Cosa succederà in Cisgiordania col proseguire dei raid israeliani?

Zena Al Tahhan .

10 gennaio 2023, Al Jazeera

Gli analisti affermano che la Cisgiordania palestinese si sta avvicinando a un bivio nella lotta contro l’occupazione.

 

Ramallah, Cisgiordania occupata – L’incertezza incombe sulla vita dei palestinesi nella Cisgiordania occupata da Israele.

Ci si aspetta che nel prossimo futuro a un certo punto la situazione sul campo imploderà.

Non è possibile prevedere quando e come ciò succederà, o quale sarà il fattore scatenante, ma diversi sviluppi sul campo nell’ultimo anno indicano che la Cisgiordania occupata si sta avvicinando a un serio cambiamento del suo status quo – politico e della sicurezza – attualmente insostenibile.

“Un conflitto palestinese e una ripresa della lotta contro l’occupazione [israeliana] sono inevitabili”, ha detto ad Al Jazeera Belal Shobaki, capo del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Hebron. “Credo sia verosimile che nel 2023 la situazione possa esplodere”.

Secondo le stime dell’apparato militare e di sicurezza israeliano, è inevitabile che la Cisgiordania vada alla fine verso la mobilitazione. Israele sta cercando di rimandare questo scenario il più a lungo possibile impiegando una strategia di contenimento e assorbimento”, prosegue.

Per ora dice: “Israele non sta concedendo una completa calma e non sta permettendo che le cose esplodano”.

Per quasi un anno la Cisgiordania occupata ha assistito a un aumento della violenza da parte dell’esercito israeliano con almeno 170 palestinesi, tra cui 30 bambini, uccisi nel 2022 durante i raid quasi quotidiani – il numero di vittime più alto in 16 anni secondo le Nazioni Unite. Anche gli attacchi sferrati contro i palestinesi da coloni ebrei nella Cisgiordania occupata sono notevolmente aumentati.

Le morti sono continuate nel 2023, con quattro palestinesi, tra cui tre bambini, uccisi nei primi cinque giorni durante i raid israeliani.

Molti degli uccisi nell’ultimo anno erano civili, mentre i raid e le uccisioni dell’esercito israeliano vengono ora condotti sotto la bandiera della repressione alla resistenza armata palestinese nella Cisgiordania settentrionale occupata.

Il nuovo governo israeliano di estrema destra insediatosi il mese scorso ha adottato misure punitive contro l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e collocato figure controverse in posizioni chiave del controllo sui palestinesi, aumentando ulteriormente la prospettiva di un’esplosione sul campo.

Una nuova operazione militare?

Dal settembre 2021 si sono formati numerosi gruppi palestinesi armati relativamente piccoli e trasversali alle fazioni, principalmente nelle città di Jenin e Nablus. I gruppi sono limitati in termini di capacità e si concentrano sulla difesa delle aree in cui operano durante i raid militari israeliani, e compiono anche sparatorie ai posti di blocco militari israeliani.

Secondo il Ministero degli Esteri israeliano soltanto nel 2022 gli attacchi commessi dai palestinesi in Israele e nella Cisgiordania occupata hanno ucciso 29 persone.

Nell’ultimo anno è stata ripetutamente avanzata dagli osservatori la prospettiva che Israele lanci un’invasione su vasta scala delle città palestinesi come ha fatto nel 2002, o di una nuova Intifada (rivolta) palestinese.

Tuttavia, Abdeljawad Hamayel, accademico della Birzeit University, ha affermato di ritenere improbabile che Israele invada con tutta la sua forza a meno che non vi sia un cambiamento nella natura degli attacchi effettuati dai gruppi palestinesi.

La strategia [di Israele] è ora un misto di negoziazione e omicidi. I gruppi armati per parte loro non stanno effettuando attacchi in profondità in Israele. Ad esempio, se ci fossero attacchi nella zona costiera [dove sono città come Tel Aviv o Haifa, ndt.] allora potrebbero riconsiderare la cosa, perché allora avrebbero sufficiente volontà politica per eliminare questi gruppi”, ha detto Hamayel ad Al Jazeera.

I gruppi [armati] hanno creato zone di relativa libertà, ma non sono separati dal potere israeliano. Israele entra, arresta, compie omicidi e operazioni speciali in queste aree con la relativa immunità dei suoi soldati”, prosegue.

“Sì, stanno affrontando una potenza di fuoco e non possono arrestare le persone così facilmente come prima, ma queste zone sono comunque accessibili all’esercito israeliano che quindi non sente il bisogno di operare un’invasione su vasta scala”.

Per Shobaki, l’assenza di un reale coordinamento tra i gruppi armati e la violenza [israeliana] ancora in gran parte limitata alla Cisgiordania occupata significa che Israele è soddisfatto della sua attuale strategia.

La maggior parte dei punti di scontro sono stati nell’arena palestinese – all’interno dei villaggi e delle città, nei campi profughi, ai posti di blocco. Tutto questo sta accadendo in modo tale da non influire nella vita quotidiana dei coloni, e non è così costoso per l’occupazione israeliana quanto lo è per la vita dei palestinesi”, spiega.

Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese

Non è solo Israele che cerca di fermare qualsiasi sollevazione significativa nella Cisgiordania occupata.

Anche l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), controllata dal partito Fatah, svolge un ruolo che la separa dagli altri gruppi palestinesi.

“Se guardiamo alla realtà della Cisgiordania occupata, abbiamo un gruppo di partiti che stanno cercando di cambiare la realtà anche se ciò significa un’esplosione nella Cisgiordania”, dice Shobaki. “Sono Hamas, la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP)”.

Sebbene molti membri dei nuovi gruppi armati siano affiliati a Fatah, rappresentano una forma di opposizione alla leadership dell’Autorità Nazionale Palestinese, che collabora con l’esercito israeliano nel coordinamento della sicurezza per contrastare gli attacchi e condanna pubblicamente gli attacchi armati.

“Potremmo vedere sacche del movimento Fatah disertare e entrare a far parte della lotta armata contro l’occupazione israeliana, [lasciando spazio a] Hamas, Jihad islamica e FPLP perché si inseriscano“, afferma Shobaki.

Invece, molti dei nuovi gruppi armati sono affiliati al braccio armato della Jihad Islamica Palestinese (PIJ) con sede a Gaza – le Brigate al-Quds.

Israele ha preso di mira il PIJ ad agosto con un bombardamento di tre giorni sulla Striscia di Gaza assediata, uccidendo almeno 49 palestinesi, la maggior parte dei quali civili di cui 17 bambini.

Ma la natura di breve durata di quel conflitto, e l’assenza di un reale seguito, hanno portato gli osservatori a credere che nel prossimo periodo sia improbabile un’altra guerra israeliana su Gaza.

Invece gruppi come il PIJ, che ha stretti legami con l’Iran, hanno puntato sulla Cisgiordania occupata e l’ondata di disordini per fronteggiare Israele.

Parlando con Al Jazeera, il portavoce del PIJ a Gaza Tareq Silmi ha affermato che nell’ultimo anno il suo gruppo ha svolto “un ruolo speciale” nell’emergere dei nuovi gruppi armati in Cisgiordania.

“Non è un segreto che le Brigate Jenin [uno dei nuovi gruppi] siano affiliate alle Brigate al-Quds, l’ala armata della Jihad islamica”, ha detto Silmi, che ha aggiunto che il PIJ sta lavorando “24 ore su 24… per sostenere il fenomeno della resistenza armata in Cisgiordania”.

Cambierà il ruolo dell’ANP?

A parte la prospettiva di grandi defezioni dal movimento Fatah, gli analisti dicono che un altro scenario possibile è che Israele cambi proprio il ruolo della ANP.

Figure di estrema destra nel governo israeliano come Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich hanno espresso il loro disinteresse al fatto che l’ANP continui ad esistere.

Il 28 dicembre l’allora governo israeliano entrante dichiarò che la sua massima priorità era quella di “promuovere e sviluppare insediamenti in tutte le parti della terra di Israele”, inclusa la Cisgiordania occupata, ammettendo nascostamente di non aver intenzione di consentire la creazione di uno Stato palestinese.

“L’ANP dovrebbe prendere sul serio questo governo”, dice Hamayel. “Vogliono una ANP che non abbia rivendicazioni nazionali e che faccia il suo lavoro di gestione delle questioni civili nell’area”.

Vogliono un’ANP senza la ‘P’”, ha spiegato, aggiungendo che il governo israeliano vuole che “i palestinesi accettino la sovranità israeliana in Cisgiordania e in tutto il Paese, o se ne vadano – ciò che rappresenta il nucleo del movimento sionista stesso”.

Tutto ciò getta incertezza sul prossimo anno.

Anche se ci si aspetta che la Cisgiordania occupata sia il centro di qualsiasi imminente confronto palestinese con Israele, potrebbe non essere necessariamente questo il fattore scatenante.

La scorsa settimana, quando è giunta notizia che Ben-Gvir aveva in programma di entrare nel complesso della moschea di Al-Aqsa, ci sono stati reali timori che la situazione esplodesse.

Alla fine, ciò non è accaduto e l’evento si è svolto senza alcuno scontro. Potrebbe non accadere lo stesso durante il prossimo incidente.

“La piazza si muove per ragioni emotive”, dice Shobaki. “Un singolo evento può spingerli [i palestinesi] a scendere in strada”.

Maram Humaid ha contribuito a questo articolo dalla Striscia di Gaza occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Sei importanti sviluppi che hanno segnato il 2022 per i palestinesi

Zena Al Tahhan e Maram Humaid

26 dicembre 2022 – Al Jazeera

L’ONU ha definito il 2022 l’anno più luttuoso degli ultimi 16 per i palestinesi nella Cisgiordania occupata dagli israeliani. Ecco alcuni degli eventi più importanti dell’anno.

Ramallah, Cisgiordania occupata e Gaza. Conflitti, incursioni e l’uccisione di una delle giornaliste più rispettate in Palestina sono alcuni degli eventi più importanti in Israele e Palestina nel 2022.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2022 l’anno più letale per i palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 2006, a riprova di un aumento dell’uso della forza da parte di Israele, a fronte di un ulteriore spostamento verso l’estrema destra del Paese.

Ecco sei degli sviluppi più importanti del 2022 per i palestinesi.

Conflitto a Gaza, di nuovo

Meno di 15 mesi dopo il precedente bombardamento israeliano della Striscia di Gaza, il territorio sottoposto al blocco è stato attaccato da aerei da guerra israeliani per tre giorni agli inizi di agosto, causando la morte di almeno 49 palestinesi, tra cui 17 minori.

L’arresto in Cisgiordania del leader del Jihad Islamico Palestinese (PIJ) da parte delle forze israeliane ha sollevato timori di un’escalation, causando un’intensificazione della presenza militare israeliana lungo il confine tra Israele e Gaza.

Il 5 agosto gli aerei da guerra israeliani hanno lanciato un’ondata di attacchi aerei contro Gaza a cui il PIJ ha risposto lanciando razzi contro Israele.

Se c’era un reale timore che lo scoppio dei combattimenti avrebbe portato a un conflitto prolungato, specialmente dopo l’uccisione dei comandanti del PIJ lo scontro alla fine è terminato dopo tre giorni in seguito all’entrata in vigore di una tregua mediata dall’Egitto.

Una delle ragioni principali della mancata escalation del conflitto è stata la decisione di Hamas, che governa Gaza da 15 anni, di tenersi fuori dallo scontro.

Nonostante ciò ci sono stati danni considerevoli a Gaza, che era appena stata ricostruita dopo il conflitto nel 2021 durato 11 giorni. Non è inoltre scomparsa la minaccia di un altro scoppio di violenza prolungata, lasciando i palestinesi a Gaza costantemente preoccupati per quello che molti pensano sia un’inevitabile guerra futura.

Crescita della resistenza armata palestinese

Uno dei cambiamenti principali in Cisgiordania nel 2022 è stato la crescita di piccoli gruppi di resistenza armata concentrati nelle città settentrionali di Jenin e Nablus.

Il fenomeno è iniziato nel settembre 2021 con la formazione del primo gruppo, le Brigate di Jenin, nel campo profughi della città dopo l’uccisione a giugno da parte di Israele del combattente Jamil al-Amouri.

Ha fatto seguito nel 2022 la creazione delle Brigate di Nablus, della Fossa dei Leoni, delle Brigate di Balata, delle Brigate di Tubas e delle Brigate di Yabad. Mentre i gruppi già esistenti sono formati da membri di varie fazioni tradizionali palestinesi, questi nuovi si rifiutano di allinearsi con una specifica fazione o movimento.

Dato che i gruppi hanno limitate capacità, si sono concentrati in scontri con le forze israeliane in risposta ai loro raid quasi giornalieri e si sono anche impegnati in sparatorie contro checkpoint militari israeliani. Inoltre hanno rivendicato la responsabilità di attacchi che hanno ucciso soldati e coloni israeliani.

Con l’emergere di questi gruppi è la prima volta dalla seconda Intifada (2000-05) che formazioni organizzate hanno combattuto le forze israeliane in Cisgiordania. Alla fine di quell’Intifada, o rivolta, la maggior parte delle armi nel territorio era sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (ANP).

Raid quotidiani e uccisioni

In seguito a una serie di attacchi individuali in Israele iniziati a marzo, Israele ha lanciato una campagna militare detta “Break the Wave” (Spezza l’ondata) con raid, arresti di massa e uccisioni quasi ogni giorno in Cisgiordania, focalizzati a Jenin e Nablus.

Con assassinii mirati e durante gli scontri armati, sono stati uccisi sia i civili che durante gli attacchi si sono scontrati con l’esercito israeliano e degli astanti non coinvolti, che dei combattenti palestinesi.

Secondo il ministero palestinese della Salute, in Cisgiordania e nella Gerusalemme Est occupata nel 2022 le forze israeliane hanno ucciso circa 170 palestinesi, inclusi più di 30 minori, e almeno altri 9.000 sono stati feriti.

Molte delle uccisioni hanno causato una particolare indignazione fra i palestinesi, inclusa recentemente quella del 12 dicembre, quando una sedicenne di Jenin è stata ferita a morte mentre dal tetto di casa sua osservava un attacco dell’esercito. Il 2 dicembre è stato ucciso in pubblico da un soldato israeliano anche un ventitreenne palestinese. L’uccisione è stata filmata e i palestinesi l’hanno descritta come “un’esecuzione”.

Nel corso di quest’anno osservatori, diplomatici e organizzazioni per i diritti umani hanno espresso “preoccupazione” circa l’uso eccessivo di forza letale da parte di Israele in Cisgiordania che ha causato l’elevato numero di uccisioni.

L’Ufficio dell’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani aveva in precedenza osservato che le forze israeliane “spesso usano armi da fuoco contro i palestinesi per un semplice sospetto o come misura precauzionale, in violazione dei principi internazionali”.

Uccisione di Shireen Abu Akleh

L’undici maggio le forze israeliane hanno ucciso Shireen Abu Akleh, giornalista veterana di Al Jazeera mentre stava seguendo un’operazione dell’esercito nel campo profughi di Jenin.

Abu Akleh, 51 anni, corrispondente televisiva palestinese-americana per Al Jazeera Arabic ha seguito l’occupazione israeliana dei territori palestinesi per oltre 25 anni. La sua uccisione ha sollevato una protesta internazionale e scosso il mondo intero.

La reporter è stata onorata nel corso di una processione funebre durata tre giorni con esternazioni di dolore e rispetto mentre il corpo veniva traslato da Jenin a Gerusalemme.

A Gerusalemme Est le forze israeliane hanno attaccato le persone in lutto che portavano la sua bara. Nonostante gli sforzi delle autorità israeliane, migliaia di palestinesi si sono riversati nelle strade di Gerusalemme per il funerale.

Varie indagini hanno ritenuto Israele responsabile della sua uccisione e a settembre Israele ha infine ammesso che con “molta probabilità” uno dei suoi soldati ha ucciso Abu Akleh. Comunque le autorità israeliane si sono rifiutate di avviare un’indagine penale.

A dicembre Al Jazeera ha presentato una richiesta formale alla Corte Penale Internazionale (ICC) per indagare e processare i responsabili dell’uccisione di Abu Akleh.

Ascesa dell’estrema destra

Nel 2022 si è svolta la quinta elezione parlamentare in Israele in meno di quattro anni. Se i risultati sembrano avere temporaneamente messo fine alla prolungata impossibilità di formare un governo stabile in Israele, ha tuttavia dato come risultato la creazione del governo di destra più estrema nella storia dei 74 anni del Paese.

Benjamin Netanyahu, primo ministro designato, e il suo partito Likud hanno formato un’alleanza con Sionismo Religioso e i partiti ultraortodossi, ottenendo una maggioranza di 64 seggi sui 120 parlamentari che costituiscono la Knesset.

Il terzo blocco per grandezza risultante dalle elezioni è l’alleanza Sionismo Religioso, una fusione tra il partito con lo stesso nome guidato da Bezalel Smotrich e Potere Ebraico, capitanato da Itamar Ben-Gvir.

I due personaggi controversi sono noti per i loro frequenti incoraggiamenti alla violenza contro i palestinesi e hanno pubblicamente dichiarato le proprie intenzioni di voler espandere la fondazione di colonie illegali israeliane in Cisgiordania.

L’anno scorso Smotrich ha detto che i palestinesi in Israele “sono qui per errore, perché [l’ex premier] Ben-Gurion non aveva finito il lavoro” di cacciarli nel 1948.

Nel contempo Ben-Gvir, che aveva in precedenza chiesto la deportazione di cittadini palestinesi “giudicati sleali verso Israele”, ha invitato i coloni a portare armi e ha regolarmente criticato l’esercito israeliano e il governo poiché non usano misure più rigide contro i palestinesi.

Le politiche e le opinioni dei politici che stanno per essere incaricati della sicurezza in Cisgiordania sono destinati a innescare ulteriormente la già tesa situazione sul posto.

Aumento degli attacchi dei coloni

Nel 2022 gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania sono aumentati, diventando più audaci e coordinati.

Quest’anno sono stati uccisi almeno tre palestinesi. Alcuni di questi attacchi sono avvenuti sotto gli occhi dell’esercito israeliano.

Prove inquietanti circa le forze israeliane che frequentemente facilitano, sostengono e partecipano agli attacchi dei coloni rendono difficile distinguere tra la violenza dei coloni israeliani e quella dello Stato,” ha sostenuto in un comunicato del 15 dicembre un funzionario dell’ONU.

Il 2022 è il sesto anno consecutivo in cui il numero di attacchi dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata è aumentato,” continua il documento. “Coloni israeliani armati e mascherati attaccano i palestinesi nelle loro case, aggrediscono i bambini che vanno a scuola, distruggono proprietà, bruciano oliveti e terrorizzano intere comunità nella totale impunità.”

Tra i 600.000 e i 750.000 coloni israeliani vivono in almeno 250 colonie illegali sparse in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La Fossa dei Leoni [nuova fazione di resistenza palestinese, ndt.] non è un fenomeno passeggero: l’incombente rivolta armata della Palestina

Ramzy Baroud

19 dicembre 2022, JordanTimes

Proprio mentre Israele, e anche alcuni palestinesi, cominciavano a parlare al passato del fenomeno della Fossa dei Leoni, molti combattenti appartenenti al neonato gruppo palestinese sono riapparsi nella città di Nablus.

A differenza della prima apparizione del gruppo il 2 settembre, il numero dei combattenti che hanno preso parte al raduno nella Città Vecchia di Nablus il 9 dicembre è stato significativamente più grande, meglio equipaggiato, con divise militari unificate e maggiori precauzioni di sicurezza.

La Fossa appartiene a tutta la Palestina e crede nell’unità del sangue, della lotta e dei fucili” – riferimento ad una Resistenza collettiva che superi gli interessi di fazione.

Inutile dire che l’evento è stato notevole. Solo due mesi fa, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz aveva sminuito il gruppo in termini di numeri e influenza, stimandone la consistenza in “circa 30 membri”, e impegnandosi a “mettergli le mani addosso […] ed eliminarli”.

Anche l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è attivamente coinvolta nella soppressione del gruppo, anche se ha tentato un approccio diverso. I media palestinesi e arabi hanno parlato di generose offerte dell’ANP in termini di lavoro e denaro ai combattenti della Fossa dei Leoni che accettino di abbandonare le armi.

Sia la leadership israeliana che quella palestinese hanno interpretato male la situazione. Hanno erroneamente presunto che il movimento nato a Nablus sia un fenomeno regionale e provvisorio che, come altri in passato, possa essere facilmente schiacciato o comprato.

La Fossa dei Leoni sembra invece cresciuta e si è già insediata a Jenin, Al Khalil (Hebron), Balata e altrove.

Per Israele, ma anche per alcuni palestinesi, la Fossa dei Leoni è un problema inedito le cui conseguenze minacciano di cambiare completamente le dinamiche politiche nella Cisgiordania occupata.

L’emblema della Fossa dei Leoni sta ora comparendo in ogni quartiere palestinese nei Territori Occupati; il gruppo è riuscito a espandersi da un singolo quartiere della città vecchia di Nablus – Al Qasaba – sino a diventare un’esperienza palestinese collettiva.

Un recente sondaggio condotto dal Centro palestinese per la Politica e la Ricerca Demoscopica (PCPSR) ha dimostrato in modo inequivocabile l’affermazione precedente.

Il sondaggio pubblico del PCPSR ha mostrato che il 72% dei palestinesi auspica la creazione di molti altri gruppi armati simili in Cisgiordania. Quasi il 60% teme che una ribellione armata rischi lo scontro diretto con l’ANP. Alte percentuali – 79% e 87% – rifiutano rispettivamente la resa dei combattenti alle forze dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’idea stessa che l’ANP abbia persino il diritto di eseguire tali arresti.

Questi numeri attestano la realtà nelle strade palestinesi, segnalano la quasi totale mancanza di fiducia nell’ANP e la convinzione che solo una Resistenza armata, simile a quella di Gaza, sia in grado di contrastare l’occupazione israeliana.

Queste opinioni sono sostenute da prove empiriche, la principale delle quali è il fallimento dell’ANP, finanziariamente e politicamente corrotta, nel promuovere in qualsiasi modo le aspirazioni palestinesi; il completo disinteresse di Israele per qualsiasi forma di negoziato di pace; la crescente tendenza fascista di estrema destra della società israeliana, direttamente collegata alla violenza quotidiana esercitata sui palestinesi nella Gerusalemme est occupata e in Cisgiordania.

Tor Wennesland, inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, ha recentemente riferito che il 2022 “sta per diventare l’anno più letale per i palestinesi in Cisgiordania dal […] 2005”. Il ministero della Sanità palestinese ha riferito che in Cisgiordania solo quest’anno sono stati uccisi 167 palestinesi.

È probabile che questi numeri aumenteranno sotto il nuovo mandato del futuro primo ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu. Il nuovo governo può rimanere al potere solo con il sostegno di Bezalel Smotrich del partito Sionismo Religioso e di Itamar Ben-Gvir dell’Otzma Yehudit Party [partito politico di estrema destra kahanista e anti-arabo, ndt.]. Ben-Gvir, noto politico estremista, è ironicamente ma non imprevedibilmente destinato a diventare il nuovo ministro della Sicurezza di Israele.

Ma c’è altro nel fermento della ribellione armata in Cisgiordania che la sola violenza israeliana.

A quasi trent’anni dalla firma degli accordi di Oslo, i palestinesi non hanno ottenuto nessuno dei diritti politici o legali fondamentali. Al contrario, arroganti politici di destra in Israele parlano ora di “annessione morbida” unilaterale di vaste parti della Cisgiordania. Nessuna delle questioni ritenute importanti nel 1993 – lo status di Gerusalemme occupata, i rifugiati, i confini, l’acqua, ecc. – è oggi all’ordine del giorno.

Da allora, Israele ha investito piuttosto in leggi razziali e in politiche di apartheid diventando un perfetto regime di apartheid. Le principali associazioni internazionali per i diritti umani hanno affermato e denunciato la nuova identità pienamente razzista di Israele.

Con il totale sostegno degli Stati Uniti e nessuna pressione internazionale su Israele che sia degna di menzione, la società palestinese si sta mobilitando al di là dei canali tradizionali degli ultimi tre decenni. Nonostante l’ammirevole lavoro di alcune ONG palestinesi, la “ONG-izzazione” della società palestinese, che opera con fondi in gran parte versati da sostenitori molto occidentali di Israele, ha ulteriormente accentuato la divisione in classi dei palestinesi. Con Ramallah e pochi altri centri urbani che fungono da quartier generale dell’Autorità Nazionale Palestinese e di un lungo elenco di ONG, Jenin, Nablus e i loro annessi campi profughi tirano avanti nell’emarginazione economica, sotto la violenza israeliana e nell’abbandono politico.

Disillusi dal fallito modello politico dell’ANP e sempre più impressionati dalla Resistenza armata a Gaza, la ribellione armata in Cisgiordania è semplicemente questione di tempo.

Ciò che differenzia i primi segni di un’Intifada armata di massa in Cisgiordania dall'”Intifada di Gerusalemme”, detta anche “Intifada dei coltelli” del 2015, è che quest’ultima era stata una serie di atti individuali disorganizzati compiuti da giovani vessati della Cisgiordania, mentre la prima è un fenomeno di base ben organizzato con un discorso politico unico che piace alla maggioranza della società palestinese.

E, a differenza della Seconda Intifada palestinese armata (2000-2005), la nascente ribellione armata è radicata in una base popolare, non nelle forze di sicurezza dell’ANP.

Il riferimento storico più vicino a questo fenomeno è la rivolta palestinese del 1936-39, guidata da migliaia di palestinesi fellahin – contadini – nelle campagne palestinesi. L’ultimo anno di quella ribellione aveva visto crearsi una grande spaccatura tra la leadership dei fellahin e i partiti politici urbani.

La storia si sta ripetendo. E, come la rivolta del 1936, sono in gioco il futuro della Palestina e della resistenza palestinese – di fatto, lo stesso tessuto sociale della società palestinese.

Dr. Ramzy Baroud è giornalista, autore ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. L’ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è Our Vision for Liberation: Engaged Palestines Leaders and Intellectuals Speak out [La nostra visione della liberazione: parlano i leader e gli intellettuali impegnati della Palestina]. Fra gli altri libri My Father was a Freedom Fighter [Mio padre era un combattente per la libertà] e The Last Earth [L’ultima terra]. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Perché il governo della “seconda Nakba” vuole ricostruire lo Stato israeliano

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

9 dicembre 2022 – +972 Magazine

In Israele la crociata dell’estrema destra contro il liberalismo laico sta provocando una diffusa opposizione, ma non può essere distinta dalla missione anti-palestinese dello Stato.

È difficile ricordare l’ultima volta che un governo israeliano ha suscitato un’opposizione e una resistenza così diffuse prima ancora di insediarsi. La nuova coalizione di estrema destra del primo ministro entrante Benjamin Netanyahu ha indotto decine di sindaci in tutto il Paese a dichiarare che non collaboreranno con il membro ultra-religioso e palesemente omofobo della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Avi Maoz, destinato a dirigere l’organo responsabile dei corsi extracurriculari [“Dipartimento dell’identità ebraica nazionale”, con delega sui contenuti dei programmi scolastici, ndt.] e che sembra prepararsi a bloccare i programmi educativi volti a insegnare i valori liberali, l’uguaglianza di genere e la tolleranza verso le minoranze.

Gadi Eizenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha invitato a protestare in massa nelle strade, così come il primo ministro uscente Yair Lapid, che si è impegnato a “proteggere i tribunali, l’esercito e le scuole”. Allo stesso modo, il responsabile dell’Israel Bar Association [l’associazione forense che accoglie tutti gli avvocati israeliani, ndt.] ha affermato che le persone dovrebbero “scendere in piazza” per impedire al governo di attuare i suoi piani rivolti a frenare l’autorità dei tribunali e consentire ai politici di determinare le nomine giudiziarie. Lunedì il capo di stato maggiore uscente, Aviv Kochavi, avrebbe affermato in colloqui riservati che non permetterà a nessun politico – che non sia il ministro della Difesa – di nominare alti ufficiali militari, né di sottrarre ai militari la responsabilità della polizia di frontiera della Cisgiordania. La presidente della Corte Suprema, Esther Hayut, ha affermato che se l’indipendenza del sistema giudiziario dovesse essere messa a repentaglio i giudici non saranno in grado di “adempiere al loro dovere”.

Mentre Netanyahu distribuisce i più importanti incarichi ministeriali agli elementi più estremisti della sua coalizione, il termine “disobbedienza civile” è diventato un grido di battaglia per le persone che costituiscono il cuore pulsante della classe dirigente israeliana. I semi di questa nuova resistenza non sono stati piantati solo in risposta ai termini scritti degli accordi della nuova coalizione, ma anche a seguito delle iniziative che non compaiono sulla stampa.

Sebbene i piani della coalizione coprano varie questioni della vita politica israeliana, possono essere riassunti in due temi principali: primo, consegnare tutti gli “affari palestinesi” su entrambi i lati della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949 fra Israele e Paesi arabi confinanti alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948-1949, ndt.] alla destra razzista dei coloni, promuovendo al contempo un’annessione e un apartheid formalizzati; in secondo luogo, imporre all’opinione pubblica israeliana una visione sfacciatamente anti-liberale dell’ebraismo e stravolgere le istituzioni democratiche già indebolite di Israele, in particolare la magistratura.

Il tentativo di rafforzare l’annessione e l’apartheid nei territori occupati può essere immediatamente riscontrabile nel consenso di Netanyahu a dare il controllo dell’Amministrazione Civile e del Coordinamento delle Attività di Governo nei Territori (COGAT), che gestiscono gli affari quotidiani di milioni di palestinesi sotto occupazione, a Bezalel Smotrich [leader del Partito Sionista Religioso, di estrema destra, ndr.] e alla riassegnazione della polizia di frontiera all’autorità di Itamar Ben Gvir [leader del partito israeliano di estrema destra Otzma Yehudit, ndt.] come nuovo “ministro della sicurezza nazionale”.

Queste mosse non solo hanno ricevuto forti risposte dalla sinistra radicale e dalle organizzazioni per i diritti umani, ma anche da membri direttivi della sicurezza israeliana, che temono che questa nuova titolarità possa cambiare lo status quo dell’occupazione e portare al crollo dell’Autorità Nazionale Palestinese come subappaltatore della sicurezza di Israele. Se si aggiungono i tentativi di attuare misure anti-liberali e anti-democratiche si potrà assistere alla discesa in campo di gran parte del settore laico-liberale, e persino di alcuni sostenitori del Likud [partito nazionalista liberista e di destra israeliano, guidato da Netanyahu, ndt.]. Questi due ceppi di resistenza si stanno ora fondendo per formare qualcosa che non si vedeva da decenni.

Un antidoto ai vecchi paradigmi

Quindi ci si deve chiedere perché Netanyahu abbia deciso di unire così saldamente le iniziative anti-palestinesi e anti-liberali della sua coalizione. Il Primo Ministro entrante comprende sicuramente che la sua più grande minaccia dall’interno della società israeliana proviene proprio da coloro che si oppongono ai disegni del nuovo governo sia contro il secolarismo che contro i tribunali. Detto questo, affidare a uno come Avi Maoz l’incarico su programmi educativi aggiuntivi è semplicemente una manovra diversiva per consentire alle politiche anti-palestinesi di passare inosservate, come sostengono alcuni? O fa davvero parte di un pacchetto completo che non può essere scomposto nella somma delle sue parti?

Per capire come siamo arrivati a questo punto in cui due dei membri più dichiaratamente razzisti della Knesset che sostengono una seconda Nakbacome soluzione migliore sono ora responsabili degli affari palestinesi dobbiamo tornare agli anni ’90, quando Israele adottò gli Accordi di Oslo come percorso per affrontare il conflitto israelo-palestinese.

Gli accordi di Oslo si basavano sull’idea che attraverso l’istituzione di uno Stato palestinese o di un qualche tipo di entità che potesse essere etichettata come Stato” – in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, Israele potesse tornare ad essere ebraico e democratico, come i suoi fondatori apparentemente sognavano. Questo processo si basava anche sulla separazione dell’occupazione militare del 1967, a cui i funzionari israeliani ritenevano si potesse porre fine, dalla Nakba del 1948, che causò l’espulsione di oltre 750.000 palestinesi dalla loro patria e il rifiuto di lasciarli tornare, e che Israele vedeva come una questione conclusa. A trent’anni dalla nascita di Oslo appare chiaro che questa strategia è fallita.

Poi è arrivata la violenza brutale della Seconda Intifada [rivolta palestinese esplosa a Gerusalemme il 28 settembre del 2000, in seguito estesa a tutta la Palestina, ndt.], che ha incoraggiato la convinzione che Israele potesse porre fine al conflitto, o almeno ridurlo al minimo, attraverso mosse unilaterali. L’istituzione della barriera di separazione all’interno della Cisgiordania e il disimpegno da Gaza sono stati i due risultati più eclatanti di questa strategia. L’idea di “circoscrivere il conflitto”, che da allora ha guidato il pensiero politico di Israele, potrebbe non essere scomparsa, ma neanche i suoi più grandi assertori sostengono che risolverà il conflitto.

Da quando è tornato al potere nel 2009 Netanyahu ha rafforzato l’idea di mantenere lo “status quo”. Ma questo status quo è stato tutt’altro che stagnante: i successivi governi israeliani hanno perseguito un’annessione strisciante e la lenta costruzione dietro le quinte di un regime di apartheid. Ma al centro della strategia di Netanyahu c’è la convinzione che Israele possa fiorire e prosperare rimuovendo la questione palestinese dall’agenda pubblica. In altre parole, viene spianata la strada verso uno splendido nuovo futuro col rendere la storia palestinese priva di interesse e irrilevante.

Questa politica in generale ha avuto successo e gli Accordi di Abramo, che hanno visto Israele firmare trattati di normalizzazione con diversi Stati arabi, avrebbero dovuto costituire il suggello finale. Ma gli eventi del maggio 2021 e l’esplosione della violenza nelle cosiddette “città miste” di Israele hanno ricordato all’opinione pubblica ebraica ciò che i palestinesi hanno sempre saputo: il conflitto non sta andando da nessuna parte e continua a condizionare la vita di tutti gli ebrei e palestinesi tra il fiume (Giordano) e il mare (Mediterraneo).

Ben Gvir e Smotrich propongono un antidoto a questa situazione in cui sia il paradigma di Oslo che quello dello status quo si sgretolano davanti ai nostri occhi. Entrambi i politici cercano di porre in ginocchio i palestinesi dando loro due opzioni: o una resa totale e l’accettazione della supremazia ebraica in tutto il Grande Israele, o l’emigrazione. Il piano dettagliato di Smotrich per la resa palestinese, pubblicato nel 2017, include una clausola in base alla quale le forze di sicurezza israeliane possono trattare chiunque si opponga a queste due opzioni “con una forza maggiore di quella che usiamo oggi e sulla base di condizioni a noi più favorevoli”. Insomma, una nuova Nakba.

Questo è anche ciò che sta alla base degli accordi di coalizione di Smotrich e Ben Gvir con Netanyahu. Ben Gvir ambisce al controllo della polizia non per diminuire la criminalità nella società araba in Israele, poiché così facendo si otterrebbe l’ultima cosa che desidera: permettere ai cittadini palestinesi di vivere in pace e sicurezza nelle loro comunità. Se la criminalità dovesse diminuire, la causa nazionale tornerà probabilmente al centro della scena, proprio ciò che Ben Gvir vuole impedire. Il ministro della Sicurezza Nazionale entrante vuole uno scontro frontale tra i cittadini palestinesi e le autorità, e prevede di utilizzare la polizia di frontiera in Cisgiordania per lo stesso scopo: intensificare il conflitto.

Allo stesso modo, Smotrich vuole avere il controllo dell’Amministrazione Civile e del COGAT non solo perché andrà a vantaggio dei coloni. La sua massima priorità è portare allo scioglimento dell’Autorità Nazionale Palestinese, nella speranza di seminare il caos nei centri urbani della Cisgiordania. Tale caos richiederà l’intervento dell’esercito israeliano e Smotrich e Ben Gvir sperano che tale intervento conduca al momento decisivo in cui i palestinesi o cederanno o verranno espulsi.

Separare la democrazia dal colonialismo

Questa situazione così pericolosa ha radici che vanno molto più in profondità di questa schiera relativamente nuova di fondamentalisti. Uno Stato che è nato nel 1948 da una pulizia etnica e che ha tenuto sotto controllo militare milioni di persone per oltre mezzo secolo non può essere considerato una democrazia. Eppure, è imperativo capire esattamente perché la destra ha accelerato ora la sua crociata antiliberale e antidemocratica.

Come altre società di colonizzatori, il sionismo ha cercato di stabilire una “società modello” che fosse democratica – solo per i coloni. In questo senso il colonialismo di insediamento israeliano non è del tutto esclusivo; modelli simili potrebbero essere riscontrati negli Stati Uniti, in Sud Africa e in Australia. Questa società modelloera necessaria per tenere uniti all’interno i coloni ebrei che arrivarono in Palestina per fondare una casa sicura per se stessi, ma che si trovarono di fronte a una società autoctona giustamente resistente.

Tuttavia ciò che distingue il sionismo dalle altre società improntate sul colonialismo di insediamento è che le condizioni per l’ammissione nella società dei coloni si basano sia sull’etnia che sulla religione. I primi coloni in quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti erano dei bianchi che arrivavano dall’Europa, ma la società americana trovò il modo di raccogliere i coloni provenienti dall’Asia, dal Sud America, dall’Irlanda e altri luoghi intorno alle sue ambizioni coloniali nei confronti dei nativi americani. In Israele, con la sua esclusività etnico-religiosa, questo è impossibile. E mentre in Nord America la popolazione indigena è stata quasi completamente spazzata via dal genocidio, in Israele-Palestina i palestinesi autoctoni sono rimasti in massa, mettendo a dura prova lo Stato colonizzatore.

Tuttavia negli ultimi anni il contratto sociale ebraico-israeliano che consentiva l’unità e la coesione interna ebraica si è inaridito. Agli occhi di molti ebrei israeliani l’ideale di un modello di società democratica ha perso la sua magia, e ora essi preferiscono una versione diversa del regime in cui l’ebraismo come religione – dalla versione haredi [ultra-ortodossa, ndt.] proposta dallo Shas [partito politico israeliano che rappresenta principalmente gli ebrei ultra ortodossi sefarditi e mizrahì, in gran parte immigrati dai Paesi arabi, ndt.] e United Torah Judaism [alleanza di due partiti politici che rappresentano gli interessi degli ebrei aschenaziti, discendenti degli ebrei dell’Europa centrale e orientale, ndt.], alle visioni nazionaliste-religiose di Smotrich e Ben Gvir — è posto al di sopra delle istituzioni secolari che furono costruite dai fondatori del sionismo.

Le ragioni di questa crisi sono molteplici. Come ha spiegato in queste pagine Avi-ram Tzoreff, questo è in gran parte il risultato della ridistribuzioneall’interno della società coloniale dei frutti della colonizzazione tra la vecchia élite ashkenazita, che ha raccolto i benefici della Nakba e della guerra del 1967, e le classi medie e lavoratrici costituite soprattutto dai mizrahi, che vogliono una fetta più grande della torta.

Queste tendenze sono state rafforzate da diversi altri fattori, tra i quali: il fatto che il sionismo non ha mai veramente deciso se basarsi su una definizione nazionalista o religiosa, il che ha portato all’indebolimento del campo laico in Israele; un cambiamento demografico a favore degli haredi e delle popolazioni nazional-religiose; il processo per corruzione in corso nei confronti di Netanyahu, e il modo in cui egli ha fatto tutto il possibile per minare il sistema giudiziario. Ma soprattutto c’è il fatto che i palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde rifiutano di accettare la supremazia ebraica come legge del territorio, sfidando apertamente il regime più e più volte.

L’opposizione del nuovo governo all’Ancien Régime è, in fondo, un’opposizione al vecchio contratto sociale che ha costituito le fondamenta del sionismo laico che ha dato vita allo Stato di Israele. Per cambiare il regime dovrà subordinare i tribunali e i consulenti giuridici ai capricci della coalizione, aggiungendo un forte sapore fondamentalista religioso alle sue nuove politiche, come cambiare i criteri per la Legge del Ritorno in modo che solo gli ebrei “purosangue” possano trasferirsi in Israele.

Inoltre sembra che l’estrema destra veda i resti del vecchio regime, che conserva una versione più gentiledella supremazia ebraica gradita al mondo occidentale, come un ostacolo al progetto di sconfiggere i palestinesi. Pertanto solo la loro versione di uno Stato ebraico – teocratico e fermamente antiliberale, in cui vengano soggiogate le minoranze razziali, etniche e sessuali di ogni tipo – può portare alla vittoria finale di Israele. In questo senso, c’è un’intima connessione tra le ambizioni antipalestinesi e antisecolari della destra. Per intenderci, senza un fondamentalismo messianico a sostenerla la sola logica coloniale  non riuscirà a portare a termine il lavoro.

È molto probabile che Ben Gvir e Smotrich temano che il liberalismo laico possa minare l’intera struttura coloniale, aprirla e distruggerla dall’interno. Lo slogan elettorale di Ben Gvir, in cui ha promesso di ricordare ai cittadini israeliani – e in particolare ai cittadini palestinesi – chi sono i veri “signori della terra”, indica una preoccupazione che la logica liberal-progressista, che la destra sostiene abbia preso il sopravvento sulla maggioranza della società israeliana, possa mettere in pericolo il monopolio ebraico del potere nel Paese. In questo modo, i nuovi signori della terra non stanno giungendo solo per i palestinesi, ma anche per il “tipo sbagliato” di ebrei.

Tuttavia il fatto che in Israele ci siano molte voci che si oppongono a questo nuovo governo non dovrebbe nascondere le profonde connessioni ideologiche che ancora esistono tra molti di loro. Mentre l’opposizione all’esplicita istituzionalizzazione dell’apartheid riguarda il regime israeliano di supremazia ebraica, di fatto gran parte dell’opposizione all’attacco contro il sistema giudiziario e all’opinione pubblica laica mira ancora a preservare la supremazia ebraica, anche se in modo più moderato. E mentre la resistenza interna è attualmente molto più ampia di quanto ci si aspettasse, e probabilmente crescerà, la stragrande maggioranza di coloro che chiedono agli israeliani di scendere in strada non fa domande sull’occupazione o sulla supremazia ebraica. Per loro la questione della democrazia rimane separata dalla questione del colonialismo.

È difficile sapere dove porteranno queste lotte contro il nuovo governo e se si collegheranno alla lotta contro l’annessione, l’apartheid e un’altra espulsione di massa dei palestinesi. Ma non si può negare che siamo arrivati a un momento in cui tutte le contraddizioni iintrinseche del sionismo fin dai suoi primi giorni sono diventate più chiare e importanti che mai.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Palestinese colpito a morte in Cisgiordania dopo aver ucciso degli israeliani

Redazione di AL Jazeera 

15 novembre 2022 Al Jazeera e Agenzie di stampa

Mohammad Souf, di 18 anni, ha accoltellato diversi israeliani all’ingresso industriale della colonia di Ariel nella Cisgiordania occupata.

Un palestinese ha ucciso tre israeliani e ne ha feriti altri tre in un attacco in una colonia nella Cisgiordania occupata, prima di essere colpito e ucciso da agenti della sicurezza israeliani: questo è quanto hanno riferito paramedici israeliani e funzionari palestinesi.

Il servizio paramedico Zaka ha detto che i tre feriti nell’attacco nella colonia illegale di Ariel sono stati curati in ospedale e sono in gravi condizioni.

E’ stato l’ultimo attacco di un’ondata di violenza tra israeliani e palestinesi in questo anno, che ha visto incursioni israeliane quasi quotidiane nella Cisgiordania occupata, con arresti e uccisioni di palestinesi, così come attacchi di palestinesi contro israeliani.

L’esercito israeliano ha affermato che il palestinese, identificato dal Ministero della Salute palestinese come il 18enne Mohammad Souf, prima ha attaccato gli israeliani all’entrata della zona industriale della colonia, poi ha proseguito fino ad un vicino distributore di benzina e lì ha accoltellato altre persone. L’esercito ha detto che poi l’uomo ha rubato un’auto, si è intenzionalmente scontrato con un’automobile sulla vicina strada principale ed ha colpito ed ucciso un’altra persona prima di fuggire a piedi.

Ha riferito che l’aggressore è stato colpito da un soldato e che le truppe stavano perlustrando l’area per cercare altri sospetti.

Un video amatoriale diffuso dalla televisione israeliana sembra mostrare il sospetto aggressore percorrere di corsa una strada e crollare a terra dopo essere stato colpito. Più tardi il Ministero della Salute ha dichiarato che Souf proveniva dal vicino villaggio di Hares.

Le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di famiglia di Souf e, secondo organi di stampa palestinesi, hanno aggredito fisicamente membri della famiglia.

Nessuna fazione palestinese ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, ma esso è stato acclamato da portavoce di Hamas, Jihad islamica e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

In una dichiarazione il portavoce di Hamas Abdel Latif al-Qanou ha affermato che l’operazione ha dimostrato “la capacità del nostro popolo di proseguire la sua rivoluzione e difendere la Moschea di Al-Aqsa da quotidiane incursioni”.

Il FPLP, di sinistra, ha affermato che l’attacco è stato una risposta “alla politica di esecuzioni sul campo perseguita dall’occupazione israeliana e dai suoi servizi di sicurezza contro il nostro popolo, delle quali l’uccisione della ragazza palestinese Fulla Masalmeh ieri a Beitunia non sarà l’ultima.”

L’anno più sanguinoso

Il Primo Ministro israeliano uscente Yair Lapid ha inviato le condoglianze alle famiglie degli israeliani uccisi nell’attacco e ha detto che Israele “sta combattendo il terrorismo senza sosta e col massimo delle forze.”

Le nostre forze di sicurezza lavorano 24 ore al giorno per proteggere i cittadini israeliani e danneggiano senza sosta le infrastrutture del terrorismo”, ha detto.

Quest’anno l’ondata di violenza tra israeliani e palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est ha fatto almeno 25 morti dalla parte israeliana e più di 130 da quella palestinese, rendendo il 2022 l’anno con più vittime dal 2006.

Israele afferma che le sue incursioni ed arresti che avvengono quasi ogni notte in Cisgiordania sono necessari per smantellare le reti armate in un momento in cui le forze di sicurezza palestinesi non sono capaci o non vogliono farlo.

L’Autorità Nazionale Palestinese afferma che le incursioni indeboliscono le sue forze di sicurezza ed hanno lo scopo di consolidare l’occupazione illegale di Israele che continua da 55 anni nei territori che i palestinesi vogliono per il loro auspicato Stato.

In queste incursioni sono state fermate centinaia di palestinesi, molti dei quali sottoposti alla cosiddetta detenzione amministrativa, che consente ad Israele di detenerli a tempo indefinito senza processo né imputazione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il presidente palestinese Abbas si oppone alla riforma dell’OLP e fa il gioco di Israele

Amira Hass

10 novembre 2022 – Haaretz

Mahmoud Abbas ha istituito un nuovo consiglio per rafforzare la presa sul sistema giudiziario e continua la sua tradizionale linea oppressiva rimanendo fedele agli accordi di Oslo

Due provvedimenti separati e apparentemente non correlati compiuti di recente dall’Autorità Nazionale Palestinese e dal suo leader, Mahmoud Abbas sono indicativi della natura sempre più autoritaria e autocratica del regime nelle enclaves palestinesi in Cisgiordania.

Un provvedimento ha a che fare con il sistema giudiziario palestinese e l’altro con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina: entrambi mostrano quanto l’Autorità Nazionale Palestinese rimanga fedele al ruolo essenzialmente assegnatole dagli Accordi di Oslo: mantenere uno status quo fluido e dinamico a danno dei palestinesi e al servizio degli interessi di sicurezza israeliani.

La prima decisione è il decreto presidenziale firmato da Abbas e diffuso venerdì 28 ottobre che annuncia l’istituzione di un “Consiglio supremo degli organi e delle agenzie giudiziarie”. A capo di questo consiglio, il cui scopo dichiarato è discutere i disegni di legge relativi al sistema giudiziario, risolvere questioni amministrative correlate e sovrintendere al sistema giudiziario, non sarà altro che il presidente dell’ANP Abbas, che è anche presidente dell’OLP e di Fatah.

Gli altri membri sono i presidenti e i capi della Corte costituzionale, della Corte Suprema, della Corte di Cassazione, dell’Alta Corte per le questioni amministrative, dei tribunali delle forze di sicurezza e del tribunale della Sharia. Del consiglio faranno parte anche il Ministro della Giustizia, il procuratore generale e il consulente legale del presidente. È previsto che si incontri una volta al mese.

Esperti legali palestinesi e organizzazioni per i diritti umani hanno annunciato la loro ferma opposizione a questo nuovo consiglio supremo, affermando che contraddice il principio di separazione dei poteri – legislativo, giudiziario ed esecutivo – e viola diverse sezioni della Costituzione palestinese e le convenzioni internazionali di cui l’ANP è firmataria.

In diverse interviste ai media esperti e organizzazioni affermano che questa è l’ultima di una serie di decisioni che hanno trasferito l’autorità legislativa al ramo esecutivo e al suo capo, violando anche l’indipendenza del sistema giudiziario e subordinandolo ad Abbas e ai suoi compari.

Poco dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006, Abbas e Fatah hanno impedito al Consiglio legislativo palestinese di riunirsi regolarmente e svolgere il proprio lavoro. In un primo momento hanno attribuito la colpa agli arresti israeliani di numerosi membri eletti di Hamas, nonché all’assenza del quorum necessario per promulgare la legislazione.

Dopo la breve guerra civile scoppiata a Gaza nel giugno 2007 tra Hamas e Fatah e la divisione dell’autogoverno palestinese tra le due regioni [Gaza e Cisgiordania, ndt.] e le due organizzazioni, il parlamento palestinese ha ufficialmente cessato di funzionare. Tuttavia i rappresentanti di Hamas a Gaza hanno continuato e continuano a riunirsi come consiglio legislativo e approvare leggi che si applicano solo a Gaza.

In Cisgiordania, invece, la “legislazione” si realizza tramite decreti presidenziali. Negli ultimi 15 anni Abbas ha firmato circa 350 decreti presidenziali, molto più degli 80 atti legislativi che sono stati discussi e promulgati dal primo consiglio legislativo durante il suo decennio di esistenza nel 1996-2006.

Abbas si basa su un’interpretazione molto ampia dell’articolo 43 della Costituzione palestinese emendata del 2003 che conferisce a un decreto presidenziale il potere di legge solo “in casi di necessità che non possono essere ritardati e quando il Consiglio legislativo non è in sessione”.

Fino al 2018, alcuni parlamentari in Cisgiordania hanno continuato a incontrarsi in modo non ufficiale e hanno tentato di essere coinvolti nelle discussioni sui “disegni di legge” in discussione al governo e di rappresentare l’opinione pubblica davanti alle autorità. Ma quell’anno, su ordine di Abbas, la Corte costituzionale ha stabilito che il Consiglio legislativo dovesse essere sciolto, nonostante la Costituzione preveda che il suo mandato termini solo quando si terranno nuove elezioni.

Secondo la Costituzione in caso di morte del presidente dell’ANP questi deve essere sostituito dal presidente del parlamento. Questa posizione era ricoperta dal rappresentante di Hamas Aziz Dweik di Hebron. L’opinione generale era che, sciogliendo il parlamento, Abbas e i suoi alleati stessero cercando di contrastare preventivamente un simile scenario. Anche se la Corte Costituzionale aveva ordinato all’epoca di tenere nuove elezioni entro sei mesi, Abbas e i suoi fedeli sono riusciti a rinviarla ripetutamente.

Nel frattempo, durante questo periodo Abbas ha anche aumentato il suo coinvolgimento nel processo di nomine giudiziarie, cercando di garantire la lealtà dei giudici a sé e a Fatah. Inoltre il ramo esecutivo, da lui controllato, spesso non si attiene alle sentenze indipendenti dei giudici, come gli ordini di rilasciare le persone detenute senza processo o gli ordini di riprendere il pagamento degli stipendi e delle varie indennità ai rivali politici di Abbas.

Il Ministro della Giustizia palestinese Mohammed al-Shalaldeh ha promesso che il nuovo Consiglio Supremo del sistema giudiziario non intende violare l’indipendenza del sistema. Ma l’esperienza dell’Egitto – che evidentemente ha ispirato gli autori del decreto presidenziale palestinese – indica che è vero il contrario.

Un consiglio supremo che sovrintende al sistema giudiziario egiziano è stato istituito dal presidente Gamal Abdel Nasser nel 1969. Nel primo decennio di questo secolo, grazie agli sforzi delle organizzazioni per i diritti umani e dei giuristi, il suo potere è stato ridimensionato, ma l’attuale presidente egiziano Abdel -Fattah al-Sissi gli ha conferito un’autorità più ampia e invasiva rispetto al passato.

In una conversazione con Haaretz, avvocati indipendenti hanno ipotizzato che uno dei motivi per l’istituzione di questo consiglio è contrastare la possibile opposizione legale – tramite la Corte costituzionale – all’incoronazione di Hussein al-Sheikh come prossimo presidente dell’ANP. Al-Sheikh, figlio di una famiglia di rifugiati che ha acquisito ricchezza nel corso degli anni come proprietaria di varie imprese e società a Ramallah, è uno dei funzionari di Fatah più vicini ad Abbas – e anche a Israele.

Per quasi 15 anni è stato a capo del Ministero degli affari civili palestinese, che è subordinato e coordinato alla politica del COGAT, l’organismo che coordina le attività di governo del ministero della Difesa israeliano nei territori, e ha svolto il ruolo di collegamento con i funzionari israeliani. A maggio, Abbas lo ha nominato segretario generale del Comitato Esecutivo dell’OLP al posto del defunto Saeb Erekat; da questa posizione dirige anche il dipartimento dei negoziati dell’OLP. Molti palestinesi ritengono che la sua nomina a prossimo presidente dell’ANP sarebbe molto gradita a Israele.

La seconda misura adottata di recente dall’Autorità Palestinese è stata quella di impedire che si tenesse a Ramallah la Conferenza Popolare Palestinese – 14 milioni (chiamata così per il numero di palestinesi nel mondo). L’idea alla base della conferenza era quella di riformare l’OLP, inizialmente tenendo un’elezione pan-palestinese in cui i palestinesi di tutta la diaspora e in tutto il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo potessero votare per il Consiglio nazionale palestinese, il parlamento dell’OLP. Il convegno si sarebbe dovuto tenere il 5 novembre presso la Cultural Hall di Ramallah, in Giordania e in diverse città in Europa e Sud America.

Gli organizzatori affermano che l’OLP, l’organizzazione che dovrebbe rappresentare i palestinesi in tutto il mondo ed essere la fonte della autorità politica e identità nazionale, è stata essenzialmente inghiottita dall’Autorità Nazionale Palestinese, dalla presidenza di Abbas e dal movimento Fatah. Il suo finanziamento dipende dall’Autorità Palestinese, le sue istituzioni sono state svuotate e Abbas controlla le date dei suoi incontri e la nomina dei suoi rappresentanti.

Gli organizzatori della Conferenza dei 14 milioni sono contrari agli Accordi di Oslo (“una seconda Nakba”, la chiamano alcuni) e sono del parere che solo un’OLP ricostruita e democratica “che non operi come subappaltatore per Israele” possa e debba sviluppare una strategia per combattere l’apartheid e il colonialismo israeliani e quindi servire come fonte di speranza per il popolo [palestinese]. Gli organizzatori sono ancora oggi associati ai vari gruppi palestinesi che compongono l’OLP – da Fatah alle organizzazioni di sinistra – o lo sono stati in passato, mentre alcuni sono indipendenti.

Ma all’inizio della scorsa settimana gli organizzatori della conferenza sono stati sorpresi quando sono stati informati dal Comune di Ramallah che le agenzie di sicurezza palestinesi avevano proibito alla conferenza di procedere. Hanno anche vietato al comune di El Bireh di assegnare una sala agli organizzatori allo scopo di tenere una conferenza stampa.

Nonostante gli ostacoli, gli organizzatori hanno deciso che la conferenza si sarebbe svolta come previsto tramite Zoom e Facebook e che i rappresentanti a Ramallah avrebbero parlato dagli uffici della Coalizione popolare palestinese, un’organizzazione relativamente nuova di attivisti politici di cui molti di lunga data. Sabato mattina le forze di sicurezza [dell’ANP], alcune in abiti civili, sono state dispiegate in gran numero accanto all’edificio dove sono ospitati gli uffici della conferenza, hanno avvertito le persone di non entrare e hanno arrestato l’attivista veterano Omar Assaf e lo hanno trattenuto per diverse ore.

Tuttavia vari relatori hanno potuto pronunciare i loro discorsi tramite Facebook, e hanno scelto di evidenziare diversi punti: aspre critiche all’Autorità Nazionale Palestinese e al coordinamento della sicurezza con Israele; un appello all’azione sulla base della Carta nazionale palestinese del 1968, di cui sono state annullate alcune parti negli anni ’90 a seguito delle pressioni israeliane e statunitensi e la richiesta di adempimento del diritto al ritorno. Ciò che tutti avevano in comune era l’enfasi posta sull’importanza delle elezioni generali democratiche per creare una leadership eletta e rappresentativa per l’intero popolo palestinese: nella Palestina storica su entrambi i lati della Linea Verde e in tutta la diaspora.

L’idea di indire un’elezione diretta per un parlamento panpalestinese nel quadro dell’OLP è stata suggerita per oltre un decennio da attivisti palestinesi in varie organizzazioni in tutto il mondo; gli organizzatori della conferenza hanno sottolineato di aver integrato diverse proposte simili che l’OLP sotto il controllo di Abbas ha costantemente ignorato.

A ulteriore riprova di quanto Abbas e i suoi seguaci siano contrari all’iniziativa di rianimare l’OLP, martedì mattina le forze di sicurezza palestinesi hanno fatto irruzione negli uffici di Ramallah del Bisan Center for Research and Development (una delle ONG che Israele ha dichiarato organizzazione terroristica) e hanno interrotto la conferenza stampa che stavano tenendo gli organizzatori della conferenza.

In questa fase il ripristino dell’OLP come fonte di autorità e potere decisionale sembra difficilmente realizzabile. Non è inoltre chiaro quanto sostegno riceverà l’iniziativa da i giovani che non hanno mai conosciuto l’OLP come quell’organizzazione un tempo percepita dai profughi palestinesi come casa politica e nazionale e motivo di orgoglio. Inoltre è ancora troppo presto per capire come e se Hamas e la Jihad islamica saranno incluse nel processo.

Tuttavia i giovani potrebbero essere entusiasti della prospettiva di indire elezioni generali per un’organizzazione panpalestinese che trascenda i confini di Gaza e della Cisgiordania. Gli organizzatori affermano apertamente che l’attuale leadership non eletta e antidemocratica non è un vero organo rappresentativo ed è incapace di affrontare i pericoli posti dalla politica israeliana.

Le azioni intraprese per sopprimere questa iniziativa tradiscono il timore dell’attuale leadership impopolare di qualsiasi discorso sulle elezioni, per non parlare del loro svolgimento, e sottolineano la riluttanza ad ammettere che gli accordi di Oslo hanno solo peggiorato la situazione dei palestinesi. Le sue azioni mostrano anche quanto questa leadership sia decisa a mantenere i vantaggi materiali e lo status che ha acquisito per sé e per i suoi circoli interni.

L’iniziativa per ricostruire l’OLP aspira a superare la spaccatura nella geografia, nella società e nella politica palestinese. Questa divisione è anche uno dei risultati politici più importanti della politica israeliana degli ultimi 30 anni. Le azioni oppressive dell’Autorità Nazionale Palestinese stanno aiutando direttamente a preservare questo risultato a favore di Israele.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La “conferenza del popolo” palestinese chiede riforme e lancia iniziative per elezioni generali.

Qassam Muaddi

08 novembre 2022-The New Arab

Nella sua dichiarazione finale, la conferenza ha chiesto l’elezione di un nuovo Consiglio Nazionale Palestinese in elezioni generali, organizzate in tutti i luoghi in cui i palestinesi possono votare.

Una fonte vicina alla conferenza ha riportato lunedì al New Arab che la “conferenza del popolo palestinese”, una coalizione di attivisti politici e della società civile palestinesi, sta pianificando una serie di attività volte a chiedere elezioni generali palestinesi e riformare l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).

La fonte ha affermato che le attività includeranno incontri e discussioni, ma anche proteste nella Cisgiordania occupata e all’estero.

Secondo la fonte, è stato formato un comitato speciale per dirigere le azioni da annunciare in una speciale conferenza stampa a Ramallah oggi, martedì [8 novembre 2022, ndt.].

Sabato la conferenza ha concluso un ciclo di incontri pubblici organizzati nell’arco di due giorni in diverse città palestinesi e nei Paesi limitrofi. Gli incontri a Ramallah sono stati annullati in seguito alle pressioni dell’Autorità Nazionale Palestinese.

“In totale, più di 1500 palestinesi hanno partecipato alla conferenza in Palestina e all’estero”, ha detto domenica a TNA [The New Arab] Omar Assaf, un membro di spicco della conferenza.

Assaf è stato detenuto per diverse ore sabato in quello che ha definito “un tentativo di intimidazione”.

Assaf sostiene che il Comune di Ramallah ha subito pressioni perché non ci permettesse di tenere le riunioni nei suoi locali”.

“Più tardi, durante la giornata, la polizia mi ha arrestato e portato in una stazione di polizia a Ramallah, dove mi è stato chiesto di non partecipare alla conferenza, ma ho rifiutato. Alla fine sono stato rilasciato senza condizioni dopo quattro ore”, aggiunge.

Nella sua dichiarazione finale la conferenza ha chiesto l’elezione di un nuovo Consiglio nazionale palestinese con elezioni generali da organizzare in tutti i luoghi in cui i palestinesi possono votare

Il Consiglio Nazionale Palestinese è il più alto organo legislativo e costituente dell’OLP. I suoi membri includono rappresentanti della maggior parte delle fazioni palestinesi, dei sindacati professionali e delle organizzazioni della società civile e delle minoranze religiose.

Il consiglio non è stato eletto da più di trent’anni e il suo ruolo è stato notevolmente ridotto dalla creazione dell’Autorità Palestinese nel 1994.

“L’OLP è l’unica rappresentante legittima del popolo palestinese, ed è la cosa più sacra che abbiamo dopo la Palestina e Gerusalemme”, ha detto domenica Mowafaq Matar, un membro del Consiglio Nazionale Palestinese vicino all’ANP, in un commento alla stampa.

“La cosiddetta conferenza popolare è un tentativo di creare un’alternativa all’OLP, il che equivale ad alto tradimento”, ha aggiunto Matar.

“Pretendere una riforma è un diritto fondamentale dei palestinesi”, ha affermato in un commento alla stampa Salman Abu Sitta, storico palestinese e membro del comitato organizzatore della “conferenza popolare”.

“L’OLP deve essere riformata attraverso elezioni democratiche”, ha aggiunto Abu Sitta.

Le elezioni generali, anche per il Consiglio Nazionale Palestinese, sono state concordate dai leader di tutte le fazioni palestinesi nel settembre 2021 in Algeria. Secondo l'”accordo algerino”, le elezioni per il CNP e per la presidenza e il Consiglio Legislativo dell’ANP avrebbero dovuto svolgersi simultaneamente.

All’inizio del 2021 le fazioni palestinesi avevano deciso di tenere prima le elezioni per il Consiglio Legislativo dell’ANP seguite dalle elezioni presidenziali, e di posticipare le elezioni per il CNP. Le elezioni legislative erano previste per maggio 2021.

Ad aprile [2021] il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha sospeso le elezioni, annunciando che si terranno solo quando Israele consentirà l’apertura dei seggi elettorali a Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Studenti dell’università di Birzeit accusano l’Autorità Nazionale Palestinese di arresti politici

Redazione di The New Arab, PC, Social

2 novembre 2022 – The Palestine Chronicle

Una fonte locale vicina al consiglio degli studenti dell’università di Birzeit, presso Ramallah, ha riferito a The New Arab che, dopo che uno è stato rilasciato lunedì, altri otto studenti palestinesi continuano ad essere detenuti dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Il consiglio degli studenti accusa l’ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndt.] di aver arrestato gli studenti per motivazioni politiche.

Domenica il consiglio degli studenti ha rilasciato una dichiarazione in cui ha annunciato che le forze di sicurezza dell’ANP avevano arrestato tre studenti che sono attivi nel movimento studentesco.

Noi del consiglio studentesco rifiutiamo l’ingiustizia e l’arroganza che privano gli studenti dei loro diritti ad una vita universitaria sicura,” si legge nel comunicato.

Domenica, decine di palestinesi, inclusi molti studenti, hanno fatto una manifestazione a Ramallah contro quella che hanno definito “detenzione politica” da parte dell’ANP, chiedendo l’immediato rilascio dei prigionieri.

Nel frattempo un gruppo di studenti continua a fare un sit-in dentro il campus d Birzeit, come forma di protesta contro le detenzioni operate dall’ANP, chiedendo l’immediato rilascio degli arrestati.

Le forze di sicurezza dell’ANP non hanno fatto alcun commento pubblico sulle incarcerazioni degli studenti dell’università di Birzeit.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Amnesty sollecita un’inchiesta per possibili crimini di guerra a Gaza

Redazione di Al Jazeera

25 Ottobre 2022 – Al Jazeera

Solo in quest’anno almeno 160 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza

Amnesty International ha sollecitato la Corte Penale Internazionale (CPI) ad indagare su possibili crimini di guerra relativi agli “illegittimi attacchi” condotti nel corso della letale aggressione di Israele alla Striscia di Gaza in agosto.

Le forze israeliane “si sono vantate” della precisione dei loro attacchi su Gaza in agosto, ha affermato Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato martedì, che indaga le circostanze relative a tre specifici attacchi a civili.

Amnesty ha affermato che le vittime dei cosiddetti “attacchi mirati” includono un bambino di quattro anni, un adolescente in visita alla tomba della madre e una studentessa di belle arti uccisa dal fuoco israeliano mentre era in casa a bere un tè con sua madre.

L’organizzazione ha dichiarato che è stato posto sotto indagine anche un attacco che ha ucciso sette civili palestinesi, che sembra essere stato l’esito di un razzo senza guida probabilmente lanciato da gruppi armati palestinesi.

L’ultima offensiva di Israele contro Gaza è durata solo 3 giorni, ma è stato un tempo sufficiente per infliggere nuovi traumi e distruzioni alla popolazione assediata”, ha detto Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, in una dichiarazione allegata al rapporto.

I tre attacchi mortali che abbiamo esaminato devono essere indagati come crimini di guerra; tutte le vittime degli attacchi illegittimi e le loro famiglie meritano giustizia e risarcimenti”, ha detto.

Il violento attacco di agosto da parte delle forze israeliane è stato solo uno dei più recenti esempi di violenza indiscriminata contro la popolazione di Gaza “dominata, oppressa e segregata”, che ha subito anni di blocco illegale del territorio, ha aggiunto Callamard.

Oltre ad indagare sui crimini di guerra compiuti a Gaza, la CPI dovrebbe prendere in considerazione, all’interno della sua attuale inchiesta nei Territori Palestinesi Occupati, il crimine contro l’umanità di apartheid”, ha affermato.

Secondo il Ministero della Salute palestinese dall’inizio di quest’anno almeno 160 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, compresi 51 palestinesi uccisi durante l’attacco di tre giorni a Gaza in agosto.

31 civili figurano fra i 49 palestinesi che secondo le Nazioni Unite sono stati uccisi nella Striscia di Gaza durante il conflitto di tre giorni, ha dichiarato Amnesty nel nuovo rapporto.

Il conflitto è iniziato il 5 agosto, quando Israele ha scatenato attacchi aerei in ciò che a suo dire era un attacco preventivo mirato al gruppo della Jihad islamica.

Amnesty ha detto che, utilizzando fotografie di frammenti di armi, l’analisi di immagini satellitari e le testimonianze di decine di intervistati, ha ricostruito le circostanze relative ai tre attacchi specifici, due dei quali condotti dalle forze israeliane e uno probabilmente da gruppi armati palestinesi.

La CPI ha avviato un’indagine sul conflitto israelo-palestinese, che ci si attende focalizzata in parte su possibili crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 2014 a Gaza. L’inchiesta è appoggiata dall’Autorità Nazionale Palestinese, ma Israele non è membro della CPI e contesta la sua giurisdizione.

Il mese scorso la famiglia della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh ha inoltrato una denuncia ufficiale alla CPI per chiedere giustizia per la sua morte.

Abu Akleh, che ha lavorato per Al Jazeera per 25 anni ed era conosciuta come “la voce della Palestina”, è stata colpita alla testa ed uccisa dalle forze israeliane l’11 maggio mentre stava documentando un’incursione dell’esercito nel campo profughi di Jenin nella Cisgiordania occupata.

Fonte: Al Jazeera e agenzie di stampa

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cisgiordania: sei palestinesi uccisi durante un’incursione su larga scala contro gruppo La Fossa dei Leoni

Akram al-Waara, Leila Warah

25 ottobre 2022-Middle East Eye

Gli intensi combattimenti notturni sconvolgono Nablus mentre numerose truppe israeliane assaltano la città e prendono di mira il nascente gruppo armato

Martedì le forze israeliane hanno ucciso sei palestinesi e ne hanno feriti almeno altri 20 dopo un violento raid dell’esercito nella Cisgiordania occupata settentrionale.

Numerose truppe equipaggiate con decine di veicoli corazzati e missili guidati anticarro hanno preso d’assalto Nablus intorno a mezzanotte ora locale e si sono scontrate con i combattenti palestinesi nella città.

Secondo il Ministero della Salute palestinese cinque palestinesi, di cui almeno due disarmati, sono stati uccisi durante il raid di tre ore e una sesta persona è stata uccisa a colpi di arma da fuoco a Ramallah ore dopo.

I nomi di coloro che sono morti durante l’assalto di Nablus sono stati identificati come Hamdi Sobeih Ramzi Qayem, 30 anni; Ali Khaled Omar Antar, 26 anni; Hamdi Muhammad Sabri Hamid Sharaf, 35 anni; Wadi Sabih Houh, 31 anni; Mishaal Zahi Ahmed Baghdadi, 27 anni.

Il sesto palestinese, identificato come Qusai Tamimi, 20 anni, è stato ucciso in un altro incidente nel villaggio di Nabi Saleh, nel distretto di Ramallah.

Martedì nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza sono stati osservati uno sciopero generale e una giornata di lutto mentre migliaia di residenti adirati si sono uniti ai cortei funebri a Nablus.

“La città si è svegliata molto triste questa mattina: hanno perso cinque vite. L’atmosfera è molto cupa e oggi ci sono scioperi in tutta la Cisgiordania”, ha detto a Middle East Eye Zayd al-Azhary, un attivista che vive a Nablus.

L’operazione di martedì è avvenuta durante un assedio di 14 giorni a Nablus da parte dell’esercito israeliano, che ha bloccato gli ingressi della città e paralizzato il movimento delle persone in entrata e in uscita.

L’esercito israeliano afferma che le misure sono state poste in essere per fermare gli attacchi contro obiettivi israeliani effettuati da un gruppo armato di nuova formazione nella città chiamato “Lions’ Den” [Fossa dei Leoni, ndt].

Nablus e la vicina città di Jenin hanno assistito a una rinascita della resistenza armata negli ultimi mesi. I combattenti palestinesi hanno attaccato sempre più posti di blocco e postazioni dell’esercito, oltre ad affrontare le truppe israeliane durante i le incursioni nelle città.

Incursione sotto copertura

Secondo i media palestinesi l’attacco a Nablus è iniziato poco dopo la mezzanotte di martedì quando le forze di sicurezza appartenenti all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno fermato un “veicolo sospetto” vicino alla Città Vecchia.

Il veicolo trasportava forze speciali israeliane sotto copertura, hanno detto fonti locali. Quando gli agenti dell’Autorità Palestinese hanno affrontato le forze israeliane nel veicolo, secondo quanto riferito, gli ufficiali palestinesi sono stati presi di mira dai cecchini israeliani che erano appostati sui tetti della zona.

Secondo quanto riferito da fonti locali, dopo che la copertura delle forze speciali israeliane è saltata, si è verificato uno scontro a fuoco tra le forze dell’ANP e i soldati israeliani, provocando il ferimento di quattro agenti dell’ANP.

Lo scontro a fuoco tra gli agenti dell’Autorità Nazionale Palestinese e i soldati israeliani ha allertato i gruppi armati nella Città Vecchia di Nablus che era in corso un’operazione israeliana nella città.

I combattenti palestinesi hanno iniziato a scambiare colpi di arma da fuoco con le forze israeliane che avevano fatto irruzione nell’area, mentre altre decine di jeep dell’esercito israeliano hanno iniziato ad entrare in città.

Un residente ha detto che “è scoppiato il caos” dopo che le truppe israeliane sono entrate in gran numero nella Città Vecchia, prendendo di mira i membri del gruppo La Fossa dei Leoni.

L’esercito israeliano ha confermato in un comunicato che l’operazione ha preso di mira un sito “utilizzato dai principali agenti operativi della Fossa dei Leoni”, descrivendolo come un “quartier generale e un’officina per la fabbricazione di armi”. Ha aggiunto che “ha risposto con munizioni vere ai sospetti armati che sparavano contro di loro”.

Il gruppo La Fossa dei Leoni ha postato su Telegram un comunicato in cui sostiene che ha ingaggiato scontri a fuoco con le truppe israeliane e ha confermato che almeno uno dei suoi membri è e rimasto ucciso.

Zona di guerra

Fonti locali sostengono che circa 60 veicoli militari corazzati israeliani sono stati utilizzati nell’operazione in cui la Città Vecchia è stata attaccata e assediata.

Secondo quanto riferito i primi due palestinesi colpiti da arma da fuoco erano passanti che camminavano per la Città Vecchia.

“Erano nel posto sbagliato al momento sbagliato”, ha detto al-Azhary a MEE. “Stavano solo camminando lungo la strada e, naturalmente, gli israeliani gli hanno sparato senza fare domande”.

Non è chiara l’identità dei primi due palestinesi uccisi e se fossero membri dei gruppi armati che stavano combattendo contro l’incursione dell’esercito. I video pubblicati sui social media mostrano medici palestinesi che tentano di rianimare due palestinesi in abiti civili mentre giacciono per strada, sanguinanti e privi di sensi.

Intorno all’una di notte, mentre gli spari risuonavano in tutta la città di Nablus, i palestinesi della Città Vecchia sono saliti sui minareti delle moschee per chiedere rinforzi agli abitanti per sostenere i combattenti della resistenza e i civili bloccati all’interno.

Un’ora dopo le forze israeliane hanno colpito un veicolo nell’area di Ras al-Ain con un missile, uccidendo un uomo nella sua auto. Un altro palestinese, Wadee al-Houh, che secondo Israele sarebbe stato uno dei comandanti del gruppo La Fossa dei Leoni”, è stato ucciso in casa sua.

I militari israeliani hanno rilasciato una dichiarazione in cui affermano che al- Houh era uno degli obiettivi principali dell’operazione dell’esercito nella città. Martedì mattina La Fossa dei Leoni ha rilasciato una dichiarazione in cui si commemora Houh, ma non si specifica il suo ruolo nel gruppo.

Mentre i gruppi armati palestinesi continuavano a scontrarsi con le forze israeliane nelle prime ore del mattino, sono stati segnalati scontri in tutta la città, compreso il campo profughi di Balata.

Al-Azhary ha descritto la scena come una “zona di guerra”.

“Più di 9.000 persone vivono nella Città Vecchia e tutte erano sotto tiro e in pericolo: bambini, anziani, famiglie ecc., non solo combattenti della resistenza. Non è una vita o una posizione facile in cui trovarsi”, ha detto.

Cercando di resistere

Migliaia di palestinesi hanno partecipato al corteo funebre delle cinque persone uccise durante il raid israeliano, mentre sono previste proteste in tutta la Cisgiordania contro la crescente violenza israeliana.

Il raid di martedì ha portato il bilancio delle vittime palestinesi quest’anno a più di 175 persone uccise dalle forze israeliane e dai coloni, di cui 125 nella Gerusalemme est occupata e in Cisgiordania.

Più di 44 sono stati uccise solo negli ultimi due mesi.

Secondo le Nazioni Unite il 2022 è stato finora “l’anno con il maggior numero di vittime palestinesi in Cisgiordania rispetto allo stesso periodo dei 16 anni precedenti”.

Nablus è stata posta sotto assedio all’inizio di questo mese dopo che un soldato israeliano era stato ucciso l’11 ottobre presso una postazione militare alla periferia della città di Nablus. L’esercito israeliano ha intrapreso una caccia all’uomo ad ampio raggio per trovare l’assassino, che, secondo quanto riferito, apparteneva al gruppo La Fossa dei Leoni.

Domenica 23 ottobre un membro palestinese del nuovo gruppo, Tamir al-Kilani, è stato ucciso con una bomba comandata a distanza nella Città Vecchia di Nablus. Il gruppo ha affermato che era stato assassinato dall’esercito israeliano, sebbene i militari [israeliani, ndt] non abbiano commentato pubblicamente l’omicidio.

Dopo il raid di martedì, il Primo Ministro israeliano Yair Lapid ha detto all’emittente pubblica Kan che “Israele non sarà mai dissuaso dall’agire per la sua sicurezza”, affermando che i membri del gruppo La Fossa dei Leoni “sono le persone che hanno ferito Ido Baruch”, riferendosi al soldato ucciso l’11 ottobre.

Su Twitter, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha promesso che l’esercito continuerà a reprimere la “Fossa dei Leoni” e altri gruppi armati, affermando: “Non ci sono e non ci saranno città rifugio per i terroristi.

“Continueremo ad agire contro chiunque tenti di danneggiare i cittadini di Israele, ovunque e ogniqualvolta necessario” ha affermato.

 In risposta a queste dichiarazioni, al-Azhary ha respinto le affermazioni israeliane secondo cui i gruppi palestinesi sono “terroristi”, dicendo che sono stati creati come risposta alle angherie e all’occupazione israeliane che continuano nei confronti dei palestinesi.

“I palestinesi stanno cercando di resistere a Israele che toglie loro diritti e dignità di popolo. Non sono terroristi, sono un gruppo persone che sono state messe in una situazione senza vie d’uscita”, ha detto al-Azhary

“Quello che Israele sta facendo ora è cercare di trasformare questo gruppo in un gruppo terroristico invece di concentrarsi su ciò di cui noi palestinesi abbiamo effettivamente bisogno”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)