Netanyahu scagionato per lo scandalo dei sottomarini

Ben Caspit

16 ottobre 2020 – Al Monitor

Adesso che il procuratore generale ha deciso di non indagare su di lui né per lo scandalo dei sottomarini né per quello della compravendita di azioni, il primo ministro Benjamin Netanyahu può tirare un sospiro di sollievo.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu può star tranquillo, dato che il procuratore generale Avichai Mandelblit ha annunciato il 15 ottobre che non ordinerà un’indagine penale per la compravendita di azioni, spiegando ancora una volta il motivo per cui non lo incriminerà per il caso dei sottomarini.

Il primo episodio si riferisce all’acquisto di azioni che gli ha fruttato un considerevole guadagno in seguito alla loro vendita al miliardario americano Nathan Milikowsky, suo cugino. Il secondo riguarda l’acquisto di sottomarini e navi da guerra dall’acciaieria tedesca Thyssenkrupp.  

I due scandali continuano a perseguitare Netanyahu e hanno fatto emergere un movimento di protesta contro la sua condotta e la sua permanenza al potere. Una petizione presentata alla Corte Suprema include dichiarazioni da parte di ex ufficiali di alto grado della difesa. Il 15 ottobre, Benny Gantz, principale alleato di Netanyahu nel governo e ministro della Difesa, ha annunciato che stava prendendo in considerazione la nomina di una commissione di inchiesta all’interno del ministero della Difesa per andare a fondo sullo scandalo dei sottomarini acquistati per oltre un miliardo dall’azienda tedesca. Gantz, lui stesso un ex capo di stato maggiore dell’esercito, che nelle ultime tre campagne elettorali ha usato la vicenda per provocare Netanyahu adesso sta cercando di approfittarne per forzare il primo ministro a presentare e approvare il bilancio dello Stato e a nominare un procuratore generale e il capo della polizia.

La storia potrebbe rivelarsi la più rischiosa per Netanyahu, per cui le conseguenze politiche potrebbero essere enormi. I tre atti di accusa che il procuratore generale Mandelblit ha depositato contro Netanyahu nel gennaio 2020, incluso uno per corruzione, non hanno intaccato il sostegno fra i suoi seguaci, indifferenti alle accuse di regali illeciti e tentativi di controllare i media israeliani. Però quella dei sottomarini è tutta un’altra storia. Netanyahu sapeva che se lui o i suoi collaboratori fossero stati accusati di ricavare un guadagno personale da un appalto militare persino i suoi più ardenti sostenitori l’avrebbero abbandonato.

Per sua fortuna, Mandelblit l’ha scagionato, dicendo fin dall’inizio delle indagini che non era un sospettato, persino quando la polizia raccomandava di incriminare alcuni dei suoi collaboratori e parenti.

Netanyahu deve aver tirato un sospiro di sollievo, allora e di nuovo questa settimana, ma non può comunque rilassarsi. Molti israeliani si sentono traditi e l’ondata di proteste è culminata questa settimana quando dal nord e sud di Israele è arrivato a Gerusalemme un lungo corteo di auto e camion recanti modelli di sottomarini di cartone. Il Movimento per la Qualità al Governo in Israele ha presentato una petizione all’Alta Corte chiedendo che Netanyahu sia interrogato sul caso che coinvolge anche l’accordo israeliano con la Germania per vendere sottomarini all’Egitto. Sono state anche presentate decine di dichiarazioni scioccanti da parte di alti ufficiali dell’establishment della difesa. Generali della riserva, ufficiali di alto grado e tutti quelli che sono coinvolti nell’acquisto hanno descritto nei dettagli le pesanti pressioni esercitate dall’ufficio del primo ministro per acquistare direttamente dalla Thyssenkrupp anche grandi motovedette, senza fare una gara d’appalto internazionale.

La Corte Suprema deciderà questo mese. Il 15 ottobre Mandelblit ha presentato la sua risposta al ricorso spiegando perché Netanyahu non sia stato messo sotto accusa. Mandelblit ha anche annunciato che non indagherà sull’acquisto di 600.000 dollari di azioni della SeaDrift, un’azienda siderurgica controllata da Milikowsky (che sembra fornisca anche alcuni prodotti alla Thyssenkrupp). Netanyahu ha venduto le azioni con un guadagno enorme nonostante le performance in caduta dell’azienda.

Mandelblit ha ammesso che Netanyahu ha notevolmente beneficiato da questa transazione, ma ha anche dichiarato che non c’erano prove sufficienti per un’inchiesta penale. Ha concluso che Netanyahu non era a conoscenza del conflitto di interesse e che la vendita costituisse un vantaggio illecito.

Queste decisioni hanno suscitato le dure critiche degli oppositori di Netanyahu, ma anche enorme soddisfazione fra i suoi sostenitori. Mandelblit è anche lui al centro di un nuovo scandalo scoppiato questa settimana a causa di registrazioni segrete di sue conversazioni di alcuni anni fa con Efi Nave, il potente capo dell’Ordine degli avvocati israeliano, poi costretto a dimettersi e incriminato per frode e millantato credito.

Negli ultimi mesi i sostenitori di Netanyahu hanno condotto una campagna concertata contro la credibilità di Mandelblit per provare che le accuse avevano una motivazione politica o che era stato ricattato dall’ex pubblico ministero Shai Nitzan per incastrare Netanyahu. Anche se tutte queste teorie complottiste sono maldestre, destabilizzano ancor più Israele. Il pubblico ministero è al centro della tempesta perfetta, metà degli israeliani sono convinti che ha incastrato Netanyahu per farlo cadere e l’altra metà pensa che in realtà sia in combutta con Netanyahu e il suo seguito, come prova la sua decisione di questa settimana di non indagare e di far decadere le accuse perché non sufficienti per mandarlo in galera.

Molti degli accoliti di Netanyahu concordano che la sua era è più vicina alla fine che a un nuovo inizio. È già chiaro che quando lui uscirà dalla scena politica, lo Stato dovrà ricostruire le istituzioni che lui ha mandato in rovina.

Per ora sul fronte “sottomarini” Netanyahu può star tranquillo. Se fosse stato incriminato il suo nome sarebbe stato disonorato per sempre come traditore e la sua memoria infangata. Se riuscirà a prenderne le distanze potrà continuare a combattere per un posto nella storia e anche per la sua poltrona come primo ministro, a cui non ha intenzione di rinunciare.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Coronavirus: Israele si rivolge all’esercito mentre si intensifica il giro di vite contro la pandemia

Lily Galili da Tel Aviv, Israele

25 settembre 2020 – Middle East Eye

Mentre peggiora la crisi da Covid-19, gli israeliani stanno vedendo nell’esercito un salvatore, ma il Paese assomiglia sempre più a un regime militare

Lasciate vincere l’esercito”, è un vecchio slogan israeliano coniato dai dirigenti della destra durante la Seconda Intifada (2000-2005).

Voleva dire: non lasciate che i politicanti vigliacchi, la sinistra amante dei palestinesi, i tribunali di parte e i media ostili interferiscano con l’azione dell’esercito, basta lasciare che faccia quello che ci vuole per vincere.

Circa 20 anni dopo questo slogan ha subito una curiosa modifica. Ora dice: “Lasciate che le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] vincano il Covid-19.”

Sottinteso: dato che nessun altro ha la più pallida idea di come fare, sicuramente non i politici né altre istituzioni civili al potere, lasciamo che l’esercito israeliano si prenda in carico la gestione della pandemia. Ha le competenze, la tecnologia e, cosa più importante, non è tra i 120 membri del parlamento israeliano, ognuno dei quali ha una propria agenda.

In un sondaggio dell’opinione pubblica reso noto in luglio da Channel 12 [canale televisivo privato israeliano, ndtr.], il 57% delle persone interpellate appoggiava la posizione del ministro della Difesa Benny Gantz [del partito di centro destra Blu e Bianco, ndtr.], che sosteneva che “la gestione del coronavirus deve essere trasferita al Comando del Fronte Interno (dell’esercito israeliano) e al ministero della Difesa”. Solo il 20% si opponeva a questa idea.

Gantz non è stato il primo a sostenerla. Il suo predecessore come ministro della Difesa, Naftali Bennett [del partito di estrema destra Yamina, ndtr.], e molti altri ufficiali di alto grado della riserva hanno affermato la stessa cosa. Ma all’epoca il primo ministro Benjamin Netanyahu era restio ad affidare la gestione della crisi al suo arci-rivale.

Ma il Covid-19 aveva progetti diversi. Durante un’intervista del 13 aprile un importante funzionario della sicurezza in anonimato ha detto ad Amos Harel, principale esperto del giornale Haaretz per le questioni militari, che “l’esercito israeliano non può risolvere la crisi da coronavirus.” Lo stesso giornale progressista ha messo in guardia contro l’intervento dell’esercito nella crisi civile.

Lasciate che l’esercito ci salvi

Arriviamo velocemente a cinque mesi dopo: questa settimana Harel ha chiesto esplicitamente al capo di stato maggiore Aviv Kochavi di “accettare la sfida mentre Israele affronta una dilagante epidemia da coronavirus.”

Il cambiamento è principalmente un riflesso della disperazione totale e della perdita di fiducia nel disastroso governo Netanyahu.

Questi risultati non sorprendono affatto, considerando l’enorme fallimento del governo nell’affrontare la crisi. Secondo tutti i sondaggi la maggioranza degli israeliani ha perso fiducia nel modo in cui il governo sta affrontando la pandemia, una bella differenza rispetto alla generale soddisfazione per l’operato del governo in occasione della prima ondata del virus in marzo-aprile.

Un numero crescente di israeliani crede che gli interessi politici e personali di Netanyahu, soprattutto le accuse di frode e corruzione che lo minacciano, siano la principale motivazione per il modo in cui affronta la crisi, mentre altri ministri del suo governo sembrano semplicemente del tutto incompetenti.

Il sentimento prevalente è che i cittadini israeliani siano stati abbandonati da una dirigenza indifferente, più preoccupata di salvare il proprio lavoro o grandi, irrilevanti gesti come l’“accordo di pace” con gli EAU e il Bahrein, venduto dallo stesso Netanyahu per lo più come una miniera d’oro turistica.

L’esercito, che gode ancora di un alto livello di fiducia da parte dell’opinione pubblica, sembra essere il naturale salvatore, tanto più che la crisi sanitaria è stata definita con un chiaro gergo militare. La pandemia è una “guerra”, il coronavirus è un “nemico” e ogni cittadino è mobilitato per combattere un’ardua battaglia che i suoi dirigenti stanno continuando a perdere giorno dopo giorno.

Sono profondamente turbata dal gergo militare che viene imposto a tutti noi riguardo a questo maledetto coronavirus,” ha scritto sulla sua pagina Facebook Rana Abu Fraiha, una premiata regista israelo-palestinese.

Linguaggio bellico

Persino il fallimento nella gestione di questa crisi viene dipinto con tinte guerresche. In un’intervista televisiva il generale in pensione ed ex-capo della direzione dell’intelligence militare dell’esercito Amos Yadlin ha paragonato la pandemia all’esperienza traumatica della guerra arabo-israeliana del 1973.

Anche nel 1973 fu l’arrogante ed egocentrico governo che venne visto come responsabile del disastro, mentre l’esercito israeliano salvò la Nazione. Questa narrazione è in sintonia con gli israeliani, nonostante una grande differenza: al contrario della guerra, una crisi sanitaria è una questione civile. Il pericolo, per quanto riguarda l’intervento dell’esercito, è di annullare questa distinzione.

L’uso del gergo militare nel contesto del Covid-19 e la ridotta mobilitazione dell’esercito non sono una particolarità di Israele. Sta succedendo negli Stati Uniti e anche in altri Paesi colpiti dal coronavirus. Ma in Israele, dove la presenza dell’esercito nella sfera pubblica è una realtà quotidiana, incaricare i soldati della vita di civili ha una lunga storia.

Per oltre 50 anni gli israeliani hanno controllato le vite dei palestinesi sotto occupazione militare. La costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania occupata ha persino fatto nascere un nuovo titolo militare, “coordinatore della vita quotidiana”, un ufficiale incaricato di risolvere le difficoltà che affrontano i palestinesi che vivono nei pressi del muro, come l’accesso alle proprie terre. Essere controllati da un “coordinatore della vita quotidiana” in mezzo alla crisi da coronavirus agli israeliani può quindi sembrare assolutamente normale.

Le forze dell’esercito e della sicurezza sono ovunque ed hanno un importante ruolo nella gestione della pandemia.

Solo per citare qualche esempio, il Comando del Fronte Interno ha organizzato alberghi del coronavirus per i malati meno gravi e gestisce case di cura; il servizio segreto ha la licenza di tracciare i telefonini per individuare casi di contagio; il Mossad è stato mobilitato per cercare e procurare apparecchiature mediche; sono stati schierati battaglioni nelle città a maggioranza ultra-ortodossa per aiutare la popolazione.

Parlando con MEE, il professor Yagil Levy, esperto in rapporti civico – militari presso la Open University [università a distanza, ndtr.] del dipartimento di sociologia di Israele, definisce questa situazione unica come la “securizzazione della crisi da coronavirus in Israele.”

Inquadrare l’epidemia come una questione securitaria ha iniziato a svilupparsi quando la gestione della crisi è stata affidata (da Netanyahu) al Consiglio per la Sicurezza Nazionale,” afferma. “Ciò è sensato in un Paese in cui il sistema della sicurezza rimane potente, ed è davvero una tentazione, dato che le IDF sono percepite come competenti e libere da condizionamenti politici.

Tuttavia la legittimazione della securizzazione della salute può facilmente portare alla legittimazione dell’uso di metodi illeciti e alla facile accettazione di violazioni dei diritti civili,” aggiunge Levy. Questo slittamento giunge in un periodo in cui Netanyahu e il suo entourage sono impegnati con successo in un attacco contro tutte le istituzioni della democrazia israeliana.

L’interminabile dibattito parlamentare sul nuovamente rigido blocco totale non ha affatto dedicato tempo a discutere del suo impatto sulla società israeliana. Al contrario, molte ore sono state dedicate a trovare il modo per contrastare le settimanali manifestazioni di massa davanti alla residenza di Netanyahu.

Lockdown o repressione?

Sembra che la vera intenzione del nuovo rigido lockdown non sia interrompere la catena dell’infezione ma piuttosto quella delle manifestazioni.

Ciò è particolarmente problematico in quanto oggi Israele si trova in mezzo ad una crisi istituzionale, in cui le vecchie norme dell’emergenza invocate fin dal 1948 lasciano il posto a uno stile di governo dittatoriale. In questo clima, non c’è una discussione pubblica sugli immediati pericoli nel superare la distinzione tra un appoggio costruttivo dell’esercito e una totale sostituzione da parte dei militari.

Un pubblico dibattito è una missione impossibile in una società profondamente divisa e preoccupata della sopravvivenza individuale. La società israeliana ora sta pagando il prezzo di un decennio di politica interna intenzionalmente divisiva e di erosione di ogni elementare senso di solidarietà.

In assenza di un pubblico dibattito sulla linea che separa la sfera civile da quella militare, l’Institute for National Security Studies [Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, legato all’esercito e diretto da Yadlin, ndtr.] e l’Israeli Democracy Institute [Istituto della Democrazia Israeliana, centro di ricerca indipendente, ndtr.] hanno pubblicato una serie di articoli sotto il titolo “Rapporti tra società ed esercito sotto il coronavirus: indicazioni dalla prima ondata.”

In un documento sotto questo titolo, il politologo Stuart Cohen pone la domanda: “Intervento militare e coronavirus: si tratta davvero di una china pericolosa?”

Cohen si riferisce a una preoccupazione manifestata dal professor Eviatar Matania, fondatore ed ex- capo dell’Israel National Cyber Directorate [Direzione Nazionale Informatica di Israele, che si occupa di difesa informatica e di sviluppo di tecnologie legate alla sicurezza, ndtr.], che ha messo in guardia contro l’affidamento della crisi a un ente essenzialmente non democratico come l’esercito.

Cohen sostiene che le preoccupazioni sono esagerate e che tutte le forze di difesa sono lì per assistere e non per prendere il potere.

La sua opinione deriva dalla prima ondata della pandemia, relativamente ben gestita. In base a queste circostanze, persino quelli che hanno sollevato dubbi hanno sostenuto che affidare la gestione della crisi all’esercito sia stato accettabile solo in circostanze eccezionali e a causa dell’imminente collasso del sistema civile.

Tuttavia, dato che i casi in Israele sono in forte aumento e gli ospedali sotto organico dichiarano lo stato d’emergenza, l’esercito ora si sta preparando a proporsi come l’ultima istituzione a disposizione in questa crisi nazionale.

In assenza di un equilibrio democratico, con dirigenti politici per i quali la democrazia non è altro che un ostacolo, il pericolo è appena dietro l’angolo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Aggrapparsi ai corpi dei martiri è il modo in cui Gantz sfugge a questioni imbarazzanti

Ahmed El-Komi

10 settembre 2020 – Middle East Monitor

Due giorni dopo che la scorsa settimana i gruppi della resistenza palestinese e le autorità dell’occupazione israeliana hanno raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, il ministro israeliano della Difesa Benny Gantz ha chiesto al gabinetto per la Sicurezza dello Stato di continuare a trattenere i corpi dei martiri palestinesi. Lo scorso mercoledì, in un momento accuratamente valutato da Israele, il gabinetto ha dato la sua approvazione.

Gli israeliani trattengono decine di corpi di palestinesi e rifiutano di restituirli alle loro famiglie, sostenendo che sono stati uccisi mentre compivano o cercavano di compiere attacchi contro lo Stato occupante. Sono tenuti in refrigeratori speciali e tombe circondate da pietre, ma senza lapidi. Su ogni tomba viene lasciata invece una placca metallica con un numero specifico, per cui sono chiamati “cimiteri di numeri”, in quanto alle tombe vengono assegnati numeri invece dei nomi dei martiri.

L’Autorità di Vigilanza israeliana ha informato dell’approvazione della richiesta di Gantz da parte del gabinetto anche nel caso in cui i martiri non fossero affiliati ad Hamas. È come se il ministro, e primo ministro in alternanza, volesse attirare l’attenzione sulla sua vendetta contro il movimento. Ciò gli consente anche di agire da leader e limitare la sua guerra a un solo avversario.

La mancata restituzione dei corpi di terroristi è parte del nostro impegno per la sicurezza dei cittadini israeliani,” ha spiegato Gantz, “e ovviamente per far tornare a casa i ragazzi.” Quest’ultimo è un riferimento ai quattro soldati israeliani catturati da Hamas nel 2014.

La decisione del gabinetto fa seguito a quella presa esattamente un anno fa, il 9 settembre, dalla Corte Suprema israeliana, che ha dato alle autorità dell’occupazione il permesso di continuare a trattenere i corpi dei palestinesi. Ciò fa di Israele l’unico Paese al mondo che continua ad adottare una politica di vilipendio dei cadaveri, con una chiara e provocatoria sfida alla comunità internazionale e in spregio ad ogni norma legale e sociale.

La tempistica dell’ultima decisione è servita a coprire il fallimento di Gantz contro la resistenza palestinese e come tentativo di placare i cittadini israeliani ed evitare le loro domande e critiche. Qualche settimana fa aveva affermato in modo arrogante: “Nel sud, Hamas continua a consentire che vengano lanciati attacchi con palloni esplosivi nello Stato di Israele. Non siamo disposti ad accettarlo e in seguito a ciò abbiamo chiuso il valico di Kerem Shalom.

Farebbero meglio a non violare l’incolumità e la sicurezza di Israele. Se ciò non avverrà, noi dovremo rispondere, e con la forza.” Tuttavia non ha osato toccare un solo ragazzo palestinese che lancia i palloni da Gaza.

Gantz ha fatto seguito alla sua decisione di trattenere i corpi con l’appoggio alla costruzione di 5.000 unità abitative nelle colonie illegali della Cisgiordania occupata, dimostrando che stava cercando un’immaginaria vittoria che gli fornisse una via d’uscita per evitare imbarazzanti domande dopo il suo fallimento. Vuole preservare la sua immagine di ministro forte di fronte al pericolo e di uomo politicamente “pulito” nel corrotto contesto politico di Israele.

Questo non è un comportamento tipico da parte di Gantz, diplomato alla scuola della leadership militare di Israele; è più adeguato a chi cerca una via d’uscita, come quelle utilizzate dagli ex-generali e ministri israeliani sempre in cerca di una vittoria di altro genere. Sfuggono al dovere di dare spiegazioni e risposte sulle sconfitte.

Nel caso di Gantz sembra che cinque mesi di lavoro con il primo ministro Benjamin Netanyahu gli abbiano insegnato come cavarsela da situazioni complicate bluffando. Tuttavia molte delle decisioni prese da Netanyahu e Gantz, entrambi abili nelle menzogne, sono condizionate dalle posizioni che impongono loro i gruppi della resistenza palestinese. L’unica risposta che un ministro del livello di Gantz può escogitare è mostrare i muscoli…e aggrapparsi ai corpi dei martiri palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Può l’Egitto contribuire a ridurre le tensioni tra Israele ed Hamas?

Ahmad Abu Amer – Gaza City, Striscia di Gaza

19 agosto 2020 – Al-Monitor

Una delegazione dell’intelligence egiziana ha intrapreso nuove iniziative tra Israele e Hamas per ridurre la tensione su entrambi i lati della frontiera della Striscia di Gaza dopo che negli ultimi giorni la situazione è peggiorata.

L’Egitto sta avviando nuovi passi nella Striscia di Gaza nel tentativo di ridurre la tensione che recentemente è in aumento tra Israele e Hamas dopo che il 6 agosto, facendo seguito a una pausa di due mesi, gruppi palestinesi hanno ripreso il lancio di palloncini incendiari verso il sud di Israele.

Israele ha risposto al fuoco che ha devastato i campi nel sud di Israele bombardando numerosi siti militari di Hamas a Gaza. L’11 agosto ha parzialmente chiuso il valico di Kerem Shalom e impedito l’ingresso nella Striscia di Gaza di materiali da costruzione e carburante.

Ciò il 18 agosto ha portato alla chiusura dell’unica centrale elettrica di Gaza. Il 16 agosto ai pescatori palestinesi è stato totalmente vietato l’accesso al mare al largo della Striscia di Gaza.

L’escalation si è prodotta dopo che Hamas ha accusato Israele di ritardare la messa in atto degli accordi di tregua raggiunti nell’ottobre 2018. Essi intendevano alleggerire il blocco e stabilivano la creazione di due zone industriali a est di Gaza City per l’assunzione di decine di migliaia di disoccupati. Come parte degli accordi di tregua avrebbero dovuto essere messi in pratica progetti per l’elettricità e l’acqua, così come piani intesi a incrementare il volume di importazioni ed esportazioni verso e dalla Striscia di Gaza.

In questo contesto il 17 agosto nella Striscia di Gaza è arrivata una delegazione della sicurezza egiziana guidata da Ahmed Abdel Khaleq, responsabile per le questioni palestinesi presso il servizio generale di intelligence egiziano. La delegazione, prima di recarsi in Israele lo stesso giorno per trasmettere le richieste del movimento, si è incontrata per molte ore con i dirigenti di Hamas a Gaza. Era previsto che tornassero a Gaza il 18 agosto con la risposta, ma la visita si è prolungata fino a data indefinita, in quanto Israele ha respinto la maggior parte delle richieste di Hamas.

Un funzionario di Hamas informato sui colloqui ha detto in forma anonima ad Al-Monitor che il movimento ha chiesto alla delegazione egiziana di fare pressione su Israele per l’attuazione degli accordi raggiunti in precedenza e perché si cominci immediatamente a realizzare i progetti riguardanti l’elettricità, l’acqua e le due zone industriali ad est di Gaza City. La fonte ha aggiunto che il movimento non porrà fine alla tensione sul confine con Israele finché quest’ultimo non risponderà alle richieste che ha ricevuto tramite la delegazione egiziana.

Il funzionario ha spiegato che [Hamas] non vuole uno scontro militare, ma non lo teme nel caso Israele rifiutasse di mettere in pratica queste richieste.

Ha rivelato che è stato consentito al Qatar di continuare a finanziare la Striscia di Gaza fino alla fine del 2020 e ha sottolineato che il movimento chiede che il contributo venga esteso fino alla fine del 2021, includendo 200.000 famiglie – invece di 100.000, come nei mesi scorsi – a causa dell’aumento delle famiglie povere nella Striscia di Gaza in seguito al blocco israeliano e alla pandemia da coronavirus.

Il 17 agosto il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha informato che le richieste di Hamas presentate ad Israele tramite la delegazione egiziana sono eccessive e le probabilità di raggiungere un accordo tra Israele e Hamas sono ancora scarse, come evidenziato dal continuo lancio di palloncini incendiari verso il sud di Israele durante e dopo la visita della delegazione egiziana nella Striscia di Gaza.

Il ministro della Difesa israeliano e futuro primo ministro in alternanza Benny Gantz il 18 agosto ha messo in guardia Hamas riguardo al continuo lancio di palloni incendiari da Gaza nel sud di Israele, affermando che “Hamas sta giocando col fuoco e farò in modo che gli si ritorca contro.”

Un parlamentare egiziano vicino ai servizi di intelligence egiziani ha detto in forma anonima ad Al-Monitor: “È vero che le richieste di Hamas ricevute dalla delegazione il 17 agosto sono consistenti, ma rientrano in quello che si era stabilito con Israele nei mesi scorsi.” Prevede che nei prossimi giorni si raggiungerà un nuovo accordo, in quanto nessuna delle due parti vuole arrivare a un’escalation militare.

Il parlamentare egiziano ha sottolineato che al momento la delegazione dell’intelligence sta cercando di mettere d’accordo le due parti nella speranza di riportare rapidamente la calma sul confine tra Gaza ed Israele. Secondo questa fonte la delegazione sta anche tentando di alleggerire le misure prese da Israele dopo la recente escalation, che includono la chiusura del valico di Kerem Shalom e il blocco all’importazione di alcuni prodotti, consentendo la fornitura di carburante all’impianto per la produzione di energia elettrica di Gaza e permettendo ai pescatori di riprendere la loro attività.

Il portavoce del ministero della Sanità di Gaza Ashraf al-Qidra ha detto ad Al-Monitor che se il carburante non venisse rapidamente fornito all’impianto per la produzione di energia elettrica si profilerebbe un disastro sanitario per i pazienti della Striscia di Gaza. Ha segnalato che le gravi ripercussioni della mancanza di elettricità minacciano i pazienti nelle unità di terapia intensiva, nelle sale operatorie e nelle stanze per la quarantena.

Da parte sua Israele attribuisce il ritardo nella messa in pratica di quanto concordato con Hamas nell’ottobre 2018 alla difficoltà, a causa del coronavirus, di tenere incontri con funzionari internazionali per mettere in pratica importanti progetti nella Striscia di Gaza riguardanti specificamente elettricità, acqua e zone industriali.

Mustafa al-Sawaf, analista politico ed ex-caporedattore del giornale locale Felesteen [principale quotidiano della Striscia di Gaza, ndtr.], ha detto ad Al-Monitor che il successo della missione della delegazione egiziana per ridurre la tensione tra Hamas e Israele dipende dalla sua capacità di fare pressione su Israele per ottenere progressi per quanto riguarda gli accordi di tregua.

Sawaf si aspetta che la delegazione riesca ad ottenere risposte positive ad alcune, non a tutte, le richieste che Hamas ha presentato ad Israele, considerando che, dopo che Israele ha ripetutamente fatto marcia indietro sui suoi impegni, il compito per la delegazione egiziana non è facile.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché i cittadini palestinesi si tengono fuori dalle proteste contro Netanyahu?

Yaser Abu Areesha

24 luglio 2020 – +972

Gli ebrei israeliani si stanno rendendo conto solo adesso dell’abbandono e del razzismo che hanno a lungo caratterizzato la nostra situazione.

Martedì scorso ho viaggiato fino a Gerusalemme con un amico per l’ultima di una serie di manifestazioni contro il primo ministro Benjamin Netanyahu, il governo e il sistema economico. Insieme a migliaia di dimostranti che rappresentavano un’ampia gamma di obiettivi, abbiamo camminato dalla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] alla residenza del primo ministro in via Balfour. Nonostante tutti i diversi gruppi presenti, tra i manifestanti non ho individuato nessun cittadino palestinese oltre a me, il giornalista della radiotelevisione pubblica Suleiman Maswadeh e il capo della Lista Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani, ndtr.] Ayman Odeh.

In un mondo diverso ci saremmo aspettati di vedere una maggiore partecipazione di palestinesi in Israele a una protesta contro la fallimentare risposta del governo alla crisi del coronavirus. Dopotutto la nostra società ha subito un forte impatto dall’epidemia. Secondo i dati resi noti dal Servizio per l’Impiego israeliano, i cittadini palestinesi sono stati duramente colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia, ed hanno costituito il 20% dell’approssimativamente 1 milione di cittadini che hanno fatto domanda di disoccupazione in marzo e aprile.

Quindi perché una lotta contro l’ingiustizia istituzionale, portata avanti da una coalizione di gruppi, non attira quelli che sono storicamente stati danneggiati da quelle stesse istituzioni? La risposta risiede nella lotta per la sopravvivenza della comunità palestinese in quanto è una minoranza nazionale marginalizzata e discriminata.

I palestinesi in Israele sono in una situazione diversa rispetto alle persone che partecipano alle attuali proteste. Dalla nostra prospettiva questa è una lotta per un cambiamento che non ci include e per cui quindi noi abbiamo scarso interesse. Di conseguenza, benché noi abbiamo un evidente interesse a spodestare Netanyahu, il nostro entusiasmo e la nostra speranza per quello che ne seguirebbe sono molto scarsi – e ci risulta indifferente chi guiderà il prossimo governo.

La storia ci ha insegnato che nessuno vuole realmente i cittadini palestinesi al tavolo di governo. La raccomandazione totalmente inutile della Lista Unita a favore di Benny Gantz, il capo del partito Blu e Bianco, perché formasse una coalizione di governo al posto di Netanyahu dimostra che il nostro status nella società israeliana non è ancora cambiato e che non facciamo parte del gioco politico.

C’è una qualche possibilità che le cose possano essere diverse? Odeh, della Lista Unita, ha diffuso immagini della protesta di martedì ed ha invitato i cittadini palestinesi a partecipare. Ma dubito che possa fare la differenza – il cambiamento avverrà solo quando saranno modificate le regole del gioco, e quando il resto dell’opinione pubblica degli ebrei israeliani riconoscerà che la società palestinese ha le proprie sofferenze e necessità. La mobilitazione deve essere basata sulla comprensione e sulla buona volontà.

Siamo una popolazione ferita. Nel corso di molti decenni, fin dalla fondazione dello Stato, le politiche governative hanno frammentato dall’interno la nostra collettività. Stiamo andando verso la catastrofe a causa dell’abbandono, del razzismo e delle discriminazioni che hanno caratterizzato la nostra situazione ben prima che la popolazione ebraica si rendesse conto che il sistema stava ingannando tutti e giocando con il futuro di tutti noi.

Tre palestinesi sono stati colpiti a morte nell’arco di 12 ore tra sabato e domenica: uno a Kufr Qasim, uno a Kufr Ibtin e uno a Tira. Anche altre due persone sono state uccise da colpi di arma da fuoco martedì. La violenza armata è diventata molto frequente.

L’uso di armi sta aumentando senza alcun controllo intorno a noi, senza che se ne veda la fine. Il sistema politico, che da molto tempo ci ha abbandonati, non sta facendo abbastanza per opporsi a questa devastante violenza e per migliorare le infrastrutture, l’economia e l’educazione nella comunità palestinese. Sentiamo spesso di spettacolari operazioni poliziesche per cercare armi e droga, ma queste notizie sono inevitabilmente seguite da un altro assassinio, da un’altra sparatoria e da ulteriore violenza, soprattutto contro le donne.

Abbiamo bisogno di un ascolto attento e di un impegno collettivo che affrontino i problemi sia a breve che a lungo termine. Abbiamo bisogno di un pensiero condiviso che prospetti un futuro per le prossime generazioni. Ma sappiamo già che nessuno nel sistema sta dando la priorità alla popolazione palestinese, non da ultimo a causa della pandemia. Chi ha il tempo per parlare di uguaglianza civile e di diritti umani?

Eppure la popolazione ebraica ha un evidente interesse nello sviluppo della comunità palestinese. I cittadini di Umm al-Fahem devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità dei cittadini di Herzliya [ricca città israeliana abitata quasi esclusivamente da ebrei, ndtr.]. La produttività e la prosperità dipendono dalla diversità, non dalla discriminazione.

Se i manifestanti di oggi stanno veramente pensando in prospettiva futura, allora uno sforzo congiunto è possibile. Ogni cambiamento deve andare oltre chi governa il Paese e mettere al centro le persone, costruendo un sistema che non escluda i cittadini palestinesi.

E chissà, forse le proteste di via Balfour potrebbero essere l’inizio di qualcosa di nuovo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘È un crimine di guerra’: migliaia in piazza a Tel Aviv per protestare contro il piano di annessione di Netanyahu *

Jacob Magid

6 giugno 2020 – Times of Israel

Un deputato del Meretz e un leader della Lista Unita dichiarano che la decisione creerebbe ‘l’apartheid”. Sanders invia un videomessaggio; la polizia ha usato la forza con i fotogiornalisti presenti all’evento, arrestati 4 dimostranti.

*Nota redazionale: non condividiamo molte delle affermazioni riportate nell’articolo che segue: non consideriamo Blu e Bianco un partito di “centro-sinistra”, come affermato dal giornalista; non crediamo che l’apartheid in Israele sarebbe il risultato dell’annessione, ma sia già presente sia all’interno di Israele che nei territori occupati; non condividiamo le posizioni della cosiddetta “sinistra” sionista, che riteniamo sia un ossimoro. Tuttavia abbiamo deciso di tradurre questo articolo perché racconta di una manifestazione che nell’Israele attuale rappresenta comunque un avvenimento significativo.

Migliaia di israeliani si sono radunati sabato sera a Tel Aviv per protestare contro l’impegno del primo ministro Benjamin Netanyahu di iniziare il mese prossimo l’annessione di parti della Cisgiordania.

Inizialmente la polizia aveva cercato di bloccare la manifestazione, ma ha fatto marcia indietro venerdì, dopo l’incontro con gli organizzatori che hanno raccomandato ai partecipanti di indossare mascherine e di attenersi alle norme del distanziamento fisico.

Sono stati schierati decine di agenti per garantire la sicurezza della dimostrazione dopo che la polizia ha detto che si sarebbero limitate le presenze a 2000 persone, sebbene il quotidiano Haaretz ne abbia calcolate 6.000 in quella che è sembrata la più grande protesta nel Paese dall’inizio della pandemia da coronavirus.

La manifestazione è stata organizzata dal partito di sinistra Meretz e da Hadash, la fazione comunista della Lista Unita a maggioranza araba, insieme a parecchi altri gruppi di sinistra.

MK Nitzan Horowitz, il leader di Meretz, ha detto alla folla che l’annessione sarebbe un “crimine di guerra” e costerebbe milioni ad Israele in un momento in cui l’economia sta già vacillando a causa della pandemia.

Noi non possiamo sostituire un’occupazione di decine di anni con un’apartheid che durerà per sempre,” ha gridato un rauco Horowitz. “Sì ai due Stati per due popoli, no alla violenza e allo spargimento di sangue,” ha continuato. “No all’annessione, sì alla pace.”

Horowitz ha detto che “l’annessione è un crimine di guerra, un crimine contro la pace, un crimine contro l’umanità, un crimine che finirà in una strage.”

Ha chiamato in causa Benny Gantz, ministro della Difesa, Gabi Ashkenazi, ministro degli Esteri e Amir Peretz, ministro dell’Economia, accusandoli di “alzare le mani e di essersi inginocchiati alla fazione opposta [cioè alla destra, ndtr.].”

I tre legislatori di centro-sinistra avevano promesso che non avrebbero fatto parte di un governo con Netanyahu, citando le accuse di corruzione mosse al premier, ma dopo la terza elezione inconcludente a marzo hanno accettato di unirsi a lui in una coalizione.

L’accordo di coalizione firmato dal Likud di Netanyahu e dal Blu e Bianco di Gantz permette al primo ministro di cominciare a procedere con l’annessione il primo luglio. Le parti della Cisgiordania su cui Israele estenderà la sovranità sono quelle scelte dal piano di pace del presidente degli USA Donald Trump.

Voi non avete alcun mandato per approvare quest’apartheid. Voi non avete nessun mandato per seppellire la pace,” ha urlato Horowitz. Il leader di Meretz ha affermato che Netanyahu è stato spinto a portare avanti la controversa mossa dall’amministrazione “messianica” di Trump.

Fatevi sentire o tutti penseranno che siamo una manica di sfigati,” ha gridato l’oratore alla folla dopo il discorso di Horowitz.

La deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] Tamar Zandberg, anche lei appartenente al Meretz, ha fatto a pezzi il piano di pace di Trump definendolo “un accordo maledetto fra un uomo che sta cercando di vincere un’elezione e un altro che sta cercando di evitare un processo per corruzione,” riferendosi rispettivamente al presidente americano e a Netanyahu.

Trump non è un amico di Israele. Bibi [Netanyahu] non è un bene per Israele,” ha detto, facendo il verso ironicamente ai leader dei coloni che si oppongono al piano USA perché sostiene uno Stato palestinese. “Questo accordo [di pace] non ha nulla a che fare con quello che è bene per noi, israeliani e palestinesi che viviamo qui in Medio Oriente.”

Ha continuato dicendo che l’accordo “trasformerà ufficialmente Israele in uno Stato con un regime di apartheid … (Esercitare) la sovranità (in Cisgiordania)] senza (concedere) la cittadinanza (ai palestinesi)] è apartheid,” ha asserito.

Anche Ayman Odeh, leader della Lista Unita, si è rivolto alla folla con un collegamento video, confinato in quarantena dopo che un membro del suo partito ha contratto il COVID-19. Odeh ha detto che tutti gli ebrei e gli arabi che sostengono pace e giustizia devono opporsi al piano di Netanyahu di imporre la sovranità israeliana su circa il 30% della Cisgiordania.

L’annessione è apartheid,” ha detto Odeh fra gli applausi dei manifestanti.

Odeh ha paragonato la protesta contro l’annessione al movimento di protesta delle “Quattro Madri” che, alla fine degli anni’ 90, spinse il governo al ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale.

La laburista Merav Michaeli, che si è opposta alla decisione del suo partito di unirsi al nuovo governo, ha detto alla folla di essere andata in piazza Rabin come rappresentante di quanti nella sua fazione di centro-sinistra si oppongono all’annessione.

Michaeli ha detto che la mossa danneggerà le relazioni con la Giordania che, con l’Egitto è l’unico Paese arabo ad avere rapporti con Israele oltre ad avere stretti legami commerciali con l’Europa.

Ha anche criticato duramente Gantz per aver accettato di unirsi a un governo che avrebbe portato a termine una misura simile.

Bernie Sanders senatore del Vermont ed ex candidato del partito Democratico [USA] si è rivolto alla folla dagli Stati Uniti tramite un messaggio video.

Sono estremamente rincuorato vedendo cosi tante persone, arabi ed ebrei insieme, che si battono per pace, giustizia e democrazia,” ha detto il democratico che si autodefinisce socialista.

Ha aggiunto: “Bisogna fermare i piani per annettere qualsiasi parte della Cisgiordania. Si deve porre fine all’occupazione e dobbiamo lavorare insieme per un futuro di uguaglianza e dignità per tutti in Israele e in Palestina.”

Alcuni dei dimostranti sventolavano bandiere israeliane, palestinesi e comuniste, varie decine avevano foto di Iyad Halak, un palestinese affetto da autismo ucciso la settimana scorsa dalla polizia nella Città Vecchia a Gerusalemme. Gli agenti hanno detto che credevano avesse una pistola, in realtà era disarmato e aveva in mano un cellulare e a quanto pare non aveva capito gli ordini di fermarsi.

Imitando le proteste negli USA, Shaqued Morag di Peace Now [associazione israeliana contraria all’occupazione della Cisgiordania, ndtr.] ha detto ai dimostranti di inginocchiarsi “in memoria di George Floyd. In memoria di Iyad Halak. In memoria di tutte le vittime del conflitto israelo-palestinese.”

Quando le proteste sono finite, la polizia ha fatto sgombrare un gruppo che stava bloccando illegalmente via Ibn Gabirol, una strada di grande scorrimento che passa vicino a piazza Rabin.

La polizia ha detto che cinque dimostranti sono stati arrestati, incluso un fotografo del quotidiano Haaretz che stava riprendendo la protesta.

Un giornalista del giornale ha twittato che il fotografo si è identificato come giornalista, ma che è stato trattenuto con la forza dagli agenti.

Prima della manifestazione, Yair Lapid, leader dell’opposizione nella Knesset ha liquidato la promessa di annessione da parte di Netanyahu come “fuffa” intesa a distogliere l’attenzione della gente dal processo per corruzione in corso e dalla crisi economica causata dalla pandemia.

Io penso che sia una manovra diversiva da parte di Netanyahu, che sta cercando di distrarre l’attenzione dal collasso economico, incluso quello delle imprese private, e dal suo processo penale,” ha detto in un’intervista al telegiornale su Channel 12.

Io appoggio il piano di Trump. Mi oppongo all’annessione unilaterale,” ha aggiunto Lapid.

La protesta di sabato è arrivata in mezzo a un’ondata di critiche a livello regionale e internazionale nei confronti del programma israeliano di annessione di parti della Cisgiordania secondo il piano di pace proposto dall’amministrazione trumpiana negli USA.

Gran parte della comunità internazionale ha già espresso una forte opposizione alla decisione e anche gli USA recentemente hanno intimato a Israele di procedere più lentamente.

I palestinesi si oppongono apertamente al piano di Trump, che dà a Israele il via libera all’annessione delle colonie ebraiche nella Valle del Giordano, in quella che dovrebbe essere parte di un processo negoziale, ma che potrebbe procedere unilateralmente.

Alla stesura di questo articolo hanno contribuito la redazione di Times of Israel e di agenzie di stampa.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il mondo non fermerà l’annessione israeliana. Cosa faranno i leader palestinesi?

Omar H. Rahman

22 maggio 2020 – 972mag.com

Quattro eventi della scorsa settimana danno un’idea dell’incapacità della comunità internazionale a bloccare l’annessione – e perché solo un cambiamento della politica palestinese la costringerà ad agire.

Martedì il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha reso quella che inizialmente sembrava essere una affermazione epica, in cui ha dichiarato che i palestinesi sono “sciolti” dai loro accordi con Israele, compresi quelli relativi al coordinamento della sicurezza. Abbas ha fatto tali dichiarazioni numerose volte nel corso degli anni, facendo sì che molti ignorassero le sue osservazioni. Tuttavia, stanno venendo fuori relazioni confuse e non verificate che suggeriscono come, per la prima volta, potrebbe effettivamente dare corso alla sua decisione.

Che mantenga o no la promessa, la dichiarazione di Abbas avviene in un momento critico per i palestinesi, perché facciano il punto sulla situazione della loro lotta politica. Mentre il movimento nazionale palestinese si fa sempre più diviso e impotente, Israele ha fatto notevoli sforzi per massimizzare i propri guadagni a sue spese. Il più importante è l’impegno del governo israeliano ad annettere formalmente gran parte della Cisgiordania occupata, mossa che molti considerano un punto di non ritorno.

In effetti, quattro eventi della scorsa settimana hanno offerto uno speciale, simbolico distillato di come la comunità internazionale – e i palestinesi – abbiano regolarmente fallito nel fermare il percorso di Israele verso l’annessione.

Il 13 maggio, nonostante la pandemia globale, il segretario di stato americano Mike Pompeo ha fatto una visita a sorpresa di 12 ore per incontrare diversi leader israeliani pochi giorni prima che il nuovo governo di unità prestasse giuramento. Il viaggio è stato detto era concentrato su questioni geopolitiche come l’Iran e la Cina, ma alcuni osservatori hanno ipotizzato che fosse parzialmente destinato a puntellare l’appoggio degli evangelici USA all’amministrazione Trump. Altri invece hanno pensato che potesse anche essere un tentativo di rassicurare le autorità israeliane – tra cui Benny Gantz, partner della coalizione di Benjamin Netanyahu e “primo ministro supplente” – del sostegno americano all’annessione.

Gantz, durante la campagna elettorale, aveva apertamente dichiarato il suo sostegno all’annessione e aveva insistito sul fatto che avrebbe dato corso alla mossa solo se realizzata in “coordinamento” con la comunità internazionale. In linea con questa condizione, il nuovo accordo di governo sostiene che i primi ministri a rotazione “agiranno in pieno accordo con gli Stati Uniti, insieme agli americani, per quel che riguarda le mappe e il dialogo internazionale sull’argomento [dell’annessione]”. La teatrale visita in persona di Pompeo potrebbe aver placato ogni dubbio sulla posizione di Washington secondo cui, come ripeteva il segretario di Stato a Gerusalemme, “questa è una decisione che spetta agli israeliani “.

Due giorni dopo la visita di Pompeo, i ministri degli Esteri degli Stati membri dell’Unione Europea si sono incontrati a Bruxelles per definire una risposta unitaria ai piani di annessione di Israele. I leader europei, tra cui il capo della politica estera europea Josep Borrell, hanno per settimane dato segni di voler prendere una dura posizione contro Israele, per impedire qualsiasi mossa definitiva a partire dal 1 ° luglio.

Si dice che alcune nazioni – tra cui Francia, Irlanda, Svezia, Spagna e Belgio – stiano spingendo per sanzioni contro Israele, segnalando la potenziale gravità dell’annessione. Altri paesi all’interno del blocco – in particolare Ungheria, Austria, Repubblica Ceca, Romania e Grecia – hanno frenato ogni tentativo di agire contro Israele. Negli ultimi anni Netanyahu ha sapientemente costruito solide relazioni con i cosiddetti paesi di Visegrad, mirando a dividere le posizioni sulla politica mediorientale dell’UE, le cui decisioni devono essere prese all’unanimità.

Non sorprende che l’incontro si sia concluso con nulla di fatto. Non sono stati proclamati impegni o dure condanne – una conclusione che fornisce ai leader israeliani ulteriori motivi per considerare l’Europa debole e insignificante. “Gerusalemme ha espresso soddisfazione perché la discussione si è conclusa senza dichiarazioni o decisioni concrete”, ha riferito Noa Landau ad Haaretz, “e perché Borrel non ha attaccato Israele durante la conferenza stampa, ma sottolineato piuttosto la necessità di rispettare il diritto internazionale”. Israele ha anche apprezzato che Borrel abbia respinto una domanda sul confronto fra l’annessione della Cisgiordania e l’annessione della Crimea da parte della Russia, affermando che “ci sono differenze tra l’annessione di territori che appartengano a uno Stato sovrano e quelli dei palestinesi”, ha aggiunto Landau.

Mentre si svolgevano queste discussioni, sabato scorso l’Autorità Nazionale Palestinese si preparava a tenere una riunione a Ramallah, evidentemente con le varie fazioni palestinesi, per discutere il futuro del movimento nazionale alla luce dei piani di annessione di Israele. La settimana precedente, durante una tavola rotonda ospitata dal Middle East Institute [centro culturale e di ricerca senza fini di lucro né affiliazione politica, a Washington dal 1946, ndtr.], il primo ministro palestinese Mohammed Shtayyeh aveva affermato che la discussione interna fra i palestinesi potrebbe portare alla ristrutturazione dell’ANP, all’abrogazione formale degli accordi di Oslo e alla riformulazione delle relazioni fra Palestina e Israele.

Eppure l’incontro non è mai avvenuto. I funzionari palestinesi hanno addotto una serie di motivi per rimandarlo, inclusa la necessità di aspettare fino a quando si fosse insediato il nuovo governo israeliano. Allo stesso tempo, Hamas e la Jihad islamica, che, ha detto Shtayyeh, erano state invitate a partecipare e avevano segnalato la loro disponibilità, hanno cancellato la propria adesione pochi giorni prima dell’incontro, mettendo in dubbio la serietà del presidente Abbas a muoversi in una nuova direzione. Altri resoconti suggerivano che funzionari europei e arabi avessero fatto pressioni su Abbas affinché non prendesse una netta posizione fino a quando il governo israeliano non avesse espresso ufficialmente le sue intenzioni sull’annessione.

Domenica, Netanyahu l’ha fatto. Mentre il nuovo governo israeliano prestava giuramento alla Knesset [Parlamento, ndtr.] a Gerusalemme, Netanyahu ha dichiarato che “è giunto il momento” di proseguire con l’annessione, descrivendola come l’epilogo di un “processo storico”.

Il processo a cui il primo ministro si riferiva non sono soltanto i tre anni durante i quali si è coordinato con l’amministrazione Trump per elaborare quello che alla fine è diventato l’ “accordo del secolo”. Né sarebbero i 52 anni di attività di insediamento, costruzione di infrastrutture pubbliche e cambiamenti demografici in Cisgiordania che hanno reso l’annessione de jure più una formalità simbolica che una radicale decisione politica. Piuttosto, è stato il processo di colonizzazione più che centenario che ha portato l’intera terra tra il fiume [Giordano] e il mare [Medterraneo] sotto il controllo esclusivo di Israele.

Una realtà che è stata resa possibile la settimana scorsa dalle azioni esemplari di tutte e quattro le parti: il sostegno degli Stati Uniti, l’acquiescenza dell’Europa, la frammentazione dei palestinesi e la risolutezza di Israele a portare inesorabilmente avanti il suo progetto sionista, anche mentre discuteva di divisione e pace durante i negoziati.

Nei prossimi mesi continueranno probabilmente a fare più o meno lo stesso. L’amministrazione Trump raddoppierà il proprio sostegno ai massimalisti territoriali israeliani, in particolare con l’avvicinarsi delle elezioni di novembre. Gli Stati europei possono intraprendere azioni individuali, ma è improbabile che un’Europa unita prenda una posizione ferma. L’UE potrebbe apportare alle sue relazioni con Israele lievi modifiche che non richiedano il consenso, ma alla fine non riuscirà a dissuadere Israele dalla sua intraprendenza.

Non resta che la leadership palestinese, la cui inazione e indecisione di fronte all’annessione israeliana è sconcertante. La dichiarazione di Abbas di abbandonare gli accordi con Israele, se effettivamente rispettata, potrebbe rappresentare una rottura importante col passato. Ma senza un piano d’azione dettagliato e concreto, e con dubbi diffusi sull’effettivo impegno dell’ANP riguardo alle sue parole, la dichiarazione di Abbas suona solo una minaccia vuota. Abbandonare gli Accordi di Oslo senza una chiara idea su come districarsi dalle strutture che si sono consolidate per 27 anni è la ricetta per una vasta confusione e, nel peggiore dei casi, il caos.

Nel mutevole panorama globale, da qualche tempo è evidente che l’imperativo di un cambiamento immediato spetta in definitiva ai palestinesi. È molto più facile per le terze parti pronunciare belle frasi piuttosto che intraprendere azioni politiche fondamentali ma politicamente costose da realizzare. Solo un cambiamento reale e decisivo nella posizione palestinese può costringere altre parti a reagire in modo significativo. Eppure sono stati sprecati anni di tempo prezioso per prepararsi e organizzare, e non sono stati fatti nemmeno i primi passi di un riordino del palazzo palestinese.

Se i palestinesi potranno avere qualche possibilità in questa fase avanzata, l’ANP deve allentare la sua presa sul potere, riconciliare le diverse fazioni politiche, ripristinare la legittimità delle istituzioni politiche e guidare il suo popolo e le sue risorse nel perseguire una nuova, popolare ed efficace strategia nazionale.

I palestinesi non possono fermare l’annessione da soli; è necessaria una solida risposta internazionale per invertire questa pericolosa strada. Ma demandando ogni speranza politica alle azioni di altri, la leadership palestinese può essere certa che nessun cambiamento arriverà fino a quando non sarà troppo tardi.

Omar H. Rahman è scrittore e analista politico specializzato in politica mediorientale e politica estera americana. Attualmente è assistente ricercatore presso il Brookings Doha Center [campus a Doha in Qatar del Brooking Institute di Wahington, ndtr.], dove sta scrivendo un libro sulla frammentazione palestinese nell’era post-Oslo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’approvazione da parte della corte suprema israeliana dell’accordo Netanyahu-Gantz scredita la democrazia

Richard Silverstein

9 maggio 2020, MiddleEastEye

La sentenza ratifica, per la prima volta nella storia del Paese, che un primo ministro sotto accusa penale può guidare un governo

Questa settimana, la Corte Suprema di Israele ha preso in esame le petizioni delle ONG del buon governo che cercano di squalificare il proposto governo di unità messo insieme dal partito Likud di Benjamin Netanyahu con l’alleanza del partito di opposizione Blu e Bianco [partito di Benny Gantz, ndtr.].

La questione principale era che Netanyahu dovesse essere rifiutato come primo ministro a causa delle tre accuse di corruzione presentate contro di lui dal procuratore generale Avichai Mandelblit. La legge israeliana non si esprime sull’esclusione dalla carica di capo di governo per chi sia stato incriminato.

I giudici si sono trovati in una imbarazzante situazione senza uscita: se avessero deciso a favore dei firmatari, ciò avrebbe inevitabilmente portato a una quarta elezione.

Dopo lo stress delle votazioni per gli elettori israeliani, quasi nessuno voleva questa opzione.

Ma se la Corte avesse approvato l’accordo di coalizione e Netanyahu tornasse a essere primo ministro, questo costituirebbe un precedente allarmante e pericoloso.

Ratificherebbe per la prima volta nella storia israeliana che un primo ministro iscritto nel registro penale possa guidare un governo.

Una tale sentenza non solo legittimerebbe la condotta illegale in un caso particolare, ma costituirebbe un precedente per i futuri leader che violino la legge, che saprebbero di poter mantenere il potere nonostante un comportamento immorale.

Governo ipertrofico

La Corte Suprema ha scelto l’ultima soluzione. Nonostante il discredito per la democrazia che questo comporta, ha approvato l’accordo di coalizione e il nuovo governo presterà giuramento la prossima settimana.

E produrrà un gabinetto ipertrofico con non meno di 52 membri tra ministri e vice ministri, la più ampia coalizione ministeriale nella storia della nazione. C’è qualcosa per tutti.

Il Movimento per la Qualità del Governo in Israele [associazione no-profit, ndtr.] che ha presentato la petizione, ha annunciato che pur avendo perso in tribunale avrebbe portato la lotta nelle piazze, organizzando una grande protesta per chiedere la rimozione di Netanyahu da primo ministro.

Ma sembra che le forze che invocano un’amministrazione etica e trasparente abbiano perso questo round. Il risultato è un sistema politico ancora più screditato e un elettorato più cinico che mai.

È passato un anno dalle prime elezioni di questa serie.

Ogni voto è finito in un vicolo cieco, senza che alcun partito avesse abbastanza voti per formare un governo stabile. Di conseguenza, né il parlamento né i vari ministeri hanno funzionato normalmente. In sostanza, il primo ministro ha governato a forza di decreti esecutivi.

Questo ha causato il caos, poiché la società ha affrontato questioni cruciali che richiedono il consenso nazionale, come la pandemia da Covid-19.

Il Ministro della Sanità che avrebbe dovuto guidare la lotta contro il contagio è stato contagiato lui stesso dopo aver violato le norme del suo stesso ministero e pregato in gruppo.

Verso l’annessione

Si potrebbe pensare che questo nuovo governo porrà fine all’impasse, ma è un’impressione sbagliata.

L’accordo firmato dalle parti specifica che lo scopo principale della coalizione è contrastare il coronavirus.

Tutte le altre questioni, compresi importanti affari esteri e questioni militari, saranno subordinate; l’unica eccezione è la proposta di annessione della Valle del Giordano, che è in fase di accelerazione per l’approvazione.

Questa misura è stata ampiamente condannata da importanti organi internazionali, ad eccezione dell’amministrazione Trump. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che la decisione dipende solo da Israele.

D’altra parte, circa 130 fra attuali ed ex deputati britannici hanno firmato una dichiarazione chiedendo sanzioni contro Israele se procederà con l’annessione.

L’annessione della Valle del Giordano, che comprende quasi un terzo del territorio palestinese, sembra inevitabile da parte di Israele.

Il fatto rafforzerà il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) come una delle forme più forti di resistenza popolare alle politiche espansionistiche coloniali israeliane.

Chiamerà inoltre in campo organismi internazionali come le Nazioni Unite e l’Unione Europea. L’espressione delle usuali inefficaci dichiarazioni di condanna metterà in evidenza l’impotenza di queste istituzioni nell’imbastire una reazione alle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

Smantellare la soluzione dei due Stati

Uno degli esiti più rilevanti sarà il crollo definitivo della soluzione dei due Stati come possibile piano per risolvere il conflitto.

Perfino Dennis Ross, figura pro-Israele di spicco in quattro amministrazioni presidenziali statunitensi, ha twittato che impedendo l’ingerenza di palestinesi o altri leader arabi, l’annessione lascia sul tavolo solo un’opzione: la soluzione di un singolo Stato.

Questo, ovviamente, sarebbe un amaro risultato per uno dei principali attori filo-israeliani della politica americana in Medio Oriente.

Una volta che avremo rinunciato al miraggio dei due Stati, il prossimo scontro essenziale sarà su che tipo di Stato sarà quella struttura unitaria. Sarà basato sull’apartheid a consacrazione della supremazia ebraica, la visione del Likud, o uno stato democratico per tutti i cittadini?

Il vantaggio di un singolo Stato, anche gestito da un sistema di apartheid, è che il mondo non sarà più ingannato e indotto a credere che esista un’alternativa.

Dovrà decidere se sia accettabile un singolo Stato che offre maggiori diritti agli ebrei e ai palestinesi le briciole del tavolo ebraico.

Alla fine, il mondo arriverà a capire che questo sistema non è più sostenibile dell’apartheid sudafricano.

Sfortunatamente, lo sconsiderato comportamento di Israele non impedirà ai ranghi politici americani di aggrapparsi disperatamente alla soluzione dei due Stati.

Anche se è uno scheletro perfettamente scarnificato, i candidati presidenziali come Joe Biden si aggrappano ad esso come a un salvagente sul Titanic. Il risultato di sposare una tale illusione è che consente a Israele di procedere con tutti i suoi piani espansionistici, riducendo gli Stati Uniti all’impotenza.

Amministrazione instabile

Non preoccupiamoci, tuttavia; il governo israeliano recentemente approvato sarà estremamente debole e instabile.

Secondo l’accordo, nessuno dei due partiti (Likud e Blu e Bianco) può avanzare proposte legislative a meno che l’altro non approvi. Questa è la ricetta per uno stallo continuo.

Inevitabilmente, una parte o l’altra provocherà o sarà provocata sino a minacciare di rovesciare l’accordo. Questo governo è un perfetto esempio di ciò che diceva Yeats: “Il centro non può tenere”.

Se le uniche cose certe nella vita sono la morte e le tasse, in Israele c’è una terza certezza: l’ennesima elezione nei prossimi mesi.

Perché in scena c’è anche un King Kong che rimesterà le cose a piacere: il processo di Netanyahu.

Il cui risultato potrebbe far deragliare completamente il governo, dal momento che la legge israeliana proibisce a un primo ministro condannato di mantenere la carica.

Quindi o il Parlamento dovrà cambiare la legge – il che è improbabile, dato che Likud da solo non ha abbastanza voti per farlo – o Netanyahu potrebbe cadere.

Questo risultato potrebbe mandarlo in prigione, porre fine alla sua carriera e portare a una quarta elezione.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Richard Silverstein tiene un blog, Tikun Olam, che denuncia gli eccessi dello stato di sicurezza nazionale israeliano. I suoi articoli sono apparsi su Haaretz, Forward, Seattle Times e Los Angeles Times. Ha contribuito con un saggio al libro dedicato alla guerra del Libano del 2006, A Time to Speak Out (Verso) e con un altro saggio a Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood (Rowman & Littlefield)

(tradotto dall’inglese da Luciana Galliano)




100 anni di vergogna: l’annessione della Palestina è iniziata a Sanremo

Ramzy Baroud

6 MAGGIO 2020 – Mondoweiss

Cento anni fa, i rappresentanti di poche grandi potenze si incontrarono a Sanremo, una tranquilla cittadina italiana sulla riviera ligure. Insieme, segnarono il destino dei vasti territori sottratti all’Impero ottomano in seguito alla sua sconfitta nella prima guerra mondiale.

Fu il 25 aprile 1920 che la Risoluzione della Conferenza di Sanremo venne approvata dal Consiglio Supremo degli Alleati dopo la prima guerra mondiale. Furono istituiti dei protettorati occidentali in Palestina, Siria e “Mesopotamia” – Iraq. Gli ultimi due furono teoricamente stabiliti in vista di una provvisoria autonomia, mentre la Palestina fu concessa al movimento sionista perché vi realizzasse una patria per gli ebrei.

Si legge nella risoluzione: “Il Protettorato sarà responsabile dell’attuazione della dichiarazione (Balfour), redatta originariamente l’8 novembre 1917 dal governo britannico e condivisa dalle altre potenze alleate, a favore dell’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebreo”.

La risoluzione assegnava un maggiore riconoscimento internazionale alla decisione unilaterale della Gran Bretagna, di tre anni prima, di concedere la Palestina alla federazione sionista allo scopo di stabilirvi una patria ebraica, in cambio del sostegno sionista alla Gran Bretagna durante la Grande Guerra.

E, come nella Dichiarazione Balfour britannica, fu fatta sbrigativa menzione degli sfortunati abitanti della Palestina, la cui storica patria veniva ingiustamente confiscata e consegnata ai coloni.

L’istituzione di quello Stato ebraico, sulla base della risoluzione di Sanremo, faceva riferimento ad un vago “accordo” secondo cui “nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina”.

L’aggiunta di cui sopra fu semplicemente un misero tentativo di apparire politicamente equilibrati, mentre in realtà non venne mai messo in atto alcuno strumento di applicazione per garantire che l’ “accordo” fosse mai rispettato o messo in pratica.

In effetti, si potrebbe sostenere che il lungo coinvolgimento dell’Occidente nella questione israelo-palestinese abbia seguito lo stesso schema della risoluzione di Sanremo: per cui al movimento sionista (e quindi a Israele) vengono salvaguardati i suoi obiettivi politici, soggetti a condizioni inapplicabili che non vengono mai rispettate o messe in pratica.

Si noti come la stragrande maggioranza delle risoluzioni delle Nazioni Unite relative ai diritti dei palestinesi sia stata storicamente approvata dall’Assemblea generale, non dal Consiglio di Sicurezza, dove gli Stati Uniti sono una delle cinque grandi potenze che esercitano il diritto di veto, sempre pronti ad affossare qualsiasi tentativo di far rispettare il diritto internazionale.

È questa dicotomia storica che ha portato all’attuale situazione di stallo politico.

Le leadership palestinesi, una dopo l’altra, fallirono nel cambiare l’opprimente paradigma. Decenni prima dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, numerose delegazioni, comprese quelle che rivendicavano la rappresentanza del popolo palestinese, percorsero l’Europa, facendo appello a un governo e all’altro, patrocinando la causa palestinese e chiedendo giustizia.

Cosa è cambiato da allora?

Il 20 febbraio, l’amministrazione Donald Trump ha pubblicato la propria versione della Dichiarazione Balfour, definita “Accordo del Secolo”.

L’iniziativa americana che, ancora una volta, ha infranto il diritto internazionale, apre la strada per ulteriori annessioni coloniali israeliane della Palestina occupata. Minaccia sfacciatamente i palestinesi che, nel caso non collaborino, saranno severamente puniti. In realtà lo sono già stati, nel momento in cui Washington ha tagliato tutti i finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese e alle istituzioni internazionali che forniscono aiuti primari ai palestinesi.

Come nella Conferenza di Sanremo, nella Dichiarazione Balfour e in numerosi altri documenti, a Israele è stato chiesto, sempre in modo educato ma senza alcuna formale imposizione di tali richieste, di concedere ai palestinesi alcuni gesti simbolici di libertà e indipendenza.

Alcuni potrebbero sostenere, e giustamente, che l’Accordo del Secolo e la risoluzione della conferenza di Sanremo non sono identici nel senso che la decisione di Trump è stata unilaterale, mentre Sanremo è stato il risultato del consenso politico tra vari paesi – Gran Bretagna, Francia, Italia e altri.

È vero, ma due punti importanti devono essere presi in considerazione: in primo luogo, anche la Dichiarazione Balfour è stata una decisione unilaterale. Gli alleati del Regno Unito impiegarono tre anni per accettare e condividere la decisione illegale presa da Londra di concedere la Palestina ai sionisti. La domanda ora è: quanto tempo impiegherà l’Europa a sostenere come proprio l’Accordo del Secolo?

In secondo luogo, lo spirito di tutte queste dichiarazioni, promesse, risoluzioni e accordi è lo stesso, per cui le superpotenze decidono in virtù del loro enorme potere di riorganizzare i diritti storici delle nazioni. In qualche modo, il colonialismo del passato non è mai veramente morto.

L’Autorità Nazionale Palestinese, come le precedenti leadership palestinesi, è trattata con la proverbiale carota e bastone. Lo scorso marzo, il genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Jared Kushner, ha detto ai palestinesi che se non fossero tornati ai negoziati (inesistenti) con Israele, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele.

Ormai da quasi tre decenni e, certamente, dalla firma degli accordi di Oslo nel settembre 1993, l’ANP ha scelto la carota. Ora che gli Stati Uniti hanno deciso di cambiare del tutto le regole del gioco, l’Autorità di Mahmoud Abbas sta affrontando la sua più grave minaccia esistenziale: inchinarsi a Kushner o insistere per il ritorno a un paradigma politico morto che è stato costruito, quindi abbandonato, da Washington.

La crisi all’interno della leadership palestinese viene affrontata con assoluta chiarezza da parte di Israele. La nuova coalizione di governo israeliana, composta dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e Benny Gantz, in precedenza rivali, ha raggiunto un accordo provvisorio sul fatto che l’annessione di vaste aree della Cisgiordania e della Valle del Giordano sia solo una questione di tempo. Stanno semplicemente aspettando il cenno di assenso americano.

È improbabile che debbano aspettare a lungo, poiché il segretario di Stato, Mike Pompeo, il 22 aprile ha affermato che l’annessione dei territori palestinesi è “una decisione israeliana”.

Francamente, ha poca importanza. La Dichiarazione Balfour del 21° secolo è già stata fatta; si tratta solo di trasformarla nella nuova realtà incontestata.

Forse è giunto il momento per la leadership palestinese di capire che strisciare ai piedi di coloro che hanno ereditato la Risoluzione di Sanremo, costruendo e sostenendo la colonizzazione israeliana, non è mai e non è mai stata una risposta.

Forse è il momento per un serio ripensamento.

Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è uno studioso non residente presso il Centro di studi globali e internazionali di Orfalea, UCSB.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele non ha bisogno di “avvertimenti” contro l’annessione, ma di misure conseguenti

Hagai El-Ad

30 aprile 2020 – +972

Mezzo secolo di occupazione è un ampio margine di tempo perché potenti Stati come la Germania imparino che le parole senza i fatti non fanno altro che rafforzare l’impunità di Israele

La scorsa settimana nell’ultima seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla situazione in Medio Oriente, in seguito alle notizie secondo cui l’accordo di coalizione tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo rivale Benny Gantz include l’impegno a portare avanti l’annessione della Cisgiordania a partire dal primo luglio, l’ambasciatore tedesco Jürgen Schulz ha rilasciato quello che potrebbe essere frainteso come un forte avvertimento.

Sconsigliamo fermamente un qualunque governo israeliano dall’annettere territori palestinesi occupati,” ha detto l’ambasciatore. “Ciò costituirebbe una chiara violazione delle leggi internazionali e non avrebbe solo gravi ripercussioni negative per la realizzazione della soluzione dei due Stati e dell’intero processo di pace, ma potenzialmente anche per la stabilità regionale e per la posizione di Israele nella comunità internazionale.”

Perché definirla come erroneamente, ma non realmente forte? In breve: perché questo “avvertimento” non è –né lo è mai stato – sostenuto dall’azione. Se “una chiara violazione delle leggi internazionali” non viene contrastata con azioni conseguenti, e se quelli che ne sono responsabili non ne devono mai rispondere, quale impatto hanno tali parole?

Dopo questa vuota esibizione di spavalderia, la Germania ha ripetuto la sua posizione, secondo cui “le attività israeliane di insediamento nei territori palestinesi occupati sono illegali in base alle leggi internazionali.” Eppure queste attività di colonizzazione sono continuate indisturbate per oltre mezzo secolo – un ampio margine di tempo per imparare che i suoi “avvertimenti”, indipendentemente da quanto severamente pronunciati, non hanno alcun potere su Gerusalemme.

Josep Borrell, alto rappresentante e vice presidente dell’Unione Europea, ha riconosciuto questo aspetto quando in febbraio ha scritto che “gli europei devono affrontare il mondo per come è, non per come sperano che sia,” il che a sua volta richiede “reimparare il linguaggio della forza.”

Sicuramente la Germania, uno degli attori politici fondamentali dell’Europa, se lo volesse potrebbe esercitare questa forza. Ma quando si tratta di schierarsi con i diritti dei palestinesi, la Germania si rifiuta di affrontare “il mondo per come è”. Israele sa tutto ciò troppo bene, e quindi può facilmente ignorare l’avvertimento della Germania continuando in modo altrettanto con totale indifferenza ad opprimere un intero popolo.

L’inazione su questo fronte è piuttosto sorprendente, dato che recentemente la Germania ha dimostrato che, se lo decide, può dispiegare il suo considerevole peso. Quando i giudici della camera preliminare della Corte Penale Internazionale hanno invitato le parti a presentare le loro considerazioni sulla giurisdizione della Corte riguardo allo Stato di Palestina, la Germania è stata tra i pochi Paesi che hanno obiettato riguardo alla giurisdizione della CPI.

Nell’argomentazione che ha presentato, la Germania ha affermato formalmente di “rimanere una fervente sostenitrice della lotta contro l’impunità.” Eppure la Germania ha deciso di sostenere che la CPI non abbia “una solida base giurisdizionale” perché lo Stato di Palestina non è “sovrano”. Non importa che questa precondizione non si trovi da nessuna parte nello Statuto di Roma [che ha istituito la CPI, ndtr.], né che la procuratrice generale [della CPI] Fatou Bensouda non abbia sostenuto una cosa simile. I palestinesi, ovviamente, devono ancora ottenere la sovranità proprio perché Israele ha occupato la loro terra. Tuttavia, con il suo non-argomento, la Germania ha continuato ad opporsi a un’inchiesta.

Se fosse stata solo una questione tecnica a bloccare la Germania, avrebbe potuto far valere la sua posizione come membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU almeno per cercare di fare in modo che il Consiglio rinviasse il caso della Palestina alla CPI per concedere quindi la giurisdizione alla Corte.

Certamente un “fervido sostenitore della lotta contro l’impunità” avrebbe fatto pesare la propria forza giuridica per difendere le leggi internazionali. Invece la Germania ha scelto di dire semplicemente, ancora una volta, che le colonie sono illegali, e ha solo espresso a parole, di nuovo, il suo presunto appoggio al fatto che i responsabili vengano chiamati a risponderne.

Di fronte alle infinite violazioni israeliane la Germania ha mantenuto significativamente silenzioso il suo “linguaggio della forza”. Questo linguaggio ha molte articolazioni – la CPI è solo una di esse -, ma la Germania ha deciso di non utilizzarne nessuna, salvo la vuota retorica. Nel frattempo Israele continua a violare le fondamenta del diritto internazionale davanti agli occhi del mondo, compresi quelli della Germania. Sostenere continuamente che qualcosa è sbagliato senza agire per fermarlo non è un “forte avvertimento”, è complicità.

Hagai El-Ad è direttore esecutivo di B’Tselem: Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)