Come le organizzazioni israeliane per i diritti umani impediscono ai palestinesi di contestualizzare la loro situazione

Haneen Maikey, Lana Tatour

31 marzo 2021 – Middle East Eye

Pervase dal sistema colonialista di insediamento, le organizzazioni israeliane per i diritti umani sembrano vedere i palestinesi come poco più che una fonte di dati grezzi, mentre il personale ebreo definisce la strategia

Negli ultimi anni le persone di colore che lavorano nel settore dei diritti umani e dello sviluppo internazionale hanno invitato Ong e organizzazioni a prendere in considerazione il razzismo istituzionale e ad analizzare come loro strutture, discorsi e programmi rafforzino il colonialismo e il suprematismo bianco.

Lo scorso anno 1.000 tra ex ed attuali operatori di “Medici senza frontiere” hanno chiesto un’indagine indipendente per smantellare “decenni di potere e paternalismo”. Un anno prima il rapporto di una commissione indipendente ha stabilito che Oxfam International [storica coalizione di ong inglesi, ndtr.] è segnata da “razzismo, comportamenti colonialisti e intimidatori.”

Ma questa discussione che sta emergendo a livello internazionale sembra essere stata ignorata dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani, sempre lodate per la loro coraggiosa lotta contro l’occupazione israeliana e il sostegno ai diritti dei palestinesi. Il recente rapporto di B’Tselem, che ha dichiarato che Israele è uno Stato di apartheid, offre l’opportunità di parlare delle politiche razziali del lavoro israeliano per i diritti umani.

Gerarchia razziale

Alcune organizzazioni israeliane per i diritti umani non solo sono pervase dal sistema colonialista di insediamento e ne sfruttano i vantaggi, ma anche nelle loro strutture istituzionali e nel loro modo di operare incarnano e riproducono relazioni di potere razziste e colonialiste. Per dirla chiara, il settore israeliano dei diritti umani ha un problema di supremazia ebraica-israeliana ashkenazita [gli ebrei originari dell’Europa centro-orientale, che rappresentano l’élite israeliana, ndtr.].

Uno sguardo ravvicinato alla struttura del personale di tali organizzazioni rivela un’immagine sorprendente della gerarchia razziale tra gli ebrei israeliani, i palestinesi del ’48 (denominati anche “cittadini” palestinesi di Israele) e palestinesi di Cisgiordania e Gaza occupate (noti anche come i palestinesi del ’67), la stessa gerarchia su cui si basa il progetto razzista del colonialismo di insediamento israeliano.

I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania occupata hanno due ruoli principali nelle organizzazioni israeliane per i diritti umani. Sono ricercatori sul campo incaricati di documentare le violazioni dei diritti umani, raccogliere dati portare testimonianze. Sono anche i “clienti” e i “beneficiari” che si rivolgono a queste organizzazioni perchè esse li aiutano a proteggere i loro diritti a salute, educazione, residenza e mobilità di fronte alle autorità israeliane.

Poi ci sono i palestinesi del ’48, che occupano posizioni che richiedono una buona padronanza sia dell’arabo che dell’ebraico. Il loro ruolo è di mediare tra i palestinesi del ’67 e il personale israeliano. Sono i coordinatori dei dati e delle assunzioni, dirigono gli operatori sul campo, processano informazioni e coordinano i programmi che richiedono una comunicazione diretta con i palestinesi del ’67.

Infine posizioni come alti dirigenti, portavoce, coordinatori della sensibilizzazione a livello internazionale, personale per la valorizzazione delle risorse e ricercatori che scrivono i rapporti sulle politiche pubbliche, il volto ufficiale delle organizzazioni, sono israeliani ed ebrei americani, praticamente solo ashkenaziti.

Frammentazione colonialista

Questa non è in alcun modo una critica al personale palestinese e alle sue attività nelle associazioni israeliane per i diritti umani. Attivisti palestinesi hanno a lungo negoziato rivendicazioni salariali e resistenza vivendo in condizioni colonialiste.

Come nel mercato del lavoro israeliano razzializzato, le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno il proprio soffitto di cristallo. Ai palestinesi sono stati destinati ruoli specifici, senza cui le associazioni israeliane ebraiche per i diritti umani non potrebbero operare, eppure, benché siano la spina dorsale di queste organizzazioni, sono esclusi dalle posizioni di vertice, che solo per lo più riservate agli ebrei ashkenaziti.

La divisione tra il lavoro dei palestinesi del ’48 e del ’67 gioca anche all’interno e approfondisce la frammentazione colonialista dei palestinesi. Ciò rischia di innescare dinamiche interne di potere i e una gerarchia tra i palestinesi del ’48, che fungono da mediatori, e quelli del ’67, che cercano assistenza o di condividere le proprie testimonianze.

Il razzismo, non necessariamente cosciente o intenzionale, profondamente radicato che sta alla base di questa cultura di gestione del personale sottolinea anche questioni di produzione e rappresentazione delle conoscenze. In queste organizzazioni i palestinesi e le loro esperienze della violenza del colonialismo di insediamento sono funzionali alla produzione di sapere per gli israeliani. Essi sono la fonte delle informazioni e delle esperienze che vivono sono l’insieme di dati grezzi.

Sono gli israeliani che decidono cosa fare di queste informazioni, come interpretarle, contestualizzarle e comunicarle al mondo.

Arbitri dell’attività dei palestinesi

In un’intervista del 2016 è stato chiesto al direttore esecutivo di B’Tselem, Hagai El-Ad: “Come date voce e protagonismo ai palestinesi nel vostro lavoro?” La sua risposta è stata rivelatrice:

“È una domanda molto importante, a cui pensiamo sempre. Uno dei nostri mezzi principali è costituito dal nostro progetto video, che è un esempio-guida a livello mondiale per una affermazione autonoma del giornalismo dei cittadini. Volontari palestinesi, più di 200 dei quali in tutta la Cisgiordania, hanno videocamere e sono formati per documentare la vita sotto occupazione. Ovviamente le immagini che poi vengono rese pubbliche sono quelle originali, così come sono state riprese dai palestinesi.”

La domanda evidenza di per sé alcuni dei danni che queste organizzazioni per i diritti umani fanno giocando il ruolo di mediatori del vissuto dei palestinesi – quelli che dispensano rappresentanza e voce. Assumendo l’autorità di plasmare le prospettive internazionali dei palestinesi, agiscono come arbitri del loro operato.

Nel contempo la risposta di El-Ad suggerisce che il massimo che i nativi possono fare è documentare la propria situazione. Il settore israeliano dei diritti umani appare incapace di immaginare i palestinesi come produttori di sapere o artefici del loro vissuto. L’affermazione di cui parla El-Ad è un classico caso di empowerment liberal privo di potere, perfettamente in linea con la mentalità del salvatore bianco.

Un importante aspetto di questo rapporto di sfruttamento razzializzato è il lavoro emotivo e psicologico profuso dai palestinesi nel raccogliere le informazioni e testimonianze necessarie per l’esistenza di queste organizzazioni.

Mentre i palestinesi vengono incaricati di documentare ed elaborare l’orribile violenza del colonialismo di insediamento a cui sono sottoposti, il personale israeliano riceve informazioni elaborate e “pulite” da usare nei suoi rapporti, nel lavoro di sostegno internazionale e nelle campagne presso l’opinione pubblica.

Ciclo di violenza

Mentre questa dinamica intrappola i palestinesi in un circolo vizioso di violenza estenuante dal punto di vista emotivo e politico e li (ri)traumatizza, essa protegge l’occupante da ogni coinvolgimento diretto. Il personale israeliano riceve le testimonianze filtrate e mediate, aggiungendo un ulteriore livello di disconnessione tra l’occupante e le conseguenze dell’occupazione e della violenza colonialista.

La struttura razzista che in queste organizzazioni tiene all’ultimo posto i palestinesi caratterizza anche le politiche di rappresentanza, che vedono gli israeliani come i naturali rappresentanti e quelli che inquadrano la realtà vissuta dai palestinesi. A ciò si unisce una sensazione di ipocrisia. In un’intervista con il New Yorker [prestigiosa rivista statunitense, ndtr.] El-Ad ha spiegato perché B’Tselem ha deciso di definire Israele uno Stato di apartheid: “Vogliamo cambiare il discorso sul quello che sta avvenendo tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo]. Il discorso è stato slegato dalla realtà e ciò danneggia le possibilità di cambiamento.”

Quello che B’Tselem ed El-Ad ignorano è che il loro discorso è stato slegato dalla realtà. Se avessero ascoltato i palestinesi, avrebbero saputo che essi da decenni stanno dicendo di vivere una situazione di apartheid, di segregazione e dominazione razziale. Questa cancellazione è il risultato di un approccio paternalistico, che insiste sul fatto che il colono ne sa di più del nativo.

Eppure all’interno del contesto internazionale razzializzato, gli attivisti, avvocati e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, come Al-Haq, Al Mezan, Adalah o Addameer, non ricevono la stessa attenzione internazionale di B’Tselem o dell’avvocato Michael Sfard di Yesh Din [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.], con decine di interviste e reportage su importanti mezzi di informazione internazionali e accesso ai decisori politici.

Mettere al centro i palestinesi

Le organizzazioni israeliane per i diritti umani, gli attivisti e gli avvocati non si limitano ad “utilizzare il proprio privilegio” per “aiutare” i palestinesi, un’affermazione che spesso i bianchi fanno quando mettono al centro se stessi. Parlano di apartheid, ma non lavorano per intaccare le politiche che ne fanno dei privilegiati. Al contrario, traggono vantaggio e beneficiano delle politiche che rendono le voci israeliane sempre apprezzabili e legittime, e lo fanno sfruttando nel contempo il sapere e il lavoro dei palestinesi.

Questa dinamica razzista influenza anche le competenze e il discorso che vengono prodotti. Alle associazioni israeliane per i diritti umani viene attribuita la voce autorevole su problemi palestinesi a livello internazionale. B’Tselem ora è l’organizzazione a cui rivolgersi a proposito dell’apartheid israeliano, Gisha di Gaza, Yesh Din delle colonie israeliane in Cisgiordania, Medici per i Diritti Umani della salute e HaMoked delle questioni di status.

Il risultato è una lettura colonialista della vicenda palestinese. Con l’insistenza degli israeliani a definire la questione palestinese, il quadro che offrono e il sapere che producono tendono a sminuire i palestinesi e il programma radicalmente anti-colonialista incentrato sulla liberazione.

Per esempio, mentre la politica radicale palestinese vede in Israele uno Stato colonialista di insediamento che pratica l’apartheid e sostiene che il sionismo è razzismo, B’Tselem presenta una concezione dell’apartheid israeliano che ignora il colonialismo di insediamento e nega i fondamenti razzisti del movimento sionista.

I palestinesi sanno come inquadrare la propria situazione, lo stanno facendo da decenni. La nostra preoccupazione non riguarda tanto come rendere le organizzazioni e gli attivisti israeliani meno razzisti o più accoglienti con i palestinesi. Siamo più preoccupate di come noi, in quanto attivisti, organizzazioni per i diritti umani e associazioni di solidarietà palestinesi dovremmo rispondere a questa dinamica razzista.

La situazione che viviamo e il nostro sapere non dovrebbero essere note a piè di pagina di organizzazioni bianche, israeliane e del colonialismo di insediamento. Un modo per progredire è dare centralità al sapere dei palestinesi e al progetto di liberazione anticolonialista.

Le opinioni espresse in questo articolo sono delle autrici e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Haneen Maikey

Haneen è un’attivista femminista queer, co-fondatrice ed ex-direttrice dell’organizzazione nazionale palestinese di base LGBTQ “alQaws per la Diversità Sessuale e di Genere nella Società Palestinese.”

Lana Tatour

Lana Tatour è docente e ricercatrice in sviluppo globale presso la Scuola di Scienze Sociali dell’università del Nuovo Galles del Sud (Syndey, Australia).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Orizzonte Palestina: vincere la partita a lungo termine

Richard Falk

21 marzo 2021 – Global Justice in the 21st Century

Il bilancio palestinese: vittorie normative, delusioni geopolitiche

Vincere la partita a lungo termine

Nelle scorse settimane il popolo palestinese ha ottenuto importanti vittorie che potrebbero avere serie conseguenze per Israele se la legge e l’etica governassero il futuro politico. Invece a questi successi si contrappongono sviluppi geopolitici avversi dato che la presidenza Biden ha accolto alcuni dei peggiori aspetti dell’assoluta partigianeria di Trump riguardo a Israele/Palestina. La legge e l’etica incidono sulla reputazione, influenzano la legittimità di politiche contestate, mentre la geopolitica incide più direttamente sui comportamenti. La differenza è meglio compresa separando le politiche simboliche da quelle concrete.

Eppure le conquiste relative alla legittimità non dovrebbero essere scartate solo perché niente che importi sul terreno sembra cambiare, e a volte per vendetta cambia in peggio. Nella lunga partita del cambiamento sociale e politico, soprattutto nel corso degli ultimi 75 anni, il vincitore della guerra per la legittimazione, intrapresa per conquistare terreno sul piano legale ed etico e la ricompensa per l’intensità dell’impegno politico, alla fine lungo il percorso ha per lo più determinato il risultato della lotta per l’autodeterminazione nazionale e per l’indipendenza, superando gli ostacoli geopolitici e la superiorità militare. Finora la dirigenza israeliana, benché preoccupata delle battute d’arresto nel campo di battaglia della guerra per la legittimazione, non si è allontanata dalla strategia americana di concepire la sicurezza attraverso una combinazione di capacità militari e attività regionale, alleandosi contro l’Iran e sovvertendo nel contempo l’unità e la stabilità di Stati vicini potenzialmente ostili.

È fondamentale la grande lezione dell’ultimo secolo che non è stata appresa secondo la quale nella guerra del Vietnam gli USA erano superiori in quanto a potenza militare, eppure sono riusciti a perderla. Perché non è stata appresa? Perché se lo fosse stata, la necessità di un bilancio militare da permanente stato di guerra sarebbe svanita e l’ostinata convinzione mitica che ‘il nostro esercito ci garantisce la sicurezza’ avrebbe perso molta della sua credibilità.

Con il presidente Biden, che riprende una geopolitica conflittuale basata sulle alleanze, la prospettiva è quella di un peggioramento pericoloso e costoso delle relazioni tra le principali potenze economiche e militari mondiali, evitando il tipo di riallocazione delle risorse urgentemente necessaria per affrontare le sfide dell’Antropocene. Possiamo lamentare la disfunzionalità del militarismo globale, ma come possiamo raggiungere la forza politica per sfidarlo? Questa è la domanda che dovremmo fare ai nostri politici, senza distoglierli dall’affrontare le urgenze della politica interna che riguardano salute, rilancio dell’economia e attacchi al diritto di voto.

La lotta dei palestinesi prosegue e offre il modello di una guerra coloniale portata avanti in un’epoca post-coloniale, in cui un potente regime oppressivo sostenuto dal consenso geopolitico è necessario per consentire a Israele di andare controcorrente opponendosi alle potenti maree di libertà della storia. Israele ha dimostrato di essere uno Stato colonialista di insediamento pieno di risorse che ha portato a compimento il progetto sionista per tappe e con il fondamentale aiuto del potere geopolitico e che solo di recente ha iniziato a perdere il controllo del discorso normativo in precedenza controllato attraverso la drammatizzazione della vicenda degli ebrei perseguitati in Europa che meritavano un luogo sicuro, insieme al rifiuto negazionista delle rivendicazioni nazionali dei palestinesi di stare al sicuro nella loro stessa patria. I palestinesi, senza rapporti significativi con la storia dell’antisemitismo, hanno pagato i costi umani inflitti agli ebrei dall’Olocausto, mentre l’Occidente democratico assisteva nel più totale silenzio. Questo discorso unilaterale è stato rafforzato in nome dei benefici della modernità, insistendo sulla sostituzione della sordida arretrata stagnazione araba in Palestina con un’egemonia ebraica dinamica, moderna e fiorente, che in seguito è stata anche considerata come un avamposto occidentale in una regione ambita per le sue riserve di energia e più di recente temuta per il suo estremismo contro l’Occidente e per la rivolta islamista. Il conflitto per la terra e l’identità ideologica dello Stato emergente, sviluppata per un secolo, ha conosciuto molte fasi ed è stata interessata, quasi sempre sfavorevolmente, da sviluppi regionali e interventi geopolitici dall’esterno.

Come nel caso di altre lotte anticoloniali, il destino dei palestinesi prima o poi si invertirà se le lotte del popolo vittimizzato potrà durare più del molteplice potere congiunto dello Stato repressore e, come in questo caso, degli interessi regionali e strategici di attori geopolitici. Può il popolo palestinese garantirsi i diritti fondamentali attraverso la sua stessa lotta condotta contro un insieme di forze interne/esterne, basandosi sulla resistenza palestinese all’interno e sulle campagne di solidarietà internazionali dall’estero? Questa è la natura della partita di lungo termine palestinese e attualmente la sua traiettoria è celata tra le mistificazioni e le contraddizioni di una storia che si sviluppa a livello nazionale, regionale e globale.

Le vittorie normative dei palestinesi

Cinque anni fa nessuna persona sensata avrebbe previsto che B’Tselem, la più autorevole ong israeliana per i diritti umani, avrebbe reso pubblico un rapporto in cui si afferma che Israele ha formato uno Stato unico di apartheid che governa dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, che include cioè non solo la Palestina occupata, ma lo stesso Israele. (This is Apartheid: A regime of Jewish Supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea [Questo è apartheid: un regime di supremazia ebraica dal mare Giordano al mare Mediterraneo], B’Tselem: The Israeli Information Center for Human Rights in Occupied Territory, 12 Jan 2021).[cfr la versione italiana]

Attentamente analizzato, il rapporto mostra che le politiche e le prassi israeliane rispetto all’immigrazione, ai diritti sulla terra, alla residenza e alla mobilità sono state gestite in accordo con un contesto preminente di supremazia ebraica e, in base a questa logica, di sottomissione dei palestinesi (più precisamente dei non ebrei, inclusi i drusi e i cristiani non arabi). Tale assetto politico discriminatorio e di sfruttamento si qualifica come apartheid, come inizialmente instaurato in Sudafrica e poi reso universale come crimine a livello internazionale nella Convenzione Internazionale sull’Eliminazione e la Punizione del Crimine di Apartheid. Questa idea del carattere criminale dell’apartheid è stata portata avanti nello Statuto di Roma, che rappresenta il contesto nel quale la Corte Penale Internazionale dell’Aia svolge le proprie attività. L’articolo 7 dello Statuto di Roma, un trattato tra le parti che regola la CPI, elenca i vari crimini contro l’umanità su cui la CPI esercita la propria autorità giurisdizionale. Nell’articolo 7(j) l’apartheid è definito come tale, benché senza alcuna definizione che l’accompagni, e non c’è mai stata un’indagine della CPI per accuse di apartheid che abbia coinvolto i responsabili israeliani. È significativo che vedere l’‘apartheid’ come crimine contro l’umanità ridurrebbe, rispetto alle accuse di ‘genocidio’, l’onere della prova.

Poche settimane dopo il rapporto di B’Tselem, il 6 febbraio 2021 è arrivata la tanto attesa decisione della Camera preliminare della CPI. Con una votazione di 2 a 1 la decisione della Camera ha stabilito l’autorità di Fatou Bensouda, la procuratrice generale della CPI, di procedere con un’indagine per crimini di guerra commessi dal 2014 nei territori palestinesi occupati, come definiti geograficamente dai suoi confini provvisori del 1967.

Per raggiungere questo obiettivo la decisione ha dovuto fare due importanti affermazioni: primo, che la Palestina, benché priva di molte attribuzioni della statualità come definita dalle leggi internazionali, si configura come uno Stato per le finalità di questo procedimento della CPI, essendo stata accettata nel 2014 come Stato membro dello Statuto di Roma dopo essere stata riconosciuta dall’Assemblea Generale il 29 novembre 2012 come “Stato osservatore non-membro”; secondo, che la giurisdizione della CPI per indagare crimini commessi nel suo territorio, la Palestina è stata autorevolmente identificata come la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, cioè i territori occupati da Israele durante la guerra del 1967.

Con una decisione che intendeva dare l’impressione di autolimitazione giurisdizionale, è stato sottolineato che queste situazioni giudiziarie sono state limitate ai fatti e alle richieste presi in considerazione e non pretendono di giudicare in anticipo la statualità o le rivendicazioni territoriali di Israele o della Palestina in altri contesti. L’opposizione di lunga data a questa impostazione ha rifiutato questo ragionamento, basandosi prevalentemente sull’attuale vigenza degli accordi conclusi dalla diplomazia di Oslo che avrebbe modificato lo status dell’occupazione ed avrebbe la prevalenza, concludendo che la procuratrice generale non ha competenza giuridica per procedere con l’indagine (il futuro di questo procedimento giudiziario è incerto, dato che l’ incarico dell’attuale procuratrice termina nel giugno 2021 e subentra un nuovo procuratore, Karim Khan).

Andrebbe rilevato che questo procedimento preliminare ha insolitamente attirato un interesse generale in tutto il mondo sia per l’identità delle parti che per l’intrigante carattere delle questioni. I giuristi sono stati a lungo interessati alla definizione di statualità in relazione a diversi ambiti giudiziari, e hanno definito dispute legali affrontando questioni sollevate in territori senza confini stabiliti in modo definitivo e in mancanza di una chiara definizione dell’autorità sovrana. Un numero senza precedenti di memorie sono state presentate alla CPI da “amicus curiae” [parti terze che intervengono in un procedimento con considerazioni giuridiche presso un tribunale, ndtr.], anche di eminenti figure di entrambe le parti della controversia. (Io ne ho presentata una con la collaborazione del ricercatore di Al Haq [Ong palestinese per i diritti umani, ndtr.] Pearce Clancy. ‘The Situation in Palestine,’ amicus curiae Submissions Pursuant to Rule 103, ICC-01/18, 16 March 2020). Israele non è uno Stato membro dello Statuto di Roma e si è rifiutato di partecipare direttamente al procedimento, ma le sue posizioni sono state ben articolate da varie memorie di amicus curiae. (Ad esempio di Dennis Ross, che ha guidato i negoziati di pace all’epoca di Clinton tra Israele e Palestina (‘Observations on Issues Raised by Prosecution for a ruling on the Court’s territorial jurisdiction in Palestine,’ ICC-01/18, 16 March 2020).

Dal punto di vista palestinese questa decisione fa ben sperare, in quanto un’esaustiva indagine preliminare condotta dalla procura nel corso degli ultimi sei anni ha già concluso che ci sono molte ragioni per credere che in Palestina siano stati commessi crimini da parte di Israele e di Hamas, soprattutto in riferimento a questi tre contesti: 1) la massiccia operazione militare delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] nel 2014 a Gaza, nota come “Margine protettivo”; 2) l’uso sproporzionato della forza da parte delle IDF in risposta alle proteste per il diritto al ritorno nel 2018; 3) l’attività di colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Ora è stato stabilito dal punto di vista giuridico che la procura può procedere anche all’ identificazione di singoli responsabili che potrebbero essere imputati e chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Se ciò avverrà dipende ora dall’approccio adottato da Khan quando in giugno assumerà il ruolo di procuratore, il che rimane un mistero nonostante alcune supposizioni.

Un’ulteriore vittoria dei palestinesi è la defezione di sionisti progressisti molto autorevoli e noti che, per così dire, non sono rinsaviti, ma ne hanno parlato apertamente e regolano l’accesso ai principali media. Peter Beinert è l’esempio più significativo nel contesto americano, ma il suo annunciato scetticismo sulla volontà da parte di Israele di trovare un accordo con i palestinesi su una qualunque base ragionevole è un’ulteriore vittoria nel campo della politica simbolica.

Delusioni geopolitiche

È stato ragionevole per la Palestina e i palestinesi sperare che la più moderata presidenza Biden avrebbe ribaltato le iniziative più dannose prese da Trump e che sembravano compromettere ulteriormente il potere negoziale palestinese, così come hanno violato significativamente i diritti fondamentali dei palestinesi e lo hanno negando l’autorità sia dell’ONU che delle leggi internazionali.

Il segretario di Stato di Biden, Antony Blinken, ha inviato segnali in merito alle questioni più significative che sono sembrati confermare e ratificare piuttosto che invertire o modificare l’attività diplomatica di Trump. Blinken ha affermato quello che Biden ha fatto intendere riguardo allo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e quindi si è unito a Trump nella sfida alla risoluzione dell’assemblea generale dell’ONU del 2017 che affermava che questa iniziativa era “non valida” e priva di effetti giuridici. Blinken ha anche sostenuto l’annessione da parte di Israele delle Alture del Golan, che è un’ulteriore sfida alle leggi internazionali e all’ONU, che ha difeso un saldo principio, in precedenza sostenuto nella storica Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardo all’occupazione israeliana dei territori palestinesi dopo la guerra del 1967. Questo testo confermò che un territorio estero non può essere acquisito con la forza ed ha previsto il ritiro israeliano sui confini del 1967 (modificati da negoziati relativi a trascurabili aggiustamenti di confine in accordo tra le parti).

E Blinken ha soprattutto appoggiato gli accordi di normalizzazione tra Israele e quattro Stati musulmani (EAU, Bahrain, Sudan, Marocco) raggiunti da Trump con metodi vessatori e il perseguimento di interessi personali. Ci sono state vittorie principalmente simboliche di Israele relative all’accettazione a livello regionale e a credenziali di legittimità, così come il contenimento regionale e prese di posizione di rifiuto contro l’Iran. Per molti aspetti esse ampliano precedenti sviluppi di fatto con un impatto minimo sulle dinamiche tra Israele e Palestina.

Valutare vittorie e sconfitte

Finora l’ira israeliana contro la CPI prevale sulle sconfitte geopolitiche palestinesi, essendo queste ultime ridotte probabilmente dalle chiare speranze persistenti di un rapporto parzialmente migliore tra l’ANP, gli Usa e i Paesi dell’UE. E ci sono state alcune giuste modifiche, compresa l’annunciata volontà di riaprire i centri di informazione dell’OLP negli USA, la ripresa dei contatti diplomatici tra Washington e l’Autorità Nazionale Palestinese, e qualche dichiarazione che suggerisce un ritorno alla diplomazia in contrasto con il tentativo di Trump di dettare i termini di una vittoria israeliana presentata come “l’accordo del secolo”.

Eppure le prime iniziative di Biden in questioni politiche meno controverse per rimediare il più possibile ai danni di Trump a livello internazionale, dal ritorno all’Accordo di Parigi sul Cambiamento Climatico, all’OMS e al Consiglio ONU per i Diritti Umani per esprimere l’intenzione di ribadire la cooperazione internazionale e un redivivo internazionalismo, contrastano con il fatto di lasciare immutati i peggiori aspetti del tentativo di Trump di infrangere le speranze dei palestinesi. Che ciò possa essere spiegato con la forza dell’appoggio bipartisan negli USA al rapporto incondizionato con Israele o da fattori strategici regionali è oggetto di congetture.

Forse la spiegazione più plausibile è il passato filoisraeliano dello stesso Biden, insieme al suo proclamato impegno per unificare l’America, lavorando il più possibile con i repubblicani. Il suo motto totemico sembra essere “insieme possiamo fare tutto”, che finora non ha ricevuto molto incoraggiamento dall’altro schieramento.

Ciò che potrebbe far sperare in parte i palestinesi è il livello in cui questi due sviluppi sono stati un terreno di scontro per quanti difendono Israele in ogni modo. Persino Jimmy Carter è stato umiliato come “antisemita” perché nel titolo il suo libro del 2007 suggerisce semplicemente che Israele deve fare la pace con i palestinesi o rischia di diventare uno Stato di apartheid. Si ricordi che l’osservazione piuttosto banale di John Kerry secondo cui Israele aveva ancora due anni per fare la pace con i palestinesi nel contesto di Oslo per evitarsi un futuro di apartheid ha incontrato una reazione talmente ostile che egli è stato portato a chiedere scusa per queste considerazioni, rinnegando più o meno ciò che sembrava così plausibile quando lo aveva affermato.

Nel 2017 uno studio accademico commissionato dall’ONU, che ho scritto insieme a Virginia Tilley e che confermava le accuse di apartheid, è stato denunciato al Consiglio di Sicurezza come un documento diffamatorio indegno di essere associato all’ONU. Le affermazioni critiche sono state accompagnate da velate minacce americane di ritirare finanziamenti all’ONU se il nostro rapporto non fosse stato sconfessato, ed esso è stato diligentemente tolto dal sito web dell’ONU per ordine del Segretario Generale [il socialista portoghese António Guterres, ndtr.]. Ormai nei contesti internazionali persino la maggior parte dei militanti sionisti preferisce il silenzio piuttosto che organizzare attacchi contro B’Tselem, una volta molto apprezzata dai sionisti progressisti come prova tangibile che Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente.”

Le reazioni alla decisione della CPI da parte di Israele raggiungono livelli apodittici di intensità. La furibonda risposta di Netanyahu è stata ripresa da tutto lo spettro della politica israeliana. Secondo la vergognosa calunnia contro la CPI: “Quando la CPI indaga su Israele per falsi crimini di guerra ciò è puro e semplice antisemitismo.” Ed ha aggiunto: “Lotteremo con tutte le nostre forze contro questa perversione della giustizia.” In quanto così smodati, questi commenti dimostrano che a Israele interessano molto le questioni di legittimità, e a ragione. Le leggi internazionali e l’etica possono essere sfidate come Israele ha fatto ripetutamente nel corso degli anni, ma è profondamente sbagliato supporre che alla dirigenza israeliana non interessino. Mi pare che i leader israeliani comprendano che il razzismo sudafricano è crollato in buona misura perché ha perso la guerra per la legittimità. Forse alcuni dirigenti israeliani hanno iniziato a capirlo. La decisione della CPI potrebbe risultare un punto di svolta proprio come il massacro di Sharpeville del 1965 [in realtà nel 1960. La polizia sudafricana uccise 70 persone e oltre 180 furono ferite, ndtr.]. Potrebbe essere così persino se, come è probabile, neppure un israeliano venisse portato davanti alla CPI per essere giudicato.

RICHARD FALK

Richard Falk è uno studioso di Diritto Internazionale e Relazioni Internazionali che ha insegnato per quarant’anni all’università di Princeton. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, ha insegnato Studi Globali e Internazionali nel campus dell’università della California e dal 2005 presiede il consiglio della Fondazione per la Pace nell’Epoca Nucleare. Ha iniziato questo blog in parte per festeggiare i suoi 80 anni.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ingerenze straniere nelle elezioni palestinesi

Adnan Abu Amer

21 Marzo 2021 Al-Jazeera

Mentre i palestinesi iniziano il conto alla rovescia per le loro elezioni legislative e presidenziali rispettivamente in maggio e luglio, sembra crescere l’interesse tra soggetti stranieri nel manipolare il loro esito. Questo ha iniziato a preoccupare la leadership palestinese.

Il 16 febbraio il general maggiore Jibril Rajoub, segretario generale del Comitato Centrale di Fatah, ha dichiarato alla televisione palestinese che alcuni Paesi arabi hanno cercato di interferire pesantemente nelle elezioni palestinesi e nei colloqui di riconciliazione tra Fatah e Hamas.

Tre giorni dopo Bassam al-Salhi, segretario generale del Partito del Popolo Palestinese e membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), in un’intervista sul sito web Arabi21 ha detto: “Molti Paesi invieranno ingenti quantità di denaro perché vogliono influenzare il Consiglio Legislativo. Siamo di fronte ad interferenze da parte di molti Paesi, arabi e stranieri.”

Benché questi dirigenti palestinesi non abbiano fatto i nomi dei soggetti stranieri a cui si riferiscono, sembra che siano preoccupati soprattutto per le pressioni di Egitto, Giordania e Emirati Arabi Uniti (EAU). Tutti loro hanno parecchie poste in gioco nelle elezioni e preconizzano determinati risultati in linea con i loro interessi regionali e interni.

Interessi stranieri

Non è un segreto che indire le elezioni da parte del presidente (dell’ANP) Mahmoud Abbas non è stata una decisione volontaria o dovuta a iniziative arabe, ma il risultato di pressioni americane ed europee. L’Unione Europea ha persino minacciato di interrompere il supporto finanziario che fornisce a Ramallah se fossero state cancellate le elezioni. Sia Bruxelles che Washington vogliono che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) riconquisti legittimità prima di procedere con le loro trattative con i palestinesi. Le elezioni sono anche appoggiate da altri due importanti attori regionali: la Turchia e il Qatar.

Tuttavia l’annuncio delle votazioni non è stato ben accolto da alcune capitali arabe, soprattutto Il Cairo e Amman. Entrambe temono il ripetersi delle elezioni del 2006, quando Hamas riportò una netta vittoria a Gaza, che condusse ad un conflitto armato con Fatah. Se ciò accadesse di nuovo, potrebbe avere un effetto destabilizzante sugli affari interni sia dell’Egitto che della Giordania.

In particolare il regime egiziano considera Hamas un ramo della Fratellanza Musulmana, che ha cercato di sradicare fin dal colpo di Stato contro il presidente Mohamed Morsi nel 2013. Una vittoria potrebbe rendere Hamas più sordo alle pressioni del Cairo, dal momento che otterrebbe una legittimazione elettorale. Potrebbe anche ridare vigore alla Fratellanza (Musulmana) in Egitto.

Anche la Giordania teme un rafforzamento di Hamas, ma è preoccupata anche da una possibile instabilità post-elettorale, che potrebbe provocare agitazioni all’interno della vasta popolazione palestinese che vi abita.

Gli Emirati Arabi Uniti mostrano altresì un serio interesse nelle elezioni palestinesi. Guidando l’azione della normalizzazione araba con Israele, hanno tentato di strappare la questione palestinese ai suoi sponsor tradizionali – Egitto e Giordania – per rinsaldare ulteriormente le relazioni con Israele ed assicurarsi l’appoggio USA.

Neanche Israele è stato felice all’annuncio delle nuove elezioni palestinesi. Anche se i suoi propri cittadini sono stati chiamati a quattro elezioni in due anni, Israele preferisce che i palestinesi non vadano affatto alle urne perché vuole mantenere lo status quo. Israele vuole che Abbas resti al potere e continui a collaborare con i servizi di sicurezza israeliani, consentendo ad Israele di espandere costantemente l’occupazione e l’apartheid. Perciò chiunque formi il governo israeliano dopo le elezioni del 23 marzo probabilmente auspicherà una vittoria di Fatah (specialmente della componente vicina a Abbas) e cercherà di indebolire Hamas.

Le forze israeliane hanno già cercato di intimidire i membri di Hamas in Cisgiordania, arrestando alcuni loro leader e attaccandone altri per scoraggiarli dal partecipare alle elezioni.

Diplomazia della pressione

La prima avvisaglia che le elezioni palestinesi non sarebbero state una questione interna è giunta il 17 gennaio, meno di 48 ore dopo che Abbas ha emesso il decreto presidenziale con l’annuncio della data delle elezioni, con i capi dell’intelligence egiziana e giordana, Abbas Kamel e Ahmed Hosni, arrivati a Ramallah.

Ho saputo da fonti palestinesi informate su questa prima visita che Kamel e Hosni hanno discusso con Abbas i dettagli procedurali delle elezioni, compresa la situazione politica di Fatah, che ha affrontato divisioni interne e potrebbe andare incontro a defezioni prima del voto.

Attualmente non vi è accordo all’interno del partito riguardo alla rielezione di Abbas e c’è la possibilità che emergano degli sfidanti. C’è un ormai crescente sostegno alla candidatura di Marwan Barghouti, un leader di Fatah che sta scontando diversi ergastoli in un carcere israeliano.

Inoltre all’interno di Fatah non c’è accordo nemmeno sui candidati al Consiglio Legislativo. Al momento si stanno predisponendo diverse liste elettorali che cercheranno di attrarre l’elettorato tradizionale di Fatah: una della cerchia di Abbas; una di Nasser al-Qudwa, nipote del defunto leader palestinese Yasser Arafat; e una di Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Gaza, espulso da Fatah nel 2011.

Questi disaccordi all’interno di Fatah prima delle elezioni sicuramente favoriranno Hamas, che è riuscito a garantire una coesione interna e avrà gioco facile nello sconfiggere il suo indebolito e diviso antagonista.

E’ per questo motivo che Egitto e Giordania vogliono assicurarsi che Fatah abbia una lista elettorale unica ed un candidato condiviso per l’elezione presidenziale. Ed è per la stessa ragione che stanno facendo pressione su Abbas perché si riconcili con Dahlan.

L’ex dirigente di Fatah è stato uno stretto alleato degli EAU, che negli ultimi dieci anni lo hanno appoggiato, sponsorizzato e sostenuto in tutti i modi. Alcuni osservatori ritengono che Abu Dhabi abbia formato Dahlan come futuro capo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ciò ha provocato molta ansia ad Abbas, che finora ha rifiutato di riammettere Dahlan nel partito.

Dahlan ed i suoi sostenitori non fanno mistero dell’appoggio politico, mediatico e finanziario che ricevono dagli Emirati per poter rientrare nella politica palestinese. Questo appoggio li ha messi in grado di creare alleanze con forze politiche palestinesi, compresi personalità di Fatah scontente di Abbas.

Hamas, contrario al ritorno di membri della fazione di Dahlan nella Striscia di Gaza a causa del loro ruolo nel conflitto armato del 2007, alla fine ha accettato di lasciarli tornare dopo aver ricevuto pressioni dall’Egitto. Questo ha permesso a Dahlan di annunciare diversi progetti umanitari per i palestinesi, compresa la distribuzione di vaccini anti Covid, senza coordinarsi con l’Autorità Nazionale Palestinese.

Lo scopo finale di tutte queste attività è assicurare che qualunque nuova leadership palestinese venga eletta sarà facilmente influenzabile da quelle potenze straniere e spinta ad accettare qualunque nuova richiesta proverrà da Israele. Ciascuno di questi attori vuole giocare un ruolo importante nella questione palestinese, sperando di ingraziarsi gli USA e ottenere il loro appoggio.

Ma ciò che faranno queste ingerenze sarà minare il processo democratico in Palestina e sabotare ancora una volta l’autorità del volere del suo popolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Adnan Abu Amer

Il dott. Adnan Abu Amer è capo del Dipartimento di Scienze Politiche all’università Ummah di Gaza. E’ ricercatore a tempo parziale presso molti centri di ricerca palestinesi ed arabi e scrive periodicamente per Al Jazeera, The New Arabic e The Monitor. Ha scritto più di 20 libri sul conflitto arabo-israeliano, sulla resistenza palestinese e su Hamas.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il boicottaggio dei prodotti israeliani nuovamente di fronte a un tribunale francese

Redazione di MEE

16 marzo 2021 – Middle East Eye

La militante Olivia Zemor è imputata di “diffamazione” e “istigazione alla discriminazione economica” per aver propagandato gli appelli al boicottaggio contro il gigante farmaceutico israeliano Teva.

La direttrice editoriale del sito Europalestine è stata citata in giudizio martedì 16 marzo davanti alla giustizia francese dall’azienda farmaceutica israeliana Teva, per aver propagandato un appello al boicottaggio lanciato a Lione da militanti della causa palestinese.

Olivia Zemor comparirà davanti al tribunale penale di tale città per diffamazione e istigazione alla discriminazione economica, dopo aver riportato sul suo sito, con il titolo ‘Teva, non ti vogliamo’, l’azione di militanti lionesi filopalestinesi davanti alla principale farmacia della città.

La società Teva Santé, con una filiale in Francia e la cui casa madre ha sede in Israele, è un leader mondiale dei farmaci generici.

Indossando felpe verdi sulle quali si poteva leggere “Free Palestine” e “Boycott Israel”, degli attivisti incitavano i consumatori a non acquistare farmaci prodotti dalla Teva.

L’azione si inseriva nel quadro del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), una campagna mondiale di boicottaggio economico, culturale e scientifico di Israele, allo scopo di ottenere la fine dell’occupazione e della colonizzazione israeliana dei territori palestinesi.

Teva non è coinvolta in un conflitto geopolitico, etnico o religioso e queste azioni compromettono la sua attività economica”, commenta Frédéric Jeannin, avvocato della società farmaceutica.

Con il suo apporto finanziario allo Stato di Israele, questo gigante farmaceutico contribuisce al finanziamento delle operazioni militari a Gaza e allo sviluppo della colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est, in spregio dei diritti del popolo palestinese e delle risoluzioni internazionali, in totale impunità! Fare appello al boicottaggio nei suoi confronti è quindi necessario”, ha spiegato di rimando Olivia Zemor al Courrier de l’Atlas [giornale francese specializzato in problemi del mondo arabo in Europa, ndtr.].

Commistione pretestuosa

Il suo sito, Europalestine, ha anche accusato SLE, la filiale di Teva responsabile dello stoccaggio e della distribuzione dei vaccini contro il COVID-19, di consegnare i vaccini in Cisgiordania solo ai coloni.

Dei cinque milioni di dosi stoccate nello scorso gennaio, Teva, il cui senso etico si evince dalle sue numerose condanne per corruzione e condotta negligente nei confronti dei pazienti, non ha trovato modo di consegnarne ai palestinesi, compresi i circa 30.000 che lavoravano in Israele come manodopera a buon mercato, principalmente nel settore edilizio”, scrive Europalestine.

Per la cronaca, questa causa, che avrebbe inizialmente dovuto essere portata in giudizio al tempo del primo confinamento, giunge in tribunale dopo che lo scorso giugno la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) ha condannato la Francia per la sua sentenza contro militanti filopalestinesi in una causa analoga (si erano introdotti in un supermercato in Alsazia per invitare al boicottaggio dei prodotti israeliani).

Il proseguimento di questo procedimento giudiziario è tanto più scandaloso in quanto la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), con un’importante sentenza emessa l’11 giugno 2020, precisa che ‘l’azione di appello al boicottaggio per contestare la politica di uno Stato si configura come espressione politica e militante e riguarda un argomento di interesse generale’, nella misura in cui non implica conseguenze di violenza e odio o intenzioni razziste”, ha ricordato l’Associazione di Solidarietà franco-palestinese. La CEDU aveva ritenuto che i fatti “si configuravano come espressione politica e militante”.

Spero che i giudici di Lione sapranno applicare la legge, senza lasciarsi influenzare, leggendo con attenzione la sentenza della CEDU che afferma che le nostre azioni non costituiscono discriminazione”, afferma Olivia Zemor, per la quale la Francia è il solo Paese al mondo che mette sotto processo militanti che denunciano la politica di annessione e di apartheid di Israele.”

Eric Dupond-Moretti (Ministro della Giustizia) non chiede solo ai magistrati di condannarci penalmente, ma auspica anche che ci vengano imposte dei “corsi sulla Shoah”. Si vede bene qui la commistione pretestuosa che viene creata tra la difesa legittima dei diritti dei palestinesi e l’antisemitismo, che è un reato e va combattuto. È la politica di colonizzazione di Israele che genera l’antisemitismo e che mette in pericolo gli ebrei di ogni Paese”, ha denunciato Olivia Zemor sul Courrier d’Atlas.

Anche tre associazioni di difesa di Israele e di lotta contro l’antisemitismo si sono costituite parte civile a sostegno di Teva in questa causa.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Vaccinare i palestinesi solo se è funzionale a Israele

Maureen Clare Murphy

12 marzo 2021 – The Electronic Intifada

Come direbbero i ragazzini, Il COGAT [Coordinatore delle attività governative nei territori: unità del ministero della difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, le forze di difesa israeliane, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] ricomincia con le sue stronzate.

All’inizio di questa settimana l’ente militare israeliano ha twittato foto di lavoratori palestinesi mentre vengono vaccinati contro il COVID-19 ai posti di blocco in Cisgiordania.

Il COGAT, famigerato per la sua propaganda mediocre e strumentale, ha affermato che l’iniziativa sui vaccini “è un passo importante per assicurare la salute pubblica e la stabilità economica”.

“Fatevi vaccinare!” ha implorato il COGAT, il quale troppo spesso ritarda o nega ai palestinesi i permessi di viaggio per accedere alle cure mediche.

Tuttavia la stragrande maggioranza dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, anche se lo volesse, non potrebbe essere vaccinata.

Mentre Israele si vanta della sua campagna di vaccinazione di tutti i suoi cittadini, ha rifiutato di fornire il vaccino ai palestinesi che vivono sotto occupazione, in base a quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra.

Vaccinare i palestinesi a vantaggio di Israele

Israele ha recentemente iniziato a fornire vaccini a circa 130.000 palestinesi che lavorano nelle sue fabbriche, nei suoi cantieri e nelle sue colonie, il lavoro sottopagato e sfruttato da cui dipende l’economia israeliana.

Ma Israele non fornirà vaccini ai restanti oltre 5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Come ha detto un palestinese alla Reuters “ Anche i lavoratori palestinesi che [gli israeliani] hanno vaccinato, lo hanno fatto a vantaggio della comunità israeliana, non in funzione del benessere dei lavoratori”.

 

Omar Shakir, direttore del programma di Human Rights Watch [organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.] ha osservato che “vaccinare solo quei palestinesi che entrano in contatto con israeliani rafforza [l’idea] che per le autorità israeliane la vita palestinese conti solo nella misura in cui influisca sulla vita ebraica”.

Nel frattempo le unità di terapia intensiva degli ospedali di alcune aree della Cisgiordania stanno attualmente operando al 100% della capacità, poiché nelle comunità palestinesi del territorio i casi di COVID-19 sono in aumento.

Nelle ultime due settimane le città palestinesi hanno introdotto blocchi totali per controllare la crescita del numero delle infezioni da COVID-19, proprio mentre il vicino Israele ha iniziato a revocare le restrizioni procede con una delle campagne di vaccinazione più veloci al mondo”, ha riferito la Reuters.

Apartheid sanitario

La disparità nell’accesso ai vaccini COVID-19 è un chiaro esempio del regime israeliano di apartheid imposto dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

“Il regime israeliano mette in campo leggi, pratiche e violenze di Stato progettate per cementare la supremazia di un gruppo – gli ebrei – su un altro – i palestinesi”, ha affermato l’associazione per i diritti umani B’Tselem [organizzazione israeliana non governativa che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, ndtr.] in un recente studio.

La distribuzione del vaccino è una dimostrazione scioccante di come gli strateghi israeliani si muovano in modo di volta in volta differente riguardo ai gruppi sottoposti alle sue norme inique.

Mentre i palestinesi con cittadinanza o residenza israeliana hanno diritto a ricevere i vaccini da Israele, i palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania sono stati cacciati dai siti di vaccinazione gestiti da Israele.

L’apartheid sanitario nei territori sotto il controllo di Israele non è una novità.

Physicians for Human Rights-Israel [Medici per i diritti umani: ONG no profit con sede negli Stati Uniti che utilizza medicina e scienza per documentare le gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, ndtr.] ha affermato che le disparità nelle condizioni della salute tra israeliani e palestinesi derivano direttamente dall’occupazione.

Uno studio del 2015 dell’organizzazione ha rilevato che l’aspettativa di vita dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza è di circa 10 anni inferiore a quella in Israele.

Lo stesso studio ha rilevato che la mortalità infantile e la mortalità materna erano quattro volte superiori in Cisgiordania e Gaza rispetto a Israele.

Nello stesso anno, uno studio dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha individuato nell’assedio da parte di Israele una delle ragioni dell’aumento a Gaza, per la prima volta in 50 anni, del tasso di mortalità infantile.

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani affermano che il regime dell’apartheid israeliano “ha portato per decenni alla frammentazione e al deterioramento del sistema sanitario” della Cisgiordania e di Gaza.

Ciò ha “negato ai palestinesi il diritto al soddisfacimento di standard ottimali di salute fisica e mentale”.

Vaccini al posto di blocco

La salute dei palestinesi è profondamente intrecciata con l’occupazione israeliana. Il COGAT lo dimostra inconsapevolmente nei suoi tweet sui lavoratori palestinesi che ricevono le vaccinazioni ai posti di blocco militari, che chiama eufemisticamente “punti di passaggio“.

Qualsiasi vaccino che i palestinesi ricevano, sia da Israele che da qualunque altro organismo, dovrebbe passare attraverso i posti di blocco israeliani.

Israele ha rallentato il primo trasferimento di dosi di vaccino agli operatori sanitari a Gaza poiché alcuni parlamentari hanno cercato di condizionare la spedizione a concessioni politiche da parte di Hamas.

Lo ha fatto mentre trasferiva vaccini in altri Paesi in cambio del loro sostegno politico:

giovedì i palestinesi di Gaza hanno ricevuto 40.000 dosi del vaccino russo Sputnik V.

Secondo quanto riferito, le dosi costituivano una donazione da parte degli Emirati Arabi Uniti, assicurata da Muhammad Dahlan, l’ex capo dell’intelligence dell’Autorità Nazionale Palestinese diventato signore della guerra e rivale del leader dell’ANP Mahmoud Abbas all’interno della fazione di Fatah.

Dahlan ha condotto una breve e sanguinosa guerra civile a Gaza dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni legislative palestinesi del 2006. Le sue forze sono state sconfitte e Dahlan ora vive in esilio nello Stato del Golfo ricco di petrolio.

Secondo la Reuters, Dahlan ha dichiarato che metà della spedizione di vaccini a Gaza sarebbe stata assegnata ai palestinesi in Cisgiordania.

I pochissimi vaccini che sono arrivati ​​in Cisgiordania non sono stati distribuiti equamente dall’Autorità Nazionale Palestinese che, secondo quanto riferito, li ha assegnati alle élite del partito di Fatah, agli organi di informazione allineati e ai loro familiari.

Resta da vedere se Israele consentirà il trasferimento delle dosi da Gaza alla Cisgiordania, o se il COGAT scoprirà in esso una utilità propagandistica.

E così i palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare continueranno ad aspettare mentre la loro salute viene gestita da Israele, da Dahlan e dall’Autorità Nazionale Palestinese in termini di battaglia politica e mentre i Paesi terzi stanno a guardare senza far nulla.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Questo è nostro – e anche questo: la politica coloniale di Israele in Cisgiordania

Marzo 2021 B’Tselem

sommario del rapporto congiunto con Kerem Navot[associazione della società civile israeliana che dal 2012 analizza la politica territoriale di Israele in Cisgiordania, ndtr]

 

Lo Stato di Israele sta imponendo un regime di supremazia ebraica nell’intera zona fra il fiume Giordano ed il Mar Mediterraneo. Il fatto che la Cisgiordania non sia stata formalmente annessa non impedisce ad Israele di trattarla come se fosse un proprio territorio, soprattutto se pensiamo alle ingenti risorse investite nello sviluppo delle colonie e nella costruzione delle infrastrutture necessarie ai residenti. Questa politica ha permesso la creazione di più di 280 colonie e avamposti abitati da oltre 440.000 cittadini israeliani (esclusa Gerusalemme Est). Grazie a questa politica sono stati rubati, sia con mezzi ufficiali sia non ufficiali, oltre due milioni di dunam (200.000 ettari) di terre palestinesi; la Cisgiordania è attraversata in lungo e in largo da strade che collegano le colonie fra di loro e con il territorio sovrano di Israele, ad ovest della Linea Verde [il confine tra Israele e i territori occupati, ndtr.] e l’intera area è disseminata di zone industriali israeliane. Nel corso dei decenni tutto questo ha trasformato la geografia della Cisgiordania tanto da renderla irriconoscibile.

 Questo rapporto, che tratta dei meccanismi finanziari, legali e di pianificazione utilizzati dalle autorità israeliane da oltre cinquant’anni al fine di permettere la creazione, l’espansione e il mantenimento delle colonie, si concentra su due aspetti chiave. In primo luogo, gli sforzi intrapresi da diverse autorità statali per incoraggiare gli ebrei a trasferirsi nelle colonie e a sviluppare imprese economiche dentro e intorno ad esse. Lo Stato offre moltissimi benefici ed incentivi ai coloni e alle colonie tramite canali ufficiali ma anche non ufficiali – ampiamente esaminati nella relazione. I più significativi sono i sussidi per l’alloggio, che consentono di comprare case nelle colonie a quelle famiglie che non hanno capitali o fonti di reddito sufficienti. Questi sussidi spiegano in parte la rapida crescita della popolazione nelle grandi colonie ultra-ortodosse in Cisgiordania – Modi’in Illit and Beitar Illit. Oltre a ciò, agli abitanti di circa trenta colonie, alcune delle quali ricche, vengono offerte significative agevolazioni fiscali fino a 200.000 shekel, corrispondenti a circa € 50.600.

Alle zone industriali in Cisgiordania vengono offerti ulteriori benefici e incentivi, che comprendono imposte scontate sui terreni agricoli e sussidi per l’occupazione. Questi stimolano in modo significativo la crescita del numero di fabbriche in zona. Israele incoraggia inoltre gli ebrei a stabilire nuovi avamposti, che funzionano come aziende agricole e consentono l’acquisizione di pascoli e terreni agricoli palestinesi su vasta scala. Nel corso dell’ultimo decennio si sono create quaranta aziende agricole di questo tipo, che hanno di fatto incorporato decine di migliaia di dunam (un dunam equivale a 1000 mq).

 In secondo luogo, il rapporto analizza l’impatto territoriale dei due blocchi di colonie che attraversano la Cisgiordania. Un blocco, costruito a sud di Betlemme, si estende dagli agglomerati urbani di Beitar Illit and Efra ad ovest e gli insediamenti appartenenti al consiglio regionale di Gush Etzion, che circondano Betlemme ed i villaggi intorno, fino alla colonia di  Nokdim e dintorni ai margini del deserto della Giudea, ad est. L’altro blocco è situato nel centro della Cisgiordania e consiste delle colonie di Ariel, Rehelim, Eli, Ma’ale Levona, Shilo, nonchè degli avamposti costruiti intorno ad esse. Anche questo blocco attraversa la Cisgiordania, fino a raggiungere le colline che si affacciano sulla valle del Giordano.

Israele non risparmia alcuno sforzo per aumentare la popolazione di questi due blocchi e per estenderne l’impronta geografica. Ciò viene perseguito progettando nuove zone abitative, costruendo infrastrutture e preparando progetti e terreni per edifici e aree residenziali futuri. Nell’ultimo decennio queste iniziative hanno già portato ad una crescita demografica accelerata in entrambi i blocchi. Si prevede che la popolazione di Efrat raddoppierà o addirittura triplicherà nei prossimi decenni, che quella di Beitar Illit crescerà di 20.000 coloni e quella di Ariel di circa 8.000.

 L’impatto di questi due blocchi va ben oltre la superficie effettivamente coperta (che si estende su circa 20.000 dunam) ed il numero degli abitanti (un totale di circa 121.000 coloni). È la loro stessa esistenza a pregiudicare qualsiasi possibilità di sviluppo sostenibile per i palestinesi nella zona, oltre a colpire direttamente i mezzi di sostentamento e il futuro di decine di migliaia di palestinesi in numerose comunità

    Il blocco a sud di Betlemme si estende dalla Linea Verde ad ovest fino ai margini del deserto della Giudea ad est, quasi al confine municipale meridionale di Gerusalemme – incluse le parti della Cisgiordania annesse poche settimane dopo l’occupazione – e si estende a sud fino al campo profughi di al-‘Arrub. Le colonie ed avamposti di questo blocco interrompono lo spazio palestinese in quanto tagliano fuori la zona di Betlemme da quella di Gerusalemme a nord e da Hebron e dintorni a sud. Inoltre frammentano la stessa area di Betlemme, in quanto trasformano i villaggi in aree isolate, impediscono il futuro sviluppo della città e controllano la Route 60 – la maggiore arteria di traffico che attraversa la Cisgiordania da nord a sud e mette in collegamento Gerusalemme, Betlemme e la Cisgiordania meridionale.
  Il blocco centrale taglia in due la Cisgiordania da ovest ad est, interrompendo la contiguità di una serie di comunità palestinesi. Le colonie di Eli e Shilo con gli avamposti intorno ad esse sono state edificate in una delle aree più fertili e popolose della Cisgiordania, che sono state utilizzate da generazioni come aree rurali palestinesi, in cui gli abitanti affidavano alla coltivazione intensiva della terra il proprio sostentamento. I coloni di questa zona hanno gradualmente e accanitamente spogliato i palestinesi di migliaia di dunam di terreni fertili, privandoli così dei loro mezzi di sopravvivenza.

In seguito alla creazione di questi due blocchi di insediamenti, i palestinesi hanno perduto l’accesso a migliaia di dunam di terre fertili, sia direttamente (in aree dichiarate “terreno demaniale” o chiuse su ordine militare) oppure in conseguenza dell’effetto dissuasivo della violenza dei coloni che ha il sostegno dello Stato e impedisce a molti palestinesi di tentare di entrare nelle proprie terre. Intorno alle colonie di Tekoa and Nokdim, i palestinesi hanno perso l’accesso ad almeno 10.000 dunam, mentre nei dintorni di Shilo, Eli e avamposti connessi, gli è precluso l’accesso ad almeno 26.500 dunam.

Questo rapporto dovrebbe essere letto contestualmente al documento di sintesi pubblicato recentemente da B’Tselem, il quale afferma che il regime israeliano, impegnato a promuovere e perpetuare la supremazia ebraica nell’intera area fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, è un regime di apartheid. La linea politica del regime volta alla ebreizzazione dell’area non è circoscritta ai due blocchi di insediamenti discussi in questo rapporto, ma viene implementata su tutto il territorio in base alla logica che la terra sia una risorsa che deve andare a beneficio primario della popolazione ebraica. Ne consegue che la terra viene usata per sviluppare ed ampliare le colonie ebraiche esistenti e costruirne di nuove, mentre i palestinesi vengono espropriati e rinchiusi in piccole affollate enclave. Questa politica della terra è praticata all’interno del territorio sovrano di Israele dal 1948, e dal 1967 si applica ai palestinesi nei territori occupati.

 

i coloni aggrediscono i raccoglitori di olive a huwarah, distretto di nablus. fotogramma da video. video: muhammad fawzi, 7 ottobre 2020.

 

Il rapporto è l’ennesima dimostrazione che, anche se il progetto dell’annessione de jure della Cisgiordania può esser stato accantonato, questo si rivela in pratica irrilevante. Le costruzioni e gli interventi infrastrutturali effettuati recentemente in Cisgiordania non raggiungevano da decenni una simile portata. Questo sviluppo su larga scala è inteso a facilitare un’ulteriore significativa impennata nel numero dei coloni residenti in Cisgiordania, che secondo le previsioni dei leader delle colonie arriverà in poco tempo a un milione.

 Questi massicci investimenti rafforzano ulteriormente la stretta di Israele sulla Cisgiordania a dimostrazione dei progetti a lungo termine del regime. Uno di questi consiste nel suggellare la posizione di milioni di palestinesi quali soggetti privi di diritti e di protezione, a cui è negata qualsiasi possibilità di decidere del proprio futuro e che vengono costretti a vivere in enclave separate, in declino, senza alcuna possibilità di sviluppo economico. Spogliati di sempre più terre, sono costretti a guardare mentre si costruiscono quartieri e infrastrutture per i cittadini ebrei. Sono passati due decenni dall’inizio del XXI secolo e Israele sembra più che mai deciso a proseguire nel mantenimento e rafforzamento nell’intera area di un regime di apartheid sotto il suo controllo per i prossimi decenni.

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 

 




‘Giudice, giuria e occupante’, un nuovo rapporto denuncia il sistema di apartheid dei tribunali militari israeliani

8 marzo 2021 – Middle East Monitor

Un nuovo rapporto di War on Want [Lotta contro la povertà, n.d.tr], l’organizzazione benefica britannica, ha ulteriormente evidenziato il sistema giudiziario dualistico e razzista facendo un’analisi dettagliata del sistema dei tribunali militari gestito dallo Stato sionista nella Cisgiordania occupata.

Sotto il titolo ‘Giudice, giuria e occupante’, l’ente benefico contro la povertà con sede a Londra, rivela come il sistema israeliano dei tribunali militari supporti l’occupazione illegale in Cisgiordania applicando alla popolazione palestinese leggi repressive, soffocando il dissenso, reprimendo la resistenza all’occupazione e rafforzando il suo dominio militare.

Il documento afferma che per i palestinesi nella Cisgiordania occupata ci sono due sistemi legali che operano in parallelo, spiegando che c’è una ” legge palestinese e una legge militare israeliana, quest’ultima codificata attraverso migliaia di ordinanze militari “.

“Le ordinanze militari israeliani sono emesse dall’esercito e hanno la prevalenza rispetto alle leggi palestinesi. Le ordinanze militari israeliane impongono l’illegale occupazione israeliana e non vanno a beneficio della società palestinese. Le ordinanze militari israeliane fungono da apparato di repressione, come documentato e denunciato da esperti di diritti umani palestinesi, israeliani e internazionali,” ha detto la scorsa settimana War on Want alla presentazione del suo rapporto.

”Giudice, giuria e occupante” smaschera il mito diffuso che con gli accordi di Oslo nel 1993 ai palestinesi sia stato concesso l’autogoverno. Svela come i palestinesi non abbiano mezzi per sfuggire al razzista sistema giudiziario militare israeliano, che ha creato una realtà “separata e iniqua”. Per esempio, gli occupanti israeliani arrestati in Cisgiordania sono giudicati da tribunali civili in Israele, mentre i palestinesi sono processati in tribunali militari.

Tale trattamento così discriminatorio fra le due popolazioni è recentemente stato bollato da B’Tselem come apartheid in un documento storico. Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani, lo Stato sionista è colpevole di “far avanzare e perpetuare la supremazia di un gruppo – gli ebrei – su un altro – i palestinesi.”

Israele considera i palestinesi una minaccia alla sicurezza fin dalla culla, afferma il rapporto. Dal 1967, per esempio, Israele ha dichiarato illegali più di 411 organizzazioni palestinesi, inclusi tutti i principali partiti politici. I civili palestinesi sono stati perseguiti per “appartenenza e attività in un’associazione illegale”, uno strumento chiave per la repressione israeliana dell’attivismo contro l’occupazione.

Considerare i palestinesi come una minaccia alla sicurezza fin dalla nascita delegittima ogni opposizione all’occupazione illegale e giustifica la criminalizzazione di ogni sua forma. Secondo il rapporto “la rete complessa di leggi militari imposte sulla popolazione della Palestina occupata è concepita per ridurre fisicamente lo spazio dove vivono i palestinesi, per creare traumi psicologici e minare la loro possibilità di agire collettivamente come popolo.”

Questo rapporto esamina il funzionamento dei tribunali militari israeliani così come le istituzioni a loro connesse, le prigioni e i centri di detenzione in Cisgiordania e in Israele, dove sono detenuti i palestinesi in attesa di giudizio e che scontano le loro sentenze. Riguarda anche specificamente il modo in cui questo sistema di tribunali e prigioni mantenga ed estenda l’occupazione illegale israeliana in Cisgiordania e l’impatto sulle vite dei palestinesi nella loro patria storica.

Esortando le persone a unirsi alla lotta di War on Want contro “colonialismo, occupazione e apartheid” il rapporto rivela come il sistema militare israeliano abbia un impatto di vasta portata e profondamente discriminatorio sui palestinesi.

Dal 1967, quando è cominciata l’occupazione, oltre 800.000 civili palestinesi sarebbero passati dai tribunali militari israeliani. Questo sistema e la profonda ingiustizia che impone sui palestinesi devono finire, afferma War on Want.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il Dan David Prize di Israele e l’apartheid vaccinale

Samah SabawiNick Riemer

2 marzo 2021 – Al Jazeera

Accettare un riconoscimento israeliano per aver contribuito alla salute pubblica nel mezzo dell’apartheid vaccinale israeliano è immorale

Quando abbiamo fatto circolare una lettera aperta per chiedere alla docente australiana Alison Bashford di rivedere la sua decisione di accettare il Dan David Prize di Israele ci aspettavamo che in tutto il mondo ci sarebbe stato un massiccio appoggio al nostro appello. Avevamo ragione. Finora più di 300 accademici e ricercatori hanno firmato, e la lista dei firmatari continua ad aumentare.

Bashford è una dei sette destinatari del premio, che quest’anno è stato assegnato ai contributi scientifici alla salute pubblica e alla medicina. L’imprevista somma di 3 milioni di dollari del premio verrà condiviso tra questi sette: 1 milione di dollari ad Anthony Fauci, l’eminente infettivologo e consigliere del presidente USA; 1 milione di dollari condiviso fra tre scienziati per il loro contributo alla medicina molecolare; 1 milione di dollari diviso tra Bashford, che studia la storia della medicina e della salute e i loro rapporti con la storia universale ed ambientale, Keith Wailoo, che lavora su razza, scienza ed equità sanitaria negli USA, e Katherine Park, che si occupa di medicina medievale e rinascimentale.

Le motivazioni contro l’accettazione del premio in denaro riguardano tutti e sette i destinatari, ma, in quanto ricercatori australiani, pensavamo di avere un particolare obbligo e opportunità di rivolgerci a Bashford. Nell’annunciare i premi, il presidente della Dan David Foundation, Itamar Rabinovich, ex-ambasciatore di Israele negli USA, ha affermato che la scelta dei campi scientifici [da premiare] era stata influenzata dall’impatto della pandemia su ogni aspetto della vita.

Il premio giunge nel momento in cui Israele sta festeggiando i suoi significativi progressi nella vaccinazione della popolazione. Il Paese è il primo al mondo come percentuale della popolazione vaccinata. Recentemente il governo ha affermato che circa metà dei cittadini israeliani ha ricevuto la prima dose e il 35% la seconda.

Ma, come nel caso di altri risultati scientifici che Israele ha celebrato, questo giunge nel contesto dell’oppressione dei palestinesi. Mentre il governo israeliano si gloria già del drastico calo dei casi di COVID-19, nella Cisgiordania occupata essi stanno aumentando vertiginosamente. Lì i palestinesi, nel tentativo di controllare l’epidemia in quanto non c’è stato un approvvigionamento regolare di vaccini per loro, stanno per entrare in un nuovo blocco totale.

Per mesi Israele ha rifiutato di vaccinare i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, benché in base alla Quarta Convenzione di Ginevra sia un suo obbligo legale. Nel marzo 2020 in una dichiarazione il relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati Michael Lynk ha ricordato ad Israele che “il dovere legale, stabilito dall’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, richiede che Israele, la potenza occupante, debba garantire che venga utilizzato qualunque mezzo preventivo necessario a disposizione per ‘combattere la diffusione di malattie infettive ed epidemie.’”

Eppure non solo Israele sta attivamente bloccando la consegna di vaccini ai palestinesi, ma sta di fatto inviando dosi in eccesso a Paesi come l’Honduras, la Repubblica Ceca e l’Ungheria in cambio di favori politici, come il loro impegno a spostare le rispettive ambasciate a Gerusalemme o ad aprirvi uffici dell’ambasciata.

Forse nell’entusiasmo di aver vinto una somma di denaro così sostanziosa e la celebrazione ideale del progresso umano è stato facile dimenticare i cinque milioni di palestinesi sotto totale occupazione israeliana che non hanno nessuna significativa protezione contro la pandemia e che sono costantemente soggetti a gravi spoliazioni, arresti arbitrari, uccisioni extra-giudiziarie, esilio, privazioni e repressione imposti loro da Israele.

Ma niente obbliga nessuno dei premiati del Dan David ad accettarlo. Di fatto farlo è una diretta violazione dell’appello palestinese al boicottaggio sia delle istituzioni accademiche israeliane che delle attività culturali che nascondono le politiche dell’apartheid israeliano.

L’università di Tel Aviv, dove viene gestito ed ha sede il premio, contribuisce in modo significativo alla guerra permanente di Israele contro i palestinesi attraverso i suoi legami strutturali con il sistema militare e politico israeliano, compresi l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie e le borse di studio per i soldati israeliani, e la sua complicità con la violenta occupazione della terra palestinese.

C’è già un precedente rifiuto del riconoscimento. Nel 2018 la storica britannica Catherine Hall ha rifiutato il premio per quella che ha definito come “una scelta politica indipendente”, una scelta che a molti è parsa ammirevolmente coerente con il suo lavoro accademico progressista sulla storia di genere, razza e schiavitù.

C’è chi sostiene che i boicottaggi accademici violano la “libertà accademica” e devono quindi essere rifiutati. Ma, come molti, compresi noi due, hanno affermato, l’obbligo a boicottare quanti violano i diritti umani o fanno parte di un sistema che li viola, giustifica totalmente i ricercatori che fanno la scelta politica e morale di non unirsi a loro.

Ciò detto, quello che colpisce del premio Dan David è che esso non rientra affatto in alcun discorso riguardante la “libertà accademica”. Non accettando i soldi del premio non viene violata alcuna libertà accademica. Di conseguenza non c’è nessuna ragione di principio per cui gli accademici non facciano ciò che i loro colleghi palestinesi continuano a chiedere, e non rifiutino il premio, a maggior ragione quando si vedono le conclusioni tratte nelle loro stesse ricerche da alcuni dei premiati.

Per esempio, nel suo libro del 2014 “Pain: A Political History” [Sofferenza: una storia politica] Wailoo esamina come le persone sofferenti abbiano spesso “visto come le loro particolari rivendicazioni … siano state spesso assorbite e definite dai più generali conflitti politici dell’epoca.” Egli lamenta il fatto che persone sofferenti diventino “attrezzi di scena” in un “teatro politico”.

I palestinesi sarebbero d’accordo. Gli americani “hanno un problema culturale nel comprendere la sofferenza delle altre persone,” afferma Wailoo, sottolineando la necessità di guardare “in modo critico e attento” quanti giudicano la sofferenza altrui.

Eppure, nonostante l’empatia nei confronti della sofferenza che esprime nel suo libro, Wailoo è ancora disposto ad accettare un premio dal cuore stesso dell’establishment politico e accademico che reprime brutalmente i palestinesi e ora sta utilizzando una pandemia per perseguire la pulizia etnica di un intero popolo.

L’accettazione del premio sembra contraddire anche quello che Bashford ha scritto e detto come studiosa. Tra le altre cose le sue ricerche prendono in considerazione la segregazione tra le popolazioni, per esempio attraverso la quarantena, una misura che descrive nel suo libro del 2003 “Imperial Hygiene” [Igiene imperiale] “come sia igienica, cioè componente della salute pubblica, che razziale, in quanto parte dei sistemi e delle culture di controllo razziale.” Alla luce di ciò c’è da chiedersi come Bashford consideri l’apartheid vaccinale che Israele sta attualmente praticando.

In un saggio del 2003 scritto con Carolyn Strange, Bashford ha notato che “è difficile immaginare, per esempio, la caduta dell’apartheid in Sud Africa senza il coro di appelli internazionali per il rilascio di importanti prigionieri politici di Robben Island [famoso carcere sudafricano in cui sono stati reclusi Mandela ed altri dissidenti, ndtr.]”. Tuttavia, quando si tratta di partecipare ad un appello per porre fine all’apartheid in Israele, Bashford sembra aver dimenticato la sua stessa lezione.

Non c’è alcun dubbio che le istituzioni accademiche israeliane siano un potente pilastro su cui si basa l’oppressione dello Stato. Le università israeliane forniscono allo Stato scienza, tecnologia militare e strumenti strategici ed ideologici che rafforzano e giustificano il suo regime di occupazione e di apartheid.

Senza dubbio accettare il premio porta vantaggi economici, ma il costo morale sarà molto alto, in quanto esso pone i destinatari dalla parte sbagliata della storia, appoggiando e ripulendo l’immagine di un sistema di oppressione, ingiustizia e tirannia.

Le opinioni espresse in questo articolo sono degli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera

Samah Sabawi
 è giornalista e consulente politica palestinese di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

Nick Riemer è docente dei dipartimenti di Inglese e Linguistica dell’università di Sidney, Australia.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una netta maggioranza di esperti di politica estera dichiara che Israele/Palestina è “assimilabile all’apartheid”

Philip Weiss

23 febbraio 2021 – Mondoweiss

Il 52% di studiosi del Medio Oriente afferma che la soluzione dei due Stati non è più praticabile. Il 59% afferma che la realtà attuale è “assimilabile all’apartheid”.

Un sondaggio fra quasi 1300 studiosi del Medio Oriente pubblicato la settimana scorsa da Shibley Telhami e Marc Lynch [docenti di scienze politiche internazionali, ndtr.] ha rilevato che per la grande maggioranza di quegli studiosi la realtà in Israele/Palestina è “assimilabile all’apartheid” e che la soluzione dei due Stati è morta.

Forse l’elemento più sconvolgente del sondaggio è la valutazione collettiva del conflitto israelo-palestinese. Un’ampia maggioranza del 59% descrive l’attuale realtà tra Israele e i palestinesi come “l’effettiva situazione di uno Stato unico assimilabile all’apartheid”.

 Ecco qui di seguito le domande chiave e le conclusioni.

Probabilità di una soluzione con due Stati.

a)  non è più possibile: 52%

b) è possibile e probabile entro i prossimi dieci anni: 6%

c)  è possibile ma improbabile entro i prossimi dieci anni: 42%

 Ed ecco la domanda relativa all’apartheid.

Quale fra le seguenti frasi descrive meglio la realtà attuale in Israele, in Cisgiordania e a Gaza:

a)  lo Stato di Israele con l’occupazione temporanea della Cisgiordania e di Gaza: 2%

b) lo Stato di Israele con l’occupazione semi-permanente della Cisgiordania e di Gaza: 30%

c)  due Stati non paritari: 1%

d) l’effettiva situazione di uno Stato unico con disuguaglianze, ma non assimilabile all’apartheid: 7%

e)  l’effettiva situazione di uno Stato unico assimilabile all’apartheid: 59%.

 Come osservano Telhami e Lynch, “anche se l’amministrazione Biden cercherà probabilmente di rimettere in moto la diplomazia, gli esperti lasciano poche speranze per la fattibilità di una soluzione con due Stati.”

Il Washington Post ha pubblicato questo studio definendolo “sondaggio fra studiosi”, ma nel titolo ha evitato qualsiasi riferimento alle conclusioni più significative.

Questo sondaggio conferma la tesi di Al-Haq [organizzazione palestinese indipendente per i diritti umani, ndtr] che vi sia una “crescente consapevolezza” che Israele pratichi l’apartheid. Quattro giorni fa, nel corso di Saturday Night Live [programma di varietà in onda il sabato sera su NBC, celebre emittente radiotelevisiva di New York, ndtr] il comico Michael Chen ha dato voce a tale consapevolezza [“Israele rivendica di avere vaccinato metà della sua popolazione. Scommetto che è la metà ebraica” è la battuta di Chen, ndtr.] scatenando una valanga di proteste da parte dei sostenitori di Israele ma ancora più sostegno da parte dei critici di Israele. Lo scorso mese B’Tselem, organizzazione israeliana non-governativa per i diritti umani, aveva affermato in un rapporto esplosivo che “Israele mantiene un regime di supremazia ebraica tra” il fiume e il mare. Esso fa seguito a molte altre prese di posizione simili, incluso quello dell’on. Betty McCollum [Partito Democratico, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato del Minnesota, ndtr], che due anni fa ha usato il termine “apartheid” di fronte allo US Campaign for Palestinian Rights, [USCPR, coalizione di centinaia di gruppi impegnati per la libertà, giustizia e uguaglianza per i palestinesi, ndtr.]

E come abbiamo scritto la settimana scorsa, i media tradizionali da lungo tempo sono abituati ad ignorare queste dichiarazioni, così come i sionisti liberali evitano queste notizie. Il sondaggio Telhami/Lynch non è stato ripreso quasi da nessun media, se si escludono il blog del Washington Post e Newsweek. Ben Rhodes [esperto USA di politica estera, ndtr.] ha dichiarato al podcast di Peter Beinart [noto editorialista ebreo americano che recentemente si è pronunciato a favore di uno Stato unico, ndtr.] dieci giorni fa: “Nella cerchia ufficiale della politica estera prevale ancora questa teologia della soluzione dei due Stati.”

L’unica domanda che mi faccio è perché solo il 59% lo definisca apartheid, ironizza Donald Johnson. Il numero sale a 77% quando agli studiosi è stato chiesto:

Se non si concretizzerà la soluzione dei due Stati nei prossimi dieci anni, quale fra queste frasi si avvicina di più alla situazione reale in Israele, Cisgiordania e Gaza

a)Stato unico con uguaglianza fra israeliani e palestinesi: 1%

b)l’effettiva situazione di uno Stato unico con disuguaglianze crescenti, ma non assimilabile all’apartheid: 17%

c) l’effettiva situazione di uno Stato unico assimilabile all’apartheid: 77%

d) una confederazione: 3%

e) astenuti: 2%

 

Morale: nessuno vede l’uguaglianza all’orizzonte! Lo Stato ebraico sta semplicemente per ampliare le sue politiche discriminatorie.

Gli studiosi [che hanno risposto al sondaggio] sono apertamente più a sinistra di quelli che fanno parte dell’establishment. Due contro uno hanno affermato che sarebbe nell’interesse degli USA ritornare “immediatamente agli JCPOA (gli accordi con l’Iran) prima di affrontare altre questioni.” Il 23% appoggia la linea ufficiale in politica estera di Biden secondo la quale gli USA dovrebbero cercare di negoziare un accordo più ampio con l’Iran che includa missili, droni e “sicurezza nella regione.”

Il sondaggio, realizzato ai primi del mese, ha attinto fra “membri della Middle East Studies Association, l’American Political Science Association’s MENA Politics Section e del Project on Middle East Political Science della George Washington University.” Gli studiosi potevano rispondere in forma anonima. Il 28% vive al di fuori degli USA, il 71% negli USA.

 

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 

 




Un palestinese ucciso durante un’escursione è l’ultima vittima di un’ondata di violenza dei coloni

Yumna Patel

15 febbraio 2021 – Mondoweiss

Bilal Bawatneh, Azzam Amer e Khaled Nofal sono le ultime vittime palestinesi di un’ondata di violenza dei coloni che nelle ultime settimane ha sconvolto la Cisgiordania occupata

Venerdì un palestinese è stato investito ed ucciso durante un attacco con un’auto mentre stava facendo un’escursione con alcuni amici nel nord della Valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata.

Venerdì mattina il cinquantaduenne Bilal Bawatneh, insieme a un gruppo di palestinesi di varie parti della Cisgiordania, stava camminando lungo un sentiero tra i villaggi di Ein al-Beida e Bardala, nel nord della Valle del Giordano, a est della città di Tubas.

Nota per le sue vaste montagne, che in inverno fioriscono, durante questo periodo dell’anno la Valle del Giordano attira molti escursionisti e visitatori da tutta la Palestina.

Negli ultimi decenni la natura rurale della Valle del Giordano ha attirato anche migliaia di coloni israeliani che vivono in insediamenti e avamposti illegali.

L’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Wafa ha citato gli escursionisti, che hanno affermato di “essere rimasti scioccati” nel vedere il veicolo deviare dal proprio percorso e lanciarsi a tutta velocità contro il gruppo. L’auto ha colpito gli escursionisti, ferendo Bawatneh e altri due.

Bawatneh, abitante della città di al-Bireh, nella zona di Ramallah, è stato portato via da medici della Mezzaluna Rossa Palestinese, che in un comunicato ha affermato che è morto poco dopo in seguito alle ferite riportate.

Medici israeliani avrebbero portato gli altri due palestinesi feriti in un ospedale nella città di Afula. Non si sa in che condizioni si trovino.

Venerdì delle foto di Bawatneh, che sarebbero state scattate durante la camminata poco prima che venisse ucciso, hanno inondato le reti sociali, mentre i palestinesi hanno pianto la sua morte come ultima vittima dell’occupazione israeliana.

Riguardo alla morte di Bawatneh, la dottoressa Hanan Ashrawi, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, ha twittato che “tragicamente, in Cisgiordania l’omicidio stradale è una forma fin troppo nota di aggressione non sanzionata da parte di coloni israeliani contro palestinesi vulnerabili.”

L’uccisione di Bawatneh ha suscitato una scarsa attenzione da parte dei media israeliani, nonostante nell’ultima settimana sia il terzo assassinio di palestinesi in Cisgiordania ad opera di coloni.

Mercoledì Azzam Amer, un palestinese del villaggio di Kafr Qalil, nella zona di Nablus, è stato ucciso dopo che sarebbe stato investito da un colono israeliano che stava guidando nei pressi dell’incrocio di Kifl Hares, nel nord della Cisgiordania occupata.

I media palestinesi hanno descritto Amer come marito e padre. Pare fosse anche un lavoratore a giornata e stava tornando a casa dal lavoro quando è stato ucciso. Il Centro Internazionale dei media del Medio Oriente (IMEMC) ha informato che la polizia israeliana ha affermato di aver aperto un’inchiesta “per stabilire se l’episodio sia un incidente stradale o un attacco deliberato.”

Nei casi di israeliani uccisi o feriti da conducenti palestinesi, le autorità israeliane spesso si affrettano a definire questi incidenti come attacchi deliberati, o come “attacchi terroristici”, e in genere danno poco spazio quando si tratta di determinare se si sia trattato eventualmente solo di un incidente stradale. In questi casi i conducenti palestinesi sono uccisi sul posto e i loro corpi trattenuti (come ad esempio nel caso di Ahmed Erekat), oppure arrestati e imprigionati con l’accusa di terrorismo.

Il 5 febbraio il trentaquattrenne Khaled Nofal, un ragioniere palestinese padre di un bambino di 5 anni, è stato colpito e ucciso da un colono israeliano nei pressi del villaggio di Ras Karkar, a nordovest dalla città di Ramallah.

Il caso di Nofal è stato ampiamente trattato dai media israeliani, evidentemente in quanto Nofal è stato definito dal colono responsabile della sua morte e dall’esercito israeliano un “terrorista” che avrebbe cercato di “infiltrarsi” in un avamposto di coloni nei pressi del suo villaggio e commesso un’aggressione, benché nessuno, salvo Nofal, sia rimasto ferito nell’incidente.

Il Times of Israel [giornale israeliano in lingua inglese, ndtr.] e Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] hanno evidenziato che sul corpo di Nofal o sul posto non sono state trovate armi, facendo sorgere dubbi su ciò che Nofal stesse effettivamente facendo lì in quel momento e su come intendesse perpetrare un attacco senza alcuna arma.

Mentre la famiglia di Nofal ha detto ad Haaretz di non essere sicura di quello che egli stesse facendo così vicino all’avamposto in piena notte, il sindaco di Ras Karkar ha detto a Times of Israel che la famiglia di Nofal è proprietaria di terreni nei pressi della zona, una possibile ragione del perché sia andato là.

Tuttavia, a causa del fatto che l’incidente è stato classificato come un “tentativo di attentato terroristico”, secondo il Times of Israel da parte dell’esercito israeliano non è stata avviata nessuna indagine penale nei confronti del colono.

Come informano i media israeliani, Eitan Ze’ev, il colono che ha sparato a Nofal uccidendolo, ha dei precedenti riguardo a spari contro palestinesi disarmati e attualmente è sotto processo per violenza aggravata dopo che ha sparato a due palestinesi durante un diverbio l’estate scorsa nelle vicinanze di Biddya, un villaggio a ovest di Salfit, nel nord della Cisgiordania.

L’arma di Ze’ev sarebbe stata sequestrata dopo che ha sparato a due palestinesi in luglio – anche se alcuni poliziotti hanno affermato che gli dovrebbe essere restituita – provocando ulteriori congetture sul fatto che Ze’ev potesse essere armato prima di uccidere Nofal.

Dopo aver sparato a luglio, Ze’ev ha ricevuto un “attestato di merito” da parte di Yossi Dagan, capo del Consiglio Regionale della Samaria, che all’epoca ha affermato: “Ringraziamo le care persone che hanno protetto le vite di altri e di se stesse contro ribelli barbari e assassini che cercano di linciare ebrei in Samaria.”

Mentre Nofal è stato definito un “terrorista” e un “infiltrato” dai militari israeliani, che hanno preso in considerazione solo la testimonianza dei coloni che hanno sparato a Nofal come prova contro di lui, ufficiali dell’esercito hanno definito Ze’ev “un uomo tranquillo, etico e morale.”

Un’impennata della violenza

Bilal Bawatneh, Azzam Amer e Khaled Nofal sono gli ultimi palestinesi vittime di un’ondata di violenza dei coloni che nelle ultime settimane ha sconvolto la Cisgiordania occupata, con nuove notizie quasi quotidiane di attacchi di coloni contro civili palestinesi sui media palestinesi e israeliani.

Benché la violenza dei coloni contro i palestinesi sia una realtà quotidiana nella vita della Cisgiordania, le associazioni per i diritti umani hanno notato un significativo incremento della violenza dall’inizio dell’anno, che secondo loro va fatta risalire alla morte del colono sedicenne Ahuvia Sandak che è morto il 21 dicembre 2020  durante un inseguimento della polizia israeliana.

Da allora i coloni della Cisgiordania hanno promosso Sandak a martire della loro causa, inscenando proteste contro la polizia israeliana, seminando il caos nelle comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania e provocando seri danni fisici e materiali ai palestinesi e alle loro proprietà.

L’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha documentato 49 incidenti riguardanti la violenza dei coloni in Cisgiordania nelle cinque settimane tra il 21 dicembre e il 24 gennaio rispetto a un totale di 108 incidenti di violenza dei coloni contro i palestinesi negli ultimi sei mesi del 2020.

L’associazione ha documentato 28 casi di aggressioni fisiche, 19 casi di lancio di pietre contro veicoli palestinesi, tre sparatorie e sei atti di vandalismo contro proprietà di palestinesi, coltivazioni danneggiate e attacchi contro abitazioni.

Dei 49 casi registrati da B’Tselem, secondo l’associazione 15 palestinesi, tra cui 4 minorenni con meno di 15 anni uno dei quali di 5 anni, sono stati colpiti da pietre.

B’Tselem nota che in almeno 26 tra i casi documentati dalla morte di Sandak le forze di sicurezza israeliane erano presenti quando i coloni hanno condotto gli attacchi contro i palestinesi.  

Invece di arrestare gli aggressori, in cinque casi hanno attaccato i palestinesi, sparando proiettili ricoperti di gomma o lacrimogeni contro di loro e ne hanno feriti due. Negli altri 21 casi le forze non hanno fatto abbastanza per impedire gli attacchi,” afferma l’associazione.

Nelle settimane successive al 24 gennaio, data limite del rapporto di B’Tselem, sono state riportate decine di nuovi casi di violenza dei coloni in Cisgiordania, con almeno 18 attacchi di coloni contro i palestinesi, le loro proprietà e animali d’allevamento riferiti dall’agenzia di notizie Wafa tra il 25 gennaio e il 15 febbraio, esclusi gli assassinii di Batawneh, Amer e Nofal. 

La natura degli attacchi ha incluso tra le altre cose, aggressioni fisiche contro uomini e donne palestinesi, lo sradicamento di decine di ulivi, il danneggiamento di una chiesa, il lancio di pietre contro autobus e automobili private palestinesi.

Effetti “devastanti” a lungo termine

Mentre dalla morte di Ahuvia Sandak c’è stato un chiaro incremento della violenza, B’Tselem ha detto che attribuire alla morte dell’adolescente “la causa della rabbia dei coloni è fuori dalla realtà.”

Invece la violenza dei coloni è di routine, afferma l’associazione, aggiungendo che “per anni i coloni hanno commesso azioni violente contro i palestinesi con il totale sostegno dello Stato, che non fa nulla per impedire il ripetersi di questi attacchi.”

Questo è un regime suprematista ebraico,” ha sostenuto l’associazione.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din afferma che le autorità israeliane omettono di indagare i crimini d’odio e gli attacchi dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania, e raramente portano di fronte alla giustizia i responsabili di questi delitti.

Secondo l’associazione, l’82% delle inchieste aperte per “crimini ideologici” contro palestinesi viene chiuso per l’inerzia della polizia e solo l’8% delle indagini su tali delitti porta effettivamente a un’incriminazione.

Inoltre, se imputati, i coloni israeliani che commettono reati contro i palestinesi e le loro proprietà sono giudicati nei tribunali civili israeliani. Nel contempo i palestinesi (compresi i minorenni) che sono accusati di commettere reati contro coloni israeliani e personale della sicurezza sono giudicati da tribunali militari israeliani, che vantano una percentuale di condanne contro i palestinesi superiore al 99%.

Hani Nassar, ricercatore sul campo di Defense for Children International – Palestine [Difesa Internazionale dei Minori – Palestina] (DCIP), che documenta gli attacchi dei coloni che prendono di mira minori palestinesi, dice a Mondoweiss che tali sistemi sono “prove del sistema di apartheid in Cisgiordania” e dell’appoggio del governo israeliano e della sua complicità con il “terrorismo dei coloni”.

Il terrorismo dei coloni non riguarda solo l’aggressione nei confronti delle nostre terre, case e dei nostri alberi, ma esso prende deliberatamente di mira anche le persone e i loro figli,” afferma Nassar, aggiungendo che, mentre gli effetti a breve termine degli attacchi dei coloni possono essere devastanti sia dal punto di vista economico che fisico, gli effetti a lungo termine possono essere ancora più brutali.

Ho visto e documentato gli effetti a lungo termine di questi attacchi sulle famiglie palestinesi, soprattutto sui minorenni,” afferma Nassar, aggiungendo che molti minori e i loro genitori “lottano per affrontare il trauma.”

Per esempio, secondo Nassar, quando ragazzini vengono aggrediti in macchina, spesso mostrano sintomi da stress post traumatico e non vogliono viaggiare in auto, soprattutto di notte (quando avviene la maggior parte degli attacchi). Nei casi di bambini aggrediti in casa, molti mostrano disturbi del sonno, bagnano il letto, hanno incubi, ecc.

La comunità internazionale può leggere le notizie, vedere questi attacchi e dire ‘oh, è triste’, ma vorrei dire a questa gente: venite qui, fate visita alle famiglie che sono state aggredite e vedete quello che i coloni e l’occupazione hanno fatto loro,” dice Nassar. “Forse poi le persone vorranno cambiare le cose.”

La situazione nella vita reale è molto più pericolosa di quanto si possa immaginare quando si leggono le notizie,” afferma. “Abbiamo bisogno che ogni governo, compreso quello palestinese, si attivi e faccia il possibile per difendere queste famiglie. Assumetevi le vostre responsabilità, andate alla Corte Internazionale e accusate i dirigenti israeliani che sponsorizzano questo terrorismo contro di noi.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)