L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Da Sakhnin a Ramallah prende piede una nuova ondata di lotta popolare palestinese

Awad Abdelfattah

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Mentre cresce l’indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a colmare le divisioni e a sostenere la resistenza.

Nelle ultime settimane la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito un notevole slancio, in particolare nei territori del 1948 [ossia nello Stato di Israele, ndt.] e nella Cisgiordania occupata. Questa ondata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinvigorita di solidarietà globale che ha persistito, persino amplificandosi, nonostante la dura repressione dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali suggeriscono che questo slancio continuerà a crescere, trasformandosi potenzialmente in una rivolta popolare più ampia, in grado di contrastare le brutali politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini scheletrici, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone in attesa di cibo uccise a colpi d’arma da fuoco – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida israeliana, svergognandoli agli occhi dell’opinione pubblica e mettendo a nudo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi Stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche alla condotta di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, il deliberato ostacolo agli aiuti umanitari, l’evidente assenza di un piano per porre fine alla guerra.

Forse i rimproveri più eclatanti sono arrivati sotto forma di riconoscimento formale (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di una manciata di capi di Stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Eppure, per quanto clamorose sulla carta, tali dichiarazioni rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, poiché preserva il regime coloniale di apartheid israeliano e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e una spinta morale fortemente necessaria al movimento popolare che apre le porte a una nuova fase di pensiero e azione.

Uno scenario in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora agisce con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Eppure, nonostante i duri colpi subiti nella recente guerra di 12 giorni con Israele, l’Iran è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti sono impegnate in una corsa al rafforzamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno – verso una resistenza popolare di base – in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign [campagna per uno Stato unico democratico, ndt.] (ODSC), ho partecipato e parlato a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation di violenza appoggiata dallo Stato in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripulire la propria immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i propri crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che si sta infliggendo, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto una strategia di resistenza civile sostenuta e interconnessa a livello globale non è più solo praticabile; è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di andare avanti su questa strada, in particolare la serie di proteste al confine di Gaza nel 2018-2019, note nel loro insieme come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a soffocare la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Eppure la forza di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico locale e all’assenza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Vincolata dal coordinamento per la sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente minato la mobilitazione popolare indipendente, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021 un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento è parso che fosse destinata a evolversi in una campagna nazionale di resistenza civile prolungata. Ma l’introduzione di una dimensione militare, sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas, ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. Nonostante la repressione israeliana ce ne sarebbe stata l‘opportunità; semplicemente non si è pienamente concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza civile – giuridica, culturale e artistica – rimanga tra i mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra successiva hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano; un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto straordinariamente intatto.

Nel frattempo la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Mentre i crimini israeliani diventano sempre più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno rimodellando la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano prove di colpevolezza per i responsabili, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe infine iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione tra i cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente impressionante è stata la consistente presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele in cui vive buona parte dei cittadini arabi del Paese, ndt.], nel Naqab e nella regione costiera. E ora, elemento cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi rimangono intrappolati tra la duplice repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’ANP.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame di Ramallah, a cui mi sono unito per un giorno, hanno parlato apertamente di come traggano ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi derivante da una stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico da costruire il motore, la struttura e il quadro di riferimento in grado di guidare questa trasformazione storica.

Awad Abdelfattah è il coordinatore della One Democratic State Campaign (ODSC) e l’ex segretario generale del partito Balad [partito politico israeliano di sinistra rappresentativo della minoranza araba, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come il Wall Street Journal è caduto nella trappola dell'”emirato” di Hebron

Qassam Muaddi

8 luglio 2025-Mondoweiss

Il Wall Street Journal voleva far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica eccezionale. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina può raccontare una storia diversa

In un raro caso la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una voce palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo. Il fulcro dell’articolo “di rottura” del WSJ è un uomo di Hebron, di nome Wadea Jaabari, che si propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron che, a suo dire, si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come Stato ebraico.

Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo che lo sostiene viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. Il WSJ sottolinea che Jaabari ha dichiarato che avrebbe riconosciuto Israele come Stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Raffigura inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, al posto del quadro della soluzione a due Stati che l’articolo inizia liquidando come futile. Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari era una notizia di scarso rilievo in Palestina, non riuscendo nemmeno a comparire sui titoli locali e venendo per lo più ridicolizzato sui social media. È scomparso dalla scena pubblica nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno rilasciato una dichiarazione in cui sconfessavano l’autoproclamato “leader”, affermando che non aveva alcuno status all’interno della famiglia e che non parlava a nome di nessuno se non di sé stesso.

Nella dichiarazione si affermava che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Un residente palestinese di Hebron che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.

“Suo padre era una persona influente ma, alla sua morte, suo figlio non aveva lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha affermato la fonte. “A Hebron la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”. La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alla accesa controversia mediatica.

Una vecchia storia fallita

Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso come alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.

In seguito, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaborazionisti ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare a creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli erano chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino la patente di guida.

Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita all’epoca dalle autorità israeliane alimentò la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.

Negli anni ’70 Israele permise elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” favorevoli alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma, con un inaspettato colpo di scena, quattro anni dopo, alle elezioni del 1976, i candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria.

Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, aspettandosi che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele contava così tanto su queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.

Ma Israele aveva fatto di nuovo male i suoi calcoli. Non aveva compreso la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era incisa nel sentimento pubblico rurale palestinese fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, ove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi. Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Contemporaneamente un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. Uno dopo l’altro i villaggi iniziarono ad accogliere volontari per costruire muri agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981 i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.

La lotta contro le Leghe di Villaggio gettò le basi, nelle sue diverse forme, per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durata sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali per abbracciare la lotta nazionale.

Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei più importanti media occidentali. Nella maggior parte dei casi non c’era alcun interesse. Ma questo è prevedibile per i principali media, che non hanno mai mostrato alcun genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche uno finto – disposto a recitare senza riserve il copione politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.

Chiunque abbia una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una classica “sola” palestinese per turisti, del tipo per cui Hebron è famosa tra le città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e che riesca a capire immediatamente cosa sta cercando un turista e a offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. A migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Con il pretesto della guerra contro l’Iran, Israele soffoca la Cisgiordania

Shatha Yaish

19 Giugno 2025 – 972magazine

Dopo aver colpito Teheran, l’esercito ha chiuso centinaia di cancelli per intrappolare i palestinesi nelle città e bloccarli sulle strade. Una prova di annessione a tutti gli effetti, anche se non dichiarata

Mentre gli israeliani si svegliavano presto lo scorso venerdì mattina per scoprire che il loro paese aveva iniziato una guerra con l’Iran, i palestinesi della Cisgiordania scoprivano che l’esercito israeliano aveva imposto loro il lockdown.

Chiusure e checkpoint sono stati la norma nel territorio già occupato da decenni, diventando ancora più numerosi e restrittivi all’indomani del 7 ottobre. Ma dopo aver colpito l’Iran l’esercito ha ridotto il movimento dei palestinesi fino a una paralisi quasi totale, sigillando città e paesi con cancelli di ferro, chiudendo checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme e bloccando il passaggio di frontiera di Allenby con la Giordania.

Israele ha giustificato il lockdown sostenendo di dover dirottare truppe su altri fronti. Tuttavia la ri-mobilitazione di riservisti – molti dei quali coloni – ha di fatto aumentato il numero di soldati nel territorio. Le Nazioni Unite ora riferiscono che molte delle chiusure sono state revocate, ma con diversi checkpoint chiusi e nuovi cancelli e posti di blocco eretti la mobilità palestinese rimane fortemente limitata.

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato un’escalation di restrizioni e repressione contro i palestinesi anche a Gerusalemme Est, incluso un divieto totale di culto alla moschea di Al-Aqsa.

“Dal lancio dell’operazione militare israeliana in Iran, le autorità hanno implementato misure radicali e pesanti che ricordano il controllo aggressivo seguito al 7 ottobre”, hanno dichiarato in una nota questa settimana le ONG israeliane Ir Amim e Bimkom. “Queste azioni hanno gravemente interrotto la vita quotidiana, limitato la libertà di culto e violato i diritti fondamentali dei residenti palestinesi della città.”

La facilità con cui Israele è riuscito a tagliare quasi tutti i movimenti dentro e fuori dalle città e paesi palestinesi, grazie a un apparato di controllo che include quasi 900 checkpoint e cancelli, evidenzia l’estensione dell’impatto dell’occupazione in Cisgiordania e indica l’obiettivo più ampio di Israele per il territorio, mentre l’attenzione del mondo è concentrata altrove.

“Tutto è un’opportunità per Israele”, ha detto a +972 Magazine Honaida Ghanim, direttrice del Forum palestinese per gli studi israeliani con sede a Ramallah (comunemente noto con l’acronimo arabo “Madar”). “Questo governo coglierà qualsiasi momento per far avanzare ulteriormente il suo programma ideologico, specialmente in Cisgiordania.”

In realtà quello che stiamo vedendo ora è un’ulteriore prova di un’annessione in tutto tranne che nel nome, sostiene. “Sta già accadendo sul terreno; tutta l’infrastruttura lo indica”, ha detto Ghanim. “L’idea è frammentare la popolazione, spingendo la gente in sacche più piccole per renderla più facile da controllare.

“L’unica cosa che manca è la dichiarazione ufficiale. E quando arriverà, non farà che formalizzare ciò che di fatto c’è già.”

Ogni villaggio ha un cancello. Siamo bloccati”

Ahmad Abu Kamleh e il suo collega Naeem Al-Shobaki erano in viaggio per consegnare merci a un supermercato vicino a Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah, quando il lockdown è entrato in vigore. Il loro minibus ha presto finito il gasolio mentre cercavano di aggirare i nuovi posti di blocco, e a quel punto sono rimasti bloccati.

Dopo due notti fermi fuori Ni’lin, dormendo nel loro minibus, hanno deciso di abbandonare il veicolo e cercare di tornare a casa a Burin, vicino Nablus, con altri mezzi. Prima hanno preso un taxi per parte del tragitto, poi hanno fatto l’autostop su tre diverse auto private, che li hanno portati attraverso almeno otto villaggi. In mezzo a un labirinto di posti di blocco e deviazioni forzate, quello che sarebbe stato un viaggio di 40 minuti si è trasformato in un calvario di sei ore.

“Mi sento morto dentro; solo il mio corpo è vivo”, ha detto Abu Kamleh a +972 dopo il suo viaggio da incubo. “Le strade erano quasi vuote, ma c’erano soldati ovunque. Ti senti spaventato a muoverti. Non è sicuro.”

Intanto a Sinjil, un villaggio nel nord della Cisgiordania, i residenti si sono trovati praticamente tagliati fuori dalle vicine città di Ramallah e Nablus.

Mahfouz Fawlha, un dentista del villaggio, ha una clinica a Ramallah, che ora fatica a raggiungere. “La clinica è a soli 15 minuti di distanza, ma ora il viaggio potrebbe richiedere più di due ore”, ha spiegato.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha iniziato a erigere una recinzione di filo spinato per separare Sinjil dalla strada principale e dalle terre rurali dei residenti. “Ogni villaggio ora ha un cancello”, ha detto Fawlha. “Siamo bloccati.”

A Ramallah, Shadi e Diala (che hanno preferito non dare il loro cognome) avevano pianificato di battezzare la loro figlia questo weekend. Ma le chiusure stradali hanno impedito al prete maronita di raggiungere la città da Gerusalemme, mentre molti membri della famiglia non sono riusciti a partecipare. Sono invece riusciti a contattare un prete latino di Ramallah, che era disponibile all’ultimo minuto.

Mentre la cerimonia finiva il suono dei missili ha echeggiato nelle vicinanze. “Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto”, ha detto Shadi. “Che cosa possiamo fare? Non sappiamo cosa succederà.”

Cancellare la questione palestinese

Nonostante il lockdown circostante, la vita a Ramallah durante il finesettimana è andata avanti in gran parte normalmente: i negozi hanno aperto, il traffico scorreva, e i caffè si sono gradualmente riempiti. Alcune persone si sono affrettate a comprare beni essenziali, formando file alle stazioni di servizio, ma l’umore è rimasto sottotono.

L’Autorità Nazionale Palestinese non ha fatto commenti immediati sull’escalation Israele-Iran, anche mentre i governi arabi emettevano condanne. Più tardi ha esortato alla calma e affermato che le scorte di beni di prima necessità sarebbero state sufficienti per soddisfare i bisogni dei residenti per almeno sei mesi.

Alcune ore dopo l’attacco iniziale di Israele all’Iran, la Protezione Civile palestinese ha emesso una dichiarazione chiedendo alla gente di non andare sui tetti per guardare oggetti volanti – un’istruzione che molti hanno ignorato mentre i social media si riempivano rapidamente di video di scie di fumo ed esplosioni nel cielo. Ha anche ricordato ai residenti che le schegge potevano causare ferite gravi o anche fatali a centinaia di metri dall’esplosione, e li ha esortati a non avvicinarsi o toccare detriti.

Lunedì un portavoce della Protezione Civile ha riferito che almeno 80 pezzi di schegge da missili intercettati erano caduti su comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Domenica le schegge cadute sulla città di Al-Bireh, vicino Ramallah, hanno provocato l’incendio di un tetto.

Mentre gli israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania hanno accesso a rifugi antiaerei, i palestinesi sono totalmente esposti ai frammenti di missili che cadono dal cielo.

Situazione analoga a Gerusalemme Est, dove a causa delle restrizioni di pianificazione e costruzione ci sono solo 60 rifugi pubblici per quasi 400.000 palestinesi. In confronto, Gerusalemme Ovest ha centinaia di rifugi pubblici per la sua popolazione prevalentemente ebraica e stanze sicure rinforzate sono anche comuni negli appartamenti.

Senza protezione adeguata, le famiglie vivono nella paura costante durante i periodi di conflitto più aspri, incerte su dove rifugiarsi se gli attacchi dovessero intensificarsi. E mentre la nuova guerra con l’Iran ha lasciato i palestinesi in ansia per il futuro, molti in Cisgiordania sentono di star già vivendo in uno stato costante di guerra da due anni – o molto più a lungo.

Per Ghanim di Madar, ciò che accadrà in Cisgiordania dipende in parte dall’esito dell’offensiva israeliana in Iran. “Se Israele ne uscirà rafforzato, si sentirà ancora più autorizzato a procedere”, ha spiegato.

“Non si tratta più di gestire il conflitto; si tratta di concluderlo – alle condizioni di Israele – cancellando completamente la questione palestinese”.

In risposta a questo articolo, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Dall’inizio dell’Operazione «Rising Lion» [«Leone Rampante», il riferimento è al cap. 23, v. 24 del Libro dei Numeri della Bibbia, dove si legge che tale leone non troverà pace finché non abbia “bevuto il sangue” della propria preda; inoltre il leone era raffigurato nella bandiera iraniana prima della rivoluzione del 1979, quindi è anche un messaggio politico, ndt.] e alla luce di avvertimenti su intenzioni di elementi terroristici in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] di compiere attacchi contro civili israeliani sotto copertura della complessa situazione di sicurezza, sono state implementate restrizioni di movimento. Queste restrizioni variano in base alle valutazioni della situazione. Non si tratta di un lockdown, ma del dispiegamento di checkpoint e monitoraggio dei movimenti”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele manterrà il controllo militare su Gaza, dice Netanyahu

Redazione di MEE

28 aprile 2025 – Middle East Eye

Il primo ministro israeliano ha dichiarato che l’Autorità Nazionale Palestinese sarà esclusa dal governo di Gaza e ha fatto riferimento allo “Stato profondo” israeliano che “minaccia la democrazia”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato domenica che Israele manterrà il controllo militare su Gaza ed escluderà l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dal governo del territorio.

“Hamas non ci sarà. Non permetteremo all’Autorità Nazionale Palestinese di governare lì – perché sostituire un regime che ha giurato di distruggerci con un altro regime che ha giurato di distruggerci? Non lo faremo”, ha detto durante una conferenza organizzata dal Jewish News Syndicate (JNS) [agenzia di stampa israeliana considerata di orientamento conservatore, ndt.] a Gerusalemme.

“Israele controllerà militarmente l’area in ogni caso. Non cederemo a nessuna pressione per evitarlo”, ha aggiunto.

Netanyahu ha anche criticato quelli che ha descritto come gli sforzi degli Stati Uniti per fermare un’invasione terrestre israeliana a Gaza, affermando che l’amministrazione Biden all’inizio della guerra lo aveva esortato: “Non entrate. Non fate l’invasione terrestre. Agite dal cielo”.

“Contro il loro consiglio, siamo entrati”, ha detto, aggiungendo che, quando Israele ha invaso, “è iniziata la guerra propagandistica contro di noi”.

“Abbiamo subito pressioni per ridurre i combattimenti e fermarci molto presto”.

Ha inoltre ricordato che, quando l’amministrazione Biden nel maggio 2024 minacciò di imporre un embargo sulle armi a Israele a causa dell’incursione a Rafah, disse all’allora segretario di Stato americano Antony Blinken: “Tony, combatteremo anche solo con le unghie se necessario”.

Netanyahu ha sostenuto che “le previsioni diffuse in tutto il mondo” su un alto numero di vittime civili durante l’offensiva “si sono rivelate sbagliate”, affermando falsamente che quasi nessun civile è stato ucciso durante l’operazione.

“Li abbiamo continuamente allontanati dalle zone di pericolo”, ha detto, riferendosi alla cosiddetta “zona umanitaria” di al-Mawasi, dove ai residenti di Rafah era stato ordinato di rifugiarsi e che le forze israeliane hanno ripetutamente colpito durante la guerra.

Il 27 maggio 2024 le forze israeliane hanno lanciato un attacco mortale nel quartiere di Tel al-Sultan, a nord-ovest di Rafah, uccidendo almeno 45 persone, tra cui donne, bambini e anziani.

Migliaia di persone si erano rifugiate nell’area colpita dopo essere fuggite da altre zone di Gaza, compresa la parte orientale di Rafah.

Oltre 52.314 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani dall’ottobre 2023, mentre almeno 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie degli edifici distrutti.

Lo “Stato profondo”

Netanyahu ha elogiato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per le sue esortazioni a “ripulire Gaza” ed espellere con la forza i palestinesi dall’enclave.

“Credetemi, molti di loro vogliono andarsene”, ha detto.

Parlando dei negoziati nucleari tra USA e Iran, Netanyahu ha chiesto lo smantellamento totale delle infrastrutture nucleari iraniane: “qualsiasi cosa di meno radicale potrebbe portare al risultato opposto”.

Ha affermato di aver detto a Trump: “In un modo o nell’altro, l’Iran non avrà armi nucleari”.

“Apprezziamo l’aiuto che riceviamo dagli Stati Uniti, le armi continuano ad arrivare, condividiamo gli stessi obiettivi, ma l’Iran non avrà armi nucleari”.

Nelle sue dichiarazioni finali ha affermato che Israele sta affrontando “un altro fronte”, lo “Stato profondo”, sostenendo che in Israele è “profondo come un oceano” e “minaccia la democrazia”.

“Annulla il diritto dei cittadini di scegliere un governo che prenda le proprie decisioni e faccia le proprie nomine”, ha detto, aggiungendo che “ovviamente deve essere risolto”.

Ha fatto riferimento a una “campagna sistematica” negli Stati Uniti che “diffonde menzogne” su Israele ed è “finanziata e organizzata da governi e ONG, a loro volta sostenute da individui molto ricchi”.

Ha anche accusato alcuni ricchi americani di “pagare influencer per usare i social media in modo sistematico contro i sostenitori di Israele”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Avvocati italiani denunciano violazioni dei diritti dei palestinesi accusati di terrorismo

Katherine Hearst

9 aprile 2025 – Middle East Eye

Un tribunale ammette le trascrizioni degli interrogatori dello Shin Bet come prova contro imputati legati alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.

Gli avvocati italiani dei tre palestinesi accusati di terrorismo hanno denunciato violazioni del giusto processo dopo l’udienza preliminare a L’Aquila.

I tre uomini – Anan Kamal Afif Yaeesh, Mansour Doghmosh e Ali Irar – vivevano nel capoluogo abruzzese, a nord-est di Roma, al momento dell’arresto.

Sono accusati di aver costituito una cellula legata alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, gruppo armato associato a Fatah, il partito al governo nell’Autorità Palestinese. Le autorità sostengono che stessero pianificando attacchi “contro obiettivi civili e militari in territorio straniero”.

Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa sono considerate organizzazione terroristica da Israele, UE e USA, e i capi d’accusa contro il trio prevedono pene fino a 15 anni di carcere.

Tuttavia, i legali degli imputati affermano che l’udienza preliminare – nella quale si determina l’ammissibilità delle prove – ha registrato gravi violazioni procedurali.

Segnalano che il tribunale ha respinto la richiesta di escludere le trascrizioni degli interrogatori di detenuti palestinesi condotti dal servizio segreto israeliano Shin Bet, nonostante un altro giudice le avesse già ritenute inammissibili.

La difesa ha dichiarato in un comunicato che tale decisione viola il diritto alla difesa, poiché i testimoni non possono essere controinterrogati dagli avvocati.

L’articolo 111 della Costituzione italiana stabilisce che “l’imputato ha diritto di interrogare o far interrogare i testimoni d’accusa e di ottenere la convocazione di persone a discarico nelle stesse condizioni dell’accusa”.

I legali hanno inoltre evidenziato che i detenuti palestinesi subiscono ripetuti maltrattamenti durante gli interrogatori delle forze israeliane, tra cui torture e diniego di assistenza legale, in violazione della legge italiana.

“Il tribunale ha fatto finta che non esistano problemi”, ha dichiarato a Middle East Eye l’avvocato Flavio Rossi Albertini. “I giudici hanno dimostrato di non voler far emergere alcun elemento processuale che porti a valutazioni sfavorevoli a Israele”.

Testimoni respinti

Il tribunale ha inoltre respinto 46 dei 49 testimoni proposti dalla difesa, inclusi la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, esperti di diritto umanitario internazionale, operatori umanitari e volontari attivi in Cisgiordania occupata.

Gli unici tre testimoni ammessi riguardavano un solo imputato: un volontario italiano, la moglie dell’accusato e un consulente linguistico, negando così ogni possibilità di difesa agli altri due.

I difensori hanno sottolineato che l’unica testimonianza sulla situazione in Cisgiordania è fornita dalla Digos, l’unità antiterrorismo della polizia italiana.

Secondo Albertini ciò oscurerà il contesto cruciale dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania occupata, dove i coloni, protetti dall’esercito, compiono spesso attacchi contro i palestinesi.

Gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono illegali secondo il diritto internazionale, ma i civili israeliani che vi risiedono non perdono le tutele previste dalle leggi di guerra. Tuttavia, quando partecipano attivamente alle ostilità, perdono l’immunità e diventano obiettivi militari legittimi.

“Il tribunale crede di poter giudicare i palestinesi per atti commessi in Cisgiordania attraverso testimonianze della polizia italiana”, ha affermato. “Parliamo di una piccola città abruzzese, a 100 km da Roma tra le montagne. Secondo i giudici, solo la polizia locale sarebbe in grado di descrivere ciò che accade in Cisgiordania”.

Albertini ha definito le decisioni del tribunale senza precedenti nella sua esperienza legale: “Non avevo mai visto un tribunale respingere le prove della difesa, né ammettere prove prodotte in un altro paese”.

Secondo l’avvocato, è improbabile che gli imputati siano estradati se condannati. A marzo una corte d’appello italiana ha respinto la richiesta israeliana di estradare Yaeesh, sostenendo che avrebbe subito “atti contrari ai diritti umani”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Summit del Cairo: il rifiuto di USA e Israele del piano arabo per Gaza è un momento/istante di verità

Soumaya Ghannoushi

5 marzo 2025 – Middle East Eye

Se la controproposta del vertice arabo mirava ad affermare un ruolo regionale nel futuro di Gaza, la risposta israelo-statunitense ha lasciato pochi dubbi su chi tenga tuttora le redini.

Martedì re e presidenti arabi si sono riuniti al Cairo, convocati dal peso della storia, trascinati su un palco dove si potevano decidere destini – non solo per la Palestina, ma per la stessa legittimità del loro potere.

Non si trattava della solita diplomazia. Non era un vertice di routine costellato di vuote dichiarazioni e logore promesse. Era una resa dei conti, un momento in cui il mondo arabo si è trovato davanti a uno specchio e si è chiesto: abbiamo ancora il potere di opporre un rifiuto o siamo stati addomesticati oltre ogni possibilità di scampo?

Al centro del vertice c’era un piano così mostruoso da rifuggire ogni logica: lo sfollamento forzato dei palestinesi da Gaza, un atto finale di cancellazione con l’intenzione di trasformarne il territorio in una “Riviera” sanificata e addomesticata dove le impronte dei suoi veri proprietari siiano cancellate dalla sabbia.

Il progetto è nato nei gabinetti di guerra di Tel Aviv e benedetto nei palazzi di Washington, un’audace mossa per trasformare le rovine di Gaza in un’appendice pacificata dello Stato israeliano. Ma per rendere reale questa fantasia è necessaria un’ultima condizione: il consenso arabo.

Il Cairo è diventato così l’arena in cui la storia sarebbe stata tradita o sfidata. Non era semplicemente in questione se i leader arabi avrebbero respinto lo spostamento dei palestinesi alcuni dovevano farlo, perché i loro troni vacillerebbero sotto il peso di una simile catastrofe.

La vera prova consisteva nel loro opporsi o meno anche alla pretesa più subdola nascosta sotto la superficie: il cosiddetto piano del giorno dopo”, la visione israelo-statunitense meticolosamente costruita per la Gaza del dopoguerra, in cui non solo la resistenza verrebbe soffocata, ma cancellata – dove la stessa idea di sovranità palestinese verrebbe estinta per sempre.

La controproposta

La strada per il Cairo è stata segnata da tensioni e fratture. Pochi giorni prima si era tenuto un summit più piccolo a Riyadh, una riunione ristretta di leader del Golfo insieme a Giordania ed Egitto, ammantato della retorica della “fratellanza”.

Eppure dietro questo velo di cameratismo c’era un deliberato atto di esclusione: l’Algeria, uno Stato con il suo peso e la sua storia, è stata messa da parte. Il presidente Abdelmadjid Tebboune, accortosi della farsa, si è rifiutato di partecipare al summit del Cairo inviando al suo posto il ministro degli Esteri.

Altrettanto eclatante è stata l’assenza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, sebbene le loro ragioni fossero completamente diverse. La loro condizione per impegnarsi nella ricostruzione di Gaza era inequivocabile: la completa neutralizzazione politica e militare di Hamas.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto un passo avanti, segnalando il loro allineamento con la visione di Trump attraverso il loro ambasciatore a Washington e il loro netto rifiuto di qualsiasi alternativa araba al piano israelo-statunitense.

E così, prima ancora che iniziasse il vertice principale, le divisioni sono state messe a nudo. Il fronte arabo, fragile e frammentato, ha mostrato la sua impotenza.

Mentre i governanti arabi tentennano, esitano e calcolano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si muove con la precisione di un uomo che sa che i suoi oppositori sono troppo deboli per fermarlo. Non ha aspettato l’esito del summit per stringere il cappio attorno a Gaza, soffocandola con un inasprimento del blocco e agitando lo spettro di una nuova devastazione.

Il suo messaggio ai leader arabi è stato esplicito ed umiliante: le parole non vi salveranno. Le dichiarazioni non altereranno i fatti sul campo. O vi allineate ai diktat di Washington e Tel Aviv o sarete irrilevanti.

Sotto il peso di queste pressioni il summit arabo ha ora adottato un piano in tre fasi per la ricostruzione di Gaza. La prima fase dura sei mesi e verte sulla rimozione di macerie e detriti.

La seconda riguarda la costruzione di infrastrutture a Rafah e nelle regioni meridionali della Striscia. La terza si estende alla ricostruzione delle aree centrali e settentrionali.

Questa è la controproposta del mondo arabo al programma di spostamenti forzati, una visione che cerca di stabilizzare Gaza senza sradicarne la popolazione.

Tuttavia, al di là dei meccanismi della ricostruzione, c’è una domanda molto più spinosa: chi governerà Gaza nel frattempo? La risposta del summit è: un comitato amministrativo temporaneo, incaricato di mantenere l’ordine e la stabilità finché l’Autorità Nazionale Palestinese non potrà assumere il pieno controllo.

In realtà la vera questione non riguarda solo la governance, ma anche l’autonomia. Gli Stati arabi saranno in grado di resistere alla spinta incessante dell’agenda israelo-statunitense, che cerca di plasmare non solo la geografia di Gaza ma la sua stessa identità e direzione politica?

In ciò risiede la grande contraddizione del summit. Ufficialmente, la posizione araba è stata di rifiuto. Egitto, Giordania e Arabia Saudita hanno tutti tracciato un limite, rifiutando lo spostamento di massa dei palestinesi.

Ma questo non è stato un atto di trasparenza morale, è stato un atto di autoconservazione. Questi regimi capiscono che l’espulsione forzata dei palestinesi non è solo una minaccia per la Palestina; è una sfida diretta alla loro stessa stabilità. Una nuova ondata di rifugiati, una nuova ferita scavata nel cuore della regione potrebbe destabilizzare i loro fragili equilibri di potere. La loro opposizione non è radicata nei principi, ma nella sopravvivenza.

E dietro questa apparente sfida si sta preparando un tradimento più profondo. Anche se i leader arabi potrebbero rifiutare lo spostamento, sono molto più malleabili quando si tratta del piano del “giorno dopo” – il lento e calcolato soffocamento della sovranità palestinese, la distruzione di Gaza attraverso una ricostruzione imposta – non con la forza, ma mediante un progetto di ristrutturazione delle sue fondamenta politiche ed economiche.

Questa è la massima ambizione israelo-statunitense: trasformare Gaza da un luogo di resilienza in un’entità murata, pacificata e neutralizzata, dove l’idea di libertà viene lentamente sepolta sotto strati di normalità imposta.

Se la controproposta del summit arabo intendeva affermare il ruolo regionale sul futuro di Gaza, la risposta di Stati Uniti e Israele ha lasciato pochi dubbi su chi tenga tuttora le redini.

Washington si è affrettata a liquidare il piano come irrealistico, con il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Brian Hughes che lo ha dichiarato “in disaccordo con la realtà sul campo”.

Di fatto la Casa Bianca ha rafforzato la posizione di Netanyahu: la ricostruzione di Gaza non può procedere secondo i termini arabi e qualsiasi sforzo di ricostruzione deve allinearsi al più ampio quadro americano-israeliano.

Da parte sua Israele ha ribadito la sua adesione alla visione di Trump, un piano che, in sostanza, mira a progettare una Gaza senza palestinesi, sia attraverso lo sfollamento forzato sia rendendo la vita nel territorio tanto insostenibile da spingere i suoi abitanti altrove.

E avendo sia gli Stati Uniti che Israele respinto del tutto il piano arabo lo spazio di manovra si è ridotto tanto da essere quasi inesistente. Il messaggio ai regimi arabi è chiaro: i loro sforzi per creare uno scenario postbellico secondo i propri termini sono, nella migliore delle ipotesi, irrilevanti e, nella peggiore una seccatura da accantonare.

Il giudizio della storia

Per 15 mesi Israele ha condotto a Gaza una guerra di spietata ferocia – e tuttavia, nonostante i fiumi di sangue e le montagne di macerie, non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi centrali. Non è riuscito a smantellare la resistenza palestinese. Non è riuscito a imporre la sua volontà con la forza.

Ma se la storia ha dimostrato qualcosa è che Israele non si arrende; si adatta. Ciò che non può prendere con i missili se lo assicura con la diplomazia. Ciò che non può ottenere con la guerra lo estorce con i negoziati. E ciò che non può imporre personalmente, costringe i regimi arabi a imporlo per suo conto.

I regimi arabi sono stati messi alla prova e il verdetto è stato emesso. Non gli è stato chiesto di condurre una guerra, semplicemente di resistere a un progetto concepito per cancellare la sovranità palestinese, ma quando è arrivato il momento hanno vacillato.

Hanno rigettato lo spostamento a parole, lasciando la porta aperta alla ricostruzione di Gaza sotto dettami stranieri, condannando una forma di cancellazione e concedendone un’altra. Non si sono arresi apertamente, ma non hanno nemmeno resistito. Invece, hanno perfezionato l’arte della sottomissione, velata dalla retorica della sfida.

Perché questi regimi non sono attori sovrani. Non governano; orbitano. La loro sopravvivenza è subordinata alla protezione straniera, le loro politiche sono scritte in capitali lontane. Alcuni ospitano basi militari statunitensi, altri sono sostenuti da aiuti finanziari occidentali e la maggior parte governa non per volontà del proprio popolo ma attraverso la macchina di repressione che li mantiene al potere.

Non sono liberi di agire, solo di obbedire.

Pertanto il summit segue la coreografia ben collaudata della duplicità: un assordante atto di rifiuto dello sfollamento che maschera una silenziosa acquiescenza al più ampio programma israelo-statunitense. Uno spettacolo di sfida che nasconde la costante erosione della sovranità palestinese.

Eppure, nel perseguire questa strada i regimi arabi non tradiscono semplicemente la Palestina. Tradiscono se stessi. Si lanciano in un pericoloso confronto, non solo con il popolo palestinese, ma con il proprio.

Per decenni nel mondo arabo la causa palestinese è stata la misura ultima della legittimità. Abbandonarla significa smantellare ciò che resta della loro credibilità politica. E sebbene questi governanti possano credere che il tempo offuschi il ricordo del tradimento, dimenticano che la rabbia è paziente e la storia è spietata.

Il tempo non assolve. Il popolo non dimentica. E il libro mastro della codardia è scritto con un inchiostro che non sbiadisce mai.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice tunisina britannica esperta di politica mediorientale. Il suo lavoro giornalistico è apparso su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e i suoi messaggi su X su @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




FOTO: Israele devasta i campi profughi in Cisgiordania

Wahaj Bani Moufleh

12 febbraio 2025 – +972

Le forze israeliane hanno sfollato 40.000 palestinesi da quattro campi profughi nella più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada.

Il 21 gennaio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, Israele ha lanciato una nuova grande operazione militare nella Cisgiordania occupata. Concentrata dapprima sul campo profughi di Jenin, l’Operazione muro di ferro si è poi allargata ad altri tre campi nel nord della Cisgiordania: Tulkarem, Nur Shams e Al-Far’a.

Queste incursioni, sostenute dalle forze aeree, sono intese a reprimere la resistenza armata palestinese che negli ultimi anni si è rafforzata nei campi profughi. Ma l’esercito israeliano ha anche provocato gravissimi danni alle infrastrutture civili: ha divelto strade, raso al suolo interi isolati a uso abitativo e sfollato forzosamente dalle loro case 40.000 persone. Si tratta, sia per scala che per intensità, della più grande operazione militare israeliana in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada, conclusasi vent’anni fa.

Soldati israeliani avanzano per le strade del campo profughi di Tulkarem, 6 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Israele dichiara di avere ucciso nelle ultime tre settimane più di 50 militanti palestinesi, ma il suo esercito ha ucciso anche diversi civili. Tra questi si contano anche una bambina di due anni, vicino a Jenin, due giovani donne di poco più di vent’anni nel campo di Nur Shams, una delle quali incinta di otto mesi, e un bambino di 10 anni a Tulkarem.

Saddam Hussein Iyad Rajab, il bambino di 10 anni, era arrivato il 28 gennaio dal villaggio di Kafr Al-Labad per fare visita ai parenti di Tulkarem quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome. “Saddam era in piedi di fronte alla casa mentre ci preparavamo alla preghiera”, ha raccontato suo padre Iyad a +972. “Nelle vicinanze non c’erano veicoli dell’esercito né cecchini o combattenti della resistenza. È uscito prima di me per andare a parlare a sua madre. Venti secondi dopo ho sentito le sue grida”.

Nel campo profughi di Nur Shams, Cisgiordania occupata, un operatore umanitario assiste una famiglia in fuga lungo una strada sterrata mentre i soldati israeliani osservano sullo sfondo, 10 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Poiché da due anni la sua mobilità è limitata a causa di un infortunio sul lavoro, Iyad ha faticato a raggiungere suo figlio in fretta. “Mi ci è voluto un po’ per metterlo al riparo e portarlo in ospedale”, ha detto. Una settimana e mezza dopo, Rajab soccombeva alle sue ferite.

“Dopo il mio infortunio lo consideravo l’uomo di casa”, ha raccontato Iyad. “Mi aiutava sempre in tutto, mi accompagnava all’ospedale e alla moschea. Possa Dio avere pietà di lui”.

Soldati israeliani lanciano una granata stordente verso un gruppo di donne e bambini su una strada tra il campo di Nur Shams e quello di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 9 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Da quando il 27 gennaio Israele ha allargato l’assalto anche a Tulkarem, la stragrande maggioranza dei residenti è stata sfollata con la forza. Quelle famiglie adesso sono sparpagliate tra le case dei parenti, le scuole e varie strutture pubbliche, dove dipendono dall’aiuto delle autorità municipali e dei villaggi circostanti.

Ahmed Al-Dosh, che lavora per il Ministero dell’Istruzione a Tulkarem, ha una disabilità e si avvale di una sedia a rotelle per spostarsi. La distruzione delle infrastrutture del campo gli ha reso estremamente difficile lasciare la zona. “Quattro giovani mi hanno sollevato con la mia sedia a rotelle per aiutarmi ad andarmene” ha riferito a +972.

Ahmed Al-Dosh sulla sua sedia a rotelle al Centro culturale di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 7 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Oggi ha trovato rifugio con la sua famiglia presso il Centro Culturale di Tulkarem, insieme a una cinquantina di altri sfollati di ogni età. Lo spazio è organizzato in tre sezioni: una per le scorte di cibo, una per donne e bambini, una per gli uomini.

Mentre queste famiglie cercano di adeguarsi alla loro nuova realtà, i loro cuori rimangono nel campo, dove molte delle loro case sono ormai macerie e il loro futuro incerto. Al-Dosh è affranto per aver dovuto abbandonare i suoi uccelli e il suo gatto. “Sono sicuro che non li troverò vivi, ci penso a ogni pasto che consumo qui”, ha aggiunto.

Una strada principale distrutta dai bulldozer nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Più di 20.000 palestinesi sono stati sfollati dal solo campo di Jenin.

Nell’ultima settimana alcuni di loro hanno rischiato la vita per cercare di raggiungere le loro case e recuperare alcuni dei beni, come vestiti, cibo e documenti importanti che avevano lasciato mentre nel campo fervevano le attività dell’esercito israeliano. Se alcuni hanno avuto fortuna, altri sono stati arrestati dai soldati israeliani e i loro beni sono stati confiscati, mentre altri ancora si sono persino trovati sotto il fuoco delle armi.

Queste foto ci offrono una testimonianza, ancorché parziale, della distruzione in alcuni dei quartieri più esterni del campo assediato, ma i residenti riferiscono di devastazioni ancora più gravi più all’interno. Gli sfollamenti e i martirii si ripetono e l’occupazione continua a sradicare i palestinesi, lasciando dietro di sé ferite infinite.

Famiglie palestinesi fuggono dal campo profughi di Jenin dopo essere tornate a raccogliere gli effetti personali dalle loro case, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Wahaj Bani Moufleh è un fotografo originario della città palestinese di Beita, in Cisgiordania, ed è membro del collettivo Activestills. Per anni ha documentato le proteste contro la colonizzazione e l’occupazione israeliane nel suo villaggio. Il suo lavoro è stato pubblicato da diverse testate ed esposto in diversi paesi, tra cui una mostra personale al Museo WORM di Rotterdam, Olanda.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il presidente palestinese blocca i pagamenti alle famiglie dei prigionieri e dei martiri

  1. Redazione di MEMO

11 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Ieri il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha approvato un decreto presidenziale che revoca leggi e regolamenti relativi ai pagamenti delle indennità alle famiglie dei martiri e dei prigionieri nelle carceri dell’occupazione israeliana.

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese WAFA ha riferito che Abbas ha emesso un decreto “che revoca gli articoli contenuti nelle leggi e nei regolamenti relativi al sistema di pagamento delle indennità alle famiglie dei prigionieri, dei martiri e dei feriti della Legge sui prigionieri e dei regolamenti emanati dal consiglio dei ministri e dalle Organizzazioni per la Liberazione della Palestina.”

Il decreto prevede anche che “il programma computerizzato di assistenza in denaro, il suo database e le sue dotazioni finanziarie locali e internazionali saranno trasferiti dal ministero dello Sviluppo Sociale alla Fondazione Nazionale Palestinese per lo Sviluppo Economico.”

Dal 2019 Israele ha ridotto parte delle tasse che raccoglie per conto della Autorità Nazionale Palestinese (ANP), dichiarando che questi fondi sarebbero stati usati per pagare le famiglie dei martiri e dei prigionieri che lo Stato di occupazione chiama terroristi. Nel 2023 Israele ha cominciato a ridurre i finanziamenti che l’ANP paga alla Striscia di Gaza, sprofondando l’ANP in una crisi finanziaria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Fantasie di controllo [Prima parte]

Tom Stevenson

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

London Review of Books, Vol. 47 No. 2 · 6 febbraio 2025

La storia di Hamas è incomprensibile senza un riferimento alla straordinaria vita del suo fondatore, Ahmed Yassin. Nacque nel 1936, l’anno della Grande Rivolta contro gli inglesi, e la sua vita seguì una traiettoria per molti versi analoga a quella della Palestina stessa. Nel 1948 il suo villaggio natale, vicino ad Ashkelon, fu ripulito etnicamente dalle forze israeliane e la sua famiglia fu costretta a trasferirsi a Gaza, dove rimase paralizzato in un incidente infantile. Divenne un mullah ribelle e un carismatico predicatore della liberazione nazionale. Quando non teneva sermoni alla moschea di al-Abbas a Gaza City Yassin dirigeva un’organizzazione religiosa rivolta a fornire quei servizi sociali che l’occupazione israeliana trascurava o distruggeva. Ma la vita sotto l’occupazione lo portò a concludere che la logica di Gaza era quella della lotta, non quella di alleviare le difficoltà. Fu arrestato per la prima volta da Israele nel 1984, quando le forze di sicurezza dello Stato scoprirono che la sua organizzazione di beneficenza stava accumulando armi. Fondò Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah, il Movimento di Resistenza Islamico, o Hamas, dopo essere stato rilasciato nel 1985 in cambio di alcuni soldati israeliani catturati.

La riunione fondativa di Hamas si tenne nella casa di Yassin a Gaza nel 1987, all’inizio della prima intifada. Vi parteciparono professori, medici, ingegneri e aspiranti rivoluzionari che conservavano il ricordo del 1936 e le ferite del 1967. Invece dell’irraggiungibile accordo politico con Israele cercato da Yasser Arafat e dall’OLP gli strumenti di Hamas sarebbero stati la bomba e il coltello. Dopo la prima intifada Yassin fu nuovamente arrestato, condannato all’ergastolo e tenuto in isolamento per lunghi periodi. Non fu liberato fino al 1997 (come conseguenza del tentativo di assassinio di Khalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas ad Amman, da parte di Israele), molto tempo dopo l’accordo di Oslo, che fu visto da Hamas e da molti altri come una capitolazione.* Al momento del suo rilascio Yassin era più conosciuto di qualsiasi altra figura politica palestinese, a parte lo stesso Arafat. A Gaza ricevette un’accoglienza da eroe. Ma anni di prigionia avevano lasciato il segno. Costretto su una sedia a rotelle e quasi cieco, sarebbe rimasto il leader spirituale di Hamas, ma la sua effettiva capacità di leadership era limitata. Le sue infermità non lo protessero: nel 2004 fu assassinato a Gaza City da un elicottero da combattimento israeliano.

Dopo la morte di Yassin Hamas ha avuto tre generazioni di leader. Il successore naturale fu Abdel Aziz al-Rantisi, un medico a cui le autorità israeliane impedirono di esercitare la professione e che si dedicò invece a promuovere l’attività politica tra i professionisti del settore medico. Nato all’inizio della Nakba, Rantisi era più giovane di Yassin di dieci anni e aveva presenziato alla fondazione del movimento. Ma il suo mandato durò solo un mese, prima che anche lui venisse assassinato. Mishal, nato nell’anno della crisi di Suez [1956, ndt.], fu il primo leader di Hamas a vivere, per precauzione, fuori dai territori occupati. Da Amman, Doha e Damasco condusse Hamas a una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi del 2006. Nel 2017 gli succedettero Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, entrambi nati a Gaza nel 1962. Haniyeh visse per la maggior parte della sua vita in una modesta casa ad Al-Shati, nel nord di Gaza. Quando assunse la carica di capo dell’ufficio politico di Hamas seguì l’esempio di Mishal e si trasferì a Doha, lasciando Sinwar a gestire gli affari all’interno della striscia. Lo scorso luglio Haniyeh è stato assassinato a Teheran, probabilmente da una bomba fatta esplodere a distanza. Tre mesi dopo Sinwar è stato ucciso da un carro armato israeliano nel sud di Gaza, a meno di cinque miglia dal luogo in cui era nato.

Nonostante tutto il successo di Israele nell’uccidere i leader di Hamas, molto poco ne ha avuto nel fermare la diffusione del movimento. In parte perché non esiste un solo Hamas, ce ne sono tre. C’è il movimento politico, plasmato dall’ideologia religiosa e impegnato a porre fine all’occupazione israeliana della Palestina attraverso la lotta armata. È stato fondato da un uomo (Yassin) in un luogo particolare (Gaza) e in un momento particolare (la fine degli anni ’80). Ha una gerarchia e una politica interna. Ha una storia. Poi c’è l’Hamas presente nelle menti dell’establishment politico e di sicurezza israeliano. Questo è un Hamas immaginario, ma l’immaginazione è guidata dalla conoscenza: questo Hamas è odiato ma anche rispettato a malincuore. C’è anche un terzo Hamas, che esiste solo nelle dichiarazioni pubbliche dei politici israeliani e, cosa fondamentale, in Occidente. Questa non è tanto un’organizzazione quanto un esempio di primordiale ferocia mediorientale, uno dei tanti nemici caricaturali dell’Occidente. È un Hamas senza storia, che è saltato fuori già completamente formato.

Israele ha preferito combattere l’Hamas di sua creazione piuttosto che l’Hamas noto agli studiosi seri, sebbene per molti anni lo studio fondamentale del movimento sia stato condotto da due israeliani in The Palestinian Hamas di Shaul Mishal e Avraham Sela, pubblicato nel 2000. Mishal e Sela hanno descritto un movimento sociale con radici profonde tra “la gente comune”. Intellettualmente, Hamas ha attinto dai principali pensatori politici religiosi della tradizione riformista islamica: Rachid Ghannouchi in Tunisia e Hassan al-Turabi in Sudan. Non era una banda di criminali ma una forza politica e sociale ben organizzata. Ha diviso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania in distretti e sottodistretti, suddividendoli ulteriormente in unità locali guidate da membri del movimento. Ha esercitato una pressione implacabile per imporre norme religiose conservatrici, con l’obiettivo di una resistenza pura, e quindi forte, epurata da scettici e oppositori compresi i sostenitori di Fatah, il partito più potente all’interno dell’OLP. La presenza di Hamas a tutti i livelli della società, a provvedere all’assistenza sociale e medica oltre che all’educazione religiosa, ha garantito un livello basilare di sostegno.

L’attrattiva di Hamas nasceva da una combinazione di ideologia e pragmatismo politico. Mentre l’OLP arrancava verso un’accettazione della spartizione, iscritta negli Accordi di Oslo, Hamas rimase impegnata, almeno in linea di principio, nella liberazione dell’intera Palestina storica. Il suo statuto originario, pubblicato nell’agosto 1988, sosteneva obiettivi politici molto simili a quelli dell’OLP, ma espressi in un linguaggio esplicitamente religioso, consolidato da un antisemitismo. Tuttavia Mishal e Sela sostenevano che, nonostante un’immagine di organizzazione fondamentalista dogmatica, Hamas era in effetti impeccabilmente pragmatica. I suoi documenti interni erano caratterizzati dal “realismo politico”. Poteva essere comunitaria e riformista quando il momento lo richiedeva e passare ad una ribellione violenta quando si presentava l’opportunità. I ​​suoi metodi erano “violenza controllata, coesistenza negoziata e processo decisionale strategico”. Hamas non era un movimento di liberazione nazionale laico: la sua definizione di vittoria era una Palestina restituita al dominio islamico e palestinese. Ma si comprendeva che tale obiettivo fosse lontano. Il movimento lavorava per promuovere un conservatorismo religioso dal basso attraverso i suoi progetti sociali. Spesso inquadrava questioni politiche usando riferimenti religiosi: in particolare decisioni politiche non ortodosse o controverse venivano giustificate con il ricorso ad un linguaggio religioso. Ma molto poco di Hamas trovava spiegazione in uno zelo religioso. La principale funzione pratica della sua religiosità, sostengono Mishal e Sela, era quella di stimolare una mobilitazione tra tutte le classi.

L’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, venne fondata nel 1991. Ma per il primo decennio della sua esistenza la realtà era piuttosto diversa dall’immagine di militanti col parapendio a cui è ora associata. Quadri scarsamente armati trascorrevano la maggior parte del loro tempo a spostarsi tra la campagna e gli appartamenti delle loro madri. Se erano fortunati avevano accesso ad alcune mitragliatrici rubate (per lo più Uzi e Carl-Gustaf m/45), ma poco di più. Israele sperava che l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania avrebbe fornito un facsimile di autogoverno e uno sbocco sicuro ma inefficace alle richieste di liberazione palestinesi. Ma le carenze dell’ANP continuavano a motivare la richiesta di forme di lotta più attive, di cui Hamas si appropriava. Nel 1994 condusse il suo primo attentato suicida all’interno di Israele dopo il massacro di 29 palestinesi da parte di un estremista ebreo di estrema destra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron. Una volta che i tunnel di Rafah entrarono in funzione negli anni 2000 gli armamenti di Hamas migliorarono e l’organizzazione iniziò a produrre in loco esplosivi e munizioni. Sotto la supervisione di Adnan al-Ghoul, Yahya Ayyash e Mohammed Deif, questa divenne alla fine un’importante industria che sfornava lanciarazzi “Yassin” e missili “Qassam”.

Hamas fu fondata per perseguire la resistenza armata contro l’occupazione, ma nella pratica il confronto violento è sempre stato in attrito con il calcolo politico. Per trovare un equilibrio il movimento ricorse al concetto religioso di sabr, o “pazienza”. Lo scoppio della seconda intifada, in risposta ai falliti colloqui di pace a Camp David nel 2000 e alla provocatoria visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, colse di sorpresa Hamas. La leadership reagì intensificando gli attentati suicidi, ma si trovava a seguire gli eventi piuttosto che guidarli. Il movimento era stato fondato sul rifiuto della partizione e dell’accordo politico con Israele. Ma in pratica la sua leadership stava accettando l’idea di due Stati sulla base dei confini del 1967. Nel giugno 2003 Ismail Abu Shanab, un membro fondatore di Hamas, sostenne un accordo a due Stati (due mesi dopo fu assassinato da un attacco missilistico di un elicottero Apache israeliano). Nel 2006 Ismail Haniyeh chiese [la nascita di] “uno Stato palestinese sovrano che comprendesse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme Est”. Gli sforzi fallimentari degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre crearono dilemmi anche per Hamas. Nel corso della seconda intifada condannò gli attacchi di al-Qaeda, ridusse le sue operazioni militari contro Israele e offrì un cessate il fuoco unilaterale. Al contrario, Israele riuscì a trasformare con successo l’occupazione in un altro campo di battaglia nella guerra globale al terrore. Negli Stati Uniti Hamas divenne rapidamente assimilato all’asse del male (gli attentatori suicidi non erano stati d’aiuto) e fu associato ad al-Qaida.

La seconda intifada, tra il 2000 e il 2005, costò la vita a gran parte dei vertici di Hamas, tra cui Yassin, Rantisi e Salah Shehadeh, il primo leader delle Brigate Qassam, che fu assassinato in un attacco aereo insieme ad altre quattordici persone, tra cui sette minori. Eppure ad appena un anno dalla fine dell’intifada Hamas aveva preso parte ad elezioni regolari vincendole e stava rimodellando le sue relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese. Con il suo quartier generale politico all’estero, fu sottoposto all’accusa che i suoi leader fossero al riparo dalle realtà della vita a Gaza. Ma una leadership remota aveva dei vantaggi pratici. Dai suoi uffici a Doha e Damasco Mishal coltivò migliori relazioni con l’Iran, che si era allontanato dall’OLP negli anni ’80 e aveva tagliato i legami con essa dopo Oslo. Ancora più di Mishal incarnava la nuova strategia di sensibilizzazione internazionale il vicepresidente del movimento, Mousa Abu Marzouk, che aveva vissuto per un po’ negli Stati Uniti (per un certo periodo l’attività editoriale di Hamas è stata condotta principalmente a Dallas).

La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi colse quasi tutti di sorpresa. L’intelligence israeliana era convinta che Fatah avrebbe vinto. Il Dipartimento di Stato americano sotto Condoleezza Rice era d’accordo. La morte di Arafat aveva indebolito l’OLP e la lussuosa condotta di vita dei suoi leader tornati dall’estero dopo Oslo l’aveva screditata. Ma questa era ben lontana dall’essere la storia completa. Nel 2009 la giornalista italiana Paola Caridi pubblicò un prezioso resoconto sulla corsa alle elezioni, Hamas: dalla Resistenza al Regime [Ed. Feltrinelli, ndt.]. Esordiva riflettendo sul motivo per cui Hamas avesse ottenuto un sostegno così forte tra i palestinesi comuni. Il movimento si era impegnato in una campagna elettorale tradizionale e il suo slogan, “Cambiamento e Riforma”, era conciliante. Ma Caridi sosteneva che il voto non fosse semplicemente “una protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah”. Hamas aveva vinto perché “ha fornito un’alternativa ai laici considerata più che semplicemente plausibile”.

La risposta degli Stati Uniti e di Israele alla vittoria di Hamas fu molto dura. Abu Marzouk scrisse un articolo sul Washington Post in cui faceva appello alla “lunga tradizione americana di sostenere i diritti degli oppressi all’autodeterminazione”. Il ministro degli Esteri di Hamas, Mahmoud al-Zahar, scrisse a Kofi Annan. Non cambiò nulla. Quando Hamas tentò di formare un governo di coalizione con Fatah gli Stati Uniti glielo impedirono. Un blocco tra Stati Uniti e Israele causò presto carenze di pane a Gaza. Gli Stati Uniti applicarono sanzioni nel tentativo di costringere il presidente Mahmoud Abbas, che riceveva regolarmente Condoleezza Rice a Ramallah, a indire nuove elezioni. Nel frattempo la CIA stava lavorando direttamente con le forze di sicurezza di Fatah guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca un segreto di Pulcinella nei territori occupati. La conseguenza fu una guerra civile tra Fatah e Hamas che si concluse nel giugno 2007 quando le forze di Hamas occuparono l’edificio di sicurezza e intelligence di Fatah a Gaza City, noto come “Ship”. Ciò fece sì che Hamas rimanesse escluso in Cisgiordania ma tenesse il controllo esclusivo di Gaza.

I ministeri grossomodo funzionavano, la spazzatura veniva raccolta e l’accesso a Internet era stato stabilito. I ritratti di Arafat furono sostituiti con le insegne di Hamas. L’ex insediamento israeliano di Neve Dekalim fu trasformato in un campo di addestramento. Il blocco era un problema più difficile da risolvere. I confini di Gaza furono sigillati, il suo spazio aereo controllato e presto sarebbe stato sotto costante attacco. In risposta alla cattura da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006 (Shalit sarebbe stato poi scambiato con detenuti palestinesi), Israele aveva distrutto la centrale elettrica di Gaza. Gli ospedali spesso dovevano essere alimentati da generatori di emergenza e talvolta avevano elettricità solo per poche ore al giorno. Il primo grande attacco di Israele a Gaza, l’operazione Piombo Fuso, fu lanciato il 27 dicembre 2008. Iniziò con massicci bombardamenti aerei e causò 1400 morti e 46.000 case distrutte. Ci sarebbe stato un attacco di questo tipo, anche se non sempre di tale portata, ogni due anni fino all’ottobre 2023. La principale risposta difensiva di Hamas fu quella di estendere la rete di tunnel per alleviare il blocco e fornire riparo dagli attacchi aerei, la mossa che chiunque farebbe se fosse messo a capo di una Gaza assediata.

Per Israele e i suoi sostenitori Hamas, come l’OLP, è sempre stata un’organizzazione terroristica, in base alla logica secondo cui qualsiasi violenza commessa dai palestinesi giustifica ogni violenza da parte di Israele mentre nessuna violenza commessa da Israele giustifica quella da parte dei palestinesi. Nel 2016, sul suo sito web ufficiale, sotto il titolo un po’ aziendale “Informazioni sul movimento: chi siamo”, Hamas ha affermato di essere “un movimento di liberazione nazionale con un’ideologia islamica moderata” che “limita la sua lotta e il suo lavoro alla causa palestinese”. Vale la pena di tenere in considerazione l’autodescrizione, in particolare se viene regolarmente trascurata. Ma l’autodescrizione è necessariamente parziale. Dire che Hamas è semplicemente il campione zelante di una lotta giusta contro una brutale occupazione militare ed esercita il diritto legale alla resistenza armata significa tralasciare molti elementi.

Hamas è stata fondata come organizzazione militante clandestina. Nel governare Gaza si è trovata di fronte a una dinamica essenzialmente diversa da qualsiasi cosa avesse sperimentato prima. Lo studio più significativo su quel periodo di Hamas è stato Hamas Contained [Hamas sotto controllo, ndt.] di Tareq Baconi, pubblicato nel 2018. Baconi ha preso di mira la condanna categorica e infondata del movimento, che sosteneva fosse solo un altro modo per “rendere accettabile la demonizzazione e la sofferenza di milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza”. Qualunque cosa fosse, Hamas, come l’OLP negli anni ’60 e ’70, era la fazione palestinese “più rappresentativa della nozione di resistenza armata contro Israele”. Fin dall’inizio aveva cercato di presentarsi più come un’espressione formalizzata di resistenza che come un partito politico tradizionale. Di conseguenza anche per i palestinesi che non gradivano che Hamas fosse al governo la lotta armata che incarnava rimaneva un motivo di orgoglio.

Il lavoro di Baconi è basato su uno studio rigoroso delle principali pubblicazioni di Hamas, la rivista Al-Resalah, pubblicata a Gaza City e distribuita localmente, e Filastin al-Muslima, l’organo intellettuale del movimento. La sua analisi ha colto ciò che molti altri avevano tralasciato, vale a dire cosa è successo al movimento tra le elezioni del 2006 e il 2023. All’interno dell’establishment della sicurezza israeliano da tempo si riteneva che una Gaza governata da Hamas fosse una variabile prevedibile. Hamas poteva essere facilmente etichettata come un’organizzazione terroristica, esponendo così l’intera Gaza alla condanna internazionale. Tuttavia, di fronte alle responsabilità di governo Hamas si trovò a dover limitare le proprie operazioni armate contro Israele. Il lancio di razzi era per lo più limitato a rispondere a gravi violazioni israeliane. Il potere che gli era stato conferito ha iniziato a sembrare più un vincolo alla lotta che una sua promozione. Una Gaza gestita da Hamas costituiva una risorsa per Israele, come ha affermato Netanyahu nel 2019?

C’erano segnali che Hamas si fosse reso conto di essere stato messo all’angolo. Quando la giunta di Abdel Fattah el-Sisi in Egitto attaccò il sistema di contrabbando dal Sinai attraverso i tunnel nell’inverno del 2013-14 Hamas decise di resuscitare gli sforzi di riconciliazione con Fatah. Ma il governo di unità formato nel giugno 2014 si rivelò di breve durata a causa di un altro importante attacco israeliano a Gaza, l’operazione Margine Protettivo. Nell’estate del 2014 in 51 giorni di bombardamenti furono uccisi 2220 palestinesi (alcune delle armi utilizzate furono fornite dalla Gran Bretagna). Hamas aveva voluto condividere il peso della responsabilità amministrativa per Gaza e Israele e i suoi sostenitori si erano rifiutati di permetterlo. Alla base di tutto questo c’era un modello consueto, osserva Baconi, “per cui le provocazioni israeliane, spesso dopo la firma di accordi di unità palestinese, innescano opportunità per Israele di rivendicare l’autodifesa e lanciare attacchi impressionanti contro Gaza”. Hamas era stata in grado di prendere il potere a Gaza perché Israele non era riuscito a circoscrivere la politica palestinese entro i confini dettati dal trattato di Oslo. Ma alla fine Hamas è stata utile alla più ampia strategia di occupazione israeliana. “Attraverso un duplice processo di controllo e pacificazione”, scrive Baconi, Hamas è stata “forzatamente trasformata in poco più che un’autorità amministrativa nella Striscia di Gaza, per molti versi simile all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania”. Non ci sarebbe stato alcun ritorno alla strategia degli attentati suicidi della seconda intifada. Hamas sembrava essere stata cooptata.

Eppure c’era una domanda senza risposta: per quanto tempo Gaza poteva rimanere sotto controllo? Quando nel 2017 Haniyeh e Sinwar presero il comando, i primi segnali furono di un’ulteriore pacificazione. Quell’anno Hamas pubblicò il suo nuovo patto, che eliminava l’antisemitismo del suo statuto fondativo e riconosceva ufficialmente la possibilità di un accordo sui confini del 1967. In sostanza già da un decennio Hamas aveva accettato la possibilità di una soluzione a due Stati, ma averlo messo per iscritto era un’altra cosa. Sinwar aveva una reputazione di spietatezza (negli anni ’80 era stato incaricato da Yassin di gestire il controspionaggio nella parte meridionale di Gaza), ma ora si appellava personalmente a Netanyahu per una “nuova fase”. Nel 2018, invece di una ripresa generale delle ostilità, Hamas optò per la disobbedienza civile, la Grande Marcia del Ritorno, con manifestazioni in gran parte pacifiche tenute ogni venerdì lungo la barriera di confine con Israele. Israele rispose uccidendo centinaia di dimostranti e ferendone migliaia. Mohammed Deif, capo delle Brigate Qassam, propose una reazione armata; Sinwar lo scavalcò.

* Adam Shatz ha scritto del complotto per uccidere Mishal sul London Review of Books del 14 maggio 2009

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)