I soldati israeliani che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese sono ora liberi di tornare al servizio militare

Jonathan Ofir  

18 marzo 2026  Mondoweiss

La disumanizzazione della società israeliana raggiunge un nuovo minimo storico: i soldati che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza non solo sono stati liberati, ma addirittura celebrati e raccomandati per il ritorno al servizio militare

Lunedì 16 marzo il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha incontrato un gruppo di soldati israeliani e si è scusato con loro per “l’ingiustizia subita a causa del sistema”, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reintegrarli immediatamente in servizio.

I soldati in questione erano quelli che avevano violentato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza. Solo una settimana prima dell’incontro con Katz i soldati erano stati prosciolti da tutte le accuse dopo che il caso contro di loro era stato archiviato dal nuovo Capo Avvocato Militare israeliano (CMA), il Maggiore Generale Itay Ofir.

“Giustizia è stata fatta e questa nube oscura è stata rimossa da voi e dai vostri familiari… Mi congratulo con il nuovo CMA, che, a differenza del suo predecessore, persegue una politica di protezione dei soldati e non dei terroristi”, ha dichiarato Katz lunedì. “Ho dato istruzioni all’apparato di sicurezza e alle IDF di agire affinché possiate tornare in servizio, come meglio credete e come desiderate, per contribuire a far parte della grande vittoria”.

Katz è stato solo l’ultimo politico israeliano a celebrare gli accusati di stupro. Dopo la chiusura del caso la scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione di congratulazioni: “L’accusa del sangue [archetipo antisemita relativo ad omicidi rituali, ndt.] contro i combattenti della Forza 100, nota come ‘caso Sde Teiman’, che ha diffamato Israele in tutto il mondo ad un livello senza precedenti, è stata archiviata.

È inconcepibile che ci sia voluto così tanto tempo per chiudere il caso, condotto in modo criminale contro combattenti delle Forze di Difesa Israeliane che si sono scontrati con i peggiori dei nostri nemici. Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi eroici combattenti.”

Lo stupro di gruppo aveva suscitato scandalo in Israele poiché nell’agosto del 2024 era trapelato un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza nel famigerato campo di tortura di Sde Teiman, parte di una rete di campi di tortura documentata dall’organizzazione israeliana B’tselem nel suo rapporto “Benvenuti all’inferno”, anch’esso del 2024. Lo stupro di gruppo, anche con l’uso di cani, è parte integrante delle torture sistematiche che gli ostaggi palestinesi sono costretti a subire. Il caso relativo al filmato includeva anche prove forensi di gravi percosse – frattura di una costola, perforazione di un polmone – oltre alla lacerazione del retto causata da un oggetto appuntito inserito nell’ano del prigioniero.

Ma lo scandalo che ha travolto Israele non era nato dall’indignazione pubblica per questo crimine brutale e atroce. No, era il fatto che qualcuno avesse cercato di portare alla luce il crimine.

Si è scoperto che il filmato era stato diffuso all’epoca dall’ex capo dell’ufficio legale militare, maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi. È stata arrestata e alla fine ha scelto di dimettersi a novembre. Queste dimissioni sono state un regalo per l’establishment politico israeliano, con il Ministro della Difesa Israel Katz che ha accelerato la nomina di Itay Ofir alla posizione vacante. Ofir (nessuna parentela con chi scrive, tra l’altro) ha fatto il suo dovere. Il caso è ora chiuso.

Ofir è un ex soldato combattente della Brigata Givati ​​e riservista della Brigata Negev, oltre ad avere una formazione giuridica. “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono godere della fiducia pubblica, e quindi l’Ufficio del Procuratore Militare Generale deve godere della fiducia del pubblico”, ha dichiarato Katz durante la cerimonia di insediamento di Ofir. “Affronteremo questa crisi correggendo i gravi errori, traendone insegnamenti e mettendoli in pratica. Solo così potremo ristabilire la fiducia di cui le Forze di Difesa Israeliane hanno bisogno più di ogni altra cosa… Sono fiducioso che trasformerete questa grave crisi in un’opportunità per ricostruire e riorganizzare l’Ufficio del Procuratore Generale Militare.”

La giustificazione di Israele nel chiudere il caso

È evidente che l’“indagine” su questo crimine sia stata una farsa fin dall’inizio, soprattutto considerando come l’establishment abbia celebrato questi stupratori per tutta la durata del caso. Ciononostante, vale la pena di esaminare le ragioni legali addotte da Ofir per giustificare la sua decisione.

Il ragionamento di Ofir mette in luce quella che lui considera la mancanza di prove e quelli che definisce “problemi procedurali” relativi alla gestione del caso, in particolare la fuga di notizie e la sua discussione sui media.

Per quanto riguarda le prove, egli sottolinea il fatto che il detenuto palestinese che è stato brutalizzato si trova ora a Gaza: “In ottobre il detenuto è stato rilasciato nella Striscia di Gaza nell’ambito del piano per il rilascio degli israeliani rapiti. Questa nuova circostanza modifica significativamente le prove e rende difficile dimostrare parti importanti dell’accusa”.

Il detenuto si trova ora a Gaza. Ofir sostiene che Israele, che controlla Gaza fin nei minimi dettagli a partire dai certificati di nascita, e può telefonare ai palestinesi per avvisarli che la loro casa sta per essere bombardata, non riesce a contattarlo. E sebbene le cartelle cliniche facciano parte del caso da tempo, ora è “difficile”, per modo di dire, dimostrare le sue affermazioni. Ofir ammette che “da un lato, il materiale probatorio del caso ha presentato un quadro grave e preoccupante riguardo agli imputati”, ma ahimè, “il quadro probatorio è complesso”.

Ofir afferma inoltre che il video “non rappresenta un quadro inconfutabile delle accuse attribuite agli imputati”. Il fatto che a queste prove si aggiunga la testimonianza della vittima, oltre alle cartelle cliniche, non sembra essere d’aiuto.

Riguardo alla diffusione del video, Ofir osserva che “questi eventi” ancora una volta “ledono gravemente il diritto ad un giusto processo e il senso di giustizia ed equità che devono essere alla base di qualsiasi procedimento penale”.

Si tratta di un tentativo palesemente disperato di proteggere i soldati dalla giustizia. Ironicamente, l’espressione “protezione dalla giustizia” è stata ripetutamente utilizzata nella sentenza, nel senso di proteggere gli imputati dal sistema giudiziario. È esattamente il tipo di ragionamento che emerge dal messaggio di Katz: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono essere difesi e protetti, altrimenti si starebbe dalla parte dei terroristi.

Che dire di una società che celebra gli stupratori?

 Ma non si tratta solo di una questione legale, è una questione sociale. Per comprendere la situazione attuale della società israeliana è opportuno paragonare questo caso all’omicidio di Elor Azarya nel 2016, in cui il soldato paramedico sparò in testa e uccise a bruciapelo un sospetto palestinese già inerme. Come nel caso dello stupro di Sde Teiman, anche il crimine di Azarya fu ripreso da un video. Sebbene, secondo i suoi commilitoni, ciò che fece fosse successo già “molte volte”, il suo ruolo fu quello di “mela marcia”, a dimostrazione dell’innocenza del sistema. Il processo ad Azarya fu una farsa e, dopo nove mesi di carcere, tornò a casa accolto come un eroe.

Nell’agosto del 2024, mentre la notizia del caso Sde Teiman travolgeva Israele, ero ancora convinto che l’esito sarebbe stato simbolico, simile a quanto accaduto nel caso Azarya: una simbolica bottarella sul polso, per ragioni di pubbliche relazioni internazionali. Questa era chiaramente l’intenzione dell’ex commissaria generale Yifat Tomer-Yerushalmi. Il motivo per cui fece trapelare il video era che riteneva che senza di esso il caso si sarebbe chiuso. Quindi cercò di garantire che venisse fatta giustizia, almeno in apparenza, in un caso così lampante. Ma alla fine la situazione le si ritorse contro, e ora si festeggia il fatto che il suo piano sia stato sventato. Gli stupratori, già celebrati da alcuni media come delle star, riceveranno ora un sostegno ancora maggiore per la presunta ingiustizia che avrebbero subito.

A quanto pare la società israeliana è ora meno interessata alle pubbliche relazioni internazionali rispetto al passato, nonostante i massicci sforzi di propaganda all’estero. La vena genocida è così forte da prevalere persino sulla preoccupazione di apparire civile.

Netanyahu sostiene che sia il caso stesso ad aver diffamato Israele. Ma no, Israele si diffama da solo, non riesce a farne a meno. In altre parole, la chiusura di questo caso e i relativi commenti celebrativi mostrano il vero volto di Israele.

Questo invia un messaggio forte a tutti i torturatori israeliani: lo stupro è legale.

Sulla scia del caso Azarya, gli israeliani hanno coniato un termine popolare chiamato “effetto Azarya”, suggerendo che il processo ad Azarya abbia creato un deterrente controproducente che ha indotto i soldati a esitare a sparare ai palestinesi.

Il caso Sde Teiman, a sua volta, ha un altro effetto. La sua chiusura segnala che lo stupro è legale, permesso e forse persino benvenuto, contro quei “crudeli mostri”, come li definisce il ministro della Difesa Katz. Il predecessore di Katz, Yoav Galant, li aveva definiti “animali umani”. Chiunque avesse la felice idea di perseguire coloro che violentano questi crudeli e mostruosi animali umani ne subirà le conseguenze. La disumanizzazione della società israeliana ha raggiunto un nuovo minimo storico, e questo rappresenta un momento estremamente pericoloso per i palestinesi. Immaginate: quegli stupratori potrebbero semplicemente tornare a Sde Teiman, o in qualsiasi altra prigione del sistema di segrete di tortura, e dire “benvenuti all’inferno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Costretti a consegnare un figlio all’esercito israeliano in cambio di un altro; otto mesi dopo muore in prigione

Lubna Masarwa

2 febbraio 2026 – Middle East Eye

I palestinesi maltrattati nelle carceri israeliane muoiono in proporzioni senza precedenti per negligenza medica e i loro corpi non vengono restituiti alle famiglie

I genitori di Ahmad Tazaza sono tormentati dal dolore e dal senso di colpa per la morte del figlio, avvenuta lo scorso agosto nella famigerata prigione israeliana di Megiddo.

Quando lo hanno consegnato alle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata nel gennaio 2025, Ahmad era un giovane di 20 anni in buona salute, senza precedenti clinici noti.

I suoi genitori affermano di non sapere ancora perché il loro figlio, il più giovane di tre fratelli, fosse ricercato. Ma le circostanze della sua detenzione non sono dissimili da quelle affrontate da migliaia di altri giovani palestinesi.

Ahmad è stato trattenuto in stato di detenzione amministrativa, una forma di detenzione arbitraria a tempo indeterminato senza accusa, processo o contatti con avvocati. Sulla base dei dati ufficiali del Servizio Penitenziario Israeliano, nel settembre 2025 erano 10.465 gli uomini palestinesi detenuti come “prigionieri di sicurezza”, di cui 7.425 provenienti dalla Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Per molti mesi la casa di Tazaza nella città di Qabatiya, nella Cisgiordania settentrionale, era stata ripetutamente presa di mira dalle forze di sicurezza israeliane che lo cercavano e la famiglia veniva molestata e minacciata.

“Hanno distrutto la casa e spaccato tutto”, ha raccontato a Middle East Eye Najah Abdul Qader, la madre di Ahmad.

“Non era a casa; lavorava al mercato e quella notte stava dormendo lì. Hanno preso suo fratello e suo padre. La mattina dopo li hanno rilasciati e hanno detto: ‘Vogliamo lui'”.

In una telefonata successiva, racconta Qader, un soldato israeliano aveva minacciato di bombardare la casa se Ahmad non si fosse consegnato. In un’occasione precedente era già riuscito a salvarsi per un pelo saltando fuori da un’auto mentre veniva schiacciata da un bulldozer israeliano.

Alla fine, non essendo riusciti a trovarlo, le forze israeliane sono arrivate e hanno arrestato suo fratello una seconda volta. Saeed Tazaza, il padre di Ahmad, ricorda con le lacrime agli occhi cosa è successo dopo.

“Ci hanno detto: ‘Non lo rilasceremo finché non ci porterete il vostro [altro] figlio’. Suo fratello è sposato e ha due figli. Così abbiamo detto ad Ahmad che volevamo vederlo. Lo abbiamo raggiunto e portato via con noi.”

Accompagnati dall’altro figlio, i genitori di Ahmad lo hanno consegnato al checkpoint di Salem, vicino a Jenin.

“Lo abbiamo consegnato”, afferma Qader. “Ci ha guardato e ho capito che non sarebbe tornato. Ho capito che non avrebbe fatto ritorno quando si è voltato prima di andar via.”

Mentre Ahmad scompariva i genitori si dicevano di avergli salvato la vita; che avrebbe trascorso un po’ di tempo in prigione e poi sarebbe stato rilasciato.

“Ho consegnato mio figlio perché avevo paura per lui. Avevo paura che morisse”, dice suo padre. “Siamo stati costretti e lo abbiamo consegnato. Cosa potevamo fare? Questo è il nostro destino.”

Aggiunge Qader: “Mi aveva detto: ‘Mamma, in prigione torturano la gente’. Gli ho risposto: ‘Lascia che ti torturino, ma non ucciderti, non spararti’. Oggi per strada sparano a persone che non hanno fatto nulla.

Ora me ne pento. L’ho consegnato alla morte con le mie stesse mani. Ho consegnato mio figlio al nemico. Ma la verità è che volevamo proteggerlo.”

Cure mediche negate

Secondo il rapporto post-mortem visionato da MEE Ahmad Tazaza è morto il 3 agosto 2025 a 21 anni nel carcere di Megiddo.

Il rapporto, datato 8 agosto, è stato redatto da un medico che lavora per Physicians for Human Rights Israel (PHRI), un’organizzazione per i diritti umani che, quando consentito dalle autorità israeliane, invia osservatori a monitorare le autopsie dei prigionieri palestinesi.

Vi si legge che al momento della detenzione Tazaza era in “buone condizioni di salute”.

Secondo i verbali della prigione aveva sofferto di diarrea e scabbia e qualche giorno prima di morire aveva lamentato mal di gola. Il 2 agosto è stato visitato dal medico di turno, che ha notato delle macchie di sangue sui pantaloni.

Il referto affermava: “Durante la visita il signor Tazaza ha chiesto di andare in bagno e in seguito è crollato a terra, perdendo conoscenza e funzioni vitali. Sono stati avviati tentativi di rianimazione, ma nonostante l’intubazione e la rianimazione cardiopolmonare, è stato dichiarato morto”.

Secondo il referto l’autopsia ha rivelato possibili indicatori di una grave patologia tumorale del sangue, come leucemia acuta o linfoma aggressivo. Non c’erano prove di “cause di morte improvvisa”, si leggeva.

Tuttavia, in assenza del corpo, che è ancora detenuto dalle autorità israeliane, i genitori di Ahmad contestano fermamente la versione sulla sua morte presentata dal referto dell’autopsia.

Durante gli otto mesi di detenzione non hanno potuto vedere Ahmad né parlargli, e si sono affidati principalmente alle notizie su di lui riferite da altri prigionieri dopo il loro rilascio.

Sono stati informati della sua morte da un ufficiale di collegamento del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sebbene dal 7 ottobre 2023 il CICR non abbia più avuto accesso ai palestinesi nelle carceri israeliane.

I detenuti erano sottoposti a violenza e abusi frequenti, sistematici e organizzati”, tra cui violenze sessuali e aggressioni da parte di cani.

Le condizioni di vita sono state descritte come disumane”, con i prigionieri rinchiusi in celle sporche e sovraffollate, privati di cibo adeguato e di cure mediche, il che costituisce di per sé una forma di tortura, ha affermato B’Tselem. Degli 84 prigionieri della cui morte in prigione B’Tselem era a conoscenza, solo quattro corpi sono stati rilasciati.

Domenica il quotidiano israeliano Haaretz, citando i dati raccolti da Al-Quds Legal Aid and Human Rights Center (JLAC), un’organizzazione per i diritti dei palestinesi con sede a Ramallah, ha riferito che Israele trattiene al momento i corpi di almeno 776 palestinesi identificati e di 10 cittadini stranieri, compresi gli almeno 88 deceduti sotto custodia israeliana.

Ha affermato che i dati indicano che Israele sta trattenendo i corpi nell’ambito di una deliberata “politica di vendetta e per infliggere intenzionalmente sofferenza alle famiglie”.

A novembre il PHRI ha riferito che almeno 94 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane tra ottobre 2023 e agosto 2025, nell’ambito di quella che ha descritto come una politica ufficiale contro i palestinesi detenuti che ha portato a un numero di decessi senza precedenti.

Ha affermato che il servizio carcerario e l’esercito israeliani hanno sistematicamente insabbiato le circostanze dei decessi dei prigionieri, omettendo inoltre di avvisare le famiglie, rifiutando la restituzione delle salme, ritardando le autopsie ed eseguendole senza la presenza di un medico nominato dai familiari.

Naji Abbas, referente del PHRI per i prigionieri e i detenuti ha dichiarato a MEE che da novembre il numero di decessi confermati è salito ad almeno 101,

specificando: “Nell’ultimo anno la causa principale è stata la negligenza medica.

Quando parliamo di negligenza medica non ci riferiamo all’accezione prebellica del termine, ovvero ritardi negli appuntamenti, cancellazioni o procrastinazione.

Stiamo parlando di una politica, a tutti gli effetti ufficiale, volta a impedire le cure mediche. Oggi il prigioniero o il detenuto palestinese non ha la possibilità di vedere un medico quando e dove ne ha bisogno. Questa possibilità non esiste.”

Anche degli ex detenuti hanno raccontato a MEE di come durante la detenzione siano state loro negate le cure per gravi patologie.

Muhammed Shalamesh è stato arrestato a 17 anni nel gennaio 2024 e ha trascorso i successivi due anni in prigione, in regime di detenzione amministrativa.

Durante quel periodo Shalamesh ha dichiarato di essere stato ripetutamente sottoposto a percosse e costretto ai lavori forzati per quattro mesi.

Ha anche detto di aver sofferto di dolori cronici sempre più forti perché gli è stata negata la cura per le ferite riportate quando fu colpito a fuoco dai soldati israeliani all’ingresso del campo profughi di Jenin nel giugno 2023.

Shalamesh solleva la felpa nera e la maglietta bianca per mostrare le cicatrici dei proiettili che lo hanno colpito al petto e all’addome. La maggior parte del dito medio della mano destra, dove è stato colpito da un terzo proiettile, è mancante.

“A poco a poco il dolore è aumentato, il dolore causato dalle ferite ha continuato a peggiorare. Ho continuato a soffrire finché non sono più riuscito a stare in piedi”, dice.

“Sono andato dal medico e gli ho detto che avevo bisogno di cure e che non riuscivo a dormire la notte. Mi ha risposto: ‘Sei venuto qui per morire, non per essere curato’.

“Gli ho chiesto: ‘Non mi vuoi curare?’. E lui ha risposto: ‘No. Se potessi ti ucciderei’.”

Le condizioni di Shalamesh hanno continuato a peggiorare. Dice di essere stato picchiato con manganelli di ferro all’interno del furgone durante il trasferimento al carcere del Negev.

Shalamesh racconta che alla fine gli sono stati somministrati antidolorifici, ma solo dopo un grave peggioramento delle sue condizioni e pochi giorni prima del suo rilascio e trasferimento all’ospedale penitenziario di Ramle.

Quando hanno visto che le mie condizioni erano peggiorate, hanno iniziato a curarmi, ma non era una cura adeguata. Hanno pensato che stavo per essere liberato e che le mie condizioni erano peggiorate al punto che avrei potuto morire in prigione”, dice.

Nonostante fossi ferito sono stato trattato come tutti gli altri. Ho visto persone morire in prigione per mancanza di cure, soprusi, percosse e assenza di assistenza medica. Avevo paura di morire da un momento allaltro per mancanza di cure”.

“Come nel 1800”

Ahmad Zaoul e sua moglie, Um Khalil Zaoul, stanno ancora aspettando delle risposte sulla morte del loro figlio ventiseienne, Sakhr Zaoul, avvenuta nel carcere di Ofer il 14 dicembre 2025.

Sakhr, la cui famiglia è originaria di Husan vicino a Betlemme, si trovava a Ofer da sole due settimane, essendo stato trasferito lì dal carcere di Etzion, dove era rimasto dal giorno del suo arresto a giugno.

Aveva già trascorso tre anni in prigione ed era classificato come detenuto di sicurezza, in detenzione amministrativa.

Prima del suo arresto Sakhr non aveva problemi di salute, ha detto suo padre, e stava progettando di aprire in proprio un ristorante.

Durante la detenzione facevamo affidamento su coloro che venivano rilasciati per avere sue notizie. Ci dicevano che stava bene ed era in buona salute. Ma nelle ultime due settimane non abbiamo ricevuto alcuna notizia”, riferisce a MEE.

Dopo la sua morte i genitori di Sakhr hanno appreso da ex detenuti che il figlio si era ammalato ma non aveva ricevuto assistenza medica.

Ci è stato detto che la sua condizione era caratterizzata da gonfiore, vomito di sangue e febbre alta”, dice Shmad Zaoul.

Il referto dell’autopsia di Sakhr riporta che al momento dell’arresto era “in buona salute” e che sei giorni prima della morte gli erano stati prescritti antibiotici.

All’1:00 del 14 dicembre, il personale medico del carcere è stato chiamato per soccorrerlo, ma poco dopo ha vomitato sangue ed è collassato. Alle 2:30 del mattino è stato dichiarato morto.

Il referto rileva che Sakhr era stato sottoposto a un intervento chirurgico al cuore da bambino e il decesso potrebbe essere stato causato da un’emottisi – un riversamento di sangue nei polmoni – causata da complicazioni legate all’operazione.

Ma il corpo di Sakhr non è stato restituito alla famiglia e i suoi genitori ritengono che la sua morte sia più probabilmente legata alla violenza inflitta ai detenuti e alle condizioni di vita nelle prigioni.

“Uccidono i nostri figli e poi cercano scuse, dicendo che forse era malato”, dice Um Khalil Zaoul.

“Mio figlio è stato operato a sei anni. È cresciuto, è stato imprigionato ed è stato picchiato mille volte. E ora dicono che è morto a causa di un’operazione subita a sei anni?

Se l’operazione lo ha danneggiato, allora liberatelo perché lo possa curare, mandare in ospedale, fatemelo sapere, non lasciate che mi svegli una mattina per scoprire di non avere più un figlio”.

Naji Abbas, del PHRI, osserva che i referti autoptici visionati dalle famiglie di Ahmad Tazaza e Sakhr Zaoul riportano risultati preliminari e che sono necessarie ulteriori indagini per determinare con maggiore certezza le cause della morte.

Pur riconoscendo che le loro conclusioni continueranno a essere contestate e messe in discussione fintanto che le autorità israeliane continueranno a trattenere i corpi, Abbas afferma che la morte di entrambi mette in luce la minaccia mortale rappresentata dalla negligenza medica deliberata/intenzionale nei confronti di tutti i prigionieri palestinesi.

Sostiene Abbas: “Questa politica, combinata con la fame e le aggressioni, mette a rischio tutti i 10.000 prigionieri. Oggi anche la più piccola infezione può portare alla morte. Questa realtà ci riporta al 1800. Persino un’infezione cutanea, entrando nel flusso sanguigno per via di una ferita, può portare all’arresto delle funzioni vitali”.

I vestiti di Ahmad Tazaza sono ancora appesi nell’armadio di casa, dice a MEE la madre Najah Abdul Qader, aggiungendo di aver vissuto dalla sua morte “giorni neri, ogni giorno. Mi addormento piangendo e mi sveglio piangendo. Se il pianto potesse riportarlo in vita piangerei giorno e notte”.

Senza un corpo da seppellire i genitori di Ahmad si aggrappano alla speranza che possa essere vivo, ripetendosi una storia che hanno sentito su un prigioniero ricomparso a Betlemme dopo essere stato precedentemente dato per morto.

“Voglio vederlo. Voglio vederlo anche se è morto”, dice Qadir.

“Dicono che sia morto, ma io non ci credo. Se Dio vorrà, verrà fuori che è ancora vivo. Voglio vederlo. Se è morto, seppellirlo con le proprie mani e sapere che ha una tomba pacifica il cuore.

“Perché lo tengono? Cosa vogliono da lui?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




B’Tselem: i coloni non vengono puniti per le 21 uccisioni durante la ‘pulizia etnica’ in Cisgiordania

 Mera Aladam

25 novembre 2025 – Middle East Eye

Con il bilancio dei morti in Cisgiordania salito a 1.000 dall’ottobre 2023, i palestinesi dicono che ‘la morte è inevitabile’.

I coloni israeliani non sono stati puniti per le 21 uccisioni di palestinesi nel corso degli ultimi due anni, in quella che B’Tselem descrive come una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata. L’associazione [israeliana] per i diritti umani nota che dal 7 ottobre 2023 l’esercito ha messo in atto “regole d’ingaggio sempre più lassiste e scriteriate per l’uso delle armi da fuoco” nei territori palestinesi, compreso l’utilizzo di bombardamenti aerei.

L’esercito ha anche armato “migliaia di coloni” ignorando i loro sanguinosi attacchi quasi quotidiani contro i civili palestinesi.

Lunedì in un post sulle reti sociali B’Tselem ha affermato che dall’ottobre 2023 ci sono stati 21 casi di coloni che hanno ucciso palestinesi, ma “neppure uno dei responsabili è stato condannato.”

Secondo i calcoli di B’Tselem da allora le forze israeliane e i coloni hanno ucciso nel complesso più di 1.004 palestinesi in Cisgiordania, inclusi 217 minori.

Nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso circa 70.000 palestinesi, tra cui almeno 20.000 minori, mentre altre 10.000 persone sono disperse e presumibilmente morte.

“Stiamo assistendo all’abbandono totale della vita dei palestinesi,” ha affermato Yuli Novak, la direttrice esecutiva di B’Tselem.

“Giorno dopo giorno la situazione in Cisgiordania sta peggiorando e non potrà che peggiorare ulteriormente perché non c’è un meccanismo interno o esterno che limiti o blocchi la politica di continua pulizia etnica di Israele.” Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’ “impunità” di Israele.

Lunedì durante un’incursione nei pressi di Nablus le forze israeliane hanno colpito e ucciso Abdul Raouf Ishtayeh. Il giorno prima coloni e soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, e hanno aperto il fuoco contro palestinesi, uccidendo il ventenne Bara Khairy Ali Maali.

“Con questa totale impunità coloni armati attaccano quotidianamente i palestinesi, bruciano case, terreni agricoli e coltivazioni, saccheggiando proprietà e uccidendo abitanti,” afferma B’Tselem. “Benché ogni giorno avvengano decine di queste aggressioni, e molte siano riprese in video e ben documentate, raramente le autorità preposte all’applicazione della legge avviano indagini.”

Rimanere o rimanere”

Un’abitante di Tulkarem, che desidera rimanere anonima per problemi di sicurezza, ha detto a Middle East Eye che la situazione in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile per i palestinesi, molti dei quali vivono nella paura e nell’angoscia.

Di recente la sua zona è stata colpita da un’ondata di restrizioni, arresti e incursioni violente da parte di Israele: “Negli ultimi due anni, dal 7 ottobre, il numero dei posti di blocco è salito a 707, ostacolando gravemente gli spostamenti dei cittadini” afferma, aggiungendo che agli ingressi e alle uscite di varie città palestinesi sono stati piazzati cancelli di ferro controllati dalle forze israeliane.

Nel contesto di continue violenze le truppe israeliane hanno anche occupato vari campi profughi, espellendone gli abitanti.

Le espulsioni sono state aggravate da quella che gli abitanti di Tulkarem descrivono come una “gravissima situazione economica” in seguito ai ritardi nel trasferimento delle imposte [da Israele] all’Autorità Palestinese. “In Cisgiordania ciò ha portato al mancato pagamento di stipendi ai dipendenti pubblici palestinesi, che stanno lottando per sopravvivere con il minimo indispensabile delle necessità fondamentali,” afferma. “Non hanno sicurezza né introiti stabili.”

Su come i locali si preparano agli imminenti attacchi l’abitante afferma che non ci sono “alternative” se non rimanere “saldi e risoluti” sulla loro terra.

“In termini palestinesi, la nostra sensazione è che la morte è inevitabile e possa dio accettare i martiri e concedere loro la pace,” sostiene. “Per i palestinesi non ci sono alternative: rimanere o rimanere.”

Aggiunge che le famiglie “non si possono permettere il lusso della tristezza o di prendere in considerazione alternative” quando piangono la morte di familiari o resistono alle difficoltà quotidiane sotto l’occupazione israeliana.

Violenza “frequente e organizzata” dei coloni

Ameer Dawood, della Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione di Resistenza contro la Colonizzazione e il Muro] (CWRC), descrive l’incremento delle violenze dei coloni negli ultimi due anni come “sia allarmante sia senza precedenti per livello e intensità.”

Tra gli attacchi documentati dalle squadre della CWRC negli ultimi tempi ci sono incendi, aggressioni fisiche contro palestinesi, pestaggi di volontari internazionali e distruzione di coltivazioni e strutture agricole.

“Fanno parte di un modello costante di violenza in aumento che si è intensificato lo scorso anno,” dice a MEE Dawood, direttore generale per l’informazione e il monitoraggio del CWRC.

Aggiunge che il fatto che i coloni prendano di mira i contadini è “economicamente dannoso e psicologicamente devastante.”

“I coloni responsabili di questi attacchi agiscono sempre più con un esteso senso di impunità, spesso con la protezione o la presenza delle forze di sicurezza israeliane,” spiega.

Nel contempo, aggiunge, recenti cambiamenti politici hanno effettivamente dato ai gruppi guidati dai coloni più potere sulla sicurezza e sulla gestione della terra, rafforzando fazioni estremiste e consentendo che avvengano azioni violente senza conseguenze.

Dawood avverte che, senza un immediato intervento per imporre la legge o arginare il potere concesso ai gruppi di coloni estremisti, il “modello di violenza” probabilmente continuerà.

“Senza che siano chiamati a risponderne, gli attacchi probabilmente diventeranno più frequenti, più organizzati e più pericolosi, destabilizzando ulteriormente le comunità rurali e aggravando la crisi umanitaria e politica in Cisgiordania.”

E sottolinea che l’escalation non deve essere considerata come “spontanea”, ma piuttosto come il “risultato di decisioni strutturali che hanno consentito e normalizzato la violenza dei coloni.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




In Israele lo stupro dei prigionieri palestinesi è ammesso. Far trapelare il filmato è tradimento

Lubna Masarwa

3 novembre 2025 – Middle East Eye

La diffusione di un video che mostra l’orrendo stupro a Sde Teiman ha scosso il Paese più del crimine stesso

Quando lo scorso anno è trapelato un video che mostrava soldati israeliani che stupravano un prigioniero palestinese, l’indignazione in Israele è stata immediata, ma non riguardo al crimine.

Al contrario, lo sdegno era rivolto alla fuga di notizie.

La settimana scorsa Yifat Tomer-Yerushalmi si è dimessa da avvocato dell’esercito israeliano dopo la conferma del suo coinvolgimento nella diffusione del filmato della televisione a circuito chiuso dall’interno del famigerato campo di detenzione di Sde Teiman durante la guerra genocida di Israele a Gaza.

Nel filmato si vedono soldati israeliani pesantemente armati afferrare e portare via un prigioniero palestinese bendato e poi circondarlo con scudi antisommossa per nascondere il loro stupro di gruppo.

Il palestinese che, secondo alcune informazioni, da allora è stato rimandato a Gaza, ha subito una ferita all’ano, un trauma intestinale, danni ai polmoni e costole rotte.

Dopo la diffusione del video Tomer-Yerushalmi, che ha speso tutta la sua carriera nella difesa dell’esercito israeliano, si è trovata ad essere perseguitata da politici di destra.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato l’avvocatessa affermando che ha agito contro soldati israeliani e “con la fuga di notizie ha alimentato calunnie sanguinose contro lo Stato di Israele”.

Intanto i soldati accusati dello stupro hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo un risarcimento per “il danno alla propria immagine”.

Resa dei conti morale

In un Paese che si vanta costantemente di rispettare lo stato di diritto, questo episodio avrebbe dovuto scatenare una rivalsa morale. Invece ha rivelato quanto profonda sia la disumanizzazione dei palestinesi e quanto siano diventate normali la violenza sessuale e la tortura all’interno delle strutture detentive israeliane.

Nella loro conferenza stampa davanti all’Alta Corte i quattro soldati accusati dello stupro di gruppo si sono vantati di essere ancora liberi.

Con indosso dei passamontagna, in un evidente tentativo di evitare di essere perseguiti presso la Corte Penale Internazionale, hanno dichiarato: “Vinceremo”.

Avete cercato di spezzarci, ma avete dimenticato una cosa: noi siamo la Forza 100”, hanno detto, riferendosi alla loro unità antiterrorismo.

Non si vergognavano, erano baldanzosi. Il messaggio era inequivocabile: in Israele ogni stupro può essere riproposto come gesto eroico quando la vittima è palestinese.

Intanto la leadership del Paese ha serrato i ranghi intorno agli esecutori.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di denunciare l’aggressione. Ha invece definito la fuga di notizie “forse il più grave attacco propagandistico che lo Stato di Israele abbia subito dalla sua fondazione.”

La sua preoccupazione era per l’immagine di Israele, non per l’uomo brutalizzato sullo schermo.

Questa inversione morale non è una falla isolata. Un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”,[vedi Zeitun,rdr] ha documentato gli stupri sistematici sui detenuti palestinesi durante la guerra di Israele nell’enclave (di Gaza).

Cinquantacinque ex prigionieri hanno descritto percosse, privazione del sonno e violenza sessuale. Fadi Baker, di 25 anni, ha raccontato che i soldati lo hanno bruciato con le sigarette e gli hanno messo ai genitali delle pinze a cui erano legati oggetti pesanti. Poi è stato lasciato nudo in una cella gelata per due giorni, con musica assordante.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riferito la morte di decine di palestinesi sotto detenzione israeliana dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Sistema di impunità

Queste testimonianze descrivono il quadro di un sistema detentivo governato dall’impunità. Anche quando emergono le prove – come è successo l’anno scorso nel carcere di Sde Teiman, quando sono stati arrestati dei soldati per stupro – i politici si affrettano a difendere gli accusati.

Membri di estrema destra del parlamento hanno invaso infuriati le basi militari, minacciato gli accusatori ed accusato gli organi giuridici dell’esercito di “tradire” la nazione.

I social media sono stati sommersi da richieste di “bruciare” e “lapidare” i funzionari che indagano sui soldati.

Da quando Israele ha scatenato l’attacco a Gaza gli abusi sessuali e la tortura dei palestinesi sono diventati incontrollati in tutti i territori occupati, come hanno ripetutamente documentato le Nazioni Unite e le associazioni per i diritti umani.

La pretesa che l’esercito israeliano sia “un esercito morale” – se non l’ “esercito più morale del mondo” – si è rivelata essere solo un altro tentativo delle pubbliche relazioni di coprire i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

In Israele la divulgazione del video ha scosso gli israeliani più del crimine stesso.

Ha mostrato quanto Israele abbia perso la sua capacità di sdegno morale quando le vittime sono palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è giornalista e capo dell’ufficio di Middle East Eye per Palestina e Israele. Vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Ostaggi, detenuti, prigionieri: i mezzi di comunicazione occidentali privilegiano ancora le vite degli israeliani su quelle dei palestinesi

Mohamad Elmasry

14 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’informazione mainstream sullo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas evidenzia la persistente tendenziosità filo-israeliana dei media occidentali, per cui gli israeliani vengono umanizzati mentre i palestinesi vengono cancellati dalla vista.

Lunedì Israele e Hamas hanno scambiato prigionieri come parte del piano di cessate il fuoco del presidente statunitense Donald Trump.

L’informazione dei principali mezzi di comunicazione occidentali ha riproposto gli stessi pregiudizi filo-israeliani che hanno a lungo caratterizzato i reportage su Israele e Palestina che danno la priorità alle vite degli israeliani su quelle dei palestinesi.

Le principali testate come la BBC, il New York Times, il Wall Street Journal, la CNN, l’Associated Press, il Washington Post, la Reuters, la Deutsche Welle e l’Agence France-Presse hanno messo in primo piano gli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre hanno in buona misura minimizzato quanto hanno subito i palestinesi.

Su giornali, reti televisive, siti web e reti sociali gli ostaggi israeliani e le loro famiglie hanno ricevuto molta più attenzione – e sono stati resi umani con dettagli personali e immagini emotive – rispetto ai palestinesi.

Per esempio sette su otto tweet dell’AFP sullo scambio si sono concentrati esclusivamente sui prigionieri israeliani. La Reuter ha pubblicato una serie di 36 foto, 26 delle quali ospitavano gli ostaggi israeliani, le loro famiglie o cittadini qualunque che festeggiavano, mentre solo 9 ritraevano palestinesi.

Anche se il sito della BBC ha presentato vari articoli sullo scambio, compresi alcuni sui prigionieri palestinesi e sulle loro famiglie, ha pubblicato anche un profilo dettagliato ed empatico dei 20 ostaggi israeliani rilasciati intitolato “Chi sono gli ostaggi rilasciati?”, senza una empatia simile per i palestinesi.

La CNN ha informato del rilascio di “prigionieri” palestinesi ed ha incluso alcuni dettagli che li rendevano umani, ma il titolo della sua notizia principale, “Le famiglie degli ostaggi riunite mentre Trump è acclamato nel parlamento israeliano”, ha menzionato solo gli israeliani.

Allo stesso modo la lista del Washington Post di sei “sviluppi chiave” inizia con il discorso di Trump, la guerra a Gaza e il summit di Sharm el-Sheikh. Il seguente elenco di punti si concentra sugli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre solo l’ultimo punto cita i palestinesi.

Il Post ha proposto un certo livello di umanizzazione dei palestinesi, ma lo sbilanciamento a favore di Israele rimane evidente.

Attenzione diseguale

Da quando due settimane fa Trump ha annunciato il suo piano l’informazione occidentale si è concentrata molto di più sulle richieste ad Hamas per la consegna dei resti dei 28 ostaggi israeliani morti. Molta meno attenzione è stata dedicata agli obblighi di Israele, in base al punto 5 del piano, di restituire i resti di 420 palestinesi che ha trattenuto a lungo.

Questo sbilanciamento è continuato lunedì. Ricerche sugli archivi di notizie mostrano un’ampia attenzione sui corpi degli israeliani e praticamente nessuna citazione dei resti di palestinesi.

Questo eclatante doppio standard riflette radicati problemi nell’informazione occidentale, che ignora e minimizza sistematicamente le violazioni israeliane dei diritti umani.

Secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem Israele ha una “prassi consolidata” di trattenimento dei corpi dei palestinesi per utilizzarli come “merce di scambio” nei negoziati. Le leggi israeliane contro il terrorismo consentono al governo di tenere i cadaveri dei palestinesi e di impedirne i funerali. Più di 600 corpi di palestinesi sono attualmente trattenuti da Israele, una situazione di cui i mezzi di comunicazione occidentali raramente rendono nota.

Doppio standard linguistico

Praticamente tutti i mezzi di informazione occidentali fanno riferimento ai prigionieri israeliani come a “ostaggi”, un uso giustificabile in base al diritto internazionale, dato che quelli presi da Hamas rispondono alla classica definizione giuridica di presa di ostaggi. Tuttavia la domanda è perché i palestinesi presi prigionieri da Israele non vengono descritti allo stesso modo.

Dopo il 7 ottobre Israele ha arrestato più di 1.700 civili di Gaza, comprese molte donne e minori che non hanno avuto alcun ruolo nell’attacco. Sono stati imprigionati senza alcuna imputazione per circa due anni.

Data l’evidente intenzione israeliana di utilizzare quei detenuti come merce di scambio nei negoziati, in base alle leggi internazionali senza dubbio anche loro corrispondono alla definizione di ostaggi. Ciononostante i media occidentali continuano ad etichettarli solo come “detenuti” o “prigionieri”, riflettendo un persistente doppio standard linguistico che modella le percezioni di innocenza, colpa e sofferenza.

Ricerche accademiche hanno a lungo documentato questo modello in base al quale i mezzi di comunicazione occidentali riservano le descrizioni più crude alle azioni palestinesi mentre attenuano quelle riguardanti Israele. Decenni di studi dimostrano anche che l’informazione occidentale su Israele e Palestina spesso omette un contesto fondamentale, che riguarda soprattutto le violazioni da parte di Israele. L’informazione di lunedì sullo scambio di prigionieri non ha fatto eccezione.

La mia verifica ha scoperto poche citazioni dell’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania, del continuo assedio a Gaza o delle accuse di genocidio contro Israele. Dove è stato inserito il contesto spesso si è concentrato sugli attacchi di Hamas il 7 ottobre.

Un’omissione particolarmente rivelatrice nell’informazione occidentale sullo scambio di prigionieri è il fatto che ai palestinesi è stato esplicitamente vietato di festeggiare il ritorno delle persone rilasciate. Mentre gli israeliani sono stati incoraggiati a fare festa per il ritorno degli ostaggi, i palestinesi presenti fuori dal carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata, sono stati accolti dalla polizia israeliana che ha sparato gas lacrimogeni contro le famiglie e i giornalisti. Il Guardian è stato tra i pochi giornali importanti ad aver evidenziato il divieto.

Tali momenti non sono dettagli secondari: il tentativo israeliano di controllare persino le manifestazioni emotive dei palestinesi evidenzia ulteriormente sia l’asimmetria di potere che la crudeltà della sua occupazione militare.

Ripensamento dei media

Il racconto dei mezzi di comunicazione occidentali dello scambio di prigionieri è andato oltre al fatto di privilegiare una parte, ha rafforzato una gerarchia di valore tra gli esseri umani in cui le vite degli israeliani sono intrinsecamente più importanti e degne di compassione di quelle dei palestinesi.

Ciò è in linea con una ricerca più ampia sul modo in cui i media hanno informato sulla guerra. Per esempio uno studio pubblicato lo scorso anno riguardo alle prime due settimane della guerra, quando erano stati uccisi circa 3.000 palestinesi e circa 1.200 israeliani, ha rilevato che i giornali presi a campione hanno pubblicato notizie quattro volte più emotive e personali sulle vittime israeliane che su quelle palestinesi.

Altri studi confermano la cronica fiducia eccessiva dei mezzi di comunicazione occidentali nelle fonti filo-israeliane. Ma su Israele e Palestina i lettori stanno cambiando, così come l’opinione pubblica. Negli ultimi due anni la simpatia per i palestinesi è nettamente aumentata tra le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto tra i giovani e, mentre la fiducia nei principali mezzi di comunicazione declina, questi sono sottoposti a critiche sempre crescenti.

Alla luce di questo cambiamento non sorprende che molte persone, soprattutto giovani, si rivolgano invece a piattaforme di notizie indipendenti o alternative per informarsi su Israele e Palestina.

Anche nelle redazioni monta il dissenso. Sono scoppiate proteste dei giornalisti nei principali mezzi di informazione, tra cui il Los Angeles Times, il New York Times e la BBC, dove centinaia di giornalisti hanno manifestato rabbia contro le politiche editoriali palesemente filo-israeliane.

Quando le redazioni riconosceranno la gravità di questa crisi? Per il bene di lettori, giornalisti e palestinesi che soffrono, un ripensamento non arriverà mai troppo presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Mohamad Elmasry is Professor of Media Studies at the Doha Institute for Graduate Studies.

Mohamad Elmasry è docente di Studi sui Media presso l’Istituto per gli Studi Superiori di Doha.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I renitenti alla leva israeliani sfidano l’inasprimento delle pene per protestare contro il genocidio

Oren Ziv

8 settembre 2025 – +972 Magazine

Di fronte a pene detentive più lunghe e a una maggiore ostilità da parte dell’opinione pubblica, una nuova generazione di obiettori di coscienza sostiene che il rifiuto è sia un dovere morale che un atto di speranza.

A metà luglio alcune decine di giovani attivisti israeliani di origine ebraica hanno marciato per le strade di Tel Aviv per protestare contro il genocidio in corso a Gaza. La manifestazione si è conclusa in piazza Habima, nel centro della città, dove 10 partecipanti che avevano ricevuto la cartolina di precetto militare l’hanno data alle fiamme, dichiarando pubblicamente il proprio rifiuto di arruolarsi.

Il gesto ha scatenato un putiferio sui social media israeliani, innescando un’ondata di messaggi privati, alcuni di sostegno, altri ostili, oltre ad accuse di istigazione provenienti da pagine di destra.

«Dopo che abbiamo bruciato le cartoline le persone mi hanno contattato ogni singolo giorno», ha dichiarato in un’intervista a +972 la diciannovenne Yona Roseman, una dei partecipanti. «Non so se questo da solo possa portare a un cambiamento, ma anche un soldato in meno che prende parte al genocidio è un passo positivo».

Roseman è una dei sette giovani israeliani incarcerati ad agosto per aver rifiutato il servizio militare in segno di protesta contro il genocidio e l’occupazione israeliana. Secondo la rete degli obiettori di coscienza Mesarvot [“rifiutiamo” in ebraico, ndt.] si tratta del numero più alto di incarcerazioni simultanee da quando il gruppo ha iniziato a operare nel 2016. Le loro condanne vanno dai 20 ai 45 giorni, dopo di che verranno probabilmente convocati nuovamente, scontando altri periodi di reclusione prima di essere ufficialmente congedati.

In totale dall’inizio della guerra 17 giovani israeliani sono stati incarcerati per aver pubblicamente rifiutato l’arruolamento. Il primo è stato Tal Mitnick, imprigionato per 185 giorni. Un altro, Itamar Greenberg, è stato detenuto per quasi 200 giorni, la condanna più lunga per un obiettore di coscienza degli ultimi dieci anni. I loro casi segnalano un irrigidimento della posizione dell’esercito; secondo Mesarvot, i militari sembrano aver abbandonato la precedente politica di rilasciare i renitenti dopo 120 giorni, mentre le pene detentive prolungate diventano la nuova norma.

Sebbene l’obiezione di coscienza tra i giovani in età di leva rimanga rara nella società israeliana, l’offensiva israeliana su Gaza ha innescato un’ondata di rifiuto più ampia tra i riservisti che hanno già completato il servizio militare obbligatorio. Oltre 300 hanno cercato sostegno dal movimento di obiezione Yesh Gvul [in ebraico “C’è un limite”, ndt.], la maggior parte dei quali richiamati in servizio a Gaza.

«Ciò che caratterizza questa ondata [di rifiuto], a differenza di quanto avvenuto durante la Prima Guerra in Libano e le Intifade [Prima e Seconda], è che allora c’erano obiettori selettivi – coloro che si rifiutavano di andare in Libano o in Cisgiordania», ha spiegato Ishai Menuchin, presidente di Yesh Gvul. «Ma ora, questi sono renitenti che, per la maggior parte, non sono per nulla disposti a prestare servizio nell’esercito».

A differenza degli obiettori di coscienza in età di leva l’esercito generalmente opta per rilasciare rapidamente i riservisti renitenti o trovare altri accordi. Dei 300 riservisti supportati da Yesh Gvul, solo quattro sono stati processati.

«Oggi la decisione di rifiutare è molto più semplice»

Il 17 agosto, giorno in cui Roseman ha annunciato il suo rifiuto, circa 150 manifestanti si sono riuniti fuori dall’ufficio di reclutamento della sua città natale, Haifa. Roseman, che era già stata arrestata sei volte durante manifestazioni organizzate da palestinesi a Haifa, ha assistito alla rapida dichiarazione di illegalità della protesta da parte della polizia e all’arresto violento di 10 persone, una prassi comune durante i raduni contro la guerra guidati da palestinesi in città.

«Il vero riconoscimento della scala di distruzione che il nostro Stato sta seminando, della sofferenza che infligge ai suoi sudditi, ci impone di agire di conseguenza», ha dichiarato alla folla prima che la protesta venisse dispersa. «Se vedete l’entità delle atrocità e vi considerate persone morali non potete continuare a vivere come prima, nonostante il prezzo sia sociale che legale».

Roseman aveva deciso di rifiutare per la prima volta all’inizio del 2023, partecipando a manifestazioni settimanali contro i tentativi del governo di indebolire la magistratura. In quel periodo manifestava con il “blocco anti-occupazione”, un piccolo contingente che insisteva nel collegare la riforma giudiziaria con l’occupazione israeliana in corso dei territori palestinesi, spesso a dispetto degli organizzatori principali delle proteste. È stata anche una dei 230 giovani firmatari della lettera “Gioventù contro la dittatura” poche settimane prima del 7 ottobre, i cui sottoscrittori si impegnavano a «rifiutare di unirsi all’esercito finché la democrazia non sarà garantita a tutti coloro che vivono entro la giurisdizione del governo israeliano».

«Penso che oggi la decisione di rifiutare sia molto più semplice», ha affermato Roseman. «Non c’è molta necessità o desiderio di filosofare sul militarismo e sull’obbedienza perché c’è un genocidio in corso, ed è ovvio che non ci si arruola in un esercito che sta commettendo un genocidio».

Già profondamente coinvolta nell’attivismo con i palestinesi – fornendo “presenza protettiva” alle comunità rurali palestinesi in Cisgiordania contro la violenza dei coloni e dell’esercito e partecipando a manifestazioni anti-genocidio a Haifa – Roseman ha affermato che le sue relazioni personali con attivisti palestinesi non hanno fatto che rafforzare la sua decisione di rifiutare. «Se vuoi essere un alleato per i palestinesi non puoi unirti all’esercito che li sta uccidendo», ha detto. «Queste sono persone che conosci, le cui case vengono demolite o che vengono uccise».

Il suo lavoro di solidarietà con i palestinesi, ha aggiunto, ha anche messo in luce i limiti del tentativo di riformare il sistema dall’interno. «Più di una volta un soldato mi ha lanciato una granata stordente, mi ha arrestata o ho visto soldati demolire case in cui avevo dormito, case di compagni attivisti palestinesi. Questo cambia davvero la tua prospettiva, la tua comprensione che questo non è “il mio” esercito, che l’esercito è contro di me».

Al di fuori degli ambienti di attivisti la decisione di Roseman di rifiutare ha avuto un costo personale. «Alcuni compagni di classe hanno troncato i rapporti con me per questo motivo. Ho interrotto prematuramente il mio programma di anno sabbatico a causa delle difficoltà legate al mio rifiuto», ha spiegato. La sua famiglia, ha aggiunto, «mi ha sostenuta in quanto loro figlia, ma non è una decisione che hanno appoggiato».

A differenza della maggior parte dei renitenti nelle carceri militari israeliane, Roseman passa la maggior parte delle ore del giorno in isolamento. In quanto detenuta trans, la politica dell’esercito prevede che venga portata fuori solo per brevi pause e in ultima fila – lo stesso trattamento subito da un’altra renitente alla leva trans, Ella Keidar Greenberg, all’inizio di quest’anno.

«È importante per me sottolineare, soprattutto dopo essere stata trattata in modo umiliante in seguito ai miei arresti durante le proteste, che l’atteggiamento dello Stato verso le persone queer è liberale e progressista solo in specifiche condizioni», ha dichiarato. «Nel momento in cui non rispetti lo standard nazionale, i tuoi diritti ti vengono negati».

«Non siamo arrivati a questo per caso»

Il 31 luglio, poche settimane prima dell’incarcerazione di Roseman, due diciottenni israeliani – Ayana Gerstmann e Yuval Peleg – sono stati condannati rispettivamente a 30 e 20 giorni di prigione per essersi rifiutati di arruolarsi. In seguito Gerstmann è stata rilasciata, mentre Peleg è stato condannato a ulteriori 30 giorni. Se i casi recenti sono indicativi, probabilmente ne affronterà altri quattro o cinque prima del congedo.

«Sono qui per rifiutare di prendere parte a un genocidio e per inviare un messaggio a chiunque voglia ascoltare: finché il genocidio continua non possiamo vivere in pace e sicurezza», ha dichiarato Peleg prima di entrare in prigione.

Cresciuto in una famiglia sionista liberale nella benestante città di Kfar Saba, Peleg ha detto che la sua decisione di rifiutare è recente. «A casa non abbiamo mai parlato di rifiuto [della leva]. Abbiamo parlato molto di Bibi [Netanyahu] e un po’ di occupazione», ha detto in un’intervista congiunta con Gerstmann prima della loro reclusione.

Per Peleg, l’esposizione a media online non israeliani nei primi giorni della guerra è stata una svolta. «Mi ha dato una prospettiva che non avevo avuto crescendo», ha detto. «A un certo punto, mi sono reso conto che l’esercito israeliano non è l’esercito morale, protettivo e buono che pensavo fosse».

Mentre la guerra avanzava e la portata dell’assalto israeliano a Gaza diventava più evidente, «non arruolarsi è diventata una decisione relativamente facile», ha affermato. Il rifiuto gli ha anche offerto l’opportunità di esprimere dissenso. «Non c’è quasi posto in questo paese dove si possano dire queste cose».

Per Gerstmann, cresciuta a Ramat Gan, quartiere residenziale di Tel Aviv, la decisione di rifiutare è maturata nel corso degli anni. «In quinta elementare ci è stato assegnato come compito scolastico di scrivere su luoghi di Gerusalemme per il Giorno di Gerusalemme. Avrebbe dovuto suscitare sentimenti patriottici, ma per me ha fatto il contrario», ha ricordato.

Sebbene l’occupazione fosse spesso discussa in famiglia, non l’aveva veramente incontrata fino a quel momento. «Mia mamma mi ha suggerito di controllare il sito web di B’Tselem [ONG israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ndt.] e leggere su Gerusalemme Est per il progetto scolastico», ha detto a +972. « È stata la prima volta che ho visto cosa vi stava succedendo. Ero scioccata».

Nel sistema educativo israeliano, ha aggiunto, «parlano sempre di Gerusalemme Est solo nel contesto della “riunificazione” della città e lodano la guerra [del 1967, durante la quale fu occupata]. Improvvisamente mi sono trovata di fronte alle ingiustizie e sofferenze che ciò ha comportato».

All’età di 16 anni aveva già deciso di non arruolarsi nell’esercito. «Ho detto a un’amica che volevo ottenere un’esenzione per motivi di salute mentale perché mi opponevo all’occupazione», ha detto. La sua amica l’ha sfidata: “Se queste sono le tue convinzioni perché non le dichiari apertamente? Perché hai bisogno di nasconderti dietro a una bugia?”

«Quello è stato il momento in cui ho capito», ha ricordato. «Mi sono resa conto che aveva ragione – che dovevo gridare il mio rifiuto in modo chiaro e pubblico».

Come Roseman e Peleg, anche Gerstmann ha sentito che le ragioni per il rifiuto erano divenute innegabili con l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificarsi dell’assalto israeliano al popolo palestinese. «È diventato molto più chiaro che rifiutare è la cosa giusta da fare, che non devi cooperare con ciò che l’esercito sta facendo a Gaza», ha detto.

Gerstmann e Peleg sperano che il loro rifiuto mandi un messaggio a ogni soldato che viene mandato a Gaza: c’è una scelta. «Per anni siamo stati condizionati a pensare che devi arruolarti, che è impossibile metterlo in discussione. Ma ciò che stiamo vedendo ora a Gaza è la linea rossa che prova che una scelta c’è, assolutamente».

«Abbiamo raggiunto un livello di violenza e distruzione che non abbiamo mai visto nella storia di questa terra», ha detto Peleg. «Israele non tornerà mai più com’era il 6 ottobre 2023. È chiaro che siamo nel pieno di un genocidio in atto. Di fronte a ciò, noi rifiutiamo».

Per Peleg era importante sottolineare che la campagna di annientamento di Israele a Gaza non è venuta fuori dal nulla. «Non ci siamo arrivati per caso», ha spiegato. «Israele ha sempre avuto elementi di occupazione, fascismo e razzismo verso i palestinesi – ovviamente dal 1967, ma anche se si risale alla Nakba. Non è sorprendente che siamo arrivati a una situazione in cui sta avvenendo un genocidio contro i palestinesi».

Anche se l’opinione pubblica israeliana si è drasticamente spostata a destra, Gerstmann ha detto che spera ancora di riuscire a comunicare con i suoi coetanei. «Sento la frase “Non ci sono persone innocenti a Gaza” che si normalizza. È molto preoccupante, ma il mio rifiuto è, in realtà, un rifiuto della disperazione», ha detto. «Spero che aprirà loro gli occhi e permetterà loro di pensare e capire cosa sta facendo l’esercito in loro nome».

Entrambi hanno riconosciuto la paura di rifiutare pubblicamente in una società che equipara quell’atto al tradimento. «Certo che fa paura, ma non mi ha scoraggiato», ha detto Gerstmann. «Al contrario, ciò che abbiamo visto dall’inizio di questa guerra mi ha fatto capire che devo assolutamente rifiutare».

«Non posso più farne parte»

Altri due obiettori di coscienza incarcerati lo scorso mese, che hanno parlato con +972, hanno chiesto di rimanere anonimi per ragioni personali e familiari.

R., un diciottenne della città di Holon, è stato condannato a 30 giorni di prigione. «Avevo deciso di rifiutare già prima del 7 ottobre, ma dopo aver visto la distruzione a Gaza ho capito che non potevo esitare oltre», ha detto. «Dopo, l’arruolamento era semplicemente fuori discussione».

Il suo messaggio ad altri giovani è stato diretto: «Rifiutate e basta. Nel clima attuale, alla luce di ciò che stiamo vedendo a Gaza, dovete resistere».

Un altro renitente, B., ha seguito un percorso più insolito. Diciannovenne, arruolatosi nell’Amministrazione Civile (l’organo militare che governa i palestinesi in Cisgiordania) ha deciso di rifiutare dopo otto mesi di servizio ed è stato condannato a 45 giorni di prigione.

«Prima di arruolarmi ero stato in Cisgiordania, avevo incontrato persone e compreso la situazione», ha ricordato B. «Anche allora è stato difficile per me, non volevo davvero arruolarmi. [Ma poi] ho parlato con alcune persone che mi hanno convinto ad arruolarmi lo stesso».

Ciò a cui ha assistito sul campo ha infine cementato la sua decisione di rifiutare. «Durante l’addestramento e sul terreno ho visto molte cose e ho pensato: “Wow, non posso più farne parte”. Perlopiù ho visto gli altri soldati – come parlavano, come si comportavano – persone spinte da un razzismo estremo».

La violenza, ha detto, era pervasiva. «Ho visto palestinesi picchiati senza motivo. Li legano, li lasciano ammanettati al sole per 24 ore, a faccia in giù sulle ginocchia senza acqua né cibo. I soldati passavano e li prendevano a calci. Ero scioccato».

«Il mio secondo giorno ho visto un detenuto e ho chiesto cosa avesse fatto. Hanno detto che “non aveva obbedito”. Poi ne ho visto un altro che veniva preso a calci. Dicevano: “Se lo merita”. Casi del genere erano tutt’altro che isolati».

Un episodio in particolare lo tormenta ancora. «Un soldato ha parlato in ebraico a un palestinese e, quando questi ha risposto in arabo, il soldato gli ha sbattuto la testa contro un muro e ha detto: “Sei in Israele, parla ebraico”. Gli ho detto: “Lui non capisce”. Si vedevano violenze di questo tipo in continuazione».

Gli abusi, ha aggiunto, non risparmiavano nessuno – nemmeno gli anziani. «Ho visto un palestinese di 70 anni selvaggiamente picchiato. Quando ho chiesto agli altri soldati cosa avesse fatto, mi hanno detto che aveva “mancato di rispetto all’esercito”».

«Non avevano nulla di cui accusarlo, quindi lo hanno trattenuto per 14 o 15 ore, senza cibo né acqua, e poi hanno detto: “La prossima volta non farlo”. Non lo hanno nemmeno trasferito alla polizia – cosa avrebbe potuto dirgli?»

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Per la prima volta associazioni israeliane per i diritti umani affermano che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e chiedono l’intervento internazionale

Nir Hasson

28 luglio 2025 – Haaretz

Un tentativo di genocidio in corso”: secondo i rapporti di B’Tselem e di Physicans for Human Rights – Israel l’attacco israeliano contro Gaza ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Lunedì le associazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele] hanno pubblicato due rapporti secondo i quali nella Striscia di Gaza Israele sta commettendo contro i palestinesi il crimine di genocidio, come definito dalle leggi internazionali.

È la prima volta che associazioni per i diritti umani israeliane sostengono ufficialmente che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Le associazioni chiedono ora alla comunità internazionale di agire contro il governo israeliano per fermare queste atrocità.

Il rapporto di B’Tselem inizia con una forte condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele, notando che l’aggressione dell’organizzazione ha incluso numerosi crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità. Il rapporto afferma anche che la risposta di Israele è stata estremamente brutale, provocando indiscriminate uccisioni, distruzioni, espulsioni e privazione di cibo su vasta scala.

Secondo il rapporto di B’Tselem l’attacco israeliano ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Sostiene che gli attacchi israeliani contro Gaza hanno causato “uccisioni di massa, sia con attacchi diretti che attraverso la creazione di condizioni di vita catastrofiche che continuano a far crescere l’enorme bilancio di vittime; gravissimi danni fisici e mentali all’intera popolazione della Striscia; distruzioni su vasta scala di infrastrutture; distruzione del tessuto sociale, comprese le istituzioni educative e i siti culturali palestinesi.”

Secondo il rapporto Israele ha anche messo in pratica “arresti di massa e maltrattamenti di detenuti nelle prigioni israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo,” così come “deportazioni di massa, compresi tentativi di pulizia etnica, diventata un obiettivo ufficiale della guerra; un attacco all’identità palestinese attraverso la distruzione deliberata di campi profughi e tentativi di sabotare l’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.].”

“Le dichiarazioni di importanti governanti israeliani riguardo alla natura dell’attacco contro Gaza hanno manifestato intenzioni genocidarie,” aggiunge.

Il rapporto cita le affermazioni dell’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant riguardo alla popolazione di Gaza come “animali umani”, la dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu del 28 ottobre 2023, secondo cui si tratta di una guerra contro “Amalec”, un riferimento alla vicenda biblica in cui Dio comanda agli israeliti di annichilire il popolo amalecita, così come affermazioni sul genocidio fatte da giornalisti e figure pubbliche.

Il rapporto conclude che l’insieme della situazione a Gaza e delle dichiarazioni di importanti politici israeliani porta “all’inequivocabile conclusione che Israele ha intrapreso azioni coordinate per distruggere intenzionalmente la società palestinese nella Striscia di Gaza … e sta commettendo un genocidio contro i palestinesi.”

Il rapporto di B’Tselem si basa su una serie di interviste con abitanti di Gaza e su rapporti di organizzazioni per i diritti umani, agenzie ONU, inchieste giornalistiche e opinioni di esperti internazionali. Riguardo ai dati sulle vittime il rapporto si basa sulle cifre del ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas.

Gli autori del rapporto notano che questi dati “sono universalmente considerati attendibili e sono stati adottati da numerose organizzazioni e ricercatori. Oltretutto sono generalmente considerati prudenziali rispetto al reale numero di vittime provocate dall’attacco (israeliano).”

Gli autori citano anche uno studio pubblicato a febbraio dalla rivista medica The Lancet, che ha rilevato come la speranza di vita durante il primo anno di guerra a Gaza sia caduta del 51% per gli uomini e del 38% per le donne, con l’età media di morte che ha raggiunto i 40 anni per gli uomini e i 47 per le donne.

Il rapporto include anche testimonianze estremamente strazianti di gazawi, compresa quella di una madre che ha visto i due figli e il marito schiacciati da un carrarmato, un padre che ha visto il figlio bruciato vivo e un paramedico che è stato obbligato ad abbandonare in un’ambulanza bombardata vari corpi, tra cui una donna e un neonato agonizzanti. Secondo il rapporto quando è tornato il giorno dopo il paramedico ha scoperto che cani randagi avevano mangiato parti dei cadaveri, ma il neonato era sopravvissuto.

Il rapporto include anche la testimonianza di Muhammad Ghrab, un abitante di Gaza City sfollato a Muwasi, a est di Khan Younis, nel sud della Striscia. In un racconto per B’Tselem Ghrab ha descritto un bombardamento aereo israeliano a cui ha assistito il 13 luglio 2024. L’attacco, che secondo Israele aveva preso di mira due importanti miliziani di Hamas, compreso Muhammed Deif [uno dei principali capi militari di Hamas, più volte preso di mira da Israele, ndt.], è consistito in due bombardamenti successivi ed è stato il più letale ad al-Mawasi durante quel periodo, uccidendo 90 gazawi e ferendone altri 300.

“Improvvisamente si è formato un anello di fuoco,” racconta Ghrab. “Il cielo era completamente coperto di nubi, polvere e terra. La gente ha iniziato a correre in ogni direzione […] Quando siamo entrati nelle tende rimaste in piedi abbiamo visto che erano piene di corpi, per lo più di donne e bambini.”

“Quello che abbiamo visto quel giorno, in quel momento, era come l’incarnazione della follia,” afferma. “Qualcosa di inconcepibile. Sembrava che pezzi di inferno fossero piovuti in terra. È davvero impossibile descriverlo. Mancano le parole. Non possono trasmettere gli orrori a cui abbiamo assistito. Quello che sto descrivendo è solo una piccola parte dell’orrore che è avvenuto […] Da quel giorno ho sempre paura. Continuo ad aspettarmi che le tende vengano bombardate e che io e la mia famiglia moriamo in un attacco simile.”

Gli autori del rapporto notano anche che l’alto numero di vittime a Gaza ha creato “la maggior crisi di orfani della storia contemporanea,” evidenziando che circa 40.000 minori hanno perso uno o entrambi i genitori e che il 41% delle famiglie ora si prende cura dei figli di altri.

Inoltre mettono in rapporto quelli che descrivono come atti genocidari di Israele a Gaza con l’incremento della violenza contro i palestinesi in Cisgiordania e persino all’interno di Israele, manifestando la profonda preoccupazione che il genocidio possa estendersi ad altre aree in cui vivono i palestinesi.

“Questo è il momento di salvare quelli che non sono ancora stati persi per sempre e usare ogni mezzo a disposizione in base al diritto internazionale per fermare il genocidio israeliano dei palestinesi,” conclude [il rapporto].

Un altro rapporto reso pubblico lunedì da Physicians for Human Rights –Israel presenta un’analisi giuridica degli aspetti dell’attacco israeliano contro Gaza relativi alla salute. Questo rapporto conclude che Israele sta commettendo il crimine di genocidio come definito dalla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio.

“Le prove dimostrano la deliberata e sistematica distruzione dei sistemi sanitari e vitali di Gaza attraverso attacchi mirati contro ospedali, intralcio al soccorso sanitario e alle evacuazioni e l’uccisione e detenzione di personale sanitario,” afferma il rapporto di PHRI.

Il rapporto aggiunge che le azioni di Israele “non sono connesse al conflitto ma parte di una politica deliberata che prende di mira i palestinesi come gruppo.”

PHRI identifica tre “azioni principali” che corrispondono ad altrettante azioni principali definite nella Convenzione sul Genocidio: “Uccidere membri di un gruppo, provocare loro gravi danni fisici e mentali e infliggere deliberatamente condizioni di vita concepite per determinare la distruzione parziale o totale del gruppo.”

“Nonostante sentenze legali internazionali, Israele non ha rispettato i suoi obblighi e la loro applicazione a livello internazionale rimane debole,” afferma il rapporto, aggiungendo che “PHRI sollecita le istituzioni internazionali e gli Stati a rispettare il loro obbligo di porre fine al genocidio in base all’Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.” Afferma che “l’organizzazione chiede anche alle comunità internazionali della salute e dei diritti umani di agire, in quanto la distruzione del sistema sanitario di Gaza non è solo una violazione delle leggi ma una catastrofe umanitaria che richiede un’urgente solidarietà e una risposta a livello mondiale.”

Finora numerose organizzazioni ed esperti di diritto hanno concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Tra quanti sono giunti a questa conclusione ci sono Amnesty International, il Centro Europeo per i Diritti Umani, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani e Medici Senza Frontiere. Anche Human Rights Watch ha affermato in un rapporto che Israele sta commettendo il crimine di sterminio che può rappresentare un genocidio.

Sono arrivati a queste conclusioni anche vari giuristi e studiosi di genocidio israeliani, compresi tra gli altri gli esperti in Olocausto e genocidio Daniel Blatman, Omar Bartov, Shmuel Lederman, Amos Goldberg e Raz Segal, il giurista Itamar Raz e gli storici Lee Mordechai e Adam Raz.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Escrementi di soldati israeliani nelle pentole: quando l’IDF si è impossessato di centinaia di case in Cisgiordania

Amira Hass

28 luglio 2025 – Haaretz

Durante la guerra di Israele con l’Iran l’esercito ha occupato circa 250 case ed appartamenti in tutta la Cisgiordania, convertendoli in basi improvvisate e centri di interrogatori. Quando i soldati se ne sono andati gli abitanti sono tornati nelle case ridotte nel caos

Porte scardinate, armadi rotti, scaffali ribaltati col loro contenuto sparso sul pavimento, bagni sudici, serbatoi rotti, mucchi di vestiti e materassi in disordine e coperte imbrattate di feci – è questo lo scenario che ha accolto la famiglia Amouri quando è tornata nella sua casa a Balata, il più grande campo profughi della Cisgiordania. Erano stati costretti ad andarsene dopo che soldati israeliani avevano trasformato casa loro in una base temporanea.

Ho dovuto far andare la lavatrice per 24 ore consecutive”, afferma Dalal Amouri, la madre della famiglia. “Ho dovuto buttar via alcuni vestiti, erano troppo sporchi. Abbiamo trovato della carne presa dal freezer e buttata sul pavimento. Il bagno era così sporco che non potevamo nemmeno entrarci.”

La loro casa non era l’unica in quelle condizioni. Nelle ultime due settimane di giugno, durante la guerra Israele-Iran, l’esercito ha occupato circa 250 case e appartamenti nei campi profughi, nei villaggi e in alcuni quartieri delle città in tutta la Cisgiordania. In queste case abitano almeno 1.350 persone. La maggior parte di loro sono state scacciate, di solito in piena notte. In alcuni casi l’esercito è rimasto nelle case solo per qualche ora; nella maggior parte dei casi l’occupazione è durata ovunque dai due agli 11 giorni.

In questi periodi i soldati hanno condotto brevi incursioni nelle case vicine. Interi villaggi o specifici quartieri al loro interno sono stati sottoposti a coprifuoco o a severe restrizioni di movimento.

Solo poche delle case occupate erano vuote. In alcuni casi le famiglie sono state confinate in una sola stanza mentre soldati armati controllavano la porta. Più spesso gli abitanti sono stati costretti ad andarsene tutti e l’esercito ha usato le case come basi e, in molti casi, come centri di detenzione e interrogatorio per decine di uomini.

I soldati hanno strappato strisce di vestiti per usarle per bendare i detenuti”, dice Subhiya Hamadeh, anche lei abitante di Balata. Uno dei suoi vicini, che è stato arrestato, le ha detto di essere stato chiuso in una toilette con altre sei o sette persone per due o tre ore prima di essere interrogato e rilasciato.

L’esercito israeliano da lungo tempo è solito convertire le case in postazioni militari, avamposti e postazioni di cecchini. Ma l’occupazione di un così gran numero di case simultaneamente in così tante zone della Cisgiordania è un fatto senza precedenti. Secondo un rapporto preliminare dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) e informazioni ottenute da Haaretz, la maggior parte delle case coinvolte, circa 150, si trovavano in cittadine e villaggi del distretto di Jenin e circa 800 persone hanno dovuto abbandonarle.

In base allo stesso rapporto a Hebron, compresa l’area H2 (sotto totale controllo israeliano), l’esercito ha occupato almeno 25 unità residenziali e il tetto di una scuola. In quelle proprietà vivevano circa 300 persone.

In ciascuna casa occupata si sono posizionati decine di soldati. Secondo testimonianze raccolte dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, da ricercatori dell’ONU e da Haaretz, le famiglie che sono tornate a casa hanno trovato i loro effetti personali rotti, i mobili rovesciati o distrutti e le porte scardinate. Materassi, lenzuola e coperte erano stati usati o insudiciati. Alcuni hanno raccontato che prodotti per l’igiene e cibo sono stati consumati o danneggiati.

Alcune famiglie hanno riferito che la loro riserva di acqua era stata completamente consumata. A causa delle quote di acqua imposte da Israele, le municipalità e le compagnie palestinesi le forniscono ai quartieri a rotazione e le famiglie le immagazzinano in taniche sul tetto. Ad altezze maggiori o nei mesi estivi spesso le famiglie devono comprare l’acqua dalle cisterne a un prezzo tre volte superiore a quello comunale. “Non abbiamo trovato neanche una goccia d’acqua nelle nostre taniche sul tetto”, afferma Dalal Amouri.

La famiglia Amouri ha documentato tutto al momento del suo ritorno: “Abbiamo saputo dai vicini che quando sono andati via, la notte del 19 giugno, i soldati hanno dato fuoco alla loro immondizia proprio fuori alla nostra porta d’ingresso”, dice Ahmed, il figlio di Dalal. “Se le squadre di difesa civile (i vigili del fuoco) non fossero arrivate in fretta l’intera casa sarebbe bruciata.”

All’interno la famiglia ha scoperto una decina di ventilatori elettrici che i soldati avevano raccolto dalle case dei vicini. Quando Ahmed li ha riportati ai loro proprietari un vicino gli ha riferito che un soldato aveva detto: ‘Avete l’aria condizionata, non avete bisogno dei ventilatori.’”

Il figlio di Ahmed, di due anni, ha visto i soldati ed è scoppiato a piangere, chiedendo di giocare con uno dei loro fucili. “Tutti i nostri figli sanno che cosa sono le armi,” afferma Ahmed. Sua madre aggiunge: “La prima parola che dicono i nostri bambini è ‘takh’, sparare. Eravamo abituati a conoscere gli ebrei e volevamo vivere con loro. Ma i piccolini? Loro conoscono solo quelli che sparano.”

Come altre, anche la famiglia Amouri riferisce che mancavano oggetti di valore: due anelli d’oro, sei orologi costosi (i più economici li hanno trovati buttati a terra), pietre preziose, una penna d’oro e dei profumi.

In alcune case con contatori elettrici prepagati, una volta esaurito il credito i soldati pare abbiano chiamato le famiglie sfollate chiedendo loro di ricaricare da remoto il conto in modo che i soldati potessero continuare ad usare l’elettricità.

Diversi testimoni hanno descritto scene di immondizia e sudiciume abbandonati – compresi escrementi dentro a pentole e sulle coperte e bottiglie piene di urina sul pavimento. I palestinesi (e chi scrive questo articolo) hanno riscontrato per la prima volta queste pratiche durante la seconda Intifada in Cisgiordania e nuovamente durante la guerra del 2009 a Gaza.

In ogni casa le famiglie hanno impiegato giorni per pulire e rimuovere i rifiuti dopo che i soldati se ne sono andati. Come gli Amouri, altre famiglie hanno riferito di furti di denaro, gioielli e oggetti personali.

Una bandiera israeliana su un cavo elettrico”

La ricerca di Haaretz ha scoperto che le prime case occupate dall’esercito israeliano durante l’operazione di giugno erano nel villeggio di Nazlet Zeid, parte del governatorato di Jenin. Nel pomeriggio di venerdì 13 giugno le jeep dell’esercito sono entrate nel villaggio e i soldati hanno ordinato agli abitanti di due ville di evacuare “entro dieci minuti”.

Secondo il consiglio del villaggio i soldati sono rimasti 11 giorni, durante i quali il villaggio è stato sotto coprifuoco. Secondo i dati del Dipartimento Affari Negoziali (NAD) dell’OLP a Zeita, parte del governatorato di Tulkarem, i soldati sono restati in tre case per 10 giorni, fino al 24 giugno. Nella cittadina di Ya’bad tra il 24 e il 25 giugno tre case sono state trasformate in postazioni militari, mentre i soldati hanno fatto irruzione in 113 case durante un coprifuoco imposto sulla cittadina.

In base ai dati di B’Tselem e dei Comitati di Servizi Popolari dei campi (PSC) nei campi profughi di New Askar e Balata, nell’area di Nablus, l’esercito ha occupato almeno 24 case. Il 16 giugno alle 2 di notte massicce forze militari sono entrate a New Askar, che ospita circa 6.500 abitanti. Membri dei PSC hanno riferito a Haaretz che i soldati sono arrivati a piedi dalla direzione della colonia Elon Moreh ad est, mentre altri sono entrati su veicoli attraverso i due principali ingressi del campo.

Oltre a sette appartamenti residenziali l’esercito ha occupato anche un edificio pubblico che ospita gli uffici dei PSC.

Abbiamo saputo dai vicini che i soldati erano nell’edificio ed hanno anche issato una bandiera israeliana su uno dei cavi elettrici”, ha detto Talal Abu Kishek. Quando due giorni dopo i soldati sono andati via si sono lasciati dietro “incredibili quantità di immondizia. Sudiciume dovunque”, afferma.

Il suo collega Mohammed Abu Kishek aggiunge: “Evidentemente i soldati hanno utilizzato tutto ciò che potevano per sedersi o sdraiarsi, anche le barelle che tenevamo di scorta. Tre porte sono state scardinate e tutti i nostri documenti sparpagliati. Ci è voluta una settimana per riorganizzare tutto.”

Durante quei due giorni i soldati hanno fatto irruzione in circa 100 case del campo.

Nella casa di Khadijah e A’atef Kharoushi, a New Askar, 12 membri di una famiglia vivono sotto lo stesso tetto. Secondo Khadijah “i soldati sono arrivati appena prima della chiamata per la preghiera del mattino. Ci hanno buttati fuori casa. Siamo andati dai vicini, ma i soldati non ci hanno lasciati stare neanche là.”

Allora hanno chiesto che suo marito telefonasse al loro figlio, che abita a Nablus, dicendogli di venire subito. È arrivato con sua moglie e i loro quattro figli. I soldati hanno interrogato lui, uno dei figli e un altro dei nipoti dei Kharoushi.

Il nipote dice a Haaretz che gli hanno chiesto di qualcuno che era stato ucciso dai soldati. “Dato che non sapevo rispondere il soldato mi ha picchiato”, afferma.

Come ad altre famiglie di Askar, ai Kharoushi è stato ordinato di lasciare il campo.

Siamo tornati solo quando i vicini ci hanno detto che i soldati erano andati via”, dice A’atef, conosciuto anche come Abu al Abed. “Quel che abbiamo dovuto buttar via dalla casa avrebbe potuto riempire un camion intero. Abbiamo anche gettato i materassi che hanno usato. Hanno scardinato tre porte. Hanno usato tutto quel che potevano, in cucina e nel bagno.”

Lui e sua moglie si sono risparmiati le scene del sudiciume: “Mio figlio e i suoi amici sono venuti a pulire prima che ci fosse permesso di rientrare”, racconta.

Si è riscontrata la mancanza di qualche centinaio di shekel e di un cardellino in gabbia – anche se Abu al-Abed si astiene dall’incolpare direttamente i soldati. Tuttavia una cosa che tutti hanno notato è il modo in cui sono stati trattati gli animali di casa. “Si sono presi cura del cavallo, delle colombe e delle galline che teniamo fuori dalla casa,” sostiene. “I vicini li hanno visti uscire a dargli da mangiare.”

Anche Abd al-Rahim Amouri, un ex dipendente dell’ospedale governativo di Nablus, ha notato che i soldati hanno trattato con cura i conigli della sua famiglia, che stavano sul tetto della loro casa a Balata. “Eravamo preoccupati per loro, ma quando siamo tornati abbiamo visto che i soldati gli avevano dato cibo e acqua”, dice.

Il modo in cui i soldati hanno trattato la casa e i suoi abitanti è stata tutt’altra cosa.

Quando la mattina presto del 18 giugno hanno cominciato a colpire e prendere a calci la porta gli sono andato incontro”, ricorda Amouri. “Ho chiesto a loro di entrare con calma. Ho cercato di essere ragionevole, di dialogare. Gli ho persino offerto un caffè.”

Ma i soldati sono entrati in modo aggressivo e hanno iniziato a distruggere gli oggetti della casa.

Forse era la prima volta che facevano una cosa del genere e sentivano di dover dimostrare qualcosa”, dice Amouri, aggiungendo che l’ufficiale responsabile ha cercato di calmare i soldati.

Ha chiesto come stavo. Gli ho detto: ‘Mi avete cacciato da casa mia sia 20 anni fa che 50 anni fa. Avete espulso la mia famiglia 78 anni fa. Come pensi che mi senta?’”

Una delle prime cose che i soldati hanno fatto è stata appendere una bandiera israeliana fuori dalla porta d’ingresso. Suo figlio Ahmed ricorda che cosa è successo dopo: “Ci hanno dato due opzioni: o restare tutti noi 13 chiusi insieme in una stanza per 72 ore oppure lasciare la casa.”

Dove andrò?”

In un’altra casa a Balata di proprietà della famiglia Hamadeh, in cui 17 persone vivono su due piani, i soldati israeliani hanno preso il controllo dell’edificio alle 3 di notte di mercoledì 18 giugno.

Abbiamo sentito suonare il campanello della porta. Ho detto a mio marito che c’era l’esercito. Eravamo appena usciti dalla stanza quando hanno sfondato la porta ed erano già dentro”, racconta Subhiya, in origine Haj Yahya, nativa della città del triangolo [la zona in cui si concentrano i palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] di Taybeh, nella Cisgiordania israeliana, che ha parlato ai soldati in ebraico.

A quanto dice, un soldato ha dato un pugno in faccia a suo marito Ali. Decine di soldati hanno invaso la casa. Alcuni erano mascherati, altri no. “C’era un giovane soldato al piano terra e uno più anziano è salito al secondo piano”, afferma.

Ali, che ha lavorato per 21 anni in una lavanderia a Herzliya [città costiera israeliana, ndt.], capiva tutto quello che dicevano i soldati.

Quando sono entrati si sono rivolti a me dicendo: ‘Ascolta, dovete lasciare la casa.’ Io ho chiesto: ‘Dove dovrei andare?’ Uno di loro ha detto: ‘Andate dove volete, tornate venerdì.’ Io ho detto: ‘Lasciatemi portare qualcosa con me.’ L’ufficiale ha detto: ‘Veloci, veloci, avete due minuti.’ Io ho detto: ‘Che cosa intendete? I bambini sono di sopra’. Lui mi ha detto: ‘Vieni con me dai bambini’.

Quando Ali è andato di sopra alcuni dei figli e dei nipoti dormivano ancora. Afferma di aver visto un ufficiale dare un calcio in testa col piede ad una delle sue nipoti addormentate. Ali ha svegliato con gentilezza i bambini dicendo loro di non aver paura e di portarsi via un cambio di vestiti. Sua moglie, ancora al piano di sotto, li ha sentiti piangere.

Quando la famiglia è uscita nell’oscurità una telecamera di sorveglianza ha filmato il momento: il bagliore dei fari della jeep militare, soldati armati posizionati lungo la stradina accanto a porte di ferro chiuse – e nel centro uno dei figli di Subhiya e Ali con due dei loro nipoti, uno dei quali con un gatto in braccio.

I soldati hanno lasciato la casa giovedì alle 22. La famiglia è tornata il mattino seguente presto, venerdì, dopo aver passato la notte distribuita in tre case vicine fuori dal campo.

Stiamo ancora soffrendo per la presenza dei soldati qui”, ha affermato Ali ad Haaretz due settimane fa. “Ci hanno rubato del cibo. Abbiamo trovato topi in casa. Dopo qualche giorno abbiamo iniziato a sentire prurito. Sono venuti degli operatori dell’UNRWA ed hanno disinfestato le nostre camere da letto.”

Da un armadietto che appartiene alla sorella di Ali, che abita con loro, sono spariti 3.000 shekel [circa 700 euro]. Il denaro era stato messo da parte per un’organizzazione di beneficenza di cui lei fa parte e doveva essere distribuito a persone bisognose. Fortunatamente la famiglia era riuscita a portare con sé i gioielli d’oro quando è stata cacciata.

Quando Haaretz ha chiesto all’esercito quanti edifici e appartamenti sono stati convertiti in basi militari temporanee, il portavoce ha rifiutato di rispondere direttamente. Invece l’ufficio ha rilasciato la seguente dichiarazione:

In accordo con le direttive del comando ed entro i limiti consentiti dalla legge, le forze dell’IDF hanno temporaneamente preso possesso di diverse proprietà, inclusi edifici e case privati, per brevi periodi di tempo. Queste azioni sono state condotte per chiari motivi operativi, seguendo le corrette procedure e con l’approvazione degli ufficiali autorizzati, impegnandosi a ridurre al minimo per quanto possibile la perturbazione della vita quotidiana degli abitanti.

L’IDF non è a conoscenza di denunce di danni alla proprietà, comportamenti anti-igienici, uso improprio di beni privati o danni fisici agli abitanti. Se fossero inoltrate specifiche denunce, comprendenti informazioni dettagliate circa luoghi e tempi, esse verranno accuratamente esaminate. Simili incidenti sono in contraddizione con i valori dell’IDF e, se risultasse che siano avvenuti, saranno trattati con severità.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)