Appelli e negoziati non impediranno a Israele di affamare Gaza.
Pluripremiato giornalista palestinese
20 luglio 2025 – Al Jazeera
Le sanzioni lo potrebbero.
Il 17 luglio l’esercito israeliano ha bombardato l’unica chiesa cattolica di Gaza, uccidendo tre persone e ferendone almeno 10. Il parroco, Gabriele Romanelli, che soleva avere telefonate quasi quotidiane con il defunto Papa Francesco, era tra i feriti.
Dopo l’attacco ci sono state dichiarazioni di condanna. Il primo ministro italiano Giorgia Meloni lo ha definito “inaccettabile”. Papa Leone ha detto di essere “profondamente rattristato” – una dichiarazione che molti hanno considerato “vaga” e “timorosa”.
Il governo israeliano si è affrettato a dichiarare il proprio “rammarico” per l’attacco.
Tra lo sdegno globale il Patriarca latino di Gerusalemme è stato in grado di negoziare affinché funzionari ecclesiastici visitassero la comunità cristiana, consegnassero una limitata quantità di cibo e medicine a famiglie sia cristiane che musulmane e facessero uscire da Gaza alcune persone ferite per curarsi.
Queste azioni umanitarie, seppur molto gradite da chi si trova in estrema necessità a Gaza, sono però un altro indice del fallimento internazionale. Perché la consegna di cibo, acqua e medicinali deve essere “guadagnata” attraverso un negoziato? Perché i diritti fondamentali inscritti nel diritto internazionale devono essere soggetti alla contrattazione politica?
I palestinesi apprezzano moltissimo gli sforzi dei capi della chiesa. Le loro azioni rappresentano compassione e limpidezza morale. Ma esse non dovrebbero essere necessarie. In base al diritto umanitario internazionale le potenze occupanti hanno obblighi vincolanti nei confronti delle persone sotto il loro controllo. Garantire l’accesso al cibo, all’acqua, alle medicine e ai servizi essenziali non può essere una concessione caritatevole – si tratta di obblighi legali.
La Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 e i Regolamenti dell’Aja del 1907 sanciscono chiaramente che i civili nei territori occupati devono essere protetti e devono disporre dei servizi essenziali, in particolare quando la potenza occupante controlla l’accesso alle frontiere, alle infrastrutture e alle risorse vitali. Bloccare o procrastinare gli aiuti non è solo disumano – configura un crimine di guerra.
Il diritto internazionale inoltre vieta alla potenza occupante di poter trasferire forzatamente la popolazione locale o insediare i propri cittadini sulle terre occupate – pratiche che Israele perpetua a Gaza e in Cisgiordania impunemente. L’occupante deve garantire un ininterrotto accesso umanitario, senza ritardi, condizioni politiche o compromessi coercitivi.
Israele non ha rispettato nessuno di questi obblighi. Ma invece di incorrere nelle conseguenze del suo utilizzo di punizioni collettive, tattiche di riduzione alla fame e attacchi alle infrastrutture civili – chiese, ospedali, panetterie, scuole – Israele ottiene concessioni in cambio della promessa di rispettare le norme legali fondamentali. Questi “accordi” vengono poi gabellati come “successi” diplomatici dalle potenze che vi prendono parte.
Nel corso di una recente conferenza ad Amman l’ambasciatore dell’Unione Europea in Giordania, Pierre-Christophe Chatzisavas, è stato molto eloquente. Secondo lui le “discussioni” dell’UE riguardo al prendere provvedimenti sul non rispetto di Israele delle disposizioni sui diritti umani dell’accordo di partenariato UE-Israele hanno prodotto una “efficace pressione politica”. Come risultato, Israele “ha concordato” di permettere maggiori consegne di cibo e aiuti, carburante per elettricità e desalinizzazione, riparazione di infrastrutture, riapertura di corridoi umanitari attraverso Egitto e Giordania e accesso agli operatori umanitari e agli osservatori dell’ONU.
Questo accordo ha portato all’accantonamento di 10 sanzioni proposte dall’UE. Amnesty International ha definito l’iniziativa un “crudele e illegittimo tradimento” dei suoi principi enunciati.
Il problema di questo “accordo” è che Israele non lo sta attuando, proprio come tutti gli altri precedenti. Secondo fonti UE citate dai media Israele lascia entrare solo 80 camion al giorno, mentre Gaza ne ha bisogno di più di 500. Non è chiaro se gli 80 camion entrino davvero e quanto dei loro contenuti raggiunga realmente i previsti destinatari.
Delle bande attaccano regolarmente i convogli di aiuti e l’esercito israeliano spara a chiunque cerchi di proteggere questi camion dai saccheggiatori.
Diverse agenzie e organizzazioni stanno lanciando allarmi sul propagarsi della malnutrizione che uccide bambini quotidianamente. La carestia è reale anche se l’Onu, in seguito a pressioni, non ha ancora intenzione di dichiararla.
Intanto le forze israeliane e i mercenari stranieri continuano ad uccidere le persone in cerca degli aiuti ai punti di distribuzione gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta da Israele, che è stata creata per sottrarre le funzioni alle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare all’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati palestinesi. Circa 900 persone sono state uccise in questi siti da quando le operazioni della GHF sono iniziate alla fine di maggio.
Se l’UE in quanto tale non interverrà, i singoli Stati membri hanno comunque una responsabilità legale. Come minimo i Paesi europei dovrebbero sospendere il trasferimento di armamenti, vietare il commercio con le colonie illegali e porre fine alla cooperazione con le istituzioni complici dell’occupazione e dell’apartheid. Queste non sono posizioni politiche opzionali, sono obblighi legali. E questo vale per tutto il resto del mondo.
Il pericolo di chiedere a Israele di far entrare gli aiuti invece di imporglielo attraverso sanzioni è chiaro: quando i crimini di guerra vengono ignorati in cambio di un’assistenza temporanea, l’impunità diventa la norma. La carestia diventa un’accettabile arma di guerra. Le vite dei civili si trasformano in merci di scambio.
La comunità internazionale – compresi l’UE, le istituzioni ecclesiastiche e i leader mondiali – deve continuare ad estendere la buona volontà e gli aiuti. Ma questo non deve sostituire la giustizia. La misericordia deve accompagnarsi alla fermezza: Israele deve rispondere dei propri obblighi legali e morali. I palestinesi – cristiani e musulmani – non devono essere trattati come pedine, ma come esseri umani che hanno diritto alla dignità, alla sicurezza e alla pace.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.
(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)