Nonostante le dichiarazioni di Trump durante l’incontro con Netanyahu, Abbas e i palestinesi tirano un sospiro di sollievo.

Amira Hass, 16 febbraio 2017 Haaretz

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dalla dominazione israeliana, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid.

La dirigenza palestinese non ha nascosto la sua preoccupazione circa le notizie che gli americani hanno rinunciato ad appoggiare la creazione di uno Stato palestinese. Di fatto questo non è stato il messaggio inequivocabile che le dichiarazioni di Donald Trump hanno trasmesso nella conferenza stampa di mercoledì. Ognuna delle parti potrebbe rintracciarvi elementi per rafforzare la propria posizione.

Anche se gli Stati Uniti rinunciassero effettivamente a sostenere uno Stato palestinese, che cosa cambierebbe in realtà? Le amministrazioni USA precedenti a Trump hanno parlato di qualche soluzione dei due Stati e non hanno fatto niente per portarla avanti. Cioè, non hanno fatto niente per impedire ad Israele di bloccarla. Però le loro dichiarazioni e le loro promesse hanno indotto la dirigenza palestinese di Ramallah a mentire a sé stessa ed al suo popolo facendo credere che questa fosse la soluzione che la grande potenza appoggiava.

Questa costante menzogna – accompagnata da una massiccia assistenza finanziaria americana – è stata uno degli strumenti con cui la dirigenza dell’OLP, Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese hanno continuato a dar ragione della propria esistenza. Quella menzogna ha aiutato a giustificare il mantenimento degli accordi con Israele, compreso il coordinamento per la sicurezza. Non stupisce che gli USA eroghino considerevoli contributi finanziari alle forze di sicurezza palestinesi.

La nuova musica che adesso arriva dalla Casa Bianca pone la domanda se i cambiamenti negli Stati Uniti possano indebolire ancor più lo status della leadership palestinese agli occhi dei palestinesi stessi e se quindi la sua esistenza sia in pericolo.

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dal giogo israeliano, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid. Per il popolo palestinese che vive qui [nei Territori Occupati] e per quello della diaspora questi non sono slogan, ma la realtà quotidiana.

Ventiquattro anni fa questa Nazione ha avuto una leadership popolare che ha fatto un generoso regalo ad Israele e agli ebrei – la soluzione dei due Stati. E’ così che i palestinesi hanno interpretato gli accordi di Oslo. Ma Israele ha rifiutato il dono.

La dirigenza palestinese poteva capire anche prima dell’assassinio di Yitzhak Rabin che Israele stava bluffando. Che mentre diceva “due Stati” creava enclaves. L’OLP si è intrappolata nella politica dei negoziati nella speranza che l’Occidente avrebbe fatto pressioni su Israele, che ci sarebbero stati cambiamenti politici positivi in Israele e che gli Stati arabi sarebbero intervenuti. Ma c’è anche un’altra ragione. La dirigenza palestinese ha trasformato la burocrazia di un’organizzazione per la liberazione nazionale in una burocrazia che governa, completa di autoconservazione e aggrappata alla propria posizione.

Il timore del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas e dei suoi colleghi di una deriva militare che danneggerebbe il loro popolo (come la Seconda Intifada) è reale e giustificato. Ma si confonde con gli interessi personali suoi e del gruppo di potere.

Al tempo stesso, ha preso forma l’illusione di una sovranità limitata all’interno delle enclaves palestinesi. L’ANP in Cisgiordania e Hamas a Gaza forniscono i servizi di base alla popolazione e rendono possibile l’attività pubblica, cosa che non era concessa sotto l’occupazione israeliana diretta.

Pur con tutte le critiche all’ANP per la corruzione, i metodi dittatoriali, l’inefficienza, le carenze nei servizi sociali, ecc., essa continua comunque a provvedere alle necessità fondamentali immediate della popolazione.

La presidenza Trump non è una ragione sufficiente per sciogliere l’ANP e gettare la società palestinese nel caos e nello scompiglio. La leadership palestinese ha ottenuto un’altra pausa.

Mercoledì un ufficiale della sicurezza palestinese ha rivelato ai media palestinesi l’incontro del capo della CIA con Abbas. Il messaggio che sta dietro alla fuga di notizie è chiaro. “Non preoccupatevi, l’esistenza dell’Autorità Palestinese sta a cuore agli Stati Uniti. Le istituzioni di Washington comprendono che il mantenimento del regime di enclaves garantisce una sorta di stabilità della sicurezza.”

Probabilmente stanno dicendo la stessa cosa al nuovo presidente. L’elemento più importante che può compromettere questa precaria stabilità non è Trump, ma un’escalation dell’oppressione israeliana e della sua politica di colonizzazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




‘Un assassinio’: i palestinesi chiedono di agire contro la legge israeliana del furto di terre

di Sheren Khalel, 7 febbraio 2017,Middle East Eye

Le autorità affermano che lo scopo della legge che consente ad Israele di espropriare le proprietà palestinesi è l’annessione della maggior parte della Cisgiordania, e chiedono sanzioni internazionali.

BETLEMME, Cisgiordania occupata – Martedì la Knesset (parlamento) israeliana è stata accusata di “assassinare” le prospettive di un accordo di pace per due Stati, dal momento che i palestinesi, la comunità internazionale e le associazioni israeliane per i diritti umani hanno condannato l’approvazione del disegno di legge volto a legalizzare l’esproprio di terre di proprietà privata palestinese nella Cisgiordania e a Gerusalemme est, illegalmente occupate.

Il voto, che è passato con 60 a favore contro 52, è stato portato in aula pochi giorni dopo che le forze israeliane avevano evacuato l’avamposto israeliano di Amona, in seguito a una sentenza della Corte Suprema israeliana.

La decisione è stata applaudita da membri della destra israeliana, come Shuli Moalem-Refaeli – capo del partito Casa Ebraica (di estrema destra, ndtr.) ed uno dei co-promotori del disegno di legge – che, come riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, ha detto che la legge significa che gli israeliani residenti nelle colonie ‘non saranno più un obbiettivo delle organizzazioni estremiste di sinistra che intendono distruggere e danneggiare le colonie’.

Ma Mustafa Barghouti, leader del movimento ” Iniziativa Nazionale Palestinese”, ha detto a Middle East Eye che la legge ha rappresentato un punto di svolta nei rapporti tra palestinesi e israeliani.

Questa legge è un assassinio della soluzione dei due Stati”, ha detto Barghouti. “E’ un atto che mira all’annessione della maggior parte della terra in Cisgiordania.”

Mentre le autorità israeliane avevano già la possibilità di confiscare terre palestinesi sotto il pretesto della sicurezza, come anche della dichiarazione di utilizzo come terra dello Stato, adesso la nuova legge significa che la terra di proprietà privata palestinese può essere confiscata esclusivamente per la costruzione di colonie, il che è giudicato illegale dal diritto internazionale.

Sono certo che il prossimo passo di Israele sarà l’annessione della colonia di Maale Adumim”, ha detto Barghouti, riferendosi ad una colonia israeliana illegale situata nella zona E1 (a nord est di Gerusalemme, ndtr.) della Cisgiordania occupata.

In altri termini, Israele sta legalizzando le colonie con l’intenzione di annetterle a Israele, che è ciò che avverrà adesso.”

Le previsioni di Barghouti sono in linea con (quanto affermato dal) deputato israeliano Bezalel Smotrich, un altro co-promotore della legge, che l’ha definita “un passo storico verso il completamento di un processo che intendiamo avviare; l’applicazione della piena sovranità israeliana su tutte le città e le comunità in Giudea e Samaria [il termine usato dal governo di Israele per indicare la Cisgiordania].”

L’approvazione della legge segna la prima volta che la Knesset approva una legge che esercita giurisdizione sulla Cisgiordania.

Motivo di sanzioni’

Questa legge è senza dubbio motivo di sanzioni da parte della comunità internazionale”, ha detto Barghouti.

E adesso non vi sono giustificazioni per l’Autorità Nazionale Palestinese per rimandare un deferimento alla Corte Penale Internazionale – davanti a cui Israele dovrebbe comparire –; ogni mancanza di azioni punitive contro Israele dovrebbe ora essere ritenuta un’accettazione delle sue azioni.”

Husam Zumlot, il consigliere per le questioni strategiche del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha affermato che la prossima mossa a livello politico deve provenire dalla comunità internazionale.

La soluzione dei due Stati è stata sempre un progetto della comunità internazionale che noi abbiamo seguito, ma adesso è necessario che queste questioni, relative a ciò che dovrebbe accadere ora, vengano demandate alla comunità internazionale”, ha detto Zumlot.

La comunità internazionale deve decidere che cosa fare rispetto a questo progetto, perché questa legge è una risposta di Netanyahu alla recente risoluzione delle Nazioni Unite contro le colonie, all’iniziativa della Francia e alla comunità internazionale in generale.”

Zumlot ha aggiunto che l’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha in programma di “riunirsi immediatamente” per discutere il da farsi.

Quando si riuniranno prenderanno le iniziative necessarie a salvaguardare gli interessi nazionali del popolo”, ha detto.

Abbas, che era a Parigi per colloqui col presidente francese Francois Hollande, ha definito la legge “un attacco contro il nostro popolo”, che va contro gli auspici della comunità internazionale.

Martedì Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’OLP, ha espresso opinioni analoghe, chiedendo sanzioni ed azioni punitive.

Pulizia etnica’

E’ indispensabile che la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea, assuma le proprie responsabilità morali, umane e giuridiche e metta fine all’illegalità di Israele ed al suo sistema di apartheid e di pulizia etnica”, ha detto.

L’assunzione di responsabilità dovrebbe includere misure punitive e sanzioni, prima che sia troppo tardi.”

Issa Amro, attivista palestinese e fondatore di “Giovani Contro gli Insediamenti”, ha detto a MEE che l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe intraprendere ogni strada possibile per ottenere appoggio per azioni punitive contro Israele da parte della comunità internazionale, dalla Corte Penale Internazionale alle Nazioni Unite, ed azioni bilaterali degli Stati.

Ha aggiunto che l’ANP dovrebbe anche incoraggiare i palestinesi a manifestare contro la legge nelle strade.

Abbiamo bisogno di praticare la disubbidienza civile”, ha detto Amro. “L’ANP dovrebbe incoraggiare la disubbidienza civile per dimostrare la nostra opposizione alle azioni di Israele.”

L’associazione israeliana per i diritti “B’Tselem” ha definito la legge una “disgrazia per lo Stato e la sua autorità legislativa.”

L’associazione ha dichiarato: “La legge approvata oggi dalla Knesset prova una volta di più che Israele non intende porre fine al suo controllo sui palestinesi o al furto della loro terra”

Approvare la legge poche settimane dopo la risoluzione 2334del Consiglio di Sicurezza [in cui il Consiglio ha condannato l’attività di colonizzazione israeliana come ‘flagrante violazione’ del diritto internazionale] è uno schiaffo in faccia alla comunità internazionale. Se inserire l’esproprio in una legge costituisce uno sviluppo nuovo, in pratica è un altro aspetto del massiccio furto di terra portato avanti sfacciatamente per decenni dichiarandola ‘terra dello Stato’ ”.

Intanto Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch, ha affermato che la legge “annulla anni di consolidata legislazione israeliana.”

Intervenendo solo alcune settimane dopo l’unanime approvazione della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza sull’illegalità delle colonie, la legge rispecchia il palese disconoscimento del diritto internazionale”, ha detto Shakir.

La legge consolida ulteriormente l’attuale realtà di permanente occupazione de facto in Cisgiordania, in cui i coloni israeliani ed i palestinesi che vivono sulla stessa terra sono soggetti a sistemi giuridici, norme e servizi ‘separati ed ineguali.’ ”

Shakir ha concluso la sua dichiarazione con una frecciata alla nascente relazione del presidente USA Donald Trump con Israele, affermando che “i dirigenti israeliani che guidano la politica di colonizzazione dovrebbero sapere che l’amministrazione Trump non può proteggerli dal controllo della Corte Penale Internazionale, dove il procuratore continua ad esaminare l’illegale attività di colonizzazione di Israele.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Pesanti pene detentive a membri di Fatah per rapporti con Ramallah’

Amira Hass, 2 febbraio 2017 Haaretz

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani condannano le sentenze come ingiuste e le accuse come vaghe – e le confessioni sono state ottenute sotto tortura.

La settimana scorsa un tribunale militare di Gaza ha comminato pesanti pene detentive ad otto membri di Fatah per “ aver recato danno all’unità rivoluzionaria”, in base alla legge penale rivoluzionaria dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), scritta a Beirut nel 1979. Gli otto uomini sono tutti membri delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Tre di loro sono stati condannati ai lavori forzati a vita e gli altri cinque hanno ricevuto pene tra i 7 e i 15 anni di prigione, anch’essi ai lavori forzati.

Le sentenze per i reati, che si fondavano su “ rapporti con Ramallah”, sono state pronunciate sulla base delle confessioni degli imputati, anche se tutti loro mostravano segni che le confessioni erano state ottenute sotto tortura.

Le pesanti condanne hanno sorpreso non solo gli imputati e le loro famiglie, ma anche le organizzazioni palestinesi per i diritti umani, che le hanno condannate in quanto ingiuste. Hanno definito le accuse fumose e troppo generiche e la legge rivoluzionaria incostituzionale e carente dei benché minimi standard di giustizia internazionale.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani, la più antica organizzazione per i diritti umani nella Striscia di Gaza, mercoledì ha detto che avrebbe rappresentato gli imputati in appello. Fatah ha accusato le sentenze di essere politicamente motivate.

Il più anziano tra gli imputati, Mohammed Abed al-Khader Ali, di 50 anni, appartenente al servizio di sicurezza preventiva dell’ANP, è stato condannato all’ergastolo in contumacia. Ora si trova in Cisgiordania.

Gli altri sette sono stati arrestati nel novembre 2015, ma solo due di loro sono stati trattenuti in prigione per tutto il periodo. Gli altri, di età compresa tra 30 e 44 anni, sono stati rilasciati in diverse fasi fino alla fine del processo.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha dichiarato in un comunicato stampa che le pene sono state comminate senza la minima equità e in assenza del diritto di quelli incarcerati a difendersi. Il Centro ha affermato che c’erano chiari segni che le confessioni fossero state estorte attraverso gravi torture.

La corte ha nominato degli avvocati difensori per i sette ed un legale ha detto al Centro che i suoi clienti presentavano sul corpo chiari segni di ferite e di suture ed alcuni soffrivano di trauma psichico e delirio come conseguenza dell’arresto.

Secondo quanto riferito dal Centro, i difensori hanno detto che le azioni dei loro assistiti non erano altro che attività politiche e che le confessioni sono state estorte con la forza.

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani e gli avvocati per anni hanno condotto battaglie contro il modo abituale di agire di Hamas a Gaza, e prima dell’ANP a Ramallah, di utilizzare tribunali militari per processare dei civili.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I palestinesi sostengono che gli USA minacciano “gravi misure” se i [loro] dirigenti denunciano Israele al tribunale internazionale

Jack Khoury 1 febbraio 2017 | Haaretz

I dirigenti palestinesi sono furiosi per i nuovi avvertimenti dell’ amministrazione Trump riguardo alla [possibile] sospensione degli aiuti e persino al reinserimento dell’OLP nella lista dei gruppi terroristici.

Secondo fonti diplomatiche occidentali e arabe, Washington ha ammonito i dirigenti palestinesi che, qualora denunciassero Israele nei tribunali internazionali, andrebbero incontro a gravi misure da parte dell’amministrazione statunitense, quali la chiusura degli uffici dell’OLP nella capitale americana e la cessazione degli aiuti economici all’Autorità palestinese.

Haaretz è venuto a conoscenza che il messaggio dell’amministrazione Trump è stato inoltrato tramite il consolato americano, e non dalla Casa Bianca o dal Dipartimento di Stato, e che si è trattato di una conversazione telefonica con un dirigente palestinese in contatto diretto con il Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas.

Un’alta fonte palestinese ha detto a Haaretz che nella prima settimana da presidente Donald Trump ha firmato un decreto esecutivo di una mozione del Congresso, redatta durante la presidenza Obama, per fare passi contro l’Autorità palestinese e contro Fatah( la maggiore componente dell’OLP) nel caso in cui i palestinesi denuncino Israele.

“Nonostante la risoluzione del Congresso, i dirigenti palestinesi contavano sulla denuncia alla Corte [Penale Internazionale] come mezzo per arrestare la costruzione delle colonie. Ma il messaggio di questi giorni proveniente da Washington ha messo in chiaro che qualunque mossa del genere dei palestinesi provocherebbe una grave reazione americana, talmente forte che qualcuno ha parlato di rimettere l’OLP nella lista delle organizzazioni terroristiche,” ha riferito la fonte palestinese.

Il sabotaggio della strategia palestinese”

Haaretz è venuta a sapere che i dirigenti palestinesi si sono infuriati per i messaggi di Washington, definendoli un tentativo di sabotare tutta la strategia palestinese degli ultimi anni di abbandono della lotta armata e della violenza in favore di [un’attività] diplomatica internazionale collaborando con le istituzioni delle Nazioni Unite e con la comunità internazionale per realizzare la soluzione dei due Stati.

“Ogni decisione presa, dal riconoscimento della Palestina fatta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2011 fino all’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza del dicembre 2016, aveva lo scopo di salvare la soluzione a due Stati” ha detto la fonte palestinese a Haaretz . “La politica di Netanyahu, compresa quella degli ultimi giorni, di accelerare la costruzione di migliaia di unità abitative, complice il silenzio di Washington, significa lo smantellamento di qualunque possibilità di una futura soluzione diplomatica” ha detto la fonte riferendosi al primo ministro israeliano.

Nel frattempo il ministro degli esteri palestinese ha duramente condannato la decisione di costruire migliaia di unità abitative in Cisgiordania, affermando che ciò rende la soluzione a due Stati una chimera.

Alti dirigenti palestinesi , incluso il segretario generale di Fatah Saeb Erekat, si sono appellati alla comunità internazionale perché intervenga senza indugi.

Nel frattempo fonti di Ramallah , quartier generale della Autorità Nazionale Palestinese, ammettono che, a causa della minaccia americana, non è stata presa nessuna decisione di denunciare Israele ai tribunali internazionali.

Haaretz è venuta a sapere che i dirigenti palestinesi discuteranno nei prossimi giorni della questione. “La minaccia americana è seria, ma gli americani e l’amministrazione Trump hanno parlato di volere la soluzione a due Stati e contemporaneamente hanno permesso a Netanyahu di continuare con la sua politica devastante e lo hanno sostenuto, il che è inconcepibile. Da palestinesi continueremo ad agire su ogni fronte internazionale per salvare la soluzione a due Stati e ci aspettiamo che la comunità internazionale faccia lo stesso” ha detto un funzionario palestinese che è a conoscenza nei dettagli dei messaggi trasmessi da Washington a Ramallah.

Per diversi anni l’Autorità Nazionale Palestinese si è mossa per trascinare in giudizio alla Corte Penale Internazionale dell’Aja Israele per presunti crimini di guerra come mezzo per contrastare la legalità delle colonie ebraiche in Cisgiordania.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




La Palestina nell’era di Trump

19 gennaio 2017,The New Yorker

 Rashid Khalidi

Con l’avvento a Washington di un’amministrazione con nuove e radicali priorità riguardo ad Israele e disprezzo nei confronti dei diritti dei palestinesi, la Palestina sta affrontando una situazione scoraggiante. Negli scorsi anni avevano già iniziato ad evidenziarsi predominanti indirizzi politici in America e in Israele. Ora abbiamo raggiunto il punto in cui i rappresentanti di un Paese nellaltro potrebbero praticamente essere scambiati: l’ambasciatore di Israele a Washington, Ron Dermer, che è cresciuto in Florida, potrebbe facilmente essere l’ambasciatore USA in Israele, mentre l’ambasciatore designato da Trump in Israele, David Friedman, che ha stretti legami con il movimento dei coloni israeliani, potrebbe benissimo fare l’ambasciatore a Washington per il governo favorevole ai coloni di Benjamin Netanyahu.

Mentre il sollecito interesse dell’America per Israele e il suo disinteresse per i palestinesi erano in precedenza celati dietro all’imparzialità, con Trump stiamo per assistere a una più totale convergenza tra la dirigenza politica americana e il governo più sciovinista, religioso e di destra nella storia di Israele. Saranno questo governo israeliano e le sue nuove anime gemelle americane che prenderanno le decisioni in Palestina almeno per i prossimi anni.

L’intera struttura politica ed economica palestinese costituita dagli accordi di Oslo del 1993 era fondata sull’idea che si sarebbe trasformata in uno Stato palestinese reale, sostenibile e con continuità territoriale. Quella illusione, sostenuta da molti palestinesi, è stata ormai dissolta. Quella struttura imperfetta era anche basata sulla premessa, quanto meno ingenua, che gli Stati Uniti avessero un interesse nazionale nel moderare il comportamento di Israele e nel raggiungere un minimo di giustizia in Medio Oriente. Anche questa premessa è stata distrutta.

Per i palestinesi l’Autorità Nazionale Palestinese, stabilita dagli accordi di Oslo in apparenza come parte di un accordo temporaneo per l’autogoverno palestinese, continuerà a fare più danno che bene. Poche persone capiscono che la colonizzazione della terra palestinese e l’occupazione militare israeliana durata quasi cinquant’anni, – tra le più lunghe della storia contemporanea – oggi non sarebbero sostenibili senza l’appoggio americano ed israeliano all’ANP ed alle sue forze di sicurezza addestrate dagli USA. La criminalizzazione da parte dell’ANP di ogni forma di resistenza alla spoliazione, alla discriminazione ed al permanente controllo militare da parte di Israele ne hanno fatto, in effetti, uno strumento di collaborazione con l’occupazione. Persino bloggers e manifestanti pacifici sono soggetti ad arresti e a soprusi da parte delle forze dell’ANP. Il modo in cui questa istituzione opera contro il proprio stesso popolo fornisce un’anticipazione del futuro che ora i dirigenti sia americani che israeliani prevedono per i palestinesi nei territori occupati: un futuro che è oppresso, controllato e privo di sovranità ed autodeterminazione.

E’ assolutamente chiaro che gli Stati Uniti, nell’era Trump, e Israele, in quella di Netanyahu, non faranno niente per cambiare questo quadro. In un simile contesto, i palestinesi hanno di fronte scelte nette. Possono sottomettersi ai voleri degli USA e di Israele oppure possono ridefinire profondamente e urgentemente il loro movimento nazionale, i loro obiettivi e le modalità della loro resistenza all’oppressione. E’ ora per i palestinesi di abbandonare l’esperimento fallito dell’ANP e forme di violenza che rafforzano solo il dominio della destra sulle politiche israeliane. E’ ora di mobilitare le ampie energie della diaspora palestinese e di smettere di pensare alla Palestina come solo a quei frammenti sotto occupazione israeliana. Ed è tempo di iniziare ad immaginare modi in cui palestinesi ed israeliani saranno finalmente capaci di coesistere in totale uguaglianza nel piccolo Paese che alla fine dovranno condividere, una volta che si sia liberato dalla dominazione di un gruppo sull’altro. Sarà un compito eccezionalmente difficile per i palestinesi, che vengono dall’aver sofferto decenni di guerra, spoliazione ed occupazione.

Ciononostante ci sono segni di speranza, almeno negli Stati Uniti. A dispetto delle posizioni dei dirigenti sia del partito Democratico che Repubblicano, l’opinione pubblica americana si sta allontanando rapidamente da un appoggio acritico ad Israele. Gli americani stanno diventando sempre più solidali con la causa della libertà dei palestinesi. Secondo un sondaggio realizzato dalla Brookings Institution [gruppo di ricerca in scienze sociali di tendenza progressista con sede a Washington. Ndtr.] in dicembre, il 60% dei democratici e il 46% di tutti gli americani appoggia sanzioni o misure più forti contro Israele per la costruzione di colonie ebraiche illegali sulla terra palestinese occupata. Un recente sondaggio del Pew [centro di ricerca statunitense indipendente. Ndtr.] mostra che, per la prima volta, la percentuale di democratici che sono solidali con i palestinesi è praticamente pari a quelli che simpatizzano con Israele, mentre i democratici progressisti sono molto più solidali con i palestinesi (58%) che con Israele (26%).

Con il tempo, questi cambiamenti arriveranno fino ai politici ed ai decisori a Washington. Nel frattempo, ci si aspetta da persone con una coscienza, comprese quelle che stanno resistendo all’ondata di razzismo e di estremismo di estrema destra che si prospetta nellera Trump, che esercitino pressioni sui loro rappresentanti eletti perché siano all’altezza degli ideali di libertà ed uguaglianza che professano e che rendano Israele responsabile delle sue violazioni delle leggi internazionali e del rifiuto dei diritti nazionali ed umani dei palestinesi.

Rashid Khalidi è professore Edward Said di Studi Arabi alla Columbia University e autore, più recentemente, di “Mediatori di menzogna: come gli USA hanno minato la pace in Medio Oriente.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




La conferenza di pace di Parigi senza la pace

Mariam Barghouti – 16 gennaio 2017 Middle East Eye

I discorsi celebrativi della conferenza di Parigi, in previsione di un cambiamento positivo, sono stati un’assoluta parodia della giustizia.

Permane la stanchezza riguardo a queste conferenze, in quanto ripetono gli sforzi dei Parametri di Clinton nel 2000 e il documento per la Roadmap verso la pace del 2003 – solo che in modo contorto e regressivo, soprattutto nel caso dei rifugiati, di Gerusalemme e dei confini.

La spinta per una conferenza a Parigi, come in precedenza simili tentativi internazionali, non ha inteso affrontare la realtà palestinese e le radici del problema, ma piuttosto arginare l’ennesima turbolenza del Medio Oriente.

E’ l’approccio di una comunità internazionale alle prese con un problema scomodo piuttosto che un tentativo di rimediare all’ingiustizia messa in atto contro i palestinesi come popolo indigeno.

Il fatto [è] che la conferenza di Parigi ha deliberatamente scelto di ignorare le voci reali di chi affronta le conseguenze dell’oppressione, a riprova della continua inadeguatezza della comunità internazionale nell’essere in sintonia con la realtà sul terreno.

E’ un atteggiamento paternalistico che gli esponenti ufficiali palestinesi vedono come un passo in avanti, mentre ciò semplicemente cospira per togliere l’iniziativa all’opinione pubblica palestinese, dando impulso ad una soluzione dei due Stati virtualmente morta.

La lotta palestinese è quindi ridotta a una visione definita dalle potenze, secondo cui spetta a loro, più che a noi, decidere del nostro destino

Condizione perpetuamente simbolica

Come una specie di estenuante metafora in un romanzo tragico, la Palestina si è trovata in un immutabile stallo.

La tomba di Yasser Arafat, con una luce che la sera punta in direzione di Gerusalemme, è l’emblema delle nostre accanite speranze, senza lavorare per raggiungere le nostre aspirazioni.

Contemporaneamente, la dirigenza palestinese lavora contro l’originaria visione della lotta per la completa liberazione, dignità e giustizia per tutti i palestinesi.

Il pericolo della conferenza di Parigi, come le precedenti iniziative occidentali, è che non scava dentro i vari livelli del contesto del colonialismo di insediamento.

Il quadro e le leggi per i diritti dei palestinesi sono stati già ripresi nelle risoluzioni ONU, nelle leggi internazionali e persino nelle dichiarazioni di vari Stati. Il problema in questione non è la legittimità dell’autodeterminazione dei palestinesi, ma le esitazioni della comunità internazionale nell’imporre quello che riconosce in termini di diritti umani e nel non considerare Israele responsabile [delle violazioni a questo proposito].

E’ difficile credere nell’onestà di queste conferenze dopo gli infiniti fallimenti dei colloqui di pace bilaterali degli USA e l’incapacità dell’ONU di dare seguito alle proprie decisioni. Ancora una volta, è tutto pronto per la disfatta pubblica nel far rispettare ad Israele le leggi e le norme internazionali. L’unico che realmente concorderà con la conferenza di Parigi sarà Israele, mettendo ancora una volta in evidenza i limiti del mondo di fronte alle pressioni ed alla corruzione.

In modo simile a precedenti tentativi di pace, che si sia trattato degli accordi di Camp David del 1978 fino al tentativo dell’amministrazione Obama nel 2010 o della Roadmap del Quartetto, il coordinamento non è fatto dai veri soggetti interessati.

Inoltre queste conferenze che si succedono sono sostanzialmente un’ applicazione retroattiva della struttura dell’accordo di Camp David del 1978. Pertanto, 39 anni dopo, stare ancora a discutere i termini che erano praticamente già stati concordati è una beffa alla giustizia ed alle reali aspirazione di risolvere la questione palestinese.

Quella che è inquietante è la fugace euforia che i rappresentanti mostrano nell’ingannare se stessi pensando che stanno cambiando le cose, mentre poi permettono l’incessante espropriazione e sottomissione dei palestinesi a un potere dell’apartheid.

Giocare a dadi con la questione palestinese

Mentre è positivo che la richiesta palestinese di liberazione non sia stata abbandonata, la nostra lotta è sempre stata monopolizzata da altri per varie ragioni che non sono legate alla nostra lotta per il riconoscimento e per la dignità.

Dobbiamo subito contestualizzare ulteriormente il tentativo francese in rapporto all’ambito politico negli Stati Uniti e in Israele. Con il presidente eletto Donald Trump che si prepara ad assumere il potere, c’è già la sensazione di disperazione e di rabbia rispetto alla prospettiva di quello sta per accadere al Medio Oriente.

Avere il controllo sul contesto politico in Palestina/Israele significa guadagnarsi una presa più forte sul Medio Oriente. La nostra causa è continuamente stata utilizzata da Stati, individui e organizzazioni come un catalizzatore per il potere. Per la Francia prendere un’iniziativa di primo piano nel tentativo di risolvere il problema significa tentare di indebolire ulteriormente il caposaldo USA nella regione.

Tuttavia, i risultati della conferenza rimangono allineati con i tentativi di Trump. Sebbene più implicito dell’appoggio verbale di Trump a Israele, quello che è stato delineato a Parigi non affronta il concetto di giustizia e favorisce ulteriormente la lontananza dei palestinesi dalla loro auto-proclamata dirigenza.

La vera base della conferenza di Parigi non è la denuncia della scomoda e terrificante verità dell’occupazione e dell’apartheid, ma il gioco dei dadi nella speranza di porre fine all’incessante urlo e rumore.

Quello che Parigi significa per i palestinesi

Non è sorprendente che l’Autorità Nazionale Palestinese abbia accolto positivamente la conferenza, nonostante il fatto che, in sostanza, si sia trattato di un atto di assoluzione sia di Israele che della comunità internazionale dal rendere conto delle proprie azioni.

E’ significativo ricordare che il 50% della popolazione palestinese è sparso al di fuori dei territori. La loro voce, così come la voce del milione e mezzo di palestinesi all’interno di Israele, è ignorata nelle discussioni della soluzione dei due Stati, che per loro è inutile.

Sul terreno, le voci palestinesi sono messe a tacere non solo da Israele, ma da organizzazioni politiche come l’Autorità Nazionale Palestinese ed Hamas, che eliminano anche loro i dissidenti palestinesi che non sono d’accordo con la loro visione della giustizia. C’è un enorme divario tra quelli che affermano di rappresentare i palestinesi e il resto delle masse.

In una sua parte il comunicato della conferenza afferma che “entrambe le parti” devono “ribadire il proprio impegno per la soluzione dei due Stati, dissociandosi quindi dalle voci che rifiutano questa soluzione.”

Quanto scritto ignora il fatto che molti palestinesi non chiedono la soluzione dei due Stati. Inoltre, con il continuo distacco dell’ANP dalle masse palestinesi, la promessa di destinarvi ancora più denaro è solo d’ostacolo per i palestinesi.

Anzi, si tratta di un effetto positivo per Israele, in quanto favorisce il solco tra l’ANP ed i palestinesi, garantendo che la lotta non proceda oltre. Di conseguenza, viene data la possibilità ad Israele di continuare a costruire colonie ed esercitare pressioni sulla comunità internazionale per ottenerne l’appoggio – soprattutto con l’arrivo al potere di Trump.

Insomma, i risultati della conferenza di Parigi sono destinati a riaffermare i limiti della comunità internazionale nel raggiungere una vera giustizia, in quanto sono slegati dalle aspirazioni dei palestinesi che soffrono le conseguenze quotidiane del colonialismo.

Questa riluttanza ad affrontare la questione palestinese come una situazione di colonialismo di insediamento in simili conferenze parla da sé, in quanto confonde insidiosamente l’oppressore con l’oppresso. Nessuna vera soluzione sarà raggiunta se dovesse essere mantenuta questa impostazione.

– Mariam Barghouti  è una scrittrice e commentatrice palestinese che vive a Ramallah. I suoi scritti sono apparsi sul New York Times, su Al-Jazeera in inglese, Huffington Post, Middle East Monitor, Mondoweiss, International Business Times e altri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Comunicato conclusivo integrale della conferenza di pace di Parigi

Haaretz – 15 gennaio 2017

Il documento completo è stato approvato all’unanimità dopo intensi negoziati ed è considerato meno duro di quello inizialmente previsto

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DELLA CONFERENZA DI PACE SUL MEDIO ORIENTE

I) Facendo seguito all’incontro ministeriale tenutosi a Parigi il 3 giugno 2016, i partecipanti si sono incontrati a Parigi il 15 gennaio 2017 per riaffermare il proprio appoggio ad una giusta, durevole e complessiva soluzione del conflitto israelo-palestinese. Riaffermano che una soluzione negoziata per due Stati, Israele e Palestina, che vivano vicini in pace ed in sicurezza, è l’unico modo per raggiungere una pace durevole.

Hanno sottolineato l’importanza per le parti di riconfermare il proprio impegno per questa soluzione, di fare passi urgenti per invertire l’attuale tendenza negativa sul terreno, comprese continue azioni di violenza e attività di colonizzazione, e di iniziare significativi negoziati diretti.

Hanno ripetuto che una soluzione negoziata per due Stati dovrebbe soddisfare le legittime aspirazioni delle due parti, compreso il diritto palestinese ad avere uno Stato e il potere sovrano, la fine completa dell’occupazione iniziata nel 1967, soddisfare le necessità di sicurezza di Israele e risolvere ogni questione relativa allo status permanente sulla base delle risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e anche altre risoluzioni importanti del Consiglio di Sicurezza citate.

Hanno sottolineato l’importanza dell’iniziativa di pace araba del 2002 come quadro complessivo per la soluzione del conflitto arabo-israeliano, contribuendo quindi alla pace ed alla sicurezza regionali.

Hanno apprezzato gli sforzi internazionali di promuovere la pace in Medio Oriente, compresa l’adozione della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 23 dicembre 2016, che condanna chiaramente le attività di colonizzazione, l’istigazione ed ogni atto di violenza e terrorismo e fa appello ad entrambe le parti perché facciano dei passi per far avanzare sul terreno la soluzione dei due stati; le raccomandazioni del 1 luglio 2016 del Quartetto; i principi del segretario di Stato USA sulla soluzione dei due Stati del 28 dicembre 2016.

Hanno evidenziato l’importanza di affrontare la terribile situazione umanitaria e della sicurezza nella Striscia di Gaza e hanno auspicato rapidi passi per migliorare la situazione. Hanno sottolineato l’importanza per israeliani e palestinesi di rispettare il diritto internazionale, compreso quello umanitario e dei diritti umani.

II) I partecipanti hanno messo in evidenza il potenziale di sicurezza, stabilità e prosperità per entrambe le parti che potrebbe risultare da un accordo di pace. Hanno espresso la propria disponibilità a esercitare gli sforzi necessari per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e a contribuire in modo sostanziale ad accordi per garantire la sostenibilità di un accordo di pace negoziato, in particolare nel campo di incentivi politici ed economici, nel consolidamento delle risorse di uno Stato palestinese e nel dialogo della società civile. Tra le altre cose, ciò potrebbe includere: – un partenariato privilegiato europeo; altri incentivi politici ed economici e un maggiore intervento del settore privato; appoggio ad ulteriori sforzi delle parti per migliorare la cooperazione economica; continuo appoggio finanziario all’Autorità Palestinese nella costruzione di infrastrutture per un’economia palestinese sostenibile; appoggio e rafforzamento dei passi palestinesi per esercitare le proprie responsabilità come Stato consolidando le loro istituzioni e l’efficienza istituzionale, anche per la fornitura di servizi;

– la convocazione di incontri della società civile israeliana e palestinese, per migliorare il dialogo tra le parti, rilanciare la discussione pubblica e rafforzare il ruolo della società civile di entrambe le parti.

III) Guardando al futuro i partecipanti:

– chiedono ad entrambe le parti di riconfermare ufficialmente il proprio impegno per una soluzione dei due Stati, dissociandosi quindi dalle voci che rifiutano questa soluzione;

– chiedono ad entrambe le parti di dimostrare in modo autonomo, attraverso politiche ed azioni, un sincero impegno per la soluzione dei due Stati e di evitare passi unilaterali che pregiudichino il risultato di negoziati sulle questioni dello status finale, compresi, tra gli altri, Gerusalemme, le frontiere, la sicurezza, i rifugiati e che essi [i partecipanti alla conferenza] non riconosceranno;

– accolgono positivamente la prospettiva di una più stretta collaborazione tra il Quartetto e i membri della Lega Araba ed altri importanti attori per portare avanti gli obiettivi di questa dichiarazione.

Come prosieguo della conferenza, i partecipanti coinvolti, esprimendo la propria disponibilità a verificare progressi, hanno deciso di ritrovarsi prima della fine dell’anno per appoggiare entrambe le parti nel far avanzare la soluzione dei due Stati attraverso negoziati.

La Francia informerà le parti sull’appoggio collettivo della comunità internazionale e sul contributo concreto alla soluzione dei due Stati contenuta in questa dichiarazione congiunta.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Netanyahu mette in relazione l’attacco di Gerusalemme con l’ISIS. I media israeliani lo smascherano

Middle East Eye Redazione di MEE – 10 gennaio 2017

I giornalisti israeliani affermano che è l’occupazione della terra palestinese che sta guidando gli attacchi terroristici e che Israele non è la Francia o la Germania

Alcuni commentatori israeliani hanno condannato duramente Benjamin Netanyahu per aver messo in relazione con lo Stato Islamico un attacco a Gerusalemme, sostenendo che il primo ministro sta diffondendo una narrazione per inserire Israele nell’ondata di attacchi in Occidente e distogliendo l’attenzione dall’occupazione della terra palestinese.

Sabato un palestinese, Fadi al-Qunbar, ha lanciato un camion in mezzo a un gruppo di soldati israeliani nei pressi della Città Vecchia, uccidendone quattro. Subito dopo, Netanyahu ha affermato: “Conosciamo l’identità dell’aggressore, che, in base a tutti gli indizi, era un sostenitore dell’IS.”

Ma, scrivendo sul “Times of Israel” [giornale on line che si definisce “apolitico”. Ndtr.], l’esperto Avi Issacharoff afferma che non è “ancora chiaro cosa o chi lo abbia spinto a mettere in atto l’attacco” e che “non ci sono chiari indizi” che provino l’affermazione di Netanyahu.

“E’ possibile che la dichiarazione di Netanyahu possa spingere l’IS ha dichiarare la propria responsabilità per l’attacco, ma è dubbio se ci sia un qualche rapporto diretto tra il gruppo e Qunbar.”

“L’affermazione, comunque, è utile all’argomentazione di Netanyahu nei confronti dell’Occidente secondo cui “Lo Stato Islamico è qui”, e a quella del gruppo di avere una presenza nella “Palestina occupata”, sostiene.

Issacharoff avanza un’altra teoria: “Per il momento, pare che Qunbar abbia agito in base allo stesso modus operandi che abbiamo visto in precedenza a Gerusalemme: un terrorista senza un’affiliazione organizzativa, ispirato dai media informativi, da una moschea o dalle reti sociali, che ha condotto un attacco senza assistenza esterna.”

“In seguito, le organizzazioni terroristiche lo rivendicano come uno di loro per cavalcare l’onda del suo ‘successo’.”

Afferma che la “chiave della tensione” che guida questi attacchi non è la presunta presenza dell’IS, ma “la mancanza di qualunque prospettiva diplomatica, la costante frustrazione nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’odio verso Israele e i continui massicci incitamenti sulle reti sociali.”

“Tutto ciò crea un’atmosfera tesa, permeata di odio, che può portare in qualunque momento a ulteriori attacchi ‘spontanei'”, sostiene.

Su Haaretz, sotto il titolo “la teoria di un attacco dell’ISIS sta bene a Netanyahu, ma Gerusalemme non è Berlino”, l’editorialista Nir Hasson scrive: “Per quanto riguarda il primo ministro…la teoria dell’ISIS si addice al messaggio che cerca di diffondere – cioè che Gerusalemme, come Berlino e Nizza, è solo un’altra città occidentale che affronta un terrorismo brutale, irriducibile, messo in atto da membri dell’islamismo internazionale.”

“In base a questo messaggio, questa forza del male assoluto non ha motivazioni né ragioni e non ha niente a che vedere con l’occupazione o con qualunque altra politica israeliana.”

“Gerusalemme non è Nizza, Nizza non ha il 40% dei suoi abitanti che vivono senza diritti civili, sotto occupazione e in condizioni di vita umilianti.”

“A Nizza il primo ministro non annuncia la chiusura di un quartiere che ospita decine di migliaia di persone solo perché uno di loro è un terrorista.”

“Anche se l’attacco di domenica fosse stato ispirato dall’ISIS, ha comunque avuto origine a Gerusalemme ed è parte di un’infinita serie di attacchi di cui la città ha sofferto negli ultimi due anni e mezzo.”

Aggiunge che ogni potenziale spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme potrebbe solo gettare benzina sul fuoco.

“Non lontano dalla scena dell’attacco mortale c’è il luogo candidato ad ospitare la nuova ambasciata USA a Gerusalemme. Mentre il 20 gennaio [data dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Ndtr.] si avvicina, lo stesso avviene con la possibilità che l’ambasciata venga spostata lì,” afferma.

“Una simile iniziativa potrebbe benissimo aggiungere benzina sul fuoco che sta bruciando in città da oltre due anni e mezzo.”

Dan Cohen, un altro giornalista ebreo, su Twitter critica i media occidentali che ripetono pappagallescamente la narrazione di Netanyahu e sostiene che il primo ministro sta cercando di utilizzare l’attacco per promuovere politiche repressive contro i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La palestina nel 2017: è tempo di dire addio a Washington e di abbracciare il mondo

Ramzy Baroud – 29 dicembre 2016, Ma’an News

Non ci sono dubbi che la condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad Israele venerdì 23 dicembre sia stato un evento importante e degno di nota.

E’ vero, i principali organi delle Nazioni Unite (il Consiglio di Sicurezza e l’assemblea generale) e le sue

varie istituzioni, dalla Corte Internazionale di Giustizia all’agenzia ONU per la cultura, l’UNESCO, hanno ripetutamente condannato l’occupazione israeliana, le colonie ebraiche illegali e i soprusi contro i palestinesi. Nei fatti, a differenza della risoluzione 2334 del 23 dicembre, le precedenti condanne ONU sono state molto più forti – in quanto alcune risoluzioni non solo hanno chiesto un immediato blocco della costruzione di colonie ebraiche illegali, ma anche la rimozione di quelle esistenti.

Ci sono oltre 196 insediamenti illegali sul territorio palestinese occupato, oltre a centinaia di avamposti dei coloni. Questi insediamenti ospitano oltre 600.000 coloni ebrei, che si sono installati lì in violazione delle leggi internazionali e, in particolare, della Quarta Convenzione di Ginevra.

Ma cosa rende importante questa specifica risoluzione?

In primo luogo, gli USA non hanno posto il veto sulla risoluzione né hanno minacciato di farlo; non hanno neppure fatto seriamente pressioni, come hanno fatto spesso in precedenza per rendere più morbido il testo.

Secondo, è la prima condanna decisa e chiara di Israele da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in quasi otto anni – circa l’intero periodo del mandato del presidente Barak Obama.

Terzo, il voto ha avuto luogo nonostante le eccezionali pressioni israeliane sull’attuale amministrazione USA, su quella di Donald Trump che sta per iniziare e quelle che hanno avuto successo sul presidente egiziano, Abdul Fatah al-Sisi. Infatti l’Egitto ha rimandato il voto, previsto per il giorno precedente, prima che Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela accellerassero e portassero al voto la risoluzione il giorno successivo.

Senza dubbio la risoluzione ONU – come tutte le altre – rimane alquanto simbolica finché non ci sono dei meccanismi concreti per garantire il rispetto delle leggi internazionali.

Non solo Israele non rispetta la volontà delle Nazioni Unite, ma nei fatti sta accelerando le attività di colonizzazione nella zona di Gerusalemme, sfidando questa decisione.

Mentre i membri del Consiglio di Sicurezza stavano preparando per il voto sull’ “invalidità legale” delle colonie ebraiche, il Comune di Gerusalemme ha annunciato che 300 unità abitative saranno costruite nelle colonie illegali di Ramat Shlomo, Ramot e Bit Hanina.

D’altra parte l’Autorità Nazionale Palestinese sta già festeggiando un’altra “vittoria” simbolica, che è stata prontamente venduta ai palestinesi, per niente entusiasti, come un passo fondamentale verso la loro libertà e verso uno Stato indipendente. La risoluzione ONU è stata certo desiderosa di garantire che l’illusione dei due Stati sia ulteriormente perpetuata, che è tutto ciò di cui la leadership di Mahmoud Abbas aveva bisogno per insistere su un miraggio irraggiungibile.

Tenendo conto di tutto ciò, c’è una lezione – e una lezione importante – che si deve trarre a questo punto: senza il sostengo degli USA, Israele, con tutta la sua potenza, è decisamente vulnerabile e isolato nell’arena internazionale. Il risultato della votazione è stato piuttosto eloquente: i 14 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato “sì”, mentre gli USA si sono astenuti. Il voto è stato seguito da un raro spettacolo in simili consessi, un prolungato applauso, in cui Paesi che difficilmente si trovano d’accordo tra loro hanno concordato con convinzione sulla giustezza delle aspirazioni palestinesi e sul rifiuto del modo di agire di Israele.

Pensateci per un momento: i continui sforzi di Israele e degli USA per intimidire, forzare e imbrogliare i membri dell’ONU in modo da tener fuori la comunità internazionale dal conflitto israelo-palestinese, sono completamente falliti. E’ bastata una semplice astensione USA dal voto per mettere in luce l’unanimità internazionale ancora solida riguardo alle azioni illegali di Israele in Palestina.

In un emblematico segnale di speranza, la votazione chiude il 2016, che è stato molto duro per i palestinesi. Centinaia di palestinesi sono stati uccisi durante quest’anno durante scontri a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza; centinaia di case sono state parzialmente o totalmente demolite e danneggiate; migliaia di ettari di terra sono stati confiscati da Israele, e innumerevoli alberi di olivo divelti.

Il prossimo anno difficilmente promette di essere migliore, in quanto la nuova amministrazione USA di Trump presenta tutti i requisiti che suggeriscono il fatto che il sostegno USA a Israele rimarrà saldo, se non prenderà una piega ancora più terrificante.

Friedman [nuovo ambasciatore americano in Israele nominato da Trump ed eslicitamente favorevole alle colonie. Ndtr.] e quelli come lui non tengono in alcuna considerazione le leggi internazionali né hanno rispetto per l’attuale politica estera USA riguardo all’occupazione israeliana, all’illegalità delle colonie (considerate un “ostacolo per la pace” da varie amministrazioni) e sono pronti a spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

Tutto ciò è inquietante, e la risoluzione appena approvata non deve illudere che le cose stiano cambiando.

Nondimeno c’è una speranza.

La risoluzione è un’ulteriore affermazione che la comunità internazionale è incondizionatamente dalla parte dei palestinesi e, nonostante tutti i fallimenti del passato, invoca ancora il rispetto delle leggi internazionali. Questo monito avviene nel momento in cui il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) si sta rafforzando, galvanizzando la società civile, i campus e i sindacati in tutto il mondo per prendere posizione contro l’occupazione israeliana.

Mentre i diritti dei palestinesi non registrano minimamente l’attenzione degli interessi della politica estera USA (che vede la sua alleanza con un forte Israele come molto più importante delle necessità dei Paesi arabi disuniti), i palestinesi possono ancora forgiare una nuova strategia fondata sul forte sostegno che continuano a raccogliere nel resto del mondo.

Israele può essere incolpato di molte cose, ma anche i palestinesi hanno buona parte della responsabilità per la loro divisione, le lotte intestine e la corruzione.

Non si possono aspettare che i loro sforzi, per quanto sinceri, producano libertà e liberazione quando sono incapaci di formare un fronte unitario.

Ciò dovrebbe essere fatto riorganizzando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e riunendo tutte le fazioni palestinesi sotto un’unica piattaforma politica che soddisfi le aspirazioni di tutti i palestinesi, in patria e nella “Shattat” (diaspora).

La dirigenza palestinese deve capire che l’epoca dell’inconcludente egemonia USA è finita. Non più vuote promesse di pace ed elemosina per l’ANP, mentre veniva finanziato l’esercito israeliano e sostenuto politicamente Israele. La prossima amministrazione è totalmente filo-israeliana.

Questa deve essere la chiarezza di cui i palestinesi hanno bisogno per comprendere che richieste ed implorazioni per ottenere la compassione degli americani non saranno più sufficienti.

Se una dirigenza palestinese unitaria non approfitta dell’opportunità e non riprende l’iniziativa nel 2017, tutti i palestinesi ne soffriranno.

E’ ora di allontanarsi da Washington e di abbracciare il resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Analisi: Fatah, tieniti i tuoi applausi – la classe politica palestinese è marcia fino al midollo

6 dicembre 2016   MA’AN NEWS AGENCY

di Ramzy Baroud

Nel luglio del 2003 l’allora Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat definì Mahmoud Abbas un ‘traditore’, che “ha tradito gli interessi del popolo palestinese”.

Arafat ha detestato Abbas fino alla fine. Questo particolare sfogo si verificò durante un incontro con l’inviato delle Nazioni Unite Terje Larsen. L’incontro ebbe luogo pochi mesi dopo che Arafat era stato costretto dagli Stati Uniti, da Israele e da altre potenze occidentali a nominare Abbas primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Storicamente Abbas è stato il meno popolare tra i leaders di Fatah – gente come Abu Jihad, Abu Iyad e lo stesso Arafat. Questi leaders popolari per lo più sono stati assassinati, emarginati o sono morti in circostanze misteriose. Molti ritengono che Arafat sia stato avvelenato da Israele con l’aiuto di palestinesi, e Abbas recentemente ha asserito di sapere chi ha ucciso Arafat.

Eppure, nonostante la sua impopolarità, Abbas ha mantenuto sempre posizioni rilevanti. La lotta di potere tra lui ed Arafat, che è culminata nel 2003, durata fino alla morte di Arafat nel novembre 2004, non ha certo favorito la scialba immagine di Abbas tra i palestinesi.

Talvolta sembra che più Abbas diventa impopolare, più aumenta il suo potere. E’ stato appena rieletto capo del suo partito politico, Fatah, nel corso del suo settimo congresso tenuto a Ramallah il 29 novembre. A 81 anni è leader di Fatah, capo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Comunque il suo discorso tirato per le lunghe durante circa tre ore il 30 novembre non ha portato nulla di nuovo; slogan ritriti e sottili messaggi agli Stati Uniti e Israele che la sua ‘rivoluzione’ si manterrà moderata e nonviolenta.

Tenendo conto del momento critico nella storia della Palestina, l’astratta retorica di Abbas esprime la profondità della crisi interna dei gruppi dirigenti politici palestinesi.

I ripetuti scrosci di applausi che il noioso e banale discorso di Abbas ha ricevuto dai quasi 1400 sostenitori che partecipavano alla conferenza sono un riflesso dell’ incancrenito tribalismo politico che oggi pervade Fatah, il principale partito dell’OLP e, senza dubbio, il partito che lanciò la moderna rivoluzione palestinese.

Ma il partito di oggi è una pallida ombra di ciò che era in origine. I fondatori di Fatah erano giovani ribelli entusiasti e preparati. I loro principali scritti del 1959 rivelavano i loro primi modelli, soprattutto la guerriglia della resistenza algerina contro il colonialismo francese.

La guerriglia in Algeria ha avuto una profonda influenza su di noi”, dicevano i loro comunicati.

Quando ‘tutti’, ai vertici politici di Fatah, votano per Abbas, mentre la maggioranza dei palestinesi lo rifiuta, si è portati a concludere che Fatah non rappresenti in modo fedele il popolo palestinese, né che abbia neanche lontanamente il polso della piazza palestinese.

Se pur si volessero ignorare gli ‘yes-men’ di Fatah, non si può ignorare il fatto che l’attuale lotta tra le elites palestinesi è quasi totalmente slegata dalla lotta contro Israele.

I palestinesi subiscono quotidiane violenze: le colonie ebraiche occupano le colline palestinesi e continuano ad espandersi, i soldati israeliani scorazzano sulla terra palestinese occupata e lo stesso Abbas non può muoversi liberamente senza un previo ‘coordinamento di sicurezza’ con l’esercito israeliano.

Inoltre i palestinesi sono divisi in fazioni, regioni e clan; i favoritismi politici, la corruzione finanziaria e il palese tradimento stanno divorando il corpo politico palestinese come un cancro incurabile. Discorsi su ‘unità’, ‘riconciliazione’ e ‘costruzione dello stato’ non sono altro che parole, mentre i palestinesi conducono la loro triste esistenza sotto il tallone dei soldati, ai checkpoints e sotto il sordo ma esasperante ronzio dei droni militari.

Eppure le elites di Fatah hanno applaudito Abbas circa 300 volte durante il suo discorso di tre ore. Che cosa applaudono, esattamente? Che cosa è stato ottenuto? Quale strategia ha proposto per mettere fine all’occupazione israeliana?

Molta terra palestinese è stata persa tra il sesto congresso di Fatah nel 2009 ed il settimo. Questo non è un risultato, ma un motivo di allarme.

La triste verità è che nessun palestinese che si rispetti dovrebbe applaudire la vuota retorica; mentre i membri rispettabili di Fatah dovrebbero urgentemente riconsiderare tutti insieme questa devastante deriva.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)