Rifugiati: l’”accordo del secolo” di Trump è destinato al fallimento

Mustafa Abu SneinehChloé Benoist

19 giugno 2019 – Middle East Eye

La proposta segue lo stesso percorso di altri inutili negoziati del passato e minaccia lo status di milioni di palestinesi

In un conflitto centrato sulla relazione tra terra e popolo, la questione dei rifugiati palestinesi è stata il punto su cui sin dall’istituzione dello Stato di Israele si sono incagliati gli sforzi diplomatici – e sembra che il cosiddetto “accordo del secolo” del presidente americano Donald Trump non faccia eccezione a questa regola.

Israeliani e palestinesi hanno sempre aspramente dissentito su chi sia un rifugiato, su quali diritti abbia e su quale dovrebbe essere il suo destino a lungo termine, visto che gli innumerevoli tentativi da parte della comunità internazionale di raggiungere un consenso sulla questione hanno sempre fallito.

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L’ultima proposta, questa volta da parte dell’amministrazione Trump, sembra non solo orientata al fallimento proprio come i negoziati precedenti, ma addirittura fondata sul tentativo di eliminare completamente il problema dei rifugiati.

A milioni in tutta la regione

Circa 750.000 palestinesi sono fuggiti o sono stati cacciati con la forza dalle loro case da gruppi paramilitari ebrei nel 1948 alla nascita dello Stato israeliano.

Secondo i dati delle Nazioni Unite all’epoca quel numero corrispondeva a più della metà della popolazione palestinese. A settant’anni da quel moderno esodo, quasi 5,5 milioni di quei palestinesi e dei loro discendenti sono registrati come rifugiati presso le Nazioni Unite.

Circa 2,2 milioni di rifugiati vivono in decine di campi profughi tra la Cisgiordania e Gaza occupate, mentre la maggioranza degli altri vive nei paesi confinanti di Giordania, Libano e Siria.

Il “diritto al ritorno” per i palestinesi sfollati a causa del conflitto è stato stabilito nella risoluzione 194 approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1949 e ribadito dalla stessa istituzione in un’altra risoluzione nel 1974, che ha definito la sua attuazione “indispensabile per la soluzione della questione palestinese”.

È sostenuto da altre risoluzioni e convenzioni internazionali, che affermano in modo più generale il diritto delle popolazioni al ritorno nella propria patria.

La lotta per il diritto al ritorno

Ma il diritto al ritorno è stato a lungo considerato da Israele come una minaccia demografica alla sua auto-identificazione come Stato ebraico. Secondo i dati della Banca Mondiale la popolazione di Israele nel 2017 era di 8,7 milioni, di cui circa il 20% cittadini palestinesi di Israele.

Di conseguenza, la posizione di Israele nei negoziati è improntata al rifiuto di accettare la potenziale prospettiva di milioni di palestinesi che ritornano alle proprie case.

Gli accordi di Oslo del 1993 istituirono l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) come organismo governativo ad interim, con l’obiettivo dichiarato di creare uno Stato palestinese indipendente entro la fine del secolo.

L’accordo prevedeva il raggiungimento di una soluzione permanente del conflitto entro cinque anni, dopo di che un accordo su questioni di “status finale” – come gli insediamenti israeliani, il destino di Gerusalemme e dei rifugiati – sarebbe stato presumibilmente concluso durante una seconda fase dei negoziati.

Ma quando nel 1999 si arrivò alla scadenza dei cinque anni, tutti i tentativi di raggiungere un accordo permanente erano falliti.

Tra il 2000 e il 2001, quando l’allora presidente americano Bill Clinton cercò di raggiungere un nuovo accordo durante i vertici di Camp David e Taba, la posizione israeliana oscillò.

A Camp David, il famoso ritiro presidenziale nel Maryland, l’allora capo dello staff israeliano, Gilead Sher, scrisse che i negoziatori israeliani avevano chiaro come qualsiasi accordo che consentisse ai rifugiati di ritornare avrebbe previsto nientemeno che 100.000 persone.

Fu anche discussa l’istituzione di un fondo internazionale tra i 10 e i 20 miliardi di dollari per aiutare i rimanenti rifugiati a reinsediarsi permanentemente nei Paesi di accoglienza – lo scenario preferito da Israele.

Ma quando le parti si incontrarono di nuovo sei mesi più tardi nella località egiziana di Taba, gli israeliani cercarono di far abbandonare del tutto l’ipotesi.

In una riunione di gabinetto in vista del vertice di Taba, il governo israeliano affermò che una delle sue posizioni imprescindibili nei colloqui era che “Israele non permetterà mai ai rifugiati palestinesi il diritto di tornare nello Stato di Israele”.

I negoziatori discussero dei risarcimenti ai rifugiati palestinesi, ma di nuovo non fu possibile raggiungere alcun accordo. I negoziatori palestinesi discutevano la restituzione e il risarcimento in base a valutazioni legate alle proprietà [perse dai profughi e che si trovavano nel territorio diventato israeliano, ndtr.], mentre gli israeliani discutevano del risarcimento solo nei termini di una somma fissa.

I summit di Camp David e Taba si svolsero in tempi molto vicini alle elezioni statunitensi e israeliane, ciò che condannò i colloqui a non raggiungere mai una conclusione positiva.

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Nel 2004, Tzipi Livni, all’epoca ministro israeliano per l’Integrazione degli Immigrati e politicamente di centro, aveva convinto il presidente degli Stati Uniti George W. Bush a far proprio il totale rifiuto di Israele del diritto al ritorno – una posizione intransigente, che in seguito il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice disse come l’avesse colpita in quanto ” strenua difesa della purezza etnica dello Stato israeliano”.

Israeliani e palestinesi hanno continuato a dissentire sulla questione dei rifugiati nei successivi importanti colloqui di pace avviati dal 2013 al 2014 dal Segretario di Stato americano John Kerry.

Netanyahu ha respinto il diritto al ritorno dei palestinesi e ha posto come requisito per la pace il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, ma il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha rifiutato, sostenendo che questo avrebbe compromesso le rivendicazioni dei profughi palestinesi di tornare alle loro case.

L’ UNRWA nel mirino

Adesso, il cosiddetto “accordo del secolo” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, insieme alla sua decisione di porre fine ai finanziamenti statunitensi per l’UNRWA, l’UN Relief and Works Agency (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro) che sostiene i milioni di profughi palestinesi, sembra essere un tentativo di rimuovere completamente il problema dal tavolo dei negoziati.

Creato dalle Nazioni Unite nel dicembre 1949 come organizzazione temporanea, da allora l’UNRWA ha fornito istruzione, assistenza sanitaria, infrastrutture e servizi di soccorso di emergenza ai palestinesi sfollati, oltre a dare lavoro a migliaia di persone nei territori occupati.

Operando in Giordania, Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza, l’UNRWA vede il suo mandato rinnovato ogni tre anni ed è finanziato quasi interamente da contributi volontari degli Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui gli Stati Uniti, che sono stati per decenni il maggior donatore.

Lo scorso agosto si è saputo che Trump intendeva cambiare la politica degli Stati Uniti nei confronti dei rifugiati palestinesi in modo che i discendenti degli sfollati del 1948 e della guerra arabo-israeliana del 1967 non venissero calcolati.

Ciò ridurrebbe il numero a circa 500.000, ossia a circa un decimo del numero attualmente riconosciuto e supportato dall’UNRWA.

Ciò ha anche portato Washington ad allinearsi ad Israele, che sostiene che ereditare lo status di rifugiato, dalla prima generazione di palestinesi sfollati ai loro discendenti, vale solo per i palestinesi e di per sé “perpetua il conflitto”.

Accogliendo con favore la fine dei finanziamenti statunitensi all’UNRWA, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che gli Stati Uniti “hanno fatto qualcosa di molto importante bloccando i finanziamenti per l’agenzia di perpetuazione dei rifugiati nota come UNRWA”.

“Sta finalmente iniziando a risolvere il problema. I fondi devono essere presi e utilizzati per aiutare veramente a reinserire i rifugiati, il cui numero reale è una frazione del numero indicato dall’UNRWA “, ha detto. “Questo è un cambiamento molto positivo e importante, e lo sosteniamo.”

Netanyahu ha anche sottolineato le differenze tra le definizioni di rifugiato dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dell’UNRWA, e ha chiesto all’UNHCR di assumere gradualmente il mandato dell’UNRWA.

La definizione dell’UNHCR esclude dallo status di rifugiato chiunque abbia successivamente acquisito la cittadinanza di un altro Paese, mentre l’UNRWA conta come rifugiati anche quanti abbiano un’altra cittadinanza e i discendenti della prima generazione sfollata dalla propria terra.

L’UNRWA ha ripetutamente smentito le accuse di trattamento speciale per i rifugiati palestinesi e ha addossato direttamente la responsabilità della continua crisi dei rifugiati all’inconcludente processo di pace.

Perché Trump perseguita i rifugiati?

Nel frattempo, l’interruzione dei finanziamenti statunitensi all’UNRWA ha proiettato ulteriore incertezza e scompiglio nel futuro di milioni di palestinesi in tutta la regione.

Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno elargito grandi contributi finanziari ai palestinesi senza ottenerne abbastanza “apprezzamento o rispetto” – sottintendendo che i tagli agli aiuti siano un mezzo per esercitare pressioni sui leader palestinesi nei negoziati del piano di pace detto “accordo del secolo”.

Nonostante le risoluzioni e le convenzioni internazionali che hanno posto la questione dei rifugiati, per lo più i passati colloqui di pace non hanno affrontato in modo concreto il destino dei palestinesi in esilio.

Alcuni vedono quindi lo smantellamento dell’UNRWA da parte di Trump e le sue pressioni per rimuovere la maggioranza dei palestinesi dalla lista dei rifugiati come parte di un piano per portare a termine un accordo in cui uno dei principali punti controversi nella precedente serie di colloqui sia semplicemente rimosso dalla discussione.

Tuttavia, alcuni osservatori hanno sottolineato che la lunga storia statunitense di finanziamento dei palestinesi è perfettamente in linea con il suo sostegno a Israele.

Sostengono che l’esternalizzazione degli aiuti umanitari, ad organizzazioni internazionali e a potenze mondiali, ha permesso a Israele di sganciarsi dalla sua stessa responsabilità come potere occupante di provvedere alle popolazioni civili sotto il suo controllo, come definito dal diritto internazionale.

Queste preoccupazioni sembrano essere condivise da alcuni dirigenti israeliani. A settembre, è stato riferito che i responsabili della sicurezza israeliana hanno sollecitato il loro governo a trovare una fonte alternativa per gli aiuti a Gaza nel timore che la fine dei finanziamenti dell’UNRWA potesse portare a un ulteriore deterioramento della situazione umanitaria nell’enclave e ad un’eventuale guerra.

Il precipitoso calo degli aiuti, quindi, potrebbe ritorcerglisi contro – poiché i profughi palestinesi, la maggior parte dei quali continua a resistere con fermezza nella speranza di tornare in patria, potrebbero avere ora ancora meno da perdere.

(traduzione di Luciana Galliano)




Un ospedale di Gerusalemme in cui i bambini palestinesi muoiono da soli

Oliver Holmes a Gerusalemme e Hazem Balousha a Gaza

Giovedì 20 giugno 2019 – The Guardian

Il blocco israeliano di Gaza implica che i genitori siano separati dai figli con gravi malattie

A prima vista niente sembra fuori posto nell’unità pediatrica di terapia intensiva. Nove letti ospitano nove piccoli bambini appena nati, tutti con tubi collegati ai corpicini. Monitor emettono suoni di continui segnali elettronici. Infermieri passano da un letto all’altro. Un pediatra dall’aspetto stanco compila scartoffie.

Eppure manca qualcosa: non ci sono genitori.

Alcuni sono stati mandati a casa a riposare, o potrebbero stare a bere ansiosamente caffè nel bar al piano inferiore. Ma in questo ospedale palestinese di Gerusalemme le madri di due bambini sono rimaste intrappolate a un’ora e mezza di distanza al di là del blocco imposto da Israele contro Gaza. Entrambi i bambini sono in seguito morti senza aver rivisto la propria madre.

Bambini palestinesi gravemente malati portati da Gaza, impoverita e sconvolta dalla guerra, all’ospedale Makassed, meglio equipaggiato, soffrono e muoiono da soli.

In qualche caso Israele consente l’uscita temporanea da Gaza per ragioni di salute, ma non a tutti. Al contempo impedisce o ritarda in modo grave l’uscita di molti genitori, e altri non fanno neppure richiesta, temendo che gli approfonditi controlli di sicurezza per gli adulti blocchino l’uscita dei loro figli e facciano perdere tempo prezioso.

Secondo l’ospedale, dall’inizio dello scorso anno 56 bambini di Gaza, sei dei quali sono morti in loro assenza, sono stati separati dai loro padri e madri. In un caso a una madre di 24 anni di Gaza è stato permesso di viaggiare due mesi prima fino a Gerusalemme per dare alla luce tre gemelli gravemente malati. Due pesavano meno di un sacchetto di zucchero.

Ma il permesso di Hiba Swailam è scaduto e lei ha dovuto tornare a Gaza. Non era lì quando il suo primo figlio è morto, a nove giorni [dalla nascita], o due settimane dopo, quando è deceduto anche il suo secondo bambino. È stata informata per telefono. La figlia sopravvissuta, Shahad, ha passato i primi mesi della sua vita accudita da infermieri, e Hiba ha potuto vederla solo con videochiamate. Benché la bambina fosse pronta per essere dimessa da febbraio, nessun membro della famiglia è stato in grado di andarla a prendere.

Dopo essere state contattate per fare un commento, le autorità israeliane hanno concesso a Swailam di uscire da Gaza. Le è stato consentito di andare a Gerusalemme lo stesso giorno in cui Israele ha risposto alla richiesta del Guardian di fare un commento, il 29 maggio.

Medici per i diritti umani-Israele”, una Ong di medici israeliani, ha affermato che lo scorso anno più di 7.000 permessi sono stati rilasciati a minori di Gaza. Sono stati concessi meno di 2.000 permessi per genitori, il che lascia pensare che molti bambini abbiano viaggiato senza i propri genitori. Mor Efrat, il direttore del gruppo per i territori palestinesi occupati, ha affermato che “il governo israeliano dovrebbe essere chiamato a rispondere delle sofferenze umane.”

Separare bambini malati dai genitori può avere conseguenze devastanti. I medici credono che uno dei tre gemelli che è morto quando la madre era a Gaza si trovava in una condizione per cui una delle migliori misure di prevenzione sarebbe stato l’allattamento al seno. “Non potrei dire che se la madre fosse stata qui se la sarebbero cavata, ma ciò potrebbe aver ridotto le loro possibilità,” ha affermato Hatem Khammash, il capo dell’unità neonatale.

Ibtisam Risiq, la caposala del reparto dell’unità pediatrica di terapia intensiva, ha osservato un effetto psicologico nei neonati che sono affidati solo alle sue cure: “Hanno bisogno di amore. Il loro battito cardiaco aumenta. Sono depressi,” afferma.

Seduta alla sua scrivania, con pile di carta ovunque, controlla come le sue infermiere si affrettano per tenere in vita i bambini. Le rimprovera di aver lasciato le confezioni di prodotti medici sul pavimento. Un grande schermo di computer dietro di lei mostra il battito cardiaco dei pazienti. Mentre parla, uno sale a 200 battiti al minuto. “Dovrebbe essere a 130”, dice, e rapidamente manda un’infermiera.

Entrano ed escono medici. Risiq prende il telefono per discutere con un direttore amministrativo che l’ha chiamata perché un altro bambino ha bisogno di cure urgenti. Chiede invano se qualcuno dei pazienti di Risiq è sufficientemente stabile da essere spostato in un’unità a basso rischio. “Siamo al 100% della capienza,” dice Risiq. “Ciò succede tutti i giorni. Devo affrontare questa situazione tutti i giorni.”

Sempre alle prese con problemi finanziari, il Makassed è in una situazione critica da quando l’anno scorso Donald Trump ha tagliato milioni di fondi per l’assistenza medica a questo come ad altri ospedali che si occupano di palestinesi a Gerusalemme est. Anche la feroce rivalità tra le fazioni politiche palestinesi in Cisgiordania e a Gaza ha aggravato la crisi sanitaria. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), con sede in Cisgiordania, l’unico gruppo con cui Israele collabora, è stata accusata di aver tagliato l’aiuto medico a Gaza per obbligare Hamas a cedere il controllo della Striscia – un’accusa che l’ANP smentisce.

Saleh al-Ziq, il capo dell’ufficio dell’ANP per Gaza che trasmette le richieste di permessi d’uscita per Israele, afferma che esso ha informato che i bambini malati siano accompagnati solo da persone con più di 45 anni, i cui permessi vengono di solito esaminati più rapidamente dalle autorità israeliane in quanto considerati meno rischiosi.

Il risultato è che, invece dei genitori, che di solito sono più giovani, il Makassed è pieno di nonni. L’ospedale deve farsi carico di vitto e alloggio, e ha sistemato roulotte per farceli dormire. Ma in qualche caso anche loro devono tornare a Gaza e i bambini vengono lasciati totalmente soli.

Nel reparto di terapia intensiva pediatrica Risiq prende un grande libro verde pieno delle sue annotazioni compilate a mano di ammissioni, molte delle quali di bambini prematuri.

Una neonata, Reema Abu Eita, è arrivata con la nonna da Gaza per un’operazione urgente al midollo spinale. Questa è stata rimandata perché aveva un’infezione, dice Risiq, guardando la bambina, con gli occhi chiusi e il petto ansimante. Il padre di Abu Eita, un guidatore di ambulanze, ha cercato di ottenere un permesso per visitare la figlia, ma la bambina è morta prima di tornare a Gaza. Un altro neonato di Gaza, Khalil Shurrab, è arrivato con il fegato ingrossato. Giallo per l’itterizia, soffriva di convulsioni.

Secondo suo padre, che parlava da Gaza, lo avrebbe accompagnato la nonna. “L’equipe ospedaliera le ha insegnato come mandare a me e a mia moglie foto del bambino con WhatsApp,” dice Jihad Shurrab, 29 anni.

Sua moglie, Amal, afferma di aver smesso di dormire dopo che suo figlio è partito: “Speravo di poter andare con lui a Gerusalemme. Ho implorato chiunque, ma mi hanno detto che sono giovane e che gli israeliani non avrebbero accettato.”

Con sollievo della famiglia, il Makassed alla fine ha dimesso Khalil dopo un mese, e il bambino ha potuto ritornare a Gaza. Ma quando lo ha fatto, hanno scoperto che lì i farmaci erano introvabili. “Il gonfiore stava aumentando,” dice suo padre. Ha deciso di cercare di andarsene da Gaza verso il sud passando dall’Egitto, che ha imposto anch’esso un blocco ma in alcuni casi consente di viaggiare. “Il giorno in cui avremmo dovuto partire è morto.”

Israele afferma che il blocco terrestre, aereo e marittimo contro Gaza intende impedire ad Hamas e ad altri gruppi di miliziani di lanciare attacchi. L’Onu lo definisce una “punizione collettiva” per 2 milioni di persone che vi sono intrappolate. Gli abitanti lo chiamano assedio.

Il COGAT, l’ente del ministero della Difesa [israeliano] responsabile del coordinamento delle attività governative israeliane nei territori palestinesi, afferma in una risposta scritta di non imporre limiti d’età per i permessi e che ogni richiesta viene esaminata in modo individuale.

Riguardo al caso dei tre gemelli, sostiene che “un errore umano nei moduli per la domanda”, intendendo una richiesta presentata dalla madre in aprile, ha fatto sì che fosse respinto.

Imputa la crisi sanitaria a Gaza ad Hamas e all’ANP, che afferma “riduce drasticamente il bilancio degli aiuti medici per gli abitanti della Striscia di Gaza.” Afferma che Hamas ha utilizzato pazienti come corrieri per far entrare clandestinamente in Israele esplosivi e “finanziamenti per i terroristi”.

Il COGAT è “attivo nel rilascio di decine di migliaia di permessi a pazienti, così come a medici palestinesi, che ricevono formazione negli ospedali in Israele,” aggiunge.

Mentre è più difficile per la gente di Gaza, uscire, il Makassed presta servizio anche per la Cisgiordania, e anche lì i genitori palestinesi trovano difficoltà, e a volte l’impossibilità, di andare all’ospedale.

Israele sostiene di avere la sovranità su tutta Gerusalemme ed ha persino isolato dal resto dei territori palestinesi i suoi quartieri a maggioranza araba. Alcuni pazienti, molti bambini più grandi malati di cancro, hanno famiglie che vivono a pochi minuti di distanza ma non possono andarli a trovare.

La separazione di bambini dalle loro famiglie è talmente comune che gli ospedali palestinesi a Gerusalemme forniscono loro tablet per fare chiamate con Skype.

Un’organizzazione per la salute con sede in Gran Bretagna, “Medical Aid for Palestinians” [Aiuto Medico per la Palestina], ha organizzato visite guidate per parlamentari britannici all’ospedale Makassed per mostrare loro i risultati del fatto di separare i bambini dalle proprie famiglie. Una parlamentare laburista che l’ha visitato ha affermato di aver sollecitato il governo britannico ad intervenire. Rosena Allin-Khan, che lavorava come medico al pronto soccorso, ha affermato: “Nessun bambino, in nessuna parte del mondo, dovrebbe stare da solo in un momento di grande necessità. Il governo britannico dovrebbe fare pressione sulle autorità israeliane perché rivedano questo sistema inumano.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gaza: come è stata strangolata l’enclave palestinese

Chloé Benoist

21 giugno 2019 Middle East Eye

Decenni di colloqui falliti con Israele e le divisioni interne hanno lasciato gli abitanti più disperati che mai e l’“accordo del secolo” non sembra in grado di modificare lo status quo

Isolata dalla Cisgiordania e da Gerusalemme est occupate; sotto assedio da oltre un decennio; sottoposta a discordie politiche interne, Gaza svolge il più complicato dei ruoli nel conflitto israelo-palestinese.

La sua posizione, sia come teatro di una catastrofica crisi umanitaria che come sede del potere di Hamas – l’organizzazione palestinese di resistenza armata definita organizzazione terroristica da Israele e dai suoi alleati – ha fatto del destino di Gaza uno dei nodi centrali di ogni trattativa che cerchi di occuparsi correttamente del futuro dei palestinesi

Questo articolo fa parte della serie “Done Deal [accordo fatto]” di Middle East Eye, che indaga su quanti degli aspetti attesi del cosiddetto “accordo del secolo” del Presidente USA Donald Trump rispecchino una realtà che già esiste sul terreno.

Prenderà in esame come il territorio palestinese sia già stato di fatto annesso, perché i rifugiati non abbiano prospettive realistiche di tornare un giorno nella loro patria, come la Città Vecchia di Gerusalemme sia sotto dominio israeliano, come vengano usati minacce finanziarie e incentivi per indebolire l’opposizione allo status quo e come Gaza sia tenuta in uno stato di assedio permanente.

Ma Gaza è in un vicolo cieco. Il soccorso umanitario, lo sviluppo economico e l’autodeterminazione palestinese sono considerati troppo spesso nei piani di pace come incompatibili tra loro – e questo include l’ “accordo del secolo” del Presidente USA Donald Trump.

Il ruolo dell’Egitto nell’assedio israeliano

Intrappolata tra Egitto e Israele, lo status di Gaza come enclave fin dalla creazione dello Stato di Israele ha determinato molto della sua esistenza e anche della posta in gioco.

Nel 1948 la Striscia di Gaza contava circa 80.000 abitanti – ma quel numero arrivò velocemente ad una stima di 200.000, quando i rifugiati palestinesi fuggirono dalle forze israeliane. Sessant’anni dopo Gaza ha circa due milioni di abitanti e la reputazione di essere una delle aree più densamente popolate al mondo.

Alla fine degli anni ’40 Gaza era governata dall’esercito egiziano, con un breve periodo di autogoverno ampiamente simbolico, prima di essere occupata da Israele dopo la guerra arabo-israeliana del 1967.

Come in Cisgiordania e a Gerusalemme est, Israele creò insediamenti in tutta la Striscia di Gaza contravvenendo al diritto internazionale. Fu in questo contesto che nel 1987 Hamas si impose come braccio armato della Fratellanza Musulmana nei primi giorni della prima Intifada.

Mentre nel 1993 gli Accordi di Oslo prevedevano un completo ritiro israeliano da Gaza entro un periodo di transizione di cinque anni, questa parte dell’accordo di pace – come molte altre parti – non si realizzò. Fu solo dopo la seconda Intifada, terminata nel 2005, che Israele evacuò le sue 25 colonie da Gaza: alla fine di quell’anno furono trasferiti 9.000 coloni.

Hamas vinse le elezioni legislative del 2006, ma subito dopo scoppiò il conflitto con Fatah, il partito dominante dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). La faida di fatto lasciò Gaza sotto un’ amministrazione guidata da Hamas, separata dall’ANP guidata da Fatah nella Cisgiordania occupata.

Quando Hamas ottenne il controllo della Striscia, Israele impose un rigido assedio a Gaza, sostenuto anche dall’Egitto sul confine meridionale dell’enclave.

Israele non ha più una presenza militare permanente a Gaza, ma continua ad esercitare il controllo. L’accesso all’elettricità si aggira tra le 3 e le 12 ore al giorno. Le riduzioni di combustibile mettono a rischio il funzionamento di vitali infrastrutture sanitarie. L’acqua pulita è diventata una merce rara. Oltre un milione di persone vive con 3,50 dollari, o meno, al giorno. Il mare, un tempo vitale fonte di reddito per gli abitanti di Gaza, è sottoposto a restrizioni dei diritti di navigazione e pesca che cambiano continuamente.

Dodici anni di assedio, unitamente a tre guerre, innumerevoli scoppi di violenze e la repressione di un movimento di protesta di massa dal 2018 hanno portato le Nazioni Unite a denunciare ripetutamente che Gaza è di fatto diventata “invivibile”.

L’unità dei palestinesi è andata in pezzi

A partire dalle elezioni palestinesi del 2006 Gaza è stata intrappolata tra due conflitti probabilmente irrisolvibili: quello tra palestinesi ed israeliani e quello fra gli stessi palestinesi.

L’ANP vuole consolidare il proprio potere nei territori occupati, ma Hamas teme di venire emarginata sotto un governo unificato. Vi è disaccordo tra Fatah e Hamas anche sull’atteggiamento da adottare verso Israele, soprattutto riguardo al futuro del braccio militare di Hamas.

La rottura politica che dura ormai da 13 anni ha anche impedito qualunque attività diplomatica credibile tra Israele e Palestina. Come potrebbe realizzarsi un’efficace discussione sullo Stato palestinese quando la stessa dirigenza palestinese è aspramente divisa?

Innumerevoli tentativi di riconciliazione – promossi da Egitto, Arabia Saudita, Qatar e Siria – sono falliti. Ma il fallimento di questi colloqui non è dovuto soltanto ad irreconciliabili differenze tra i due partiti palestinesi. Israele ha molto da guadagnare dal continuo dissidio tra palestinesi e spesso ha fatto pressioni militari e finanziarie quando un riavvicinamento tra le parti palestinesi sembrava alla portata.

Nel 2011 il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha reagito ad un accordo di unificazione, firmato dal Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas e dall’allora capo dell’ufficio politico di Hamas Khaled Meshaal, definendolo “un colpo mortale alla pace e un grande regalo al terrorismo.” Israele ha quindi sospeso il trasferimento di 80 milioni di dollari di tasse che esso raccoglie per conto dell’ANP.

Il 2 giugno 2014 Abbas promise un governo tecnocratico di unità palestinese guidato dal Primo Ministro Rami Abdallah. Dieci giorni dopo tre adolescenti israeliani furono rapiti in Cisgiordania. Le forze israeliane lanciarono una feroce caccia all’uomo, accusando Hamas del rapimento: i loro corpi furono trovati due settimane dopo.

Alla fine di luglio la polizia israeliana disse che il rapimento e le uccisioni erano opera di una “cellula isolata” – ma a quel punto Israele e Hamas da tre settimane erano coinvolti in una devastante guerra a Gaza, che causò la morte di oltre 2.000 palestinesi e 70 israeliani.

Alcuni osservatori ritengono che la ricerca dei ragazzi e il conseguente attacco ad Hamas fossero meri pretesti per vanificare gli sforzi di unificazione palestinese e, di conseguenza, la creazione di uno Stato palestinese.

Un futuro nel Sinai?

Non vi sono segnali di una duratura riconciliazione tra Fatah e Hamas – quindi questo dove condurrà Gaza?

Lo status particolarmente delicato dell’enclave – isolata tra i due governi ostili di Netanyahu e del Presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi, e alle prese con una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche – ha spinto molti mediatori a cercare di affrontare le sue questioni separatamente da più ampie discussioni sull’autodeterminazione palestinese.

Nel 2015 l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair incontrò in diverse occasioni Meshaal – la prima volta in cui Hamas fu il principale rappresentante palestinese in sede di colloqui.

Pare che Blair abbia offerto a Hamas una completa eliminazione del blocco di Gaza, aiuti per la ricostruzione dopo la guerra del 2014 e la possibilità di un porto marittimo e di un aeroporto. In cambio Hamas avrebbe dovuto accettare un cessate il fuoco illimitato con Israele. Alla fine tuttavia Blair non riuscì ad ottenere l’appoggio israeliano ed egiziano al suo piano.

Alla fine del 2018 sono emerse informazioni secondo cui, come parte dell’“accordo del secolo”, Washington ed Israele stavano facendo pressioni sull’Egitto perché trasformasse parti della regione del Sinai settentrionale in una zona industriale e di infrastrutture per dare lavoro ai palestinesi e aiutare Gaza.

L’amministrazione Trump ha negato il piano, ma non sarebbe la prima volta che è stata suggerita questa idea.

Negli anni ’50 l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, propose che la sovrappopolazione di Gaza potesse essere alleggerita espandendo il territorio verso sud lungo la costa tra le città egiziane di al-Arish e Port Said – un piano che all’epoca fu categoricamente respinto dai rifugiati palestinesi.

Il giornalista e ricercatore palestinese Adnan Abu Amer ha detto a Middle East Eye che vent’anni dopo, facendo seguito alla guerra arabo-israeliana del 1973, Israele tentò di convincere il Presidente egiziano Anwar al-Sadat ad annettere totalmente Gaza all’Egitto.

Per quanto storico, l’ approccio a Gaza come questione a parte durante colloqui non è piaciuto a tutti. Per Saeb Erekat, il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), gli sforzi per negoziare una tregua tra Hamas e Israele proprio mentre Israele applica misure punitive contro l’ANP stavano deliberatamente “accentuando la separazione (tra palestinesi) con tutti i mezzi possibili” nel tentativo di “distruggere il progetto nazionale palestinese consistente nella creazione dello Stato palestinese indipendente e sovrano.”

I piani finanziari falliscono

Intanto l’urgente bisogno di Gaza di soccorso economico ed umanitario è stato a lungo al centro di conferenze e colloqui di pace – ma raramente messo in pratica.

Secondo Abu Amer, nel 1991 durante la conferenza di pace di Madrid furono avanzati piani per lo sviluppo economico di Gaza . Gli Accordi di Oslo del 1993 auspicarono una cooperazione su petrolio e gas tra israeliani e palestinesi per sostenere l’industria di Gaza. Abu Amer ha detto a MEE che i progetti per un’azienda petrolifera a Gaza furono visti come un elemento centrale nella costruzione del futuro economico di un previsto Stato palestinese.

Nel corso degli Accordi di Oslo furono proposti progetti per una fabbrica, un porto marittimo ed un aeroporto a Gaza: di essi, solo l’aeroporto divenne realtà. Inaugurato dall’allora Presidente USA Bill Clinton nel 1998, l’aeroporto internazionale Yasser Arafat ebbe vita breve: nel 2000 venne distrutto dalle forze israeliane durante la seconda Intifada.

Progetti per un porto marittimo sono stati regolarmente suggeriti, anche da politici israeliani. Ma finché permane l’assedio israeliano, compreso il divieto di importazione a Gaza di prodotti “a doppio uso”, come i materiali da costruzione, le iniziative economiche possono essere solo teoriche.

Mentre Israele è stato il principale responsabile nel mantenere Gaza in condizioni di crisi umanitaria, persino personaggi israeliani hanno visto il pericolo creato da un territorio palestinese sempre più impoverito e non in grado di sopravvivere.

È stato rivelato che a settembre ufficiali della sicurezza israeliana hanno fatto pressione sul loro governo perché trovasse una fonte alternativa di aiuti per Gaza. Si temeva che la decisione di Trump di interrompere i finanziamenti all’UNRWA potesse peggiorare la situazione umanitaria dell’enclave, che poteva degenerare in una vera e propria guerra.

Intanto in Israele i politici di estrema destra, che negli ultimi anni hanno accresciuto la propria influenza nel panorama israeliano, hanno auspicato un “duro e sproporzionato” intervento militare contro Hamas.

In condizioni giudicate invivibili dalle organizzazioni internazionali e con uno stallo nei colloqui tra ANP e Israele, il futuro di Gaza e dei suoi due milioni di abitanti appare fosco.

Motasem Dalloul ha inviato corrispondenze dalla Striscia di Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il piano di Trump per cancellare le ragioni dei palestinesi gode di sostegno bipartisan nel Congresso

Jonathan Cook

14 giugno 2019 – Middle East Eye

Gli Stati Uniti cercano di orchestrare una situazione favorevole nella regione prima di cominciare ad attuare l’“accordo del secolo’

Il prolungato bullismo finanziario della Casa Bianca nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), possibile futuro governo palestinese, è arrivato al punto che sono ora credibili le avvisaglie circa un suo prossimo collasso. La crisi ha fornito agli oppositori un’ulteriore prova dell’approccio apparentemente caotico e spesso autolesionista dell’amministrazione Trump nei confronti delle questioni di politica estera.

Nel frattempo, i funzionari statunitensi incaricati di risolvere il conflitto israelo-palestinese manifestano in modo ancora più palese la loro parzialità, come nel caso delle recenti affermazioni di David Friedman, ambasciatore in Israele, secondo cui Israele è “dalla parte di Dio” e dovrebbe avere il “diritto di annettere” gran parte della Cisgiordania.

E ancora, i critici vedono l’approccio dell’amministrazione Trump come un pericoloso allontanamento dal tradizionale ruolo statunitense di “mediatore imparziale”.

Tali analisi, per quanto diffuse, sono profondamente fuorvianti. Lungi dal non avere una strategia, la Casa Bianca ne ha una chiara e precisa per imporre una soluzione al conflitto israelo-palestinese – il cosiddetto “accordo del secolo” del presidente Donald Trump. Anche senza aver finora reso pubblico alcun documento formale, i contorni del piano si stanno delineando sempre più chiaramente, e si può già cominciare a vederne la realizzazione sul campo.

Il continuo ritardo nell’annunciare il piano è semplicemente un’indicazione del fatto che la squadra di Trump ha bisogno di più tempo per costruire un contesto politico adatto affinché il piano venga alla luce.

Inoltre, la visione dell’amministrazione Trump sul futuro di israeliani e palestinesi – per quanto estremista ed unilaterale – ha un ampio sostegno bipartisan a Washington. Non c’è nulla di particolarmente “trumpiano” nel “processo di pace” prodotto dall’amministrazione.

Bloccare gli aiuti

Paradossalmente, ciò è apparso chiaro la scorsa settimana, quando i membri del Congresso degli Stati Uniti da entrambi i lati dell’aula hanno presentato una proposta di legge per aiutare l’economia palestinese in difficoltà con 50 milioni di dollari. La speranza è quella di creare un “Fondo di Partnership per la Pace” che offra un appiglio finanziario a israeliani e palestinesi in cerca di una risoluzione al conflitto – o, almeno, questo è quanto viene affermato.

Questa improvvisa preoccupazione per la salute dell’economia palestinese è un’inversione di tendenza spettacolare e poco chiara. Da più di un anno il Congresso è stato partner attivo ed entusiasta della Casa Bianca nel togliere gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese.

La settimana scorsa Mohammad Shtayyeh, primo ministro palestinese, ha dichiarato al New York Times che l’Autorità Nazionale Palestinese sta per implodere. “Siamo al collasso”, ha detto al giornale.

La crisi dell’ANP non è una sorpresa. Il Congresso l’ha attivamente promossa approvando nel marzo 2018 il Taylor Force Act, che prevede che gli Stati Uniti interrompano i finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese fino a quando l’ANP pagherà un sussidio a circa 35.000 famiglie di palestinesi incarcerati, uccisi o mutilati da Israele.

Sull’orlo del collasso

Le precedenti amministrazioni statunitensi avrebbero potuto firmare una deroga per impedire che tale legge entrasse in vigore – proprio come hanno fatto tutti i presidenti fino a quando Trump non ha bloccato una legge del Congresso, approvata nel 1995, proponendo che gli Stati Uniti trasferissero la propria ambasciata a Gerusalemme.

Ma la Casa Bianca di Trump non è interessata a salvarsi la faccia dal punto di vista diplomatico o a tenere a freno il fanatismo filo-israeliano dei parlamentari statunitensi. Condivide con fervore ed esplicitamente la parzialità da tempo intrinseca nel sistema politico statunitense.

In linea con il Taylor Force Act, la Casa Bianca ha tagliato fondi vitali per i palestinesi, tra cui quelli all’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite per i palestinesi e agli ospedali nella Gerusalemme est occupata da Israele.

La decisione del Congresso di soffocare l’ANP ha avuto ulteriori ripercussioni, smascherando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in patria. Non osando essere considerato meno anti-ANP dei parlamentari statunitensi, all’inizio di quest’anno Netanyahu ha messo in pratica la sua versione del Taylor Force Act.

Da febbraio ha trattenuto una percentuale delle tasse che Israele raccoglie per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese, la maggior parte delle sue entrate, pari ai sussidi trasferiti alle famiglie palestinesi di prigionieri e alle vittime della violenza israeliana – o a quelli che Israele e gli Stati Uniti chiamano semplicemente “terroristi”.

Questo, a sua volta, ha messo il presidente palestinese Mahmoud Abbas in una situazione impossibile. Non può accettare un diktat israeliano che legittimi la ritenuta di Israele del denaro palestinese, né che definisca “terroristi” coloro che hanno sacrificato la vita per la causa palestinese. Quindi ha rifiutato l’intero trasferimento fiscale mensile fino al ripristino dell’intero importo.

E ora, proprio mentre tutti questi colpi contro l’ANP stanno finalmente per rovesciarla, il Congresso USA si prepara improvvisamente ad intervenire e salvare l’economia palestinese con 50 milioni di dollari. Cosa diavolo sta succedendo?

‘Soldi in cambio di tranquillità’

Le clausole scritte in piccolo sono rivelatrici. L’ANP, il nascente governo palestinese, non ha diritto a nessuna delle generose promesse del Congresso degli Stati Uniti.

Se passa la legge, i soldi saranno consegnati a “imprenditori e società palestinesi” e ad organizzazioni non governative disposti a lavorare con Stati Uniti e Israele su programmi di “costruzione della pace tra i popoli” e di “riconciliazione tra israeliani e palestinesi”.

In altre parole, la legge è in realtà concepita come un altro attacco contro l’attuale leadership palestinese. L’ANP è stata scavalcata ancora una volta, mentre gli Stati Uniti e Israele cercano di rafforzare una leadership alternativa, più economica che politica.

Questa mossa da parte dei rappresentanti degli Stati Uniti non capita nel vuoto. Dopo l’effettivo collasso degli accordi di Oslo, quasi due decenni fa, Washington ha cercato di ridurre un conflitto nazionale che ha bisogno di una soluzione politica a crisi umanitaria che ha bisogno di una soluzione economica.

È una variante del vecchio obiettivo di Netanyahu, distruggere la lotta nazionale palestinese e sostituirla con la cosiddetta “pace economica”.

Se un tempo l’obiettivo del processo di pace era “terra in cambio di pace” – cioè uno Stato palestinese in cambio della fine delle ostilità – ora lo scopo è “denaro in cambio di tranquillità”. Gli Stati Uniti stanno ora formalmente sostenendo gli sforzi di Israele per la pacificazione economica.

L’indignazione per le nuove elezioni

L’amministrazione Trump ha escogitato un processo in due fasi per neutralizzare i palestinesi.

In primo luogo, il genero di Trump, Jared Kushner, è stato incaricato di puntare sugli Stati arabi, in particolare quelli del Golfo ricchi di petrolio, per accumulare denaro al fine di pacificare i palestinesi e i loro vicini.

Questo è l’obiettivo della conferenza sugli investimenti che si terrà nel Bahrain alla fine di questo mese, perno dell’ “accordo del secolo” e non solo suo preludio.

Ecco perché lo stesso Trump era visibilmente indignato per il ritardo causato dalla decisione di Netanyahu di sciogliere il parlamento israeliano il mese scorso, un riflesso della sua debolezza politica nell’affrontare i prossimi processi per corruzione. Le nuove elezioni in Israele, brontolava Trump, sono “ridicole” e “incasinate”.

L’intento della conferenza del Bahrain è di disporre delle decine di miliardi di dollari raccolti da Washington per comprare l’appoggio all’accordo di Trump, principalmente da parte di Egitto e Giordania, fondamentali per il successo del programma di pacificazione.

Qualsiasi rifiuto ad arrendersi da parte dei palestinesi, a Gaza o in Cisgiordania, potrebbe avere gravi ripercussioni su questi stati confinanti.

Alla ricerca di leader alternativi

In secondo luogo, c’è Friedman al centro degli sforzi per identificare i destinatari delle mazzette finanziate dal Golfo. Ha cercato di creare una nuova alleanza tra i coloni, ai quali è strettamente allineato, e i palestinesi che potrebbero essere disposti a cooperare nel progetto di pacificazione. Alla fine dello scorso anno, ha partecipato a un incontro di imprenditori palestinesi e israeliani nella città di Ariel, in Cisgiordania.

Dopo di che ha twittato che la comunità imprenditoriale era “pronta, disponibile e in grado di far progredire la comune opportunità e la coesistenza pacifica. La gente vuole la pace e noi siamo pronti a dare una mano! La leadership palestinese sta ascoltando? “

Friedman non ha fatto mistero su dove si trovino le sue – e presumibilmente di Dio – priorità, mettendo tutto il suo peso in appoggio alla richiesta sempre più pressante di Israele di annettere gran parte del territorio che una volta era considerato parte integrante nella creazione di uno Stato palestinese. Con questo fiore all’occhiello dell’amministrazione, il compito è ora trovare una leadership palestinese disposta a mettersi in stand by mentre vengono approntati gli ultimi ritocchi a una Grande Israele voluta da Dio.

Le preoccupazioni di Washington sulla riluttanza dell’ANP ad adeguarsi sono state espresse la settimana scorsa da Kushner, anche se le ha presentate come dubbi sulla capacità dei palestinesi ad autogovernarsi. Ha detto dell’ANP: “La speranza è che, col tempo, diventeranno capaci di governare”. Ha aggiunto che la vera prova del piano dell’amministrazione sarebbe che le aree palestinesi diventino “appetibili per gli investimenti”.

“Quando parlo con i palestinesi, quello che dicono è che vogliono opportunità di vivere una vita migliore. Vogliono essere in grado di pagare il mutuo “, ha detto.

Washington sta quindi considerando se le famiglie influenti in Cisgiordania potrebbero eventualmente essere reclutate con tangenti per servire da leadership alternativa e consenziente. A febbraio è stata data la notizia che circa 200 tra uomini d’affari, sindaci israeliani e capi delle comunità palestinesi si sono incontrati a Gerusalemme “per promuovere partnership commerciali tra imprenditori israeliani e palestinesi”.

Feudi tribali corrotti

È naturale che l’amministrazione Trump guardi a un élite imprenditoriale – che, si spera, sarebbe disposta a rinunciare all’opzione nazionale se la situazione economica fosse liberalizzata tanto da consentire nuove opportunità di investimento a livello regionale e globale.

Questi individui appartengono alle grandi famiglie che dominano le principali città della Cisgiordania. Queste potenti famiglie possono essere disposte a collaborare all’eliminazione dell’ANP in cambio di un sistema di clientelismo corrotto che consenta loro di assumere il controllo delle rispettive città.

Alcuni analisti palestinesi, tra cui Samir Awad, professore di politica alla Bir Zeit University vicino a Ramallah, mi hanno detto che la visione israeliana e statunitense di “autonomia” palestinese potrebbe essere più o meno un sistema di feudi tribali simile all’Afghanistan.

Stanno già comparendo alcuni “partner” palestinesi, come l’uomo d’affari di Hebron Ashraf Jabari, che si dice stia pensando di partecipare alla conferenza del Bahrain.

Lui e altri dirigenti d’azienda hanno tranquillamente stabilito legami con controparti nel movimento dei coloni, come Avi Zimmerman. Insieme, hanno creato una camera di commercio comune che opera in Cisgiordania.

Sono proprio queste le iniziative promosse da Friedman e che potrebbero beneficiare delle sovvenzioni del fondo da 50 milioni di dollari che il Congresso americano sta attualmente deliberando.

Alla fine, questi palestinesi “partner” in affari potrebbero formare un élite che visibilmente funga da referente nazionale per la comunità internazionale nei rapporti con il popolo palestinese.

La spada di Damocle sulla testa dell’ANP

Non è necessario togliere di mezzo l’ANP per far progredire il piano di Trump. Ma Washington deve coltivare leadership alternative, nazionali e locali, che servano sia da spada di Damocle sulla testa dell’Autorità Nazionale Palestinese per spingerla a capitolare, sia da classe dirigente alternativa, se l’ANP non dovesse sottomettersi all’“accordo del secolo”.

In breve, Washington sta giocando con Abbas e l’ANP al gioco del coniglio, a chi frena prima davanti al dirupo. È chiaro che i palestinesi cederanno per primi.

Profondamente coinvolti nel progetto di Washington, anche se per lo più invisibili, ci sono gli Stati arabi, il cui ruolo è quello di rafforzare una qualsiasi leadership palestinese necessaria all’attuazione dell’ “accordo del secolo” della Grande Israele.

Il fardello della gestione del conflitto israelo-palestinese cambierà ancora una volta. Quando Israele occupò i territori palestinesi nel 1967, divenne direttamente responsabile per il benessere dei palestinesi che ci vivevano.

Dalla metà degli anni ’90, quando in base gli accordi di Oslo è stata autorizzata la formazione di una leadership palestinese, l’Autorità Nazionale Palestinese ha dovuto assumersi il compito di mantenere tranquilli i territori per conto di Israele. Ora, dopo che l’ANP si è rifiutata di accettare le pretese di Israele di prendersi Gerusalemme Est e gran parte della Cisgiordania, l’ANP è vista sempre più come sopravvissuta al suo scopo.

Piuttosto, le aspettative palestinesi dovrebbero poter essere gestite in altro modo, tramite i principali Stati arabi: l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Giordania. O, come ha recentemente osservato l’analista palestinese Hani al-Masri, la conferenza del Bahrain “prefigura l’inizio dell’abbandono dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina come rappresentante palestinese, aprendo così la porta … all’affermarsi di una nuova era di clientelismo arabo nei confronti dei palestinesi.”

Anni di supremazia imperialista

Sotto Trump, ciò che è davvero cambiato nell’approccio statunitense al conflitto israelo-palestinese è l’urgenza degli sforzi di Washington di mettere da parte una volta per tutte la lotta nazionale palestinese.

Dalla guerra dei Sei Giorni nel 1967, le amministrazioni degli Stati Uniti – con la possibile eccezione di quella di Jimmy Carter – avevano poco interesse a costringere israeliani e palestinesi a trovare un accordo. Al di là delle espressioni generiche in sostegno della pace, erano per lo più contenti di lasciare le due parti impegnate in una lotta asimmetrica che favorisse sempre Israele. La cosa veniva spacciata come “gestione del conflitto”.

Ma dopo 15 anni di supremazia imperialista degli USA in Medio Oriente – e di fronte ai gravi fallimenti della sua politica estera in Iraq e Siria e al relativo insuccesso di Israele in Libano – Washington ha disperatamente bisogno di consolidare la sua posizione contro rivali anche potenziali in questa regione ricca di petrolio .

Russia, Cina, Turchia, Iran e persino l’Europa stanno sgomitando in diversi modi per conquistare un ruolo più decisivo in Medio Oriente. Cercando di contrastare questi poteri, gli Stati Uniti vogliono mettere insieme i principali alleati nella regione: Israele e gli Stati arabi più importanti, guidati dall’Arabia Saudita.

Sebbene da un po’ si stiano stringendo legami segreti tra le due parti, molte tensioni rimangono irrisolte rispetto alla richiesta di Israele di mantenere la propria superiorità militare e di intelligence nella regione. Questo è evidente nelle lotte di potere che si stanno svolgendo a Washington.

Il mese scorso l’amministrazione Trump ha introdotto misure straordinarie per bypassare il Congresso e poter vendere più di 8 miliardi di dollari di armamenti ad Arabia Saudita, Emirati Arabi e Giordania. Per rappresaglia, i leader del Congresso vicini a Israele hanno deciso di bloccare le vendite di armi.

Spina in gola nella regione

Secondo la Casa Bianca, si possono fare pochi progressi fino a quando non verrà rimossa la spina palestinese piantata profondamente nella gola del Medio Oriente.

La maggior parte dei leader arabi non si preoccupa affatto della causa palestinese ed è molto infastidita dal modo in cui l’eterna lotta dei palestinesi per ottenere uno Stato ha complicato i loro rapporti nella regione, specialmente con Iran e Israele.

Abbraccerebbero con entusiasmo una piena partnership con gli Stati Uniti e Israele nella zona, se solo potessero permettersi di farlo apertamente.

Ma la lotta dei palestinesi contro Israele – e il suo forte simbolismo in una regione che ha subito tante malefiche interferenze occidentali – continua a frenare gli sforzi di Washington a stringere alleanze più strette ed esplicite con gli Stati arabi.

Un grave caso di arroganza

Di per sé, l’amministrazione Trump ha concluso che “la gestione del conflitto” non è più un interesse degli Stati Uniti. Vuole isolare ed eliminare la spina palestinese. Una volta che l’impedimento sia tolto di mezzo, la Casa Bianca ritiene di poter andare avanti a creare una coalizione con Israele e la maggior parte degli Stati arabi per riaffermare il proprio dominio sul Medio Oriente.

Tutto ciò sarà molto più difficile da realizzare di quanto immagini l’amministrazione Trump, come suggeriva la settimana scorsa in privato Mike Pompeo.

Ma sarebbe comunque sbagliato presumere che la strategia dietro l’ “accordo del secolo” di Trump, per quanto irrealistica, non sia lungimirante sia negli scopi che nel metodo.

Sarebbe ugualmente fuorviante credere che la politica dell’amministrazione sia anticonformista. Sta operando entro i limiti ideologici dell’élite della politica estera di Washington, anche se il “piano di pace” di Trump si trova ai margini estremi del consenso della classe dirigente.

L’amministrazione Trump gode di un sostegno bipartisan nel Congresso sia riguardo allo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme che alle misure economiche che minacciano di schiacciare l’ANP, governo in divenire – che ha già fatto enormi compromessi accettando di amministrare solo una piccola parte della storica patria del suo popolo.

Non c’è dubbio che la Casa Bianca di Trump sia affetta da un grave caso di arroganza nel suo tentativo di eliminare definitivamente la causa palestinese. Ma dovremmo ricordare che quella arroganza, per quanto pericolosa, è condivisa da gran parte dell’establishment politico statunitense.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Jonathan Cook

Jonathan Cook, giornalista britannico stabilitosi a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto in passato il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism.




L’inviato USA dice che Israele ha ‘il diritto’ di annettersi parte del territorio della Cisgiordania: intervista al NYT

MEE e Agenzie

8 giugno 2019 – Middle East Eye

L’Autorità Nazionale Palestinese ha denunciato le affermazioni di David Friedman in quanto ‘non hanno nulla a che vedere con la logica, la giustizia o la legge’

L’ambasciatore USA in Israele ha detto al New York Times che Israele ha il diritto di annettersi almeno “parte” della Cisgiordania occupata, facendo considerazioni che probabilmente accentueranno l’opposizione palestinese a un piano USA atteso da lungo tempo.

I dirigenti palestinesi hanno rigettato il piano prima ancora che sia totalmente reso noto, facendo riferimento a una serie di iniziative da parte dell’amministrazione del presidente USA Donald Trump che secondo loro mostra la sua irrimediabile parzialità a favore di Israele.

Nell’intervista pubblicata sabato dal New York Times l’ambasciatore USA in Israele David Friedman ha affermato che un certo livello di annessione della Cisgiordania sarebbe legittimo.

A determinate condizioni penso che Israele abbia il diritto di tenersi parte della Cisgiordania, ma difficilmente tutta,” ha detto.

Non è chiaro a quali territori della Cisgiordania si riferisca Friedman e se la presa di possesso da parte di Israele rientrerebbe in un accordo di pace che includa scambi di terre – un’idea ventilata in precedenti negoziati – piuttosto che un’iniziativa unilaterale come l’annessione, ha detto la Reuter [agenzia di notizie inglese, ndtr.].

Il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Saeb Erekat ha condannato sulle reti sociali le affermazioni di Friedman.

Nel contempo un portavoce dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha affermato che Friedman è una delle molte figure di rilievo della politica USA che sul problema israelo-palestinese sono “estremiste” e mancano di “maturità politica”.

Il ministero degli Esteri dell’ANP ha affermato che sta pensando di presentare sulla questione una denuncia alla Corte Penale Internazionale (CPI).

In base a quale logica Friedman pensa che Israele abbia il diritto di annettersi parte della Cisgiordania?” ha chiesto domenica il ministero in un comunicato stampa. “Su quale realtà basa la sua convinzione? Sulla legge internazionale che vieta l’annessione di territori con la forza? O sulla realtà imposta dalle autorità dell’occupazione?”

Il ministero ha proseguito chiamando Friedman una “persona ignorante in politica, in storia e in geografia e che appartiene allo Stato delle colonie…(Egli) non ha niente a che vedere con la logica, la giustizia o la legge finché è al servizio dello Stato dell’occupazione, che egli è desideroso di difendere con ogni mezzo.”

Sabato il centro israeliano di monitoraggio delle colonie Peace Now ha chiesto a Trump di rimuovere Friedman dal suo incarico se vuole che i suoi tentativi di pace abbiano una qualche credibilità.

L’ambasciatore Friedman è un cavallo di Troia inviato dalla destra dei coloni, che sabota gli interessi di Israele e le possibilità di pace. Il prezzo sarà pagato dagli abitanti dell’area, non da Friedman o Trump. Se intende fungere da mediatore corretto, stasera il presidente USA dovrebbe mandare Friedman a fare i bagagli,” avrebbe detto Peace Now citato da Haaretz.

La fondazione di uno Stato palestinese nei territori, compresa la Cisgiordania, che Israele ha occupato nella guerra dei Sei Giorni del 1967, è stata al centro di ogni piano di pace in Medio Oriente del passato. Tuttavia i palestinesi hanno sempre più spesso affermato che la soluzione dei due Stati, come è nota, è da tempo diventata impraticabile a causa dei tentativi israeliani di consolidare il controllo sulle terre palestinesi e incrementare la costruzione di colonie illegali.

Alcuni sostengono che lo status quo rende una soluzione per uno Stato unico con uguali diritti per cittadini sia israeliani che palestinesi l’unica opzione equa per garantire l’autodeterminazione e i diritti umani per tutti. Non è stata fissata nessuna data certa per la presentazione del piano dell’amministrazione Trump, comunemente noto come l’accordo del secolo, anche se alla fine di questo mese si terrà in Bahrein una conferenza sui suoi aspetti economici.

Le affermazioni pubbliche rese da funzionari dell’amministrazione USA suggeriscono finora che il piano si baserà in modo consistente sull’appoggio finanziario all’economia palestinese, per la maggior parte con fondi degli Stati arabi del Golfo, in cambio di concessioni sul territorio e sulla fondazione di uno Stato.

Assolutamente l’ultima cosa di cui il mondo ha bisogno è uno Stato fallito palestinese tra Israele e la Giordania,” ha affermato Friedman nell’intervista al Times. “Forse non lo accetteranno, forse non risponde alle loro condizioni minime. Ci basiamo sul fatto che il giusto piano, nel momento giusto, col tempo riscuoterà la giusta reazione.”

Friedman, un fiero sostenitore delle colonie illegali israeliane, ha detto al Times che il piano di Trump mira a migliorare la qualità della vita dei palestinesi ma non è in grado di ottenere “una soluzione permanente del conflitto.”

Comunque ha detto che gli Stati Uniti intendono avere uno stretto coordinamento con la Giordania, alleato arabo, che potrebbe affrontare rivolte tra la vasta popolazione palestinese riguardo a un piano percepito come apertamente favorevole a Israele. I palestinesi rifiutano in modo massiccio un piano centrato sull’economia per risolvere un conflitto durato 71 anni che ha portato all’espulsione forzata e all’esilio di milioni di rifugiati e all’imposizione di un’occupazione militare brutale e discriminatoria su quelli che sono rimasti.

La pubblicazione dell’accordo del secolo si prevede sarà ulteriormente rimandata dopo che il parlamento israeliano ha convocato elezioni anticipate per settembre, le seconde di quest’anno.

Il piano potrebbe essere considerato troppo delicato da essere reso noto nel corso della campagna elettorale.

In aprile, durante la campagna per le prime elezioni generali [di quest’anno], il primo ministro Benjamin Netanyahu si è impegnato ad annettere colonie a Israele, un’iniziativa a lungo sostenuta da molti parlamentari della sua alleanza di destra e di partiti religiosi.

In seguito alla continua espansione delle colonie da parte dei successivi governi di Netanyahu, più di 600.000 coloni ebrei vivono ora in Cisgiordania e nella Gerusalemme est occupata, in violazione delle leggi internazionali.

Un funzionario USA, parlando in forma anonima, ha detto alla Reuter: “Nessun piano per l’annessione unilaterale da parte di Israele di qualunque parte della Cisgiordania è stato presentato da Israele agli USA, né è in discussione.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché i palestinesi devono ripensare alla propria organizzazione di governo

Alaa Tartir

19 maggio 2019 – Middle East Eye

Un modello di leadership collettiva, lontana dalle strutture fallimentari di ANP e OLP, potrebbe portare i palestinesi sul cammino verso l’autodeterminazione.

Mentre imperversano voci sulle condizioni di salute di Mahmoud Abbas, nei circoli politici statunitensi e israeliani infuria il dibattito su chi succederà al presidente palestinese, che ha 83 anni. Vi si sono aggiunti anche mezzi di comunicazione e centri di ricerca, discutendo nomi e presentando candidati, speculando in merito a come sarebbe un possibile processo di transizione, o la sua assenza. Con i mantra riguardo alla priorità da assegnare alla stabilità, i dirigenti della sicurezza palestinese sono i primi della lista.

Ma dal punto di vista palestinese, questa dinamica dovrebbe attivare un serio dibattito a lungo atteso sulla revisione dei sistemi politico e di governo palestinesi, così come su tutta la questione della leadership politica.

Smantellare il comando di un solo uomo

Tre cose potrebbero aiutare a costruire un sistema politico inclusivo e partecipativo, che potrebbe rafforzare i palestinesi nel loro percorso verso l’autodeterminazione, lo Stato e una democrazia efficace.

Primo, il modello del potere di un uomo solo dovrebbe essere sostituito con una forma di leadership collettiva. Il modello del “leader supremo” non solo è obsoleto, disfunzionale e antidemocratico, ma ha anche danneggiato la lotta palestinese e il progetto di liberazione nazionale.

Nel corso degli anni i palestinesi e il loro percorso verso l’autodeterminazione hanno sofferto di gravi conseguenze negative in seguito ai contrastanti stili di governo personalistici (dall’Arafatismo, al Fayyadismo all’Abbasismo) e i paradigmi dell’uomo solo al comando che hanno adottato. È tempo di seppellire quel modo di governare e adottare un modello di leadership collettiva.

Benché in teoria il modello di leadership dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) sia per sua natura collettivo, in pratica non lo è per niente. Per questo l’OLP è stata cooptata dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), e poi l’ANP è stata cooptata da Israele – il potere occupante – spogliando il popolo palestinese della Cisgiordania e di Gaza del proprio potenziale di trasformazione.

È anche la ragione per cui i palestinesi sono stati tenuti lontani dal cuore del sistema politico palestinese e in ultima analisi continuano a rimanere soggetti all’occupazione israeliana e all’autoritarismo palestinese. Il modello del leader unico – che sia il padre della Nazione (Yasser Arafat), il partner per la pace (Abbas) o il tecnocrate appoggiato a livello internazionale (Salam Fayyad) – ha deluso miseramente il popolo palestinese.

Consigli di supervisione

Di conseguenza è tempo di ripensare alle stesse posizioni e titoli del capo dell’OLP e del presidente dell’ANP e ai loro simbolici orpelli di statualità, e di abolirli del tutto.

Al contrario, il popolo palestinese necessita di un comitato elettivo di dirigenti – un piccolo gruppo (l’ideale sarebbe di quattro, con la presenza di entrambi i sessi) che possa formare un ufficio politico, ognuno dei quali assuma responsabilità diverse ma complementari e con lo stesso peso politico. Uno potrebbe occuparsi di questioni interne e sociali, un altro di affari esteri, un terzo di questioni economiche e di sviluppo e un quarto di educazione e giovani.

Questa divisione del lavoro a livello di leadership garantirebbe che il progetto nazionale non possa essere monopolizzato da un leader e dal suo partito politico, dalla sua visione e dal suo programma. Ciò garantirebbe miglior controllo, trasparenza, inclusività e positivi effetti a cascata sulla vita quotidiana dei palestinesi.

L’ufficio politico non funzionerebbe nel vuoto, ma piuttosto sarebbe supportato e controllato da due diversi consigli di supervisione: uno formato da anziani e l’altro da giovani (da 35 anni in giù). I due consigli, con equilibrio di genere e rappresentanti di diversi gruppi di soggetti interessati, classi e provenienza geografica – non più di 15 membri per consiglio, in carica per un massimo di tre anni – giocherebbero un ruolo fondamentale nella formulazione di strategie e nella verifica della loro messa in pratica.

Un governo ombra

Certamente ci si potrebbe giustamente chiedere: che ne sarebbe del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC) [il parlamento dell’ANP, ndtr.] e del Consiglio Nazionale Palestinese [organo legislativo dell’OLP, ndtr.] (PNC)? Perché aggiungere ulteriore burocrazia a quella delle strutture e del sistema amministrativo simili già esistenti?

Sono domande legittime, ma ritengo che, proprio a causa dell’assenza di tali consigli, né il PLC né il PNC siano efficienti, efficaci, rappresentativi o persino legittimi. Il PLC e il PNC sono anche stati facilmente divorati da politiche di fazione e da stili di governo personalistici.

I due consigli di anziani e giovani contribuirebbero a consolidare i pilastri del controllo all’interno del sistema politico palestinese, aggiungendo un sistema di pesi e contrappesi estremamente necessario. Il loro ruolo sarebbe per sua natura di supervisione e consulenza; non sarebbero organi legislativi, esecutivi o giudiziari. Ma il loro potere deriverebbe dalla loro capacità di indicare i leader, sostenere una visione su scala nazionale e rendere chiunque responsabile.

Terzo, i vari organi succitati nominerebbero un primo ministro che formi un governo e un vice primo ministro, con una di queste cariche affidata a una donna. Poiché il primo ministro nomina membri del parlamento e altri dirigenti, l’opposizione dovrebbe organizzarsi in un governo parallelo con ministri ombra, come nel modello inglese.

Questo governo ombra non sarebbe un vero e proprio governo, come nelle democrazie consolidate, ma sarebbe costituito in base alle condizioni reali palestinesi. L’idea sarebbe quella di garantire un miglior controllo e ulteriore inclusività nelle strutture politiche palestinesi.

Il cammino futuro

Questo triangolo di dirigenza collettiva, consiglio di anziani e consiglio di giovani, e un governo ombra possono sembrare irrealizzabili data l’attuale situazione di occupazione israeliana, divisioni tra i palestinesi, frammentazione verticale e orizzontale, il quadro degli accordi di Oslo e la prospettata soluzione dei due Stati. Un simile progetto sembrerebbe irrealistico, estraneo alla situazione di oggi e persino in gran parte da sinistra moderata e ingenua.

Eppure è altrettanto ovvio che né i modelli di governo dell’OLP/ANP né la cornice degli accordi di Oslo hanno funzionato a favore del popolo palestinese – perciò, perché continuare a muoversi all’interno di questo quadro tentando di salvare ciò che non può essere salvato?

È tempo di un nuovo e innovativo modello di leadership palestinese – una visione futura per la quale i palestinesi dovrebbero lavorare, invece di rimanere intrappolati all’interno di un contesto politico corrotto che non riesce a fornire soluzioni sensate o durature.

Le tre idee summenzionate sollevano una serie di domande, tra cui quali prerequisiti sarebbero necessari per garantire la loro concretizzazione, come potrebbe essere chiaramente stabilito un piano d’azione, quali attori guiderebbero il processo di cambiamento, se funzionerebbe nonostante l’occupazione israeliana e come si applicherebbe a partire da Gaza e la Cisgiordania fino ai palestinesi in Israele e nella diaspora, tra gli altri problemi.

È per questo che abbiamo bisogno di un serio dibattito sul sistema politico e di governo palestinese. Questo processo è intrinsecamente legato a quello per realizzare la libertà e l’autodeterminazione: solo quando immaginiamo modelli e strutture politiche differenti possiamo sperare di trasformare questa visione in realtà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Alaa Tartir

Alaa Tartir è consulente di programma per Al-Shabaka, la Rete di Politica Palestinese, ricercatore associato presso il Centre on Conflict, Development and Peace-building [Centro su Conflitto, Sviluppo e Costruzione della Pace] (CCDP) al Graduate Institute of International and Development Studies [Istituto Universitario di Studi Internazionali e dello Sviluppo] (IHEID) di Ginevra, Svizzera, e professore ospite alla Paris School of International Affairs [Scuola di Parigi di Affari Internazionali] (PSIA) alla facoltà di scienze politiche. Tartir è co-autore di Palestine and Rule of Power: Local Dissent vs. International Governance [Palestina e Gestione del Potere: dissenso locale e governance internazionale] (Palgrave Macmillan, 2019).

(traduzione di Amedeo Rossi)




Accordo del secolo

L’“accordo del secolo”? La benedizione americana al furto di terre e alla ghettizzazione dei palestinesi da parte di Israele

Nel corso degli ultimi 18 mesi la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver iniziato ad applicare il piano anche se non l’ha ancora reso pubblico

 

Jonathan Cook

 

Venerdì 10 maggio 2019 – Middle East Eye

 

Un rapporto pubblicato questa settimana dal giornale Israel Hayom che svelerebbe in apparenza “l’accordo del secolo” di Donald Trump dà l’impressione di un piano di pace che avrebbe potuto essere elaborato da un agente immobiliare o da un venditore di automobili.

Ma se l’autenticità del documento non è dimostrata, e al contrario persino messa in discussione, esistono seri motivi per credere che apra la strada a ogni futura dichiarazione dell’ amministrazione Trump.

 

Grande Israele

Si tratta soprattutto di una sintesi della maggior parte delle pretese della destra israeliana per la creazione del Grande Israele, con qualche concessione destinata ad ammansire i palestinesi – la maggior parte delle quali con l’obiettivo di alleggerire parzialmente lo strangolamento dell’economia palestinese da parte di Israele.

È esattamente ciò a cui assomiglierebbe l’“accordo del secolo” in base alle dichiarazioni del mese scorso di Jared Kushner che davano un primo quadro di questo piano.

L’organo di stampa che ha pubblicato la fuga di notizie è altrettanto significativo: Israel Hayom. Questo giornale israeliano appartiene a Sheldon Adelson, un miliardario americano dei casinò, uno dei principali donatori del partito repubblicano [USA, ndtr.] e uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale di Trump per la campagna presidenziale.

Adelson è anche un fedele alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nell’ultimo decennio il suo giornale non ha fatto altro che servire da portavoce dei governi ultranazionalisti di Netanyahu.

 

Netanyahu responsabile della fuga di notizie?

Adelson e Israel Hayom  hanno facile accesso alle figure più rappresentative delle amministrazioni americana e israeliana. Ed è stato ampiamente denunciato che nel giornale si scrivono poche cose interessanti senza che non siano state approvate in precedenza da Netanyahu o dal suo proprietario all’estero.

Il giornale ha rimesso in dubbio l’autenticità e la credibilità del documento, che è stato diffuso sulle piattaforme delle reti sociali, suggerendo persino che “è assolutamente possibile che il documento sia un falso” e che il ministero degli Esteri israeliano aveva deciso di occuparsi della questione.

La Casa Bianca aveva già informato che, dopo lunghi rinvii, aveva l’intenzione di svelare finalmente “l’accordo del secolo” il mese prossimo, dopo la fine del mese sacro per i musulmani del Ramadan.

Un responsabile anonimo della Casa Bianca ha dichiarato al giornale che il documento divulgato era “ipotetico” e “inesatto” – il genere di debole smentita che potrebbe ugualmente significare che il rapporto è, in effetti, in gran parte esatto.

Se il documento si rivela autentico, Netanyahu sembra essere il colpevole più probabile della divulgazione. Ha supervisionato il ministero degli Esteri per anni e Israel Hayom è spesso definito come il “Bibiton”, o il giornale di Bibi, dal soprannome del primo ministro.

Tastare il terreno

Il presunto documento, come l’ha pubblicato Israel Hayom, sarebbe un disastro per i palestinesi. Supponendo che Netanyahu ne approvi la divulgazione, le sue motivazioni non sarebbero forse molto difficili da individuare.

Da un certo punto di vista la divulgazione potrebbe costituire un mezzo efficace per Netanyahu e l’amministrazione Trump per tastare il terreno, per lanciare un ballon d’essai e decidere se osare pubblicare il documento così com’è o se devono apportarvi delle modifiche.

Ma è anche possibile che Netanyahu sia forse arrivato alla conclusione che mettere palesemente in pratica l’essenza di quello che già riesce a fare di nascosto potrebbe avere un prezzo non gradito – un prezzo che al momento potrebbe preferire evitare.

La fuga di notizie intende provocare un’opposizione anticipata al piano che arrivi sia da Israele che dai palestinesi e dal mondo arabo, nella speranza di impedire chee venga reso pubblico?

Forse ha sperato che le indiscrezioni, e la reazione che esse suscitano, obblighino la squadra di Trump per il Medio Oriente a rimandare di nuovo la pubblicazione del piano o a impedirne totalmente la diffusione.

Tuttavia, che “l’accordo del secolo” sia o no svelato tra poco, il documento divulgato – se è autentico – dà un’idea plausibile del pensiero dell’amministrazione Trump.

Dato che la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver cominciato ad applicare il piano, anche se quest’ultimo non è stato reso pubblico, durante gli ultimi otto mesi – dallo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme al riconoscimento dell’illegale annessione da parte di Israele delle alture siriane del Golan – questa fuga di notizie permette di far luce su come si articolerebbe la “soluzione” americano-israeliana del conflitto israelo-palestinese.

 

Annessione della Cisgiordania

L’entità palestinese proposta sarebbe denominata “Nuova Palestina”, ciò che costituirebbe probabilmente una pagina del manuale di strategia di Tony Blair, ex-primo ministro britannico diventato ambasciatore della comunità internazionale in Medio oriente dal 2007 al 2015.

Negli anni ’90 Blair ha allontanato il suo stesso partito, il partito Laburista, dalla sua tradizione socialista, poi lo ha ribattezzato il partito favorevole alle imprese, che ha dato come risultato – sbiadita copia di quello che era – il “New Labour”.

Il nome “Nuova Palestina” maschera efficacemente il fatto che questa entità demilitarizzata sarebbe sprovvista dei caratteri e dei poteri normalmente attribuiti a uno Stato. Secondo le rivelazioni, la Nuova Palestina non esisterebbe che su un’infima frazione della Palestina storica.

Tutte le colonie illegali di popolamento in Cisgiordania sarebbero annesse a Israele, ciò che sarebbe in linea con l’impegno preso da Netanyahu poco prima delle elezioni legislative dello scorso mese. Se il territorio annesso comprende la maggior parte della zona C, il 62% della Cisgiordania su cui in base agli accordi di Oslo Israele si è visto accordare un controllo temporaneo e che la destra israeliana intende insistentemente annettere, alla Nuova Palestina resterebbe il controllo del 12% della Palestina storica.

In altre parole l’amministrazione Trump sembra pronta a dare la propria benedizione a un Grande Israele che comprenda l’88% delle terre rubate ai palestinesi nel corso degli ultimi 70 anni.

“Nuova Palestina”

Ma è molto peggio di questo. La Nuova Palestina esisterebbe sotto forma di una serie di cantoni separati, o Bantustan, circondati da un oceano di colonie israeliane – ormai definite parte di Israele. L’entità sarebbe fatta a pezzi e tagliata come nessun altro Paese al mondo.

La Nuova Palestina non avrebbe un esercito, ma solo una forza di polizia con armi leggere. Non potrebbe agire che come una serie di municipalità scollegate tra loro.

In realtà è difficile immaginare come la “Nuova Palestina” cambierebbe in modo sostanziale la triste situazione attuale dei palestinesi. Non si potrebbero spostare tra questi cantoni se non attraverso lunghi giri, delle circonvallazioni e dei tunnel. Più o meno come ora.

 

Municipalità osannate

Il solo vantaggio proposto dal presunto documento è un progetto di bustarelle proveniente dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altri Stati sviluppati, anche se finanziato principalmente dai ricchi Stati petroliferi del Golfo, in modo da alleviare la loro coscienza per aver spogliato i palestinesi delle loro terre e della loro sovranità.

Questi Stati forniranno 30 miliardi di dollari (26 miliardi di euro) in cinque anni per aiutare la Nuova Palestina a creare e a gestire i suoi municipi osannati. Se vi sembra una grossa somma di denaro, ricordatevi che ciò rappresenta otto miliardi di dollari in meno rispetto all’aiuto che gli Stati Uniti consegnano da un decennio a Israele per comprare armi e aerei da guerra.

Nel documento non compare chiaramente quello che succederà alla Nuova Palestina dopo questo periodo di 5 anni. Ma, considerato che il 12% della Palestina storica attribuita ai palestinesi costituisce il territorio più povero di risorse della regione – privato da Israele di risorse idriche, di coesione economica e di risorse chiave utilizzabili come le cave della Cisgiordania – è difficile non vedere il naufragio annunciato dell’entità dopo l’affievolirsi del flusso iniziale di denaro.

Anche se la comunità internazionale accettasse di destinare più soldi, la Nuova Palestina sarebbe per sempre totalmente dipendente dagli aiuti.

Gli Stati Uniti e altri Paesi sarebbero in grado di aprire o chiudere i rubinetti in base al “buon comportamento” dei palestinesi – come avviene attualmente. I palestinesi vivrebbero in modo permanente nel timore per le conseguenze delle critiche dei guardiani della loro prigione.

Fedele al suo impegno di far pagare al Messico la costruzione del muro lungo la frontiera sud degli Stati Uniti, a quanto pare Trump vorrebbe che l’entità palestinese pagasse Israele per fornirle una sicurezza militare. In altri termini, gran parte di questo aiuto di 30 miliardi di dollari ai palestinesi si ritroverebbe probabilmente nelle tasche dell’esercito israeliano.

È interessante notare che il presunto articolo sostiene che sono gli Stati produttori di petrolio, e non i palestinesi, che sarebbero i “principali beneficiari” dell’accordo. Ciò indica come l’accordo di Trump sia venduto agli Stati del Golfo: è un’occasione per loro di legarsi totalmente a Israele, alla sua tecnologia e alle sue capacità militari, in modo che il Medio oriente possa seguire le orme delle “tigri economiche” dell’Asia.

 

Pulizia etnica a Gerusalemme

Gerusalemme è descritta come una “capitale condivisa”, ma le clausole scritte in piccolo dicono tutt’altro. Gerusalemme non sarebbe divisa, con da una parte l’est palestinese e dall’altra l’ovest israeliano, come per lo più si era previsto. Invece di ciò, la città sarebbe diretta da una municipalità unificata sotto controllo israeliano. Esattamente come ora.

La sola concessione significativa ai palestinesi sarebbe che gli israeliani non sarebbero autorizzati a comprare case palestinesi, impedendo – almeno in teoria – l’assunzione del controllo di Gerusalemme est in modo più pesante da parte dei coloni ebrei.

Ma, dato che in cambio i palestinesi non sarebbero autorizzati a comprare delle case israeliane e che la popolazione palestinese a Gerusalemme est soffre già di una grave carenza di alloggi e che un’amministrazione comunale israeliana avrebbe il potere di decidere dove le case potrebbero essere costruite e per chi, è facile immaginare che la situazione attuale – Israele che si serve del controllo della gestione del territorio per cacciare i palestinesi da Gerusalemme – semplicemente continuerebbe.

In più, siccome i palestinesi a Gerusalemme sarebbero dei cittadini della Nuova Palestina, e non di Israele, quelli che sarebbero incapaci di installarsi in una Gerusalemme sotto dominazione israeliana non avrebbero altra scelta che emigrare in Cisgiordania. Sarebbe esattamente la stessa forma di pulizia etnica burocratica che i palestinesi stanno sperimentando attualmente.

Gaza aperta verso il Sinai

Riprendendo le recenti affermazioni di Jared Kushner, genero di Trump e consigliere per il Medio oriente, i vantaggi del piano per i palestinesi sono tutti legati ai potenziali utili economici e non politici.

I palestinesi sarebbero autorizzati a lavorare in Israele, come avveniva normalmente prima di Oslo, e verosimilmente, come allora, unicamente nei lavori peggio pagati e più precari, nei cantieri edili e in agricoltura.

Un corridoio terrestre, sicuramente sorvegliato da contractors militari israeliani che i palestinesi dovranno pagare, dovrebbe ricollegare Gaza alla Cisgiordania. Confermando informazioni precedenti relative ai progetti dell’amministrazione Trump, Gaza sarebbe aperta al mondo, e sul vicino territorio del Sinai sarebbero creati una zona industriale e un aeroporto.

Questa terra – la cui estensione sarebbe da definire nei negoziati – sarebbe presa in affitto all’Egitto.

Come sottolineato in precedenza da Middle East Eye, tale decisione rischierebbe di incoraggiare progressivamente i palestinesi a considerare il Sinai, invece di Gaza, come il centro della loro vita, un altro mezzo per procedere alla progressiva pulizia etnica.

Nel contempo la Cisgiordania sarebbe collegata alla Giordania da due passaggi di frontiera – probabilmente attraverso corridoi terrestri che attraverserebbero la valle del Giordano, che dovrebbe essere annessa anch’essa a Israele. Di nuovo, con i palestinesi chiusi in cantoni non collegati e circondati dal territorio israeliano, c’è da supporre che con il tempo molti cercherebbero una nuova vita in Giordania.

Nel corso di tre anni i prigionieri politici palestinesi sarebbero liberati dalle prigioni israeliane sotto l’autorità della Nuova Palestina. Tuttavia il piano non dice niente sul diritto al ritorno per i milioni di rifugiati palestinesi, i discendenti di quelli che sono stati cacciati da casa loro durante le guerre del 1948 e del 1967.

Pistola alla tempia

Alla maniera di don Corleone, l’amministrazione Trump sembra pronta a mettere una pistola alla tempia dei dirigenti palestinesi per obbligarli a firmare l’accordo.

Secondo il rapporto divulgato, gli Stati Uniti vieterebbero qualunque trasferimento di denaro ai palestinesi dissidenti, con lo scopo di obbligarli a sottomettersi.

Questo presunto piano esigerebbe che Hamas e la Jihad islamica si disarmino consegnando le loro armi all’Egitto. Se rifiutassero l’accordo, il rapporto sostiene che gli Stati Uniti autorizzerebbero Israele ad “attentare” contro i dirigenti – per mezzo di assassini extragiudiziari che costituiscono da molto tempo il pilastro della politica israeliana riguardo ai due gruppi.

Ciò che è meno credibile è il fatto che il presunto documento suggerisce che la Casa Bianca sarebbe pronta a dimostrare la propria fermezza anche nei confronti di Israele, tagliando l’aiuto americano se Israele non rispettasse i termini dell’accordo.

Dato che Israele ha regolarmente infranto gli accordi di Oslo – e il diritto internazionale – senza dover affrontare gravi sanzioni, è facile immaginare che in pratica gli Stati Uniti troverebbero delle soluzioni per evitare che Israele debba pagare le conseguenze di ogni violazione dell’accordo.

Imprimatur americano

Il presunto documento presenta tutte le caratteristiche del piano Trump, o almeno di una sua versione recente, perché descrive nero su bianco la situazione che Israele ha creato per i palestinesi nel corso di questi ultimi vent’anni.

Ciò dà semplicemente a Israele l’imprimatur ufficiale degli Stati Uniti per il furto massiccio delle terre e la riduzione in cantoni dei palestinesi.

Dunque, se offre alla destra israeliana la maggior parte di quello che vuole, che interesse ha Israel Hayom – portavoce di Netanyahu – a compromettere il suo successo divulgandolo?

Alcune ragioni potrebbero spiegarlo.

Israele ha già raggiunto tutti i suoi obiettivi – rubare la terra, annettere le colonie di insediamento, consolidare il suo controllo esclusivo su Gerusalemme, fare pressione sui palestinesi perché se ne vadano dalla loro terra e partano per gli Stati vicini – senza annunciare ufficialmente che si tratta del suo piano.

Ha realizzato grandi progressi in tutti i suoi obiettivi senza dover ammettere pubblicamente che la creazione di uno Stato per i palestinesi è un’illusione. Per Netanyahu, la questione deve essere sapere perché dovrebbe rendere pubblica la visione globale di Israele quando può essere realizzata di nascosto.

Timore di un contraccolpo

Ma, peggio ancora per Israele, una volta che i palestinesi e il mondo che sta a guardare capiranno che l’attuale situazione catastrofica per i palestinesi non migliorerà, ci sarà probabilmente un contraccolpo.

L’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe crollare, la popolazione palestinese scatenerebbe una nuova ribellione, la cosiddetta “opinione pubblica araba” accetterebbe probabilmente questo piano meno di quanto i suoi dirigenti o di quanto Trump non desideri, e gli attivisti solidali in Occidente, soprattutto il movimento per il boicottaggio, beneficerebbero di un’ enorme spinta per la loro causa.

Inoltre sarebbe impossibile per i difensori di Israele continuare a negare che Israele ha messo in atto quello che l’accademico israeliano Baruch Kimmerling aveva definito “politicidio”: la distruzione dell’avvenire dei palestinesi, del loro diritto all’autodeterminazione e della loro integrità in quanto un solo popolo.

Se questa è la versione della pace in Medio oriente proposta da Trump, egli gioca alla roulette russa – e Netanyahu esiterà forse a lasciargli premere il grilletto.

 

 

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. E’ l’autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del Martha Gellhorn Special Prize for Journalism.

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Una strana simbiosi*

 

 

Perché Israele e Gaza continuano a combattersi in brevi battaglie? Perché è nell’interesse dei loro leader

 

 

Di David M. Halbfinger

6 maggio 2019 – New York Times

 

GERUSALEMME – Più di venti persone sono state uccise, case e negozi distrutti negli scontri del fine settimana tra Israele e Gaza, ma lunedì i leader di entrambe le parti si sono dichiarati soddisfatti dei risultati.

Il ciclo di ripetute violenze e cessate il fuoco che continuano a rasentare una guerra totale può sembrare una distruzione senza senso agli occhi del mondo esterno. Ma gli analisti affermano che ciò è perfettamente funzionale agli interessi dei due principali antagonisti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu riesce a strapazzare Hamas, il gruppo di miliziani che controlla Gaza, rafforzando il suo discorso secondo cui i palestinesi non sono pronti a fare la pace e che la soluzione dei due Stati è impossibile.

Hamas, che a quanto pare cerca e ottiene rinnovate garanzie di un allentamento del blocco israeliano contro Gaza, riesce a dimostrare agli scettici e impoveriti abitanti di Gaza che la sua strategia di resistenza armata sta funzionando.

Il risultato è uno strano tipo di simbiosi.

La relazione tra Hamas e Israele è sicuramente conflittuale: sempre ostile, frequentemente mortale e carica di rischi che possa degenerare in un protratto conflitto terreste, per un razzo vagante che uccide troppe persone o per un cambiamento dei calcoli politici da entrambe le parti.

Potrebbe dimostrarsi un armistizio che procede lentamente – “un negoziato attraverso l’uso delle armi”, come lo ha descritto Ghaith al-Omari, ex-funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese, o forse una forma di tregua in stile mediorientale.

Ma ad ogni ripetizione del ciclo che non porta a uno scoppio, Israele e Hamas sono utili agli scopi l’uno dell’altro e si stanno sempre più abituando ad avere rapporti in questo modo.

Gli scontri del fine settimana, i peggiori dalla guerra di 50 giorni del 2014, sono stati almeno l’ottavo round di brevi lotte tra Israele e Gaza durante lo scorso anno, con battaglie a volte finite in poco più di un giorno. Ognuna è terminata rapidamente con un cessate il fuoco, in genere mediato dall’Egitto e visto come una prova che nessuna delle due parti vuole una guerra vera e propria.

Hamas ha dimostrato la capacità di essere all’altezza dei suoi impegni: un momento importante è stato alla fine di marzo, quando per l’anniversario delle manifestazioni lungo la barriera tra Gaza e Israele, secondo gli analisti Hamas ha schierato agenti con giubbotti dai colori vivaci per ridurre al minimo le violenze, mostrando di poter imporre il cessate il fuoco.

Ma in altri momenti può esprimere la propria impazienza con le armi. La violenza del fine settimana potrebbe essere stata alimentata da un ritardo nell’arrivo dei milioni di dollari in denaro del Qatar per contribuire a pagare i salari dei lavoratori di Gaza e dalla sensazione che Israele non stesse dando seguito abbastanza rapidamente ad altre promesse.

Tuttavia alcuni degli scontri fin dall’ultima estate sono stati interpretati come tentativi da parte dei dirigenti di Hamas di ottenere un accordo migliore.

“Hanno la tendenza a cercare di estendere i termini degli accordi e a migliorare quello che hanno ottenuto mostrando i muscoli,” dice Ehud Yaari, uno studioso residente in Israele del Washington Institute for Near East Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente, centro studi legato all’AIPAC, il più importante gruppo lobbystico filo-israeliano Usa, ndtr.].

Per il governo israeliano questa gestione dei rapporti con Hamas è piena di contraddizioni e della necessità di un attento bilanciamento. Vedendo Hamas come un gruppo terroristico intenzionato alla distruzione di Israele, il governo israeliano non ha interesse a concedergli legittimità o a consentire ad Hamas di rafforzarsi.

Ma Netanyahu ha anche dimostrato scarso impegno per distruggere Hamas – nonostante le richieste di alcuni politici di destra perché lo faccia – per quello che Aaron David Miller, un esperto negoziatore in Medio Oriente per gli Stati Uniti, ha chiamato “il problema del giorno dopo”. Israele dovrebbe rioccupare Gaza con le sue truppe, prendendosi la totale responsabilità dei suoi due milioni di abitanti. C’è anche il rischio che un gruppo ancora più radicale di Hamas possa prendere il potere, come la Jihad Islamica palestinese, già potente rivale di Hamas a Gaza, o forse elementi dello Stato Islamico che operano nel deserto del Sinai.

Questo problema è la ragione per cui Netanyahu nel suo modo di controllare Gaza sembra avere l’appoggio dell’establishment della sicurezza di Israele. I suoi oppositori politici lo hanno aggredito per aver consentito che la situazione cadesse nell’attuale schema, ma non hanno detto cosa farebbero di diverso.

E gli israeliani sembrano aver mostrato una maggiore tolleranza che in passato per le vittime [israeliane]. Domenica ad Ashkelon i sopravvissuti a un attacco con i razzi che ha ucciso un operaio loro collega in una fabbrica hanno manifestato un incrollabile sostegno a Netanyahu, benché abbiano anche incolpato l’opinione pubblica mondiale perché impedisce all’esercito di dare a Gaza il colpo che merita.

“Dovrebbero colpire duro,” ha detto delle forze armate Menashe Babikov, 42 anni, manager di Ashdod, ma non lo faranno “perché hanno paura di quello che direbbe il resto del mondo.”

Gli analisti dicono che Hamas svolge anche un’altra funzione per il governo di Netanyahu. Con l’Autorità Nazionale Palestinese che governa la Cisgiordania e Hamas a Gaza, non c’è un cammino facile per una soluzione a due Stati del conflitto, a cui si pensa unanimemente che Netanyahu si opponga.

Unificare le due fazioni – cosa che gli Stati Uniti, l’Egitto e altri attori internazionali hanno passato mesi a cercare di fare prima di rinunciarvi lo scorso anno –  inevitabilmente rivitalizzerebbe colloqui per una soluzione dei due Stati al conflitto israelo-palestinese, dice Miller.

“Finché hai una situazione con tre Stati, non ne puoi avere una con due,” afferma. “Hamas è la polizza di assicurazione di Netanyahu.”

Anche qui gli oppositori israeliani alla soluzione dei due Stati condividono gli stessi interessi di Hamas, che vuole uno Stato unico, anche se non lo stesso che desiderano gli israeliani. Per Hamas un negoziato mediato e ufficioso sulla sicurezza, sull’aiuto economico e umanitario è praticabile, ma abbandonare la sua ideologia di resistenza armata per colloqui di pace con Israele è fuori discussione.

“Dal punto di vista di Hamas è meglio un governo come quello che abbiamo piuttosto che uno più moderato che aspiri a progredire nel processo di pace,” dice Celine Touboul, un’esperta di Gaza della “Israel’s Economic Cooperation Foundation” [Fondazione Israeliana per la Cooperazione Economica, gruppo di studiosi israeliani che si occupano dei rapporti con il mondo arabo, ndtr.]. “Perché una volta che lo fai, agevoli l’ANP,” dice, in riferimento all’Autorità Nazionale Palestinese. “E questa è la cosa che in fondo più importa ad Hamas: in questa competizione politica indebolire il più possibile l’ANP.”

Per Hamas più dura il cessate il fuoco a Gaza meglio è, dice Yaari, che per molti anni ha informato sui palestinesi per la televisione israeliana. Deve ricostituire il suo arsenale di razzi e missili e ricostruire o sostituire le molte installazioni militari e di intelligence che Israele ha distrutto.

“Ogni volta per loro è dispendioso,” afferma.

Ma Yaari dice anche che il leader di Hamas a Gaza, Yehya Sinwar, ha voluto concentrare le energie dell’organizzazione sul miglioramento delle condizioni là, in parte per guadagnare tempo, per vedere cosa succederà con l’Autorità Nazionale Palestinese quando l’amministrazione Trump svelerà il suo progetto per l’accordo di pace israelo-palestinese e mentre la salute dell’anziano presidente dell’Autorità, Mahmoud Abbas, peggiora.

“L’approccio di Sinwar è di bloccare il deterioramento delle condizioni a Gaza,” sostiene Yaari. “Il prezzo sarà un prolungato cessate il fuoco, e in due o tre anni vedremo cosa succede.”

Per allora Abbas potrebbe essersene andato, o Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese potrebbero benissimo essere in rotta di collisione, dice, soprattutto se Netanyahu dà seguito alla promessa elettorale di annettere come parte di Israele alcune colonie in Cisgiordania.

Secondo Yaari entrambi gli sviluppi potrebbero creare un’apertura per Hamas, per cercare di avere la meglio contro l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. “Sinwar sta dicendo: ‘La mia vera priorità è la Cisgiordania,’” afferma.

Per il momento questa dinamica fa di Hamas un avversario affidabile.

Curiosamente, dice Touboul, Netanyahu sta “guardando ad Hamas come un partner più affidabile dell’ANP.”

Isabel Kershner ha contribuito con informazioni da Ashkelon.

*Nota redazionale: pur non condividendo alcune considerazioni presenti nell’articolo e il fatto che vengano citate quasi esclusivamente fonti israeliane, il che evidenza da quale prospettiva il giornale informa i propri lettori. Ad esempio, quelle dei palestinesi di Gaza sono descritte come “sensazioni” e non fatti concreti e facilmente verificabili riguardo al mancato rispetto degli accordi di tregua accettati da Israele. Né nell’articolo si ricorda che la strategia di isolare Cisgiordania da Gaza risale almeno al ritiro unilaterale deciso da Sharon. Tuttavia riteniamo interessante proporre la traduzione di questo articolo sia per l’autorevolezza del New York Times che per la prospettiva che questo editoriale propone per spiegare gli ultimi scontri tra Gaza e Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




In lutto a causa di Israele, traditi da Abbas

Hamza Abu Eltarabesh

16 aprile 2019, Electronic Intifada

Walaa Abu al-Qumsan è stata obbligata a lasciare l’università. Negli ultimi mesi pagare le tasse di iscrizione della ventunenne si è dimostrato impossibile a causa del fatto che la sua famiglia ha smesso di ricevere un sussidio da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Per un valore di circa 700 dollari al mese, l’indennità era stata concessa dopo che il padre di Walaa, Yousif, venne ucciso dalle truppe israeliane che 17 anni fa avevano invaso il campo di rifugiati di Jabaliya, nel nord di Gaza.

Walaa è furiosa con Mahmoud Abbas, il presidente dell’ANP, perchè ha bloccato il sussidio. Sperava di laurearsi presto in lingua araba all’università Islamica di Gaza. Ha saputo che il sussidio era stato ritirato proprio mentre stava per iscriversi all’ultimo semestre.

“Le nostre vite dipendono proprio da questa indennità,” dice. “Ma sembra che ad Abbas non importino le nostre vite.”

Sua sorella Nour, di 19 anni, si trova ad affrontare la stessa difficile situazione. Nour ha studiato nel collegio universitario per le scienze applicate di Gaza per diventare segretaria di un medico. Anche a lei non resta che abbandonare gli studi.

“Che io riesca o meno a realizzare il mio sogno e a laurearmi è nelle mani di Abbas,” dice Nour. “Voglio laurearmi e iniziare a cercare un lavoro per aiutare la mia famiglia. Da quando l’erogazione del sussidio è stata interrotta non possiamo pagare le tasse e neppure il costo del viaggio per andare all’università.”

La famiglia sembra essere stata punita per la sua affiliazione politica. Yousif Abu al-Qumsan era membro delle brigate Qassam, braccio armato di Hamas.

Un diritto, non la carità

In febbraio l’ANP ha smesso di pagare i sussidi a 1.700 famiglie di persone che sono state uccise da Israele.

La misura pare prendere di mira principalmente le famiglie di combattenti di Hamas e della Jihad Islamica. Queste due organizzazioni sono considerate rivali di Fatah, guidata da Abbas.

“I sussidi non sono una forma di carità, sono un diritto,” dice il figlio di Youssif, Ahmad, che ora ha 29 anni. Aggiunge di “non avere idea” del perché Abbas abbia deciso di punire le famiglie di persone uccise dalle forze israeliane.

Anche la mia famiglia estesa è stata colpita da queste misure.

Nel 2003 mio cugino Ramiz al-Talmas, membro delle brigate Qassam, venne ucciso durante un’incursione israeliana nella zona settentrionale di Gaza. Era l’unico figlio di mia zia Hania.

I sussidi pagati alle famiglie di persone uccise da Israele sono diversi. I fattori presi in considerazione quando vengono fissati includono le dimensioni della famiglia della vittima, il suo stato coniugale e il salario che percepiva in vita.

Nel caso di Ramiz, alla sua famiglia veniva pagata un’indennità mensile di circa 600 dollari.

“Mio figlio ha sacrificato la sua vita per questo Paese, “mi ha detto Hania. “Ora il presidente (Abbas) lo ricambia tagliando l’assegno per mantenere i suoi quattro figli.”

Un sogno semplice, svanito

Anche i sussidi pagati dall’Autorità Nazionale Palestinese a persone incarcerate da Israele sono stati bloccati.

I tagli colpiscono un totale di circa 770 ex-prigionieri ed altri 133 ancora in carcere.

Sono stati introdotti contro l’insieme dei tentativi di Israele di privare i palestinesi di fondi. Israele ha rifiutato di consegnare il ricavato delle tasse raccolte a favore dell’ANP. Una delle ragioni addotte da Israele per trattenere questo denaro è stata che l’ANP stava pagando i prigionieri. All’inizio dell’anno l’ANP ha smesso di pagare un sussidio a Faris Baroud, incarcerato dal 1991 per aver ucciso un israeliano e averne feriti altri tre.

Baroud, di Gaza City, è morto in prigione poco dopo che il sussidio è stato bloccato. La misura significa che la sua famiglia è stata punita sia da Israele che dall’ANP.

Per più di un decennio Israele ha negato alla madre di Faris Baroud il permesso di visitarlo, adducendo come pretesto “ragioni di sicurezza”. È morta nel 2017.

Anche le indennità pagate a persone ferite da Israele sono state bloccate per ordine di Abbas.

Ibrahim Salha, membro della Jihad Islamica, è stato colpito alla schiena dalle forze israeliane nel 2006, durante un attacco contro il campo profughi di Jabaliya. Ora ha 30 anni, le ferite non gli consentono di trovare un lavoro. Ha ricevuto circa 500 dollari al mese dall’ANP finché il sussidio non è stato bloccato.

“Non posso credere che ciò possa succedere,” dice. “Per 13 anni mi è stata data un’indennità e improvvisamente è stata tagliata.”

Salha sperava di sposarsi nel prossimo futuro. La fine del suo sussidio comporta che non se lo possa permettere.

“Non posso condurre una vita normale,” dice. “Persino il mio semplice sogno di sposarmi ora è svanito.”

Hamza Abu Eltarabesh è un giornalista di Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Elezioni israeliane: creare un fronte contro l’apartheid

Oren Yiftachel

3 aprile 2019, Middle East Eye

È urgentemente necessario un nuovo discorso che rifletta la situazione sul terreno per stimolare le forze democratiche sia in Israele/Palestina che all’estero**

La campagna elettorale israeliana, in pieno svolgimento a meno di due settimane dal voto, ha oscillato tra le discussioni sulla corruzione e sul terrorismo.

Tuttavia criticamente pare aver evitato a tutti i costi la questione centrale che determinerà il futuro di Israele: il sistema di apartheid che gradualmente sta plasmando i rapporti tra ebrei e palestinesi.

Quelli che hanno fatto della pace il loro programma – come l’ex-ministra degli Esteri Tzipi Livni – sono stati messi da parte. Persino il recente intervento del presidente USA Donald Trump, che ha riconosciuto le pretese di sovranità israeliane sulle Alture del Golan, ha infiammato il dibattito più sul futuro del fronte settentrionale che sulla probabile futura annessione di terre palestinesi.

Il fatto di tacere su questa questione rende solo più grave il suo impatto a lungo termine, come una malattia non curata. Il campo democratico deve creare un fronte locale e internazionale contro l’apartheid per salvare il Paese da questo cupo futuro, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dai suoi alleati.

Cecità geografica

Lunghi anni di incitamenti contro l’idea stessa di pace e di uno Stato palestinese – contro le organizzazioni per i diritti umani e la “sinistra” in generale – stanno avendo effetto. Molti israeliani progressisti hanno sollevato nuove (e importanti) bandiere, come i diritti delle donne e dei gay, la protezione ambientale e la giustizia sociale. Pare che la resistenza all’oppressione israeliana da parte dei palestinesi possa attendere un altro giorno. Ma si tratta di un’illusione pericolosa.

Questa noncuranza produce una cecità geografica, senza eguali in qualunque altra campagna elettorale nel suo complesso. Per un verso milioni di palestinesi controllati da Israele non sono tra i votanti e non hanno voce in capitolo nel decidere il governo che determinerà le loro vite. Dall’altro centinaia di migliaia di coloni ebrei – che risiedono nella stessa zona – sono considerati cittadini a tutti gli effetti e probabilmente saranno determinanti per stabilire chi farà parte del prossimo governo.

È importante ricordare che i territori palestinesi e i loro cinque milioni di abitanti non se ne andranno da nessuna parte. Israele colonizza questi territori con un continuo progetto coloniale, governando i palestinesi con un violento pugno di ferro. Nonostante la burla dell’“autodeterminazione” palestinese in piccole enclave, note come aree A e B [in base agli accordi di Oslo, ndt.], i recenti interventi israeliani hanno messo in evidenza chi siano i veri padroni della Palestina.

Questi hanno incluso il blocco del trasferimento delle imposte all’Autorità Nazionale Palestinese, le continue incursioni e le frequenti uccisioni dell’esercito israeliano nelle aree palestinesi “autogovernate”, il trasferimento e la distribuzione da parte di Israele dei soldi del Qatar a Gaza e il bombardamento a discrezione di decine di obiettivi palestinesi dopo attacchi con i razzi.

Apartheid strisciante

Israele controlla la zona tra il Giordano e il mar Mediterraneo in modo praticamente totale. Ma la cecità geografica attraverso cui le politiche elettorali “vedono” gli ebrei ma non i palestinesi tende a una trasformazione più profonda, meglio definita come apartheid strisciante.

In base a questo sistema durato decenni è stata creata e istituzionalizzata una serie di tipologie principali di cittadinanza come “separate e diseguali”. Gli ebrei possiedono ovunque sulla terra piena cittadinanza, mentre i palestinesi sono frammentati in categorie giuridiche inferiori: cittadini israeliani di seconda classe, “residenti” di Gerusalemme est, “sudditi” della Cisgiordania e di Gaza, rifugiati nei campi.

I paralleli con l’apartheid sudafricano sono chiari: gli ebrei sono simili ai “bianchi”, i palestinesi in Israele sono i “coloured” [definizione che in Sudafrica comprendeva la popolazione non bianca ma neppure nera, come indiani e mulatti, ndt.], e i loro fratelli in Cisgiordania e a Gaza sono i “neri”.

Geograficamente le centinaia di colonie in Cisgiordania sono state collegate al resto di Israele, mentre i palestinesi sono chiusi nelle loro enclave, che sembrano bantustan [territori in cui le popolazioni native del Sudafrica esercitavano un autogoverno formale, ndt.], dai due lati della Linea Verde [il confine tra il territorio israeliano e quello palestinese occupato, ndt.].

Ciò ha trasformato l’occupazione militare – che si presumeva “esterna” e “temporanea” – in un dominio interno, civile e permanente. Questo fatto è stato di recente codificato con la legge dello Stato-Nazione, che ha dichiarato Israele patria degli ebrei, dove solo essi godono del diritto all’autodeterminazione, e che promuove la colonizzazione ebraica in tutta la zona.

La politica economica di Israele – che destina la grande maggioranza delle risorse agli ebrei, ebraicizzando la terra e soffocando lo sviluppo palestinese – è un altro caposaldo della struttura “separata e ineguale”. I palestinesi hanno contribuito alla situazione di stallo con anni di terrorismo, ma il potere di cambiare direzione rimane fermamente nelle sue [di Israele] mani.

Definizioni distorte

Ciò richiede la riconfigurazione delle definizioni politiche e delle lotte. Il linguaggio della “destra contro la sinistra” è distorto, dipingendo Israele come uno Stato normale con un campo nazionalista conservatore in competizione con un campo liberale più progressista. In tali Stati “normali”, la lotta tra destra e sinistra è contenuta in confini demografici e politici chiari. Nessun campo chiede la rottura di questi confini, di annettere nuovi territori o assoggettare milioni di persone al potere coloniale contro la loro volontà.

Eppure nelle imminenti elezioni israeliane questo è esattamente il programma di tutti i partiti associati alla cerchia del Likud e oltre, compresi tutti i partiti religiosi ebrei, che sommano più di metà del parlamento (ma che rappresentano forse un quarto delle persone sottoposte al governo israeliano).

Questi politici si oppongono alla fondazione di uno Stato palestinese e appoggiano la prosecuzione del controllo israeliano su tutta la terra, contro le leggi internazionali e la volontà dei palestinesi.

Ciò è stato reso ancora più evidente con l’inclusione del partito razzista Otzma Yehudit (Potere Ebraico) nel campo conservatore “legittimo”, dopo decenni in cui tutti i partiti ebraici hanno rifiutato una simile alleanza.

Quindi la maschera è caduta – questo è un progetto colonialista contro i diritti dei palestinesi e quanti ne appoggiano la lotta, e lo strumento principale è l’emergere di uno Stato dell’apartheid.

La lotta contro questo progetto inizia dandogli il nome corretto. Questo non è un “programma di destra”, ma l’emergere di un blocco dell’apartheid. Questa non è una semplice lotta tra due movimenti nazionali, questo è colonialismo. È probabile che, dopo le elezioni, la situazione di apartheid si accentui, creando maggiori barriere geografiche, legali ed economiche all’uguaglianza e alla democrazia. 

La nuova mappa politica dei territori palestinesi sembrerà probabilmente sempre più simile ai bantustan neri del Sudafrica prima del 1994 [data della fine formale del sistema di apartheid sudafricano, ndt.], con il previsto appoggio del regime USA e la silenziosa accettazione da parte di Russia, India e persino Europa.

Coalizioni internazionali

Cosa dovrebbero fare le forze democratiche e progressiste? Innanzitutto, a breve termine prima delle elezioni, l’ovvia situazione di apartheid dovrebbe essere denunciata ovunque. Chiunque creda nella democrazia deve creare un fronte unito contro l’apartheid.

Questo è un comune denominatore che può unire le forze, dalla destra moderata ai partiti arabi, nonostante le notevoli differenze su altre questioni. Chiedere un fronte contro l’apartheid metterà la questione sotto i riflettori, rompendo l’attuale cecità geografica e politica. La vecchia retorica della “democrazia qui e occupazione là” o “sinistra contro destra” è morta.

Il discorso di Bar-Ilan [università nei pressi di Tel Aviv, ndt.], in cui Netanyahu ha parlato di una soluzione dei due Stati un decennio fa, è morto. È urgentemente necessario un nuovo discorso che rifletta la situazione sul terreno per stimolare le forze democratiche sia in Israele/Palestina che all’estero. Ciò è particolarmente significativo per le comunità ebraiche in tutto il mondo che sono spesso in prima fila nella lotta per la democrazia e i diritti umani, ma che in genere tacciono sui crimini israeliani. È altrettanto importante per i sostenitori della lotta dei palestinesi per la giustizia affrontare la nuova situazione.

I discorsi pubblici non cambiano da un momento all’altro. Il fronte contro l’apartheid dovrà lavorare dopo le elezioni e raccogliere ogni possibile minimo appoggio per combattere i pericoli che si trova di fronte. Dovrà creare coalizioni tra ebrei, palestinesi ed internazionali, mobilitare le leggi internazionali, attirare l’attenzione dei media e occupare le piazze.

Le soluzioni all’attuale scenario di apartheid possono variare. Conflitti di lungo termine simili in Irlanda del Nord, Bosnia, Macedonia, Colombia e Sudafrica hanno indicato una serie di soluzioni: partizione, confederazione, federazione, Stato unitario binazionale o liberal-democratico.

Tutte sono possibili in Israele-Palestina, anche se la federazione sembra la più probabile. Ma prima si deve costituire un fronte contro l’apartheid per bloccare la degenerazione – e al più presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Oren Yiftachel è professore ospite [della cattedra] Leverhulme nel dipartimento di geografia dell’University College di Londra.

(traduzione di Amedeo Rossi)

**Nota redazionale: abbiamo deciso di tradurre questo articolo in quanto ci sembra interessante come parte del dibattito relativo alle imminenti elezioni israeliane.  Yiftachel è un noto studioso ed intellettuale israeliano, autore dell’importante saggio “Ethnocracy”, relativo alle politiche discriminatorie, anche su base territoriale, praticate dall’élite askenazita in Israele. Tuttavia la redazione non concorda con alcune valutazioni espresse in questo intervento. Non riteniamo che Tzipi Livni, né tanto meno il resto dello spettro politico israeliano, possa essere considerato il campo favorevole alla pace. In questo senso il fatto di non citare esplicitamente il principale sfidante di Netanyahu e della sua coalizione, il generale Benny Gantz e la sua alleanza di centro come sostenitori delle politiche di apartheid sembra indicare la destra estrema come unica responsabile. Infine già esiste una coalizione internazionale tra palestinesi, militanti israeliani di sinistra e internazionali che lotta contro le politiche israeliane e contro il sistema di apartheid: il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), di cui l’autore non fa parola.