L’ANP e Israele sono complici nel mettere a tacere la verità

Eman Mohammed, fotogiornalista palestino-americana

1 febbraio 2025 – Al Jazeera

Ho assistito in prima persona alla violenza contro i giornalisti a Gaza. Il suo ritorno è possibile e non promette niente di buono per noi.

Shatha Al-Sabbagh, studentessa di giornalismo ventunenne, è stata assassinata il 28 dicembre vicino casa sua a Jenin. La sua famiglia ha accusato i cecchini schierati nel campo profughi dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di averle sparato alla testa. Al-Sabbagh era attiva sui social media, dove documentava la sofferenza dei residenti di Jenin durante le incursioni da parte di Israele e dell’ANP.

Soltanto pochi giorni prima dell’assassinio di Al-Sabbagh, le autorità di Ramallah avevano proibito ad Al Jazeera di diffondere notizie dalla Cisgiordania occupata. Tre settimane dopo, le forze dell’ANP hanno arrestato il corrispondente di Al Jazeera Mohamad Atrash.

Questi fatti accadevano mentre l’occupazione israeliana uccideva più di 200 lavoratori dell’informazione e ne arrestava decine nei territori palestinesi occupati. Israele ha inoltre messo al bando Al Jazeera e negato ai giornalisti stranieri l’accesso a Gaza. Il fatto che le azioni dell’ANP rispecchino quelle di Israele tradisce un disegno condiviso per sopprimere il giornalismo indipendente e controllare l’opinione pubblica.

Per i giornalisti palestinesi questa non è una notizia. L’ANP non ci ha mai protetti. È sempre stata complice della nostra violenta repressione. Ed è vero oggi in Cisgiordania come lo era a Gaza quando l’ANP amministrava la Striscia. Ne sono testimone io stessa.

Crescendo a Gaza ho potuto osservare l’oppressione del mio popolo per opera delle forze israeliane così come dell’ANP. Nel 1994 l’occupazione israeliana ha ceduto ufficialmente la Striscia all’ANP, affinché la amministrasse nel quadro delle disposizioni degli Accordi di Oslo. L’ANP è rimasta al potere fino al 2007. In quei tredici anni più che un qualsiasi reale tentativo di liberazione, quello che abbiamo visto è stata la collaborazione con gli israeliani. La presenza dell’ANP, le cui forze hanno attivamente soffocato svariate voci per difendere la sua fragile presa sul potere, non era semplicemente oppressiva per i giornalisti, era una minaccia alla loro stessa vita.

Come studentessa di giornalismo a Gaza ho esperito in prima persona questa repressione. Camminavo per le strade, assistendo al saccheggio di negozi da parte degli agenti di sicurezza dell’ANP, la loro arroganza evidente nella sfrontatezza con cui agivano. Un giorno, mentre cercavo di documentare tutto questo, un agente palestinese mi ha afferrata con violenza, mi ha strappato la macchina fotografica dalle mani e l’ha scaraventata a terra, frantumandola. Non si è trattato soltanto di un’aggressione, è stato un attacco al mio diritto di cronaca. L’aggressione dell’agente è terminata solo quando un gruppo di donne è intervenuto, costringendolo alla ritirata, un raro momento di moderazione.

Conoscevo i rischi che essere una giornalista a Gaza comporta e, come altri colleghi, ho imparato a conviverci. Ma la paura che ho provato vicino agli appostamenti delle forze dell’ANP non ha paragoni, perché non c’era mai logica nelle loro aggressioni né modo di prevedere quando se la sarebbero presa con me.

Camminando vicino alle forze dell’ANP si aveva la sensazione di camminare in un campo minato. Un secondo prima si aveva l’illusione della sicurezza, ma un secondo dopo si era costretti ad affrontare le violenze di coloro si supponeva fossero lì per proteggerci. Questa incertezza e questa tensione rendevano la loro presenza più terrificante che stare in un campo di battaglia.

Anni dopo mi sono occupata delle esercitazioni delle Brigate Qassam, sotto il costante ronzio dei droni israeliani e la minaccia sempre incombente di attacchi aerei. Era pericoloso ma prevedibile, molto più prevedibile delle azioni dell’ANP.

Sotto l’ANP abbiamo imparato a parlare in codice. I giornalisti si autocensuravano per la paura di ritorsioni. L’ANP era spesso definita, in un triste riconoscimento della sua complicità, “cugina dell’occupazione israeliana”.

Le violenze sono aumentate quando l’ANP, dopo aver perso le elezioni del 2006 a favore di Hamas, ha cominciato a lottare per mantenere il potere. A maggio 2007 uomini armati vestiti con le uniformi della guardia presidenziale hanno ucciso il giornalista Suleiman Abdul-Rahim al-Ashi e il suo collega Mohammad Matar Abdo. Si è trattato di un’esecuzione finalizzata a mandare un chiaro messaggio.

Quando Hamas ha preso il potere anche il suo governo ha limitato la libertà di stampa, ma la sua censura è stata sporadica. Una volta, mentre documentavo la nuova sezione femminile della polizia, mi è stato ordinato di mostrare le mie foto a un funzionario di Hamas in modo che questi potesse censurare quelle che avrebbe ritenuto sconvenienti. Sono spesso riuscita ad aggirare simili restrizioni scambiando preventivamente le mie schede di memoria.

Gli agenti [di Hamas] non andavano pazzi per chi ignorava i loro ordini ma, invece che a punizioni dirette, essi ricorrevano a piccoli giochi di potere come indagini, accessi revocati o provocazioni gratuite. A differenza dell’ANP Hamas non operava in coordinamento con le forze israeliane per reprimere il giornalismo, ma le restrizioni che i giornalisti subivano creavano pur sempre un ambiente di incertezza e auto-censura. Qualsiasi violazione da parte di Hamas doveva però confrontarsi con una pronta condanna internazionale, cosa che raramente capitava invece all’ANP, nonostante la sua repressione fosse ben più sistematica.

Dopo aver perso il controllo di Gaza, l’ANP si è concentrata sulla Cisgiordania, dove ha intensificato la propria campagna di repressione dei media. Le detenzioni, le azioni violente e la repressione delle voci critiche sono diventate all’ordine del giorno. La loro collaborazione con Israele non era passiva. Dalla sorveglianza alle violenze, essi svolgono un ruolo attivo e di primissimo piano nel mantenimento dello status quo, soffocando ogni dissenso che metta in discussione il loro potere e l’occupazione.

La collusione dell’ANP è diventata ancora più evidente nel 2016, quando si sono coordinati con le autorità israeliane per l’arresto del celebre giornalista e difensore della libertà di stampa Omar Nazzal, il quale aveva criticato Ramallah per il modo in cui aveva gestito il sospetto omicidio del cittadino palestinese Omar al-Naif presso la propria ambasciata in Bulgaria.

Nel 2017 l’ANP ha lanciato una campagna di intimidazione, arrestando cinque giornalisti di diverse testate.

Nel 2019 l’ANP ha bloccato il sito di Quds News Network, organo di informazione gestito da giovani e di grande popolarità. Il fatto si colloca nell’ambito di un più ampio divieto, imposto dalla magistratura di Ramallah, che ha bloccato l’accesso ad altri 24 tra siti web di informazione e pagine di social media.

Nel 2021 le forze dell’ ANP hanno cercato di reprimere i giornalisti e le testate che seguivano le proteste scatenate dalla morte violenta dell’attivista Nizar Banat mentre era in custodia dell’Autorità stessa.[ vedi Zeitun ]

In questo contesto la prospettiva del ritorno dell’ANP a Gaza in seguito all’accordo sul cessate il fuoco solleva gravi preoccupazioni per i giornalisti che hanno già sopportato gli orrori del genocidio. Dati i trascorsi dell’ANP in materia di censura, arresti e soffocamento della libertà di stampa, per i sopravvissuti questo potrebbe essere l’inizio di un nuovo capitolo di repressione.

Nonostante le gravi minacce da parte di Israele e di quelli che fingono di rappresentare il popolo palestinese, i giornalisti palestinesi perseverano. Il loro lavoro trascende i confini, rispecchia una lotta condivisa contro la tirannia. La loro resilienza non parla solo alla causa palestinese ma a una più ampia lotta per la liberazione, la giustizia e la dignità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il momento cruciale per la Cisgiordania: l’azzardo israeliano e il tradimento dell’ANP- Analisi

Ramzy Baroud

22 gennaio 2025 – Palestine Chronicle

La sempre più dura campagna militare israeliana in Cisgiordania, insieme alla complicità dell’ANP, crea le condizioni per uno scontro cruciale nella resistenza palestinese. L’esercito israeliano continua la sua offensiva contro il campo profughi di Jenin, una campagna militare che è iniziata praticamente subito dopo l’annuncio di un cessate il fuoco a Gaza.

Benché l’epicentro dell’offensiva rimanga Jenin, dove sono stati uccisi o feriti molti palestinesi, sono state attaccate anche importanti città della Cisgiordania. Le incursioni israeliane hanno raggiunto vari villaggi e campi profughi, portando all’arresto di molti palestinesi.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che a lungo ha agito come la presunta avanguardia dei diritti dei palestinesi, sta partecipando attivamente alla campagna israeliana. Di fatto l’ANP è stata coinvolta nella pacificazione della resistenza a Jenin e in altre zone della Cisgiordania prima degli attacchi israeliani, preparando a quanto pare il terreno per una più vasta repressione da parte dell’esercito israeliano.

Il ruolo dell’ANP

Ironicamente l’ANP ha chiamato la sua azione a Jenin, durata dal 5 dicembre al 21 gennaio, “Proteggere la Patria”. Eppure l’operazione ha semplicemente cercato di pacificare la “patria” rendendo più facile alla missione militare israeliana di completarla.

Il livello di violenza dell’ANP contro i palestinesi in Cisgiordania è sempre più comparabile a quello di Israele, rafforzando ulteriormente l’affermazione secondo cui l’ANP è di fatto uno strumento di controllo dell’occupazione israeliana sui palestinesi.

Nel 2007 Gaza si ribellò contro l’ANP in quello che all’epoca venne erroneamente definito come uno scontro tra Hamas e Fatah, quest’ultimo partito dominante nell’OLP e fazione del presidente Mahmoud Abbas.

Non è chiaro se una simile rivolta contro l’ANP sia possibile in Cisgiordania, almeno per il momento, considerando che la popolazione palestinese vi deve affrontare tre livelli di violenza: dell’esercito israeliano, dei coloni israeliani illegali armati e delle forze di sicurezza di Abbas.

Sperando di “risparmiare il sangue palestinese”, il 14 gennaio la resistenza di Jenin aveva accettato di firmare un accordo con l’ANP, consentendo alle forze dell’ANP di entrare a Jenin senza scontri purché evitassero di prendere misure violente contro la resistenza. L’ANP avrebbe violato l’accordo lasciando zone di Jenin aperte all’ingresso dell’esercito israeliano.

Il tempo delle richieste all’ANP di dare priorità all’unità nazionale rispetto al “coordinamento per la sicurezza” con Israele è finito, in quanto ora i palestinesi vedono l’ANP come parte integrante dell’esercito israeliano.

La tempistica

Ma perché Israele attacca la Cisgiordania, e perché proprio ora?

L’operazione militare israeliana in Cisgiordania, nome in codice “Muro di Ferro”, secondo fonti della sicurezza israeliana citate dal [canale televisivo] Channel 14 è stata ufficialmente condotta con lo scopo di “distruggere infrastrutture terroristiche a Jenin” e impedire un nuovo 7 ottobre. Tuttavia ciò non può essere vero. Persino con l’accresciuta resistenza nel nord della Cisgiordania la regione appare impreparata per un’operazione come “Inondazione Al-Aqsa” del 7 ottobre.

La logica di “Muro di Ferro” risiede piuttosto all’interno del campo politico e psicosociale. Primo, stando a David K. Rees, che lo ha scritto su Times of Israel, a Gaza Israele è stato sconfitto, una sconfitta senza precedenti nella storia del Paese. Dal punto di vista ufficiale israeliano l’impatto psicologico di questa sconfitta richiede un’azione immediata per impedire alla società e ai media israeliani di soffermarsi sulle sue conseguenze più ampie e a lungo termine.

Questa è in parte la ragione per cui Israele sta attaccando la Cisgiordania, che, almeno per adesso, rappresenta il ventre molle della resistenza palestinese, in parte a causa della repressione operata dall’ANP. La stessa logica può spiegare perché Israele ha accettato il cessate il fuoco in Libano, avanzando nel contempo incontrastato in Siria.

Il fatto che Israele mostri i muscoli significa in buona misura mandare un messaggio di forza e controllo all’opinione pubblica israeliana, che ha perso fiducia nel suo esercito, nella sua intelligence e nelle sue istituzioni politiche.

Secondo, l’operazione israeliana in Cisgiordania è parte di uno scambio politico tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze, l’estremista Bezalel Smotrich. Quest’ultimo, benché si sia opposto al cessate il fuoco a Gaza, è rimasto nel governo, appoggiando la litigiosa coalizione di Netanyahu.

A differenza del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha dato le dimissioni insieme al suo partito, Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Smotrich è rimasto, a condizione di portare avanti una grande operazione militare in Cisgiordania, aprendo la strada a un’ulteriore espansione delle colonie illegali.

Questo scambio beneficia sia Smotrich che Netanyahu. Smotrich ora può aggiungere ulteriori seguaci alla sua base di estrema destra, sostenendo di essere stato inflessibile riguardo alla sicurezza nazionale a Gaza, reprimendo nel contempo i palestinesi in Cisgiordania.

Per Netanyahu è anche un modo per accontentare i sostenitori di Smotrich, in quanto l’incremento della base elettorale di quest’ultimo potrebbe indebolire l’influenza di Ben-Gvir, poiché entrambi competono per lo stesso elettorato.

Una nuova Intifada?

I leader israeliani accentuano la violenza in Cisgiordania per conquistare vantaggi politici, ma non stanno prestando molta attenzione agli avvertimenti dei dirigenti dell’esercito e dell’intelligence. Il 9 gennaio, per esempio, il [canale televisivo] Channel 12 israeliano ha informato che il capo di stato maggiore Herzi Halevy e importanti ufficiali hanno messo in guardia il gabinetto di guerra sul fatto che la Cisgiordania è sul punto di esplodere e che le tensioni potrebbero portare a una “terza intifada (rivolta).”

In effetti gli errori di calcolo in Cisgiordania potrebbero tendenzialmente portare alla tanto attesa rivolta popolare che, se avvenisse, sarebbe difficile, se non impossibile, controllare in base alle tempistiche dell’esercito israeliano.

La rabbia palestinese derivante dal genocidio israeliano a Gaza, insieme al senso collettivo di vittoria per il cessate il fuoco, rende molto concreta la possibilità di un’Intifada. Se ciò avvenisse, buona parte della Cisgiordania e della vita politica palestinese cambierebbe.

L’ANP ha già scelto da che parte stare nell’imminente conflitto. Il governo israeliano, scosso dalla sconfitta a Gaza, è pronto a impegnarsi in altri azzardi militari. Il mondo continua a guardare in silenzio come ha fatto durante i 471 giorni del genocidio israeliano.

La Cisgiordania insorgerà con la stessa forza e determinazione per vincere contro l’occupazione israeliana come hanno fatto i suoi fratelli a Gaza? Se la risposta è sì, l’occupazione israeliana dovrà affrontare un altro duro colpo, aprendo la strada alla liberazione dei palestinesi.

(La caporedattrice di Palestine Chronicle Romana Rubeo ha contribuito a questa analisi.)

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. É autore di sei libri. Il suo ultimo libro, una co-curatela con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader e intellettuali palestinesi impegnati prendono posizione]. Il dott. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ANP cerca di evitare critiche alle sue violazioni dei diritti umani

  1. Ramona Wadi

14 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Wafa, l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ha pubblicato i dettagli di un rapporto che descrive le testimonianze di palestinesi imprigionati, torturati e interrogati da Israele a Gaza. Molti prigionieri stanno soffrendo per traumi fisici e psicologici permanenti, afferma il report della commissione dell’ANP per gli affari dei prigionieri e degli ex-prigionieri.

I dettagli sono raccapriccianti. Prigionieri ustionati con acqua bollente, picchiati brutalmente, bagnati con le acque di scarico, aggrediti dai soldati israeliani e privati di cibo e trattamenti sanitari. Ma mentre queste testimonianze sono importanti da registrare, cosa sta facendo l’ANP riguardo all’informazione? Inoltre, cosa sta facendo l’ANP nella Cisgiordania e a Gaza occupate per prendere le distanze da Israele? La risposta: niente.

L’ANP potrebbe aggrapparsi alla narrazione anticoloniale, quando si presenta l’occasione, ma le sue azioni nella Cisgiordania occupata hanno mostrato altro ormai da molti anni. Solo due giorni prima del rapporto Wafa sui palestinesi torturati da Israele, durante una riunione il leader dell’ANP Mahmoud Abbas ha confermato il suo supporto alle operazioni dei servizi di sicurezza a Jenin. Secondo Wafa Abbas ha elogiato i servizi di sicurezza perché “salvaguardano stabilità ed ordine” e ha cercato di collegare in qualche modo le aspirazioni del popolo palestinese con le epurazioni della resistenza palestinese nella Cisgiordania occupata. Naturalmente solo Abbas e i suoi gerarchi potrebbero collegare le due cose insieme e ostentare una sembianza di coerenza.

Se l’ANP ritiene necessario – e certamente lo è – pubblicare i dettagli delle orrende torture contro i palestinesi a Gaza, perché non applica gli stessi criteri ai suoi servizi di sicurezza? Basel Al-Araj è stato ucciso da Israele in collaborazione con i servizi di sicurezza dell’ANP e Nizar Banat è stato picchiato a morte dai suoi servizi di sicurezza – e questi sono solo due esempi noti.

I palestinesi nella Cisgiordania occupata, in particolare a Jenin, vengono terrorizzati dai servizi di sicurezza della ANP per la semplice ragione che la resistenza sta riconoscendo di dover condurre una più ampia lotta anti-coloniale. L’ANP rappresenta più precisamente Israele e la comunità internazionale e non i palestinesi. È una legittima preoccupazione per i palestinesi che l’ANP, per esempio, abbia chiesto 680 milioni di dollari agli USA per addestrare i suoi servizi di sicurezza ed anche per le forniture di veicoli ed equipaggiamento.

Al Jazeera, che l’ANP ha recentemente messo al bando nella Cisgiordania occupata, ha da poco riferito che molti palestinesi che sono stati imprigionati e picchiati dai servizi di sicurezza non si sentono sicuri nel condividere le loro esperienze, neanche con organizzazioni per i diritti umani come Al-Haq. Altro che incolumità e sicurezza di tutti i palestinesi. Forse Abbas si riferisce ai palestinesi che rimarranno dopo le epurazioni? E in quale momento le epurazioni finiranno?

Cosa sta cercando di provare Abbas, che l’ANP può tornare a Gaza per via della comprovata esperienza a Jenin e più in generale nella Cisgiordania occupata? O che sull’ANP si può contare per implementare le stesse tattiche su cui Israele ha fatto affidamento per decenni, fino al genocidio a Gaza? Una cosa risalta: il metodo dell’ANP per annichilire la resistenza palestinese è cooptare palestinesi per imprigionare, torturare e a volte anche uccidere altri palestinesi.

L’Operazione Proteggi la Terra Natale mira solo a proteggere l’ANP ad ogni costo dalle ripercussioni della sua oppressione. I media dell’ANP dovrebbero prenderne atto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il brutale assedio di Jenin da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non fa che aggravare la sua crisi di legittimità

Yara Hawari

3 gennaio 2025-Al Jazeera

Il popolo palestinese non dimenticherà la perdita di vite umane o le percosse e le torture in stile shabiha

Il 28 dicembre la giovane studentessa di giornalismo Shatha Sabbagh è uscita di casa nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, con la madre e i due figli piccoli della sorella. Un attimo dopo è stata colpita alla testa e uccisa dal proiettile di un cecchino. Aveva solo 21 anni.

Shatha è stata uccisa nello stesso campo profughi in cui la giornalista veterana Shireen Abu Akleh è stata assassinata dal regime israeliano nel 2022. Tuttavia, Shatha non è stata uccisa da un soldato del regime israeliano. Secondo la sua famiglia il proiettile che le ha tolto la vita è stato sparato dalle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (PASF).

Nell’ultimo mese, le PASF hanno assediato il campo profughi di Jenin, in uno sforzo coordinato con gli israeliani, come parte del tentativo di reprimere la resistenza armata nella Cisgiordania settentrionale.

Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è riuscita a sottomettere la resistenza all’occupazione israeliana in molti altri centri urbani attraverso minacce e repressione, nel nord rimangono sacche in cui sono ancora presenti gruppi di resistenza armata. La città di Jenin, e in particolare il suo campo profughi, dove sono state uccise sia Shireen che Shatha, è una di queste sacche. Ecco perché il campo, che ospita più di 15.000 persone, è diventato un simbolo di resistenza e fermezza e una vera spina nel fianco del PASF.

In effetti, l’esistenza stessa dell’ANP dipende dall’eliminazione della resistenza al regime israeliano in tutte le aree sotto il suo presunto controllo. Infatti coordina costantemente le sue azioni con l’esercito israeliano e utilizza tattiche di repressione che sono spesso indistinguibili da quelle [di Israele]. In effetti si potrebbe facilmente confondere le PASF con l’esercito israeliano se non fosse per le loro uniformi diverse.

E, mentre gli israeliani continuano con il loro genocidio a Gaza, le PASF hanno intrapreso la loro vasta operazione di aggressione contro Jenin. Hanno posto un assedio implacabile al campo profughi, tagliando acqua, elettricità e vietando l’ingresso della maggior parte dei beni di prima necessità. Le PASF hanno anche piazzato cecchini sui tetti e posti di blocco sulle strade, al fine di limitare gli spostamenti dei combattenti della resistenza.

Ci sono anche segnalazioni di percosse, arresti e torture. Un team della Mezzaluna Rossa Palestinese ha testimoniato di essere stato trattenuto, picchiato e interrogato per due giorni e mezzo mentre cercava di consegnare medicinali alle famiglie assediate.

In un video che sta circolando sui social media palestinesi due uomini vengono costretti a stare in piedi su una gamba e a ripetere continuamente “il Presidente Abu Mazen [Mahmoud Abbas] è Dio”. In un altro video i membri della PASF picchiano fino a far perdere i sensi un giovane a quanto pare per aver criticato l’assedio dell’AP al campo profughi di Jenin. Forse non sorprende che molti stiano usando la parola “shabiha” [in arabo “spettri”, “fantasmi” n.d.t.] per descrivere le PASF, un termine comunemente usato per le forze e i gruppi che erano fedeli all’ex dittatore siriano Bashar al-Assad

Gli abitanti del campo sono scesi in piazza per protestare e hanno chiesto all’ANP di fermare il suo brutale assalto e di porre fine allo spargimento di sangue fratricida. Ma queste richieste sono state ignorate. Invece le PASF insistono affinché i combattenti della resistenza consegnino le armi o lascino il campo, cose che si sono categoricamente rifiutati di fare. Come andrà a finire è ancora da vedere, ma ciò che è certo è che prima della sua fine altro sangue palestinese verrà versato. Per la leadership dell’ANP l’operazione a Jenin fa parte di un quadro molto più ampio che le consente di posizionarsi come l’organismo che prenderà il controllo di Gaza dopo un cessate il fuoco. La logica è che, se l’ANP può dimostrare di poter sedare e persino eliminare la resistenza armata in Cisgiordania, Israele e gli Stati Uniti ne faciliteranno l’insediamento a Gaza. Tuttavia, mentre l’amministrazione Biden ha indicato che avrebbe sostenuto una presa in carico dell’ANP [a Gaza, n.d.t.], il governo Netanyahu non ha fatto alcuna proposta del genere e, al contrario, ha dichiarato categoricamente che avrebbe rifiutato tale scenario. Ciononostante la dirigenza dell’ANP continua a svolgere il suo ruolo di collaborazionista nella speranza di ottenere più briciole dalla tavola del padrone. Come per dimostrare la sua colpevolezza e gettare altro sale sulla ferita, l’ANP ha recentemente annunciato la sua decisione di sospendere le operazioni di Al Jazeera nella Cisgiordania occupata come punizione per i suoi reportage da Jenin. L’ANP segue le orme del governo israeliano che anch’esso ha vietato le trasmissioni della rete nel maggio 2024 in risposta diretta al fatto che ha informato sul genocidio in corso a Gaza.

Mentre il tradimento della leadership dell’ANP e il coordinamento della sicurezza con il regime israeliano non sono una novità, il suo prolungato assedio di Jenin ha portato il suo tradimento del popolo palestinese a un livello completamente nuovo. Le sue uccisioni ingiustificate di civili e le percosse e torture in stile shabiha dimostrano che è più che disposta ad oltrepassare linee rosse che difficilmente saranno dimenticate o perdonate dal popolo palestinese. Niente di tutto ciò fa ben sperare per la durata di una leadership che sta già soffrendo una crisi di legittimità per la sua incapacità di prendere una posizione significativa contro il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

[Yara Hawari è la co-direttrice di Al-Shabaka, il Palestinian Policy Network. In precedenza ha ricoperto il ruolo di Palestine policy fellow e senior analyst. Yara ha completato il dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter, dove ha insegnato vari corsi universitari e continua a essere una ricercatrice ad honorem. Oltre al suo lavoro accademico, incentrato su studi sui popoli indigeni e storia orale, è una commentatrice politica che scrive spesso per vari organi di informazione.]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I coloni israeliani hanno fatto pressione, il governo ha approvato. Ora l’annessione si sta insinuando nell’Area B della Cisgiordania

Hagar Shezaf

30 dicembre 2024 – Haaretz

Le demolizioni di edifici palestinesi e la creazione di avamposti illegali nell’Area B, in cui Israele fino a poco tempo fa difficilmente interveniva, indicano un nuovo e molto importante terreno di scontro tra i coloni e i palestinesi e sono un’ulteriore prova dei tentativi del governo di indebolire l’Autorità Palestinese

All’interno di un ufficio impeccabile ai bordi del deserto, in una zona desolata persino rispetto al resto della Cisgiordania, appesa al muro c’è l’immagine di un quartiere residenziale ben curato. Se non fosse per l’insegna in arabo si potrebbe pensare che sia un prestigioso progetto edilizio in una comunità del centro di Israele.

L’ufficio in cui è appesa la foto è di Murad Jadal, capo del consiglio del villaggio di Al-Malha, una nuova comunità che i palestinesi hanno fondato a est di Betlemme negli ultimi anni. Anche se la zona è un terreno di scontro tra coloni e palestinesi, fino a poco tempo fa Israele evitava di intervenirvi.

Tuttavia l’ascesa al potere di un governo israeliano di estrema destra, la violazione degli accordi diplomatici sia da parte dei palestinesi che degli israeliani e l’incremento degli avamposti dei coloni nella zona con il pretesto della guerra hanno determinato un cambiamento radicale della situazione. Negli scorsi mesi in seguito a ordini del governo israeliano nella nuova comunità palestinese la febbre edilizia si è fermata e ciò che ne rimane sono principalmente gli scheletri di edifici non terminati. Al momento sembra che il quartiere nella foto rimarrà solamente un’immagine.

La zona contesa è chiamata da Israele “la riserva degli accordi”. Si trova nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo palestinese mentre Israele si occupa della sicurezza, ndt.] della Cisgiordania e venne consegnata all’Autorità Palestinese in base al memorandum di Wye River, firmato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat nel 1998. Secondo l’accordo questa zona, come il resto dell’Area B, avrebbe dovuto essere libera da insediamenti israeliani e l’autorità per la pianificazione venne data all’AP. In cambio l’AP promise di non costruirvi. Ma in pratica progressivamente nella zona venne edificata una nuova comunità palestinese.

Per la prima volta dalla firma degli accordi di Wye un paio di settimane fa Israele ha demolito nella zona edifici palestinesi. Queste strutture, costruzioni residenziali disabitate, sono state costruite in violazione dell’impegno dell’AP a non consentire la costruzione nell’area. Ma anche la decisione da parte del governo israeliano, capeggiato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di demolire questi edifici è chiaramente una violazione degli stessi accordi e un’ulteriore disintegrazione di ciò che rimane degli Accordi di Oslo.

In aggiunta a queste violazioni l’associazione non governativa Peace Now ha informato della costruzione di cinque avamposti illegali delle colonie israeliane, tutti all’interno dell’Area B, in cui raramente nel passato i coloni avevano fatto incursioni. Il più violento di questi si chiama Mikne Avraham. Da quando è stato fondato i palestinesi del posto hanno riportato ripetuti incidenti violenti così come tentativi di espellerli. Nel suo insieme tutto questo indica un’espansione delle attività dei coloni dall’Area C alla B.

“La costruzione di avamposti nell’Area B e la sistematica demolizione di edifici palestinesi sono un ulteriore passo nella rivoluzione annessionista che sta avvenendo nei territori,” afferma Yonatan Mizrahi, del progetto di monitoraggio della colonizzazione di Peace Now. ”Netanyahu e Smotrich hanno autorizzato la costruzione illegale da parte dei coloni senza precedenti, insieme alla demolizione senza precedenti di edifici palestinesi. L’ossessiva preoccupazione per l’Area B è parte di una decisione strategica da parte del governo israeliano di distruggere gli accordi con i palestinesi per creare un altro fronte di conflitto.”

Un gioiello nell’Area B

Al-Malha è stato in via di costruzione negli ultimi cinque anni. Sia chi ha costruito che gli acquirenti delle proprietà sono abitanti locali da molto tempo in Cisgiordania che cercavano casa in una zona più economica e ampia dei sovraffollati villaggi palestinesi, così come abitanti di Gerusalemme est che cercavano di investire in proprietà immobiliari.

La rapida comparsa di case e di scheletri di edifici è il prodotto di processi socio-economici da entrambi i lati della Linea Verde, ossia la linea di demarcazione dell’armistizio tra Israele e la Cisgiordania prima della guerra dei Sei Giorni nel 1967. “Volevamo costruire un villaggio modello qui, costruire parchi, strade adeguate, non come le altre comunità della zona,” dice Jadal ad Haaretz.

Indica con il dito un complesso turistico con una piscina che è in via di costruzione, bloccata in seguito a una decisione del governo in giugno, che di fatto ha tolto all’Autorità Palestinese i poteri di pianificazione e applicazione della legge nell’area. In seguito alla decisione, un decreto militare ha vietato ogni lavoro di costruzione nell’area e la frenesia edilizia è stata improvvisamente fermata.I palestinesi dicono che, benché le attività edilizie violino gli accordi tra l’AP e Israele, finché Israele non avesse detenuto il potere di far applicare le leggi, nessuno nell’Amministrazione Civile [ente militare israeliano che governa nei territori occupati, ndt.] avrebbe fattoa loro pensare che ci fosse di che preoccuparsi. “Prima della decisione (del governo) l’Amministrazione Civile ci ha detto che avremmo dovuto trattare con l’AP invece che con Israele in merito all’attività edilizia qui” dice Jadal, manifestando la frustrazione provata da molti riguardo ai pesanti danni dovuti alla decisione israeliana.

Le persone che hanno comprato terreni nella zona dicono che quando hanno contattato l’Amministrazione Civile per capire se le attività edilizie erano consentite è stato detto loro di rivolgersi all’AP. Tuttavia il portavoce dell’Amministrazione Civile afferma che quando il suo personale si è accorto della attività edilizia ha cercato di bloccarla rivolgendosi all’AP.

In risposta a una richiesta di Haaretz l’Amministrazione Civile ha affermato che “negli anni, e soprattutto in anni recenti, quando l’attività edilizia nella zona si è intensificata, sono stati inviati messaggi a personalità dell’AP chiedendo di bloccarla in base alle disposizioni dell’accordo. Queste richieste sono state ignorate.”

Mentre i coloni vedono la costruzione di un nuovo quartiere come parte di un progetto sistematico dell’Autorità Palestinese di creare una continuità territoriale in Cisgiordania ed evidenziano il rapido sviluppo edilizio come un indicatore di ciò, Jadal sostiene che questa è stata principalmente una questione di opportunità: lui e i palestinesi del posto hanno deciso di promuovere e vendere i terreni della zona come un gioiello nell’Area B, con la consapevolezza che in questo territorio Israele non può intervenire. Questa situazione è progredita nonostante l’impegno dell’AP a non costruire lì in base al memorandum di Wye.

Jadal sostiene che l’AP non ha immediatamente sostenuto l’iniziativa edilizia e che alcune case sono state costruite ben prima che l’AP fosse al comando. Afferma che lui e altri proprietari hanno dovuto fornire all’AP prove che dimostrassero che si tratta di proprietà privata e non di suolo pubblico. Alla fine, dice, sono riusciti a convincere l’AP, il che ha portato alla costituzione del consiglio comunale che lui guida, che a sua volta ha rilasciato concessioni edilizie alle parti interessate.

Attualmente, sostiene, nella zona ci sono circa 200 strutture, meno della metà della quali è disabitata. La decisione di Israele di bloccare la costruzione ha gettato investitori e acquirenti in una situazione pericolosa. Jadal stima che il consiglio (che afferma essere stato riconosciuto dall’AP solo lo scorso anno) e le persone che hanno comprato la terra abbiano perso circa 30 milioni di dollari a causa della riduzione del suo valore.

Mohammed, 30 anni, abitante di uno dei villaggi vicini, è tra le persone che hanno comprato terreni ad Al-Malha. Afferma di aver deciso di comprare il terreno perché costa molto meno di quanto sarebbe costato nel comune in cui vive adesso.

“Ho speso 900.000 shekel (circa 239.000 €) in terreni nel 2023, poi ho iniziato a scavare le fondamenta, ma dopo la decisione di Smotrich mi sono fermato,” sostiene. “Pensavo che mi sarei già spostato qui. Invece viviamo – siamo tre famiglie – in una casa di 200 mq.” Anche Mahmoud Tarayra, abitante di Gerusalemme est, racconta come il suo investimento è andato a monte: “A Gerusalemme la terra è molto cara,” spiega Tarayra.

Ha comprato 28 dunam (circa 2,8 ettari) ad Al-Malha con l’intenzione di rivenderne 24. “Ora il terreno non ha alcun valore,” afferma. “Nessuno comprerà lì. Stimo le mie perdite a 400.000 shekel.”

Tarayra dice di aver comprato inizialmente un dunam di terra per 22.000 dinari giordani (circa 110.000 shekel), una moneta utilizzata a volte per l’acquisto di terreni in Cisgiordania, ma ora stima che la terra ne valga solo 6.000 o 7.000.

Dice che circa altri 300 abitanti di Gerusalemme est hanno comprato terra nella zona: “Se si tratta di terreno pubblico o di una riserva naturale, perché non hanno bloccato fin dal primo giorno? Hanno consentito che la gente perdesse soldi,” si lamenta. “Le persone hanno venduto oro o automobili per comprare terreno lì.” Nel contempo spera che i tribunali israeliani aiuteranno gli abitanti a risolvere la questione.

Un accordo profondamente radicato

La decisione israeliana di demolire le strutture illegali nell’Area B non è arrivata dal giorno alla notte. È giunta dopo 5 anni di intense campagne dei coloni, comprese visite ad al -Malha per parlamentari e ministri, tra cui l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant e la ministra della Protezione ambientale Idit Silman [entrambi del partito Likud, ndt.].

Inoltre da quando l’attuale governo è arrivato al potere, alla fine del 2022, alla Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ci sono stati almeno quattro dibattiti sull’argomento.

Ma il fatto che l’area sia stata affidata all’Autorità Palestinese come parte dell’accordo di Wye ha richiesto una soluzione creativa. Per evitare di violare l’accordo diplomatico, almeno sulla carta, inizialmente i parlamentari di destra avevano pensato di sostenere che i palestinesi della zona stavano danneggiando la natura o la sicurezza, il che avrebbe consentito a Israele di intervenire e demolire.

Tuttavia in una discussione a maggio alla Commissione Affari Esteri e Difesa Eli Levertov, il consigliere giuridico dell’Avvocatura militare per Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.], ha affermato che non c’era una consulenza professionale che indicasse danni ecologici.

Ha aggiunto che Yehuda Fuchs, all’epoca capo del comando centrale dell’esercito, non pensava che la costruzione ponesse un effettivo rischio per la sicurezza.

La decisione del governo, presa infine per assumersi la responsabilità delle demolizioni e bloccare le attività edilizie, è stata giustificata con le violazioni palestinesi all’accordo di Wye.

Shaul Arieli, a capo del gruppo di ricerca Tamrur-Politography, che venne coinvolto nella formulazione del Memorandum di Wye River, afferma che definire nell’accordo originario l’area come una riserva non derivò dal desiderio di proteggere la natura, ma a causa del progetto di Netanyahu di costruirvi un’autostrada, la Route 80, una continuazione della strada Allon che attraversa la Cisgiordania.

“All’epoca dicemmo che questa sarebbe stata una riserva naturale, così loro (i palestinesi) non vi avrebbero costruito, e non ci sarebbero stati problemi,” spiega Arieli.

Egli sostiene che l’affermazione secondo cui l’AP sta violando l’accordo vale dieci volte di più per Israele, che viola costantemente e unilateralmente i suoi impegni. Arieli si riferisce all’incremento delle costruzioni a Gerusalemme, all’edificazione di colonie, alla legalizzazione di avamposti illegali e altro. “Così tu dici che stanno violando l’accordo? Noi lo facciamo molto più radicalmente,” aggiunge.

La campagna per espropriare all’Autorità Palestinese il potere esecutivo nell’area è stata capeggiata dall’organizzazione a favore dei coloni Regavim, di cui Smotrich è stato co-fondatore.

Parlando con Haaretz Avraham Binyamin, direttore delle politiche di Regavim, afferma che gli accordi sulle aree di riserva “sono strategicamente molto significativi” per la loro collocazione tra le colonie che confinano con il deserto di Giudea e quelle della Valle del Giordano.

“Abbiamo notato un incremento delle costruzioni che è davvero molto inusuale e non sporadico,” dice Binyamin. “Ciò significa che dietro a questo c’è un piano da parte di un’entità politica ostile, cioè l’Autorità Palestinese.”

Secondo Regavim prima del memorandum di Wye nella zona c’erano circa 270 strutture, mentre oggi ve ne sono 3.300. “Ciò che risulta interessante per noi è la continuità territoriale che l’AP sta cercando di creare,” aggiunge Binyamin.

Questa organizzazione, con accesso alle stanze del potere, iniziò ad interessarsi all’area nel 2013. All’inizio si concentrò principalmente sulle violazioni ambientali, ma a iniziare dal 2018 prese a occuparsi dell’attività edilizia ad Al-Malha.

Tuttavia queste non sono le uniche ragioni per cui i coloni vogliono impedire che i palestinesi vi costruiscano. Il capo del consiglio regionale di Gush Etzion [la prima colonia israeliana costruita nei territori occupati, ndt.] Yaron Rosenthal afferma che la necessità di bloccare l’edificazione è dovuta al desiderio di fare in modo che Gush Etzion rimanga “aperta verso il deserto.”

Rosenthal ritiene anche che costruire una nuova comunità palestinese nella zona porrà rischi per la sicurezza. L’esercito israeliano “sta distruggendo case a Gaza in tutta la zona per difendere gli abitanti di Nir Oz (un kibbutz sul confine con Gaza), giusto?” Dice. “Così la logica indica che se a Gaza una cittadina araba vicino a comunità (israeliane) pone un rischio per la sicurezza, è lo stesso anche qui.”

Anche se per lui questo è solo l’inizio, Binyamin è già contento riguardo agli sviluppi: “Lo stesso fatto che lì ci sarà un congelamento delle attività edilizie e verrà silurata la costruzione di una cittadina, in pratica ciò cambia già i piani,” dice.

“Chi va a vivere in una cittadina e si ritrova in due blocchi e mezzo di case spopolate potrebbe pensarci due volte se vuole viverci.”

Binyamin crede che Israele avrebbe potuto bloccare prima le attività edilizie palestinesi e in un modo più semplice che attraverso una decisione del governo.

Tuttavia, sostiene, questa linea di condotta presenta anche i suoi vantaggi: “In base alla mia opinione riguardo agli accordi di Oslo ovviamente sono contento che il governo israeliano se ne esca con una dichiarazione nazionale contro di essi,” afferma.

Ce ne andremo o saremo bruciati”

Nel contempo la lotta riguardo agli accordi per la riserva degli accordi e l’Area B non si limita a fermare la costruzione di abitazioni da parte dei palestinesi. Negli ultimi mesi Peace Now ha documentato la crescente tendenza degli avamposti israeliani ad essere costruiti nell’Area B, e soprattutto nella zona della riserva naturale.

Un giro nella zona da parte di Haaretz ha confermato le affermazioni dell’organizzazione secondo cui cinque avamposti illegali si trovano attualmente nella zona. In alcuni casi i coloni vivono in edifici abbandonati da pastori palestinesi nei primi giorni di guerra a causa di attacchi dei coloni che si sono intensificati dopo il 7 ottobre [2023]. In altri casi i coloni hanno eretto nuove strutture di fortuna.

Uno di loro è Mikne Avraham. È un piccolo avamposto in cui stanno vivendo alcuni giovani, tra cui degli adolescenti. Terrorizzano i pochi abitanti palestinesi rimasti nelle vicine comunità di allevatori.

Fino allo scoppio della guerra la principale preoccupazione di quelle famiglie era la discarica di Al Minya, creata da Israele e utilizzata sia dai palestinesi che dai coloni e che inquina il loro ecosistema.

Ma nel corso dell’ultimo anno la vita lì è notevolmente peggiorata. Ahmed Trawa è il patriarca di una delle ultime famiglie che rimangono nell’area. Negli ultimi mesi circa sette famiglie sono scappate da lì. “I coloni hanno picchiato due volte mio figlio,” racconta, “poi hanno iniziato a venire a casa nostra e una volta due di loro hanno sostenuto di essere dell’esercito e hanno perquisito il posto.”

Afferma che a maggio lui stesso è stato aggredito da coloni mentre stava pascolando le pecore. “Sono venuti alla nostra casa, hanno lanciato pietre, ci hanno insultati e hanno ballato,” aggiunge sua moglie Anwar.

Hanno già presentato due denunce alla polizia israeliana. Secondo la polizia uno dei casi è stato chiuso quando non sono stati individuati sospettati, anche se Trawa dice di poterli identificare, mentre sull’altro si sta ancora indagando.

La violenza è arrivata al suo apice un mese fa, quando un gruppo di coloni ha dato fuoco al granaio di famiglia fuori dalla loro casa. Secondo Trawa a causa dell’incendio lui ha perso circa 15.000 shekel.

“Ora non vado da nessuna parte perché come vedono che mi allontano con l’auto e mia moglie rimane da sola in casa arrivano,” dice. “I bambini erano soliti andare a prendere lo scuolabus, ma non lo fanno più, li porto io avanti e indietro.”

Oltre a vivere nel terrore, ciò rappresenta anche un grave danno finanziario per la famiglia Trawa, la cui vita è stata paralizzata. “Se continua così ce ne andremo,” dice Anwar disperata. “O ce ne andremo o ci bruceranno vivi.”

Nel frattempo la famiglia ha aggiunto muri e un tetto alla parte della casa che in precedenza serviva come veranda, nel tentativo di evitare che le pietre li colpiscano e che i coloni possano entrarvi.

Un sostenitore di Mikne Avraham è Elisha Yered, una figura ben nota sulle colline della Giudea ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra del ministro Smotrich, ndt.] Limor Son Har-Melech. 

In video postati su Twitter ha fatto una campagna per raccogliere soldi a favore degli adolescenti che presidiano Mikne Avraham e sottolinea che l’avamposto è stato costruito nei dintorni della zona della riserva degli accordi per impedire ai palestinesi di costruire in quell’area.

Questo avamposto, come molti altri, ogni tanto viene eliminato dall’Amministrazione Civile. L’ultima volta è stato pochi giorni fa. Tuttavia appena le forze dell’Amministrazione Civile hanno finito di confiscare l’equipaggiamento dell’avamposto e l’hanno demolito, i coloni sono tornati. Poco dopo i palestinesi del posto hanno raccontato che sono andati a casa loro per aggredirli.

La pagina per la raccolta fondi a favore dell’avamposto illegale fornisce una buona illustrazione dell’attacco concentrico del governo israeliano e dell’avamposto violento contro i palestinesi della zona.

“I coloni pionieri sulla collina sono riusciti a restituire sempre più territorio della patria a mani ebraiche nei pressi della riserva degli accordi nel deserto della Giudea, bloccando l’espansione dell’edilizia araba con i loro corpi,” afferma. Finora hanno raccolto 26.000 shekel.

Il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori ha risposto: “In base all’intesa di Wye la zona della ‘riserva degli accordi’ venne ridefinita da Area C ad Area B, passò dall’essere gestita dallo Stato di Israele ad esserlo dall’Autorità Palestinese. Tuttavia in base agli stessi accordi l’Autorità Palestinese promise di astenersi dal costruire nella zona.

Nel corso degli anni, e soprattutto negli ultimi tempi, quando l’attività edilizia nella zona si è intensificata, sono stati inviati messaggi a personalità dell’AP chiedendo un blocco in base alle disposizioni dell’accordo, ma queste richieste sono rimaste senza risposta.

Alla luce di ciò, e in accordo con le istruzioni del gabinetto di sicurezza, il capo del Comando Centrale di Israele ha firmato un ordine speciale inteso a consentire l’esecuzione delle disposizioni in materia di costruzioni nella zona da parte dell’Amministrazione Civile. Questo ordine non ha ridefinito la zona che è ancora, sotto ogni aspetto, Area B.

“Secondo gli accordi ad interim l’autorità di applicare la legge sugli israeliani che vi si trovano, assegnata all’Autorità Palestinese, è rimasta al comandante militare, compresa l’Amministrazione Civile. In virtù di questa autorità sono state messe in atto azioni di contrasto contro l’attività edilizia illegale in varie zone dell’Area B, anche nella riserva degli accordi. Quando le circostanze lo richiedono sono emanati ordini per consentire che vengano intraprese rapidamente azioni di repressione, sia attraverso ordinanze urbanistiche che con ordini di chiusura militare che proibiscono di entrare nella zona. Ciò è stato fatto anche nell’area nota come Mikne Avraham.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese uccidono una giornalista a Jenin, dice la famiglia

Corrispondente di MEE a Ramallah, Palestina occupata.

29 dicembre 2024 Middle East Eye

La giovane reporter Shatha al-Sabbagh era impegnata a documentare sui social media la fatale campagna dell’Autorità Nazionale Palestinese a Jenin

Le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno ucciso una giovane giornalista nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, secondo quanto ha dichiarato domenica la sua famiglia. Sabato sera l’ospedale governativo di Jenin ha dichiarato che Shatha al-Sabbagh, 21 anni, è morta per ferite di arma da fuoco alla testa.

La sua famiglia ha accusato i cecchini del servizio di sicurezza palestinese di averle sparato vicino a casa sua a Jenin, dove dall’inizio di dicembre l’ANP sta conducendo una repressione feroce contro i gruppi armati anti-israeliani.

Sabbagh è la sesta residente di Jenin ad essere uccisa durante la campagna dell’ANP, insieme ad un diciannovenne disarmato.

Almeno cinque membri delle forze di sicurezza palestinesi sono stati uccisi in scontri a fuoco.

“Riteniamo l’Autorità Nazionale Palestinese e i suoi servizi di sicurezza direttamente responsabili di questo crimine”, ha affermato la famiglia di Sabbagh in una dichiarazione.

“Questa pericolosa escalation dimostra che queste agenzie sono diventate strumenti repressivi che praticano il terrorismo contro il loro popolo, invece di proteggere la loro dignità e combattere l’occupazione israeliana”, hanno aggiunto.

Il portavoce dei servizi di sicurezza palestinesi Anwar Rajab ha negato l’accusa, affermando che la giornalista è stata uccisa da “fuorilegge” del campo profughi di Jenin.

Ha inoltre affermato che le indagini preliminari e i testimoni oculari avrebbero indicato che nessuna forza di sicurezza dell’ANP era presente sulla scena.

Cecchini sui tetti

Tuttavia i residenti del quartiere di Mahyoub nel campo profughi di Jenin, dove viveva Sabbagh, affermano che le forze di sicurezza palestinesi vi erano schierate dal 14 dicembre, con cecchini posizionati sui tetti di diverse case.

La famiglia ha affermato che quando è stata colpita Sabbagh era con sua madre e portava con sé dei bambini piccoli. Hanno detto che si trovava in una zona ben illuminata, senza scontri in corso o minacce alla sicurezza. Nonostante ciò è stata “deliberatamente presa di mira” da un cecchino dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno affermato.

Musab al-Sabbagh, il fratello della giornalista uccisa, ha dichiarato a Middle East Eye che poco prima della sua morte Shatha era con i suoi nipoti a casa di un vicino, all’ultimo piano.

Stava andando con loro, un bambino di tre anni e uno di 15 mesi in braccio, in un negozio lì vicino per comprar loro dei dolci.

“Era chiaro che era una donna con dei bambini. Nonostante questo, nel momento in cui è uscita dalla porta di casa il cecchino l’ha presa di mira alla testa”, ha spiegato Musab.

Ha detto di aver sentito delle urla seguite da forti spari mentre sua sorella cadeva a terra. Sua madre, che era dietro di lei, non è riuscita a prendere i bambini a causa degli spari fitti e indiscriminati e ha dovuto trascinarli via.

Gli spari sono continuati per circa 15 minuti. Un paramedico, che viveva lì vicino, ha tentato di curare Shatha, ma è stato ferito anche lui dagli spari, ha detto Musab.

Attribuire la colpa

Il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi ha dichiarato il lutto per Sabbagh e ha chiesto la formazione di un comitato di inchiesta indipendente per determinare la verità sulla sua morte e chiamare i colpevoli a risponderne.

Raya Arouq, una giornalista palestinese di Jenin, ha dato espressione allo shock provato dai giornalisti dopo l’omicidio.

“La sua morte non ci impedirà di continuare il nostro lavoro, anzi aumenterà la nostra determinazione nel proseguire a documentare la situazione”, ha detto Arouq a MEE.

Hamas ha condannato l’omicidio definendolo un “atto criminale” e accusando i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese di aver intenzionalmente ucciso la giornalista.

Il gruppo ha anche esortato l’Autorità Nazionale Palestinese a interrompere le sue operazioni di sicurezza a Jenin e a rintracciare i colpevoli.

La morte di Sabbagh segue l’uccisione di un suo fratello, Moatasem al-Sabbagh, da parte dell’esercito israeliano nel marzo 2023 all’interno del campo profughi di Jenin.

La giovane giornalista era attiva sui social media e documentava le difficoltà affrontate dai residenti di Jenin, in particolare durante le incursioni israeliane e la campagna di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Con il suo ultimo atto Mahmoud Abbas ha tradito la causa palestinese

Sami Al-Arian

17 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nel disperato tentativo di conservare una certa importanza il fedele “leader scelto con cura” da USA e Israele ha intensificato la repressione contro i palestinesi in Cisgiordania e si è impegnato a collaborare con Trump.

Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) sta cercando di conservare una certa importanza, mentre gli eventi a Gaza, in Cisgiordania e nel resto della regione si susseguono a un ritmo molto più veloce di quanto il politico ottuagenario sia in grado di gestire.

Questa settimana, nel mezzo del genocidio israeliano che infuria incessantemente a Gaza da 14 mesi, le forze di sicurezza di Abbas hanno sfacciatamente ucciso a Jenin diversi importanti combattenti della resistenza, nel tentativo di compiacere gli israeliani e i loro benefattori americani.

Quando nel gennaio 2020 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò il cosiddetto “accordo del secolo”, una proposta totalmente allineata con Israele su tutti i temi del contenzioso, Abbas disse: “Voglio dire al duo, Trump e [il primo ministro israeliano Benjamin] Netanyahu, che Gerusalemme non è in vendita, che nessuno dei nostri diritti è in vendita o contrattabile. Il vostro accordo, la cospirazione, non accadrà… diciamo mille volte no, no, no all’accordo del secolo”.

Tuttavia, quando il 5 novembre Trump è stato rieletto, Abbas l’ha chiamato per congratularsi con lui e gli ha promesso di lavorare insieme a un accordo politico che egli stesso aveva respinto a priori cinque anni prima.

A questo è seguito un accordo che gli egiziani hanno stretto due settimane fa tra Hamas e Fatah, la fazione palestinese presieduta da Abbas. Esso prevede la nomina di un comitato indipendente di palestinesi di spicco e professionisti di Gaza per gestirne gli affari e la ricostruzione dopo la guerra.

Si tratta di una richiesta del regime sionista e dell’amministrazione Biden per estromettere Hamas da qualsiasi futuro ruolo nel governo di Gaza.

Tuttavia, Fatah di Abbas ha rapidamente ritirato la sua approvazione, poiché gli israeliani hanno respinto qualsiasi ruolo o contributo di Hamas nel futuro di Gaza. Sembra che un accordo del genere non si accordi con la promessa di Netanyahu di una “vittoria totale” su Hamas e la resistenza.

Quindi qual è l’obiettivo finale di Abbas e dove sta andando nei suoi anni di declino?

Leader’ scelto con cura

A fine novembre, nel suo ventesimo anno di mandato quadriennale e pochi giorni dopo aver compiuto 89 anni, Abbas ha annunciato il piano per la sua successione.

Ha emesso un decreto che prevede la nomina di Rawhi Fattouh, il poco ambizioso, non carismatico e debole leader di Fatah, come presidente ad interim dopo Abbas.

Fattouh, 75 anni, è attualmente presidente del Consiglio nazionale palestinese, il parlamento in esilio dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) che in 28 anni si è riunito solo una volta, nel 2018.

È interessante che Fattouh sia anche la stessa persona che ricoprì il ruolo di presidente ad interim dopo la morte dell’ex presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat nel novembre 2004, fino all’elezione di Abbas che lo sostituì nel gennaio 2005.

Abbas è stato sotto pressione americana per oltre un anno affinché nominasse un successore compiacente e disponibile con Israele e gli Stati Uniti, come è stato lui durante il suo lungo mandato.

Come ha ricordato nelle sue memorie uscite nel 2011, No Higher Honor, Condoleezza Rice, che ha ricoperto il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, ha raccontato come nel 2003 un gruppo ristretto di persone, tra cui lei, Bush, il direttore della CIA George Tenet e Ariel Sharon, il primo ministro israeliano dell’epoca, avesse scelto personalmente Abbas perché diventasse il leader del popolo palestinese.

Per gran parte del 2002 Sharon si rifiutò di trattare con Arafat, ma alla fine riuscì a convincere Bush a mettere da parte il leader dell’OLP in favore di Abbas, un leader di Fatah più sottomesso e arrendevole.

Prima di essere nominato primo ministro nel 2003 a seguito delle pressioni americane ed europee, Abbas fu pubblicamente ridicolizzato da Arafat che lo definì il “Karzai della Palestina”, un riferimento ad Hamid Karzai, l’ex presidente afghano, che nel mondo arabo era ampiamente considerato un burattino degli Stati Uniti.

Abbas, alias Abu Mazen, arrivò alla guida di Fatah e dell’OLP quasi in automatico.

Sebbene fosse considerato uno dei fondatori di Fatah della prima generazione, quando si unì al movimento nei primi anni ‘60 non fu notato né ricoprì posizioni di rilievo se non decenni dopo.

Risorsa strategica’

Abu Mazen iniziò a ricoprire posizioni più significative all’interno di Fatah e dell’OLP solo dopo che la maggior parte dei primi fondatori e dei principali dirigenti, come Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad), Sa’ad Sayel, Abu Yusuf al-Najjar e molti altri, furono assassinati da Israele tra gli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’90.

Quando nel 1974 l’OLP adottò il suo piano in 10 punti, aprendo la strada a una soluzione politica basata sul riconoscimento di Israele in cambio di uno Stato palestinese mutilato, Abbas era noto per essere favorevole all’abbandono di qualsiasi forma di resistenza armata all’occupazione israeliana.

Riguardo a questa ideologia politica Abu Iyad, considerato il prossimo in linea nel movimento palestinese dopo Arafat prima del suo assassinio nel 1991 da parte del regime sionista, ironizzò: “La cosa che temo di più è che un giorno il tradimento venga semplicemente (normalizzato come) un’opinione”.

Quando Israele non riuscì a schiacciare la Prima Intifada (1987-1991), adottò un percorso politico che avrebbe preservato le sue politiche espansionistiche e di colonizzazione. Questo percorso culminò con gli Accordi di Oslo del 1993.

Abbas non fu solo uno dei pochi interlocutori palestinesi in questo processo, ma anche la persona che effettivamente firmò gli accordi sul prato della Casa Bianca per conto dei palestinesi.

Inutile dire che il processo di Oslo fu niente meno che un disastro destinato a fallire fin dall’inizio.

I negoziatori palestinesi guidati da Arafat e Abbas rinunciarono fin dall’inizio alla loro carta principale e alla loro leva più forte, ovvero il riconoscimento del regime sionista sul 78% del territorio storico della Palestina.

In cambio Israele si limitò a impegnarsi in un vano processo politico che avrebbe dovuto concludersi con la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro il 1999, o almeno così pensavano i leader dell’OLP.

Tuttavia, più di trent’anni dopo Oslo, il regime sionista ha ucciso non solo la cosiddetta soluzione dei due Stati, ma ha anche consolidato i suoi piani per un “Grande Israele”, tra cui un incremento di oltre sei volte dei coloni illegali in Cisgiordania, da circa 115.000 nel 1993 a oltre 750.000 oggi.

Secondo un rapporto del 2015 dell’International Crisis Group, la maggior parte dei funzionari israeliani considera Abbas la propria “risorsa strategica” più importante.

Il motivo è abbastanza chiaro.

Ciò è avvenuto principalmente attraverso una filosofia politica sostenuta da Abbas, che ha respinto decenni di resistenza palestinese, spingendo un esperto a osservare: “Mai nella sua vita Abbas ha adottato né sostenuto la resistenza armata”.

Spesso prendeva in giro qualsiasi idea di resistenza armata da parte di qualsiasi gruppo, compreso il suo, anche quando Israele uccideva, senza provocazioni, decine di palestinesi.

Una forza di sicurezza brutale

Il suo stile di leadership trasformò un movimento nazionale palestinese relativamente vivace in una filiazione dell’occupazione israeliana, spesso definita “occupazione a cinque stelle”, poiché aveva liberato il regime sionista dall’apparire come potenza occupante, pur attuando politiche coloniali di insediamento aggressive e autoritarie, peggiori del regime di apartheid del Sudafrica.  

Durante il suo mandato ha sposato il dettato americano di cambiare la dottrina di sicurezza delle forze di sicurezza palestinesi da un ruolo di controllo e protezione dei centri abitati palestinesi a una forza di sicurezza brutale che agisce come prima linea di difesa delle colonie israeliane e dell’esercito di occupazione contro ogni forma di resistenza, anche in quelle popolari passive.

Sin dalla sua ascesa alla guida dell’Autorità Palestinese nel 2005 ha adottato il piano americano del tenente generale Keith Dayton per l’addestramento delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, che si sono impegnate nella repressione e nella repressione del dissenso, nonché in arresti illegali e torture, causando molte volte la morte, come nel caso di Nizar Banat nel 2021.

Coordinandosi con gli Stati Uniti e il regime sionista, Abbas ha creato una forza di sicurezza eccessiva la cui missione principale è il coordinamento della sicurezza con l’esercito israeliano per ostacolare qualsiasi resistenza o operazione contro l’occupazione.

Egli definì sacra questa missione e per decenni si rifiutò di interromperla, nonostante la condanna di gran parte dell’opinione pubblica palestinese.

Decine di organismi e fazioni politiche palestinesi gli hanno chiesto di porre fine a queste pratiche vergognose.

Un rapporto dettagliato del 2017 rilevò che il settore della sicurezza palestinese impiegava circa la metà di tutti i dipendenti pubblici, quasi 1 miliardo di dollari del bilancio dell’AP, e riceveva circa il 30% del totale degli aiuti internazionali forniti ai palestinesi, inclusa la maggior parte dei fondi provenienti dagli Stati Uniti.

Lo studio inoltre scoprì che il settore della sicurezza palestinese spendeva più del bilancio dell’AP per i settori dell’istruzione, della sanità e dell’agricoltura messi insieme. Comprendeva più di 80.000 persone, con un rapporto tra personale di sicurezza e popolazione pari a 1 a 48, uno dei più alti al mondo.

Nel 2017, nel primo incontro di Abbas con Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti si vantò del continuo coordinamento della sicurezza dell’Autorità Palestinese con Israele, elogiandone l’efficacia nel proteggere l’occupazione israeliana e affermando: “Vanno incredibilmente d’accordo. Sono rimasto davvero molto colpito e in un certo senso sorpreso da quanto andassero d’accordo. Lavorano insieme splendidamente”.

Un dittatore da quattro soldi”

Quando Hamas vinse le elezioni legislative del 2006, Abbas si coordinò con americani e israeliani, come spiegato in dettaglio nel resoconto di Rice nel suo libro, per impedire al governo guidato da Hamas di andare al governo in quanto partito eletto democraticamente.

In realtà furono le forze di sicurezza di Abbas, sempre in coordinamento con gli americani, a tentare nel 2007 di rovesciare il governo di Hamas a Gaza, solo per essere superate in astuzia da Hamas, che prese il controllo di Gaza, dando di fatto vita a due governi palestinesi separati.

Nel 2008 David Wurmser, all’epoca funzionario dell’amministrazione Bush, spiegò in un articolo su Vanity Fair che l’amministrazione Bush era impegnata “in una guerra sporca nel tentativo di garantire la vittoria a una dittatura corrotta [guidata da Abbas]”, aggiungendo che Hamas non aveva intenzione di prendere Gaza finché Fatah non la costrinse a farlo.

Wurmser inoltre osservò: “Mi sembra che quello che è successo non sia stato tanto un colpo di Stato di Hamas quanto un tentativo di colpo di Stato di Fatah che è stato prevenuto prima che avvenisse”.

Da allora, Gaza ha vissuto sotto un assedio israeliano paralizzante con pochi interventi da parte di Abbas.

Con il supporto degli americani, degli israeliani e degli attori regionali, Abbas ha preso il controllo totale della vita politica palestinese. Ha iniziato a emanare decreti unilaterali come qualsiasi dittatore da quattro soldi di una repubblica delle banane.

I suoi decreti incostituzionali e illegali hanno licenziato governi, insediato primi ministri, annullato elezioni, speso miliardi, coperto la corruzione dei suoi compari, famigliari e figli e nominato una corte costituzionale per sciogliere il consiglio legislativo guidato da Hamas.

Ma forse il comportamento che ha scioccato maggiormente i palestinesi è stato l’assordante silenzio di Abbas durante i primi giorni della guerra genocida di Israele.

Mentre la guerra di sterminio e la campagna di pulizia etnica israeliane si intensificavano, Abbas da un lato ha espresso la sua forte ma vuota opposizione alla brutalità israeliana, dall’altro ha continuato a coordinare la sicurezza con lo stesso vigore come se, per oltre un anno, non si fossero verificati un genocidio a Gaza, attacchi quotidiani dei coloni in Cisgiordania o sistematiche incursioni nel complesso di Al-Aqsa.

Mentre la guerra genocida israeliana a Gaza entra nel suo quindicesimo mese senza una fine in vista, e mentre Israele prepara la sua occupazione a lungo termine di Gaza, oltre a promuovere aggressivamente la sua politica di annessione effettiva dell’Area C in Cisgiordania, sembra che l’attuale governo fascista israeliano sia sul punto di abbandonare Abbas in favore di un nuovo accordo di sicurezza che favorirebbe per governare il popolo palestinese.

È chiaro che l’attuale regime sionista, con il suo grandioso disegno di imporre il progetto del Grande Israele, vuole risolvere il problema demografico palestinese e porre fine una volta per tutte al conflitto israelo-palestinese a suo favore.

Pertanto parte della grande strategia di Israele per realizzare questo obiettivo non consiste semplicemente nell’accontentarsi di vietare l’Unrwa, stroncare la soluzione dei due Stati o stabilire l’egemonia israeliana nella regione.

Ma in sostanza si sta muovendo in modo aggressivo per ridisegnare tutte le istituzioni palestinesi e le fonti di potere che hanno definito la lotta palestinese per decenni.

Indipendentemente dai decreti di Abbas o da cosa gli accadrà nel prossimo futuro mentre entra nel crepuscolo della sua vita, Israele si assicurerà che sia l’ultimo leader palestinese che unisce in sé tutti i titoli che definiscono le istituzioni palestinesi: presidente dell’Autorità Palestinese, presidente dell’OLP, leader di Fatah e presidente dello “Stato di Palestina”.

Da una prospettiva israeliana, ha assolto la sua funzione e ora è il momento della soluzione finale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Sami Al-Arian è il direttore del Center for Islam and Global Affairs (CIGA) presso l’Università Zaim di Istanbul. Originario della Palestina, è vissuto per quarant’anni negli USA (1975-2015) dove è stato accademico di ruolo, un oratore di spicco e un attivista per i diritti umani prima di trasferirsi in Turchia. È autore di numerosi studi e libri.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Mustafa Barghouti riflette sul futuro della lotta palestinese in un periodo di genocidio e pulizia etnica

Redazione

7 ottobre 2024 – Mondoweiss

In un’intervista con Mondoweiss, il Segretario generale del Palestinian National Initiative, il dott. Mustafa Barghouti riflette sull’importanza dell’unità nazionale palestinese, sulle sfide che la lotta palestinese deve affrontare e sul diritto di resistere.

Il dott. Mustafa Barghouti è un medico e politico palestinese, segretario generale del Palestinian National Initiative [partito politico socialdemocratico, ndt.], da lui fondato nel 2002. Barghouti è anche noto per aver fondato nel 1979 la Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Nell’anno trascorso dopo il 7 ottobre 2023 ha avuto uno spazio rilevante sia nei media in lingua inglese che in quelli in lingua araba come importante sostenitore dell’unità nazionale palestinese e dell’organizzazione di immediate elezioni democratiche come requisito urgente per affrontare la minaccia di genocidio e pulizia etnica a cui sono sottoposti i palestinesi. Nel corso dell’anno trascorso ha sostenuto con forza i diritti dei palestinesi a resistere all’occupazione e all’apartheid, a Gaza e ovunque. Mondoweiss ha discusso con il dott. Barghouti il ​​2 ottobre 2024, per riflettere sul genocidio in corso iniziato un anno fa e su cosa ha significato per la lotta palestinese.

Mondoweiss: È passato un anno intero da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza e ora si è esteso a una guerra regionale che coinvolge Hezbollah e, ​​potenzialmente, l’Iran. Cosa ha pensato quando un anno fa Hamas ha lanciato il suo attacco a sorpresa? Si aspettava che la risposta israeliana sarebbe stata un genocidio come quello di cui è stato testimone?

Mustafa Barghouti: Nessuno si aspettava che il comando della seconda brigata israeliana per forza e dimensioni, [la Brigata di Gaza dell’esercito israeliano] avrebbe ceduto in quel modo. Ciò ha portato a molti fatti che, secondo me, non erano mai stati pianificati, come la cattura di civili. C’è stato un certo livello di caos. Non sapevo, ovviamente, che ci sarebbe stato un attacco del genere, ma mi aspettavo una sorta di esplosione [da Gaza], perché Israele stava ignorando qualsiasi richiesta di porre fine a questo stato di assedio. Abbiamo assistito a una situazione caratterizzata da 57 anni di continua occupazione israeliana. La pulizia etnica durava da 76 anni. L’assedio di Gaza stava diventando insopportabile. Stiamo parlando di 17 anni di assedio a Gaza che hanno portato a una situazione in cui le persone erano private quasi del tutto dell’energia elettrica, solo poche ore al giorno, il 24 percento dell’acqua era inquinata o salata, l’80 percento dei giovani laureati era disoccupato e non c’era solo un completo disastro economico ma una totale perdita di speranza. Penso che quando siamo arrivati ​​a quel momento, il 7 ottobre, sia diventato chiaro a tutti i palestinesi che Israele non aveva alcun piano per una risoluzione pacifica di questa situazione.

Il nuovo governo israeliano è un governo fascista con persone come [il ministro delle Finanze Bezalel] Smotrich e [il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar] Ben-Gvir, che sono loro stessi coloni e sono stati precedentemente accusati dal sistema giudiziario israeliano di essere membri di gruppi terroristici. Hanno dichiarato chiaramente che il piano israeliano è di riempire la Cisgiordania di coloni e insediamenti coloniali in modo che i palestinesi perdano ogni speranza di avere un proprio Stato e debbano scegliere tra andarsene, che equivale ad una pulizia etnica, vivere in uno stato di sottomissione, cioè di apartheid, o morire, il che costituisce genocidio. In realtà, questa è una politica israeliana dichiarata ufficialmente. Quindi, naturalmente, le persone si aspettavano una sorta di reazione rivolta a tirarci fuori da una situazione terribile in cui Israele stava letteralmente distruggendo la causa palestinese. Netanyahu è stato molto chiaro sui suoi piani. Ha dichiarato che l’obiettivo della normalizzazione con i Paesi arabi sarebbe stato quello di liquidare la causa palestinese.

E se ciò non bastasse, appena due settimane prima del 7 ottobre Netanyahu è comparso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e ha mostrato una mappa di Israele che includeva tutta la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e le alture del Golan e una mappa del nuovo Medio Oriente, che sta cercando di costruire, come ha detto, per i prossimi 50 anni.

Facciamo un balzo in avanti fino a oggi. Israele ha annunciato di aver lanciato un’invasione terrestre “limitata” del Libano meridionale. Allo stesso tempo i combattimenti a Gaza per ora hanno rallentato, ma gli attacchi aerei e i massacri contro la popolazione civile continuano regolarmente e la probabilità di un cessate il fuoco sembra ora più lontana che mai. Come pensa si evolverà la situazione, sia a Gaza che in termini di escalation regionale?

Innanzitutto, bisogna capire che Israele in realtà non ha ridotto le sue operazioni a Gaza. Continua, forse in misura minore rispetto a prima, ma hanno già distrutto quasi l’80 percento di tutte le case di Gaza, parzialmente o completamente. Hanno distrutto tutte le università. Hanno distrutto la maggior parte delle scuole. Hanno distrutto 34 ospedali su 36. Hanno stipato più di 1,7 milioni di persone in un’area che non supera i 31 Km quadrati. In media vediamo uccidere 50-100 persone ogni giorno.

E contemporaneamente stanno invadendo il Libano. Non credo a quello che dicono, che Israele effettuerà un’operazione limitata in Libano. Secondo me, cercheranno di condurre un’operazione militare di terra che seguirà due direttrici; una verso il fiume Litani, nel tentativo di spingere tutti dalla sponda meridionale a quella a nord del fiume, e forse oltre, e allo stesso tempo un’altra ala della missione militare israeliana andrà nella valle della Beqaa, nel tentativo di tagliare fuori ogni contatto tra Siria e Libano.

Secondo me Israele sta pianificando di occupare completamente il sud del Libano, e forse di più, per molto tempo e in maniera definitiva. L’unica cosa che li potrebbe fermare sarebbe l’ammontare delle perdite che potrebbero subire in seguito ai combattimenti con Hezbollah. Nient’altro li fermerà.

Questo solleva la questione: quando Biden, il Presidente francese, e altri leader occidentali si azzardano a dire che Israele ha il diritto di difendersi, significa che il diritto all’autodifesa include l’invasione di altri Paesi, il bombardamento di altre capitali e l’occupazione di terre di altri popoli? E se Israele ha il diritto di difendersi, anche i palestinesi, dato che sono sotto occupazione, hanno il diritto di difendersi? Ciò che vediamo qui è un orribile doppio standard. È scioccante vedere la Francia dichiarare di aver partecipato alla difesa di Israele dai razzi iraniani insieme agli Stati Uniti e ad alcuni altri Paesi della regione. Qualcuno di loro ha mai preso in considerazione di partecipare alla protezione di civili palestinesi innocenti quando 51.000 di loro sono già stati uccisi, compresi i 10.000 ancora dispersi sotto le macerie? Il numero di palestinesi uccisi dopo questa guerra a Gaza probabilmente supererà i 100.000 se includiamo coloro che moriranno di malattie e i feriti che moriranno per mancanza di cure mediche.

L’Iran ha già lanciato contro Israele un attacco missilistico senza precedenti, ma ha attaccato solo installazioni militari. Ciò che è interessante qui è che sia Hezbollah che Hamas stanno attaccando solo installazioni militari, mentre Israele sta bombardando una popolazione civile.

E pensa, quindi, che questa situazione potrebbe degenerare in una guerra regionale nel caso Israele non fosse disposto a ritirarsi dal Libano meridionale, se effettivamente lo occuperà?

Assolutamente. Penso che sia esattamente ciò che Netanyahu vuole. Vuole trascinare la regione in una guerra. Vuole trascinare gli Stati Uniti, o forse ha già un piano congiunto con gli Stati Uniti, perché non penso che Biden abbia bisogno di essere trascinato. C’è già dentro. È complice di questo genocidio. Penso che stia cercando di portare gli Stati Uniti in guerra in modo che attacchino o partecipino all’attacco dell’Iran. Penso che questo sia uno dei suoi obiettivi principali, distruggere le capacità nucleari dell’Iran.

E quindi che ruolo ha Gaza in tutto questo?

A mio parere, il piano originale di Netanyahu era di ripulire etnicamente Gaza. E non lo ha nascosto. Lo ha detto il secondo giorno di guerra, l’8 ottobre. Il suo portavoce militare, Richard Hecht, ha dichiarato che tutti i gazawi avrebbero dovuto essere sfrattati nel Sinai. Hanno fallito. Hanno fallito a causa della fermezza e dell’eroismo del popolo palestinese a Gaza, ma anche perché l’Egitto non ha collaborato. L’Egitto si è reso conto che se i palestinesi fossero stati spinti nel Sinai, sarebbe stato un enorme disastro per la sicurezza dell’Egitto e una minaccia per la sicurezza nazionale. Dal momento che Netanyahu non è riuscito a condurre una pulizia etnica completa, sta conducendo un genocidio a Gaza.

Ma penso che il suo obiettivo finale una volta che avrà finito con il Libano, sarà quello di cercare di sfrattare tutti dalla parte nord di Gaza e di annetterla a Israele. Questo sarebbe il piano B per una completa annessione della Striscia o la totale pulizia etnica della popolazione di Gaza. Ma ciò non significa necessariamente che avrà successo.

E in quel caso il resto di Gaza continuerebbe ad assistere a una guerra “a bassa intensità“?

Andrà avanti. Netanyahu ha già dichiarato che continuerà l’occupazione israeliana di Gaza. Vuole creare una sorta di struttura civile di collaborazionisti che lavoreranno sotto l’occupazione israeliana, come cercarono di fare con le Leghe dei villaggi in Cisgiordania durante gli anni ’80 [sotto la totale giurisdizione militare israeliana, ndt.].

Facciamo un passo indietro. I palestinesi soffrono di una profonda frammentazione politica, forse oggi più che mai. Più di recente a Pechino ci sono stati colloqui sul raggiungimento di un’unità nazionale. Qual è il significato di questi colloqui e pensa che ci sarà qualche risultato?

Ci sarà qualche risultato se l’Autorità Nazionale Palestinese accetterà di applicarne i contenuti. Finora non è successo.

Naturalmente questi colloqui sono stati significativi, sia a Mosca che a Pechino. Ho personalmente redatto entrambi gli accordi in collaborazione con altri. L‘accordo a Pechino era più chiaro, più specifico. Includeva tre passaggi molto specifici [verso l’unità nazionale]. Il primo è la formazione di un governo di consenso nazionale unificato, che sarebbe responsabile sia della Cisgiordania che di Gaza, garantendone l’unità e impedendo il piano di Netanyahu di separare le due entità l’una dall’altra. Il secondo passaggio richiederebbe un incontro della cosiddetta leadership palestinese ad interim, o leadership unificata, secondo il nostro precedente accordo al Cairo nel 2011. E il terzo passaggio comporterebbe l’incontro di tutti i leader delle fazioni palestinesi per redigere un piano di attuazione di tutte queste decisioni.

L’accordo afferma che il presidente dovrebbe avviare consultazioni immediate per formare un governo di consenso nazionale, ma sfortunatamente non lo ha fatto. Finora, l’Autorità Nazionale Palestinese non si è mossa in quella direzione. Finché non lo farà, questo accordo rimarrà sulla carta.

Lei ha sostenuto pubblicamente, in tutte le sedi, la resistenza a Gaza e in tutta la Palestina, e il ruolo che ha svolto sui media nell’ultimo anno è stato quello di sviluppare un discorso che sostenga la resistenza. Durante il genocidio a Gaza è stato sottolineato dall’Autorità Nazionale Palestinese e dai suoi sostenitori che la resistenza, in particolare la resistenza armata, porterebbe solo alla nostra distruzione e servirebbe come scusa da parte di Israele per [portare avanti] il genocidio e la pulizia etnica. Come risponde a questo?

Coloro che si oppongono alla resistenza armata si oppongono a qualsiasi forma di resistenza, non solo a quella armata. Si oppongono anche alla resistenza pacifica e non violenta. Mi conosce, sono stato un sostenitore e un attivista della resistenza non violenta per tutta la vita. Ma dico ciò che dice il diritto internazionale. Sto difendendo il diritto delle persone sotto occupazione a resistere in tutte le forme. Il diritto internazionale afferma che le persone sotto occupazione militare, ovunque si trovino, hanno il diritto di resistere all’occupazione in tutte le forme, comprese quelle militari, purché rispettino il diritto umanitario internazionale.

Israele non sta solo arrestando le persone impegnate nella resistenza armata. Sta arrestando anche le persone che si impegnano nella resistenza con discorsi e scritti e in altri tipi di resistenza pacifica.

E a proposito, Hamas ha mantenuto la resistenza non violenta per almeno cinque anni, tra il 2014 e il 2019. La risposta israeliana è consistita in dure violenze contro le marce pacifiche organizzate a Gaza e in Cisgiordania.

È molto importante, soprattutto per i nostri giovani, capire che l’oppressore, il colonizzatore, l’aggressore, cerca sempre di impedire alle persone sotto oppressione di esercitare il loro diritto di resistere all’ingiustizia. Frantz Fanon ha parlato del diritto delle persone oppresse di praticare violenza contro la violenza dell’oppressore, ma ciò che vediamo qui è una situazione ancora peggiore, in cui l’oppressore sta cercando di impedire ai palestinesi di resistere in qualsiasi forma. Se ti impegni nella resistenza militare, ti accusano di terrorismo. Se fai resistenza pacifica, ti accusano di violenza. Se fai resistenza con scritti e discorsi, ti accusano di provocazione o istigazione. Se sei uno straniero che sostiene la causa palestinese sei accusato di antisemitismo e se sei un ebreo che sostiene i diritti dei palestinesi, sei definito un ebreo che odia se stesso.

È un’intera serie di slogan ideologici e tattici utilizzati dall’establishment israeliano per negare al popolo il diritto di resistere. È solo un altro modo per disumanizzare i palestinesi. Il 7 ottobre la prima mossa israeliana è stata quella di disumanizzare Hamas e disumanizzare immediatamente i palestinesi in generale. Ecco perché Gallant ci ha chiamato animali umani. E l’obiettivo è giustificare l’uccisione di civili e di bambini. Perché, per loro, non siamo esseri umani.

Quindi la sua risposta ad alcune delle critiche da parte di palestinesi è che Israele non ha bisogno di una scusa per portare a termine ciò che sta facendo.

Ovviamente no. Il crimine peggiore al mondo è dare la colpa alla vittima. È assolutamente inaccettabile incolpare la vittima per ciò che l’aggressore le sta facendo.

E riguardo alla questione dell’unità nazionale: diciamo che domani l’Autorità Nazionale Palestinese accetti una sorta di governo di unità. Cosa significa quel governo di unità quando c’è un disaccordo fondamentale non solo su come resistere all’occupazione israeliana, ma anche se resisterle o meno?

Beh, certo, questo è un problema importante. Ma secondo me le due cause principali della divisione interna palestinese sono le seguenti:

In primo luogo, il disaccordo sul programma. L’Autorità Nazionale Palestinese e, in larga misura, i rappresentanti del Comitato Esecutivo dell’OLP, hanno creduto ad Oslo, non solo come accordo ma come approccio, il che significa che credono che il problema possa essere risolto attraverso negoziati con la parte israeliana anche quando abbiamo uno squilibrio di potere gravemente distorto a vantaggio degli interessi di Israele. Quella linea si basava su due illusioni: la prima illusione era che il movimento sionista e Israele come establishment fossero pronti per un compromesso con i palestinesi (la realtà ha dimostrato che non sono pronti per questo, come è stato dimostrato quando la Knesset israeliana ha deciso di non consentire uno Stato palestinese) e, in secondo luogo, penso che l’intera idea di un compromesso sia stata demolita quando la Knesset israeliana ha approvato la legge sullo Stato-nazione, che afferma che l’autodeterminazione nella terra della Palestina storica è esclusiva del popolo ebraico.

Quindi la linea di Oslo è fallita e Israele l’ha uccisa. E l’approccio, che faceva affidamento su un compromesso, è fallito. L’altra illusione su cui si basava questo approccio era che gli Stati Uniti potessero mediare tra palestinesi e Israele. Anche ciò è fallito perché gli Stati Uniti sono totalmente dalla parte di Israele.

Poiché questa linea è fallita, l’elemento programmatico della divisione interna è crollato. È scomparso.

Il secondo elemento della divisione interna era legato all’esistenza di una competizione per l’autorità tra Fatah e Hamas. Siamo onesti e ammettiamolo. Hamas gestiva Gaza. Fatah gestiva la Cisgiordania. Oggi non c’è più alcuna Autorità. Gaza è occupata e la Cisgiordania è completamente occupata. Quindi non c’è motivo di competizione per un’Autorità che non esiste: è un’Autorità senza autorità.

Ma c’è ancora un disaccordo fondamentale sulla strategia. Nemmeno sulla resistenza, ma sull’idea di resistenza.

Assolutamente, perché alcune persone sono ancora bloccate nel credere a Oslo e sognano ancora di recuperare ciò che è stato perso. Ma ora sono una minoranza molto piccola. Ecco perché diciamo che la strada verso l’unità inizia attraverso due fasi. La fase intermedia è trovare un modo per scendere a compromessi e creare una sorta di leadership unificata provvisoria, perché la crisi in cui ci troviamo non può aspettare e i rischi che corriamo sono troppo grandi. E la seconda fase è portare a elezioni libere e democratiche che includano i palestinesi in Palestina e fuori dalla Palestina. Solo allora la gente deciderà quale strategia adottare democraticamente.

Ovviamente, devo dirle che se avessimo avuto le elezioni nel 2021 forse non avremmo avuto questa guerra.

Si riferisce a quando il presidente in carica dell’Autorità Nazionale Palestinese ha annullato le elezioni usando Gerusalemme come scusa? La scusa era che ai palestinesi di Gerusalemme non sarebbe stato permesso dagli israeliani di partecipare perché avevano documenti di residenza permanente israeliani, corretto?

Esatto. Era una scusa, perché quando ci siamo incontrati in Egitto con tutte le fazioni palestinesi avevamo un piano per aggirare la questione, e tutti erano d’accordo con questo piano. Avremmo tenuto le elezioni a Gerusalemme senza il permesso israeliano, senza dare a Israele il potere di veto sulle nostre elezioni, e il nostro piano era di distribuire 150 urne in tutta Gerusalemme, e poi di utilizzare 20 telecamere per monitorare ogni urna. E lasciare che Israele provasse a fermarci. Sono sicuro che se avessimo adottato quel sistema il numero di giovani palestinesi che avrebbero votato a Gerusalemme sarebbe stato molto più alto del numero di palestinesi che avrebbero votato in conformità con gli accordi di Oslo, perché sarebbe stato un atto di sfida e resistenza contro le autorità israeliane. Ma sfortunatamente, le elezioni sono state annullate. Se avessimo tenuto le elezioni nessun partito avrebbe avuto la maggioranza assoluta. E a proposito, questo vale per la situazione odierna, secondo tutti i sondaggi.

Perché ora abbiamo un sistema completamente proporzionale. Se avessimo avuto un governo pluralistico, un sistema pluralistico, allora penso che questo avrebbe creato una situazione in cui il blocco o l’assedio di Gaza probabilmente avrebbero potuto essere spezzati. E forse non avremmo avuto questa guerra.

Molti hanno detto che la Cisgiordania non ha avuto un ruolo importante nel sostenere Gaza e nel resistere all’occupazione. La gente di Gaza sperava che ci sarebbe stata un’intifada popolare che avrebbe creato un fronte comune nella guerra. Qual è la sua valutazione sul ruolo della Cisgiordania e cosa pensa che le impedisca di avere un ruolo più attivo nella resistenza?

Non sono mai stato d’accordo, e non mi piace affatto nessun approccio che separi la Cisgiordania da Gaza e Gerusalemme dalla Cisgiordania. Guardi, c’è stato un tempo in cui la maggior parte delle attività di resistenza si svolgevano qui in Cisgiordania. E la gente urlava: “Dov’è Gaza? Perché Gaza non fa nulla?” C’è stato un tempo nel 2021 in cui il fulcro prevalente della lotta palestinese era a Gerusalemme, finché Gaza non è intervenuta. Quindi non sono d’accordo con questo tipo di separazione. Penso che dal 2015 la Cisgiordania stia vivendo una nuova forma di Intifada.

Le persone sono obbligate a resistere a causa dell’espansione degli insediamenti israeliani, a causa di ciò che Israele sta cercando di fare. E sfido coloro che dicono che la Cisgiordania non stia partecipando, perché l’esercito israeliano non può entrare in nessuna città, nessun villaggio, nessun centro abitato, nessun campo senza affrontare una crescente resistenza popolare. Ma in Cisgiordania le condizioni sono diverse, in termini di presenza dell’esercito israeliano e in termini di numero di persone arrestate. Stiamo parlando di circa 11.000 persone finora. E ciò ha anche a che fare con il comportamento passivo, negativo e non costruttivo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Dobbiamo capire che gli obiettivi della lotta sono molti. In questo senso, il primo obiettivo della lotta palestinese oggi è rimanere in Palestina, essere risoluti e rimanere. Il fatto che il numero di palestinesi rimasti in Palestina anche dopo la cacciata del 70% del popolo palestinese [nella Nakba, ndt.] sia ora maggiore del numero di ebrei israeliani, è il più grande problema e il più importante punto debole del movimento sionista. Ed è per questo che credo che la questione del rimanere in Palestina sia del tutto essenziale.

E non si tratta solo di restare. Le persone qui, la presenza demografica, non sarebbero state così efficaci se non avessimo resistito. Quindi il primo traguardo è che le persone restino. Il secondo è che resistano all’ingiustizia, all’occupazione e all’apartheid. Ed è per questo che non biasimo i palestinesi del 1948 [quelli rimasti in Palestina dopo fondazione di Israele e la Nakba ndt.] se non sono così attivi sotto il regime fascista. Finché vivono in Palestina e vi rimangono.

Dopo Gaza la Cisgiordania sarà la prossima?

La Cisgiordania è l’obiettivo principale prima di Gaza. Ciò che accade a Gaza è a causa della Cisgiordania. Netanyahu vuole annettere la Cisgiordania. E non solo Netanyahu e il suo governo, ma l’establishment sionista nel suo complesso. Ma non possono annettere la Cisgiordania con tutte queste persone al suo interno. Ecco perché stanno combinando l’espansione degli insediamenti coloniali e l’annessione graduale con lo spostamento dei palestinesi, sia con la forza che creando difficili condizioni sociali ed economiche. Ed è per questo che dobbiamo capire che l’obiettivo principale di tutto questo attacco è la Cisgiordania, inclusa, ovviamente, Gerusalemme.

Netanyahu dice apertamente che sta correggendo l’errore di Ben-Gurion, ovvero il fatto che non abbia cacciato i palestinesi rimasti nel 1948 e occupato la Cisgiordania e Gaza espellendone la popolazione.

Netanyahu pensa anche di correggere l’errore di Rabin, che prese in considerazione la possibilità, o il potenziale, di un qualche tipo limitato di autogoverno palestinese.

E in terzo luogo, pensa di correggere l’errore di Sharon, che ha dovuto ritirarsi da Gaza [nel 2005]. Questa è la mentalità di Netanyahu: Si considera il più grande leader sionista dopo Jabotinsky. Il suo obiettivo principale è l’annessione totale di tutta la Palestina, e oltre. Ha sentito cosa ha detto Trump; ha appena scoperto che Israele è molto piccolo e deve espandersi.

Pensa che ci sia spazio per la speranza in mezzo a questa disperazione?

, c’è molta speranza. C’è speranza nella resilienza delle persone. C’è speranza nella resistenza delle persone. Credo nella generazione più giovane in Palestina. Penso che stiano mostrando fantastici esempi di resilienza e resistenza. Non parlo solo di resistenza militare o anche di resistenza civile. Parlo anche di questo fantastico movimento che attraversa la generazione palestinese più giovane in tutto il mondo, specialmente in Paesi come gli Stati Uniti e l’Europa, dove c’è un’intera nuova generazione di palestinesi che si è rigenerata e rimotivata.

Penso che il 7 ottobre abbia restituito motivazione ad un’intera generazione palestinese ovunque. E penso che questo apra la strada a un nuovo tipo di unità palestinese attorno a un progetto unificato che include tutti i palestinesi ovunque vivano, sia in Palestina che fuori dalla Palestina.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Tareq Baconi: “In Medio Oriente non è possibile un futuro di giustizia e pace senza includere Hamas”

Ricardo Mir de Francia

2 settembre 2024- El Periódico de Catalunya

Nei discorsi dei dirigenti israeliani e dei loro alleati occidentali Hamas è poco più che un’ organizzazione terroristica sanguinaria motivata dall’odio verso gli ebrei e spinta dall’oscurantismo religioso. Una descrizione che agli occhi di Tareq Baconi (Hamman, 1983) non è altro che la caricatura interessata che impedisce di capire la complessità del principale movimento della resistenza palestinese all’occupazione israeliana e avanzare verso una soluzione del conflitto. L’accademico palestinese, presidente del think tank Al Shabaka e professore in università come la Columbia [prestigiosa università statunitense, ndt.], pubblica ora in spagnolo “Hamas, auge e pacificazione della resistenza palestinese” (Capitan Swing), una storia degli ultimi 30 anni del conflitto dalla prospettiva di Hamas, con una lucida introduzione attualizzata per affrontare gli avvenimenti del 7 ottobre, il giorno in cui Hamas ha cambiato il corso della storia con la sua brutale incursione nel sud di Israele.

Molti mezzi di comunicazione e politici occidentali tendono a ridurre Hamas a un’organizzazione terroristica, ma lei sostiene che questa definizione impedisce di comprendere ciò che è in realtà.

È importante segnalare che prima di Hamas c’era l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), e l’Occidente e Israele utilizzavano con l’OLP esattamente la stessa terminologia che usano con Hamas, descrivendola come un’organizzazione terroristica che si prefiggeva di distruggere lo Stato di Israele. Questa etichetta viene applicata a qualunque progetto politico palestinese che sfidi il sistema di controllo israeliano, il suo apartheid sui palestinesi. Però non spiega molto. Quello che fa è dare a Paesi come gli Stati Uniti e Israele carta bianca per attaccare con una forza militare sproporzionata le organizzazioni che essi considerano terroriste.

Cos’è quindi Hamas?

É un’organizzazione multiforme, con un vasto tessuto sociale, che ha partecipato a elezioni democratiche ed ha una missione politica. In parallelo ha un braccio militare considerato dai palestinesi una forma legittima di resistenza anticoloniale. Per questo quando la si riduce a un’organizzazione terroristica si sottende che agisce irrazionalmente, senza un obiettivo strategico e con l’unico fine di infliggere danni agli israeliani. Non è così. E la realtà è che la maggioranza degli assassinii di civili nella regione sono responsabilità dell’esercito israeliano, non delle fazioni palestinesi.

Di fatto lei descrive gli attacchi del 7 ottobre come “una dimostrazione senza precedenti di violenza anticoloniale”, una lettura che non ha fatto nessun governo occidentale.

Non mi stupisce. In Paesi come Francia, Regno Unito, Germania e sicuramente Stati Uniti esiste un appoggio molto consolidato alla narrazione israeliana. Qualunque impostazione che la sfidi viene considerata irrazionale o un’errata comprensione della realtà sul terreno. Però la maggioranza dei Paesi del mondo, probabilmente anche del continente africano, la vede come un grande esempio di resistenza anticoloniale. Soprattutto le Nazioni in precedenza colonizzate capiscono quello che è successo il 7 ottobre.

Nel corso degli anni Israele e Hamas hanno mantenuto una sorta di equilibrio del terrore. Perché Hamas ha deciso di romperlo il 7 ottobre?

Hamas ha utilizzato questa espressione nel contesto della Seconda Intifada per spiegare l’uso degli attentati suicidi, sottolineando che non c’è simmetria tra occupante e occupato. Voleva comunicare al governo israeliano che ogni volta che si uccidono civili palestinesi o si attaccano i loro centri urbani, Hamas attaccherà i suoi civili e centri urbani. Pensava che se gli israeliani avessero compreso il prezzo dell’occupazione avrebbero obbligato il loro governo ad abbandonarla. Ma è successo il contrario. Israele agisce in base alla premessa che ogni violenza contro i palestinesi è accettabile per fare in modo che i suoi cittadini possano vivere in pace e sicurezza. E, soprattutto durante il governo di Ariel Sharon, ha utilizzato la guerra di Bush contro il terrorismo per rafforzare l’occupazione. Cosa che ha portato Hamas a capire che doveva basarsi su una linea più politica.

Hamas entrò in politica in seguito alla Seconda Intifada e vinse le elezioni. Israele impose un blocco contro Gaza con l’appoggio dell’Occidente. Lungo il percorso ha modificato la sua carta fondativa per accettare uno Stato palestinese all’interno delle frontiere del 1967. E di lì fino al 7 ottobre: quasi 800 civili assassinati, più di 300 militari e poliziotti, 250 sequestrati e una condanna internazionale generalizzata.

Il 7 ottobre è stato in realtà un tentativo di porre fine al blocco imposto nel 2007. Un blocco ermetico che, dal punto di vista israeliano, cercava di contenere Hamas impedendo che potesse agire fuori dalla Striscia di Gaza con il fine di incrementare la sicurezza dei suoi cittadini. Per i palestinesi, tuttavia, è un blocco violento e l’idea che continuasse indefinitamente senza nessun tipo di miglioramento era una cosa inaccettabile. Hamas ha preso la decisione di sfidare concretamente il blocco, pochi pensavano che potesse riuscirci.

Quel giorno sono caduti molti miti…

Il 7 ottobre ha dimostrato che la presunta invincibilità di Israele è falsa. La mia interpretazione è che l’operazione di Hamas era diretta contro i battaglioni militari israeliani nei pressi della Striscia. Volevano infliggergli un duro colpo, ottenere informazioni e probabilmente catturare ostaggi. Il fatto che Hamas e poi molte altre fazioni e gruppi di civili potessero rimanere sul territorio israeliano per tanto tempo senza dover affrontare quasi alcuna resistenza e imbattendosi in un festival di musica ha fatto sì che quell’operazione selettiva assumesse una dimensione molto maggiore rispetto a quanto previsto e che a un certo punto non fosse più sotto il controllo di Hamas. Un fatto che merita di essere criticato, ma anche di essere capito.

Che tipo di dibattito c’è stato in Hamas da allora, data la brutalità con la quale hanno agito i suoi miliziani? Molti palestinesi di Gaza l’accusano di aver commesso un grave errore di calcolo.

Non sono in contatto né ho avuto accesso ad Hamas dopo il 7 ottobre. Questo libro è stato pubblicato inizialmente nel 2018. Però c’è stata una serie di discussioni che hanno fornito informazioni. La prima è che Hamas sostiene di non aver attaccato attivamente i civili e rifiuta le accuse da parte di Israele di violenze sessuali, che continuano a non essere dimostrate. Cosa che non vuol dire che non ci siano stati questi assassinii. Storicamente l’appoggio ad Hamas aumenta dopo gli attacchi militari di Israele e diminuisce in seguito fino a un livello di base intorno al 20-30%. Questa volta l’appoggio è aumentato moltissimo, non solo a Gaza ma tra i palestinesi in generale. Non sorprende che da allora sia sceso. Nessuno avrebbe potuto sapere in anticipo di questo genocidio né che la comunità internazionale avrebbe permesso a Israele di continuare con questo livello di violenza genocida per tanto tempo. Quindi la rabbia e le domande della gente di Gaza sono valide.

C’è un qualche risultato possibile della catastrofe di Gaza che permetta ad Hamas di affermare che il 7 ottobre non è stato un disastro strategico?

Credo che Hamas possa cantar vittoria perché quello che ha fatto il 7 ottobre è stato sfidare il paradigma imposto da Israele e dall’Occidente ai palestinesi, cioè che ci possa essere stabilità per gli israeliani, anche quando Israele mantiene un apartheid violento contro i palestinesi. Hamas ha completamente distrutto questa illusione. E ha infranto anche un altro pilastro fondamentale del sionismo: che Israele possa garantire sicurezza agli ebrei in Palestina senza affrontare la questione palestinese. Avendo infranto questo assunto, quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre si può già considerare una vittoria.

È possibile un ritorno alla situazione precedente al 7 ottobre?

Non lo credo. L’Occidente parla del rilancio del processo di pace, ma francamente è una sciocchezza. Dalla prospettiva israeliana questa è una guerra di sterminio. Ne parlano apertamente. Ben-Gvir [ministro israeliano della Sicurezza interna, di estrema destra, ndt.] ha detto varie volte che vogliono completare la Nakba (l’espulsione dei palestinesi). Stanno armando i loro coloni, accelerando la spoliazione nei territori occupati e perpetrando un genocidio a Gaza. Da parte palestinese, con l’eccezione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), vista come illegittima e collaborazionista dai suoi cittadini, questa è una guerra per la sopravvivenza e anche una vera guerra per la liberazione. Ora ci troviamo in questa situazione. Non c’è una via di mezzo. Tutti cercheranno di rimettere Israele e Palestina nella situazione del 6 ottobre. Potrebbe funzionare qualche mese, un anno, forse due, ma le intenzioni di ognuna delle parti sono inequivocabili.

Sta dicendo che ci sono le condizioni per risolvere il conflitto in un modo o nell’altro, anche se non è la soluzione giusta che molti hanno atteso per anni.

Esattamente. Ci troviamo in una fase in cui Israele completa la Nakba, e con ciò mi riferisco allo sterminio ed espulsione dei palestinesi, cosa che già sta succedendo, oppure i palestinesi sono in grado di sviluppare un progetto politico simile a quello dell’OLP negli anni ’60 e ’70 o a quello del Congresso Nazionale Africano in Sudafrica con richieste di liberazione, uguaglianza e giustizia per ebrei e arabi dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo]. Non credo che ci sia spazio per una via intermedia.

Però lei ammonisce anche che l’ideologia di Hamas potrebbe distruggere la legittimità della causa palestinese, riferendosi principalmente al suo islamismo politico.

Bisogna capire che la lotta palestinese per la liberazione è stata sempre diversificata. Include gli islamisti, ma anche i nazionalisti laici, la sinistra marxista, i palestinesi di Israele o la diaspora. Finché Hamas potrà parteciparvi come un elemento in più di questo insieme verrà considerato un movimento nazionale islamista. Ma il problema inizia quando Hamas cerca di imporre la sua ideologia islamista su tutti i palestinesi. É inaccettabile. La soluzione sarebbe che entri a far parte dell’OLP, che è la struttura per canalizzare la lotta palestinese. Ci ha provato, ma tanto l’Occidente come lo stesso Fatah si oppongono. E senza Hamas non avremo mai una dirigenza rappresentativa nell’OLP che possa parlare a nome di tutti i palestinesi.

Molti dirigenti di Hamas sono stati eliminati e Netanyahu insiste per sradicare il movimento. Lei sostiene che non succederà. Si aspetta che Hamas si reinventi in seguito alla guerra?

Non è una mia tesi, anche l’apparato di sicurezza israeliano riconosce apertamente che i progetti di Netanyahu non sono realistici. Non solo perché Hamas è anche un’idea, ma perché è stato capace di resistere meglio del previsto sul campo di battaglia. Non credo che sia possibile un futuro di giustizia e pace tra il fiume e il mare senza includere Hamas. L’idea che Hamas possa essere escluso è la stessa logica imperante che sta dietro al blocco e, come abbiamo visto, è fallita politicamente e militarmente. Anche moralmente. La maggioranza dei palestinesi non appoggia Hamas per la sua ideologia islamista ma per il suo progetto politico, che è lo stesso difeso una volta dall’OLP. E finché esisterà l’apartheid israeliano esisterà la resistenza palestinese a questo regime di oppressione, suprematismo ebraico e mancanza di uguaglianza di diritti.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




” Israele ha sempre fatto credere che l’occupazione fosse legale. La Corte Internazionale di Giustizia ora li terrorizza”

Ghousoon Bisharat

23 luglio 2024, 972 Magazine

L’avvocata palestinese Diana Buttu illustra l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia sul regime militare israeliano e gli insegnamenti da seguire per applicare il diritto internazionale.

Venerdì 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito che l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è illegale e deve cessare “il più rapidamente possibile”. La Corte ha affermato che Israele è obbligato ad astenersi immediatamente da ogni nuova attività di insediamento, a evacuare tutti i coloni dai territori occupati e a risarcire i palestinesi per i danni causati dal regime militare israeliano durato 57 anni. Ha inoltre affermato che alcune delle politiche di Israele nei territori occupati costituiscono il crimine di apartheid.

La sentenza, riconosciuta come parere consultivo, deriva da una richiesta del 2022 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e non è vincolante. Ma segna la prima volta che la massima corte mondiale esprime il suo punto di vista sulla legalità del controllo di Israele sui territori occupati e costituisce un netto ripudio delle difese legali a lungo prodotte da Israele.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha accolto con favore la sentenza, descrivendola come “un trionfo della giustizia” e invitando l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a considerare ulteriori misure per porre fine all’occupazione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’ha liquidata come “assurda”, affermando: “Il popolo ebraico non è occupante nella propria terra, inclusa la nostra eterna capitale Gerusalemme, né in Giudea e Samaria [la Cisgiordania], la nostra patria storica”. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando soltanto che gli insediamenti israeliani sono illegali e hanno criticato “l’ampiezza del parere della Corte” che, affermano, “complicherà gli sforzi per risolvere il conflitto”.

Per comprendere meglio il significato e la portata della sentenza, +972 Magazine ha parlato con Diana Buttu, un’avvocata palestinese che risiede ad Haifa ed è stata consulente legale dell’OLP dal 2000 al 2005. Durante quel periodo ha fatto parte del team che ha portato alla Corte Internazionale di Giustizia il caso riguardante il muro di separazione israeliano, il cui percorso la Corte ha dichiarato – in un altro parere consultivo non vincolante – illegale. L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Come si è sentita guardando il presidente della CIG Nawaf Salam leggere il parere della Corte?

Da un lato mi ha fatto molto piacere perché conferma tutto quello che io e tanti altri giuristi e attivisti diciamo da decenni. Ma d’altro canto continuavo a chiedermi: perché siamo dovuti arrivare fino alla Corte Internazionale di Giustizia? Perché le persone ascoltano un parere legale, ma non la nostra esperienza vissuta? Perché c’è voluto così tanto tempo per capire che ciò che Israele sta facendo è sbagliato?

Quanto è importante questa sentenza per i palestinesi?

È importante inserire la sentenza nel suo giusto contesto, come parere consultivo. Ci sono due vie per rivolgersi alla CIG. La prima è quando c’è una disputa tra due Stati, ed è quello che s’è visto con il Sudafrica contro Israele [sulla questione del genocidio a Gaza], e quelle decisioni sono vincolanti. La seconda è quando l’Assemblea Generale dell’ONU chiede chiarimenti o un parere legale su una questione; si tratta di un parere consultivo e non è vincolante.

Quindi, se si guarda al quadro generale, bisogna ricordare che l’uso dei tribunali e l’uso della legge sono solo uno strumento, non l’unico o lo strumento decisivo. Ciò non significa che non sia importante, o che un parere non vincolante non sia legge. Il problema più grande è come influenzerà i comportamenti futuri.

Qui è importante ricordare cosa è successo con la prima decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione di Israele], emessa il 9 luglio 2004. Anche se si trattava di un parere consultivo, ha costituito legge e, cosa più importante, è stato per questa decisione che abbiamo visto la crescita del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) – in effetti, il movimento è stato lanciato a livello internazionale esattamente un anno dopo.

Quindi le persone dovrebbero capire che non ci sarà mai una vittoria legale. L’occupazione non finirà attraverso tribunali e meccanismi legali: finirà quando Israele ne pagherà il prezzo. E sia che quel prezzo venga pagato all’esterno perché il mondo dice basta, o all’interno perché il sistema inizia a implodere, sarà una decisione israeliana quella di porre fine all’occupazione.

Il parere consultivo della CIG del 2004 fu una decisione storica, ma fece ben poco per contrastare la costruzione del muro di separazione o cambiarne il percorso. Pensa che la nuova sentenza abbia un peso diverso rispetto al passato o possa generare azioni politiche diverse?

SÌ. La decisione del 2004 è stata importante per alcuni motivi. In primo luogo, non solo ha affermato che il muro è illegale, ma ha anche parlato degli obblighi degli Stati terzi di rispettare il diritto internazionale umanitario e di non contribuire al danno. Ora, ha ragione, il muro è rimasto in piedi e la decisione non vincolante non ha fermato la costruzione, perché non è stata applicata. Tuttavia, ha cambiato il modo in cui diplomatici e altri si rapportavano al muro.

Dobbiamo anche ricordare che questo nuovo parere consultivo è molto più importante e ampio. La Corte fa a pezzi l’idea dei negoziati di pace, degli accordi di Oslo, dell’accettazione da parte dei palestinesi dell’occupazione permanente. E mentre i governi continuano a mantenere la loro posizione secondo cui i negoziati sono l’unica via da seguire, in ogni capitale del mondo ci sarà ora una nota legale in cui si afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza [che i negoziati non possono privare la popolazione di paesi occupati dei diritti ai sensi della Convenzione di Ginevra].

Un’altra cosa importante è che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono stati normalizzati, e qui abbiamo una decisione che indebolisce questo principio, affermando che gli insediamenti e i coloni devono andarsene. Sulla base di questi elementi mi aspetto di iniziare a vedere un cambiamento nella politica. Potrebbe non accadere immediatamente, ma cambierà la mentalità del modo in cui le persone si rapporteranno all’occupazione.

Che tipo di cambiamento nella politica o nella mentalità si aspetta dalla comunità internazionale?

Posso fare l’esempio del Canada, dove sono nata. Il commento del Canada [sul procedimento della Corte Internazionale di Giustizia sul caso] è stato molto prevedibile: afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha giurisdizione su questa importante questione ma poi prosegue dicendo che il modo migliore per risolverla è attraverso i negoziati. Ma questo equivale a dire, e perdonate l’analogia, che una persona che viene picchiata deve semplicemente negoziare con il suo aggressore. Ora la Corte ha fatto piazza pulita di tutto ciò e ha stabilito chiaramente che esiste un occupante e un occupato. Quindi ora mi aspetto – e in realtà inizierò a chiedere – che il governo canadese cambi la sua posizione.

Un altro esempio in cui mi aspetto di vedere un cambiamento è la questione dei coloni. Se si considera il numero di coloni che vivono oggi nei territori occupati, una stima prudente è di 700.000. In rapporto ai 4 milioni di persone presenti nell’intero territorio [della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est], si tratta di una percentuale molto alta. E questo è importante perché dimostra che tanti coloni israeliani hanno interiorizzato e normalizzato l’occupazione.

La domanda è se i coloni israeliani si considereranno persone che vivono illegalmente sulla terra palestinese – e sospetto che la risposta sarà un no. Ma ciò che voglio pensare è che quell’azione e quella percezione non saranno più normalizzate, e che si riconosca che l’occupazione ha causato danni che devono finire. Israele ha fatto un buon lavoro nel normalizzare gli insediamenti, e non esiste più la Linea Verde [linea di confine stabilita negli accordi del 1949, ndt.] – la dichiarazione di Netanyahu di ieri [contro la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia] ne è la prova. Ma questo deve cambiare.

Penso che siamo in un momento simile a quello in cui eravamo negli anni ’80 con l’apartheid in Sud Africa. Allora i sostenitori dell’apartheid dicevano agli attivisti anti-apartheid che semplicemente non capivano la situazione. L’apartheid era del tutto normalizzato. Dieci anni dopo non lo era più. Ed eccoci qui, 30 anni dopo non si riuscirebbe a trovare una persona che dica che l’apartheid fosse una buona cosa.

C’è stato qualcosa nel parere consultivo che l’ha sorpresa?

Non sono rimasta sorpresa da molte cose, ma mi ha fatto piacere che ci fossero certi elementi. Uno di questi è stata l’attenzione su Gaza, perché dal 2005 Israele ha adottato una narrazione di “disimpegno” sostenendo che non ci sia alcuna occupazione. Molte organizzazioni per i diritti umani si sono battute per affermare che Gaza è effettivamente occupata, che esiste un effettivo controllo israeliano e che il livello di tale controllo è responsabilità di Israele. Sono felice di vedere che la Corte lo ha confermato e ha messo a tacere questa discussione, soprattutto perché non c’è stata, per quanto ne so, alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su questo argomento.

La seconda cosa che mi ha fatto molto piacere è che la Corte ha affermato che devono essere pagati dei risarcimenti e non solo sotto forma di smantellamento di tutti gli insediamenti, ma anche di abbandono dei coloni. E la terza cosa è l’idea che ai rifugiati sia permesso di ritornare [nelle case da cui erano fuggiti o da cui erano stati espulsi nel 1967]. Questo è un riconoscimento del danno che hanno causato 57 anni di occupazione militare. Sono rimasta felicemente sorpresa nel vedere la giudice australiana [Hilary Charlesworth] uscire allo scoperto e dire molto chiaramente che Israele non può rivendicare l’autodifesa per mantenere un’occupazione militare, o in relazione ad atti di resistenza contro l’occupazione. Lo sostengo da molto tempo ed è bello vedere una giudice fare le stesse osservazioni. E mentre nel complesso è d’accordo con l’opinione della Corte, la nuova giudice americana [presso la CIG] Sarah Cleveland, ha dato separatamente un’opinione molto interessante: ha sostenuto che la sentenza avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità di Israele ai sensi della legge sull’occupazione specificatamente nei confronti di Gaza, sia prima del 7 ottobre che ora.

I politici israeliani, sia al governo che all’opposizione, hanno respinto l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia bollandola come antisemita e prevenuta. Pensa che queste reazioni nascondano preoccupazioni o paure autentiche?

Sì, la paura di essere denunciati per i razzisti che sono, e che potrebbero effettivamente dover porre fine all’occupazione. Potrebbero esserci anche delle azioni a livello mondiale [per fare pressione su Israele]. Sono preoccupati anche perché sono innanzitutto loro che hanno portato lì i coloni, e potrebbero esserci richieste da parte dei coloni di essere ricompensati per andarsene.

Netanyahu non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza della Palestina. Proprio l’altro giorno abbiamo assistito al voto della Knesset contro la creazione di uno Stato palestinese. E non sono stati solo quelli del Likud, o gli [Itamar] Ben Gvir e [Bezalel] Smotrich a sottoscriverlo, ma anche altri legislatori, tra cui [Benny] Gantz. Non hanno mai riconosciuto ciò che hanno fatto nel 1948 o il danno che stanno causando oggi. Invece, sono guidati da questo concetto di supremazia ebraica – secondo cui solo loro hanno diritto a questa terra.

Israele ha sempre spacciato l’occupazione come in qualche modo legale, e le sue azioni come giuste e corrette con le stupide pretese di un “esercito morale”. Non esiste un esercito morale al mondo: come puoi uccidere moralmente le persone? Affermano che ci si può rivolgere all’Alta Corte israeliana ma ogni palestinese sa che non si può ottenere giustizia da un tribunale che è stato istituito come braccio dell’occupazione. Ora, quando c’è un tribunale che guarda dall’esterno e dice che quello che stanno facendo è illegale, per loro è ovviamente allarmante.

Il Sudafrica dell’apartheid si è comportato allo stesso modo quando ha dovuto fare i conti con le opinioni della Corte Internazionale di Giustizia. Alla fine di ogni parere della Corte Internazionale di Giustizia il governo dell’apartheid era solito esprimere la stessa linea: che solo il Sudafrica può giudicare il Sudafrica, il che significa che solo un sistema razzista può giudicare se il sistema è razzista. Questo è ciò che dice Israele: solo noi, il sistema razzista, possiamo determinare se è razzista. Ma poi esci di casa e vedi che le regole internazionali confermano che il sistema è razzista e deve essere smantellato. Questo è spaventoso per Israele.

Alcuni israeliani esperti di diritto internazionale stanno minimizzando il significato del parere della Corte Internazionale di Giustizia, sottolineando che non è vincolante e sostenendo che la Corte non ha detto che l’occupazione è illegale, ma solo che è illegale per Israele disobbedire alle regole dell’occupazione. Come considera queste affermazioni?

Hanno ragione, ma minimizzare è solo una perdita di tempo. Secondo il diritto internazionale ci può essere un’occupazione legale ma solo come stato temporaneo per un breve periodo di tempo al fine di ristabilire la legge e l’ordine ed eliminare le minacce. Il problema con l’occupazione israeliana non è solo la durata, ma il fatto che non è mai stata concepita come temporanea. Dal 1967 Israele ha affermato che non rinuncerà mai alla Cisgiordania. Hanno negato che i palestinesi abbiano diritti su questa terra e quasi immediatamente hanno iniziato la costruzione e l’espansione degli insediamenti. La durata e la prassi sono ciò che rende illegale l’occupazione israeliana.

Questi stessi giuristi israeliani non riconoscono cosa rappresenti il danno. Mantenere un’occupazione richiede violenza. Conquistare terre, costruire posti di blocco, costruire insediamenti, gestire un sistema giudiziario militare e un regime di permessi, rapire bambini nel cuore della notte, demolire case e rubare acqua: tutto ciò che questa occupazione comporta è violento. Quindi gli esperti israeliani possono provare a minimizzare la sentenza quanto vogliono, ma farebbero bene a mettervi finalmente fine, invece di trovare modi per abbellire l’occupazione.

Lei afferma che le azioni di Israele furono illegali fin dal primo giorno dell’occupazione del 1967. Ritiene che l’attuale governo, o gli ultimi 15 anni di governo di Netanyahu, siano più pericolosi di quelli precedenti? Oppure si stiano sostanzialmente continuando le stesse politiche nei confronti dei palestinesi e dei territori occupati che vediamo da più di mezzo secolo?

È lo stesso ed è diverso. È lo stesso perché non c’è stato un governo israeliano dal 1967 che abbia fermato l’espansione degli insediamenti. Può prendere in considerazione qualsiasi altro problema in Israele e i governi hanno avuto politiche diverse, ma questo li unisce. Quindi non importa che si tratti del Labour, del Likud o di Kadima; sotto questo aspetto Netanyahu non è diverso.

L’unica cosa nuova è che questo governo sia così sfacciato riguardo alla sua posizione. Mentre in passato ci potevano essere persone che parlavano di una soluzione a due Stati, Netanyahu è stato molto chiaro durante tutto il suo mandato sul fatto che non ci sarà mai uno Stato palestinese e che i palestinesi non hanno diritti.

Lei è stata a lungo critica nei confronti dell’Autorità Palestinese per i suoi fallimenti. Come crede che gestiranno questa sentenza e le altre recenti procedure presso la CIG e la Corte Penale Internazionale, sia sul piano diplomatico che sul territorio?

Uno dei grossi problemi nel 2004 era che non avevamo una leadership palestinese che spingesse per l’attuazione della decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione]. Pensavano ancora che quello fosse il periodo d’oro dei negoziati, vivevano ancora in un mondo fantastico. Ed è per questo che il movimento BDS ha finito per farsi avanti e premere.

Questa volta sono davvero preoccupata perché se c’è una cosa chiara in questa decisione è [una critica a] tutte quelle cosiddette “generose offerte [israeliane]” che i palestinesi hanno dovuto sopportare. La Corte Internazionale di Giustizia chiarisce che [i territori palestinesi occupati] non sono territorio israeliano con cui essere generosi. Non solo, il parere della Corte Internazionale di Giustizia è un atto d’accusa contro Oslo: afferma che non importa cosa sia stato firmato, la Palestina ha ancora il diritto all’autodeterminazione e nessun accordo può sostituire tale diritto.

Il mio timore è che Abu Mazen [il presidente Mahmoud Abbas] conosca un solo concetto, ovvero i negoziati. Temo che vedremo abbastanza pressioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale da spingerlo a dire che va tutto molto bene, ma che crede che i negoziati siano l’unica via da seguire.

E se dovesse dare un consiglio all’Autorità Palestinese, come suggerirebbe di procedere?

L’Autorità Palestinese dovrebbe andare di capitale in capitale per sostenere l’idea che gli insediamenti sono illegali e che i coloni devono andarsene. Non prenderei in considerazione l’idea di scambi di terre, come è stato fatto in passato. Non prenderei in considerazione l’ipotesi di negoziare adesso; non sono male come metodo, ma i negoziati devono pur riguardare qualcosa. Se dovessero, ad esempio, negoziare sui pesticidi, o sull’economia, o sulla circolazione delle persone, andrebbe tutto bene. Ma negoziare sui propri diritti è veramente ripugnante, e non posso credere che ci siano persone che pensano ancora in questi termini nel 2024.

Quindi consiglierei loro di fare tutto il possibile per assicurarsi che gli insediamenti e i coloni vengano rimossi – cosa che non dovrebbe essere oggetto di negoziati – e che Israele inizi a pagare un prezzo. Capisco che il presidente palestinese è sotto occupazione militare e che l’economia è sotto il controllo di Israele. Ma è necessario che questa dipendenza venga interrotta.

Come può la leadership palestinese utilizzare questa decisione della Corte Internazionale di Giustizia per spingere con più forza per la fine della guerra a Gaza?

Non penso che l’attuale leadership sia in grado di fare qualcosa per Gaza. È molto triste per me dirlo, ma ho la sensazione che a molti di loro non importi nulla di Gaza.

E se parliamo della leadership palestinese nel suo insieme, non solo dell’Autorità Palestinese?

Per prima cosa dobbiamo avere una leadership palestinese che si formi attraverso le elezioni. La mia paura ora per Gaza è che si parli [a livello internazionale] di “chi” [chi prenderà il controllo], e non si parli realmente di “cosa”. La gente punta dicendo che questa o quella persona sarebbe buona, poi in qualche modo finisce per consolidarsi attorno ad Abu Mazen, come se non ci fosse nessun altro in Palestina capace di essere un leader.

Nessuno vorrà entrare in gioco e diventare il capo dell’Autorità Palestinese [come è adesso]. C’è una ragione per cui non c’è stato un colpo di Stato a Ramallah da quando Abu Mazen è salito al potere: è un lavoro ingrato e stupido in cui sei effettivamente il subappaltatore della sicurezza per Israele.

Ciò che deve emergere è una leadership eletta credibile con una strategia e una visione globale per tutti i palestinesi, ma soprattutto in questo momento per Gaza. E per me dovrebbero focalizzarsi sull’idea di accusare Israele di tutto ciò che ha fatto, in particolare dopo il 7 ottobre.

È sconsolante sentire in continuazione [da commentatori e politici internazionali] che nulla giustifica [l’attacco di Hamas del] 7 ottobre e tuttavia tutto ciò che Israele fa a Gaza è giustificato dal 7 ottobre. Dobbiamo iniziare a fare breccia in questa ideologia e addossare a Israele le sue colpe – allora si potrà iniziare a ricostruire Gaza.

Spero che una nuova leadership palestinese unita ed eletta faccia un passo indietro, valuti Oslo e gli errori commessi e valuti le circostanze attuali per andare avanti. Non penso che l’attuale leadership sia in grado di condurre questa riflessione su di sé.

L’OLP ha sempre avuto questa ossessione che il processo decisionale palestinese fosse nelle mani dei palestinesi, e oggi l’Autorità Palestinese mantiene la stessa ossessione. Ma se l’Autorità Palestinese non gestirà correttamente questo momento, e sospetto che non lo farà, vedremo molti più attivisti, il movimento BDS e altri a livello internazionale prendere il testimone.

La sentenza si concentra sui territori palestinesi occupati da Israele dal 1967. Alcuni direbbero che è un ambito molto ristretto, che ignora i crimini e le violazioni risalenti al 1948, e che potrebbe costringere i palestinesi ad accettare un futuro solo nei confini del 1967. Come affronta i limiti di questa sentenza per la causa palestinese?

Questa è stata la prima critica alla posizione della Corte Internazionale di Giustizia, e condivido questa critica: concentrandosi solo sul ’67 si dà un lasciapassare a Israele. L’unico modo per comprendere l’occupazione è capire cosa ha fatto Israele durante la Nakba e durante l’era del governo militare [all’interno di Israele], sotto il quale i cittadini palestinesi hanno vissuto per 19 anni fino al ’66. L’idea che si possano separare i due [1948 e 1967] è un’invenzione.

Per l’Autorità Palestinese ci sono due ragioni principali per concentrarsi sul 1967: la prima è che vedono l’occupazione come un danno diretto che deve essere riparato, e la seconda è che penso che abbiano rinunciato al [terreno usurpato nel] 1948 decenni fa – non solo con la firma di Oslo, ma ancor prima con la Dichiarazione di Indipendenza dell’OLP del 1988.

Per l’Autorità Palestinese c’è anche un contesto politico ristretto. In molti modi hanno rinunciato ai risarcimenti per la Nakba, il che di fatto significa che stanno rinunciando al diritto al ritorno. Potrebbero anche sostenere di essere favorevoli, ma io semplicemente non lo vedo.

C’è modo di parlare del ’48 e avere ancora un’idea di compromesso politico. Questa è stata la posizione palestinese per molti anni, ma negli ultimi vent’anni non è stata quella dell’Autorità Palestinese. Quando mi allontano e guardo la loro posizione, penso che ci sia una forte convinzione politica che alla fine rinunceremo sul ’48 – non solo al territorio ma anche alla narrazione – per cercare di preservare ciò che resta del ’67.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)