Perché dobbiamo accogliere in modo critico la Jerusalem Declaration on Antisemitism

Tony Greenstein

1 aprile 2021 – Mondoweiss

La Jerusalem Declaration on Antisemitism [Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo], benché in parte carente e soggetta a critiche, non da ultimo per il suo sfortunato nome, dovrebbe essere accolta positivamente da quanti sono intenzionati a vedere la lotta contro l’antisemitismo come parte della lotta contro il razzismo piuttosto che contrapposta ad essa.

La JDA dovrebbe essere accolta positivamente anche da quanti sono arcistufi di vedere l’“antisemitismo” utilizzato come arma a favore di uno Stato “ebraico” che ha appena visto eleggere alla Knesset due nazisti ebrei [Itamar Ben-Gvir e a Bezalel Smotrich, ndtr.], uno dei quali potrebbe diventare ministro.

A differenza [della definizione] dell’IHRA, che etichetta l’opposizione al sionismo e al razzismo israeliani come antisemitismo, la JDA fa una chiara distinzione tra antisemitismo e antisionismo. La JDA afferma che quanto segue non è antisemita:

Criticare od opporsi al sionismo come forma di nazionalismo o sostenere una serie di accordi costituzionali tra ebrei e palestinesi nella zona tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita appoggiare accordi che attribuiscano piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, che si tratti di due Stati, di uno Stato bi-nazionale, di uno Stato unico democratico, di uno Stato federale o in qualunque altra forma.

Criticare Israele come Stato in base a prove concrete.”

La differenza tra l’errata definizione di antisemitismo dell’IHRA e quella della JDA è una differenza come tra il giorno e la notte.

Ovviamente la JDA avrebbe dovuto essere superflua. L’idea che sia necessario definire l’antisemitismo per opporvisi avrebbe dovuto essere insensata se non fosse per il cinico tentativo da parte di razzisti e imperialisti, compresi gli antisemiti, di utilizzare l’oppressione storica del popolo ebraico per appoggiare non solo lo Stato di Israele, ma l’imperialismo occidentale e le sue guerre in Medio Oriente.

Non è un caso che alcuni dei più violenti antisemiti e suprematisti bianchi, dall’ungherese Viktor Orban al polacco Mateusz Morawiecki e a Donald Trump, hanno tutti appoggiato la definizione dell’IHRA. In effetti nessun antisemita vero e proprio potrebbe contestare l’IHRA. Cosa c’è in essa che possa non piacerti se sei un razzista?

Rimango della stessa opinione del giudice Potter Stewart nella sua famosa considerazione sulla pornografia in una causa alla Suprema Corte [USA] del 1964 – non ho bisogno di una definizione dell’antisemitismo per riconoscerlo quando lo vedo. Quando mio padre e migliaia di ebrei come lui hanno preso parte alla “Battaglia di Cable Street” [a Londra, ndtr.] per impedire alla British Union of Fascists [Unione Britannica dei Fascisti, gruppi inglese di estrema destra e filonazista, ndtr.] di Moseley di sfilare nel quartiere ebraico dell’East End nel 1936, non avevano bisogno di una definizione di antisemitismo per capire quello contro cui stavano lottando. Tuttavia la situazione è questa e oggi il principale pregio di una onesta definizione dell’antisemitismo è che può essere utilizzata per sostituire la falsa e disonesta definizione dell’IHRA.

A differenza della definizione mistificante di antisemitismo dell’IHRA, la JDA si occupa di antisemitismo senza calunniare come “antisemiti” i palestinesi che lottano o chi si oppone al sionismo.

Ciò che è veramente spaventoso dell’IHRA è come molta gente mentalmente sana, che si considera intelligente e che normalmente lo è, ciononostante abbia sottoscritto una definizione di antisemitismo intellettualmente fallace, la versione accademica del trucco delle tre carte. L’IHRA è incoerente, disonesta e intrinsecamente contraddittoria in modo imbarazzante. In realtà in base alla sua stessa definizione l’IHRA è di per sé antisemita quando afferma da una parte che Israele è la rappresentazione collettiva di ogni ebreo e poi sostiene che è antisemita associare ogni ebreo ai crimini di Israele.

L’indeterminatezza e la confusione dell’IHRA sono in sé palesemente disoneste. È deliberatamente fumosa. In effetti una dichiarazione di oltre 500 parole non può, al di là di ogni immaginazione, essere definita una definizione e, come ha scritto Stephen Sedley [giurista inglese, ndtr.], quella dell’IHRA non può essere una definizione perché è indefinita.

La definizione centrale dell’IHRA in 38 parole, lasciando perdere i suoi 11 esempi centrati su Israele, non è altro che evasiva e vaga.

La definizione dell’IHRA è stata un esercizio di disonestà intellettuale ed è stata accolta entusiasticamente da razzisti come il rappresentante britannico dell’IHRA Lord Pickles, in quanto è un modo per calunniare e demonizzare gli antirazzisti. Chiunque creda realmente che sia una definizione dell’antisemitismo può solo essere definito come intellettualmente fallito. E la definizione dell’IHRA poggia sull’assunto che lo Stato di Israele sia uno Stato normale, democratico. Di conseguenza l’IHRA prende posizione nella lotta tra la supremazia ebraica e il sionismo da una parte e l’antisionismo dall’altra.

La definizione centrale di 38 parole dell’antisemitismo dell’IHRA all’inizio afferma che:

L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può manifestarsi come odio verso gli ebrei. Manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette contro individui ebrei e non-ebrei e/o contro le loro proprietà, verso le istituzioni della comunità ebraica ed edifici religiosi.”

Benché ci venga detto che l’antisemitismo è “una certa percezione degli ebrei”, non ci viene mai detto quale sia questa percezione. Ci viene detto che l’antisemitismo “può manifestarsi come odio verso gli ebrei”, senza dire in quale altro modo si possa manifestare. Alzando la sbarra dell’antisemitismo al livello di odio, l’IHRA ignora ogni sorta di esempio di antisemitismo che sia offensivo o discriminatorio ma che non derivi dall’odio.

É assolutamente possibile che qualcuno infligga violenza a qualcun altro perché è ebreo non perché lo odi ma perché lo disprezza o lo teme. Secondo l’IHRA non è un antisemita! Analogamente chi si oppone al matrimonio del figlio o della figlia con un ebreo non perché lo odia ma perché crede che gli ebrei siano disonesti e indegni di fiducia, per non citare il fatto che siano meschini e avari, secondo l’IHRA non è antisemita. L’IHRA ha solo una funzione: proteggere lo Stato di Israele e il sionismo, non gli ebrei.

Il primo pregio della JDA è che formula una definizione dell’antisemitismo chiara e facilmente comprensibile: “L’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto tali (o contro istituzioni ebraiche in quanto tali)”. Le ultime 5 parole potrebbero essere state evitate, ma, in quanto basate sulla definizione dell’Oxford English Dictionary [monumentale dizionario inglese in 20 volumi, ndtr.], “ostilità nei confronti o pregiudizio contro gli ebrei” è assolutamente preferibile alla definizione dell’IHRA.

Ora abbiamo una definizione chiarissima ed utile di antisemitismo che distingue bene tra antisionismo e antisemitismo. La JDA non cerca di controllare il discorso politico nel modo in cui lo fa l’IHRA. Per esempio non suggerisce che se qualcuno critica Israele senza criticare nel contempo ogni altro Paese che violi i diritti umani (“doppio standard”) sia antisemita.

La definizione della JDA non descrive come antisemiti i paragoni tra lo Stato di Israele e le sue politiche e quelle della Germania nazista. È chiaro che oggi ci sono molti paralleli tra Israele e la Germania nazista come testimoniano i muri di via Shuhada a Hebron imbrattati dagli slogan dei coloni “Arabi nelle camere a gas”.

Come hanno evidenziato Neve Gordon e Mark Levin [due firmatari della Dichiarazione di Gerusalemme, ndtr.], in base all’IHRA due delle maggiori personalità ebraiche del XX secolo, entrambe profughe dalla Germania nazista, Albert Einstein e Hannah Arendt, dovrebbero essere definite antisemite! Nel 1948, quando il leader dell’Herut [partito sionista di destra, ndtr.] Menachem Begin visitò gli Stati Uniti, Einstein e Arendt firmarono con altre personalità ebraiche una lettera al New York Times affermando che l’Herut era:

nella sua organizzazione, nei suoi metodi, nella sua filosofia politica e nella sua azione sociale molto affine ai partiti nazista e fascista.”

Sono da accogliere in modo particolarmente positivo le linee guida 10-15. Sono una chiara affermazione di appoggio al fatto che il [movimento] BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndtr.] non ha niente a che vedere con l’antisemitismo e tutto a che vedere con una protesta non violenta contro Israele. È da approvare anche l’affermazione secondo cui la critica a Israele sulla base di prove non può essere antisemita. Allo stesso modo non è antisemita l’appoggio a uno Stato unitario della Palestina (e implicitamente in opposizione a uno Stato ebraico).

Tuttavia ci sono molte critiche che si possono fare anche alla JDA.

In primo luogo manca una qualunque prospettiva o apporto palestinese. Dato che la JDA è nata in conseguenza dei tentativi dell’IHRA di silenziare la libertà di parola sulla Palestina, avrebbe dovuto essere scontato che i palestinesi dovessero contribuirvi. Sfortunatamente la bozza della JDA è stata una questione tutta ebraica, nonostante il fatto che ci sia una sezione B tutta su “Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, sono antisemiti.”

Benché sia stata creata in opposizione alla definizione dell’IHRA, la JDA si concentra in modo decisamente eccessivo sulla narrazione e le preoccupazioni di Israele. Benché, dato il contesto, ciò sia comprensibile, gli autori sono timorosi di dire apertamente che la principale minaccia antisemita viene dall’estrema destra e dai gruppi fascisti, non dalla sinistra. Forse questa dichiarazione era troppo rivolta a persone come il professor David Feldman del Pears Institute for the Study of Anti-Semitism [Istituto Pears per lo Studio dell’Antisemitismo, con sede in Inghilterra, ndtr.].

Tuttavia va detto forte e chiaro che oggi la principale minaccia per gli ebrei viene da gente come Donald Trump e dai suoi sostenitori neo-nazisti suprematisti bianchi. Storicamente la sinistra ha sempre lottato contro l’antisemitismo e la Germania nazista, e l’opposizione all’antisemitismo e al nazismo sono venuti quasi solo dalla sinistra.

Ciò è particolarmente opportuno in quanto la cosiddetta Campagna contro l’Antisemitismo include l’affermazione secondo cui “nel 2019 il Barometro Antisemitismo della Campagna contro l’Antisemitismo ha mostrato che l’antisemitismo nell’estrema sinistra della politica britannica ha superato quello dell’estrema destra.” Ciò è basato su un’ingannevole “ricerca” condotta da Daniel Allington del King’s College e da altri.

Il Barometro dell’Antisemitismo 2019 della CCA ha introdotto sei nuove domande assurde sugli atteggiamenti antisemiti, basate esclusivamente sull’opinione nei confronti di Israele e del sionismo. Questa ridefinizione di cosa costituisca un’affermazione antisemita non ha nessun altro scopo che definire antisemiti gli oppositori al sionismo e allo Stato di Israele. D’ora in avanti gli zeloti israeliani potranno sostenere che i veri nemici degli ebrei non sono i loro amici neo-nazisti ma le persone di sinistra.

Per esempio, se non ti senti a tuo agio a passare del tempo con dei sionisti, allora ciò ti rende un antisemita! Confesso di non trovare la compagnia dei sostenitori del Sudafrica dell’apartheid particolarmente congeniale, ma non ho mai pensato che ciò facesse di me un razzista.

Qui di seguito ci sono tre nuove affermazioni “antisemite” che Allington, Hirsh e altri hanno elaborato:

1. “Israele e i suoi sostenitori hanno un’influenza negativa sulla nostra democrazia.”

2. “Israele può farla franca perché i suoi sostenitori controllano i media.”

3. “Israele tratta i palestinesi come i nazisti trattavano gli ebrei.”

E altre tre che dimostrano o suggeriscono “antisemitismo” se chi risponde non è d’accordo:

4. “Mi trovo a mio agio a passare del tempo con persone che appoggiano apertamente Israele.”

5. “Israele dà un contributo positivo al mondo.”

6. “Israele fa bene a difendersi contro quanti vogliono distruggerlo.”

Quali sono i problemi riguardo alla JDA?

Tuttavia la JDA non è priva di problemi e non deve essere vista come la parola finale su quello che è o non è antisemita. Qui c’è un esempio di antisemitismo.

La linea-guida n. 6 “Attribuire simboli, immagini e stereotipi negativi dell’antisemitismo classico allo Stato di Israele.”

Questa linea guida è strettamente legata al nono esempio dell’IHRA: “Utilizzare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (ad es., affermare che gli ebrei hanno ucciso Gesù o l’accusa del sangue [secondo cui gli ebrei userebbero sangue o carne di bambini cristiani nei loro riti, ndtr.]) per caratterizzare Israele o gli israeliani.”

L’inganno logico qui è sostituire “Israele o gli israeliani” a ebrei. Israele non è un ebreo. Uno degli stereotipi antisemiti tradizionali sugli ebrei nell’Europa medievale era l’avvelenamento dei pozzi dei non-ebrei. Un altro era l’uccisione di bambini non-ebrei per preparare il pane della Pasqua ebraica. Sono indubbiamente antisemiti.

Tuttavia questi esempi si riferiscono agli ebrei, non a Israele. È un fatto, confermato da prove d’archivio, che durante la guerra del 1948 Israele ha avvelenato le forniture di acqua di San Giovanni d’Acri per espellerne la popolazione. È un fatto anche che i coloni israeliani hanno regolarmente avvelenato l’acqua e i pozzi dei palestinesi in Cisgiordania. Ciò è quello che i coloni fanno alla popolazione indigena, indipendentemente dal fatto che siano ebrei o cristiani. Non può essere giusto definire antisemite affermazioni basate su fatti. Né può essere giusto associare stereotipi antisemiti tradizionali sugli ebrei a uno Stato razzista che tratta i palestinesi come untermenschen [subumani, termine usato dai nazisti per indicare i popoli inferiori, ndtr.].

Israele ha testato gas velenoso e armi chimiche sui palestinesi. Affermarlo non è antisemita. È un fatto che Israele ha espiantato organi umani rubati a palestinesi. Il governo cinese ha utilizzato organi di persone giustiziate. Una simile accusa non è razzista.

La linea guida n. 8 “Chiedere alle persone in quanto ebree di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, durante un raduno politico).”

Neppure questo è antisemita. È comprensibile, dato che il movimento sionista sostiene di parlare in nome di tutti gli ebrei (tranne che di noi odiatori di noi stessi!), ciò che rafforza tra la gente la confusione tra essere ebreo ed essere sionista.

Non può essere antisemita per i non-ebrei cadere nella propaganda sionista, ed è ancor più ragionevole per un palestinese chiedere che il popolo ebraico prenda le distanze dall’asserzione israeliana/sionista secondo cui essere ebreo significa appoggiare l’oppressione dei palestinesi. Se c’è una qualche forma di antisemitismo è da parte dei sionisti.

Trovo discutibile anche la linea guida 10:

Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente ed individualmente, come ebrei, in base al principio di uguaglianza.”

Io riconosco il diritto degli ebrei israeliani di vivere in Palestina/Israele. Tuttavia non riconosco che abbiano un qualche diritto collettivo come coloni e oppressori. I coloni non sono oppressi e di conseguenza quelli che dobbiamo riconoscere sono diritti individuali. Quindi io cancellerei le parole “collettivamente e individualmente”.

Tuttavia, salvo la linea guida n. 6, questi sono dissensi poco importanti. La JDA è un contributo decisamente positivo per disintossicare il dibattito su antisemitismo e tentativi truffaldini dei sostenitori antisemiti di Israele di confondere l’antisemitismo e l’antisionismo. Di conseguenza dovrebbe essere apprezzato come un contributo complessivamente positivo di demistificare la questione dell’antisemitismo e dell’antisionismo.

Dovremmo quindi sentirci liberi di utilizzare questa definizione e proporre che sindacati, università e partiti operai vengano incoraggiati ad abbandonare l’IHRA in favore della JDA. Dovremmo essere aperti ed espliciti. Quella dell’IHRA è una definizione appoggiata dagli antisemiti. Quella della JDA è una definizione per chi si oppone all’antisemitismo.

Dovremmo chiedere a ipocriti come la parlamentare Caroline Lucas [deputata inglese dei Verdi che ha bloccato una mozione del suo partito contro la definizione dell’IHRA, ndtr], che sostiene di appoggiare i palestinesi, di dimostrarlo. Se Lucas appoggia i palestinesi, allora dobbiamo continuare a chiederle perché sta sostenendo una definizione di antisemitismo che etichetta come antisemita la lotta dei palestinesi.

Sappiamo che razzisti come John Mann [deputato laburista molto attivo nella campagna contro l’antisemitismo all’interno del suo partito, ndtr.], Keir Starmer [attuale segretario del partito Laburista, ndtr.] ed Eric Pickles [politico conservatore filo-israeliano, ndtr.] si aggrapperanno alla definizione dell’IHRA, dato che il loro scopo principale è santificare l’appoggio dell’Occidente a Israele e legittimare le operazioni imperialiste nella regione. Tuttavia noi dobbiamo chiedere che i membri del Socialist Campaign Group [Gruppo della Campagna Socialista, ala sinistra del partito Laburista, ndtr.] adottino e appoggino la definizione della JDA, e che anche Momentum [fazione laburista dell’ex-segretario Corbyn, ndtr.] abbandoni quella dell’IHRA e adotti la JDA. Se questi gruppi rifiutano di rompere con il consenso razzista ed imperialista sul sionismo, allora dovrebbero essere ostracizzati come nemici della lotta palestinese per la liberazione e come razzisti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo è uno strumento per identificare, confrontare e sensibilizzare sull’antisemitismo, per come si manifesta oggi nei vari paesi del mondo. La Dichiarazione include un preambolo, una definizione e 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte appropriate. È stata realizzata da un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente, per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al contempo la libertà di parola. È stata sottoscritta da 200 firmatari.

Preambolo

Noi sottoscritti, presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo, prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel novero dei firmatari studiosi internazionali che lavorano in studi sull’antisemitismo e campi correlati, inclusi studi sull’ebraico, l’Olocausto, Israele, la Palestina e il Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione si è avvalso della consulenza di studiosi di diritto e membri della società civile.

Ispirati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, dalla Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale del 1969, dalla Dichiarazione del Forum Internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e dalla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla Giornata della Memoria del 2005, noi riteniamo che, sebbene l’antisemitismo abbia alcuni tratti distintivi, la lotta contro di esso è inseparabile dalla lotta globale contro tutte le forme di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.

Consapevoli della persecuzione storica degli Ebrei nel corso dei tempi e delle lezioni universali dell’Olocausto, e vedendo con allarme il riaffermarsi dell’antisemitismo da parte di gruppi che promuovono odio e violenza nella politica, nella società e su internet, cerchiamo di fornire una definizione di base dell’antisemitismo utilizzabile, coincisa e storicamente informata, insieme ad alcuni esempi.

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo è una risposta alla “Definizione IHRA”, il documento che è stato adottato nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA [Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto]). Poiché la Definizione IHRA è poco chiara in alcuni punti chiave e largamente aperta a differenti interpretazioni, ha causato confusione e generato controversie, indebolendo perciò la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si auto-definisce “una dichiarazione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Speriamo che sia utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, così come per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non legalmente vincolante come un’alternativa alla Definizione IHRA. Le istituzioni che già hanno adottato la Definizione IHRA possono usare il nostro testo come uno strumento per interpretarla.

La Definizione IHRA include 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali incentrati sullo Stato di Israele. Poiché questo pone una sproporzionata enfasi su un ambito specifico, c’è un bisogno ampiamente sentito di chiarezza sui limiti di accettabilità di azioni e discorsi politici riguardanti il sionismo, Israele e la Palestina. Il nostro scopo è duplice: (1) rafforzare la lotta all’antisemitismo, chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere lo spazio di un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non tutti condividiamo le stesse opinioni politiche e non cerchiamo di promuovere una agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non è antisemita non implica né che la approviamo né che la disapproviamo.

Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina dovrebbero essere considerate nel loro insieme. In generale, quando si applicano queste linee guida, ognuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’analisi del contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un enunciato, o un’espressione che evolve nel tempo, o anche l’identità di chi parla, specialmente quando l’argomento è Israele o il sionismo. Così, per esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere un’espressione di ostilità antisemita, ma potrebbe essere anche una reazione alla violazione dei diritti umani, o il sentimento che una persona palestinese prova a causa dell’esperienza fatta trovandosi nelle mani di quello Stato. In poche parole, discernimento e sensibilità sono necessari nell’applicare queste linee guida alle situazioni concrete.

Definizione

Antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità e violenza contro gli Ebrei in quanto Ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).

Linee guida

A. Generali

  1. È razzista “essenzializzare” (trattare un tratto caratteriale come innato) o fare generalizzazioni negative indiscriminate su una data popolazione. Quel che è vero per il razzismo in generale è vero in particolare per l’antisemitismo.
  2. Quel che è peculiare nell’antisemitismo classico è l’idea che gli Ebrei siano legati alle forze del male. Questo sta al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica nella quale “gli Ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la loro agenda collettiva a spese degli altri popoli. Questo collegamento tra gli Ebrei e il male continua nel presente: nella fantasia che “gli Ebrei” controllino i governi con una “mano nascosta”, che possiedano banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da diverse (e anche antagonistiche) cause politiche.
  3. L’antisemitismo si può manifestare con parole, immagini e azioni. Esempi di antisemitismo a parole includono affermazioni del tipo: gli Ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli Ebrei sono spesso rappresentati come grotteschi, con grandi nasi e sono associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno solo perché ebreo/ebrea, attaccare una sinagoga, imbrattare con svastiche le tombe ebraiche, o rifiutare di assumere o promuovere qualcuno perché ebreo.
  4. L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o criptico. Per esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione velata sul presunto potere degli “Ebrei” sulle banche e la finanza internazionale. Ugualmente, ritrarre Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua reale influenza può essere un modo criptico di ‘razzializzare’ e stigmatizzare gli Ebrei. In molti casi, identificare un discorso in codice è una questione di contesto e buonsenso, tenendo conto di questi esempi.
  5. Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli Ebrei non ebbe luogo, o che non c’erano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime fu una piccola parte del totale reale, è antisemita.

B. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, sono antisemiti

  1. Applicare i simboli, immagini e stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi gli esempi precedenti 2 e 3) allo Stato di Israele.
  2. Ritenere gli Ebrei collettivamente responsabili per la condotta di Israele o trattare gli Ebrei, semplicemente perché Ebrei, come agenti di Israele.
  3. Richiedere alle persone, perché Ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, in una riunione politica).
  4. Presumere che gli Ebrei non israeliani, semplicemente perché Ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che non al proprio paese.
  5. Negare il diritto agli Ebrei dello Stato d’Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come Ebrei, secondo il principio di uguaglianza.

C. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, non sono antisemiti (che si approvi o meno l’opinione o l’azione considerata)

  1. Sostenere la richiesta di giustizia e di piena concessione dei diritti politici, nazionali, civili e umani dei Palestinesi, come sancito dal diritto internazionale.
  2. Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o schierarsi a favore di un qualche tipo di accordo costituzionale per Ebrei e Palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere intese che accordino piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia che ciò avvenga con due stati, con uno stato binazionale, con uno stato democratico unitario, con uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
  3. La critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale. In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri Stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
  4. Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite.
  5. Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita. In generale, il confine tra il discorso antisemita e quello che non lo è, è diverso dal confine tra il discorso ragionevole e quello irragionevole.

Firmatari:

Ludo Abicht, Professor Dr., Political Science Department, University of Antwerp

Taner Akçam, Professor, Kaloosdian/Mugar Chair Armenian History and Genocide, Clark University

Gadi Algazi, Professor, Department of History and Minerva Institute for German History, Tel Aviv University

Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Associate Professor of Jewish-Muslim Relations, University College London

Aleida Assmann, Professor Dr., Literary Studies, Holocaust, Trauma and Memory Studies, Konstanz University

Jean-Christophe Attias, Professor, Medieval Jewish Thought, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris

Leora Auslander, Arthur and Joann Rasmussen Professor of Western Civilization in the College and Professor of European Social History, Department of History, University of Chicago

Bernard Avishai, Visiting Professor of Government, Department of Government, Dartmouth College

Angelika Bammer, Professor, Comparative Literature, Affiliate Faculty of Jewish Studies, Emory University

Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor of European History, Brown University

Almog Behar, Dr., Department of Literature and the Judeo-Arabic Cultural Studies Program, Tel Aviv University

Moshe Behar, Associate Professor, Israel/Palestine and Middle Eastern Studies, University of Manchester

Peter Beinart, Professor of Journalism and Political Science, The City University of New York (CUNY); Editor at large, Jewish Currents

Elissa Bemporad, Jerry and William Ungar Chair in East European Jewish History and the Holocaust; Professor of History, Queens College and The City University of New York (CUNY)

Sarah Bunin Benor, Professor of Contemporary Jewish Studies, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion

Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Director Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Doris Bergen, Chancellor Rose and Ray Wolfe Professor of Holocaust Studies, Department of History and Anne Tanenbaum Centre for Jewish Studies, University of Toronto

Werner Bergmann, Professor Emeritus, Sociologist, Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Michael Berkowitz, Professor, Modern Jewish History, University College London

Louise Bethlehem, Associate Professor and Chair of the Program in Cultural Studies, English and Cultural Studies, The Hebrew University of Jerusalem

David Biale, Emanuel Ringelblum Distinguished Professor, University of California, Davis

Leora Bilsky, Professor, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University

Monica Black, Associate Professor, Department of History, University of Tennessee, Knoxville

Daniel Blatman, Professor, Department of Jewish History and Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Omri Boehm, Associate Professor of Philosophy, The New School for Social Research, New York

Daniel Boyarin, Taubman Professor of Talmudic Culture, UC Berkeley

Christina von Braun, Professor Dr., Selma Stern Center for Jewish Studies, Humboldt University, Berlin

Micha Brumlik, Professor Dr., fmr. Director of Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Frankfurt am Main

Jose Brunner, Professor Emeritus, Buchmann Faculty of Law and Cohn Institute for the History and Philosophy of Science, Tel Aviv University

Darcy Buerkle, Professor and Chair of History, Smith College

John Bunzl, Professor Dr., The Austrian Institute for International Politics

Michelle U. Campos, Associate Professor of Jewish Studies and History Pennsylvania State University

Francesco Cassata, Professor, Contemporary History Department of Ancient Studies, Philosophy and History, University of Genoa

Naomi Chazan, Professor Emerita of Political Science, The Hebrew University of Jerusalem

Bryan Cheyette, Professor and Chair in Modern Literature and Culture, University of Reading

Stephen Clingman, Distinguished University Professor, Department of English, University of Massachusetts, Amherst

Raya Cohen, Dr., fmr. Department of Jewish History, Tel Aviv University; fmr. Department of Sociology, University of Naples Federico II

Alon Confino, Pen Tishkach Chair of Holocaust Studies, Professor of History and Jewish Studies, Director Institute for Holocaust, Genocide, and Memory Studies, University of Massachusetts, Amherst

Sebastian Conrad, Professor of Global and Postcolonial History, Freie Universität Berlin

Lila Corwin Berman, Murray Friedman Chair of American Jewish History, Temple University

Deborah Dash Moore, Frederick G. L. Huetwell Professor of History and Professor of Judaic Studies, University of Michigan

Natalie Zemon Davis, Professor Emerita, Princeton University and University of Toronto

Sidra DeKoven Ezrahi, Professor Emerita, Comparative Literature, The Hebrew University of Jerusalem

Hasia R. Diner, Professor, New York University

Arie M. Dubnov, Max Ticktin Chair of Israel Studies and Director Judaic Studies Program, The George Washington University

Debórah Dwork, Director Center for the Study of the Holocaust, Genocide and Crimes Against Humanity, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Yulia Egorova, Professor, Department of Anthropology, Durham University, Director Centre for the Study of Jewish Culture, Society and Politics

Helga Embacher, Professor Dr., Department of History, Paris Lodron University Salzburg

Vincent Engel, Professor, University of Louvain, UCLouvain

David Enoch, Professor, Philosophy Department and Faculty of Law, The Hebrew University of Jerusalem

Yuval Evri, Dr., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College London

Richard Falk, Professor Emeritus of International Law, Princeton University; Chair of Global Law, School of Law, Queen Mary University, London

David Feldman, Professor, Director of the Institute for the Study of Antisemitism, Birkbeck, University of London

Yochi Fischer, Dr., Deputy Director Van Leer Jerusalem Institute and Head of the Sacredness, Religion and Secularization Cluster

Ulrike Freitag, Professor Dr., History of the Middle East, Director Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlin

Ute Frevert, Professor of Modern History, Department of History, University of Zurich

Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Program in Judaic Studies, Program in Urban Studies, Brown University

Chaim Gans, Professor Emeritus, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University

Alexandra Garbarini, Professor, Department of History and Program in Jewish Studies, Williams College

Shirli Gilbert, Professor of Modern Jewish History, University College London

Sander Gilman, Distinguished Professor of the Liberal Arts and Sciences; Professor of Psychiatry, Emory University

Shai Ginsburg, Associate Professor, Chair of the Department of Asian and Middle Eastern Studies and Faculty Member of the Center for Jewish Studies, Duke University

Victor Ginsburgh, Professor Emeritus, Université Libre de Bruxelles, Brussels

Carlo Ginzburg, Professor Emeritus, UCLA and Scuola Normale Superiore, Pisa

Snait Gissis, Dr., Cohn Institute for the History and Philosophy of Science and Ideas, Tel Aviv University

Glowacka Dorota, Professor, Humanities, University of King’s College, Halifax

Amos Goldberg, Professor, The Jonah M. Machover Chair in Holocaust Studies, Head of the Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Harvey Goldberg, Professor Emeritus, Department of Sociology and Anthropology, The Hebrew University of Jerusalem

Sylvie-Anne Goldberg, Professor, Jewish Culture and History, Head of Jewish Studies at the Advanced School of Social Sciences (EHESS), Paris

Svenja Goltermann, Professor Dr., Historisches Seminar, University of Zurich

Neve Gordon, Professor of International Law, School of Law, Queen Mary University of London

Emily Gottreich, Adjunct Professor, Global Studies and Department of History, UC Berkeley, Director MENA-J Program

Leonard Grob, Professor Emeritus of Philosophy, Fairleigh Dickinson University

Jeffrey Grossman, Associate Professor, German and Jewish Studies, Chair of the German Department, University of Virginia

Atina Grossmann, Professor of History, Faculty of Humanities and Social Sciences, The Cooper Union, New York

Wolf Gruner, Shapell-Guerin Chair in Jewish Studies and Founding Director of the USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California

François Guesnet, Professor of Modern Jewish History, Department of Hebrew and Jewish Studies, University College London

Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professor of Musicology, The Hebrew University of Jerusalem

Aaron J. Hahn, Tapper Professor, Mae and Benjamin Swig Chair in Jewish Studies, University of San Francisco

Liora R. Halperin, Associate Professor of International Studies, History and Jewish Studies; Jack and Rebecca Benaroya Endowed Chair in Israel Studies, University of Washington

Rachel Havrelock, Professor of English and Jewish Studies, University of Illinois, Chicago

Sonja Hegasy, Professor Dr., Scholar of Islamic Studies and Professor of Postcolonial Studies, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlin

Elizabeth Heineman, Professor of History and of Gender, Women’s and Sexuality Studies, University of Iowa

Didi Herman, Professor of Law and Social Change, University of Kent

Deborah Hertz, Wouk Chair in Modern Jewish Studies, University of California, San Diego

Dagmar Herzog, Distinguished Professor of History and Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Susannah Heschel, Eli M. Black Distinguished Professor of Jewish Studies, Chair, Jewish Studies Program, Dartmouth College

Dafna Hirsch, Dr., Open University of Israel

Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professor of Comparative Literature and Gender Studies, Columbia University

Christhard Hoffmann, Professor of Modern European History, University of Bergen

Dr. habil. Klaus Holz, General Secretary of the Protestant Academies of Germany, Berlin

Eva Illouz, Directrice d’etudes, EHESS Paris and Van Leer Institute, Fellow

Jill Jacobs, Rabbi, Executive Director, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York

Uffa Jensen, Professor Dr., Center for Research on Antisemitism, Technische Universität, Berlin

Jonathan Judaken, Professor, Spence L. Wilson Chair in the Humanities, Rhodes College

Robin E. Judd, Associate Professor, Department of History, The Ohio State University

Irene Kacandes, The Dartmouth Professor of German Studies and Comparative Literature, Dartmouth University

Marion Kaplan, Skirball Professor of Modern Jewish History, New York University

Eli Karetny, Deputy Director Ralph Bunche Institute for International Studies; Lecturer Baruch College, The City University of New York (CUNY)

Nahum Karlinsky, The Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism, Ben-Gurion University of the Negev

Menachem Klein, Professor Emeritus, Department of Political Studies, Bar Ilan University

Brian Klug, Senior Research Fellow in Philosophy, St. Benet’s Hall, Oxford; Member of the Philosophy Faculty, Oxford University

Francesca Klug, Visiting Professor at LSE Human Rights and at the Helena Kennedy Centre for International Justice, Sheffield Hallam University

Thomas A. Kohut, Sue and Edgar Wachenheim III Professor of History, Williams College

Teresa Koloma Beck, Professor of Sociology, Helmut Schmidt University, Hamburg

Rebecca Kook, Dr., Department of Politics and Government, Ben Gurion University of the Negev

Claudia Koonz, Professor Emeritus of History, Duke University

Hagar Kotef, Dr., Senior Lecturer in Political Theory and Comparative Political Thought, Department of Politics and International Studies, SOAS, University of London

Gudrun Kraemer, Professor Dr., Senior Professor of Islamic Studies, Freie Universität Berlin

Cilly Kugelman, Historian, fmr. Program Director of the Jewish Museum, Berlin

Tony Kushner, Professor, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, University of Southampton

Dominick LaCapra, Bowmar Professor Emeritus of History and of Comparative Literature, Cornell University

Daniel Langton, Professor of Jewish History, University of Manchester

Shai Lavi, Professor, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University; The Van Leer Jerusalem Institute

Claire Le Foll, Associate Professor of East European Jewish History and Culture, Parkes Institute, University of Southampton; Director Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations

Nitzan Lebovic, Professor, Department of History, Chair of Holocaust Studies and Ethical Values, Lehigh University

Mark Levene, Dr., Emeritus Fellow, University of Southampton and Parkes Centre for Jewish/non-Jewish Relations

Simon Levis Sullam, Associate Professor in Contemporary History, Dipartimento di Studi Umanistici, University Ca’ Foscari Venice

Lital Levy, Associate Professor of Comparative Literature, Princeton University

Lior Libman, Assistant Professor of Israel Studies, Associate Director Center for Israel Studies, Judaic Studies Department, Binghamton University, SUNY

Caroline Light, Senior Lecturer and Director of Undergraduate Studies Program in Women, Gender and Sexuality Studies, Harvard University

Kerstin von Lingen, Professor for Contemporary History, Chair for Studies of Genocide, Violence and Dictatorship, Vienna University

James Loeffler, Jay Berkowitz Professor of Jewish History, Ida and Nathan Kolodiz Director of Jewish Studies, University of Virginia

Hanno Loewy, Director of the Jewish Museum Hohenems, Austria

Ian S. Lustick, Bess W. Heyman Chair, Department of Political Science, University of Pennsylvania

Sergio Luzzato, Emiliana Pasca Noether Chair in Modern Italian History, University of Connecticut

Shaul Magid, Professor of Jewish Studies, Dartmouth College

Avishai Margalit, Professor Emeritus in Philosophy, The Hebrew University of Jerusalem

Jessica Marglin, Associate Professor of Religion, Law and History, Ruth Ziegler Early Career Chair in Jewish Studies, University of Southern California

Arturo Marzano, Associate Professor of History of the Middle East, Department of Civilizations and Forms of Knowledge, University of Pisa

Anat Matar, Dr., Department of Philosophy, Tel Aviv University

Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Spanish National Research Council, Madrid

Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professor of Comparative Civil Law and Jurisprudence, Faculty of Law, Tel Aviv University

Brendan McGeever, Dr., Lecturer in the Sociology of Racialization and Antisemitism, Department of Psychosocial Studies, Birkbeck, University of London

David Mednicoff, Chair Department of Judaic and Near Eastern Studies and Associate Professor of Middle Eastern Studies and Public Policy, University of Massachusetts, Amherst

Eva Menasse, Novelist, Berlin

Adam Mendelsohn, Associate Professor of History and Director of the Kaplan Centre for Jewish Studies, University of Cape Town

Leslie Morris, Beverly and Richard Fink Professor in Liberal Arts, Professor and Chair Department of German, Nordic, Slavic & Dutch, University of Minnesota

Dirk Moses, Frank Porter Graham Distinguished Professor of Global Human Rights History, The University of North Carolina at Chapel Hill

Samuel Moyn, Henry R. Luce Professor of Jurisprudence and Professor of History, Yale University

Susan Neiman, Professor Dr., Philosopher, Director of the Einstein Forum, Potsdam

Anita Norich, Professor Emeritus, English and Judaic Studies, University of Michigan

Xosé Manoel Núñez Seixas, Professor of Modern European History, University of Santiago de Compostela

Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professor of Abrahamic Faiths and Shared Values Faculty of Divinity, University of Cambridge

Ilaria Pavan, Associate Professor in Modern History, Scuola Normale Superiore, Pisa

Derek Penslar, William Lee Frost Professor of Jewish History, Harvard University

Andrea Pető, Professor, Central European University (CEU), Vienna; CEU Democracy Institute, Budapest

Valentina Pisanty, Associate Professor, Semiotics, University of Bergamo

Renée Poznanski, Professor Emeritus, Department of Politics and Government, Ben Gurion University of the Negev

David Rechter, Professor of Modern Jewish History, University of Oxford

James Renton, Professor of History, Director of International Centre on Racism, Edge Hill Universit

Shlomith Rimmon Kenan, Professor Emerita, Departments of English and Comparative Literature, The Hebrew University of Jerusalem; Member of the Israel Academy of Science

Shira Robinson, Associate Professor of History and International Affairs, George Washington University

Bryan K. Roby, Assistant Professor of Jewish and Middle East History, University of Michigan-Ann Arbor

Na’ama Rokem, Associate Professor, Director Joyce Z. And Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, University of Chicago

Mark Roseman, Distinguished Professor in History, Pat M. Glazer Chair in Jewish Studies, Indiana University

Göran Rosenberg, Writer and Journalist, Sweden

Michael Rothberg, 1939 Society Samuel Goetz Chair in Holocaust Studies, UCLA

Sara Roy, Senior Research Scholar, Center for Middle Eastern Studies, Harvard University

Miri Rubin, Professor of Medieval and Modern History, Queen Mary University of London

Dirk Rupnow, Professor Dr., Department of Contemporary History, University of Innsbruck, Austria

Philippe Sands, Professor of Public Understanding of Law, University College London; Barrister; Writer

Victoria Sanford, Professor of Anthropology, Lehman College Doctoral Faculty, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Gisèle Sapiro, Professor of Sociology at EHESS and Research Director at the CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Paris

Peter Schäfer, Professor of Jewish Studies, Princeton University, fmr. Director of the Jewish Museum Berlin

Andrea Schatz, Dr., Reader in Jewish Studies, King’s College London

Jean-Philippe Schreiber, Professor, Université Libre de Bruxelles, Brussels

Stefanie Schüler-Springorum, Professor Dr., Director of the Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Guri Schwarz, Associate Professor of Contemporary History, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova

Raz Segal, Associate Professor, Holocaust and Genocide Studies, Stockton University

Joshua Shanes, Associate Professor and Director of the Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston

David Shulman, Professor Emeritus, Department of Asian Studies, The Hebrew University of Jerusalem

Dmitry Shumsky, Professor, Israel Goldstein Chair in the History of Zionism and the New Yishuv, Director of the Bernard Cherrick Center for the Study of Zionism, the Yishuv and the State of Israel, Department of Jewish History and Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Marcella Simoni, Professor of History, Department of Asian and North African Studies, Ca’ Foscari University, Venice

Santiago Slabodsky, The Robert and Florence Kaufman Endowed Chair in Jewish Studies and Associate Professor of Religion, Hofstra University, New York

David Slucki, Associate Professor of Contemporary Jewish Life and Culture, Australian Centre for Jewish Civilisation, Monash University, Australia

Tamir Sorek, Liberal Arts Professor of Middle East History and Jewish Studies, Penn State University

Levi Spectre, Dr., Senior Lecturer at the Department of History, Philosophy and Judaic Studies, The Open University of Israel; Researcher at the Department of Philosophy, Stockholm University, Sweden

Michael P. Steinberg, Professor, Barnaby Conrad and Mary Critchfield Keeney Professor of History and Music, Professor of German Studies, Brown University

Lior Sternfeld, Assistant Professor of History and Jewish Studies, Penn State Univeristy

Michael Stolleis, Professor of History of Law, Max Planck Institute for European Legal History, Frankfurt am Main

Mira Sucharov, Professor of Political Science and University Chair of Teaching Innovation, Carleton University Ottawa

Adam Sutcliffe, Professor of European History, King’s College London

Aaron J. Hahn Tapper, Professor, Mae and Benjamin Swig Chair in Jewish Studies, University of San Francisco

Anya Topolski, Associate Professor of Ethics and Political Philosophy, Radboud University, Nijmegen

Barry Trachtenberg, Associate Professor, Rubin Presidential Chair of Jewish History, Wake Forest University

Emanuela Trevisan Semi, Senior Researcher in Modern Jewish Studies, Ca’ Foscari University of Venice

Heidemarie Uhl, PhD, Historian, Senior Researcher, Austrian Academy of Sciences, Vienna

Peter Ullrich, Dr. Dr., Senior Researcher, Fellow at the Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Uğur Ümit Üngör, Professor and Chair of Holocaust and Genocide Studies, Faculty of Humanities, University of Amsterdam; Senior Researcher NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies, Amsterdam

Nadia Valman, Professor of Urban Literature, Queen Mary, University of London

Dominique Vidal, Journalist, Historian and Essayist

Alana M. Vincent, Associate Professor of Jewish Philosophy, Religion and Imagination, University of Chester

Vered Vinitzky-Seroussi, Head of The Truman Research Institute for the Advancement of Peace, The Hebrew University of Jerusalem

Anika Walke, Associate Professor of History, Washington University, St. Louis

Yair Wallach, Dr., Senior Lecturer in Israeli Studies School of Languages, Cultures and Linguistics, SOAS, University of London

Michael Walzer, Professor Emeritus, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton

Dov Waxman, Professor, The Rosalinde and Arthur Gilbert Foundation Chair in Israel Studies, University of California (UCLA)

Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Senior Lecturer in Jewish Music, SOAS, University of London

Bernd Weisbrod, Professor Emeritus of Modern History, University of Göttingen

Eric D. Weitz, Distinguished Professor of History, City College and the Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Michael Wildt, Professor Dr., Department of History, Humboldt University, Berlin

Abraham B. Yehoshua, Novelist, Essayist and Playwright

Noam Zadoff, Assistant Professor in Israel Studies, Department of Contemporary History, University of Innsbruck

Tara Zahra, Homer J. Livingston Professor of East European History; Member Greenberg Center for Jewish Studies, University of Chicago

José A. Zamora Zaragoza, Senior Researcher, Instituto de Filosofía del CSIC, Spanish National Research Council, Madrid

Lothar Zechlin, Professor Emeritus of Public Law, fmr. Rector Institute of Political Science, University of Duisburg

Yael Zerubavel, Professor Emeritus of Jewish Studies and History, fmr. Founding Director Bildner Center for the Study of Jewish Life, Rutgers University

Moshe Zimmermann, Professor Emeritus, The Richard Koebner Minerva Center for German History, The Hebrew University of Jerusalem

Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professor in Jewish Culture and History, Stanford University

Moshe Zuckermann, Professor Emeritus of History and Philosophy, Tel Aviv University

https://jerusalemdeclaration.org/

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina




I diritti dei palestinesi e la definizione dell’IHRA di antisemitismo

29 novembre 2020, The Guardian

Un gruppo di 122 accademici, giornalisti e intellettuali palestinesi e arabi esprime le proprie preoccupazioni sulla definizione dell’IHRA

Noi sottoscritti accademici, giornalisti e intellettuali palestinesi e arabi, dichiariamo le nostre opinioni riguardo la definizione di antisemitismo da parte dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) [organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce governi ed esperti allo scopo di rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.] e il modo in cui questa definizione è stata presentata, interpretata e applicata in diversi Paesi d’Europa e del Nord America.

Negli ultimi anni la lotta contro l’antisemitismo è stata sempre più strumentalizzata dal governo israeliano e dai suoi sostenitori nel tentativo di delegittimare la causa palestinese e mettere a tacere i difensori dei diritti dei palestinesi. Dirottare l’indispensabile lotta contro l’antisemitismo per favorire un tale programma minaccia di svilire questa battaglia e quindi di screditarla e indebolirla.

L’antisemitismo deve essere smascherato e combattuto. Indipendentemente dai pretesti, nessuna espressione di odio per gli ebrei in quanto ebrei dovrebbe essere tollerata in nessuna parte del mondo. L’antisemitismo si manifesta attraverso generalizzazioni e stereotipi indiscriminati sugli ebrei, riguardanti in particolare il potere e il denaro, insieme a teorie del complotto e alla negazione dell’Olocausto. Consideriamo legittima e indispensabile la lotta contro tali atteggiamenti. Crediamo anche che le lezioni dell’Olocausto, così come quelle di altri genocidi dei tempi moderni, debbano far parte dell’educazione delle nuove generazioni contro ogni forma di odio e pregiudizio razziale.

La lotta contro l’antisemitismo, tuttavia, deve essere affrontata in modo strutturato, onde evitare di vanificare il suo scopo. Attraverso gli “esempi” che fornisce, la definizione dell’IHRA fonde l’ebraismo con il sionismo partendo dal presupposto che tutti gli ebrei siano sionisti e che lo Stato di Israele nella sua condizione attuale incarni l’autodeterminazione di tutti gli ebrei. Siamo in profondo disaccordo con questo. La lotta contro l’antisemitismo non deve essere trasformata in uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei palestinesi, la negazione dei loro diritti e l’ininterrotta occupazione della loro terra. A tale riguardo consideriamo fondamentali i seguenti principi:

1. La lotta contro l’antisemitismo deve essere applicata nel quadro delle leggi internazionali e dei diritti umani. Dovrebbe essere parte integrante della lotta contro tutte le forme di razzismo e xenofobia, compresi l’islamofobia e il razzismo anti-arabo e anti-palestinese. Lo scopo di questa lotta è garantire libertà ed emancipazione a tutte le categorie oppresse. Orientarlo verso la difesa di uno Stato oppressivo e rapace costituisce un profondo stravolgimento.

2. Esiste un’enorme differenza tra una condizione in cui gli ebrei vengono individuati, oppressi e annientati come minoranza da regimi o organizzazioni antisemite e una condizione in cui l’autodeterminazione di una popolazione ebraica in Palestina / Israele è stata realizzata sotto forma di uno Stato etnico esclusivista e territorialmente espansionista. Così com’é attualmente, lo Stato di Israele è fondato sullo sradicamento della stragrande maggioranza dei nativi – quella che palestinesi e arabi chiamano Nakba – e sulla sottomissione dei nativi che vivono ancora nel territorio della Palestina storica come cittadini di seconda classe o come popolo sotto occupazione, deprivati del diritto all’autodeterminazione.

3. La definizione di antisemitismo dell’IHRA e le relative misure legali adottate in diversi Paesi sono state utilizzate principalmente contro le organizzazioni di sinistra e quelle per i diritti umani che sostengono i diritti dei palestinesi e contro la campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), mettendo da parte la reale minaccia per gli ebrei, proveniente da movimenti nazionalisti bianchi di destra in Europa e negli Stati Uniti. La rappresentazione della campagna del BDS come antisemita è una grossolana distorsione di quello che è fondamentalmente un mezzo legittimo di lotta non violenta a favore dei diritti dei palestinesi.

4. L’affermazione della definizione dell’IHRA secondo cui un esempio di antisemitismo è “Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’iniziativa razzista” è piuttosto strana. Non si preoccupa di riconoscere che, in base al diritto internazionale, l’attuale Stato di Israele costituisce una potenza occupante da oltre mezzo secolo, come riconosciuto dai governi dei Paesi in cui viene accolta la definizione dell’IHRA. Non si preoccupa di considerare se questo diritto includa il diritto di creare una maggioranza ebraica attraverso la pulizia etnica e se debba essere valutato in rapporto ai diritti del popolo palestinese. Inoltre, la definizione dell’IHRA potenzialmente scarta come antisemite tutte le visioni non sioniste del futuro dello Stato israeliano, come la difesa di uno Stato bi-nazionale o democratico laico che rappresenti nella stessa misura tutti i suoi cittadini. Un autentico sostegno al principio del diritto di un popolo all’autodeterminazione non può escludere la Nazione palestinese, né qualunque altra.

5. Crediamo che nessun diritto all’autodeterminazione debba includere il diritto di sradicare un altro popolo e impedirgli di tornare nella sua terra, o qualsiasi altro strumento per garantire una maggioranza demografica all’interno dello Stato. La rivendicazione da parte dei palestinesi del loro diritto al ritorno nella terra da cui loro stessi, i loro genitori e nonni sono stati espulsi non può essere interpretata come antisemita. Il fatto che una tale richiesta crei angosce tra gli israeliani non prova che essa sia ingiusta, né antisemita. È un diritto riconosciuto dalle leggi internazionali come dichiarato nella risoluzione 194 del 1948 dell’assemblea generale delle Nazioni Unite.

6. Rivolgere indistintamente l’accusa di antisemitismo contro chiunque consideri razzista l’attuale Stato di Israele, nonostante l’effettiva discriminazione istituzionale e costituzionale su cui si basa, equivale a garantire a Israele l’impunità assoluta. Israele può così deportare i suoi cittadini palestinesi, revocarne la cittadinanza o negare loro il diritto di voto, ed essere comunque immune dall’accusa di razzismo.

La definizione dell’IHRA e il modo in cui è stata applicata vietano qualsiasi discussione sullo Stato israeliano in quanto basato su una discriminazione etnico-religiosa. In tal modo viola la giustizia elementare e le norme fondamentali dei diritti umani e del diritto internazionale.

7. Crediamo che la giustizia richieda il pieno sostegno del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, inclusa la richiesta di porre fine all’occupazione internazionalmente riconosciuta dei loro territori,alla mancanza di uno Stato e alla deprivazione dei rifugiati palestinesi. L’occultamento dei diritti dei palestinesi nella definizione dell’IHRA tradisce un atteggiamento che sostiene il privilegio ebraico, invece dei diritti ebraici, in Palestina e, invece della sicurezza ebraica, la supremazia ebraica sui palestinesi. Crediamo che i valori e i diritti umani siano inseparabili e che la lotta contro l’antisemitismo debba andare di pari passo con la lotta a nome di tutti i popoli e gruppi oppressi per la dignità, l’uguaglianza e l’emancipazione.

Samir Abdallah

Regista, Parigi, Francia

Nadia Abu El-Haj

Ann Olin Whitney Docente di Antropologia, Columbia University, USA

Lila Abu-Lughod

Joseph L Buttenwieser Docente di Scienze Sociali, Columbia University, USA

Bashir Abu-Manneh

Docente in Letteratura Postcoloniale, University of Kent, UK

Gilbert Achcar

Docente di Studi sullo Sviluppo, SOAS, University of London, UK

Nadia Leila Aissaoui

Sociologa e scrittrice su tematiche femministe, Parigi, Francia

Mamdouh Aker

Consiglio di amministrazione, Università di Birzeit, Palestina

Mohamed Alyahyai

Scrittore e romanziere, Oman

Suad Amiry

Scrittrice e architetto, Ramallah, Palestina

Sinan Antoon

Professore Associato, New York University, Iraq-USA

Talal Assad

Professore Emerito di Antropologia, Graduate Center, CUNY, USA

Hanan Ashrawi

Ex docente di Letteratura Comparata, Università di Birzeit, Palestina

Aziz Al-Azmeh

Professore emerito, Università dell’Europa centrale, Vienna, Austria

Abdullah Baabood

Accademico e ricercatore in Studi sul Golfo, Oman

Nadia Al-Bagdadi

Docente di Storia, Università Centrale Europea, Vienna

Sam Bahour

Scrittore, Al-Bireh / Ramallah, Palestina

Zainab Bahrani

Edith Porada Docente di Storia dell’Arte e Archeologia, Columbia University, USA

Rana Barakat

Assistente universitaria di Storia, Università di Birzeit, Palestina

Bashir Bashir

Professore associato di Teoria Politica, Open University of Israel, Raanana, Stato di Israele

Taysir Batniji

Artista-Pittore, Gaza, Palestina e Parigi, Francia

Tahar Ben Jelloun

Scrittore, Parigi, Francia

Mohammed Bennis

Poeta, Mohammedia, Marocco

Mohammed Berrada

Scrittore e critico letterario, Rabat, Marocco

Omar Berrada

Scrittore e curatore, New York, USA

Amahl Bishara

Professore Associato e Presidente, Dipartimento di Antropologia, Tufts University, USA

Anouar Brahem

Musicista e compositore, Tunisia

Salem Brahimi

Regista, Algeria-Francia

Aboubakr Chraïbi

Docente, Dipartimento di Studi Arabi, INALCO, Parigi, Francia

Selma Dabbagh

Scrittrice, Londra, Regno Unito

Izzat Darwazeh

Docente di Ingegneria delle Comunicazioni, University College London, UK

Marwan Darweish

Professore associato, Università di Coventry, Regno Unito

Beshara Doumani

Mahmoud Darwish Docente di Studi Palestinesi e di Storia, Brown University, USA

Haidar Eid

Professore Associato di Letteratura Inglese, Università Al-Aqsa, Gaza, Palestina

Ziad Elmarsafy

Docente di Letteratura Comparata, King’s College di Londra, Regno Unito

Noura Erakat

Professore Associato, Africana Studies and Criminal Justice, Rutgers University, USA

Samera Esmeir

Professore Associato di Retorica, Università della California, Berkeley, USA

Khaled Fahmy

FBA, Docente di Studi Arabi Moderni, Università di Cambridge, Regno Unito

Ali Fakhrou

Accademico e scrittore, Bahrain

Randa Farah

Professore Associato, Dipartimento di Antropologia, Western University, Canada

Leila Farsakh

Professore associato di Scienze Politiche, Università del Massachusetts Boston, USA

Khaled Furani

Professore Associato di Sociologia e Antropologia, Università di Tel Aviv, Stato di Israele

Burhan Ghalioun

Professore Emerito di Sociologia, Sorbonne 3, Parigi, Francia

Asad Ghanem

Professore di Scienze Politiche, Università di Haifa, Stato di Israele

Honaida Ghanim

Direttore generale del Forum Palestinese per gli Studi Israeliani Madar, Ramallah, Palestina

George Giacaman

Docente di Filosofia e Studi Culturali, Università di Birzeit, Palestina

Rita Giacaman

Docente, Istituto di Comunità e Sanità pubblica, Università di Birzeit, Palestina

Amel Grami

Docente di Studi di Genere, Università Tunisina, Tunisi

Subhi Hadidi

Critico letterario, Siria-Francia

Ghassan Hage

Docente di Antropologia e Teoria Sociale, Università di Melbourne, Australia

Samira Haj

Professore Emerito di Storia, CSI / Graduate Center, CUNY, USA

Yassin Al-Haj Saleh

Scrittore, Siria

Dyala Hamzah

Professore Associato di Storia Araba, Université de Montréal, Canada

Rema Hammami

Professore Associato di Antropologia, Università di Birzeit, Palestina

Sari Hanafi

Docente di Sociologia, Università Americana di Beirut, Libano

Adam Hanieh

Docente in Studi dello Sviluppo, SOAS, University of London, UK

Kadhim Jihad Hassan

Scrittore e traduttore, Docente presso INALCO-Sorbonne, Parigi, Francia

Nadia Hijab

Autrice e Difensore dei Diritti Umani, Londra, Regno Unito

Jamil Hilal

Scrittore, Ramallah, Palestina

Serene Hleihleh

Attivista Culturale, Giordania-Palestina

Bensalim Himmich

Accademico, romanziere e scrittore, Marocco

Khaled Hroub

Professore in Residenza di Studi Medio-Orientali, Northwestern University, Qatar

Mahmoud Hussein

Scrittore, Parigi, Francia

Lakhdar Ibrahimi

Scuola di Affari Internazionali di Parigi, Istituto di Studi Politici, Francia

Annemarie Jacir

Regista, Palestina

Islah Jad

Professore Associato di Scienze Politiche, Università di Birzeit, Palestina

Lamia Joreige

Artista Visuale e Regista, Beirut, Libano

Amal Al-Jubouri

Scrittore, Iraq

Mudar Kassis

Professore Associato di Filosofia, Università Birzeit, Palestina

Nabeel Kassis

Ex Docente di Fisica ed ex Preside, Università di Birzeit, Palestina

Muhammad Ali Khalidi

Docente di Filosofia, CUNY Graduate Center, USA

Rashid Khalidi

Edward Said Docente di Studi Arabi Moderni, Columbia University, USA

Michel Khleifi

Regista, Palestina-Belgio

Elias Khoury

Scrittore, Beirut, Libano

Nadim Khoury

Professore Associato di Studi Internazionali, Lillehammer University College, Norvegia

Rachid Koreichi

Artista-Pittore, Parigi, Francia

Adila Laïdi-Hanieh

Direttore generale, Museo Palestinese, Palestina

Rabah Loucini

Docente di Storia, Università di Orano, Algeria

Rabab El-Mahdi

Professore Associato di Scienze Politiche, The American University, Il Cairo, Egitto

Ziad Majed

Professore Associato di Studi sul Medio Oriente e IR, Università Americana di Parigi, Francia

Jumana Manna

Artista, Berlino, Germania

Farouk Mardam Bey

Editore, Parigi, Francia

Mai Masri

Regista palestinese, Libano

Mazen Masri

Professore a contratto di diritto, City University of London, UK

Dina Matar

Docente in Comunicazione Politica e Media Arabi, SOAS, University of London, UK

Hisham Matar

Scrittore, Docente al Barnard College, Columbia University, USA

Khaled Mattawa

Poeta, William Wilhartz Docente di Letteratura Inglese, Università del Michigan, USA

Karma Nabulsi

Docente di Politica e IR, Università di Oxford, Regno Unito

Hassan Nafaa

Professore Emerito di Scienze Politiche, Università del Cairo, Egitto

Nadine Naber

Docente, Dipartimento di Studi Femminili e di Genere, University of Illinois at Chicago, USA

Issam Nassar

Professore, Illinois State University, USA

Sari Nusseibeh

Professore Emerito di Filosofia, Università Al-Quds, Palestina

Najwa Al-Qattan

Professore Emerito di Storia, Loyola Marymount University, USA

Omar Al-Qattan

Regista, Presidente del Museo Palestinese e della Fondazione AM Qattan, Regno Unito

Nadim N Rouhana

Docente di Affari internazionali, The Fletcher School, Tufts University, USA

Ahmad Sa’adi

Docente, Haifa, Stato di Israele

Rasha Salti

Curatrice indipendente, scrittrice, ricercatrice d’arte e film, Germania-Libano

Elias Sanbar

Scrittore, Parigi, Francia

Farès Sassine

Docente di filosofia e critico letterario, Beirut, Libano

Sherene Seikaly

Professore Associato di Storia, Università della California, Santa Barbara, USA

Samah Selim

Professore Associato, Lingue e letterature A, ME e SA, Rutgers University, USA

Leila Shahid

Scrittrice, Beirut, Libano

Nadera Shalhoub-Kevorkian

Lawrence D Biele Cattedra in Legge, Hebrew University, Stato di Israele

Anton Shammas

Docente di Letteratura Comparata, Università del Michigan, Ann Arbor, USA

Yara Sharif

Docente senior, Architettura e Città, Università di Westminster, Regno Unito

Hanan Al-Shaykh

Scrittrice, Londra, Regno Unito

Raja Shehadeh

Avvocato e scrittore, Ramallah, Palestina

Gilbert Sinoué

Scrittore, Parigi, Francia

Ahdaf Soueif

Scrittrice, Egitto / Regno Unito

Mayssoun Sukarieh

Docente senior di Studi sullo Sviluppo, King’s College di Londra, Regno Unito

Elia Suleiman

Regista, Palestina-Francia

Nimer Sultany

Docente in Diritto Pubblico, SOAS, University of London, UK

Jad Tabet

Architetto e scrittore, Beirut, Libano

Jihan El-Tahri

Regista, Egitto

Salim Tamari

Professore Emerito di Sociologia, Università di Birzeit, Palestina

Wassyla Tamzali

Scrittrice, produttrice d’arte contemporanea, Algeria

Fawwaz Traboulsi

Scrittore, Beirut Libano

Dominique Vidal

Storico e giornalista, Palestina-Francia

Haytham El-Wardany

Scrittore, Egitto-Germania

Said Zeedani

Professore Associato Emerito di Filosofia, Università Al-Quds, Palestina

Rafeef Ziadah

Docente in Politiche Comparate del Medio Oriente, SOAS, University of London, UK

Raef Zreik

Minerva Humanities Center, Università di Tel Aviv, Stato di Israele

Elia Zureik

Professore Emerito, Queen’s University, Canada

Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta




L’UE ignora la sentenza della Corte sul diritto a boicottare Israele

David Cronin

29 ottobre 2020 – Electronic Intifada

La brama di Donald Trump di compiacere Israele è stata oscena ma divertente.

Talvolta è stato impossibile non vedere, con un insieme di orrore e diletto, come un presidente facesse a pezzi le convenzioni della diplomazia.

Nel 2017 Trump ha ammesso che non gli importa se ci sarà una soluzione a uno o due Stati, facendo questa insulsa osservazione: “Mi piace quella che piace ad entrambe le parti.”

L’anno seguente si è vantato di aver ridotto il costo dello spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. Non importa che Trump usi le risoluzioni ONU come carta igienica, ha ancora un occhio di riguardo per le transazioni immobiliari.

E ora Trump ha messo in dubbio che Joe Biden avrebbe potuto mediato un accordo di “normalizzazione” tra Israele e il Sudan. Così come lo ha spacciato come un trionfo per la pace, Trump ha cercato (in questo caso senza successo) di tirare qualche cazzotto a “Sleepy Joe” [Sonnolento Joe, nomignolo spregiativo con cui Trump chiama Biden, ndtr.].

Parzialità

Per ragioni puramente egoistiche spero che i decisori politici dell’UE si esibiscano in alcune delle bravate di Trump. Mentre lui mi fa ridacchiare, il loro comportamento mi ha fatto diventare un incorreggibile brontolone.

La scorsa settimana è stato riportato che Frontex, l’agenzia dell’UE per il controllo dei confini, sta collaborando con l’industria bellica israeliana. L’agenzia ha concesso un totale complessivo di 118 milioni di dollari al principale esportatore israeliano di armi, Elbit System, e a un consorzio tra Israel Aerospace Industries [principale industria aeronautica israeliana, di proprietà statale, ndtr.] e alla multinazionale Airbus.

Aerei da guerra testati sui palestinesi verranno molto probabilmente utilizzati per contribuire a bloccare i rifugiati che raggiungono le coste europee, anche se questo è un dettaglio che vi sarebbe sfuggito se aveste letto l’articolo di The Guardian su questi contratti.

L’evidente parzialità delle autorità e dei media nei confronti di Israele rende il boicottaggio dei suoi prodotti ed istituzioni ancora più impellente. Il problema è che queste autorità stanno attivamente cercando di compromettere il boicottaggio.

Durante l’estate ho inviato una protesta a Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione Europea. La mia denuncia si concentrava su un discorso poco pubblicizzato ma significativo fatto da Schinas nel 2019, in cui ha affermato che “l’antisemitismo ha molte forme, passando dall’antisionismo alla negazione e distorsione dell’Olocausto, da un commento discriminatorio verso un collega sul posto di lavoro a gravi minacce alla vita di una persona.”

Ho chiesto che Schinas spiegasse perché stava equiparando il sionismo, un’ideologia politica sviluppata alla fine del XIX secolo, all’ebraismo, una religione molto più antica. Gli ho ricordato che il sionismo è stato utilizzato negli anni ’40 come pretesto per una espropriazione di massa dei palestinesi e che oggi è alla base di un sistema razzista contro i palestinesi.

Libertà di espressione

Inoltre ho informato Schinas di come, da quando è stato fatto il suo discorso, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo abbia emesso un’importante sentenza. Nel suo verdetto, pronunciato nel giugno di quest’anno, la Corte ha esplicitamente difeso i diritti degli attivisti che chiedono il boicottaggio di Israele.

La Corte ha persino affermato che il discorso relativo al boicottaggio di Israele richiede “una notevole protezione”.

Ho obiettato che, se il verdetto della Corte viene preso seriamente, allora le critiche all’ideologia dello Stato di Israele, il sionismo, devono essere considerate come protette dal diritto alla libertà di espressione.

Schinas non ha risposto di persona alla mia protesta. Ha incaricato Katharina von Schnurbein, la coordinatrice dell’UE contro l’antisemitismo, di farlo.

Von Schnurbein, che ha calunniato gli attivisti del movimento per il boicottaggio di Israele, non ha di fatto affrontato i punti da me sollevati. La sua lettera non fa alcuna menzione alla sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani.

Al contrario ha fatto riferimento a come l’ UE si basi sulla definizione di antisemitismo approvata dalla International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa, ndtr.]. Ha omesso il fatto che la definizione è stata concretamente stilata da organizzazioni della lobby filo-israeliana e che esse la utilizzano per cercare di proteggere Israele dal rendere conto del proprio operato.

Von Schnurbein ha anche segnalato un sondaggio del 2018 pubblicato dalla Fundamental Rights Agency [Agenzia per i Diritti Fondamentali, agenzia europea che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.] dell’UE. Nelle sue parole, “l’inchiesta evidenzia che l’antisemitismo legato a Israele è la forma più diffusa di discriminazione e maltrattamenti antisemiti subiti dagli ebrei europei.”

Indipendentemente da quello che pensa von Schnurbein, i sondaggi di opinione non sono di fatto un sostituto delle sentenze di un tribunale.

L’UE si prepara a inserire nella propria legislazione la Convenzione Europea per i Diritti Umani.

La Corte Europea per i Diritti Umani, che è separata dall’Unione Europea, sovrintende al rispetto di quella convenzione. Se i rappresentanti dell’UE pensano davvero quello che dicono riguardo al desiderio di rispettare una convenzione sui diritti umani, allora devono rispettare le sentenze della Corte.

I risultati di un sondaggio non forniscono loro una scusa per ignorare le sentenze che non gli piacciono.

Promuovere l’ignoranza

Oltretutto l’obiettività del gruppo che ha condotto l’inchiesta del 2018 è dubbia.

Il direttore del progetto era Jonathan Boyd, dell’Institute for Jewish Policy Research [Istituto per la Ricerca Politica Ebraica], con sede a Londra. Boyd è un petulante sostenitore di Israele, che non fa alcuna distinzione tra sionismo ed ebraismo.

Nel suo editoriale su The Jewish Chronicle [settimanale ebraico inglese filoisraeliano, ndtr.] Boyd ha riflettuto su come inculcare devozione per Israele nei giovani ebrei. Lo scorso anno, prima delle elezioni politiche in Gran Bretagna, ha affermato che il partito Laburista aveva un grave problema con il fanatismo anti-ebraico, benché ciò sia stato inventato per danneggiare l’allora segreteria di Jeremy Corbyn.

Detto questo, la ricerca del 2018 non dovrebbe essere ignorata.

Una delle sue conclusioni è stata che il 43% degli ebrei che vi hanno preso parte riteneva di essere incolpato continuamente o frequentemente per le azioni di Israele. Un altro 36% riteneva di esserlo stato occasionalmente.

Qui c’è un chiaro messaggio: l’oppressione israeliana contro i palestinesi può anche danneggiare gli ebrei europei.

Se le autorità dell’UE fossero davvero così preoccupate dell’antisemitismo come pretendono di essere, allora farebbero pressioni su Israele in modo che ponga fine ai soprusi e tutti potrebbero tirare un sospiro di sollievo.

Potrebbero abbinare questo lavoro con la crescente consapevolezza su come gli ebrei del resto del mondo non debbano essere considerati responsabili di quello che fa Israele.

Allo stato attuale, le autorità dell’UE si comportano in modo esattamente opposto.

Comprando le armi di Israele, come Frontex ha appena fatto, rendendo economicamente conveniente l’oppressione, contribuendo pertanto a che essa continui. E considerando il sionismo indistinguibile dall’ebraismo, stanno promuovendo l’ignoranza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Duro colpo per la censura filoisraeliana – Le voci a favore della Palestina non saranno messe a tacere

Nada Elia

27 febbraio 2020 – Middle East Eye

Con la pubblicazione di un parere legale sulla Harvard Law Review [rivista indipendente pubblicata dagli studenti della facoltà di Legge dell’Università di Harvard, ndt], cresce l’opposizione contro la censura ai discorsi pro-Palestina, sia nel mondo accademico che nella società in generale.

Per gli attivisti per i diritti della Palestina, l’editoriale del comitato di redazione della Harvard Law Review secondo cui il BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, campagna globale di boicottaggio contro Israele, ndt] non costituisce una pratica discriminatoria e non dovrebbe pertanto essere vietato, giunge come un balsamo lenitivo su una ferita aperta.

L’Università di Harvard è una delle più prestigiose istituzioni accademiche del mondo, e il comunicato pubblicato dalla redazione della Law Review è ampiamente documentato, motivato e assertivo. “Questa Nota smonta l’accusa secondo cui il BDS costituirebbe una fattispecie di discriminazione,” scrive la redazione nel commento introduttivo, aggiungendo che “le leggi anti BDS non poggiano su un ragionevole interesse anti-discriminatorio.”

Si può solo sperare che questa dichiarazione metterà fine al bavaglio imposto ai discorsi antisionisti e pro-BDS, nonostante due precedenti episodi che nel 2020, poco prima che uscisse il comunicato, hanno fatto notizia.

Il primo è stato il licenziamento di un’insegnante americana in base ad alcune [sue] dichiarazioni sui social media: il secondo, l’allontanamento di una giornalista da una conferenza dopo che questa aveva rifiutato di firmare un impegno anti BDS.

JB Brager, una queer [si definisce queer una persona che non vuole identificarsi come gay, etero o altri generi o orientamenti sessuali, ndt] ebrea insegnante di storia all’ Ethical Culture Fieldston, scuola d’élite della città di New York, è stata licenziata due settimane fa dopo aver pubblicato commenti antisionisti su Twitter.

E alla giornalista e regista Abby Martin è stato impedito di tenere un discorso ad una conferenza stampa dopo che ha rifiutato di firmare l’impegno a non boicottare Israele. La Martin ha appena diretto il documentario “Gaza Fights for Freedom” [“Gaza lotta per la libertà”, ndt], con riprese di soldati israeliani che sparano a manifestanti disarmati durante la Grande Marcia del Ritorno.

Antisemitismo versus antisionismo

Questi due episodi – e l’energica risposta contro il bavaglio ai discorsi antisionisti – dimostrano quanto stia crescendo la lotta contro la censura, ma anche quanto stiano diventando profonde le divisioni all’interno delle comunità ebraiche sul sostenere il sionismo in modo incondizionato o criticarlo.

All’amministrazione della Fieldston è stata spedita una lettera a sostegno di Brager, firmata da centinaia di ex allievi, queer, ebrei e simpatizzanti, in cui si esprime indignazione per il licenziamento e si chiede il reintegro della Brager.

La lettera afferma che la stessa comunità di Fieldston è divisa sul sostegno a Israele, con “un gruppetto di genitori conservatori” che cerca di mettere a tacere le voci progressiste, e [la lettera, ndt.] critica la scuola per essersi allineata alla parte sbagliata nel licenziare Brager.

Alla lettera ha fatto seguito un’altra lettera di sostegno, firmata da decine di leader spirituali e insegnanti ebrei, che fanno appello all’amministrazione di Fieldston perché reintegri Brager, presenti pubbliche scuse e chiarisca la differenza tra antisemitismo e antisionismo.

Secondo la lettera, “licenziando la Prof. Brager, state mandando un messaggio forte ai vostri studenti: che bisogna temere il dissenso, che il manifestare il proprio diritto alla libertà di parola ha delle limitazioni, che opinioni diverse non verranno tollerate, che esiste una sola versione autorizzata della storia e che c’è solo un tipo di ebreo.” Nel momento in cui scrivo, tuttavia, la Brager non è stata riassunta a scuola.

Nel frattempo, secondo la Martin, in Georgia la controversia sulla sua esclusione dalla Critical Media Literacy Conference, e il supporto da parte dei colleghi al diritto di parola della giornalista nonostante la legge georgiana anti-BDS, ha portato alla cancellazione dell’intera conferenza.

Mentre la censura in sé, come il dissenso verso di essa espresso con petizioni e lettere, non è una novità, l’opposizione sta assumendo una nuova dimensione, da quando una manciata di professori è andata all’attacco denunciando che le istituzioni li stavano imbavagliando. Questi professori stanno lottando per conservare il proprio diritto di parola, sia nelle istituzioni accademiche che sui social media.

Ambiente ostile

L’anno scorso, la Prof. Rabab Abdulhadi ha denunciato la San Francisco State University, in cui è titolare del programma formativo Arab and Muslim Ethnicities and Diasporas [Etnie arabo-musulmane e Diaspora], perché avrebbe creato un ambiente ostile che le ha impedito di portare a termine il proprio programma accademico, tra cui gruppi di ricerca in Palestina.

Nella querela, la Abdulhadi chiede un’ingiunzione per finanziare il programma, come previsto dal contratto, e per implementare le misure istituzionali contro l’islamofobia, il razzismo antiarabo e antipalestinese, oltre ai danni patrimoniali. Per ora non è stata fissata alcuna udienza.

In seguito, sempre l’anno scorso, Rima Najjar, docente in pensione, ha querelato Quora, una piattaforma social di “domanda-e-risposta” da cui era stata bannata definitivamente perché aveva espresso critiche contro il sionismo, cosa che Quora ha considerato una violazione delle sue linee guida riguardo all’“essere gentili e rispettosi”.

Najjar chiede la riattivazione del proprio account e una diffida a Quora affinché la smetta di discriminare gli utenti di origine palestinese o di opinioni antisioniste. Il legale della prof.ssa Najjar dice che non si aspettano una risposta prima dell’inizio di marzo.

MEE ha parlato con Najjar, che ha spiegato che aveva deciso di iniziare a scrivere nel forum quando aveva notato che le risposte date dal sito apparivano in evidenza nelle ricerche di notizie in rete su Palestina e Israele, ma spesso contenevano informazioni non corrette. Nel tentativo di rimediare a questa tendenziosità, ha iniziato a pubblicare sul sito, diventando una prolifica partecipante dal 2016 alla metà del 2019, quando è stata bannata definitivamente e sono state cancellate tutte le sue risposte ben approfondite e ben documentate.

I social media possono sembrare lontani anni luce dal mondo accademico, ma per molti professori sono semplicemente un’altra tribuna educativa, in grado di raggiungere molte migliaia di persone in più rispetto alla ventina di studenti che hanno in aula. Come ha dichiarato Najjal a MEE: “I social media sono importanti perché hanno il potere di influenzare l’opinione pubblica e, di conseguenza, i movimenti sociali e politici e le politiche.”


Sanzioni a chi critica Israele

Ha fatto riferimento alla campagna israeliana di influenza globale, che “da anni utilizza i social media per sfornare una narrativa che ritrae, in modo falso, il sionismo come forma di resistenza antirazzista e giustizia per gli ebrei in tutto il mondo, mentre nega l’identità nazionale palestinese. Questa attività è accompagnata, nel mio caso, da una vasta campagna di vessazione e censura da parte di sionisti e israeliani.”

L’impatto dei social media sul dibattito pubblico su Israele e Palestina è riconosciuto dagli amministratori scolastici e dell’università, che sanzionano il corpo docente per quel che pubblica online.

Brager è stata licenziata dalla Fieldston in seguito ai post su Twitter più che per qualsiasi altra cosa che possa aver detto in classe. Gli amministratori scolastici utilizzano l’accusa di antisemitismo, o di mancanza di “garbo”, come un’arma per censurare e sanzionare le critiche contro Israele.

Ma la discussione non si può chiudere qui, e non c’è modo di nascondere il senso di estraneità che un numero sempre maggiore di ebrei progressisti sente relativamente a Israele e al sionismo. La voglia degli ebrei progressisti di dissociarsi apertamente dal sionismo, e di manifestare il proprio sostegno per i diritti dei palestinesi, diventa sempre più evidente ad ogni nuova norma contro il BDS e ad ogni tentativo di censura del discorso critico verso Israele.

Sempre più determinazione

Il pullman Palestinian Freedom 2020, che trasporta un gruppo di studenti organizzati da Jewish Voice for Peace Action [Voce Ebraica per la Pace-Azione, gruppo di ebrei antisionisti, ndtr.], sta attualmente facendo il giro del Paese al seguito dei candidati presidenziali democratici, con il messaggio che una massa critica di ebrei sostiene i diritti dei palestinesi. Come ha twittato Brager: “Rifiuto di ‘riaffermare il valore’ del colonialismo etno-nazionalista dei coloni, io sostengo il BDS e la sovranità palestinese e lo farò per tutto il resto della mia vita.”

Invece di zittire le critiche contro Israele, il bavaglio alla libertà di parola ha catalizzato e fatto aumentare la determinazione – da parte dei palestinesi, degli ebrei e dei simpatizzanti tra il corpo docente e gli studenti che sostengono i diritti dei palestinesi – a non essere messi a tacere, e a condannare in modo più categorico la legislazione che difende il sionismo e criminalizza la solidarietà con gli oppressi. E con il sostegno legale fornito da gruppi come Palestine Legal e il Center for Constitutional Rights, quest’anno possiamo aspettarci più denunce contro la censura.


Il punto di vista espresso in questo articolo appartiene all’autore e non rispecchia necessariamente la linea editoriale di Middle Eas Eye.

Nada Elia
Nada Elia è una scrittrice palestinese della diaspora e una commentatrice politica. Attualmente sta lavorando al suo secondo libro, “Who You Callin’ ‘Demographic Threat’?, Notes from the Global Intifada.” [“Minaccia demografica a chi? Appunti dall’Intifada mondiale”, ndt.]. Docente (in pensione) di Gender e Global Studies, è membro della Comitato Direttivo USACBI – US Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel [Campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, ndt].

(traduzione dall’inglese di Elena Bellini)




Secondo il partito Laburista il mio operato come attivista antirazzista e antisionista fa di me un antisemita

Haim Bresheeth

14 febbraio 2020 – Mondoweiss

A Jennie Formby

Partito Laburista

Southside 105 Victoria Street

London SW1E 6QT

11/2/2020

Cara Jennie Formby,

le scrivo in seguito ai recenti avvenimenti – l’espulsione di Jo Bird e l’eccellente lettera di Natalie Strecker [scrittrice laburista che ha mandato in precedenza una lettera simile, ndtr.] -, in quanto le vorrei chiedere, per le ragioni che dettaglierò qui sotto, di deferirmi cortesemente alla commissione dei probiviri per “antisemitismo”.

Per supportare la mia richiesta vorrei raccontarle i miei trascorsi. Sono un accademico, scrittore e regista, e un ebreo ex-israeliano che è stato attivo per oltre cinquant’anni come socialista, antisionista e antirazzista. I miei genitori erano ebrei polacchi, sopravvissuti ad Auschwitz e ad altri campi. Finirono per essere obbligati a seguire le marce della morte verso l’interno del Terzo Reich dopo che il campo di Auschwitz venne svuotato dalle SS a metà gennaio del 1945. Mia madre venne liberata dall’esercito inglese a Bergen-Belsen, mio padre dalle forze statunitensi a Mauthausen. Sono nato in un campo per sfollati in Italia e sono arrivato in Israele da neonato, nel giugno 1948, in quanto allora nessun Paese europeo accettava sopravvissuti all’Olocausto.

Ho fatto il servizio militare nell’esercito israeliano (IDF) come giovane ufficiale di fanteria ed ho preso parte a due guerre, nel 1967 e nel 1973, dopo di che sono diventato un pacifista impegnato. Sono venuto a studiare in Gran Bretagna nel 1972, e poco dopo ho imparato molto più sul sionismo di quando ero in Israele, diventando quindi un acceso sostenitore dei diritti dei palestinesi e un attivista antisionista. Come iscritto al partito Laburista, negli anni ’70 sono stato un attivo sostenitore del movimento contro l’apartheid e in tutta la mia vita ho lottato contro le organizzazioni razziste. I miei film, libri e articoli riflettono le stesse opinioni politiche qui evidenziate, compresi, tra gli altri, un libro di successo sull’Olocausto (Introduction to the Holocaust [Introduzione all’Olocausto], con Stuart Hood, 1994, 2001 2014) un documentario della BBC (State of Danger [Condizione di pericolo], con Jenny Morgan, BBC2, marzo 1988) sulla Prima Intifada e un volume in uscita sull’esercito israeliano (An Army Like No Other [Un esercito senza pari], May 2020). Quando Jeremy Corbyn è stato eletto alla direzione del partito, dopo decenni sono tornato nel partito Laburista in quanto, dopo anni di blairismo, ho riacquistato speranza in un programma progressista per il partito.

È chiaro che, secondo le conclusioni del partito Laburista in base all’errata “definizione” di antisemitismo dell’IHRA, o piuttosto alla versione brandita come un’arma dalla propaganda sionista, intesa a colpire i sostenitori dei diritti umani e politici dei palestinesi, il mio passato mi rende un antisemita. Ma vorrei aggiungere qualche altra prova a carico, in modo da rendere, se possibile, il caso inoppugnabile.

Nel corso dei decenni in vari Paesi – in Israele, in Europa e negli USA – ho partecipato a centinaia di manifestazioni contro la brutalità israeliana ed ho agito contro le atrocità commesse dall’occupazione militare. Ho pubblicato articoli, fatto film e contribuito a molti libri, ho parlato ampiamente in molti Paesi contro la colonizzazione israeliana militarizzata della Palestina, la negazione di qualunque diritto alla maggior parte dei palestinesi, le gravissime violazioni dei diritti umani e politici dei cittadini palestinesi di Israele e l’impatto brutale delle IDF [Israeli Defence Forces, l’esercito israeliano, ndtr.] sulla società ebraica israeliana. In un recente articolo, scritto da una prospettiva antisionista e per i diritti umani, ho anche analizzato la falsa natura della campagna IHRA. Sono attivo in molti gruppi politici affiliati o vicini al partito Laburista, che appoggiano i diritti dei palestinesi – Jewish Voice for Labour [Voce ebraica per il partito Laburista] e Jewish Network for Palestine [Rete ebraica per la Palestina], di cui sono un membro fondatore.

Sono consapevole che, in base alle regole del partito Laburista, quanto detto finora costituisce quello che voi definite antisemitismo.

Personalmente mi è chiaro che tali accuse sono false ed esecrabili, ma nessuno ha interpellato gli iscritti sull’adozione della definizione dell’IHRA e dei suoi esempi. La definizione adottata rende Israele l’unico Stato al mondo che non si può criticare, a meno che non si voglia andare incontro ad accuse di antisemitismo. Criticare l’Impero britannico, ad esempio, non è antibritannico e in questo preciso momento è ancora permesso dalle norme del partito Laburista. Criticare il governo USA per i suoi attacchi contro l’Iraq nel 1991 e nel 2003 non è antiamericano, ed è ancora consentito dalle leggi USA. Criticare il colonialismo di apartheid israeliano non è antisraeliano, né antisemita, ovviamente. Ciò che è antisemita e razzista sono le attuali regole del partito, e finché non saranno modificate, ebrei e altri che appoggiano la Palestina non hanno ragioni per appoggiare un partito che li tratta in questo modo.

Le norme del partito Laburista sono quello che sono. Tuttavia non ho intenzione di interrompere le mie attività, di ridurle o di abbandonare i miei principi per soddisfare la logica distorta del partito Laburista. Insisto sul mio diritto, anzi, sul mio dovere come ex-israeliano, come ebreo, come cittadino, come socialista e, infine ma non meno importante, come essere umano di agire apertamente contro l’apartheid israeliano e di criticare questo e le ingiustizie finché sarò in grado di farlo. Credo anche che come membro di un partito che pensavo fosse diventato un’organizzazione politica progressista, questo debba essere mio diritto e dovere, ma ho compreso che le mie attività sono contro il dogma, le norme e gli attuali interessi del partito Laburista, per cui attraverso questa lettera mi autoaccuso apertamente e le chiedo di deferirmi alla commissione dei probiviri in modo che venga fatta giustizia e che io venga trattato come i miei molti amici che si sono trovati nella stessa difficile situazione – il professor Moshe Machover, Jackie Walker, Elleanne Green, Tony Greenstein, Glyn Secker e molti altri che si sono trovati di fronte al sistema inquisitorio stalinista messo in atto dal partito Laburista. Se voi volete separare gli “ebrei buoni” da quelli “cattivi”, la prego di includermi in quest’ultimo gruppo, perché niente della mia produzione accademica, storia di insegnante, bibliografia o attività politica può sostenere l’affermazione che non sono antisemita in base alle vostre norme. Chiedo che sia fatta giustizia.

Sono fiducioso che la mia richiesta verrà presa seriamente in considerazione e che le venga dato seguito, con lo stesso insieme di fretta, fanatismo e pregiudizi dimostrato nei confronti di altri membri già accusati di questa trasgressione. Non farlo equivarrà ad evidenziare che i criteri per giudicare l’esistenza dell’antisemitismo non sono applicati in modo uniforme.

Sono pronto a fornire tutte le prove richieste dagli inquirenti della commissione dei probiviri per dimostrare la mia colpevolezza. Vi prego di non esitare a chiedere collaborazione sui punti che rimangono poco chiari.

Con i miei ossequi.

Prof. Haim Bresheeth

Il professor Haim Bresheeth è docente e ricercatore associato della SOAS, School of Interdisciplinary Studies [Scuola di Studi Interdisciplinari] e direttore di Camera Obscura Films [casa cinematografica di produzione e distribuzione, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il legame tra Mussolini e Jabotinsky: le radici nascoste del passato fascista di Israele

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

4 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

Non è sorprendente che il capo dell’opposizione italiana, Matteo Salvini, abbia promesso che, se diventerà il prossimo primo ministro italiano, riconoscerà Gerusalemme capitale di Israele.

Salvini guida la Lega, precedentemente nota come Lega Nord, un partito che è stato a lungo considerato una moderna espressione dell’ideologia fascista a lungo in letargo del Paese.

I precedenti di Salvini in quanto ad affermazioni a favore di Israele e di cieca fedeltà a Tel Aviv sono antichi quanto la carriera politica del personaggio. Il fatto che Salvini abbia fatto il suo debutto politico a livello nazionale con un annuncio non fatto a Roma ma a Tel Aviv è sufficiente a evidenziare la centralità di Israele nel suo discorso politico.

Inoltre Salvini è il ragazzo prodigio della politica di estrema destra italiana nel sul complesso. Prendendo in considerazione i risultati della Lega nelle elezioni europee del maggio 2019 si potrebbe sostenere che il politico italiano sia il più importante leader di estrema destra d’Europa.

Non è un segreto che Israele abbia apertamente schierato la propria politica con quella di movimenti politici di estrema destra in ascesa ovunque, soprattutto in Occidente. Ciò riguarda l’alleanza tra Israele ed India, così come i preoccupanti legami di Israele con l’amministrazione Trump, con la presidenza di Jair Bolsonaro in Brasile e il governo britannico dominato dai conservatori.

Tuttavia i rapporti di Israele con l’Italia meritano un ulteriore approfondimento e non dovrebbero essere accomunati alla crescente vicinanza politica di Tel Aviv con l’estrema destra globale. La ragione di ciò è che l’Italia è stata all’origine delle moderne ideologie fasciste, che sono direttamente legate all’ideologia sionista di Israele.

Nell’epoca successiva alla Seconda Guerra Mondiale l’Italia riuscì con successo ad eliminare la corrente politica fascista al suo interno, a cominciare dagli ultimi due anni di guerra, quando Roma si unì alla spinta internazionale contro l’alleanza nazifascista. La costituzione post-bellica italiana ha fatto il possibile per opporsi a qualunque forma di fascismo che continuava ad annidarsi all’interno della società italiana.

Fu quindi naturale che, in molte occasioni, le forze rivoluzionarie che ebbero un grande impatto nel configurare il discorso politico italiano dopo la guerra trovassero un terreno comune con la richiesta palestinese di libertà e con la continua lotta del popolo palestinese contro il sionismo e i suoi alleati reazionari ovunque nel mondo.

Sfortunatamente non è più così. Mentre in Italia la vera sinistra radicale continua nella sua ibernazione politica – un processo iniziato poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90 – le forze di estrema destra hanno fatto passi da gigante, consentendo negli ultimi anni a gente come Salvini e alle sue orde razziste di tornare nell’arena politica. Com’era prevedibile, l’ascesa di Salvini ha iniziato a preparare la strada per riprendere l’alleanza neo-sionista-fascista a lungo latente.

Nel contempo il sorgere delle forze di estrema destra in Italia sta obbligando i partiti politici del parlamento nazionale a ridefinire i propri programmi politici avvicinandosi sempre più alla destra, nel disperato tentativo di attirare la rafforzata base elettorale di estrema destra.

I gruppi sionisti filo-israeliani, in Italia e altrove, stanno ora sfruttando la scena politica frammentata del Paese per portare avanti l’agenda internazionale di Tel Aviv.

Il 17 gennaio il governo italiano ha adottato all’unanimità la scorretta e autoreferenziale definizione di antisemitismo, così come formulata dalla filoisraeliana ‘Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto’, che mette sullo stesso piano antisemitismo e antisionismo.

La sconcertante “definizione provvisoria” ha poco a che vedere con il razzismo e moltissimo con la politica, dato che il sionismo è un’ideologia politica moderna e non è né una razza né una religione. Un corrispettivo italiano di questa bizzarra iniziativa sarebbe come equiparare l’antifascismo e opinioni anti-italiane o anticattoliche. Se ciò suona strano nel contesto italiano, dovrebbe essere lo stesso riguardo al contesto sionista-israeliano.

Tuttavia questa apparente assurdità è del tutto ragionevole se analizzata in un contesto storiografico.

Spesso le critiche al sionismo descrivono il movimento sionista come fascista. Questa analogia apparentemente azzardata è pienamente giustificata su base storica. Infatti ciò di cui molti non sono al corrente è che, durante gli anni di formazione, le ideologie sionista e fascista avevano basi intellettuali simili e molti elementi in comune in termini di strutture ideologiche e politiche. Alcuni dei padri fondatori del sionismo, soprattutto i sionisti revisionisti, vedevano se stessi come ideologicamente fascisti e il loro passaggio dal fascismo al sionismo era logico, reso necessario solamente da un espediente politico.

Prima dell’alleanza opportunistica nel 1936 tra il capo della Germania nazista, Adolf Hitler, e il dittatore fascista italiano, Benito Mussolini, che diede come risultato le infami leggi razziali italiane, a Roma esisteva un livello di affinità tra dirigenti sionisti e fascisti.

Vladimir Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista, di cui l’attuale partito Likud e altri gruppi di destra ed estrema destra israeliani sono la progenie, vedeva nell’Italia una “patria spirituale”.

Durante quegli anni tutte le mie opinioni sul nazionalismo, sullo Stato e sulla società si svilupparono sotto influenza italiana,” scrisse Jabotinsky nella sua autobiografia, in riferimento ai suoi anni di formazione ideologica in Italia.

In cambio Mussolini parlò apertamente a favore del sionismo, e di Jabotinsky in particolare: “Perché il sionismo abbia successo, dovete avere uno Stato ebraico con una bandiera e una lingua ebraiche. La persona che lo capisce è il vostro fascista, Jabotinsky,” disse Mussolini nel novembre 1934 durante una conversazione privata a Nahum Goldman, fondatore del Congresso Ebraico Mondiale, come riporta Lenni Brenner nel suo libro “Il sionismo nell’epoca delle dittature.”

Il Duce si era già alleato con il movimento giovanile Betar di Jabotinsky, che si formò sul modello di idee e simboli fascisti.

Nel 1934 Jabotinsky e il suo movimento giovanile Betar erano alleati del Duce, quando il Betar fondò una base della Marina a nord di Roma,” ha scritto Steven Meyer nel suo articolo “Israele sopravviverà ai suoi fascisti?”, pubblicato nel 2002 sulla Executive Intelligence Review.

Meyer approfondisce il discorso: “‘L’idea Sionistica’, la rivista del Betar in Italiano, descriveva la cerimonia di inaugurazione che lanciò l’accademia [navale]. ‘In fila- Attenti!’ Risuonò un triplo grido ordinato dall’ufficiale al comando della squadra – ‘Viva l’Italia, Viva il Re! Viva il Duce!’, seguito dalla benedizione in cui il rabbino Aldo Lattes invocò in italiano e in ebraico dio, il re e il duce…‘Giovinezza’ (l’inno del partito fascista) venne cantato con moltissimo entusiasmo dai Betarim.

Questo racconto è confermato anche da altre fonti, come in “Mussolini e il Sionismo” [M & B Publishing, Milano, 2002] dello storico Furio Biagini. Biagini sostiene che “all’inizio Mussolini non era contrario all’aspirazione degli ebrei di creare una patria ebraica in Palestina.”

Biagini spiega anche lo sbocciare di un’alleanza tra fascisti e sionisti sulla base di una necessità geostrategica: “Nel suo disegno espansionistico nella regione mediterranea, l’Italia fascista era in diretto conflitto con la presenza britannica. La flotta inglese dominava il Mediterraneo da Gibilterra a Cipro, fino alla Palestina. Appoggiando il movimento sionista nella sua lotta contro il potere mandatario britannico, l’Italia voleva indebolire l’impero britannico nel Mediterraneo orientale, accentuando nel contempo il prestigio italiano a livello internazionale.”

In realtà Jabotinsky non era l’unico contatto di Mussolini con il sionismo, ma uno dei più importanti alleati, che si dimostrò conseguente negli anni successivi. Goldman scrive nella sua autobiografia “The Autobiography of Nahum Goldman: Sixty Years of Jewish Life”  [L’autobiografia di Nahum Goldman: sessant’anni di vita ebraica] che Mussolini era un grande ammiratore del sionismo.

Dovete creare uno Stato ebraico. Sono un sionista, e l’ho detto al dottor Weizmann. Dovete avere un vero Paese, non quel ridicolo focolare nazionale che gli inglesi vi hanno offerto. Vi aiuterò a creare uno Stato ebraico,” scrisse Goldman, trasmettendo il messaggio di Mussolini alla dirigenza sionista dell’epoca. L’entusiasmo di Mussolini per la fondazione di uno “Stato ebraico” andava in parallelo con il piano britannico di cambiare la dichiarazione Balfour del 1917, che impegnava la corona britannica a fondare uno Stato ebraico in Palestina.

Nell’ottobre del 1933 il capo dell’Agenzia Ebraica a Ginevra, Victor Jacobson, scrisse a Chaim Weizman, che era il presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale e in seguito fu il primo presidente di Israele, che “Mussolini è desideroso di aprire ancora di più le porte della Palestina all’immigrazione ebraica, soprattutto per i rifugiati che arrivano dalla Germania.”

Nella sua postfazione al libro “Stato e Libertà” il diplomatico italiano Sergio Minerbi ha scritto: “Mussolini pensava che fosse impossibile riconciliare ebrei e arabi e che essi dovessero essere politicamente separati, quindi suggerì l’idea della partizione della Palestina.”

Tutto ciò cambiò quando nel 1936 suo genero, Galeazzo Ciano, venne nominato ministro degli Esteri italiano. Fu allora che “Mussolini schierò inequivocabilmente l’Italia con Hitler,” come scrive Susan Zuccotti nel suo libro “The Italians and the Holocaust” [Gli italiani e l’Olocausto]. Il partito fascista italiano fu allora obbligato ad allontanarsi dalla dirigenza sionista, cosa che portò alla decisione di Mussolini di non incontrarsi con Jabotinsky.

In seguito al trionfo del movimento sionista, coronato nel maggio 1948 con la fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica, i sionisti riuscirono ancora una volta a ri-etichettare il loro movimento come una forza progressista, benché non avessero mai abbandonato la loro ideologia fascista. La legge sullo Stato-Nazione del luglio 2018, che definisce Israele come Stato etnico-razziale è stata una delle molte prove che Israele rimane fino ai nostri giorni pienamente fedele al fascismo.

Dire che il sionismo è una forma di fascismo non è né un’esagerazione né un’affermazione azzardata. Invece le radici profonde di entrambe le ideologie dovrebbero essere evidenti a qualunque avveduto studente di storia.

Il fatto che Salvini e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stiano ora rinnovando o, quanto meno, apertamente accogliendo l’antico legame tra queste due ideologie distruttive riflette due realtà sconvolgenti: da una parte parla del fatto che l’Italia non è riuscita a sradicare il fascismo come modello politico dopo la Seconda Guerra Mondiale, e dall’altra rivela le vere basi ideologiche del sionismo, quindi dello stesso Stato di Israele.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri, di cui l’ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

– Romana Rubeo è una scrittrice e giornalista italiana di PalestineChronicle.com. Rubeo ha conseguito un master in Lingua e Letteratura Straniera ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il vero allarme è l’islamofobia, ma si urla all’antisemitismo

Viviana Codemo*

18.01.20

I dati di EuroMedia mostrano una preoccupante intolleranza verso i musulmani e non un inasprirsi dell’antisemitismo

In questi giorni fioriscono articoli e servizi televisivi sulla ripresa dell’antisemitismo in Italia, avvalorati – si dice – da una recente ricerca sugli atteggiamenti degli italiani. “Così l’Italia si scopre antisemita” scrive la Stampa il 15 gennaio, “Antisemitismo numeri allarmanti” gli fa eco Moked (Il Portale dell’ebraismo italiano) e via così, in un coro unanime di preoccupazione per un crescendo continuo e pericoloso dei sentimenti anti ebraici.

Poiché per lavoro mi occupo di ricerca, ho voluto analizzare la fonte dei dati che, secondo i media nostrani, dimostrerebbero inconfutabilmente questo pericolo. Come ha raccontato bene Huff Durrel nel suo best seller “Mentire con le statistiche”, i numeri sono oggettivi, ma nascondono insidie e manipolazioni. Se si ha un pregiudizio alla fonte, e si cerca nei numeri la conferma, ecco che dati e percentuali possono perfino diventare degli utili alleati.

Scendiamo nel dettaglio. I risultati a cui mi riferisco provengono da una ricerca di EuroMedia Research per l’Osservatorio Solomon sulle Discriminazioni (studio su un campione di 1000 italiani maggiorenni rappresentativi dell’universo, eseguito con sistema CAWI tra il 28 e il 30 Nov.2019) e sono fruibili dal sito del committente.

Il primo dato, quello sulla visione generale degli Italiani nei confronti delle confessioni religiose, è confortante: complessivamente il 71,9% dei nostri connazionali non ha alcun istinto negativo verso le fedi religiose (visione aperta e di buon vicinato 58,4%+ 13,5% di indifferenti).

Se ci si addentra per capire quanti sono quelli che hanno una opinione “non favorevole” verso le diverse religioni, si scopre per fortuna che la metà degli italiani (49,2%) nutre solo sentimenti positivi.

Considerati i titoli dei giornali e l’allarme antisemitismo che fa da sottofondo costante della nostra informazione, ci si aspetterebbe di trovare gli ebrei decisamente al primo posto tra le religioni verso le quali l’altra metà dei nostri concittadini nutre ostilità.

Invece non è così.

Al primo posto, infatti ci sono i musulmani, poco tollerati da ben il 36,7% degli italiani. I giornali si dunque sono sbagliati, non erano questi i titoli che avrebbero dovuto fare: “Allarme islamofobia” sarebbe stato il titolo corretto. Però poi subito dopo ci si ricorda che probabilmente tra gli odiatori dei musulmani ci sono anche gli articolisti dei nostri media, e tutto prende senso.

Continuando nella disanima delle tabelle EuroMedia, emerge che tra le religioni non tollerate, gli ebrei sono solo al terzo posto, con un 6,1% di anti ebraici, preceduti, e questo è davvero inaspettato, da un 14% che non sopporta i cristiani. Il 6,1% rappresenta un numero di persone certo non irrisorio, ma non così preoccupante da farci i titoli di prima pagina, omettendo il vero dato allarmante che è, come è evidente, l’anti-islamismo.

Lo studio si concentra poi sull’antisemitismo. Non sorprende, vista la costante profusione di allarmi a cui siamo sottoposti quotidianamente, trovare la “percezione di antisemitismo” attestata al 35,6% e un 19,3% di italiani che lo ritiene in aumento. Ma, come si è visto dai dati precedenti, la “percezione” è smentita dallo stesso studio, con una percentuale di italiani dichiaratamente ostili agli ebrei ferma al 6,1%.

In realtà sarebbe più corretto chiamarlo anti-ebraismo, non solo perché sono semiti anche gli arabi, ma anche perché il confronto avviene fra religioni e non etnie o minoranze etnico-culturali, altrimenti si sarebbe dovuto considerare nelle risposte anche la voce “ostilità verso Rom e Sinti” ad esempio, che avrebbe con ogni probabilità sbaragliato tutte le tesi precostituite.

Oltre alle percentuali taciute in modo evidentemente strumentale alla tesi che vede l’antisemitismo imperante, l’analisi dei risultati mette in evidenza come si sia fatto un uso errato e mistificatorio di alcune percentuali, ad esempio quelle sui “luoghi comuni”. In particolare, sui giornali (e anche sul sito dell’Osservatorio Solomon) si cita in modo distorto il dato di quanti ritengono che “gli ebrei han troppo potere nel mondo finanziario internazionale”. Non si prende la percentuale generale dell’intero campione (11,6%), che non sarebbe affatto allarmante neppure dal punto di vista di chi la ritiene una opinione antisemita, bensì la percentuale che di chi sceglie questa affermazione tra la minoranza di “ostili agli ebrei” (che erano sempre e solo il 6,1% degli italiani): un 49,6% che rappresenta quindi solo il 3% dell’intero campione!

Non un numero di cui preoccuparsi dunque.

In modo forzato e con un chiaro intento di equiparazione, compare improvvisamente poi, tra le domande dello studio, la percezione della diffusione dell’“antisionismo”, ovvero della contrarietà alle politiche israeliane (che però la domanda tendenziosamente definisce “opposizione alla esistenza di Israele”). In ogni caso, i sionisti possono stare tranquilli, perché non è ritenuto dagli italiani poi così diffuso (28,7% del campione).

I commentatori e i titoli di questi giorni si concentrano molto anche sulla percentuale, per fortuna molto bassa, dei negazionisti della Shoah (1,3%): sconcerta che ci sia qualcuno che abbia il coraggio di negare lo sterminio, anche se non sorprende, considerato il permanere di frange neonaziste nel nostro Paese.

Molto più interessante è invece il dato che vede il 45,4% degli italiani ritenere che la politica di Israele nei confronti dei palestinesi contribuisca ad aumentare il rischio di antisemitismo.

E’ forse questo il dato che più dovrebbe preoccupare le Comunità Ebraiche e spingerle a chiedere a gran voce che siano rispettati i diritti del popolo palestinese, così come dovrebbe aprire una riflessione critica nei media di casa nostra, presso i quali il tema delle violazioni del Diritto Internazionale da parte di Israele è sempre lasciato sotto traccia se non addirittura manipolato ed omesso.

Fermare le politiche del colonialismo di insediamento israeliano sarebbe quindi il modo migliore per ridurre il rischio di antisemitismo.


*Direttore Marea Research Sas

Fonti

http://www.osservatoriosolomon.it/ce-unitalia-nega-la-shoah/




“Stiamo vivendo con la spada in mano”: i rimorsi del figlio di un fondatore di Israele

Sarah Helm

3 gennaio 2020 – Middle East Eye

In un’intervista approfondita Yaakov Sharett, figlio di uno dei padri fondatori di Israele, dice di pentirsi di essersi insediato nel Negev negli anni ’40 – e di tutto il progetto sionista

Il mio nome è Yaakov Sharett. Ho 92 anni. Si dà il caso che io sia figlio di mio padre, cosa della quale non sono responsabile. Le cose stanno così.”

Yaakov ridacchia e guarda da sotto un cappello di lana verso una foto di suo padre – orgoglioso con colletto e cravatta – sul muro del suo studio a Tel Aviv. Moshe Sharett è stato un padre fondatore di Israele, il suo primo ministro degli Esteri e il suo secondo primo ministro tra il 1954 e il 1955. Ma non sono venuta a parlare del padre di Yaakov. Sono venuta con alcune fotografie di un pozzo che una volta si trovava in un villaggio arabo chiamato Abu Yahiya, nella regione del Negev, in quello che ora è il sud di Israele.

Facendo ricerche per un mio libro ho trovato di recente il pozzo e appreso alcune cose della storia del villaggio di Abu Yahiya. Ho sentito di come i palestinesi che una volta vi vivevano furono espulsi durante la guerra del 1948 che portò alla creazione di Israele.

Ho anche sentito dire che i pionieri sionisti, che avevano piazzato un avamposto nei pressi del villaggio prima della guerra del 1948, erano soliti prendere l’acqua dal pozzo arabo. Tra loro c’era un giovane soldato ebreo chiamato Yaakov Sharett. Perciò sono andata a trovare Yaakov nella speranza che potesse condividere i suoi ricordi sul pozzo, sui contadini e sugli avvenimenti del 1948.

Nel 1946, due anni prima della guerra arabo-israeliana, Yaakov e un gruppo di commilitoni si spostarono nella zona di Abu Yahiya per contribuire a condurre uno dei più spettacolari furti di terra dei sionisti.

Da giovane soldato, Sharett venne nominato mukhtar – o capo – di uno degli 11 avamposti ebraici fondati di nascosto nel Negev. L’obiettivo era garantirsi una roccaforte per assicurare che Israele potesse impossessarsi di quell’area strategica quando fosse iniziata la guerra.

Le bozze dei piani di partizione avevano destinato il Negev, in cui gli arabi erano in numero estremamente superiore rispetto agli ebrei, come parte di uno Stato arabo, ma gli strateghi ebrei erano determinati a prenderselo.

La cosiddetta operazione “11 punti” fu un grande successo, e durante la guerra gli arabi vennero di fatto tutti cacciati e il Negev fu dichiarato parte di Israele.

Per gli audaci pionieri coinvolti fu un titolo d’onore avervi preso parte e Yaakov Sharett in un primo tempo è sembrato esaltarsi dei suoi ricordi: “Ci mettemmo in azione con fil di ferro e pali e facemmo un recinto attraverso Wadi Beersheva,” dice. Ho aperto un computer per mostragli le foto del pozzo arabo, ora una località turistica israeliana. “Sì,” dice Yaakov, sorpreso. “Lo conosco. Ho conosciuto Abu Yahiya. Un tipo gentile. Un beduino alto e magro con la faccia simpatica. Mi vendeva l’acqua. Era deliziosa.”

Gli chiedo cosa fosse successo agli abitanti del villaggio. Fa una pausa: “Quando è iniziata la guerra, gli arabi scapparono – espulsi. Non ricordo bene,” dice, facendo di nuovo una pausa.

In seguito tornai e la zona era completamente vuota. Vuota! Tranne..” e scruta di nuovo la foto del pozzo.

Sai, quell’uomo gentile dopo chissà come era ancora lì. Mi chiese aiuto. Era messo molto male – molto malato, a malapena in grado di camminare, tutto solo. Tutti gli altri se n’erano andati.”

Ma Yaakov non lo aiutò. “Non dissi niente. Mi sento molto male per questo. Perchè era mio amico,” dice.

Yaakov alza lo sguardo chiaramente addolorato. “Mi dispiace moltissimo. Cosa posso dire?”

E mentre quella che doveva essere una breve intervista prosegue, è diventato chiaro che Yaakov Sharett non era pentito solo dell’impresa del Negev, ma anche di tutto il progetto sionista.

Dall’Ucarina alla Palestina

Proseguendo nel racconto, Yaakov è sembrato a volte più un uomo che si stesse confessando che uno che stesse rilasciando un’intervista.

Dopo la guerra del 1948 e la fondazione di Israele, Yaakov studiò russo negli USA e poi venne nominato diplomatico all’ambasciata israeliana a Mosca, per essere poi espulso dalla Russia con l’accusa di essere un “propagandista sionista e una spia della CIA.”

Di ritorno in Israele lavorò come giornalista e da pensionato ha dedicato i suoi ultimi anni alla fondazione della Moshe Sharett Heritage Society [Società in Memoria di Moshe Sharett], che si dedica a pubblicare documenti e diari di Sharett – una sezione in inglese. I diari di Sharett sono stati molto apprezzati, descritti da un critico come “tra i migliori diari politici mai pubblicati.”

Durante la nostra intervista, facendo spesso riferimento al ruolo fondamentale di suo padre nella fondazione di Israele, i pensieri di Yaakov si sono chiaramente focalizzati sugli anni passati a pubblicare gli scritti di Moshe Sharett. Haaretz, il giornale israeliano di centro-sinistra, commentando l’edizione ebraica in otto volumi dei diari, ha affermato che è “difficile sopravvalutare la loro importanza per lo studio della storia israeliana.”

Questa settimana la pubblicazione dell’edizione ridotta in inglese, anch’essa tradotta da Yaakov – “My Struggle for Peace [La mia lotta per la pace] (1953-1956) – sarà festeggiata negli archivi centrali sionisti a Gerusalemme. “Questo è il culmine del lavoro della mia vita,” dice Yaakov.

Questo lavoro ha anche reso più profondo il dolore delle sue conclusioni, in quanto ora lui ha ripudiato la validità di buona parte del “lavoro di una vita” di suo padre – e, apprendo, anche di suo nonno.

Suo nonno, Jacob Shertok – il cognome originario della famiglia – fu uno dei primi sionisti a mettere piede in Palestina, lasciando la sua casa a Kherson, in Ucraina, nel 1882 dopo i pogrom russi [ondata di massacri contro le comunità ebraiche nell’impero zarista, ndtr.].

Aveva il sogno di coltivare la terra. La grande idea sionista era di tornare alla terra e abbandonare le attività superficiali degli ebrei che si erano allontanati dalla terra,” dice.

Pensavano che, poco alla volta, più ebrei sarebbero immigrati fino a diventare una maggioranza, e avrebbero potuto chiedere uno Stato, che allora chiamarono un ‘focolare’ [termine utilizzato nella dichiarazione Balfour del 1917 in cui la GB si impegnava a favorirne la fondazione in Palestina, ndtr.] per evitare discussioni.”

Chiedo cosa il nonno di Yaakov pensasse che ne sarebbe stato degli arabi, che allora rappresentavano circa il 97% della popolazione, con gli ebrei attorno al 2 o 3%. “Credo che pensasse che più ebrei sarebbero arrivati, più prosperità avrebbero portato e che gli arabi ne sarebbero stati contenti. Non compresero che la gente non vive solo di soldi. Saremmo stati il potere dominante, ma gli arabi si sarebbero abituati a questo,” afferma, aggiungendo con un sorriso triste: “Bene, o lo credevano o volevano crederlo. La generazione di mio nonno era composta di sognatori. Se fossero stati realisti, in primo luogo non sarebbero venuti in Palestina. Non fu mai possibile per una minoranza sostituire una maggioranza che aveva vissuto su questa terra per centinaia di anni. Non avrebbe mai potuto funzionare,” sostiene.

Quattro anni dopo Jacob avrebbe voluto non essere mai venuto e ritornò in Russia, non a causa dell’ostilità dei palestinesi – il numero degli ebrei era ancora ridottissimo – ma perché non era riuscito a guadagnarsi la vita qui.”

Molti dei primissimi coloni in Palestina scoprirono che lavorare la terra era molto più duro di quanto avessero mai immaginato e spesso tornarono in Russia disperati. Ma nel 1902, dopo altri pogrom, Jacob Sharett ritornò, stavolta con una famiglia, tra cui Moshe, di otto anni.

La maggior parte dei palestinesi fu ancora accogliente con gli ebrei, in quanto la minaccia sionista non era ancora chiara. Un membro della ricca famiglia Husseini, che era diretto all’estero, offrì persino in affitto al nonno di Yaakov la sua casa nel villaggio di Ein Siniya, ora nella Cisgiordania occupata.

Per due anni nonno Shertok visse là come un importante personaggio arabo, mentre i suoi figli andavano a un asilo palestinese. “Mio padre allevava pecore, imparò l’arabo e in generale visse come un arabo,” dice Yaakov.

Psicologia della minoranza

Ma il progetto sionista era di vivere come ebrei, per cui poco dopo la famiglia dovette spostarsi nel centro abitato ebraico di Tel Aviv in rapida crescita, e Moshe presto affinò tutte le sue capacità – compreso lo studio delle leggi ottomane a Istanbul – per portare avanti il progetto sionista.

Grazie alla dichiarazione Balfour del 1917, che promise un focolare ebraico in Palestina e inaugurò il dominio coloniale inglese, sembrarono ora realizzabili progetti per un vero e proprio Stato ebraico, e nei successivi vent’anni Moshe Sharett contribuì a disegnarlo, diventando una figura fondamentale dell’Agenzia Ebraica, il governo in fieri dello Stato.

Fondamentale per il progetto era la creazione di una maggioranza ebraica e la proprietà di più terra possibile, al cui fine Sharett lavorò in stretto contatto con il suo alleato David Ben-Gurion. L’immigrazione crebbe rapidamente, e venne comprata terra, in genere da proprietari terrieri assenteisti arabi. Le dimensioni del cambiamento provocarono la rivolta palestinese del 1936, brutalmente repressa dai britannici. Alla luce di quella rivolta, il futuro primo ministro mise mai in dubbio che lo Stato ebraico potesse funzionare?

No”, dice Yaakov. La dirigenza era “ancora unanime nel giustificare la propria idea di sionismo. Si deve ricordare che tutti loro pensavano nei termini di essere ebrei e di come erano stati assoggettati dalle maggioranze nei Paesi in cui avevano vissuto.

Mio padre diceva questo: ‘Ovunque ci sia una minoranza, ogni suo membro ha un bastone e uno zaino nell’armadio.’ Psicologicamente si rendeva conto che sarebbe arrivato un brutto giorno e che avrebbe dovuto andarsene, per cui la priorità fu sempre di creare una maggioranza e scrollarsi di dosso per sempre la psicologia della minoranza.

Mio padre e gli altri pensavano ancora che la maggioranza degli arabi avrebbe venduto il proprio onore nazionale per il cibo che avremmo dato loro. Era un bel sogno, ma a spese di altri. E chiunque non fosse d’accordo era un traditore.”

Diventare mukhtar

Da giovane adolescente all’inizio degli anni ’40 Yaakov non metteva in discussione la visione di suo padre. Al contrario.

Devo dire,” continua, “che quando ero nel movimento giovanile sionista andavamo in giro per i villaggi arabi a piedi, vedevi un villaggio arabo, imparavi il suo nome in ebraico come era nella Bibbia e sentivi che il tempo non ti aveva separato da esso. Non sono mai stato religioso, ma questo era ciò che sentivi.”

Nel 1939 scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e molti giovani israeliani si unirono alla Brigata Ebraica dell’esercito britannico, combattendo in Europa. La Brigata Ebraica fu un’idea del padre di Yaakov, e appena fu abbastanza grande Yaakov si presentò volontario, arruolato nel 1944 all’età di 17 anni. Ma pochi mesi dopo, nell’aprile 1945, la guerra finì e Yaakov era troppo in ritardo per prestare servizio.

Di ritorno in Palestina, questi giovani soldati ebrei che avevano fatto il militare in Europa erano tra quanti ora venivano reclutati per combattere in ciò che molti sapevano sarebbe accaduto dopo: una nuova guerra in Palestina per fondare lo Stato di Israele. Yaakov – che non aveva ancora chiaramente iniziato a vedere che il sionismo “era a spese di altri” – rapidamente accettò di fare la sua parte.

Ora diciannovenne, Yaakov fu scelto per ricoprire il ruolo di mukhtar, o capo villaggio, ebreo in un avamposto quasi militare nel Negev, un territorio desolato a malapena abitato da ebrei. “All’epoca non pensavo molto alla politica. Costruire questo insediamento era letteralmente il nostro sogno,” afferma.

Sua moglie, Rena, si unisce a noi, appollaiata su uno sgabello, e annuisce. Rena Sharett era un’altra accesa sionista che rivendicò il Negev nel 1946.

Prima del 1948 il Negev costituiva i distretti amministrativi britannici di Beersheva e di Gaza, che insieme rappresentavano metà della terra di Palestina. Arrivando fino al Mar Morto e al golfo di Aqaba, il territorio aveva un accesso vitale all’acqua.

Quindi non è sorprendente che i sionisti, che all’epoca erano riusciti ad impossessarsi solo del 6% della terra palestinese, fossero determinati a conquistarlo.

Tuttavia, dato che circa 250.000 arabi vivevano nel Negev, in 247 villaggi, rispetto a 500 ebrei in tre piccoli avamposti, un recente piano di partizione anglo-americano aveva diviso la Palestina mandataria tra ebrei e arabi, attribuendo la regione del Negev a un futuro Stato palestinese.

Anche un divieto britannico contro nuove colonie aveva ostacolato i tentativi sionisti di modificare lo status quo. Gli arabi si erano sempre opposti a qualunque progetto che prevedesse i palestinesi come “una maggioranza indigena che viveva sul proprio suolo ancestrale, trasformata improvvisamente in una minoranza sotto un potere straniero,” come ha riassunto lo storico palestinese Walid Khalidi.

Tuttavia alla fine del 1946, con un nuovo piano di partizione delle Nazioni Unite in via di definizione, i dirigenti sionisti ritenevano che per il Negev fosse l’ultima occasione.

Ora o mai più

Quindi venne lanciato il piano degli “11 punti”. Non solo i nuovi insediamenti rafforzarono la presenza ebraica là, ma quando scoppiò l’inevitabile guerra servirono come basi militari.

A causa del divieto britannico ogni cosa doveva essere fatta in segreto e venne deciso di erigere gli avamposti nella notte del 5 ottobre, appena dopo la festa di Yom Kippur [una delle più importanti feste ebraiche, ndtr.]. “Gli inglesi non si sarebbero mai aspettati che gli ebrei facessero una cosa simile la notte dopo lo Yom Kippur,” dice Yaakov. 

Ricordo quando trovammo il nostro pezzo di terra sulla cima di una collina arida. Era ancora buio, ma riuscimmo a piantare i pali e presto eravamo all’interno della nostra recinzione. Alle prime luci del giorno arrivarono camion con baracche prefabbricate. Fu una bella impresa. Lavorammo come matti. Ah! Non lo dimenticherò mai.”

Guardando all’esterno da dentro la loro barriera, i coloni in un primo tempo non scorsero nessun arabo, ma poi intravidero le tende del villaggio di Abu Yahiya e qualche “sudicia capanna”, come le descrive Yaakov.

In breve chiesero acqua agli arabi: “Ogni giorno con il mio camion andavo a prendere l’acqua per il nostro insediamento da quel pozzo. É così che diventai amico di Abu Yahiya,” racconta. Con la sua infarinatura di arabo chiacchierava anche con altri: “A loro piaceva parlare. E accadeva quando avevo del lavoro da fare,” ride. “Non penso che fossero esattamente contenti di averci lì, ma erano in pace con noi. Non c’era ostilità.”

Un altro capo locale arabo in cambio di una piccola somma vegliava sulla loro sicurezza. “Era una specie di accordo che avevamo con lui. Faceva la guardia e ogni mese saliva alla nostra palizzata e si sedeva lì tutto tranquillo – sembrava solo un fagottino di vestiti,” dice Yaakov con un grande sorriso.

Stava ad aspettare di essere pagato e io gli stringevo la mano e mi firmava con l’impronta del pollice una specie di ricevuta che io davo alle autorità di Tel Aviv e loro mi davano del denaro per la volta successiva. Questa era la mia vera e unica responsabilità come mukhtar,” afferma Yaakov, aggiungendo che tutti sapevano che aveva ottenuto quel ruolo di capo in quanto figlio di suo padre. Moshe Sharett, all’epoca una importante figura politica, era noto come un moderato, e come tale era visto con sospetto da alcuni sostenitori della linea dura militare.

I nuovi avamposti nel deserto del Negev erano progettati principalmente come centri per raccogliere informazioni sugli arabi, e Yaakov crede che fosse probabilmente a causa di suo padre che anch’egli era visto con sospetto ed escluso da quelli mandati negli avamposti per studiare piani militari. “Io invece in realtà venivo utilizzato come tuttofare” – guidare, raccogliere acqua, comprare carburante a Gaza o a Beersheva.” Sembra avere nostalgia della libertà di quel paesaggio arido, anche se di notte i coloni tornavano sempre dentro la loro barriera.

Conobbe anche altri villaggi arabi, come Burayr “che era sempre ostile, non so perché,” ma la maggior parte era amichevole, soprattutto un villaggio chiamato Huj. “Spesso andavo a Huj e lo conoscevo bene.”

Durante la guerra del 1948 gli abitanti di Huj raggiunsero un accordo scritto con le autorità ebraiche perché gli venisse consentito di rimanere, ma vennero cacciati come tutti gli altri 247 villaggi di questa zona, per lo più a Gaza. I palestinesi chiamarono le espulsioni la loro Nakba – o catastrofe.

Chiedo a Yaacov cosa ricordi dell’esodo degli arabi nel maggio 1948, ma in quel periodo non era lì, in quanto il fratello di Rena era stato ucciso in combattimento più ad est, per cui la coppia se n’era andata per unirsi alla sua famiglia.

Dico a Yaacov di aver incontrato sopravvissuti del clan di Abu Yahiya, che ricordavano di essere stati portati da soldati ebrei a Wadi Beersheva, dove gli uomini vennero separati dalle donne, alcuni vennero uccisi e poi gli altri furono espulsi.

Comunque non lo ricordo,” dice Yaakov. Ma sondando nella memoria improvvisamente rievoca altre atrocità, compresi avvenimenti a Burayr, il villaggio ostile, dove nel maggio 1948 ci fu un massacro, secondo i sopravvissuti e gli storici palestinesi furono uccisi tra i 70 e i 100 abitanti.

Uno dei nostri ragazzi partecipò alla presa di Burayr. Ricordo che disse che quando arrivò là gli arabi erano già in gran parte scappati, aprì la porta di una casa, vide un vecchio là e gli sparò. Si era divertito a sparargli,” dice.

Quando nell’ottobre 1948 Beersheba venne presa, Yaakov era tornato nel suo avamposto lì nei pressi, che aveva ora un nome ebraico, Hatzerim.

Appresi che i nostri ragazzi avevano guidato l’esercito nella città,” afferma. “Conoscevamo molto bene la zona e potevamo condurli attraverso i wadi (letti dei fiumi).”

Dopo la caduta di Beersheva, Yaakov condusse i suoi commilitoni in un camion giù per dare un’occhiata: “Era vuota, totalmente vuota.” L’intera popolazione di circa 5.000 abitanti era stata espulsa e portata in camion a Gaza.

Ho sentito dire che c’erano stati molti saccheggi. “Sì,” afferma. “Prendemmo oggetti da molte case vuote. Prendemmo quello che potevamo – mobili, radio, utensili. Non per noi, ma per aiutare il kibbutz. Dopotutto ora Beersheva era vuota e non era di nessuno.”

Cosa ne pensa? “Di nuovo, devo confessare che all’epoca non pensavo molto a tutto ciò. Eravamo orgogliosi di aver occupato Beersheva. Anche se devo dire che prima avevamo avuto molti amici lì.”

Yaakov dice di non poter ricordare se anche lui avesse partecipato al saccheggio: “Probabilmente lo feci. Ero uno di loro. Eravamo molto contenti. Se non lo prendi tu, lo prenderà qualcun altro. Non avevi la sensazione di doverlo restituire. Loro non sarebbero tornati.”

Che cosa ne pensa? Riflette: “Allora non ci pensavamo. Mio padre, di fatto, disse che non sarebbero tornati. Mio padre era un uomo con un’etica. Non penso che condividesse gli ordini di espellere gli arabi. Ben-Gurion sì, Sharett no. Ma lo accettò come un dato di fatto. Penso che sapesse che stava avvenendo qualcosa di sbagliato, ma non vi si oppose,” sostiene.

Dopo la guerra mio padre tenne una conferenza e disse: ‘Non so perché un uomo debba vivere per due anni isolato in un villaggio (un riferimento al tempo in cui era cresciuto a Ein Siniya) per scoprire che gli arabi sono esseri umani’. Questo tipo di discorsi non lo avresti sentito da nessun altro leader ebreo… questo era mio padre.”

Poi, come se confessasse anche a nome di suo padre, Yaakov aggiunge: “Ma devo essere franco, mio padre aveva un’opinione crudele riguardo ai rifugiati. Era contrario al loro ritorno, su questo era d’accordo con Ben-Gurion.”

Molto più crudele di Sharett era Moshe Dayan. Nominato dopo la guerra capo di stato maggiore da David Ben-Gurion, il primo presidente del consiglio israeliano, Dayan ebbe il compito di tenere i rifugiati del Negev e molti altri “recintati” dietro le linee di armistizio con Gaza.

Nel 1956 un rifugiato di Gaza uccise un colono israeliano, Roi Rotberg, e al suo funerale Dayan fece un famoso discorso funebre, invitando gli israeliani ad accettare una volta per tutte che gli arabi non avrebbero mai vissuto in pace vicino a loro, e precisò il perché: gli arabi erano stati espulsi dalle loro case in cui ora vivevano gli ebrei.

Ma Dayan invitò gli ebrei a rispondere, non cercando un compromesso ma “guardando in faccia l’odio che consuma e riempie le vite degli arabi che vivono attorno a noi e ad essere per sempre pronti e armati, forti e duri.”

Questo discorso fece una profonda impressione a Yaakov Sharett. “Dissi che era un discorso fascista. Stava dicendo alla gente di vivere con la spada in mano,” afferma. Moshe Sharett, che all’epoca era ministro degli Esteri, stava cercando di raggiungere un compromesso attraverso la diplomazia, per cui era definito un “debole”.

Ma non fu che nel 1967, quando iniziò a lavorare come giornalista per il giornale israeliano di centro Maariv, che Yaakov perse la sua fede nel sionismo.

Erano la maggioranza”

Nella guerra arabo-israeliana del 1967 Israele si impossessò di più terre, questa volta in Cisgiordania, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza, dove l’occupazione militare venne imposta ai palestinesi, che questa volta non scapparono.

Girando per la Cisgiordania, Sharett osservò i volti attoniti ma spavaldi degli arabi e si sentì ancora una volta “a disagio”, soprattutto quando visitò Ein Siniya, il villaggio della sua famiglia, di cui suo padre, ormai morto, parlava in termini così affettuosi. Fu lì che da bambino Moshe aveva portato al pascolo le pecore e “imparato che gli arabi erano umani”, come Moshe Sharett avrebbe detto in un successivo discorso.

Gli abitanti erano sottoposti al primo shock dell’occupazione. Sapevano che ora gli ebrei erano il potere dominante, ma non mostravano alcun sentimento di odio. Erano persone semplici. E ricordo che molti abitanti arrivarono, ci circondarono e sorridevano e mi dissero che si ricordavano della mia famiglia e della casa in cui la nostra famiglia aveva vissuto. Per cui ci sorridemmo a vicenda e me ne andai. Non sono più ritornato. Non mi piaceva questa occupazione, non volevo andare lì come un padrone,” dice.

Avete sentito parlare di sparare e piangere?”, chiede, con un altro sorriso amaro, spiegando che questo era un modo di dire per descrivere gli israeliani che, dopo aver combattuto in Cisgiordania nel 1967, si vergognavano ma ne accettavano i risultati.

Ma non volevo avere nient’altro a che vedere con l’occupazione. Era il mio modo per non identificarmi con essa. Ne ero depresso e me ne vergognavo.”

I volti degli abitanti di Ein Sinya rivelavano qualcos’altro: “Vidi in questa spavalderia che loro avevano ancora la psicologia della maggioranza. Mio padre soleva dire che la guerra provoca sempre ondate di rifugiati. Ma non si rese conto che in genere quelli che scappano sono la minoranza. Nel 1948 erano la maggioranza, per cui non si arrenderanno mai. Questo è il nostro problema.”

Ma mi ci sono voluti anni per capire quello che è stata la Nakba e che la Nakba non è iniziata nel 1967, ma nel 1948. Dobbiamo comprenderlo.”

Rena aggiunge: “Nel 1948 era una questione di noi o loro. Di vita o di morte. Questa era la differenza,” dice.

Noi due su questo non siamo d’accordo,” afferma Yaakov. “Mia moglie ha perso suo fratello nel 1948. La vede in modo diverso.”

Me ne andrei domani”

In età avanzata Yaakov è tornato ancora più indietro nel tempo, valutando i problemi con il sionismo fin dall’inizio.

Adesso, a 92 anni, capisco che la storia iniziò con l’idea stessa di sionismo, che era un’idea utopistica. Era stato pensato per salvare le vite degli ebrei, ma a spese della Nazione di chi all’epoca abitava in Palestina. Il conflitto era inevitabile fin dall’inizio.”

Gli chiedo se si definisce un antisionista. “Non sono un antisionista, ma neppure un sionista,” dice, dando un’occhiata a Rena, forse nel caso disapprovi – sua moglie ha opinioni meno radicali.

Sul muro, accanto all’immagine di suo padre, ci sono foto dei loro figli e nipoti; due delle nipoti di Yaakov sono emigrate negli Stati Uniti: “Non ho timore a dire di essere contento che siano là e non qui,” dice.

Gli chiedo se ha uno “zaino e un bastone” preparati, pronto ad andarsene da loro. Dopotutto, con le sue idee, lo stesso Yaakov ora è una minoranza – una piccola minoranza – che qui in Israele vive in mezzo ad una maggioranza di ebrei di destra.

E non è “chiuso dentro” solo ideologicamente, ma anche fisicamente. Parla di come oggigiorno possa spostarsi solo in giro per Israele. Si rifiuta di andare a Gerusalemme, che, dice, è stata occupata da ebrei religiosi ultraortodossi.

Questo è uno dei disastri più terribili. Quando eravamo giovani pensavamo che la religione sarebbe sparita.” Sostiene di non aver mai desiderato di tornare al suo amato Negev, perché è stato da molto tempo colonizzato da una nuova generazione di ebrei “che non hanno nessuna empatia con gli arabi.”

Può ancora “respirare” a Tel Aviv e si diverte ad andare in giro in motorino, ma anche qui sente di vivere in una “bolla”. Ridacchia di nuovo.

La definisco la bolla di Haaretz,” e spiega di far riferimento a un gruppo di persone di sinistra che leggono il giornale progressista Haaretz. “Ma questo clan non ha rapporti al suo interno che non sia questo quotidiano che esprime più o meno la nostra opinione. È l’ultima roccaforte, e mi sento molto male per questo…È vero che non mi sento a mio agio qui.”

Yaakov dice che sta sempre pensando di andarsene. Se altri membri della sua famiglia lo facessero, lo farebbe anche lui.

Guarda. Quando mi ci fai pensare, me ne andrei domani. Se ne sono già andati in migliaia, la maggioranza ha un doppio passaporto. Con Bibi Netanyahu abbiamo il peggior governo di sempre,” dice.

Stiamo vivendo con la spada in mano, come Dayan disse che avremmo dovuto…Come se dovessimo essere obbligati a fare di Israele una specie di cittadella contro gli invasori, ma non credo sia possibile vivere per sempre con la spada in mano.”

Gli chiedo come vede il futuro dei palestinesi.

Cosa posso dire? Mi sento molto male a questo proposito. E non ho paura di dire che il modo in cui vengono trattati oggi i palestinesi è da nazisti. Non abbiamo camere a gas, ovviamente, ma la mentalità è la stessa. È un odio razziale. Vengono trattati come subumani,” dice.

Yaakov è ben consapevole che lui, un ebreo, sarà accusato di “antisemitismo” per aver detto simili cose, ma afferma di credere che Israele sia “uno Stato criminale”.

So che mi chiameranno un ebreo che odia se stesso per aver detto questo. Ma non posso appoggiare automaticamente il mio Paese, giusto o sbagliato. E Israele non deve essere immune dalle critiche. Vedere la differenza tra antisemitismo e le critiche a Israele è fondamentale. Sinceramente sono stupito di come nel 2019 il mondo esterno accetti la propaganda israeliana. Non so perché lo faccia,” sostiene.

E si ricordi che il vero obiettivo del sionismo era liberare gli ebrei dalla maledizione dell’antisemitismo, fornendo loro un proprio Stato. Ma oggi lo Stato ebraico, con il suo comportamento criminale, è una delle più gravi cause di questa maledizione.”

Cosa prevede per lo Stato ebraico? “Le dirò qual è la mia previsione. Non ho paura di dirlo. Quando arriverà il momento, potrebbe avvenire domani, ci sarà una conflagrazione, forse con Hezbollah…una grande catastrofe di un qualche tipo che distruggerà migliaia di case ebraiche.

E bombarderemo Beirut, ma avere i libanesi con la loro casa distrutta non aiuterà gli ebrei che hanno perso la casa e la famiglia, per cui la gente non vedrà motivo per rimanere più qui. Ogni israeliano sensato allora dovrà andarsene.

Non deve essere per forza Hezbollah. La catastrofe potrebbe essere un forte dominio della nostra stessa destra. Tutte le leggi approvate ora dalla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] sono leggi fasciste. Non ho una soluzione. Israele diventerà uno Stato paria,” dice.

Sicuramente l’America e gli europei non tratteranno mai Israele come uno Stato paria, insinuo, ma Yakov non è d’accordo: “Il loro appoggio è per lo più dovuto alla vergogna per l’Olocausto. Ma questi sensi di colpa si ridurranno nelle prossime generazioni,” afferma.

Chiedo a Yaakov cosa direbbe suo padre se ascoltasse tutto ciò. Rena dice di non aver mai sentito Yaakov parlare così prima d’ora. I suoi occhi saettano sotto il suo berretto di lana.

Penso che in qualche modo mio padre sarebbe d’accordo con me. Rimase un sionista fino alla fine, ma penso che si sia reso conto che c’era qualcosa di sbagliato. A volte dico che era una persona troppo etica per essere in pace con quello che sta succedendo qui,” sostiene.

Ma è sconfortante che egli non sia arrivato alla conclusione a cui è arrivato suo figlio. Non lo condanno per questo. Ha assimilato il sionismo con il latte di sua madre. Se avesse vissuto fino alla mia età – ho 92 anni, lui è morto a 71 – forse avrebbe visto le cose come me. Non so.”

Mi alzo per andarmene e prendo il mio computer, illuminando così di nuovo la foto del pozzo di Abu Yahiya. La nostra intervista è stata tormentata non solo da Moshe Sharett, ma anche dall’immagine di quel “beduino alto e magro con una faccia simpatica” visto da Yaakov l’ultima volta affranto e solo. “Devo dire che l’immagine di quella brava persona a volte mi torna in mente,” dice Yaakov, che poi mi accompagna in strada. Preso il motorino, mi saluta allegramente con la mano e si lancia nel traffico di Tel Aviv.

My Struggle for Peace, the Diary of Moshe Sharett 1953-1956” [La mia lotta per la pace, il diario di Moshe Sharett, 1953-1956, parzialmente tradotto in italiano nel libro “Vivere con la spada”, di Livia Rokach, Zambon, 2014, ndtr.], è stato pubblicato da Indiana University Press. Sarah Helm è un’ex corrispondente e redattrice diplomatica dal Medio Oriente per “The Independent” [giornale inglese di centro-sinistra, ndtr.]. I suoi libri includono “A Life in Secrets: Vera Atkins and the Lost Agents of SOE” [una vita nel segreto: Vera Atkins e gli agenti perduti del SOE, il servizio segreto britannico, ndtr.] e “If This Is a Woman, Inside Ravensbrück: Hitler’s Concentration Camp for Women” [Se questa è una donna, dentro Ravensbrück: il campo di concentramento per donne di Hitler].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’accordo antisemita del secolo

Joseph Massad

2 gennaio 2020 – Middle East Eye

Trump sta cercando di equiparare ogni difesa del popolo palestinese all’ antisemitismo, ma l’ondata che si oppone al colonialismo sionista è cresciuta nonostante tali politiche repressive

Fin dalla sua nascita, alla fine del XIX° secolo, il movimento sionista ha cercato di trasformare la natura dell’identità ebraica europea e i rapporti tra gli ebrei e il moderno antisemitismo.

I due movimenti condividevano la concezione secondo la quale non sono razzismo e sciovinismo che provocano l’antisemitismo, ma hanno vergognosamente affermato che esso è causato dalla presenza stessa degli ebrei nelle società dei gentili [non ebrei, ndtr.] – una posizione su cui il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, ha insistito nei suoi scritti.

Gli antisemiti sono stati divisi fino agli anni ’20 tra quegli europei imperialisti che concordavano sul fatto che il sionismo avrebbe risolto il loro “problema” ebraico esportando gli ebrei in Palestina, e i nazisti, che erano decisi a sterminarli del tutto.

Oppressione antisemita

A causa della massiccia opposizione degli ebrei europei al sionismo, che rimase costante per mezzo secolo finché si indebolì considerevolmente dopo l’Olocausto, per decenni la trasformazione che il sionismo aveva perseguito non ebbe successo. Ma a partire dalla fine degli anni ’40 aumentò di intensità a ogni decennio, finché dagli anni ’70 in poi diventò egemone.

Mentre l’identità ebraica nell’Europa occidentale e orientale prima della trasformazione sionista era quella di una minoranza che, in quanto vittima dell’ oppressione antisemita europea bianca e cristiana, lottò contro la discriminazione e la persecuzione, il sionismo insistette che tale lotta non era la risposta corretta all’antisemitismo.

Sosteneva invece che l’unico modo per porre fine all’oppressione degli ebrei da parte dell’Europa cristiana fosse di unirsi ai cristiani europei nelle loro avventure coloniali fuori dall’Europa e fondare una colonia di insediamento ebraica in Asia a spese della popolazione nativa.

Con la sconfitta dei nazisti, nel 1948 gli alleati imperialisti antisemiti europei e statunitensi del sionismo appoggiarono la fondazione della colonia di insediamento sionista.

Il movimento sionista ha sostenuto che il colonialismo, invece dell’ebraismo e dell’ ebraicità, avrebbe definito l’identità ebraica. Lottò contro tutti gli altri movimenti ebraici che rifiutavano la sua soluzione colonialista, compresi il Bund, i socialisti e comunisti ebrei, gli ebrei liberali assimilazionisti, i sostenitori dell’yiddish [lingua parlata dagli ebrei dell’Europa centro-orientale, un misto di ebraico, lingue slave e tedesco, ndtr.] e non ultimi l’ebraismo ortodosso e riformato, i cui principali rabbini si opposero risolutamente al sionismo.

Ebraismo, sostenevano i sionisti, dovrebbe ora significare colonizzare la terra palestinese. Invece di lottare contro i loro nemici antisemiti che volevano espellerli dalle società dei gentili, improvvisamente agli ebrei venne detto che gli antisemiti erano i loro alleati (come disse Herzl: “Gli antisemiti diventeranno i nostri amici più affidabili, i Paesi antisemiti i nostri alleati” e “i governi di ogni Paese flagellato dall’antisemitismo saranno fortemente interessati ad aiutarci ad ottenere la sovranità che vogliamo”).

Notevole sforzo propagandistico

La nuova definizione che il sionismo mise in atto può essere riassunta con due formule complementari: l’ebraismo è sionismo ed è colonialismo; e l’anticolonialismo è antisionismo ed è antisemitismo. Un grande sforzo propagandistico venne prodotto per difendere il colonialismo sionista e la sua oppressione dei palestinesi e il furto delle loro terre, come intrinseca all’ebraicità e all’ ebraismo e per sostenere che opporsi a questa presunta parte intrinseca dell’ebraicità e dell’ ebraismo non era niente meno che un “nuovo antisemitismo”.

Al contrario, appoggiare il furto delle terre palestinesi da parte dei sionisti e degli israeliani e l’oppressione dei palestinesi diventò la forma più alta di filosemitismo, come esemplificato dalle instancabili manifestazioni di appoggio ad Israele e alle sue politiche degli attuali leader statunitensi ed europei.

Antisemiti e imperialisti europei appoggiarono pienamente questa interpretazione dell’ebraismo e l’adottarono come modo per trasformare il proprio antisemitismo in filosemitismo. La lista si estende dai politici britannici antisemiti che appoggiarono i tentativi sionisti fin dai primi anni del XX secolo – Joseph Chamberlain, Arthur Balfour e Winston Churchill – fino al presidente Usa Donald Trump.

Che per due millenni in Europa ebrei, ebraismo ed ebraicità abbiano avuto una concezione totalmente diversa di se stessi, che non includeva la colonizzazione della terra di un altro popolo e la sua oppressione, sembra irrilevante per la riscrittura sionista e antisemita della storia e dell’identità ebraiche.

Dagli inizi degli anni ’70 in avanti l’uso come arma dell’accusa di antisemitismo da parte di Israele contro l’anticolonialismo è all’ordine del giorno.

Durante quel decennio, dopo le conquiste territoriali di Israele nel 1967 [con la guerra dei Sei Giorni, ndtr.], il sionismo raggiunse il suo massimo successo nel convincere i sostenitori ebrei e gentili della nuova identità colonialista che aveva architettato per gli ebrei – anche se la maggioranza della popolazione ebraica del pianeta si rifiutò sistematicamente di diventare colonialista in Israele.

Attaccare il BDS

Negli ultimi anni, con il crescere del consistente e considerevole appoggio per i palestinesi tra ebrei e gentili in tutto il mondo – soprattutto attraverso il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) –, Israele e i suoi alleati occidentali hanno tentato di combattere l’ondata crescente formalizzando e rendendo giuridicamente vincolante la definizione antisemita e sionista dell’ebraicità.

La nuova definizione, che equipara gli ebrei ai sionisti e ai colonialisti, è stata diffusa dall’ International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa a cui aderiscono 31 Paesi, ndtr.] (IHRA). Nel 2016 l’associazione ha adottato una bozza di definizione di antisemitismo che include “manifestazioni…che prendono di mira lo Stato di Israele, concepito come una comunità ebraica.”

Nello scorso anno abbiamo assistito a un grande progresso di questo consenso antisemita, che intende eliminare le identità ebraiche che non corrispondono al sionismo. Lo scorso dicembre l’UE, come Francia e Germania, ha adottato la definizione dell’IHRA; più di recente il primo ministro britannico Boris Johnson e Trump hanno fatto passi per criminalizzare l’appoggio al BDS, soprattutto nelle università.

La situazione è complicata dal più recente insorgere del suprematismo bianco antisemita, che prende di mira gli ebrei negli USA e in Europa, ma al contempo si allea con il sionismo e Israele (questo è il caso di Austria, Polonia, Ucraina, Ungheria, Germania e USA).

L’attuale strategia di Israele è confondere l’antisemitismo dei suprematisti bianchi con l’antisionismo e l’anticolonialismo, sostenendo che quelli che odiano gli ebrei su basi razziali e religiose e quelli che si oppongono al colonialismo e al razzismo sionisti sono la stessa cosa.

Quindi non è un caso che i sostenitori antisemiti di Israele negli USA e in Europa siano anche attualmente i maggiori islamofobi. Le stesse forze europee antisemite che odiavano gli ebrei prima del sionismo, e li amano dopo il sionismo, sono quelle che oggi odiano i musulmani (descritti nella loro maggioranza come antisionisti).

L’accusa di antisemitismo contro i musulmani è già diventata una delle caratteristiche principali, se non una giustificazione, dell’islamofobia in Europa e negli USA.

Liquidare la lotta dei palestinesi

La concezione di Trump secondo cui gli ebrei amano il denaro, che il Paese degli ebrei americani sia Israele e che Benjamin Netanyahu sia “il vostro primo ministro”, è la base del cosiddetto “accordo del secolo” per liquidare la lotta anticolonialista dei palestinesi e imporre la definizione antisemita che coinvolge tutti gli ebrei nel colonialismo sionista.

Il fatto che abbia nominato per occuparsi dell’accordo tre funzionari ebrei sionisti americani, che non hanno alcuna legittimità per rappresentare gli ebrei americani, tra cui suo genero, Jared Kushner; il suo inviato, Jason Greenblatt; il suo ambasciatore, David Friedman, è destinato a convincere ebrei e gentili che ogni ebreo ora accetti e sostenga l’equiparazione antisemita e sionista tra ebrei, sionisti e colonialisti e che ogni opposizione contro questa equiparazione sarà d’ora in avanti legalmente considerata antisemita.

L’“accordo del secolo” è essenzialmente un patto per imporre questa definizione antisemita al mondo come l’essenza del filosemitismo, suggerendo che ogni difesa del popolo palestinese e dei suoi diritti è l’essenza dell’antisemitismo.

Tuttavia l’ondata che oggi si oppone al sionismo, al razzismo e al colonialismo israeliani è diventata troppo grande per essere contenuta da queste politiche repressive e antisemite.

Il fatto che oggi così tanti ebrei e non ebrei in tutto il mondo, soprattutto nel movimento BDS e in movimenti come “Jewish Voice for Peace” [organizzazione di ebrei americani antisionisti, ndtr.], insistano che gli ebrei non dovrebbero essere definiti sionisti, per non dire colonialisti, ha efficacemente contestato il nuovo consenso antisemita per il coinvolgimento di tutti gli ebrei nelle politiche colonialiste di Israele.

Le recenti leggi in Europa e negli USA, che coinvolgono tutti gli ebrei nei crimini israeliani, sono la prova più evidente di questo fallimento.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)