Mentre a Gaza il genocidio continua la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

Penny Green

11 gennaio 2026 – Middle East Eye

La distruzione dei campi profughi di Jenin e Tulkarem da parte di Israele sta strappando le famiglie alle loro case, svuotando le comunità e accelerando la cancellazione dei palestinesi.

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non si è mai limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è così evidente come nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, sfregiati dalle bombe, spettrali, distrutti e svuotati da Israele come duro monito per i palestinesi sulle conseguenze della resistenza all’occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale pluridecennale in Palestina presenta molteplici livelli di annientamento. Mentre il mondo, sebbene attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto in modo che in Cisgiordania i suoi piani per l’eliminazione dei palestinesi procedessero rapidamente.

L’espansione degli insediamenti coloniali, gli attacchi dei coloni, protetti dalle forze israeliane, contro gli agricoltori, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sradicamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est costituiscono tentativi sistematici volti a distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo legame con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasta colpita da quanto le vite dei palestinesi rispecchino in quel luogo la devastazione affrontata dai profughi a Gaza.

È stato un chiaro richiamo al fatto che questo genocidio prende di mira tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025 Israele ha lanciato l’Operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti “elementi terroristici” in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il presidente del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: “Proprio come a Gaza, stanno cercando di affermare che il campo profughi è un centro di terrorismo. Ma in realtà la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà”. E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono considerati da Israele “terroristi” e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell’operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case da forze speciali israeliane pesantemente armate, con l’uso veicoli blindati, droni e bulldozer.

L’Unrwa, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ha descritto l’offensiva israeliana come “la più prolungata ed estesa ondata di espulsioni dal 1967”. Si stima che il 43% dei campi profughi di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di quelli di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati dei vicoli nel campo di Nur Shams, che si estendeva dalla strada principale di collegamento tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, sono stati bombardati o rasi al suolo per allargare i viottoli larghi due metri e trasformarli in strade larghe 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti sono stati espulsi.

Viaggi dell’apartheid

Anche il viaggio verso questi campi devastati mette in luce, a ogni svolta, la brutale realtà dell’apartheid israeliano.

Attraversare la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale dell’apartheid significa che, mentre le illegali colonie israeliane sono collegate da scorrevoli autostrade per Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere stradali gialle.

Un viaggio che richiederebbe 20 minuti sulle strade dei coloni per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo del suprematismo israeliano: enormi bandiere israeliane fiancheggiavano entrambi i lati dell’autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni potrebbero riflettere una crescente insicurezza da parte di Israele, ma per i palestinesi sono semplicemente un’altra forma di intimidazione.

Abbiamo attraversato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da recinzioni di filo spinato alte 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati permanentemente da Israele, mentre i restanti due possono essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non che si tratti di “un altro atto di occupazione”.

Dalla mia ultima visita nel 2022 il progetto di insediamento coloniale si è ampliato notevolmente.

Incoraggiato dall’impunità internazionale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

“Stiamo promuovendo una sovranità di fatto”, ha dichiarato il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich annunciando i piani per oltre 3.400 case nelle colonie nell’ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti coloniali nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo attraversato il grande insediamento illegale di Eli, in continua espansione, arroccato su una collina, con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio, che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è anche noto per la sua accademia pre-militare Bnei David, che addestra coloni per il grado di ufficiali in unità di combattimento d’élite.

Abbiamo attraversato stazioni di servizio che i palestinesi non possono utilizzare e nuovi avamposti coloniali che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali inevitabilmente si trasformeranno in orribili insediamenti coloniali illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele l’ha vietata a tutti i palestinesi.

Invece abbiamo percorso strade dissestate, fermandoci a posti di blocco improvvisi dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o terminato. A un certo punto abbiamo preso una strada alternativa per evitare un ulteriore posto di blocco.

Questi continui atti di apartheid sono progettati per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile da costringerli ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio, si trovavano alla nostra sinistra.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi aree vuote sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite probabilmente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu è stata dipinta con vernice spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non è rimasto nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi hanno intimato con urgenza di scendere. “I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso”, hanno gridato.

I rifugiati hanno raccontato che, non appena hanno invaso i campi, le forze israeliane hanno interrotto tutte le comunicazioni e i servizi. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all’istante. Questi rifugiati espulsi sono stati letteralmente gettati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti da cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai limiti della sopravvivenza.

È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando… nessuno sapeva dove saremmo stati costretti a dirigerci”, ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola rimasta in costruzione di El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore dei raid da parte di soldati armati fino ai denti, degli elicotteri d’attacco Apache che sorvolavano il campo, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con addosso solo i vestiti che indossavano.

“Il 26 gennaio hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case e in sette giorni il campo è stato completamente svuotato”, ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola in cui vive insieme a 21 famiglie del campo di Tulkarem.

“Nessuno se lo aspettava”, ha continuato. “Non ho portato via da casa nemmeno una maglietta. Ora è demolita.” Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Le espulsioni sono state violente. “Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno i soldati ce le hanno strappate e le hanno gettate a terra”, ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Da quasi 12 mesi 122 rifugiati sfollati vivono nella scuola in costruzione condividendo locali angusti a gruppi di 10-12 persone. Le strutture sono poche o inesistenti,” ha spiegato Khaled.

“Quando siamo arrivati non c’era elettricità, quindi l’abbiamo collegata noi stessi.” A piano terra quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C’è una sola doccia. “Ci mettiamo tutti in fila come prigionieri”, ha aggiunto.

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I vestiti sono appesi a ogni ringhiera mentre le persone cercano di aggrapparsi a piccoli rituali quotidiani mentre il loro campo giace in rovina a pochi metri di distanza.

“La vita nel campo era dura”, mi ha detto Nadia, 38 anni, “ma non quanto questa“.

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams le condizioni già disastrose per i rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente l’Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo servizio è stato interrotto con l’entrata in vigore del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

“Il mio frigorifero è vuoto”, ci ha detto Hakem. “Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro.”

Inoltre un ordine militare vieta loro di ricostruire le loro case distrutte. “Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa”, ha aggiunto Hakem. “Cos’altro possiamo fare?”

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano passi che scricchiolavano sui detriti e il suono spettrale del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che collaborava con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come qualcosa in linea con il progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di “eliminazione silenziosa”.

Per il diciassettenne Ayhem, la cui istruzione è terminata quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene “è molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo”. Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. “Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in altre zone e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto.”

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell’ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza sul tetto osserviamo la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

“La mia casa è inabitabile”, dice Fatma, 70 anni, “ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell’essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla.”

Nihad, il capo del Comitato, descrive la portata dell’assalto militare. La campagna israeliana all’interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d’assalto il campo costringendo tutti gli abitanti ad andarsene.

Chiunque si rifiutasse veniva ucciso fuori dalla propria abitazione per spingere le persone ad andarsene,” afferma. Le forze armate controllavano le vie che potevamo percorrere. Siamo stati costretti a metterci in fila e venivamo ripresi dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva ucciso”.

“L’occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi”, continua. “A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non è stata demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate l’hanno incendiata per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà.”

“All’interno dei campi non c’è acqua né elettricità. Mancano fognature e strade. L’intera infrastruttura è stata distrutta”, aggiunge Fatma.

Nihad lo dice senza mezzi termini: “Il campo è stato assassinato”.

Hanno anche preso di mira e distrutto il centro per i giovani, l’asilo, la sala matrimoni e il centro per disabili.

“Ritorno alle macerie”

Fatma, una leader molto rispettata della comunità di Nur Shams, descrive la sua esperienza la mattina dell’attacco: “Sono arrivati ​​alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l’hanno usata come caserma militare. Alla fine c’erano forse 100 soldati in casa mia”.

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna dell’acqua. “Hanno sparato al nostro piccolo televisore. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare.”

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

Hanno rubato le nostre cose davanti ai nostri occhi”, riferisce Fatma. “Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d’oro, una collana, un braccialetto e una medaglia.”

Nonostante molti rifugiati affermino che torneranno alle macerie”, la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l’espulsione dei loro abitanti e la più ampia campagna di Israele volta a rimuovere i palestinesi dalla loro terra rendono remote le loro possibilità di ritorno.

“‘Tornare alle macerie’ è solo uno slogan”, afferma Khaled. “Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno c’è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive”.

Khreisheh osserva che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere permesso di tornare, ad eccezione “delle famiglie dei martiri, dei feriti, dei prigionieri o dei militanti politici“. Questo, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche prendere in affitto un alloggio altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. “Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare”, dice Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati dei campi profughi

“Ogni volta che proviamo a prendere in affitto una casa”, spiega, “prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo ‘Nur Shams’ o ‘campo di Tulkarem’, rispondono invariabilmente: ‘Non affitto casa a nessuno dei campi’. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono incursioni. Quindi non ci concedono l’affitto.”

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il loro status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente si trasmette di generazione in generazionie, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l’articolo 11 della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati espulsi.

Un elemento centrale del progetto israeliano è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle proprie case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la migliore garanzia per il ritorno.

In tutto il mondo vivono in esilio oltre sette milioni di rifugiati palestinesi. Per Israele la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh chiarisce che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l’idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la stessa opinione.

I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948,” molti mi hanno detto, e ora Israele vuole far sparire i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese”.

“Tutti coloro che sono fuggiti racconteranno una storia triste e dolorosa”, dice un rifugiato. “Case e terre rubate. Hanno replicato quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo”.

“Stiamo passando da un dolore all’altro”, aggiunge un altro. “Questa occupazione vuole sradicare la gente da questa terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi fin dal 1948″.

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto di genocidio calcolato. Distruggendo le comunità, smantellando l’Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: “Vogliono porre fine allo status di rifugiato eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese”.

A Nur Shams il nostro obiettivo non è solo quello di tornare al campo, ma di tornare ai nostri villaggi d’origine. Questo è un nostro diritto storico. Non rinunceremo mai a questo diritto. Il campo è solo una tappa intermedia per noi. Tutti speriamo di poter tornare alle nostre terre d’origine”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In diretta: il raid di Jenin si conclude con la morte di 12 palestinesi e un israeliano

5 luglio 2023 – Middle East Eye

Le truppe israeliane si ritirano dal campo profughi martedì notte dopo un assalto durato due giorni

PUNTI CHIAVE

I residenti di Jenin si svegliano in mezzo alla devastazione

Uccisi tre minorenni su 12 palestinesi

Israele bombarda Gaza dopo il lancio di razzi

Aggiornamenti in tempo reale

Il bilancio delle vittime palestinesi sale a 12 mentre è rimasto ucciso un soldato israeliano

7 ore fa

Buongiorno lettori di MEE,

È stata un’altra notte di conflitto nella Cisgiordania occupata, a Gaza e in Israele.

Ieri notte, secondo l’esercito israeliano, i due giorni di assalto israeliano al campo profughi di Jenin si sono conclusi con la ritirata delle truppe che ha lasciato una scia di devastazione.

Quando poco dopo la mezzanotte le truppe israeliane se ne sono andate gli abitanti hanno dichiarato di aver trovato al loro rientro il caos, con strade distrutte e edifici ridotti in macerie.

Almeno 12 palestinesi sono stati uccisi e più di 100 sono rimasti feriti.

Secondo la Mezzaluna Rossa palestinese quasi un terzo [degli abitanti] del campo profughi, circa 4.000 palestinesi, è fuggito dalle proprie case.

La scorsa notte mentre Israele ritirava le sue forze un soldato israeliano è stato ucciso.

Nell’operazione sono stati utilizzati circa 1.000 soldati israeliani, con l’impiego di elicotteri d’attacco insieme a droni, aerei da combattimento e armi pesanti, con il risultato che numerose proprietà sono state danneggiate o distrutte.

Qualche ora dopo che le forze israeliane hanno iniziato a ritirarsi da Jenin cinque razzi sono stati lanciati da Gaza verso Israele, inclusa la città di Sderot. Non sono stati segnalati feriti.

L’attacco di Israele a Jenin è stato uno dei più pesanti assalti israeliani in Cisgiordania in quasi 20 anni.

L’esercito israeliano ha effettuato contro il campo profughi almeno 20 attacchi con droni.

Aggiornamento a tarda notte

15 ore fa

Il raid israeliano nella città occupata di Jenin, in Cisgiordania, ha ucciso almeno 12 palestinesi quando i militari hanno preso di mira il campo profughi e gli ospedali della zona, in quella che è una delle più vaste operazioni militari in Cisgiordania degli ultimi anni.

L’offensiva è stata diffusamente descritta come uno dei peggiori attacchi israeliani a Jenin degli ultimi due decenni.

Martedì il Ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese ha confermato la morte di 2 persone, portando il numero totale di palestinesi uccisi ad almeno 12.

Secondo la Ministra della Sanità palestinese May al-Kaila durante il raid le forze israeliane hanno preso di mira anche ospedali, personale medico e ambulanze.

La ministra ha affermato che le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ospedale pubblico di Jenin e hanno aperto il fuoco provocando tre feriti. Kaila ha aggiunto che hanno attaccato anche l’ospedale Ibn Sina.

Nel corso del raid oltre agli ospedali sono state danneggiate anche una chiesa cattolica e una moschea. Le foto condivise online mostrano le finestre della chiesa distrutte ed evidenti danni all’esterno.

Diverse notizie che citano fonti israeliane hanno affermato che martedì le forze israeliane avrebbero iniziato a ritirarsi, mentre i media palestinesi riportano sporadici scontri con le forze israeliane.

“Le forze israeliane hanno iniziato a ritirarsi dal campo di Jenin”, ha detto martedì sera ad AFP [agenzia di stampa francese, ndr.] un portavoce dell’esercito, senza fornire ulteriori dettagli.

Tuttavia, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito che l’operazione non è stata un evento occasionale, aggiungendo che Israele “continuerà fino a quando sarà necessario” ad impegnarsi in operazioni militari a Jenin.

MEE sta facendo una pausa nella copertura, ma riprenderà presto. Per rimanere aggiornato sulle ultime novità, seguici su Facebook, Instagram, Twitter e TikTok.

La risposta degli Stati Uniti all’assalto in Cisgiordania riafferma la mano libera di Israele

16 ore fa

Il crescente uso da parte di Israele di sofisticate attrezzature militari nella Cisgiordania occupata, inclusi droni ed elicotteri d’attacco Apache, ha incontrato una scarsa reattività da parte dell’amministrazione Biden, cosa che ha sottolineato la mancanza di linee rosse da parte di Washington in risposta all’intensificarsi della violenza nella regione.

Il raid su Jenin è il culmine di settimane di attacchi militari che hanno visto Israele dispiegare armi sempre più pesanti nella Cisgiordania occupata.

“Quando si tratta dell’uso della forza da parte di Israele gli Stati Uniti non pongono assolutamente linee rosse”, ha detto a MEE Marwa Maziad, esperta di relazioni USA-arabo-israeliane, presso l’Università del Maryland.

A giugno per la prima volta in quasi 20 anni elicotteri da combattimento sono stati inviati nella Cisgiordania occupata dopo che un un veicolo di trasporto truppe è stato colpito da quello che i militari hanno definito un ordigno esplosivo improvvisato (IED) abbastanza avanzato”.

Solo due giorni dopo Israele ha ucciso in un attacco con droni vicino a Jenin due membri del ramo militare del movimento della Jihad islamica palestinese e un leader militare di Fatah.

Alcuni esperti hanno affermato che gli Stati Uniti sono preoccupati che l’introduzione da parte di Israele di droni armati nella Cisgiordania occupata abbia l’effetto potenziale di allentare le regole di ingaggio e infiammare ulteriormente le tensioni, ma gli analisti dicono a Middle East Eye che il raid mortale di Israele su Jenin mostra che per l’amministrazione Biden si tratta di una questione irrilevante.

Il bilancio delle vittime sale ad almeno 12

17 ore fa

Il Ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese ha affermato che il bilancio delle vittime del raid dell’esercito israeliano a Jenin è ora salito a 12 palestinesi.

Per ora il Ministero non ha fornito dettagli sulle circostanze del nuovo decesso.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà per le violenze in Cisgiordania

18 ore fa

Venerdì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà a porte chiuse in seguito all’operazione militare israeliana nella città palestinese di Jenin.

Secondo Reuters i diplomatici hanno detto che gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto l’incontro “alla luce degli allarmanti sviluppi in Palestina”.

Le organizzazioni ebraiche statunitensi incolpano Netanyahu per la violenza dei coloni della Cisgiordania

19 ore fa

Una dichiarazione congiunta rilasciata lunedì da 12 organizzazioni ebraiche americane incolpa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per gli attacchi violenti dei coloni israeliani contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

“In qualità di leader della comunità ebraica americana non possiamo rimanere a guardare”, viene riportato su Haaretz come parte della dichiarazione firmata da organizzazioni tra cui l’Union for Reform Judaism, il New Israel Fund, J Street e il National Council for Jewish Women.

Le organizzazioni hanno espresso la loro “crescente angoscia e orrore” per la recente ondata di attacchi violenti da parte di coloni ebrei israeliani contro le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Questa violenza “non è venuta dal nulla, ma è in linea con il più ampio programma del governo Netanyahu di espansione degli insediamenti, intensificazione dell’occupazione ed espulsione dei palestinesi”, sostengono le organizzazioni.

“Il primo ministro Netanyahu ha la responsabilità ultima delle politiche messe in atto in Cisgiordania sotto la sua autorità e per la ‘chilul hashem’, dissacrazione del nome di Dio, che è stata scatenata sotto forma di questi spregevoli attacchi violenti”.

Le forze israeliane iniziano a ritirarsi da Jenin

19 ore fa

Nella tarda serata di martedì le forze israeliane hanno iniziato a ritirarsi dalla città palestinese di Jenin dopo aver condotto una delle più pesanti operazioni militari da anni nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato da diverse testate giornalistiche che citano fonti israeliane.

“Le forze israeliane hanno iniziato a ritirarsi dal campo di Jenin”, ha detto martedì sera ad AFP un portavoce dell’esercito, senza fornire ulteriori dettagli.

Martedì scorso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione a Jenin non è stata un evento occasionale e che Israele “continuerà per tutto il tempo necessario” a impegnarsi in operazioni militari a Jenin.

L’ultimo raid, iniziato lunedì, ha ucciso 11 palestinesi e ha lasciato decine di feriti. Le forze israeliane hanno anche preso di mira diversi ospedali della zona con lacrimogeni e proiettili veri.

Il Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha affermato che i militari sarebbero in grado di “duplicare e riprodurre” l’operazione a Jenin e prendere di mira chiunque “cerchi di danneggiare i cittadini israeliani”.

“Lo seguiremo fino a casa sua, alla sua camera da letto, lo arresteremo e lo assicureremo alla giustizia”, ha detto.

“Quando Israele ha attaccato ci trovavamo in ospedale “

19 ore fa

Rapporto di Middle East Eye da un ospedale di Jenin mentre le forze israeliane continuano il loro raid nella città occupata della Cisgiordania, prendendo di mira gli ospedali e sparando nelle loro vicinanze.

Ci trovavamo all’ospedale governativo di Jenin quando l’esercito israeliano lo ha attaccato con lacrimogeni sparati dai soldati e con droni”, ha detto Latifeh Abdellatif, corrispondente di Middle East Eye.

“Sono stati sparati almeno sei volte dei lacrimogeni all’interno dell’ospedale nonostante fossero presenti pazienti che potevano essere danneggiati dall’inalazione di gas”.

Abdellatif afferma che poco dopo i gas lacrimogeni le forze israeliane hanno sparato proiettili veri nelle vicinanze dell’ospedale, ferendo almeno tre persone. Aggiunge che ci sono stati attacchi simili vicino all’ospedale Ibn Sina.

“Ci sono stati molti casi di soffocamento curati sul posto e sono state portate alcune persone per cure urgenti”, dice.

Potete leggere di più sui rapporti di Abdellatif qui.

Israele attacca gli ospedali, afferma il Ministero della Sanità palestinese

20 ore fa

Il ministro della sanità palestinese May al-Kaila ha dichiarato che le forze israeliane stanno sempre più prendendo di mira ospedali, personale medico e ambulanze.

Kaila ha detto che le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ospedale pubblico di Jenin e hanno aperto il fuoco lasciando tre persone ferite. Ha aggiunto che hanno fatto irruzione anche nell’ospedale Ibn Sina.

“Questa aggressione è un affronto al diritto internazionale e [dimostra] una determinazione ad uccidere [i palestinesi]”, ha affermato.

Martedì pomeriggio le forze israeliane hanno anche preso di mira con lacrimogeni l’ospedale pubblico come riportato dai media locali con video che mostrano persone in fuga dalla struttura circondata da una coltre di fumo.

Anche gli ospedali Khalil Suleiman e Amal sono stati attaccati.

Kaila ha affermato che l’esercito israeliano ha ripetutamente ostacolato e impedito alle squadre di ambulanze palestinesi di raggiungere i feriti.

La coalizione BDS sudafricana chiede il boicottaggio di Israele

1 giorno fa

La sezione sudafricana del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) chiede al Paese di attuare un boicottaggio di Israele e di perseguire i sudafricani che hanno prestato servizio nelle forze militari israeliane.

La dichiarazione arriva dopo che nelle prime ore di lunedì l’esercito israeliano ha lanciato il suo ultimo raid nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata.

“Il nostro governo afferma di sostenere i principi del diritto internazionale, quindi attendiamo un’azione decisiva dal Sudafrica alle Nazioni Unite, chiedendo il ripristino delle procedure anti-apartheid attraverso sanzioni internazionali e un embargo sulle armi contro lo [Stato di] apartheid israeliano”, ha affermato Roshan Dadoo, coordinatore della coalizione BDS sudafricana.

“Chiediamo inoltre che il nostro governo dichiari persona non grata l’ambasciatore dello [Stato di] apartheid israeliano a Pretoria e rompa le relazioni diplomatiche e qualsiasi altro rapporto”, ha affermato.

La coalizione ha dichiarato che il Sudafrica “ha il dovere morale ed etico di agire contro l’impunità dello Stato israeliano coloniale dell’apartheid e di sostenere il popolo palestinese che resiste [all’] occupazione illegale e ai crimini di guerra commessi contro di loro”.

Il Sudafrica ha una legge che stabilisce che ai suoi cittadini non è permesso di “impegnarsi in attività mercenarie” o fornire “assistenza militare straniera a qualsiasi Stato” a meno che non venga concessa un’autorizzazione speciale. Chiunque violi questa legge è soggetto a detenzione carceraria.

Ci sono stati diversi casi portati dai palestinesi all’Autorità Nazionale di Perseguimento Penale contro i sudafricani che prestano servizio nell’esercito israeliano.

Il bilancio delle vittime sale a 11

1 giorno fa

Dopo la morte di un giovane palestinese martedì il bilancio delle vittime del raid israeliano nella città occupata di Jenin in Cisgiordania è salito a 11 palestinesi.

Secondo i notiziari palestinesi Abd al-Rahman Sa’abneh è morto martedì per le ferite riportate dopo essere stato ferito da proiettili veri sparati da soldati israeliani a Jenin.

Nel raid israeliano danneggiati luoghi di culto

1 giorno fa

Sia una chiesa cattolica che una moschea hanno subito danni a seguito del raid israeliano su larga scala a Jenin.

Il Patriarcato Cattolico di Gerusalemme ha rilasciato una dichiarazione in cui conferma che la chiesa è stata presa di mira dall’offensiva.

Le foto condivise online mostrano le finestre della chiesa distrutte ed evidenti danni all’esterno.

“La città di Jenin sta affrontando un’aggressione israeliana senza precedenti che prende di mira persone e territorio”, ha dichiarato il patriarca Pierbattista Pizzaballa.

La parrocchia cattolica della città ha subito danni a causa di questa aggressione, ha aggiunto.

Lunedì anche la moschea di Al-Ansar è stata presa di mira dalle forze israeliane, che avevano come obiettivo i palestinesi rimasti nella moschea durante la notte.

La moschea, che si trova nel quartiere di Al-Damaj, è stata utilizzata nel corso dei bombardamenti da persone in cerca di sicurezza.

Testimoni oculari hanno affermato che nei locali della moschea sono stati usati proiettili veri e lacrimogeni e che hanno contribuito ai danni anche i bulldozer che hanno scavato intorno alla moschea.

Ministero della Sanità palestinese: oltre 20 persone in gravi condizioni

1 giorno fa

Il Ministero della Sanità palestinese afferma che oltre 100 persone hanno riportato ferite gravi a seguito dell’offensiva israeliana a Jenin. Circa 20 dei feriti sono stati definiti in “gravi condizioni”.

Secondo i media locali le forze israeliane sono ancora nel campo di Jenin e prendono di mira case e persone con colpi di arma da fuoco.

Sono stati sparati lacrimogeni contro la folla anche fuori dall’ospedale principale di Jenin, senza alcuna indicazione di quanto durerà l’offensiva.

La Mezzaluna Rossa afferma che finora oltre 500 famiglie sono state evacuate dal campo.

Per il secondo giorno il campo di Jenin resta tagliato fuori dalle risorse

1 giorno fa

Abitanti e testimoni oculari nel campo di Jenin affermano che a seguito dell’offensiva israeliana per il secondo giorno le persone non hanno avuto accesso alle risorse primarie.

Siamo rimasti senza acqua e senza elettricità, è impossibile contattare chiunque sia rimasto nel campo, ci ha detto un testimone oculare.

Finora oltre 3.000 persone sono state sfollate da Jenin, eppure il campo è stato completamente chiuso, con un numero imprecisato di persone rimaste al suo interno.

Il corrispondente di MEE sul campo afferma anche che le forze israeliane stanno entrando nelle case private ed effettuando arresti, lasciando le persone in uno stato di terrore.

Il Primo Ministro britannico esorta Israele a mostrare “moderazione”

1 giorno fa

Martedì Rishi Sunak, il Primo Ministro del Regno Unito, ha esortato Israele a proteggere i civili palestinesi, mentre le forze israeliane continuano l’offensiva a Jenin per il secondo giorno.

“Ci preme dire che la protezione dei civili deve avere la priorità in qualsiasi operazione militare, e sollecitiamo le IDF [esercito israeliano, ndt.] a mostrare moderazione nelle sue operazioni e chiediamo a tutte le parti di evitare un’ulteriore escalation sia in Cisgiordania che a Gaza, sia ora che nei giorni a venire.”

Sunak ha anche affermato che il Regno Unito chiede a Israele di “aderire ai principi di necessità e proporzionalità nel difendere i propri legittimi interessi di sicurezza”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“La nuova Nakba”: quello che un giornalista palestinese ha visto mentre informava sull’invasione di Jenin

Mohammed Abed

4 luglio 2023 – Mondoweiss

Quello che ho visto a Jenin è una nuova Nakba. Siamo stati riportati indietro al 1948, al 1967 e al 2002 quando il campo profughi di Jenin venne raso al suolo. Questa è stata la sorte della gente del campo nelle ultime 24 ore.

All’incirca verso l’1:30 della notte del 3 luglio i droni dell’esercito di occupazione hanno lanciato un attacco aereo su una delle sedi della resistenza palestinese nel campo profughi di Jenin.

Ho subito indossato il mio gilet con la scritta “Stampa” e mi sono diretto al campo dove erano avvenuti gli attacchi aerei. Lungo il percorso di 5 km per arrivare al campo hanno iniziato a giungerci notizie secondo cui le forze militari dell’occupazione avevano lasciato le basi dell’esercito che si trovano ai posti di controllo di Dotan, Jalameh e Salem che circondano Jenin. Stavano per entrare in città.

In quel momento mi sono reso conto che l’invasione era iniziata.

Carri armati in marcia verso Jenin FOTO: ATEF SAFADI/EFE VIA ZUMA PRESS/APA IMAGES)

Quando sono arrivato al campo l’esercito era già là, schierato fuori dall’ingresso occidentale presso la rotonda di Awda. Sono affluite decine di veicoli blindati che poi si sono sparpagliate per accerchiare il perimetro del campo.

Abbiamo iniziato a informare dell’invasione mentre l’esercito entrava a forza. Questa volta sembrava diverso dalle precedenti incursioni, l’esercito faceva ampio uso dei droni militari per lanciare attacchi aerei su vari luoghi all’interno del campo, qualcosa che non si era più visto dalla Seconda Intifada. Le esplosioni sono continuate per parecchie ore, mentre l’esercito continuava a martellare il campo dall’alto. Dopo un po’ le esplosioni sono diventate meno frequenti, sostituite da un suono diverso, più familiare, di ordigni artigianali fatti esplodere.

Abbiamo tentato di entrare per continuare il nostro lavoro, ma l’esercito ci ha impedito di avanzare. Ha impedito anche alle ambulanze e al personale medico di entrare per curare i feriti.

Un mezzo blindato dell’esercito israeliano blocca l’ingresso del campo di Jenin. Foto:MOHAMMED NASSER/APA IMAGES)

Siamo andati all’ospedale Ibn Sina di Jenin e abbiamo assistito all’afflusso graduale di persone, molte delle quali ferite o che cercavano un rifugio. Abbiamo notato che altri veicoli militari continuavano a passare nei pressi dell’ospedale, almeno cinque convogli, tra cui quattro bulldozer militari, diretti al campo.

Sono passate ore e dal campo proveniva il suono delle esplosioni. Abbiamo cominciato a documentare i casi di persone ferite e uccise che hanno iniziato a raggiungere l’ospedale. Dopo che le forze di occupazione avevano impedito loro di curare i feriti, sul posto sono arrivate ambulanze.

Di primo mattino i bulldozer si sono messi a disselciare le vie di Jenin, scavando trincee profonde un metro nel terreno. È stata la prima volta in vent’anni che abbiamo visto queste scavatrici in azione.

Le conseguenze del feroce attacco con bulldozer che ha sventrato il manto stradale e schiacciato una macchina . Foto: NASSER ISHTAYEH/SOPA IMAGES VIA ZUMA PRESS WIRE/APAIMAGES)

Quando è sorto il sole abbiamo visto i droni dell’esercito coprire il cielo su di noi, mettendo in chiaro che l’invasione sarebbe probabilmente continuata per un certo tempo. Durante il giorno ci siamo avviati verso vari luoghi in cui era schierato l’esercito. Il primo è stato in via Haifa, dove stazionavano vari veicoli militari. Il secondo è stato la rotonda del ministero dell’Interno, dove un convoglio di blindati stava formando un cordone attorno alla zona per chiudere le strade di accesso al campo. Il terzo luogo è stato presso il cinema Circle, nel centro di Jenin, dove si stava svolgendo uno scontro armato tra l’esercito e i combattenti della resistenza. Miliziani erano schierati ai lati delle strade e scambiavano colpi di armi da fuoco con l’esercito. Improvvisamente a un certo punto della sparatoria un nutrito gruppo di combattenti ha iniziato ad avanzare verso il centro della strada e ha continuato a sparare contro i blindati. Mentre filmavamo uno dei miei colleghi si è girato verso di me e mi ha detto che ciò gli ricordava le violente battaglie di strada della Seconda Intifada.

Queste scene di scontri armati erano già state documentate dall’inizio degli ultimi avvenimenti nel campo profughi di Jenin, ma le incursioni dell’anno scorso non hanno niente a che vedere con quello che abbiamo visto con i nostri occhi. Abbiamo assistito all’audacia e allo stoicismo dei combattenti della resistenza mentre affrontavano l’occupazione, dimostrando una tenace determinazione da far rabbrividire.

Infine, il quarto luogo è stato l’ingresso principale del campo profughi di Jenin, dove lo scontro era più feroce. Pneumatici in fiamme riempivano le strade, così come il fumo nero che saliva in colonne che servivano come temporanea cortina fumogena intesa a proteggere i combattenti. Poco dopo un attacco aereo nel campo si potevano sentire le ambulanze che portavano via decine di feriti all’Ibn Sina, dove si era riunita una folla per aiutare il personale medico nel trasporto dei feriti. È così che la gente del campo affronta queste condizioni, offrendosi aiuto reciproco indipendentemente dalla competenza specifica. Quello che vogliono fare è dare una mano in ogni modo possibile.

Il soccorso ai feriti all’ingresso del Campo Profughi. Foto:MOHAMMED NASSER/APA IMAGES

Dopo poco tempo è entrata un’altra ambulanza che portava un gruppo di giornalisti evacuati dal campo. Stavano informando sugli avvenimenti in loco quando l’esercito li ha presi di mira con proiettili veri. Nessuno è stato direttamente colpito, ma alcuni sono tornati senza il loro equipaggiamento in quanto l’esercito ha deliberatamente sparato contro le telecamere che stavano trasmettendo gli eventi dal vivo.

Ho parlato con uno dei giornalisti, Issam Rimawi:

Io e altri colleghi — Hisham Abu Shaqrah, Amid Shehadeh, Rabie Munir, and Abdulrahman Younis — ci trovavamo all’interno del campo prima che le forze di occupazione lo invadessero. Improvvisamente le forze di occupazione sono arrivate in mezzo al campo durante il nostro lavoro, non ci hanno consentito di andarcene e anzi hanno aperto il fuoco contro di noi. Ci siamo rifugiati in una delle case finché siamo stati portati via da un’ambulanza. È stato uno spettacolo terrificante.”

È così che si sono svolti i fatti a Jenin finché è scesa la notte, quando l’esercito ha obbligato migliaia di persone a lasciare il campo. Quelle famiglie sono scappate perché gli è stato detto che la loro casa sarebbe stata bombardata, ma molti sono rimasti nella propria abitazione.

Questo è ciò che significa essere profugo. Questa è la Nakba, rinata dai crimini dell’occupazione. Siamo stati riportati indietro al 1948, al 1967 e al 2002, quando il campo profughi di Jenin venne raso al suolo.

Abbiamo parlato alle famiglie del campo. Ci hanno detto che le ambulanze sono arrivate e hanno detto loro che dovevano andarsene dalle loro case perché l’occupazione intendeva bombardare molte delle loro abitazioni. Una delle persone ha descritto il livello di distruzione a cui ha assistito:

Quando abbiamo lasciato le nostre case le strade erano completamente distrutte. Ovunque nel campo c’erano segni di devastazione e abbiamo camminato sulle macerie causate dagli attacchi aerei e dai bulldozer. Nel campo niente è rimasto come prima. Tutto è stato distrutto.”

Questa è stata la sorte delle persone del campo nelle ultime 24 ore e forse è la stessa sorte che li attende nelle prossime 24 ore. Gli attacchi aerei continuano e i combattimenti si intensificano. Possiamo sentire altre esplosioni, ed è quasi certo che continueranno.

Mohammed Abed

Mohammed Abed è un giornalista palestinese che risiede a Jenin.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)