Ecco perché gli Stati arabi sono palesemente silenziosi sulla crisi del Monte del Tempio

Zvi Bar’el – 23 luglio 2017, Haaretz

Le tensioni sul luogo sacro potrebbero spingere gli Stati arabi in rotta di collisione con i movimenti islamici, ma la calma dipende dalla rimozione dei metal detector israeliani dal Monte.

Quando il primo ministro Benjamin Netanyahu si è impegnato in discorsi vanagloriosi in merito agli incontri con leader arabi – compresa la recente indiscrezione su un incontro segreto di cinque anni fa con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti – sembrava ignorasse le forze islamiche che stavano attente a queste iniziative diplomatiche. Le recenti tensioni sul Monte del Tempio [denominazione israeliana della Spianata delle Moschee, ndt.] di Gerusalemme ha messo in chiaro che ogni mossa diplomatica o per la sicurezza è anche immediatamente misurata su una prospettiva che trascende l’importanza religiosa dei luoghi santi.

La moschea di Al-Aqsa sul Monte del Tempio, come la Kaaba alla Mecca e la Tomba dei Patriarchi [denominazione israeliana della moschea di Ibrahim, ndt.] a Hebron, è un luogo islamico inseparabile dai problemi nodali del conflitto israelo-palestinese. Sono luoghi che, se danneggiati, provocano nell’opinione pubblica sdegno che può spingere i regimi negli Stati arabi ed in altri Stati musulmani in rotta di collisione con i movimenti islamici dei rispettivi Paesi.

Ciò li spinge anche in conflitto con un’opinione pubblica musulmana sensibile, che può delegittimare rapporti più stretti tra Israele e Paesi arabi e con un’opinione pubblica araba laica, che vede gli avvenimenti come un tentativo deliberato da parte di Israele di appropriarsi dei siti palestinesi.

Il riconoscimento del potere del popolo e la minaccia che l’opinione pubblica araba rappresenta sono uno dei più importanti prodotti emersi dalle Primavere arabe, soprattutto quando ciò riguarda Israele ed i luoghi santi. Queste questioni costituiscono un ampio, anche se forse l’unico, comun denominatore che questi settori dell’opinione pubblica condividono.

Finora in questi Paesi la rabbia araba e musulmana non si è tradotta in dimostrazioni pubbliche nella forma di manifestazioni di massa o in articoli aspramente critici. Gli avvenimenti sul Monte del Tempio della scorsa settimana o simili hanno già meritato titoli in prima pagina nella maggior parte del mondo arabo, ma finora – forse per la prima volta – non si sono viste le consuete proteste anti-israeliane nelle strade del Cairo, di Amman e del Marocco.

Come previsto, il sito web della Fratellanza Musulmana ha accusato il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi di aver capitolato davanti ad Israele. Un sito web ha parlato del presidente egiziano e dei “sionisti” come forze alleate. In un’ intervista con un sito egiziano, un membro del Comitato Popolare per la Difesa del Sinai, Ahmed Samah al-Idarusi, ha lamentato che, rispetto al passato, “ora riscontriamo un silenzio diplomatico e culturale egiziano tale che neppure le elite sono capaci di rilasciare un solo comunicato congiunto di condanna.”

Lo stesso Sisi ha chiesto ad Israele di agire immediatamente per calmare le tensioni riguardo al Monte del Tempio. Ma la sua retorica è stata molto più tenue che nel settembre 2015, quando ha accusato Israele di dissacrare sfacciatamente la santità del luogo.

Secondo informazioni dall’Egitto, il ministro delle Dotazioni Religiose del Paese, Mukhtar Gumaa, ha chiesto ai predicatori delle moschee di evitare di fare commenti sulla moschea di Al-Aqsa nei loro sermoni del venerdì e di parlare invece solo di come trattare bene i turisti stranieri in Egitto.

L’Arabia saudita, il cui re, Salman, ha fatto pressione sugli Stati uniti perché spingano Israele a riaprire il complesso del Monte del Tempio ai fedeli musulmani, si è astenuta dal fare dichiarazioni in materia – e il silenzio non è stato solo da parte di importanti dirigenti sauditi. E’ stato anche impossibile trovare notizie dettagliate nella stampa saudita di venerdì sulla sequenza di avvenimenti sul Monte del Tempio.

Solo un evento mediatico è diventato virale, ed è stato quando uno spettatore di un programma trasmesso dalla televisione in lingua araba con sede a Londra Al-Hiwar ha chiamato la stazione ed ha dichiarato: “Sono contrario ad una vittoria di Al-Aqsa, perché una vittoria di Al-Aqsa sarebbe una vittoria di Hamas e del Qatar!”

Può darsi che questo spettatore rappresenti una nuova opinione, considerando che l’attuale conflitto tra l’Arabia saudita e il Qatar e Hamas è ciò che determinerà la natura della risposta araba. Da questo punto di vista, finché il Qatar verrà considerato un sostenitore della Fratellanza musulmana e di Hamas, e finché gli eventi sul Monte del Tempio saranno attribuiti ad Hamas, i disaccordi tra arabi giocheranno un ruolo importante nella politica araba.

Ma anche se questa opinione non può essere ignorata, ciò non significa che sarà possibile per questi Stati mettere un freno alle rivolte dell’opinione pubblica musulmana, che obbligherà i regimi arabi ad unirsi nella battaglia per il loro luogo sacro se vi continueranno violenti scontri.

Israele, che si sta scambiando segnali con l’Arabia saudita e sta portando avanti precipitose consultazioni con il re giordano Abdullah e il presidente egiziano Sisi, sta ora cercando una soluzione a doppio taglio: affrontare la sicurezza sul Monte del Tempio e gestire la sua perdita di prestigio. Può prevedere di ottenere una simile soluzione se decide di togliere i metal detector che sono stati piazzati dopo l’attacco del 14 luglio sul Monte del Tempio, che ha ucciso due poliziotti israeliani.

Secondo fonti giordane, le soluzioni che sono state discusse finora non hanno prodotto un accordo. Una proposta è stata che i metal detector siano utilizzati da poliziotti giordani in borghese; un’altra che gli attuali metal detector che si dovrebbero attraversare siano sostituititi da dispositivi manuali, oppure che l’operazione di controllo con i metal detector sia gestita da una forza di polizia congiunta israeliana-palestinese-giordana.

Il problema è che ognuna di queste proposte danneggia la reputazione di Israele, che sta pretendendo la sovranità totale quando si tratta degli ingressi al Monte, o la richiesta dei palestinesi, che per il momento stanno rifiutando ogni coinvolgimento israeliano sul Monte del Tempio e sugli ingressi ad esso.

La dichiarazione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmud Abbas, secondo cui l’ANP sta interrompendo i contatti con Israele, potrebbe non aiutare, ma ciò non impedisce uno scambio di segnali con i funzionari della sicurezza palestinese nel contesto della cooperazione per la sicurezza o uno scambio di idee tra Israele, i palestinesi e i giordani.

Sabato un dirigente giordano ha detto ad Haaretz che il re Abdullah comprende la necessità di controlli per la sicurezza, ma ha aggiunto: “Quando la questione viene percepita come una lotta per il prestigio tra Israele ed i palestinesi, e, cosa non meno [importante], come una lotta politica interna nel governo israeliano, il re non può chiedere ai palestinesi di cedere in nome della stabilità del governo israeliano.”

Questi commenti contengono un indizio dell’attesa dei giordani di un gesto da parte di Israele che dia argomenti al monarca giordano per convincere Abbas ad accettare nuovi accordi per la sicurezza sul Monte del Tempio. E’ possibile che Netanyahu riceva messaggi simili dal presidente egiziano.

Ora la questione decisiva è in quale misura il primo ministro israeliano possa accettare di spogliare i metal detector del simbolismo che hanno assunto ed acconsentire a proposte che siano accettabili anche per i dirigenti arabi. In questo processo, potrebbe anche rafforzare le fondamenta delle relazioni con loro.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La politica miope di Abbas a Gaza

Tareq Baconi – 6 luglio 2017,Al-Shabaka

I tentativi del leader dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas di accentuare l’isolamento di Hamas – tagliando i salari e poi l’energia elettrica alla Striscia di Gaza – rispecchiano le dinamiche regionali nell’era Trump. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto si sono tutti mobilitati per isolare il Qatar, un importante investitore nella Striscia di Gaza e un sostenitore della Fratellanza Musulmana in Egitto e di Hamas a Gaza.

La crisi elettrica a Gaza è stata scongiurata, con un voltafaccia ironico, dalla volontà del presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi di fornire carburante alla centrale elettrica di Gaza come misura temporanea nonostante le proteste di Abbas. La decisione è stata mediata da Mohammed Dahlan, storicamente nemico di Hamas, non da ultimo per il suo tentativo di togliere dal potere Hamas in seguito alla sua [di Hamas] vittoria nelle elezioni democratiche.

La maldestra strategia di Abbas

Abbas rimane legato al presupposto del blocco di Gaza, in atto dal 2007: questo crescente isolamento di Hamas e le sofferenze dei palestinesi di Gaza destabilizzeranno il governo di Hamas e provocheranno la ribellione dei palestinesi contro il movimento – anche se ciò dovesse portare a un “collasso totale”, come le organizzazioni per i diritti umani hanno definito la riduzione di elettricità.

Questa logica suppone che l’ANP sarebbe in grado di assumere l’amministrazione della Striscia di Gaza una volta che il potere di Hamas venisse indebolito. Ciò è improbabile per due ragioni:

  • Israele trae vantaggio dalla divisione geografica e politica nei territori palestinesi ed ha minato precedenti tentativi di unità, anche con un intervento militare. L’accordo di Shati [campo profughi nella Striscia di Gaza, ndt.] del 2014 tra Hamas e Fatah è stato una delle ragioni dell’attacco militare israeliano contro la Striscia di Gaza di quell’anno.

  • Il ritorno dell’ANP a Gaza implicherebbe una ripresa del coordinamento per la sicurezza con Israele. Perché ciò avvenga, Hamas dovrebbe disarmare. Ciò è improbabile persino con un ulteriore isolamento , in quanto ciò provocherebbe uno scontro esistenziale per Hamas, che potrebbe preparare la strada a un altro episodio di guerra civile armata.

Implicazioni delle ultime iniziative di Abbas

  • Esse dimostrano la volontà di Abbas di adottare la logica della punizione collettiva su cui poggia il blocco e di perpetuare le sofferenze di due milioni di palestinesi per interessi di fazione. Ciò è moralmente condannabile per un presunto leader della lotta dei palestinesi.

  • Istituzionalizzano le divisioni tra Gaza e la Cisgiordania, e portano Gaza ad avvicinarsi all’Egitto, aiutando a realizzare la politica israeliana di divide et impera nei territori palestinesi.

  • Creano una possibilità di alleanza tra Dahlan [ex-dirigente di Fatah a Gaza, espulso prima dalla Striscia insieme ai militanti del movimento e poi da Fatah ed attualmente in esilio, ndt.] e Hamas e un’opportunità per Dahlan di rientrare nel contesto politico palestinese, portando con sé la sua volontà di vedere la lotta palestinese attraverso le lenti della sicurezza imposte dagli USA e da Israele.

Cosa possono fare i palestinesi

  • Chiedere conto alla dirigenza della Cisgiordania del fatto che utilizzi i palestinesi di Gaza come pedine del gioco politico, mettendo in luce l’illegalità del blocco come una continuazione dell’occupazione e una forma di punizione collettiva. In particolare i palestinesi dovrebbero chiedere, e ricordare, alla leadership in Cisgiordania che sono responsabili di tutti i palestinesi, compresi quelli di Gaza.

  • Spingere per misure economiche che riducano la crisi umanitaria a Gaza chiedendo al contempo una soluzione politica del conflitto in termini complessivi.

  • Garantire che ogni misura riavviata per affrontare l’impasse tra palestinesi ed israeliani non lasci ai margini la Striscia di Gaza o la presenti come un semplice problema umanitario che può essere gestito dall’Egitto o da un’autorità di autogoverno locale.

TareqBaconi

Tareq G. Baconi è un collaboratore politico di Al-Shabaka che risiede negli USA. Il suo libro in uscita, “Hamas: le politiche di resistenza, consolidamento a Gaza” sta per essere pubblicato dalla Stanford University Press. Tareq ha conseguito un dottorato in relazioni internazionali al Kings College di Londra, che ha completato insieme a un’attività di consulente energetico. Ha anche ottenuto titoli all’università di Cambridge (Relazioni internazionali) e all’Imperial College di Londra (Ingegneria chimica). Tareq è ricercatore associato presso “US Middle East Project [Progetto USA per il Medio Oriente, un istituto di analisi politica indipendente sul Medio oriente con sedi a New York e a Londra, ndt.]. I suoi scritti sono apparsi su Foreign Affairs, Sada: Carnegie Endowment for International Peace, The Guardian, The Huffington Post, The Daily Star, Al Ghad e Open Democracy.

(traduzione di Amedeo Rossi)




In Cisgiordania sia archeologi israeliani che palestinesi rivendicano il patrimonio culturale

Daniel Estrin Parallels -16 febbraio 2017

Se la storia è un argomento di polemiche in Medio oriente, lo è anche una parte dell’attività archeologica in corso per documentare e preservare i resti di quella storia.

L’esercito israeliano ha un’unità di archeologia che è responsabile degli scavi in buona parte della Cisgiordania, terra conquistata da Israele nel 1967 e rivendicata dai palestinesi per uno Stato indipendente.

In base ad un accordo israelo-palestinese, lo status della Cisgiordania – ed i manufatti che vi vengono trovati – deve essere regolato con accordi di pace definitivi. Fino ad allora gli archeologi militari continuano a scavare in Cisgiordania – e concedono permessi di scavo ad accademici israeliani.

“Il nostro lavoro è soprattutto la conservazione della storia della zona,” dice Benny Har-Even, il vice capo di stato maggiore per l’archeologia, camminando tra le rovine di un villaggio datato del II° secolo a.C.

Lì vicino i lavoratori palestinesi che l’esercito utilizza versano cemento per rinforzare una fila di pietre, predisponendo il luogo come attrazione turistica.

Gli archeologi militari vedono il proprio lavoro come una corsa per salvare circa 3.000 siti archeologici noti nella zona. “Dobbiamo occuparci di loro, proteggerli, cercare di evitare che i banditi li distruggano,” afferma Har-Even.

Ma, secondo l’archeologo israeliano Rafi Greenberg di “Emek Shaveh”, un gruppo di archeologi di sinistra che criticano gli scavi, alcuni aspetti dell’attività archeologica israeliana in Cisgiordania non sono resi pubblici dall’esercito.

“Non rendono pubblica la lista degli scavi o l’elenco di chi scava o dei ritrovamenti o dei luoghi dei loro depositi,” sostiene Greenberg. “E’ tutto mantenuto sotto il segreto di Stato.”

Il gruppo accusa Israele di utilizzare l’archeologia per rafforzare il suo controllo sulla Cisgiordania e si è rivolto a un tribunale per scoprire, tra le varie informazioni, a quali studiosi israeliani sono stati concessi i permessi per scavare là.

A novembre un giudice israeliano ha sentenziato che l’identità di questi archeologi rimarrà secretata per proteggerli dal boicottaggio da parte dei loro colleghi nel resto del mondo che sono contrari alla collaborazione con l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania.

Greenberg crede che la segretezza parli da sola.

“Se è sbagliato, allora non farlo. E se è giusto, parlane con tutti,” afferma. “Ma questo approccio, di non volerlo far sapere solleva sospetti. Cosa si può dire? Se qualcuno non è trasparente, ha qualcosa da nascondere.”

In un’intervista un archeologo di un’università israeliana che ha effettuato scavi in Cisgiordania e che ha pubblicato vari libri sulle sue scoperte, ha chiesto di non essere identificato per timore che attirare l’attenzione su di sé potrebbe portarlo ad essere boicottato.

“Non penso di star facendo qualcosa di sbagliato,” dice l’archeologo. “Penso che sto salvando documentazione.”

Gli archeologi dell’esercito dicono che il loro lavoro è necessario per proteggere importanti ritrovamenti storici dall’abbandono al florido commercio dei ladri palestinesi di antichità. Ma l’ex-capo dell’Autorità Palestinese per le Antichità Hamdan Taha ritiene che siano gli archeologi israeliani che si comportano come ladri di oggetti antichi, facendo scavi sotto la cappa dell’anonimato in una terra occupata.

“Ciò fornisce loro un quadro giuridico per un palese saccheggio,” dice Taha. “Stravolge il ruolo dell’archeologia da ricostruzione scientifica del passato a caccia al tesoro.”

Gli archeologi dell’esercito portano i manufatti che scoprono in determinati magazzini e a volte li prestano a musei e istituti di ricerca perché vengano esposti. A novembre il tribunale israeliano ha stabilito che non venga rivelata l’ubicazione dei depositi. Ha anche deciso che non venga rivelato quali manufatti vengano esposti né identificate le istituzioni che li mettono in mostra, assecondando, tra le altre cose, le preoccupazioni del governo israeliano secondo cui rendere pubbliche queste informazioni potrebbe danneggiare le relazioni internazionali di Israele e compromettere i futuri negoziati con i palestinesi.

Gli archeologi dell’Autorità Nazionale Palestinese conducono i propri scavi nelle zone della Cisgiordania sotto il loro controllo e collaborano con colleghi internazionali, ma non effettuano scavi con l’esercito israeliano. I palestinesi che lavorano per gli archeologi militari israeliani sono manovali non dipendenti dal governo palestinese.

Alcuni archeologi israeliani sostengono di svolgere un importante servizio in Cisgiordania perché gli scavi non sarebbero realizzati con la stessa professionalità dagli archeologi palestinesi, che secondo loro non sono sufficientemente qualificati. Taha respinge questa tesi.

“E’ un’affermazione che vale poco e non voglio rispondere, perché è esattamente la mentalità dell’occupante: la dominazione,” dice.

Taha riconosce che ci sono problemi: alcuni edifici storici sono stati demoliti da imprenditori privati palestinesi in appalto per fare spazio a nuove strutture in Cisgiordania, fatto che Taha addebita a una legge palestinese obsoleta che non protegge adeguatamente i siti del patrimonio culturale. E il campo degli studi archeologici palestinesi nelle istituzioni accademiche della Cisgiordania è recente e in via di sviluppo. L’Autorità Nazionale Palestinese non ha ancora sostituito Taha da quando nel 2014 ha lasciato il suo posto di capo delle antichità.

Tuttavia, dice, persino durante i periodi di violenza, i palestinesi non hanno permesso che i luoghi archeologici subissero lo stesso destino di siti in Siria e in Iraq distrutti dall’ISIS.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA periodo 13 – 19 giugno 2017 (una settimana)

Il 19 giugno, l’Azienda Elettrica israeliana ha iniziato a ridurre la sua fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza; in alcune zone le interruzioni di energia elettrica sono passate da 19-20 ore/giorno a 20-21 ore/giorno.

Ciò in seguito alla decisione del governo palestinese della Cisgiordania di ridurre del 30% i pagamenti dovuti ad Israele per la fornitura di energia. In una dichiarazione emessa il 14 giugno, Robert Piper, Coordinatore Umanitario dell’ONU nei Territori palestinesi occupati (oPt), ha avvertito delle “conseguenze disastrose” che tali decisioni avranno sulle condizioni di vita dei quasi due milioni di residenti di Gaza.

Il 16 giugno, nei pressi della Città Vecchia di Gerusalemme Est, nel corso di una aggressione con coltello ed arma da fuoco, è stata pugnalata ed uccisa una donna, ufficiale della polizia israeliana di frontiera; i tre aggressori palestinesi, tra i 18 e i 19 anni, sono stati colpiti e uccisi sul posto. I loro corpi sono trattenuti dalle autorità israeliane. Nello stesso contesto sono stati feriti altri tre palestinesi ed un poliziotto israeliano. Nickolay Mladenov, Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ha duramente condannato l’attacco. Quest’ultima aggressione ha portato a sei il numero di israeliani uccisi da palestinesi dall’inizio del 2017: tutti appartenenti alle forze di sicurezza. Il numero di aggressori e sospetti aggressori palestinesi uccisi nello stesso periodo è giunto a 13, di cui quattro minori.

A seguito dell’attacco di cui sopra, le forze israeliane hanno fatto irruzione a Deir Abu Mash’al (Ramallah), località dalla quale provenivano ​​gli autori dell’aggressione ed hanno bloccato tutti gli ingressi del villaggio. L’irruzione israeliana ha innescato scontri con giovani del villaggio, con conseguente ferimento di cinque palestinesi e la confisca di veicoli e documenti. Al momento della chiusura del presente rapporto, ai residenti (circa 4.500) era ancora proibita l’uscita dal villaggio, ad eccezione dei casi umanitari preventivamente concordati; rientrano fra questi gli studenti e gli insegnanti impegnati in esami di immatricolazione [il cui superamento consente l’immatricolazione ai corsi del livello successivo] che si svolgono in villaggi vicini. Viene riferito che le autorità israeliane hanno effettuato sopralluoghi e rilievi riguardanti le case di famiglia degli aggressori, in previsione della loro demolizione punitiva.

Sempre in relazione allo stesso attacco, le autorità israeliane hanno revocato circa 200.000 permessi di ingresso per le visite familiari in Israele; erano stati rilasciati, in occasione del mese di Ramadan, a palestinesi in possesso di carte di identità della Cisgiordania. Tuttavia, secondo quanto riferito, verranno mantenuti sia i permessi rilasciati per accedere a Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì durante il Ramadan, sia la temporanea esenzione dal relativo obbligo di autorizzazione, concessa ai maschi di età superiore ai 45 anni e alle femmine di tutte le età.

Sempre il 16 giugno, per ragioni non specificate, le autorità israeliane hanno chiuso gli ingressi principali ai villaggi di Beit Tammar, Jannatah e Marah Rabah nel governatorato di Betlemme. Al momento della chiusura del presente rapporto circa 18.500 palestinesi sono ancora costretti a lunghe deviazioni che rendono difficile l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro.

Gli scontri con le forze israeliane nei Territori occupati hanno causato il ferimento di 67 palestinesi, tra cui nove minori, e di tre poliziotti israeliani. Gli scontri più estesi si sono verificati il ​​18 giugno a Gerusalemme Est, nel complesso di Haram Al Sharif / Monte del Tempio, dopo che la polizia israeliana aveva fatto irruzione nel sito, causando il ferimento di 22 palestinesi e di tre israeliani. Altri 17 feriti sono stati registrati nella Striscia di Gaza, durante la protesta settimanale presso la recinzione perimetrale. Ancora scontri, con feriti, si sono verificati durante una dimostrazione a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante operazioni di ricerca-arresto in Al Bireh (Ramallah), Silwan (Gerusalemme Est) e nel corso della già citata operazione a Deir Abu Mash’al (Ramallah). Tredici dei ferimenti di questa settimana sono stati procurati da armi da fuoco; i restanti da proiettili di gomma, aggressioni fisiche e inalazioni di gas lacrimogeno, tali da richiedere trattamento medico.

Nella striscia di Gaza, oltre ai suddetti scontri, in 17 occasioni durante la settimana, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso palestinesi presenti nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) in terra e in mare, senza provocare feriti. In uno degli episodi, una barca da pesca è stata danneggiata.

In Cisgiordania diversi episodi di lancio di pietre contro veicoli, sia da parte palestinese che da parte di coloni israeliani, hanno provocato il ferimento di una donna israeliana e danni ad almeno quattro veicoli israeliani e a tre veicoli palestinesi. Il 17 giugno, vicino allo raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron), un colono israeliano è stato fisicamente aggredito e ferito da un palestinese, secondo quanto riferito, in un tentativo di aggressione con coltello.

Secondo fonti ufficiali israeliane, per le preghiere del terzo venerdì del Ramadan (16 giugno), circa 95.000 palestinesi della Cisgiordania sono stati ammessi in Gerusalemme Est attraverso checkpoint prefissati. Ciò è da attribuire, come menzionato in precedenza, principalmente alla temporanea sospensione dell’obbligo di permesso per i titolari di documenti di identità rilasciati dalla Cisgiordania. Inoltre, a circa 100 palestinesi di Gaza sopra i 55 anni è stato concesso di entrare a Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì, e ad altri 300 durante i giorni feriali.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato tenuto chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento di questo Rapporto)

Secondo l’Azienda di Distribuzione Elettrica di Gaza, dal 19 al 22 giugno, Israele ha ridotto progressivamente la sua fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza da 120 a 72 megawatt (MW). Questa riduzione è stata compensata dalla ripresa parziale dell’attività della Centrale Elettrica di Gaza (55 MW) che ha consentito di mantenere l’erogazione di energia per circa quattro ore al giorno; la Centrale era stata chiusa il 17 aprile. L’impianto è stato in grado di riprendere le attività perché l’Egitto ha aperto il valico di Rafah per due giorni consecutivi, consentendo l’ingresso di combustibile industriale.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Traduzione a cura di “Associazione per la pace – gruppo di Rivoli”




Il carburante importato dall’Egitto evita il totale collasso della Striscia di Gaza.

24 giugno, 2017 , Maan News

Gaza City (Ma’an). – Un milione di litri di carburante fornito dall’Egitto, ultimo di diverse forniture mandate dalle autorità egiziane,. sta per entrare sabato nella Striscia sotto assedio attraverso il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, per venire in soccorso del territorio colpito da una devastante carenza di elettricità.

Lo scorso mese le autorità israeliane hanno annunciato il drastico taglio dell’energia fornita al territorio assediato su richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese della Cisgordania occupata, che paga la bolletta mensile di Gaza a Israele detraendo[la] dalle tasse raccolte da Israele per conto dell’ANP.

In base ai resoconti di giovedì le autorità israeliane hanno ridotto l’offerta di elettricità del 60%. Tuttavia, notizie più recenti hanno verificato che Israele ha approvato di ridurre del 40% la fornitura di carburante al territorio.

Il carburante egiziano allevia la crisi energetica di Gaza

Khalil Shaqfa, capo della Commissione petrolifera della Striscia di Gaza, ha riferito a Ma’an che, in seguito a colloqui tra Hamas, che governa de facto Gaza, e le autorità egiziane, l’Egitto avrebbe fornito carburante per il consumo nelle stazioni di benzina private e nell’unica centrale di energia elettrica dell’enclave costiera, chiusa in aprile quando i funzionari del servizio elettrico a Gaza hanno affermato di non poter pagare una tassa sul diesel imposta dall’ANP, che avrebbe raddoppiato il costo di esercizio dell’impianto.

La centrale elettrica non ha funzionato a pieno regime per anni, per il durissimo blocco israeliano che ha limitato fortemente le importazioni di carburante nell’enclave costiera.

Ciò ha fatto sì che le linee elettriche israeliane fossero le uniche sorgenti efficienti di energia che alimentavano il territorio impoverito, dal momento che le linee egiziane che fornivano elettricità alla parte meridionale di Gaza erano spesso fuori servizio per problemi tecnici.

A quanto riferisce Shaqfa, 700.000 litri di diesel sono stati forniti alle stazioni di servizio private di Gaza per essere venduti ai residenti a 4.37 shekel al litro (1,10 euro), mentre un litro di diesel importato da Israele è venduto a 5,37 shekel (circa 1,30 euro). Gli abitanti , ha detto, faranno la loro scelta rispetto a quale carburante preferiscono comprare.

Shafqa ha messo in evidenza che, mentre il carburante egiziano continua a essere importato dentro Gaza, insieme alla quantità ridotta israeliana, non è sufficiente a sostituire tutto il carburante israeliano da cui dipendono i palestinesi di Gaza.

Shaqfa non ha detto per quanto tempo è prevista l’importazione del carburante egiziano nella Striscia e se l’accordo sia di lungo periodo o solamente temporaneo.

Alleanze improbabili in presenza di tensioni più forti tra Hamas e l’ANP

Secondo quanto riferito, l’ANP ha tentato di impedire la fornitura di carburante egiziano alla centrale elettrica di Gaza e ha minacciato misure punitive, incluso che l’ANP avrebbe cessato il pagamento mensile alla centrale se avesse importato il carburante egiziano, costringendo Hamas a ottenere un’ordinanza della magistratura per imporre all’impianto di accettare la fornitura di carburante.

Altre notizie hanno riportato che la fornitura di carburante è il risultato di recenti colloqui tra Hamas e il dimissionato dirigente di Fatah Muhammad Dahlan, il rivale politico del presidente Mahmoud Abbas.

Dahlan, che, nonostante risieda a Abu Dhabi in esilio, continua ad avere un’influenza politica nella regione, in base a notizie riportate ha convinto il governo egiziano a mandare il carburante al territorio sotto assedio.

Dahlan, essendo stato un fiero oppositore del governo di Hamas a Gaza dopo il successo di quest’ultima alle elezioni del 2006 che ha provocato un prolungato conflitto interno tra Fatah e Hamas, sembra essere l’improbabile alleato politico di Hamas.

Ciononostante Dahlan e il movimento di Hamas hanno iniziato una serie di colloqui che gli esperti hanno interpretato come l’opposizione concomitante di Hamas e Dahlan all’Autorità Nazionale Palestinse (ANP) guidata da Abbas nella Cisgiordania occupata.

Sebbene l’ANP abbia giustificato la propria decisione di tagliare i fondi per l’elettricità al fatto che Hamas non stesse rimborsando il governo con sede a Ramallah, in genere tra i palestinesi e tra chi critica [l’ANP] a livello internazionale si ritiene che l’ANP a guida Fatah stia realmente cercando di esercitare una pressione su Hamas perché rinunci al controllo dell’enclave costiera assediata e ceda il territorio all’ANP.

Con un altro colpo di scena, il ministro israeliano della Difesa Avigdor Lieberman, di destra, ha criticato la decisione di Abbas di tagliare da parte dell’ANP il pagamento del carburante israeliano alla Striscia di Gaza e ha accusato Abbas di cercare di influenzare Hamas a intraprendere la guerra contro Israele esasperando deliberatamente la crisi nel territorio assediato.

Abbas sta aumentando i tagli e fra poco cesserà di pagare i salari a Gaza e anche l’importazione di carburante nella Striscia in base a una duplice strategia: colpire Hamas e trascinarlo alla guerra contro Israele” ha detto, secondo quanto riferito.

Israele costretto ad assicurare la fornitura di carburante a Gaza

Gaza, che la scorsa settimana ha segnato il decimo anno sotto il blocco imposto da Israele, ha lottato per anni con la carenza di energia dovuta al limitato ingresso di carburante e al degrado delle infrastrutture

Anche l’Egitto, che confina con il sud di Gaza, ha partecipato al blocco, dopo che il presidente Al Sisi ha spodestato il governo dei Fratelli Musulmani nel 2013, chiudendo in seguito il valico di Rafah ai palestinesi.

Molti gazawi non possono entrare o uscire dall’enclave costiera assediata, a volte per diversi mesi, dal momento che le autorità egiziane aprono solo periodicamente il valico di Rafah, rimanendo bloccati i palestinesi su entrambi i lati del valico durante le chiusure.

La settimana scorsa il responsabile del dipartimento di radiologia degli ospedali pubblici di Gaza Ibrahim Abbas ha detto che il macchinario della diagnostica radiologica che è stato acquistato nel decennio passato – a un valore stimato in 10 milioni di dollari ( 894.000.000 euro) -, potrebbe presto andare perso per la sensibilità alle interruzioni di elettricità – aggravate da un’altra crisi finanziaria del centro ospedaliero in seguito ai tagli operati dall’ANP ai finanziamenti per le apparecchiature mediche e farmaci.

La crisi umanitaria a Gaza deve essere un campanello d’allarme per chiunque sia in grado di risolvere il problema” ha detto Ran Goldstein, direttore esecutivo dei Medici per i Diritti Umani di Israele (PHRI).

I bambini di Gaza sono diventati ostaggio del gioco politico portato avanti da ANP, Hamas e Israele. Ci vuole un mutamento drastico e immediato, fornendo farmaci, finanziamenti ed elettricità, aprendo Gaza al mondo esterno e offrendo assistenza umanitaria urgente” ha aggiunto Goldstein.

Mercoledì Chris Gunness , portavoce del UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in un comunicato ha sottolineato che prima dell’attuale crisi Gaza stava già ricevendo meno della metà dei 450/ 500 megawatt necessari all’enclave costiera.

Gunness ha citato il ministro della Sanità di Gaza, che ha avvertito che 40 camere operatorie e 11 camere operatorie di ginecologia, che conducono circa 250 interventi chirurgici al giorno a Gaza, sono ora a rischio.

La scorsa settimana l’associazione israeliana per i diritti umani “Gisha” ha affermato che, con altre 15 associazioni della società civile, ha mandato una lettera al procuratore generale chiedendo che il governo israeliano ritorni sulla sua decisione di ridurre [l’approvvigionamento] di carburante a Gaza.

Secondo il gruppo la Corte suprema israeliana nel 2008 ha emesso una sentenza affermando che “anni di occupazione militare israeliana nell’area hanno determinato una completa se non totale dipendenza di Gaza dall’elettricità fornita da Israele”, e ha stabilito che Israele ha una responsabilità nel permettere le importazioni delle merci per assicurare le necessità umanitarie basilari dei palestinesi a Gaza.

Gisha ha sottolineato che tuttavia Israele ha continuato a fornire all’enclave assediata solamente 120 megawatt, nonostante una crescita della popolazione e una domanda di elettricità, raddoppiata da quando la corte ha emanato la sentenza.

Inoltre, nonostante l’aggravarsi della crisi di carburante, Israele ha continuato a centellinare l’ingresso della maggior parte delle attrezzature richieste dai palestinesi di Gaza per attenuare la carenza di energia, quali “generatori e i loro pezzi di ricambio, batterie e componenti per evitare le interruzioni di energia”, facendo riferimento alla valutazione israeliana secondo cui questi beni hanno un “uso duplice”, Gisha ha riferito, nel senso che possono essere usati sia per scopi civili che militari.

Israele non può sostenere di non essere altro che un fornitore di servizi, che risponde in modo neutrale a una richiesta di un cliente. Dato il suo totale controllo sulla vita della Striscia, Israele, in qualità di potenza occupante nella Striscia, ha il dovere di assicurare una vita normale ai suoi abitanti”, è scritto nella lettera.

La lettera afferma che Israele è “obbligato a trovare soluzioni” alla crisi e a continuare a fornire il carburante a Gaza “alla capacità esistente”, aggiungendo che Israele deve intraprendere dei passi verso un incremento dell’offerta per permettere agli abitanti, le cui tasse sono raccolte da Israele, un accesso a condizioni di vita accettabili”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




L’UE si disinteressa totalmente di Gaza

Ali Abunimah 22 giugno 2017, Electronic Intifada

Dopo 10 anni di blocco israeliano le condizioni dei due milioni di palestinesi intrappolati nella Striscia di Gaza sono da tutti i punti di vista peggiori che mai.

Il blocco da parte di Israele, secondo il gruppo [israeliano] per i diritti umani B’Tselem, ha portato gli abitanti di Gaza “a vivere in terribile povertà con condizioni praticamente disumane senza precedenti nella storia contemporanea.”

Eppure l’Unione Europea, che si presenta come un campione di libertà, democrazia e diritti umani, si disinteressa totalmente delle persone che vi vivono.

Dopo quattro giorni di seguito di riduzioni, Israele ora ha tagliato del 60% l’elettricità che fornisce alla Striscia di Gaza.

Ciò si aggiunge ad una carenza cronica che determina il fatto che la maggior parte delle famiglie abbia circa quattro ore di elettricità al giorno.

Come hanno avvertito numerosi organismi internazionali, il territorio è nel bel mezzo di una crisi umanitaria in corso.

A metà maggio il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha affermato che Gaza era sull’orlo di un “collasso del sistema”, in quanto sale operatorie e sistemi idrici e sanitari hanno smesso di funzionare. Ormai il principale ospedale di Gaza City ha tagliato di un terzo le operazioni chirurgiche e, in seguito al blocco, accentuato dalla crisi elettrica, il territorio è sommerso dalle acque fognarie.

La crudeltà dell’Autorità Nazionale Palestinese

Israele si nasconde dietro all’Autorità Nazionale Palestinese, che ha chiesto ad Israele di ridurre la fornitura di elettricità come parte del tentativo del leader dell’ANP Mahmoud Abbas di nuocere ad Hamas, che governa all’interno di Gaza.

Le forniture di combustibile per l’unico impianto di Gaza per la produzione di energia si sono interrotte ad aprile, trasformando la grave carenza cronica di elettricità in un imminente disastro. Le autorità di Gaza sono ora riuscite a garantire qualche giorno di fornitura di combustibile dall’Egitto – nonostante i tentativi dell’ANP di bloccare questo breve miglioramento temporaneo offerto dall’Egitto.

La crudele campagna dell’ANP contro la gente di Gaza ha incluso anche l’interruzione della fornitura di medicinali per il territorio. In seguito a ciò, tra altre immediate minacce per la vita e la salute, secondo “Medici per i Diritti Umani – Israele” più di 300 malati di fibrosi cistica sono in pericolo di vita e il 90% dei malati di tumore non riceve cure adeguate.

Avalli dell’UE

Ma, come hanno sottolineato numerosi gruppi per i diritti umani, Israele non può sfuggire alla proprie responsabilità.

Israele continua ad essere il potere occupante a Gaza. E’ l’unico ad avere il potere di porre immediatamente fine alle sofferenze, e in base alla Quarta Convenzione di Ginevra ha l’obbligo giuridico di farlo. Tuttavia Israele agisce impunemente perché è appoggiato e gli viene consentito dalle potenze mondiali, soprattutto dall’Unione Europea, il suo principale partner commerciale.

Per giorni “Electronic Intifada” ha chiesto al “Servizio per l’Azione Esterna” dell’Unione Europea – di fatto il suo ministero degli Esteri – di fornire un commento sulla situazione di Gaza e di spiegare se sta facendo qualcosa, se lo fa, per esercitare pressione su Israele affinché revochi i tagli alla fornitura elettrica.

Martedì Maja Kocijancic, portavoce della responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, ha confermato di aver ricevuto la domanda di Electronic Intifada ed ha promesso “di acquisire le ultime informazioni” e di “farsi viva il prima possibile.” Ma, trascorsi altri due giorni e passata la scadenza di giovedì pomeriggio, c’è stato un silenzio totale dall’UE, nonostante ripetute richieste di risposta a Kocijancic ed ai suoi colleghi.

Silenzio assenso

L’UE fornisce ad Israele ogni sorta di concessioni commerciali e finanziamenti in base al cosiddetto “Accordo di Associazione”.

Questo accordo specifica che i rapporti tra l’UE ed Israele “si devono basare sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici,” una clausola ritenuta “elemento essenziale” dell’accordo.

Decine di membri del parlamento europeo hanno esortato Mogherini a sospendere l’accordo – alla luce delle ripetute e flagranti violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

Invece l’UE sembra solo determinata a premiare ulteriormente Israele.

Un indicatore affidabile di ciò è l’ufficio del rappresentante dell’UE a Tel Aviv, che produce un flusso costante di tweets sul proprio account ufficiale in cui celebra la “cooperazione” dell’UE con Israele – compresi programmi “di ricerca” che finanziano l’industria bellica israeliana.

Persino questa settimana, mentre le condizioni di Gaza stavano peggiorando, l’UE ha promosso la propria cooperazione militare con Israele sulle cosiddette “sfide condivise”.

Nel contempo il “Servizio per l’Azione Esterna” dell’Unione Europea non ha twittato niente su Gaza dal 2015.

L’ultima crisi di Gaza si è sviluppata a partire da aprile ed ha provocato moniti sul fatto che potrebbe portare a un’altra guerra.

Il silenzio dell’UE non può quindi essere una svista.

Dovrebbe essere visto come un’approvazione dell’inasprimento del blocco di Gaza e delle sofferenze che Israele sta consapevolmente infliggendo a una popolazione stremata e traumatizzata da un decennio di isolamento e da una successione di attacchi militari israeliani.

L’Unione Europea sta quindi approfondendo la sua tanto decantata cooperazione con Israele. Una cooperazione che è complicità in un crimine.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Lieberman: neanche un solo rifugiato palestinese tornerà nella sua terra in Israele

23 giugno 2017,Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un discorso tenuto alla conferenza di Herzliya in Israele, in cui si discutono [periodicamente] le politiche nazionali del Paese, il ministro della Difesa di estrema destra Avigdor Lieberman ha negato la possibilità, per i palestinesi profughi dalla Palestina storica su cui è stato costruito Israele, di ritornare alle loro terre all’interno dei confini del 1967, diritto sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Non accetteremo il ritorno anche di un solo rifugiato all’interno dei confini del ‘67”, avrebbe detto Lieberman. “Non ci sarà mai più un altro primo ministro che faccia proposte ai palestinesi come ha fatto Ehud Olmert”, ha aggiunto, riferendosi ad una proposta di pace del 2008 avanzata dall’ex primo ministro.

Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è una delle principali richieste tra i palestinesi e i loro dirigenti. Essa rappresenta anche un potente legame simbolico con le loro terre e case da cui furono espulsi, in quanto molti palestinesi possiedono ancora le chiavi originali delle loro case occupate dallo Stato di Israele 69 anni fa.

Secondo i media israeliani, Lieberman ha anche detto che una conclusione del decennale conflitto israelo-palestinese “non risolverà i problemi – li peggiorerà”, ed ha sottolineato che Israele dovrebbe anzitutto “raggiungere un accordo regionale con gli Stati sunniti moderati e solo in seguito un accordo con i palestinesi.”

Ha poi messo in discussione anche la legittimità della presenza dei cittadini palestinesi al parlamento israeliano, la Knesset, evidenziando che il blocco politico ‘Lista Unita’ – che rappresenta nella Knesset partiti guidati da cittadini palestinesi di Israele – ha rifiutato di aderire alle ideologie sioniste.

L’unico luogo che non vogliono lasciare è Israele. Perché? Perché stanno bene qui”, ha detto, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele, che costituiscono circa il 20% della popolazione, le cui famiglie vivevano nelle terre della Palestina storica prima della creazione dello Stato di Israele.

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), il 66% dei palestinesi che viveva nella Palestina del mandato britannico nel 1948 fu espulso dalla Palestina storica e scacciato dalle proprie case e terre durante il processo di creazione dello Stato di Israele, evento a cui i palestinesi si riferiscono come Nakba, o catastrofe.

Riguardo a Gaza, Lieberman avrebbe detto “Non credo che abbiamo bisogno di parlarne. Non finirà presto”, dopo aver definito la tremenda situazione nel territorio palestinese sotto assedio una “crisi interna ai palestinesi”, facendo eco alle dichiarazioni dell’ambasciatore USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, che ha attribuito tutta la colpa della tragica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza assediata ad Hamas, ed assolto Israele da ogni responsabilità per la perdurante crisi.

Lieberman ha anche accusato il presidente palestinese Mahmoud Abbas di cercare di spingere Hamas alla guerra contro Israele esacerbando la crisi a Gaza con il taglio dei pagamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per l’elettricità fornita a Gaza da Israele.

Abbas sta per incrementare i tagli e presto interromperà i pagamenti dei salari a Gaza ed il rifornimento di carburante alla Striscia, nell’ambito di una strategia su due fronti: colpire Hamas e spingerlo alla guerra con Israele”, avrebbe detto.

Le dichiarazioni di Lieberman sono state rilasciate nel bel mezzo di un tentativo di ripresa del processo di pace tra israeliani e palestinesi da parte del destrorso Presidente USA Donald Trump.

Recentemente, mercoledì sera, nella città di Ramallah nella Cisgiordania occupata si è tenuto un incontro tra Abbas ed il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, per discutere di una ripresa dei colloqui di pace con Israele.

In quell’occasione il membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, Wasel Abu Yousif , in una dichiarazione ha detto che rilanciare un processo politico richiede certi requisiti basati sul diritto internazionale: deve essere fissato un limite di tempo per porre fine alla cinquantennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, per stabilire uno Stato palestinese lungo i confini del 1967 con capitale Gerusalemme est, e i rifugiati palestinesi devono avere garanzia del diritto al ritorno alle case ed ai villaggi da cui sono stati espulsi.

Tuttavia i dirigenti israeliani sono stati espliciti nel respingere le pretese dell’ANP su Gerusalemme est, che è stata ufficialmente annessa da Israele nel 1980, e hanno ripetutamente proclamato la loro opposizione al ritorno dei rifugiati palestinesi o persino alla sospensione dell’espansione delle colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione della destra israeliana, ha anche presentato un disegno di legge al parlamento israeliano che impedirebbe ogni futura divisione di Gerusalemme, emendando la Legge Fondamentale israeliana su Gerusalemme in modo che sia necessaria l’approvazione di 80 dei 120 membri della Knesset per apportare cambiamenti alla legge, invece della maggioranza semplice.

Lo scopo di questa legge è di unificare Gerusalemme per sempre”, avrebbe detto Bennett, aggiungendo che la sua proposta di legge renderebbe “impossibile” dividere Gerusalemme.

Mentre l’ANP e la comunità internazionale non riconoscono la legittimità dell’occupazione di Gerusalemme est, di Gaza e della Cisgiordania a partire dal 1967, molti palestinesi ritengono che tutta la Palestina storica sia stata occupata fin dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Un crescente numero di militanti ha criticato la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese come insostenibile e non atta a consentire una pace durevole, stante l’esistente contesto politico, proponendo al suo posto uno Stato binazionale con eguali diritti per israeliani e palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Quello che Israele teme di Hamas e della crisi con il Qatar

Yuval Abraham

Middle East Eye – giovedì 15 giugno 2017

Israele non ha mai approvato l’appoggio del Qatar ad Hamas.

Ma ora le Nazioni del Golfo stanno chiedendo che Doha smetta di appoggiare il gruppo palestinese – e Israele teme quello che potrebbe succedere.

Hamas, che controlla Gaza dal 2007, è visto come una filiazione della Fratellanza Musulmana, da molto tempo un alleato del Qatar.

L’emirato ha trasferito centinaia di milioni di dollari a Gaza, assistendo al contempo Hamas dal punto di vista diplomatico e offrendo ospitalità ai suoi dirigenti e militanti in esilio. In maggio il gruppo ha presentato la revisione della sua carta fondamentale a Doha.

Dopo l’ultima guerra a Gaza, nel 2014, il Qatar ha destinato un miliardo di dollari a favore della ricostruzione, di progetti umanitari, per i costi dell’elettricità e per i salari dei dipendenti pubblici.

Alcuni analisti politici affermano che Israele ha consentito il trasferimento di fondi a Gaza – sotto assedio israeliano dal 2007 – per i suoi effetti stabilizzanti, che impediscono o forse rimandano un collasso totale nella Striscia devastata dalla guerra.

Una risposta israeliana contrastante

Le sanzioni contro il Qatar del 4 giugno sono state salutate come una vittoria da gran parte dell’opinione pubblica e dai media israeliani. Ma la risposta del governo è stata stranamente in sordina.

Eli Avidar, ex-capo della delegazione israeliana in Qatar, ha detto a MEE che Israele dovrebbe sostenere decisamente l’Arabia Saudita ed altri contro il Qatar: “E’ un’opportunità per farla finita con questa storia. Israele dovrebbe esercitare pressioni su Washington, spingere il Qatar a smettere di finanziare il terrorismo, ma non lo sta facendo.”

Continuo a chiedermi: ‘Perché Israele non è più attivo ed esplicito nell’attivarsi contro il Qatar?’”

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, è stato l’unico uomo di governo ad aver commentato la crisi. Il 5 giugno, un giorno dopo che il Qatar è stato isolato, ha affermato che l’iniziativa “apre molte possibilità di collaborazione nella lotta contro il terrorismo.”

Un portavoce del ministero degli Esteri ha detto a MEE che ha avuto indicazioni ufficiali di non commentare la situazione e le sue ripercussioni per Israele e la Palestina.

Cosa c’è dietro questa risposta passiva? Molti studiosi, analisti e fonti dell’intelligence indicano che Israele potrebbe avere più da perdere che da guadagnare dalla crisi.

Yoel Guzansky e Kobi Michael, dell’Istituto Israeliano per le Ricerche sulla Sicurezza all’università di Tel Aviv, hanno affermato che la crisi è “la più grave dalla fondazione, nel 1981, del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo.”

Sostengono che Israele ha un duplice approccio nei confronti del Qatar: “Da una parte, c’è ostilità per il suo appoggio ad Hamas e per l’ospitalità che offre ai suoi dirigenti…Dall’altra, Israele attribuisce grande importanza al sostegno qatariota alla ricostruzione della Striscia e al denaro che fornisce per gli stipendi ed i servizi pubblici al suo interno.

L’interesse israeliano è di appoggiare una mediazione americana che ponga fine alla questione indebolendo il ruolo dell’Iran e di Hamas, ma senza danneggiarne seriamente le azioni positive verso la Striscia di Gaza e di mediazione con Hamas.”

Il loro documento identifica tre possibili esiti che Israele vuole evitare: un rapporto più forte tra l’Iran e Hamas, una crisi umanitaria a Gaza e la presa del potere dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza.

  1. Timore dell’Iran

Molti osservatori temono che il vuoto creato dall’assenza del Qatar possa obbligare Hamas a cercare un fonte alternativa di sostegno finanziario e si rivolga all’Iran.

Il rapporto di Yoel Guzansky e Kobi Michael sostiene che “Israele comprende che ci sono più vantaggi che svantaggi nella cooperazione con il Qatar, in quanto il Qatar indebolisce l’influenza dell’Iran su Hamas e sulla Striscia di Gaza.”

Shaul Yanai, un ricercatore israeliano sulle questioni mediorientali all’università di Haifa, ha detto a MEE: “Non c’è un segnale di pericolo più grave per l’Egitto, i sauditi, il Kuwait, l’America di Trump e Israele che un’organizzazione palestinese alleata dell’Iran.”

All’inizio di quest’anno Khaled al-Qaddumi, rappresentante di Hamas in Iran, ha detto ad Al-Monitor che l’Iran sta fornendo un continuo aiuto finanziario al movimento, nonostante la polarizzazione su scala regionale tra sciiti e sunniti, e che ci sono incontri regolari.

L’inizio del 2017 ha inaugurato una nuova era nelle relazioni tra Hamas e l’Iran, che può essere descritta come positiva e rivolta al futuro,” ha affermato.

Nel contempo Ahmed Yousef, ex importante consigliere del leader di Hamas Ismail Haniyah, ha detto a Ma’an che la crisi qatariota – così come l’alleanza tra Israele, l’America e gli Stati sunniti – “incoraggerà i movimenti islamici, come la Fratellanza Musulmana, a fare nuove alleanze con Paesi potenti della regione, come l’Iran, per proteggersi.”

Oltre a ciò, Guzansky e Michael affermano che il desiderio del campo sunnita di vedere l’Autorità Nazionale Palestinese sostituire Hamas nella Striscia non è condiviso da Israele, che, secondo chi lo critica, ha lavorato per mantenere la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

  1. Timori di un’altra Guerra

Nel 2014 Israele ha scatenato l’operazione “Margine protettivo” contro Gaza, un attacco di 50 giorni che intendeva indebolire Hamas. Ha causato la morte di più di 2.139 palestinesi, circa un quarto dei quali bambini, di 64 soldati e di 6 civili israeliani.

Un ufficiale israeliano di alto grado, che ha lavorato con il Mossad [il servizio segreto israeliano che opera all’estero, ndtr.] per molti anni e che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto a MEE che, mentre il governo israeliano vuole che il Qatar smetta di finanziare Hamas, “non vuole una crisi umanitaria a Gaza, anche se vi ci stiamo avvicinando.”

Questa situazione potrebbe portarci allo stesso punto del 2014, quando Hamas è stato spinto in un angolo e l’unico posto a cui potessero sparare era Israele. Suppongo che Israele tema questo scenario, non vuole la destabilizzazione a Gaza.”

Yanai avverte anche che un Hamas disperato che perde il sostegno finanziario, insieme a discorsi su elezioni all’interno della tesa coalizione di governo israeliano, provocherebbe una miscela esplosiva. “Potrebbe rappresentare il terreno fertile per una guerra. Politici disperati tendono a fare la guerra.”

Una seconda fonte dell’intelligence israeliana – la cui ruolo è riservato – ha detto a MEE che Israele, come fa ogni estate, si sta preparando per una guerra a Gaza– ma che non si aspetta che ci sia quest’anno.

Da parte sua Hamas è ancora indebolito dall’ultimo scontro nel 2014. E Israele?

E’ contro i nostri interessi,” afferma la fonte dell’intelligence. “Israele desidera mantenere lo status quo nella Striscia:”

Dal 2004 Israele ha condotto sette offensive contro Gaza in risposta a razzi lanciati dalla Striscia. I critici affermano che questo status quo di guerra è alimentato da una mancanza di soluzioni diplomatiche del problema dei rifugiati palestinesi e dall’occupazione militare israeliana.

  1. Timore dell’Autorità Nazionale Palestinese

Domenica il governo israeliano ha accettato di ridurre la fornitura di elettricità a Gaza su richiesta del presidente dell’ANP Abbas.

L’iniziativa è vista come un tentativo da parte dell’ANP, che controlla la più vasta Cisgiordania, di indebolire il suo rivale politico. Secondo la Reuters, Tareq Rashmawi, il portavoce dell’ANP, ha chiesto che Hamas trasferisca all’ANP ogni responsabilità delle istituzioni di governo a Gaza.”

Ma lunedì Israel Katz, ministro israeliano e membro del governo per il Likud, all’annuale Convenzione Israeliana per la Pace ha criticato questa riduzione [di energia elettrica, ndt.], affermando che “Israele non ha una politica nei confronti di Gaza.”

E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele “non vuole assistere a un’escalation” a Gaza, descrivendola come “una disputa interna palestinese.”

L’ufficiale che ha lavorato con il Mossad ha ribadito questa opinione: “Mi risulta difficile spiegare la politica israeliana verso Gaza,“ ha detto, “non ha una logica.”

La riduzione della fornitura di elettricità potrebbe essere una sorta di pressione tattica su Hamas, in modo che accetti di restituire i corpi dei soldati israeliani e i tre israeliani che tengono prigionieri.”

Ma Hamas ha raggiunto il punto critico.

Lunedì ha detto su Twitter che la decisione “accelererebbe l’aggravamento e l’esplosione della situazione nella Striscia.”

Una fonte dell’intelligence israeliana ha detto a MEE che un altro scontro a Gaza è solo questione di tempo. “Se non quest’anno, sarà il prossimo, e sennò, quello dopo ancora di sicuro.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 30 maggio- 12 giugno 2017 ( due settimane)

A seguito della decisione del governo palestinese di Ramallah di ridurre del 30% i pagamenti mensili a Israele per la fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza, l’11 giugno il governo israeliano ha approvato un taglio della fornitura stessa.

Se questo provvedimento sarà attuato, l’elettricità sarà ridotta dalle attuali quattro ore a circa due ore al giorno, il che probabilmente porterà ad un collasso dei servizi di base. A metà aprile, l’unica centrale elettrica di Gaza, che in precedenza forniva circa un terzo dell’elettricità di Gaza, fu chiusa in conseguenza di una controversia tra le autorità di Ramallah e di Gaza sulla tassazione del carburante e sulla riscossione delle entrate.

Il 1° giugno, una ragazza palestinese di 15 anni, dopo aver accoltellato e ferito un soldato israeliano all’entrata dell’insediamento colonico di Mevo Dotan (Jenin), è stata colpita e ferita: è morta il giorno successivo in un ospedale israeliano per le ferite riportate. Sale a nove, dall’inizio del 2017, il numero di minori palestinesi uccisi dalle forze israeliane in attacchi, presunti attacchi e scontri.

Nei Territori palestinesi occupati, in vari scontri con le forze israeliane, due palestinesi sono stati uccisi e 58 sono stati feriti, tra cui sei minori. Entrambe le vittime (uomini di 20 e 25 anni), nonché 39 dei feriti, tra cui cinque minori, sono state colpite nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza durante proteste contro il blocco [delle frontiere]. In Gaza, dal dicembre 2015, questo è il più alto numero di ferimenti ad opera delle forze israeliane. I restanti 19 feriti sono stati registrati in Cisgiordania, soprattutto nel contesto di operazioni di ricerca-arresto. Nella città di Hebron, durante uno degli scontri, un soldato israeliano è stato ferito dal lancio di pietre.

Otto palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti quando uno dei minori ha causato l’esplosione di un residuato bellico (UXO). L’episodio si è verificato il 4 giugno nella zona di Al Mughraqa, a sud della città di Gaza.

Durante il periodo di riferimento sono stati registrati otto attacchi di coloni israeliani che hanno causato danni a proprietà palestinesi. In tre degli episodi, attribuiti a coloni degli insediamenti di Yitzhar e Bracha (Nablus), è stato appiccato il fuoco a terreni, con conseguente danneggiamento di 3 ettari di colture e di almeno 20 alberi appartenenti agli agricoltori di Asira al Qibliya, Burin e Huwwara. Nella stessa zona, la settimana precedente, erano stati segnalati una serie di attacchi che avevano causato il ferimento di un palestinese e danni estesi alle proprietà. A Gerusalemme Est, in quattro episodi, a 17 veicoli palestinesi sono stati squarciati i pneumatici o sono stati frantumati finestrini, specchietti o parabrezza, mentre scritte offensive sono state spruzzate nei pressi. Una famiglia della comunità di pastori di Khirbet Samra (Tubas) ha riferito che coloni israeliani sono penetrati nella comunità ed hanno vandalizzato un riparo per animali e circa 20 recipienti per l’acqua.

Nei pressi degli insediamenti di Adora e Kiryat Arba’ in Hebron, in tre episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, un israeliano è stato ferito e tre veicoli israeliani hanno subito danni.

Secondo fonti ufficiali israeliane, per le preghiere del venerdì del Ramadan, sono stati ammessi in Gerusalemme Est, attraverso i checkpoint circostanti, circa 65.000 palestinesi per il primo venerdì e 85.000 per il secondo. Ciò è stato conseguente alla disposizione con la quale i palestinesi in possesso di carte di identità della Cisgiordania – limitatamente ai maschi ultra 40enni ed alle donne – sono stati temporaneamente esentati dall’obbligo di autorizzazione. Inoltre, circa 100 palestinesi di Gaza, di età superiore ai 55 anni, sono stati autorizzati ad entrare in Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì e altri 300 durante i giorni della settimana.

Contestando la violazione delle normative ambientali, le autorità israeliane hanno demolito, nella zona B di Ya’bad (Jenin), tre strutture appartenenti ad una tradizionale fabbrica di carbonella e sequestrato oltre 150 tonnellate di legno. Il provvedimento colpisce i mezzi di sostentamento di 24 famiglie. Durante l’operazione si è sviluppato un grande incendio che è stato spento dopo diverse ore. Dal novembre 2016, nella medesima località sono state operate tre demolizioni e confische simili. Inoltre, le autorità israeliane hanno abbattuto 27 ulivi a Husan (Betlemme), sostenendo che gli alberi consentivano una copertura per i palestinesi che lanciano pietre contro i veicoli israeliani in transito.

L’11 giugno, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha invitato le autorità israeliane a chiarire il destino di 19 palestinesi che sono scomparsi durante il conflitto del 2014 a Gaza, i cui corpi le autorità israeliane hanno pubblicamente ammesso di detenere. Qualche giorno prima, un identico invito era stato rivolto dallo stesso ICRC alle autorità di Hamas a Gaza, in relazione al destino di cinque cittadini israeliani scomparsi.

Le autorità israeliane hanno prorogato per altre tre settimane l’estensione (da sei a nove miglia marine dalla costa) dei limiti di pesca lungo la costa meridionale di Gaza. Dal 2013, adducendo preoccupazioni in materia di sicurezza, Israele aveva applicato il limite di pesca di sei miglia lungo tutta la costa di Gaza, pregiudicando seriamente le fonti di sostentamento dei pescatori.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

¡

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

In una dichiarazione emessa il 14 giugno, Robert Piper, Coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati (oPt), ha avvertito delle “conseguenze disastrose” che un’ulteriore riduzione delle forniture di energia elettrica alla Striscia di Gaza avrebbe sulle condizioni di vita dei suoi due milioni di abitanti.

þ




FPLP e Hamas rivendicano la responsabilità dell’attacco letale a Gerusalemme

17 giugno 2017Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – L’organizzazione di sinistra Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il movimento Hamas hanno entrambi rivendicato la responsabilità per l’attacco omicida di venerdì nella Gerusalemme est occupata, mentre, secondo una dichiarazione rilasciata sabato dal gruppo, il FPLP ha definito gli attaccanti palestinesi uccisi “eroi” del popolo palestinese.

Tutti e tre i palestinesi, che erano armati di coltelli e di un’arma automatica, sono stati uccisi sul posto dalla polizia israeliana nei pressi della Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme. Un’ufficiale della polizia israeliana di 23 anni è stata uccisa nell’attacco, mentre un certo numero di persone presenti sul luogo sono rimaste ferite. Il ministero della Salute palestinese ha identificato gli attaccanti uccisi come Adel Hasan Ahmad Ankoush e Baraa Ibrahim Salih Taha, di18 anni, e Osama Ahmad Dahdouh, di 19.

Mentre i media israeliani hanno riportato che il cosiddetto Stato Islamico si è attribuito l’attacco, Hamas ha smentito la rivendicazione ed ha affermato che riconoscere l’attribuzione dell’attacco al gruppo è stato un tentativo di confondere la situazione. L’affermazione di Hamas ha confermato che uno degli attaccanti era un membro del proprio movimento, mentre gli altri due appartenevano al FPLP.

In passato lo Stato Islamico ha tentato di attribuirsi la responsabilità di attacchi palestinesi, in particolare facendovi menzione sul periodico on line di propaganda del gruppo “Dabiq”. Tuttavia i dirigenti palestinesi hanno rifiutato ogni correlazione tra quello che considerano una parte della legittima resistenza palestinese contro la colonizzazione israeliana e il “terrorismo” ispirato dallo Stato Islamico.

Il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri nella dichiarazione ha affermato che l’attacco di venerdì è parte della resistenza popolare palestinese contro l’ormai cinquantennale occupazione israeliana e una “reazione naturale ai crimini dell’occupazione”.

Nel contempo il FPLP ha lodato gli attaccanti come “eroi” in un comunicato rilasciato dal gruppo e ha affermato che Baraa Salih Taha e Osama Ahmad Dahdouh erano membri dell’organizzazione.

Secondo il FPLP i tre avevano in precedenza partecipato al lancio di bottiglie molotov e pietre per opporsi “agli attacchi delle forze di occupazione e dei coloni,” lungo le strade di collegamento israeliane che portano alla colonia illegale israeliana di Halamish, che è adiacente alla loro città natale, Deir Abu Mashal, nel distretto di Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania occupata.

Il FPLP ha affermato che in seguito a ciò nel 2015 Baraa ha passato parecchi mesi in prigione in Israele, mentre Osama era stato in carcere per un anno nel 2014.

Il gruppo ha definito l’attacco un’ “operazione eroica” e ha affermato che è arrivato in un “momento critico per difendere la resistenza palestinese”.

Gli attaccanti erano “eroi del popolo palestinese che hanno agito per difendere i diritti del popolo palestinese con un coraggio senza pari, eludendo il controllo sionista su Gerusalemme per dirigere il fuoco della loro rabbia contro le forze in armi ed i soldati dell’occupazione,” ha sostenuto il gruppo, e ha aggiunto che “la resistenza è continua, radicata nella patria e a Gerusalemme, l’eterna capitale della Palestina.”

Il FPLP aggiunge che l’attacco manda anche un “messaggio forte, diretto” ai “leader sconfitti dell’Autorità Nazionale Palestinese, alle loro politiche e alla loro strategia”, aggiungendo che l’attacco ha evidenziato che la resistenza sta continuando ed è l’unica via per sconfiggere l’occupante.”

Nel contempo sabato i rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno entrambi condannato l’attacco.

L’inviato della Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov in una dichiarazione ha affermato che ” simili atti di terrorismo devono essere nettamente condannati da tutti. Sono inorridito dal fatto che ancora una volta qualcuno trovi opportuno giustificare simili attacchi in quanto ‘eroici’. Sono inaccettabili e tendono a trascinare tutti verso un nuovo ciclo di violenze.”

L’ambasciatore dell’UE in Israele Lars Faaborg-Andersen ha affermato su Twitter: “Condanno gli attacchi terroristici di ieri a Gerusalemme, in cui è stato ucciso Hadas Malka. Le mie condoglianze alla sua famiglia e ai suoi colleghi.”

Secondo quanto riferito, l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha anche condannato l’Autorità Nazionale Palestinese per aver incoraggiato gli attacchi attraverso il discusso programma di compensazione ai “martiri”, che fornisce sussidi finanziari alle famiglie dei palestinesi imprigionati, feriti o uccisi dalle forze israeliane.

“La dirigenza palestinese continua a dare il suo appoggio alla pace, anche se paga mensilmente i terroristi ed educa i propri bambini all’odio. La comunità internazionale deve chiedere che i palestinesi mettano fine ai loro intollerabili atti di violenza,” ha affermato.

In base alla documentazione di Ma’an, 33 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni dall’inizio del 2017, mentre durante lo stesso periodo 8 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi.

Mentre i dirigenti israeliani spesso indicano l’ “incitamento” palestinese come causa di questi attacchi, e spesso tentano di metterli in relazione con la cosiddetta “guerra al terrorismo”, i palestinesi hanno al contrario citato come le cause principali di tali attacchi le frustrazioni quotidiane e la continua violenza militare israeliana imposta dall’occupazione israeliana del territorio palestinese.

In seguito all’attacco di venerdì le forze israeliane hanno completamente bloccato il villaggio cisgiordano di Deir Abu Mashal ed hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei palestinesi uccisi, avvertendole che le loro abitazioni saranno presto demolite – una politica israeliana utilizzata contro famiglie i cui membri hanno commesso attacchi e che i gruppi per i diritti umani hanno giudicato una forma di “punizione collettiva”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato tutti i permessi concessi ai palestinesi per entrare a Gerusalemme e in Israele per il mese santo musulmano del Ramadan.

Numerosi altri palestinesi sono rimasti feriti e detenuti dalle forze israeliane in seguito all’attacco, in quanto, secondo alcuni testimoni, forze israeliane avrebbero “aggredito” palestinesi e sparato proiettili veri “a casaccio” nella zona.

(traduzione di Amedeo Rossi)