Due brevi notizie

 

Attacchi aerei israeliani contro Gaza in risposta al lancio di razzi

MEE e agenzie

2 novembre 2019 Middle East Eye

Secondo il Ministero della Sanità un uomo è stato ucciso e due sono stati feriti nelle incursioni. 

Non è stato detto se appartenessero a qualche fazione.

Una fonte di Hamas ha riferito alla Associated France Press che è stata usata la contraerea contro gli aerei durante i raid e l’esercito israeliano ha confermato il “fuoco nemico” da Gaza.

Gli attacchi sono avvenuti dopo che venerdì almeno 10 razzi sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza  verso il sud di Israele, colpendo un’abitazione residenziale.

L’esercito israeliano ha affermato che otto razzi sono stati intercettati dal sistema “Iron Dome” di difesa anti-missile del territorio.

Nessuna fazione armata a Gaza si è dichiarata responsabile del lancio dei razzi, ma il [comando] militare israeliano sostiene che  in ultima analisi Hamas è responsabile degli attacchi.

Secondo Ha’aretz, che ha riferito di un altro razzo sparato giovedì da Gaza, questo è stato il secondo episodio di lancio di razzi.

L’aumento della tensione avviene contemporaneamente allo stallo politico in Israele.

L’ex capo di stato maggiore dell’esercito Benny Gantz è bloccato nei negoziati per formare un nuovo governo dopo che lo scorso mese Benjamin Netanyahu ha detto di non essere in grado di farlo.

Se anche Gantz non riuscirà a formare una coalizione di maggioranza, gli israeliani andranno a votare per la terza volta da aprile.

Dal 2008 Hamas e Israele hanno combattuto tre guerre nella Striscia di Gaza.

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Israele arresta l’esponente palestinese di sinistra Khalida Jarrar

Al Jazeera.

L’ex deputata Jarrar è stata arrestata da decine di soldati israeliani nella sua casa di Ramallah nella Cisgiordania occupata.

31ottobre 2019 Al Jazeera

Nella notte di giovedì le forze israeliane hanno arrestato l’importante esponente palestinese nella sua casa di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, .

I media locali riferiscono che Khalida Jarrar, ex membro del disciolto Consiglio Legislativo Palestinese, è stata arrestata alle 3 del mattino ora locale e portata in luogo sconosciuto.

Secondo la figlia Yara Jarrar, la casa è stata circondata da più di 70 soldati, arrivati con 12 veicoli militari.

La mamma e [mia] sorella dormivano quando sono arrivati,” ha detto Yara in un post su Twitter.

La 56enne Jarrar, che appartiene al movimento di sinistra Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (PFLP) – considerato da Israele un gruppo “terrorista”- era già stata arrestata nel 2015 e nel 2017.

L’ultimo rilascio da una prigione israeliana è avvenuto lo scorso febbraio dopo 20 mesi di “detenzione amministrativa”- un sistema di incarcerazione inbase al quale un detenuto è tenuto in arresto senza un’accusa e senza processo.

Secondo “Samidoun”, una rete di solidarietà con i prigionieri palestinesi, Jarrar da molto tempo si batte per la liberazione dei prigionieri palestinesi ed è stata in passato vice presidente e direttrice esecutiva del gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi “Addameer”.

“Samidoun” ha scritto sul suo sito: “All’interno delle prigioni dell’occupazione israeliana Jarrar ha svolto un ruolo di guida nel favorire l’educazione delle ragazze minorenni recluse, organizzando lezioni sui diritti umani e dando ripetizioni alle ragazze quando la direzione del carcere negava loro un insegnante per gli esami obbligatori alle superiori”

Attualmente ci sono sette politici palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, di cui cinque in condizione di detenzione amministrativa.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




L’altro Benjamin: chi è Benny Gantz, il rivale di Netanyahu?

Marie Niggli

Giovedì 24 ottobre 2019 – Middle East Eye

Dopo la rinuncia di Benjamin Netanyahu lunedì, Benny Gantz è stato nominato per tentare di formare una coalizione di governo. Una missione difficile, se non impossibile, per questo ex-capo di stato maggiore dell’esercito di cui è difficile definire gli obiettivi

Bibi” contro “Benny”: negli ultimi mesi la politica israeliana si è ridotta a un duello al vertice tra i due Benjamin. Da una parte Benjamin Netanyahu, la vecchia volpe, soprannominato Bibi dai suoi sostenitori, che detiene il record di longevità come primo ministro in Israele; dall’altra il novellino Benjamin Gantz, detto Benny, un ex-militare che si è lanciato in politica da meno di un anno.

Dopo due elezioni in meno di sei mesi – lo scorso aprile e in settembre – il Paese si trova in una situazione di stallo politico. Né vincitore né vinto: di per sé per Netanyahu, che ha dominato l’arena politica negli ultimi dieci anni, è già una sconfitta. Lunedì sera è persino sembrato che vacillasse: incapace di mettere insieme un governo, il primo ministro uscente ha restituito il mandato al presidente israeliano.

Per la prima volta dal 2009 è un altro, Benny Gantz, che cercherà di formare una coalizione per prendere il suo posto. Ha 28 giorni di tempo. Una missione impossibile, prevede la maggior parte degli osservatori.

Com’è riuscito questo ashkenazita [ebreo di origine europea, ndtr.] alto e dagli occhi azzurri a far inciampare Netanyahu, là dove tanti politici esperti in precedenza si sono rotti le ossa? Sicuramente non grazie alla sua esperienza politica: non ne ha affatto.

Il suo curriculum? Quello di un militare che ha salito i gradini uno a uno. Arruolato nell’esercito nel 1977, questo figlio di un sopravvissuto alla Shoah è diventato paracadutista, nel 1991 ha partecipato all’operazione “Salomon”, che in 48 ore ha trasferito 14.000 ebrei dall’Etiopia verso Israele, ha combattuto in Libano nel 2000 e alla fine è diventato capo di stato maggiore dell’esercito israeliano dal 2011 al 2015.

Fascino militare

Gantz ha lasciato un’impronta sanguinosa: sotto il suo comando, Israele e Hamas si impegnano in due guerre a Gaza. Nel 2012 l’offensiva israeliana ha fatto 163 morti nell’enclave. Nel 2014, durante più di un mese e mezzo, un diluvio di fuoco si è abbattuto sulla stretta striscia di terra e sono stati uccisi 2.220 palestinesi, di cui più di 1.500 civili (550 minori).

Nel 2015 un rapporto dell’ONU ha affermato di aver raccolto “delle informazioni rilevanti che mettono in evidenza possibili crimini di guerra commessi sia da Israele che dai gruppi armati palestinesi.” Ha rimproverato all’esercito israeliano in particolare l’“uso intensivo di armi concepite per uccidere e ferire in un ampio raggio.”

Invece di tener nascosto questo bilancio disastroso, l’ex capo di stato maggiore l’ha utilizzato per lanciare la sua campagna elettorale. Con una serie di video scioccanti, il prudente Gantz si è trasformato in falco, vantando gli atti di guerra sanguinosi dell’esercito israeliano a Gaza nel 2014 sotto il suo comando, che secondo lui hanno riportato certe zone dell’enclave “all’età della pietra.”

Un macabro calcolo sulle immagini dei funerali di palestinesi si conclude con questo slogan: “Solo i forti sopravvivono.”

Questo immaginario parla al pubblico ebraico in Israele: è “una società molto militarizzata”, spiega Yara Hawari, analista politica di Al-Shabaka, un centro di analisi palestinese. Gli israeliani hanno “molto rispetto per i generali, perché c’è anche questo contesto un po’ machista, una certa mascolinità nociva e i generali vengono quindi percepiti come forti.”

Salvo il fatto che, tra tutti i militari che hanno sfondato in politica, Benny Gantz è il meno esperto.

Ehud Barak era un ex-capo di stato maggiore che è diventato primo ministro, ma da quasi due anni dirigeva il partito Laburista. Ariel Sharon, tutti lo dimenticano, è stato in politica per circa 30 anni prima di diventare primo ministro,” ricorda Dahlia Scheindlin, consigliera politica che ha aiutato a elaborare sette campagne elettorali per conto di diversi partiti israeliani, di cui l’ultima con il partito di sinistra “Unione democratica”.

Anche se figlio del responsabile politico del partito Laburista nella comunità dove è nato, Kfar Ahim – costruito sulle rovine del villaggio palestinese di Qastina –, a 60 anni Gantz ha scoperto il gioco politico nello scorso dicembre, quando ha lanciato il suo partito, “Hosen L’Yisrael” – “Resilienza per Israele”.

All’inizio la formazione sembrava un “piccolo gruppo di amici che hanno preso un anno sabbatico e di professionisti della campagna elettorale reclutati all’ultimo momento,” sfotte il quotidiano israeliano di sinistra “Haaretz”. Insomma, tutto meno che un partito di militanti impegnati.

Ma il rigido militare, un po’ austero, trova dei partner ideali: un ex-ministro, Yaïr Lapid, e due ex-capi di stato maggiore, Gabi Ashkenazi e Moshe Ya’alon, quest’ultimo anche lui con esperienza di governo. Di che rafforzare la sua base politica: ecco com’è nata, all’inizio del 2019, la coalizione “Blu e Bianco”, dai colori della bandiera israeliana.

Presentata come di centro, la lista in “altri luoghi nel mondo sarebbe definita di destra,” sottolinea Yara Hawari, che nota lo spostamento dello scacchiere politico israeliano verso l’estrema destra.

Uniti contro i palestinesi

Ormai circondato da “partner politici e consiglieri”, Gantz ha “condotto due campagne elettorali” che l’hanno fatto progressivamente maturare, ricorda Ofer Zalzberg, analista del Medio Oriente dell’ “International Crisis Group” [Ong con sede in Belgio che cerca di prevenire i conflitti, ndtr.] (ICG). Ma sul piano politico, con più di 30 anni di carriera, “Netanyahu ha un vantaggio enorme.”

In confronto il militare fatica ancora, poco presente sulle reti sociali, non sempre a suo agio, ambiguo nella linea politica. “È molto complicato sapere chi è Benny Gantz e per cosa si batte,” constata Dalhia Scheindlin.

Salvo che in politica estera e sulla questione palestinese. Benny o Bibi, sono la stessa cosa, evidenzia Yara Hawari: secondo lei entrambi applicheranno la stessa politica “violenta d’occupazione e di colonizzazione” nei territori palestinesi.

Quello che cambierà sarà il discorso, la retorica utilizzata da Israele. (Gantz e i suoi alleati) utilizzeranno un linguaggio più accattivante per perpetuare il progetto coloniale e continueranno l’annessione di fatto” della Cisgiordania, territorio sotto il controllo di Israele da 52 anni. Quanto alla prospettiva di negoziare con l’Autorità Nazionale Palestinese, essa tornerà a “negoziare i termini del nostro imprigionamento, non quelli della liberazione” dei palestinesi, sottolinea la ricercatrice.

Con un linguaggio più educato, più diplomatico, Gantz “cercherà di riconquistare gli alleati internazionali” trascurati da Netanyahu, che si accontentava del sostegno incondizionato che gli concede il presidente americano Donald Trump, in spregio al diritto internazionale.

Gli “europei sono pronti per questo,” vedono nell’ex-militare “qualcuno a cui possono parlare, lo definiscono un partner per la pace, cosa che è risibile,” continua Yara Hawari. “Penso che ciò sia pericoloso.”

A meno che le sfumature non siano anche da decifrare tra le righe. Nel 2015, dopo aver lasciato l’esercito, “Gantz ha fatto un discorso e sostenuto la soluzione dei due Stati,” ricorda Ofer Zalzberg, dell’ICG. Una posizione che non esprime più in pubblico, ma, se riuscisse ad essere eletto, “proporrà una graduale separazione tra i due popoli,” ritiene.

Resta il fatto che l’ex capo di stato maggiore non ha più evocato uno Stato palestinese durante la sua campagna elettorale. Peggio, ha chiaramente affermato la sovranità israeliana sulla valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata, quando Netanyahu ha proposto di annetterla – tutt’al più una differenza semantica.

Religiosi contro laici

Né molto avvenente né molto carismatico, Gantz ha raggiunto da zero la cima della politica israeliana grazie a una fortunata congiunzione astrale. Dopo 10 anni di Netanyahu, il paesaggio politico si ricompone soprattutto attorno alla divisione della destra, ormai scissa tra religiosi e laici.

Il primo ministro uscente “è stato estremamente generoso con i partiti ebrei ultra-ortodossi, e la destra laica è rimasta frustrata,” analizza Ofer Zalzberg. “Non vuole più sedersi a fianco dei religiosi.”

Il grande simbolo di questo cambiamento? La rottura, insieme personale ed ideologica, tra Avigdor Lieberman, ex-ministro di Netanyahu, e il suo antico mentore: è lui che ha fatto fallire tutti i tentativi del primo ministro uscente di formare un governo dopo aver provocato le elezioni anticipate ritirandosi un anno fa dalla precedente coalizione.

Trasporti pubblici – ridotti – durante il sabato, giorno di riposo settimanale degli ebrei, durante il quale la religione vieta ai fedeli di lavorare, l’introduzione del matrimonio civile, la sua estensione agli omosessuali…il programma di Benny Gantz su alcune questioni sociali che sono diventate delle grandi sfide durante le ultime elezioni sono in netto contrasto rispetto a quanto imposto dagli alleati ultra-ortodossi di Netanyahu.

La divisione all’interno della destra tuttavia non è sufficiente a far arrivare Gantz alla guida di un governo, è solo sufficiente a impedire a Netanyahu di rimanere primo ministro,” nota Ofer Zalzberg.

Ed è lì tutta la debolezza della campagna di Benny Gantz. In pochi mesi, il militare discreto ha dolcemente instillato nell’opinione pubblica israeliana di essere l’anti-Bibi. Calmo, pragmatico, mette l’accento sull’unità quando Netanyahu ha costruito la sua carriera politica sulle polemiche e sull’incitamento all’odio verso i palestinesi, che siano o meno cittadini israeliani.

Nel mondo d’oggi si osservano due tipologie di politici,” ricorda Ofer Zalzberg. “Quelli di una sorta di politico ribelle, che si presenta come antisistema, e altri che rivendicano l’appartenenza al sistema e difendono le istituzioni. (Gantz) fa chiaramente parte di questa seconda categoria,” di fronte a un Netanyahu che si scaglia contro media e istituzioni come se gli fossero ostili.

Solo che per strappare Israele dalle mani di un dirigente così avvezzo al gioco politico come il primo ministro uscente, in un Paese frammentato e tormentato dalle divisioni, Benny Gantz non può appoggiarsi unicamente su un programma che caldeggia lo status quo.

La sua campagna elettorale non è riuscita a garantirgli la maggioranza: ha ormai poco meno di un mese per immergersi nell’aspra arena politica israeliana e andarsi a cercare il sostegno che ancora gli manca. In caso contrario, il Paese rivoterà per la terza volta in meno di un anno …

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Benny Gantz di Israele: un principiante della politica che cerca di spodestare Netanyahu

22 ottobre 2019 – Al Jazeera

Se neanche l’ex capo di stato maggiore riesce a formare un governo entro i prossimi 28 giorni, Israele potrebbe andare a nuove elezioni

L’ex capo di stato maggiore dell’esercito Benny Gantz ha la possibilità di porre fine al mandato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ha superato ogni record, ma ha di fronte una ardua battaglia.

Non riuscendo a formare un nuovo governo, Netanyahu ha subito una grave sconfitta nel suo tentativo di rimanere primo ministro.

Ora ci si aspetta che da parte del presidente Reuven Rivlin venga data a Gantz la possibilità di tentare di formare una coalizione, ma in seguito alle elezioni del 17 settembre rimane una situazione di stallo e non è da escludere un’ulteriore votazione.

Sarebbero le terze elezioni in un anno dopo che neanche dopo il voto di aprile Netanyahu è riuscito a formare una coalizione.

La decisione di Netanyahu di informare Rivlin lunedì notte di non essere assolutamente in grado di formare un governo ha segnato la fine del suo mandato come primo ministro di Israele per più lungo tempo.

Rimarrà primo ministro finché non si sarà formato un nuovo governo, e una serie di scenari potrebbe vederlo conservare il suo incarico, anche se nelle prossime settimane dovrà far fronte alla possibilità di essere accusato di corruzione.

Una delle poche cose che sono chiare nel pantano post-elettorale in Israele è che Netanyahu, che lunedì ha festeggiato il suo settantesimo compleanno, non si arrenderà.

Ma il suo annuncio è stato un momento storico nella politica israeliana, perché dal 2009 dopo ogni elezione Netanyahu ha ricevuto il mandato presidenziale per formare il governo.

Ostacolato”

Quando ha annunciato la sua decisione con un video sulle reti sociali, Netanyahu ha cercato di attribuire la colpa a Gantz, in quanto l’ex-capo di stato maggiore ha rifiutato di negoziare sulla base delle condizioni preferite dal primo ministro.

Martedì uno degli alleati più vicini a Netanyahu, il ministro dell’Energia Yuval Steinitz [dello stesso partito di destra di Netanyahu, il Likud, ndtr.], ha affermato che il primo ministro è stato “ostacolato” nei negoziati.

Il disaccordo non impedisce i negoziati,” ha detto alla radio militare israeliana. “Al contrario, si arriva al negoziato quando si inizia in disaccordo. Pertanto, se Benny Gantz offrisse a Netanyahu di sedersi con lui faccia a faccia, sono certo che Netanyahu lo farebbe.”

Martedì mattina alcuni giornalisti della televisione pubblica israeliana si sono incontrati con Gantz fuori dalla sua casa dopo un allenamento.

Siamo sempre ottimisti, è un modo di vivere,” ha detto al volante della sua macchina, vestito con pantaloncini e maglietta.

Un importante politico della sua alleanza di centro “Blu e Bianco” ha criticato pesantemente Netanyahu. “Cosa ne ha fatto Bibi (Netanyahu) del mandato di costituire un governo? Quattro settimane di niente,” ha detto su Twitter Ofer Shelah, usando il nomignolo di Netanyahu.

Ha fatto passare tempo per continuare come primo ministro ancora per un po’ …Bibi vuole le elezioni. È ovvio.”

Lunedì sera Rivlin ha detto di aver intenzione di chiedere a Gantz di cercare di formare un governo, ma può prendersi tre giorni per sentire i partiti eletti in parlamento prima di incaricarlo ufficialmente di farlo.

Il leader di “Blu e Bianco” non ha esperienza politica, prima di sfidare il primo ministro è stato capo di stato maggiore, ma ora si ritrova sulla soglia del potere.

Tuttavia, anche se può assumere l’incarico che Netanyahu ha ricoperto per un totale di più di 13 anni, è una sfida che potrebbe assillare anche il politico più esperto.

Da Gerusalemme, Harry Fawcett di Al Jazeera ha spiegato che Israele sta affrontando un periodo turbolento.

Le sue (di Gantz) prospettive di formare un governo di minoranza o di unità con il Likud scaricando Netanyahu sembrano entrambe molto improbabili. Potrebbe anche non riuscirci. Se ciò avviene, il mandato andrà alla Knesset. Se dopo tutto ciò non si forma un governo, allora Netanyahu potrebbe rimanere in carica finché non si terranno le terze elezioni. Ma ci potrebbe essere una questione giuridica in merito al dubbio se un primo ministro possa mantenere il potere mentre è sotto processo.”

Divisione nell’unità

Probabilmente il vicolo cieco dopo le elezioni del 17 settembre richiederà ulteriori concessioni o una decisione da parte dei membri del partito di destra di Netanyahu di abbandonarlo – ed entrambe queste opzioni per il momento sono molto remote.

Sia il Likud che “Blu e Bianco” affermano di volere un governo di unità, ma sono divisi sul come. Il Likud ha cercato di negoziare in base a un compromesso stabilito da Rivlin, che prende in considerazione la possibilità che il primo ministro venga accusato di corruzione nelle prossime settimane. Potrebbe rimanere primo ministro per il momento, ma mettersi da parte in seguito per difendersi dalle accuse.

In tale scenario Gantz assumerebbe l’incarico come primo ministro pro tempore.

Blu e Bianco” ha detto che in base a un qualunque accordo di rotazione Gantz dovrebbe essere capo del governo per primo, dato che il suo partito ha vinto più seggi, avendone ottenuti 33 rispetto ai 32 del Likud.

Gantz ha anche detto che “Blu e Bianco” non può partecipare a un governo con un primo ministro che deve affrontare gravi accuse.

Netanyahu ha aggiunto un’ulteriore complicazione ai colloqui per formare una coalizione.

Si è impegnato a non abbandonare i piccoli partiti di destra e religiosi che lo appoggiano in parlamento, affermando di rappresentare tutto il blocco [di destra] nei negoziati per una coalizione.

Neanche questa condizione è accettabile per Gantz, secondo cui ciò significherebbe che “Blu e Bianco” parteciperebbe a un governo Netanyahu come membro di minoranza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché Israele si dibatte per venir fuori da uno stallo politico

Jonathan Cook 2 ottobre 2019 mondoweiss

Sarebbe un grave errore supporre che l’attuale fase di stallo politico in Israele – nella quale né il primo ministro in carica Benjamin Netanyahu né il suo principale rivale Benny Gantz sembrano in grado di mettere insieme un governo di coalizione – sia il segnale di un profonda frattura ideologica.

In termini politici, non esiste nessuna spaccatura in Israele. Nelle elezioni generali di questo mese, il 90 % degli ebrei israeliani ha votato per partiti o della destra militarista e anti-araba oppure dell’estrema destra religiosa anti-araba.

I due partiti che dichiarano di rappresentare il centro-sinistra – le versioni ribattezzate del Labour e di Meretz – hanno avuto solo 11 seggi in un parlamento composto da 120 membri.

Ancora più strano, i tre partiti che affermano di voler formare un “governo di grande coalizione” hanno avuto circa il 60% dei voti.

Il Likud di Netanyahu, il partito Blu e Bianco di Gantz guidato da ex generali, e l’ Yisrael Beiteinu dell’ex ministro della difesa Avigdor Lieberman si sono assicurati, insieme, 73 seggi – ben oltre i 61 necessari per la maggioranza.

Tutti e tre sostengono il rafforzamento dell’occupazione e l’annessione di parti della Cisgiordania; tutti e tre pensano che gli insediamenti siano giustificati e necessari; tutti chiedono che l’assedio di Gaza continui; tutti vedono la leadership palestinese come inaffidabile; e tutti vogliono che i vicini stati arabi si facciano piccoli per la paura.

Moshe Yaalon, generale collega di Gantz nel partito Blu e Bianco, era stato in passato una figura chiave nel Likud al fianco di Netanyahu. E Lieberman, prima di creare il suo partito, era il responsabile dell’ufficio di Netanyahu. Questi non sono nemici politici; sono stretti alleati sul piano ideologico.

Esiste una differenza significativa ma non del tutto insormontabile. Gantz pensa che sia importante mantenere il sostegno bipartisan degli Stati Uniti all’occupazione militare da parte di Israele, mentre Netanyahu ha preferito affidare la sorte di Israele a Donald Trump e alla destra religiosa cristiana.

Reuven Rivlin, presidente di Israele, ha sollecitato i tre partiti a lavorare insieme. Ha suggerito che Netanyahu e Gantz si alternino nel ruolo di primo ministro, una prassi già utilizzata in Israele in passato.

Ma dopo che la scorsa settimana Gantz ha posto un rifiuto, il presidente ha assegnato a Netanyahu il compito di cercare di formare un governo, sebbene la maggior parte degli osservatori ritenga che lo sforzo si rivelerà inutile. Dopo le elezioni non risolutive in aprile e settembre, Israele sembra quindi avviarsi verso un terzo turno elettorale.

Ma se lo stallo non è ideologico, quale ne è la causa?

In verità, la paralisi è stata determinata da due paure: una nel Likud, l’altra nel Blu e Bianco.

Gantz è felice di sedere in un governo di unità con il Likud. La sua difficoltà è allearsi con Netanyahu, i cui avvocati hanno iniziato questa settimana le udienze con il procuratore generale per molteplici accuse di frode e abuso d’ufficio. Netanyahu vuole restare al potere per poter imporre una legge che gli garantirebbe l’immunità dall’accusa.

Blu e Bianco è stato costituito per estromettere Netayahu perché è un corrotto e sta energicamente distruggendo ciò che resta delle istituzioni democratiche israeliane, anche attraverso il tentativo di denigrare i pubblici ministeri che lo indagano.

Per Blu and Bianco sostenere ora Netanyahu in un governo di coalizione rappresenterebbe un tradimento nei confronti dei propri elettori.

La soluzione per il Likud, quindi, dovrebbe essere ovvia: eliminare Netanyahu e condividere il potere con Blu e Bianco.

Ma il problema è che i membri del Likud sono assolutamente schiavi del loro leader. Il pensiero di perderlo li terrorizza. Il Likud ora sembra più un credo religioso verso un uomo che un partito politico.

Gantz, nel frattempo, è preda di un diverso tipo di paura.

Senza il Likud, l’unica soluzione per Gantz è chiedere appoggio altrove. Ma ciò lo legherebbe ai 13 seggi della Lista Comune, una coalizione di partiti che rappresenta la grande minoranza israeliana di cittadini palestinesi.

E lì è il problema. Blu e Bianco è un partito profondamente arabo-fobico, proprio come il Likud e l’Yisrael Beiteinu. Il suo unico leader civile, Yair Lapid, ha notoriamente rifiutato di lavorare con i partiti palestinesi dopo le elezioni del 2013 – prima che Netanyahu facesse dell’istigazione al razzismo il marchio della sua campagna elettorale.

Lapid ha dichiarato: “Non starò mai con gli Zoabi”, un riferimento al più importante dei legislatori palestinesi dell’epoca, Haneen Zoabi.

Allo stesso modo, Gantz ha più volte ribadito il suo rifiuto di sedere in Parlamento con la Lista Comune.

Tuttavia, il leader della Lista Comune Ayman Odeh la scorsa settimana ha fatto un gesto senza precedenti, offrendo a Gantz il contributo [elettorale] della maggior parte della sua corrente.

Non è stata una concessione facile, date le posizioni di Gantz e [dato] il suo ruolo nel 2014 nel condurre la distruzione di Gaza al comando dell’esercito. La mossa ha fatto arrabbiare molti palestinesi nei territori occupati.

Ma Odeh a settembre ha assistito, come risultato, ad un balzo in avanti del 10% dei votanti nella minoranza palestinese rispetto alle elezioni di aprile, tanto è disperato il desiderio dei suoi elettori di sbarazzarsi di Netanyahu.

I sondaggi segnalano anche una crescente frustrazione tra i cittadini palestinesi per la loro scarsa influenza politica. Sebbene i colloqui di pace siano fuori dall’agenda di Israele, alcuni in quella minoranza sperano di ottenere un po’ di sollievo per la loro comunità dopo decenni di aspre discriminazioni istituzionali.

In un articolo pubblicato sul New York Times la scorsa settimana, Odeh ha spiegato il suo sostegno a Gantz. Intenderebbe inviare “un chiaro messaggio, che l’unico futuro per questo paese sia un futuro condiviso e che non esista un futuro condiviso senza la piena ed equa partecipazione dei cittadini arabo palestinesi”.

Gantz sembra indifferente. Secondo un’indagine dei media israeliani, Netanyahu ha avuto per primo l’opportunità di formare un governo perché Gantz è impallidito all’idea.

Era preoccupato che se fosse stato colto in un negoziato con la Lista Comune, Netanyahu lo avrebbe nuovamente infangato – e danneggiato agli occhi degli elettori.

Netanyahu ha già dipinto le alternative in termini netti: o un governo di coalizione con lui a capo, o un governo Blu e Bianco sostenuto da coloro che “sostengono i terroristi”.

Il leader del Likud potrebbe ancora estrarre un coniglio dal suo cappello malconcio. Gantz o Lieberman potrebbero cedere, di fronte ad affermazioni provocatorie [tipo] che altrimenti “gli arabi” infilerebbero un piede nella porta. Oppure Netanyahu potrebbe dare il via ad uno stato di emergenza nazionale, persino a una guerra, per costringere i suoi rivali a sostenerlo.

Ma nel caso di una terza elezione, Netanyahu avrebbe ottime ragioni per assicurarsi, questa volta, un successo. E ciò richiederà senza dubbio il rapido ricorso a un’altro pericoloso ingranaggio contro la minoranza palestinese.

La realtà è che in Israele esiste una forte unità – nella condivisione di atteggiamenti profondamente violenti nei confronti dei palestinesi, siano essi cittadini o vittime dell’occupazione. Paradossalmente, l’unico ostacolo alla concretizzazione di tale unità è rappresentato dagli sforzi di Netanyahu di tenersi aggrappato al potere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il principale sconfitto in queste elezioni: il sionismo liberale

Mairav Zonszein

26 settembre 2019 +972

Gli israeliani votano regolarmente contro l’idea di uno Stato ebreo e democratico israeliano accanto uno Stato palestinese. E’ ora impossibile capire come ciò possa mai essere realizzato.

Domenica Ayman Odeh, il presidente della Joint List (Lista Unita, alleanza politica dei principali partiti arabi in Israele, n.d.tr.), ha incontrato il presidente Reuven Rivlin per annunciare la decisione importante del suo partito di appoggiare Benny Gantz, presidente del partito “Blu e Bianco” [i colori della bandiera israeliana. Partito di centro che ha vinto le elezioni, n.d.tr.], per la sua elezione come primo ministro. Nel tentativo di contrastare un altro mandato di Netanyahu, Ayman Odeh ha fatto ciò che nessun altro politico israeliano sta facendo – ha definito una visione per il futuro del Paese: “Vogliamo vivere in un luogo pacifico che sia fondato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, su una vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, su una giustizia sociale e certamente sulla democrazia per tutti “.

Questa non è una posizione nuova o radicale. Semmai, rappresenta l’anima dello schieramento israeliano a favore della pace degli anni ’90. È un caratteristico approccio sionista liberale, ma l’unico politico israeliano che lo esprima è un politico musulmano palestinese di Haifa. Odeh presiede il Partito socialista arabo-ebraico Hadash, che insieme ai tre partiti prevalentemente arabi costituisce la Joint List; avendo vinto 13 seggi dopo le elezioni della scorsa settimana, la Joint List è ora il terzo maggiore partito della Knesset.

L’opinione di Odeh pubblicata sul The New York Times domenicale [vedi su zeitun.info] ha tradotto per un pubblico americano ciò in cui credono molti cittadini palestinesi e una minoranza di cittadini ebrei: “Il solo futuro per questo paese è un futuro condiviso, e non c’è futuro condiviso senza piena ed equa partecipazione dei cittadini [israeliani] arabo-palestinesi ”.

Per chi sostiene la democrazia liberale, o anche solo per chi è realista, è difficile mettere in discussione questa affermazione, soprattutto da momento che i cittadini palestinesi costituiscono il 20% della popolazione israeliana. Tuttavia rimane non solo una posizione minoritaria in Israele, ma perseguitata e delegittimata. Con o senza Netanyahu, non vi è alcuna prospettiva realistica che la Joint List sia invitata a far parte di una coalizione di governo (dalla fondazione dello Stato, nessun partito palestinese-israeliano è stato al governo) o addirittura a dirigere l’opposizione. I cittadini palestinesi di Israele hanno dimostrato di avere abbastanza potere per esistere nel quadro politico, ma non abbastanza per cambiarla.

Dopo i risultati elettorali della scorsa settimana, Netanyahu ha parlato della necessità di un “governo sionista forte” (in codice: per soli ebrei) ed ha etichettato la Joint List come “anti-sionista”. Allo stesso modo, il Partito Blu e Bianco, come la maggior parte degli israeliani, sostiene che Israele è la casa patria del popolo ebraico in cui solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione. Blu e Bianco ha partecipato alle elezioni con un programma anti-Netanyahu; durante la sua campagna, il partito ha sostenuto il pluralismo e ha insistito sul fatto che avrebbe respinto la legge discriminatoria sullo Stato nazione ebraico.

Alla fine, tuttavia, lo Stato-nazione ebraico finisce per rappresentare esattamente ciò in cui credono. Sono emotivamente e ideologicamente attaccati all’idea che Israele debba essere uno Stato che privilegi i diritti degli ebrei rispetto a quelli dei cittadini non ebrei. Non importa quanto siano liberali o affermino di esserlo, questo dato di fatto prevale sempre sul tutto il resto, lasciando centinaia di migliaia di cittadini palestinesi intrinsecamente privati degli stessi diritti e negando loro la via per acquisirli.

Un recente sondaggio condotto dall’Israel Democracy Institute mostra che il 76% dei cittadini palestinesi è favorevole al fatto che la Joint List si unisca a una coalizione al potere e faccia in modo che i propri rappresentanti ricoprano nel governo la carica di ministri. Quasi la metà dei cittadini ebrei (49 per cento) si oppone all’idea. Ciò rende insignificante l’affermazione secondo cui i cittadini palestinesi sono anti-sionisti o che non riconoscono Israele, dal momento che stanno evidentemente prendendo parte attiva al processo politico.

Dopo due elezioni in un anno, entrambe non in grado di produrre una chiara maggioranza, il paese si trova in una condizione di stallo politico; la difficoltà riflette la condizione sia del modello liberale sionista che l’ostinazione del consenso israeliano. Un Stato etnico ebraico non può, per definizione, essere anche liberale e democratico, in particolare quando la sua popolazione comprende una grande minoranza autoctona con un’identità nazionale e culturale separata.

Dalla fondazione dello Stato, i leader politici israeliani sia di destra che di sinistra hanno dato la priorità all’appropriazione della terra e agli’insediamenti ebraici rispetto alla concessione degli stessi diritti civili a tutti i cittadini, indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione. Questa politica è andata a scapito del raggiungimento di una soluzione politica – per non dire sostenibile – che riconosca i diritti e le aspirazioni di entrambi i popoli.

Blu and Bianco, Likud, Yisrael Beitenu [Israele Casa Nostra, partito di estrema destra laica, n.d.tr.] di Avigdor Lieberman, i partiti ortodossi e persino i partiti Unione Democratica e laburista-Gesher, di centro-sinistra, affrontano tutti la stessa crisi. Sostengono di essere liberali e insistono di essere democratici, ma non hanno ancora capito come trattare con i cittadini palestinesi di Israele, come oggi gli è stato chiarito da Ayman Odeh, o dal popolo palestinese in generale. È interessante, ad esempio, notare che il partito israeliano di centrosinistra è stato chiamato, nelle elezioni del 2015, Unione Sionista, mentre quest’anno abbiamo visto come la formazione della Unione Democratica (una coalizione di Meretz, Ehud Barak e Labor’s Stav Shaffir, entrambi laburisti), manifestasse la tensione tra il sionismo e la democrazia e come, da un giorno all’altro, ammettesse che per essere di sinistra in Israele, alla fine devi difendere l’uno o l’altra. Questo dice molto sullo stato attuale della politica israeliana.

Il principale sconfitto della seconda elezione israeliana del 2019 è il sionismo liberale. L’idea che Israele possa essere uno Stato ebraico e democratico con confini internazionalmente riconosciuti, che riconosca la sua minoranza nazionale palestinese e insieme raggiunga un accordo per costituire uno Stato palestinese, ha subito un colpo fatale. Gli israeliani hanno regolarmente votato contro questa idea; ora è impossibile capire come potrebbe mai essere realizzata.

Ayman Odeh è un leader valido ed efficace, con un’integrità. Insistendo nel suo articolo sul New York Times, sul fatto che “c’è abbastanza spazio per tutti noi nella nostra patria condivisa, abbastanza spazio per la poesia di Mahmoud Darwish e le storie dei nostri nonni, abbastanza spazio per tutti noi per far crescere le nostre famiglie in uguaglianza e pace”, egli sta sfidando gli israeliani liberali a guardarsi allo specchio e a trovare un modo per conciliare le loro opinioni politiche particolaristiche (il loro sionismo) con i loro valori. Possono farlo solo accettando che i palestinesi – cittadini, residenti o sotto occupazione senza uno Stato – non se ne vadano. La natura precisa della soluzione politica, che si tratti di uno o due Stati, è di secondaria importanza per conseguire una formula in base alla quale ebrei e arabi abbiano pari diritti e vivano in pace e dignità.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’appoggio a Benny Gantz da parte della Joint Arab List è stato un errore

Haidar Eid

24 settembre 2019 – Al Jazeera

I politici palestinesi non avranno niente da guadagnare dall’ appoggio a un generale accusato di crimini di guerra perché diventi primo ministro

Una delle più gravi conseguenze dei disastrosi accordi di Oslo è stata che hanno ridisegnato il popolo palestinese come se fosse composto solo da chi vive nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate. Il 1,8 milione di cittadini palestinesi di seconda classe in Israele e i 6 milioni di rifugiati palestinesi che vivono nella diaspora sono stati quindi relegati in fondo all’agenda di qualunque discussione, dato che non hanno rappresentanti al tavolo negoziale.

In seguito a ciò ogni componente del popolo palestinese sta perseguendo il proprio personale progetto e la propria soluzione finale – che si tratti di uno Stato indipendente per quanti vivono in Cisgiordania e a Gaza, di una maggiore allocazione di fondi pubblici per i palestinesi cittadini di Israele o di più diritti civili per i rifugiati che vivono nel mondo arabo.

Solo all’interno di questo contesto si può comprendere la catastrofica iniziativa di tre dei quattro partiti che fanno parte della Joint Arab List [Lista Araba Unita] di appoggiare Benny Gantz – un uomo che ha progettato crimini di guerra durante l’attacco israeliano del 2014 contro Gaza, che ha ucciso più di 2.200 palestinesi, e che non ha dimostrato nessun pentimento per questo – per la carica di prossimo primo ministro israeliano. La ragione per cui la Joint Arab List, con l’eccezione di tre membri del partito Balad, ha deciso di proporre il nome di Gantz è “perché vogliamo porre fine all’era di Netanyahu”, come ha spiegato il suo presidente Ayman Odeh.

In uno dei suoi tweet egli ha aggiunto che “vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, la fondazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, reale uguaglianza a livello civile e nazionale, giustizia sociale e una democrazia garantita per tutti,” senza spiegare come ciò giustifichi il sostegno a Gantz, che ha già respinto in anticipo tutte queste richieste e che durante la campagna elettorale si è vantato, di fatto, di aver ucciso palestinesi.

Questa iniziativa senza precedenti da parte di politici palestinesi in Israele, che giunge nel momento in cui ogni venerdì cecchini israeliani stanno uccidendo e mutilando manifestanti palestinesi nei pressi della barriera di Gaza, ha provocato forti ripercussioni in tutta la Palestina storica. Ciò non solo perché l’appoggio legittima un criminale di guerra che sostiene la legge razzista dello Stato-Nazione in Israele, che relega i palestinesi come cittadini di seconda classe, ma anche perché come primo ministro egli sicuramente continuerà a commettere crimini contro il popolo palestinese.  Egli ricomincerà da dove ha finito Netanyahu e continuerà a promuovere e rafforzare l’apartheid, l’uccisione di civili palestinesi innocenti, a mantenere la Cisgiordania sotto occupazione militare, ad assediare e strangolare la Striscia di Gaza con un atto di punizione collettiva, ad annettere terra palestinese e ad espandere le colonie ebraiche illegali in Cisgiordania.

Questa decisione della Joint Arab List riflette la miopia e l’opportunismo politico di parte dell’élite politica palestinese in Israele. Ciò riduce la lotta da parte dei cittadini palestinesi di Israele per una vera uguaglianza ed anche la comune lotta dei palestinesi per la libertà e la giustizia ad “averne semplicemente abbastanza di Netanyahu” e a sostituirlo con un altro criminale di guerra.

Invece di chiedere i loro pieni diritti, sono pronti a raccogliere “briciole di compassione buttate dal tavolo di qualcuno che si considera il (loro) padrone,” come direbbe l’arcivescovo Desmond Tutu [premio Nobel sudafricano che ha lottato contro l’apartheid, ndtr.].

Le ripercussioni della decisione presa dalla Joint Arab List ci perseguiteranno a lungo. È una forma di normalizzazione, in cui il colonizzato, accecato dall’ammirazione nei confronti della falsa democrazia etnica liberale del colonizzatore, non riesce a comprendere i meccanismi di potere in uno Stato colonialista d’insediamento.

Come hanno sottolineato molte forze politiche palestinesi, di sinistra e di destra, il fatto di partecipare alle elezioni israeliane è in sé una cosa molto problematica. Legittima le strutture politiche israeliane, come la Knesset israeliana, in cui si legifera continuamente a favore dell’oppressione del popolo palestinese e la si legalizza.

Appoggiare queste strutture non può in alcun modo aiutare i palestinesi a ottenere i diritti umani fondamentali, la giustizia o l’uguaglianza. Dato che il fulcro del potere è l’apartheid, lavorare al suo interno non può portare né porterà mai alla liberazione del popolo palestinese, in quanto si fonda sulla segregazione, sull’oppressione e sull’occupazione.

Questo sistema dev’essere boicottato, per mettere in discussione la legittimità del suo ordine razzista e per preparare la strada ad alternative. Perché ciò avvenga, tuttavia, è evidente che ci sia bisogno di decolonizzare la mente dei palestinesi in Israele, in modo che i dirigenti dei partiti arabi in Israele comprendano che opporsi alla tendenziosità politica ed ideologica del sistema implica rifiutare tutte le sue strutture di potere.

Finché ciò non avverrà, la Joint Arab List continuerà a giocare il suo gioco politico, che non solo esclude le altre due componenti del popolo palestinese, ma gioca anche d’azzardo con i diritti fondamentali del suo stesso elettorato.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Haidar Eid è docente associato dell’università Al-Aqsa di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il miraggio di Benny Gantz

Jonathan Ofir

23 Settembre 2019 – Mondoweiss

“Il Paese ha scelto l’unità, il Paese ha scelto ‘prima Israele’” ha detto il leader del partito Blu e Bianco Benny Gantz giovedì, dopo che la stragrande maggioranza dei voti alle elezioni di Israele del 17 settembre ha dato al suo partito un leggero vantaggio sul Likud di Netanyahu (adesso 33 a 31, i risultati ufficiali ci saranno mercoledì) [il risultato definitivo è stato 33 a 32, ndtr.]. Nessuno dei due sembra poter creare un governo se non uno di coalizione che combini i loro due partiti, dal momento che Avigdor Lieberman lo esige con i suoi decisivi 8 seggi. Entrambi i partiti maggiori (destra e centro-sinistra) senza Lieberman restano sotto la soglia dei 61 seggi.

Oggi, se si dice ” prima l’America “, è chiaro cosa significhi. Significa supremazia bianca. Anche in Israele, quando dici “prima Israele”, sai cosa significa: significa supremazia ebraica, nota anche come sionismo. Ma in Israele, per qualche ragione, questa nozione è accettata come opinione prevalente. Il sionismo sopra ogni cosa non è considerato razzismo.

Ora di recente è successo un grande evento: la Joint List [Lista Unita], che rappresenta sostanzialmente i cittadini palestinesi ed è il terzo  ad aver ricevuto più voti con 13 seggi, ha sostenuto Benny Gantz come Primo Ministro.

All’inizio è stato detto che il blocco di centro-sinistra è in vantaggio con 57 seggi rispetto ai 55 del blocco di destra. Ma poi si è  scoperto che all’interno della Joint List non tutti sono d’accordo. Una delle quattro fazioni, Balad (che chiede uno Stato democratico laico) ha insistito sul fatto che “Gantz sta progettando di formare un governo con Lieberman e Likud”, e quindi “sostenerlo sarebbe sostenere un governo di unità, che è perfino peggio di uno di destra. ”

Ayman Odeh, capo della Joint List, nella sua apertura al presidente israeliano Reuven Rivlin, ha insistito che gli avrebbe portato il sostegno di tutti e 13 i suoi rappresentanti, ma la cosa non è certa. Secondo il Jerusalem Post, il supporto che Gantz può effettivamente ottenere è sceso a 54, un seggio sotto i 55 di Netanyahu.

Gli 8 seggi di Lieberman sono i più incerti. Quindi, ancora una volta, senza il supporto di Lieberman, nessuno dei due blocchi ce la farebbe – ma Lieberman non si alleerà con la Joint List, che chiama i “nemici”.

Quindi tutto punta al centro, quel centro sionista che in realtà è un blocco di centro-destra. Il presidente Rivlin ha sottolineato che “il popolo di Israele vuole un governo che sia stabile” e “un governo stabile non può essere un governo senza entrambi i due maggiori partiti”.

Il capo della delegazione Blu e Bianco che ha incontrato il presidente è Moshe Ya’alon, ex ministro della Difesa, terzo nella direzione del partito e zelante sostenitore del progetto israeliano di colonizzazione. Ya’alon ha detto che avrebbe accolto con favore “tutti i partiti sionisti” nella coalizione, il che significa non la Joint List, e la Joint List sa che sarebbe stata comunque all’opposizione.

Il presidente Rivlin deciderà al più presto mercoledì sera, quando i risultati finali saranno ufficiali, se affidare il primo tentativo di formazione di una coalizione di governo a Gantz o Netanyahu. Vi sono varie considerazioni che influenzano tale decisione. Uno è il numero di seggi del partito del leader. In questo caso Gantz sarebbe in testa ma solo di poco. Un’altra considerazione è la possibilità di formare una futura coalizione. In questo caso nessuno dei due ce l’ha senza Lieberman, che cerca di escludere entrambi i settori di destra e di sinistra: i 24 seggi dei partiti religiosi e di destra (Ebraismo della Torah Unita, Shas e il nazionalista religioso Yamina) e 24 seggi della sinistra sionista (Unione Democratica, Lavoro-Gesher) e Joint List. Quindi al momento Lieberman non sta sostenendo alcun candidato per la carica di Primo Ministro, ma sta cercando di unire il suo Yisrael Beitenu ai due partiti principali come “l’unica opzione”.

Rivlin è ansioso di raggiungere l’accordo. Dice che l’opinione pubblica israeliana è “disgustata” dalla prospettiva di una terza elezione (le elezioni di settembre sono state necessarie poiché le precedenti elezioni in aprile non sono riuscite a produrre un governo).

Ciò che ha guidato molti dei “sionisti liberali” è stata l’idea di “solo non Netanyahu”. Netanyahu è stato un bel regalo per queste persone, dal momento che potevano dire di essere contrari a Netanyahu ed ecco! sei un progressista! Bari Weiss, una degli opinionisti sionisti del New York Times, in un’intervista a Bill Maher, distingueva tra il sionismo e quello che lei chiama “bibiismo” (usando il soprannome di Benjamin Netanyahu, Bibi):

“Sono due cose molto diverse. Sono molto critica rispetto all’attuale Primo Ministro dello Stato di Israele. Credo che proprio come gli ebrei hanno un diritto alla terra, così anche i palestinesi, e se Israele vuole essere uno Stato democratico e liberale, ci devono essere due Stati.”

Be’, è semplicemente fantastico, ma quei “due Stati” non sono comunque sul tavolo di Gantz, che ha appena rimproverato Netanyahu di aver rubato la sua idea di annettere la Valle del Giordano. Dunque, Bari Weiss sta indicando davvero una reale alternativa? No, solo “non Bibi”.

E la Joint List, almeno la corrente che ha sostenuto Gantz, fa anch’essa parte di questo “solo non Bibi”. Ayman Odeh ha detto al presidente Rivlin: “Stiamo cercando il modo di impedire a Netanyahu di diventare primo ministro, ed è quello che vuole la maggior parte della gente.”.

Ma esiste un grave pericolo. È in pericolo la relativa legittimità che un governo di unità può ottenere per politiche che, sul fronte politico più critico nei confronti dei palestinesi, non sono diverse da quelle di un governo Likud. E così si capisce l’affermazione di Balad secondo cui un tale governo di unità è anche peggio di un governo di destra. Perché il governo di unità, specialmente se sarà guidato da Gantz, renderà più facile legittimare lo status quo israeliano dell’apartheid. Ed è quello che vuole la maggior parte degli israeliani.

A cui non dispiacerebbe che Gantz – il macellaio di Gaza, che si vanta di averla ridotta all’età della pietra e desidera ardentemente tornare ai giorni di gloria dei sistematici omicidi extragiudiziali– guidasse il paese, perché dopo tutto è così sionista. Ed è meno volgare di Netanyahu, e sicuramente anche meno corrotto, quindi ha una buona immagine. Le persone sono stanche di Netanyahu, cambiate l’immagine.

Deve essere un bel dilemma per un palestinese che ha diritto di voto in Israele. Tutto ciò che fai finisce per essere solo una limitazione del danno, qualunque cosa tu faccia finisce per essere “prima Israele ” – che significa “ultimi i palestinesi “.

 

Jonathan Ofir

Musicista, direttore d’orchestra e blogger / scrittore israeliano che risiede in Danimarca.

 

(traduzione di Luciana Galliano)




ISRAELE. Gantz, nemico di Netanyahu non delle sue politiche

Michele Giorgio

20 settembre Nena News

Il vincitore, di misura, delle elezioni del 17 settembre, in politica estera e nei confronti di Iran e dei palestinesi non è lontano dalle posizioni del premier sconfitto.

Benyamin “Benny” Gantz in politica interna prenderà, in parte, le distanze dalla linea di Benyamin Netanyahu e promuoverà la «serenità sociale» tra ebrei laici e religiosi. Ma non farà alcuna rivoluzione nei rapporti tra gli israeliani ebrei e i cittadini di serie B, gli arabi, i palestinesi d’Israele. E in politica estera non marcherà una differenza sostanziale da quella svolta dal leader della che ha sconfitto il 17 settembre. Userà il pugno di ferro, come Netanyahu, con l’Iran e i suoi alleati – che alla Conferenza di sicurezza di Monaco dello scorso febbraio ha indicato Tehran come una delle principali sfide all’Occidente – e non rinuncerà all’abbraccio di Donald Trump. Il presidente Usa mercoledì sera ha segnalato che lui ha rapporti non solo con Netanyahu ma con tutto lo Stato di Israele. Se Netanyahu è, come sembra, avviato sul viale del tramonto, ciò non vuole dire che la fine della sua lunga era politica genererà una svolta.

Nato 60 anni fa, sposato, quattro figli, una vita trascorsa nelle forze armate, conclusa con il grado di generale e l’incarico di capo di stato maggiore, Gantz solo in apparenza è un uomo di centro. Il programma del suo partito “Resilienza” – che ha fondato lo scorso dicembre e ha poi unito ad altre formazioni dando vita a “Blu e Bianco” – si avvicina molto a quello della destra quando sul tavolo ci sono questioni come l’Iran, il mondo arabo e i territori palestinesi occupati. Gantz non rientra nel solco del sionismo religioso, che ha ispirato Netanyahu e ora domina nella società israeliana, ma non è riconducibile ideologicamente neppure al sionismo di marca laburista (tramontato da tempo). Semplicemente è un sionista laico fautore delle politiche israeliane di sicurezza e di mantenimento dell’ occupazione.

In questa campagna elettorale, e in quella per il voto del 9 aprile, l’ex capo di stato maggiore non ha fatto mai riferimento alla soluzione a “Due Stati”, Israele e Palestina. Il sito progressista, +972, sostiene che a Gantz piace lo status quo, l’occupazione, con Israele che controlla tutto il territorio della Palestina storica senza però annettere ufficialmente la Cisgiordania come vorrebbe fare Netanyahu. Gantz si era recato a fine luglio nella Valle del Giordano dichiarando che quel territorio palestinese rimarrà sotto Israele in qualsiasi futuro accordo. Pochi giorni dopo, il 6 agosto, si presentò nelle comunità israeliane di confine di Gaza promettendo «azioni incisive per abbattere i leader di Hamas». In pratica una nuova guerra. D’altronde da comandante delle forze armate ha guidato due offensive contro Gaza, nel 2012 e nel 2014, che hanno provocato oltre duemila morti palestinesi, migliaia di feriti e distruzioni immense. La scorsa primavera Gantz, per recuperare voti a destra, si vantava di aver ridotto in macerie Gaza. Nena News




Elezioni Israeliane:Benjamin Netanyahu: mandarlo via o no?

Sylvain Cypel

16 settembre 2019 – Orient XXI

Poche divergenze separano il Likud dai suoi avversari del partito Blu e Bianco sulla maggior parte delle questioni. Ma la vera – la sola? – posta in gioco delle elezioni israeliane è il futuro del primo ministro Benjamin Netanyahu

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è mai sembrato così vicino ad andarsene di quanto lo sia oggi, e mai una campagna elettorale è sembrata altrettanto vuota di contenuti di quella che dovrebbe portare, martedì 17 settembre, all’elezione del prossimo parlamento israeliano, la Knesset. Queste elezioni dovrebbero definire il futuro dell’uomo che ha governato Israele senza interruzione dal 2009 e la cui influenza su questo Paese è stata di gran lunga la più significativa dall’inizio di questo secolo. A tre giorni dal voto, i sondaggi, stabili dall’inizio della campagna, danno un vantaggio molto netto alla destra e all’estrema destra israeliana dei coloni (otterrebbero la metà dei voti, senza contare i loro alleati religiosi ortodossi). Ma, date le sue divisioni, la sua prevalenza non le garantisce necessariamente di riuscire a mettere insieme una maggioranza assoluta di 61 seggi su 120 per governare.

Le elezioni dell’aprile 2019, da cui la destra era uscita vincitrice, avevano così dato luogo a una paralisi politica, in quanto il partito di estrema destra nazionalista laica “Israele Casa Nostra”, guidata da Avigdor Lieberman, aveva rifiutato di allearsi con i partiti religiosi senza la garanzia dell’approvazione di una legge sulla partecipazione dei giovani “uomini in nero” (i “timorati di dio”, chiamati anche religiosi ultra-ortodossi) al servizio militare, o a un servizio civile obbligatorio. Questa situazione si potrebbe ripetere martedì.

Dieci anni, ora basta!

Potrebbe essere così soprattutto se Lieberman ottenesse, come gli attribuiscono i sondaggi, una decina di deputati, incrementando la sua possibilità di danneggiare il Likud, il principale partito della destra guidato da Netanyahu, e se il Likud non riuscisse a superare il suo principale rivale, un’alleanza ibrida di centro destra denominata “Blu e Bianco” (i colori della bandiera) che unisce diversi ex-capi di stato maggiore a una formazione laica di centro. Secondo i sondaggi, questa alleanza pareggerebbe con il Likud. Ha fatto campagna elettorale avendo come solo programma “mandarlo a casa”, sulla posizione “Netanyahu, dieci anni, ora basta”. Niente sul futuro dei palestinesi, niente sulle questioni economiche e sociali, vaghezza sulle sfide della società (in particolare sul posto della religione); l’elemento più significativo della sua campagna elettorale è stata l’assenza di un qualunque programma definito del leader di questa alleanza, il generale Benny Gantz.

La semplice ostilità nei confronti di Netanyahu non pare sufficiente a permettere ai blu e bianchi di superarlo. Ma, per la prima volta, l’uomo che ha unificato la destra e l’estrema destra sotto la sua bandiera, ormai invischiato in molti casi di conflitto d’interesse e di arricchimento personale, sembra dare segni evidenti di affanno, accompagnati dalla sensazione che la sua aura si sgretoli. Benny Begin, figlio dello storico dirigente della destra nazionalista israeliana Menachem Begin, ha annunciato che, per la prima volta nella sua vita, non voterà per il Likud, proprio a causa della “corruzione” dell’uomo che lo dirige. Ormai è la sua stessa persona che rischia di ostacolare la rielezione di Netanyahu.

I quattro scenari

Nell’attuale situazione si possono individuare quattro alternative principali, a seconda dei risultati del voto:

– Netanyahu vince di nuovo, e questa volta con una maggioranza che gli permette di prescindere dal sostegno dell’estrema destra laica per formare un governo. Sarebbe una vittoria imprevista. É possibile, ma improbabile;

– Netanyahu vince ma non a sufficienza per formare un governo senza il sostegno di Lieberman, che si nega. Ma i blu e bianchi sono ancor meno in condizione di governare. È la paralisi. Ciò fa immaginare che nel Likud emerga un’opposizione che tenti di uscirne liberandosi della tutela divenuta ingombrante di Netanyahu. La principale probabilità sarebbe un governo di unità nazionale, probabilmente senza Netanyahu. Si aprirebbe la via per processare l’ex-primo ministro per corruzione, concussione, frode e abuso di fiducia. Altra possibilità, poco probabile ma da non escludere, Netanyahu propone un governo di unità con i blu e bianchi. Questi hanno lasciato intendere che rifiuterebbero, ma potrebbero cambiare opinione;

– I blu e bianchi vincono di poco. Non potrebbero governare che formando un governo di unità nazionale con il Likud o costituendo una coalizione con i partiti religiosi ortodossi in cui questi non avrebbero nessuna obiezione ad inserire anche l’estrema destra laica. Certamente, rimangiarsi gli impegni ha una lunga tradizione nella politica israeliana, ma questa possibilità resta tuttavia molto aleatoria;

– Né il Likud né i blu e bianchi sono in condizioni di formare una coalizione e non si accordano per un governo di coalizione. Israele entra in un’epoca d’instabilità istituzionale. Poco probabile ma non da escludere.

“Un attacco terroristico contro la democrazia”

Nell’attesa, durante la campagna elettorale Netanyahu ha mostrato dei segni di debolezza e di agitazione non abituali. Non che abbia modificato il suo metodo usuale per convincere l’elettorato ad avere fiducia in lui. Come nel 2015, quando aveva fatto appello su Facebook ai suoi elettori il giorno stesso del voto perché si mobilitassero per opporsi alla “sinistra” che “portava delle orde di arabi a votare in massa” e di andare ai seggi per impedirne il successo, questa volta si è ripetuto facendo della sinistra (nella quale include illecitamente i suoi avversari blu e bianchi) e ancor più dei media  l’oggetto di attacchi incessanti, seguendo una linea in cui si riconosce la mano del maestro Trump (“Essi” non imporranno la loro volontà al popolo). Quando la catena televisiva Canale 12 ha proposto un programma sui “casi” di Netanyahu, questi ha invocato “un attacco terroristico contro la democrazia”.

E, naturalmente, ancora una volta ha lusingato le tendenze più razziste del suo elettorato, inventando letteralmente notizie false secondo le quali “gli arabi” avevano commesso brogli nelle urne durante le elezioni dell’aprile 2019, esigendo che il suo partito fosse autorizzato a installare delle telecamere nei seggi arabi. L’obiettivo era, evidentemente, di fare pressione sugli elettori arabi per farli votare il meno possibile. Netanyahu non è riuscito in questa operazione (l’inchiesta della polizia ha trovato ben pochi casi di sospetta frode elettorale nella “zona araba”, il caso più inoppugnabile è stato a favore…del Likud). Ma può sperare che questo fallimento gli sia in parte favorevole, perché compatta il suo elettorato su base razzista nella sensazione di essere ingiustamente vessato.

Lo spettro di un dialogo tra Teheran e Washington

Peraltro queste operazioni nascondono male il fatto che Netanyahu non riesce a convincere che la sua alleanza con Donald Trump resti altrettanto solida di quanto l’ha rivendicata fin dall’inizio della sua campagna. Il primo ministro israeliano ha fatto fin da subito di questa alleanza la base della sua rielezione. Perché potrebbe legittimamente rivendicare una vicinanza simbiotica con il presidente americano, e che Trump è stato letteralmente plebiscitato dall’opinione pubblica ebraica israeliana. Tuttavia questa volta il presidente americano non ha risposto, a dir poco, alle sue aspettative. Finora aveva periodicamente offerto a Netanyahu dei “regali” molto utili: nel dicembre 2017 il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, nel maggio 2018 l’uscita americana dall’accordo con l’Iran sul nucleare, infine il riconoscimento dell’annessione israeliana del Golan siriano nel marzo 2019, alla vigilia delle precedenti elezioni politiche in Israele. Ma questa volta non ha offerto nessun appiglio spettacolare a Netanyahu, e il vago riferimento a un trattato israelo-americano di mutua difesa fatto dal presidente americano tre giorni prima delle elezioni non cambia niente, dato che un trattato simile è stato da sempre considerato con molta reticenza dal sistema militare israeliano.  In compenso l’atteggiamento che Trump ha tenuto sulla questione iraniana – che si è concluso con la destituzione da parte del presidente americano, il 10 settembre, del suo consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton, l’uomo politicamente più vicino alle idee di Netanyahu – ha posto il primo ministro israeliano in conflitto con il presidente americano,

Perché, in uno dei momenti che gli sono consueti, l’8 settembre 2019 Donald Trump ha dichiarato di non escludere di incontrare prossimamente il presidente iraniano Hassan Rohani, lasciando intravedere che spera di raggiungere un nuovo accordo con la repubblica islamica. Nel dibattito che oppone nella Casa Bianca i nazionalisti aggressivi (John Bolton, Mike Pompeo.. .) favorevoli a un’offensiva militare contro Teheran a quelli che le sono ostili e cercano un’uscita dalla crisi, Trump ha scelto. Siccome le sue minacce di guerra non hanno portato Teheran al pentimento e le sanzioni hanno avuto un impatto reale sul regime iraniano, ma insufficiente a piegarlo, il nuovo atteggiamento della Casa Bianca indica che Trump ha fatto la sua scelta. Non è favorevole alla linea israelo-saudita. E Bolton, che ne era il pilastro, era “troppo radicale”, secondo Trump. Ormai, a quanto dice il quotidiano [israeliano di centro sinistra, ndtr.] Haaretz, l’organizzazione di un futuro vertice Trump-Rohani “è una questione certa, secondo gli ambienti militari israeliani” e la prima conseguenza potrebbe essere che Israele venga obbligato a “moderarsi contro Hezbollah e l’Iran sulla frontiera nord”, cioè nei massicci attacchi aerei che conduce da molti mesi contro le forze iraniane in Siria e anche, di recente, in Iraq, a cui finora Teheran non ha reagito.

Quello che i dirigenti israeliani temono di più è che Trump si impegni in un’operazione diplomatica simile a quella che ha condotto riguardo alla Corea del Nord. In altri termini, che dopo aver alzato la voce e mostrato i denti, finisca per firmare un accordo lungi da tutto quello per cui si era impegnato, presentandolo come un successo eccezionale. In tal ipotetico caso, ritengono molti commentatori israeliani, dopo aver definito Trump come il presidente più filo-israeliano della storia, Israele avrebbe dei problemi ad opporsi.

Il Likud e l’opposizione centrista uniti contro l’Iran

Netanyahu ha immediatamente reagito con nuovi bombardamenti contro le truppe iraniane in Siria e spiegando che non era il momento di “allentare la pressione” su Teheran. Su questo terreno ha ricevuto l’appoggio di Moshe Yaalon, un ex-capo di stato maggiore che è stato anche ministro della Difesa e che oggi si trova al terzo posto della … lista dei blu e bianchi. “Il problema è il rifiuto degli americani ad affrontare la situazione. E quando non lo si fa, si dimostra la propria debolezza,” ha dichiarato il 9 settembre durante una conferenza all’Istituto internazionale di antiterrorismo.

Come si vede, sul tema di cui Israele ha fatto il proprio principale problema regionale, cioè il rapporto con il regime iraniano, Netanyahu e il suo oppositore si uniscono (d’altronde una parte dei dirigenti dei blu e bianchi sogna di vincere e di mettere in piedi un governo di unità con il Likud). Ma quando, in risposta all’atteggiamento di Trump, Netanyahu ha fatto uscire delle nuove “informazioni” ottenute dal Mossad [servizi segreti israeliani, ndtr.] per mostrare che Teheran viola i suoi impegni a non rilanciare il suo programma nucleare militare, questa operazione ha avuto una scarsa eco negli Stati Uniti. Bisogna dire che le sue “prove” risalivano a prima dell’accordo internazionale del 2015 con l’Iran e riguardavano un sito… poi distrutto da Teheran! Quanto ai dirigenti dei blu e bianchi, hanno accusato Netanyahu di utilizzare “delle informazioni sensibili relative alla sicurezza per fini elettorali.”

Appello all’odio contro gli arabi

Per la felicità di Netanyahu, Trump domani può di nuovo cambiare opinione sull’Iran, come in Afghanistan ha dichiarato “morto” un accordo con i talebani che sembrava già raggiunto. E l’attacco contro le installazioni petrolifere saudite del 14 settembre potrebbe servire come pretesto. Nell’attesa, per la prima volta, il primo ministro israeliano è apparso non allineato con quello che ha trasformato nel suo mentore esclusivo. Un fatto che non l’ha aiutato a convincere gli elettori che solo il suo ritorno al potere potrebbe garantire loro il sostengo senza incertezze del padrino americano, come lo definisce da tre anni.

A qualche giorno dalla scadenza, Netanyahu ha moltiplicato le promesse nei confronti della sua base, tra cui quella di annettere immediatamente la valle del Giordano se vincerà. Potrebbe sperare in un nuovo “regalo” di Trump dell’ultimo minuto. O tirare fuori dal suo cappello un’ultima provocazione per mobilitare un elettorato di destra più apatico del solito. Questi ultimi giorni, in un’atmosfera d’isteria frenetica, Netanyahu ha condotto “la campagna più razzista e disgustosa mai fatta” in Israele (a parte i kahanisti [sostenitori del partito razzista Kach, messo fuori legge ed ora riammesso alle elezioni, ndtr.]), descritta dal cronista politico di Haaretz. Il suo partito, il Likud, ha moltiplicato gli incitamenti all’odio in tutte le direzioni, focalizzati in prevalenza contro “gli arabi” – che “ci vogliono annichilire tutti, donne, bambini e uomini, e permetterebbero all’Iran di sterminarci”, diffuse sulla sua pagina Facebook prima di ritrattarle. Questi “incitamenti all’odio sono diventati così frequenti che l’opinione pubblica sembra apatica di fronte alle sue nuove manifestazioni,” ha notato un editoriale dello stesso quotidiano. Si noti che, se i palestinesi d’Israele sono stati i principali bersagli, non sono stati gli unici; gli intellettuali, i laici, i media liberi, i giudici e tutti i sostenitori di un pensiero liberale sono allo stesso modo stati vittime di campagne d’odio della destra.

I principali vantaggi di Netanayhu restano tuttavia il fatto di non aver contro di sé alcun avversario in condizioni di contestare il suo peso politico e di continuare ad incarnare indubbiamente nel modo più totale l’evoluzione politica della società israeliana da due decenni. Ma, a volte, il desiderio di cambiare è più forte di tutto.

Sylvain Cypel

Ha fatto parte della direzione redazionale di Le Monde e in precedenza è stato direttore della redazione del “Corriere internazionale”. É autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [I murati. La società israeliana bloccata, ndtr.], La Découverte, 2006.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele: perché il parlamento convoca nuove elezioni ?

Giovedì 30 maggio 2019 – MEE

MEE esamina le ragioni per cui Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un governo e gli avvenimenti che ne sono seguiti

In seguito al fallimento del tentativo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu di formare un governo di coalizione prima di mercoledì a mezzanotte e al conseguente scioglimento della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.], approvato con 74 voti contro 45 dai deputati israeliani, Israele terrà nuove elezioni legislative il prossimo 17 settembre.

Nonostante avesse proclamato con sicurezza la propria vittoria alle elezioni legislative del 9 aprile scorso, Benjamin Netanyahu ha visto la sua autorità pesantemente compromessa da questi sviluppi che derivano dalla sua incapacità di formare un governo di coalizione, nonostante quanto si attendeva.

Nello scrutinio del mese scorso il Likud di Netanyahu e i partiti di destra e religiosi considerati suoi alleati naturali hanno ottenuto una maggioranza di 65 seggi su 120.

La ragione principale del fallimento del Primo Ministro è stata la sua incapacità di ottenere il sostegno di ‘Israel Beitenu’, il partito di estrema destra guidato dal suo ex Ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che nell’ultimo scrutinio ha ottenuto cinque seggi alla Knesset.

Lieberman ha dichiarato che non avrebbe fatto parte di un governo in cui sedessero anche i partiti ultra-ortodossi Shas e ‘Giudaismo unito della Torah’, a causa di un disaccordo relativo ad un progetto di legge sul servizio militare.

Quest’ultimo obbligherebbe gli ‘haredim’ (ultra-ortodossi), che si occupano dello studio della Torah, a entrare nelle forze armate israeliane – obbligo dal quale sono attualmente esentati. Avigdor Lieberman afferma da tempo che gli uomini israeliani dovrebbero suddividersi equamente l’onere del servizio militare.

Mercoledì, sulla sua pagina Facebook, Lieberman ha addossato al Likud la responsabilità della convocazione di nuove elezioni, affermando che il partito aveva rifiutato di votare il progetto di legge ultra-ortodosso.

Tuttavia, poche ore prima di mezzanotte, il portavoce del Likud, Jonathan Urich, ha twittato : «Non si tratta di servizio militare né di ‘principi’. Lieberman vuole distruggere Netanyahu. Tutto il resto sono chiacchiere. »

Anche se è molto improbabile che Lieberman possa vincere le prossime elezioni, gli ultimi avvenimenti sembrano aver notevolmente rafforzato la sua posizione, attribuendogli verosimilmente alle prossime elezioni il ruolo di “ago della bilancia”.

Alcuni commentatori hanno anche visto le azioni di Avigdor Lieberman come un tentativo di rafforzare la propria posizione nella corsa alla guida del governo una volta che sarà terminata l’era Netanyahu.

Quinta elezione in dieci anni

Se da un lato lo scioglimento del parlamento israeliano ha permesso a Benjamin Netanyahu di evitare quello che per lui è lo scenario peggiore – cioè che il Presidente israeliano Reuven Rivlin scegliesse un’altra persona per cercare di formare un governo – esso ha riportato il Paese di fronte alla prospettiva di un’altra campagna elettorale divisiva.

Nessun partito ha mai ottenuto la maggioranza assoluta alla Knesset, facendo dei governi di coalizione la norma, ma lo svolgimento di elezioni così ravvicinate è senza precedenti nella storia di Israele. Lo scioglimento della Knesset significa che Israele terrà la quinta elezione dal 2009.

Benjamin Netanyahu, che nell’attesa resta in carica, dovrebbe pur sempre diventare a luglio il Primo Ministro israeliano più a lungo in carica, superando il padre fondatore di Israele, David Ben Gurion. A 69 anni, Netanyahu ha chiaramente fatto sapere di avere l’intenzione di ripresentarsi e di vincere queste elezioni.

La sfida non potrebbe essere più importante per il dirigente israeliano, che è di fronte a tre mesi di indagine per corruzione. Netanyahu ha negato qualunque azione illecita in questi affari e dovrebbe dichiararsi non colpevole in un’udienza preliminare fissata per l’inizio di ottobre dal procuratore generale, che lo scorso febbraio ha annunciato l’intenzione di incriminare il Primo Ministro.

Dopo le elezioni di aprile l’attenzione dell’opinione pubblica era del resto meno incentrata sulla formazione della coalizione che sulle iniziative che i sostenitori di Netanyahu avrebbero potuto prendere in parlamento per garantirgli l’immunità.

Non c’è alcun dubbio che Netanyahu avrebbe preferito elezioni più vicine, ma in base alla legge del Paese le campagne elettorali israeliane devono durare almeno 90 giorni, da cui la data del mese di settembre.

Ora, la data di queste nuove elezioni, che cade appena due settimane prima dell’udienza preliminare del suo processo, sembra escludere le sue possibilità di beneficiare dell’immunità, anche se le vincesse.

Un’altra sfida Netanyahu-Gantz ?

Anche se finora il Likud ha serrato i ranghi intorno a Netanyahu, questo potrebbe cambiare se i membri del partito avvertissero che il Primo Ministro è in una posizione di debolezza, incapace di formare una coalizione. Gideon Saar e Israel Katz sono possibili rivali di Netanyahu all’interno del Likud.

Benny Gantz sarà probabilmente di nuovo uno dei principali rivali di Benjamin Netanyahu nella lotta per la carica di Primo Ministro. Benché sia nuovo alla politica, Gantz, ex capo di stato maggiore, si è rivelato un valido rivale nelle elezioni di aprile.

Figlio di sopravvissuti all’Olocausto, Benny Gantz ha servito nell’esercito dal 1977 al 2015, data in cui si è dimesso dalla sua carica di comandante.

Ha recentemente creato un partito di centro, ‘Blu e Bianco’, che ha fatto campagna elettorale in aprile promettendo un governo pulito, pace e sicurezza. Il partito ha ottenuto 35 seggi alla Knesset, tanti quanti il Likud.

‘Blu e bianco’ conta tra i suoi esponenti più in vista Yair Lapid, ex Ministro delle Finanze (di centro-sinistra) e Moshe Ya’alon, ex Ministro della Difesa (di destra).

Benny Gantz ha invitato a proseguire le trattative di pace con i palestinesi, salvaguardando nel contempo gli interessi israeliani in materia di sicurezza. Ha detto che avrebbe fatto delle concessioni territoriali ai palestinesi, ma ha evitato la questione della creazione di uno Stato palestinese.

Da parte sua prima delle elezioni di aprile Benjamin Netanyahu aveva annunciato che, se avesse ottenuto un altro mandato, avrebbe dichiarato la sovranità israeliana sulle colonie nella Cisgiordania occupata – cioè una possibile annessione.

Anche le sue strette relazioni con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbero rivestire un ruolo importante nella campagna elettorale.

Tuttavia è difficile dire come le vicissitudini politiche in Israele influenzeranno le prospettive di riuscita del piano di pace elaborato dall’amministrazione Trump, noto come l’accordo del secolo, il cui annuncio viene rinviato da molto tempo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)