L’iconica “Voce della Palestina” di Al Jazeera uccisa durante un raid israeliano

Ali Abunimah – 11 maggio 2022

ElectronicIntifada

Mercoledì mattina Shireen Abu Akleh , corrispondente di Al Jazeera, è stata colpita a morte da uno sparo durante un raid israeliano nella Cisgiordania occupata, provocando shock e rabbia in Palestina e in tutta la regione.

“Un crimine tragico e deliberato che viola tutte le leggi e le norme internazionali, le forze di occupazione israeliane hanno assassinato a sangue freddo la nostra corrispondente Shireen Abu Akleh”, ha affermato la rete con sede in Qatar.

Israele inizialmente ha incolpato i palestinesi della morte di Abu Akleh, ma in seguito ha ritrattato l’affermazione.

La sua morte è stata annunciata dal Ministero della Salute palestinese poco dopo la diffusione di video online che mostravano il suo corpo inerte mentre veniva caricato su un’auto e portato via.

Il sito web in lingua inglese della rete ha riferito che la corrispondente veterana “è stata colpita mercoledì da un proiettile mentre seguiva in diretta i raid israeliani nella città di Jenin ed è stata portata d’urgenza in ospedale in condizioni critiche, secondo il Ministero e i giornalisti di Al Jazeera”.

Quando è stata uccisa Abu Akleh, palestinese con cittadinanza statunitense, indossava il giubbotto della stampa e un casco. Aveva 51 anni.

Un altro giornalista, Ali Samoudi, è stato colpito alla schiena durante lo stesso scontro ed è stato riferito che si trova in condizioni stabili.

Nelle interviste rilasciate dal suo letto d’ospedale, Samoudi ha insistito sul fatto che i giornalisti fossero stati deliberatamente presi di mira dalle forze israeliane e che al momento non c’era nessuna azione di fuoco da parte dei palestinesi contro i soldati israeliani.

Samoudi ha detto che i giornalisti si trovavano in uno spazio aperto e dunque erano chiaramente visibili ai soldati. Ha detto che non c’era alcun palestinese combattente o civile nella zona, solo soldati israeliani.

“Stavamo per filmare l’operazione dell’esercito israeliano e all’improvviso ci hanno sparato senza chiederci di andarcene o interrompere le riprese”, ha detto Samoudi. “Il primo proiettile ha colpito me e il secondo proiettile ha colpito Shireen… non c’era alcuna resistenza militare palestinese sul posto”.

Anche Shatha Hanaysha, un’altra giornalista che si trovava proprio accanto ad Abu Akleh, ha affermato che non erano in corso scontri tra combattenti palestinesi ed esercito israeliano e ha affermato che i giornalisti sono stati intenzionalmente presi di mira.

“Eravamo quattro giornalisti, tutti indossavamo giubbotti, tutti indossavamo caschi”, ha detto Hanaysha ad Al Jazeera. “L’esercito di occupazione [israeliano] non ha smesso di sparare neanche quando si è accasciata. Non potevo nemmeno allungare il braccio per tirarla via a causa degli spari. Era evidente che l’esercito sparava per uccidere”.

Al Jazeera ha trasmesso il video di una persona con indosso un giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” e un elmetto che giaceva immobile a terra, affermando che si tratta della scena finale dell’omicidio di Abu Akleh.

Si può vedere un’altra persona con indosso lo stesso abbigliamento accovacciata nelle vicinanze, mentre i palestinesi si avvicinano per prestare assistenza.

Israele si rimangia il tentativo di incolpare i palestinesi

Israele ha ammesso che i suoi soldati erano entrati nel campo profughi di Jenin alla ricerca di quelli che definisce “sospetti terroristi”.

I raid quasi quotidiani delle forze di occupazione israeliane in tutta la Cisgiordania provocano regolarmente feriti e morti tra i palestinesi.

Ma Tel Aviv è subito passata all’offensiva, negando la responsabilità per la morte di Abu Akleh.

Il primo ministro Naftali Bennett ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma: “Sembra probabile che dei palestinesi armati – che al momento stavano sparando indiscriminatamente – siano i responsabili della sfortunata morte della giornalista”.

Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid, Bennett ha basato la sua affermazione su un video girato da palestinesi e condiviso sui social media.

Nel video si sente una voce che dice in arabo: “Hanno colpito un soldato, è sdraiato a terra”.

Il Ministero degli Esteri israeliano ha condiviso un’altra clip che mostra un uomo in uno stretto vicolo che spara con un’arma automatica. Il Ministero ha ribadito l’affermazione secondo cui i palestinesi “sparando indiscriminatamente avrebbero probabilmente colpito” Abu Akleh.

I sottotitoli nel video del Ministero degli Esteri non corrispondono al suo audio, e sembrano presi dal video condiviso da Ravid.

L’esercito israeliano ha condiviso lo stesso video.

Niente nei due video sembra collegato alla morte di Abu Akleh. L’obiettivo immediato di Israele sembra essere stato quello di sollevare abbastanza polvere da evitare titoli compromettenti e seminare dubbi su ciò che era realmente successo.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha detto che il suo operatore sul campo a Jenin “ha documentato il luogo esatto in cui ha sparato il palestinese armato ripreso nel video diffuso dall’esercito israeliano, così come il luogo esatto in cui è stata uccisa la giornalista Shireen Abu Akleh. “

In base a questa indagine, il gruppo ha concluso che il video degli “spari palestinesi diffuso dall’esercito israeliano non può essere quello dello sparo che ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh”.

Israele ha una lunga storia di utilizzo di video e immagini false o dati fuori contesto per eludere la responsabilità delle proprie azioni.

Israele in seguito ha ritirato le accuse contro i palestinesi, e il capo dell’esercito Aviv Kohavi ha affermato: “Al momento non è possibile determinare da quali proiettili sia stata uccisa Abu Akleh”.

Kohavi ha detto che l’esercito israeliano aprirà un’indagine interna per “chiarire i fatti e presentarli in toto il prima possibile”.

Nel frattempo Itamar Ben-Gvir, un deputato israeliano di estrema destra noto per aver elogiato la violenza contro i palestinesi, ha giustificato l’omicidio di Abu Akleh.

“Quando a Jenin i terroristi sparano sui nostri soldati, loro devono rispondere al fuoco con la massima forza, anche se nella zona ci sono ‘giornalisti’ di Al Jazeera che spesso stanno deliberatamente in mezzo alla battaglia e disturbano i soldati”, ha twittato Ben-Gvir.

“Secondo quanto riferito, è finita nel fuoco dei terroristi”, ha anche affermato Ben-Gvir, “E comunque pieno appoggio agli eroici soldati dell’esercito israeliano”.

Gli Stati Uniti chiedono un’indagine

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Thomas Nides si è detto “molto triste nell’apprendere della morte della giornalista americana e palestinese” Abu Akleh.

“Incoraggio un’indagine approfondita sulle circostanze della sua morte e del ferimento di almeno un altro giornalista oggi a Jenin”, ha aggiunto Nides.

Il tono gentile contrasta con la reazione dei funzionari statunitensi quando a marzo in Ucraina è stato ucciso il regista americano Brent Renaud.

Sebbene le circostanze dell’omicidio di Renaud non fossero chiare, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price aveva immediatamente denunciato quello che definiva un “raccapricciante esempio delle azioni indiscriminate del Cremlino”.

A febbraio, il Dipartimento di Stato aveva chiesto a Israele di condurre una “approfondita indagine penale” dopo che il mese precedente i soldati israeliani avevano attaccato Omar Assad, un anziano palestinese americano, lasciandolo senza vita.

Alla richiesta degli Stati Uniti di indagare sull’omicidio di Assad ha fatto seguito una rapida indagine interna israeliana che si era conclusa con un lieve rimprovero ai tre soldati coinvolti.

Washington, che fornisce a Israele miliardi di dollari di armi ogni anno, non ha mai dato seguito alle sue richieste con sanzioni che sanciscano la responsabilità di Israele.

Sistema di insabbiamento

“Non credo che l’abbiamo uccisa noi”, ha detto Ran Kochav, portavoce dell’esercito israeliano, all’emittente pubblica Kan.

Abbiamo proposto ai palestinesi di aprire una rapida indagine congiunta. Se l’abbiamo davvero uccisa, ci assumeremo la responsabilità, ma non sembra sia così”.

Va detto che le indagini interne di Israele nascondono sistematicamente i crimini dei soldati dell’occupazione contro i palestinesi.

Nel 2016, B’Tselem ha annunciato che avrebbe smesso di collaborare alle indagini militari israeliane, che ha definito un “sistema di insabbiamento”.

L’autorevole associazione israeliana per i diritti umani ha aggiunto che 25 anni di denunce infruttuose a nome dei palestinesi “ci hanno portato alla consapevolezza che non ha più senso perseguire la giustizia e difendere i diritti umani lavorando con un sistema la cui vera funzione consiste nella capacità di continuare a coprire con successo atti illegali e proteggere i colpevoli”.

Continui attacchi ai giornalisti

Alla notizia della sua morte molti utenti dei social media hanno pianto l’omicidio di Abu Akleh come il mettere a tacere la “Voce della Palestina”.

Abu Akleh lavorava ad Al Jazeera dal 1997. I suoi reportage sono noti a decine di milioni di persone in tutto il mondo arabo. Era molto rispettata tra i colleghi palestinesi e internazionali.

Nonostante ora neghi la propria responsabilità, Israele ha una lunga storia di ferimenti e uccisioni di giornalisti e operatori dei media.

Le forze israeliane hanno attaccato i giornalisti che seguivano la Grande Marcia del Ritorno, le proteste di massa disarmate a Gaza iniziate nel 2018.

Due giornalisti, Yaser Murtaja e Ahmad Abu Hussein, sono stati uccisi e altre decine sono stati feriti.

Durante la campagna di bombardamenti su Gaza l’anno scorso, Israele ha deliberatamente preso di mira gli edifici che ospitavano quasi tutti gli uffici dei media locali e internazionali.

Israele, che si vanta dell’abilità della sua intelligence, ha in seguito assurdamente affermato di non avere idea che nell’edificio fossero ospitate le principali organizzazioni dei media mondiali.

Quasi un anno fa, gli aerei da guerra israeliani hanno raso al suolo un edificio che ospitava gli uffici dell’Associated Press e di Al Jazeera.

Israele ha affermato che l’edificio era in uso all’intelligence militare di Hamas, ma non ha mai offerto alcuna prova.

Un raid aereo israeliano ha ucciso anche il giornalista Yousif Abu Hussein, 32 anni, nel suo appartamento a Gaza City. Era un popolare giornalista della radio Voice of Al-Aqsa.

Reporter senza frontiere lo scorso maggio ha dichiarato di “condannare l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele contro i giornalisti, che in nessun caso dovrebbero essere trattati come parti del conflitto armato”.

E il mese scorso la Corte penale internazionale ha ricevuto una denuncia per presunti crimini di guerra contro giornalisti commessi dalle forze di occupazione israeliane.

Per la Federazione internazionale dei giornalisti la denuncia riguarda l’aver preso ” sistematicamente di mira” quattro operatori dei media palestinesi “uccisi o mutilati dai cecchini israeliani mentre seguivano le manifestazioni a Gaza”,.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], appena uscito da Haymarket Books e di  One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Un solo paese: una proposta coraggiosa per por fine all’impasse israelo-palestinese].

Tamara Nassar ha contribuito alla ricerca.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un ministero palestinese vari palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane

1 Marzo 2022 – Al Jazeera

Il ministero palestinese della Sanità ha affermato che una persona è stata uccisa a Beit Fajar e altre due a Jenin, nella Cisgiordania occupata.

Il ministero palestinese della Sanità ha affermato che tre palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane in due differenti incidenti nella Cisgiordania occupata.

Martedì il ministero ha affermato che Ammar Shafiq Abu Afifa è stato ucciso dalle “forze israeliane di occupazione che gli hanno sparato vicino alla città di Beit Fajar”.

Quando l’agenzia di notizie AFP ne ha chiesto conto, sul momento l’esercito israeliano non ha commentato.

Wafa, l’agenzia di notizie palestinese ufficiale, ha riferito che Afifa era un abitante del campo per rifugiati Al-Aroub a nord di Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Secondo la polizia di frontiera israeliana e le autorità sanitarie palestinesi, martedì prima dell’alba in un’altra circostanza, dopo essere finite sotto il fuoco durante un arresto nel nord della Cisgiordania, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi.

La polizia di frontiera israeliana ha affermato che agenti e polizia sotto copertura sono entrati nel campo profughi di Jenin per arrestare un sospetto “ricercato per attività terroristica”.

La polizia ha affermato che “dopo l’arresto del sospetto, non appena le forze hanno lasciato la casa, è stato aperto un intenso fuoco da molteplici direzioni e le forze sotto copertura operanti sulla scena hanno risposto con una fitta sparatoria”.

La polizia ha affermato che, quando gli agenti hanno raggiunto i loro veicoli, un altro assalitore ha sparato alle forze dell’ordine “che hanno risposto con fuoco preciso”.

Il ministero palestinese della Sanità ha affermato che due uomini sono stati uccisi nel combattimento. Wafa li ha identificati come Abdullah al-Hosari, di 22 anni e 3, di 18.

Wafa ha riferito che le truppe hanno arrestato Imad Jamal Abu al-Heija, un prigioniero che era stato liberato.

L’agenzia di notizie ha affermato che l’uccisione dei due palestinesi ha provocato a Jenin una “manifestazione imponente ed irata”.

Forza eccessiva

Le uccisioni sono avvenute a poco più di una settimana di distanza da quando un ragazzo quattordicenne, Mohammed Shehadeh, è stato ucciso dalle forze di sicurezza israeliane nella città di Al-Khader in Cisgiordania.

Organizzazioni per i diritti umani palestinesi e internazionali hanno a lungo condannato ciò che sostengono sia un uso eccessivo della forza da parte delle forze israeliane.

B’Tselem, una organizzazione israeliana per i diritti umani, ha affermato che lo scorso anno ha registrato 77 morti palestinesi per mano delle forze israeliane. Più della metà degli uccisi non erano implicati in nessun attacco, ha aggiunto.

Il mese scorso, Amnesty International in un nuovo rapporto ha sostenuto che Israele sta mettendo in atto “il crimine di apartheid contro i palestinesi” e che deve essere ritenuto responsabile perché li tratta come un “gruppo razziale inferiore”.

Israele ha occupato la Cisgiordania e Gerusalemme Est dopo la guerra del 1967 in Medioriente.

Le colonie israeliane costruite nel terrritorio palestinese sono considerate illegali dal diritto internazionale. Oggi tra 600.000 e 750.000 coloni israeliani vivono in almeno 250 colonie nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Nove mesi di proteste contro un nuovo avamposto coloniale: sette morti e decine di feriti nella cittadina di Beita

28 febbraio 2022 – B’TSELEM

Nel maggio 2021 Israele ha realizzato una nuova colonia, conosciuta come avamposto di Evyatar, su terreni appartenenti alle città di Beita e Qabalan e al villaggio di Yatma in cima al monte (Jabal) Sabih. L’operazione è stata realizzata dal movimento di coloni Nachala [organizzazione internazionale che finanzia l’espansione coloniale nella Cisgiordania, ndtr.], con l’assistenza del Consiglio regionale della Samaria e il consenso dei militari. In precedenza, nel 2013, 2016 e 2018, dei coloni avevano tentato di impossessarsi della terra con la realizzazione di un avamposto ma ogni volta l’Amministrazione Civile aveva prontamente demolito le strutture. Questa volta Israele ha lasciato l’avamposto coloniale intatto.

Secondo un calcolo commissionato da B’Tselem [ONLUS israeliana che promuove i diritti umani nei territori occupati, ndtr.] a Kerem Navot [organizzazione che monitora e documenta la politica di espansione coloniale di Israele nella Cisgiordania, ndtr.] l’avamposto coloniale controlla un’area di 36 dunam [1 dunam = 1.000 metri quadrati]. Copre in parte dei terreni privati palestinesi e in parte un territorio che Israele considera “terreno sotto indagine”. La colonia comprende circa 50 strutture permanenti, un parco giochi, una sinagoga, un’aula per gli studi religiosi, un negozio di alimentari, una rete elettrica e strade completamente asfaltate. Secondo la sua pagina Facebook l’avamposto coloniale è stato istituito per creare un cuneo tra la città di Qabalan e il villaggio di Yatma, a sud della strada 505, e la città di Beita a nord.

All’inizio di luglio 2021 l’avamposto coloniale è stato evacuato dopo un accordo firmato fra i coloni e il governo. In base all’accordo tutte le strutture dell’insediamento sarebbero rimaste al loro posto e i coloni che vi abitavano se ne sarebbero andati, mentre il governo avrebbe esaminato lo stato del terreno. Se fosse emerso che l’avamposto avrebbe potuto essere “legalizzato” alcuni dei coloni sarebbero stati in grado di tornare e lì sarebbe stato istituito un programma di yeshiva militare (hesder) [yeshiva è un’istituzione educativa ebraica che si basa sullo studio dei testi religiosi tradizionali, hesder è un programma di yeshiva che combina studi talmudici avanzati con il servizio militare, ndtr.] Come parte dell’accordo, i militari avrebbero mantenuto una presenza permanente nell’avamposto.

Anche prima di una decisione relativa all’approvazione “legale” dell’avamposto coloniale, e da quando è stato installato, i militari hanno impedito agli agricoltori palestinesi di accedere a centinaia di dunam della loro terra adiacente. Questa restrizione riguarda circa 80 famiglie di agricoltori di Beita e Yatma.

Nell’agosto 2021 l’Alta Corte di giustizia israeliana ha respinto una petizione presentata dai proprietari terrieri palestinesi contro l’istituzione dell’avamposto, sulla base del fatto che la proprietà terriera nell’area era ancora sotto esame. L’indagine è stata completata, secondo i media, nell’ottobre 2021. Nelle ultime settimane gli organi di informazione hanno riferito che lo Stato sta valutando un “compromesso” secondo il quale la yeshiva smantellata nell’avamposto di Homesh [una delle colonie nella striscia di Gaza distrutte e abbandonate dopo il disimpegno di Israele da Gaza nel 2005, ndtr.] verrebbe ricostruita a Evyatar. Poco prima della fine del suo mandato il procuratore generale uscente ha approvato i risultati della “ricerca fondiaria” e ha accelerato le procedure di pianificazione del sito. Il governo ora può, secondo la sua logica, andare avanti con la legalizzazionedell’avamposto e fondare lì la yeshiva.

La città di Beita, sulla cui terra è stato edificato l’avamposto coloniale, si trova a sud della città di Nablus e ospita circa 9.000 palestinesi. Da quando è stato realizzato l’avamposto gli abitanti della città hanno protestato contro la sottrazione della loro terra. Tengono manifestazioni notturne alla periferia della città, nonché proteste di massa il venerdì, che includono una marcia verso l’avamposto coloniale con centinaia, e talvolta migliaia, di partecipanti. All’inizio di ogni protesta si tengono delle preghiere, di solito seguite da scontri nel corso dei quali giovani palestinesi incendiano pneumatici e lanciano pietre contro le forze di sicurezza israeliane. Queste ultime reprimono violentemente le proteste con massicce quantità di lacrimogeni scagliati intorno anche da droni e lanciabombe montati su jeep e sparano proiettili di metallo ricoperti di gomma, granate a spugna [armi antisommossa non letali, ndtr.], proiettili veri, inclusi proiettili calibro 22 sparati da cecchini.

Ad oggi, sette abitanti di Beita sono stati uccisi nel corso delle manifestazioni o nelle loro immediate vicinanze. Inoltre, secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 180 persone sono state ferite da proiettili veri, altre 1.000 circa da proiettili di “gomma” e granate a spugna, e più di 4.200 hanno avuto problemi a causa dell’inalazione di gas lacrimogeni. Un altro abitante di Beita è stato ucciso vicino alla condotta idrica della città. Un abitante di Yatma è stato ucciso durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale nel suo villaggio.

Dall’inizio delle proteste, oltre ad attuare una politica di uso letale delle armi da fuoco, le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato decine di abitanti della città. Per fiaccare i manifestanti i militari hanno chiuso per un mese e mezzo l’ingresso principale della città e le ruspe militari hanno bloccato e scavato le strade agricole che portavano ai punti chiave della manifestazione, danneggiando circa un chilometro di terrazzamenti agricoli e circa 2.000 alberi a un chilometro dall’avamposto coloniale. Il vice capo del consiglio comunale di Beita ha detto a B’Tselem che Israele ha revocato i permessi di lavoro a circa 150 residenti. I soldati hanno anche esercitato gravi violenze contro i manifestanti israeliani che sono accorsi alle manifestazioni per mostrare solidarietà ai manifestanti palestinesi e li hanno arrestati con falsi pretesti.

Evyatar è stata fondata in terra palestinese non su iniziativa privata di diversi coloni, ma come parte della politica di insediamento coloniale di Israele in Cisgiordania, con la piena collaborazione di tutte le autorità israeliane competenti. Tuttavia, lo Stato non si accontenta di appropriarsi della terra e di costruirvi una colonia. Insiste anche nel proibire agli abitanti palestinesi di protestare contro questi atti e impedisce con la forza, anche letale, qualsiasi tentativo di resistenza. Ribadiamo: la creazione di insediamenti coloniali è illegale ai sensi del diritto internazionale e la Corte Penale Internazionale dell’Aia sta attualmente indagando sulla politica di Israele in materia. La scelta di Israele di impedire agli abitanti dell’area di protestare contro la realizzazione di Evyatar, di attuare una politica di uso letale delle armi da fuoco in circostanze che non mettano in pericolo la vita dei soldati e di sostenere questa politica anche dopo che i suoi esiti fatali sono evidenti aggiunge la beffa al danno.

* Database sulla protezione dei civili dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA).

La ricercatrice sul campo Salma a-Deb’i di B’Tselem ha raccolto le seguenti testimonianze di persone che hanno assistito all’uccisione o al ferimento di abitanti della città durante le proteste:

10 dicembre 2021: L’uccisione di Jamil Abu ‘Ayash, 32 anni

Venerdì 10 dicembre 2021, verso mezzogiorno, Jamil Abu ‘Ayash (32 anni), abitante a Beita, è arrivato nell’area in cui si stava svolgendo la manifestazione quella settimana. Il sito è noto come al-Hutah e si trova a circa 700 metri dall’avamposto coloniale di Evyatar. Intorno alle 14:30 Abu ‘Ayash è stato colpito da un colpo di pistola da una distanza di 200 metri, mentre teneva in mano una fionda.

Con una testimonianza resa il 12 dicembre 2021 A.S. (33 anni), un abitante di Beita presente sul posto, ha raccontato:

Verso le 14:20 ero in piedi a parlare con alcuni ragazzi. C’erano molti soldati e agenti di polizia di frontiera sulla collina di fronte a noi, che sparavano lacrimogeni e proiettili “di gomma”. A circa 200 metri da noi c’erano una decina di soldati. I ragazzi che tiravano dei sassi erano molto lontani da loro, e i sassi non li raggiungevano nemmeno.

Ho visto che due soldati si sono uniti a loro. Sono avanzati e uno di loro si è sdraiato a terra in posizione di cecchino. Poi si è alzato, sono tornati indietro e si è ripetuta la stessa cosa. Dopo 10 minuti ho visto Jamil Abu ‘Ayash passarci accanto e fermarsi circa 50 metri oltre. Aveva in mano una fionda. Sono trascorsi solo pochi minuti, poi uno dei due soldati, che era davanti e sdraiato a terra, ha aperto il fuoco. Ho sentito diversi spari, uno dopo l’altro. Ci siamo tutti chinati o sdraiati a terra. Non appena ho alzato la testa, ho visto Jamil sdraiato a terra e ho sentito i ragazzi urlare. Alcuni di loro lo hanno prelevato e, allo stesso tempo, i soldati hanno sparato nell’area molti lacrimogeni. La testa e il viso di Jamil erano coperti di sangue.

È stato portato in ambulanza e poi in ospedale a Nablus. Sono andato in ospedale e i dottori mi hanno detto che aveva perso parte del cervello. In quel tipo di situazione, quando un ragazzo viene gravemente ferito, l’80% dei manifestanti lascia la manifestazione e va in ospedale, ed è così che i soldati riescono a fermare la manifestazione.

SH. (29 anni), abitante a Beita, è arrivato verso mezzogiorno alla preghiera, da cui è partita mezz’ora dopo la manifestazione settimanale.

In una testimonianza resa il 15 dicembre 2021 descrive quanto accaduto:

Quando siamo arrivati ​​nella zona chiamata al-Hutah, abbiamo visto molti soldati sparsi sulla collina. Di fronte a noi, a circa 150 metri di distanza, c’erano sette o otto soldati. Stavano sparando molti lacrimogeni e alcuni proiettili “di gomma”. Accanto a loro c’erano due jeep militari da cui dei soldati stavano sparando lacrimogeni con i lanciatori. I giovani hanno iniziato a scagliare pietre contro i soldati.

Verso le 14:30 ho visto due soldati a circa 200 o 250 metri da noi. Uno di loro era sdraiato a terra e l’altro gli stava mostrando dove mirare. Ci siamo nascosti dietro un muro di pietra. Dopo pochi minuti il soldato ha ripreso la posizione di cecchino. Ci siamo seduti per terra. Ho visto arrivare Jamil Abu ‘Ayash. Non l’avevo visto fino a quel momento alla manifestazione. Gli ho detto di sedersi e stare attento, poi ho sentito uno sparo ed è caduto. Era a un metro da me.

Quando mi sono avvicinato a lui, il soldato ha sparato di nuovo e ha colpito le pietre sul terrazzamento. Ho continuato ad andare verso Jamil. Aveva una ferita d’ingresso sulla fronte e una ferita d’uscita nella parte posteriore della testa.

Lo abbiamo preso e lo abbiamo portato a circa 500 metri a un’ambulanza lì in attesa. Gli agenti della polizia di frontiera ci sono corsi dietro e hanno sparato decine di lacrimogeni nella nostra direzione. Poiché i militari hanno riempito di buche le strade che portano alla collina, il punto più vicino in cui l’ambulanza poteva raggiungerci era a 500 metri. In seguito ho scoperto che era stato ucciso. Fu sepolto quel giorno nel cimitero del villaggio.

24 settembre 2021: L’uccisione di Muhammad Khabisah, 28 anni

Venerdì 24 settembre 2021, verso mezzogiorno, diverse centinaia di abitanti di Beita e dei villaggi vicini sono partiti per la preghiera e la manifestazione settimanali. Dopo le preghiere, alcuni abitanti sono avanzati per circa 800 metri verso l’avamposto, dove hanno incendiato pneumatici e lanciato pietre contro membri delle forze di sicurezza, che hanno sparato lacrimogeni e proiettili “di gomma”. Muhammad Khabisah (28 anni), un abitante di Beita, si è unito ai lanciatori di pietre.

Intorno alle 15:00 Khabisah e diversi giovani erano seduti sotto un ulivo vicino al luogo della manifestazione. A diverse decine di metri di distanza un gruppo di giovani stava lanciando pietre contro le forze di sicurezza, che si stavano riparando dietro un muro di pietra e di tanto in tanto si alzavano per sparare lacrimogeni e proiettili “di gomma” contro i giovani. Circa mezz’ora dopo un membro delle forze di sicurezza si è sdraiato davanti al muro e ha sparato diversi colpi con proiettili veri, colpendo Khabisah alla testa. È stato portato in ospedale, dove i medici non sono riusciti a rianimarlo.

In una testimonianza data al telefono a B’Tselem l’11 ottobre 2021 l’amico di Khabisah ‘A. (21 anni) riferisce ciò che è capitato quel giorno:

Venerdì 24 settembre 2021 siamo andati alla preghiera che precede la manifestazione. Dopodiché ci siamo incamminati verso l’avamposto, che dista circa 800 metri. I soldati erano sparsi in gruppi da tre a cinque. Ci siamo avvicinati a loro. Ero con Muhammad Khabisah e altri ragazzi che stavano lanciando pietre contro i soldati. I soldati hanno sparato dei lacrimogeni e si sono mossi verso di noi, allora ci siamo tirati indietro, poi di nuovo avanti, e così via. I soldati hanno sparato anche proiettili “di gomma” e alcuni giovani che non conoscevo sono stati colpiti.

Più tardi, verso le 15:30, Muhammad ed io stavamo riposando con altri sei giovani sotto un ulivo. Circa 20 o 30 giovani stavano lanciando pietre contro tre o quattro soldati che si trovavano dietro un muretto agricolo. I soldati hanno sparato proiettili veri ma non hanno colpito nessuno di noi. Eravamo tranquilli, perché i ragazzi che tiravano sassi si trovavano a diverse decine di metri da noi e i soldati erano a circa 150 metri da noi, oltre i giovani.

Poi uno dei soldati si è sdraiato a terra davanti al muretto. Uno dei giovani ci ha avvertito di stare attenti al soldato dicendo che poteva stare per uccidere qualcuno. Pochi minuti dopo ho sentito quattro o cinque spari. Mi sono abbassato e dopo che gli spari sono cessati, ho tirato su la testa. Ho visto Muhammad Khabisah sdraiato su un fianco. Gli ho sollevato la testa e ho sentito qualcosa muoversi nel suo cranio e il suo sangue coprirmi la mano. Ho gridato: “Muhammad!” Io e i ragazzi lo abbiamo preso, ma dopo pochi metri non potevo andare avanti. Non potevo credere a quello che era successo.

YH (22 anni), un abitante di Beita, è arrivato alla manifestazione verso mezzogiorno. In una testimonianza resa l’11 ottobre 2021 racconta:

Verso le 15:00 mi sono seduto con alcuni ragazzi sotto un ulivo, a circa 50 metri dai ragazzi che stavano lanciando pietre, e a circa 150 metri da tre soldati che si nascondevano dietro un muro di pietra. Quando uno dei soldati decideva di sparare lacrimogeni o proiettili “di gomma” contro i lanciatori di pietre si sporgeva dal muretto, sparava e si abbassava di nuovo. Uno dei ragazzi ha detto che aveva sete e che non c’era acqua. Muhammad Khabisah, che era appoggiato al tronco dell’albero, ha chiamato suo cugino chiedendogli di portare dell’acqua, ma alla fine non è arrivato.

Dopo circa mezz’ora, ho visto un soldato sdraiato a terra. Ho detto ai ragazzi che stava per uccidere qualcuno. Muhammad ha detto che eravamo lontani da lui. Sono passati solo pochi minuti quando ho sentito quattro o cinque spari di proiettili veri. Mi sono abbassato perché sembravano vicini. Quando ho alzato la testa, ho visto Muhammad sdraiato a terra sul fianco sinistro. Ho gridato: “Qualcuno è stato colpito, qualcuno è stato colpito”. Siamo andati da lui e abbiamo cercato di tirarlo su, e alcuni ragazzi sono venuti di corsa e ci hanno aiutato. Lo hanno portato via. Sanguinava molto dalla nuca e non si muoveva. Lo hanno portato su un’ambulanza che si trovava, che lo ha trasportato in ospedale.

6 agosto 2021: L’uccisione di ‘Imad Dweikat, 38 anni

Venerdì 6 agosto 2021, verso mezzogiorno, circa 700 abitanti di Beita e dei villaggi vicini si sono mobilitati per la manifestazione settimanale contro l’avamposto. Intorno alle 15:00 le forze di sicurezza hanno sparato contro i manifestanti da circa 300 metri di distanza, colpendo al petto ‘Imad Dweikat (38 anni) residente a Beita mentre stava bevendo una tazza d’acqua. Dweikat è stato portato in ospedale, dove poco dopo è stato dichiarato morto.

J.D. (45 anni), abitante di Beita, si è recato alla preghiera e alla successiva dimostrazione con suo fratello (49 anni). In una testimonianza resa il 12 agosto 2021, ricorda:

Quando siamo arrivati c’erano già sul posto da 600 a 700 abitanti. Alcuni di loro avevano con sè dei documenti riguardanti i terreni di cui i coloni si sono appropriati. Alcuni abitanti si sono spinti fino a 700 metri dall’avamposto coloniale. I soldati erano sparsi in gruppi di cinque o sei ai piedi della collina e stavano effettuando dei lanci massicci di lacrimogeni e granate assordanti. Successivamente hanno anche sparato proiettili “di gomma”. Diversi residenti sono rimasti feriti, incluso mio fratello, che è stato colpito alla gamba da un proiettile “di gomma” mentre cercava di prestare i primi soccorsi a un altro abitante che era stato colpito da un proiettile “di gomma” al ginocchio. Per quanto ferito, mio ​​fratello non è andato via per farsi curare. Ho visto più abitanti colpiti da proiettili “di gomma” e soffocati dal gas.

Intorno alle 15:15 le cose si sono calmate un po’. Mio fratello ed io ci siamo spostati a diverse decine di metri dagli scontri insieme ad altri ragazzi. Ci siamo seduti sotto un ulivo e abbiamo preparato il caffè. Due ambulanze erano parcheggiate a 20 metri e i soldati a circa 300 metri da noi. La situazione era tranquilla.

Improvvisamente ho sentito uno sparo. Ho guardato i ragazzi che stavano lanciando pietre e ho visto uno degli abitanti che diceva: “Non può essere” e correva nella direzione opposta rispetto agli scontri. Ho visto qualcuno sdraiato a terra e sanguinante dal naso e dalla bocca. Alcuni ragazzi lo hanno preso tra le braccia mentre gridavano il suo nome, ‘Imad Dweikat. Ho capito che era un mio parente.

Poco dopo ho saputo che era morto. La notizia mi ha devastato. Era molto lontano dagli scontri. Era padre di quattro ragazze. La più grande ha 10 anni e la più giovane un mese e mezzo. Ha lavorato duramente per mantenere le sue bambine piccole e ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia. Sono rimasto molto addolorato per la sua morte.

KB (31 anni), un abitante di Beita, verso mezzogiorno si è recato anche lui alla preghiera e alla manifestazione. In una testimonianza resa il 22 agosto 2021 riferisce:

Verso le 15:15 ero lontano dai ragazzi che lanciavano pietre. Due ambulanze erano ferme a pochi metri da me, in attesa di evacuare i feriti. Ho parlato con ‘Imad, e poi un ragazzo è passato portando piccole tazze d’acqua con un coperchio. ‘Imad ha preso una tazza, l’ha aperta e ha iniziato a bere, e poi è caduto a terra a faccia in giù. Era a due metri da me. Pensavo fosse svenuto per un colpo di sole. L’ho girato sulla schiena e ho visto che sanguinava dal naso e dalla bocca e aveva sangue sulla maglietta. Ho urlato più forte che potevo: “C’è un uomo ferito qui, ragazzi!” e poi diversi ragazzi sono corsi verso di me e mi hanno aiutato a portare ‘Imad su una delle ambulanze.

Sono rimasto scioccato da quello che è successo. Non ho sentito nessuno sparo. «Imad non ha fatto niente. Stava solo bevendo dell’acqua ed era molto lontano dai ragazzi in testa alla manifestazione, alcuni dei quali stavano lanciando pietre. I soldati erano a una distanza di circa 200-300 metri da noi, e noi eravamo a 70-80 metri di distanza dai ragazzi che lanciavano pietre. Pensavo di essere un ragazzo forte, che non si innervosisce facilmente, ma quello che è successo mi ha scioccato. Un uomo in piedi accanto a me, che mi parlava, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre non faceva altro che bere dell’acqua.

16 giugno 2021: L’uccisione di Ahmad Bani Shamsah, 15 anni

Mercoledì 16 giugno 2021, intorno alle 17:30, diversi giovani, tra cui Ahmad Bani Shamsah (15 anni), si sono recati nella zona di Jabal Sabih per preparare i pneumatici da incendiare durante la manifestazione notturna che si doveva tenere sul posto. I giovani si sono portati a varie centinaia di metri dall’avamposto e a circa 150 metri da diversi coloni e un soldato che si trovavano nella zona. Bani Shamsah ha appeso una bandiera palestinese a uno degli ulivi e ha iniziato a scappare. A quel punto un soldato gli ha sparato colpendolo alla nuca. Bani Shamsah è morto il giorno successivo per le ferite riportate.

Un suo amico, M.H. (16 anni), racconta in una testimonianza da lui resa:

Io e gli altri ragazzi abbiamo deciso di andare un po’ più in là per vedere dove fossero i soldati. Volevamo sventolare la bandiera palestinese il più vicino possibile a loro, per provocarli. Abbiamo camminato fino a circa 500 metri dall’avamposto. Abbiamo visto circa 10 coloni e un soldato a circa 150 metri da noi.

Il mio amico, Ahmad Bani Shamsah, ha appeso una bandiera palestinese a un ulivo e abbiamo iniziato a gridare “Allahu Akbar”. È quello che facciamo sempre quando i soldati ci vedono, anche per far sapere a tutti che ci sono soldati in zona. Il soldato ha sparato diversi colpi nella nostra direzione e siamo scappati tutti. Ho sentito Ahmad dire che era stato colpito. Mi sono fermato e mi sono guardato intorno, e l’ho visto sdraiato a terra a 10 metri di distanza. Sono andato ad aiutarlo, ma poi il soldato mi ha sparato. Mi sono allontanato e mi sono nascosto dietro un masso.

Nel frattempo è arrivato un altro ragazzo e abbiamo deciso di andare insieme a prendere Ahmad. Quando lo abbiamo raggiunto sanguinava abbondantemente dalla testa. Altri ragazzi sono venuti e ci hanno aiutato a portarlo su un’auto vicina, e da lì un’ambulanza lo ha trasportato in ospedale. Sono salito su una macchina per andare in ospedale, ma sono rimasto così scioccato che ho chiesto all’autista di portarmi a casa. A casa ho aspettato notizie di Ahmad, anche se sapevo che era morto.

Ci sono voluti alcuni giorni perché recuperassi l’appetito. Ho perso due amici in meno di una settimana: Ahmad e Muhammad Hamayel. È difficile e incredibilmente crudele.

14 maggio 2021: L’uccisione di ‘Issa Barham, 40 anni

La prima manifestazione degli abitanti di Beita contro la costruzione dell’avamposto di Evyatar si è tenuta venerdì 14 maggio 2021. I soldati disposti sulla collina hanno sparato lacrimogeni e proiettili “di gomma”, e successivamente proiettili veri, contro i manifestanti, alcuni dei quali lanciavano pietre contro i soldati da centinaia di metri di distanza. Diversi residenti sono stati feriti da proiettili veri. ‘Issa Barham (40), un abitante di Beita, è arrivato per aiutare a evacuare i feriti. È stato colpito al petto da una distanza di circa 70 metri mentre era in piedi vicino alla sua auto.

Nella sua testimonianza un parente di ‘Issa A.B. (41 anni) descrive gli avvenimenti:

Venerdì 14 maggio 2021, verso le 13:30, sono andato alla manifestazione a Jabal Sabih, a sud del villaggio, contro l’istituzione dell’avamposto di Evyatar. Ho visto circa 10 soldati e sette o otto coloni in piedi lontano da loro. I soldati stavano osservando da lontano, sparando lacrimogeni e lanciando granate assordanti anche prima che ci avvicinassimo a loro. Eravamo a circa 300 metri dai soldati e le pietre che stavano lanciando i ragazzi nemmeno li raggiungevano.

I soldati hanno sparato verso di noi proiettili veri ferendo diversi abitanti, tutti nella parte superiore del corpo. Le ambulanze hanno prelevato due dei feriti, ma quando altre persone sono rimaste ferite, abbiamo chiesto agli abitanti di portarle via con auto private. Ho visto un mio parente, ‘Issa Barham, arrivare con la sua macchina dalla direzione del villaggio. Gli ho chiesto: “Perché sei qui?” e lui mi ha risposto: “Dove sono i feriti?”. Ha subito voltato la macchina in modo da poter partire velocemente. Gli ho detto: “I feriti sono stati portati sul Mashtubah (veicolo senza patente) di uno dei residenti, perché è ciò che avevamo a disposizione qui”.

«Issa ha parcheggiato l’auto, è sceso e si è fermato accanto. Poi ho visto uno dei soldati accovacciarsi in posizione di cecchino e spararci addosso. A quel punto, le cose si erano già calmate ed erano tranquille. Tutti erano impegnati con i feriti o in attesa di notizie su un abitante gravemente ferito. Non mi è assolutamente venuto in mente che il soldato avrebbe sparato. Improvvisamente, ho sentito uno sparo e ho visto ‘Issa cadere all’indietro. Gli sono corso incontro e quando gli ho tolto i vestiti ho visto del sangue al centro dell’addome. Io e i ragazzi abbiamo chiamato un’ambulanza, l’abbiamo preso, lo abbiamo trasportato per un breve tratto e lo abbiamo messo su un’auto senza targa che era lì in modo che potesse essere trasportato in ospedale. Poco dopo l’auto è partita andando incontro ad un’ambulanza che ha portato via ‘Issa. Sono salito subito in macchina e sono andato alla clinica del villaggio, perché pensavo che l’ambulanza avesse portato ‘Issa lì, ma non l’ho trovato. Mi è stato detto che era stato trasferito in ospedale a Nablus.

Quando sono arrivato in ospedale, mi è stato detto che ‘Issa era stato ucciso. È stato uno shock terribile. Un uomo che è venuto ad aiutare i feriti è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Era un pubblico ministero presso l’ufficio del procuratore distrettuale e padre di quattro figli di età compresa tra 1,5 e otto anni. Era un uomo meraviglioso. L’intera città lo amava. Aiutava tutti ed era una persona gentile.

R. (36 anni) è andato alla preghiera e alla successiva dimostrazione. In una testimonianza resa telefonicamente il 9 giugno 2021, riferisce:

Diversi abitanti sono stati gravemente feriti dagli spari dei soldati, uno dopo l’altro, tutti nella parte superiore del corpo. Abbiamo avuto difficoltà a evacuare i numerosi feriti e alcuni sono stati portati via con auto private. Le persone sono state chiamate dagli altoparlanti della moschea e attraverso i social media per venire ad aiutare a portare i feriti in ospedale con auto private.

Ho visto ‘Issa Barham in piedi con le mani in tasca. I suoi vestiti puliti e ordinati dimostravano chiaramente che non era un uomo che stava prendendo parte agli scontri. Era in piedi e osservava i giovani da lontano. Ero a circa 15 metri di distanza da lui e i soldati erano a 70-80 metri di distanza. Improvvisamente l’ho visto cadere.

I giovani gli sono corsi incontro, lo hanno preso e portato su una delle auto. Sono salito in macchina con lui, insieme ad altri ragazzi. L’ho schiaffeggiato per svegliarlo, ma non si è svegliato. Gli ho sfilato i vestiti da sopra la pancia e ho visto che sanguinava. Abbiamo incontrato un’ambulanza dopo circa 50 metri e lui vi è stato trasferito all’interno. Poco dopo, è stato dato l’annuncio che era stato ucciso e la maggior parte degli abitanti è tornata al villaggio per partecipare al funerale e sostenere la sua famiglia.

25 giugno 2021: Il ferimento di Samer Khabisah, 18 anni

Venerdì 25 giugno 2021, verso mezzogiorno, Samer Khabisah (18 anni) di Beita si è recato alla preghiera prima della manifestazione settimanale.

In una testimonianza rilasciata il 25 ottobre 2021 Khabisah riferisce che durante le preghiere i soldati stavano già sparando lacrimogeni contro i residenti con un drone. Continua con la descrizione di ciò che è successo durante la dimostrazione:

I soldati si sono divisi in gruppi di otto o giù di lì e hanno continuato a lanciare granate assordanti e lacrimogeni contro di noi. I giovani gli hanno rilanciato contro le granate stordenti scagliando anche delle pietre. Diversi residenti sono rimasti feriti a causa delle inalazioni del gas. Ad un certo punto mi sono unito ai ragazzi e mi sono coperto il viso con una maglietta a causa di tutto quel gas. Ho visto una jeep militare arrivare dalla direzione dell’avamposto coloniale e fermarsi e i giovani hanno iniziato a tirare pietre. Ho anche visto quattro soldati a 30-40 metri di distanza dalla jeep, che sparavano contro i giovani proiettili veri. Poi sono svenuto.

Mi sono svegliato all’ospedale al-Istishari di Ramallah, dopo 12 giorni in terapia intensiva. Non potevo muovermi o parlare. Non capivo cosa stesse succedendo o perché fossi lì. In seguito ho scoperto di essere stato colpito in faccia da un proiettili veri e che avevo molte schegge conficcate in testa. Neanche dopo cinque operazioni i medici non sono riusciti a tirar fuori tutto. Sono stato in ospedale per 35 giorni, 22 dei quali in terapia intensiva. Per tutto il tempo non riuscivo a respirare e mi hanno fatto un foro nel collo. Non potevo nemmeno mangiare o parlare. Mi hanno messo un dispositivo nella mascella per fissarla e parte della mia lingua è stata amputata.

Dopo essere stato dimesso ho mangiato solo cibo frullato attraverso una cannuccia. Mi sono rimasti solo otto denti e anche questi devono essere fissati. Ho avuto tre operazioni e dovrò subirne altre. Il mio medico dice che ci vorranno almeno due anni per completare il trattamento. Ho bisogno di un innesto osseo nella mascella inferiore e superiore e di un impianto dentale. Faccio logopedia da tre mesi, perché dopo essere stato ferito non riuscivo a pronunciare parole e nemmeno sillabe. Le persone non capivano ciò che dicevo e dovevo ripetere le cose più volte per farmi comprendere.

Il mio progetto era di andare in America e lavorare per mio zio. Volevo conoscere altri posti. Non ho mai viaggiato o lasciato la Cisgiordania. Ora, non sono più sicuro di poter viaggiare. Tutta la mia vita è stata sconvolta.

5 novembre 2021: F.M. (19 anni), ferito a un occhio da un proiettile “di gomma”.

Venerdì 5 novembre 2021, intorno alle 13:30, F.M. (19 anni) di Beita è giunto ​​alla manifestazione settimanale, alla quale partecipavano diverse centinaia di persone.

In una testimonianza rilasciata il 25 novembre 2021 ha descritto la perdita di un occhio a causa di un proiettile “di gomma”:

Quando i manifestanti si sono trovati a una distanza compresa tra 150 e 200 metri i soldati hanno iniziato a sparare lacrimogeni. Hanno sparato 15 o 20 candelotti e la maggior parte delle persone si è dispersa. Alcuni di loro hanno afferrato i lacrimogeni e li hanno scagliati contro i soldati. E’ andata avanti così per circa mezz’ora. I soldati hanno sparato anche proiettili “di gomma”, ma nessuno è rimasto ferito.

Gli altri ragazzi ed io siamo andati verso i soldati, arrivando fino a circa 100 metri da loro. Uno dei soldati continuava a dirigersi verso di noi e poi indietreggiava. Temevo che ci sparasse, così mi sono nascosto con alcuni altri ragazzi dietro un cumulo di terra che i soldati avevano sistemato lì per impedire ai manifestanti di avanzare verso la collina e l’avamposto. Ogni volta tiravo pietre e poi tornavo a nascondermi dietro il cumulo. Stavo osservando i soldati mentre sparavano candelotti lacrimogeni che atterravano lontano da me quando all’improvviso sono stato colpito all’occhio sinistro e ho iniziato a sanguinare. Ero sicuro di aver perso l’occhio.

I ragazzi sono venuti a prendermi e hanno camminato molto fino a un’area che le ambulanze potevano raggiungere, perché i militari avevano scavato il terreno con una ruspa e i veicoli non potevano arrivarci.

Sono stato trasportato in ambulanza all’ospedale a-Najah di Nablus, dove sono stato curato e sottoposto a raggi X. Il dottore ha detto che il proiettile “di gomma” mi era penetrato nell’occhio. Dopo tre ore, mi hanno operato e hanno estratto il proiettile insieme all’occhio. Sono stato dimesso il pomeriggio successivo. Ora ho bisogno di un intervento chirurgico in un ospedale di Gerusalemme per farmi inserire una protesi oculare.

Mia madre sta ancora piangendo. Non riesce a credere che ho perso l’occhio. In questo momento sono a casa e amici e parenti vengono a trovarmi. Non so ancora come sarà la mia vita dopo l’infortunio, senza un occhio.

* * *

Da quando nei territori di Beita, Qabalan e Yatma è stato edificato l’avamposto coloniale di Evyatar le forze israeliane hanno ucciso nove palestinesi:

Issa Suliman Barham Barham

Un abitante di Beita di 40 anni. Ucciso il 14 maggio 2021. I soldati lo ferito all’addome con un colpo di arma da fuoco mentre era in piedi vicino alla sua auto, durante una manifestazione contro la costruzione dell’avamposto coloniale su territorio comunale. E’ morto poco dopo per le ferite riportate.

Tareq Omar Ahmad Snobar

Tareq ‘Omar Ahmad Snobar, un abitante di Yatma di 27 anni. Ferito il 14 maggio 2021 e morto il 16 maggio 2021. I soldati gli hanno sparato al torace mentre i palestinesi stavano lanciando pietre contro di loro all’ingresso del villaggio di Yatma, per protestare contro la costruzione dell’avamposto coloniale e l’operazione di Israele nella Striscia di Gaza.

Zakaria Maher ‘Abd al-Hamid Fallah

Zakaria Maher ‘Abd al-Hamid Fallah, un abitante di Beita di 25 anni. Ucciso il 28 maggio 2021. I soldati gli hanno sparato al torace durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Muhammad Sa’id Muhammad Hamayel

Muhammad Sa’id Muhammad Hamayel. Un abitante di Beita di 16 anni. Ucciso l’11 giugno 2021. Ucciso dai soldati durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Ahmad Zahi Ibrahim Bani Shamsah

Ahmad Zahi Ibrahim Bani Shamsah. Un abitante di Beita di 15 anni. Ferito il 16 giugno 2021 e morto il 17 giugno 2021. I soldati gli hanno sparato alla nuca dopo che aveva appeso una bandiera palestinese a un albero, in un’area in cui i palestinesi manifestano contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Shadi ‘Omar Lutfi Salim

Shadi ‘Omar Lutfi Salim. Un abitante di Beita di 41 anni. Ucciso il 27 luglio 2021. I soldati gli hanno sparato vicino alla condotta idrica della città. Il giorno successivo, sul posto sono stati trovati strumenti idraulici di metallo. Salim, che faceva l’idraulico, vi era già andato diverse volte per aggiustare la rete. E’ morto poco dopo per le ferite riportate. Israele ha trattenuto il suo corpo fino al 10 agosto 2021.

Imad Ali Muhammad Dweikat

Imad Ali Muhammad Dweikat. Un abitante di Beita di 38 anni. Ucciso il 6 agosto 2021. Le forze di sicurezza israeliane gli hanno sparato al torace da diverse centinaia di metri di distanza, durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Muhammad ‘Ali Muhammad Khabisah

Muhammad ‘Ali Muhammad Khabisah. Un abitante di Beita di 28 anni. Ucciso il 24 settembre 2021. Le forze di sicurezza israeliane gli hanno sparato alla testa durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Jamil Jamal Ahmad Abu ‘Ayash

Jamil Jamal Ahmad Abu ‘Ayash. Un abitante di Beita di 32 anni. Ucciso il 10 dicembre 2021. I soldati gli hanno sparato alla testa da 200 metri di distanza durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale. E’ morto poco dopo per le ferite riportate.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Nablus soldati israeliani aprono il fuoco contro un’auto uccidendo dei palestinesi

Al-Jazeera

8 febbraio 2022 – Al Jazeera

L’Autorità Nazionale Palestinese condanna l’assassinio di tre palestinesi nella Cisgiordania occupata, definendolo un “crimine efferato”.

Il Ministero della Salute palestinese ha affermato che l’esercito israeliano ha ucciso tre palestinesi a Nablus, nella Cisgiordania occupata, suscitando la condanna dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Martedì il ministero ha affermato che “tre cittadini sono stati martirizzati nella città di Nablus in seguito ad una sparatoria mirata dell’esercito israeliano”. Secondo l’agenzia stampa palestinese Wafa [il ministero, ndtr.] ha identificato le vittime come Ashraf Mubaslat, Adham Mabrouka e Mohammad Dakhil.

Secondo un rapporto da Nablus di Rania Zabaneh di Al Jazeera Un testimone oculare con cui abbiamo parlato ha detto che l’esercito [israeliano] ha sparato contro l’auto su cui si trovavano i tre palestinesi. Ha affermato di aver continuato a sentire degli spari per più di un minuto”.

Quando siamo arrivati ​​sul posto l’auto, interamente crivellata di proiettili, stava per essere portata via. All’ospedale dove sono stati portati i corpi i medici hanno detto che hanno avuto difficoltà a riconoscere le vittime a causa delle ferite provocate dagli spari.

L’inviata di Al Jazeera ha affermato che “Il ministro della difesa israeliano ha elogiato l’esercito per l’operazione portata a termine”.

Dei testimoni hanno riferito all’agenzia Anadolu che l’incidente ha coinvolto un membro delle forze speciali israeliane che, a bordo di un veicolo civile, ha preso d’assalto il quartiere cittadino di al-Makhfieh e ha aperto il fuoco contro l’auto.

Il Ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese ha chiesto un’indagine internazionale sugli omicidi mentre il consiglio dell’ANP ha descritto il fatto come un “crimine efferato”.

Il ministero degli esteri ha ritenuto il governo israeliano e il primo ministro Neftali Bennett pienamente e direttamente responsabili di questo crimine”.

“Il silenzio della comunità internazionale nei confronti delle violazioni e dei crimini israeliani fornisce una copertura a questi atti criminali e incoraggia l’occupante israeliano a continuare la sua guerra aperta contro i palestinesi”, si legge in una nota.

Israele, da parte sua, ha affermato che i tre uomini erano “militanti” palestinesi responsabili di recenti attentati.

L’agenzia di sicurezza per gli affari interni Shin Bet ha detto che i tre erano a bordo di un veicolo e sono stati uccisi in uno scontro con le forze di sicurezza. Nessun israeliano è stato ucciso o ferito nella sparatoria, ha aggiunto.

Organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno condannato da tempo quella che descrivono come una politica caratterizzata dallo sparare per uccidere e da un uso eccessivo della forza.

B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha affermato di aver registrato lo scorso anno in Cisgiordania 77 morti palestinesi per mano dell’esercito israeliano. Più della metà delle persone uccise non era implicata in alcun attacco, ha aggiunto.

Attacchi dei coloni

Alla fine dell’anno scorso i soldati israeliani hanno ucciso un palestinese durante un’incursione nel quartiere di Ras al-Ain a Nablus.

Nel dicembre 2021 militari israeliani hanno ucciso un palestinese nel villaggio di Beita, in Cisgiordania, durante una protesta contro gli insediamenti coloniali illegali. Le forze israeliane hanno ucciso un minore palestinese dopo un presunto speronamento d’auto ad un posto di blocco militare nel nord della Cisgiordania.

Nello stesso periodo un ebreo ultraortodosso sarebbe rimasto ferito da coltellate inferte da un palestinese fuori dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme.

Una settimana prima un membro di Hamas avrebbe aperto il fuoco nella Città Vecchia uccidendo un israeliano. Entrambi i sospetti sono stati uccisi dai soldati israeliani.

Nel frattempo, all’inizio di questo mese, Amnesty International ha affermato in un nuovo rapporto che Israele sta commettendo “il crimine di apartheid contro i palestinesi” e deve essere ritenuto responsabile per il trattamento degli stessi come “un gruppo razziale inferiore”.

I palestinesi sono stati anche colpiti da una recrudescenza dei violenti attacchi da parte dei coloni israeliani in Cisgiordania e Gerusalemme est.

Israele occupò Gerusalemme Est e la Cisgiordania nella guerra mediorientale del 1967. I territori ora ospitano più di 700.000 coloni ebrei che vivono in 164 insediamenti e 116 avamposti, che i palestinesi individuano come parte del loro futuro Stato indipendente.

Sulla base del diritto internazionale tutte le colonie ebraiche nei territori occupati sono considerate illegali.

I palestinesi, insieme alla maggior parte della comunità internazionale, considerano le colonie uno dei principali ostacoli alla pace.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sconfiggere la caccia alle streghe dell’IHRA: un’intervista all’attivista e docente palestinese Shahd Abusalama

Ramona Wadi

7 febbraio 2022 – Mondoweiss

Shahd Abusalama riflette sulla sua ingiusta sospensione dall’università Hallam di Sheffield dovuta a false accuse di antisemitismo e sulla mobilitazione popolare che ha contribuito alla sua riammissione.

L’università Hallam di Sheffield aveva sospeso Shahd Abusalama dal suo incarico di lettrice associata dopo che il mese scorso erano state lanciate contro di lei accuse anonime. L’iniziativa ha provocato un’ondata di appoggi all’accademica palestinese e ha acceso una discussione sul modo in cui governi ed istituzioni sono complici di Israele nell’adottare la definizione di antisemitismo [che negli esempi assimila antisionismo e critiche a Israele all’antisemitismo, ndtr.] dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto [ente intergovernativo cui aderiscono 34 Stati, ndtr.] (IHRA) allo scopo di reprimere le critiche a Israele e silenziare la narrazione palestinese.

Abusalama è stata sospesa in seguito ad una serie di tweet in cui esprimeva la propria opinione sull’uso da parte di uno studente del primo anno delle parole “Stop all’olocausto palestinese” in un manifesto del dicembre 2021. ‘Jewish News – UK’ [Il quotidiano gratuito filoisraeliano che si rivolge alla comunità ebraica della zona di Londra, ndtr.] ha riferito che l’università stava indagando sui tweet. Il 21 gennaio, mentre si preparava a tenere una lezione, ad Abusalama è stata notificata la sospensione e la sua lezione è stata annullata. La natura dell’accusa e l’identità di chi stava dietro la denuncia non sono trapelati.

Non è la prima volta che Abusalama, dottoranda ed attivista di Gaza trasferitasi nel Regno Unito nel 2014, è stata presa di mira dai propagandisti sionisti per le sue attività. Parlando a Mondoweiss, Abusalama sottolinea che il suo caso è stato paragonato a quelli di Jeremy Corbyn e David Miller, entrambi bersagli dei sionisti. “Ma occorre fare una distinzione. Sì, si è vittime della stessa caccia alle streghe, ma le conseguenze sono diverse perché viviamo in una società ineguale in cui alcune persone hanno maggiori privilegi di altre. Loro due sono bianchi, anziani ed hanno cittadinanza europea. Io non ho nessuna di queste caratteristiche, sapete. Io sono vulnerabile in così tanti modi che il fatto che la definizione dell’IHRA sia stata usata dall’università per la prima volta contro una palestinese dimostra come noi siamo i più vulnerabili a questa nefasta e subdola definizione.”

Abusalama descrive la campagna contro di lei come malvagia. “Ma mostra anche un modo di agire storicamente ricorrente di come i palestinesi vengono trattati come eccezione alla regola.” I palestinesi, dice, sono trattati come un’eccezione quando si tratta di diritti umani e autodeterminazione, e le azioni dell’università nei suoi confronti hanno ribadito la radicata politica israeliana di razzismo e colonialismo, che fondamentalmente assoggetta i palestinesi, le loro storie e le loro esperienze per mantenere i privilegi concessi ai colonizzatori.

Abusalama ha detto che durante un precedente incontro con il responsabile delle risorse umane dell’università le è stato espresso rammarico per la cattiva gestione della situazione e l’insensibilità verso il benessere degli studenti, le cui lezioni sono state bruscamente annullate. “Infatti non dimentichiamo che la mia sospensione ha implicato che le lezioni sarebbero state annullate fino a nuova comunicazione e quindi anche i miei studenti sono stati colpiti dal comportamento scorretto e dalla risposta da parte dell’università. Il fatto che riconoscano tutti gli errori commessi è un passo nella giusta direzione, ma l’indagine è ancora in corso, perciò tutto questo non è ancora finito. Essa si basa sulla definizione dell’IHRA e l’università ha parlato alla stampa sionista senza prima consultarmi. Si sono letteralmente arresi alla campagna di diffamazione condotta dai media sionisti, comunicando con loro riguardo al mio lavoro senza parlarmene prima e dicendo loro che la mia università stava indagando su di me, senza che io lo sapessi.”

L’immagine che Israele ha costruito nei decenni contando sull’appoggio colonialista si sta lentamente incrinando, grazie alla maggioranza, come Abusalama definisce i palestinesi e gli oppressi. “La pressione popolare funziona e se noi contrattacchiamo possiamo vincere”, sostiene Abusalama, “grazie a tutta questa ondata di sostegno arrivata da ogni parte del mondo – sostenitori di tutte le nazioni, di tutte le fedi, di tutte le razze in tutto il mondo – e questo sostegno è una carta fondamentale nella lotta per la Palestina. Dobbiamo ricordare che siamo la maggioranza e che abbiamo dalla nostra parte la giustizia, le risoluzioni dell’ONU, il diritto internazionale e tutte le convenzioni internazionali – anche la Corte Internazionale di Giustizia è dalla nostra parte. E lo sono persino le organizzazioni israeliane per i diritti umani.”

Certo, l’ondata di sostegno ad Abusalama sulle piattaforme social contrasta con l’attività della lobby sionista, che conta sulle campagne per intimidire e mettere a tacere. Usare come arma la definizione dell’IHRA, che è abbastanza ambigua da rispondere alla strategia politica suprematista israeliana, è una tattica che dovrebbe essere accuratamente analizzata.

Ci sono stati molti timori che la definizione dell’IHRA potesse essere usata per soffocare le critiche a Israele, in particolare prendendo di mira sia persone di nazionalità che sono direttamente coinvolte con le politiche israeliane, come ad esempio la popolazione palestinese o libanese, sia accademici i cui percorsi di ricerca includono analisi delle politiche israeliane. Altri, al di fuori dell’ambito universitario, si sono preoccupati che l’eliminazione delle critiche ad Israele possa condurre alla “censura e cancellazione dell’opposizione palestinese alla violenza che continua a espropriarli.” A questo punto risulta chiaro che, quando le università adottano la definizione dell’IHRA, ciò comporta una partecipazione diretta all’ostilità sionista nei confronti dei palestinesi e delle voci filopalestinesi. Inoltre essa disprezza la memoria collettiva dei palestinesi e l’esperienza vissuta della perdurante Nakba di Israele.

Se chiedete a qualcuno come me se Israele ha un comportamento razzista, è superfluo dire che lo è. Io sono una vittima della loro pulizia etnica. La mia famiglia è una vittima della loro pulizia etnica – 531 villaggi e città palestinesi completamente spopolati dalle loro popolazioni native e distrutti, cosa che è un atto di memoricidio che è denunciato da molte persone, persino da storici israeliani”, dice Abusalama. “Israele cerca disperatamente di arrogarsi il ruolo di vittima, ma solo per distogliere l’attenzione dalla reale vittima del suo crimine e questo è stato denunciato prima della creazione dello Stato.”

Abusalama sottolinea che all’interno del consiglio per le colonie del governo britannico vi erano degli ebrei che si sono schierati contro la costruzione del giudaismo come identità nazionale. “È stata una grande ingiustizia anche solo pensare di costruire uno Stato sionista in cui i palestinesi sarebbero stati del tutto trascurati e questo avvenne contemporaneamente alle promesse britanniche agli arabi sull’autodeterminazione della Palestina. Cosa che era l’orientamento della potenza mandataria in quell’epoca seguente alla prima guerra mondiale: sosteneva di voler condurre quella popolazione occupata all’indipendenza e all’autonomia. Ma, mentre la maggioranza delle comunità colonizzate nel mondo andava verso la decolonizzazione, i palestinesi rimasero bloccati sotto il colonialismo ed il potere coloniale passò dai britannici ad Israele. La Gran Bretagna lasciò la Palestina il 14 maggio 1948, dopo 30 anni di distruzione e colonialismo di insediamento. Trascorsero poche ore tra il ritiro britannico dalla Palestina e la dichiarazione dello Stato di Israele il 15 maggio 1948. Ciò avvenne sullo sfondo della pulizia etnica che schiacciò e distrusse la terra di Palestina ed il suo popolo. E questo processo continua tuttora a Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, nella maggior parte dei quartieri di Gerusalemme, a Beita, Hebron e dovunque, anche nel nord della Palestina. Questo è chiarissimo nei rapporti di B’Tselem che condannano l’apartheid israeliano. Un regime di apartheid che si estende dal fiume Giordano al mar Mediterraneo.”

In un contesto di prove storiche della pulizia etnica di Israele e delle perduranti ripercussioni dell’ espansione delle sue colonie di insediamento, ora si criminalizza l’attivismo invece di richiamare Israele alle sue responsabilità in base al diritto internazionale.

Dice Abusalama: “Quando noi diciamo ‘Palestina libera dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo]’ vogliamo dire che queste prassi oppressive dal fiume al mare e anche oltre, come evidenzia il mio caso, devono finire. Devono finire. Ma persino questo bello slogan di liberazione viene tacciato di antisemitismo. Persino ‘la solidarietà è un verbo’ [altro slogan del movimento filo-palestinese, ndtr.] in questa atmosfera è antisemitismo. È preoccupante e deve preoccupare le persone a cui importa qualcosa dell’umanità e dei diritti umani. Nessuno è al sicuro. Nessuno è al sicuro finché continua l’ingiustizia in tutto il mondo. Basta vedere come Israele usa il suo modello di oppressione contro i palestinesi e lo vende ad altri Stati oppressivi perché lo usino contro i diversi che non vogliono avere sul loro territorio.”

Abusalama è stata categorica nel non accettare alcuna inchiesta basata sulla definizione dell’IHRA. “Non accetterò di essere valutata sulla base di falsi presupposti e credo che questa indagine dovrebbe essere lasciata cadere. Si tratta di una motivazione intrinsecamente razzista e fuorviante, che viene imposta alle università da politici al governo qui nel regno Unito, tagliando loro i fondi se non adottano la definizione dell’IHRA. Gavin Williamson, Ministro dell’Istruzione del Regno Unito, ha imposto alle università la definizione dell’IHRA ed ha addirittura fissato una scadenza entro la quale la mancata adozione della definizione dell’IHRA comporterà la cancellazione dei finanziamenti. Questo è un vulnus all’autonomia universitaria che non può essere accettato, che tu sia palestinese o no. L’ingerenza del governo nelle attività universitarie dimostra quanto sia politico questo strumento della definizione dell’IHRA e quanto sia utile praticamente solo agli interessi britannici, israeliani ed imperialisti.”

Dopo la nostra conversazione Abusalama è stata reintegrata. Il 2 febbraio il sindacato dell’università e del college Hallam di Sheffield ha approvato una mozione che chiede all’università di chiedere pubblicamente scusa, di interrompere ogni indagine contro di lei che sia basata sulla definizione dell’IHRA e di stabilire una sospensione dell’utilizzo della definizione nelle azioni disciplinari dell’università.

Il giorno seguente Abusalama è stata informata dall’università che non verrà condotta alcuna ulteriore indagine. Ora è completamente scagionata dalle false accuse di antisemitismo sollevate contro di lei in base alla definizione dell’IHRA e le è stato offerto un contratto più stabile con l’università.

Ramona Wadi

Ramona Wadi è ricercatrice indipendente, giornalista freelance, critica letteraria e blogger. I suoi lavori si occupano di una serie di tematiche relative a Palestina, Cile e America Latina.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Una tiratina d’orecchi ai soldati che hanno ucciso un palestinese-americano: l’amministrazione Biden ‘non è soddisfatta’

Yumna Patel

7 febbraio 2022 – Mondoweiss

L’amministrazione Biden ha richiesto una ” approfondita indagine penale e (l’assunzione della) piena responsabilità” dopo l’inchiesta dell’esercito israeliano sulla morte di Omar Asaad, palestinese con cittadinanza americana. 

La scorsa settimana l’esercito israeliano ha concluso la propria indagine sulla morte di Omar Asaad, un ottantenne con doppia cittadinanza palestinese-americano che è stato ucciso a gennaio nel corso di un violento raid israeliano contro la sua città natale nella Cisgiordania occupata. 

Il 12 febbraio Asaad ha avuto un infarto dopo esser stato trascinato fuori dalla sua auto nel cuore della notte da soldati israeliani che l’hanno poi legato, imbavagliato e lasciato per ore al freddo in un magazzino abbandonato. 

Nella sua indagine interna, arrivata dopo crescenti pressioni da parte di funzionari USA, l’esercito ha concluso che la morte di Asaad è stata un “evento serio e grave risultante da fallimento morale e decisioni errate da parte dei soldati.”

Nel riepilogo dell’inchiesta l’esercito afferma che Asaad è stato fermato nel “quadro” di “attività di controterrorismo” ad Jiljilya, sua città natale nella Cisgiordania settentrionale. 

Sostenendo che Asaad non avesse con sé un documento di identità e si “fosse rifiutato di cooperare con i controlli di sicurezza,” l’esercito dice che i soldati hanno “risposto” ammanettandolo e imbavagliandolo per “un breve lasso di tempo.” L’esercito afferma che dopo mezz’ora è stato “rilasciato e liberato da manette e bavaglio”.

Però alcuni testimoni, tra cui quelli che erano stati ammanettati accanto a lui, al momento avevano detto che Asaad era stato trascinato e picchiato dai soldati, cosa di cui non c’è traccia nella relazione dell’esercito. Alcune persone del posto sostengono che quando Asaad è stato trovato giaceva sul pavimento ancora bendato e legato. 

L’indagine ha determinato che al suo rilascio i soldati non avevano notato segni di sofferenza o altri indicatori sospetti riguardo alle condizioni di salute di Assad. I soldati hanno ritenuto che Assad fosse addormentato e non volevano svegliarlo,” dice la relazione dell’esercito. 

I due palestinesi fermati con lui hanno detto al Washington Post che Asaad era “privo di sensi e non respirava più quando i soldati se ne sono andati.”

Nella dichiarazione dell’esercito si dice che la morte di Asaad viola “uno dei valori fondamentali dell’IDF [Forze di Difesa israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.]: proteggere la vita umana.”

Nel 2021 l’esercito israeliano ha ucciso 341 palestinesi, inclusi 86 minori, e nel 2022 fino ad oggi ha ucciso sei palestinesi. 

Parole vuote’

Nelle conclusioni dell’inchiesta l’esercito israeliano dice di “rammaricarsi profondamente per la morte” di Asaad che definisce “un chiaro errore di giudizio morale.” 

L’esercito afferma che il comandante responsabile dell’unità sarà “redarguito,” e che il plotone coinvolto e ai comandanti della compagnia “non verranno assegnati incarichi di comando per due anni.”

Tuttavia il Dipartimento di Stato USA ha detto di non essere soddisfatto delle conclusioni dell’esercito né dei provvedimenti disciplinari presi contro alcuni soldati e che si aspetta che gli ufficiali israeliani svolgano una “esaustiva indagine penale.” 

Gli Stati Uniti si aspettano un’accurata indagine penale e una piena assunzione di responsabilità in questo caso e gradirebbero ricevere ulteriori informazioni relative a queste iniziative il prima possibile,” dice in una dichiarazione il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price.

E mentre l’esercito sostiene che l’uccisione di Asaad vada “contro i valori dell’IDF,” B’Tselem, gruppo israeliano per i diritti umani, fa notare che l’esercito israeliano raramente ritiene i propri soldati responsabili delle violazioni dei diritti umani contro palestinesi nei territori occupati. 

Persino quando i militari sono ripresi in filmati mentre compiono gravi violazioni dei diritti umani è molto raro che vengano condannati a pene detentive. B’Tselem condanna l’inchiesta dell’esercito dicendo che: “‘fallimento morale’ è solo un’espressione vuota quando accompagnata, come prevedibile, con il più flebile dei rimproveri.”

In realtà il fallimento morale di base è che le alte sfere israeliane guidano un regime di supremazia ebraica in cui la vita dei palestinesi non ha alcun valore,” conclude l’associazione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Diritto Internazionale: Amnesty International analizza a fondo l’apartheid di Israele

Jean Stern

1 febbraio 2022 – Orient XXI

L’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International attacca il crudele sistema di dominazione sulla popolazione palestinese che sia in Israele, nei territori occupati, a Gaza o rifugiata. Questo importante punto di svolta di Amnesty, che invoca il deferimento alla Corte Penale Internazionale, è un duro colpo per il governo israeliano. Orient XXI ha letto il rapporto in anteprima.

Il primo scossone è avvenuto nel 2020, quando l’organizzazione israeliana di giuristi Yesh Din ha utilizzato il termine “apartheid” per definire un sistema che si auto-proclama democratico e che, fino ad ora, è riuscito ad evitare un’analisi politica oggettiva. Dato che la vicinanza rende lucidi, un’altra ong israeliana, B’Tselem, nel 2021 è andata oltre, sostenendo che è tempo di dire “no all’apartheid dalle rive del Giordano al Mediterraneo”. Le due Ong sono state seguite dall’aprile 2021 da Human Rights Watch (HRW). Tuttavia l’organizzazione parla di apartheid solo per i territori occupati e Gaza, facendo un distinguo riguardo alle discriminazioni specifiche dei palestinesi israeliani. Il rapporto pubblicato da Amnesty International martedì 1 febbraio 2022, e di cui Orient XXI ha avuto l’anteprima, va molto oltre e utilizza il termine “apartheid” per tutti i palestinesi qualunque sia il loro luogo di residenza e il loro status.

Per la prima volta Amnesty International (AI), una delle più importanti organizzazioni mondiali in difesa dei diritti umani e anche una delle più caute nella scelta delle parole per definire le situazioni, in un rapporto pubblicato martedì primo febbraio 2022 e che dovrebbe provocare accese discussioni ritiene che “l’apartheid israeliano contro la popolazione palestinese è un sistema crudele di dominazione e un crimine contro l’umanità.” Il documento inoltre farà epoca, poiché tratta senza distinzione la situazione delle e dei palestinesi “che vivono in Israele e nei territori palestinesi occupati (TPO) così come rifugiate/i e profughe/i in altri Paesi.

Questo rifiuto di dividere i palestinesi in frammenti, di ritenere che i loro interessi avrebbero finito con il differenziarsi in base al loro luogo di residenza, è una rivoluzione notevole nel linguaggio della comunità umanitario-diplomatica internazionale. Si ispira agli argomenti di lunga data dei numerosi palestinesi (e di molti altri) sull’unità di un popolo frammentato dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Riportare indietro l’orologio

Questo corposo materiale descrive l’oppressione israeliana e i meccanismi di dominazione dei palestinesi. Decine di interviste, centinaia di documenti analizzati soprattutto relativamente al periodo 2017-2021, mesi di elaborazione in totale segreto: il rapporto di Amnesty porta con sé un importante cambiamento politico. Offre anche una quantità considerevole di informazioni sulla situazione che vivono i palestinesi, che siano a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, ad Haifa… e risale spesso alle origini dello Stato di Israele per comprendere meglio le radici di una politica la cui continuità era già stata messa in luce negli ultimi anni da molti storici di ogni origine. Anche lì Amnesty riporta indietro l’orologio. “Sta succedendo l’esatto contrario di quello che immaginavano,” mi disse in modo premonitore nella primavera del 2016 Yuli Novak, direttrice generale di Breaking The Silence, un’organizzazione israeliana di veterani dell’esercito israeliano che raccoglie le testimonianze sulle vessazioni commesse nei territori occupati dai soldati.

I rapporti di Breaking The Silence, così come quelli di altre Ong israeliane e palestinesi, hanno d‘altra parte alimentato il lavoro dei ricercatori di Amnesty International, ottenendo finalmente l’eco che meritavano.

Ciò che sta succedendo è semplicemente che il potere di persuasione di Israele (e dei suoi numerosi alleati di ogni latitudine e di ogni continente, da Los Angeles a Dubai) non è riuscito a soffocare le voci dissidenti, in primo luogo in Palestina, ma anche in Israele, tra gli ebrei come tra gli arabi. Al contrario, riprendono la parola. Con questo nuovo impegno molto convinto di AI l’uso del termine apartheid a proposito di Israele non sarà più soggetto a un fuoco di bombardamento, anche se forse è meglio non farsi illusioni, soprattutto in Francia. In ogni caso Amnesty propone un notevole salto in avanti sulla scena mondiale.

Un crimine contro l’umanità

Il suo rapporto di 211 pagine fitte analizza le detenzioni amministrative, l’esproprio di proprietà fondiarie e immobiliari, gli omicidi illegali, i trasferimenti forzati, le restrizioni agli spostamenti, gli ostacoli all’educazione. Si fonda su numerosi esempi documentati, in varie parti del Paese, nella Valle del Giordano, a Gaza. Raccoglie molte informazioni, il che ha permesso all’organizzazione di dedicarsi a un minuzioso inventario del sistema messo in atto da Israele. Si tratta di identificare altrettanti “fattori costitutivi” di un sistema di apartheid ai sensi del diritto internazionale. Per Amnesty “questo sistema viene perpetuato dalle violazioni che costituiscono il crimine contro l’umanità di apartheid come definito nello Statuto di Roma e nella Convenzione sull’apartheid.” Agnès Callamard, dal 2021 nuova segretaria generale dell’organizzazione di difesa dei diritti umani, chiarisce la questione:

“Il nostro rapporto svela la vera dimensione del regime di apartheid di Israele. Che sia nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme est, a Hebron o in Israele, la popolazione palestinese è trattata come un gruppo razziale inferiore ed è sistematicamente privata dei suoi diritti.”

Amnesty International “invita la Corte Penale Internazionale (CPI) a prendere in considerazione la definizione di crimine di apartheid nel quadro della sua attuale inchiesta nei TPO e chiede a tutti gli Stati di esercitare la competenza universale per portare davanti alla giustizia i responsabili dei crimini di apartheid.

Un sistema in vigore dal 1948

Il rapporto specifica ciò che Amnesty intende per “sistema di apartheid” e su questo punto specifico vale la pena citarlo per esteso:

“Il sistema di apartheid è nato con la creazione di Israele nel maggio 1948 ed è stato costruito e mantenuto per decenni dai governi israeliani che si sono succeduti su tutto il territorio da loro controllato, indipendentemente dal partito politico al potere all’epoca. Israele ha sottoposto diversi gruppi di palestinesi a differenti insiemi di leggi, di politiche e di pratiche discriminatorie e di esclusione in momenti diversi, in seguito alle conquiste territoriali realizzate prima nel 1948, poi nel 1967, quando annetté Gerusalemme est e occupato il resto della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Nel corso dei decenni le preoccupazioni demografiche e geopolitiche israeliane hanno plasmato le politiche nei confronti dei palestinesi in ognuno di questi contesti territoriali.

Anche se il sistema di apartheid di Israele si manifesta in modi diversi nelle differenti zone sotto il suo controllo effettivo, esso ha sempre lo stesso obiettivo di opprimere e dominare i palestinesi a favore degli ebrei israeliani, che sono privilegiati dal diritto civile israeliano qualunque sia il loro luogo di residenza. È concepito per conservare una schiacciante maggioranza ebraica che abbia accesso e abbia a disposizione il massimo di territorio e di terre acquisite o controllate, limitando nel contempo il diritto dei palestinesi a contestare la spoliazione delle proprie terre e dei propri beni. Questo sistema è stato applicato ovunque Israele abbia esercitato un controllo effettivo su territori e terre o sull’esercizio dei diritti dei palestinesi. Si concretizza nel diritto, in politica e nella prassi e si riflette nei discorsi dello Stato dalla sua creazione fino ad oggi.”

Discriminazione razziale e cittadinanza di serie B

Il rapporto insiste ovviamente sulle discriminazioni globali di un sistema la cui geometria variabile non è in fondo che un fattore di adeguamento.

Le guerre del 1947-49 e del 1967, l’attuale regime militare di Israele nei TPO e la creazione dei regimi giuridici e amministrativi differenti sul territorio hanno isolato le comunità palestinesi e le hanno separate dalla popolazione ebraica israeliana. Il popolo palestinese è stato frammentato geograficamente e politicamente e vive diversi livelli di discriminazione in base al suo status e al suo luogo di residenza.

Attualmente i cittadini palestinesi di Israele hanno più diritti e libertà dei loro omologhi dei TPO, e del resto la vita quotidiana dei palestinesi non si è dimostrata molto diversa che vivano nella Striscia di Gaza o in Cisgiordania. Le ricerche di Amnesty International mostrano tuttavia che l’insieme della popolazione palestinese è soggetta a un solo e identico sistema. Il trattamento dei palestinesi da parte di Israele in tutti i territori risponde allo stesso obiettivo: privilegiare gli ebrei israeliani nella distribuzione delle terre e delle risorse e ridurre al minimo la presenza della popolazione palestinese e il suo accesso alle terre.

Un solo e unico sistema, fondato secondo AI sulla discriminazione razziale e su status di cittadini di serie B. Questa svalutazione si accompagna ovviamente alla spoliazione, e il rapporto torna sulla “messa in atto di crudeli espropriazioni fondiarie su vasta scala contro la popolazione palestinese,” e sulla demolizione “dal 1948” di centinaia di case ed edifici palestinesi. Evoca anche le famiglie dei quartieri palestinesi di Gerusalemme est vessate dai coloni che si appropriano delle loro abitazioni “con il totale sostegno del governo israeliano.

Amnesty chiede a tutti i Paesi che intrattengono buoni rapporti con Israele “tra cui alcuni Paesi arabi e africani” di non sostenere più un sistema di apartheid. Per uscire da questo “sistema”, ormai documentato da Amnesty, “la reazione internazionale di fronte all’apartheid non deve più limitarsi a condanne generiche e a scappatoie. È necessario aggredire le radici del sistema, altrimenti le popolazioni palestinesi e israeliane resteranno imprigionate nel ciclo senza fine di violenze che ha annientato tante vite,” conclude Agnès Callamard.

La mia identificazione con questa storia è finita”

Con un’altra storia e attraverso altre vie Yuli Novak è arrivata alla stessa conclusione di Agnès Callamard. Oggi quarantenne, nel 2017 ha lasciato il suo incarico a Breaking The Silence per fare un viaggio con varie destinazioni, dall’Islanda al Sudafrica. Lì ha incontrato gente che aveva lottato contro l’apartheid, cercato di comprendere “le paure” degli uni e degli altri. Ma ha capito soprattutto l’apartheid nel suo stesso Paese. “La sua struttura politica era destinata fin dall’inizio a preservare una maggioranza ebraica, e in questo senso è stata antidemocratica. La mia identificazione con questa storia è finita,” continua Yuli Novak in un lungo ritratto pubblicato il 28 gennaio 2022 dal quotidiano progressista [israeliano] Haaretz.

In un libro che ha da poco pubblicato, Yuli Novak descrive parecchi anni infernali, di vessazioni quotidiane, la delusione di scoprire che un impiegato di Breaking The Silence era un agente dello Shin Bet, il servizio di spionaggio interno [israeliano, ndtr.]. Prima ha pensato che “quel tipo un po’ strano, un po’ solitario, commovente” sapeva tutto di lei, dei suoi piccoli “pettegolezzi”, prima di capire che la democrazia si dissolveva davanti ai suoi occhi. Allora ha compreso che il contratto con il suo Paese era per così dire “condizionato: finché obbedivo. Nel momento in cui qualcosa non gli andava bene, il sistema si rivoltava contro di me. Mi dicevano: ‘Se tu sei contro l’occupazione e pensi che si debba manifestare riguardo alla situazione a Gaza, allora non sei una di noi.

Prende atto del fatto che parlare di apartheid riguardo a Israele non è che un dato di fatto. E se ciò diventa psicologicamente e politicamente doloroso da sopportare per molti israeliani, lo è ancora di più e da molto più tempo per milioni di palestinesi. Per gli uni come per gli altri il sostegno internazionale, se fa il suo ritorno in forze senza insensatezze, sarà il benvenuto.

Jean Stern

Ex-giornalista di Libération, La Tribune e La Chronique d’Amnesty International. Nel 2012 ha pubblicato Les Patrons de la presse nationale, tous mauvais [I proprietari della stampa nazionale, tutti cattivi], La Fabrique; per le edizioni Libertalia nel 2017 Mirage gay à Tel Aviv [Miraggio gay a Tel Aviv] e nel 2020 Canicule [Canicola].

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Cosa rende diverso il rapporto di Amnesty?

Maureen Clare Murphy

3 febbraio 2022 – Electronic Intifada

Cosa rende diverso da quelli che l’hanno preceduto il nuovo rapporto di Amnesty International secondo cui Israele pratica il crimine di apartheid contro i palestinesi?

Sicuramente la reazione di Israele, “isterica” nelle parole di un titolo di Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.], all’analisi di Amnesty è notevolmente diversa dalla sua risposta, relativamente di basso profilo, a rapporti simili recentemente resi pubblici da B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani, e da Human Rights Watch, con sede a New York.

Organizzazioni palestinesi per i diritti umani come Al-Haq e Al Mezan hanno da molto prima presentato un quadro generale di apartheid, e i rapporti delle summenzionate associazioni israeliane e internazionali prendono spunto dal loro lavoro.

Amnesty, Human Rights Watch e B’Tselem hanno esaminato il sistema di controllo di Israele che privilegia gli ebrei israeliani in tutta la Palestina storica, emargina i palestinesi e viola i loro diritti in vario modo, in larga misura a seconda di dove essi vivano.

E, a differenza delle analisi pubblicate dalle associazioni palestinesi, questi tre rapporti, accolti come rivoluzionari e innovativi, sono inadeguati nel collocare il sistema dell’apartheid di Israele nel contesto del colonialismo di insediamento. (Una ricerca delle parole chiave nel rapporto di Amnesty dà tre risultati per i termini “colonialismo” e “coloniale”, che si trovano nei titoli di lavori citati nelle note.)

Amnesty sottolinea ripetutamente “il tentativo di Israele di conservare il suo sistema di oppressione e dominazione” senza mettere esplicitamente in chiaro che l’apartheid è un mezzo il cui fine è la colonizzazione di insediamento: cacciare i palestinesi dalla terra in modo che siano sostituiti da coloni provenienti dall’estero.

L’organizzazione per i diritti afferma che “dalla sua fondazione nel 1948 Israele ha perseguito una politica esplicita di creazione e conservazione di un’egemonia demografica ebraica e massimizzazione del suo controllo sulla terra a favore degli ebrei israeliani, riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi, limitandone i diritti e ostacolandone la possibilità di resistere a questa spoliazione.”

Onore al merito: Amnesty fa piazza pulita del mito fondativo di Israele, riconoscendo che è stato razzista fin dall’inizio, una presa di distanza dal tipico atteggiamento progressista secondo cui nel corso del tempo Israele in qualche momento si è allontanato dai suoi ideali.

Amnesty evidenzia persino che “molti elementi del sistema militare repressivo di Israele nei TPO [territori palestinesi occupati, ndtr.] (Cisgiordania e Gaza) hanno origine nel regime militare israeliano sui palestinesi cittadini di Israele durato 18 anni,” iniziato nel 1948, “e che la spoliazione dei palestinesi di Israele continua fino a oggi.”

Amnesty riconosce anche che “nel 1948 singoli individui e istituzioni ebraiche detenevano circa il 6,5% della Palestina mandataria, mentre i palestinesi erano in possesso del 90% della terra di proprietà privata,” in riferimento a tutta la Palestina storica prima della fondazione dello Stato di Israele. “In soli 70 anni la situazione è stata ribaltata,” aggiunge l’organizzazione.

E questo è l’obiettivo di Israele – il “sistema di oppressione e dominazione” sottolineato da Amnesty è il mezzo attraverso cui esso ha usurpato la terra palestinese a favore di coloni provenienti dall’estero.

Dopotutto i coloni sionisti non sono andati in Palestina dall’Europa con l’intenzione di dominare e opprimere i palestinesi: essi sono arrivati con l’intenzione di colonizzarne la terra.

Come afferma il Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center [Centro Palestinese di Assistenza Legale e Diritti Umani di Gerusalemme, ndtr.], un’organizzazione palestinese, “ogni riconoscimento di Israele come Stato di apartheid dovrebbe essere collocato all’interno del contesto del suo regime di colonialismo d’insediamento.”

Amnesty evita anche di esaminare e mettere in discussione il sionismo, l’ideologia razzista dello Stato di Israele attorno alla quale si è organizzato il suo progetto di colonialismo d’insediamento.

Come ha chiesto mercoledì Adalah-NY, un’associazione di sostegno con sede negli USA: “È possibile porre fine all’apartheid senza fare altrettanto con il progetto colonialista d’insediamento sionista?”

Un lavoro preliminare per obbligare a pagare le conseguenze

Nonostante questi limiti problematici, l’analisi di Amnesty pone una solida base per considerare Israele responsabile all’interno del carente contesto delle leggi internazionali e fa energiche raccomandazioni per porvi fine.

Amnesty si unisce alle associazioni palestinesi che sollecitano la Corte Penale Internazionale a “indagare sulla messa in atto del crimine di apartheid” e la sua procura generale a “prendere in considerazione l’applicabilità del crimine contro l’umanità di apartheid all’interno della sua attuale indagine formale” in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Dato che la CPI non ha giurisdizione territoriale in Israele, Amnesty chiede al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di sottoporre “tutta la situazione alla CPI” oppure di creare “un tribunale internazionale per processare i presunti responsabili” del crimine contro l’umanità di apartheid.

Amnesty aggiunge che il Consiglio di Sicurezza “deve anche imporre sanzioni mirate, come il congelamento dei beni, contro i politici israeliani più coinvolti … e un complessivo embargo militare contro Israele.”

Ripetendo il suo “appello di lunga data” agli Stati perché sospendano ogni forma di assistenza militare e vendita di armamenti a Israele, Amnesty chiede anche alle autorità palestinesi di “garantire che ogni tipo di accordo con Israele, principalmente attraverso il coordinamento per la sicurezza, non contribuisca a mantenere il sistema di apartheid contro i palestinesi” in Cisgiordania e a Gaza.

Amnesty afferma inoltre che Israele deve riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e fornire alle vittime palestinesi “risarcimenti completi”, compresa la “restituzione di tutte le proprietà acquisite su base razziale.”

Queste richieste di Amnesty, che afferma di essere la principale organizzazione mondiale per i diritti umani, vanno molto oltre quelle fatte da Human Rights Watch e da B’Tselem.

Ciò spiega in certa misura perché Israele e i suoi alleati e apologeti abbiano tentato di fare pressione su Amnesty perché ritirasse il suo rapporto prima della pubblicazione e, non essendovi riusciti, ora stanno ricorrendo alle solite accuse senza fondamento di antisemitismo.

Yair Lapid, ministro degli Esteri di Israele, ha cercato di screditare il rapporto di Amnesty affermando che esso “riecheggia la propaganda” e “le stesse menzogne condivise da organizzazioni terroristiche,” in riferimento a importanti associazioni palestinesi recentemente dichiarate illegali da Israele.

Se Israele non fosse uno Stato ebraico, nessuno ad Amnesty avrebbe osato fare simili affermazioni contro di esso,” ha aggiunto Lapid.

Nel suo rapporto Amnesty osserva che “le organizzazioni palestinesi e i difensori dei diritti umani che hanno guidato la sensibilizzazione contro l’apartheid e si sono impegnati in campagne hanno subito per anni la repressione israeliana come punizione per il loro lavoro.”

Mentre definisce “organizzazioni terroristiche” le associazioni palestinesi per i diritti umani, Israele sottopone “le organizzazioni israeliane che denunciano l’apartheid a campagne di calunnie e delegittimazione,” aggiunge Amnesty.

Israele potrebbe scoprire che tali tattiche, quando utilizzate contro la principale organizzazione mondiale per i diritti umani, potrebbero non convincere nessuno al di fuori della sua cerchia.

Il suo tentativo di “anticipare la faccenda”, che sarebbe stato guidato dal primo ministro israeliano Naftali Bennett insieme a Lapid attaccando preventivamente il rapporto di Amnesty, è solo servito a rafforzare la correlazione tra Israele e l’apartheid.

Ha anche garantito che “il rapporto avesse una pubblicità molto maggiore di quella di cui avrebbe beneficiato,” come ha osservato un editorialista di Haaretz.

Rendere noto al grande pubblico il contesto di apartheid

C’è un’altra differenza fondamentale tra il rapporto di Amnesty sull’apartheid e quelli che lo hanno preceduto.

Amnesty International è un’organizzazione che fa campagne con milioni di membri e sostenitori che, afferma l’organizzazione, “rafforzano la nostra richiesta di giustizia.”

Amnesty ha accompagnato il suo rapporto con un corso in rete di 90 minuti intitolato “Decostruire l’apartheid israeliano contro i palestinesi.”

Ha anche prodotto un documentario di 15 minuti per un vasto pubblico disponibile su YouTube che analizza la domanda se Israele pratica l’apartheid.

Finora la lista di attività di Amnesty include solo il fatto di inviare una cortese lettera a Naftali Bennett, primo ministro israeliano, contro le demolizioni di case e le espulsioni, cose per niente entusiasmanti.

Invece la sezione statunitense di Amnesty ha fatto bizzarre smentite per distinguersi dal movimento per il boicottaggio, disinvestimento e le sanzioni guidato dai palestinesi ed ha persino affermato che l’organizzazione non prende posizione sull’occupazione in sé, concentrandosi invece sugli obblighi di Israele “come potenza occupante, in base alle leggi internazionali”.

Sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno sede in Paesi imperialisti e sono state create nel contesto della guerra fredda perché si concentrassero principalmente sulla rivendicazione dei diritti di persone nei Paesi comunisti dell’Europa orientale.

Il loro quadro ristretto e l’ideologia costitutiva le hanno portate ad opporsi alle lotte di liberazione anticolonialiste e alla violenza che esse implicavano perché, come ha detto Nelson Mandela, “è l’oppressore che definisce la natura della lotta e spesso l’oppresso è lasciato senza altri mezzi se non ricorrere a metodi che rispecchiano quelli dell’oppressore.”

Queste contraddizioni fondamentali significano che le associazioni occidentali per i diritti umani prenderanno sempre posizioni di compromesso, se non dannose, contrarie alla liberazione dei palestinesi, e Human Rights Watch recentemente ha suggerito un’equivalenza etica tra la violenza utilizzata da Israele contro i palestinesi assediati a Gaza e quella della resistenza palestinese contro di esso.

Ma i materiali didattici di Amnesty, comprendenti un lungo documento con domande e risposte, contribuiranno a preparare i militanti di base per rispondere ai sostenitori di Israele che intendano sviare le critiche alle prassi dello Stato attaccando chi le divulga.

Dopotutto, come ha detto su Twitter un acuto osservatore, questa è l’unica freccia a disposizione dell’arco di quanti sono impegnati a mantenere il governo di apartheid di Israele e la situazione di impunità.

Il rapporto di Amnesty è un potente indicatore che un’analisi al di là dell’occupazione del 1967 in Cisgiordania e a Gaza sta diventando di dominio pubblico.

Nel contempo Israele e i suoi alleati e sostenitori nel Congresso USA e nel Dipartimento di Stato hanno tirato in ballo triti argomenti, ignorando nel contempo la sostanza dei risultati di Amnesty.

(Al contrario, pochi parlamentari del partito Democratico hanno pubblicamente sostenuto le conclusioni di Amnesty, e Cory Bush [afroamericana eletta nel Missouri, ndtr.] ha chiesto di porre fine al “sostegno USA, con i soldi dei contribuenti, a questa violenza”).

Ma, come politici dell’ONU e dell’UE che blaterano noiosamente all’infinito sul loro impegno per un’inesistente processo di pace verso la soluzione a due Stati, quanti ripetono a pappagallo questi argomenti della lobby israeliana così slegati dalla realtà appaiono sempre più ridicoli.

Israele teme un rapporto ONU

Mentre respingono il termine “apartheid” e attacca Amnesty, Israele e i suoi alleati e sostenitori hanno gli occhi puntati su una minaccia ancora maggiore per l’impunità di Israele.

Secondo un dispaccio del ministero degli Esteri israeliano visionato dal periodico Axios [sito statunitense di notizie, ndtr.], Israele ha pianificato una campagna che cerca di screditare una commissione d’inchiesta permanente dell’ONU sulle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele in tutto il territorio sotto il suo controllo.

Lo scorso maggio la Commissione ONU per i Diritti Umani ha approvato di stretta misura una risoluzione che crea questa commissione d’inchiesta in seguito all’attacco israeliano di 11 giorni contro Gaza durante il quale i palestinesi si sono ribellati in tutta la loro patria.

Associazioni palestinesi hanno a lungo chiesto agli Stati di “affrontare le cause che sono alla radice del colonialismo d’insediamento e dell’apartheid imposto sul popolo palestinese nel suo complesso,” come ha affermato Al-Haq prima del voto.

La commissione d’inchiesta condotta da tre esperti di diritti umani indipendenti scelti dalla Commissione per i Diritti Umani dovrebbe presentare i suoi risultati a giugno.

La scorsa settimana Axios ha informato che i politici israeliani sono “molto preoccupati che il rapporto della commissione faccia riferimento a Israele come uno ‘Stato di apartheid’.”

La rivista aggiunge che “l’amministrazione Biden non appoggia l’inchiesta e ha giocato un ruolo centrale nel tagliarle i fondi del 25% nei negoziati sul bilancio ONU.”

Nel contempo un gruppo bi-partisan di 42 membri del Congresso ha chiesto al Segretario di Stato USA di “guidare un tentativo di porre fine alla vergognosa e ingiusta commissione permanente d’inchiesta.”

Ma evidentemente Israele teme che questo intervento non sia sufficiente.

Questa settimana Haaretz ha informato che “importanti politici israeliani” non meglio identificati sono preoccupati che l’ONU “possa presto accettare una narrazione secondo cui Israele è uno ‘Stato di apartheid’, infliggendo un duro colpo allo status di Israele a livello internazionale.”

Il consenso dell’ONU riguardo all’apartheid israeliano “potrebbe portare all’esclusione di Israele da varie manifestazioni internazionali, comprese competizioni sportive o eventi culturali,” aggiunge la rivista.

In altre parole, i politici israeliani temono che lo Stato venga trattato come un paria a livello globale nello stesso modo in cui lo fu il Sudafrica prima del crollo dell’apartheid in quel Paese.

Il comitato direttivo del movimento guidato dai palestinesi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, che si ispira alla campagna di boicottaggio globale che contribuì alla fine dell’apartheid in Sudafrica, sostiene che “indagini sull’apartheid israeliano da parte dell’ONU e dei suoi membri sono passi necessari per raggiungere la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per il popolo palestinese.”

Questo comitato esorta le Nazioni che sono state colonizzate a riprendere “il ruolo di guida che hanno assunto all’ONU per l’eliminazione dell’apartheid nell’Africa meridionale.”

Human Rights Watch ha invitato a nominare un incaricato internazionale ONU per i crimini di persecuzione e apartheid.

Amnesty afferma che l’Assemblea Generale dell’ONU “dovrebbe ripristinare la Commissione Speciale contro l’Apartheid, creata in origine nel novembre 1962 per concentrarsi su ogni situazione… in cui sia stata commessa la grave violazione dei diritti umani e crimine contro l’umanità di apartheid.”

Secondo il comitato direttivo del movimento BDS queste iniziative avrebbero conseguenze al di là della causa palestinese all’interno del sistema dell’ONU, dove “le intimidazioni e la pressione politica hanno impedito l’analisi e la discussione, per non parlare delle sanzioni, sull’apartheid israeliano.”

In definitiva, la ricerca di Amnesty non sarebbe fondamentalmente diversa da quelle che l’hanno preceduta. Ma il contesto in cui compare – mentre si consolida il consenso internazionale riguardo al riconoscimento dell’apartheid israeliano, è in corso un’indagine della Corte Penale Internazionale e con le ripercussioni del programma di spionaggio israeliano – suggerisce che potrebbe essere iniziato un nuovo capitolo nella lotta globale per la libertà dei palestinesi.

Maureen Clare Murphy è caporedattrice di The Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Spogliati, picchiati, colpiti con il taser: le denunce dei palestinesi rivelano la brutalità della polizia di Gerusalemme

Nir Hasson

27 dicembre 2021 – Haaretz

Diverse denunce di gravi comportamenti violenti nei confronti di palestinesi di Gerusalemme Est sono state presentate al ministero della Giustizia. Solo un poliziotto è stato incriminato

Un sedicenne spogliato e malmenato in un bagno pubblico, una donna di 60 anni ammanettata e trascinata sul pavimento, una giornalista sottoposta a commenti sessisti durante un interrogatorio, un giovane aggredito nel centro di una città e un altro trascinato fuori dal letto nel cuore della notte e erroneamente identificato come un’altra persona mentre i suoi familiari venivano picchiati. Tutto questo si ritrova in sei denunce presentate nei mesi scorsi all’unità investigativa sui comportamenti scorretti della polizia presso il ministero della Giustizia, le cui copie sono arrivate ad Haaretz. Dall’esame di diverse denunce di gravi comportamenti violenti nei confronti di palestinesi emerge che solo un un poliziotto è stato incriminato. La risposta della polizia di Gerusalemme: “Questa è un’immagine distorta e unilaterale che non riflette la verità“.

Un’aggressione in un bagno

H., un giovane palestinese di 16 anni, due mesi fa era seduto a bere tè sui gradini della piazza fuori dalla Porta di Damasco a Gerusalemme Est. Afferma di essere stato sorpreso dai poliziotti. Non si sentiva bene, poi qualcuno è arrivato da dietro e gli ha detto di non muoversi, erano poliziotti”, racconta il padre. Non capiva cosa stesse succedendo. È stato ammanettato e portato in un bagno pubblico”. Secondo la testimonianza del giovane, i poliziotti lo hanno aggredito per circa 40 minuti. Tra l’altro, gli hanno chiesto di spogliarsi, prima di stenderlo a pancia in giù sul pavimento, picchiandolo e prendendolo a calci su tutto il corpo.

Questo abuso è stato descritto in una denuncia presentata all’unità del ministero della Giustizia per le indagini comportamento scorretto della polizia dall’avvocatessa Nadia Dakka dell’HaMoked Center for the Defense of the Individual, un gruppo per i diritti umani che protegge i palestinesi. “H. afferma che in quel momento si è sentito in pericolo, con i poliziotti che gli urlavano contro e lo colpivano in faccia”, dice Dakka. Sotto le minacce, i colpi e le urla, H. ha cercato di togliersi la maglietta, e i poliziotti insistevano perché si togliesse anche i pantaloni, urlandogli: ‘Togliti i vestiti, figlio di puttana’. Non avendo egli eseguito [le intimazioni] i poliziotti gli hanno tolto i pantaloni e i boxer”, riferisce Dakka.

Secondo la denuncia, H. era completamente nudo quando i poliziotti lo hanno steso sul pavimento del gabinetto, colpendolo mentre era ammanettato. Uno di loro gli ha persino urlato contro minacciando che lo avrebbe “scopato”. H. ha ricevuto colpi, pugni e calci su tutto il corpo, di conseguenza sanguinava dal naso e aveva ferite al viso. H. riferisce che uno dei poliziotti gli ha dato un calcio ai testicoli. In seguito, i poliziotti gli hanno lavato la faccia a forza sotto un rubinetto. “Gli hanno detto che non volevano che la gente vedesse la sua faccia insanguinata”, afferma la denuncia. Gli hanno tolto le manette in modo che potesse vestirsi, lo hanno ammanettato di nuovo e lo hanno portato su un furgone della polizia mentre, sulla base della denuncia, lo costringevano a tenere le braccia sollevate e la testa abbassata.

Il padre di H. racconta che gli hanno chiesto la carta d’identità solo quando sono usciti dal bagno. Il giovane riferisce che uno dei poliziotti ha detto: Ha solo 16 anni, non fa al caso nostro. Ci serve qualcuno che abbia 19 anni”. Afferma che quando un passante palestinese ha chiesto il suo nome mentre veniva portato verso il furgone, è stato arrestato anche lui. Si sono in seguito incontrati nel furgone. H. è stato detenuto per 24 ore, durante le quali è stato portato in ospedale per cure mediche.

H. riferisce che durante la detenzione non gli è stato dato da mangiare. Nel corso del suo interrogatorio non gli sono state fatte domande su specifici atti da lui presumibilmente commessi né è stata presentata alcuna prova. Il giorno dopo è stato portato davanti a un giudice ed è stato rilasciato agli arresti domiciliari con il consenso della polizia. Nessun procedimento legale ha fatto seguito e nessun atto d’accusa è stato presentato contro di lui. In seguito all’incidente, ha riportato gonfiori, emorragie, ferite da taglio, contusioni e un trauma emotivo. “A guardarlo oggi non è la stessa persona”, dice suo padre. Ha smesso di studiare ed è dimagrito, si vedono le lacrime nei suoi occhi. Mi dice che pensa che tutti quelli che vede per strada possano essere dei poliziotti sotto copertura che potrebbero fargli del male”. L’unità del ministero della Giustizia afferma che la sua denuncia è stata registrata e che sarà trattata secondo la procedura usuale.

Un arresto nel cuore della notte

Dagli scontri avvenuti durante l’operazione Guardian of the Walls [Guardiano delle Mura], la serie di attacchi contro Gaza dello scorso maggio, molte denunce di violenze da parte della polizia sono pervenute all’unità che indaga sulla condotta illegittima della polizia. Una di queste riguarda un episodio avvenuto un mese fa, alle 2:30 del mattino. Un gruppo composto da 20 poliziotti ha fatto irruzione nella casa della famiglia Abu Hummus nel quartiere di Issawiya a Gerusalemme est. Non hanno bussato, hanno sfondato la porta. Mia figlia ha sentito qualcosa e ha detto loro che avrebbe aperto la porta, ma loro le hanno detto di allontanarsi, entrando dopo aver sfondato la porta. Mio figlio Mohammed [18 anni] stava dormendo. Uno di loro si è avvicinato al suo letto, lo ha preso per i vestiti e gli ha incappucciato la testa, lo ha ammanettato e lo ha portato via”, spiega il padre della famiglia, Rabah Abu Hummus. “Mia figlia ha provato a scattare delle foto, per cui si sono avventati su di noi, uno di loro con un taser, picchiando noi e i nostri figli”.

Il figlio ha portato la testimonianza dell’episodio a un ricercatore di B’Tselem [principale ong israeliana per i diritti umani, ndtr.]. Nella sua dichiarazione ha detto che una volta fuori, mi hanno fatto inginocchiare mentre uno di loro mi teneva premuta la testa. Poi mi hanno portato sull’auto della polizia dove era già seduto mio fratello Khader. Sapevo che era lui perché ha detto loro che voleva un’ambulanza, dato che non si sentiva bene”. Mohammed è stato portato alla stazione di polizia del Russian Compound [famigerato complesso in cui sorge, insieme ad altri edifici russi, la Cattedrale della Santissima Trinità, chiesa ortodossa del XIX secolo, ndtr.] dove è stato interrogato per cinque ore con l’accusa di aver sparato con un’arma e lanciato pietre.

Mohammed Abu Hummus non era mai stato arrestato prima e ha negato tutte le accuse. L’interrogatorio è ripreso il giorno successivo, durante il quale è entrata nella stanza una persona che Mohammed non ha riconosciuto. Racconta: Hanno detto che era lui che aveva testimoniato contro di me. Gli ho chiesto: ‘Mi conosci per testimoniare contro di me? Cosa ti ho fatto per farmi portare qui? Mi ha detto che non mi conosceva, che non ero io quello che lui intendeva accusare (quando aveva parlato con la polizia), che quello contro cui aveva testimoniato era un altro Mohammed Abu Hummus”.

Il cognome Abu Hummus è uno dei più diffusi di Issawiya. Il padre, Rabah, crede che nel quartiere ci siano 50 persone chiamate Mohammed Abu Hummus. “Dopo aver sentito questo, mi hanno riportato in isolamento”. Prima che lo rilasciassero, dice, “qualcuno ha aperto lo spioncino della porta e ha detto che si scusavano, mi avevano arrestato per errore”. È stato rilasciato senza condizioni. “Non mi hanno dato nemmeno un pezzo di carta”, dice Mohammed. Afferma che a tutt’oggi non ha ricevuto indietro la sua carta d’identità e due telefoni di famiglia confiscati dai poliziotti. Questa settimana l’unità investigativa sulla condotta illegittima della polizia ha riferito ad Haaretz che la sua denuncia “non era presente sui propri computer”.

Percosso su tutto il corpo

Tra le denunce presentate di recente, l’unità investigativa sul comportamento scorretto della polizia ne ha trovata una che formula accuse contro un poliziotto di nome Gil Zaken, accusato di aver aggredito qualcuno senza motivo. In quel caso, dice HaMoked, è stato posto sotto accusa un solo poliziotto anche se altri agenti hanno preso parte all’aggressione.

Il fatto è avvenuto il 12 maggio, durante la guerra di Israele con Hamas a Gaza. Il querelante, Ahmed Sliman, che lavorava in un bar nel centro di Gerusalemme, stava fuggendo da una banda di giovani ebrei alla ricerca di passanti arabi da assalire. Si è nascosto dietro un muro di pietra con un amico. Sul posto è arrivata la polizia, che aveva ricevuto una segnalazione riguardo alla presenza nella zona di un terrorista armato di ascia. Secondo la denuncia che ha presentato, i poliziotti lo hanno circondato e hanno cominciato a picchiarlo.

“I poliziotti hanno aggredito Sliman prendendolo a calci e colpendolo alla testa e su tutto il corpo, senza tralasciare nessuna parte”, riporta la denuncia presentata al ministero della Giustizia dall’avvocatessa Dakka di HaMoked. Lo hanno ammanettato e perquisito, cercando poi di fargli firmare un documento che includeva, tra l’altro, una dichiarazione secondo cui non sarebbe stato aggredito dai poliziotti. Sliman si è rifiutato di firmare il documento.

Secondo la denuncia, in seguito i poliziotti lo hanno perquisito e aggredito verbalmente, e uno di loro ha detto: “Puoi ringraziare di non esserti preso una pallottola in testa”. I poliziotti se ne sono andati senza arrestare Sliman, che è stato portato in ambulanza in un ospedale per cure mediche. Ha accusato un’emorragia nasale, ferite da taglio al viso, un dente rotto e un’emorragia oculare. Le foto che ha scattato dopo l’episodio mostrano la sua faccia gravemente contusa.

Trascinata con le gambe scoperte

La quarta denuncia è stata presentata a luglio da Wafiya Da’ane, 60 anni. Da’ane si stava dirigendo verso il Monte del Tempio durante l’Eid al-Adha [festa celebrata nel mondo islamico ogni anno nel mese lunare di Dhū l ijja, dodicesimo mese dell’anno, ndtr.] quando degli agenti di polizia le hanno impedito di entrare, ordinandole di consegnare la sua carta d’identità. Secondo la denuncia, quando ha provato a discutere con uno degli agenti, lui ha iniziato a spingerla via dall’ingresso. “Scossa dalla reazione e per la paura, la signora Da’ana ha iniziato a urlare”, afferma la denuncia presentata all’ufficio investigativo interno. “Sentiva che la stavano trattando come una pericolosa criminale, e non come una donna anziana che voleva solo visitare la moschea”.

Sono arrivati ​​altri agenti, tra cui una donna che ha iniziato a urlarle contro in ebraico. Da’ane non ha capito cosa dicesse, ma quando ha visto l’agente donna tirare fuori le manette si è resa conto che la polizia intendeva arrestarla. Ha offerto le mani e non ha opposto resistenza all’arresto. L’agente donna l’ha ammanettata e ha continuato a urlare”, afferma la denuncia.

In seguito, secondo quanto riportato, i poliziotti hanno trascinato Da’ane ancora in manette e uno di loro l’ha afferrata per la gola. Da’ane afferma che l’agente l’ha picchiata e lei è svenuta per alcuni secondi. Quando ha ripreso conoscenza si è ritrovata trascinata dalla polizia con le gambe completamente scoperte, nonostante sia una donna religiosa che indossa l’hijab [velo che copre capelli, gola e parte del volto, ndtr.]” si legge nella denuncia. “La polizia non ha mostrato nessuna sensibilità e l’hanno trascinata in questo stato davanti ai passanti”.

Da’ane non riusciva a credere a quello che stava succedendo “e ha iniziato a piangere per il dolore e l’umiliazione”, viene riferito nella denuncia. “Anche se le sue gambe erano deboli, ha cercato di nuovo di alzarsi in piedi, di porre fine alla scena umiliante che ha ferito gravemente la sua dignità e che ancora la fa piangere ogni volta che le viene in mente”.

Da’ane è stata trattenuta in stato d’arresto presso la stazione di polizia, dove è stata portata in ambulanza essendosi sentita male. Le è stato detto di tornare per essere interrogata entro tre giorni dal suo rilascio. Quando è tornata alla stazione regionale di David, la polizia ha rifiutato di riceverla e di restituirle la sua carta d’identità. Da allora non è stata più richiamata. L’unità investigativa interna della polizia ha commentato che la denuncia è stata ricevuta e presa in esame come di consueto.

Arresto con un taser

Un altro ricorrente di nome Ali Abu Sareh sarebbe stato aggredito dopo essersi avvicinato ai poliziotti di frontiera che avevano aggredito una giornalista nella Città Vecchia. È stato arrestato attraverso l’utilizzo di una pistola stordente ed afferma che la polizia lo ha colpito alla testa e preso a calci sul corpo. Ha riportato fratture al volto e ferite allo stomaco, alla testa e alla schiena. Durante l’arresto ha vomitato due volte.

Secondo la denuncia presentata le sue condizioni cliniche erano così gravi che un medico del carcere del Russian Compound si è rifiutato di accettarlo e ha insistito perché fosse ricoverato in ospedale. La polizia lo ha accusato di aver aggredito un agente e di aver ferito una poliziotta con una forchetta. Nonostante questa accusa, il giorno successivo la polizia ha accettato di rilasciarlo su cauzione e da allora non ha presentato nessuna accusa. L’unità investigativa interna della polizia ha commentato che la sua denuncia è sotto esame.

Interrogata sul colore dei suoi capelli

Un’altra denuncia è stata presentata da Alaa Daiyeh, una produttrice televisiva e fotografa di 24 anni. Secondo la sua querela, il 31 maggio ha cercato di fotografare agenti di polizia che avrebbero aggredito un minore palestinese. Afferma che uno degli agenti si è precipitato su di lei e ha afferrato il suo telefono cellulare. Come riferisce la denuncia, “l’agente, che parlava in arabo, si è rifiutato di restituirle il telefono e l’ha obbligata a mostrargli la sua carta d’identità mentre diceva agli altri agenti che lei lo aveva ripreso usando l’applicazione TikTok, anche se Daiyeh ha insistito sul fatto di non possedere quell’applicazione sul proprio telefono”.

Il poliziotto avrebbe urlato che se non avesse taciuto l’avrebbe colpita e le avrebbe fatto saltare i denti. Daiyeh ha cercato di dissuadere l’agente dal minacciarla, ricordandogli che la sua telecamera portatile stava documentando la discussione. Lui ha risposto in arabo: “Tu e il tuo profeta potete andare all’inferno”, afferma la denuncia. Riferisce che gli agenti l’hanno poi arrestata e interrogata chiedendole informazioni sul colore dei suoi capelli e ordinandole di togliersi l’hijab per verificare che non stesse mentendo. La poliziotta che la interrogava ha ripetuto l’ordine. Più tardi la polizia ha contattato suo fratello perché la convincesse a firmare un ordine restrittivo volontario [che le intimava] di stare lontano dalla Porta di Damasco. Ha riferito che durante la conversazione la polizia ha usato un linguaggio sessista, comprese delle allusioni sessuali. L’unità investigativa interna della polizia ha commentato che la sua denuncia è sotto esame.

“La mancanza di fiducia nell’unità investigativa interna ha portato al risultato che sono pochissimi i palestinesi vittime della violenza della polizia disposti a sporgere denuncia”, ha commentato Jessica Montell, direttrice esecutiva dell’organizzazione per i diritti umani HaMoked. “Questa situazione crea un circolo vizioso che perpetua la violenza della polizia perché gli agenti agiscono con la sensazione di essere immuni da responsabilità”, ha detto. “Nel corso dell’ultimo anno la violenza contro i palestinesi a Gerusalemme est è diventata una routine e quindi spetta all’unità investigativa interna fare giustizia riguardo alle denunce che abbiamo presentato, con l’obiettivo di prevenire ulteriori danni in futuro”.

La polizia: ‘Immagine distorta’

La polizia del distretto di Gerusalemme ha risposto affermando che “I casi menzionati nell’articolo sono tendenziosi e pieni di imprecisioni. Il tentativo di trarre conclusioni sull’attività della polizia presentando un’immagine unilaterale distorce la verità”. Secondo la polizia i casi in cui i civili attaccano o si oppongono all’arresto “richiedono l’impiego delle forze dell’ordine e l’uso ragionevole della forza”.

“Ogni anno durante l’attività operativa la forza viene utilizzata in meno dello 0,1 % dei numerosi contatti tra polizia e civili, una statistica che indica la moderazione della forza e l’uso corretto e proporzionato di tale potere”, afferma la polizia.

Relativamente alle denunce presentate contro di loro, si è rilevato che la maggior parte degli agenti ha agito in base alla legge”, sostiene la polizia. La polizia aggiunge che “si rammarica che, invece di scrivere delle migliaia di casi in cui ogni anno gli agenti di polizia vengono attaccati e molti di loro feriti, come in alcuni dei casi citati, c’è chi sceglie di incolpare la polizia”.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




‘Siamo una famiglia’: gli israeliani che condividono la vita e la speranza con i palestinesi

Bethan McKernan e Quique Kierszenbaum nelle colline a sud di Hebron

Domenica 19 dicembre 2021 – The Guardian

I partecipanti a un progetto linguistico immersivo in Cisgiordania parlano dei forti legami che vengono forgiati per contrastare l’aumento della violenza dei coloni

Nella capanna di compensato in cui la palestinese Iman al-Hathalin e la sua famiglia vivono dal 2014, da quando la loro casa è stata demolita dalle autorità israeliane, il calore di un traballante samovar è gradito. Fuori dall’unica finestra il cielo invernale è di un bianco accecante: inonda la stanza di una luce gelida e crea una danza di ombre sulle sottili pareti.

Sembra che ultimamente siano stati tutti malati, compresa la figlia di due anni di Hathalin, che dorme a intermittenza sulle sue ginocchia, e Maya Mark, la sua ospite israeliana di lingua araba. “Non è esagerato dire che Maya è per me come una sorella”, ha detto la 28enne. Ero così preoccupata quando era malata. Siamo una famiglia.”

Le amiche si ritrovano insieme in un villaggio nel profondo delle colline a sud di Hebron, uno dei posti più difficili da raggiungere all’interno dei confini della Cisgiordania.

Questo luogo roccioso e arduo è uno dei fronti più feroci dell’occupazione: case palestinesi, strade asfaltate e cisterne d’acqua vengono ripetutamente demolite grazie a un divieto quasi totale di costruzione, mentre prosperano le colonie illegali israeliane.

Anziché crollare sotto queste pressioni, tuttavia, la comunità locale è diventata una profonda sorgente di attivismo palestinese nonviolento, che ha spesso lavorato a stretto contatto con il movimento israeliano contro l’occupazione. In assenza di un significativo processo di pace dall’alto verso il basso, Hathalin e Mark fanno parte di una nuova generazione di attivisti che stanno compiendo silenziosamente un nuovo, straordinario passo.

Insieme a Nnur Zahor, un’altra israeliana che parla arabo, Mark ha creato un corso immersivo di apprendimento linguistico per giovani attivisti israeliani che la pensano allo stesso modo, tenuto da otto donne palestinesi del luogo, tra cui Hathalin. Nel corso di diversi mesi, il progetto ha contribuito a creare in diversi villaggi relazioni profonde tra gli studenti e le persone del luogo, e la presenza di israeliani sta contrastando la crescente ondata di violenza da parte dei coloni.

Il progetto che non ha una denominazione ufficiale – è possibile grazie a decenni di lavoro di attivisti più anziani che hanno costruito la fiducia tra le comunità: è improbabile che possa espandersi o essere replicato altrove. Ma niente di simile a questa idea nata dal basso e a lungo termine è mai successo prima e tutti i soggetti coinvolti concordano sul fatto che sia un’impresa ricca di soddisfazioni.

La gente qui non ha affatto bisogno di noi, afferma Mark, di 26 anni. Essere qui mi ha insegnato a essere più modesta riguardo all’attivismo e al mio ruolo. Arrivare a comprendere la profondità della resistenza in questo luogo è un’esperienza stimolante e inestimabile”.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, nelle colline di Hebron esiste almeno dal 1830 una civiltà peculiare di abitazioni rupestri, rifugi naturali utilizzati come abitazioni e per la custodia di pecore e capre. Nei decenni trascorsi dalla creazione di Israele anche le famiglie beduine espulse dal deserto del Negev si sono inoltrate verso queste aride colline pedemontane, a nord delle loro terre ancestrali.

Il territorio è stato invaso da Israele nel corso della guerra del 1967 e ora fa parte dell’Area C, il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano.

Ma i pastori e gli agricoltori palestinesi non sono più le uniche persone che vivono qui. Dagli anni ’80 sono state create decine di colonie israeliane, molte delle quali illegali non solo ai sensi del diritto internazionale ma anche del diritto israeliano.

Incoraggiati dal forte sostegno di Donald Trump alla destra di Israele, negli ultimi anni i coloni sono diventati più audaci, impadronendosi di sempre più terre che Israele classifica come “terreni dello Stato” o “poligoni di tiro”, e le loro tattiche sono diventate sempre più violente.

Le Nazioni Unite hanno registrato nel corso dei primi 10 mesi del 2021 410 aggressioni da parte di coloni contro civili e proprietà palestinesi in Cisgiordania, compresi quattro uccisioni, rispetto alle 358 nel 2020 e alle 335 nel 2019. Invece di intervenire, affermano le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti civili, il più delle volte le forze di sicurezza israeliane stanno a guardare o addirittura partecipano.

Capita che anche i palestinesi ricorrano alla violenza. All’inizio di questa settimana uomini armati hanno teso un’imboscata a un’auto con targa israeliana mentre lasciava Homesh, nel nord della Cisgiordania, uccidendo un venticinquenne e ferendo altre due persone.

Sono comuni lanci di pietre, spari con proiettili veri, abbattimenti o incendi dolosi di raccolti e ulivi, uccisioni di pecore e atti vandalici su proprietà. A settembre, in uno degli episodi recenti più gravi, decine di uomini armati provenienti da due avamposti coloniali vicini hanno fatto irruzione nel villaggio di Mufakara, sulle colline di Hebron, rompendo finestre e pannelli solari, squarciando pneumatici, ribaltando un’auto e ferendo sei persone.

Prima della pandemia gli abitanti di Hebron erano spesso supportati da volontari internazionali che aiutavano a scortare i bambini a scuola su strade pericolose tra gli avamposti coloniali e fronteggiavano i coloni che violavano terre private palestinesi.Ma quando i confini internazionali si sono chiusi rendendo impossibile viaggiare, gli attivisti locali hanno deciso di rivolgersi agli amici israeliani.

Alcuni di noi hanno preso l’iniziativa di chiedere il loro intervento. Non tutti in zona sono d’accordo, non capiscono cosa vorremmo cercare di ottenere. Ma prima di dover segnalare degli incidenti da parte dei coloni, ora i nostri alleati israeliani possono avere un’esperienza immediata e documentare tutto”, afferma Nasser Nawaja, un noto attivista locale. Gli israeliani stanno imparando cosa significa vivere qui. E i nostri figli stanno imparando che gli ebrei non sono solo coloni o soldati”.

Dalla primavera piccoli gruppi di israeliani si recano a turno in un territorio costituito da una manciata di villaggi sulle colline di Hebron, anche se per motivi di sicurezza i volontari hanno chiesto di tenere nascosta la loro posizione esatta. In apparenza i circa 10 volontari sembrano avere poco in comune: provengono da varie parti di Israele, da diversi contesti familiari, e per quanto tutti si descriverebbero come politicamente di sinistra, ne mettono in discussione il significato.

Gli studenti prendono lezioni di arabo due mattine a settimana, con un programma che Mark e Zahor hanno realizzato appositamente per madrelingua ebraici. Prendono parte alla vita di tutti i giorni e non c’è nessun divieto di discutere di argomenti politici, a differenza di quanto previsto in Israele nella maggior parte dei programmi di arabo.

“Quando sono arrivata, ricordo di aver pensato: ‘Cosa farò qui? Come interagirò, come sosterrò questa comunità?’ In estate non capivo nulla di quanto si diceva, ma ora comprendo circa il 50% della conversazione. È molto eccitante”, ha affermato giovedì scorso Maya Eshel, 26 anni, nel corso di un incontro di gruppo con l’Observer in un centro comunitario durante una giornata fredda e cupa.

Il gruppo passa il resto del tempo a prestare aiuto in ciò che serve. Sono molto utili come sorveglianti: se qualcuno chiama per dire che i coloni si stanno avvicinando a un villaggio, o che impediscono ai pastori di raggiungere la loro terra, i volontari entrano in azione afferrando binocoli e macchine fotografiche dotate di teleobiettivi donati da B’Tselem e affrettandosi verso le loro auto.

A volte può bastare la loro presenza, o un dialogo in ebraico, per allentare la tensione. Male che vada possono riprendere ciò che accade e fornire testimonianze alla polizia, anche se finora su decine di segnalazioni è stato sottoposto ad indagine solo un caso.

Durante la nostra visita il clima rilassato del fine settimana in un villaggio è cambiato drasticamente dopo che una bambina è corsa verso le case prefabbricate gridando di aver visto due coloni della grande colonia dall’altra parte della valle avvicinarsi ad un uliveto palestinese. Gli adulti e gli attivisti israeliani si sono precipitati verso il punto di osservazione più vicino; i cani del villaggio abbaiavano. Attraverso il binocolo, hanno notato che le due figure avevano le apparenze di ragazzini. Sembrava che uno di loro avesse con sé una sega. Notando gli adulti sul crinale i ragazzini si sono fermati, tornando quindi indietro verso linsediamento.

“A volte mi trovo a vagare colla jeep, magari è notte fonda, in un luogo in cui non sono mai stato, e mi fermo e penso tra me e me: ‘Che cazzo ci faccio qui?'”, dice Matan Brenner-Kadish , di 25 anni. Questo progetto non è proprio adatto a tutti e, nel lungo periodo, stiamo solo tappando i buchi in una barca. Se la motivazione fosse rabbia e vergogna, allora questo impegno sarebbe estenuante. Ma se si parte dall’idea di accettare che ciò porta dei benefici sia a noi che a loro, la prospettiva cambia”.

Il progetto non è esente da rischi. All’inizio di questo mese, tre componenti del gruppo sono stati detenuti in una stazione di polizia durante la notte con l’accusa di non essere intervenuti per aiutare un colono che era stato spinto a terra dagli abitanti quando ha cercato di entrare in un villaggio palestinese. Sono stati sequestrati fotocamere, computer portatili, telefoni e un’auto, il tutto senza un mandato. I tre membri detenuti potrebbero tecnicamente subire condanne a tre anni di carcere.

“Uno degli argomenti usati dai coloni è che la nostra presenza porti ad una maggiore violenza: uno di loro ci ha esplicitamente incolpato dicendo che loro [i palestinesi, ndtr.] stanno conducendo delle aggressioni a causa nostra”, riferisce Itai Feitelson, 26 anni.

Che ci fossimo o meno, loro [i coloni, ndtr.] sarebbero comunque violenti. Ciò dimostra che quello che stiamo facendo sta funzionando”, afferma Brenner-Kadish. “E, in fin dei conti, se i palestinesi lo possono fare per tutta la vita, possiamo farlo anche noi”.

Questo articolo è stato modificato il 22 dicembre 2021 per quanto riguarda i dati sulle vittime civili palestinesi; le Nazioni Unite hanno registrato quattro uccisioni, non “omicidi” come affermava una versione precedente.

(traduzione dallinglese di Aldo Lotta)