La dichiarazione di Trump su Gerusalemme dà ad Abbas un’occasione per smuovere la situazione

Amira Hass

9 dicembre 2017,Haaretz

Sfortunatamente, però, la dirigenza palestinese ha dimenticato come si operano dei cambiamenti

Il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale di Israele è un’occasione per la leadership palestinese di disfarsi dei modi sclerotizzati di pensare e agire che hanno reso quegli stessi leader incapaci di cambiamento.

Sarà sfruttata questa opportunità di intraprendere un processo interno di democratizzazione? In primo luogo per ripristinare i rapporti tra un élite palestinese non eletta che è stata al potere per diversi decenni e la popolazione (non solo in Cisgiordania e a Gaza ma anche nella diaspora palestinese)? La speranza è che venga usata per operare un cambiamento. La preoccupazione è che ciò non accada.

Quando la leadership palestinese si riprenderà dallo shock provocato dal cambiamento simbolico nella politica americana – simbolico, ma potenzialmente esplosivo -, dirà che si tratta di un problema pan-islamico, pan-arabo, o forse europeo. La leadership avrebbe ragione a dirlo, ovviamente. I leader diranno che i palestinesi sono l’anello più debole della catena e che non possono essere lasciati soli a trattare con il piromane della Casa Bianca.

La si potrebbe considerare anche in altri termini. Il cambiamento nella posizione americana consente ai leader palestinesi, guidati dal presidente Mahmoud Abbas, di operare cambiamenti che dimostrino al loro popolo di non aver scelto la via diplomatica che dipende dal coordinamento con Israele su economia e sicurezza solo per favorire i propri immediati interessi personali e economici – e quelli dei gruppi vicini alla leadership dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e di Fatah.

Una delle spiegazioni prevalenti del fatto che Abbas abbia ostinatamente evitato lo svolgimento di elezioni e che, all’interno della sua fazione di Fatah, le elezioni siano state stabilite e dettate dall’alto e in modo tale da non essere discusse pubblicamente, è il “tornaconto personale”. Per lo stesso motivo si sostiene che Abbas abbia evitato di apportare modifiche al suo gabinetto che avrebbero permesso al suo governo di essere rappresentativo delle varie organizzazioni politiche e non solo della propria.

Ripresisi dallo shock, Abbas e il suo gruppo diranno, giustamente, che il cambiamento nella posizione americana non riflette necessariamente il fallimento del percorso diplomatico palestinese, ma piuttosto l’inettitudine delle fazioni moderate all’interno del Partito Repubblicano statunitense.

Dopo tutto, il presidente Trump ha insultato tutti i musulmani, compresi quelli di Paesi i cui governi sono considerati alleati degli Stati Uniti, oltre ad attaccare il Vaticano e l’Europa. I leader palestinesi potranno dire che l’audacia di Trump, nel rompere le convenzioni internazionali, non si limita ad un ambito specifico.

Recentemente lui e la destra economica ed evangelica che [Trump] serve e rappresenta hanno ottenuto due importanti vittorie: un aumento dei profitti per le grandi aziende attraverso i tagli delle imposte per le imprese e una sentenza della Corte Suprema che ha permesso l’immediata applicazione del divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi musulmani. Di conseguenza, Abbas e i suoi soci diranno che non esiste alcun nesso tra la situazione interna palestinese e i tentativi della comunità internazionale di fare i conti con le politiche di Trump.

La via diplomatica – che implica il riconoscimento simbolico internazionale di uno Stato palestinese – è stata preparata lentamente, inclusi diversi risultati incoraggianti, come l’accettazione [della Palestina] in istituzioni internazionali e la firma di convenzioni internazionali. Ma poi il percorso è stato bloccato dagli Stati Uniti. La strada diplomatica ha fatto arrabbiare Israele, ma ora si è esaurita senza aver cambiato la realtà dei fatti: autonomia limitata per l’Autorità Nazionale Palestinese, divisa tra enclave separate, assolvendo nel contempo Israele nonostante le sue responsabilità di potenza occupante. I Paesi occidentali appongono tuttora il loro timbro di approvazione su una leadership palestinese non eletta e non amata a causa del suo impegno a tenere a freno la popolazione e a mantenerla calma nei confronti di Israele, e per la sua volontà di far finta che ci sia ancora un “processo” in corso per edificare uno Stato. Il rischio è che la mossa di Trump non faccia altro che sostenere la richiesta dell’Europa che Abbas e le sue forze di sicurezza continuino a tenere a bada il popolo palestinese in cambio del loro immutato riconoscimento di questa come leadership legittima.

Gli Stati Uniti, finanziatori molto generosi dell’UN Relief and Works Agency [(UNRWA, l’agenzia ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, ndt.] e delle forze di sicurezza palestinesi, hanno accettato la realtà delle enclave molto prima dell’arrivo di Trump. Questo era il messaggio dietro il finanziamento per lo sviluppo delle strade rurali, al posto di larghe e veloci autostrade, ma in questa operazione Israele ha bloccato l’accesso [alle campagne] dalle città e dai villaggi palestinesi a beneficio dei coloni ebrei della Cisgiordania.

I Paesi europei non sono esenti, tuttavia, da responsabilità nel favorire la realtà delle enclave, con le loro donazioni che in qualche modo mitigano la cronica crisi finanziaria causata dalle restrizioni israeliane. Ma quei Paesi hanno cercato e stanno cercando di aiutare i palestinesi a rimanere sulla loro terra, prendendo misure non ancora definitive per boicottare i prodotti delle colonie e dichiarando che l’Area C (che è sotto il pieno controllo israeliano) fa parte dello Stato palestinese. Sono almeno consapevoli del loro ruolo negativo nel sovvenzionare l’occupazione.

Non smetteranno certo di sovvenzionarla ora – attraverso l’assistenza umanitaria ai palestinesi – con il crescente senso di un’imminente catastrofe. Anche questo rafforzerà la logica di mantenere il governo di Abbas così come è adesso.

L’appello di Fatah, partito di Abbas, ai tre giorni di rabbia sulla questione di Gerusalemme senza apportare modifiche alla struttura interna [del potere] è una scommessa rischiosa. Mette in pericolo la vita e la salute di centinaia di giovani palestinesi, esponendoli ad arresti di massa, e tutto questo per niente. Per lo più, potrebbe invece dimostrare che il popolo palestinese non risponde agli appelli di Fatah e dell’Autorità Nazionale Palestinese poiché non si fida di loro. La popolazione agirà piuttosto quando e come vorrà.

Invece di perseguitare chiunque li critichi su Facebook e di mettere a tacere gli oppositori con una legge relativa a Internet, Abbas e le persone intorno a lui potrebbero iniziare a fare dei passi per rinnovare il sistema politico che hanno costruito con gli auspici degli accordi di Oslo. È difficile immaginare come potrebbe svolgersi tale processo, a causa della lunga sclerosi delle istituzioni dell’OLP e dell’Autorità Nazionale Palestinese. In ogni caso, richiederebbe l’inclusione e il coinvolgimento attivo di ampi settori della popolazione nelle fasi di ideazione e di azione, cosa che i leader di Fatah e dell’OLP hanno da tempo dimenticato di fare.

(traduzione di Luciana Galliano)




Trump, Gerusalemme e l’indifferenza araba verso la Palestina

Mariam Barghouti,

7 dicembre 2017, Al Jazeera

I palestinesi hanno provato un senso collettivo di ansia e rabbia quando il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riconoscono formalmente Gerusalemme come capitale di Israele e inizieranno il processo di trasferimento della loro ambasciata da Tel Aviv alla città.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è un altro doloroso colpo al morale palestinese poiché dimostra ancora una volta come le potenze internazionali agiscano senza accettare o riconoscere l’esistenza dei palestinesi, nonostante sia la popolazione che subisce il peso delle conseguenze.

Il problema della dichiarazione USA, tuttavia, non si basa sul riconoscimento e sull’affermazione in se’, ma sulla serie di eventi che hanno portato alla sua concretizzazione. È il culmine del fallimento internazionale nell’affrontare le violazioni di Israele dei diritti umani, il continuo sostegno degli Stati Uniti a Israele, l’incompetenza della leadership palestinese nel raggiungere soluzioni attraverso gli sforzi diplomatici e, più recentemente, la nuova amicizia che l’amministrazione statunitense sta costruendo con alcuni Stati arabi.

La storia si ripete.

Quest’anno – anno in cui Gerusalemme è riconosciuta dagli Stati Uniti come la capitale di Israele – segna anche 100 anni da quando Lord Balfour concesse al movimento politico sionista il diritto a una patria ebraica in Palestina. L’ultima decisione americana, quindi, riecheggia la stessa posizione secondo cui le potenze internazionali possono ignorare la popolazione indigena palestinese e il loro diritto all’autodeterminazione.

La dichiarazione di Balfour non solo dimostrò i pericoli di tali affermazioni unilaterali, ma provò anche che Israele le impiegherà per far avanzare il proprio programma coloniale. La dichiarazione del 1917 spianò la strada alla milizia sionista per radere al suolo i villaggi palestinesi e conquistare la terra palestinese, e oggi la dichiarazione di Trump legittima questa storia di violenza fornendo a Israele un costante sostegno.

Trump aveva ragione affermando che “Gerusalemme è la sede del moderno governo israeliano. È la sede del Parlamento israeliano, della Knesset e della Corte suprema israeliana. È la sede della residenza ufficiale del primo ministro e del presidente. È il quartier generale di molti ministri del governo”.

Gerusalemme è stata infatti considerata la capitale di Israele per decenni, anche se non ufficialmente. È per questo che il riconoscimento di Trump è stato reso possibile. Il lavoro preliminare era già in atto e così tutto ciò che ha portato fino a questo momento è la prova della bancarotta morale della comunità internazionale quando si tratta della situazione palestinese.

Il governo israeliano ha imposto un controllo assoluto e completo sulla popolazione palestinese a Gerusalemme, proprio come ha fatto in altre città e paesi palestinesi. I palestinesi gerosolimitani possiedono solo documenti di residenza, che possono essere revocati in qualsiasi momento; Israele demolisce continuamente case nei quartieri palestinesi con il pretesto che mancano di permessi, e i giovani palestinesi sono bersagliati in modo discriminatorio dalle forze israeliane.

Sono queste politiche israeliane, le stesse politiche contro cui i palestinesi hanno protestato per anni, che hanno messo a tacere le voci palestinesi così che Gerusalemme possa essere presentata di fatto come israeliana.

I leader arabi ignorano le grida dei palestinesi.

Ciò che è ancora più angosciante è che ciò non sarebbe stato possibile senza i compromessi raggiunti dalla leadership palestinese. La politica palestinese è stata segnata da rivalità tra fazioni, collaborazione sulla sicurezza con l’intelligence israeliana a spese dei palestinesi e una serie di concessioni sotto forma di accordi e trattati che non hanno mai incapsulato i fondamenti delle richieste palestinesi; giustizia, liberazione e dignità.

E mentre i palestinesi hanno ripetuto per decenni le loro richieste di autodeterminazione e diritti umani fondamentali, la comunità internazionale e la leadership palestinese li hanno ignorati intenzionalmente per perseguire un’altra agenda che ruota attorno ai negoziati. Ciò ha generato solo maggiore repressione e un netto aumento del numero di insediamenti colonici.

Oggi vediamo sia la comunità internazionale sia i leader arabi ignorare ancora una volta le grida palestinesi per la giustizia. Ciò è evidente nel discorso dominante dei leader globali e arabi. Esso ruota attorno alla paura di un’altra insurrezione, instabilità e protesta. Nella maggior parte dei discorsi e dei proclami non c’è una vera presa di posizione sulle radici dell’aberrazione imposta al popolo palestinese sotto forma di un’occupazione violenta.

La fissazione sulla possibile reazione dei palestinesi e della comunità araba come la ragione principale per opporsi a questa decisione oscura il fatto che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana si basa su violazioni e abusi dei diritti umani.

È l’amplificazione della “paura della reazione dei palestinesi / degli arabi” che può tragicamente rappresentare la cornice entro cui spingere verso ulteriori negoziati mentre gli stati arabi si affrettano a controllare il tumulto della protesta e gli Stati Uniti spingono la loro visione di una pace che è solo una facciata per dare a Israele ciò che vuole; uno stato senza il fastidio dell’esistenza palestinese.

Così mentre i leader di tutto il mondo proclamano che questa mossa porterà alla fine dei colloqui di pace, della soluzione dei due Stati e di qualsiasi stabilità nella regione, la verità è che non c’è mai stata né pace né stabilità nei territori dall’inizio dell’occupazione israeliana.

Il discorso degli Stati arabi indica anche l’insincerità nel volere raggiungere una vera soluzione nella regione, soluzione che dovrebbe ritenere Israele responsabile dei suoi crimini e fornire ai palestinesi i loro pieni diritti. Ciò è particolarmente vero mentre si diffonde l’ondata di condanne contro la decisione.

I palestinesi hanno memorizzato questo scenario e la realtà che nessuna azione farà seguito. La verità è che gli Stati Uniti hanno un programma che è allineato con gli interessi israeliani e gli Stati arabi hanno fatto amicizia con l’amministrazione Trump, limitando ogni azione.

Proprio questa estate, abbiamo assistito ai palestinesi che protestavano contro le misure israeliane nella moschea al-Aqsa. Anche allora ci furono condanne e proteste da parte degli Stati arabi e dei paesi internazionali. Tuttavia, questo approccio sintomatico e simbolico continuerà solo a rafforzare l’occupazione e l’espropriazione di Israele della terra palestinese.

Tra le righe del discorso di Trump di mercoledì si intravvede il messaggio di Israele alla comunità globale. Esso predice che se commetti abbastanza crimini mentre reciti una storia al mondo, otterrai ciò che vuoi e te la caverai.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione di Angelo Stefanini)




Nella Striscia di Gaza vi sono timide speranze

  • 29 novembre 2017, The Independent

    Robert Piper

    La popolazione civile di Gaza sarà in ultima analisi quella che garantirà qualunque transizione reale e che la proteggerà da chi la vuole boicottare, ma ha bisogno di qualcosa che valga la pena di essere protetta e si dispera per qualche [piccolo] sostegno.

Nelle settimane passate i primi segnali che l’isolamento di Gaza finalmente sarebbe giunto al termine ha prodotto una debole speranza in una popolazione civile diffidente ed esausta. Il primo dicembre sarà una data storica per i negoziati iniziati a metà ottobre tra i due maggiori partiti politici palestinesi, Fatah e Hamas, con lo scopo del ritorno a Gaza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), guidato da Mahmoud Abbas, dopo 10 anni di assenza.

L’accordo del 12 ottobre con la mediazione egiziana ha colto di sorpresa molti osservatori. Non tratta la questione di come Hamas verrà disarmata né molte altri difficili problemi. Ma il primo passo deve riguardare le pessime condizioni di vita di due milioni di civili gazawi che vivono con poca energia elettrica, acqua o scarse prospettive per il futuro.

È ora che gli interessi dei cittadini sfiniti di Gaza abbiano finalmente la priorità rispetto a molti altri programmi in gioco.

Solamente a poche centinaia di chilometri dai confini dell’Europa e a 50 km da Tel Aviv, nella Striscia di Gaza due milioni di palestinesi vivono una precaria esistenza. Dieci anni fa Gaza è stata condannata all’isolamento, dopo la violenta presa del potere della Striscia da parte di Hamas, l’espulsione dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’imposizione da parte di Israele di severe restrizioni intorno a Gaza. Nel decennio successivo gli abitanti di Gaza sono stati più volte coinvolti in vari conflitti – tra i due maggiori partiti palestinesi, Hamas e Fatah, per il controllo della Striscia e tra Hamas e Israele, sfociati periodicamente in ostilità aperta. Sono anche stati coinvolti [dal conflitto] tra Hamas e l’Egitto, con le sue preoccupazioni per la sicurezza del Sinai e dalla grande cautela in merito ai 12 km di confine in comune, e tra Hamas e i donatori internazionali, la cui legislazione anti terrorismo pone dei limiti al genere di aiuti che possono essere inviati a Gaza.

Ciascuno di questi conflitti ha, in un modo o in un altro, prodotto un’ulteriore sofferenza ai civili e una graduale “decrescita” dell’economia gazawi. In questo periodo la disoccupazione è salita dal 30 al 42% .IL delicato bacino acquifero di acqua sorgiva è stato eccessivamente sfruttato ed è divenuto non potabile al 96%. L’offerta di energia elettrica si è aggirata intorno alle 8-12 ore al giorno ed è crollata alle 2-3 ore all’inizio di quest’anno dopo che le tensioni tra Hamas e Fatah sono arrivate al loro apice. I giovani hanno perso ogni speranza dal momento che la disoccupazione giovanile è arrivata al 65%. Un’ infrastruttura sanitaria precaria ha visto in meno di 10 anni il tasso di sopravvivenza del cancro al seno cadere dal 59 al 46%.

Ma queste cifre non colgono l’impatto meno tangibile di dieci anni di isolamento. Israele permette ogni giorno solo a pochi, principalmente malati, imprenditori e volontari l’ingresso e l’uscita da Gaza attraverso i suoi valichi. Il valico egiziano di Rafah raramente viene aperto, fino a ora solo per 30 giorni quest’anno. La marina israeliana pattuglia rigidamente le acque al di fuori della costa di Gaza. Il governo palestinese non si vede da nessuna parte.

Il sentimento prevalente tra i gazawi è quello di essere completamente in trappola. Con la continua presenza visibile di un ricco Paese dell’OCSE [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ndt.] pochi chilometri lungo la spiaggia, sotto forma di un impianto di desalinizzazione e di fornitura di energia nella città israeliana di Ashkelon che può produrre energia e acqua sufficienti da soddisfare ogni gazawi 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana e anche di più. I gazawi sognano di poter uscire per cure sanitarie, studio, funerali e per prendere una boccata di libertà.

In base agli accordi di ottobre i ministri dell’ANP con sede a Ramallah hanno cominciato a visitare regolarmente Gaza. Ai primi di novembre l’amministrazione dei valichi, dove si raccolgono le tasse, è stata trasferita da Hamas all’ANP. Da allora nelle [successive] settimane gli impiegati pubblici assunti prima del 2007 hanno cominciato a riprendere le loro precedenti mansioni. Azioni potenzialmente destabilizzanti da parte di sabotatori, quali il tentativo di assassinare il capo della sicurezza di Hamas oppure la scoperta di un altro tunnel costruito da militanti da Gaza per entrare in Israele, non sono stati in grado di ostacolare il processo [di riconciliazione].

Ma per l’uomo della strada gazawi da questo storico accordo non non è scaturito nessun cambiamento concreto. L’offerta di energia elettrica oggi si aggira tra le quattro e le sei ore al giorno. Gli ascensori ancora non funzionano in questa paesaggio urbano di grattacieli, eccetto quando qualcuno mette in funzione i generatori. Il valico di Rafah rimane praticamente chiuso, anche se è rimasto aperto l’altra settimana per pochi giorni. Centinaia di pazienti che hanno urgente bisogno di cure mediche fuori da Gaza, molti per una cura anti cancro, aspettano sia l’approvazione della sicurezza israeliana sia quella per il pagamento delle spese di Ramallah [cioè del governo dell’ANP, ndt.]. Una spedizione di medicinali mandata dall’ANP nella prima metà di novembre è stato il primo segnale concreto che l’aiuto potrebbe essere in arrivo.

Nelle prossime settimane verranno alcune fondamentali verifiche. Il prossimo problema urgente sarà chi pagherà i circa 40.000 impiegati di Gaza assunti fin dalla presa del potere del 2007 – migliaia di dottori, insegnanti, infermieri, ma anche tra loro poliziotti. Presumibilmente questioni sempre più complesse, quali l’integrazione nel lungo periodo degli impiegati pubblici pre e post 2007, le armi, le risorse militari di Hamas, i controlli della sicurezza, le elezioni, qualche forma di governo unitario, procederanno con difficoltà nei loro programmi. Nel frattempo le aspettative e le frustrazioni aumenteranno, con un maggior rischio [di fallimento] per il precario processo.

La popolazione civile di Gaza sarà in ultima analisi quella che garantirà qualunque cambiamento reale e che lo proteggerà da chi vi si oppone, ma ha bisogno di qualcosa che valga la pena di proteggere e si dispera per qualche [piccolo] sostegno. Primo, hanno bisogno della libertà di movimento per potere lasciare Gaza e ritornarci quando vogliono. Secondo, hanno bisogno di energia elettrica almeno 12 ore al giorno. Terzo, occorre ristabilire le indennità dei dipendenti della pubblica amministrazione e rendere stabili i salari, almeno per quegli impiegati che prestano davvero servizi e da cui la gente dipende.

Tutti questi provvedimenti richiedono una dirigenza palestinese, ma non può essere gestita solo dall’ ANP -Israele, Egitto e la comunità internazionale devono fare la loro parte. Infatti un alleggerimento delle restrizioni israeliane sulla movimentazione delle merci dentro e fuori Gaza è il prerequisito per rivitalizzare un’economia morta e darebbero un importante segnale alla gente di Gaza. In parole povere i colloqui al Cairo devono urgentemente tradursi in un miglioramento delle condizioni di Gaza.

Robert Piper is the UN Coordinator for Humanitarian Aid and Development Activities in the Occupied Palestinian Territory

Robert Piper è il Coordinatore degli Aiuti Umanitari e delle Attività di Sviluppo nei Territori Occupati Palestinesi delle Nazioni Unite. (UN Coordinator for Humanitarian Aid and Development Activities in the Occupied Palestinian Territory)

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

 

 

 

 




Hamas: il coordinamento per la sicurezza con Israele è la principale minaccia all’unità

Middle East Monitor

10 novembre 2017

Ieri Hamas ha detto che il coordinamento per la sicurezza tra l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed Israele danneggerà gli interessi nazionali palestinesi ed influenzerà negativamente le possibilità di promuovere una riconciliazione nazionale.

In una dichiarazione ufficiale il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, ha sottolineato che “Hamas è sorpreso dalla ripresa, da parte dell’ANP in Cisgiordania, del coordinamento e della cooperazione per la sicurezza con il nemico sionista, fatto che rappresenta il maggior pericolo per il popolo palestinese, la sua unità ed i suoi legittimi diritti, compreso il diritto a resistere all’occupazione.”

“Il coordinamento per la sicurezza dell’ANP pregiudica la reputazione del popolo palestinese, delle sue lotte e della sua storia”, ha aggiunto.

Barhoum ha chiamato il popolo palestinese a far pressione sull’ANP perché interrompa quelle che ha descritto come azioni “che danneggiano l’interesse nazionale”.

Ha sottolineato che l’ANP deve lavorare per assicurare che i colloqui per la riconciliazione abbiano successo e per promuovere il progetto nazionale palestinese.

Le osservazioni di Hamas sono giunte il giorno dopo che il capo della polizia dell’ANP Hazem Atallah ha comunicato che due settimane fa tutte le forze di sicurezza dell’ANP hanno completamente ristabilito la cooperazione per la sicurezza con Tel Aviv. “E’ per il nostro popolo, per la sicurezza del nostro popolo e per i diritti del nostro popolo”, ha detto.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva interrotto il coordinamento con Israele il 21 luglio, chiedendo che (Israele) rimuovesse i metal detector che aveva installato fuori dal complesso della moschea di Al-Aqsa. Secondo un sondaggio effettuato a settembre dal Centro palestinese di ricerca politica e statistica, circa il 73% dei palestinesi appoggiava la decisione di Abbas.

Di fronte a proteste di massa in tutto il mondo ed al rifiuto dei palestinesi di passare attraverso i metal detector, due settimane dopo Israele ha smantellato le barriere ed ha comunicato che avrebbe installato misure di sicurezza meno invasive. L’agenzia di informazioni Safa [che secondo Israele è legata ad Hamas, ndt.] ha riferito che all’inizio di questa settimana la polizia israeliana ha iniziato a sistemare telecamere ai cancelli della moschea di Al-Aqsa per controllare l’ingresso e l’uscita dei palestinesi dal luogo sacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Mettere in chiaro le cose su Yitzhak Rabin

Amira Hass

6 novembre 2017, Haaretz

L’assassinio dell’ex primo ministro nel 1995 non è la ragione principale per cui non è stato creato uno Stato palestinese – nonostante ciò che credeva Yasser Arafat.

Una delle assurde considerazioni che Yasser Arafat soleva fare – e che si possono ancora sentir dire oggi da alcuni dei suoi seguaci – era che, se Ygal Amir [estremista ebreo che uccise il primo ministro Rabin per aver firmato gli accordi di Oslo, ndtr.] non avesse assassinato il primo ministro Yitzhak Rabin nel 1995, il processo di Oslo sarebbe proseguito e sarebbe sfociato in una conclusione positiva: uno Stato palestinese accanto a Israele.

Arafat ed il suo entourage dovevano giustificare gli accordi di Oslo di fronte a se stessi ed al loro popolo. Dovevano scusarsi per i gravi errori che avevano fatto durante i negoziati (inizialmente in modo ingenuo e disattento, in seguito con un misto di ingenuità, negligenza, stupidità, incompetenza, debolezza, crescente impotenza, miopia e considerazioni personali legate alla sopravvivenza e alla corruzione).

La politica israeliana non era e non è formulata sulla base delle decisioni di una sola persona. E certamente non quando si tratta della questione fondamentale del nostro essere sionisti: cosa diavolo fare con questi arabi che si sono introdotti nella nostra patria ebraica. L’orgogliosa risposta sionista a questa domanda può essere trovata oggi nella realtà delle sovraffollate enclave palestinesi, ridotte al minimo dallo spazio ebraico affamato di proprietà immobiliari che dio ci ha promesso. Che egli esista o meno.

Una sola persona non può essere responsabile di questa comoda realtà – nemmeno i più maturi tra i nostri pensatori geopolitici, Shimon Peres o Ariel Sharon, o Shlomo Moskowitz, che dal 1988 al 2013 è stato a capo del supremo comitato di programmazione dell’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano dei territori palestinesi occupati, ndtr.], che ha consolidato la pianificazione dell’apartheid in Cisgiordania.

Per dare forma alla realtà delle enclave c’è stato bisogno di un’intera rete di ideologi, generali, avvocati, ufficiali, architetti, rabbini, politici, geografi, storici, imprenditori e molti altri ancora. Perciò una sola persona non è sufficiente a fermare una politica impostata da una rete ben determinata e pienamente coordinata. Nemmeno Rabin – nemmeno ipotizzando per un momento che si sia reso conto che un accordo logico avrebbe potuto basarsi solamente su uno Stato palestinese contiguo.

E’ vero, Rabin definì i coloni sulle Alture del Golan “repulsivi”, ma disse anche che si augurava che Gaza affogasse nel mare. Ha anche fatto un ottimo lavoro definendo le aspettative di Israele nei confronti del suo subappaltatore palestinese, quando affermò che l’Autorità Nazionale Palestinese doveva governare senza l’Alta Corte di Giustizia [israeliana] e senza l’associazione [israeliana] per i diritti umani B’Tselem. E poi, più importanti delle sue affermazioni politicamente scorrette, ci sono i fatti sul terreno, avvenuti ancor prima del suo assassinio.

E queste sono le fondamenta della realtà delle enclave – che sono il contrario di uno Stato: separazione della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania; separazione di Gerusalemme est dal resto dell’area palestinese; Area C [circa il 60% del territorio della Cisgiordania, in cui si trovano le principali risorse naturali e, in base agli accordi di Oslo, sotto completo controllo israeliano, ndtr.]; una leadership palestinese indebolita; rafforzamento delle colonie e dei coloni; due sistemi giuridici ineguali – uno per gli ebrei ed uno per i palestinesi; uso del pretesto della sicurezza come strumento di colonizzazione. Questa è una realtà che non può essere costruita in un giorno.

All’epoca di Rabin il blocco della Striscia di Gaza – cioè il regime che iniziò a vietare la libertà di movimento – divenne sempre più rigido. Gli studenti non potevano ritornare nella Striscia di Gaza dopo i loro studi. E poi, improvvisamente, egli concesse di tornare solo agli studenti di Bir Zeit. Alla domanda del perché solo loro, rispose (secondo quanto mi riferì all’epoca un membro del comitato di contatto palestinese): “Quando Arafat mi ha chiesto di permettere agli studenti di tornare, ha nominato solo l’università di Bir Zeit.”

Rabin sostenne la costruzione di una rete di strade di collegamento in Cisgiordania – una condizione importante per attrarre nuovi coloni e per spezzare la contiguità geografica palestinese, rafforzando la fase transitoria [degli accordi di Oslo, ndtr.] in cambio di rendere inutile la fase dello Stato palestinese.

Marwan Barghouti, con un tipico insieme di incredulità e serietà, mi raccontò la seguente conversazione tra Rabin ed Arafat:

Rabin: “Ma come faranno i coloni ad andare a casa nella fase transitoria se non dispongono di strade separate?”

Arafat: “Sono i benvenuti se attraversano le nostre città.”

Rabin: “Ma se qualcuno farà loro del male, noi interromperemo i negoziati e il ridispiegamento.”

Arafat: “Dio non voglia! Ok, allora costruite le strade.”

In qualità di primo ministro e ministro della Difesa, Rabin punì i palestinesi di Hebron per il massacro perpetrato contro di loro da Baruch Goldstein [autore del massacro di 29 palestinesi ed il ferimento di altri 125 ch pregavano nella moschea della Tomba dei Patriarchi, ndtr.] nel 1994. L’esercito, sotto il suo controllo, impose ai palestinesi draconiane restrizioni di movimento– che nel tempo non fecero che peggiorare – e si rese responsabile dell’espulsione dei palestinesi residenti dal centro della città. Rabin fu colui che rifiutò di evacuare i coloni di Hebron dopo il massacro.

Durante il suo mandato come primo ministro iniziò segretamente a Gerusalemme – come di consueto, senza alcuna dichiarazione ufficiale – la silenziosa politica di espulsione (attraverso la revoca dello stato di residenti ai palestinesi nati a Gerusalemme). La lotta contro ciò iniziò solamente dopo che le prove divennero evidenti, nel 1996. La divisione artificiale della Cisgiordania nelle aree A, B e C come guida per il graduale ridispiegamento dell’esercito venne imposta nel corso dei negoziati per l’Accordo Transitorio, firmato nel settembre 1995.

E’ impossibile sapere se Rabin collaborò a quel diabolico inganno, attraverso il quale, sotto le spoglie di un processo graduale e per ragioni di sicurezza, Israele si riservò l’area C come terra per gli ebrei. Ma è stato lui a coniare la frase “Non esistono scadenze sacre”, relativamente all’applicazione degli Accordi di Oslo.

L’assassino riuscì così bene nella sua impresa perché, contrariamente alla propaganda di destra, il governo guidato dai laburisti non aveva intenzione di spezzare il cordone ombelicale con cui era legato ai suoi metodi e obiettivi colonialisti. La disputa con gli oppositori del Likud  non fu mai sui principi, ma solo sul numero e sulla dimensione dei bantustan da riservare ai palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




I carcerieri incatenati di Gaza

Amira Hass

7 novembre 2017, Haaretz

Gli israeliani si rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi siamo i carcerieri.

Ho visto gazawi felici. Un giornalista di Kan, l’emittente pubblica israeliana, alcuni giorni fa è andato al checkpoint di Erez, ha sbattuto un microfono e una telecamera in faccia agli abitanti della Striscia di Gaza e li ha stimolati a sospirare di sollievo. Fantastico! Il posto di controllo di Hamas dal lato di Gaza è stato tolto e il barbuto personale di sicurezza non ci ha interrogati.

L’impressione che si ricava dal servizio televisivo e da un precedente reportage su Haaretz è che l’unico ostacolo che affrontano quelli che vogliono lasciare Gaza sia Hamas, ma ci sono alcune domande che non sono state fatte ai gazawi sul confine, insieme alle risposte che ne sarebbero seguite:

D. Adesso, dopo la rimozione dei posti di blocco di Hamas, chiunque voglia lasciare Gaza può farlo? R. Stai scherzando? Dal 1991 noi possiamo andarcene solo con l’autorizzazione di Israele.

D. Quanto dura il periodo di attesa per un permesso di uscita israeliano? R. Circa 50 giorni. A volte solo un intervento legale da parte di un’organizzazione israeliana come il ‘Centro legale Gisha per la libertà di movimento’ o ‘Medici per i diritti umani’ può far ottenere un permesso.

D. Quali sono gli strumenti di controllo al checkpoint israeliano? R. Uno scanner girevole, istruzioni gridate con i megafoni, a volte una perquisizione personale.

D. Che cosa vi è consentito portare? R. Non si possono portare computer portatili, panini, valigie con le ruote o deodoranti.

D. Oltre a quelli della Jihad islamica e di Hamas, a chi è vietato uscire? R. La maggior parte della gente non può uscire. La figlia di un mio vicino è stata in cura a Gerusalemme negli scorsi nove mesi e lui sta ancora aspettando un permesso per andare a visitarla. Lo stesso vale per tre amici che hanno avuto bisogno di un esame medico di controllo l’anno scorso. Giovani che vorrebbero studiare in Cisgiordania non possono farlo perché Israele non glielo consente. Circa 300 studenti che hanno avuto la possibilità di studiare all’estero stanno aspettando un permesso ed il loro visto è a rischio.

D. Sei stato interrogato dal servizio di sicurezza (interno) israeliano Shin Bet? R. Non oggi. Ma a volte arriviamo al checkpoint e ci prendono da parte, ci fanno sedere su una sedia per un giorno intero ed alla fine ci fanno alcune domande sui vicini di casa, per 10 minuti, o ci mandano a casa senza farci domande. E’ così che perdiamo un appuntamento all’ospedale o un incontro di lavoro.

Gli israeliani rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi ne siamo i carcerieri. Ecco perché essi [gli israeliani] sono incatenati dalla loro volontaria ignoranza. Riferire sulla situazione viene facilmente trasformato in propaganda ad uso dei politici. D’altro lato, le omissioni e le distorsioni negli articoli scritti dai dirigenti che fanno politica sono un fatto naturale. Come ad esempio l’articolo scritto dal Coordinatore delle attività governative nei territori [il governo militare israeliano sui territori palestinesi occupati, ndt], general maggiore Yoav Mordechai e da due suoi colleghi, pubblicato la scorsa settimana sul sito web dell’Istituto di Studi per la sicurezza nazionale.

Le omissioni e le distorsioni sono rivolte al pubblico in generale. Per esempio, l’articolo afferma: “Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza con la forza.” Invece, il quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione Europea) e Fatah hanno agito in vari modi aggressivi per ribaltare i risultati delle elezioni democratiche per il Consiglio Legislativo Palestinese nel 2006, che Hamas aveva vinto.

“Hamas è diventato il potere sovrano”, hanno scritto Mordechai ed i suoi colleghi. Il potere sovrano? Anche se è Israele a controllare le frontiere, gli spazi aerei e marittimi ed il registro della popolazione palestinese? “Il governo di Hamas si sta indebolendo a causa della sua responsabilità relativamente all’impoverimento e alla disoccupazione.” I lettori che leggono questa frase nell’articolo hanno già dimenticato una precedente affermazione: “La situazione dei cittadini di Gaza è enormemente peggiorata dal 2007, soprattutto a causa delle restrizioni imposte alla Striscia da Israele (in termini di possibilità di muoversi da e per l’area ed in termini di attività economica).”

Gli autori del rapporto dell’Ufficio del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori sono prigionieri della loro stessa posizione. Il COGAT impone rigorosamente queste restrizioni e le ha rese ancor più rigide. Gli autori mettono in guardia nell’articolo sulla prospettiva di un peggioramento della situazione, sia economicamente che psicologicamente, ma da ciò non consegue un coraggioso richiamo ai politici perché rimuovano i divieti al movimento della popolazione, delle materie prime e della produzione locale.

Gli autori suggeriscono al governo che sarebbe preferibile permettere che il processo di riconciliazione interna palestinese vada avanti. Ed invitano coraggiosamente i gentili [cioè i non ebrei, ndt] a finanziare la ricostruzione di ciò che Israele ha distrutto e sta distruggendo. Dopotutto, è ciò che essi hanno fatto dal 1993 – inviando un fiume di denaro per evitare un deterioramento ancor peggiore e per mantenere uno status quo conveniente ad Israele. E’ giunto il momento che i gentili utilizzino quei soldi come pressione politica che costringa Israele a ripristinare la libertà di movimento per i palestinesi a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Le pressioni USA fanno naufragare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Shlomi Eldar

30 ottobre 2017,Al-Monitor

SINTESI DELL’ARTICOLO

Pressioni esercitate dall’amministrazione Trump hanno provocato la sospensione da parte di Netanyahu della sua “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Il 29 ottobre il comitato ministeriale della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] sulle proposte di legge avrebbe dovuto approvare la proposta di legge nota come “Legge per una Gerusalemme Più Grande”, che avrebbe annesso a Gerusalemme le colonie di Maale Adumim, Givat Zeev, Beitar Illit e del blocco di Etzion (compresa Efrat), in Cisgiordania. Circa 150.000 israeliani vivono in quelle città e consigli locali.

L’idea di annettere colonie israeliane adiacenti ai confini della municipalità di Gerusalemme per aumentare la popolazione della città e garantirne la maggioranza ebraica ha circolato per decenni. Nel 2007 il parlamentare del Likud  Yisrael Katz portò avanti un simile progetto, che non è mai decollato a causa delle preoccupazioni per le dure reazioni internazionali e dei palestinesi.

La preoccupazione che gli ebrei non costituiranno più una maggioranza nella capitale israeliana entro meno di un decennio – a causa sia della crescita demografica dei palestinesi che vivono a Gerusalemme est, sia dell’emigrazione di ebrei israeliani laici dalla città – nel febbraio 2016 ha portato l’ex ministro Haim Ramon a lanciare un movimento d’opinione per “salvare la Gerusalemme ebraica”. Il gruppo era composto da un gran numero di esperti della difesa, di accademici e di attivisti di sinistra e del centro. Prima dei festeggiamenti annuali della “Giornata di Gerusalemme” del 2016, il movimento ha lanciato una vasta campagna pubblica per mettere in guardia gli israeliani indifferenti che, se non fossero state prese presto iniziative preventive, si sarebbero “svegliati con una maggioranza palestinese a Gerusalemme”.

La campagna ha fatto ricorso a varie tattiche intimidatorie, compreso persino un video di Hamas che mostrava incitamenti all’odio contro gli ebrei postati sulle reti sociali. Tuttavia i suoi toni esasperati quasi razzisti portarono importanti sostenitori dell’iniziativa, come l’ex capo dell’agenzia di sicurezza Shin Bet Ami Ayalon, ad andarsene.

In luglio il presidente di HaBayit HaYehudi [“La casa ebraica” il partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Naftali Bennett ha presentato una sua proposta di legge – la “Legge per una Gerusalemme unificata” – che ha proposto al voto della Knesset. Questa proposta era già stata approvata il 18 giugno dal comitato ministeriale per le proposte di legge. La legge stabiliva che sia necessaria una maggioranza speciale di 80 membri della Knesset (su 120) per dividere la capitale tra la parte occidentale, ebrea, e una parte est prevalentemente palestinese. La Knesset ha votato 51 a 42 per approvare la legge in prima lettura.

Tuttavia il primo ministro Benjamin Netanyahu non voleva essere da meno rispetto al suo nemico politico Bennett per il titolo di maggior difensore di Gerusalemme, soprattutto dopo il fiasco di luglio riguardo ai metal detector che Israele ha piazzato alle entrate del complesso del Monte del Tempio e poi è stato obbligato a rimuovere in seguito alle pressioni internazionali. Il primo ministro ha deciso di appoggiare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande” stilata da un parlamentare del suo stesso partito, Yoav Kish, che era stata lasciata da parte per mesi, insieme ad una legge simile proposta da Yehuda Glick, un altro parlamentare del Likud.

La proposta di Kish gode del sostegno del ministro dei Trasporti Yisrael Katz, considerato uno dei più moderati e pragmatici parlamentari del Likud e un rivale di Netanyahu, dei membri del partito HaBayit HaYehudi e del partito di centro destra Kulanu.

Nell’introduzione della sua legge Kish ha scritto: “Il concetto di Gerusalemme come ‘eterna capitale’ di Israele è diventato sfumato, ha perso il suo valore simbolico.” Kish aggiunge che invece la questione della posizione di Gerusalemme è centrata su questioni demografiche e sulla determinazione dei palestinesi a controllare Gerusalemme ed i suoi luoghi santi. “Viene pertanto proposto che le comunità [ebraiche, ndt.] che circondano Gerusalemme siano annesse alla capitale. Ciò incrementerà la popolazione [ebraica, ndt.], consentirà di preservare l’equilibrio demografico e aggiungerà terre per la costruzione di case, zone commerci e turismo, conservando aree verdi.”

Come detto, il comitato ministeriale per le proposte di legge avrebbe dovuto approvare la legge il 29 ottobre e inviarla alla Knesset, dove probabilmente sarebbe passata con una larga maggioranza alla prima lettura. Ci sono pochi problemi più condivisi nel discorso pubblico israeliano, per non parlare della Knesset, che preservare una maggioranza ebraica a Gerusalemme. Tuttavia, dodici ore prima che i ministri si riunissero, l’ufficio del primo ministro ha annunciato che il voto sulla proposta di legge era posticipato a tempo indefinito. Il primo ministro aveva bloccato la sua presentazione.

Ci sono state pressioni americane, è chiaro,” ha detto a Al-Monitor una fonte anonima palestinese nella città cisgiordana di Ramallah. Quando i palestinesi hanno sentito che Netanyahu stava per portare avanti la “legge dell’annessione”, ha affermato la fonte, hanno inviato un messaggio a Jason Greenblatt, inviato per il Medio Oriente del presidente Donald Trump. Gli hanno detto che la mossa sancisce la fine di ogni possibile iniziativa diplomatica con Israele.

La reazione ufficiale palestinese è stata stranamente silenziosa. L’unica dirigente palestinese importante che ha espresso pubblicamente rabbia e condanna è stata Hanan Ashrawi, membro del Consiglio Esecutivo dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, principale organizzazione politica palestinese, ndt.]. “E’ un fatto indiscutibile che ogni colonia è un crimine di guerra in base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e una diretta violazione delle leggi e convenzioni internazionali, compresa la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 2334,” ha affermato nella sua dichiarazione. Tuttavia neppure il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas si è espresso contro la legge, salvo che per dare una risposta laconica quando gli è stato chiesto in proposito dai mezzi di comunicazione palestinesi.

La fonte palestinese ha detto ad Al-Monitor che gli americani hanno chiesto ai palestinesi di mantenere un basso profilo per consentire a Netanyahu di ritirare la legge, affermando che la diplomazia silenziosa era l’unico modo per raggiungere il risultato desiderato. Gli americani avevano ragione. La velocità con cui Greenblatt e il suo entourage hanno agito nei confronti di Netanyahu ha messo in chiaro ai palestinesi quanto l’amministrazione USA sia seria riguardo ai progressi dell’iniziativa di pace israelo-palestinese e ancor più quanto Netanyahu sia ansioso di evitare di irritare l’amministrazione Trump.

In quanto persona così preoccupata della sua immagine di guardiano di Gerusalemme, ci si sarebbe aspettati che Netanyahu ignorasse le ammonizioni americane e gli dicesse che il problema è una questione interna israeliana che riguarda confini municipali e che non costituisce in alcun modo una dichiarazione di sovranità su parti della Cisgiordania. Invece nell’incontro settimanale del Consiglio dei ministri egli ha detto ai suoi ministri che gli americani “volevano comprendere l’essenza della legge. Poiché ci siamo coordinati con loro fino ad ora, conviene (continuare a) parlare e coordinarci con loro. Stiamo lavorando per avanzare e sviluppare l’impresa di colonizzazione e non per promuovere altre considerazioni.”

Shlomi Eldar è un editorialista per “Israel Pulse” di Al-Monitor [Pulsazioni di Israele, sezione dedicata ad Israele del sito informativo con sede a Washington, ndt.]. Negli ultimi 20 anni si è occupato dell’Autorità Nazionale Palestinese e soprattutto della Striscia di Gaza per i canali israeliani 1 e 10, informando sulla comparsa di Hamas. Nel 2007 per questo lavoro ha ottenuto il premio Sokolov, il più importante riconoscimento israeliano per i media.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Da Motorola ad Ahava: La lista nera dell’ONU delle imprese che svolgono attività economiche nelle colonie israeliane.

Haaretz – 26 ottobre 2017

La lista nera di 25 imprese delle colonie pubblicata da un giornale israeliano comprende le Industrie Aerospaziali Israeliane (IAI), giganti delle telecomunicazioni, imprese tecnologiche internazionali, banche e persino [aziende] del caffè.

Un quotidiano israeliano ha rivelato i nomi di 25 imprese che potrebbero trovarsi su una lista nera delle Nazioni Unite per il fatto di svolgere attività economiche nelle colonie, in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La lista comprende le Israel Aerospace Industries [Industrie Aerospaziali Israeliane], le filiali israeliane di Motorola e di HP, l’impresa dei cosmetici del Mar Morto Ahahava, così come altre aziende, quali l’israeliana Banca Leumi o il fornitore di gas Paz.

In passato “Haaretz” ha scritto che circa 150 imprese in Israele e nel mondo avevano ricevuto dalla Comissione dei diritti umani delle Nazioni Unite una lettera che li metteva in guardia che stavano per essere aggiunte alla banca dati. All’espoca funzionari israeliani e diplomatici occidentali coinvolti nella questione [ne] hanno riferito a Barak Ravid di Haaretz [vedi zeitun.info].

Il funzionario israeliano, che ha chiesto di rimanere anonimo per la delicatezza della questione, ha detto che nella lettera spedita da Zeid Ra’ad Al Hussein [alto commissario ONU per i diritti umani, ndt.] c’era scritto che queste imprese svolgevano attività economiche nei “Territori palestinesi occupati” e si sarebbero così trovate sulla lista nera dell’ONU delle imprese che agiscono in violazione del “diritto nazionale e delle delibere delle Nazioni Unite”.

Il Washington Post ha scritto in agosto che tra le imprese americane che hanno ricevuto la lettera c’erano Caterpillar, Priceline.com, Trip Advisor e Airbnb. Secondo lo stesso rapporto, l’amministrazione Trump sta provando a lavorare con la Commissione dei diritti umani dell’ONU per impedire la pubblicazione della lista.

Giovedì [26], Yedioth Aharonoth [il quotidiano di destra più letto in Israele, ndt] ha rivelato i nomi di 25 di queste imprese israeliane, che si dice facciano parte di una lista parziale ottenuta dal giornale. Le imprese elencate spaziano da industrie della panificazione a istituzioni finanziarie, a imprese che forniscono energia a livello locale a ditte di cosmetici.

1. Ahava
2. Dor Alon
3. Amisragas
4. Angel Bakeries
5. Arison Investments
6. Ashdar
7. Cafe Cafe
8. Clal Industries
9. Cellcom
10. Danya Cebus
11. Electra
12. HP
13. HOT
14. Israel Aerospace Industries
15. Matrix systems
16. Motorola
17. Nesher
18. Partner
19. Paz
20. Rami Levy
21. Remax
22. Shikun & Binui (Housing & Construction Holding Company)
23. Shufersal
24. Bank Leumi
25. Sonol

Il Canale [televisivo] 2 israeliano ha riferito in passato che la lista comprende alcune delle maggiori imprese in Israele quali Teva, Bank Hapoalim, Bezeq, Elbit, Coca-Cola Israel, Africa-Israel, IDB, Egged, Mekorot e Netafim.

Un dipomatico occidentale, che ha chiesto anche lui di rimanere anonimo, ha detto all’epoca a Haaretz che delle 150 imprese, circa 30 erano americane e un certo numero apparteneva a Paesi quali la Germania, la Corea del Sud e la Norvegia. La metà rimanente è composta da imprese israeliane.

Alti funzionari israeliani hanno detto che gli israeliani temono il disinvestimento o una riduzione delle attività economiche imputabile al fatto che la lista nera sta già diventando una realtà. Hanno detto che l’ufficio degli affari strategici del ministero dell’Economia ha già avuto informazioni che alcune imprese che hanno ricevuto la lettera hanno risposto al responsabile della Commissione dei diritti umani che non intendono rinnovare i contratti o siglarne di nuovi in Israele.

Queste imprese semplicemente non possono fare una distinzione tra Israele e le colonie e stanno ponendo fine a tutte le loro attività”, ha detto l’alto funzionario israeliano. “Le imprese straniere non investiranno in qualcosa che puzza di problemi politici, ciò potrebbe aumentare vorticosamente.”

Come parte di un tentativo di sminuire il suo potenziale danno, Israele sta tentando di contattare e avere colloqui con le imprese straniere citate sulla lista, sottolineando che quanto scritto non è vincolante ed è irrilevante. Sta anche prendendo contatto con i governi stranieri, affermando che la lista equivale a sostenere il boicottaggio di Israele.

Funzionari britannici hanno detto giovedì che il Regno Unito si oppone fermamente a questo provvedimento e lo ritiene al di fuori delle competenze della Comissione dei diritti umani. “Gli obblighi in materia di diritti umani riguardano gli Stati e non gli individui o le imprese, che devono intraprendere liberamente le loro relazioni di affari; per questo non abbiamo nessun piano per predisporre un database dello stesso tipo. In fin dei conti è la decisione del singolo o di un’impresa se operare nei territori occupati palestinesi. Il governo britannico non incoraggia e non offre aiuto a una simile attività” hanno detto.

A marzo del 2017, la Comissione dei diritti umani a Ginevra ha votato una risoluzione presentata dall’Autorità Palestinese e dai Paesi arabi, secondo la quale la Comissione avrebbe creato un database delle imprese israeliane e internazionali che svolgono direttamente o indirettamente attività economica in Cisgiordania, a Gerusalemme Est o sulle Alture del Golan. La decisione è stata approvata nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti per ammorbidire il testo della risoluzione. Anche un tentativo del Regno Unito e dell’Europa di accordarsi con i palestinesi per far cadere la clausola della risoluzione che istituiva la lista nera in cambio dell’appoggio dei Paesi europei agli altri articoli, è fallito.

Barak Ravid ha contribuito agli antefatti di questo articolo.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

 




Hamas e Fatah devono cambiare per parlare a nome dei palestinesi

Ramzy Baroud

24 ottobre 2017, Ma’an News

L’accordo di riconciliazione siglato al Cairo il 12 ottobre tra i partiti palestinesi rivali, Hamas e Fatah non è stato un accordo di unità nazionale, almeno non ora. Perché quest’ultima si possa realizzare, il patto avrebbe dovuto rendere prioritari gli interessi del popolo palestinese al di sopra dei programmi di ogni fazione.

La crisi di leadership non è nuova in Palestina. Precede di decenni Fatah e Hamas.

Dalla distruzione della Palestina e dalla creazione di Israele nel 1948, e persino ancora più indietro nel tempo, i palestinesi si sono trovati vincolati al gioco delle potenze internazionali e regionali, senza essere in grado di controllare o persino di esercitare un’influenza [su di esse].

Il più grande risultato di Yasser Arafat, il defunto ed emblematico dirigente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), è stato sapere promuovere un’identità politica palestinese indipendente e un movimento nazionale di cui, sebbene ricevesse il sostegno degli arabi, non si è appropriato nessun particolare Paese arabo.

Gli accordi di Oslo, tuttavia, sono stati la fine di quel movimento. Gli storici potranno discutere se Arafat, l’OLP e Fatah il suo principale partito politico, non avessero nessun altra opzione se non impegnarsi nel cosiddetto “processo di pace”. Tuttavia, a posteriori, possiamo sicuramente sostenere che Oslo è stata la drastica cancellazione di ogni successo politico dei palestinesi, almeno dalla guerra del 1967.

Nonostante la sonora sconfitta dei Paesi arabi da parte di Israele e dei suoi potenti alleati occidentali in quella guerra, è nata la speranza di un nuovo inizio. Israele rivendicò Gerusalemme est, la Cisgiordania e Gaza ma, involontariamente, unificò i palestinesi come nazione, per quanto oppressa ed occupata.

Inoltre le profonde ferite sofferte dai Paesi arabi in conseguenza della disastrosa guerra, diedero ad Arafat e a Fatah l’opportunità di utilizzare i nuovi spazi che si erano aperti in conseguenza del ritiro arabo.

L’OLP, che in origine era gestita dal defunto presidente egiziano, Jamal Abdul Nasser, divenne un organismo esclusivamente palestinese. Fatah, che si era formato pochi anni prima della guerra, divenne il partito che ne prese il comando.

Quando Israele occupò il Libano nel 1982, il suo obiettivo era l’annientamento del movimento nazionale palestinese, specialmente da quando Arafat stava aprendo nuovi canali di dialogo, non soltanto con i Paesi musulmani e arabi, ma anche a livello internazionale. Le Nazioni Unite, insieme ad altre istituzioni internazionali, cominciarono a riconoscere i palestinesi non come rifugiati sfortunati bisognosi di assistenza, ma come un serio movimento nazionale che doveva essere ascoltato e rispettato.

A quel tempo, Israele era ossessionato dall’idea di impedire ad Arafat di trasformare l’OLP in un potenziale governo. Nel breve periodo Israele ottenne il suo principale obiettivo. Arafat fu mandato in Tunisia con la dirigenza del suo partito e gli altri combattenti dell’OLP vennero dispersi nel Medio Oriente, ancora una volta cadendo ostaggi dei capricci e delle priorità arabe.

Tra il 1982 e gli accordi di Oslo del 1993, Arafat combattè per mantenere una certa importanza. L’esilio dell’OLP divenne particolarmente evidente quando i palestinesi scatenarono la Prima Intifada (la rivolta del 1987). Una generazione totalmente rinnovata di dirigenti palestinesi cominciò a profilarsi; fu plasmata un’identità diversa, che venne concepita nelle prigioni israeliane e alimentata nelle strade di Gaza e Nablus. Più aumentavano i sacrifici e il numero di morti, più cresceva quel senso [di appartenenza] a un’identità collettiva.

Il tentativo dell’OLP di appropriarsi dell’Intifada fu una delle principali cause del perché la sollevazione alla fine si spense. La conferenza di Madrid nel 1991 fu la prima volta in cui i veri rappresentanti de popolo palestinese dei Territori Occupati avrebbero occupato una tribuna internazionale per parlare a nome dei palestinesi in patria.

Quel sostegno ebbe breve vita. Alla fine Arafat e Mahmoud Abbas (oggi il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese – ANP) negoziarono in segreto un accordo alternativo a Oslo. L’accordo mise ampiamente da parte l’ONU e permise agli Stati Uniti di reclamare la sua posizione di autoproclamato “ mediatore imparziale” in un “processo di pace” sponsorizzato dagli USA.

Mentre ad Arafat e alla fazione tunisina venne permesso di ritornare per governare i palestinesi sotto occupazione con un mandato limitato concesso dal governo e dall’esercito israeliani, la società palestinese cadde in uno dei suoi più dolorosi dilemmi dopo molti anni.

Mentre l’OLP , che rappresentava tutti i palestinesi, veniva messa da parte per fare spazio all’ANP, che rappresentava gli interessi solo di una fazione all’interno di Fatah in una ridotta zona autonoma, i palestinesi vennero divisi in gruppi.

Infatti, il 1994, che vide la nascita ufficiale dell’ANP, fu l’anno nel quale è realmente iniziato l’attuale conflitto palestinese. L’ANP, sotto la pressione di Israele e degli USA, represse i palestinesi oppositori di Oslo e che legittimamente respingevano il “processo di pace”.

La repressione coinvolse molti palestinesi che avevano avuto un ruolo di primo piano durante la Prima Intifada. La mossa di Israele funzionò alla perfezione. La dirigenza palestinese in esilio fu fatta ritornare per reprimere la dirigenza dell’Intifada, mentre Israele stava in disparte e assisteva al triste spettacolo.

Hamas, che era lui stesso un prodotto della Prima Intifada, si trovò a scontrarsi frontalmente con Arafat e la sua autorità. Per anni Hamas si è posizionato come maggior gruppo dell’opposizione che respingeva la normalizzazione con l’occupazione israeliana. Ciò conquistò ad Hamas un’ ampia popolarità tra i palestinesi, specialmente quando divenne chiaro che Oslo era stato un inganno e che il “processo di pace” stava andando verso un punto morto.

Quando Arafat morì, dopo avere passato anni a Ramallah sotto l’assedio dell’esercito israeliano, salì al potere Abbas. Tenendo presente che Abbas era la mente che stava dietro Oslo e della sua mancanza di carisma e di capacità dirigenziali, Hamas prese l’iniziativa con una manovra politica che si è dimostrata onerosa: partecipò alle elezioni legislative per l’ANP nel 2006. Peggio ancora, le vinse.

Emergendo come il principale partito politico in un’elezione che era in sé il risultato di un processo politico che Hamas aveva vigorosamente respinto per anni, Hamas divenne una vittima del proprio successo.

Come c’era da aspettarsi, Israele si mosse per punire i palestinesi. In seguito alle richieste ed alle pressioni degli USA, l’Europa fece lo stesso. Il governo di Hamas venne boicottato, Gaza venne sottoposta a un continuo bombardamento da parte di Israele e le casse palestinesi iniziarono a prosciugarsi.

Nell’estate del 2007 ne seguì una breve guerra civile tra Hamas e Fatah , con centinaia di morti e la separazione politica e amministrativa di Gaza dalla Cisgiordania.

Ufficialmente, i palestinesi hanno avuto due governi, ma nessun Stato. Che un promettente progetto di liberazione nazionale abbia abbandonato la liberazione e si sia concentrato principalmente a regolare i conti in sospeso [fra] le fazioni mentre milioni di palestinesi soffrivano l’assedio e l’occupazione militare e milioni ancor più soffrivano l’angoscia e l’umiliazione dello “shattat” – l’esilio dei rifugiati all’estero, è stata una beffa.

Molti tentativi sono stati fatti e sono falliti per riconciliare i due partiti negli ultimi 10 anni. Sono falliti principalmente perché, ancora una volta, i dirigenti palestinesi hanno affidato il processo decisionale alle potenze regionali e internazionali. L’epoca d’oro dell’OLP è stata sostituita dagli anni bui delle divisioni di fazione.

Tuttavia, il recente accordo di riconciliazione al Cairo non è il risultato di un nuovo impegno nei confronti del progetto nazionale palestinese. Sia Hamas che Fatah sono a corto di alternative. La loro politica regionale è stata un fallimento, e il loro programma politico ha smesso di essere convincente per i palestinesi, che si sentono orfani e abbandonati.

Perché l’unità Hamas -Fatah possa diventare una reale unità nazionale vanno cambiate completamente le priorità, in modo che gli interessi dei palestinesi, tutti, ovunque siano, divengano ancora una volta di primaria importanza, al di sopra degli interessi di una fazione o due, alla ricerca di una limitata legittimità, di una falsa sovranità e di sussidi americani.

Ramzy Baroud is an internationally syndicated columnist, author, and the founder of PalestineChronicle.com. His latest book is My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story.

Ramzy Baroud è un editorialista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com stimato a livello internazionale. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




La sorveglianza sui palestinesi e la lotta per i diritti digitali

Nadim Nashif

23 ottobre 2017, Al-Shabaka

Sintesi

La sorveglianza sui palestinesi è sempre stata parte integrante del progetto coloniale israeliano. Prima della creazione dello Stato di Israele, squadre del gruppo paramilitare sionista Haganah percorrevano i villaggi e le città palestinesi, raccogliendo informazioni sui residenti. Questo controllo sulle vite dei palestinesi è continuato dopo l’occupazione israeliana delle Alture del Golan, della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, nel 1967. Gli strumenti utilizzati comprendevano registri della popolazione, carte di identificazione, rilevamenti catastali, torri di controllo, incarcerazione e tortura.

Benché queste tecniche di controllo poco sofisticate siano ancora oggi in uso, una vasta gamma di nuove tecnologie, come il monitoraggio e l’intercettazione per telefono e via internet, la CCTV [televisione a circuito chiuso, ndt.] e la banca dati biometrici, ha messo in grado Israele di sorvegliare la popolazione sotto occupazione su scala massiccia e pervasiva. Israele utilizza in particolare i social media per monitorare ciò che i singoli palestinesi dicono e fanno e per raccogliere ed analizzare informazioni sui comportamenti della popolazione palestinese in generale.

In questo documento Nadim Nashif discute l’uso da parte di Israele dei social media come strumento di controllo dei palestinesi. (1) Prende in esame le tattiche israeliane e gli altri ostacoli digitali ai diritti dei palestinesi, inclusa la parzialità di Facebook a favore di Israele attraverso la censura e la mancanza di trasparenza, nonché la nuova legge sui crimini informatici dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Nashif conclude fornendo suggerimenti su come i palestinesi possono contrapporsi all’uso dei social media per la sorveglianza e proteggere i propri diritti informatici.

I social media come ambito di sorveglianza

L’esplosione di rabbia palestinese iniziata nell’ ottobre 2015 in risposta alle incursioni israeliane alla Moschea di Al-Aqsa ha rappresentato una nuova sfida per l’apparato di sicurezza israeliano. Storicamente, gli individui affiliati ai bracci militari delle fazioni palestinesi, come Fatah, Hamas e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, hanno condotto attacchi ai quali Israele ha risposto con la violenza, la distruzione e le punizioni collettive. Per esempio, Israele ha scatenato le sue ultime tre guerre nella Striscia di Gaza, nel 2009, 2012 e 2014, con il pretesto di fermare i lanci di razzi da parte di Hamas.

Questa volta, tuttavia, sono stati adolescenti palestinesi, molti dei quali non appartengono ad alcuna fazione politica o ala militare palestinese, a sferrare gli attacchi. Il governo israeliano ha accusato i social media per questa nuova tendenza e l’intelligence militare israeliana ha rafforzato il monitoraggio degli account dei social media palestinesi. In seguito a ciò, Israele ha arrestato 800 palestinesi a causa dei loro post sui social media, soprattutto su Facebook, la piattaforma più seguita dai palestinesi.

All’inizio di quest’anno Haaretz ha rivelato che questi arresti sono il risultato di un metodo poliziesco basato su algoritmi che creano profili di quelli che Israele vede come probabili attentatori palestinesi. Il programma monitora decine di migliaia di account Facebook di giovani palestinesi, cercando termini come shaheed (martire), Stato sionista, Al Quds (Gerusalemme) o Al Aqsa. Ricerca anche account che postano foto di palestinesi recentemente uccisi o imprigionati da Israele. Il sistema identifica quindi i “sospetti” basandosi su un possibile atto di violenza, piuttosto che su un attacco reale – o almeno su un piano per realizzare un attacco.[vedi zeitun.info]

Ogni profilo Facebook segnalato come sospetto dal sistema è un potenziale bersaglio di un arresto e la principale accusa di Israele alle persone arrestate è “incitamento alla violenza”. Poiché l’incitamento è definito in modo vago, il termine include tutte le forme di resistenza alle politiche ed alle pratiche israeliane. La “popolarità”, o il livello di influenza che una persona esercita sui social media, è un fattore che conta nella decisione di Israele di sporgere denuncia contro i palestinesi accusati di incitamento. Per esempio, più alto è il numero di ‘like’, di commenti e di condivisioni che ha un’utenza, maggiore è la possibilità che le persone vengano denunciate – e più lunga e pesante sarà la condanna.

L’intelligence israeliana inoltre crea falsi account Facebook per tracciare e ottenere accesso a profili Facebook per poter comunicare con palestinesi e ricavare informazioni private che altrimenti essi non condividerebbero. Nell’ottobre 2015, per esempio, parecchi attivisti palestinesi hanno riferito di aver ricevuto messaggi da account Facebook con nomi arabi e fotografie di bandiere palestinesi, che chiedevano i nomi dei palestinesi che partecipano alle proteste.

Inoltre Israele si introduce negli account Facebook per accedere ad informazioni private, come l’orientamento sessuale, le condizioni di salute e mentali e lo status coniugale e finanziario. Un veterano dell’Unità 8200, un corpo d’elite dell’intelligence dell’esercito israeliano, spesso paragonato all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale USA, ha testimoniato che questo materiale viene raccolto come mezzo di pressione. “Ogni informazione che possa consentire di ricattare una persona è considerata un’informazione rilevante”, ha detto. “ Sia che tale individuo abbia un certo orientamento sessuale, tradisca sua moglie o necessiti di cure in Israele o in Cisgiordania – è un bersaglio per essere ricattato.” L’intelligence israeliana ha preso di mira soprattutto palestinesi omosessuali, minacciando di pubblicare le loro foto intime per costringerli a collaborare con Israele.

Una simile intrusione nella vita privata dei palestinesi è resa possibile dal fatto che Israele occupa e controlla l’intera infrastruttura delle telecomunicazioni usata dalle compagnie e dai gestori del servizio di internet palestinesi. La mancanza di qualunque limitazione legale o etica sul punto fino al quale Israele può spingersi nella sorveglianza sui palestinesi nel 2014 ha addirittura portato 43 veterani dell’Unità 8200 ad inviare una lettera al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per contestare “il continuo controllo di milioni di persone ed un’intrusione profondamente invasiva in quasi tutti gli ambiti della vita.”

Il complesso militare industriale del Paese è uno strumento ancor più pervasivo per il controllo digitale sui palestinesi. Israele produce ed esporta un’enorme quantità di tecnologie di sicurezza militare e cibernetica. Secondo un rapporto del 2016 di ‘Privacy International’, una Ong che indaga sui controlli da parte del governo e sulle imprese che lo consentono, Israele è la sede di 27 imprese di sorveglianza – il più alto numero pro capite di tutti i Paesi del mondo. Nel 2014 le esportazioni israeliane di tecnologie di sicurezza informatica e di sorveglianza all’estero, come il monitoraggio di telefoni e internet, hanno superato le esportazioni di armamenti. Queste tecnologie sono state vendute a regimi autoritari e repressivi in Colombia, Kazakhstan, Messico, Sud Sudan, Emirati Arabi Uniti e Uzbekistan, tra gli altri.             

Ambigui legami tra l’esercito israeliano ed il settore tecnologico rafforzano l’importanza del Paese nell’industria della sorveglianza. I veterani dell’Unità 8200 hanno fondato alcune delle principali compagnie israeliane di sicurezza informatica, come le imprese Mer e NSO. I veterani trasferiscono le loro competenze militari e di intelligence sviluppate nell’unità di elite al settore privato, dove non ci sono ostacoli legali relativamente alla sovrapposizione tra industria militare e di sorveglianza.

Facebook: neutrale o di parte?

Facebook si pubblicizza come una piattaforma aperta, al servizio di tutti. Il fondatore e amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, ha detto recentemente: “Lavoro ogni giorno per unire le persone e creare una comunità per tutti. Speriamo di dare voce a tutto il popolo e di creare una piattaforma per tutte le idee.”

Gli affari del gigante dei social media con Israele mettono in discussione tale affermazione. Mentre Facebook ha dei chiari protocolli e meccanismi per le richieste da parte di governi di rimuovere contenuti, e addirittura pubblica un rapporto biennale delle richieste dei governi, l’azienda viene spesso criticata per la sua mancanza di trasparenza e le sue decisioni arbitrarie. Un’inchiesta del Guardian ha rivelato le norme riservate di Facebook per limitare argomenti relativi a violenze, discorsi di odio, terrorismo e razzismo – norme che dimostrano la sua parzialità a favore di Israele.

Per esempio, Facebook segnala i sionisti come “gruppo globalmente protetto”, il che significa che i contenuti che li attaccano devono essere rimossi. Un’altra regola spiega che “le persone non devono elogiare, sostenere o raffigurare un membro…di un’organizzazione terrorista, o di qualunque organizzazione che abbia lo scopo principale di intimidire una popolazione, un governo, o di usare violenza per resistere all’occupazione di uno Stato riconosciuto a livello internazionale.” Di conseguenza, Facebook ha censurato attivisti e giornalisti in territori oggetto di disputa, come Palestina, Kashmir, Crimea e Sahara occidentale. Secondo rapporti dei media, Facebook ha rivisto la definizione di terrorismo per includervi l’uso di violenza premeditata da parte di organizzazioni non governative “allo scopo di raggiungere un obiettivo politico, religioso o ideologico.” In ogni caso, la definizione permette di punire coloro che resistono all’occupazione e all’oppressione, mentre non include il terrorismo di Stato e la violenza inflitti ai palestinesi da parte di Israele.

Inoltre nel 2016 la ministra della Giustizia Ayelet Shaked ed il ministro della Pubblica Sicurezza Gilad Erdan hanno annunciato un accordo tra Israele e Facebook per creare delle squadre di monitoraggio e rimozione dei contenuti “che favoriscono l’incitamento [alla violenza]”.

Il direttore politico di Facebook, Simon Milner, nega l’esistenza di qualunque accordo speciale tra il suo datore di lavoro e Israele. Ha anche ribadito che tutti gli utenti di Facebook sono soggetti alle stesse politiche per la comunità di utilizzatori. Tuttavia un recente rapporto di Adalah [organizzazione per i diritti umani e centro legale per i diritti degli arabi in Israele, ndtr.] rivela che fin dalla seconda metà del 2015 l’ufficio del procuratore generale di Israele ha gestito un’unità informatica in collaborazione con Facebook e Twitter, per rimuovere contenuti online. Il resoconto finale annuale del 2016 dell’unità si fa vanto di aver trattato 2.241 casi e rimosso il contenuto in 1.554 di essi.

La collaborazione tra Israele e Facebook è dovuta probabilmente a molteplici ragioni. Anzitutto Israele ha una fiorente industria di alta tecnologia e rappresenta un lucroso mercato per Facebook. In secondo luogo, l’ufficio di Facebook a Tel Aviv rende la compagnia più soggetta all’influenza dei decisori israeliani. La nomina di Jordana Cutler, da lungo tempo principale consigliera di Netanyahu, a capo della politica e comunicazione di Facebook nell’ufficio israeliano è un caso emblematico.

Terzo, forse Facebook teme azioni legali. Nel 2015 un’organizzazione filoisraeliana, ‘Shurat HaDin-Israel Law Center’, ha intentato una causa contro Facebook negli Stati Uniti a nome di 20.000 querelanti israeliani, che accusavano la compagnia di “incitamento ed incoraggiamento alla violenza contro gli israeliani.” Il timore di Facebook di un’azione legale è espresso in un documento interno, che è trapelato, relativo ad un contenuto negazionista dell’Olocausto. Il documento spiega che Facebook semplicemente nasconderà o rimuoverà tale contenuto in quattro Paesi – Austria, Francia, Germania e Israele – per evitare cause legali.

Infine, benché Facebook neghi ogni discriminazione tra palestinesi ed israeliani, gli utenti palestinesi raccontano una storia diversa. Per esempio, poco dopo che una delegazione di Facebook aveva incontrato rappresentanti del governo israeliano nel settembre 2016, gli attivisti palestinesi hanno documentato interruzioni degli account personali su Facebook di giornalisti e di organizzazioni di informazione. Gli account di quattro giornalisti dell’agenzia di notizie palestinese Shehab e di tre giornalisti della rete Al Quds News sono stati chiusi. In seguito a proteste online e campagne con gli hashtag #FBCensorsPalestine e #FacebookCensorsPalestine, Facebook si è scusata per l’interruzione, spiegando che si era trattato di un errore.

La nuova legge sui crimini informatici dell’Autorità Nazionale Palestinese

Non è soltanto Israele a reprimere gli utenti palestinesi dei social media: lo fa anche l’ANP, per cassare opinioni politiche sfavorevoli o critiche verso la leadership palestinese. Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra la portata del controllo digitale israeliano e le violazioni della libertà di espressione online da parte dell’ANP. Mentre il controllo digitale globale di Israele fa di ogni palestinese un sospetto ed un bersaglio, l’ANP utilizza le informazioni condivise pubblicamente per prendere di mira il dissenso politico.

L’ANP ha recentemente approvato una legge che limita ancor di più la libertà dei palestinesi di esprimersi online. La controversa legge sui crimini informatici è stata firmata dal Presidente palestinese Mahmoud Abbas il 24 giugno 2017, senza alcuna consultazione pubblica con le organizzazioni della società civile palestinese o con i gestori dei servizi internet. E’ stata pubblicata con decreto presidenziale due settimane dopo la firma ed è entrata immediatamente in vigore.

Il pretesto della nuova legge è quello di combattere i reati informatici come l’estorsione per motivi sessuali, la frode fiscale e il furto di identità. Però l’utilizzo di termini vaghi come “armonia sociale”, “modalità pubbliche”, “sicurezza dello Stato” e “ordine pubblico” indica che la legge ha scopi differenti, in particolare eliminare la libertà di espressione online e reprimere ogni critica politica. Essa rende gli utenti palestinesi di internet, specialmente gli attivisti e i giornalisti, passibili di incriminazione da parte dell’ANP, che può interpretare le disposizioni della legge come vuole.

I primi due casi intentati in base alla legge rivelano il suo scopo. In entrambi è stato utilizzato l’art. 20, che stabilisce che ogni utente di internet che possiede o gestisce un sito web che pubblica “notizie che mettono a rischio la sicurezza dello Stato, il suo ordine pubblico, o la sicurezza interna o esterna” può essere arrestato per un anno o multato fino a circa 1.400 dollari. Nel primo caso sono stati arrestati sei giornalisti palestinesi che lavorano per organi di stampa legati ad Hamas in Cisgiordania. Nel secondo caso, i servizi di sicurezza preventiva dell’ANP hanno arrestato Issa Amro, importante difensore dei diritti umani ed attivista politico nonviolento palestinese di Hebron, che aveva protestato con un post su Facebook per l’arresto da parte dell’ANP di un giornalista.

La legge è in netto contrasto con la legge fondamentale di tutela della privacy e della libertà di espressione. Conferisce alle istituzioni dello Stato un ampio potere di monitoraggio, raccolta e conservazione di dati relativi alle attività online di palestinesi nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), e di fornire, su loro richiesta, tali informazioni alle autorità preposte all’applicazione della legge. Anche i gestori privati del servizio internet sono obbligati a cooperare con le agenzie di sicurezza raccogliendo, conservando e condividendo i dati informativi sugli utenti per almeno 3 anni, oltre che bloccando qualunque sito web su ordine della magistratura.

L’applicabilità della legge si estende oltre i confini legali dei territori controllati dall’ANP e consente di perseguire palestinesi che vivono all’estero. Ciò costituisce una reale minaccia per gli attivisti politici palestinesi che vivono all’estero, ma che hanno una notevole influenza sui social media in patria. Comunque la legge non specifica se le autorità possano tentare di ottenere l’estradizione di palestinesi che risiedono all’estero per aver commesso un crimine informatico.

Contrastare il controllo digitale

Mentre la violazione dei diritti digitali dei palestinesi è un caso unico, data l’occupazione militare israeliana, la lotta per questi diritti è globale. I governi, le organizzazioni della società civile, le agenzie di social media e gli utenti di internet hanno tutti un ruolo importante nella protezione della libertà di espressione online e della privacy dal controllo e dalla censura dello Stato.

In Palestina l’ANP deve revocare immediatamente la legge sui crimini informatici. Per adempiere meglio allo scopo che esplicitamente si propone – combattere il crimine informatico – l’ANP dovrebbe consultare le organizzazioni della società civile ed altri importanti attori coinvolti per assicurarsi che ogni legge collegata all’informatica riduca effettivamente i crimini informatici senza violare i diritti politici dei palestinesi e le libertà pubbliche. Invece di reprimere i palestinesi per aver espresso le proprie opinioni politiche, l’ANP dovrebbe cercare di proteggere il suo popolo dagli arresti e dalle incriminazioni da parte di Israele con accuse senza fondamento di incitamento e terrorismo.

I diritti digitali, che sono parte del complesso dei diritti umani, sono un concetto relativamente nuovo nei Territori Palestinesi Occupati. Le organizzazioni palestinesi della società civile hanno la responsabilità di creare consapevolezza circa questi diritti, soprattutto riguardo alla sicurezza digitale. Proteggere gli account di un individuo e mantenere tali le informazioni private dovrebbe essere una priorità, soprattutto per giornalisti ed attivisti. Questo è particolarmente vero nel contesto di un’occupazione in cui l’occupante dispone di potenti capacità di controllo e controlla tutta l’infrastruttura delle telecomunicazioni.

La società civile palestinese ed i media devono anche smascherare e mobilitarsi contro le immorali pratiche di sorveglianza israeliane, la censura e la repressione della libertà di espressione dei palestinesi. Campagne online cresciute dal basso, come #FBCensorsPalestine e #FacebookCensorsPalestine, si sono dimostrate efficaci nell’attaccare le violazioni dei diritti digitali delle aziende di social media, dovute a prese di posizione faziose, nonostante le dichiarazioni di neutralità. I palestinesi hanno anche bisogno di coalizzarsi con organizzazioni internazionali per i diritti digitali, che possono aiutare a fare pressione sulle aziende di social media e sul governo israeliano perché interrompano le violazioni.

Note:

  1. Questo scritto si basa su una tavola rotonda organizzata nel maggio 2017 da Al-Shabaka e dalla Fondazione Heinrich Boell a Ramallah, in collaborazione con “7amleh: Centro arabo per lo sviluppo dei social media”. Le opinioni espresse in questo scritto sono dell’autore e non riflettono necessariamente l’opinione della Fondazione Heinrich Boell

(Traduzione di Cristiana Cavagna)