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Centinaia di feriti, uno grave, per l’attacco di coloni e soldati ai villaggi di Nablus, Jenin e Tulkarem

25 dicembre 2021 – IMEMC News

Sabato notte la Mezzaluna Rossa (Croce Rossa) palestinese ha riferito che centinaia di palestinesi sono stati feriti, di cui uno con una grave ferita da arma da fuoco alla testa, quando centinaia di coloni illegali e soldati israeliani hanno sferrato ripetuti attacchi contro case palestinesi a Burqa, Beita, Sebastia, Bazaria, Silat ath-Thaher e altre aree a Nablus, Jenin e nel nord della Cisgiordania.

La Mezzaluna Rossa ha dichiarato che i soldati israeliani hanno ferito più di 135 palestinesi di cui almeno dieci sono stati colpiti da proiettili veri, trentacinque da proiettili d’acciaio ricoperti di gomma e almeno novantacinque hanno subito gravi conseguenze dall’inalazione di gas lacrimogeno; tra i feriti ci sono molte donne, anziani e bambini, compresi neonati.

Ha aggiunto che una donna incinta ha subito gravi conseguenze dall’inalazione di gas lacrimogeno prima di essere portata d’urgenza in ospedale con le doglie.

Anche due giornalisti palestinesi, identificati in Ehab Dmeiri e Fadi Yassin, sono stati feriti a Bazaria, a nord-ovest di Nablus.

Ehab, corrispondente dell’agenzia di stampa [dell’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] WAFA, è stato colpito da un proiettile d’acciaio rivestito di gomma, mentre Fadi, cameraman che lavora per la TV palestinese, ha subito i gravi conseguenze dall’inalazione di gas lacrimogeno oltre a ferite da taglio e contusioni.

Le moschee di zona a Jenin e Nablus hanno invitato i palestinesi a radunarsi per proteggere le famiglie di Burqa e Beita, in particolare dopo che decine di coloni israeliani illegali hanno attaccato case e famiglie, causando molti feriti e gravi danni alle proprietà.

Decine di palestinesi hanno poi lanciato pietre contro i coloni e i soldati invasori, ferendo un soldato al volto.

I soldati hanno anche preso di mira direttamente, sparando proiettili e candelotti lacrimogeni, molti giornalisti palestinesi a Tulkarem mentre riprendevano in diretta le invasioni in corso.

L’attacco ha ferito due fotoreporter identificati in Fadi Yassin e Hazem Bleidi.

Militanti della resistenza hanno anche avuto uno breve scontro a fuoco con i soldati invasori vicino al raccordo di Burqa a Nablus.

Inoltre, decine di coloni hanno attaccato molte case nella città di Sebastia, a nord di Nablus, e sparato proiettili veri contro i palestinesi accorsi in aiuto delle famiglie.

L’esercito israeliano ha affermato che vicino a Nablus molti proiettili veri sono stati sparati contro una postazione militare da un’auto palestinese in corsa.

Nel frattempo, i soldati israeliani hanno chiuso molte strade e incroci e imposto severe restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi, consentendo allo stesso tempo a centinaia di coloni fanatici di marciare nell’area e dirigersi verso il sito dell’ex colonia di Homesh, dove hanno iniziato a ricostruire e predisporsi a ristabilire la colonia sulle terre palestinesi rubate.

Anche vicino a Sebastia i soldati hanno sparato contro i palestinesi una raffica di candelotti lacrimogeni, bombe a concussione [a combinazione ionica/protonica; creano un globo di 6 metri con una forza d’urto che smembra chi è vicino, ndtr.] e molti proiettili veri, causando molti feriti.

Massicce proteste hanno avuto luogo anche in varie aree di Jenin e Nablus, prima che i soldati sparassero proiettili veri, candelotti lacrimogeni e bombe a concussione.

Notizie simili riferiscono di massicce proteste nella città di Silwan, a sud della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme occupata, dopo che l’esercito ha occupato il quartiere di Batn al-Hawa e invaso le case.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni sparano ad un palestinese e ne mutilano il corpo mentre giace in fin di vita

Basil al-Adraa e Yuval Abraham

8 giugno 2021 – +972 MAGAZINE

Testimoni affermano che dei coloni israeliani avrebbero sparato a Ismail Tubasi e lo avrebbero aggredito con oggetti appuntiti nel corso di una loro irruzione nel suo villaggio in Cisgiordania. Nessuna inchiesta è stata aperta.

Ismail Tubasi è stato ucciso venerdì 14 maggio, appena a sud di Hebron, nella Cisgiordania occupata. Tubasi, 27 anni, del villaggio palestinese di al-Rihiya, è stato trasportato gravemente ferito in un ospedale locale, dove ne è stato constatato il decesso.

Secondo le prove raccolte da Local Call [sito di notizie in lingua ebraica co-fondato e co-redatto da Just Vision e 972 Advancement of Citizen Journalism che pubblica anche +972 Magazine, ndtr.], sembra che Tubasi sia stato colpito con armi da fuoco da coloni israeliani, forse in compagnia di soldati, e dopo, mentre era a terra incapace di muoversi, brutalmente aggredito con oggetti appuntiti.

Secondo due testimoni i coloni avrebbero sparato a Tubasi dopo aver iniziato ad appiccare il fuoco a campi e alberi di proprietà palestinese ad al-Rihiya [città palestinese situata a sei chilometri a sud-ovest di Hebron, ndtr.]. I testimoni oculari hanno detto che Tubasi e altri palestinesi si sarebbero recati nei campi per cercare di spegnere le fiamme. Lì dei coloni armati di pistole, asce e bastoni avrebbero iniziato a inseguirlo, dopo di che i testimoni avrebbero sentito una serie di colpi di pistola.

Uno dei testimoni, il nipote di Tubasi, ha detto di aver visto suo zio steso a terra dopo che era stato colpito da un proiettile, ma non avrebbe notato nessuna ferita sul viso. Il nipote sarebbe poi fuggito dal luogo per paura che i coloni, che si stavano avvicinando a Tubasi ferito, se la prendessero anche con lui.

Tuttavia mezz’ora dopo, quando Tubasi è giunto in ospedale, il suo volto era sanguinante per ferite fresche e profonde, che non c’erano quando gli hanno sparato. Secondo la testimonianza, Tubasi sarebbe stato aggredito con un oggetto appuntito mentre non era in grado di muoversi.

Tubasi è stato trasportato all’ospedale Shaheed Abu Hassan al-Qassam nella città di Yatta, in Cisgiordania, dove ne è stato dichiarato il decesso. Secondo il referto dell’ospedale il corpo di Tubasi non aveva una ferita d’uscita del proiettile. Il referto dice anche che egli è stato ferito alla fronte da due oggetti appuntiti, uno lungo 20 centimetri e l’altro sette centimetri. Secondo il referto la causa della morte è stata un proiettile che ha colpito Tubasi alla testa. Il referto, che include una foto del corpo del deceduto, è stato visionato da Local Call e +972.

In Cisgiordania i coloni israeliani aggrediscono regolarmente i palestinesi, bruciano le loro coltivazioni e alberi e danneggiano le loro proprietà. Il gruppo per i diritti umani Yesh Din afferma di aver ricevuto 216 denunce di violenze compiute da coloni tra gennaio 2020 e giugno 2021. Un recente rapporto dell’organizzazione ha elencato 63 casi di gravi aggressioni tra il 2017 e il 2020. In nessuno di questi casi è stata avviata una procedura d’accusa contro gli aggressori.

L’esercito israeliano si è rifiutato di fornire una risposta ufficiale riguardo l’episodio, ma fonti militari hanno riferito alla Israeli Public Broadcast Corporation [l’emittente radiofonica e televisiva pubblica dello Stato di Israele, ndtr.] (che ha raccolto la storia in seguito alle indagini iniziali di Local Call) che i soldati sarebbero arrivati ​​sul luogo dopo la sparatoria. Secondo le stesse fonti, l’esercito ha riferito alla polizia che un palestinese era stato effettivamente ucciso, ma la polizia deve ancora iniziare ad indagare.

Sebbene la brutale violenza dei coloni sia pervasiva è abbastanza raro che tali aggressioni conducano all’uccisione delle vittime. Secondo il gruppo per i diritti umani B’Tselem dal 2014 civili israeliani avrebbero ucciso 30 palestinesi residenti in Cisgiordania, molti dei quali durante presunti tentativi da parte di palestinesi di accoltellare israeliani o lanciare pietre contro veicoli israeliani.

Nel novembre 2017, ad esempio, i coloni hanno ucciso a colpi di arma da fuoco Mahmoud Za’al Odeh, del villaggio di Qusra [15 km a sud est di Nablus, ndtr.], sostenendo di essere stati attaccati con pietre mentre si trovavano sulla sua terra. Uno dei casi più infami di violenza mortale dei coloni è l’omicidio nel luglio 2015 dei membri della famiglia Dawabshe, bruciati vivi nelle loro case nel villaggio di Duma mentre dormivano.

La morte di Tubasi è avvenuta in un giorno di manifestazioni di massa in tutta Israele-Palestina, compresa la Cisgiordania, per protestare contro gli attacchi israeliani a Gaza e le violenze contro i cittadini palestinesi all’interno di Israele. Secondo il ministero della Sanità palestinese, quel giorno le forze di sicurezza israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] avrebbero ucciso in varie località della Cisgiordania 11 palestinesi. Sulla base di testimonianze palestinesi gruppi di coloni, spalleggiati da un piccolo numero di soldati, avrebbero assaltato, oltre che al-Rihiya, quattro villaggi in Cisgiordania: Urif, Asira al-Qabliya, Eskaka e Marda. La morte di Tubasi per mano dei coloni smentisce l’affermazione del ministero della Sanità palestinese che attribuiva ai soldati israeliani la responsabilità della morte degli 11 palestinesi.

Secondo gli amministratori di queste quattro località, gli assalti dei coloni hanno portato a scontri di massa e all’uso di armi da fuoco contro palestinesi da parte sia dei coloni che dei soldati. Secondo quanto riferito quattro giovani palestinesi, uno in ogni località, sarebbero stati uccisi in questo modo mentre decine di altri palestinesi sarebbero rimasti feriti. “Sono venuti per uccidere”, ha detto Hafez Saleh, l’amministratore di Asira al-Qabliya.

“L’esercito ha visto tutto, ma non è intervenuto”

Secondo tre testimoni oculari con cui ha parlato Local Call, il 14 maggio alle 14 diverse decine di coloni sarebbero arrivati ​​dalla direzione di Beit Hagai, una colonia israeliana situata a 700 metri da al-Rihiya, e avrebbero iniziato ad incendiare i campi e gli alberi del villaggio, entrando persino nell’abitato. Gli abitanti del villaggio li avrebbero identificati come coloni in quanto vestiti da civili, con addosso la kippah e alcuni con riccioli sui lati del volto. Gli abitanti del villaggio hanno detto che quando hanno cercato di spegnere il fuoco sarebbero stati picchiati dai coloni. I soldati israeliani sarebbero arrivati ​​sul posto senza intervenire.

“Mi sono svegliato a casa con la gente che urlava: ‘Al fuoco, hanno appiccato un fuoco’”, ricorda Kazem al-Hallaq, un abitante di Al-Rihiya di 62 anni. Sono uscito e ho visto un grande incendio nella zona degli ulivi e dei campi di grano e di orzo. La fonte dell’incendio era a nord, cioè nella direzione di Beit Hagai. Molti coloni, circa 50 persone, stavano nei pressi delle fiamme. Hanno continuato ad appiccare il fuoco ai campi e si sono assicurati che bruciassero e che le fiamme si diffondessero”.

Al-Hallaq riferisce di aver visto due giovani della sua famiglia che cercavano di spegnere il fuoco con delle coperte, ma subito ha visto i coloni correre verso di loro e picchiarli, e ad un certo momento gettarli a terra. I soldati si tenevano lontani. Hanno visto tutto, ma non sono intervenuti”, dice al-Hallaq.

“Quando sono arrivati ​​altri palestinesi per spegnere l’incendio, l’esercito è intervenuto e ha iniziato a sparargli contro lacrimogeni e proiettili di gomma”, ha continuato al-Hallaq. La maggior parte delle persone è fuggita verso le proprie case e la scuola. I coloni li hanno inseguiti, proprio davanti ai soldati, sono entrati nel villaggio e hanno iniziato a lanciare pietre contro le case.

I coloni sono venuti proprio a casa mia e hanno distrutto l’auto parcheggiata all’ingresso. E’ stato spaventoso. Ho chiuso la porta di casa e sono salito sulla terrazza con i bambini per nasconderli. Mentre stavo nascosto sul tetto i coloni sono saliti sulla mia auto e hanno iniziato a ballare e cantare.

Improvvisamente ho visto un altro gruppo di coloni che si stava dirigendo verso la terra che appartiene alla famiglia Tubasi. Era difficile vedere cosa stesse succedendo lì. Ho visto un fumo denso salire dal terreno e mi sono reso conto che i coloni avevano dato fuoco a un altro campo. Pochi minuti dopo ho sentito cinque colpi di pistola, spari di armi da fuoco. Ho visto gli abitanti del villaggio correre lì e ho sentito il suono di un’ambulanza che si avvicinava.

“A un certo punto sono anche uscito di casa e sono andato a vedere cosa fosse successo”, dice al-Hallaq. C’era molta confusione. Alcune persone sostenevano che qualcuno era morto. Altri dicevano che qualcuno era stato ferito. Dopo un’ora mi è stato detto che un giovane della famiglia Tubasi era stato ucciso. I nostri campi erano completamente bruciati. I coloni e l’esercito scomparsi dalla zona”.

“I coloni ci hanno detto con orgoglio di aver bruciato i nostri campi”

A mezzogiorno di venerdì, mi ha chiamato mio ​​zio Ismail, riferisce Jamal Tubasi, nipote della vittima. Ero a casa di mia zia per la festa di Eid al-Fitr [festività che segna la fine del periodo di digiuno del Ramadan, ndtr.]. Ismail era sconvolto e mi ha chiesto di andare subito. Ho chiesto dove, e lui ha detto: ‘All’uliveto, a nord del paese. I coloni stanno bruciando i nostri campi, le fiamme sono forti.’

“Sono corso subito lì, a circa un chilometro e mezzo da casa”, prosegue Jamal. Quando sono arrivato ho visto un grande gruppo, 30 coloni, la maggior parte dei quali giovani, rannicchiati a circa 200 metri dagli ulivi in ​​fiamme. I coloni ci hanno detto con orgoglio di aver incendiato i nostri campi. E non solo i nostri campi, ma anche il resto.

Ismail mi ha riferito che [gli abitanti dei villaggi palestinesi] stavano cercando da molto tempo di spegnere l’incendio, ma i coloni glielo impedivano. Ho visto giungere sul posto altri gruppi di coloni, alcuni con grandi accette in mano, altri con armi da fuoco e bastoni. Accanto ai coloni c’erano anche i soldati.

Gli uomini più giovani, e con loro Ismail, hanno cercato di dirigersi verso il fuoco negli uliveti, ma i soldati hanno sparato contro di loro gas lacrimogeni, proiettili di gomma e granate stordenti. I coloni stavano dietro ai soldati e cercavano di avanzare verso di noi per attaccarci. Ismail mi ha chiesto di stargli vicino. Ma è diventato terribile quando è aumentata la quantità di gas lacrimogeni e granate stordenti e i coloni insieme ai soldati sono riusciti ad avvicinarsi molto a noi. Siamo scappati e ci siamo divisi in gruppi più piccoli.

Ho visto che mio zio Ismail era corso verso gli uliveti. In quel momento ho ricevuto una chiamata, ho risposto al telefono; era un parente che voleva sincerarsi che io e Ismail stessimo bene. Finita la chiamata, non sono riuscito a distinguere dove fosse andato Ismail.

È stato allora che ho sentito degli spari. Più di cinque proiettili. Da arma da fuoco. Non capivo cosa fosse successo. Una persona si è avvicinata e ha urlato “Ismail è stato ferito”. Ha indicato la direzione in cui Ismail era fuggito, a 300 metri da dove mi trovavo io”.

Il fratello di Ismail, Ibrahim, era al suo fianco mentre andavano a spegnere l’incendio nei campi di famiglia. “I soldati hanno sparato lacrimogeni, granate stordenti e proiettili di gomma per dividerci”, riferisce Ibrahim. Ero accanto a Ismail e l’ho visto correre verso gli alberi [di ulivi]. Ho corso nella direzione opposta. Ho visto un gruppo di coloni correre nella direzione in cui era fuggito Ismail, e poi ho avvertito quattro spari. Non ho capito né ho visto chi avesse aperto il fuoco, ma il suono proveniva dalla direzione in cui Ismail era fuggito. Ho sentito alcuni abitanti dire che Ismail era stato ferito”.

Secondo testimonianze di palestinesi che hanno chiesto che non venisse reso noto il loro nome, sono stati i coloni ad aprire il fuoco e non i soldati, che erano rimasti nei pressi del villaggio.

«Hanno ucciso mio fratello. La nostra terra è bruciata’

Jamal Tubasi, nipote di Ismail, riferisce di essere poi corso dove Ismail era stato colpito. Ho visto Ismail steso a terra tra due rocce, sul fianco destro. Quando mi ha visto, mi ha chiamato con voce molto debole. Quasi in un sussurro mi ha detto: “Sono ferito”, poi mi ha dato il suo telefono e mi ha chiesto di consegnarlo alla famiglia. «appoggia a terra la mia testa», ha sussurrato Ismail, «e fuggi il più in fretta possibile.» Gli ho detto che non l’avrei lasciato, ma lui ha sollevato la mano con grande difficoltà, mi ha guardato e mi ha detto di nuovo, con un voce molto flebile: ‘Corri.’

In quel momento ho visto un gruppo di cinque coloni che avevano con sé grandi accette, e accanto a loro due soldati, tutti che correvano verso di noi. Erano a circa 50 metri da me e si stavano avvicinando rapidamente. Sotto pressione, ho girato Ismail sulla schiena e sono scappato. Quando l’ho lasciato, il suo naso sanguinava e sanguinava anche dall’orecchio sinistro. A parte questo, il suo viso sembrava a posto. Non riuscivo a capire quale fosse la natura della sua ferita e se fosse in condizioni gravi o lievi.

Ho corso per 200 o 300 metri. Da dove mi trovavo ho visto persone che cercavano di raggiungere l’area in cui era caduto Ismail. Andavano avanti e indietro, come se cercassero qualcosa. È passato molto tempo, è difficile per me dire quanto, più di mezz’ora. Poi ho visto tre o quattro persone, operatori sanitari, che trasportavano Ismail su una barella.

Sono corso lì e ho chiesto loro di vedere Ismail per assicurarmi che fosse vivo. Hanno abbassato la barella e poi ho visto la sua faccia. Non potevo crederci: il suo volto era completamente devastato, con ferite profonde, coperto di sangue che colava dappertutto. Non potevo sopportarne la vista. Ho urlato di terrore e sono caduto a terra privo di sensi.

Tutto quello che ricordo dopo è che la gente mi ha versato dell’acqua in faccia, e altri mi hanno sollevato le gambe e mi hanno schiaffeggiato per svegliarmi. Quando mi sono svegliato mi è stato detto che avevano portato Ismail all’ospedale di Yatta.

Un’auto mi ha portato in ospedale. E quando sono arrivato, ho sentito due persone che dicevano che Ismail era morto. Sono svenuto di nuovo. Mi sono svegliato e sono svenuto ancora. Sinceramente il mio corpo non si è riavuto dallo shock e faccio fatica a credere a quello che è successo.

“L’unica cosa di cui sono sicuro è che quando ho raggiunto mio zio, appena dopo il suo ferimento, la sua faccia era pulita, non c’era niente lì, solo sangue che gli colava dal naso e dall’orecchio. E ricordo che il gruppo di coloni che correva verso Ismail insieme a due soldati trasportava delle accette».

Altri abitanti di al-Rihiya hanno riferito che i coloni avrebbero circondato Ismail mentre giaceva a terra, rendendo loro difficile valutare con esattezza le modalità dell’aggressione.

“La mia famiglia è devastata”, dice Ibrahim, il fratello di Ismail. Hanno assassinato mio fratello. La nostra terra è bruciata. Non siamo in grado di tornare lì per controllare. Di solito i coloni vengono di notte e sradicano gli ulivi, ma questa volta l’esercito ha approfittato della situazione e i coloni si sono sentiti più forti e incoraggiati del solito, tanto da incendiare tutto e assassinare mio fratello”.

Ibrahim aggiunge: Oggi non c’è differenza tra un soldato e un colono. Questa gente ci ha distrutto. Due giorni dopo l’omicidio di mio fratello, l’esercito ha revocato i nostri permessi di lavoro in Israele. Cinque uomini della mia famiglia lavorano in Israele. Ora viene impedito a tutti noi di entrare».

La famiglia Tubasi ha dichiarato di aver sporto denuncia alla polizia palestinese dopo la morte di Ismail. Non è chiaro se la polizia palestinese abbia inoltrato la denuncia alla polizia israeliana. Tuttavia, se l’esercito ha effettivamente informato la polizia israeliana che Ismail è stato ucciso, non si capisce come la polizia non abbia aperto la propria indagine indipendentemente dal fatto che sia stata presentata una denuncia, come prevede la legge israeliana per un sospetto di crimine e specialmente nei casi di morte non naturale.

In relazione alluccisione la polizia israeliana ha rilasciato solo la seguente risposta: Nessuna denuncia è stata presentata alla polizia e i dettagli dell’incidente nei termini dichiarati non ci sono noti. Potete contattare la polizia e sporgere denuncia come di consueto”.

Basil al-Adraa è un attivista e fotografo del villaggio di a-Tuwani nelle colline a sud di Hebron.

Yuval Abraham è uno studente di fotografia e linguistica.

(traduzione dallinglese di Aldo Lotta)




Soldati israeliani sparano su una famiglia palestinese intenta a raccogliere il grano, ferendo due di loro

International Middle East Media Center (IMEMC)

25 maggio 2020  IMEMC

Dei soldati israeliani hanno attaccato lunedì una famiglia di palestinesi che stavano raccogliendo il grano nei loro terreni agricoli vicino al villaggio di al-Mughayyir, ad est di Gerusalemme. Pare che l’esercito israeliano sia stato chiamato da coloni israeliani che avevano in un primo tempo cercato di infastidire la famiglia palestinese.

Inizialmente i soldati hanno rilasciato una dichiarazione secondo cui due palestinesi avrebbero cercato di attaccarli con falcetti (strumenti agricoli usati per raccogliere il grano). Ma i racconti dei testimoni oculari descrivono in modo molto diverso ciò che è accaduto e mettono in discussione altre dichiarazioni dell’esercito israeliano in cui si sostiene di aver sparato ai palestinesi “per legittima difesa”.

Nel corso delle ultime settimane i coloni israeliani si sono imbaldanziti nei loro assalti ai palestinesi, in coincidenza del fatto che l’amministrazione israeliana di Benjamin Netanyahu ha dato via libera agli attacchi violenti, addirittura incoraggiandoli. In questo caso i coloni israeliani, che diversi giorni fa hanno fondato un nuovo insediamento nelle vicinanze, sono penetrati nei terreni palestinesi per schernire e aggredirel a famiglia che lavorava nella sua proprietà agricola.

Non essendo riusciti a provocare una reazione da parte dei palestinesi, hanno chiamato l’esercito, che è arrivato sulla scena e ha prontamente sparato a due membri della famiglia di agricoltori.

Secondo un resoconto del quotidiano israeliano Haaretz [giornale di centro sinistra, ndtr.], uno degli uomini colpiti, identificato come Murad, ha parlato con i giornalisti riferendo loro: (i soldati israeliani) “hanno iniziato ad avvicinarsi a noi dicendoci di sederci immediatamente. Quindi hanno sparato tre proiettili alla gamba sinistra di mio fratello Imad. Io mi sono avvicinato un po’ e ho chiesto loro di smettere di fare fuoco su di lui, e allora mi hanno sparato all’addome.”

I giornalisti hanno anche parlato con la moglie di Murad, che ha detto: “Eravamo sulla nostra terra, lontano dall’insediamento, e loro sono venuti da noi, non noi da loro”, e un altro testimone oculare ha detto: “Affermare che avrebbe cercato di pugnalare un soldato mentre sua moglie, i suoi figli e tutta la sua famiglia erano lì? Non è mai successo. Stanno cercando di giustificare il fatto di aver sparato.”

In seguito alla dichiarazione dei loro soldati, la maggior parte delle forze armate israeliane ha diligentemente riportato tale dichiarazione come un dato di fatto, per cui il quotidiano israeliano Yedioth Ahranoth [uno dei quotidiani più letti in Israele, di destra, ndtr.] ha scritto: “Le truppe IDF hanno sparato su due palestinesi che, brandendo dei falcetti, tentavano di accoltellare i soldati mentre erano intenti in attività operative in Cisgiordania, vicino a Ramallah. Nessun soldato israeliano è rimasto ferito nell’attacco e i due aggressori sono riusciti a fuggire nonostante fossero stati colpiti da proiettili “.

Questo ovviamente è un resoconto falso dell’accaduto, ma è stato riportato da Yedioth Ahranoth e da altre fonti come un dato di fatto. Yedioth Ahranoth ha anche affermato che questo incidente è avvenuto durante una “rivolta di giovani palestinesi”, un’altra ovvia menzogna, poiché la realtà è che una famiglia palestinese stava raccogliendo il proprio grano quando è stata aggredita da coloni paramilitari israeliani, e poi è stata colpita dagli spari di soldati israeliani armati.

Solo Haaretz ha dedicato del tempo alle interviste dei testimoni oculari e alla ricerca della verità su ciò che è accaduto, inducendo l’esercito a ritirare le proprie iniziali false dichiarazioni.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto OCHA del periodo 31 marzo – 13 aprile 2020

Il 1° aprile, un palestinese di 22 anni è morto per le ferite riportate l’11 marzo scorso, quando venne colpito dalle forze israeliane durante una manifestazione nel villaggio di Beita, a sud di Nablus [vedere Rapporto precedente].

In questo villaggio [situato in Area B], da fine febbraio sono in corso manifestazioni contro ripetuti tentativi, da parte di coloni israeliani, di appropriarsi di una vicina collina. Alle manifestazioni di protesta hanno fatto seguito intensi scontri con le forze israeliane che [ad oggi] hanno provocato due vittime palestinesi, tra cui un minore, e oltre 380 feriti. Non è stato segnalato alcun ferito israeliano.

In Cisgiordania, in scontri con forze israeliane, sono rimasti feriti dodici palestinesi, tra cui quattro minori [segue dettaglio]. Otto [dei 12] feriti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno, due sono stati colpiti con proiettili di arma da fuoco e due sono stati aggrediti fisicamente. Cinque di questi feriti (tra cui un bimbo piccolo e un bambino di tre anni, che hanno inalato gas lacrimogeno) sono stati registrati nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est, nel corso di due distinti episodi: durante un’operazione di ricerca-arresto e durante un’azione della polizia finalizzata ad imporre le restrizioni di movimento legate al COVID-19. Altri sei palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Burin (Nablus), durante scontri con le forze israeliane in pattugliamento e a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante le manifestazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti [colonici] e contro le restrizioni di accesso. Dall’inizio di marzo, la frequenza degli scontri e dei relativi ferimenti è fortemente diminuita, come conseguenza delle restrizioni ai movimenti imposte dalle autorità palestinesi per contenere la diffusione di COVID-19 e per la riduzione della frequenza delle operazioni israeliane di ricerca-arresto.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato 53 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 45 palestinesi. La metà di queste operazioni, e circa il 60% degli arresti, sono stati registrati a Gerusalemme Est, dieci in Hebron, nell’area controllata da Israele (H2) e nove nel governatorato di Ramallah. Ciò rappresenta un calo di oltre il 50%, rispetto alla media quindicinale di tali operazioni registrata nel primo trimestre di quest’anno.

Al fine di far rispettare le restrizioni di accesso alle aree [di Gaza] prossime alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa di Gaza, in almeno 56 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento: tre pescatori palestinesi sono rimasti feriti e una barca da pesca è stata danneggiata. In cinque occasioni, le forze israeliane sono entrate in Gaza, nei pressi di Khan Younis e nelle aree settentrionali, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale. Nel contesto della crisi COVID-19, sono state annullate le dimostrazioni, previste [nella Striscia di Gaza] per il 31 marzo, in commemorazione del secondo anniversario della “Grande Marcia del Ritorno” e della “Giornata della Terra”.

Secondo agricoltori palestinesi, il 6 aprile, ad est della città di Gaza, aerei israeliani hanno irrorato erbicidi su terreni agricoli prossimi alla recinzione perimetrale. È il terzo episodio di questo tipo segnalato quest’anno, con conseguenti danni alle colture.

Per consentire il ritorno di migliaia di palestinesi bloccati in Egitto, dal 13 aprile, per quattro giorni, è stato riaperto (solo verso Gaza) il valico di Rafah, a controllo egiziano. Le autorità di Gaza hanno lanciato una piattaforma online per registrare i palestinesi che intendono rientrare, in modo da poter organizzare la loro sistemazione in centri di quarantena obbligatori. Dal 15 marzo il valico era stato chiuso in entrambe le direzioni per impedire la diffusione del COVID-19. Anche per i titolari di permesso, rimane bloccato l’ingresso in Israele attraverso il valico di Erez (a controllo israeliano); fanno eccezione i casi sanitari urgenti ed i malati di cancro. Decine di palestinesi rientravano quotidianamente in Gaza attraverso questo valico .

Nell’Area C della Cisgiordania, citando la mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite, sequestrate o smantellate 18 strutture di proprietà palestinese e 1.200 alberi sono stati sradicati, in quanto piantati su “terra di stato” [segue dettaglio]. In seguito alla epidemia di COVID-19, le autorità israeliane hanno fermato in gran parte la demolizione delle abitazioni, ma hanno continuato a prendere di mira strutture di sostentamento e di servizio. Preoccupa, in modo particolare, il ripetersi di demolizioni di strutture idriche ed igieniche; ciò potrebbe minare gli sforzi per contenere la diffusione del virus. [Infatti,] durante il periodo in esame, le autorità israeliane hanno requisito due latrine mobili ed hanno danneggiato due serbatoi d’acqua nella Comunità di pastori di At Taybe (Hebron), mentre, nel villaggio di Kafr Ni’ma (Ramallah), hanno demolito tre cisterne per la raccolta dell’acqua. Durante quest’ultimo episodio, le forze israeliane hanno anche sradicato circa 1.200 alberi, con la motivazione che erano piantati su terra dichiarata [da Israele] “terra di stato”. Da metà marzo, a Gerusalemme Est, non sono state effettuate demolizioni.

Otto palestinesi sono rimasti feriti e un gran numero di proprietà [palestinesi], tra cui oltre 670 alberi, sono state vandalizzate da aggressori ritenuti coloni israeliani [segue dettaglio]. I ferimenti sono avvenuti in tre distinti episodi: nell’Area H2 della città di Hebron, controllata da Israele, due uomini (uno dei quali disabile mentale) sono stati spruzzati con liquido al peperoncino; vicino al villaggio di Kobar (Ramallah), tre contadini sono stati picchiati con i fucili mentre lavoravano la loro terra; e, infine, nell’insediamento di Ramat Eshkol a Gerusalemme Est, tre lavoratori palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e uno di essi è stato accoltellato e ferito gravemente. Altri quattro casi sono avvenuti ad At Tuwani (Hebron), Turmus’ayya (Ramallah) e Al Khader (Betlemme), dove sono stati sradicati o vandalizzati oltre 670 alberelli di ulivo e altri alberi. In quest’ultimo villaggio (Al Khader), dall’inizio dell’anno sono stati vandalizzati circa 1.450 alberi appartenenti ad agricoltori del luogo. I residenti della Comunità di pastori di Umm al Kheir hanno riferito che coloni hanno avvelenato oltre 20 mandorli. Nel villaggio di Ein Qiniya (Ramallah), coloni sono passati con motociclette su terreni coltivati a cetrioli, mentre a Yanun (Nablus) e Al Jab’a (Betlemme), hanno fatto pascolare le loro pecore su coltivazioni, danneggiandole. In altri due casi, coloni hanno fatto irruzione nella periferia dei villaggi di Qusra (Nablus) e Al Mazra’a al Qibliya (Ramallah), vandalizzando proprietà. Dall’inizio di marzo, la media settimanale di aggressioni condotte da coloni verso palestinesi, comportanti ferimenti o danni a loro proprietà (9 casi), risulta aumentata dell’80% rispetto alla media settimanale del periodo gennaio-febbraio (5 casi).

Sono stati segnalati numerosi episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie, ad opera di palestinesi, contro veicoli israeliani che transitavano lungo le strade della Cisgiordania. Non ci sono stati feriti, ma, secondo una ONG israeliana, in Ramallah e nella Valle del Giordano, tre veicoli hanno subìto danni.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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In Cisgiordania i coloni approfittano del confinamento dovuto al coronavirus per annettere terre palestinesi

Akram Al-WaaraBetlemme, Cisgiordania occupata

1 aprile 2020Middle East Eye

Mentre gli attacchi dei coloni sono moneta corrente, è stato constatato un netto aumento delle violenze dopo la proclamazione dello stato d’emergenza sanitaria.

Nella Cisgiordania occupata i coloni sfruttano l’isolamento imposto allo scopo di rallentare la propagazione del nuovo coronavirus per annettere terre palestinesi e condurre attacchi contro i civili e le loro case.

Negli ultimi giorni sono stati riferiti almeno tre episodi durante i quali dei coloni israeliani hanno spianato dei terreni palestinesi e pavimentato delle strade nei distretti di Nablus, Gerusalemme e Betlemme.

È stato anche osservato un picco di aggressioni contro i palestinesi e i loro beni. Middle East Eye ha documentato violenze nei villaggi di Madama, Burqa e Burin.

Normalmente subiamo attacchi da parte di coloni diverse volte al mese,” spiega a MEE Ghassan al-Najjar, un attivista di Burin, villaggio situato a 5 km. a sud di Nablus.

Ma dopo che siamo stati posti in isolamento a causa del coronavirus essi sono decuplicati”, dice il trentenne, aggiungendo che i coloni, sotto la protezione dei soldati israeliani, ormai fanno quotidianamente delle incursioni nel villaggio.

Aggiunge che degli abitanti della colonia di Har Brakha hanno cercato di impadronirsi di terre palestinesi nella periferia del villaggio.

I coloni sanno che le persone restano in casa per via del coronavirus, quindi cercano di approfittarne per attaccarci e prendere ancor più terre”, lamenta l’attivista.

Un netto aumento delle aggressioni

Mentre gli attacchi di coloni in Cisgiordania sono moneta corrente, alcuni attivisti di tutto il territorio occupato hanno segnalato un netto incremento di violenze dopo la proclamazione dello stato d’emergenza sanitaria a causa della pandemia di coronavirus all’inizio di marzo.

A sud della Cisgiordania, nel distretto di Betlemme, centro dell’epidemia del coronavirus in Palestina, l’attivista quarantottenne Mahmoud Zawahreh riferisce a MEE che in questi ultimi giorni i coloni hanno adottato tattiche simili nel comune di Khallet al-Nahleh.

I coloni cercano di impadronirsi di una collina di questo villaggio fin dal 2013. Nel corso degli anni, racconta Zawahreh, i coloni della vicina mega-colonia di Efrat hanno tentato di ricostruire l’“avamposto” che vi si trovava, dopo il suo smantellamento da parte delle forze israeliane.

Una sentenza ha stabilito che le terre appartengono a palestinesi e le tende dei coloni sono state smantellate”, ricorda Zawahreh. “Fino a poco tempo fa non avevano tentato di tornare qui.”

Negli ultimi giorni in effetti i coloni sono tornati, questa volta con più tende, serbatoi d’acqua e generatori elettrici. Lunedì scorso hanno iniziato a tracciare una strada sterrata per creare un più facile accesso all’avamposto.

La crisi del coronavirus limita gli spostamenti dei palestinesi, soprattutto intorno a Betlemme, a causa della quarantena e del coprifuoco imposti dal governo”, spiega Mahmoud Zawahreh.

I coloni lo sanno e ne approfittano. Sanno che le persone avranno troppa paura di venire in gran numero e protestare contro questi tentativi, come si faceva prima. Quindi è una situazione ideale per prendere il controllo del territorio”.

«Tra il martello dell’occupazione e l’incudine del coronavirus »

Mentre la pandemia non mostra alcun segnale di rallentamento, i palestinesi dicono di essere costretti a scegliere tra proteggere la loro salute e proteggere le loro terre.

A causa dei coloni e dell’occupazione noi non possiamo seguire le direttive fissate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità o dal nostro governo per proteggerci dal coronavirus”, afferma Ghassan al-Najjar.

Se restiamo a casa ci proteggiamo dal virus, ma finiamo per perdere le nostre terre”.

Cercando di difendere il villaggio riducendo al minimo l’esposizione degli abitanti tra di loro e coi coloni, l’attivista e altri giovani della regione di Burin hanno creato un piccolo gruppo incaricato di proteggere le terre durante l’isolamento.

Normalmente tutto il villaggio viene a difendere le terre, ma ora lavoriamo in piccoli gruppi e facciamo dei turni per ridurre al minimo l’esposizione potenziale”, spiega. “È quello che possiamo fare per il momento.”

Da Khallet al-Nahleh, Mahmoud Zawahreh esorta la comunità internazionale a fare pressione sul governo israeliano perché metta fine ai “crimini dei coloni” in Cisgiordania.

È triste e frustrante per noi palestinesi vedere che durante questa epidemia l’umanità dovunque si unisce per difendersi e proteggersi reciprocamente da questo virus, mentre qui i coloni fanno il contrario. Sfruttano il virus a loro vantaggio, per nuocere all’umanità degli altri e rubare la terra altrui”, denuncia.

In Palestina siamo schiacciati tra il martello dell’occupazione e l’incudine del coronavirus”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 17 – 30 marzo 2020

La notte del 22 marzo, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese 32enne e ferito un suo parente; i due viaggiavano su una strada principale vicino al villaggio di Ni’lin (Ramallah).

Fonti militari israeliane hanno affermato che i due erano implicati nel lancio di pietre contro veicoli israeliani; secondo i familiari, erano impegnati nell’acquisto di viveri. Le autorità israeliane hanno trattenuto il corpo dell’uomo ucciso. Questo decesso porta a nove il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania dall’inizio dell’anno.

In Cisgiordania, in vari scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 40 palestinesi, tra cui sette minori. Rispetto alle settimane precedenti, ciò rappresenta un netto calo, attribuito alle restrizioni di accesso imposte nel contesto della crisi COVID-19. La maggior parte dei [40] ferimenti (26) sono stati registrati nel villaggio di At Tuwani (Hebron), ad opera delle forze israeliane, intervenute in seguito a scontri tra residenti e coloni israeliani che, in precedenza, avevano fatto irruzione nel villaggio [vedi i dettagli in un paragrafo successivo]. Sei degli altri ferimenti sono stati registrati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), nel corso delle manifestazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso. Dei 40 feriti, 24 sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni, 7 sono stati aggrediti fisicamente, 6 sono stati colpiti da proiettili di gomma e 3 da proiettili di armi da fuoco.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 72 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 64 palestinesi, tra cui dieci minori. 21 di queste operazioni hanno avuto luogo a Hebron (di cui 13 nella zona H2 della città sotto controllo israeliano) e 20 a Gerusalemme Est. Il numero complessivo di operazioni è diminuito di quasi il 30%, rispetto alla media quindicinale registrata dall’inizio dell’anno.

A Gaza, il 27 marzo, un gruppo armato palestinese ha lanciato un missile contro Israele e le forze aeree israeliane hanno effettuato un attacco aereo su Gaza. Non sono state riportate vittime, ma, a quanto riferito, sono state danneggiate strutture militari nel nord di Gaza.

In almeno 22 occasioni, per far rispettare le restrizioni di accesso alle aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale israeliana ed a quelle di mare al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco: non sono stati registrati danni. In due di questi episodi, due palestinesi sono rimasti feriti: un pescatore ed un uomo che avrebbe tentato di infiltrarsi in Israele; inoltre, sono state confiscate alcune reti da pesca. In un caso, ad est di Khuzaa (Khan Younis), le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

Nel contesto della crisi COVID-19, le autorità israeliane hanno ulteriormente limitato l’accesso dei palestinesi a Gerusalemme Est ed alla “Seam Zone”, [cioé i lembi di] territorio palestinese chiuso tra la Linea Verde e la Barriera; ai palestinesi residenti in questa zona sono stati bloccati tutti i normali permessi che consentivano loro di raggiungere il resto della Cisgiordania [attraversando la Barriera]. Ai residenti che forniscono servizi essenziali sono stati concessi permessi speciali, mentre l’accesso per i casi di emergenza deve essere richiesto quando necessario. Allo stesso modo, con poche eccezioni, sono stati sospesi tutti i permessi che concedevano agli agricoltori della Cisgiordania di attraversare la Barriera per accedere ai loro terreni posti nella suddetta area [“Seam Zone”]. Anche per i pazienti sottoposti a cure mediche è stato bloccato l’accesso negli ospedali di Gerusalemme Est; ad eccezione dei casi di emergenza e dei malati di cancro.

Nello stesso contesto [crisi COVID-19], l’uscita delle persone da Gaza verso Israele (incluso il passaggio in Cisgiordania) e verso l’Egitto, è stata in gran parte sospesa. Dal 12 marzo, il valico di Erez, controllato da Israele, è stato chiuso per tutti i titolari di autorizzazioni, compresi oltre 5.000 lavoratori e commercianti giornalieri; è consentito solo il passaggio per i casi di emergenza medica e per i pazienti oncologici. Dal 15 marzo è stata bloccato il passaggio in uscita attraverso il valico di Rafah, controllato dall’Egitto.

In Area C della Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando due persone e causando ripercussioni su altre 170 [segue dettaglio]. A Ibziq, una Comunità beduina nella valle settentrionale della Giordania, le autorità hanno demolito una casa e sequestrato otto tende fornite come aiuto umanitario: quattro di queste tende dovevano essere utilizzate come rifugi temporanei, durante le evacuazioni imposte ai residenti per consentire le esercitazioni militari israeliane; le altre quattro erano utilizzate come moschea e clinica. Le altre demolizioni hanno interessato strutture legate al sostentamento in cinque Comunità. Uno di questi casi si è verificato nel villaggio di Deir Ballut (Salfit), dove è stato demolito un locale ad uso agricolo, mentre una cisterna d’acqua, finanziata da donatori, è stata danneggiata in base all’ “Ordine militare 1797” che prevede la demolizione o il sequestro di strutture senza licenza e quindi considerate “nuove”. A partire dalla dichiarazione del 5 marzo, relativa allo stato di emergenza COVID-19 nei Territori occupati, le autorità israeliane hanno demolito (o costretto le persone ad autodemolire) o sequestrato 40 strutture, sfollando 26 palestinesi e creando ripercussioni diverse, per entità e tipo, su altri 260.

Almeno 16 attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato il ferimento di cinque palestinesi e gravi danni materiali [segue dettaglio]. Tale numero di attacchi rappresenta un aumento del 78% rispetto alla media quindicinale di episodi similari registrati dall’inizio del 2020 . In due casi separati, accaduti alla periferia dei villaggi di Umm Safa ed Ein Samiya (entrambi a Ramallah), gruppi di coloni israeliani hanno aggredito due palestinesi, in un caso con un’ascia e nell’altro con un martello, ferendoli gravemente. Altri due pastori sono stati aggrediti e feriti fisicamente (in un caso, da un cane sguinzagliato da coloni), mentre pascolavano le pecore nei pressi di Ein al Hilweh (Tubas) e At Tuwani (Hebron). Quest’ultima Comunità ha anche subìto un’incursione di coloni che ha innescato successivi scontri con le forze israeliane (vedi sopra). Il villaggio di Burqa (Nablus) ha assistito a cinque episodi separati in cui coloni dell’insediamento di Homesh hanno fatto irruzione nella Comunità, aggredendo fisicamente e ferendo un contadino, lanciando pietre contro veicoli, sradicando alberi e vandalizzando strutture. L’insediamento colonico di Homesh era stato evacuato nel 2005, ma è stato ripopolato negli ultimi anni. Anche nei villaggi di Al Mughayyir (Ramallah) e Khashem ad Daraj (Hebron), gruppi di coloni hanno fatto irruzione, tagliando le gomme di numerosi veicoli e rubando tubature per l’acqua. Inoltre, coloni israeliani hanno sradicato 100 ulivi di proprietà palestinese piantati vicino all’area di insediamento colonico di Gush Etzion (Betlemme). In due episodi verificatisi nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno rubato o danneggiato telecamere di sorveglianza in una casa e in una scuola, entrambe oggetto della violenza dei coloni.

Un israeliano, conducente di un autobus, è stato ferito su una strada vicino al villaggio di Kisan (Betlemme), in seguito al lancio di pietre contro il suo veicolo ad opera di palestinesi. Secondo una ONG israeliana, altre otto auto israeliane, che viaggiavano su tangenziali vicino ai governatorati di Ramallah e Nablus, hanno subito danni per lancio di pietre.




Rapporto OCHA del periodo 7- 20 gennaio 2019

Secondo il Ministero della Salute, un palestinese è morto il 19 gennaio, a seguito della ferita riportata il 14 maggio 2018 quando, durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno”, venne colpito da un proiettile sparato dalle forze israeliane.

Dal 30 marzo 2018, data di inizio delle manifestazioni, il numero totale di morti [palestinesi] sale così a 213 ed il numero di feriti a 36.134. Il 26 dicembre, il Comitato organizzatore della GMR ha annunciato che le manifestazioni settimanali si concluderanno il 30 marzo 2020; dopo tale data continueranno con cadenza mensile e in ricorrenze particolari.

In diverse occasioni, palloncini caricati con ordigni esplosivi e rilasciati dalla Striscia di Gaza, sono caduti nel sud di Israele. I dispositivi sono stati fatti esplodere dalle forze israeliane, senza causare vittime o danni. In seguito, le forze israeliane hanno effettuato una serie di attacchi aerei su Gaza contro strutture di gruppi armati; anche in questo caso non sono state riportate vittime.

In almeno 45 occasioni, forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento sia verso aree [della Striscia] di Gaza prossime alla recinzione perimetrale israeliana, sia in mare, al largo della costa; non sono stati segnalati feriti. Inoltre, agricoltori palestinesi hanno riferito che il 14 e 15 gennaio, per la prima volta dal 2018, aerei israeliani hanno irrorato con erbicidi terreni agricoli palestinesi attigui alla recinzione. In due episodi separati, sette palestinesi sono stati arrestati mentre tentavano di entrare in Israele; altri due sono stati arrestati al valico di Erez.

In Cisgiordania, durante vari scontri, 40 palestinesi, tra cui almeno sei minori e due donne, sono stati feriti da forze israeliane. Più della metà dei feriti (25) si sono avuti nel Campo profughi di Aqbat Jaber (Gerico) e ad Al ‘Eizariya (Gerusalemme) in scontri scoppiati durante due operazioni di ricerca-arresto. Altri tredici palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante una protesta settimanale contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti. Altri due [dei 40] palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Ar Rifa’iyya (Hebron), in scontri seguiti ad una demolizione (vedi i dettagli nel paragrafo successivo). In Cisgiordania, durante il periodo in esame, le forze israeliane hanno effettuato 115 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 128 palestinesi, tra cui sei minori.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto palestinesi a demolire, 19 strutture, sfollando 22 persone e creando ripercussioni su altre 130. Dieci di queste strutture, di cui tre precedentemente fornite come aiuto umanitario, erano situate in Area C. Finora, nel 2020, in Cisgiordania sono state demolite o sequestrate 35 strutture, di cui dieci finanziate da donatori. Durante la demolizione di una struttura abitativa nel villaggio di Ar Rifa’iyya (Hebron), sono scoppiati scontri (menzionati sopra). Le restanti nove [delle 19] strutture demolite erano in Gerusalemme Est [segue dettaglio]. In tre episodi distinti, avvenuti nel quartiere Jabal al Mukabbir di Gerusalemme Est, tre famiglie palestinesi sono state costrette a demolire le loro case; ne risultano sfollate dodici persone. Altre cinque strutture si trovavano nelle Comunità di Bir Onah e nel villaggio di Al Walaja, entrambe situate all’interno del confine (stabilito da Israele) della municipalità di Gerusalemme, ma la Barriera [israeliana] le separa dal resto di Gerusalemme Est. Infine, una struttura abitativa è stata demolita a Beit Hanina, sfollando una famiglia di quattro persone, tra cui due minori.

Dal 19 gennaio, a seguito di una sentenza del tribunale israeliano, favorevole ad una organizzazione di coloni che rivendica la proprietà della terra, una comunità di rifugiati palestinesi, composta da tre famiglie, è ad elevato rischio di sfratto forzato dalle loro tre abitazioni situate nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est. In quest’area, oltre 80 famiglie palestinesi hanno in corso procedure di sfratto, avviate contro di loro dalla medesima organizzazione di coloni.

Il 15 gennaio, forze israeliane hanno demolito due case di coloni israeliani, costruite nell’insediamento colonico avamposto [cioè, non autorizzato da Israele] di Kumi Ori (Nablus). La demolizione ha fatto seguito ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia Israeliana, che ha ordinato l’allontanamento dei coloni e la demolizione dell’avamposto in quanto edificato, in Area B, su terreni di proprietà privata palestinese. Tuttavia, la sentenza non ha incluso disposizioni tali da consentire ai proprietari di riacquistare l’accesso alla terra.

Otto attacchi di coloni hanno provocato nove feriti, danni alle proprietà palestinesi e il ferimento di un volontario internazionale [segue dettaglio]. Nel villaggio di Madama (Nablus), un gruppo di circa 30 coloni israeliani provenienti, a quanto riferito, dall’insediamento di Yitzhar, ha attaccato e lanciato pietre contro una casa, ferendo una donna palestinese incinta e causando danni alla casa stessa. In un altro episodio verificatosi sulla strada 60, vicino a Hebron, un palestinese e una famiglia di sette persone, tra cui cinque minori e una donna, sono rimasti feriti dal lancio di pietre contro i loro veicoli, ad opera di coloni israeliani. In due episodi separati, secondo fonti della Comunità, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 67 ulivi e altri alberi nel villaggio di As Sawiya (Nablus). In altri due casi, secondo quanto riferito, coloni israeliani hanno causato danni a due case e forato le gomme di due veicoli nei villaggi di Battir (Betlemme) e Yasuf (Salfit). Inoltre, in un episodio separato accaduto nel villaggio di At Tuwani (Hebron), coloni hanno aggredito e ferito fisicamente un volontario internazionale che accompagnava pastori palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, secondo media israeliani, palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie contro veicoli israeliani in quattro episodi, arrecando danni a quattro auto. Gli episodi hanno avuto luogo su strade principali dei governatorati di Ramallah, Betlemme ed Hebron.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 21 gennaio, tre palestinesi di Gaza, tra cui un minore, sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane; avevano forzato la recinzione perimetrale con Israele e, secondo quanto riferito, avevano lanciato un ordigno esplosivo contro le forze israeliane.

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I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

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sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA del periodo 17 -30 luglio 2018 (due settimane)

Lungo la recinzione israeliana che circonda Gaza, le proteste e gli scontri del venerdì si sono ripetuti: quattro palestinesi, tra cui due minori, sono stati uccisi ed altri 763 sono stati feriti.

Altri tre palestinesi sono morti per le ferite riportate durante le dimostrazioni delle settimane precedenti. I due minori (11 e 16 anni) sono stati colpiti con armi da fuoco dalle forze israeliane durante manifestazioni tenute il 27 luglio nelle zone di Rafah e Khan Younis: il primo è morto immediatamente, mentre il secondo è stato ferito in modo grave ed è morto il giorno seguente. Gli altri due morti (due uomini) sono stati colpiti con armi da fuoco a Gaza ed a Khan Younis, durante le manifestazioni del 20 e 27 luglio. Quasi la metà dei feriti sono stati ricoverati in ospedale; 217 di loro erano stati colpiti con armi da fuoco.

Con questi ultimi eventi, salgono a 26, a partire dal 30 marzo 2018, i minori palestinesi uccisi a Gaza dalle forze israeliane. Di questi, 21 sono stati uccisi durante manifestazioni e 5 in altre circostanze. Inoltre, durante lo stesso arco di tempo, sono stati feriti e ricoverati in ospedale 1.487 palestinesi e due minori israeliani. In una dichiarazione rilasciata il 1° agosto, alti funzionari delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la violazione dei diritti dei minori e hanno invitato Israele, l’Autorità palestinese e le Autorità di Hamas a Gaza a rispettare i diritti dei minori e ad astenersi dalla loro strumentalizzazione.

Nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza, in vari altri episodi, sono stati uccisi sette membri dell’ala armata di Hamas e un soldato israeliano. Il 19 luglio, a est di Rafah, le forze israeliane hanno sparato diversi di colpi di cannone, uccidendo un componente dell’ala armata di Hamas, e ferendone altri tre. Il giorno dopo, ad est di Khan Younis, nel corso di una delle dimostrazioni, un palestinese ha colpito e ucciso un soldato israeliano: è il primo ucciso, dalle ostilità del 2014. Dopo questo fatto, l’esercito israeliano ha lanciato su Gaza massicci raid aerei e bombardamenti, uccidendo tre membri dell’ala armata di Hamas e ferendo 28 persone, tra cui 8 minori. I palestinesi hanno lanciato contro Israele tre razzi, senza causare feriti o danni. Nelle prime ore del 21 luglio, è stato raggiunto un precario cessate il fuoco mediato dall’Egitto e dalle Nazioni Unite. Ciò nonostante, il 25 luglio, i palestinesi hanno sparato e ferito un soldato israeliano che pattugliava la recinzione, e carri armati israeliani hanno bombardato postazioni militari a Gaza, uccidendo altri tre membri dell’ala armata di Hamas e ferendo un minore.

Dopo il cessate il fuoco è stato segnalata un significativa riduzione nel lancio di aquiloni e palloncini incendiari da Gaza verso Israele; tuttavia, a partire dal 26 luglio la loro frequenza è nuovamente aumentata. Secondo le autorità israeliane, dalla fine di aprile, sono stati registrati circa 1.200 incendi, che hanno bruciato più di 3.000 ettari di terra coltivata e di riserve naturali. In tali circostanze non sono state segnalate vittime israeliane.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 21 casi, non contestuali alle manifestazioni di massa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco. Quattro palestinesi, tra cui un pescatore e due minori, sono rimasti feriti. In quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

Il 24 luglio, le autorità israeliane hanno revocato il divieto di ingresso di carburante e gas da cucina nella Striscia di Gaza, imposto il 16 luglio. È rimasto in vigore il divieto di importazione a Gaza di una serie di prodotti, inclusi materiali da costruzione, mobili, legno, elettronica e tessuti, nonché il divieto generalizzato di esportazione. Le restrizioni sarebbero state imposte in risposta al lancio di aquiloni e palloncini incendiari. Secondo la Federazione Palestinese delle Industrie, da quando sono state imposte le restrizioni all’importazione, oltre 4.000 lavoratori dell’edilizia sono stati temporaneamente licenziati, principalmente a causa della carenza di materiali da costruzione.

Il 23 luglio, per mancanza di carburante, la Centrale Elettrica di Gaza (GPP) è stata costretta a fermarsi del tutto: rispetto alle 19 ore precedenti, le interruzioni di corrente sono aumentate fino a una media di 20 ore al giorno. Questa situazione è causata dalla mancanza di fondi per l’acquisto di carburante dall’Egitto. Il 26 luglio, la Centrale ha ripreso, in parte, le operazioni.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, a controllo

egiziano, è rimasto aperto cinque giorni/settimana in entrambe le direzioni, ad eccezione di un giorno. 2.934 persone sono entrate a Gaza e 2.552 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018, il valico è stato aperto quasi continuativamente.

In Cisgiordania, durante numerosi scontri con forze israeliane, un minore palestinese è stato ucciso e 57 palestinesi, tra cui 21 minori, sono rimasti feriti. Il 23 luglio, nel Campo profughi di Ad Duheisha (Betlemme), durante un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un quindicenne. Dall’inizio dell’anno, sale a sei il numero di minori palestinesi uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania. I rimanenti ferimenti sono stati registrati durante altre operazioni di ricerca-arresto, tra cui quella svolta nel villaggio di Kobar (Ramallah, vedi sotto), le dimostrazioni settimanali di Kafr Qaddum e gli scontri al Complesso di Al Haram ash Sharif / Monte del Tempio (vedi sotto).

Il 26 luglio, nell’insediamento colonico di Adam (governatorato di Gerusalemme), un 17enne palestinese ha accoltellato e ucciso un colono israeliano e ne ha feriti altri due; è stato successivamente ucciso da un altro colono. Il suo corpo è ancora trattenuto dalle autorità israeliane. I soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Kobar, dove viveva l’autore dell’aggressione; ne sono seguiti scontri, durante i quali 17 palestinesi, tra cui nove minori, sono rimasti feriti. Le forze israeliane hanno anche fatto rilievi della casa di famiglia del giovane, in vista della sua demolizione punitiva.

Nella Città Vecchia di Gerusalemme, all’interno e intorno al Complesso di Al Haram ash Sharif / Monte del Tempio, le tensioni sono aumentate in seguito all’ingresso di numerosi gruppi di israeliani. Il 22 luglio, nel Complesso sono entrati circa 1.000 israeliani accompagnati da forze israeliane; successivamente, nella Città Vecchia, alcuni di loro hanno danneggiato proprietà palestinesi, inclusi almeno tre negozi. Il venerdì successivo, nella stessa area, sono scoppiati scontri tra palestinesi e forze israeliane; queste ultime hanno chiuso tutti i cancelli del Complesso ed hanno fatto irruzione nelle due Moschee per allontanarne i palestinesi. In questa circostanza 10 palestinesi sono rimasti feriti e 26 sono stati arrestati; più tardi, nello stesso giorno, è stato ripristinato il regolare accesso al Complesso.

Quattordici attacchi di coloni israeliani hanno provocato il ferimento di sei palestinesi e danni a 760 alberi, 6 abitazioni, 3 negozi, 11 veicoli e il furto di 2 tende fornite come assistenza umanitaria. La metà degli episodi sono avvenuti nella Cisgiordania settentrionale, e quattro di essi hanno causato incendi dolosi di una casa e di alberi nei villaggi di Qusra, Jalud e Asira al Qibliya (in Nablus) e in Immatin (Qalqiliya). Tre degli attacchi sono stati effettuati nella zona H2 della città di Hebron: si è trattato di aggressioni fisiche contro un anziano, una coppia e un minore. Altri due attacchi sono stati registrati nei villaggi di Beitillu e Al Mughayyir (Ramallah), il primo dei quali contro un anziano che si trovava sulla propria terra. Gli ultimi due attacchi sono stati registrati nel governatorato di Gerusalemme, dove tre negozi sono stati vandalizzati da coloni israeliani appena usciti dal complesso di Al Haram ash Sharif / Monte del Tempio (vedi sopra), mentre, vicino all’insediamento colonico di Adam, un uomo è rimasto ferito da pietre lanciate contro il proprio veicolo.

Vicino al villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), palestinesi hanno lanciato pietre contro un veicolo, ferendo un colono israeliano. In Cisgiordania, almeno altri 9 veicoli israeliani sono stati danneggiati in episodi simili.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi edilizi rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito 15 strutture palestinesi, sfollando 14 palestinesi, tra cui sette minori, e colpendone altri 333. Una delle strutture prese di mira era una roulotte finanziata da donatori per la Comunità beduina di Jabal Al Baba (Gerusalemme). Era utilizzata per gestire l’Asilo ed il Centro per le donne; talvolta veniva usata anche come ambulatorio mobile. Una casa, insieme ad altre tre strutture, è stata demolita nella città di Gerico (in una zona compresa in Area C); mentre un ricovero per animali è stato demolito in un’area nel sud di Hebron (Massafer Yatta) designata [da Israele] come “zona per esercitazioni a fuoco”. Le restanti demolizioni, inclusa una effettuata dai proprietari, si sono avute a Gerusalemme Est.

Ancora a Gerusalemme Est, nell’area di Beit Hanina, in seguito ad una sentenza della Corte Suprema Israeliana, due case sono state autodemolite dai proprietari palestinesi; la sentenza è stata favorevole ai coloni israeliani che rivendicavano la proprietà del terreno su cui erano state costruite le abitazioni. Di conseguenza, 19 persone, tra cui otto minori, sono state sfollate. Indipendentemente dal caso di sfratto deciso dalla Corte, le case avevano ordini pendenti di demolizione per mancanza di permessi di costruzione. Negli ultimi decenni, organizzazioni di coloni israeliani, sostenuti dalle autorità israeliane, hanno preso il controllo di proprietà interne ai quartieri palestinesi di Gerusalemme Est: circa 180 famiglie palestinesi stanno attualmente affrontando, presso i tribunali israeliani, cause di sfratto intentate da coloni.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 2 agosto, le autorità israeliane hanno ripristinato il divieto di ingresso di carburante e gas da cucina nella Striscia di Gaza.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 16- 29 gennaio 2018 ( due settimane)

Il 29 gennaio, l’ospedale di Beit Hanoun, nel nord di Gaza, ha interrotto l’erogazione dei servizi medici; in una situazione di lunghi blackout della rete elettrica, tale interruzione consegue all’esaurimento dei fondi per l’acquisto di carburante per i generatori di emergenza.

In condizioni normali, questo ospedale fornisce assistenza medica ad oltre 300.000 persone nel nord di Gaza. Si prevede che i fondi forniti dalle Nazioni Unite per il carburante di emergenza destinato a situazioni critiche: sanità, acqua potabile, trattamento acque reflue e smaltimento rifiuti solidi, si esauriscano, al massimo, tra qualche settimana.

Il 18 gennaio, nella città di Jenin, durante un’operazione di ricerca-arresto, un palestinese di 31 anni è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane. Secondo fonti israeliane, l’uccisione è avvenuta nel corso di uno scontro a fuoco con palestinesi armati. Durante lo stesso episodio, le forze israeliane hanno anche demolito, con buldozer, tre abitazioni e una serra, sfollando 16 palestinesi. Altri 12 palestinesi sono rimasti feriti durante i successivi scontri con le forze israeliane. Secondo quanto riferito, l’operazione mirava ad arrestare i presunti colpevoli di un attacco con armi da fuoco (avvenuto il 9 gennaio), durante il quale venne ucciso un colono israeliano.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato, complessivamente, 160 operazioni di ricerca-arresto, durante le quali sono stati arrestati 187 palestinesi, tra cui 23 minori. Due delle operazioni, compresa quella sopra menzionata, hanno provocato scontri e il ferimento di 16 palestinesi. Il più alto numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Hebron (50), seguìto dai governatorati di Betlemme (29) e Gerusalemme (24).

Nei Territori palestinesi occupati, nel corso di scontri, le forze israeliane hanno complessivamente ferito 274 palestinesi, tra cui 67 minori. 130 di questi ferimenti (compresi i 20 occorsi nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza) sono stati registrati durante manifestazioni contro il riconoscimento da parte degli Stati Uniti (6 dicembre 2017) di Gerusalemme quale capitale di Israele. Questo numero [130] è inferiore rispetto a quello dei ferimenti avvenuti durante manifestazioni svolte per lo stesso motivo nel precedente periodo di riferimento [191 feriti nel periodo 2-15 gennaio 2018]. Altri 92 palestinesi sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane intervenute a seguito di risse tra palestinesi e gruppi di coloni israeliani introdottisi in tre località palestinesi: Madama (Nablus), Azzun (Qalqiliya) e Nablus.

Al posto di blocco di Za’tara/Tapuach (Nablus), forze israeliane hanno colpito, e ferito, con armi da fuoco due ragazzi palestinesi di 14 e 16 anni che avrebbero tentato di pugnalare soldati israeliani. Entrambi i minori sono stati successivamente arrestati. Inoltre, il 19 gennaio, nei pressi di un sito turistico vicino alla città di Gerico, un palestinese ha guidato il suo veicolo contro soldati israeliani, ferendone uno; l’uomo è stato arrestato. Fonti israeliane hanno riferito di un ulteriore tentativo di speronamento con auto, verificatosi il 18 gennaio, ad un posto di blocco della Polizia di Frontiera a Gerusalemme Est e conclusosi senza vittime. Il sospetto aggressore è fuggito.

Durante il periodo di riferimento [16-29 gennaio], un palestinese di 57 anni, malato di cancro, è morto in un carcere israeliano. Fonti palestinesi riferiscono che la morte è avvenuta dopo inascoltate richieste di rilascio per cure mediche fuori dal carcere.

Nella striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in 13 occasioni; non vi sono stati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori. In altre due occasioni, nei pressi della recinzione perimetrale di Deir al Balah e nel nord-est di Khan Younis, le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo. Inoltre, ad est del Campo di Al-Bureij, un 19enne è stato arrestato dalle forze israeliane mentre tentava di entrare in Israele attraverso la recinzione.

In Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione emessi da Israele, le autorità israeliane hanno demolito dieci strutture palestinesi, sfollando sette persone. Sei di queste strutture erano state fornite alle famiglie della comunità beduina di Al Jiftlik Abu al Ajaj (Gerico) come risposta umanitaria a una precedente demolizione. Altre due strutture (due edifici multipiano in costruzione) erano situate nella comunità di Bir Onah, che rientra nei confini municipali di Gerusalemme, ma, a causa della Barriera, è fisicamente separata dalla Città. Inoltre, vicino ad Al Khadr (Betlemme), le forze israeliane hanno spianato con i bulldozer 4.000 mq di terreno, danneggiando circa 400 alberelli: l’area è designata [da Israele] “Terra di Stato”.

Sono stati segnalati cinque attacchi di coloni israeliani che hanno ferito palestinesi o provocato danni a loro proprietà. Nella zona di Al Mu’arrajat di Gerico un giovane di 18 anni e sua madre di 55 anni, mentre pascolavano le pecore, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da un gruppo di coloni israeliani; a Beit Safafa (Gerusalemme Est) due veicoli sono stati dati alle fiamme; all’ingresso del villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme) 12 veicoli sono stati vandalizzati; nei villaggi di Nabi Samuel (Gerusalemme) e Aqraba (Nablus) 85 alberi sono stati sradicati o danneggiati. Secondo un rapporto dei media israeliani, la polizia israeliana ha arrestato un colono israeliano dell’insediamento di Betar Illit (Betlemme), sospettato di almeno sei violente aggressioni contro palestinesi che lavorano nell’insediamento.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, due coloni israeliani sono rimasti feriti e almeno tre veicoli hanno subito danni in cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani. Gli episodi sono stati segnalati nelle aree di Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

Il 17 gennaio l’esercito israeliano, per tre giorni, ha chiuso al transito veicolare tre ingressi del villaggio di Hizma (governatorato di Gerusalemme), abitato da oltre 7.300 persone; ha inoltre tenuto chiuso l’ingresso principale per ulteriori otto giorni. L’esercito israeliano ha comunicato al consiglio del villaggio che le chiusure erano state attivate in risposta al lancio di pietre, da parte di persone del villaggio, contro veicoli di coloni israeliani che viaggiavano sulla statale 437.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate ed in attesa di attraversare Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 30 gennaio, nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), un ragazzo di 16 anni è stato ucciso, con arma da fuoco, dalle forze israeliane; il ragazzo aveva lanciato pietre contro un veicolo militare israeliano che era entrato nel villaggio. Testimoni oculari hanno dichiarato che, in quel momento, non erano in corso scontri. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

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nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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