Due palestinesi feriti dai soldati israeliani durante un attacco dei coloni ebrei

Redazione, WAFA e Social Media

26 settembre 2020 – Palestine Chronicle

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, oggi (26 settembre) due palestinesi sono stati feriti dalle forze di occupazione israeliane durante gli scontri scoppiati nel villaggio di Qusra, vicino a Nablus in Cisgiordania, in seguito a un attacco di coloni ebrei contro due allevamenti di pollame di proprietà palestinese.

Ghassan Daghlas, che monitora le attività delle colonie ebree nella Cisgiordania settentrionale, ha riferito a WAFA che un gruppo di coloni ha attaccato le aziende situate alla periferia di Qusra, saccheggiandole e distruggendone il contenuto.

I coloni hanno anche incendiato un trattore parcheggiato in una delle fattorie e danneggiato dei serbatoi dell’acqua.

Daghlas ha detto che, mentre gli abitanti correvano per proteggere le loro proprietà, dei soldati israeliani che erano in zona sono intervenuti, ma solo per proteggere i coloni, attaccando i palestinesi.

Nel corso degli scontri i militari israeliani hanno sparato proiettili di gomma verso gli abitanti del villaggio, ferendone due.

La violenza dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania è di routine e raramente viene perseguita dalle autorità israeliane.

La violenza dei coloni non dovrebbe essere vista separatamente da quella inflitta dall’esercito israeliano, ma inquadrata nel più ampio contesto della violenta ideologia sionista che domina tutta la società israeliana,” scrive il palestinese Ramzy Baroud, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle.”

Secondo B’tselem, gruppo [israeliano] per i diritti umani, “la violenza dei coloni ormai da lungo tempo fa parte della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione. Le forze di sicurezza israeliane permettono queste azioni, in alcuni casi fanno persino da scorta armata o partecipano agli attacchi che finiscono con il ferimento o la morte di palestinesi, oltre a danni a terreni e proprietà.

Tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania occupata vivono tra i 500.000 e i 600.000 israeliani in colonie per soli ebrei in violazione delle leggi internazionali.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I cristiani palestinesi attaccati da coloni nella Cisgiordania occupata

Shatha Hammad

2 dicembre 2019 – Middle East Eye

TAYBEH, Cisgiordania occupata

Nel villaggio di Taybeh si sono moltiplicati gli attacchi contro proprietà palestinesi – se ne contano 36 solo nel mese di ottobre

Venerdì mattina la famiglia Basir si è svegliata molto prima dell’alba, alle grida dei vicini: c’era stato un attacco contro la sua casa nel villaggio palestinese di Taybeh.

Un gruppo di coloni israeliani aveva lasciato dei graffiti ostili sui muri – uno diceva “zona militare chiusa” – ed incendiato l’automobile della famiglia. Tuttavia gli aggressori non c’erano più quando Rollin Basir ha aperto la porta alle 2 del mattino trovando la sua auto in fiamme. È bruciata fino alle 6.

Rollin Basir racconta che tutto il villaggio è corso a casa sua man mano che la notizia dell’attacco si è diffusa, e gli abitanti sono rimasti fino a mattina inoltrata. Hanno espresso il loro timore che i coloni replicassero i loro attacchi o se la prendessero con loro e con le loro abitazioni.

 “Tutto indica che dietro a questo attacco ci sono dei coloni”, dichiara Rollin Basir, precisando che la sua auto gli era costata più di 42.000 dollari.

Taybeh si trova ad est di Ramallah ed è circondata da quattro colonie: Rimonim – totalmente costruita su terreni confiscati al villaggio (1 milione di km2) – Ofra, Kawkab al-Sabah e l’insediamento evacuato di Amona, dove le forze israeliane impediscono continuamente ai palestinesi di accedere ai loro terreni.

Rollin Basir – padre di tre bambini di età dai 15 giorni ai 7 anni – pensa che il suono dell’allarme dell’automobile abbia spaventato i coloni e che abbiano dovuto lasciare in fretta il luogo.

Oggi hanno bruciato la macchina, ma temo che domani possano bruciare la mia casa, con dentro i miei figli.”

 « Radici arabo-palestinesi »

Padre Johnny Abu Khalil riferisce a Middle East Eye che gli abitanti del villaggio hanno sentito il suono di un allarme, ma che è stato il fumo a condurli alla casa di Basir.

Il prete ritiene che l’attacco dei coloni costituisca un reale pericolo per la popolazione di Taybeh.

Siamo circondati dai coloni. Oggi si è trattato dell’incendio di un’auto, ma temiamo un aumento di questi attacchi e soprattutto l’incendio di alberi, di case e di chiese nel villaggio.”

Padre Abu Khalil spiega che Taybeh è in maggioranza cristiana, ma che l’attacco contro il villaggio non è solamente un attacco contro la cristianità come religione, ma contro le sue “radici arabo-palestinesi”.

Il colono israeliano non fa distinzione tra una città e un’altra, né tra un musulmano palestinese ed un cristiano palestinese…Il colono ritiene che questa terra sia sua e che noi palestinesi dobbiamo andarcene”, sottolinea.

Oggi il messaggio che mandiamo all’occupazione e ai suoi coloni è che, anche se riducono in cenere noi esseri umani, queste pietre proclameranno che questa terra è palestinese, la culla di Cristo e dei profeti.”

Restare all’erta

Padre Abu Khalil racconta che in aprile un gruppo di coloni ha attaccato alcune religiose francesi che visitavano Taybeh e le ha sequestrate per ore prima che i membri del monastero le trovassero.

Il prete afferma anche che uno dei coloni si era spogliato ed era rimasto nudo davanti alle religiose.

Le religiose erano in preda al panico…dopo questo attacco hanno deciso di lasciare Taybeh e rientrare in Francia. Ma degli abitanti hanno contattato il consolato francese e le religiose sono tornate in Palestina.”

Gli attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà si sono moltiplicati negli ultimi tempi. Secondo il sito web israeliano di notizie Walla, solo in ottobre vi sono stati 36 attacchi, in particolare l’abbattimento di ulivi – che rappresentano una fonte di sussistenza per molte famiglie palestinesi -, slogan razzisti ed attacchi contro veicoli.

Issa Zayed, vicesindaco di Taybeh, dice a MEE che il villaggio ha subito aggressioni di coloni durante la prima Intifada (1987-1993), ma che quest’ultimo attacco è di pessimo auspicio.

Condanniamo e respingiamo questo attacco perpetrato dai coloni sostenuti dal governo israeliano…Esso è il risultato del continuo sostegno americano ad Israele e alla legalizzazione delle colonie in Cisgiordania.”

Quindici giorni fa il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha annunciato che Washington non considera più le colonie israeliane nei territori palestinesi occupati come “contrarie” al diritto internazionale.

Issa Zayed precisa che il Comune invita gli abitanti a mantenersi vigili, soprattutto agli ingressi del villaggio.

Questo attacco non annienterà la nostra indefettibile volontà di rimanere nel nostro villaggio storico.”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi lottano contro lo sfratto dalle case di Silwan, Gerusalemme est

Mersiha Gadzo

7 dicembre 2018 Al Jazeera

L’occupazione di Batan al-Hawa a Gerusalemme Est da parte dei coloni è “il più esteso processo di espulsione” degli ultimi anni

Batan al-Hawa, Gerusalemme est occupata – Nel corso degli anni, i coloni israeliani hanno continuato ad offrire milioni di dollari a Zuheir Rajabi e ai suoi vicini per le loro modeste case accatastate sul pendio di Silwan a Batan al-Hawa, un quartiere nella Gerusalemme Est occupata.

Le case si trovano in quello che è noto come il Bacino Storico della Città Vecchia, in prossimità della sacra Moschea di Al-Aqsa, ciò che le rende possedimenti preziosi.

Un colono ebreo una volta offrì a Rajabi un assegno in bianco per la sua casa, chiedendogli di scrivere qualsiasi cifra volesse, da 3 a 30 milioni di shekel (da 800.000 a 8 milioni di dollari).

Ma per Rajabi e gli 700 altri residenti del quartiere – ora minacciati di sfratto – nessuna somma di denaro basterebbe a farli lasciare le loro case.

“Pensavano che in 30 giorni le persone avrebbero abbandonato le loro case”, ha detto Rajabi, dal terrazzo sul tetto del Centro di Comunità del quartiere, che domina la valle.

“La gente qui è molto semplice; hanno una cosa sola, l’onore. Non ci importa di vivere in povertà o in un ambiente malsano, non possiamo sopportare di perdere il nostro onore”, ha detto Rajabi, che è anche il portavoce del comitato Batan al-Hawa.

Gran parte dei residenti di Batan al-Hawa vi abita da oltre 70 anni, molti dopo essere stati espulsi dalle loro ataviche case quando si stava costituendo Israele.

I residenti ora affrontano un’altra espulsione, da parte dell’associazione di coloni ebrei Ateret Cohanim, che sta cercando di lanciare quella che Ir Amim, una ONG israeliana, definisce come la più grande occupazione di quartieri palestinesi a Gerusalemme Est da quando Israele l’ha occupata nella guerra arabo-israeliana del 1967.

La giudaizzazione di Gerusalemme Est

Ateret Cohanim, che ha come obiettivo la giudaizzazione di Gerusalemme est, sostiene che le case di Batan al-Hawa furono costruite su un terreno di proprietà del ‘Jewish Benvenisti Trust’ [cartello religioso ebraico, ndtr.] nel XIX secolo, che lo adibiva all’insediamento in zona degli ebrei yemeniti.

Nel 2002, il Ministero della Giustizia israeliano ha emesso un atto di proprietà del terreno, circa 5,5 dunams (1,4 acri), a favore del Benvenisti Trust, senza informarne i residenti. A quel punto, Ateret Cohanim ha assunto il controllo del Trust.

L’atto è stato utilizzato come fondamento per gli avvisi di sfratto ai residenti, come quello ricevuto dalla famiglia Rajabi nel 2015, che disponeva che le sette famiglie che abitano in quella casa se ne andassero.

Nel giugno di quest’anno, oltre un centinaio di residenti palestinesi in lotta contro gli sfratti ha presentato una petizione, sostenendo che il Trust Benvenisti possedeva solo gli edifici e non il terreno su cui si trovavano.

Dal momento che da allora gli edifici originali erano stati distrutti e ricostruiti, il Trust non poteva rivendicare la terra, sostenevano i residenti.

Lo stesso mese, il governo israeliano ha ammesso che il Ministero della Giustizia non aveva indagato sul Trust prima di emettere l’atto di proprietà.

Tuttavia, il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto l’appello dei residenti di annullare la decisione del 2002, consentendo in effetti ad Ateret Cohanim di proseguire con l’occupazione di Batan al-Hawa.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha detto che la sentenza della Corte ha spianato la via alla pulizia etnica dei palestinesi di Silwan.

“La sentenza dimostra, ancora una volta, che l’Alta Corte israeliana dà il suo beneplacito a quasi tutte le violazioni dei diritti dei palestinesi da parte delle autorità israeliane”.

La “piovra” di Gerusalemme est

Ad oggi, Ateret Cohanim ha sfrattato 17 famiglie e possiede sei edifici nell’area.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il 45% di tutte le famiglie palestinesi minacciate di sfratto a Gerusalemme Est vive a Batan al-Hawa.

B’Tselem lo ha definito “il più esteso processo di espulsione” in città degli ultimi anni.

Rajabi ha detto che suo padre ha comprato il loro appezzamento di terra nel 1966 dopo che erano stati espulsi dai quartieri ebraici della Città Vecchia, senza alcun risarcimento.

“Sono nato qui, sono cresciuto qui, mi sono sposato qui, ho vissuto qui tutta la mia vita”, ha detto.

Amareggiato dalla sentenza della Corte, ha detto che la società israeliana si sta spostando verso la “estrema destra”.

Rajabi paragona Ateret Cohanim a una piovra i cui tentacoli stanno attanagliando la Città Vecchia e Silwan.

“Ateret Cohanim è un’organizzazione potente, non solo politicamente. Ha anche soldi”, ha detto Rajabi.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’organizzazione usa diverse tattiche per costringere i palestinesi a vendere le loro proprietà, tra cui minacce a carattere sessuale e ricatti di vario tipo – come minacciare di rendere pubblica una vendita concordata in segreto così che il venditore, temendo per la propria vita, sarebbe costretto ad abbassare significativamente il prezzo per evitare l’ira della propria comunità.

[L’ONG israeliana] Ir Amim dice che il governo israeliano è stato direttamente coinvolto nell’agevolare gli insediamenti privati illegali nella città vecchia e nei quartieri palestinesi circostanti.

“Il governo ha agito tramite il Custode Generale e il Registro dei Trust (entrambi sotto il Ministero della Giustizia) per agevolare il sequestro di Batan al-Hawa, aumentando il budget per la sicurezza del 119 % per il periodo 2009-2016 in modo da garantire la protezione degli estremisti ebrei che si insediano nel cuore dei quartieri palestinesi a Gerusalemme Est”, ha affermato la ONG.

Consolidare il controllo ebraico

Secondo un rapporto di Ir Amim, l’obiettivo politico di gruppi come Ateret Cohanim è consolidare il controllo ebraico a Gerusalemme Est e contrastare la soluzione dei due stati.

Yacoub al-Rajabi, membro del comitato di Batan al-Hawa, ha affermato che i coloni stanno cercando di acquistare la sua casa dal 2003.

Un anno e mezzo fa, Ateret Cohanim gli ha offerto 2 milioni di dollari per vendere la sua casa e abbandonare la causa in tribunale, ma senza risultato.

“Se ci sfrattano dalle nostre case, costruiremo tende vicino alle case, non andremo da nessuna parte, ci rifiutiamo di andare altrove, rifiutiamo di essere trasferiti [per la terza volta]”, ha detto Yacoub.

Ha descritto il quartiere come una prigione dove i residenti si sentono intrappolati e sono regolarmente attaccati da coloni, polizia, esercito e istituzioni governative israeliane per spingerli ad andarsene.

Dice che, ad ogni festa ebraica, i residenti non possono lasciare le loro case e per ordine militare i bambini non possono andare a scuola.

“Non abbiamo altro che la nostra risolutezza. Cercheremo di difendere noi stessi e i nostri diritti … Abbiamo la proprietà di questa terra ed è nostra per legge”, ha detto.

L’ufficio di Rajabi si trova nel Centro della comunità costruito per i bambini – l’unico posto nel quartiere dove i bambini possano giocare in sicurezza. In un angolo del suo ufficio, uno schermo mostra i filmati dalle telecamere a circuito chiuso installate all’esterno.

Dall’altra parte della strada, una decina di telecamere controllano la sua casa. Le ha fatte installare per documentare gli attacchi dei coloni o delle autorità israeliane, dopo che suo padre è morto per l’inalazione di gas lacrimogeni sparati dalla polizia.

Rajabi afferma che le telecamere sono state estremamente utili a smentire le false affermazioni dei coloni e delle autorità israeliane.

Il destino delle loro case è ora presso la Pretura di Gerusalemme, che deve decidere se il Trust Benvenisti possiede solo gli edifici o anche la terra.

Ma Yacoub ha detto che c’è poca speranza che la giustizia possa essere difesa dai tribunali israeliani.

“Persino durante l’udienza la stessa giudice ha detto che ci sono alcuni problemi legali nel verdetto del tribunale”, ha detto Yacoub, aggiungendo che i residenti cercheranno con tutti i mezzi di rimanere nelle loro case, anche portando il caso alla Corte Penale Internazionale.

“Questa [sentenza del tribunale] non ci spezzerà, continueremo a lottare per i nostri diritti, continueremo a lottare per la nostra proprietà sulla terra e sulle nostre case”, ha affermato.

(traduzione di Luciana Galliano)