Una Palestina post-Trump

Ahmed Abu Artema

Ahmed Abu Artema è un giornalista palestinese e un attivista per la pace.

17 gennaio 2021 – Al Jazeera

I palestinesi dovrebbero smettere di sperare in un cambio di politica a Washington e andare avanti con la loro lotta per la libertà.

Per decenni i palestinesi hanno sofferto sotto l’occupazione coloniale israeliana sostenuta e consentita dall’appoggio politico, finanziario e militare degli USA. Ciò ha permesso ad Israele di espandere progressivamente la sua occupazione e colonizzazione della Palestina, al punto che oggi solo circa il 5% della terra della Palestina storica è realmente controllato dai palestinesi.

Questo processo è proseguito per anni, pressoché indisturbato da un controllo internazionale, con la copertura del “processo di pace” di Washington e della sua autoproclamata posizione di mediatore tra le parti palestinese ed israeliana.

Tuttavia quando Donald Trump è diventato presidente USA nel 2017 ha interrotto questo processo di graduale colonizzazione accuratamente costruito. Ha adottato il programma israeliano più razzista ed estremista e ha cancellato la pratica consolidata di onorare formalmente i diritti dei palestinesi.

Al governo di destra israeliano è stato dato il via libera per fare ciò che voleva, mentre il presidente americano ha continuato a legittimare le sue azioni illegali e criminali. Questo ha di fatto accelerato la prassi di creare “fatti sul terreno” – cioè l’usurpazione della terra palestinese e la sovversione di ogni autorità politica palestinese, al punto che è diventato impossibile soddisfare le richieste dei palestinesi ed i loro diritti sono diventati irrilevanti.

Quindi che cosa significa per i palestinesi l’eredità di Trump?

Quattro anni di Trump

Anche se il Congresso USA nel 1995 approvò un disegno di legge che riconosceva Gerusalemme come capitale di Israele, le successive amministrazioni USA ne hanno rinviato l’applicazione a causa della mancanza di un accordo tra l’Autorità Nazionale Palestinese ed Israele sullo status della città santa.

Il 6 dicembre 2017 Trump ha trasformato in realtà ciò che era già sulla carta, emanando un ordine esecutivo di trasferimento dell’ambasciata USA in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Ciò è avvenuto il 14 maggio dell’anno seguente, che coincideva con il 70^ anniversario della Nakba e che Israele ha segnato con il massacro di decine di palestinesi a Gaza.

Qualche mese dopo Trump ha annunciato la cancellazione dei finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Questa non è stata solo una catastrofe per milioni di palestinesi che dipendono dall’agenzia per il cibo, l’istruzione e la sanità, ma è stato un tentativo di cancellare lo status di rifugiati dei palestinesi e, di conseguenza, il loro diritto al ritorno. Cercando di distruggere l’UNRWA, Trump stava eseguendo gli ordini del governo israeliano che per decenni ha fatto il possibile per impedire ai palestinesi colpiti dalla pulizia etnica di ritornare e rivendicare la propria terra.

Il diritto al ritorno è stato ulteriormente compromesso anche dall’ “accordo del secolo” proposto da Trump e da suo genero Jared Kushner. Mutuando il linguaggio delle precedenti “iniziative di pace” USA, la proposta prometteva “pace” e “prosperità” per i palestinesi, ma respingeva la maggior parte delle loro richieste, compresa l’autodeterminazione attraverso uno Stato palestinese sovrano. Intanto il 18 novembre 2019 il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha annunciato che il governo USA non considerava la costruzione delle colonie israeliane in Cisgiordania una violazione del diritto internazionale.

Nei suoi ultimi mesi da presidente, Trump non ha mancato di fare un altro generoso regalo ad Israele: la normalizzazione con gli Stati arabi. È stato un altro duro colpo per la causa palestinese.

In seguito alla seconda Intifada la Lega Araba – su iniziativa del defunto re saudita Abdullah – si era impegnata a normalizzare le relazioni con Israele solo in cambio della creazione di uno Stato palestinese sui confini del 1967, del ritorno dei rifugiati e del ritiro di Israele dalle Alture del Golan.

In agosto [2020] gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno firmato accordi di normalizzazione con Israele, sotto l’egida dell’amministrazione Trump, senza pretendere alcuna concessione sulla questione palestinese del ritorno: il Marocco e il Sudan poco dopo hanno fatto altrettanto. E’stata una palese rottura con l’accordo arabo su “terra in cambio di pace”.

Così, alla fine della presidenza Trump, i palestinesi appaiono spogliati di tutto ciò di cui potevano esserlo.

Una Palestina post-Trump

La vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali USA di novembre sembra aver portato un certo ottimismo in alcuni ambienti palestinesi rispetto al fatto che gli USA modificheranno la propria politica verso i palestinesi. Non dimentichiamo che la politica di Trump non è mai stata in contraddizione con la tradizionale posizione di Washington sulla Palestina, che mostrava pieno e incondizionato appoggio allo Stato di Israele.

Aspettarsi che Biden cambierà qualcosa o rimedierà ai danni del suo predecessore è una follia. Di fatto lui e la sua squadra hanno ampiamente chiarito che non ribalteranno le decisioni di Trump, incluso il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. La sua amministrazione non appoggerà la lotta dei palestinesi per la giustizia; non si adopererà per la loro liberazione, per la fine dell’occupazione israeliana, per lo smantellamento del regime di apartheid israeliano o per il ritorno dei rifugiati palestinesi nella loro patria.

La lezione che i palestinesi dovrebbero imparare dai quattro lunghi anni della presidenza Trump non deve poggiare sul fatto che un’amministrazione USA possa mai sostenere i loro interessi e diritti o diventare un arbitro obiettivo. L’élite politica americana è fautrice dell’occupazione e della colonizzazione israeliana della Palestina, tale è sempre stata e tale rimarrà in futuro. E, proprio come Trump, continuerà a concedere a Israele tutto quel che vuole, che sia la legittimazione dei suoi illegali furti di terra o un’illimitata fornitura di sofisticati armamenti da usare contro i palestinesi.

Appoggiato in pieno dagli USA, Israele continua a creare “fatti sul terreno”, a stabilire un dominio assoluto su tutta la Palestina storica e a rendere impossibile uno Stato palestinese. Ma c’è una cosa che Israele non è assolutamente in grado di fare, nonostante la sua potenza militare, le sue risorse finanziarie e l’illimitato sostegno da parte di una superpotenza: non può cancellare i palestinesi.

Sei milioni di palestinesi – privati della loro libertà e della loro patria – continuano a vivere nella Palestina storica. Milioni di altri palestinesi vivono nei vicini Paesi arabi e nella diaspora. La loro identità, la loro mera esistenza erodono giorno dopo giorno l’inganno che Israele ha usato per mascherare il proprio apartheid e presentarsi al mondo come un “modello di democrazia”. Più importante ancora, la vita e lo spirito dei palestinesi minano attivamente l’occupazione e l’apartheid israeliani.

I palestinesi subiscono terribili deprivazioni e soprusi da parte degli israeliani, ma sono tenaci. La loro stessa esistenza è diventata resistenza. E il tempo non è dalla parte del loro aguzzino. In questo momento Israele può sembrare un colonizzatore vittorioso, avendo eliminato quasi tutti gli ostacoli all’annessione della Cisgiordania. Ma la lotta palestinese sta facendo progressi. In un futuro non troppo lontano la giustizia prevarrà e i palestinesi otterranno la loro libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Abu Artema è un giornalista palestinese e un attivista per la pace. È autore del libro “Caos organizzato” e di numerosi articoli ed è uno dei promotori della Grande Marcia del Ritorno. È un rifugiato del villaggio di Al Ramla in Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele deve essere sanzionato per aver rifiutato ai palestinesi le vaccinazioni contro il Covid-19.

David Hearst

14 gennaio 2021 – Middle East Eye

La politica di Israele sul vaccino contro il coronavirus lo pone in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e dovrebbe portare a sanzioni

Israele da tempo ha abbandonato l’argomentazione, tanto spesso sentita durante la costruzione del muro, secondo cui la sua espansione in Cisgiordania oltre i suoi confini del 1967 sia un atto di autodifesa.

L’annessione da parte di Israele, culminata lo scorso anno nella dichiarazione del progetto di annettere fino al 60% della Cisgiordania, oggi è inquadrata come l’adempimento di una profezia biblica, secondo cui gli ebrei espulsi dalla terra di Israele sono destinati a ritornarvi. Questo fondamentalismo si propaga in una miriade di modi ben oltre la comunità dei coloni e la destra nazional-religiosa.

Annessione e sovranità

Dalla frase “L’anno prossimo a Gerusalemme” cantata alla fine del Seder pasquale [festa rituale che segna l’inizio delle festività della Pasqua ebraica, ndtr.] ai tentativi di stabilire l’identità delle antiche pietre intorno alla Città Vecchia di Gerusalemme attraverso l’archeologia, all’uso delle parole bibliche Giudea e Samaria per definire la Cisgiordania, il piano per costruire uno Stato i cui confini riconosciuti si estendano un giorno dal fiume al mare [dal Giordano al Mediterraneo orientale, ndtr.] è più che mai condiviso.

Secondo questa logica, il territorio che la comunità internazionale riconosce come occupato dovrebbe invece essere definito conteso. Solo una piccola parte dei profughi palestinesi espulsi da questa terra verrebbe riconosciuta come tale.

L’annessione non è altro che un’estensione della sovranità.

Le parole politicamente marginali nel corso di un decennio sono diventate opinione corrente nel successivo. I sionisti progressisti [lala di centro-sinistra del movimento sionista, ndtr.] hanno reagito con orrore alla nomina di Tzipi Hotovely [del partito nazionalista e di destra Likud, sotto la guida di Netanyahu, ndtr.] come attuale ambasciatrice di Israele nel Regno Unito. L’ex ministra delle colonie ha detto, tra le altre cose: “Questa terra è nostra. È tutta nostra. Non siamo venuti qui per scusarci”. Ma Hotovely dall’estrema destra sta solo dicendo ad alta voce ciò che molti, sia laici che religiosi, ora credono sia un dato di fatto.

A sinistra non c’è una figura, dal defunto Amos Oz in poi, che sfidi la Legge del Ritorno [emanata in Israele nel 1970, stabilisce che qualsivoglia persona nel mondo può stabilirsi in Israele e acquisire così la cittadinanza israeliana se è in grado di dimostrare di essere ebrea, ndtr.], la quale alimenta questa spinta verso est, o che la veda come qualcosa di diverso da un atto di rinascita ebraica. Nessuna forma di binazionalismo liberale potrebbe funzionare, ha detto Oz, “tranne che in sei luoghi: Svizzera, Svizzera, Svizzera, Svizzera, Svizzera e … Svizzera”.

Ma le convinzioni fondamentaliste sul destino di Israele non sono applicate universalmente come a prima vista sembrerebbe.

La politica sul Covid-19

Ci sono momenti in cui ai ministri israeliani conviene rinunciare a qualsiasi discorso sull’estensione della sovranità sui palestinesi. Fanno anzi il contrario rimuovendola. Questo è uno di quei momenti.

Il ministero della Salute israeliano non sembra avere alcun piano né alcuna responsabilità per la vaccinazione dei palestinesi che sono sotto occupazione o nelle loro prigioni. Il Covid distingue nei fatti tra palestinesi e israeliani. Al 9 gennaio, ha riferito l’OLP [Organizzazione per la liberazione della Palestina, ndtr.], c’erano 165.000 casi attivi in ​​Palestina e Gerusalemme Est e 1.735 morti.

Mustafa Barghouti, un medico che fa parte del comitato sanitario palestinese sul Covid-19 ed ex ministro, ha scritto: “Ogni giorno vengono registrati più di 1.800 nuovi casi. Il tasso di contagio tra coloro che vengono sottoposti al test è nelle due aree [Palestina e Gerusalemme Est, ndtr.] del 30%, rispetto al 7,4% in Israele “.

Essendo diventato il primo Paese al mondo a vaccinare con la prima delle due dosi di somministrazione il 20% della sua popolazione, una percentuale dieci volte superiore a quella del Regno Unito e degli Stati Uniti, Israele si sta affermando come leader mondiale. Ma questa fretta si ferma davanti al muro, quando si tratta dei palestinesi sotto il suo controllo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che il ministero della Salute israeliano ha respinto una richiesta avanzata, in occasione di “contatti informali”, di vaccinare gli operatori sanitari palestinesi in prima linea. “Il ministero della Salute israeliano ha affermato che avrebbe esaminato questa opzione, ma che al momento non era in grado di fornire vaccini a causa della loro carenza in Israele”, ha detto Gerald Rockenschaub, funzionario dell’OMS, nelle vesti di inviato dell’organismo internazionale per i palestinesi.

Anche il ministro della Pubblica Sicurezza israeliano ha inizialmente deciso di non vaccinare i prigionieri palestinesi che sono detenuti in condizioni di affollamento con scarsa o nessuna protezione contro il virus. Ci sono 4.400 palestinesi nelle prigioni israeliane, tenuti in celle sovraffollate, con scarsa igiene, umidità e mancanza di aria fresca.

Condizioni in cui è impossibile praticare il distanziamento sociale, lavarsi le mani, indossare indumenti protettivi o disinfettare le celle. “Questo ha reso i prigionieri palestinesi estremamente vulnerabili. Dallo scoppio della pandemia 189 prigionieri sono risultati positivi. I prigionieri infettati dal virus hanno segnalato cure pessime, isolamento, un antidolorifico e un limone”, afferma il rapporto dell’OLP.

Giovedì, sotto la pressione del presidente israeliano Reuvin Rivlin, il ministro della Salute Yuli Edelstein ha ceduto, riferendo a NPR [National Public Radio è un’organizzazione indipendente no-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi, ndtr.] che i prigionieri palestinesi avrebbero ricevuto il vaccino la prossima settimana. Rivlin gli ha detto che privare i prigionieri del vaccino violerebbe i valori democratici.

‘I nostri vicini’

Tuttavia questa stessa responsabilità da parte dello Stato di Israele non sembra valere per i palestinesi [che vivono] nelle aree sotto la sua occupazione. Edelstein li chiama, invece, “vicini” che dovrebbero in realtà imparare a prendersi cura di se stessi.

Edelstein ha dichiarato lunedì a Sky News: “Penso che abbiamo aiutato i nostri vicini palestinesi sin dalle prime fasi di questa crisi, comprese le attrezzature sanitarie, comprese le medicine, compresi i consigli, comprese le forniture”.

“Non credo che ci sia nessuno in questo Paese, qualunque sia la sua opinione, che possa immaginare che io, con tutta la buona volontà, sottragga ad un cittadino israeliano un vaccino per consegnarlo ai nostri vicini”.

L’uso della parola “vicino” per descrivere i palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme è un’assurdità legale. Per stabilirlo, mi sono rivolto a Sir Geoffrey Bindman, avvocato della Corona [titolo giuridico onorifico britannico, ndtr.], uno degli esperti giuristi britannici in materia di diritti umani. Bindman ha esaminato le implicazioni legali internazionali della responsabilità di Israele di fornire il vaccino per il Covid-19 ai palestinesi sotto sua occupazione.

Egli ha sostenuto che sarebbero obbligati a farlo ai sensi dell’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, che stabilisce che Israele, in quanto potenza occupante, deve garantire “l’adozione e l’applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie”.

Egli ha dichiarato a MEE: “Israele ha degli obblighi su due livelli: l’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra impone obblighi al governo israeliano in quanto potenza occupante. L’etica medica richiede a tutti i membri della sua comunità professionale di non discriminare tra coloro che devono curare e di occuparsi di tutti i pazienti al meglio delle loro capacità“.

Bindman ha contestato la definizione dei palestinesi sotto la sua responsabilità come “vicini” da parte del ministro della Sanità israeliano.

“Non sono vicini di casa. Sono persone sotto occupazione e questo significa che Israele ha l’obbligo, sancito dalla Quarta Convenzione di Ginevra, di assicurarsi che siano adeguatamente curati. Israele ha violato la Convenzione di Ginevra in tutti i modi”.

Compromessa

L’Autorità Nazionale Palestinese, come sempre, è compromessa, divisa tra il suo desiderio di evidenziare le responsabilità di Israele e il suo evidente fallimento nel portare avanti le proprie. Le scadenze per l’arrivo del vaccino sono arrivate e passate, ma tale vaccino deve ancora materializzarsi. La ministra della Salute palestinese, Mai al-Kaila, ha annunciato che il suo ministero ha approvato il vaccino russo Sputnik V per l’uso d’emergenza in Palestina e che “non appena arriverà” sarà distribuito agli operatori sanitari, ai malati e agli anziani.

E il MOH [ministero della Salute palestinese] ha già ricevuto una lettera formale da AstraZeneca secondo cui i vaccini arriveranno “tra la metà e la fine” di febbraio. Dichiarazioni vaghe, ma ancora nessun piano per un programma di vaccinazione di massa. Il MOH afferma che sta lavorando con l’OMS e le società private per garantire il maggior numero di vaccini possibile, ma il divario tra parole e azioni non è mai stato così evidente.

Con l’indifferenza della comunità internazionale, ciò è destinato a persistere. I membri palestinesi della Knesset hanno fatto appello a Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite, riguardo la responsabilità di Israele di distribuire vaccini nell’area che l’ONU designa come Territori Palestinesi Occupati (TPO).

“Nello specifico il governo israeliano dovrebbe rendere noto il numero di dosi riservate ai palestinesi nei territori occupati, fornire una tempistica specifica per il loro trasferimento, garantire che i vaccini assegnati alle popolazioni palestinesi siano della stessa qualità di quelli distribuiti ai cittadini israeliani, facilitare l’ingresso nei TPO di vaccini e dispositivi medici e revocare il blocco della Striscia di Gaza per garantire che il sistema sanitario palestinese possa funzionare correttamente”, ha scritto a Lynk il dottor Yousef Jabareen, a capo del comitato per le relazioni internazionali della Lista Unita [coalizione politica israeliana formata da partiti che rappresentano in prevalenza gli arabo-israeliani, ndtr.]

La comunità internazionale non solo ha accettato che Israele rimanga impunito rispetto al diritto internazionale, ma ne è diventata complice. La terza agenzia per la fornitura di aiuti sanitari ai palestinesi è l’UNWRA, i cui finanziamenti si sono prosciugati per opera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche dei suoi alleati arabi.

Gli aiuti degli Emirati Arabi Uniti all’UNWRA – $ 52 milioni [43 milioni di euro, ndtr.] nel 2018, sono stati ridotti a $ 1 milione [830.000 euro, ndtr.] nel 2020. Anche l‘Arabia Saudita ha tagliato, tra il 2018 e il 2020, i suoi finanziamenti di $ 20 milioni [17 milioni di euro, ndtr.].

Bindman lamenta la mancata applicazione del diritto internazionale e suggerisce che la risposta giusta della comunità internazionale sarebbe costituita dalle sanzioni da parte dei Paesi membri delle Nazioni Unite. “L’applicazione del diritto internazionale è estremamente debole perché dipende dalla volontà delle Nazioni che lo stanno violando di correggere i propri errori”.

Alla domanda se la saga del Covid sarebbe motivo valido per delle sanzioni contro Israele, Bindman ha risposto: “Assolutamente sì”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è il redattore capo di Middle East Eye. Ha lavorato per The Guardian [quotidiano britannico indipendente, nato a Manchester nel 1821, con sede a Londra, ndtr.] come capo redattore agli esteri. Nel corso di una carriera durata 29 anni, ha scritto sulla bomba di Brighton [attentato da parte dell’IRA, Esercito Repubblicano Irlandese, nei confronti del primo ministro Margareth Thatcher avvenuto il 12 ottobre 1984 al Grand Brighton Hotel di Brighton, in Inghilterra, in cui la Thatcher rimase illesa ma morirono 5 esponenti del suo partito, ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sulle reazioni lealiste in seguito all’accordo anglo-irlandese in Irlanda del Nord, sui primi conflitti dopo la scissione dall’ex Jugoslavia di Slovenia e Croazia, sulla fine dell’Unione Sovietica, sui fatti della Cecenia con lo scoppio dei relativi focolai di guerra. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dall’Europa per Guardian Europe, quindi è passato nel 1992 alla sede editoriale di Mosca, prima di diventare capo redattore nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per entrare nella redazione esteri, è diventato editorialista europeo e poi editorialista associato per il settore esteri. È entrato a far parte di The Guardian da The Scotsman [giornale scozzese con sede ad Edimburgo, ndtr.], dove ha lavorato come corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il rivale di Abbas, Dahlan, coordina l’aiuto degli EAU a Gaza mentre si avvicinano le elezioni palestinesi

Rasha Abou Jalal

15 gennaio 2021 – Al-Monitor

Gli Emirati Arabi Uniti hanno inviato un nuovo carico di aiuti sanitari alla Striscia di Gaza, il secondo in un mese, per aiutare ad affrontare la crisi da coronavirus, sollevando interrogativi sul ruolo di Mohammede Dahlan, leader espulso da Fatah e acerrimo nemico del presidente Mahmoud Abbas.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 10 gennaio un impianto per la produzione di ossigeno liquido per curare casi gravi che soffrono di problemi respiratori a causa del coronavirus ha raggiunto la Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah. L’impianto per la produzione di ossigeno, il più grande di Gaza, è giunto come parte di un invio di medicinali offerti al ministero della Sanità dell’enclave assediata.

Il convoglio ha raggiunto Gaza grazie all’impegno della Corrente Democratica Riformista, guidata da Mohammed Dahlan, espulso da Fatah, che vive negli Emirati Arabi Uniti (EAU). Dahlan è il principale avversario politico del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

L’arrivo del convoglio nella Striscia di Gaza coincide con l’imminente annuncio di un decreto presidenziale di Abbas per fissare la data delle elezioni politiche palestinesi. L’aiuto sembra essere parte dei tentativi di Dahlan di rafforzare la sua popolarità in vista delle elezioni.

Il convoglio degli EAU comprendeva una grande quantità di equipaggiamenti sanitari per affrontare la crisi da coronavirus, tra cui 30 ventilatori, 2.000 tamponi, 12.000 camici e 10 bombole d’ossigeno.

Ghazi Hamad, dirigente di Hamas e sottosegretario del ministero per gli Affari Sociali, ha accolto il convoglio al valico di Rafah alla presenza di vari dirigenti della Corrente Democratica Riformista.

In una conferenza stampa tenutasi per accogliere il convoglio, Hamad ha ringraziato gli EAU per la loro assistenza medica di supporto alle autorità sanitarie nell’affrontare l’epidemia da coronavirus nella Striscia di Gaza, una delle aree più popolate al mondo, con più di 2 milioni di persone che vivono in una zona di 365 km2.

Ha anche ringraziato la Corrente Democratica Riformista del suo contributo per l’arrivo degli aiuti alla Striscia di Gaza.

Il 25 novembre 2020 il ministero della Sanità di Gaza ha avvertito che nell’Ospedale Europeo del sud di Gaza l’ossigeno liquido stava finendo.

Secondo le ultime statistiche del ministero della Sanità pubblicate il 12 gennaio a Gaza i morti per coronavirus hanno raggiunto i 453, e 211 casi hanno richiesto l’ospedalizzazione, di cui 112 pazienti hanno bisogno di respirazione forzata.

Il convoglio degli EAU è il secondo a Gaza in un mese: lo Stato del Golfo ha già inviato un carico di aiuti sanitari il 17 dicembre 2020.

Ashraf Gomaa, un dirigente della Corrente Democratica Riformista, ha detto ad Al-Monitor: “Il recente invio degli EAU è stato effettuato in risposta ad una richiesta di aiuto del ministero della Sanità a causa della scarsità di ossigeno liquido. Il convoglio migliorerà la situazione sanitaria nella Striscia di Gaza mentre cresce giornalmente il numero di casi di coronavirus.”

Gomaa ha affermato che finora gli EAU hanno donato a Gaza 130 ventilatori, quando nella Striscia di Gaza ne erano disponibili solo 100.

Ha evidenziato che Dahlan è impegnato in colloqui con politici degli EAU per la fornitura di vaccini contro il coronavirus e li ha offerti come aiuto gratuito immediato per la Striscia di Gaza.

Il 21 maggio 2020 l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha rifiutato di accettare gli aiuti sanitari degli EAU contro il coronavirus inviati in Cisgiordania attraverso Israele, a causa dei tentativi di quel periodo degli EAU rivolti a normalizzare i rapporti con Israele. Il 13 agosto questa normalizzazione è stata ufficializzata.

Mahmoud al-Aloul, vice capo di Fatah, ha detto ad Al-Monitor: “Ogni aiuto inviato ai palestinesi attraverso la normalizzazione con Israele e senza coordinamento con l’ANP è considerato ambiguo e viene respinto.”

Egli ha notato che gli EAU stanno sfruttando l’epidemia da coronavirus nei territori palestinesi per raggiungere obiettivi politici, soprattutto per placare la rabbia palestinese riguardo all’accordo di normalizzazione degli EAU con Israele e per ripulire l’immagine di Dahlan agli occhi dei palestinesi.

Aloul ha affermato: “La candidatura di Dahlan alle elezioni palestinesi è assolutamente respinta, dato che un tribunale palestinese lo ha accusato di delitti relativi alla corruzione e al furto di denaro pubblico, ed egli è un latitante (che si è rifugiato) negli EAU.”

Il membro dell’ufficio politico di Hamas Mousa Abu Marzouk ha detto ad Al-Monitor: “Accogliamo con favore qualunque aiuto umanitario che ci giunga attraverso ogni Stato e non rifiuteremo ogni forma di assistenza per ragioni politiche.”

Lo ha sorpreso che l’ANP non abbia accettato aiuto sanitario a causa della normalizzazione tra gli EAU e Israele.

Ha aggiunto: “L’ANP porta avanti il coordinamento per la sicurezza con Israele che sta occupando i territori palestinesi, poi rifiuta di accettare aiuti dagli EAU perché hanno normalizzato i rapporti con Israele. È una bizzarra contraddizione.”

Abu Marzouk ha affermato che l’aumento dell’aiuto degli EAU ai palestinesi arriva mentre si stanno avvicinando le elezioni palestinesi. Sostiene: “Penso che Dahlan voglia assolutamente partecipare alle elezioni palestinesi e a noi non importa la sua candidatura. La gente stabilirà la popolarità e l’influenza politica di Dahlan in futuro attraverso le elezioni.”

Talal Okal, giornalista del quotidiano palestinese Al-Ayyam [secondo quotidiano palestinese, vicino all’ANP, ndtr.], ha dichiarato ad Al-Monitor che il recente invio di aiuti degli EAU e le imminenti elezioni generali sono legati: “Gli EAU vogliono rafforzare la popolarità di Dahlan in ambienti palestinesi per designarlo a rimpiazzare Abbas, che non ha fatto un passo avanti nel processo di pace,” ha affermato.

Ha sottolineato che Dahlan, appoggiato dagli EAU, gode del sostegno degli Stati Uniti e di altri Paesi arabi, come l’Egitto.

Ahmad Awad, professore di scienze politiche all’università Al-Quds di Abu Dis [nei pressi di Gerusalemme est, ndtr.] ha detto ad Al-Monitor: “Dahlan farà di tutto per candidarsi alle imminenti elezioni, dato che è la sua unica speranza di tornare nell’arena politica palestinese.”

Ha aggiunto: “Ma Dahlan non è molto popolare tra i palestinesi, soprattutto in Cisgiordania. È ricercato dalla giustizia palestinese. Penso che il suo ritorno non sarà facile.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il 2021 offre alla Palestina un’opportunità di reagire

Ramzy Baroud

5 gennaio 2021 – Middle East Monitor


Un anno fa il 2020 è iniziato con un’indiscutibile spinta da parte americana a trasformare la sua nuova visione politica in azioni decisive. Il 28 gennaio il cosiddetto “Accordo del secolo” è stato dichiarato una vera dottrina politica. Molto velocemente ha preso piede un nuovo lessico politico. Il “processo di pace”, che ha dominato il linguaggio di Washington per parecchi decenni, è apparso un antico ricordo. Poiché l’Autorità Nazionale Palestinese, anch’essa per decenni, ha improntato la propria strategia all’accondiscendenza verso le richieste e le aspettative degli USA, il cambiamento a Washington le ha lasciato ben poche scelte.
Gli ultimi dodici mesi entreranno nella storia come l’anno in cui si è chiuso il “processo di pace” israelo-palestinese sponsorizzato dall’America. Se il 2021 non ribalterà l’enorme cambiamento negli atteggiamenti e negli obbiettivi degli Stati Uniti in Palestina, Israele e Medio Oriente, offrirà però ai palestinesi l’opportunità di pensare al di fuori degli schemi legati all’America.

Il primo febbraio dello scorso anno il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha dichiarato che avrebbe annullato tutti i rapporti diplomatici con Israele e gli USA. A ciò ha fatto seguito in maggio l’annuncio che la leadership palestinese stava cancellando tutti gli accordi con Israele, inclusi quelli sulla sicurezza. Tuttavia, mentre questa decisione avrebbe dovuto avere lo scopo di placare la rabbia dei palestinesi, non ha avuto effetti concreti e comunque è durata poco.

Il 17 novembre l’ANP ha annunciato di aver ripristinato tutti i rapporti per le questioni civili e sulla sicurezza con Israele, vanificando i nuovi colloqui sull’unità tra Fatah e Hamas. I colloqui erano iniziati a luglio e, a differenza di precedenti incontri, le due principali fazioni palestinesi sembravano unite su una serie di concetti politici, primo fra tutti il rigetto dell’“Accordo del secolo” e dei piani israeliani di annettere larga parte dei territori occupati.

In ultima analisi l’ANP, che del resto non ha mai goduto di molta credibilità tra i palestinesi, ha perso tutta la fiducia che ancora vantava tra i suoi rivali. Abbas è sembrato utilizzare i colloqui sull’unità come mezzo per avvertire Washington e Tel Aviv che politicamente aveva ancora in mano alcune carte.

Tuttavia, se in passato la leadership palestinese è riuscita a giocare la tattica attendista che fin dalla sua nascita nel 1994 le garantiva il flusso di denaro estero, quella strategia sta arrivando ora alla sua fine. Le priorità degli USA in Medio Oriente sono ovviamente cambiate e persino gli alleati europei dell’ANP difficilmente considerano come una priorità Abbas e la sua autorità. Un’Unione Europea indebolita dall’uscita del Regno Unito e dal devastante impatto economico della pandemia da Covid-19 ha relegato la Palestina in fondo agli interessi dell’Occidente.

Se il 2021 dovrà portare qualche cambiamento positivo nelle prospettive della lotta dei palestinesi per la libertà, devono essere introdotte nuove strategie. Il ragionamento dovrebbe rivolgersi completamente verso un panorama politico totalmente nuovo.

Per prima cosa deve essere ridefinita l’unificazione palestinese in modo che non si limiti ad una mera intesa politica tra i rivali Hamas e Fatah, ognuno motivato dai propri programmi e dall’autoconservazione. L’unificazione dovrebbe arrivare ad includere un dialogo nazionale che riguardi tutti i palestinesi – in Israele, nei territori occupati e anche nella diaspora – che dovrebbe avere un ruolo nella formazione in una nuova visione del proprio Paese che sia palestinese invece che settaria.

Questa nuova visione dovrebbe essere sviluppata ed articolata in modo da sostituire logori luoghi comuni, dogmi e velleitarismi. Una soluzione a due Stati, per esempio, è semplicemente irraggiungibile, non solo perché Israele e USA hanno fatto il possibile per affossarla, ma perché, anche se realizzata, non soddisferebbe le minime aspettative in termini di legittimazione dei diritti dei palestinesi.

In uno scenario a due Stati i palestinesi rimarrebbero frammentati geograficamente e politicamente e ben difficilmente potrebbe essere attuata una realistica ed equa applicazione del diritto al ritorno. Un “unico Stato democratico” in Palestina ed Israele forse non può risolvere tutte le ingiustizie del passato, ma è il passaggio più significativo per poter immaginare un possibile e sicuramente miglior futuro per tutte le persone che vivono tra il fiume [Giordano, ndtr.] e il mare [Mediterraneo, ndtr.].

Inoltre dovrebbe cessare l’ossessiva fiducia in Washington come unica parte in grado di mediare tra Israele e la Palestina. Non solo gli USA, attraverso il generoso e continuo appoggio militare e politico a Israele, hanno dimostrato la loro inaffidabilità, ma si sono anche rivelati un grave ostacolo sulla via della libertà e della liberazione palestinese.

Spetta alla leadership palestinese capire che gli equilibri dei poteri globali stanno fondamentalmente cambiando e che USA ed Israele non sono più i soli ad avere l’egemonia nel Medio Oriente. È ora che i palestinesi diversifichino le proprie scelte, rafforzino i rapporti con le potenze asiatiche emergenti e si alleino con i Paesi sudamericani e africani per ribaltare la totale dipendenza politica ed economica dagli USA e dai loro alleati.

Cosa ancor più importante, benché la resistenza popolare in Palestina si sia costantemente espressa sotto varie forme, deve ancora essere messa in grado di costituire un’adeguata base di resistenza che si possa trasformare in capitale politico. Lo scorso anno è iniziato con l’interruzione delle manifestazioni della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, che ha visto decine di migliaia di palestinesi unirsi in una storica dimostrazione di unità. Tuttavia i palestinesi nella Cisgiordania occupata stanno disperatamente cercando di districarsi tra due fonti di controllo sovrapposte: l’occupazione israeliana e l’ANP. Questo si è dimostrato un danno, in quanto marginalizza il popolo palestinese e gli impedisce di giocare un ruolo fondamentale nel delineare la propria lotta. La resistenza popolare deve costituire la spina dorsale di qualunque autentica prospettiva di liberazione.

Infine, perché la nuova narrazione politica palestinese si imponga a livello internazionale, deve essere sostenuta da un movimento di solidarietà globale, che si allinei ad una visione palestinese unitaria, promuovendo i diritti dei palestinesi a livello locale, statale e nazionale. Il duro attacco di USA e Israele al Movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è una prova del successo di questa tattica nel modificare la narrazione su Palestina e Israele. Eppure, seppure ormai esista una solida base di solidarietà verso la Palestina in tutto il mondo, questo movimento non dovrebbe puntare solo su ambiti accademici e circoli intellettuali: dovrebbe lavorare per coinvolgere la gente comune, dovunque essa sia.

È vero che il 2020 è stato un anno devastante per la Palestina, ma un’analisi più rigorosa ci può portare a vederlo come prodromo di un’opportunità sulla quale può essere costruita una nuova prospettiva politica complessiva palestinese. L’anno 2021 offre alla Palestina un’opportunità per reagire.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un rave, una DJ e un dibattito: i palestinesi scandalizzati da un tecno-party in un luogo sacro

Akram Al-Waara – Ramallah, Cisgiordania occupata

31 dicembre 2020 – Middle East Eye

Nonostante fosse stata concessa l’autorizzazione per l’evento, il governo palestinese ha arrestato la famosa DJ palestinese Sama Abdulhadi e la tiene in carcere da quindici giorni

* Nota redazionale. Oggi 4 gennaio Sama Abdulhadi è stata scarcerata su cauzione ma rimane inquisita e non può lasciare la Palestina per Parigi dove abita.

Una festa organizzata sabato ha suscitato una polemica all’interno della società palestinese e scatenato un acceso dibattito sulla cultura e la religione. Questo clamore fa seguito alla diffusione di video che mostrano gente che fa festa bevendo e ballando nell’antico sito di Nabi Moussa, un luogo sacro musulmano situato nella Cisgiordania occupata, che secondo la tradizione islamica sarebbe il luogo di sepoltura di Mosè.

In un video ampiamente diffuso giovani palestinesi ballano sotto giochi di luce al suono di una musica tecno all’interno di un’antica costruzione a Nabi Moussa, tra Gerico e Gerusalemme.

In un altro video si vede un gruppo di giovani interrompere la festa gridando ai partecipanti: “Fuori! Subito! Uscite!”. Uno dei partecipanti risponde che hanno il permesso del Ministero del Turismo palestinese.

Ciononostante i giovani insistono nel disperdere i festaioli e si avvicinano alla DJ di fama internazionale Sama Abdulhadi – ritenuta la prima donna DJ professionista palestinese -, che fa filmare un video sul sito. 

Si sente Sama Abdulhadi pregare le persone che le si avvicinano: “Siamo desolati, siamo desolati, ce ne andiamo. Vi giuro che ce ne andiamo.”

Lunedì le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno arrestato Sama Abdulhadi e l’ hanno fermata per interrogarla, pur se i responsabili non hanno specificato i motivi del suo arresto. Martedì un giudice ha deciso di prorogare la sua detenzione di quindici giorni.

Una festa “immorale” e “irrispettosa”

Il video ha suscitato l’indignazione di molti palestinesi per i quali questa festa è un affronto all’islam e una “profanazione” del luogo sacro. Il giorno seguente fedeli palestinesi si sono recati a Nabi Moussa e hanno organizzato una manifestazione per pregare nella moschea del sito e condannare una festa “immorale” e “irrispettosa”.

Contemporaneamente si è visto sulle reti sociali uno slancio di solidarietà da parte di utenti di internet palestinesi e stranieri in difesa di Sama Abdulhadi, mentre una petizione per la sua liberazione è stata firmata da migliaia di fan e simpatizzanti.

Nei giorni successivi alla festa, dei video di palestinesi che esprimevano la propria indignazione hanno inondato Twitter, TikTok e Facebook; alcuni di loro chiedevano che i partecipanti alla festa, gli organizzatori ed i rappresentanti del governo che hanno concesso il permesso fossero ritenuti responsabili.

Ciò che è accaduto a Nabi Moussa è abbastanza sconvolgente per noi, in quanto palestinesi: è qualcosa che non possiamo accettare”, confida a Middle East Eye Alaa al-Daya, una studentessa di 23 anni originaria di Gerusalemme.  

Secondo me non è una bella cosa fare questo genere di feste in un luogo che ha tanta importanza religiosa e culturale per le persone”, sostiene.

La giovane spiega che il concetto di rave party, per di più nel luogo di un’antica moschea, non è accettato da una gran parte della comunità palestinese.

Secondo i partecipanti e gli organizzatori della festa l’evento aveva lo scopo di celebrare e preservare la cultura palestinese, precisa.

Ma io non sono d’accordo. Fare festa e bere non sono cose condivise da tutti i palestinesi. Ci sono altri modi per celebrare e proteggere la nostra cultura”, afferma.

Se si fosse trattato di un festival di dabkeh (danza tradizionale araba) o di musica tradizionale palestinese, forse le persone non vi avrebbero visto un problema così grave.”

Invece lo zio di Sama Abdulhadi, Samir Halileh, ha dichiarato che sua nipote faceva un video e intendeva ricreare un’ambientazione caratteristica della musica tecno. Ha aggiunto che le voci sulla presenza di droga erano infondate.

Affermazioni contraddittorie

I responsabili dell’Autorità Nazionale Palestinese si sono affrettate a smentire ripetutamente le affermazioni secondo cui il Ministero del Turismo aveva rilasciato un’autorizzazione per l’evento. Analogamente, il Ministero degli Affari Religiosi e quello del Turismo hanno subito dichiarato di non essere stati informati dell’evento.

Osama Estetia, responsabile dei musei del Ministero del Turismo, ha però dichiarato mercoledì che, quando avevano ricevuto la richiesta per filmare il sito allo scopo di promuoverlo in rete, i suoi servizi non erano stati informati del tipo di musica che sarebbe stata suonata.

L’impiegato che ha ricevuto la richiesta ha risposto trasmettendo un elenco di condizioni, in particolare il rispetto dei regolamenti del sito, delle procedure di pubblica sicurezza, della rilevanza religiosa e della privacy del santuario”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata alla rete televisiva Al-Watan.

Osama Estetia ha declinato ogni responsabilità riguardo ai fatti, affermando che il ministero aveva chiesto agli organizzatori di coordinarsi con il governatorato di Gerico, in quanto il ministero non era responsabile della gestione del sito stesso.

Secondo lui erano stati gli organizzatori a proporre quel luogo, affermazione contraddetta dal capo della Commissione palestinese indipendente per i diritti umani, Ammar Dweik, che ha affermato il contrario.

Il Primo Ministro Mohammad Shtayyeh ha annunciato la creazione di una “commissione d’inchiesta” per scoprire ciò che è avvenuto e anzitutto perché la festa sia stata organizzata a Nabi Moussa.

Mahmoud al-Habbash, consigliere del presidente Mahmoud Abbas per le questioni religiose, ha pubblicato un comunicato in cui afferma di provare “disgusto e rabbia per quel che è avvenuto alla moschea di Nabi Moussa.”

Non so ancora chi sia responsabile di questo peccato, ma, chiunque sia, la sanzione sarà all’altezza dell’atrocità commessa. Una moschea è una casa di dio, il suo carattere sacro è il carattere sacro della religione stessa”, ha dichiarato.

Sama è un capro espiatorio”

Secondo lo zio di Sama Abdulhadi l’evento ha avuto luogo con l’approvazione del ministero e il problema sta nella definizione del sito stesso, cioè se si tratti di un sito sacro religioso o di un sito turistico che ospita un albergo, delle piazze e una moschea.

È chiaro che Sama è stata vittima di questo contrasto sulla definizione del luogo. Noi non accettiamo l’idea di aver urtato delle sensibilità religiose o profanato un luogo sacro e la disputa sulla natura del sito deve essere definita dal governo.”

Samir Halileh sostiene che sua nipote, che è disposta a collaborare, dovrebbe essere liberata e che dovrebbe essere doverosamente condotta un’inchiesta.

L’insieme del sito occupa 5.000 m2 e la moschea 60 m2. Ci siamo assicurati presso il Ministero del Turismo che fosse possibile organizzarvi una festa”, ha dichiarato alla tv Al-Watan [rete televisiva palestinese accusata da Israele di essere vicina ad Hamas, ndtr.].

Ci hanno detto che il sito comprendeva grandi cortili e che i turisti vi avevano accesso.”

Poco dopo il suo arresto ha iniziato a circolare una petizione per la liberazione di Sama Abdulhadi. Giovedì scorso contava circa 76.000 firme. Secondo la petizione l’incidente avvenuto a Nabi Moussa ha provocato “una feroce campagna di disinformazione sulle reti sociali, che ha alimentato reazioni violente e attacchi personali contro Sama.”

La petizione sottolinea anche il fatto che gli organizzatori hanno sicuramente ricevuto un’autorizzazione scritta dal Ministero del Turismo, che controlla il sito, ma altresì che la festa si è svolta nella zona del “bazar” e non dentro la moschea.

Il ministero era a conoscenza del genere di musica che sarebbe stata suonata durante il concerto – la musica tecno – e che il concerto sarebbe stato filmato in questo sito archeologico (…) allo scopo di promuovere i siti rilevanti del patrimonio palestinese e la musica tecno palestinese presso il pubblico musicale di tutto il mondo.”

Sama Abdulhadi e gli organizzatori del concerto non si sono forse resi conto che questo genere di musica non era consono al sito e alle sue implicazioni storiche, religiose e culturali, ma ciò non toglie che il Ministero del Turismo abbia l’intera responsabilità della decisione di autorizzare lo svolgimento del concerto”, specifica la petizione.

Tra i firmatari della petizione figura l’avvocata ed attivista palestinese-americana Noura Erakat, che ha dichiarato in un post su Facebook di aver firmato la petizione in quanto ritiene che Sama Abdulhadi sia “un capro espiatorio dell’Autorità Nazionale Palestinese.”

Per Alaa al-Daya, la giovane studentessa, gli organizzatori avrebbero dovuto essere informati meglio e Sama non avrebbe dovuto essere arrestata; secondo lei la vera responsabilità è del governo.

È chiaro che adesso il governo cerca di salvare la faccia e di addossare la colpa a qualcun altro, dopo aver visto le reazioni negative che tutto ciò ha provocato”, afferma.

L’hanno arrestata solo per dimostrare di aver preso misure contro la festa. Sama non dovrebbe essere in carcere. È la persona che ha autorizzato la festa che dovrebbe esserci.”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Ci sono gli Emirati dietro la decisione israeliana di concedere ai palestinesi l’accesso alla valle del Giordano?

Rasha Abou Jalal

31 dicembre 2020 – Al Monitor

Per la prima volta in 46 anni Israele ha permesso ai palestinesi di entrare nella valle di al-Qa’oun nel nord della valle del Giordano per coltivare la propria terra. Nonostante l’Autorità Nazionale Palestinese abbia dichiarato che ciò dipende dalla messa in pratica di una sentenza, Al-Monitor ha ricevuto informazioni secondo cui invece la ragione che ha portato a questa azione sarebbe l’intesa Emirati-Israele.

GAZA CITY, Striscia di Gaza — Il 28 dicembre, per la prima volta dopo 46 anni, Israele ha aperto il  cancello di sicurezza che separa la valle di al-Qa’oun, nel nord della valle del Giordano, dal villaggio palestinese di Bardala, permettendo agli agricoltori palestinesi di coltivare la propria terra, ottemperando a una sentenza della magistratura israeliana.

L’ultima volta che gli abitanti del villaggio di Bardala erano andati nelle loro terre fu nel 1974. Dopo è stato loro impedito di accedere all’area a seguito di una decisione dell’esercito israeliano che la considerava “una zona militare chiusa.”

La terra fu concessa ai coloni [israeliani] per coltivarla e trarne guadagni.

Comunque, recentemente si è concluso un accordo fra palestinesi e israeliani per aprire e ripristinare una strada fra il villaggio di Bardala e la valle di al-Qa’oun e concedere l’accesso ai contadini palestinesi.

Tawfiq Jabareen, un avvocato che nella causa delle terre della valle di al-Qa’oun ha rappresentato presso i tribunali israeliani la Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione contro la colonizzazione e la resistenza al muro] e i municipi locali, ha detto ad Al-Monitor che, “nel 2015 i palestinesi avevano presentato un’istanza alla magistratura israeliana per riottenere l’accesso alle terre. Nel settembre 2017 siamo riusciti ad ottenere dalla Corte Suprema israeliana una sentenza che richiedeva la cacciata dei coloni e la restituzione della terra ai proprietari palestinesi.”

Ha poi aggiunto che la sentenza non è mai stata implementata.

La pressione politica e diplomatica esercitata dall’Autorità Nazionale Palestinese su Israele ha poi costretto quest’ultimo ad applicare la sentenza,” ha detto.

Così sono stati restituiti circa 1380 dunum (138 ettari) nella valle di ​​al-Qa’oun di proprietà di circa 300 famiglie palestinesi.

Nella valle del Giordano vivono 65.000 palestinesi in 34 località e 13.000 coloni sparsi in 38 insediamenti.

Bassam Sawafta, un contadino che alla guida del suo trattore stava andando ad arare nella valle di al-Qa’oun, ha detto ad Al-Monitor: “Mio padre sognava di riottenere la sua terra qui, ma è morto anni prima che il suo sogno si realizzasse. Oggi lo realizzo io, coltivando questa terra.”

Ha detto che Israele ha permesso l’ingresso a 20 contadini per lavorare dalle 10 del mattino alle 3 del pomeriggio.

Sawafta ha affermato che i palestinesi hanno bisogno di un permesso israeliano ogni volta che vogliono andare sulle loro proprietà, dato che si trovano in una zona militare israeliana.

Moataz Bisharat, il funzionario palestinese incaricato dell’ANP del caso delle colonie israeliane nella valle del Giordano, ha detto ad Al-Monitor, “L’ANP sta per implementare una serie di progetti mirati a fornire assistenza agli agricoltori della zona.”

Ha aggiunto: “La restituzione della valle è un colpo per i coloni, che per anni si sono appropriati delle risorse delle terre. Porta anche alla luce la lentezza delle istituzioni giudiziarie israeliane quando si tratta di applicare le decisioni riguardanti le colonie a spese dei palestinesi.”

Bisharat ha detto che l’ANP intende far ricorso ai tribunali israeliani per chiedere i danni per i proprietari di terreni nella valle di al-Qa’oun privati dell’uso delle loro proprietà per anni.

Anche se i funzionari palestinesi hanno detto che la restituzione delle terre ai proprietari deriva da pressioni diplomatiche dell’ANP, un leader di spicco della Democratic Reformist Current [corrente riformista democratica, ndtr.] ha detto ad Al-Monitor, a condizione di restare anonimo, che, “la restituzione di questa valle ai proprietari palestinesi è avvenuta dopo un accordo Emirati-Israele.” La corrente è capeggiata da Mohammed Dahlan che fu espulso da Fatah e risiede negli Emirati Arabi Uniti.

Quest’anno il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ripetutamente annunciato la sua intenzione di annettere tutta la valle del Giordano.

Il 13 agosto gli EAU hanno annunciato un accordo di normalizzazione con Israele dopo che quest’ultimo si era dichiarato d’accordo sulla sospensione dei suoi piani di annessione di vaste parti della Cisgiordania e della valle del Giordano.

L’accordo di normalizzazione ha scatenato l’ira dell’ANP che, il giorno stesso, ha richiamato il proprio ambasciatore negli EAU. Comunque, il 17 novembre l’ANP ha annunciato il ripristino del coordinamento per la sicurezza con Israele e il ritorno dell’ambasciatore.

Il leader della Democratic Reformist Current ha aggiunto: “La politica degli EAU in relazione al conflitto Palestina-Israele ha bloccato uno dei progetti israeliani più pericolosi contro i palestinesi, cioè l’annessione della valle del Giordano, oltre ad altre vaste aree della Cisgiordania, che sarebbero finite sotto la sovranità israeliana entrando in futuro all’interno dei suoi confini.” Ha detto che l’accordo EAU–Israele porterà presto alla restituzione ai palestinesi di altre terre nella valle del Giordano.

Ahmed Rafiq Awad, docente di media e scienze politiche presso l’università di Al-Quds, ha detto ad Al-Monitor che Israele ha permesso agli agricoltori palestinesi l’accesso alle terre per promuovere gli accordi di normalizzazione con altri Paesi Arabi.

Ha aggiunto: “La valle fu confiscata nel 1974 e la sua restituzione ai palestinesi, in seguito all’annuncio dell’accordo di normalizzazione EAU-Israele in cambio della sospensione del piano di annessione, trasmette il messaggio a palestinesi e arabi che la normalizzazione sarà nell’interesse dei palestinesi.”

Ha affermato che altre decisioni israeliane che mirano a facilitare la vita dei palestinesi o a ripristinare parte dei diritti a loro sottratti in Cisgiordania tranquillizzerebbero l’opinione pubblica palestinese e la collera a livello ufficiale verso gli EAU e gli altri Paesi che hanno concluso o concluderanno in futuro accordi di normalizzazione con Israele.

Awad ha detto che Netanyahu preferirebbe concludere altri accordi con Paesi arabi piuttosto che annettere la valle del Giordano e parti della Cisgiordania.

Netanyahu crede che ogni futuro accordo di pace con i palestinesi risulterebbe più facile in seguito ad accordi di pace con influenti Paesi arabi della regione,” ha detto Awad.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il vaccino per il COVID-19: un’altra brutta faccia dell’apartheid israeliano

Yumna Patel

28 DICEMBRE 2020 – Mondoweiss

La distribuzione del vaccino per il COVID-19 illustra perfettamente il sistema dell’apartheid di Israele.

Quasi 400.000 israeliani sono già stati vaccinati contro il coronavirus e nelle prossime settimane altre decine di migliaia sono in procinto di esserlo.

Israele è stato uno dei primi Paesi al mondo ad iniziare a distribuire il vaccino per il COVID-19 alla sua popolazione e, secondo Our World in Data [Il nostro mondo in cifre, ndtr.], edito dall’Università di Oxford, è attualmente il secondo al mondo per numero di vaccinazioni pro capite.

Secondo i media israeliani il ministero della Sanità di Israele intende vaccinare già nel corso di questa settimana 100.000 israeliani al giorno e il primo ministro Benjamin Netanyahu si è spinto a sostenere che Israele sarà fuori pericolo “entro poche settimane”.

 

Il mese scorso Israele si è assicurato 8 milioni di dosi del vaccino Pfizer, sufficienti a coprire quasi la metà della popolazione di 9 milioni di israeliani, poiché ogni persona necessita di due dosi. Tra coloro che hanno il diritto di ricevere il vaccino dal governo israeliano ci sono i quasi 2 milioni di cittadini palestinesi di Israele.

Tuttavia, gli oltre 5 milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza, non sono autorizzati a ricevere il vaccino.

Le disparità tra i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana e i cittadini israeliani sono costanti, semplicemente un dato di fatto della vita quotidiana in Israele e Palestina – le leggi che favoriscono gli israeliani rispetto ai palestinesi e i sistemi che discriminano fortemente questi ultimi sono all’ordine del giorno e ampiamente documentati.

Il sistema di apartheid in base al quale Israele opera all’interno del territorio occupato, tuttavia, non potrebbe essere meglio dimostrato come nel caso del vaccino per il COVID-19: chi ottiene o no il vaccino è una semplice questione di nazionalità.

Dobbiamo in primo luogo essere molto chiari: con l’occupazione militare in Cisgiordania e con l’effettivo controllo israeliano di Gaza Israele è legalmente obbligato dal diritto internazionale a provvedere alla loro [dei palestinesi] assistenza sanitaria”, ha riferito a Mondoweiss la dott.ssa Yara Hawari, analista capo redattrice di Al -Shabaka: The Palestinian Policy Network [organo di informazione che sostiene il dibattito sui diritti e l’autodeterminazione dei palestinesi, ndtr.].

Israele è legalmente obbligato a fornire quel vaccino ai palestinesi sotto occupazione. Sappiamo che [Israele] non lo ha fatto”, dice, aggiungendo che Israele attribuisce tale responsabilità all’ANP [Autorità Nazionale Palestinese] quale fornitore dei servizi per i palestinesi.

Ciò costituisce una preoccupazione concreta“, riferisce Hawari a Mondoweiss. “Sappiamo che, se assegnato alla sola ANP, probabilmente sarà un processo molto lento.

Il “de-sviluppo” del sistema sanitario palestinese

A differenza del governo israeliano, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non è stata in grado di garantire la quantità di vaccini necessaria per trattare gli oltre 3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e i 2 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza.

Mentre i funzionari dell’ANP hanno sostenuto di attendersi l’inizio dell’acquisizione dei vaccini nel corso delle prossime due settimane tramite l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), hanno [anche] affermato che potrebbero passare mesi prima che il vaccino venga distribuito alla popolazione.

Ancora non si conosce il tipo e la quantità di vaccini che i palestinesi riceveranno, poiché per la fornitura essi fanno molto affidamento sulle donazioni internazionali, e il governo palestinese non ha la capacità infrastrutturale per conservare vaccini come quello Pfizer alle basse temperature richieste.

Nel frattempo, i palestinesi continuano a vivere tra periodi interminabili di isolamento, mentre il virus imperversa in tutti i Territori Palestinesi Occupati, con tassi giornalieri di infezione dell’ordine delle migliaia e tassi di mortalità giornaliera a doppia cifra.

Hawari sostiene che l’incapacità dell’Autorità Palestinese di procurarsi e immagazzinare i vaccini, insieme al suo precario sistema sanitario, è una conseguenza dei decenni di danni che l’occupazione israeliana ha arrecato alle infrastrutture palestinesi.

“C’è questo ricorrente luogo comune secondo cui la ragione per cui il sistema sanitario palestinese o altri servizi come l’istruzione sono inefficienti e non stanno facendo il loro lavoro sarebbe legata all’incompetenza da parte del popolo palestinese o della sua cultura – questa opinione secondo cui essi sarebbero stupidi e non in grado di governare “, dice Hawari.

“Ovviamente non è così. Il regime israeliano ha sistematicamente preso di mira il sistema sanitario palestinese e ha contribuito al suo de-sviluppo“, afferma. “I palestinesi sono stati costretti a fare affidamento ad aiuti esterni e gli è stato impedito di essere autosufficienti da parte dell’occupazione [israeliana], con la compiacenza della comunità internazionale.

L’esempio più lampante di ciò, afferma Hawari, è Gaza, dove il sistema sanitario è da anni sull’orlo del collasso e non è stato in grado di resistere ad anni di bombardamenti e offensive israeliane.

Da anni gli ospedali di Gaza non sono in grado di occuparsi di ferimenti e malattie. Non potevano farcela prima del COVID, e ora il COVID ha esasperato la situazione rendendola dieci volte peggiore “.

L’apartheid in funzione

Mentre i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza non riceveranno vaccini dal governo israeliano, le centinaia di migliaia di coloni israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania vengono vaccinati ogni giorno.

Gli attivisti palestinesi e i loro sostenitori hanno lanciato l’allarme per la forte disparità tra chi viene vaccinato e chi no, affermando che questo non è altro che apartheid.

Quando si parla di cose come il vaccino per il COVID-19, “sembra esserci una falsa distinzione tra Israele e Palestina”, dice Hawari. “In realtà si tratta di un’unica entità in cui le persone [che si trovano] all’interno di quello spazio vengono trattate in modo diseguale.”

“Esiste un’enorme quantità di rapporti reciproci tra le popolazioni, ma livelli di potere totalmente squilibrati”, prosegue Hawari, indicando le decine di migliaia di lavoratori palestinesi che lavorano ogni giorno all’interno di Israele e delle colonie.

“L’economia israeliana fa affidamento su quella [forza lavoro]. Riceveranno anche il vaccino?” domanda. “In caso contrario ciò rappresenterebbe un rischio per Israele. Siamo popolazioni totalmente interconnesse, come avviene nelle popolazioni coloniali “.

È necessario fornire il vaccino a tutti e non dovrebbe esserci un’eccezione per la Palestina. Qualcuno lo ha detto perfettamente: non saremo al sicuro finché tutti non avranno accesso al vaccino. Questo non è un virus che conosce confini”.

Per quanto alcuni funzionari israeliani abbiano ventilato la possibilità di fornire in caso di necessità alcuni vaccini all’Autorità Nazionale Palestinese, Hawari ammonisce di non lasciarsi ingannare dalle false manifestazioni di generosità di Israele, affermando: “Sappiamo che presenteranno tale mossa come un grande atto di benevolenza e di cooperazione internazionale, ma essi non soddisferanno nemmeno i requisiti minimi previsti dal diritto internazionale”.

Hawari sottolinea il fatto che nel bel mezzo della pandemia i palestinesi hanno “visto molto poco dal regime israeliano in termini di aiuti e sostegno ai palestinesi e alla loro lotta contro il virus. E quando finalmente si sono coordinati per consentire forniture provenienti da donazioni internazionali, ciò è stato elogiato come una meravigliosa forma di cooperazione, quando è il minimo che gli si possa chiedere”.

“Abbiamo visto Israele fare ciò per decenni – Israele viene costantemente elogiato per aver permesso ai malati di cancro di Gaza di recarsi a Tel Aviv per il trattamento, ma fondamentalmente – dice – essi stanno imponendo l’assedio che impedisce a centinaia di abitanti di Gaza di ottenere le cure necessarie”.

“È un girare intorno molto abile su qualcosa che dovrebbero fare, ma che non fanno.”

Oltre alle domande sul destino dei palestinesi dei TPO riguardo l’arrivo del vaccino, attivisti palestinesi e organizzazioni per i diritti hanno espresso preoccupazione per la potenziale emarginazione delle comunità palestinesi in Israele in occasione della pratica della vaccinazione.

All’inizio della pandemia organizzazioni come Adalah [Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, ndtr.] hanno criticato il governo israeliano per aver emarginato le comunità palestinesi in luoghi come Gerusalemme est, dove gli ambulatori per i test sul coronavirus erano scarsi o addirittura inesistenti.

Hawari è certa che “assisteremo di nuovo a quei comportamenti” durante la procedura delle vaccinazioni.

“È ancora presto e il vaccino è appena uscito, ma se osserviamo la programmazione, [Israele] li distribuirà [i vaccini] negli ambulatori. E sappiamo che, naturalmente, nei villaggi e nelle città palestinesi del ’48 [cioè in territorio israeliano, ndtr.] il sistema sanitario è privato, quindi ci sono meno ambulatori e operatori sanitari, per cui – afferma – in quelle aree le procedure saranno più lente”.

“Sarà facile per il governo israeliano ignorarlo e dire ‘ogni cittadino israeliano è trattato allo stesso modo’, ma se guardiamo alla geografia, quelle comunità palestinesi sono state volontariamente ignorate riguardo le strutture sanitarie, gli ambulatori, e altre istituzioni essenziali”.

La Palestina e il sud del mondo

Mentre decine di Paesi in tutto il mondo, come Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Paesi dell’UE iniziano a distribuire i loro vaccini alla popolazione, luoghi come la Palestina e altri Paesi del “Sud del mondo” sono rimasti indietro.

Anche prima che i vaccini arrivassero sul mercato, le Nazioni ricche hanno cominciato a fare scorta dei più promettenti vaccini contro il coronavirus. Secondo organizzazioni come Amnesty International e Oxfam si stima che, nonostante ospitino solo il 14% della popolazione mondiale, le Nazioni ricche abbiano già acquistato il 54% delle scorte totali dei vaccini più promettenti al mondo.

Amnesty International ha affermato che entro la fine del 2021 le Nazioni più ricche avranno acquistato dosi di vaccino sufficienti per “vaccinare l’intera popolazione tre volte”, mentre circa 70 Paesi poveri “saranno in grado di vaccinare contro il COVID-19 solo una persona su dieci”.

“Ciò che sta accadendo a livello globale è fortemente esplicativo delle disuguaglianze strutturali che esistono in tutto il mondo”, afferma Hawari. “Luoghi come Gaza, dove è persino difficile mantenere i requisiti sanitari di base e il distanziamento sociale, dovrebbero avere la priorità al fine di prevenire la diffusione. Ma ovviamente non avranno la priorità a causa del predominio delle strutture di oppressione”.

“Il COVID ha messo in evidenza in tutto il mondo sistemi di disuguaglianza“, continua Hawari, e afferma di ritenere “quasi impossibile avere all’interno di questi sistemi giustizia e parità in campo sanitario”.

“Un passo nella giusta direzione, in particolare per quanto riguarda la Palestina, sarebbe che i palestinesi ricevessero immediatamente il vaccino, perché vivono un’esistenza precaria e costituiscono una comunità vulnerabile”, sostiene Hawari. “Questa priorità non dovrebbe essere esclusiva dei palestinesi, ma anche di altri Paesi del Sud del mondo. L’accesso all’assistenza sanitaria non dovrebbe dipendere dal fatto che sia o meno possibile permetterselo”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I palestinesi lasciati in attesa mentre Israele è pronto a partire con la vaccinazione anti-COVID

17 dicembre 2020 – Al Jazeera

Israele ha raggiunto un accordo con Pfizer per la fornitura di otto milioni di dosi di vaccino, sufficienti per coprire circa metà della sua popolazione

Dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu si è messo personalmente in contatto con il capo del gigante farmaceutico statunitense Pfizer, la prossima settimana Israele inizierà a lanciare una vasta campagna di vaccinazione anti-coronavirus.

Ma i milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo israeliano dovranno attendere molto di più.

Gli israeliani potrebbero tornare presto alla vita normale e alla ripresa economica, anche se il virus continua a minacciare città e villaggi palestinesi a pochi chilometri di distanza.

Israele ha raggiunto un accordo con Pfizer per la fornitura di otto milioni di dosi del vaccino da poco approvato, sufficienti a coprire quasi metà della popolazione israeliana di circa nove milioni, in quanto ogni persona ha bisogno di due dosi.

Israele possiede unità mobili per la vaccinazione con refrigeratori che come richiesto possono tenere a meno 70 gradi le dosi [di vaccino] della Pfizer, sviluppate con l’impresa tedesca BioNTech. Prevede di iniziare le vaccinazioni la prossima settimana, con un massimo di oltre 60.000 iniezioni al giorno.

All’inizio del mese Israele ha raggiunto un accordo separato con Moderna [altra industria farmaceutica, ndtr.] per comprare sei milioni di dosi del suo vaccino, sufficienti per altri tre milioni di israeliani.

La campagna di vaccinazione israeliana includerà i coloni ebrei, che sono cittadini israeliani e che vivono nella Cisgiordania illegalmente occupata, ma non i 2,5 milioni di palestinesi del territorio.

Essi dovranno aspettare l’Autorità Nazionale Palestinese, a corto di fondi, che in base ad accordi di pace provvisori raggiunti negli anni ’90 amministra parti della Cisgiordania occupata.

Nella guerra del 1967 in Medio Oriente Israele ha conquistato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme est, territori che i palestinesi vogliono per il loro futuro Stato.

L’ANP spera di avere i vaccini attraverso una collaborazione dell’OMS con l’organizzazione umanitaria nota come COVAX, che intende fornire vaccini gratis fino a un massimo del 20% della popolazione di Paesi poveri, molti dei quali sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia.

Ma il programma ha garantito solo una parte delle due milioni di dosi che l’ANP spera di comprare nel prossimo anno, deve ancora confermare un qualche accordo concreto e scarseggia di fondi.

I Paesi ricchi hanno già prenotato circa nove miliardi dei 12 miliardi di dosi che si stima l’industria farmaceutica sia in grado di produrre il prossimo anno.

A complicare la questione, i palestinesi hanno solo un’unità di refrigerazione in grado di stoccare il vaccino Pfizer-BioNTech, nella città-oasi di Gerico.

Ali Abed Rabbo, importante dirigente del ministero della Salute palestinese, ha affermato che l’ANP è in trattative con Pfizer, Moderna, AstraZeneca e i fabbricanti del vaccino russo, per lo più non testato, ma deve ancora firmare accordi, oltre a quello con COVAX.

Secondo Rabbo, l’ANP spera di vaccinare il 20% della popolazione con COVAX, iniziando dai lavoratori della sanità.

“Gli altri dipenderanno dalle forniture che la Palestina riuscirà ad ottenere sul mercato mondiale, e stiamo lavorando con varie imprese,” afferma.

Sia Israele che l’Autorità Nazionale Palestinese hanno lottato per contenere i propri focolai, che si sono alimentati a vicenda in quanto la gente viaggiava avanti e indietro, soprattutto le decine di migliaia di lavoratori palestinesi che hanno un impiego in Israele.

Israele ha registrato più di 366.000 casi tra cui almeno 3.000 morti.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha denunciato più di 85.000 casi nella Cisgiordania occupata, tra cui 800 morti, e nelle ultime settimane l’epidemia si è intensificata.

La situazione è ancora più grave a Gaza, che ospita due milioni di palestinesi e che da quando Hamas è stato eletto nel 2007 è sottoposta a un blocco israeliano ed egiziano.

Lì le autorità hanno comunicato più di 30.000 casi, tra cui 220 morti.

Con i governanti di Hamas a Gaza ignorati dalla comunità internazionale, anche il territorio dovrà fare affidamento sull’Autorità Nazionale Palestinese.

Ciò significa che potrebbero passare parecchi mesi prima che nell’impoverita striscia costiera venga effettuata una vaccinazione su vasta scala.

Il vice-ministro della Salute israeliano Yoav Kisch ha detto a Kan Radio [rete radiofonica pubblica, ndtr.] che Israele sta lavorando per ottenere un surplus per gli israeliani e che “se dovessimo constatare che le esigenze di Israele sono state soddisfatte e avessimo un’ulteriore disponibilità [di vaccini], sicuramente prenderemmo in considerazione di aiutare l’Autorità Nazionale Palestinese.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo 20 anni ancora non c’è giustizia per Muhammad Al-Dura

Amjad Ayman Yaghi*

9 dicembre 2020 – Chronique de Palestine

Da qualche parte, nel centro del campo profughi di Bureij nel centro della Striscia di Gaza, Jamal al-Dura guarda una foto di suo figlio Muhammad.

Come altri genitori in lutto, questo vecchio operaio edile di 55 anni non si riprenderà mai dalla perdita di suo figlio.

Ma, diversamente da altri genitori in lutto, Jamal deve anche vivere con continui ricordi sui media o da parte di stranieri.

Sono ormai passati 20 anni da quando l’assassinio di Muhammad al-Dura è stato filmato.

E le immagini del ragazzino dodicenne rannicchiato dietro ai disperati, e alla fine vani, tentativi di suo padre di proteggerlo sono state una delle icone che hanno caratterizzato la seconda intifada.

Queste immagini echeggiano ancora oggi, in particolare a Gaza isolata ed assediata.

Servono a ricordare dolorosamente e simbolicamente che – anche se l’ONU esorta ancora una volta alla fine del blocco israeliano su Gaza, che ha visto più della metà della popolazione scendere sotto la soglia della povertà – i palestinesi sono senza protezione contro un’occupazione israeliana brutale ed implacabile.

Jamal ricorda ancora molto bene quell’ultimo fatidico giorno del settembre 2000.

Lui e suo figlio, a cui piacevano le macchine, erano andati a vedere delle automobili d’occasione in un mercato ad est della città di Gaza.

Il programma era che Muhammad scegliesse un’auto che gli piaceva per la famiglia, ha detto Jamal a The Electronic Intifada. Ma dato che nessuno dei due aveva trovato qualcosa di interessante, decisero di rientrare.

Al ritorno passarono dall’incrocio di Netzarim, un posto di controllo militare a Gaza, che al tempo era al servizio della colonia di Netzarim [composto da] una sessantina di famiglie israeliane, che separava il nord di Gaza dal resto della città.

Calunnie e menzogne

Quel giorno all’incrocio c’erano delle manifestazioni. Erano passati solo pochi giorni da quando il capo dell’opposizione israeliana dell’epoca, Ariel Sharon, aveva deciso di recarsi provocatoriamente addirittura sul luogo della moschea di Al-Aqsa, nel territorio occupato di Gerusalemme est.

Questo comportamento aggressivo di Sharon fu l’elemento scatenante di un’intifada che era già in gestazione, dal momento che diventava sempre più evidente che gli accordi di Oslo non erano riusciti a portare ad una vera pace.

L’autista del taxi di Muhammad e Jamal decise che non poteva andare oltre. Così, padre e figlio scesero incamminandosi per cercare un altro taxi per tornare a casa nel campo di Bureiji, dall’altro lato del checkpoint.

Ma mentre camminavano gli spari si fecero più vicini.

Ho afferrato Muhammad e ci siamo nascosti dietro ad un bidone”, dice Jamal.

La sua intenzione era di restare al riparo fino alla fine della sparatoria. Ma la sparatoria li prese in trappola.

Il resto venne filmato dal giornalista Talal Abu Rahma, che lavorava con Charles Enderlin [giornalista franco-israeliano ed esperto di Medio Oriente, ndtr.] di France 2, un canale della televisione pubblica [francese].

La violenta e tragica scena di un ragazzino ucciso dietro a suo padre privo di sensi fece il giro dei giornali di tutto il mondo. L’esercito israeliano non smentì la sua autenticità e presentò anche timide scuse.

Ma cinque anni più tardi, dopo che dei filoisraeliani appassionati di complotti tentarono di confondere le acque suggerendo sia che la sparatoria fosse una messa in scena dei palestinesi, sia che il ragazzo fosse morto sotto i colpi dei palestinesi, l’esercito ritrattò.

Non è stata mai presentata alcuna prova che suggerisse che il ragazzo fosse stato ucciso in modo diverso da come si era capito da subito, e né Abu Rahma né Enderlin, lui stesso nipote di ebrei austriaci fuggiti prima dell’invasione nazista del 1938, hanno mai espresso il minimo dubbio su quanto avevano reso pubblico.

Infatti nel 2013, dopo molte udienze in tribunale e l’annullamento di un ricorso, un tribunale francese ha sentenziato che uno di quegli appassionati di complotti, Phillipe Karsenty, capo dell’organizzazione filoisraeliana “Media Ratings”, era colpevole di diffamazione per aver accusato Enderlin e France 2 di aver messo in scena la sparatoria.

Nessuna giustizia

Per Jamal tutto ciò non fa che aumentare il suo dolore. Non soltanto suo figlio è stato ucciso proprio dietro di lui, ma deve anche affrontare gli “scettici” che girano il coltello nella piaga quando cercano di instillare dubbi circa quel che è successo.

Ed in fin dei conti di certo non c’è stata giustizia per suo figlio. Nessuno ha mai dovuto rendere conto dell’accaduto.

Jamal vuole andare in Francia per sostenere la propria causa nel processo contro Karsenty, ha dichiarato a The Electronic Intifada, nel tentativo di risvegliare l’interesse internazionale sull’assassinio di suo figlio.

Chiede anche che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) denunci Israele davanti alla Corte Penale Internazionale per l’omicidio di suo figlio.

Attualmente disoccupato e dipendente dall’assistenza sociale dell’ANP, continua a ricevere cure di fisioterapia a causa delle ferite subite quel giorno. Ma, dice, l’ANP non è stata di grande aiuto nei suoi tentativi di mantenere viva la questione.

Questo lo lascia perplesso.

L’uccisione di suo figlio, ha dichiarato, forse “non è il crimine più odioso compiuto dall’occupazione…ma è pienamente documentato”.

Mostra il lato più orribile dell’umanità, in cui non c’è alcuna pietà per un bambino e per un padre che cerca di proteggere suo figlio.”

La famiglia, come tutte le famiglie di Gaza, ha dovuto affrontare altre difficoltà. Dopo che Muhammad è stato ucciso, Gaza ha subito tre attacchi militari israeliani devastanti, nel 2008-2009, nel 2012 e nel 2014.

Durante il primo attacco la casa della famiglia Dura è stata bombardata. Jamal ricorda di aver ricevuto un avvertimento in piena notte da qualcuno che gli ha detto che doveva lasciare la casa entro cinque minuti.

Io ho detto ‘siete matti? Entro cinque minuti? Ci sono dei bambini in casa’”, ha dichiarato Jamal a The Electronic Intifada. Ha cercato di guadagnare tempo il più possibile mentre sua moglie Amal faceva uscire di casa i bambini.

Alla fine la persona dall’altra parte ha perso la pazienza ed ha gridato di uscire in meno di 15 minuti.

Questo è l’ IDF (l’esercito israeliano), stiamo per bombardare la casa sulla vostra testa”, ha detto Jamal.

Siamo andati in una casa accanto alla nostra ed abbiamo avvertito i vicini. Poi abbiamo sentito un missile di avvertimento sganciato da un aereo e la casa è stata bombardata.”

La famiglia di 10 persone ha ricostruito la casa. Ma durante l’attacco del 2014 è stata nuovamente danneggiata, questa volta da carri armati.

Ancora una volta la famiglia l’ha dovuta ricostruire.

Amal, la madre di Muhammad, dice di non riuscire a capire come le madri israeliane possano continuare a mandare i loro figli a combattere a Gaza.

Il vostro Paese è democratico. Come possono obbligare i vostri figli ad andare a Gaza a scatenare guerre e costruire barriere intorno a Gaza e alla Cisgiordania?”, ha detto Amal, rivolgendosi alle madri israeliane.

Se amate veramente i vostri figli teneteli a casa. Ogni guerra ne uccide molti come Muhammad.”

Oggi Muhammad avrebbe circa 30 anni.

Anche se suo figlio è morto, quest’anno Jamal ha nuovamente tirato fuori le foto di Muhammad per il suo compleanno, come ha fatto ogni anno dal 2001.

Jamal immagina un mondo diverso, in cui suo figlio è vivo e sposato, ed ha dei bambini.

* Amjad Ayman Yagh è un giornalista che vive a Gaza.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Hanan Ashrawi smentisce l’affermazione secondo cui si è dimessa per la collusione tra PA e Israele

Ali Abunimah

9 dicembre 2020 – Electronic Intifada

Hanan Ashrawi ha messo a tacere le informazioni secondo cui si è dimessa dal Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per protestare contro la ripresa esplicita dell’Autorità Nazionale Palestinese del “coordinamento della sicurezza” con l’esercito di occupazione israeliano il mese scorso.

All’inizio di questa settimana i media, che citano fonti anonime, hanno affermato che Ashrawi si è dimessa perché si oppone alla collaborazione per la sicurezza con Israele.

Mercoledì, tuttavia, l’OLP ha pubblicato una traduzione in inglese della lettera di Ashrawi, in cui presenta le sue dimissioni al leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, seguita da una sua dichiarazione.

Nella lettera del 26 novembre Ashrawi dice ad Abbas che “con la presente metto a tua disposizione le mie dimissioni, in attesa che tu le accetti entro la fine di quest’anno”.

La lettera offre solo ragioni vaghe e generiche di questa decisione.

“Il problema in questo momento non è una decisione personale o professionale”, scrive Ashrawi. “Piuttosto, ha a che fare con la situazione attuale e il futuro della Palestina, e con la necessità del ricambio di autorità e responsabilità”.

Non fa alcun accenno al “coordinamento per la sicurezza”, la politica in base alla quale le forze dell’ANP aiutano e spalleggiano l’esercito e le agenzie di intelligence israeliani nella repressione della resistenza palestinese all’occupazione israeliana.

“Ingannevole e irresponsabile”

Nella dichiarazione che accompagna la lettera, Ashrawi afferma di aver incontrato Abbas il 24 novembre per una “discussione schietta e amichevole in cui l’ho informato della mia decisione di dimettermi dal Comitato Esecutivo a partire dalla fine dell’anno”.

Ashrawi aggiunge di aver chiesto di mantenere segrete le sue dimissioni “fino a quando non saranno concluse tutte le misure necessarie”, anche se non specifica che tipo di misure per le dimissioni richiederebbe più di un mese.

Ashrawi dice di essere stata in contatto con Abbas in seguito alle notizie dei media sulle sue dimissioni e di aver acconsentito alla divulgazione ufficiale della sua lettera.

Era evidentemente arrabbiata per la fuga di notizie che affermavano erroneamente che stava protestando contro la rinnovata collaborazione dell’Autorità Nazionale Palestinese con l’esercito israeliano.

“Purtroppo la notizia delle mie dimissioni è trapelata da ‘fonti autorevoli’ in modo fuorviante e irresponsabile, il che ha portato a congetture e voci,” afferma.

Ashrawi dice che Abbas ha rinviato la decisione sull’accoglimento delle sue dimissioni, aggiungendo che, quanto a lei, le considera “in vigore”. (Aggiornamento: mercoledì sera Abbas ha accettato le dimissioni di Ashrawi.)

Il suo comunicato sollecita la “riforma” dell’OLP e chiede “rinnovamento e rinvigorimento” del sistema politico palestinese “con l’inclusione di giovani, donne e altri professionisti qualificati.”

Tuttavia non è chiaro perché Ashrawi abbia scelto questo momento per dimettersi, dato che da decenni la caratteristica distintiva dell’OLP è stata l’esclusione antidemocratica del popolo palestinese dal processo decisionale.

Statura internazionale

Il Comitato Esecutivo dell’OLP, ufficialmente il più alto organo esecutivo dei palestinesi, è scelto dal Consiglio nazionale palestinese, un organo legislativo non eletto che si riunisce raramente ed è di fatto controllato da Abbas e dai suoi fedeli.

Ashrawi è stata nominata nel Comitato esecutivo dell’OLP nel 2009 e di nuovo nel 2018, anno in cui Abbas l’ha messa a capo del dipartimento di “diplomazia pubblica” dell’OLP.

Ashrawi ha acquisito importanza internazionale come portavoce della delegazione palestinese alla conferenza di Madrid del 1991, che ha avviato il cosiddetto processo di pace.

In precedenza docente alla Birzeit University, Ashrawi ha mantenuto una notevole reputazione internazionale come sostenitrice della causa palestinese – un ruolo in contraddizione con il fatto che lei è stata parte integrante del regime di occupazione permanente e apartheid cementato dagli accordi di Oslo firmati dall’OLP e da Israele all’inizio degli anni ’90.

Ashrawi è stata eletta nel Consiglio Legislativo dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 1996.

Dal 1996 al 1998 è stata ministra dell’Istruzione Superiore dell’Autorità Nazionale Palestinese sotto Yasser Arafat, ma si è dimessa per quello che ha definito il modo improprio in cui sono state gestite le accuse di corruzione.

Nel 2006, Ashrawi ha partecipato alle elezioni legislative palestinesi con la lista “Terza Via” insieme a Salam Fayyad.

Anche se il loro partito ha ottenuto solo il 2,41% dei voti, Abbas ha nominato primo ministro Fayyad dopo che elementi allineati con Abbas sostenuti dagli Stati Uniti hanno organizzato un colpo di stato contro i vincitori delle elezioni, la lista “Cambiamento e Riforma” di Hamas.

Quel colpo di stato è riuscito in Cisgiordania ma è fallito a Gaza, da cui nel 2007 sono state espulse le milizie palestinesi sostenute dagli Stati Uniti, lasciando il controllo del governo interno di Gaza ad Hamas.

Dimissioni ripetute

L’ultima mossa di Ashrawi è destinata a essere vista con un certo scetticismo poiché si inserisce in un lungo schema tra gli alti funzionari dell’OLP che si potrebbe definire “dimissioni a porte girevoli”.

Una persona che si è “dimessa” in innumerevoli occasioni è stato Saeb Erekat, il negoziatore di lunga data dell’OLP morto il mese scorso.

Anche Abbas si è dimesso o ha minacciato di farlo in numerose occasioni.

Mercoledì, in un video a commento delle sue dimissioni, Ashrawi afferma: “La verità è che, come tutti sanno, non ho mai chiesto una posizione ufficiale né alcun privilegio.”

Ciò è del tutto coerente con il linguaggio che Ashrawi usò 25 anni fa nel suo libro This Side of Peace [Questo lato della pace], in cui afferma: “Personalmente non aspiro a una posizione e non mi sono impegnata per ottenere potere o benefici. Non voglio niente … non voglio nessun posto ufficiale.”

Eppure dal 1991 Ashrawi ha accettato ripetutamente incarichi ufficiali.

Il professore della Columbia University Joseph Massad fu uno dei primi ad osservare questa tendenza.

In un saggio del 1997 (ripubblicato nel suo libro del 2006 The Persistence of the Palestinian Question [La persistenza della questione palestinese]), Massad indica un certo numero di intellettuali palestinesi, tra cui Ashrawi ed Erekat, che “prima di Oslo minacciavano di dimettersi dalle loro posizioni per protestare contro le concessioni dell’OLP”, ma in seguito hanno continuato a ricoprire incarichi ministeriali nell’ANP.

Negli anni ’90 Ashrawi dichiarò ripetutamente che non avrebbe accettato alcun incarico ufficiale, insistendo in un’occasione sul fatto che il suo rifiuto era “una questione di coscienza e convinzione”.

“Tuttavia la sua successiva accettazione di una posizione ministeriale, “osserva Massad in modo caustico, “dimostra le tendenze mutevoli che la sua coscienza e convinzione subiscono continuamente”.

Resta da vedere se queste saranno le dimissioni definitive di Ashrawi.

Ma, come attestano i precedenti di importanti politici palestinesi, raramente c’è stato un rapporto tra le dimissioni e l’effettiva rinuncia al potere o ai suoi inganni e alle sue trappole.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)