insediamento sionista in Palestina, le organizzazioni sioniste esaltavano anche gli investimenti in hotel, e tra il 1917 e il 1948 ne apparvero molte decine. Cosa importante, l’Associazione per lo Sviluppo Turistico della Palestina utilizzò anche mappe della Palestina per mostrare luoghi biblici ebraici sulla topografia esistente, costruendo in ultima analisi un legame visuale sia per immaginare una continuità ebraica in Palestina dall’antichità al presente, sia per pianificare un esteso insediamento coloniale che avrebbe oscurato qualunque concetto di appartenenza ai palestinesi.

Nel continuo tentativo di legittimare le loro rivendicazioni sulla terra, i sionisti hanno utilizzato l’archeologia. Come ha sostenuto l’antropologa Nadia Abu El-Haj nel suo fondamentale Facts on the Ground, le organizzazioni sioniste e la società israeliana degli anni ’50 e ’60 esaltarono l’archeologia come “hobby nazionale”, fondamentale per la “formazione e l’adozione di un immaginario coloniale-nazionale e per dare consistenza alle proprie rivendicazioni territoriali” (3).

In effetti Edward Said ha evidenziato come, attraverso un turismo fondato su un’archeologia selettiva e una descrizione orientalista degli arabi e dei palestinesi, i sionisti eliminarono il ricordo storico della Palestina e dei palestinesi (4). In altre parole, l’archeologia era uno strumento di legittimazione legato fondamentalmente allo svago turistico e collettivo, gettando le basi di quella che è emersa nell’attualità come una delle destinazioni turistiche più popolari.

Fin dalla sua creazione nel 1948 lo Stato di Israele ha sostenuto il progetto sionista, con la narrazione della superiorità infrastrutturale, intellettuale e produttiva sulla popolazione palestinese che continua a opprimere attraverso l’occupazione militare e le continue espulsioni. Oltretutto oggi il ministero del Turismo israeliano ribadisce i concetti di progresso e superiorità intellettuale israeliana insieme a labili e discutibili rivendicazioni di racconti biblici che forniscono un falso senso di continuità con il passato.

Il continuo utilizzo da parte di Israele delle narrazioni bibliche per escludere i palestinesi dalle guide ufficiali e dai viaggi turistici è particolarmente evidente a Gerusalemme, l’epicentro del turismo religioso. Le guide turistiche israeliane su Gerusalemme si rivolgono in particolare ai visitatori cristiani ed ebrei, con descrizioni di itinerari e luoghi che spesso mettono in evidenza solo storie giudaico-cristiane. Nel 2011 il ministero del Turismo ha descritto come segue il quartiere musulmano di Gerusalemme: “Il quartiere musulmano presenta chiese e moschee, e ci sono varie case e yeshiva [scuole religiose, ndtr.] ebraiche tuttora rimaste,” omettendo il fatto che le case ebraiche in quel quartiere sono state acquistate di recente, spesso da coloni sionisti estremisti appoggiati dall’esercito israeliano (5).

Più di recente, quando il governo israeliano ha promesso l’annessione della Valle del Giordano e di parti della Cisgiordania, il ministero del Turismo israeliano ha esaltato il turismo nelle colonie della Cisgiordania come area per investimenti strategici. Di sicuro ciò comprende il turismo nelle colonie controllate da Israele, definite illegali dalle leggi internazionali, ed esclude le città e cittadine palestinesi, in molte delle quali lo Stato israeliano vieta l’ingresso ai suoi cittadini.

Oltre a sviluppare siti di turismo archeologico nelle terre palestinesi occupate, le campagne turistiche di Israele in Cisgiordania circostanziano il furto illegale di terra palestinese. Sia il turismo storico che quello attuale, che partecipa all’impresa di colonizzazione illegale, accelerano l’annessione israeliana compresa nel più complessivo progetto coloniale sionista e sono complici della negazione ai palestinesi del diritto alla loro terra e all’autodeterminazione.

L’impatto dannoso del turismo nelle colonie

Le illegali colonie israeliane nei TPO costituiscono una minaccia per l’autodeterminazione palestinese. Negano anche l’accesso dei palestinesi alle risorse naturali e culturali e il loro uso. Infatti lo sfruttamento di queste risorse per il turismo da parte dei coloni ostacola lo sviluppo economico dei palestinesi, creando dipendenza dall’aiuto estero e consentendo all’impresa colonialista israeliana di prosperare. Cioè, il successo e la sostenibilità della colonizzazione israeliana attraverso il turismo nelle colonie dipendono dalla più complessiva oppressione economica e militare inflitta ai palestinesi attraverso le colonie.

Per illustrare le dimensioni dell’impresa coloniale di Israele nei TPO è importante contestualizzare il differente accesso alla terra e alle risorse tra i palestinesi e lo Stato israeliano. In particolare, oltre il 60% della Cisgiordania costituisce l’Area C, sottoposta al totale controllo amministrativo e militare israeliano. Un rapporto del 2017 dell’UNOCHA [Agenzia delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, ndtr.] evidenziava che oltre il 10% della Cisgiordania si trova all’interno dei confini municipali delle colonie, costituendo ulteriori zone cuscinetto attorno agli insediamenti a cui i palestinesi non possono accedere. Mentre i confini fisici delle colonie costituiscono oltre il 5% della Cisgiordania, un rapporto del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU del 2013 ha evidenziato che oltre il 43% della Cisgiordania è sotto la giurisdizione dei consigli dei coloni israeliani. In più il rapporto ha mostrato che questi consigli controllano l’86% della Valle del Giordano e del Mar Morto.

Al-Haq, organizzazione non governativa indipendente palestinese per i diritti umani, ha pubblicato molti rapporti sullo sfruttamento economico della terra e delle risorse palestinesi in Cisgiordania per il turismo nelle colonie. Nel suo rapporto dell’aprile 2020 accusa le aziende turistiche e i loro Paesi d’origine di essere convolti nell’impresa di colonizzazione in Cisgiordania, tra gli altri territori occupati. In seguito a questi rapporti, aziende turistiche come Airbnb, che operano nelle colonie israeliane, sono state oggetto di campagne di base per il disinvestimento e perché rispondano delle violazioni dei diritti umani. Inoltre Amnesty International ha criticato parecchie compagnie perché traggono profitto operando nelle colonie israeliane, con nomi particolarmente noti nell’industria turistica come TripAdvisor, Expedia, Booking.com e Airbnb. 

Nel dicembre 2017 il Dipartimento degli Affari Negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha pubblicato un rapporto che documenta l’impatto negativo dello sviluppo turistico nelle colonie sul settore turistico palestinese. Il rapporto evidenzia che, secondo il rapporto dell’OCHA del 2017, se l’Area C fosse trasferita sotto il controllo palestinese, come previsto dagli Accordi di Oslo, l’economia palestinese crescerebbe in modo notevolissimo, pari a un aumento del 35% del PIL. Tuttavia nel 2016, quando Israele ha approvato 20 milioni di dollari di finanziamento per le colonie, il ministero del Turismo israeliano e il primo ministro Netanyahu hanno entrambi sottolineato che i principali obiettivi di questi finanziamenti sono stati i luoghi turistici e la costruzione di hotel nelle colonie della Cisgiordania. Poi, nel gennaio 2020, il ministro della Difesa Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni Yamina, ndtr.] ha approvato la costruzione di parchi nazionali e riserve naturali in Cisgiordania come parte di una spesa di oltre 110 milioni di dollari nel primo trimestre dell’anno, la più alta in un decennio, nelle colonie della Cisgiordania.

Israele nega anche attivamente ai palestinesi lo sviluppo economico del proprio settore turistico, limitando il movimento dei turisti, dei lavoratori palestinesi del settore e del trasporto turistico. Nel rapporto del dicembre 2017 l’OLP ha documentato le differenti prassi per la concessione di licenze del ministero del Turismo israeliano, scoprendo che le guide turistiche israeliane contano oltre 8.000 permessi di accesso approvati a siti in Israele e in Cisgiordania, mentre i permessi approvati ai palestinesi rappresentano lo 0,5%. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha anche chiesto permessi per sviluppare oltre 10 siti turistici in Cisgiordania. Come nel caso di tentativi simili a Gerusalemme est, Israele li ha sistematicamente negati.

Tali ostacoli allo sviluppo dei palestinesi rappresentano un’attiva continuazione dell’originaria narrazione sionista della maggiore capacità di sfruttare la terra con una profezia che si auto-avvera, utilizzata allora per rappresentare un destino decretato dalla Bibbia. Infatti, oltre ad essere luoghi per i profitti delle imprese, le colonie israeliane sono diventate uno scenario per rafforzare “il rapporto del popolo ebraico con la terra di Israele.”

Turismo religioso a sostegno del colonialismo di insediamento israeliano

Il turismo religioso è fondamentale nella narrazione sionista dei diritti in base alla Bibbia e della continuità dell’insediamento ebraico in Palestina. Le città palestinesi di Betlemme, Gerico, Nablus, Ramallah, al-Khalil (Hebron) e villaggi come Sabastia e Burqin sono tra i molteplici luoghi di grande significato religioso nella tradizione abramitica. Molti di questi siti sono centri del turismo cristiano, che continua a giocare un ruolo particolarmente importante nella diffusione della narrazione coloniale sionista, soprattutto tra i turisti degli Stati Uniti. Mentre questi luoghi si trovano nei TPO e sarebbero fondamentali per attirare pellegrini e promuovere il settore turistico palestinese, Israele li rivendica come luoghi storici propri.

Negli itinerari di programmi e viaggi religiosi sionisti compaiono in modo considerevole parecchi luoghi problematici. Herodion, per esempio, un sito archeologico e parco nazionale in Cisgiordania, vede scavi devastanti e la rimozione di reperti nonostante l’opposizione dell’ANP in base alle leggi. Nel contempo questi scavi hanno anche lasciato i villaggi vicini senza acqua per oltre tre settimane. Oltretutto, benché sia una colonia illegale costruita su terre di proprietà del villaggio palestinese di Bi’lin, il governo israeliano ha riconosciuto Modi’in Illit come città israeliana, in flagrante violazione delle leggi internazionali e persino di quelle israeliane. Un altro sito è l’acquedotto di Biyar, rovine romane di 2000 anni fa che, benché vengano pubblicizzate come un sito del patrimonio culturale israeliano, si trovano sulla terra palestinese occupata, rafforzando la narrazione dell’antica storia ebraica per legittimare e continuare l’occupazione della terra. Nel solo 2014 le visite turistiche all’acquedotto hanno portato un profitto di 4,5 milioni di dollari.

Il Jerusalem Walls National Park [Parco Nazionale dei Muri di Gerusalemme] è un altro esempio, costruito nella Gerusalemme est occupata e utilizzato in tempi diversi per giustificare la demolizione di case palestinesi per fare spazio al “cammino della Bibbia”. Un altro luogo è Tel Shiloh, un sito archeologico su territorio palestinese occupato che attrae annualmente decine di migliaia di turisti cristiani e dove è stato costituito un parco tematico biblico con finanziamenti della famiglia statunitense Falic, che appoggia gruppi di coloni di destra e lo sviluppo delle colonie. L’appropriazione da parte di Israele di questi siti per il turismo religioso, insieme a molti altri nella Gerusalemme est occupata come la Città di David (Silwan), il Giardino di l’Orto del Getsemani (Monte degli Ulivi) e la Via Dolorosa (Città Vecchia), rafforza la narrazione sionista di un’eterna appartenenza ebraica per negare la questione dell’espulsione dei palestinesi.

In questo senso per decenni i principali finanziatori e sostenitori sionisti dello Stato di Israele hanno garantito il turismo religioso verso Israele all’insegna dei rapporti interreligiosi, dell’appoggio a Israele o del pellegrinaggio. Figure come Naty Saidoff, Sheldon Adelson, Steve Green, Ira Rennert, Roger Hertog, Simon Falic e la famiglia Falic, così come l’attuale ambasciatore USA in Israele, David Friedman, sono tra i grandi donatori e finanziatori che appoggiano sia lo sviluppo di colonie israeliane, compresi esplicitamente sia lo sviluppo turistico e le aziende vitivinicole che il sostegno e l’educazione sionisti filoisraeliani negli USA. Significativamente parecchi di questi donatori statunitensi sono anche noti finanziatori di gruppi di estrema destra ed islamofobi.

I turisti religiosi continuano ad essere coinvolti in queste dinamiche, e dunque diventano parte della diffusione della strategia sionista di colonizzazione di insediamento, appoggiando materialmente il furto e l’occupazione delle terre palestinesi e la continua violazione dei diritti umani dei palestinesi. Il caso di studio che segue illustra il danno provocato ai palestinesi dall’industria del turismo dei cristiano-sionisti.

Passages: uno caso di studio del turismo cristiano-sionista

Passages [Passaggi] è un’organizzazione statunitense dli turismo religioso che considera visitare Israele un “rito di passaggio per ogni cristiano”, anche per “rendere la storia di Israele parte della propria storia.” Il programma è lautamente sovvenzionato da finanziatori cristiani ed ebrei conservatori e negli USA lo si può trovare presso 157 tra università e organizzazioni. Le università sono per lo più cristiane, ma includono anche alcune grandi università pubbliche come, tra le altre, la Texas A&M, l’università della Florida e quella del Minnesota. Passages vanta anche 7.000 ex-studenti in tutti gli Stati Uniti. Non sorprende che abbia espliciti legami con il governo israeliano e sarebbe frutto dell’ingegno di Ron Dermer, ambasciatore di Israele negli USA. Nel 2015 Dermer ha ospitato all’ambasciata israeliana a Washington il lancio del programma. All’avvenimento hanno partecipato anche l’ambasciatore USA in Israele, David Friedman, e l’ex-ambasciatore israeliano negli USA, Michael Oren.

Una ricerca su Passages di Friends of SabeelNorth America [Amici di Sabeel, ong cristiana per la pace in Terra Santa, ndtr.] (FOSNA), insieme ad alcune organizzazioni di solidarietà con la Palestina nei campus, ha rivelato i problematici itinerari percorsi dai tour, compresi i luoghi degli itinerari turistici, così come la narrazione cristiano-sionista che vi viene proposta (6). In questi viaggi Passages glorifica Israele come Stato moderno che manifesta una continuità provvidenziale con un passato biblico, rendendo strategicamente irrilevante l’espulsione e l’oppressione dei palestinesi. Questa narrazione sionista è emblematica dello sfruttamento del turismo religioso da parte di Israele per nobilitare e favorire il suo progetto colonialista, presentando falsamente la situazione come una disputa territoriale (tra niente di meno che esseri superiori e selvaggi) invece che un’occupazione.

Oltre a problematiche visite alle Alture del Golan occupate e ad ex-avamposti delle Israeli Defense Force [Forze di Difesa Israeliane] (IDF), FOSNA riporta che il viaggio intende evidenziare la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e la presunta drammatica vulnerabilità di Israele, inquadrando vari giorni del viaggio nel contesto dei rischi che Israele corre a causa dei suoi vicini, compreso un viaggio a Sderot, la città israeliana di fronte a Gaza. Sderot non è una città di importanza religiosa per i viaggiatori cristiani ed è nota per le opinioni di estrema destra dei suoi abitanti. Infatti Sderot è stata il luogo del famoso incidente degli abitanti seduti sulle sdraio a guardare i bombardamenti israeliani di Gaza durante l’offensiva del 2014, che uccise oltre 2.000 palestinesi e 73 israeliani.

Passages afferma esplicitamente la sua intenzione di sviluppare sentimenti filo-israeliani tra i leader cristiani negli USA. È modellato su Birthright Israel, o Taglit, che offre viaggi totalmente pagati e molto pubblicizzati a giovani ebrei americani perché visitino Israele e che in anni recenti è stato avversato da campagne nazionali da parte di organizzazioni ebraiche progressiste USA per la sua rappresentazione ingannevole di Israele. Tuttavia i viaggi di Passages sono oggetto di un’attenzione molto meno critica e un impegno molto minore per documentare e contrastare i loro discutibili programmi.

Cosa importante, sebbene i viaggi di Passages si concentrino sull’esperienza religiosa cristiana in Terra Santa, essi intendono esplicitamente collegare il fatto di essere in Israele con l’appoggio allo Stato di Israele. Infatti il programma di Passages mette in risalto dialoghi con soldati israeliani, una visita alla Knesset [il parlamento, ndtr.] israeliana ed esperienze culturali per comprendere la “cultura tecnologicamente innovativa” e “il dinamismo economico” di Israele. Nel contempo gli itinerari del viaggio ignorano, o affrontano in modo superficiale, le vicende dei musulmani e dei palestinesi nella regione e non mettono in discussione l’illegale occupazione di molti dei luoghi religiosi visitati in Cisgiordania. Di fatto una particolare narrazione della persecuzione di cristiani ed ebrei e di Israele come rifugio religioso si prestano ad un progetto di estraniamento islamofobico comune a molti mezzi di comunicazione americani.

Le testimonianze di ex-partecipanti ai viaggi di Passages riflettono la prospettiva adottata dall’agenzia turistica e non sorprende che sul suo sito in rete Passages sottolinei queste testimonianze. Per esempio un partecipante al viaggio scrive: “Non sono la stessa persona che ero quando sono partito per Israele. Ho una motivazione nuova per stare dalla parte di Israele, e sento che i piani di Dio per la mia vita dopo l’università sono di sostenere la Terra Santa nel mio lavoro futuro. Grazie a Passages, il mio cuore è pieno della passione di sentirmi unito a Israele.” L’aspirazione politica a “stare dalla parte di Israele” implica un’avversione nei confronti di ogni critica allo Stato di Israele e, in quanto programma che si basa sulla fede, il viaggio riesce alla fine ad identificare l’impegno biblico o spirituale per la Terra Santa con il progetto coloniale sionista laico.

Un partecipante ha sottolineato che il suo viaggio in Israele è stato particolarmente speciale non solo per le visite ai siti biblici, ma anche per l’opportunità di saperne di più su Israele come “Stato moderno”. Una descrizione del genere espone il progetto sionista: promuovere l’immagine di uno Stato eccezionale, tecnologicamente avanzato, e di un popolo a cui vengono sovrapposte le immagini orientaliste degli arabi come sottosviluppati. Un’altra ha scritto che il suo viaggio “ha messo Israele ed il popolo ebraico al centro del mio cuore quando rifletto sulla mia fede cristiana (…). Mi trovo a parlare di Israele a chiunque sia disposto ad ascoltarmi.” Le dichiarazioni di alcuni dei partecipanti indicano un sentimento di autentico impegno interconfessionale nel “conflitto”, sottolineando costantemente anche l’ammirazione per il moderno Stato di Israele.

Ciò che molte testimonianze hanno in comune è la sconcertante riproposizione della propaganda sionista riguardo a un progresso superiore al resto del Medio Oriente, un discorso sulla divina provvidenza incarnata dallo Stato ebraico e una connessione esplicita tra la storia antica e biblica e il moderno Stato di Israele, tutto ciò con poche, o senza, discussioni sui duemila anni che ci sono in mezzo, dove figurano ampiamente la storia islamica così come l’espulsione coloniale sionista dei palestinesi. Il quadro continua a mettere in ombra, e di fatto a giustificare, l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele.

Passages esemplifica la più complessiva infrastruttura del turismo religioso al servizio del discorso coloniale sionista e il progetto israeliano di costruzione dello Stato. Ciò è particolarmente evidente nel contesto del tentativo di una vasta annessione da parte di Netanyahu, che ha coltivato forti rapporti politici con gli evangelici statunitensi, l’80% dei quali si identifica come cristiano-sionista. Passages fa parte di parecchi programmi analoghi che intendono promuovere il dialogo interreligioso mobilitando attivamente ed esplicitamente l’appoggio al progetto colonialista, sia storico che in corso, da parte di Israele in Palestina. Non solo questi viaggi lavorano per ridurre al silenzio e inficiare le storie e le narrazioni palestinesi, ma sostengono anche materialmente un settore turistico nelle terre palestinesi occupate illegalmente, cosa che mina gli stessi tentativi dei palestinesi per una sostenibilità economica duratura.

Alternative e suggerimenti

Nel 2019 la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI) ha pubblicato l’appello delle organizzazioni della società civile palestinese per un turismo etico. La dichiarazione chiede ai turisti di “non nuocere” e di evitare i luoghi storici e religiosi nei TPO controllati dalle autorità israeliane o promossi come siti israeliani. Allo stesso modo le organizzazioni cristiane palestinesi hanno prodotto una guida turistica che chiede ai visitatori cristiani di sostenere le agenzie di viaggio palestinesi come Walk Palestine, viaggi organizzati dal Siraj Center for Holy Land Studies [Centro Saraj per gli Studi sulla Terra Santa] a Beit Sahur, e di evitare i viaggi organizzati dagli israeliani o i siti sfruttati da Israele nei TPO.

I gruppi americani come Eyewitness Palestine [Testimone oculare in Palestina] forniscono anche delle opzioni alternative ai pellegrini e ad altri turisti per visitare la Palestina evitando di essere complici dell’oppressione e dell’occupazione israeliane. Inoltre un numero crescente di iniziative “Palestine Trek” [Escursione in Palestina] nei campus universitari, come quelli di Harvard, Cambridge e Berkeley, offrono opportunità per un turismo etico in Palestina che possa evitare le rappresentazioni intese a “rifarsi un’immagine con la fede” da parte di Israele e di contribuire materialmente all’industria turistica israeliana. Insieme ad altre, queste alternative rafforzano i diritti umani e la dignità palestinesi e fanno da modello affinché la società civile sostenga delle alternative.

Altri suggerimenti includono:

  • Le organizzazioni della società civile, e in particolare le organizzazioni religiose negli Stati Uniti, dovrebbero valutare in modo critico il ruolo del turismo a favore di Israele nella legittimazione dell’annessione illegale e delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi.

  • Le organizzazioni di sostegno alla Palestina con sede nei campus degli Stati Uniti possono giocare un ruolo importantissimo, opponendosi ai viaggi degli studenti nei TPO o negli altri territori occupati. I viaggi di Passages possono servire da obiettivo principale delle campagne per bloccare la complicità con le violazioni israeliane dei diritti umani, nel quadro di una campagna più ampia per porre fine all’occupazione israeliana condizionando al rispetto del diritto internazionale l’aiuto militare americano a Israele.

  • Le autorità di controllo e i responsabili politici devono riconoscere la necessità di porre fine alle attività economiche con soggetti israeliani dall’altra parte della Linea Verde [cioè nei territori occupati, ndtr.]. Le imprese che operano nei TPO dovrebbero quanto meno essere obbligate ad adottare misure di controllo con effetti di interdizione per garantire che non contribuiscano a progetti colonialisti israeliani illegali, né ne traggano benefici.

Note:

1. Rashid Khalidi, The Hundred Year’s War on Palestine: A History of Settler Colonialism and Resistance, 1917-2017 [La Guerra dei Cent’Anni contro la Palestina: una storia di colonialismo di insediamento e di resistenza] (New York: Metropolitan Books, 2020), p. 7.

2. Benny Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict,1881-2001 (New York: Vintage Books, 2001), 91 [Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano, 2001], p. 91.

3. Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground: Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society [Fatti sul terreno: pratiche archeologiche e auto-produzione del territorio nella società israeliana] (Chicago: University of Chicago Press, 2001), p. 2.

4. Edward Said, The Question of Palestine [La questione palestinese, Gamberetti Editrice, Roma, 1995] (New York: Vintage Books, 1992), p. 158.

5. Yara Hawari, “The Old City of Jerusalem; Whose Heritage? Tourism, Narratives and Orientalism” [La Città Vecchia di Gerusalemme: quale eredità? Turismo, Narrazioni e Orientalismo], p. 22

6. FOSNA e qualche altra associazione universitaria anonima di solidarietà è riuscita a partecipare a un viaggio di Passages e l’ha condiviso con l’autrice per questo articolo. L’itinerario non è stato pubblicato, ma le informazioni in questa sezione riguardante i viaggi di Passages vengono direttamente dal programma del tour.

Halah Ahmad

Halah Ahmad, analista politica di Al-Shabaka, ha conseguito il master in Politiche Pubbliche all’Università di Cambridge come studentessa del programma Lionel de Jersey Harvard presso l’Emmmanuel College. Ha fatto ricerche in politica strategica per agenzie governative e Ong in Grecia, Albania, a Berlino, in Cisgiordania, a San Francisco, a Chicago e a Boston. Attualmente dirige lavori su politica e relazioni pubbliche presso il Jain Family Institute, un istituto per le ricerche in scienze sociali applicate con sede a New York. Le sue ricerche riguardano vari argomenti, dallo sviluppo equo e il benessere sociale all’urbanistica, al turismo, all’espulsione, alle questioni abitative e alla giustizia economica. Halah si è laureata con lode in religioni comparate e sociologia ad Harvard.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ipocrisia europea: parole vuote per la Palestina, armi letali per Israele

Ramzy Baroud

21 ottobre 2020 – The Palestine Chronicle

In teoria, quando si tratta dell’occupazione israeliana della Palestina, l’Europa e gli Stati Uniti sono su posizioni completamente opposte. Mentre il governo USA ha totalmente avallato il tragico status quo creato da 53 anni di occupazione militare israeliana, l’UE continua a sostenere una soluzione negoziata che si pretende rispettosa del diritto internazionale.

In pratica tuttavia, nonostante l’apparente differenza tra Washington e Bruxelles, il risultato è sostanzialmente lo stesso. Gli USA e l’Europa sono i maggiori partner commerciali, fornitori di armi e sostenitori politici di Israele.

Una delle ragioni per cui l’illusione di un’Europa imparziale è sopravvissuta così a lungo sta in parte nella stessa leadership palestinese. Abbandonata politicamente e finanziariamente da Washington, l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas si è rivolta all’Unione Europea come sua unica ancora di salvezza.

L’Europa crede nella soluzione a due Stati”, ha detto il 12 ottobre il primo ministro dell’ANP Mohammed Shtayyeh in un dibattito in video con il Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento Europeo. Al contrario degli USA, il continuo sostegno dell’Europa alla defunta soluzione dei due Stati la legittima a colmare l’enorme divario creato dall’assenza di Washington.

Shtayyeh ha chiesto ai leader dell’UE di “riconoscere lo Stato di Palestina per permettere a noi, e a voi, di rompere lo status quo.”

Comunque ci sono già 139 Paesi che riconoscono lo Stato di Palestina. Mentre questo riconoscimento indica chiaramente che il mondo resta saldamente a favore della Palestina, riconoscerla come Stato cambia poco sul terreno. Ciò che è necessario sono sforzi condivisi per rendere Israele responsabile per la sua violenta occupazione, come anche una reale azione di sostegno alla lotta dei palestinesi.

Non solo l’Europa non ha fatto questo, ma di fatto sta facendo l’esatto opposto: finanzia Israele, arma il suo esercito e mette a tacere chi lo critica.

A sentire le parole di Shtayyeh, si ha l’impressione che l’alto dirigente palestinese si stia rivolgendo ad una conferenza di Paesi arabi, musulmani o socialisti. “Invito il vostro parlamento e i suoi onorevoli membri a far sì che l’Europa non aspetti che il presidente americano tiri fuori delle idee…Noi abbiamo bisogno di una parte terza che possa realmente porre rimedio allo squilibrio nel rapporto tra un popolo sotto occupazione ed un Paese occupante, che è Israele”, ha detto.

Ma l’Europa ha i titoli per essere quella “parte terza”? No. Per decenni i governi europei sono stati a pieno titolo dalla parte di USA-Israele. Solo perché recentemente l’amministrazione di Donald Trump ha compiuto una decisa svolta a favore di Israele ciò non dovrebbe automaticamente condurre all’errore di trasformare la storica tendenza filoisraeliana dell’Europa in solidarietà per la Palestina.

Lo scorso giugno oltre 1.000 parlamentari europei, che rappresentano diversi partiti, hanno rilasciato una dichiarazione che esprime “gravi preoccupazioni” riguardo al cosiddetto Accordo del Secolo di Trump e si oppone all’annessione israeliana di quasi un terzo della Cisgiordania. Tuttavia il filoisraeliano partito democratico USA, compresi alcuni tradizionali fedeli sostenitori di Israele, è stato parimenti critico verso il piano israeliano perché, nella loro mente, l’annessione significa che una soluzione a due Stati diventerebbe impossibile.

Mentre i democratici USA hanno chiarito che se Biden venisse eletto la sua amministrazione non modificherebbe nessuna delle azioni di Trump, anche i governi europei hanno chiarito che non prenderanno nessuna iniziativa per dissuadere – e tanto meno punire – Israele per le sue ripetute violazioni del diritto internazionale.

Tutto ciò che i palestinesi hanno ottenuto dall’Europa sono vuote promesse, come anche molto denaro che è stato largamente intascato dai fedeli di Abbas in nome della “costruzione dello Stato” ed altre fantasie. Di fatto molte delle infrastrutture dell’immaginario Stato palestinese che sono state sovvenzionate dall’Europa negli anni recenti sono state fatte saltare in aria, demolite o ne è stata interrotta la costruzione da parte dell’esercito israeliano nel corso delle sue tante guerre e incursioni. Eppure l’Europa non ha punito Israele, né l’ANP ha smesso di chiedere altri soldi per continuare a finanziare uno Stato inesistente.

Non solo l’UE non ha reso Israele responsabile per la sua perdurante occupazione e violazione dei diritti umani, ma sta anche finanziando di fatto Israele. Secondo ‘Defence News’ [rivista e sito web USA che si occupa di armamenti, ntr.] un quarto dei contratti delle esportazioni belliche di Israele (che ammontano a 7,2 miliardi di dollari nel solo 2019) è destinato a Paesi europei.

Inoltre l’Europa è il principale partner commerciale di Israele, importando un terzo delle esportazioni totali di Israele ed esportando circa il 40% delle importazioni complessive israeliane. Queste cifre includono anche merci prodotte nelle colonie ebraiche illegali.

Per di più, l’UE fa in modo di includere Israele nello stile di vita europeo attraverso eventi culturali e musicali, gare sportive e in mille altri modi. Benché l’Europa possieda potenti mezzi che potrebbero essere usati per ottenere concessioni politiche e imporre il rispetto del diritto internazionale, sceglie semplicemente di fare ben poco.

Si confronti ciò con il recente ultimatum che l’UE ha dato alla leadership palestinese, condizionando il proprio aiuto ai rapporti finanziari dell’ANP con Israele. Lo scorso maggio Abbas ha compiuto il passo straordinario di considerare nulli e inefficaci tutti gli accordi con Israele e gli USA. Di fatto questo significa che l’ANP non si riterrebbe più responsabile dell’opprimente status quo creato dagli Accordi di Oslo, ripetutamente violato da Tel Aviv e Washington. Allentare i legami con Israele significa anche che l’ANP rifiuterebbe di accettare circa 150 milioni di dollari di entrate fiscali che Israele raccoglie per conto dell’ANP. Pur molto in ritardo, questa mossa palestinese era necessaria.

Invece di appoggiare l’iniziativa di Abbas, l’UE l’ha criticata, rifiutando di fornire ulteriori aiuti ai palestinesi finché Abbas non riprenderà i rapporti con Israele ed accetterà il denaro delle tasse. Secondo il portale di Axios News, la Germania, la Francia, il Regno Unito e persino la Norvegia stanno conducendo l’attacco.

La Germania in particolare è stata instancabile nel suo sostegno ad Israele. Per mesi si è spesa per conto di Israele per risparmiare a Tel Aviv un’inchiesta per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale (CPI). Ha messo sotto processo attivisti che sostenevano il boicottaggio di Israele. Recentemente ha confermato l’invio di motocannoniere con missili ed altri armamenti per assicurare la superiorità della marina israeliana in una eventuale guerra contro nemici arabi. La Germania non è sola. Israele e la maggior parte dei Paesi europei stanno serrando i ranghi relativamente a reciproca cooperazione militare e a rapporti commerciali senza precedenti, compresi accordi sul gas naturale.

Continuare a fare riferimento all’irraggiungibile soluzione a due Stati e contemporaneamente armare, finanziare e incrementare i rapporti economici con Israele è l’esatta definizione di ipocrisia. La verità è che l’Europa dovrebbe essere considerata responsabile al pari degli USA dell’incoraggiamento e del sostegno verso l’occupazione israeliana della Palestina.

Eppure, mentre Washington è apertamente filoisraeliana, l’UE ha giocato una partita più intelligente: vendere ai palestinesi vuote parole e a Israele armi letali.

Ramzy Baroud è giornalista e editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo lavoro è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle prigioni israeliane] (Clarity Press). Il dott. Baroud è ricercatore non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA) e anche presso il Centro Afro-Mediorientale (AMEC).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)